martedì 15 settembre 2020

Cari  lettori,
prendo  un periodo di congedo dal  blog Metapolitics  e dai Social. 
Troppo rumore per nulla. Sicché (a tacere) inizio io…
Un abbraccio,
Carlo Gambescia



lunedì 14 settembre 2020

Linea  numero  24
Speciale referendum
 Si può leggere con o senza mascherina… Decidano  i lettori...
Però, prima va scaricato, gratuitamente,  qui:



Editoriali , articoli,   rubriche e  servizi, tra gli altri, di  Carlo Pompei, Roberto Pareto, Carlo Gambescia, Federico Formica...


Buona lettura!

sabato 12 settembre 2020

Decreto Semplificazioni, Mattarella (finalmente) ha battuto un colpo

La Lettera di Mattarella  che ha accompagnato la promulgazione del Decreto Semplificazioni (*) non andrebbe passata assolutamente sotto silenzio.  E invece  si dia un'occhiata  alle prime pagine di oggi (**).  O  “silenziano”  o vi accennano,  senza però mettere a fuoco, anche in termini di rilevanza grafica, il pericolo evidenziato  - certo, in “mattarellese” -  dal Quirinale.
Si presti attenzione al seguente  passo della Lettera. 

«Il testo a me presentato, con le modifiche apportate in sede parlamentare, contiene tuttavia diverse disposizioni, tra cui segnatamente quelle contenute all'articolo 49, recante la modifica di quindici articoli del Codice della strada, che non risultano riconducibili alle predette finalità e non attengono a materia originariamente disciplinata dal provvedimento. La legge n. 400 del 1988, legge ordinaria di natura ordinamentale volta anche all'attuazione dell'articolo 77 della Costituzione, annovera tra i requisiti dei decreti legge l'omogeneità di contenuto. La Corte Costituzionale ha in più occasioni richiamato al rispetto di tale requisito. »

Sul punto specifico, Mattarella rinvia a una sentenza della Corte:

«Da ultimo, nella sentenza n. 247 del 2019, la Corte ha osservato che "La legge di conversione è fonte funzionalizzata alla stabilizzazione di un provvedimento avente forza di legge ed è caratterizzata da un procedimento di approvazione peculiare e semplificato rispetto a quello ordinario. Essa non può quindi aprirsi a qualsiasi contenuto, come del resto prescrive, in particolare, l'art. 96-bis del regolamento della Camera dei deputati. A pena di essere utilizzate per scopi estranei a quelli che giustificano l'atto con forza di legge, le disposizioni introdotte in sede di conversione devono potersi collegare al contenuto già disciplinato dal decreto-legge, ovvero, in caso di provvedimenti governativi a contenuto plurimo, «alla ratio dominante del provvedimento originario considerato nel suo complesso» (sentenza n. 32 del 2014)". Nel caso in esame, attraverso un solo emendamento approvato dalla Commissione di merito al Senato in prima lettura, si è intervenuti in modo rilevante su una disciplina, la circolazione stradale, che, tra l'altro, ha immediati riflessi sulla vita quotidiana delle persone» (***).

Tradotto: oggi si  modifica alla chetichella il Codice della Strada, domani potrebbe toccare al Codice Penale.
Pertanto, invece di discutere  dei  contenuti del Decreto Semplificazioni, che non semplifica un bel nulla,   si dovrebbe, e con preoccupazione, ragionare sul pericolo  che il metodo  Conte, con il beneplacito del Partito Democratico,  e come pare delle Opposizioni,  venga esteso a materie sensibili sotto il profilo della libertà.
Per fare un esempio, nel Decreto Semplificazioni c’è una disposizione che attribuisce, o comunque estende il diritto di precedenza alle biciclette ( tra l'altro,  non si capisce se addirittura  fuori dalle ciclabili e rispetto a tutte le  autovetture). In sé, comunque sia, la misura non rappresenta la fine del mondo.   Infatti, il  vero punto secondo Mattarella è un altro.  E ben più importante. Ripetiamo,  di metodo. Come si diceva,  oggi  il diritto di  precedenza alle  biciclette,  domani il diritto di precedenza alle  polizia. 
Le domande  che egli  pone dal punto di vista costituzionale  sono  le seguenti: 1) Che  nesso vi può essere tra la semplificazione amministrativa   e  una misura  che concerne  la viabilità cittadina?  2) È lecito in sede di conversione introdurre misure estranee alla ratio del provvedimento?  Secondo la Corte Costituzionale no. E pure, come pare, secondo Mattarella.
 Riassumendo:  se il ricorso massiccio  allo strumento del decreto-legge ( e alla fiducia)  da parte del Governo Conte   resta assai  discutibile sotto il profilo costituzionale, l’introduzione in una legge di conversione di disposizioni  estranee ai contenuti del decreto stesso,  indica che il Governo Conte punta decisamente  a fare strame dello stato di diritto.
Mattarella  (finalmente) si  è accorto della cosa e ha battuto un colpo.

Carlo Gambescia                 
      



(**) Qui per una carrellata prime pagine di oggi: https://giornali.it/quotidiani-nazionali/prime-pagine/ .

(***)  Qui il testo della Lettera di Mattarella  ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio:   https://www.quirinale.it/elementi/50182.  I corsivi sono nostri.

venerdì 11 settembre 2020

Quarantene “brevi” e altre storie (economiche)

Ridurre la quarantena da quattordici a dieci giorni… Sembra quasi un dettaglio ma il solo  ragionare di una cosa del genere indica come sia possibile trovare sempre l’esperto capace di trasformare una necessità politica (riaprire a tutti i costi le scuole…) in un fatto scientificamente  lecito (la quarantena  elasticizzata). 
In sintesi,  siamo davanti  alla classica situazione che vede il   politico  tenere  in pugno l’esperto e non viceversa.  Ciò significa che la politica, tutta la politica tende a sempre trasbordare,  e quasi mai  giustamente. Parliamo della politica istituzionale  del re, del principe, eccetera, insomma dell’élite politiche, incluse quelle dei governi eletti democraticamente.
E questa è una parte della storia.  Infatti, si  impone un’altra riflessione sul rapporto tra politica ed economia, tra l’uomo politico, un governante qualsiasi, e l’esperto economico compiacente e perciò pronto a individuare  un qualche “quarantena economica” per così dire.   Si presti  attenzione, perché non è una divagazione.
La scoperta dell’economia mercato, o più semplicemente del capitalismo,  avvenuta dopo il suo rigoglioso sviluppo, ha invece  rivelato e attestato, sociologicamente parlando, per la prima volta nella storia, l’esistenza di una dinamica delle relazioni umane e sociali segnata dallo scambio e dal perseguimento dell’interesse individuale.

La si  è chiamata con spregio “assiomatica dell’interesse”. In realtà siamo davanti a un fenomeno costitutivo sempre però contrastato dal potere politico, potere  coadiuvato  - ecco il punto  -  dal "sapere"  degli esperti: ieri i teologi al servizio della religione,  oggi gli economisti di stato.
Il punto è che  la dinamica sociale ha leggi proprie regolate, come detto,  dal perseguimento del proprio interesse da parte di miliardi di individui (attenzione, si parla di  interessi materiali e immateriali). Di qui l’ imprevedibilità insita in ogni  dinamica sociale, poiché le cognizioni individuali, anche le più profonde sono sempre imperfette. Per fare un esempio piuttosto noto il capitalismo è stato “costruito” senza che nessuno sapesse cosa poi sarebbe accaduto.  Il "sapere" dei  teorici (pro o contro il mercato) è  arrivato dopo, molto dopo… 

Per tirare le fila del nostro discorso,  la durata delle “quarantene”, economiche o meno, è  un atto di  presunzione, o meglio ancora  di arroganza politica  che prova a nascondersi  dietro il potere dell’esperto compiacente di turno.  Si potrebbe parlare di uso politico della scienza. Per capirsi:  si trovano  sempre economisti pronti a celebrare la cassa integrazione quale magnifica molla di sviluppo, come epidemiologi pronti a brindare allegramente  alla quarantena elasticizzata.
In conclusione, piaccia o meno a politici ed  esperti, l’epidemia seguirà il suo corso, così  come l’economia di mercato.  Certo, la politica può momentaneamente vincere, ma la verità delle imperfezioni cognitive  umane si vendica sempre.


Carlo Gambescia

giovedì 10 settembre 2020

Il cinema post coloniale di Gianfranco Rosi Tutta colpa dell’Occidente Non andremo a vedere “Notturno” di Gianfranco Rosi, osannato a Venezia. Il cinema del dolore, che con la scusa della cinepresa obiettiva accusa l’Occidente di ogni colpa. Anzi, per meglio dire, il cinema del senso di colpa ha bisogno di vittime e carnefici. E i carnefici sono sempre gli occidentali. Qui la trama del film: "Girato nel corso di tre anni sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan, Libano, Notturno mette a fuoco, da diverse prospettive, buio e luci della vita quotidiana delle popolazioni locali nella martoriata regione del Medio Oriente, fra la riconquista di Mosul e Raqqa – strappate all’ISIS nell’estate-autunno 2017 –, l’offensiva turca contro il Rojava curdo-siriano nell’autunno 2019, e l’omicidio a Baghdad nel gennaio 2020, da parte statunitense, del generale iraniano Soleimani. Il film, tuttavia, non è un reportagesull’interminabile guerra che insanguina la regione perlomeno dall’invasione americana dell’Iraq (2003) e il conflitto civile siriano (scoppiato nel 2011 durante la primavera araba), bensì una narrazione per immagini e incontri ravvicinati che costruisce un’unità “umana” al di là delle divisioni geografiche. Di questo stato di tragedia permanente Rosi mostra gli effetti accompagnando al tempo stesso con discrezione ed empatia donne, bambini e uomini in momenti cruciali delle giornate, lasciando a loro la parola, registrata in presa diretta, fra interni intimi e drammatici (case, carceri, ospedali) ed esterni segnati dalle divisioni, dai conflitti, da durezze e fatiche, ma anche da momenti di toccante condivisione. " (https://it.wikipedia.org/wiki/Notturno_(film_2020). Qual è il senso politico di un film del genere? Lo stesso che si rimproverava a Gualtiero Jacopetti, ma in senso contrario: nei suoi film sull’Africa girati negli anni Sessanta del secolo scorso. Jacopetti filmava la fine del colonialismo, rimpiangendolo. Rosi film la “tragedia permanente” del “postcolonialismo”. Se il cinema di Jacopetti proponeva una soluzione, sbagliata o meno (qui non interessa): l’Occidente deve restare in Africa, Rosi non propone alcuna soluzione, se non quella del singhiozzo dell’uomo bianco. Del senso di colpa, come dicevamo: dell’eterno fardello dell’uomo bianco, ma solo come eredità negativa e cosmica. Deve il cinema proporre soluzioni? Quando affronta temi politici, sì. Altrimenti no. Ma questa è un’altra storia. Carlo Gambescia

Il cinema post coloniale di  Gianfranco Rosi
Tutta colpa dell’Occidente


Non andremo  a vedere “Notturno” di Gianfranco  Rosi, osannato a Venezia. Il cinema del dolore, che con la scusa della cinepresa   obiettiva  accusa l’Occidente di ogni colpa. Anzi, per meglio dire, il cinema del senso di colpa  ha bisogno di vittime e carnefici.  E i carnefici sono sempre gli occidentali.     
Qui  la trama del film:

Girato nel corso di tre anni sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan, Libano, Notturno mette a fuoco, da diverse prospettive, buio e luci della vita quotidiana delle popolazioni locali nella martoriata regione del Medio Oriente, fra la riconquista di Mosul e Raqqa – strappate all’ISIS nell’estate-autunno 2017 –, l’offensiva turca contro il Rojava curdo-siriano nell’autunno 2019, e l’omicidio a Baghdad nel gennaio 2020, da parte statunitense, del generale iraniano Soleimani. Il film, tuttavia, non è un reportagesull’interminabile guerra che insanguina la regione perlomeno dall’invasione americana dell’Iraq (2003) e il conflitto civile siriano (scoppiato nel 2011 durante la primavera araba), bensì una narrazione per immagini e incontri ravvicinati che costruisce un’unità “umana” al di là delle divisioni geografiche. Di questo stato di tragedia permanente Rosi mostra gli effetti accompagnando al tempo stesso con discrezione ed empatia donne, bambini e uomini in momenti cruciali delle giornate, lasciando a loro la parola, registrata in presa diretta, fra interni intimi e drammatici (case, carceri, ospedali) ed esterni segnati dalle divisioni, dai conflitti, da durezze e fatiche, ma anche da momenti di toccante condivisione.   

Qual è il senso politico di un film del genere? Lo stesso che si rimproverava a Gualtiero Jacopetti, ma in senso contrario, nei suoi film sull’Africa girati negli anni Sessanta del secolo scorso.  Iacopetti filmava la fine del colonialismo, con rimpianto.  Rosi invece "filma"    la  “tragedia permanente” del “postcolonialismo”.  Se il cinema di Iacopetti  proponeva una soluzione, sbagliata o meno (qui non interessa):   l’Occidente deve restare in Africa, Rosi  non propone alcuna soluzione, se non quella del singhiozzo dell’uomo bianco. Del senso di colpa, come dicevamo: dell’eterno fardello dell’uomo bianco, ma  solo come eredità negativa e cosmica. 
Deve il cinema proporre soluzioni? Quando  affronta temi politici, sì. Altrimenti no. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

  

mercoledì 9 settembre 2020

Agli italiani  non far sapere
quanto è cattivo  il Covid con le pere…

di Carlo Gambescia

L’ adagio è antico e rimanda a un mondo contadino, molto ingenuo,   in cui  certi prodotti  prelibati,  per  tradizione,  finivano solo sulla tavola  dei proprietari, magari nelle lontane città.  Ricchi possidenti che, ovviamente, si guardavano bene dal far conoscere al villico la  bontà di certi accostamenti di sapori, per evitare che il contadino, preso per la gola,  trattenesse per sé sia il formaggio sia le pere.
Insomma, in qualche misura  si mentiva, o forse si  era reticenti…  In ogni caso,    il contadino, l’ingenuo villico,   veniva  preso per il naso.  Il lettore si annoti l’espressione: “prendere per il naso”.
Ovviamente  è lecito   chiedersi  cosa  c’entri questa “pippa antica” (pardon) del formaggio e delle pere  con il Covid e i populisti… C ’entra, eccome.  Magari (...)


Segue su "Linea" (settimanale) 23, scaricabile gratuitamente qui: http://linea.altervista.org/blog/ 

martedì 8 settembre 2020

Libera(le) interpretazione

di Carlo Pompei





“Ogni periodo storico ha esigenze diverse, altari e polveri sono fisiologici” risposi (fresco di “5 maggio”) sedicenne, alla professoressa di storia che mi interrogò sulle ragioni del successo dell’espansionismo dell’Impero Romano e sui perché della caduta del medesimo secoli dopo – destandole meraviglia (mi considerava un deficiente soltanto perché parlavo poco e ascoltavo molto). Era comunista dichiarata, Berlinguer era vivo, il PCI esisteva e prendeva ancora rubli dall’Unione Sovietica.
Non lo nascondeva, anzi – tipico – predicava l’uguaglianza, ma discriminava un ragazzino che avesse disegnato un fascio littorio sul diario additandolo come pericoloso nemico del popolo oppresso, mentre lei era libera di circolare con “tolfa” con falce e martello incisi a fuoco e Manifesto sotto braccio. Dieci anni dopo, circa, la promulgazione della legge Mancino a firma Scalfaro e a rinforzo della “Scelba” deve averle provocato l’ultimo orgasmo (...)     

Segue  su  "Linea" (settimanale) 23,  numero scaricabile gratuitamente qui: linea.altervista.org/blog/
  

lunedì 7 settembre 2020

Dopo le  Covid-Vacanze 
più pimpante di prima
torna
“LINEA” (settimanale)  n. 23


Si può scaricare gratuitamente qui:





Editoriali , articoli,   rubriche e  servizi di  Carlo Pompei, Roberto Pareto, Carlo Gambescia, Federico Formica e altri collaboratori



 Buona lettura!

domenica 6 settembre 2020

La manifestazione “negazionista” romana
Anche la piazza antigovernativa (purtroppo)  è  populista

La manifestazione romana  contro la “dittatura sanitaria” non può essere definita di natura liberale.  Ossia,  schematizzando, una rivendicazione dell’individuo e dei suoi sacri diritti. 
Infatti, se si scorrono dichiarazioni e interventi si scopre l’enfatizzazione olistica del popolo,  ad esempio  in espressioni come    “il popolo italiano”, “il  popolo della mamme”, “il popolo delle nonne"  e così via”. La stessa espressione “Italia Libera”, molto usata dai partecipanti, fa pensare all' equivoco resistenziale,  dove tra gli avversari della dittatura fascista c’erano  i comunisti, come oggi  tra gli avversari della “dittatura sanitaria”, ritroviamo i  populisti e  addirittura i neofascisti. Insomma  il linguaggio olistico della piazza  rivela che alla "dittatura sanitaria"  del governo  si oppone  la "dittatura del popolo"...   Se non è zuppa è pan bagnato, per dirla alla buona.  
Il principale problema italiano del momento è rappresentato dalla “prevalenza del populismo” all'interno della  maggioranza, dell' opposizione e  perfino nelle piazze, tra coloro che si oppongono. Ci spieghiamo meglio.
Maggioranza. Cosa ha dichiarato Di Maio? In sintesi, che i “negazionisti” (terminologia mutuata infantilmente dal negazionismo  vero e duro però, quello della Shoah),  vadano a parlarne con i parenti delle vittime… Classica presa di posizione populista,  che nega, sulla base dell’esperienza emotiva -  un espediente da manuale di  psicologia della folle -    qualsiasi tentativo di ragionamento.  Per capirsi: perché studiare la storia romana se  non si sono vissute le esperienze emotive degli antichi romani? A dirla tutta,  è la vera morte della  ragione tout court.
Opposizione. Matteo  Salvini e Giorgia Meloni (Forza Italia è allo sbando, Berlusconi in clinica) continuano a rimproverare  Conte, giocando sulla paura che porta voti. E di cosa lo rimproverano?  Di non aver preso contro la “pandemia”  misure ancora più dure e con largo anticipo. Puro populismo biopolitico analogo a quello del governo populista, diciamo pure il gemello. Per capirsi: Salvini e Meloni  vogliono i colonnelli, Conte i virologi armati di statistiche...  Dalla padella nella brace.

Si dirà che chi scrive  ha una visione monomaniacale del populismo, perché lo vede ovunque.  Purtroppo, piaccia  o meno, le cose stanno così. Basta documentarsi con un minimo di serietà. Si pensi al grande lavoro di informazione  svolto da “Linea” in perfetta solitudine e senza cedere ai tentacoli del populismo (di governo, opposizione e piazza) (**).
Il vero nemico è il populismo.  Stiamo vivendo, come scritto più volte (*), la prima epidemia al tempo del populismo. E si vede.
Come uscirne?   Come tornare alla ragione  politica?  Che poi per noi moderni  è tutt’uno con quella liberale?  Ecco il problema, l'autentico problema.

Carlo Gambescia


sabato 5 settembre 2020

Carlo De Benedetti lancia  "Domani"
Il nuovo giornale del Gatto e della Volpe


Non si sa ancora  molto del nuovo quotidiano lanciato da Carlo De Benedetti:  “Domani”, in edicola il15 settembre.  Di sicuro si sa che  sarà distribuito da Cairo, patron  del “Corriere della Sera”.
Il direttore  sarà Stefano Feltri, già vicedirettore di Travaglio al “Fatto Quotidiano”,  coadiuvato da una squadra di giornalisti schierati a sinistra,  con due eccezioni, ex “Foglio”: Mattia Ferraresi e Nicola Imberti. Per gli altri nomi in predicato  rinviamo al non recente ma informato articolo de “Linkiesta” (*).
Anche se  De Benedetti ha negato, lo scopo è quello di captare i lettori  in fuga di “Repubblica”, allarmati, sembra, da possibili svolte moderate (che in realtà ancora non si vedono…), nonché  di infastidire “ il Fatto Quotidiano” e (perché no?) di fare le pulci, da sinistra, ai quotidiani a grande tiratura.  Quindi al posto di Cairo non ci fideremmo troppo dell’ “amico  Carlo”.   Il quale, proprio ieri,  dopo aver inviato  i suoi auguri a  Berlusconi, ricoverato con il Covid,  lo ha definito un imbroglione.  Che classe.
Spicca come Presidente del Cda editoriale, Luigi Zanda, approdato al Pd, ma collaboratore storico di Cossiga in fasi caldissime della storia d’Italia.  Un personaggio politico, classe 1942 (un ragazzino rispetto a De Benedetti che è del 1934),  che ne sa una più del diavolo   Se De Benedetti ricorda  la Volpe, Zanda il Gatto. Dio li fa poi li accoppia.  
Del resto  il finanziere si è già preparato una via d’uscita, in caso di default.  Si parla infatti, “dopo una fase startup” (per dirla sempre in “economese”) di graduale trasferimento del “Domani” a una omonima fondazione, eccetera, eccetera.
C’ è spazio per un altro giornale di sinistra? Dopo “ il Manifesto, “il Fatto Quotidiano” e nonostante tutto “ la Repubblica”?  Senza considerare, ovviamente “ il Dubbio” e “ il Riformista” che sono di sinistra ma sul versante moderato e garantista...
Tecnicamente, “Domani”, dovrà barcamenarsi soprattutto  tra  “Repubblica” e “Fatto quotidiano”. Riuscirà a strappare lettori  a  Molinari e Travaglio?   Si rifletta,  dovrebbe mantenersi  più a sinistra di “Repubblica”  e al tempo stesso  del  “Fatto”.  Una specie di “Manifesto” ma, conoscendo le idee De Benedetti,  con  licenza di uccidere i sindacati…  
La vediamo dura.

Carlo Gambescia

    

venerdì 4 settembre 2020

Vivendi, Tim, Mediaset e  la sentenza della Corte di Giustizia europea
Il dito e la Luna

La  Corte di Giustizia  europea accogliendo il  ricorso di Vivendi sul tetto delle azioni possedute in Mediaset e Tim  imposto dalla legislazione italiana,  apre alla nascita di imprese  ancora più ampie nell’ambito dell’informazione-comunicazione.  
In qualche misura, semplificando, la sentenza  permetterebbe  a Vivendi di comprare Mediaset e Tim e a Mediaset di comprare  Vivendi e Tim. E così via...
Si tratta di un male?  Si tratta di un bene? Non risponderemo alla domanda in sé, insomma  se  Tim, Mediaset, Vivendi, eccetera, eccetera. Ci limiteremo  a fornire al lettore alcuni strumenti esplicativi, più di  natura sociologica che economica.  Poi saranno i lettori a cavarsela da soli.
Intanto, va subito osservato che i monopoli vanno valutati dal punto di vista dei consumatori: se un monopolio, senza diminuire la qualità del prodotto, riduce costi e prezzi, allora siamo davanti a un bene. Se invece ottiene l’effetto contrario, siamo davanti al male. 
Ovviamente, un mercato monopolistico indica l’esistenza di un solo venditore.  Il che è un male.  In effetti  nel  monopolio  (  privato o  pubblico)  l’assenza di  competitori  favorisce la scarsa qualità dei prodotti e la crescita di costi  e prezzi.
A dire il vero  l’ipotesi più vicina alla realtà è quella  dell’ oligopolio: della presenza di  un numero ridotto  di venditori. Naturalmente  la struttura oligopolistica può favorire  accordi tra gruppi di imprese per stabilizzare i prezzi e scaricare parte dei  costi sui consumatori vendendo un prodotto a un prezzo addomesticato.  Non è un’evenienza da escludere. Anzi… 

Va però considerato che l’economia di mercato, regolata dalla ricerca del profitto, non può non   promuovere l’innovazione: l’unico vero strumento, per aumentare costantemente i profitti. Di qui l’ impossibilità che la  stabilizzazione guidata da accordi oligopolistici sui prezzi  possa durare per  un  tempo indefinito o comunque a lungo.  L’economia di mercato si è sempre  fondata  su  processi ciclici legati, per l’ appunto,  al ciclo dell’innovazione: dalla scoperta dell’energia a vapore alle microchip.  Bisogna solo avere pazienza e perciò credere nella forza del mercato.
Il che, ovviamente, impone alle imprese  di investire e reinvestire sistematicamente  nell’ambito della ricerca  e di rifuggire dalla burocratizzazione e dalla routine come dal diavolo.  Scelte che però  impongono lo sviluppo  di  imprese di  grandi  dimensioni. Un processo di crescita  che può a sua volta  influire sull’organizzazione delle imprese stesse,  che rischiano di burocratizzarsi, tramutandosi in tanti piccoli regni e stati. Sul punto, cogliendone i pericoli,  Schumpeter  ha scritto pagine definitive.
Oltre al rischio  della burocratizzazione dall’interno esiste quello della burocratizzazione dall’esterno. Infatti,  qualunque abbraccio pubblico, falsando la struttura dei costi e dei prezzi,  rischia di uccidere lo spirito innovativo e di  favorire il quietismo economico:  il placido  accontentarsi del burocrate, un atteggiamento ben lontano dallo spirito inquieto che agita l’innovatore.
Insomma, il pericolo non è nella struttura oligopolistica dell’economia di mercato, che è nella logica incrementale della competizione sociale,  ma  nella successiva e pericolosa separazione tra oligopolio e innovazione,  scelta che discende,  se ci si passa l’espressione, da una specie di sociologico  "dolce dormire" tra gli allori: una forma di pigrizia imprenditoriale, una sorta di  pur  comprensibile "riposo del guerriero",  che però,  se da fisiologico si fa patologico, rischia di  impedire la ripartenza  del ciclo innovativo. 

Sociologicamente parlando,  l'esistenza di imprese incapaci di innovare fa inevitabilmente assumere all’oligopolio pericolosi tratti conservatori e burocratici.   
Insomma, l’innovazione  non riguarda le  Corti di Giustizia né può essere decisa per legge. Rinvia invece alla mentalità dell’imprenditore, se si vuole alla  sociologia dell’impresa: alla  volontà  di  non voler vivere tra gli allori, un atteggiamento vincente che porta all’innovazione e per ricaduta a una struttura di costi e prezzi favorevoli al consumatore. 
Concludendo,  se il dito (tribunali  e corti)  indica la Luna  (le imprese)  non si guardi  il dito ma la Luna…  

Carlo Gambescia                    

giovedì 3 settembre 2020

Il  caso Navalny e  l’equilibro di potenza

Perché la Germania ha così a cuore la sorte di Alexei Navalny?  Diciamo subito che è molto probabile che il dissidente, duro oppositore di Putin, sia stato avvelenato per essere tolto di mezzo,  come i medici tedeschi sembrano  confermare.
I servizi segreti, come quelli di ogni stato totalitario, non hanno bisogno di ordini, sanno cosa devono  fare e si attivano in automatico come da routine. Per contro nei paesi liberal-democratici, almeno sulla carta, esistono più controlli.
Dicevamo,  perché?  Innanzitutto per ragioni storiche: Russia e Germania, si sono sempre contese  lo stesso spazio (a Est dell’una, a Ovest dell’altra). Una contesa che  ha addirittura radici medievali  di natura religiosa, culturale, economica e militare, via via  consolidatesi,  prima con l'emergenza dello Stato russo nei primi secoli dell'età moderna, poi con l'unificazione tedesca a guida prussiana. Quindi  nulla di nuovo sotto il sole. Per usare, una terminologia, oggi bandita dai testi di scienza politica, Russia e Germania sono  “nemici naturali”. 
Naturalmente, non vanno sottovalutate le  ragioni  del presente confronto. In primis, la politica espansionista russa nel Mediterraneo orientale e la notevole  attenzione verso la Libia,  nonché il riaffiorante (in questi giorni) dissidio storico tra Grecia e Turchia.   Sono questioni  che  preoccupano  la Germania, soprattutto dinanzi all’inazione  italiana  ed europea (con qualche segno di vita da parte della Francia).    
In secundis,  la Germania non vede di buon occhio il  contenimento attivo russo della  pressione economica e politica  tedesca verso  Est.  La Russia  finanzia e arma  i   movimenti amici come in Ucraina e Bielorussia  e non disdegnerebbe di avanzare a Ovest.   In fondo, come detto, si tratta di eredità  geopolitiche riassunte storicamente  sotto i concetti opposti di Marcia verso Est (Germania) e Marcia verso Ovest (Russia). 

In tale contesto, Alexei Navalny  rappresenta per la Germania un’ottima carta da giocare per infastidire Putin sul piano dei valori, quindi della nobile causa politica, quella dei diritti umani, sulla quale accendere i riflettori del mondo.  Colpo in parte andato a segno, perché nella polemica in corso la Russia  sembra mantenersi sulla difensiva.
I mass media  si sono soprattutto preoccupati della questione morale e dei risvolti da spy story. Quanto  alla pubblica opinione occidentale, a destra, gli amici di Putin tacciono, magari  sostenendo tra le righe  la tesi che da che mondo è mondo la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi, compreso il veleno. Oppure si  evoca, condannandolo,  l’attacco tedesco  alla sovranità russa, come se Mosca  fosse la Repubblica di San Marino.
A sinistra invece, dove Putin ( a parte alcune frange lunatiche) non  è molto amato, si evoca,   pur con qualche riserva verso la buona fede della Signora Merkel, la questione dei diritti umani in nome naturalmente di una  democrazia calpestata  in Russia.
Ovviamente, Germania e Russia non hanno alcuna intenzioni di farsi guerra. Anche se non va dimenticato che il ritiro parziale  delle truppe Usa annunciato da Trump indebolisce militarmente  non solo la Germania.  La Nato, a prescindere dai bizzarri ripensamenti a getto continuo del magnate americano,   resta tuttora un fondamentale strumento di dissuasione nei riguardi dei russi. Un’Europa “putinizzata” sarebbe  altrettanto pericolosa per gli Stati Uniti, come la passata  minaccia di un’ Europa “sovietizzata”. Per dirla alla buona, il lupo cambia il pelo ma non il vizio: il panslavismo non è una barzelletta fuori corso. Come del resto il pangermanismo… La grande  alleanza politica e militare tra Europa e Stati Uniti resta fondamentale per garantire la libertà in Europa e l’ equilibrio di potenza con Mosca e con la stessa Cina.  Equilibrio che resta  propedeutico alla pace.    
E l’Italia fa?  Come detto, resta a guardare e si divide sulle figurine, pardon sulle mascherine…

Carlo Gambescia        

            

mercoledì 2 settembre 2020

Il voto del 20 e 21 settembre
Un referendum che consacra il populismo


Cari lettori, vi sembra politicamente  normale (nel senso della democrazia liberale)  il  titolo del “Fatto Quotidiano”? Chiunque usi ancora la testa non può che rispondere no. Per quale ragione? Perché siamo davanti alla quintessenza del populismo, alla bieca  e scorretta  giustificazione  della forza schiacciante  del numero: dei molti contro i pochi, ossia le “odiate” élite (parlamentari e non). 
I populisti  non credono nella forza di gravità politica,  ritengono, per usare un’ abusata metafora, che le acque di fiumi e torrenti risalgano dal basso verso l’alto.  Insomma, in altri termini, credono che le élite siano un’invenzione di qualche genio cattivo e non una costante metapolitica, storicamente, sociologicamente e geograficamente constatabile ovunque,  a prescindere dal regime politico.  Di qui la balzana  idea populista  di invertire il corso delle acque  della storia e della sociologia, puntando sulla democrazia diretta e la soppressione,  per ora  fin dove possibile, delle élite dirigenti, cominciando da quelle politiche. Una lotta, come detto, contro la forza di gravità della politica.  Una lotta che, storicamente parlando, è sempre  sfociata nel  potere assoluto di comitati di salute pubblica, dittatori e tiranni.                     
Il populismo, come si evince dal titolo del “Fatto Quotidiano”, rimanda ideologicamente a un mix di demagogia, complottismo, risentimento, arroganza, ignoranza. Ciò significa che  il referendum del 20 e 21 settembre -  attenzione,  il solo porlo -   rappresenta la  "consacrazione"  politica dell’ideologia populista.   
Entriamo nei dettagli.
La demagogia risiede  nel far credere alla gente  che il taglio secco  di 345 deputati su 945 sia la via più breve alla democrazia. Sul piano cognitivo  ciò significa  rifiutare qualsiasi ragionamento astratto e complesso,  per diffondere l’idea, molto concreta ma semplicistica, quindi comprensibile per tutti, che tagliare una testa o delle teste, per ora in senso metaforico, sia la via più facile per far funzionare un sistema politico. In realtà,  dietro la demagogia si nasconde la semplificazione cognitiva, tipica proprio delle forme referendarie: un Sì o un No, senza tanti ragionamenti. O se si preferisce, siamo davanti al trionfo della democrazia emotiva sulla democrazia ragionata (e ragionevole), tipica della democrazia rappresentativa di ispirazione liberale.       

Il complottismo rinvia a una visione a dir poco parziale e malevola della realtà economica e sociale. I sindacati non sono forse un gruppo di pressione? Un “potere forte” che  in larga parte è  per il Sì ai tagli. Allora anche questo  è un complotto contro il popolo? La Rai monopolio  pubblico e per due terzi abbondanti nelle mani del Governo, quindi schierata  per il Sì,  non è un potere forte? Anche qui si tratta di  un complotto ?
Il risentimento rimanda a un atteggiamento,  a dire il vero assai diffuso tra la gente,  frutto di una altrettanto estesa  credenza  nell’obbligo che l’uguaglianza dei punti di partenza debba essere sostituita dall’uguaglianza dei punti di arrivo. Un obiettivo impossibile da conseguire, perché gli individui sono profondamente diversi, gli uni dagli altri, per volontà,  intelligenza e altre qualità morali. Si tratta di un’utopia che però  serve a consolare falliti e incapaci. Fantasie che tuttavia, piaccia o meno, contribuiscono  alla crescita  del risentimento sociale verso chiunque ce l’abbia  fatta. 
L’arroganza  rinvia al senso di superiorità che viene fatto risiedere nel valore assoluto di un’idea e nella conseguente necessità di farla trionfare. Nel caso in particolare si tratta di  una concezione semireligiosa della sovranità popolare. Ci si nasconde dietro la parola popolo, come un tempo dietro la parola dio, per perseguire i suoi nemici, come una volta si dava la caccia a diavoli e streghe.  Pertanto un referendum, come quello del prossimo 20-21 settembre, viene arrogantemente presentato come una specie di moderno  giudizio di dio, con il “popolo” ovviamente al posto di quest’ultimo.
L’ignoranza rinvia alla scelta, intenzionale o meno, di ignorare tutta la letteratura scientifica che dimostra come la democrazia rappresentativa dipenda non tanto dal numero dei deputati ma dalla qualità. Una questione che rinvia alla formazione  e selezione, quindi  circolazione,  delle élite dirigenti ( non solo politiche).  In Italia purtroppo  la bassa  qualità degli studi,  frutto, sul piano delle idee sociali,  della sostituzione dell’uguaglianza di partenza con quella di arrivo (diplomi e lauree facili per tutti),  nonché  certo familismo amorale  distruttore di qualsiasi senso dello stato  (di diritto), non hanno permesso,  soprattutto negli ultimi  venticinque anni,   ai meccanismi di selezione sociale delle élite di funzionare come invece dovevano. 
Da ultimo,  resta veramente singolare, a partire dalla linea politica del “Fatto quotidiano”, e dei populisti in genere ( a destra come a sinistra),  il riferirsi gaiamente al fatto che anche altri paesi europei, dalla Francia alla Germania, si appresterebbero a tagliare i deputati.
Il punto è che il populismo ormai detta l’agenda politica, addirittura sul piano mondiale, come attesta il successo di  un bizzarro personaggio come Trump.  Di conseguenza i partiti tradizionali, pur di non perdere voti, a loro volta “populisteggiano”.  O meglio, per dirla  in termini politologici,  cercano di  legittimare il populismo, puntando sulla mimesi politica, seppure per ora in maniera selettiva. 
Tecnicamente, si ripete l’errore commesso dalle democrazie liberali  con Mussolini e Hitler. Allora si tentò di recepire alcuni contenuti politici dei loro movimenti  sperando, per un verso di riguadagnare il favore popolare, per l’altro di costituzionalizzare gli estremisti.
Però, la debolezza politica, come noto, non pagò.

Carlo Gambescia                      

martedì 1 settembre 2020

Maurizio Sbordoni e Stocazzo Editore
 Divagazioni sociologiche  sull’editoria a chilometro zero


Ieri ho chiesto l’amicizia a Maurizio Sbordoni, romano,  dottore in economia,  con un cognome importante nel settore delle costruzioni.  Perché  l’ho “aggiunto” (prontamente corrisposto: ancora grazie…)  ai miei amici Fb?  Per una ragione semplicissima: è il padre fondatore di Stocazzo Editore (*). Sì Stocazzo....  Ma il mio interesse, come vedremo,  non  è  di natura lessicale.   In me è invece scattata la curiosità del sociologo per il "progetto". 
Preciso, che  fino a ieri non  sapevo nulla di Maurizio Sbordoni, scrittore da almeno venticiquemila copie,  fattosi  editore,  così come ignoravo l'esistenza delle Edizioni Stocazzo.
Allora?  Al di là del bizzarro nome della casa editrice, che ha creato (e crea) alcuni problemi di registrazione con la Camera  di Commercio (sembra  che nella bacchettona Italia  non siano ammesse ragioni sociali con denominazioni contrarie alla pubblica decenza...), da quel che ho letto in giro (**) Sbordoni  ritiene che con l’editoria si possa guadagnare,   tagliando   o  riducendo la filiera.  Diciamo che egli teorizza il chilometro zero  tra autore e lettore. E probabilmente ha ragione.  Avendo anch’io qualche esperienza nel settore  non posso non  notare che accanto ai soliti colossi (nelle mani però  di banche, politica e cordate varie),  vivono, e spesso abbastanza bene, gli editori di nicchia, attenti agli  specialismi professionali e ideologici:   libri sul fisco,  sui  soldatini,  sui viaggi, su Mussolini e Stalin, eccetera. 

Perciò il ragionamento di Sbordoni, che nell’ "ipotesi  nicchia" (semplificando) ha investito coraggiosamente la sua  figura di scrittore, non è sbagliato.  Sicuramente prima o poi riuscirà ad  avere la meglio, economicamente parlando, come si legge,   sull’irridente  cugino,  protervo costruttore.  
Però, ecco il punto sociologico: la scelta di nicchia non risolve il problema di fondo. Per dirla in sociologhese, non affronta la questione dei quadri socioculturali  dell’azione sociale individuale.  Cosa voglio dire? Che  esiste  un contesto editoriale che si compone, come ogni contesto sociale, di relazioni cooperative e competitive, di istituzioni di vario genere, di gruppi sociali di pressione o meno.  Parlo di un sfondo sociologico, reale,  spesso duro, stratificato,  che ha i suoi protagonisti, i suoi riti, i suoi processi di legittimazione.  Un sottosistema,  fondato su meccanismi  che gestiscono l’autoriproduzione della vita sociale, a prescindere dai contenuti storici immessi.  Un sottosistema che  però  è parte integrante di un sistema sociale più ampio, che a sua volta si riproduce grazie agli stessi  meccanismi,  basati, come detto,  sulle  relazioni, sui riti, sui processi di legittimazione.  

Riassumendo, da un lato c’ è  la logica del  chilometro zero, rilanciata da Sbordoni,   dall’altro la durezza “fattuale” dell’autoriproduzione  che,  per usare un parolone,  è  immanente alla società.  
Detto altrimenti:  mentre  i contenuti storici e valoriali sono variabili,   le forme  che caratterizzano la riproduzione della vita sociale (relazioni, riti, processi di legittimazione) sono immutabili.  Insomma, si possono anche suonare musiche diverse, più o meno gradevoli,  ma gli strumenti da usare sono sempre gli stessi. Il che non significa che l’individuo non possa sfidare i meccanismi autoriproduttivi. La nobile  lezione della rivoluzione liberale dei  moderni  è lì a provarlo.           
Voglio soltanto dire  che non è  facile, sociologicamente facile, avere la meglio sul "sistema".  Si dirà, che ho scoperto l'acqua calda...  In realtà,  ho   cercato solo  di mettere in prosa sociologica ciò che spesso viene romanticamente  trattato in termini di   poesia politica e sociale.  
Insomma, se mi si perdona  la caduta di stile,  so' cazzi...   Il che, ovviamente,  non mi impedisce di fare i più sinceri auguri a  Maurizio Sbordoni per le sue attività di editore e scrittore.

Carlo Gambescia