domenica 30 settembre 2018

Ci risiamo…
Salvini: “Dell’Europa, me ne frego”


Che cosa ha risposto ieri  Salvini  al  Presidente Mattarella?  Democristiano, che probabilmente, come i suoi nonni, i  popolari sturziani,  non  ha ancora  realizzato, come nel 1922,  di avere davanti a sé  due partiti eversivi, Lega e Cinque Stelle,  pronti a fare strame della Costituzione...  

La Carta non impedisce un cambio di rotta. Mattarella stia tranquillo. Dell'Europa me ne frego”.

Probabilmente, è la prima volta dal 1946-1948, che un Presidente del Consiglio, vice o meno, usa apertamente  una espressione dannunziana e fascista,   addirittura  interloquendo con il Presidente della Repubblica. Di Maio, ovviamente gioca al poliziotto buono. Ma le finalità sono le stesse.  Il disegno strategico è chiaro:  comprare prima  il consenso della gente  con le  parole forti  e le elargizioni demagogiche come il reddito di cittadinanza,  per  andare dopo  allo scontro con l’Ue e far uscire l’Italia dall’Euro e dall’Europa, per poi instaurare una dittatura sociale,  dove sarà lo stato autoritario a decidere quale lavoro scegliere, quando fare bancomat,  quali giornali leggere, quando e se usare i social,  cosa dire, cosa pensare, eccetera, eccetera. 
Non mi stancherò di ripeterlo, almeno  fino quando non mi  chiuderanno la bocca:  l’Italia  è  a rischio. Un fatto che non ha precedenti nella storia della Repubblica. La differenza con il  passato - certo, qualche volta tempestoso, nessuno lo nega -   è rappresentata  dal crescente consenso sociale intorno al governo giallo-verde.
Consenso che genera ipocrisia e viceversa: al consenso, per quando ingenuo,  "sincero", si somma quello degli ipocriti, e uno rafforza l'altro, seguendo un processo a spirale. Ci spieghiamo meglio.
Per il  sociologo,  l’ipocrisia di confindustria, dei principali quotidiani, della pubblica opinione, ma anche di tanti cittadini moderati,  insomma quel chiudere gli occhi davanti alla realtà, è  grave   indizio, come per ogni forma di ipocrisia collettiva, della potenza della fede populista,  poiché si finge solo ciò che  è accettato da molti. Per controprova,  agli oppositori,  non rimane più, per così dire,  alcun ipocrita. Infatti,  come osserva Pareto in Trasformazione della democrazia, “ già da molto tempo si è osservato che le eresie appaiono quando una religione prospera ed è fiorente di vita, scompaiono quando decade ed è morente”. 
Mattarella  rischia perciò di essere considerato l’ inascoltato eretico di una religione morente.  La marea populista sembra inarrestabile.
Per ora, certo.  Al riguardo, un amico, al telefono, ieri,  mi diceva:  “Siamo in Italia, passerà anche questa”. “Sì”, gli ho replicato, “anche il fascismo è passato, ma  a che prezzo?”.  Non mi  ha risposto.     

Carlo Gambescia

sabato 29 settembre 2018

La manovra economica e gli effetti perversi delle azioni sociali e politiche
Verso il mare in tempesta (dell’imprevedibilità)


Oggi desideriamo  affrontare la manovra economica da un punto di vista  più alto, teoricamente elevato. Quello degli effetti perversi delle azioni politiche e sociali, dunque dell’imprevedibilità. Parleremo -  altrimenti detto -  degli   effetti  inintenzionali:   si vuole una cosa, se ne ottiene un’altra; si vuole il bene si ottiene il male.  In termini filosofici si parla di eterogenesi dei fini. 
Possiamo assicurare, per esperienza,  che si tratta di un concetto difficile da comprendere e, se compreso bene,  resta ostico da praticare, perché, come dicono i suoi avversari, rischia di penalizzare qualsiasi tentativo di riformare la società.   
Ma veniamo alla manovra economica. Il governo giallo-verde la presenta  come  “una manovra del popolo”,  dunque, come dicono Di Maio e Salvini, che  vuole  il bene e la felicità  degli italiani. Gli avversari,  parlano invece di conseguenze negative:  si vuole il bene, invece si otterrà il male. Questa la loro tesi.
Chi ha ragione?  Per rispondere serve un metro oggettivo.  Piccolo inciso: ci sono due modi per osservare i fatti sociali:  dall’interno, secondo lo sguardo di coloro che vi sono coinvolti, dall’esterno secondo una visione oggettiva, del terzo che osserva.   Ora, i sostenitori e  avversari della manovra economica, ragionano secondo un’ottica della situazione, quindi difficilmente possono esprimere un giudizio oggettivo.  Però, ecco il punto, mentre i partiti di opposizione, fantasticano intorno a misure ancora più imprevedibili di quelle governative,   i mercati, le società di rating, dal punto di vista dei parametri economici, e   l’Ue, dal punto di vista del diritto positivo (degli accordi firmati dall’Italia), possono  invece dare un giudizio perfettamente oggettivo, sulle conseguenze. Diciamo - ci si scusi il giro di parole  -  sulle conseguenze  di una  imprevedibilità prevedibile rispetto ad alcuni parametri oggettivi.
Si badi, si può anche rifiutare l’oggettività di tali  posizioni,  dopo di che però  il rischio è quello della tabula rasa cognitiva: della scomparsa di qualsiasi criterio di giudizio,  Di qui il rischio della navigazione a vista nell’oceano dell’imprevidibilità  assoluta.
E  cosa dicono i mercati, le società di rating, l’Ue?  Per ora nulla, però fanno capire che dalla manovra economica rischiano di scaturire molti effetti perversi, che  il governo italiano  non solo disconosce, ma addirittura sfida:  dall' eccesso di  indebitamento, al crollo di alcuni parametri fondamentali, eccetera, eccetera.
Qualcuno penserà: ma se gli effetti  sono imprevedibili, come fanno i mercati, le società di rating, l’Ue a prevederli?  Sono, ripetiamo,  imprevedibili agli occhi degli attori sociali in situazione,  ma  non degli osservatori esterni, diciamo gli attori terzi, che ragionano secondo alcuni parametri oggettivi Dunque, si può parlare  imprevedibilità relativa.
Ovviamente, come detto,  esiste anche un’ imprevedibilità assoluta, che è quella, come dicevamo, del navigare a vista, quando si rifiuta di considerare  l’imprevedibilità relativa.  
Come dicevamo all’inizio,  la prevedibilità  delle azioni sociali non è molto amata dai grandi  riformatori, dai rivoluzionari, dai profeti politici, dai leader carismatici,  da tutti coloro ai quali, il mondo intorno,  per una qualche ragione non piace. 
Però quel che vorremo sottolineare è  che, i leader  che rifiutano gli effetti imprevedibili  delle azioni  sociali e politiche, respingono sia l’imprevedibilità  relativa sia l’ assoluta.  E quali ragioni adducono? Che non esiste l’imprevedibilità. Che, dal punto di vista delle intenzioni,  le azioni  buone portano al bene, le azione cattive al male. O peggio ancora, che, se si guarda al fine buono, dunque prevedibile,  anche le azioni cattive portano al bene. 
In realtà, le azioni sociali e politiche, non sono né cattive né buone,  sono imprevedibili, talvolta prevedibili, dal  punto di vista terzo (oggettivo),  ma sempre in chiave relativa. E l’uomo, come sosteneva Hobbes, non è buono o cattivo, ma pericoloso, proprio  perché imprevedibile.
Allora che fare?  Costruire piccole isole, nella storia,  dove regni l’imprevedibilità relativa.  Più di questo non si può fare.   L’Ue, le società di rating, i parametri economici, sono la nostra piccola terra promessa.  Fuori di essa c’è solo il mare  in tempesta dell’imprevedibilità assoluta,  verso il quale sta pericolosamente navigando l’Italia di  Salvini e Di Maio.

Carlo Gambescia                     

         

venerdì 28 settembre 2018

Ne riparleremo  davanti ai bancomat chiusi
“La Manovra del Popolo”...


Probabilmente è dai tempi del fascismo che non si ricorreva a   una  retorica così teatrale.  Qualche anno fa c'era chi  criticava  gli slogan  populisti del  Cavaliere, del  tipo  “Vi prometto un   milione di posti di lavoro”.  Era robetta innocua, da venditori porta a porta.  Nulla  a che vedere con  il tenore della seguente dichiarazione di Luigi Di Maio:

RAGAZZI! Oggi è un giorno storico! Oggi è cambiata l'Italia! Abbiamo portato a casa la Manovra del Popolo che per la prima volta nella storia di questo Paese cancella la povertà grazie al Reddito di Cittadinanza, per il quale ci sono 10 miliardi, e rilancia il mercato del lavoro anche attraverso la riforma dei centri per l’impiego. Restituiamo finalmente un futuro a 6 milioni e mezzo di persone che fino ad oggi hanno vissuto in condizione di povertà e che fino ad oggi sono stati sempre completamente ignorati.
Nella Manovra del Popolo abbiamo inserito anche la pensione di cittadinanza che restituisce dignità ai pensionati perché alza la minima a 780 euro. E con il superamento della Fornero, chi ha lavorato una vita può finalmente andare in pensione liberando posti di lavoro per i nostri giovani, non più costretti a lasciare il nostro Paese per avere un’opportunità.
I truffati delle banche saranno finalmente risarciti! Abbiamo istituito un Fondo ad hoc di 1,5 miliardi.
Per la prima volta lo Stato è dalla parte dei cittadini. Per la prima volta non toglie, ma dà. Gli ultimi sono finalmente al primo posto perché abbiamo sacrificato i privilegi e gli interessi dei potenti. Sono felice. Insieme abbiamo dimostrato che cambiare il Paese si può e che i soldi ci sono. Tra poco in diretta su Facebook vi racconterò tutti i dettagli!

Un mucchio di pompose  stupidaggini,  molto costose,  perché ora  le si può tradurre in fatti. Detto altrimenti: Tria e Mattarella  hanno regalato una pistola carica a  un  pugno  di facinorosi  e  di  cretini presuntuosi.  Il lato grave è che la gente ci crede, proprio come con Mussolini, altro "Salvatore" dell’Italia e "Duce degli umili".   
In realtà, l’effetto di questi provvedimenti  non sarà solo  quello di affossare economicamente l’Italia, ma anche di  portarla fuori dall’Euro e dall’Ue.  Ci spieghiamo meglio.
Probabilmente il governo giallo-verde, sfida l'Europa,  proprio perché punta  sulla  deriva venezuelana.   Si rifletta.  Salvini ha ceduto praticamente su tutto (altro che flat tax...),  perché vuole rompere con Bruxelles: usare "gli euroburocrati"  come capro espiatorio, colpevole  del  niet "alla Manovra del Popolo". E la rottura con l'Ue è il trait d'union  ideologico con Di Maio.
Sicché,  anche  qui,  si rischia di  tornare, man mano che la crisi si aggraverà, alla "retorica mussoliniana" delle sanzioni contro l'Italia  delle "cinquantadue nazioni" e del teatrale e  conseguente  "faremo da soli". Insomma, la logica di fondo delle misure è autarchica.
Non c’è da dire altro, se non che  Mattarella, proprio come Facta (che fino all’ultimo sperò di contenere, blandendolo  Mussolini), rischia di passare alla storia come il Presidente della Italexit. Complimenti anticipati. 
Esageriamo? Se ne riparla davanti ai bancomat chiusi. 


Carlo Gambescia    


giovedì 27 settembre 2018

Conte  dichiara all'Onu  di difendere i poveri…
E invece difende l’Italia peggiore




«Una direzione fondamentale di politica di questo governo è un'attenzione alla giustizia sociale. In questa prospettiva un capitolo importante è il reddito di cittadinanza: non potremmo perseguire una manovra economica con 4,7 milioni di poveri, rimanendo indifferenti e non adottando misure adeguate che possano recuperare le persone "drop out", tagliate fuori, al circuito del lavoro e di una vita economica e sociale piena". Lo dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in conferenza stampa all'Onu. »



Le parole di Conte rappresentano la perfetta sintesi di una politica economica populista, basata sulle stupidaggini e sull’Italia dei peggiori.   
Sul piano dei dati  cinque milioni di poveri - ammesso e non concesso  l’uso di metodologie statistiche non compiacenti (*) -  sono un dato fisiologico. Gli studi sulla curva dei redditi provano  che negli ultimi due secoli ( e in particolare nella seconda metà dello scorso) il numero dei poveri è diminuito, la piramide si è trasformata in trottola, sicché, il numero dei poveri, pur essendo superiore a quello dei ricchi e ricchissimi, rimane nettamente inferiore a coloro che dispongono di redditi medi.
Per dirla brutalmente:  Italia, sessanta milioni di abitanti, meno di un milione di ricchi e ricchissimi,  54 milioni  di ceti medi (nelle varie sfumature), 5 milioni di poveri… 
Il numero dei poveri, pur con variazioni al rialzo, dopo la crisi del 2008-2009 (da 4, 4 e mezzo a 5),  è rimasto più o meno  stabile.  La curva storica dei redditi, ci dice che nelle società industrializzate,  il dato del 10 per cento di poveri è fisiologico, legato alle caratteristiche fisiche, mentali e culturali delle persone.  Può apparire crudele per le anime belle, ma purtroppo è così: intelligenza,  forza di volontà e  reddito crescente  procedono  alla pari.      
Naturalmente, un discorso razionale del genere, che   inviterebbe alla calma e alla ragionevolezza,  dal momento che, semplificando,  l’Occidente (Italia compresa)  non ha mai goduto di  una  salute così buona,  non può essere accettato da chi  si  sia imposto il compito di raddrizzare le gambe ai cani.  Il che spiega le stupidaggini di Conte  e  del governo giallo-verde, in particolare della componente  pentastellata.                          
Si dirà, ma hanno preso una montagna di  voti, quindi qualcosa di vero, eccetera, eccetera. Intanto, i poveri  non  votano (a provarlo c’è una letteratura politologica vastissima), votano i ceti medi, il nerbo della nostra società, che  - cosa che al tempo stesso è un pregio e un difetto -  sono da  sempre scontenti del  proprio stato, soprattutto nelle linee di confine, tra i vari strati in cui sono suddivisi (alti, intermedi, inferiori): si invidia sempre chi è subito sopra, e si disprezza chi è subito sotto. Il ceto medio, vuole migliorarsi e distinguersi: il che è un bene,  ma  condivide anche una visione patrimonialista del proprio stato economico (insomma, teme di perdere quel che ha, e si difende):   il che è un male, perché depotenzia  la volontà di ascesa sociale. Esistono, ovviamente delle differenze nazionali, sulle base del migliorarsi o del giocare in difesa, perché si teme il peggio.
Diciamo, per farla breve, che negli Stati Uniti, prevale l’ideologia migliorista, in Italia quella peggiorista. E,  per venire al punto, i pentastellati, ma anche i leghisti (puntando sullo schema comunicativo del razzismo preventivo),  hanno preso i voti, non dei poveri o dei miglioristi, ma della componente peggiorista del ceto medio.  
Il che spiega, il discorso di Conte, che, se ci si  consente la rozza  metafora,  parla a  nuora  (i poveri) perché suocera (il ceto medio peggiorista) intenda.  
Pertanto,  ma quale lotta alla povertà…  Ma quali poveri…   Conte e i suoi alleati di governo rappresentano  l’Italia degli invidiosi, che non fanno però nulla per migliorarsi.  L’Italia  di un ceto medio  peggiorista, che cerca una protezione di cui non ha bisogno.  
In qualche misura, la vera palla al piede dell’Italia non sono i poveri, pochi di numero  e  in qualche misura gestibili,  ma un ceto medio di egoisti, invidiosi  e, per dirla tutta, di  aspiranti nullafacenti,  che ha trovato nel governo giallo-verde il suo punto di riferimento politico e simbolico.            

Carlo Gambescia 

mercoledì 26 settembre 2018

Sovranismo, parola magica
Chiamali, se vuoi, nazionalisti…



Innanzitutto, ci si deve chiedere, perché i capi e gli  ideologi dei movimenti  sovranisti hanno  preferito la denominazione sovranismo,  invece di quella classica di nazionalismo. 
Probabilmente, perché si vergognano, mostrando di ben conoscere la verità. Quale? Che il nazionalismo novecentesco, a differenza di quello del XIX secolo, di ascendenza liberale, ha provocato enormi danni, scatenando in nome di una idea razzista della nazione, la catastrofica guerra civile europea.
Invece, il termine sovranismo  -  come si  legge nelle dichiarazioni  dei diversi  movimenti -  rinvierebbe “soltanto”  al recupero della  sovranità monetaria: il sovranista vuole il ritorno alla moneta nazionale, dal momento che si contesta la legittimità politica, giuridica ed economica delle moneta unica europea.
Tutto qui, allora? No.  In realtà, i movimenti sovranisti, oltre al recupero dell’ indipendenza monetaria, reclamano politiche economiche protezioniste. Il sovranista è  nemico giurato della cosiddetta globalizzazione, che, si dice,  favorirebbe le grande imprese transnazionali.
Diciamo che il sovranista è un nazionalista economico, insomma un protezionista. Tutto qui, allora?
No, perché il protezionismo economico, non è politicamente neutrale, nel senso che  a differenza del libero mercato, fondato sull’idea  di cooperazione economica,  si ispira a una visione  conflittuale.   Se il mercato libero, alla guerra sostituisce il commercio,  il protezionismo  considera la guerra economica come un proseguimento con altri mezzi, per l’appunto economici, della guerra vera.
Questo, in teoria. Nella pratica, anche il libero mercato, per imporre  le sue regole, talvolta  non ha potuto fare a meno di ricorrere  alle armi.  Ad esempio, la Seconda Guerra Mondiale può essere “letta” anche come un conflitto tra i sostenitori del libero mercato e i difensori  del protezionismo economico.
Tuttavia, secondo alcuni osservatori, non esisterebbero, nella pratica,   né il libero mercato   né il protezionismo,  ma solo un mix delle due cose insieme.  Il che, si dice, spiegherebbe fenomeni  come il colonialismo e  l’ imperialismo,  dei quali  la globalizzazione  non sarebbe altro  che  il naturale  prolungamento. Una dinamica perversa  che, a detta dei sovranisti,  finirebbe sempre per premiare le economie  forti, come gli Stati Uniti ad esempio,  astutamente  pronte  a nascondersi  dietro  l’ideologia del libero mercato,  per fare i propri interessi. Il che, se vero, proverebbe, una volta di più, se ci si  perdona la caduta di tono, la stupidità di  Trump. Ma questa è un'altra storia.  
Però vorremmo richiamare l’attenzione, su un altro  fatto,  molto importante: una cosa è predicare la cooperazione, e poi magari (ammesso e non concesso)  fare il contrario, insomma predicare bene e razzolare male;   un’altra è predicare la guerra, cominciando da quella economica,  per poi farla sul serio, come prova tutta la storia di nazionalismi novecenteschi, insomma, predicare bene (si fa per dire) e razzolare bene (si fa sempre per dire). 
Se il mercato libero, racchiude, comunque sia,  un messaggio di pace, come prova la storia interna degli stati europei negli ultimi settant’anni,   il protezionismo,  a partire, dal quello economico, ne veicola, inevitabilmente,  uno di guerra, come dimostrano due terribili conflitti mondiali.
Si dirà, ma non esiste una via di mezzo?  Certo, si chiama  Euro.  Ma ai sovranisti non piace.
Chissà perché?


Carlo Gambescia                         

martedì 25 settembre 2018

L’Italia dell’ uomo di  Neanderthal

Ormai è così.  La politica è  tornata ai tempi dell’uomo di Neanderthal.  “Di che tribù sei?  Quelli del mare?  Allora fuori!”.  “Tu, invece, da dove vieni?  Dalle montagne, e vuoi entrare nella mia grotta, perché fuori c’è la neve?  Fuori! Non ti conosco”…
Il succo  del "decreto-legge sicurezza" è questo. In violazione di qualsiasi norma di umanità e buon senso. Sì, buon senso. Perché, in Italia, dalla Bossi-Fini, per farla breve.  non è entrato più nessuno, salvo gli autorizzati  attraverso le quote, con lavoro e parenti a sostegno.  E, ovviamente, anche i clandestini. Che però la burocrazia italiana, con la sua lentezza congenita,  non è riuscita,  ci si perdoni la brutta parola, a smaltire rapidamente e civilmente.       
Certo, la guerra in Siria ha determinato un' emergenza. Ma, ora la situazione, soprattutto grazie al precedente Ministro dell’Interno, Minniti, è tornata normale.
Il “decreto-legge sicurezza” di Salvini è pura propaganda razzista. Totalmente inutile. Non va neppure  discusso.  Tra l’altro, non ci sono nemmeno  gli estremi dell’urgenza e della necessità.   Ci si augura che  il Presidente Mattarella si rifiuti di firmarlo.  
Dicevamo dell’uomo di Neanderthal.  Ormai  la politica, recepisce i grugniti della gente. E i diritti umani? Roba da ricchi.  " Chi tene  lu pane e lu vino  ha  da  esse' giacubino".  Così  gli ignoranti sanfedisti del Cardinal Ruffo...   Tradotto: Neanderthal forever. Insomma,  sembra non ci sia più nulla  da fare. Non bastano più  gli  studi demoscopici che indicano che la percezione comune della quantità di immigrati presenti in Italia  sia  completamente distorta e di molto superiore alla realtà.
Che dire?  Legge di Thomas (1° anno di Sociologia): se l'uomo  ritiene che una situazione irreale sia reale, e c’è un partito razzista, come la Lega, che su questa discrasia può guadagnare voti, non c’è nulla da fare, la situazione è considerata reale. E i razzisti vanno al potere. Insomma,  vince quell’uomo di Neanderthal che  è il punto forza della  politica del grugnito.  
E, cosa non secondaria,   quando   i razzisti   vanno al  governo,   i numeri non contano più nulla: le loro mascelle, come quelle del cranio  dello  scheletro metallico di Terminator, si aprono e si chiudono in automatico.  Devono "terminare" il lavoro...  Salvini  si  è talmente immedesimato  nel ruolo del razzista salvatore della patria, fino al punto di  apporre,  addirittura,   il suo nome sul decreto (vedi foto). Come i fascisti nel 1938.   Se la vedrà con  gli storici del  XXII secolo.
Ma ora,  come difendersi?  Non votarli a prescindere.  Sono i peggiori.
Si dirà,  ciccio, è la democrazia, di che ti lamenti?  Certo, Hitler andò al potere con i voti dei tedeschi. Come tanti altri dittatori, tutti democraticissimi...   In fondo,  che desiderano i  "democratici" che votano Salvini?  Non solo prendersela con gli immigrati regolari. "Prima gli italiani": do you remember?  Ma, peggio ancora,  cacciare a calci tutti quelli che hanno un colore di pelle diverso. Molto democratico.    
Gli Italiani, come Salvini,  vogliono  chiudere la grotta a tutti quelli  che vengono dal mare e dalle montagne. Proprio come l’uomo di Neanderthal.

Carlo Gambescia

                      

lunedì 24 settembre 2018

Dove va Steve Bannon?
 I Protocolli dei Savi  di  Davos



Chissà,  Giano Accame,  se  fosse ancora tra noi, cosa direbbe di Steve Bannon?  Che più che un intellettuale è un organizzatore e un comunicatore.  Accame,  negli anni Sessanta, unico nella destra neofascista,  invitò  in Italia John Dos Passos e James Burnham,  intellettuali  veri, non aspiranti controfigure del dottor Goebbels…
Diciamo pure che né Passos, romanziere  di successo,  né Burnham, finissimo politologo,  avevano e   hanno nulla  in comune con un una specie di pappagallo,  Steve Bannon,  che più o meno ripete sempre  le stesse cose,  maldestramente racchiuse,  nei famigerati Protocolli dei Savi di Sion. Esageriamo? No. L’ex ideologo di Trump (un magnate come Berlusconi, ma più cattivo e privo di rotelle), ha sostituito il mito del   complotto giudaico  con quello  delle  “élite di Davos”: qualcosa di ancora più indeterminato e dunque gestibile  secondo le necessità ideologiche del momento.
Per farla breve.  Goebbels aveva una precisa ideologia di riferimento, il nazionalsocialismo,  un capo, Hitler,  e un nemico, l’ebreo.  Bannon, per ora ha soltanto un  nemico,  molto generico.  Sull’ideologia sta lavorando. Sul capo,  anzi sui capi, sembra  invece  indeciso.
Però, proprio questa genericità,  fa di Bannon persona ancora  più pericolosa,  perché, intanto, stando a quel che dice ai suoi studenti europei (ad esempio: "Non vergognatevi delle accuse di razzismo, anzi siatene fieri"), rinvia a  quel mefitico crogiolo culturale,  rappresentato dalla cultura della tentazione fascista degli anni Venti e Trenta.  Nelle sue parole, si ritrovano con facilità,  temi come quelli della decadenza, del nazionalismo, del razzismo,  dell’antiliberalismo, del protezionismo, eccetera, eccetera.
Di qui, la sua  sintonia,  con personaggi come Nigel Farage,  Marine Le Pen, Matteo Salvini e, ora pare, Giorgia Meloni. 
Giano Accame, all’epoca venne criticato, in nome del solito antiamericanismo idiota tipico dei fascisti,   per la sua attenzione verso  Dos Passos e Burnham.  Pertanto, anche nel partitino della Meloni, per non parlare del  microscopico neofascismo a destra di FdI,   Bannon potrebbe risultare sgradito.   Ad esempio, i suoi frequenti richiami alle nostre radici giudaico-cristiane, in certi  ambienti, dove si venerano ancora i reparti delle SS musulmane, favoriti dai nazisti nei Balcani, potrebbero  non essere apprezzati. 
Ovviamente,  un personaggio culturalmente scialbo come Giorgia Meloni (un Gianfranco Fini in gonnella), come si dice, "si è buttata"  e  ha trascinato un Bannon, che, per ora non cerca  altro,  sul palco dell’Isola Tiberina, settore, se abbiamo capito bene,  "I Trecento delle Termopili"... 
Si discute molto sulle potenzialità o meno  del progetto di Bannon, che ha preso residenza a Bruxelles, di unificare i movimenti sovranisti europei.  “The  Movement”,  come ogni altra internazionale nera, può funzionare, come piattaforma per provocare la dissoluzione dell’Unione Europea, dopo di che però, ogni membro, inevitabilmente, si schiererà contro tutti  gli altri e così via.   A meno che, la piattaforma da politica non si trasformi in bellica.  Perché  a quel punto, secondo inevitabili logiche di schieramento geopolitico e militare,  il nazionalismo non potrà non arrivare, che unito, allo scontro finale con il liberalismo.
Se la meta  di una conflagrazione generale, sia parte del progetto di Bannon, è difficile dire. Come è altrettanto complicato prevedere se in Europa, troverà sponde, realmente disposte ad ascoltarlo, al di là  delle apparizioni  alle  kermesse politiche.
Ciò  che invece dovrebbe preoccupare -  a prescindere -  è lo stile complottista, da Protocolli dei Savi di Davos,  perfettamente incarnato da Bannon.  Capri espiatori  e sfruttamento della  credulità pubblica,  fanno parte di uno stile politico  paranoico,  molto pericoloso per le libertà di tutti. 
È vero, come la storia insegna, che la biscia alla fine morde il ciarlatano.   Ma quando?  L’ultima volta,  sono serviti sei anni di guerra. 
Carlo Gambescia


                            

domenica 23 settembre 2018

Due  parole su Casalino e l 'audio rubato
Un’Italia di nullafacenti



Diciamo subito che  non è che serviva l’audio  rubato a Casalino,  per scoprire la  natura  “sangue e merda” (pardon) della lotta  politica. Che è tale,   per i Cinquestelle come per tutti gli altri.  Negli Usa, paese molto più democratico del nostro (nonostante Trump),  da sempre,  ogni nuova  amministrazione mette nei “gangli vitali” i suoi tecnici. Lì però,  non si scambia il governo  con lo stato, che, comunque sia, negli Stati uniti deve restare sempre minimo.
Il civil servant è un dipendente del "governo federale". Insomma, negli Usa,   il  bruttissimo concetto di "servitore dello Stato"  non esiste, quanto meno nel significato italiano, del gesuitico  perinde ac cadaver.  Che poi di fatto significa   che il  "servitore dello Stato"  deve ridursi  a servire, sottomettendosi come un cadavere,  cordate politiche che si identificano  - attenzione  -  con lo stato, non il governo. Tragedie di  uomini ridicoli. Politicamente ridicoli.
Magari, il punto è  che i pentastellati, mescolati ai  leghisti, hanno dato vita a un governo della paura, un mix di razzismo e pauperismo: una mina vagante.
In realtà però,  il  vero problema  - grosso come una casa -   è rappresentato  dal pericoloso mutamento di idee e opinioni  in atto nel Paese. Un sintomo?  Pure molto brutto?  Ieri mattina,  durante  “Prima Pagina” di Rai 3,  già riserva di caccia della sinistra acculturata, alcuni ascoltatori, non contestati da nessuno,  elogiavano il redivivo  Cnel, che ora, addirittura, dovrebbe occuparsi della corruzione negli stati africani.  Altri invece  celebravano  le vecchie pensioni baby, come anticipazioni storiche del  reddito di cittadinanza, perché avrebbero permesso -  a spese dello stato, il commento è nostro -  di scegliersi  il lavoro  più gradito…  
Insomma, gli italiani ormai non solo sognano,  ma  iniziano a credere  seriamente  nella  possibilità di trascorrere   una vita se non in vacanza,  da eterni adolescenti in attesa di realizzare i propri  sogni. Solo sui permaflex   italiani, ovviamente, perché anche il razzista Salvini piace un sacco…
Ripetiamo, la questione non è quel dice  Casalino  - tra l’altro in privato... -   ma quel che pensano gli italiani: di andarsene in pensione a poco più di sessant’anni,  di ricevere ogni mese  duemila euro dallo stato,  di veder  sparire tutti “i negri” in circolazione e, se proprio si dovrà lavorare,  cuccarsi   posti fissi, possibilmente statali.
Il vero  problema   non è costituito dagli sfoghi privati di Casalino, ma da un'Italia di nullafacenti.
A spese di chi?


Carlo Gambescia             

venerdì 21 settembre 2018

Il “megastipendio” di Casalino
La malattia italiana…

Per usare una metafora organicista, il corpo dell’Italia è malato.  A cominciare dalla mente: dalla pubblica opinione, il cervello di un paese liberale.
Un esempio lampante di questa malattia mentale,  che si estende  dalla  destra alla  sinistra, è rappresentato dall’importanza  che i giornali, per non parlare dei social,  oggi   attribuiscono agli emolumenti di Rocco Casalino,  Capo-ufficio stampa di Palazzo Chigi. Ritenuti eccessivi.  "Caso" sollevato dall "'Espresso" (*), subito ripreso dal "Tempo". Destra e sinistra  come dicevamo.   
Per farla breve: la politica ridotta al taglio degli stipendi, al giochino antistorico, antimoderno, antimeritocratico del pauperismo politico e sociale. A quale fine?  Sopire  invidia e risentimenti collettivi, dopo averli artatamente stuzzicati.  Si potrebbe parlare, se le nostre non fossero società completamente secolarizzate,   di momento savonaroliano della politica. Perché,  si ritiene, alla stregua del  frate domenicano,  che povertà sia sinonimo di onestà. 
A Firenze la dittatura di Savonarola, l’idolo dei  “piagnoni”, durò poco, ci fu una ribellione e lo tolsero di mezzo. Machiavelli, con parole degne di Tacito, evocò l’inevitabile sconfitta dei  “profeti disarmati”,  rivendicando il  “momento della forza” in politica.
Diciamo allora, che l’attuale governo giallo-verde,  al contrario del Savonarola,  non è assolutamente disarmato. Si è insediato nel cuore dello stato.   Il potere c’è, anche se  non si vede, come provano le recenti grane giudiziarie della Lega finite in barzelletta.
Di conseguenza,  credere che si possano combattere i piagnoni, per giunta ben armati, piangendo più forte di loro ( tradotto: con il pauperismo al quadrato,  la gara  a chi guadagni di meno),   rischia solo di favorirne rafforzamento. E poi,  perché gli italiani, sempre pronti a piangersi addosso,  dovrebbero preferire ai Savonarola originali, in giallo-verde, le sbiadite copie  di sinistra e destra ?
E, anche ammesso ( e non concesso) che i piagnoni di sinistra e destra,  riuscissero, grazie a campagne di stampa mirate,  a far cadere il governo savonaroliano,  sulla questione del pauperismo retributivo, una volta insediati i vincitori,  a prescindere dall’appartenenza (Forza Italia, Partito Democratico, Liberi Uguali, i profughi  della Lega o addirittura di  Cinque Stelle), dovrebbero continuare la stessa politica, per non essere a loro volta attaccati sull'altezza degli stipendi.  E così via, lungo una pericolosa deriva  antipolitica, antimoderna, antistorica, antimeritocratica. 
Come si può capire, con una pubblica opinione, nelle mani del populismo pauperista,  da destra a sinistra, per ora,  non c’è  alcun  futuro.
Non resta  perciò  che attendere il blocco  dei conti correnti e la chiusura dei bancomat… Forse allora gli italiani capiranno. E, come noto, chi di Savonarola  ferisce, di Savonarola perisce.

Carlo Gambescia 



                        

giovedì 20 settembre 2018

Di Maio  viaggia in economy…
Le promesse-premesse impossibili del populismo  


http://www.adnkronos.com/2018/09/19/viaggio-economy-maio-posta-video-dall-aereo_iwJAzUuvVMbEXVUeeacJDO.html




Che cos’è il populismo?  Negli ultimi anni la letteratura scientifica in argomento è cresciuta a vista d’occhio, senza però giungere a una conclusione definitiva (del resto la scienza è così, se seria, rifugge dalle definizioni apodittiche).
Il principale ostacolo allo studio e comprensione del fenomeno è rappresentato dal fatto che per ora i populisti non governano, o comunque mancano sufficienti dati empirici per valutarne la portata sociologica,  sotto l'aspetto delle politiche pubbliche effettive.  Naturalmente,  le premesse teoriche del populismo -  puntando su una provvisoria sintesi politica -  lo collocano all’estrema destra dell’arco politico: nazionalismo, razzismo, anticapitalismo, antiliberalismo sono i suoi punti di riferimento ideologico.  Alcuni studiosi  vi ravvisano sfumature di sinistra,  probabilmente, crediamo, le stesse che caratterizzano i fascismi storici e i socialismi nazionali a sfondo dittatoriale.
Ma non è tutto.  Un fattore che connota  il populismo è il totale  disprezzo verso le élite dirigenti (politiche, economiche, culturali, sociali). Ovviamente, come provano  il fallimento del socialismo e la michelsiana legge ferrea dell' oligarchia,  non è possibile eliminare la distinzione "tra élite e popolo".  I leader populisti invece sostengono enfaticamente il contrario.  Di qui però, gli atteggiamenti tesi a provare fino al ridicolo,  che il dirigente populista, una volta al potere,  continua a mantenere lo stesso stile di vita del “popolo”.
Sotto questo aspetto il video di Luigi Di Maio,  Vice Presidente del Consiglio,  che mostra   il biglietto  aereo classe economy  per provare che "lui" continua a vivere con un  figlio del popolo ha valore esemplare. Ci spiega perfettamente cosa sia il populismo:  un tentativo di governare, puntando sull’odio per qualsiasi forma di distinzione sociale,  anche quelle   che consentirebbero  ai  Ministri di fruire di  voli speciali per normalissime  ragioni di prestigio e sicurezza.  
E invece, così pontifica Di Maio:   i “Ministri del Popolo” devono viaggiare in classe economy. E  non importa se accompagnati nello stesso aereo  da numerosi collaboratori e collaboratrici (come si evince dalla risatine che fanno da cornice sonora al video) e da un nutrito gruppo di  guardie del corpo.
Attenzione:  non ne facciamo  una questione di soldi  e risparmi.  Di cose da "rinfacciare" in "giornalistese", eccetera, eccetera.  Il vero problema  è che  la società populista che si sta  profilando, qui in Italia,  comincia a   mostrare tristemente il suo volto:  quello ipocrita  di  Luigi Di Maio, che si dice dalla parte del popolo. Ma lo imbroglia.  Perché, comunque sia, sicurezza e prestigio di una carica,  impongono misure particolari e trattamenti diversi. E’ nell’ordine delle cose sociali, da alcune migliaia di anni, a prescindere dal regime politico.  E far credere alla famigerata “gente”  che  non siano necessarie  significa imbrogliarla.
Il populismo, a cominciare in fondo dalle piccole  cose (come un viaggio in aereo), promette ciò che non può  mantenere. E in questa discrasia  è racchiusa la sua  essenza, politicamente autoritaria, se non totalitaria.  
Ci spieghiamo meglio:   man mano che la distanza  tra le promesse/premesse ideali  e le reali politiche pubbliche tende inevitabilmente  ad ampliarsi  (perché la verità, nel caso sociologica, si vendica sempre), nel governo populista  non può non crescere  anche  la tentazione di forzare, dunque del giro di vite autoritario,  persino contro i suoi militanti, elettori, simpatizzanti. 
Sicché, l’ipocrisia cede alla violenza,  la violenza all'autoritarismo, che, a sua volta, si regge sulla violenza.   E la violenza porta con sé,  sempre altra violenza...  

Carlo Gambescia

                                                                     

mercoledì 19 settembre 2018

Da Mussolini a Di Maio e Salvini
Il  duro prezzo dell’arroganza e della falsità  


Leggo, studio, scrivo da tanti anni.  Oltre alla sociologia, mia disciplina elettiva,  amo la storia.  La ritengo importante per capire il presente.  Ma fino a  ieri sera,  a proposito del fascismo, pur avendo letto molti libri,  non ero mai  riuscito -  lo ammetto senza problemi -  a calarmi nella mentalità degli antifascisti. E soprattutto,  a spiegarmi la ferocia  della guerra civile. E il suo terribile esito finale. Parlo di Piazzale Loreto.  
Perché?  Un poco per carattere, un poco perché preferisco argomentare invece di sferrare pugni: si chiama, come i lettori sanno, retorica della transigenza; un poco perché come studioso  cerco sempre  di tenermi al di sopra delle parti,  o almeno tento.  Quindi, ripeto, non capivo la rabbia, accumulata e poi esplosa,  degli antifascisti. 
Ieri sera, finalmente, davanti a "DiMartedì", all’untuosità  del conduttore, che non merita neppure  di essere nominato,  e alle menzogne sfacciate e al linguaggio da  asini  presuntuosi di  Luigi Di Maio e Matteo Salvini  (*),   ho capito quel che devono aver  sofferto gli antifascisti durante il Ventennio.
Quante menzogne... Un’Italia che non è al lumicino, come invece sostengono i due "commissari del popolo".  Una flat tax che non è una vera  flat tax.  Un reddito di cittadinanza  che non è un  vero reddito di cittadinanza, eccetera, eccetera.  Menzogne su menzogne.  Senza alcun  contraddittorio...
Quanta arroganza verso il Ministro dell’economia… Che “deve trovare i soldi”.  O nel parlare di  un progetto di legge costituzionale  per la  riduzione dei parlamentari,  presentato  come fonte di grande risparmio,  100 milioni di euro  all’anno contro un debito pubblico che ha superato da un pezzo i 2000 miliardi…  Ridicolo.  E, come sopra, nessun contraddittorio.  
Quanta rabbia,   dentro di me.  E  Di Maio e Salvini sono   al potere neppure da quattro  mesi. 
Mussolini, capace  anch’egli di monologhi, altrettanto falsi e  arroganti, tenuti per più di  vent'anni. con conseguenze disastrose per l’Italia,   alla fine  venne prelevato e fucilato. E appeso. Senza alcuna pietà.
Ora capisco.       

Carlo Gambescia


  

martedì 18 settembre 2018

Liberali e riformisti divisi davanti al governo giallo-verde
Se anche  Ernesto Galli della Loggia e Giovanni Orsina passano al nemico….





Parliamo di pazienza.  Non sappiamo  quanto gli amici lettori riescano a seguire certe polemiche, che in sé non dicono molto, ma  servono per capire le linee di frattura tra i liberali  italiani.
Di preciso, di che cosa parliamo?  Ad esempio, del  botta risposta con l’amico Teodoro Klitsche de la Grange, che ha visto emergere una profonda divisione  sulla necessità di appoggiare o meno un pericoloso  governo di energumeni e ignoranti presuntuosi.  De la Grange è per un ni, che tende, crediamo,  a   sfumare  in sì.   Invece, chi scrive  è per il no (*). Scelta più volte esplicitata e rappresentata su questo blog.
Proprio oggi Giuliano Ferrara, discute le tesi  di intellettuali liberali  come Giovanni Orsina  e Galli della Loggia,  che però a differenza del fondatore del “Foglio”,  credono, sintetizzando, di poter civilizzate i barbari.  In fondo, si tratta della stessa  tesi sostenuta   anche da altri due   intellettuali: Alessandro Campi, post-fascista pentito e girovago, ma  in cattedra.   E  Marcello Veneziani, fascista mai pentito, cultore del calembour  e spiritosaggini  varie  in stile Bagaglino.  
Pertanto,  Campi e Veneziani, per ragioni di Dna,   non fanno testo, ma Orsina e Galli della Loggia, tra l'altro  autori di libri molto  interessanti, sì.
La prima domanda  da porsi è cosa vi sia in comune, intellettualmente,   tra due professori  e due gruppi politici composti  di analfabeti funzionali.  Nulla.  La distanza non può che  essere incolmabile.
Ma, come spesso, si sottolinea, la politica è  “sangue e  merda”, quindi la cultura  resta  questione secondaria.   Sicché  inutile chiedere la conoscenza delle tabelline e della grammatica a chi vinca le elezioni.  Perfetto.
A dire il vero,  Orsina e Galli della Loggia, non ne fanno una questione di cultura, ma più semplicemente di realismo politico.  Il ragionamento è  il seguente: se questa è la realtà politica, inutile fuggirla, bisogna mettere i barbari alla prova, tentare di addomesticarli, per tirarne  fuori il meglio.
Il ragionamento, dispiace dirlo,  è totalmente sbagliato.  Per quale motivo?  Perché  non tiene conto del fatto che i Salvini, i Di Maio eccetera  hanno  vinto  puntando proprio sulla  “diversità  da tutti gli altri”. Proprio sul loro "essere barbari".   E sanno benissimo che quanto più vengono a patti con “il sistema” tanto più rischiano di perdere consensi. Pertanto,  se tatticamente, possono fare qualche concessione,  dal punto di vista strategico puntano a qualificarsi come duri e puri.  Ripetiamo,  la diversità è la loro forza, ne sono consapevoli, e difficilmente cederanno sulle misure che fanno la differenza.
E non è detto, altra questione importante, che l’incivilimento, suggerito da Orsina e Galli della Loggia,   che in pratica non è altro che il tentativo di dividere, all’interno della maggioranza giallo-verde,  i moderati (pochi) dagli estremisti (tanti), se portato a  effetto,  possa  favorire una ricomposizione liberale e riformista del quadro politico. Perché i fuoriusciti, sarebbero comunque portatori sani  del virus  nazionalista, razzista, protezionista e statalista: idee  diluite,  quanto si voglia,  magari all'interno di nuovi raggruppamenti politici,  ma sempre (come dire?) frutto avvelenato  di uno stramaledetto albero: quello della guerra civile europea.
Ciò che non capiscono, o fingono di non capire,  Galli della Loggia e  Orsina, è che fra la tradizione liberale e riformista che ha fatto grande l’Europa  - e l'Italia -   negli ultimi settant’anni,   e i populisti, che vogliono raderla al suolo,  c’è una differenza di specie,  non di grado.  Come con i fascisti, nazisti e comunisti.  
Il populismo, non è altro  che una prosecuzione ( o ritorno, se si vuole)  del totalitarismo  con altri mezzi (per ora). Altro che trattare…  Bisogna opporsi, con tutte le forze  Che non sono molte. Verissimo. Però  le cose nobili e difficili, vanno affrontate proprio perché nobili e difficili.

Carlo Gambescia


lunedì 17 settembre 2018

Il fascino collettivo del leader
Servono pretoriani liberali...



La prendiamo da lontano. C’è una costante  metapolitica  che attraversa la storia umana. Quale? Il fascino collettivo di essere governati da un uomo e non dalle leggi.  I Romani della Repubblica, per un lungo periodo  furono governati dalle leggi e dalle consuetudini, qualcosa di oggettivo, che, eventualmente si identificava  con  corpi politici (senato e comizi). Per Contro   l’impero, fu la forma più alta di personalizzazione della politica, dunque di soggettivo,  condivisa dai sudditi.  E così via.
Non è facile  evitare il potere personale. La democrazia ateniese, nella sua forma più alta rinvia a Pericle. Le forme di potere, durante il medioevo e l’età moderna, rinviano al potere, ben individualizzato,  di monarchi  e famiglie. Ancora all’inizio del  Novecento,  i contadini siciliani e  russi protestavano per le campagne e città, sfilando, rispettivamente,  con le immagini  del Re  e dello Zar. Inutile, infine,  ricordare il culto della personalità  (e del potere individualizzato)  nelle  moderne  forme totalitarie.
Cosa vogliamo dire?  Che uno dei piatti della bilancia storica (e sociologica), sembra pendere dal lato  della personalizzazione  del potere. Le rivoluzioni moderne, fondate sullo stato di diritto e le istituzioni rappresentative sono, per ora, quasi  un specie di unicum.  Un gigantesco tentativo di razionalizzare il bene oggettivo.   Se vogliano una specie di esperimento politico e sociale.  Ora, però, proprio in Occidente, la sua culla, il mondo della sovranità delle leggi, sembra soffrire il duro assedio, del  populismo.
Il che spiega, perché un personaggio, dai tratti spiccati  dell’uomo forte,  come Salvini,  sia  visto  con favore dagli italiani:   una specie di imperatore militare,  un  pretoriano,  che dovrebbe difenderci dai barbari.  E come?  Ricorrendo a modi spicci,  violando le regole e tradendo i patti sottoscritti liberamente con gli alleati europei.  Comportamenti tipici di  chiunque eserciti un potere assoluto.
Ovviamente, siamo solo all’inizio. La questione è ben più grave. Perché, una  volta contrastato  “il pericolo immigrati”, o comunque creato lo stato di eccezione,  le armi di Salvini  si rivolgeranno contro gli italiani. Verso i quali  non potranno non essere   usati gli stessi modi  violenti  con i quali vengono trattate persone  che non ci invadono con le armi e che sperano solo  nell’  opportunità di condurre una vita migliore.  E non si capisce perché, se Italia ed Europa affrontarono  nel 1945, l'emergenza di  circa 40 milioni di rifugiati, che vagavano allora per il continente,  non riescano, oggi, ad affrontare in modo civile  un'emergenza meno grave (*)  
Salvini, insomma, come  una specie di  imperatore militare. Roma li vide apparire nel III secolo  con i Severi. Quello fu il periodo  delle più dure persecuzioni contro i cristiani.  Dopo di che Roma, con Diocleziano,  si trasformò in una monarchia orientale.   
Il fascino, esercitato in basso,   del potere assoluto,  è  frutto del collegamento psicologico   tra bisogno di protezione  e  necessità di  far dipendere la propria salvezza da un entità personale sovra-ordinata.  Una forza psico-sociale che attraversa, ripetiamo, l’intera storia umana, dando vita alla costante metapolitica, potere delle leggi-potere personale.  
Forse se l’ idea europea, lo stato di diritto e le  istituzioni rappresentative, si incarnassero in un  uomo speciale, la battaglia contro i populismi, potrebbe essere combattuta alla pari. Certo, semplificando,   trovare un pretoriano liberale,   sembra  una contraddizione in termini...
Tuttavia, c'è un precedente moderno.  Nel 1939-1945, emersero, come per incanto,  due  pretoriani  del liberalismo,  incarnati da Roosevelt e Churchill, che però dovettero allearsi, con Stalin, perfetta incarnazione del potere assoluto.   Un atto di realismo politico.  Che comunque portò alla salvezza. E in seguito, grazie ai superiori meriti della società aperta,  alla dissoluzione della società chiusa comunista.  Mai, insomma, smettere di sperare.
E oggi però?  Dove sono i loro eredi? 
Carlo Gambescia 

venerdì 14 settembre 2018

Impressioni di settembre
Governo giallo-verde,
più lo mandi giù, più si tira su!



Impressione sgradevole, comprovata, purtroppo, dai sondaggi: più l’UE  richiama  l’Italia ai patti liberalmente sottoscritti, più si rafforza la posizione del governo giallo-verde. Insomma, per parafrasare una vecchia pubblicità,  più lo mandi giù, più si tira su…
Certo, resta il passaggio, fondamentale, della legge finanziaria, Che però potrebbe essere "usata"  dal governo in carica contro l’Europa. Come?  Nel senso del “metodo Cinque Stelle”, subito recepito da Salvini:  Non è colpa nostra sono loro (i precedenti Governi, l’Europa, la Finanza) che ci impediscono, prima con i loro errori, poi  con i loro attacchi, di contribuire al benessere degli italiani”.
L’argomento demagogico, purtroppo, è fortissimo. Perché, ci si rivolge, e Salvini e Di Maio ne sono consapevoli, come il dottor Goebbels era consapevole della forza della propaganda più volgare e stupida,  a un’Italia devastata, nei cervelli,  dal giustizialismo e dal risentimento e con una percezione totalmente distorta degli ultimi settant'anni di storia repubblicana.  
Su queste basi immaginarie,  resta difficile far ragionare una pubblica opinione fanatizzata e convinta che l’attuale governo moltiplicherà pani e pesci, alla stregua del Cristo dei Vangeli.  Come  portare all’attenzione del credente fino all'assurdo,  argomenti razionali  in difesa dello stato di diritto e dell’economia di mercato? Impossibile.  Nella migliore dell’ipotesi c'è il rischio di sentirsi rispondere che è esattamente quel sta facendo il governo,  nella peggiore  che si è piddini. Ormai,  insulto politico.
La cosa più grave è che manca una  vera e propria opposizione politica e culturale al governo giallo-verde. Dal Partito Democratico a Forza Italia ci si illude di combattere il  populismo -  che (per ora) non è altro  che la prosecuzione  del  fascismo con altri mezzi -  con il  populismo al quadrato. L'incultura con l'incultura, insomma.
Si registra in Italia, non da oggi ovviamente,  la mancanza  di un’opposizione liberale, riformista, europea. Il Politicamente Corretto di Destra (PCD), caratterizzato principalmente dai temi del razzismo e dall’anticapitalismo, ha da tempo conquistato i Social,  i talk televisivi  e  ora sta  straripando  sulla stampa di destra e non. Altro che egemonia  del Politicamente Corretto di Sinistra (PCS)… Adesso,  è il PCD a dirigere l'orchestra.   Si leggano ad esempio, gli editoriali di Sapelli, sul "Messaggero", giornale un tempo moderato. Oppure i retroscena politici,  “un colpo al cerchio, uno alla botte",  sul “Corriere della Sera” e sulla “Stampa”. La battaglia sui diritti degli immigrati di “Repubblica”, “Manifesto”, “Avvenire”, giusta in linea di principio, se  non coniugata a un saldo europeismo, liberale e riformista, rischia di essere irrealistica e controproducente.
Si dirà,  che i voti,  oggi come  oggi,  vengono  “spostati”  più  da un twitt di Salvini e Di Maio  che da un articolo di fondo di Scalfari o Panebianco. Giustissimo. Come pure  si dirà, che  all’ opposizione occorre un leader carismatico.  Altrettanto giusto.  Però, prima di un colpo di twitt e della ricerca di  un capo ispirato, occorre avere le idee chiare, su quello che si vuole. E qui, il buio è totale. Per giunta,  Renzi (o Zingaretti),  Berlusconi, Grasso, Bonino, oltre a essere divisi su tutto (Europa, bilanci, immigrazione),  non si fidano gli uni degli altri.  
Il governo giallo-verde, tra l’altro è  sostenuto all’esterno, dal non così disorganico, soprattutto nel sociale,  mondo neofascista:  gente decisa, violenta, se appoggiata dalle forze dell’ordine, pronta a tutto.  E in particolare, qualora  si arrivasse al muro contro muro con l'UE.
Perciò la vediamo dura.  Gli italiani rischiano  di  accorgersi del guaio in cui si sono cacciati,  solo  quando  non potranno  più accedere ai conti correnti e “ fare Bancomat”.  E questo perché,  la libertà, qui da noi, come fine, e non puro mezzo,  non è mai stata  reputata importante.    

Carlo Gambescia
             

giovedì 13 settembre 2018

Un saggio di Giovanni Barbieri
Guarda chi si rivede!
La plutocrazia demagogica…

https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=23290

Il termine  “plutocrazia demagogica”,  molto in voga durante il fascismo per ragioni propagandistiche, dunque oggi screditato, non ha  però perduto  la sua valenza sociologica. Purtroppo, gli accademici sembrano  guardare altrove.
Perciò  il lettore,  immagini la nostra sorpresa, quando preparando uno studio, abbiamo scoperto che un sociologo, Giovanni Barbieri, docente presso l’Università di Perugia,  ha  addirittura prodotto un libro in argomento, e appena due anni fa.  Dal  titolo, tra l’altro, piuttosto battagliero: Democrazia e plutocrazia nell’Italia di Berlusconi (Angeli, Milano 2016, pp.  174, euro 23,00).
Di Barbieri, a dire il vero, avevamo già letto qualche anno fa  Pareto e il fascismo  (Angeli, Milano 2003), eccellente ricostruzione di una liaison dangereuse per antonomasia... In realtà, legame assai casto, politicamente parlando, breve e molto platonico, celebrato o demonizzato dalle solite malelingue dell’ideologia fascista e marxista.
Democrazia e plutocrazia,  si divide in due parti: La prima ("Plutocrazia e plutocrazia demagogica"),  analizza in tre densi capitoli, storia e interpretazione del concetto:  dal pensiero antico al moderno, per poi giungere alla riflessione  di Pareto e altri autori, protagonisti “dell’età della catastrofe” (termine, se non erriamo, che Barbieri riprende dallo storico marxista Hobsbawm) e di quella contemporanea. Nell’ultimo capitolo, della prima parte si dà la definizione di plutocrazia demagogica. Barbieri riconduce il concetto di plutocrazia, legandolo alla modernità capitalistica,  nell’alveo “dell’uso politico del capitale, per la commistione che genera fra sfera politica e quella dell’economia, per la posizione di privilegio che essa concede all’imprenditoria tariffata e assistita” (p. 75). Insomma, se ci si passa l'espressione,  quel territorio, neppure ben delimitato, dell' "arraffa arraffa": le zone grigie tra pubblico e privato,  frutto avvelenato  dell’economiste miste, dove, confermiamo (stando anche alle non poche ricerche in argomento),   dirigenti e amministratori, finanzieri e imprenditori,  usano  passare dall’uno all’altro settore,  stringendo amicizie, rapporti pericolosi e trasversali, sia con le famiglie della politica,  sia con quelle dell’economia. Barbieri, giustamente riprende il termine  di “crony capitalism:" un capitalismo clientelare (crony) che al rischio e al gusto della creazione economica  preferisce lucrare sulle facili concessioni pubbliche o sulle compartecipazioni a peso d'oro. 
Il lato demagogico della plutocrazia è invece rappresentato, dal risultato finale. Di che cosa?   Dell’interazione tra “avvento della società di massa”, “sviluppo  dei mezzi di comunicazione” e “ascesa di plutocrati demagogici che mirano all’acquisizione del consenso servendosi dell’adulazione, della manipolazione e della corruzione” (Ibid.).
Nella seconda parte,  Barbieri, si concentra sull’ analisi sociologica, come recita il suo  titolo, della "Plutocrazia demagogica nell'età berlusconiana". Nel primo capitolo, vengono passate in rassegna  le differenti interpretazioni dell'avventurosa vicenda del Cavaliere.  Tra le principali tesi discusse,  ricordiamo quelle di Ginsborg e  Diamond e Plattner (patrimonialismo, il primo, democrazia elettorale, non liberale i secondi),  di Sartori e Viroli (Sultanato e Sistema di corte),  populismo post-moderno e populismo televisivo (Andrews, Taguieff), peronismo soft, democrazia autoritaria (Flores d’Arcais, Gibelli).
Barbieri, sulla scia di Pareto, coniugato euristicamente con gli  studi politologici sulle democrazie in transizione (non è una critica, ma  avremmo prestato più attenzione, non un semplice richiamo, pur ampio, in nota,  all’ottimo lavoro di Orsina),  introduce il concetto di democrazia -  plutocratica o meno -   come un fenomeno  in continua trasformazione, anzi “in continua evoluzione”. Quindi qualcosa,  concettualmente parlando,  di inafferrabile, o se si preferisce di provvisorio: di qui, a suo avviso,   l’utilità del concetto di plutocrazia demagogica, formula giudicata come “la più appropriata” per sintetizzare “adeguatamente i caratteri delle trasformazioni che stanno emergendo sotto i nostri occhi” (p. 104).
Nel secondo capitolo della parte seconda, l’ultimo prima delle conclusioni,  Barbieri  passa ai riscontri di tipo  empirico, analizzando tre casi “cruciali” (nel senso metodologico della verifica determinante ai fini del giudizio complessivo)  del  IV Governo Berlusconi, l'ultimo (2008-2011): il salvataggio dell’Alitalia, l’estensione dei poteri della Protezione  Civile ai grandi eventi,  lo Scudo fiscale.  In tutti e tre i casi emerge, senza alcuna ombra dubbio, il micidiale  intreccio tra captazione  degli interessi clientelari e  presentazione pubblica, a livello retorico,  delle misure come  forme di tutela dell’interesse nazionale, della sicurezza dei cittadini e dell’antifiscalismo.  Si fa abilmente leva, crediamo,  per dirla con Pareto, su due residui:  persistenza degli aggregati (nazionalismo e bisogno di protezione) e  istinto delle combinazioni (individualismo, o egoismo,  fiscale).
Ciò significa che,  se esiste  un plutocrate  demagogo,  esistono anche cittadini non immuni  al fascino della demagogia.  Quindi sotto c’è una questione di sociologia, non tanto delle comunicazioni di massa e degli oligopoli informativi, quanto di  analisi della modalità comportamentali della cultura collettiva. E qui pensiamo all'ambiziosa, per certi aspetti ingenua, ma ineludibile, sociologia della conoscenza sorokiniana. Nonché, a livello, ancora più profondo del mare sociologico, pensiamo  agli strumenti, magari per ora imperfetti,  di un’antropologia sociale delle emozioni umane.  
Un compito certamente difficile, che però crediamo meriti  un  libro.  Un altro libro, ovviamente. Ci auguriamo sia Barbieri a scriverlo.

Carlo Gambescia