venerdì 31 maggio 2019

Augusto Del Noce secondo Marcello   Veneziani
Barzellette a colazione



Oggi Veneziani  sulla “Verità”  scrive, tra le altre cose,  della necessità di  tornare al pensiero di Augusto Del Noce.  Inciso pettegolo:  da trentenne l’intellettuale di Bisceglie  riuscì  a strappare una prefazione a Del Noce,  pochi giorni prima che morisse, al suo libercolo intitolato Processo all’Occidente.  Roba  che tra i neofascisti  del tempo, affamati di considerazione nonostante il dichiarato  ribellismo romantico,   faceva curriculum.

In realtà,  Del Noce, morto il 30 dicembre 1989, filosofo stupidamente marginalizzato dai progressisti di vario orientamento, si ritrovò, come compagni di strada indesiderati piazzisti delle idee come  Veneziani.  Ben diverso invece fu il rapporto di Del Noce  con Giano Accame, di tipo paritario, senza alcuna ipoteca  utilitarista o leccarda, alla maniera di quelle vaschette per raccogliere il grasso delle appetitose carni cotte al forno...   
Del Noce, come notato da Gianfranco Lami e dallo stesso Accame,  era uomo psicologicamente fragile,  solo  testa (  e che testa...),  divenuto professore ordinario  quasi in età di pensione a causa di ostracismi accademici. A lui dobbiamo libri problematici, ricchi di sfumature, intuizioni, prospettive folgoranti.  A chiunque lo studi seriamente, una volta  giunto alla fine della  densa pagina delnociana,  ricchissima di citazioni, capita di interrogarsi  su  dove inizi il pensiero di un  autore citato e dove  cominci  quello di Del  Noce... 
E questo perché  il filosofo  reinventava  continuamente  l’altrui pensiero,  alla luce -  ecco  la differenza con il pensiero conservatore  e reazionario -  di un’antropologia filosofica aperta che condivideva l’idea cristiana di uguaglianza come punto di partenza della  visione liberale dell’uomo. Per inciso, e a proposito di assonanze  tra  cristianesimo e  liberalismo   si veda l'eccellente sintesi appena uscita  del filosofo politico spagnolo Dalmacio Negro, La tradición  de la libertad (Uníon Editorial - Centro Diego de Covarrubias, Madrid 2019), 
Il percorso delonociano  fu un viaggio al termine dell’Occidente, non una celebrazione del suo declino, come piace  tuttora propugnare  a certa destra, soprattutto neofascista. Se si dovesse dare una definizione cognitiva  del cammino intellettuale di Del  Noce, il termine giusto potrebbe essere  quello di individualismo  metodologico: un approccio lontanissimo dalle derive oliste del tradizionalismo paganeggiante alla Veneziani.  Società aperta contro società chiusa, per semplificare. 
Manca tuttora  un studio approfondito  del liberalismo delnociano, che, crediamo,  si riallacci  al liberalismo giobertiano,  tutto  rivolto, quest'ultimo,  a coniugare  individuo e nazione,  anteponendo alla nazione l'individuo  visto come persona alla luce del cristianesimo ugualitario. Il che vale per Gioberti come per Del Noce. 
Dunque parliamo di un’interpretazione della nazione  assolutamente opposta a quella del fascismo, che vedrà  nello stato-nazione,  complice il travisamento orbaceo  di Gioberti (ma anche di Mazzini) compiuto da Gentile,  un’ entità  che precede,  ingloba e sottomette  l’individuo. 

Quel che pseudo-interpreti come Veneziani fanno finta di dimenticare ( o proprio non sanno), è che Del Noce  estende la sua  dirompente  critica all’azionismo, come forma di costruttivismo (tesi che ci rinvia a Hayek  e molto  prima a Gioberti e  Rosmini),  agli eccessi ideologici non solo del  liberalismo, del marxismo ma anche del  fascismo.  In particolare Del Noce critica a fondo la pretesa azionista  di  costruire a tavolino, e se necessario con la forza, l’italiano nuovo. Un utopismo perfettista, giacobino, ignoto a Gioberti,  che giunge fino  a Gobetti, Mussolini e oltre.     
A detta di  Del Noce,  sotto questo profilo,  il  Risorgimento  tradisce se stesso quanto più ipostatizza e  naturalizza,  via stato,  l’idea di nazione, anteponendola a un uomo che invece  è immagine di dio. E dunque per questo  uguale ai suoi simili,  sia nelle comune origini segnate dal peccato originale,  sia  nell'opportunità,  tipica di un  liberalismo ante litteram,   racchiusa  nella tomistica  libertà di poter sempre scegliere tra il bene e il male.  Il tutto, senza alcun falso orgoglio pelagiano o prometeico. Ma in semplicità.  Di qui la  possibilità di un  riscatto interiore che rinvia a Dio e non alla Nazione. O peggio ancora a una nazione deificata.
Ovviamente, nel pensiero delnociano  sussiste  una critica radicale alle derive della tecnica, della politica, del relativismo, ma sempre in chiave di spiritualizzazione cristiana dell’uomo. E, attenzione, volontaria, ragionata e ragionevole. Mai imposta dall'alto, da uno stato onnisciente come Dio e ridotto a serbatoio della razza. 
Che poi, come spesso ripetono i neofascisti,  la visione della razza di Mussolini sia di tipo  spiritualista  non biologico  suona come  una  barzelletta che lasciamo volentieri ai cabarettisti. Come Veneziani, Che ora ci vuole proporre, per dirla tutta, addirittura un Del Noce sovranista.  Magari, vista l’ora,  per farsi quattro risate, a colazione...
 Carlo Gambescia