domenica 31 marzo 2024

Breve storia della cultura politica della destra

 


Che esista una cultura politica di destra, almeno dalla Rivoluzione francese, è un dato inoppugnabile. Con il termine cultura politica intendiamo un insieme di idee e di principi organizzativi sull’uomo e la società.

Il punto di partenza della cultura politica di destra è la divisione, che risale alle assemblee rivoluzionarie francesi, tra destra e sinistra: tra il pro e contro le carte dei diritti, le costituzioni, l’uguaglianza dinanzi alla legge e l’esercizio delle libertà politiche e civili.

La destra contesta il mondo moderno, e in particolare l’individualismo, cioè l’idea che ogni individuo sappia ciò che è bene per se stesso, senza necessità di mediazioni di natura ultraterrena o terrena.

Politicamente parlando la cultura di destra si è qualificata in reazionaria, conservatrice, pseudorivoluzionaria. E, cosa non secondaria, ha sempre rivendicato il suo antiliberalismo.

La cultura della Restaurazione, contraria alla sovranità del popolo e alle Carte, fu reazionaria: si pensi a una figura come Carlo X.

La cultura, successiva che per il resto del XIX secolo si oppose al costituzionalismo liberale, fu invece conservatrice: si pensi alla differenza tra Cavour e Bismarck.

Infine la cultura novecentesca, quella che aveva raccolto il testimone da reazionari e conservatori, si autodefinì addirittura rivoluzionaria dal momento che giudicava insulso l’individualismo, scorgendo nel liberalismo una pura e semplice cultura conservatrice delle istituzioni: si pensi all’antiliberalismo di Mussolini e Hitler, un imbevibile miscuglio di reazione (fini) e modernità (mezzi).  Una inquietante  pagliacciata finita in modo tragico.

In realtà, come detto, poiché il fascismo condivise la critica reazionaria alla modernità, quindi alla rivoluzione individualistica, la sua fu una cultura pseudo-rivoluzionaria. Proprio nel senso dell’etimo: di “falso” (“pseudo”) rivoluzionarismo, Perché non liberava l’individuo ma lo inquadrava, o per meglio dire imprigionava, nello stato-partito unico.

La rivolta contro il moderno, nelle sue varie fasi, non disdegnò mai il ricorso alla violenza. La cultura del colpo di forza, della spallata alle istituzioni, faceva già parte integrante della cultura di destra. Tuttavia con il fascismo e il nazismo, che teorizzavano la violenza diretta contro i nemici politici, la parte si fece tutto. Pertanto la cultura di destra, soprattutto nel Novecento è cresciuta nutrendosi e celebrando apertamente  l'uso   della  violenza politica.

All’indomani della durissima sconfitta del 1945, la cultura di destra, dopo aver capito a proprie spese la natura inclusiva delle istituzioni democratiche, ripiegò verso la conquista silenziosa del potere. Di qui però i conflitti al suo interno tra sostenitori della marcia, pacifica o quasi, attraverso le istituzioni e i seguaci del rovesciamento violento.

In Italia oggi sono al governo i seguaci della marcia attraverso le istituzioni. La violenza vera e propria è stata apparentemente accantonata. Sopravvive però l’autoritarismo: il far valere in modo fermo e duro l’autorità dello stato, mantenendosi, per ora, al confine tra forza, come monopolio dell’uso legittimo della violenza, e ricorso, oltre la legge, alla violenza pura e semplice.

Autoritarismo, che, quanto ai contenuti, nonostante siano passati più di due secoli dalla Rivoluzione francese, si nutre della storica incomprensione dell’individualismo moderno. Come del resto si evince dalla difesa, da parte della destra attuale, di valori chiaramente anti-individualistici, olistici (da “olos”, greco, “tutto”), come Dio, patria e famiglia.

Va osservato che il fascismo nella sua critica al liberalismo recuperò il cesarismo, cioè la forma plebiscitaria che consacra un capo carismatico, lungo una linea politica, che costeggia la cultura politica di sinistra, che va da Robespierre a Napoleone I e III, irrorando le idee di Lenin, Mussolini, Hitler. Di qui quel respirare una certa aria da sinistra pseudo-rivoluzionaria, incarnata dalle correnti “di sinistra”, movimentiste del fascismo, per limitarsi al caso italiano.

Movimentismo che  trae forza da una visione costruttivista della politica e della società, ovviamente antiliberale, che accomuna fascisti e comunisti, nel nome dell’anti-individualismo di derivazione giacobina. Sicché i due estremi antiliberali si toccano.

Ovviamente il plebiscitarismo, come forma di democrazia diretta è l’esatto contrario della democrazia rappresentativa liberale. Va sottolineato che l’elemento plebiscitario, che salta il momento della discussione, tipicamente liberale, per valorizzare quello della decisione, tipicamente cesarista, di un capo consacrato dal popolo, è tuttora vivo nella destra. Infatti   sebbene in forma attenuata, si ritrova  nel presidenzialismo plebiscitario che vuole ridurre al minimo il contrappeso politico rappresentato dalla discussione parlamentare. Il sale del liberalismo.

Questa destra può farsi liberale? Non crediamo. Perché dovrebbe accettare l’individualismo moderno.

Cosa, come abbiamo visto, che rifiuta, sistematicamente, da almeno due secoli.

Carlo Gambescia

P.S. Dimenticavamo, Buona Pasqua a tutti!

sabato 30 marzo 2024

Calo delle nascite, alcune riflessioni

 


Oggi sui giornali (in particolare di destra) c’è allarme per il calo delle nascite.

Due, a grandi linee, le ricette proposte. A destra si rilancia sui sussidi alle famiglie mentre a sinistra si celebra il ruolo delle migrazioni-integrazioni.

Dal punto di vista tecnico, ammesso e non concesso che il calo delle nascite sia un problema ( si ricordi sempre che le vie dell’economia sono infinite…), la tesi della sinistra sulla demografia sostitutiva sarebbe perfetta. Ovviamente, se si vivesse in un mondo senza frontiere e soprattutto privo di ideologie etnocentriche,  un mondo in cui  il colore della pelle non sia di  ostacolo, un mondo all'insegna dell'  "Ubi bene, ibi patria".

Purtroppo non è così. Almeno non ancora. Sicché la destra, in particolare la estrema che oggi governa, al solo udire il termine “sostituzione” va in crisi di nervi. Chi salverà la “razza bianca” dal declino? Che ne sarà, si dice, dell’identità italiana? Ecco qual è la principale preoccupazione delle destre, moderate ed estreme: ribadire sempre  un solo  concetto,  "Ubi patria, ibi bene".

Rimane interessante, dal punto di vista dell’analisi, il contrasto tra soluzioni tecniche ( più immigrati di qualsiasi colore) e soluzioni identitarie (più figli di “razza bianca” e meno o zero immigrati).

Tecnica o cultura? Intanto le soluzioni, diciamo, tecnico-sostitutive non sono prive di risvolti culturali: il migrante non è un pezzo di ricambio auto. Ha dietro di sé una cultura. Di qui i possibili conflitti, individuali e collettivi, legati all’integrazione.

In realtà, il vero punto della questione è nella valutazione politica dei potenziali conflitti legati all’integrazione culturale. Per la sinistra sono risolvibili, per la destra no. Di qui le rispettive posizioni di apertura (sinistra) o chiusura (destra) verso il migrante, come pure verso le politiche in favore (destra) o meno (sinistra) della natalità.

A dire il vero, e non è una buona notizia, esiste un punto che accomuna destra e sinistra: il collegamento tra declino demografico e decadenza tout court: destra e sinistra accettano l’idea che “non fare figli” sia un segno di decadenza. Di qui però le differenti risposte politiche. Come detto: sinistra, più migranti di qualsiasi colore; destra, più figli di “razza bianca”.

In realtà, i fenomeni demografici hanno un andamento discontinuo. I margini previsionali sono piuttosto ridotti e sottoposti a continue modifiche (al momento annuali).
 

Inoltre, per ciò che riguarda il rapporto tra cultura e dinamiche demografiche, si è scoperto che il migrante in Occidente, dopo un paio di generazioni adotta un costume di vita individualistico che implica meno nascite.

Pertanto le due soluzioni alla “decadenza” ( tecnico-sostitutiva e identitaria) non rappresentano riposte definitive al problema del calo demografico.

Altro fatto non secondario. La soluzione tecnica rispetta e include i valori individualistici della modernità occidentale. Mentre la soluzione identitaria, soprattutto se portata alle estreme conseguenze, può addirittura sopprimerli.

Una società individualistica, se vuole rimanere “valorialmente” tale, non può introdurre l’obbligo di fare figli, o qualcosa che gli somigli, con sostegno o meno dello stato. D’altro canto, le politiche tecniche di sostituzione demografica, rinviano ma non risolvono la questione del calo demografico, appena il migrante integrato comincia a fare meno figli.

Però, ecco il punto, le politiche tecnico-sostitutive rispettano, almeno in linea di principio, la tradizione individualistica dell’Occidente moderno. E non è poco.

Concludendo, non esistono soluzioni magiche. Si tratta di scegliere tra individualismo e identitarismo. Ovviamente, esiste anche la famosa via di mezzo. Che però al momento, considerata la polarizzazione politica, sembra impraticabile.

A dire il vero esiste anche una quarta via. Quale?

Tagliar corto con le lagne disfattiste sull’idea di decadenza. Peggio ancora se collegate al colore della pelle. Dopo di che “Lasciar fare, lasciare passare”.

Che male c’è nel lasciare che le persone decidano liberalmente cosa fare della propria vita? Di “sfornare” o meno figli? Di migrare o meno? Di scegliere un certo tipo di vita? Di intraprendere qualsiasi attività?

Si chiama libertà. Può avere un “costo” demografico? Lo si accetti. Può portare alla “scomparsa della razza bianca”? Bah… L’ultimo a sostenere questa tesi fu Hitler.

E qui se ci si  passa la battuta demodé, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Carlo Gambescia

venerdì 29 marzo 2024

F-16. La mano legata dietro la schiena dell’Occidente

 


Putin è un osso duro. La sua minaccia di colpire gli F-16, che l’Occidente intende fornire all’Ucraina, “negli aeroporti di paesi terzi” (quindi anche nelle basi Nato), rimanda a quel che l’Occidente avrebbe dovuto fare due anni fa, nelle prime fasi dell'aggressione russa.

Cioè affiancare sul terreno le truppe ucraine, asserendo pubblicamente, come oggi Putin sugli F-16, di limitare la propria azione militare alla distruzione ed espulsione della macchina bellica russa dal territorio ucraino.

Infatti, cosa dice oggi Putin? Che si limiterà a colpire gli F-16, aggiungendo che non ha alcuna intenzione di invadere “Polonia, Paesi Baltici o la Repubblica ceca”. Sono “sciocchezze”, si nota, messe in giro dai servizi segreti occidentali. Ovvio.

Due anni fa, senza perdere un minuto (perché i progetti moscoviti era noti), la Nato avrebbe dovuto unirsi alla truppe ucraine (un cavillo legale-umanitario si trovava), dichiarando di puntare a una guerra difensiva rinunciando all’uso di armi non convenzionali. Del resto i piani russi si conoscevano da tempo. Quindi ci si poteva preparare a dovere.

Si segua il nostro ragionamento: cosa dichiara oggi Putin? Che colpirà gli F-16, anche nelle basi Nato a scopo difensivo, e, come si intuisce, senza alcuna intenzione di voler allargare il conflitto in tutti i sensi. Altrimenti, avrebbe già minacciato, come suo solito, di voler usare armi non convenzionali.

In questo modo Mosca, astutamente, conserva l’iniziativa politico-militare e consacra di fatto, nonostante le periodiche minacce, la natura convenzionale del conflitto in Ucraina.

Di conseguenza, mette l’Occidente con le spalle al muro. In sintesi, questa è la lezioncina moscovita: “Siete voi i cattivi, perché sugli F-16 si possono caricare bombe nucleari”, “perciò, se poi le cose precipitano, eccetera, eccetera”.

Così è. Il lupo russo, che minaccia la guerra atomica un giorno sì e uno no, che si traveste da agnello…

In realtà, se due anni fa la Nato avesse puntato sulla guerra difensiva, nel senso sopra indicato, ora con le spalle al muro si troverebbe il Cremlino.

L’Occidente, non ha capito che una guerra nucleare non la vuole nessuno. Putin per primo. Porterebbe alla distruzione del pianeta e della ragione stessa della politica, anzi diremmo della metapolitica. Perché segnata dalla regolarità amico-nemico, che rinvia al ciclo politico – altra regolarità – di conquista, conservazione e perdita del potere.   Detto altrimenti: fine dell'uomo e fine del potere e della lotta per il potere... Il sale della storia umana.  Perché  distruggere ciò che le dà più sapore?

Sotto questo aspetto l’arma atomica, nei suoi effetti, è antipolitica, anzi per meglio dire, anti-metapolitica, perché, per capirsi, azzera, e probabilmente per sempre, almeno sul pianeta Terra, le leggi del politico. Un tratto di penna su cinquemila anni di storia politica documentata di lotta per il potere.

Putin, probabilmente senza neppure averne letto le opere, ha fatto sua la considerazione tocquevilliana sull’avversione delle democrazie per la guerra. Sicché si fa forte del timore, in particolare europeo per qualsiasi tipo di guerra, anche con le armi convenzionali.

Ecco il Putin osso duro, di cui parlavamo nell’incipit. Sa fare bene i suoi conti. Politici. Anzi Metapolitici.

Altro che il tempo perso dai ragionieri Ue sul tipo di bond per finanziare il riarmo ucraino… Certo, magari quando Putin avrà già preso Kiev e fucilato Zelensky. Ridicolo e tragico al tempo stesso.

Putin sa che le classi dirigenti occidentali, imprigionate nei loro dubbi politici, timori umanitari, ragionamenti economicisti, usano il pericolo della guerra atomica, quindi non convenzionale, come una risorsa politica, per non battersi sul campo, in termini di guerra convenzionale. Il che spiega l’aiuto a singhiozzo fornito dall’Occidente all’Ucraina e l’interminabile (per ora) durata del conflitto.

In questo modo si è lasciata l’iniziativa politica e militare a Mosca, che, libera da dubbi e timori, da due anni minaccia di usare armi atomiche, che invece non ha alcuna intenzione di usare. Però, ecco il trucco, minaccia. Solo per indebolire la tenuta morale e politica dell’Occidente. Tutto qui.

Dicevamo delle spalle al muro. Putin, dichiarando che distruggerà gli F-16 forniti all’Ucraina, anche nelle basi Nato, vuole costringere l’Occidente a minacciare a sua volta l’uso di armi non convenzionali, che l’Occidente, a sua volta, non ha alcuna intenzione di usare, e proprio a partire dagli F-16, ovviamente se e quando saranno operativi.

Il punto è che Putin, non teme la guerra convenzionale, L’Occidente sì. Quindi l’iniziativa, per ora, resta saldamente nelle mani russe.

Se invece due anni fa, l’Occidente, si fosse comportato come ora si sta comportando Mosca, puntando sulla guerra convenzionale, non saremmo a questo punto. La Russia non avrebbe usato le atomiche e, una volta sconfitta sul campo, si sarebbe ritirata in parte o del tutto dall’Ucraina.

Non avrebbe… Si noti il condizionale. Perché – attenzione – nessuno poteva, può e potrà escludere il rischio della guerra nucleare. Però una cosa è ragionare sul rischio nucleare in quanto tale, un altro usarlo, come in Occidente, alla stregua di una risorsa politica, una specie di paravento, per non fare la guerra, consentendo così al nemico, la Russia, di giocare sui nostri dubbi e timori, sfidandoci apertamente.

Per dirla in modo banale, e dando per paritari,  solo in linea ipotetica, i rapporti di potenza  tra Occidente euro-americano e  Russia,  si pensi a due squadre di  pallavolo: Mosca gioca con le mani libere, l’Occidente con una mano legata dietro la schiena.

A chi potrà arridere la vittoria in Ucraina?

Carlo Gambescia

giovedì 28 marzo 2024

Giorgia Meloni è neonazista?

 


I vocabolari spiegano che il prefisso “neo” designa la ripresa a scopo innovativo di un’idea, di un movimento, di un partito. Un qualcosa, diciamo così, che riscuote il consenso degli innovatori, sebbene richieda un adeguamento ai tempi. Si parla infatti di neoclassicismo, neoscolastica, neocapitalismo, neoliberalismo, neofascismo, neonazismo.

Se poi al prefisso e al  termine  si aggiunge un’ulteriore specificazione, nel senso di declinare la ricaduta  dell’idea, del movimento, del partito a livello personale,  come ad esempio  “nell’animo”,  si vuol dire che il neoclassicista, il neoscolastico, il neonazista  è tale fin nei sentimenti e aspirazioni  intime.

E qui veniamo ai fatti. Nella primavera del 2022, durante  una conferenza in un liceo  barese, il professor Luciano  Canfora, filologo e storico, dalle idee di sinistra, piuttosto noto, definì Giorgia Meloni: “neonazista nell’animo” (*).

La Meloni lo querelò per diffamazione seduta stante. Però senza entrare nel merito. Parlò semplicemente di “ parole inaccettabili ancora una volta pronunciate da una persona che si dovrebbe occupare di cultura e formazione e che invece finisce a fare becera propaganda a giovani studenti”.

Dopo due anni, il prossimo 16 aprile si terrà la prima udienza (**).

Il ragionamento di Canfora, a dire il vero piuttosto rozzo per uno storico, attribuiva al “neonazismo nell’animo” di Giorgia Meloni il fatto di essersi “ subito schierata con i neonazisti ucraini”…

Luciano Canfora reiterava la vulgata di Mosca (gli ucraini nazisti, eccetera, eccetera). Di sicuro la tesi non rappresentava e rappresenta il massimo dello spirito critico. Perciò non a torto, Giorgia Meloni accusò il professore di fare propaganda. Però, al tempo stesso, curiosamente, non entrò nel merito dell’accusa di “neonazismo nell’animo”.

Va detto che all’epoca la Meloni, non era ancora a Palazzo Chigi. Quindi le critiche di Canfora erano rivolte al leader di partito. La Meloni non rappresentava l’Italia. Nessuna carica istituzionale da tutelare d’ufficio, come del resto prova la querela di parte.

Sarà perciò interessante scoprire le carte di Giorgia Meloni: se e come contrattaccherà sul doppio concetto di “neonazista” e “nell’animo”.

Neonazista è chi si rifà ai principi del nazismo, tra i quali troneggiavano razzismo e antisemitismo, con l’intenzione di aggiornarli ai tempi. Come però? Un neonazista, come provano quei movimenti politici che oggi si dichiarano tali, ribadisce con forza il “valore” dell’antisemitismo e del razzismo. E Giorgia Meloni, almeno pubblicamente, pur essendo piuttosto dura verso i migranti, non ha mai fatto alcuna apologia di tali principi.

Quanto all’espressione “nell’animo”, potrebbe essere provata solo sottoponendo Giorgia Meloni al test sulla personalità autoritaria risalente agli studi in argomento di Adorno. Cosa piuttosto complicata da attuare in una causa di diritto civile, ammesso e non concesso che un giudice conosca l’esistenza della “scala di Adorno”.

In realtà, a tale proposito, l’unico dato certo è che Gorgia Meloni, giovanissima, a quindici anni, nel 1992, aderì al Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile missina: due anni prima dello sdoganamento berlusconiano.

Pertanto fece in tempo a respirare quell’ ambigua atmosfera di complicità culturale con il fascismo che distingueva l’ambiente missino. Va detto che politicamente parlando dalla lettura dei suoi libri emerge un' impronta intellettuale di tipo tradizionalista, di cui la Meloni non ha mai fatto mistero.

Ora, se è vero come è vero che il neofascismo, come riproposizione di un fascismo rivisto e corretto, include un’ istanza tradizionalista, Giorgia Meloni può essere definita culturalmente neofascista. Però non nei termini del reato di ricostituzione del partito fascista. Quanto all’espressione “nell’animo”, anche nel caso del neofascismo, resta difficile da provare sul piano della personalità, perché si tratta di qualcosa di nascosto, addirittura di intimo.

Diciamo che Giorgia Meloni, in quanto culturalmente tradizionalista, presta oggettivamente il fianco alla tentazione fascista. Un brodo culturale   tra  i cui ingredienti  spiccano  la critica del progresso e il rifiuto  del liberalismo. Una brodaglia, per alcuni ( e non a torto),   che tra Otto e Novecento preparò il terreno adatto per  la nascita dei fascismi.  E che, se trangugiata,  può tuttora  provocare gravi danni politici e sociali.

Giorgia Meloni condivide la critica tradizionalista al mondo moderno (che ovviamente ha varie sfumature: qui semplifichiamo).

Perciò Giorgia Meloni non è conservatrice ma reazionaria. I suoi libri sono un inno alla triade Dio, patria e famiglia. Valori agli antipodi di una modernità caratterizzata invece dalla triarticolazione concettuale tra individuo, umanità e diritti di libertà, anche da ogni legame familiare.

Pertanto a differenza del professor Canfora definiremmo Giorgia Meloni una neofascista di stampo tradizionalista. Con spiccate capacità di imbrogliare le carte. Pensiamo al suo non comune pragmatismo, infatti contestato dai neofascisti duri puri (ferocemente antiliberali, anticapitalisti e antiamericani) che non vogliono sentir parlare di difesa dell’Occidente.

In realtà la svolta occidentalista degli ultimi tempi non è inconciliabile con il tradizionalismo meloniano. Dio, patria e famiglia rinviano alle radici cristiane della cultura occidentale. La Riforma spezzò l’unità del cristianesimo. Il protestantesimo sposò la causa della modernità, il cattolicesimo le si rivolse contro. Una contraddizione che vide in pieno XX secolo una parte dei cattolici, perfino tedeschi, schierarsi con Hitler e Mussolini.

Gorgia Meloni vive la modernità come un peso. La guarda di traverso, o meglio "guata". Di qui come dicevamo il pericolo della tentazione fascista, pericolo comunque sempre in agguato nel neofascismo, anche quando di matrice tradizionalista.

In sintesi: Giorgia Meloni non è neonazista, ma di sicuro  tradizionalista. E sotto tale aspetto rientra a pieno titolo nella genealogia del neofascismo che “per li rami” risale fino al fascismo.

Carlo Gambescia

(*) Qui una sintesi dei fatti: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/12/bari-luciano-canfora-durante-lincontro-in-un-liceo-giorgia-meloni-neonazista-nellanimo-la-leader-fdi-annuncia-querelo/6556981/.

(**) Qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/03/27/meloni-querela-luciano-canfora-definita-neonazista-animo-aprile-udienza-solidarieta-cittadini-associazioni/7493790/ .

mercoledì 27 marzo 2024

Sinistra. Il solito copione politico

 


“Il manifesto” oggi suggerisce di andare tutti a Milano il 25 aprile. Una grande manifestazione antifascista e pacifista. No, grazie.

Il copione politico della sinistra sembra condannato a ripetersi. Le grandi manifestazioni ormai non si traducono più in voti né in rivoluzioni pronta cassa.

Da quando? Grosso modo dalla fine degli anni Ottanta. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il fallimento del socialismo reale ha messo in crisi la sinistra occidentale, in particolare quella in passato legata all’idea leninista, nelle due vesti, rivoluzionaria pura e rivoluzionario-legalitaria. Per capirsi: Lenin e Togliatti.

Oggi la sinistra tenta di salvare il salvabile puntando su pacifismo ed egualitarismo (via stato redistributivo). Nonché, in Italia,  sul  rilancio del collegamento tra antifascismo,  Resistenza e  pacifismo.

Ora, che il governo italiano sia su posizioni di estrema destra, è un dato di fatto. Sul punto l’appello del “il manifesto” per il 25 aprile è nel giusto.

Il pericolo reale di possibili giri di vite esiste, soprattutto alla luce dei risultati delle elezioni europee di giugno, che potrebbero essere favorevoli alla destra, come pure di una possibile vittoria di Trump alle presidenziali americane di novembre.

È la ricetta purtroppo che è sbagliata. Le grandi manifestazioni hanno fatto il loro tempo e possono favorire solo incidenti e conseguenti strumentalizzazioni di un governo di estrema destra che non aspetta altro.

Ovviamente esistono anche ragioni di contenuto.

Si pensi al collegamento tra antifascismo, Resistenza e pacifismo. Si rischia l’ennesimo corto circuito. Purtroppo, come più volte osservato, antifascismo e Resistenza, sebbene nobili e necessari sotto il profilo morale, e probabilmente anche sul piano militare,   furono però  fenomeni elitari senza radici nella popolazione. Pochi, buoni quanto si voglia, ma pochi. 

Per contro il fascismo, subdolamente, almeno fino alla guerra, fu capace di  intercettare il prosaico quietismo italiano. Di qui il consenso, passivo, ma consenso. Andato poi perduto con la guerra.

Punto non secondario quello della pace. Si tratta infatti della carta più importante per la sinistra, carta che potrebbe tramutarsi in un elemento di forza, anche in termini di voti, dal momento che la speranza di invertire la tendenza elettorale non muore mai nell'attore politico. Però, attenzione, di quale pace parla la sinistra? Quella rivolta a premiare l’imperialismo di Putin e il terrorismo di Hamas.

Si noti la contraddizione. Per un verso si inneggia alla Resistenza italiana, che fu lotta armata di minoranze, ma lotta armata. Quindi nulla a che vedere con il pacifismo. Per l’altro si condanna la resistenza ucraina e israeliana, che è armata, ma condivisa dalla maggioranza degli ucraini e degli israeliani. L’esercito ucraino e israeliano sono eserciti di popolo. Cosa che non fu, nonostante la retorica successiva, la Resistenza italiana, alla quale si inneggia collegandola al pacifismo. Guerra e pace mescolate insieme, secondo le convenienze politiche del momento… Doppio registro, doppia verità. Machiavelli per pacifisti.

Pertanto – ecco il fattore omologante, privo di originalità – il pacifismo della sinistra, se dovesse avere la meglio, intercetterebbe, a sua volta, il basso continuo del quietismo italiano, che, come forma di passività sociale, sembra impermeabile alle differenze tra ventennio fascista e ottantennio (quasi) repubblicano. Insomma, Franza o Spagna, Neri o Rossi, purché “se magni”. Anzi si viva.

E qui ritorniamo al “meglio rossi che morti”, che fece le sue prove generali di pacifismo con Hitler, “rosso bruno” diciamo, poi con Stalin, Chruščëv, Brežnev e ultimi successori, i “rossi” veri e propri. Si pensi al pericolo della guerra atomica, agitato soprattutto nei primi anni ottanta del secolo scorso, dai pacifisti filocomunisti per evitare l’installazione dei cosiddetti euromissili americani in Italia. La retorica della “battaglia” pacifista per Comiso.  

Semplificando, e parliamo dell'oggi:  il pacifismo, come proseguimento  del comunismo con altri mezzi ideologici.  Un "campo largo" che si ripromette di  intercettare il pacifismo di pancia degli italiani, come fece sull'altra sponda il fascismo italiano prima di allearsi con Hitler, secondo la vecchia ma vivace  tradizione del populismo comunista. E qui si aprirebbe il  discorso sul monopolio ideologico della Resistenza e dell'antifascismo da parte dei comunisti e dei loro eredi politici con nomi  differenti. Come pure sul populismo come pre-assunto ideologico comune alla destra e alla sinistra. Per oggi tuttavia basta così. Una pena al giorno.

Che fare allora? Difficile dire. I sondaggi ci dicono che quasi due italiani su tre non vogliono sentir parlare di guerra. La destra, al di là delle dichiarazione ufficiali di fedeltà alla Nato, ha radici antioccidentali. Quindi potrebbe sempre cambiare bandiera o mandarla per le lunghe. La sinistra vuole invece la pace, sicché è più in sintonia con l’elettorato, che però – parliamo dell’elettorato- non condivide il richiamo antifascista e resistenziale, perché non lo capisce o ignora. Semplificando, primum vivere.

Ci troviamo in una di quelle situazioni storiche di apparente stallo in cui però la forza degli eventi rischia di trascinare uomini e cose. Per capirsi, con riferimento alla crisi ucraina: essere costretti dal nemico a fare la guerra anche se non si è preparati, oppure fare la pace per ritrovarsi intrappolati nella rete tesa dal nemico. Ironie della storia.

La vera tragedia per l'Occidente  è la totale assenza di una classe politica, diremmo addirittura dirigente, all’altezza delle sfide, a destra come a sinistra. Che avrebbe dovuto impedire da subito l’aggressione sovietica. Come pure, sostenere Israele fin dall’inizio senza se e senza ma.  Come? Mostrandosi decisa a tutto. Non balbettante e incerta. Anche  all'occasione bleffando, come al poker. La politica è questo. E Mosca e Hamas  in ciò  sono veri maestri.

Esistono ancora margini? Difficile dire. Potrebbe essere tardi, per la pace come per la guerra. Pertanto manifestare a Milano il 25 aprile prima ancora che sbagliato è inutile. Un dubbio esercizio di retorica che non favorisce né la pace né la guerra.

Carlo Gambescia


martedì 26 marzo 2024

Questioni metodologiche. L’ACLED e i conflitti nel mondo

 


Non vorremmo essere fraintesi. Nutriamo il massimo rispetto per il lavoro scientifico dell’ACLED ( Armed Conflict Location and Event Data Project). Un’ organizzazione non governativa, anglo-americana, specializzata nella raccolta di riferimenti, analisi e posizionamento dei conflitti nel mondo. Addirittura in tempo reale (*) .

Fondato e diretto nel 2005 da una geografa, specialista in conflitti, Clionadh Raleigh, docente presso l’Università del Sussex, formatasi presso il Peace Research Institute Oslo (PRIO). Il Think Tank ha sede negli Stati Uniti e ogni anno dal 2010 pubblica un Indice o lista dei conflitti nel mondo.

La “Wachlist” di quest’anno (**) , oltre a segnalare un aumento dei conflitti, rispetto all’anno passato del 12 per cento, assegna il primo posto al Myanmar (già Birmania), il secondo alla Siria, il terzo alla Palestina. L’Ucraina è al settimo posto.

E qui, dispiace dirlo, i conti non tornano. Perché il conflitto in Ucraina rimanda a un parametro analitico sottovalutato dall’ACLED, anzi, a dire il vero, neppure preso in considerazione (***).

Quale? Quello delle conseguenze politiche. Parametro che rimanda non all’attuale diffusione geografica ( “geographic diffusion”) di un conflitto, ma a quella potenziale, altrettanto importante.

Ci si può rispondere che la valutazione dell’estensione potenziale di un conflitto è di tipo politico non scientifico. E che una analisi scientifica deve basarsi sui fatti, quindi sulla situazione attuale, anche come dimensioni del conflitto, senza lanciarsi in previsioni basate su pregiudizi politici, come ad esempio quello di attribuire alla Russia una volontà imperiale. Quindi, per dirla tecnicamente, una volontà espansiva.

In realtà una cosa è la guerra interetnica in Birmania, un’altra nel cuore dell’Europa.

Non è una questione di eurocentrismo, ma di confronto tra grandi potenze. Perché, da una parte, dietro l’Europa si scorgono Nato e Stati Uniti, mentre dall’altra si affaccia la Russia post Sovietica, comunque armatissima e ancora potente, soprattutto sul piano delle armi non convenzionali. Insomma non si tratta di micro-conflitti localizzati in Birmania.

Perché? Qual è la causa di questo errore metodologico? Il pacifismo.

Quando si parte da una posizione pacifista, come quella della professoressa Raleigh, formatasi per l’appunto al PRIO, fondato da Johan Galtung, scienziato sociale norvegese, culturalmente devoto al pacifismo gandhiano, tutti i conflitti sono ugualmente cattivi.

Insomma, l’uno vale l’altro. Esiste una autentica incapacità di “pensare la guerra”. Si pensa solo alla pace. Sicché lo scopo non è più quello del “si vis pacem, para bellum”, ma del “para pacem”. Un’utopia. Per giunta pericolosa.

Per carità, tutto molto nobile, tuttavia la parificazione dei conflitti in Ucraina e Myanmar, sottovaluta l’espansionismo russo, spianando la strada a un’altra guerra mondiale. Altro che il conflitto, sia detto con tutto il rispetto per le non poche vittime, tra “Stato Karen” (o Kajin) e Stato birmano (o Myanmar), solo per citarne uno.

Un equilibrio metodologico, a proposito delle potenzialità dei conflitti, che il Think Tank anglo-americano sembra invece recuperare, anche giustamente (perché Trump è "affetto" da sindrome cesarista), a proposito degli Stati Uniti. Che sono “indicizzati” al decimo posto a causa, per l'appunto,  del crescente rischio di conflitti politici, sempre più violenti,  legati all’ascesa elettorale di Donald Trump e al ribellismo politico ( a lui collegato) dell'Alt-Right (Destra Alternativa, nel senso del classico  radicalismo di destra antisistema).

Qui, però, sorge spontanea una  domanda: perché quando c’è di mezzo l’espansionismo russo si privilegia il Myanmar, mentre quando è il turno di Trump, altrettanto aggressivo si privilegia Trump?

La risposta ai lettori.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://acleddata.com/. Una piccola nota personale. Il sito Acled negli ultimi tre mesi ha ricevuto 250 mila visualizzazioni (https://www.similarweb.com/it/website/acleddata.com/#ranking). Il nostro blog, altrettanto specialistico, senza  mezzi,  se non quello  dell' attitudine allo studio del suo “amministratore”,  nello stesso periodo ne ha ricevute circa 35 mila ( dati Google a disposizione su richiesta privata).

(**) Qui per il rapporto 2023 (gennaio 2024): https://acleddata.com/conflict-index/.

(***) Qui per la metodologia: “The ACLED Conflict Index assesses every country and territory in the world according to four indicators – deadliness, danger to civilians, geographic diffusion, and armed group fragmentation – based on analysis of political violence event data collected for the past year. The top 50 ranked countries and territories are experiencing extreme, high, or turbulent levels of conflict.” (https://acleddata.com/conflict-index/ ).

lunedì 25 marzo 2024

Fosse Ardeatine. Sei righe sei

 


La cosa grave non è rappresentata solo dalle sei righe sei, ma dall’  indifferenza della “gente”. La stessa gente da trent’anni deificata nelle piazze televisive e digitali. Lo scandalo è nell’assenza di reazioni pubbliche verso un governo di estrema destra che giorno dopo giorno sta tramutando il Ventennio fascista in oggetto misterioso.

Croce, non molto felicemente a dire il vero, una volta parlò del fascismo come dell’ invasione degli Hyksos. Giorgia Meloni, da par suo, sta trasformando il fascismo in mistero etrusco. Il lettore ricorderà senz’altro l’alone di mistero che avvolge la storia etrusca. Da dove venivano gli Etruschi ? Pirati? Mercanti? Navigatori? Ierocrati? Un popolo autoctono o invasore? Ma sono veramente esistiti o li hanno inventati i Romani? E così via.

Intanto si legga il messaggio meloniano.

“Oggi l’Italia onora e rende omaggio alla memoria delle 335 vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, terribile massacro perpetrato dalle truppe di occupazione naziste come rappresaglia dell’attacco partigiano di via Rasella. L’eccidio ardeatino è una delle ferite più profonde e dolorose inferte alla nostra comunità nazionale e ricordare cosa accadde in quel funesto 24 marzo di ottant’anni fa è un dovere di tutti” (*).

Si noti subito una cosa fondamentale. Il “terribile massacro” è imputato alle “truppe di occupazione naziste”. Che – vero – hanno premuto il grilletto. Ma spalleggiati dai fascisti. Questa è storia. Pertanto è di gravità assoluta omettere nel messaggio commemorativo il feroce ruolo del collaborazionismo fascista.

Questa reticenza fa parte, come più volte notato, della strategia dell’omissione di Giorgia Meloni, che conta soprattutto sull’indifferenza della gente. Chi ha reagito infatti? Solo l’Anpi, in qualche misura, sia detto con grande rispetto, associazione di “addetti ai lavori”.

Purtroppo gli italiani – qui il vero problema – non sono iscritti in massa all’Anpi. E la stessa esistenza dell’Anpi indica la necessità della conferma istituzionale. In realtà, sociologicamente parlando, forse in modo impressionistico, ciò che è spontaneo, si pensi a una “Resistenza vivente” nei cuori di tutti o quasi tutti, non ha necessità di conferme istituzionali. Fatto salvo ovviamente il valore associativo, in una società aperta, di una memoria organizzata degli eventi. Anche perché senza l’Anpi che ci ricordi  cosa  è stata  la Resistenza  saremmo tutti meno liberi.

Perché allora questa indifferenza, questo distacco, questa freddezza, verso la Resistenza? Atteggiamenti, purtroppo, diffusi. Che però non vengono dal nulla.

Spieghiamo meglio.

Da un lato, per chiamarli con il loro nome, i vigliacchi e i loro eredi. Pensiamo al 90 per cento degli italiani che rimase dietro le finestre in attesa che la bufera passasse. Una massa passiva, inerziale,  contraria alle azioni partigiane, perché, come poi regolarmente accadeva, provocavano la reazione dei nazisti.  Si dirà che non erano vigliacchi ma solo persone prudenti. Gli eroi sono  sempre pochi, eccetera, eccetera. E sia. 

Però che tipo di memoria storica della Resistenza, quella vera, i “prudenti” potevano trasmettere a figli e nipoti? Zero.  Il che spiega, almeno in larga parte, l’indifferenza di oggi. Assenza di una cultura resistenziale diffusa. 

Dall’altro lato, va ricordata la monopolizzazione politica successiva della Resistenza, non a torto, da parte dei comunisti che ebbero, come pare, il più alto numero di caduti. 

Ora, lasciando da parte le questioni del leninismo partigiano e della pavidità politica delle forze democratiche e liberali che pure combatterono nazisti e fascisti, il “connubio” Resistenza-Comunismo, ad elevato tasso di “ideologizzazione” dell’antifascismo, non ha aiutato la successiva diffusione di una genuina e spontanea cultura della Resistenza tra la gente. 

Che era quella rimasta alla finestra: i “prudenti” o “vigliacchi” (decida il lettore). Gente, che (sintetizzando) per quietismo politico (si legga apatia), non voleva e non vuol sentire parlare di conflitti, come accade oggi, se non per il welfare: per l’asilo nido, le pensioni, i bonus, eccetera. Certo,  si sono portate avanti, in primis da parte delle organizzazioni partigiane,  campagne  di  sensibilizzazione civica e politica. Ma  come ben si sa la poesia di Dante la si scopre non a scuola ma dopo.  Ammesso e non concesso che un giorno la  si  scopra.  

In questo contesto apatico, una volta agguantato il governo, per l’estrema destra di Giorgia Meloni è stato un gioco da ragazzi ricondurre la dittatura di Mussolini, alleato dei nazisti,  nel mistorioso alveo dell’ etruscologia fascista.

Chi erano i fascisti? Boh! Da dove sono venuti? Boh! Ma sono esistiti veramente? Boh!

Carlo Gambescia

(*) Qui per il messaggio: https://www.governo.it/it/articolo/dichiarazione-del-presidente-meloni-occasione-dell80-anniversario-delleccidio-delle-fosse . Per la foto di copertina, qui: https://www.romasparita.eu/foto-roma-sparita/106689/fosse-ardeatine-3 .