mercoledì 31 gennaio 2024

Ilaria Salis, Pascal e i Pirenei ungheresi

 


Abbiamo tutti visto le tristi immagini di Ilaria Salis “in catene”. 

Indubbiamente un trattamento del genere,  diffuso  non solo in Ungheria,  è  umiliante, soprattutto nel caso di condivisione del principio della presunzione di innocenza. Cioè del principio che un imputato non è colpevole fino a sentenza definitiva.

Va precisato che all’uso delle semplici manette, per i trasferimenti dei detenuti, per non favorire la fuga, si ricorre in tutto il mondo. E nessuno ha nulla da ridire.

Per contro, resta meno frequente il ricorso al medesimo trattamento, talvolta aggravato dall’uso di catene, all’interno delle aule di giustizia, in rispetto, come detto, del principio della presunzione d’innocenza. Al quale, cosa non secondaria, si usa affiancare giustamente il principio del trattamento dignitoso della persona.

Un essere umano in catene, in un’aula di giustizia, ma anche dietro le sbarre ( si pensi ai processi a mafiosi e terroristi in Italia) non è uno spettacolo degno di una società che aspiri a difendere giuridicamente i diritti dell’uomo.

Insomma, resta una questione di civiltà giuridica. In Ungheria, evidentemente, le idee di pericolosità e di possibile fuga di un imputato prevalgono su qualsiasi altro principio.

Qui però si apre un altro capitolo. Come deve comportarsi un governo  dinanzi al triste spettacolo di un suo cittadino trattato in modo umiliante da un altro governo? Deve intervenire? Oppure no? Ed eventualmente in che modo? La difesa dei diritti dell’uomo, come provò per la prima volta il Secondo conflitto mondiale, si fonda su una spirale, che va dalla protesta diplomatica, passando per le sanzioni, fino al conflitto armato.

Non è facile dare risposte univoche. Però una linea di comportamento si può indicare.

Diciamo subito che quando si tratta di dinamiche individuali, non collettive come potrebbe essere un’invasione militare, si deve partire da una valutazione del senso di responsabilità individuale del singolo cittadino coinvolto.

Si prenda il caso di Ilaria Salis. Non era in Ungheria per turismo. Sebbene, debba essere provato, la si accusa di fare parte di un’organizzazione paraterroristica tedesca “antifascista”, denominata “Hammerbande” (“Banda del martello”), resasi responsabile in Germania di aggressioni fisiche a militanti di estrema destra. Sembra perciò che la Salis fosse in Ungheria con intenzioni bellicose. La polizia ungherese la accusa di aver aggredito alcuni membri di un movimento neonazista, che però avrebbero riportato lievi ferite. Secondo i suoi difensori non sarebbe stata arrestata in flagranza di reato.

Dicevamo della responsabilità individuale. Ilaria Salis, probabilmente non ha mai letto Pascal, in particolare il passo dei Pensées che segue. Oppure lo ha letto, ma ne ha trascurato la lezione.

“Nulla si vede di giusto o di ingiusto che non muti col mutare di clima. Tre gradi di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza; un meridiano decide della verità; nel giro di pochi anni le leggi fondamentali cambiano; il diritto ha le sue epoche; l’entrata di Saturno nel Leone segna l’origine di questo o quel crimine. Singolare giustizia che ha come confine un fiume! Verità di qua dei Pirenei, errore di là”.

Non dovrebbe essere così. Ma purtroppo è così. Non c’ è accordo in questo mondo sull’ idea di dignità umana, come pure sul valore della presunzione di innocenza. Ora, quando si tratta di un intero popolo, come fu in occasione della Seconda guerra mondiale, quando l’Occidente si oppose a Hitler, invasore e distruttore di popoli, autentico nemico dei diritti dell’uomo, non ci si può tirare indietro: “Mors tua vita mea”.

Ma quando si tratta di questioni che rinviano all’individuo, insomma a criteri di prudenza personale, si deve lasciare che l’individuo paghi le conseguenze delle proprie azioni. Ilaria Salis non poteva non sapere quale sorte le sarebbe toccata, in caso di violazione delle leggi, al di là dei Pirenei ungheresi.

Attenzione, nulla di personale o di ideologico: a situazione rovesciata, cioè se si trattasse di un militante di destra, la nostra argomentazione non muterebbe di una virgola.

Crediamo perciò che dal punto di vista governativo  la responsabilità individuale rappresenti  la bussola per orientarsi  in casi come quello di Ilaria Salis. Quando si decide di praticare sport politici estremi, diciamo così, non si possono ignorare le conseguenze dei propri atti…

Ovviamente, la logica della responsabilità individuale non va recepita e applicata quando sia  in  gioco il destino di interi popoli impunemente aggrediti. Si pensi, da ultimo, al caso dell’Ucrania invasa dai russi e giustamente aiutata dall’Occidente.

Ovviamente, ripetiamo, vedere un essere umano in catene, rattrista e ferisce. Però chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Carlo Gambescia

martedì 30 gennaio 2024

Piano Mattei? No, Piano Rauti

 


Il titolo è criptico, soprattutto per i non addetti ai lavori. Però chi avrà la pazienza di seguirci fino in fondo, poi capirà.

Un piccolo inciso. Salvemini una volta definì la Libia italiana, uno scatolone pieno di sabbia. A quei tempi – gli anni Dieci del Novecento – il petrolio non era ancora l’oro nero. Del resto Salvemini negli anni Cinquanta si oppose anche alle autostrade. Pur essendo un acuto storico non aveva mai capito fino il fondo il senso della modernità. Modernità: il lettore prenda appunto.

Comunque sia, la definizione di scatolone pieno di sabbia, quindi di una cosa inutile e pesante, si attaglia benissimo al “Piano Mattei”. Una iniezione di statalismo da manuale, via Eni e altre strutture economiche partecipate, a cominciare dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Per fare il punto sul “Piano Mattei”, di cui in realtà si sa ancora poco, in senso stretto, tecnico, rinviamo a un informato articolo de “ Il Post” (*) .

Anche perché oggi vorremo sottolineare un aspetto sfuggito a molti osservatori. Diciamo culturale, con implicazioni metapolitiche. Si tratta di un passo “rivelatore” racchiuso nell’intervento  meloniano di apertura della Conferenza Italia-Africa, tenutasi a Roma domenica 28 e lunedì 29 gennaio. Si legga qui:

“Un Piano di interventi con il quale vogliamo dare il nostro contributo a liberare le energie africane, anche per garantire alle giovani generazioni un diritto che finora è stato negato, perché qui in Europa noi abbiamo parlato spesso del diritto a emigrare, ma non abbiamo parlato quasi mai di come garantire il diritto a non dover essere costretti a emigrare, e a non dover così recidere le proprie radici, in cerca di una vita migliore sempre più difficile da raggiungere in Europa”(**).

Giorgia Meloni parla del “diritto a non dover essere costretti a emigrare”. Cioè in pratica inventa un diritto – a non emigrare – che in pratica non esiste perché, come sancisce l’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani, firmata anche dall’Italia:

“1.Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato; 2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese” (***).

Per capirsi: esiste il diritto alla libertà di movimento e di residenza. Punto. Non esistono due diritti contrapposti (di migrare e non migrare), come invece vuol far credere Giorgia Meloni per giustificare una pelosa politica di aiuti economici per convincere il migrante a restare a casa propria. Si potrebbe addirittura parlare di corruzione morale:  nel senso di indurre il migrante in cambio di denaro a rinunciare all’esercizio di un proprio diritto.

Tra l’altro, si introduce  il  concetto di “radici”, tipico della destra nazionalista, ma diciamo pure fascista, perché la norma, se si vuole la regola, del diritto cosmopolita e liberale è altra: “Ubi bene, ibi patria”. Inoltre si dà per scontato che il migrante sia “in cerca di una vita migliore sempre più difficile da raggiungere in Europa”. In realtà la vita del migrante si fa difficile “in Europa”, perché è la stessa destra che si impone di renderla difficile, discriminando, deportando, incarcerando, confinando.

Siamo davanti a un gravissimo deficit culturale: la destra considera il rapporto con il migrante solo in termini di esclusione. Se inclusione deve essere, che sia nei paesi di origine. Insomma, si dà per scontato, in senso antropologico e metapolitico, che il migrante, sia tale per ragioni squisitamente economiche. Una specie di “Homo oeconomicus”. Capito? Altro che destra idealistica... Questo è  "materialismo", e di quello  duro.

Perciò – ecco affacciarsi la ristrettezza mentale e culturale della destra – una volta risolte le questioni alimentari in loco, se ci si  passa la battuta, “Viva il gioco dell’’uva, ognuno a casa sua”. Questo è il senso dello scatolone di sabbia, cioè del “Piano Mattei”.

Non si fanno i conti con la modernità. Che è gusto per la libertà di movimento, per l’avventura, per il nuovo, come provano le indagini sociologiche, fin dai tempi degli studi sorokiniani sulla mobilità sociale. Detto altrimenti, le motivazioni culturali del migrante alla mobilità sono altrettanto importanti quanto quelle economiche.

La destra che ci governa, crediamo ignori tutto questo, per evidenti limiti culturali. In realtà, invece, di "Piano Mattei" si dovrebbe parlare di "Piano Rauti". Perché queste idee antimoderne delle radici comunitarie recise e dell’aiuto in loco, risalgono a Pino Rauti. Intellettuale e politico missino, non banale, che scrisse queste cose addirittura verso la fine degli anni Settanta del Novecento. Rauti allora si riallacciava ideologicamente alla politica mussoliniana che, sebbene priva di risorse, vedeva nell’Africa un serbatoio di energie e ribellioni antibritanniche e antifrancesi (****).

A dire il vero Giorgia Meloni si dichiara dalla parte dell’Occidente. Ma con simili trascorsi ideologici è credibile?

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ilpost.it/2024/01/29/piano-mattei-conferenza-italia-africa/ . Per il testo si veda qui (pp. 13 sgg.): https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2023/11/15/267/sg/pdf . Ma, sugli aspetti “mitologici”, a proposito della figura di Mattei, si veda anche il nostro articolo: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2022/12/giorgia-meloni-e-il-mito-di-enrico.html .

(**) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/vertice-italia-africa-linterventi-di-apertura-del-presidente-meloni/24857 .

(***) Qui: https://www.ohchr.org/en/human-rights/universal-declaration/translations/italian .

(****) Qui, un articolo del 2003, in cui Rauti riprende e sviluppa, diciamo pure ingentilisce, idee, come scrive, per le quali “si è battuto da sempre”: http://pinorauti.org/linea-aiutiamoli-casa-loro-verita-sugli-immigrati/ .

lunedì 29 gennaio 2024

La crisi del conservatorismo

 

Si può ancora parlare di conservatorismo? Partiamo dalla definizione di conservatore.   

Può essere definito conservatore chiunque si proponga di conservare lo status quo: lo stato in cui storicamente  ci si trovi. Un reazionario, invece, vuole tornare allo status quo ante, cioè allo stato sociale precedente. Un progressista invece? Si propone di cambiare tutto.

Riepilogando, un conservatore guarda al presente, un reazionario al passato, un progressista al futuro.

Oggi, sotto questo aspetto, il conservatore, forse senza neppure saperlo, si ritrova a dover difendere quelle che settant’anni fa erano definite posizioni progressiste: lo stato sociale e l’economia mista pubblico-privato. Si può perciò parlare di crisi del conservatorismo.  Se non di vera  propria inutilità. Almeno nel nostro contesto storico.

E un reazionario? Non può non guardare al passato. Ma quale passato? Per un fascista il passato è rappresentato dall’omonimo regime.  Un tradizionalista proietta lo sguardo  ancora più indietro, verso qualche lontana età dell’oro.  Un ecologista – non è una battuta – guarda invece  all'età della pietra. Insomma  al  mondo pre-industriale.

Quanto al progressista occorre fare una distinzione. Innanzitutto esistono i falsi progressisti. Che si autodefiniscono tali, ma che in realtà sono i difensori dello status quo: stato sociale ed economia mista. Allora quali sono i veri progressisti? Vero progressista è chiunque pensi in termini di progresso, cioè di avanzamento verso un futuro stato di perfezione. Il vero progressista non vuole estendere le conquiste del presente al futuro, ma vuole un futuro completamente diverso dal presente. Però qui va fatta un’altra distinzione: tra stato di perfezione collettivo, irrealizzabile (come nel comunismo), e stato di perfezione individuale, realizzabile (come nel liberalismo).

Ora il pensiero conservatore, per salvarsi dalle sabbie mobili dello "statusquoisimo",  ha due possibilità: o, dal momento che lo status quo è difeso  dai falsi  progressisti, sposa la causa dei reazionari, dei propugnatori  dello status quo ante: si fa fascista, tradizionalista, ecologista. Oppure sposa la causa dei progressisti autentici designando un futuro stato perfezione, senza però cadere nell’utopia comunista e collettivista.

Il problema è che i reazionari guardano al mondo pre-moderno. In qualche misura collocano la perfezione nel passato. Un vero conservatore dovrebbe invece guardare al futuro, dal momento che il presente è occupato dai falsi progressisti. Ma come sposare la causa del futuro se ci si definisce conservatori, quindi difensori dello status quo? O peggio ancora come ci si può mescolare con i comunisti?

La risposta è nella riscoperta dell’ideologia liberale. Che guarda al futuro senza però evocare ideali di perfezione. La famosa ricerca della felicità individuale è per l’appunto qualcosa di individuale, che ognuno ricerca secondo il proprio punto di vista. Per essere più specifici non occorrono al vero progressista liberale né l’aiuto dello stato sociale né i controlli dell’ economia mista pubblico-privato. Il liberalismo, non si preoccupa dei fini. E al tempo stesso consente che ognuno scelga liberamente i mezzi più opportuni. Si chiama libertà individuale. Ed è un valore disconosciuto dai reazionari, dai conservatori e dai falsi progressisti (welfaristi e comunisti)

Perciò sotto questo aspetto oggi non esiste veramente nulla da conservare. Il che spiega la crisi del conservatorismo contemporaneo, che gravita tra la reazione e il falso progressismo, tra passato, presente, tra dio e il welfare.  Non potendo del resto sposare la causa del progressismo comunista, ateo,  basata su un utopico ideale di perfezione futura.

Perciò è scontato  che chiunque si definisca liberale, nel senso qui ricordato, venga subito attaccato su tutti i fronti: dai reazionari, dai conservatori, dai falsi progressisti, dai progressisti utopisti.

Probabilmente per riscoprire la libertà, vera, progressista, capace di non ricadere nell’utopismo collettivista, la nostra società  dovrà prima  toccare il fondo. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

domenica 28 gennaio 2024

Secondo la sinistra Giorgia Meloni avrebbe scoperto il “nazifascismo”.... Ma mi faccia il piacere!

 


Hanno le traveggole. Non c’è altro termine per definire lo stato confusionale in cui versa la sinistra, che non facilita il rigetto di un ’estrema destra abbarbicata al  governo.

Marco Damilano nell’editoriale uscito sul “Domani” (*) – citiamo lui per tutti – parla, a proposito del messaggio di Giorgia Meloni in occasione del Giorno della memoria, di una chiara condanna del “nazifascismo” (addirittura senza trattino: un blocco unico). E riporta questa frase: “non cadano nell’oblio la malvagità del disegno criminale nazifascista e la vergogna delle leggi razziali”. Dopo di che Damilano imbastisce tutto discorso, abbastanza strampalato, sul premierato, sull’antifascismo, sulla costituzione e sul legame con la democrazia, criticando “la sinistra dolciastra e delle buone maniere”, che deve invece “riprendere un contatto, un rapporto di ascolto con il popolo, il popolo concreto delle liste di attesa e del lavoro sottopagato”. Populismo di sinistra contro populismo di destra: una tragedia politica.

Ora, aprire un linea di credito a Fratelli d’Italia, per una semplice parolina (“nazifascismo”), che nel messaggio dell’anno passato non c’era, indica come il giornalismo di sinistra sia incapace di uscire fuori dalla tempistica del mass media (**).

Ci spieghiamo meglio. Una cosa è tipica del giornalismo, e da sempre: andare subito alle conclusioni. Quindi in tempi brevissimi. Insomma, di scegliere domande facili e riposte ancora più facili. Questa cosa non l’hanno inventata i social. Ma un signore americano che si chiamava William Randolph Hearst: il padre della stampa gialla o scandalistica.

Facciamo solo un paio di  esempi  di tempistica massmediatica. Sara Ferragni in meno di ventiquattr’ore è passata dalle stelle alla stalla. Si è addirittura approvata una legge sulle donazioni a scopo pubblicitario alla quale i giornali hanno dato il  nome di "legge Ferragni". Marchiata a vita.  Ma il discorso, riguarda anche gli uomini politici. Zelensky? Un giorno è un eroe, un altro un corrotto. E così via.

Ora, anche Giorgia Meloni, all’improvviso o quasi, sarebbe diventata antifascista.

Un poco di serietà. Ammesso e non concesso che sia in atto un processo di revisione politica, è sufficiente per ravvedersi ideologicamente poco più di un anno di governo? A fronte del quale abbiamo un’estrema destra che per quasi ottant’anni ha difeso Mussolini, e talvolta anche Hitler, a spada tratta?

Si dirà che comunque sia è un buon inizio. E che da qualche parte si deve pur cominciare… Cioè si sostiene che è politicamente normale dopo ottant’anni interrogarsi sull’antifascismo linguistico (non mentale e/o comportamentale) di un partito che di tempo per cambiare idea su Mussolini e Hitler ne ha avuto anche troppo.

Ecco Damilano, come tutti i giornalisti, va subito alle conclusioni, per poi arrabattarsi in cerca di nuovi armi argomentative per attaccare il governo Meloni. Nuovi armi si fa per dire: perché, come detto, ricorrere al populismo di sinistra per contrastare quello di destra, significa solo farsi del male. Damilano, ad esempio, proprio come Giorgia Meloni, parla di democrazia e non di liberalismo. Una parola, visto che siamo in tema di analisi linguistiche, assente nel vocabolario della destra e della sinistra.

In realtà, non parleremmo di conversione. È troppo presto. La Meloni ha lanciato uno zuccherino all’ opposizione. Perché, ripetiamo, un anno o poco più è insufficiente per azzerare una tradizione politica che ha più di un secolo di vita. I partiti, soprattutto ideologici ed estremisti, come il famoso cane di Pavlov, hanno i riflessi condizionati. Quindi non ci si può fidare.

Solo per dire una. Tuttora per La Russa, e numerosi altri post missini, Mussolini resta un grande statista. Come lo era per Meloni. Ma anche per lo stesso Fini. Però da ieri hanno tutti scoperto il “nazifascismo”…

Come diceva Totò? Ma mi faccia il piacere!

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/una-premier-senza-memoria-che-dimentica-la-costituzione-p5ckrqcn .
(**) Qui il messaggio 2024: https://www.governo.it/it/articolo/dichiarazione-del-presidente-meloni-occasione-del-giorno-della-memoria/24845 . Qui quello del 2023: https://www.governo.it/it/articolo/giorno-della-memoria-messaggio-del-presidente-meloni/21600 . Si notino, tra i due messaggi, le ripetizioni, gli aggiustamenti, i prolungamenti. Roba da ufficio stampa, tipo copia-incolla. Altro che tormenti politici interiori…

 

sabato 27 gennaio 2024

Giorno della Memoria. Dio è morto, però l’antisemitismo è vivo

 


Vogliamo capire il senso profondo, diciamo metapolitico,  del Giorno della Memoria? Al di là delle strumentalizzazioni politiche? Su quest’ultimo punto basta scorrere i giornali di oggi, in particolare le prime pagine. A destra lo si usa contro la sinistra dei centri sociali e quella compiacente verso Hamas. A sinistra per attaccare il fascismo, e di riflesso Fratelli d’Italia, nonché Netanyahu , leader conservatore, e perciò malvisto dai progressisti.

In realtà, il Giorno della Memoria, quasi dispiace dirlo, non è altro che un fragile argine, senz’altro nobilissimo, istituito dall’ONU meno di vent’anni fa. Un argine contro l’antisemitismo, fenomeno che invece ha più o meno duemila anni.  Qui il vero punto della questione.

Non vorremmo ora che gli amici ebrei ci accusassero di sottovalutazione della Shoah. Lo sterminio messo in pratica dai nazionalsocialisti, con l’aiuto fattivo dell’alleato fascista, è per un verso il terribile punto di arrivo di venti secoli di antisemitismo, e per l’altro una tremenda reazione di rigetto con pretese risolutive ( furono gli stessi carnefici nazi-fascisti a parlare di “soluzione finale”) all’inserimento civile e politico, sul piano del sistema liberal-democratico, dell’ebreo. Un processo formalmente iniziato, come insegnano gli storici, negli anni della Rivoluzione Francese, che volle giustamente  parificare in chiave  giuridica come cittadini ebrei e non ebrei.

Pertanto, per ragionare metapoliticamente per millenni, abbiamo da una parte diciotto secoli (circa) di antisemitismo, quindi esclusione, dall’altra due secoli (circa) di filosemitismo, quindi  inclusione.

Da una parte strutture quasi bimillenarie di pensiero e comportamento (si potrebbe parlare di una “tradizione” antisemita, che affonda le sue radici nel cristianesimo), dall’altra due secoli di lento inserimento, non sempre facile, con l’esplosione antisemita tra le due guerre culminata nella Shoah: un’ evidente reazione esclusiva a un pacifico processo di inclusione.

Una reazione che a nostro avviso può  essere vista come il terribile esito della secolarizzazione dell’antisemitismo ad opera di movimenti politici moderni e reazionari al tempo stesso. Perché portatori, consapevoli o meno, di una antica teologia antisemita ritradotta nei termini di due miti politici moderni, soprattutto tali – mitici – quando sganciati se non opposti al liberalismo: razza e nazione.

L’antisemitismo novecentesco non è altro che la secolarizzazione dell’antisemitismo cristiano. Si chiama anche teologia politica. In pratica, siamo davanti a una “paganizzazione” del cristianesimo: al posto dei dio unico, il politeismo di deità come la nazione, la razza, il partito, il capo, la scienza eugenetica.

Ora, come detto, in questo quadro, il Giorno della Memoria, che in Italia ha poco più di vent’anni, può essere dipinto come un fragile argine a diciotto secoli di antisemitismo. Una lotta impari. Che diventa ancora più complicata se ci si concentra solo sulla Shoah, trascurando le radici cristiane dell’antisemitismo, per quanto secolarizzate in termini di teologia politica.

Non si fraintenda il nostro discorso. È giusto aver istituito il Giorno della Memoria. Come pure è giusto celebrarlo. Quel che però va evitato sul piano culturale è l’interpretazione esclusiva della Shoah come frutto del moderno hitlerismo. Attenzione, non mettiamo in discussione l’unicità della Shoah come fatto storico. Desideriamo solo sottolineare che il nazi-fascismo ha riverniciato di modernità – una modernità fatta di mezzi, sganciata dai fini liberali, quindi reazionaria, esclusiva non inclusiva – l’antichissimo antisemitismo cristiano, che in qualche modo caratterizza tuttora la mentalità comune, e spiega, senza ovviamente giustificare, l’odio verso gli ebrei.

Tuttavia la saturazione nazi-fascista porta inevitabilmente alle strumentalizzazioni della Shoah – ovviamente, non ad opera degli ebrei – lungo il discrimine fascismo-antifascismo, come abbiamo accennato all'inizio a proposito delle prime pagine di oggi. 

Il che non significa assolvere o giustificare i crimini di Hitler e Mussolini e di altri leader fascisti. Ma più semplicemente evidenziare come sul piano delle strutture ideologiche e dei comportamenti l’antisemitismo provenga da lontano. Ovviamente si è secolarizzato: dalla teologia si è passati alla teologia politica…

Concludendo, dio è morto, però l’antisemitismo è vivo.

Carlo Gambescia

venerdì 26 gennaio 2024

La “Caudilla” di Palazzo Chigi

 


Si legga qui:

« “La Repubblica, invece di informarsi e dare notizie, preferisce dedicare il proprio tempo e le proprie energie a cercare di attaccare il governo e Fratelli d’Italia”. Anche oggi, Palazzo Chigi conferma con una nota interna che la battaglia contro Repubblica è una sua priorità . L’accusa è contenuta stamane nel mattinale ‘Ore 11’, il dispaccio sacro del melonismo. Si tratta del testo diffuso ogni giorno per indicare slogan e posizioni a cui parlamentari e ministri di Fratelli d’Italia dovranno poi severamente attenersi» (*).

Si dirà che questa informazione è apparsa su “ La Repubblica”: parte in causa che in pratica  parla di veline, seppure  a uso interno,  quindi poco attendibile o comunque esagerata.

In realtà, le cose stanno proprio così. Ed è roba da paese sudamericano, quando il caudillo di turno prima sbraita, poi chiude i giornali di opposizione. Certo, ancora non siamo a questo punto. Però, seguiamo la politica da anni, e una cosa del genere, di un governo ossessionato dalla stampa di opposizione, e in particolare da un solo giornale, non si era mai vista.

Parliamo di un governo, già sostenuto acriticamente da un blocco di giornali di destra: fatto che non ha precedenti nella storia repubblicana. Un governo, ripetiamo, che si preoccupa, in modo maniacale, delle prese di posizione di un giornale di opposizione, di sinistra. Che svolge semplicemente il suo ruolo: quello di criticare un governo di destra.

Per dirla alla buona: nessuno ce l’ha con nessuno. Si chiama democrazia liberale. Il blocco di destra difende il governo,  “ La Repubblica” , lo critica. Che c’è di male? Nulla. E invece no. La Caudilla (si dice così?) sulla poltrona di Palazzo Chigi, a differenza di altri presidenti del consiglio del passato, non si accontenta dell’aiuto informale, diciamo così, dei giornali del blocco di destra. Ad esempio, si leggano gli editoriali all’unisono, usciti oggi, di Sechi (“Libero”) e Sallusti (“Il Giornale”). In sintesi: il governo ha sempre ragione e chiunque lo attacchi è un nemico dell’Italia. Questa tesi l’abbiamo già sentita… Si chiamava giornalismo in camicia nera.

Inciso: a proposito dei nemici dell’Italia, ci piace immaginare Sechi e Sallusti, “dopo” la caduta della “caudilla” (sempre se ci sarà un “dopo”), mentre tentano, sudaticci, pallidi, malfermi sulle gambe, di varcare impauriti un confine ideale per sfuggire, tra le montagne, alla fucilazione morale. Per andare dove? Ma da un castello all’altro, come recita il titolo di un romanzo  scritto da un illustre collabò. Chiuso inciso.

Questa ossessione per il dissenso, non è liberale. E non può che ricondurre, soprattutto per la mentalità ottusa, al fascismo. In fondo Mussolini era una specie di Super Caudillo. Peron lo ammirava.

Insomma, un governo normale  non  identificherebbe se stesso con il bene dell'Italia,  trasformando gli avversari in nemici del governo e quindi dell'Italia.  Un governo normale   non si preoccuperebbe di serrare i ranghi, dettare la linea ai suoi, e soprattutto vedere in ogni critica al suo operato un complotto contro l'Italia.

La china è pericolosa.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.repubblica.it/politica/2024/01/24/news/meloni_repubblica_giornale_attacco-421968622/ .

giovedì 25 gennaio 2024

Viva la libertà carajo. Il testo integrale del discorso di Javier Milei a Davos

 


Proponiamo il testo integrale dell’intervento di Javier Milei tenuto a Davos lo scorso 17 gennaio. Il lettore sa bene, quanto temiamo il culto della personalità. Quindi è presto per cantare vittoria. Le politiche liberali di Milei stanno incontrando in Argentina forti resistenze, anche all’interno della maggioranza di governo. Però un intervento come quello da noi tradotto e proposto, può aiutare a capire la distanza tra Milei, per preparazione teorica e chiarezza di idee, e larga parte della classe dirigente mondiale. Che sicuramente non avrà gradito il suo intervento, poiché legata a ideali socialdemocratici e  rendite politiche dure a morire.
 

Ciò che desideriamo sottolineare è che ci troviamo davanti a un uomo politico, probabilmente di levatura teorica superiore a quella di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ciò che potrebbe fare la differenza,  e in negativo,  è la qualità del contesto culturale, sociale ed economico. L’Argentina è molto lontana dalla più vivace realtà statunitense e britannica, ieri come oggi. Pertanto la missione di Milei, che deve ancora dimostrare  di avere le qualità politiche di Reagan e della Lady di Ferro, se non impossibile è molto complicata. Però piace rendere omaggio a un uomo politico coraggioso se non temerario. Capace di raccogliere in  tempi statalisti, non teneri per i liberali, una bandiera gloriosa, che Milei chiama libertaria. 

Libertari o liberali?  Non è questione di nomi, perché la sola cosa importante è di essere dalla parte della libertà.  Le cui ragioni sono qui ottimamente esposte da Milei.
Buona lettura.

Carlo Gambescia

***

Buon pomeriggio, e grazie a tutti. Oggi sono qui per dirvi che l’Occidente è in pericolo. Ed è in pericolo perché chi dovrebbe difendere i valori dell’Occidente è sospinto   invece a condividere una visione del mondo che – inesorabilmente – conduce al socialismo, quindi alla povertà.

Purtroppo, negli ultimi decenni, sia perché mossi dal desiderio, da anime belle, di aiutare gli altri, sia dal senso egoistico di appartenenza a una casta privilegiata, [per evitare di essere scalzati dal potere, ndt], i principali leader del mondo occidentale hanno abbandonato un modello fondato sulla libertà, per puntare, sulle diverse versioni di ciò che conosciamo come collettivismo.

Siamo qui per dirvi che gli esperimenti collettivisti non possono rappresentare la soluzione ai problemi che affliggono i cittadini del mondo, ma – al contrario – ne sono la causa. Credetemi, non c’è nessuno in grado di testimoniare, meglio di noi argentini, questo fallimento. L’adozione del modello fondato sulla libertà – nel lontano 1860 – in 35 anni trasformò l’Argentina nella prima potenza mondiale. Per contro, dopo che negli ultimi cento anni, abbiamo condiviso la causa del collettivismo, l’Argentina oggi si ritrova al centoquarantesimo posto, i cittadini sono diventati progressivamente più poveri. Ma prima di entrare nel merito della nostra discussione, sarà importante – innanzitutto – osservare i dati che supportano il motivo per cui il capitalismo della libera impresa non è solo un possibile sistema per porre fine alla povertà nel mondo, ma è l’unico sistema – moralmente desiderabile – per conseguire tale obiettivo.

Se consideriamo la storia del progresso economico possiamo vedere come dall’anno zero fino all’anno 1800 circa, il Pil mondiale pro capite è rimasto praticamente costante durante tutto il periodo di riferimento. Se si osservasse un grafico dell’evoluzione della crescita economica nel corso della storia umana, si potrebbe vedere un grafico a forma di mazza da hockey: una funzione produttiva, rimasta costante per il 90% del tempo, aumenta esponenzialmente a partire nel XIX secolo. L’unica eccezione che spicca in questa lunga fase di stagnazione risale alla fine del XV secolo, con la scoperta dell’America. Ma a parte questa eccezione, durante tutto il periodo compreso tra l’anno zero e l’anno 1800, il Pil pro capite, a livello globale, è rimasto stagnante.

Ora, non solo il capitalismo ha generato un’esplosione di ricchezza dal momento in cui è stato adottato come sistema economico, ma se si analizzano i dati si osserva che la crescita ha accelerato durante tutto il periodo.
 

Durante l’intero periodo – dall’anno zero al 1800 – il tasso di crescita del Pil pro capite è rimasto stabile intorno allo 0,02% annuo. Cioè, praticamente nessuna crescita. Invece a partire dal XIX secolo, con la rivoluzione industriale, il tasso di crescita aumenta allo 0,66%. A quel ritmo, per raddoppiare il Pil pro capite, sarebbero occorsi per crescere 107 anni.

Invece, se guardiamo al periodo tra il 1900 e il 1950, il tasso di crescita accelera all’1,66% annuo. Per raddoppiare il Pil pro capite non sono più serviti 107 anni, ma 66. Inoltre se prendiamo il periodo compreso tra il 1950 e il 2000, vediamo che il tasso di crescita ha raggiunto il 2,1% annuo, Il che significa che in soli 33 anni potremmo raddoppiare il Pil mondiale  pro capite. Questa tendenza, lontana dal fermarsi, è tuttora in atto. Se prendiamo il periodo tra il 2000 e il 2023, il tasso di crescita è nuovamente accelerato fino al 3% annuo, il che implica che potremmo raddoppiare il nostro Pil pro capite nel mondo in soli 23 anni.

Ora, quando si studia il Pil pro capite, dal 1800 ad oggi, ciò che si osserva è che, dopo la Rivoluzione Industriale, il Pil pro capite mondiale si è moltiplicato per più di 15 volte, generando un’esplosione di ricchezza che ha sollevato il 90% della popolazione mondiale dalla povertà.

Non dobbiamo mai dimenticare che – nel 1800 – circa il 95% della popolazione mondiale viveva nella povertà assoluta. Per contro tasso di povertà, nel 2020, prima della pandemia, era sceso al 5% . 

La conclusione è ovvia: lungi dall’essere la causa dei nostri problemi, il capitalismo della libera impresa, come sistema economico, è l’unico strumento di cui disponiamo per porre fine alla fame, alla povertà e ai senzatetto, ovunque nel pianeta. L’evidenza empirica è indiscutibile.

Pertanto, poiché non vi è alcun dubbio che il capitalismo del libero mercato sia superiore in termini produttivi,  la vulgata di sinistra ha attaccato il capitalismo per ragioni moralità. Di ingiustizia, secondo i suoi detrattori.

Si dice che il capitalismo sia cattivo perché è individualista, mentre il collettivismo buono perché è altruista. Di conseguenza, si lotta per la giustizia sociale, siccché  questo concetto  – a partire dal Primo Mondo – è ormai diventato di moda. In Argentina è una costante del discorso politico, da più di 80 anni. Il problema è che la giustizia sociale oltre a non essere giusta, non contribuisce neppure al benessere generale. Al contrario, è un’idea intrinsecamente ingiusta perché violenta. È ingiusta perché lo Stato si finanzia attraverso le tasse. E le tasse vengono riscosse in modo coercitivo. Qualcuno di noi può asserire di pagare le tasse volontariamente? Ciò significa che lo Stato si finanzia con la coercizione e quanto maggiore è la pressione fiscale, tanto maggiore è la coercizione. E di conseguenza tanto minore la libertà.

Chi promuove la giustizia sociale parte dall’idea che l’intera economia sia una torta che può essere distribuita secondo modalità differenti. In realtà, quella torta non esiste. Si tratta di ricchezza che si genera, attraverso ciò che Israel Kirzner – ad esempio – denomina come un processo di scoperta del mercato. Se il bene o il servizio offerto da un’azienda non è desiderato, l’azienda fallisce a meno che non soddisfi le richieste del mercato. Se invece  si produce un prodotto di buona qualità a un prezzo buono e interessante, si farà bene e  si produrrà di più.

Pertanto il mercato è un processo di scoperta in cui il capitalista trova la giusta direzione strada facendo. Di conseguenza se lo Stato punisce il capitalista per aver avuto successo e blocca questo processo di scoperta, distrugge i suoi incentivi. Perciò si produrrà di meno e la torta sarà più piccola, causando danni alla società nel suo insieme.
 

Il collettivismo, inibendo questi processi di scoperta e rendendo difficile l’appropriazione di ciò che viene scoperto, lega le mani dell’ imprenditore e gli rende impossibile produrre beni migliori e offrire servizi migliori a un prezzo migliore. Com’è possibile, allora, che il mondo accademico, le organizzazioni internazionali, la politica e la teoria economica demonizzino un sistema economico che non solo ha fatto uscire il 90% della popolazione mondiale dalla povertà assoluta? E lo fa, sempre più velocemente, ma è anche giusto e moralmente superiore?

Grazie al capitalismo della libera impresa, oggi il mondo è al suo meglio. Non c’è mai stato, in tutta la storia dell’umanità, un periodo di maggiore prosperità di quello in cui viviamo oggi. Il mondo di oggi è più libero, più ricco, più pacifico e più prospero di qualsiasi altro periodo della nostra storia. Questo vale per tutti, ma soprattutto per quei paesi che sono liberi, dove sono rispettati la libertà economica e i diritti di proprietà degli individui. Perché i paesi liberi sono 12 volte più ricchi di quelli dove domina la repressione economica . Il decile più basso della distribuzione dei paesi liberi vive meglio del 90% della popolazione dei paesi soffocati economicamente. Questi paesi  hanno  25 volte meno poveri, in forma relativa, e 50 volte meno poveri in forma assoluta. E se ciò non bastasse, si può asserire che i cittadini dei paesi liberi vivono il 25% in più rispetto ai cittadini dei paesi dove le libertà economiche sono strangolate.
 

Ora, per capire cosa dobbiamo difendere, è importante definire di cosa parliamo quando parliamo di libertarismo. Per definirlo, torno alle parole del più grande eroe argentino delle idee di libertà , il professor Alberto Benegas Lynch che osserva: "Il libertarismo è il rispetto illimitato del progetto di vita degli altri, basato sul principio di non aggressione, in difesa del diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà, le cui istituzioni fondamentali sono la proprietà privata, i mercati liberi dall’intervento statale, la libera concorrenza, la divisione del lavoro e la cooperazione sociale".

In altre parole, il capitalista è un benefattore sociale che, lungi dall’appropriarsi della ricchezza altrui, contribuisce al benessere generale. In definitiva, un uomo d’affari di successo è un eroe.

Questo è il modello che proponiamo per l’Argentina del futuro. Un modello basato sui principi fondamentali del libertarismo: la difesa della vita, della libertà e della proprietà.

Ci si potrà chiedere: se il capitalismo della libera impresa e la libertà economica sono stati strumenti straordinari per porre fine alla povertà nel mondo, e se oggi ci troviamo nel momento migliore della storia dell’umanità, perché asseriamo  che l’Occidente è in pericolo?

L’Occidente è in pericolo proprio perché in quei paesi che dovrebbero difendere i valori del libero mercato, della proprietà privata e delle altre istituzioni del libertarismo, interi settori dell’establishment politico ed economico, in parte a causa di errori di formulazione teorica e di quadro normativo, in parte per pura ambizione di potere, stanno minando le basi del libertarismo, aprendo le porte al socialismo. Condannandoci così alla povertà, alla miseria e alla stagnazione.

Perché non bisogna mai dimenticare che il socialismo conduce alla povertà, sempre e dovunque. Un esperimento fallito nei paesi in cui è stato tentato. Parliamo di un fallimento economico, di un fallimento sociale e di un fallimento culturale. Infine, cosa non secondaria, il socialismo ha ucciso più di 100 milioni di esseri umani.

Il problema essenziale dell’Occidente è che oggi non dobbiamo solo confrontarci con coloro che, anche dopo la caduta del Muro e la schiacciante evidenza empirica, continuano a lottare per la causa del pauperismo socialista, ma anche con quei leader, pensatori e accademici che, al riparo di un un quadro di regole erroneo, minano le basi del sistema che ci ha dato la più grande espansione di ricchezza e prosperità della storia umana.

Il quadro teorico a cui ci riferiamo è quello della teoria economica neoclassica, che progetta uno strumento che, involontariamente, finisce per essere funzionale all’ingerenza dello Stato, al socialismo e al degrado della società. Il problema dei neoclassici è che, dal momento che il modello di cui si sono innamorati non corrisponde alla realtà,  si preferisce  attribuire l’errore a presunti fallimenti del mercato invece di rivedere le premesse del loro stesso modello.
Con il pretesto di un presunto fallimento del mercato, vengono introdotte regolamentazioni che generano solo distorsioni nel sistema dei prezzi, che impediscono il calcolo economico e di conseguenza il risparmio, gli investimenti e la crescita.

Questo problema risiede essenzialmente nel fatto che neppure gli economisti, che si dichiarano libertari, comprendono cosa sia il mercato, poiché se lo comprendessero veramente, avvertirebbero subito l’impossibilità del fallimento del mercato.

Il mercato non è una curva di domanda e offerta su un grafico. Il mercato è un meccanismo di cooperazione sociale in cui le persone scambiano beni e servizi volontariamente. Pertanto, data questa definizione, il fallimento del mercato è un ossimoro. Non esiste alcun fallimento del mercato.

Se le transazioni sono volontarie, l’unico contesto in cui può verificarsi un fallimento del mercato è se vi è coercizione. E l’unico che ha la capacità coercitive in modo generalizzato è lo stato che dispone del monopolio della violenza. Di conseguenza, se qualcuno ritiene che sia possibile fallimento del mercato, consiglierei di verificare se  dietro non vi sia un intervento statale. E se per caso se ne  scopre l'assenza, si consiglia  di ricominciare da capo, perché evidentemente l’analisi è sbagliata. I fallimenti del mercato non esistono.

Un esempio dei presunti fallimenti del mercato descritti dai neoclassici  è ravvisato nelle strutture concentrate dell’economia. Tuttavia senza funzioni capaci di conseguire rendimenti di scala crescenti, la cui controparte sono le strutture concentrate dell’economia, non saremmo in grado di spiegare la crescita economica dal 1800 ad oggi.

Si noti una cosa: dal 1800 in poi, con la popolazione che si moltiplicava più di 8 o 9 volte, il prodotto pro capite crebbe più di 15 volte. Si sono registrati rendimenti crescenti che hanno portato la povertà assoluta dal 95% al 5%. Tuttavia, questa presenza di rendimenti crescenti implica strutture concentrate, quello che verrebbe chiamato monopolio.
 

Come può essere che qualcosa che ha generato tanto benessere, sia invece giudicato dal teorico neoclassico come un fallimento del mercato? Gli economisti neoclassici si rifiutano di uscire dai loro schemi. Quando il modello fallisce è inutile prendersela con la realtà: si deve invece cambiare il modello.

Il modello neoclassico si trova perciò dinanzi a un dilemma: per un verso asserisce di voler perfezionare il funzionamento del mercato, attaccando quelli che sono considerati fallimenti del mercato: per l’altro, in questo modo, non solo apre le porte al socialismo, ma minaccia anche la crescita economica.

Ad esempio, regolamentare i monopoli, distruggere i profitti e distruggere i rendimenti crescenti distruggerebbe automaticamente la crescita economica.

In altre parole, ogni volta che ci si impone di correggere un presunto fallimento del mercato, o perché non si sa bene cosa sia il mercato o perché si è innamorati di un modello fallito, si aprono inevitabilmente le porte al socialismo. In questo modo si condanna il popolo alla povertà.

Tuttavia, di fronte alla dimostrazione teorica che l’intervento statale è dannoso, e all’evidenza empirica che esso ha fallito – perché non potrebbe essere altrimenti – la soluzione che i collettivisti continuano a proporre non sarà una maggiore libertà ma piuttosto una maggiore regolamentazione. In questo modo però si genera una spirale discendente di regolamentazioni che impoverisce la gente e ne fa dipendere la vita dalle decisioni di burocrate seduto in un ufficio di lusso.

Dopo il clamoroso fallimento dei modelli collettivisti e gli innegabili progressi del mondo libero, i socialisti sono stati costretti a cambiare l’ agenda politica. Hanno abbandonato la lotta di classe basata sul sistema economico per sostituirla con altri presunti conflitti sociali ugualmente dannosi per la vita comunitaria e la crescita economica.
 

La prima di queste nuove battaglie è la ridicola e innaturale lotta tra uomo e donna.

Il libertarismo dà per scontata l’uguaglianza tra i sessi. La prima pietra del credo libertario rinvia all’idea fondamentale che tutti gli esseri  umani sono creati uguali e che tutti hanno gli stessi diritti inalienabili concessi dal Creatore, tra cui la vita, la libertà e la proprietà.

In realtà, l’unica cosa alla quale l’ agenda femminista radicale ha condotto è il maggiore intervento dello Stato per ostacolare il processo economico, dando lavoro a burocrati che non contribuiscono in alcun modo alla produttività sociale: sia nella veste di  ministeri dedicati alla questione femminile, sia di organizzazioni internazionali dedite alla promozione di questa agenda.

Un altro dei conflitti sollevati dai socialisti è quello dell’uomo contro la natura. Si sostiene che gli esseri umani danneggino il pianeta e che di conseguenza debba  essere protetto a tutti i costi, arrivando addirittura a sostenere meccanismi di controllo della popolazione o  di sostegno  al  programma  dell’aborto, programma sporco di sangue.

Sfortunatamente, queste idee dannose hanno fortemente permeato la nostra società. I neomarxisti sono stati capaci di manipolare il senso comune dell’Occidente. E vi sono riusciti grazie all’appropriazione dei mass media, della cultura, delle università e anche delle organizzazioni internazionali.

Fortunatamente, non pochi iniziano ad alzare la voce. Finalmente si comprende che se non si combattono frontalmente queste idee, l’unico destino possibile è quello di subire il crescente interventismo dello stato. Sicché più regolamentazione, più socialismo, più povertà, meno libertà e, di conseguenza, un tenore di vita peggiore.

L’Occidente, purtroppo, ha già iniziato a percorrere questa strada. Sappiamo benissimo che a molti può sembrare ridicolo affermare che l’Occidente si sia rivolto al socialismo. In realtà, ciò può essere giudicato ridicolo solo nella misura in cui ci si limita alla tradizionale definizione economica del socialismo,   che ne parla  come di un sistema economico in cui lo Stato è proprietario dei mezzi di produzione.

A nostro avviso questa definizione va aggiornata alle circostanze attuali. Oggi gli stati non hanno bisogno di controllare direttamente i mezzi di produzione per controllare ogni aspetto della vita degli individui.

Purtroppo, con strumenti come l’emissione monetaria, il debito, i sussidi, il controllo dei tassi di interesse, il controllo dei prezzi e le normative per correggere i presunti “fallimenti del mercato” si possono controllare i destini di milioni di esseri umani.

Si è arrivati al punto in cui, pur con denominazioni o forme diverse, buona parte dell’ offerta politica generalmente accettata nella maggior parte dei paesi occidentali rinvia a varianti collettiviste. Sia quando  ci si dichiari apertamente comunisti, socialisti, socialdemocratici, sia quando  ci si presenti come  cristiano-democratici, neokeynesiani, progressisti, populisti, nazionalisti o globalisti.

Fondamentalmente non vi sono differenze sostanziali: tutti insieme sostengono che lo Stato debba dirigere tutti gli aspetti della vita degli individui. Tutti difendono un modello contrario a quello che ha portato l’umanità al progresso più spettacolare della sua storia.

Siamo qui oggi per invitare altri paesi occidentali a ritornare sulla via della prosperità: la libertà economica, un governo limitato e il rispetto illimitato della proprietà privata sono elementi essenziali per la crescita economica.
 

Questo fenomeno di impoverimento prodotto dal collettivismo non è una fantasia. Né frutto del fatalismo. È una realtà che noi argentini conosciamo molto bene.

Perché lo abbiamo già vissuto. Ci siamo già passati. Perché come ho detto prima, da quando abbiamo deciso di abbandonare il modello di libertà che ci aveva reso ricchi, siamo intrappolati in una spirale discendente che ci fa diventare ogni giorno più poveri.

Lo abbiamo già vissuto. E siamo qui per mettere in guardia su ciò che può accadere se l’ Occidente che si è arricchito puntando sul modello della libertà continuerà il suo cammino sulla strada della servitù.

Il caso argentino è la dimostrazione empirica che non importa quanto sei ricco, quante risorse naturali hai, non importa la quantità di  popolazione, né quanto sia istruita, né quanti lingotti d’oro ci siano nelle casse della banca centrale.

Se si adottano misure che ostacolano il libero funzionamento dei mercati, la libera concorrenza, i liberi sistemi dei prezzi, se si ostacola il commercio, se si attacca la proprietà privata, l’unico destino possibile è la povertà.
 

Voglio infine lasciare un messaggio a tutti gli imprenditori qui presenti e a coloro che ci osservano da ogni angolo del pianeta.

Non lasciatevi intimidire dalla casta politica o dai parassiti che vivono a spese dello Stato. Non arrendetevi a una classe politica che vuole solo restare al potere e mantenere i propri privilegi.

Siete benefattori sociali. Siete degli eroi. Siete gli artefici del periodo di prosperità più straordinario che abbiamo mai vissuto. Non bisogna permettere che nessuno dica che nutrire ambizioni sia immorale. Se un imprenditore si arricchisce è perché offre un prodotto migliore ad un prezzo migliore, contribuendo così al benessere generale.
 

Non si ceda all’avanzata dello stato. Lo stato non è la soluzione. Lo Stato è il problema stesso.

Sono gli imprenditori i veri protagonisti di questa storia e sappiate che d'ora in poi  avrete nella Repubblica Argentina un alleato incrollabile.

Grazie a tutti e viva la libertà carajo (*).

Javier Milei (54° presidente della Repubblica Argentina)

(*) Traduzione di Carlo Gambescia (per i diritti di copyright sulla traduzione). Per la versione originale qui: https://www.casarosada.gob.ar/informacion/discursos/50299-palabras-del-presidente-de-la-nacion-javier-milei-en-el-54-reunion-anual-del-foro-economico-mundial-de-davos . Il termine “carajo” (cazzo, fanculo), può essere tradotto, secondo il senso dell’espressione, ad esempio, “Si apra la porta cazzo”. Come dire, “Viva la libertà cazzo”, oppure “Viva la libertà fanculo”, o ancora, “Viva la fottuta libertà”. Nell’incertezza, diciamo così, abbiamo preferito lasciare il termine in lingua originale…