martedì 19 ottobre 2021

Fascismo e bufale...

 



A suo tempo  abbiamo  letto  libro di Francesco Filippi, storico.  In cui  si smontano bufale e  luoghi comuni sul fascismo: "Mussolini ha fatto anche cose buone", uscito nel 2019 per i tipi di Bollati Boringhieri, poi allegato a "Repubblica", l’anno successivo, nel contesto, come si legge,  di  “un'operazione verità sulle bufale messe in circolazione oltre 70 anni fa dal fascismo” (*).  

Ieri sera Filippi era ospite  del programma  "Che succ3de?"  condotto da Geppi Cucciari, attrice, cabarettista, eccetera, nata Macomer, e  che quindi per arrivare dove è arrivata, qualche qualità possiede.  Stesso discorso per il professor Filippi, un trentino, che ha scritto un libro al quale nessuno aveva pensato prima.  

Sullo sfondo di alcune interviste  a gente comune ( veri esempi da manuale di analfabetismo politico),  lo storico ha risposto  a quattro precisi luoghi comuni sul fascismo; istituzione della sanità pubblica, delle pensioni, bonifiche,  rispetto delle leggi: un  “Dux Checking” secondo la  definizione alla moda  rilanciata  da conduttrice e autori del programma.

Ovviamente, come ben sanno di addetti ai lavori,  Mussolini non inventò un bel nulla,  ma come ogni dittatura  tentò di “comprarsi” gli italiani  approfondendo alcune misure sociali, che grazie alla propaganda fascista e al  porta a porta  generazionale, rappresentano ancora oggi per molti italiani, “ciò che di buono fece il Duce”...

Stupiscono due cose.  

In primo luogo,  che  si riduca l’antifascismo a pillole  ansiolitiche  di storia.  Ma questo è l’atteggiamento tipico della sinistra, che dice di  credere  nella forza dell’educazione e nel valore dell’istruzione.  Purtroppo, gli uomini, non ci stancheremo mai di ripeterlo, al capire preferiscono il credere.  Di qui la  risposta, scontata sotto questo punto di vista,  di  uno degli intervistati, quando  afferma che il fascismo “ha creato le condizioni per una  cultura del rispetto delle leggi”...

In secondo luogo,  si corre il rischio, di rafforzare le tesi contrarie, fasciste.  Perché, ammesso e non concesso, che Mussolini, da vero benefattore dell’umanità avesse all'epoca redistribuito  con larghezza pensioni, sanità, ettari di terra ai contadini, allora il fascismo  sarebbe ancora in tempo  per meritare il Nobel per la Pace, diciamo postumo?  

Il problema di fondo è quello della libertà.  Che non   si può   ridurre  alla fornitura di servizi sociali, al  welfare state:  più servizi, più libertà, anche se governa un dittatore a Palazzo Venezia o al Consiglio Superiore della Sanità.

A riprova dell’approccio materialistico, che  tratta gli uomini come cera da plasmare,  Filippi, facendo il  Dux Checking   riduce  l' omicidio Matteotti al tentativo di chiudere la bocca al deputato socialista riformista su una storia di tangenti che avrebbe  potuto toccare la famiglia Mussolini.  

Basterebbe leggere i discorsi di Matteotti,  per scoprire  che dietro la sua battaglia, ammessa e non concessa la spy story,  c’era una visione  liberale della libertà,  di una libertà, che vedeva a rischio. Che però, i suoi avversari di schieramento (socialisti massimalisti e comunisti), liquidavano come borghese.  Il che ovviamente non significa che Matteotti non fu trucidato dai fascisti. Complice, probabilmente, il silenzio di Mussolini.  Che poi, comunque sia, forte dei suoi scherani,  si assunse alla Camera la responsabilità  morale dell’omicidio.

Se si riduce Matteotti a  giornalista investigativo, ignorando il fatto che il fascismo fu innanzitutto nemico della libertà, si rischia di favorire la tesi  fascista che gli italiani non erano ancora  maturi, eccetera, eccetera. Di qui, il busto di gesso: fascista o welfarista.

Tesi, quando si dice il caso, rispolverata dal Governo Conte, seconda versione (giallo-rossa), quando, durante l’epidemia, qualcuno opponeva  alle chiusure lesive delle libertà costituzionali, il modello svedese, liberale e “aperturista”.

Infatti, che si rispondeva?  E con l’appoggio della sinistra politica e intellettuale, la stessa alla Cucciari  che celebra l'approccio alla  Francesco Filippi ?  Che gli italiani, a differenza degli svedesi, non sono tuttora maturi, eccetera, eccetera.

Quindi, alla fin fine, italiani plasmabili. Ma tutto dipende dal Pigmalione... Capita l’antifona?  

Viva Giacomo Matteotti.

Carlo Gambescia

(*) Qui:  https://www.repubblica.it/robinson/2020/02/13/news/mussolini_ha_fatto_anche_cose_buone-248429778/

lunedì 18 ottobre 2021

l rastrellamento del 1943. Tornarono in sedici…


 

 Lo sterminio degli ebrei resta una pagina terribile, probabilmente la più oscura in assoluto, nell'intera storia delle assurdità umane.  Due giorni fa, il 16 ottobre, Roma ha commemorato i 78 anni dal rastrellamento nazista  del  ghetto di Roma e di altri quartieri della città (*).

In 1259 ( 689 donne, 363 uomini e 207 bambini),  furono prelevati all’alba nelle loro case. In 227 vennero rilasciati, perché appartenenti a “famiglie miste”.  Più di mille partirono, chiusi in carri ferroviari riservati al bestiame,  per l’ultimo viaggio della loro vita. Tornarono in 16, quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino scomparsa nel 2000.

Su questa tragedia, di cui il rastrellamento romano è solo un tra i tanti tristissimi episodi, si sono interrogati storici, sociologi, filosofi, teologi.  

Si è parlato di follia hitleriana come di lucido disegno nazista. Ci si è domandati, soprattutto i credenti, dove fosse dio quando le vite di quei bambini venivano spente.  Infine c’è chi ha ricondotto lo sterminio degli ebrei alla moderna macchina eugenetica dello stato sociale, non solo nazista.  

Difficile dare una risposta definitiva. La storia, fin dai tempi  più antichi, ha mostrato, si pensi solo alla macchina bellica assira, deportazioni e   uccisioni di massa, più o meno attuate  con metodo, o comunque con sistematicità rivolta a colpire la riproduzione sociale e demografica dei popoli ferocemente designati come nemici. E qui va ricordato, che gli Assiri  con il popolo ebraico, si "limitarono", per così dire,  alla deportazione...

Il che però  non significa   che l’unicità di quanto è accaduto nei campi di sterminio nazisti  possa essere messa in discussione. Dov’è però  la differenza, tra  le donne e i bambini dei popoli conquistati, il più delle volte passati a fil di spada dai soldatacci assiri,  e le donne e bambini ebrei uccisi nelle camere a gas?

La differenza è nel fatto che  quelle donne e quei bambini sono stati eliminati in un’ epoca che rivendicava, quasi ogni giorno,  il valore della pace, della comprensione, del rispetto.  Valori  che tremila anni fa, molto  prima dell’avvento della moderna cultura illuminista,  non venivano ritenuti,  validi a prescindere. Insomma  validi  di per se stessi, riprodotti in libri, carte, dichiarazioni, eccetera, nonché  praticati, pur con grande sforzo.

Detto altrimenti,  nell’epoca della tolleranza si è ucciso in nome dell’intolleranza. E proprio   questo fa la differenza, tra il prima e il dopo: tra gli assiri e i nazisti.  

Lo stesso cristianesimo, rispetto all’illuminismo,  ha dato notevoli prove di intolleranza. Quindi lo spartiacque è rappresentato dall’illuminata cultura della tolleranza.

Non si può più  uccidere, a cuor leggero,  dopo che si è stabilito che l’uomo, ogni uomo, è valore di per se stesso. E che  di riflesso le sue idee, le sue credenze, vanno rispettate.  

Come detto, esiste una norma regolativa accompagnata da uno sforzo pratico, persino diffuso.  Perciò, se si può ancora assolvere il soldataccio assiro, non si può assolvere quello nazista, perché sapeva perfettamente  ciò che faceva. Qui l’unicità morale  dell’Olocausto. La tesi andrebbe però  estesa a tutte le moderne ideologie che  giustificano l’uso delle violenza finalizzata a uno scopo sociale e politico.

Va però anche detto che l’Illuminismo -  come l’umanesimo che lo precede -  non può essere  interpretato come un blocco unico. Le idee di socialismo e di nazione, intese in chiave integrale,  ne sono  un portato, come quella contraria di un liberalismo tollerante e dialogico. Idee che spesso si sono intersecate tra di loro, con risultati, per così dire, non sempre riusciti, come nel caso del nazionalsocialismo.

Come si intuisce, le cose non sempre sono chiare. Fermo restando che il soldato nazista, rispetto al soldato assiro, uccideva, pur sapendo ciò che faceva.

All’inizio abbiamo parlato di assurdità, di  qualcosa di contrario alla logica del pensiero. Infatti è assurdo che una cultura della tolleranza si comporti in modo intollerante, negando e contraddicendo, assurdamente, i suoi stessi principi.

E qui si apre, intorno a noi, ciò che si può chiamare il vuoto storico e politico. Una sensazione di vertigine, di vuoto che può risucchiarci, sensazione che nasce dalla terribile consapevolezza dall’imprevedibilità della storia umana, che rinvia alla imprevedibilità dei comportamenti umani. Pertanto, triste ammetterlo,  tutto è possibile.

Però, ecco il punto,  che poi  sia probabile, dipende da noi. In quel "tutto è possibile" c’è un punto di intersezione  tra la norma regolativa (tolleranza e dialogo) e le costanti politiche (come la tendenza degli uomini a dividersi, spesso in modo violento,  in amici e  nemici).  

Un punto di snodo che sta agli uomini, soprattutto se al comando, individuare, per evitare che sia passato il segno, aprendo le porte alla violenza assoluta e assurda.     

Di qui, l’importanza degli  studi sociali e della buona politica, come pure della buona  memoria. Cioè  di ricordare eventi come quello del rastrellamento del 16 ottobre 1943.

Perché, per quanto umanamente possibile,  non si ripetano più.                                                  

Carlo Gambescia

(*) Per  dati e  indicazioni di lettura si veda:   http://biblioteca-provinciale.cittametropolitanaroma.gov.it/news/16-ottobre-1943-rastrellamento-del-ghetto-di-roma . Fondamentale in argomento, M.Cattaruzza, M. Flores, S.  L. Sullam, E. Traverso Storia della Shoah, Utet, Torino, 2006, 5 voll.

 



domenica 17 ottobre 2021

Roma continua a fare la stupida..

 


 Il voto romano di oggi è emblematico. Diremmo addirittura quasi la fotocopia dell’ inesistenza di un' offerta politica verso l’elettore liberale…

Qualcuno si interrogherà  ironicamente  sulla consistenza dell’elettorato liberale in Italia. In effetti, dal momento che la prima richiesta dell’elettore  medio, da Nord a Sud,  è l’ assistenza sociale,  lo  spazio  per  l’idea liberale è a dir poco microscopico.  Si è parlato perfino  di un elettore invisibile.  

Per contro,  il  grido populista  “Dov’è lo stato? ” o “Dov’era lo stato?”  anima ogni dibattito politico  a qualsiasi livello. Questo passa il convento.

Dicevamo di Roma. Si guardino i programmi di Gualtieri e Michetti, dicono più o meno le stesse cose: investiremo qui, investiremo là, ovviamente soldi pubblici, per evitare di far crescere  ancora i tributi locali.   Tutto qui. Si amministrano e sprecano   i fondi dello stato. E quando non bastano, si spreme il cittadino.  

A destra -  Michetti - parla di   strade sicure. A  sinistra -  Gualtieri -   di accoglienza  e solidarietà.  Intanto sui marciapiedi  continua a crescere e ingiallire l’erba.  

L’unica buona notizia è che il sindaco peggiore dal 1944, Virginia Raggi, è fuori dai giochi.  La cattiva è che  Calenda,  che avrebbe meritato qualcosa di più, ha dichiarato di preferire Gualtieri e Michetti. Al suo posto avremmo puntato, proprio per marcare la differenza,  sull’astensione. Né destra né sinistra.

Evidentemente,  nessuno è perfetto, neppure Calenda.  Non si sta a Roma senza fare un "cazzata universale". No, non era proprio così, comunque va bene lo stesso...  

In realtà, non c’è un’idea, ad esempio privatizzare a più non posso. O  un programma in linea con le caratteristiche della città, come quello di  favorire il turismo.  La destra è  da sempre  nazionalista, la sinistra invece è pauperista.  Il turista, fonte di ricchezza, non è amato.  Roma continua a fare la stupida...

Dicevamo dell’esempio. Roma è bloccata come il resto dell’Italia.  Si stende la mano e si aspetta.  

Del resto questo desiderano gli elettori. Pane, e se possibile,  giochi. Sicché,  anche l'Italia continua a fare la stupida, come Roma.  

Fino a quando?

P.S. Ovviamente,  chi scrive,  oggi non andrà a votare.  Michetti e Gualtieri pari sono.

Carlo Gambescia
        
  

sabato 16 ottobre 2021

La manifestazione di San Giovanni: archeologia sindacale

 


Chi ci segue sa che non siamo teneri nei riguardi della destra.

Uno schieramento politico, da Forza Italia a Fratelli d’Italia passando per la Lega, immaturo politicamente, poco liberale sotto il profilo programmatico, privo di leader qualificati. E cosa più grave di ogni altra, ambiguo verso un’ estrema destra ancora ideologicamente legata al fascismo e capace, come accaduto sabato scorso, di devastare la sede del più importante sindacato italiano.

Un attacco che non può non ricordare la violenza fascista che, unita ad altri fattori, portò Mussolini al potere, e in seguito alla dittatura, alla guerra mondiale e civile.

Ecco, guerra civile. Qui, si apre una riflessione sulla principale vittima di sabato scorso: il sindacato.

Fortunatamente la devastazione neofascista non ha causato danni alle persone. La solidarietà delle istituzioni è stata immediata. Il giorno dopo si è subito tenuta un cerimonia, dinanzi alla sede romana della CGIL, per esorcizzare, anche simbolicamente, ciò che era accaduto.

Ora, un sindacato moderno, riformista, finalmente lontano dalle logiche della guerra civile, avrebbe dovuto chiuderla lì. Infatti, alla Camera, a breve, si discuterà sulla base di quattro proposte dello scioglimento di Forza Nuova e di altre organizzazioni neofasciste. Si prospetta anche un provvedimento del governo. Ciò significa che la “macchina” della democrazia parlamentare si è messa in moto. Perfetto.

E invece cosa succede? Che Landini, unitamente ai segretari di quella famosa “Triplice” (le tre confederazioni), che negli anni Settanta pontificava sul salario come “variabile indipendente”, ha decretato una manifestazione nazionale, che si terrà oggi a Roma, contro il fascismo. Per essere più precisi all’insegna del”Mai più fascismi”.

Che cos’è questo, se non una specie di richiamo della foresta? Che ripropone, facendo il gioco degli opposti estremismi,  la logica della guerra civile?

Attenzione, logica. Perché la manifestazione di San Giovanni sarà sicuramente pacifica. E va anche giustamente ricordato che il sindacato ha pagato a suo tempo un cospicuo tributo di sangue al terrorismo rosso, proprio per combattere l’estremismo leninista.

Però le parole sono pietre. E cosa ancora più significativa, una manifestazione del genere ha una carica antipartitica e antiparlamentare, antiliberale tout court, che sembra aver conservato nel tempo tutto il suo potenziale esplosivo.

L’antifascismo purtroppo non è mai stato sinonimo, soprattutto a sinistra, di antitotalitarismo: di lotta a ogni tipo di dittatura, prescindendo dal colore politico.
Non si dimentichi, che tuttora, qualsiasi critica alle politiche del sindacato, viene liquidata come “fascista”. Quel “Mai più fascismi”, semplificando, si può tradurre con un “Mai più licenziamenti”. Perché, i padroni che licenziano – questa tuttora la vulgata sindacale – sono fascisti.

Proprio, come nel 1945, quando si voleva procedere alla requisizione operaia delle fabbriche per liberarle dai padroni fascisti, proponendo apertamente, in particolare i sindacati comunisti e socialisti, paralleli politici tra la Resistenza antifascista in Italia e la Rivoluzione d’ottobre bolscevica.

Esageriamo? Forse. Tuttavia nella rabbia di Landini scorgiamo l’antico livore, mai sopitosi della sinistra social-comunista (cui si aggiunse in seguito quello dei cattolici di sinistra) verso la libera impresa e verso le logiche di mercato basate sulla mobilità dei fattori economici.

Logiche che il sindacato italiano, mai modernizzatosi in senso liberale, ha sempre guardato con antipatia.Preferendo, in ultima istanza, una logica statalista e assistenziale, che tra l’altro, paradossalmente, rinvia allo stato padrone reinventato dal fascismo e recepito da una costituzione repubblicana molto socialista e poco liberale. Il che, per inciso, spiega la strenua e interessata difesa sindacale della costituzione.

Insomma, la logica antifascista rinvia, grosso modo, alle politiche sociali del fascismo, dello stesso fascismo che si vuole combattere… E che, per carità, va contrastato, ma con una mentalità differente: moderna, aperta, liberale e riformista. Non con le manifestazioni di natura archeologica in stile 1948.

Carlo Gambescia

venerdì 15 ottobre 2021

Lo Stato Ipocondriaco. Oltre il 15 ottobre…

Oggi tutti i giornali aprono sul “Green Pass” (“Il giorno fatidico”., “la sfida di Draghi”, eccetera), in realtà, il vero problema, diciamo di fondo, è un altro. Un passo indietro. Quando scriviamo che sarà difficile uscirne, il riferimento rinvia a notizie che passano quasi sotto traccia, una specie di routine informativa… 

Leggiamo. 

«Sono stati identificati, in due bambini residenti al nord Italia, i primi due casi di influenza stagionale. Secondo quanto stabilito dal “Protocollo operativo InfluNet & CovidNet” la sorveglianza virologica partirà dalla 46a settimana 2021, ovvero da lunedì 18 ottobre. Lo rende noto l’Istituto Superiore di Sanità (…) . Sono in corso le conferme virologiche da parte del laboratorio di riferimento nazionale dell’Iss sul secondo caso identificato a Torino. La vaccinazione antinfluenzale, ricorda l’Iss, “è il mezzo più efficace e sicuro per prevenire la malattia e ridurne le complicanze” e il periodo più indicato per farla è quello autunnale a partire dal mese di ottobre». (*) 

Il fatto indica due cose, 1) che ora il monitoraggio è esteso alle influenze autunnali, e che 2) ogni occasione è buona per spingere, per così dire, la vaccinazione generica influenzale, un tempo lasciata alla libera scelta del cittadino. Perciò occorre fare una riflessione di fondo, capace di andare oltre la “battaglia” sul Green Pass, distinta, come si legge sui giornali, da epiche sfide e controsfide… 

In realtà, fino a due anni fa, i medici consigliavano la vaccinazione ai pazienti anziani, che potevano rifiutarsi. Ora è tutto più difficile… Diciamo pure che la routine, è già ben oltre il Green Pass. Si dice che sia una esagerazione parlare di dittatura sanitaria. Però bisogna prendere atto che l’epidemia, pardon la pandemia, ha prodotto e produce una pressione sociale spaventosa. Una specie di “cappa” psichica: qualcosa di invisibile, che sembra sfuggire al controllo razionale del singolo. 

Molte persone sembrano dare per scontato, ciò che in altre situazione non sarebbe considerato tale. C’è una mancanza di lucidità. E’ come se si vivesse in un specie di “normale” stato di allarme permanente contro ogni tipo di virus influenzale. Insomma, “la guerra continua”, come nell’estate del 1943… Oltre il 15 ottobre… Per aprire un fronte cognitivo nuovo, di indagine sociologica, si potrebbe parlare di Stato Ipocondriaco. 

Ricordiamo che l’ipocondria, sul piano individuale è un atteggiamento psichico distinto da un crescente apprensione verso la propria salute, nonché da un’ ansiosa se non ossessiva tendenza a sopravvalutare i minimi disturbi fisico. L’ipocondriaco, a cominciare dal celebre “Malato immaginario” di Molière, ha sempre provocato una sana derisione. 

Invece, da quando è lo stato, come sta accadendo, a soffrire di una forte ipocondria, nessuno ride più. Lo stato viene preso sul serio, al punto che riderne, diventa subito qualcosa di socialmente esecrabile. Pertanto se può risultare eccessivo il parlare di una dittatura sanitaria, sicuramente non lo è l’evocazione dello Stato Ipocondriaco. 

Il punto è che l’ipocondria sembra contagiosa, sicché il rischio è quello di una specie di saldatura definitiva tra l’ipocondria dello stato e quella di larga parte dei cittadini, i più influenzabili in senso psichico. Conclusioni. 

Come si diceva all’inizio, tutto ciò significa che sarà sempre più difficile tornare alla normalità. Altro che “data fatidica” del 15 ottobre…

Carlo Gambescia

(*) Qui, dal sito Ansa, agenzia che non è proprio l’ultima arrivata:https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2021/10/14/influenza-iss-identificati-primi-2-casiparte-sorveglianza_8149b3bf-05cc-489f-a50f-292664259903.html

giovedì 14 ottobre 2021

Si può arrestare la decadenza?

Si può arrestare la decadenza? O addirittura invertire la tendenza al declino dell’ Europa e persino dell’intero Occidente? Intanto si può dire che la decadenza come processo sociale – cioè qualcosa che va dalla nascita alla morte di un’ impresa, di una famiglia, di un’ associazione, di uno stato – ha una dinamica interna, non facilmente arrestabile, proprio perché segnata dal conflitto. Infatti, gli individui, che sono parte del processo (genitori e figli, imprenditori e lavoratori, dirigenti e iscritti, governanti e governati), sono regolarmente divisi sugli interessi e sui valori da difendere o evocare. Facciamo un solo esempio di tipo politologico, su larga scala: per un democratico, il fascismo è una forma di decadenza politica, mentre per un fascista è stessa democrazia un effetto della decadenza politica. Due posizioni, come evidente, inconciliabili. Pertanto, per prima cosa si dovrebbe essere d’accordo su che cosa, in un determinato momento storico, è decadenza. Cosa, ripetiamo, sociologicamente non possibile. Pertanto, non si può arrestare ciò che non si conosce o si conosce solo parzialmente, perché, nell’ambito dell’intervento politico, principi diversi rinviano a mezzi diversi. Tuttavia, piaccia o meno, in ultima istanza, soprattutto sul piano della politica esterna in particolare, è la forza a decidere. Di qui, l’importanza del riconoscimento del nemico. Esistono allora fattori oggettivi, regolarità metapolitiche, che, al di là delle diverse finalità di parte politica, segnano i processi di decadenza politica? E che, quindi riconoscendoli, sia possibile prevenirli, o comunque contrastarli, politicamente? Si e no? Se la politica è riconoscimento di un nemico, che può essere affrontato, una volta riconosciuto, seguendo una scala di reazioni che non esclude la guerra, occorrono uomini politici in grado di riconoscerlo. Insomma capaci uomini di stato. Il contrario, per dire le cose come sono, di un Mario Draghi che ha sposato, quasi senza accorgersene, la causa delle “politiche tacite della decadenza” (*). Non si può “programmare” la nascita di un grande politico. Perché la nascita del grande uomo di stato è frutto del caso. E non è detto, inoltre, che grandezza e rispetto dei valori umani vadano sempre insieme. Ad esempio, nel Novecento, solo quattro uomini politici, o meglio di stato, si sono confrontati con il problema della decadenza. Il generale Charles de Gaulle, il grande leader conservatore Winston Churchill, e due dittatori come Hitler e Mussolini. Ovviamente per de Gaulle e Churchill il fascismo era una forma di decadenza, per Hitler e Mussolini lo era la democrazia. Di qui, due “soluzioni” opposte. In tutti e quattro, però, sussisteva la consapevolezza che solo la guerra avrebbe risolto il conflitto tra le due idee di decadenza. Ovviamente, abbiamo semplificato. E chi scrive, gioisce, come uomo, del fatto che il generale de Gaulle e Churchill, entrambi fermissimi nel loro antinazismo, abbiano avuto la meglio, consentendo così alla democrazia liberale di proseguire nel suo cammino, per quanto accidentato. Hitler e Mussolini avrebbero cancellato la democrazia, e dal loro punto di vista, con ragione (ragione, si fa per dire, ma dal punto di vista analitico, oggettivamente, le motivazioni degli uni, valgono come quelle degli altri…). Ora, il principale problema della decadenza europea e dell’Occidente, al di là di una serie di fattori demografici, economici, sociali, è rappresentato, dal ripiegamento pacifista, dal rifiuto del conflitto, nonché da un fatto, importantissimo: che oggi siamo privi di statisti all’altezza di Charles de Gaulle e Winston Churchill, capaci di giudicare la guerra, se e quando necessario, un proseguimento della politica con altri mezzi. Fortunatamente, per ora, all’orizzonte, non si scorgono, nuovi Mussolini e nuovi Hitler, armati fino ai denti, soprattutto come quest’ultimo. Se sorgessero, anche altrove, l’Europa sarebbe incapace di difendersi, perché, come detto, rifiuta la guerra, dal momento che respinge l’idea stessa di nemico. Infatti, sembra prevalere l’idea pedagogica, a sfondo psico-culturale, di poter convincere il nemico delle nostre buone intenzioni. In nome di che cosa? Della pace mondiale… Di una specie di miracolosa sintesi finale. Hegelismo allo stato puro, per dirla filosoficamente. Il sociologo serio sa invece che ciò non è possibile, perché l’idea di decadenza, in senso oggettivo, metapolitico, è racchiusa nella stessa natura sociale dell’uomo. Segnata, in modo costitutivo (i filosofi direbbero ontologico), dal conflitto tra valori e interessi. Ciò indica che per un verso il conflitto è molla di progresso, per l’altro di decadenza. Insomma, la natura conflittuale dell’uomo esclude qualsiasi sintesi finale. Che poi per alcuni sia una ispirazione è cosa nobilissima… Si chieda però ai pacifisti come si vuole perseguire la pace? Facendo la guerra ai “nemici della pace”… Piaccia o meno, ma il conflitto, per scopi egemonici, altra costante metapolitica genera progresso come decadenza. Ovviamente, non tutti i conflitti, sono di tipo militare, esistono fenomeni, come la competizione, l’opposizione, la disputa, la contesa, il dissidio, la divergenza, la contrapposizione. Il liberalismo archico (**), politico, ha giustamente teorizzato e praticato alcune utili forme di armistizio sociale, come il mercato, il parlamento, il governo delle leggi. Tuttavia, il processo sociale, di cui parlavamo all’inizio, indica, in senso più ampio, che imprese, famiglie, associazioni, partiti e stati, sono istituzioni, segnate da contrasti. E che spesso la cooperazione è in funzione del conflitto esterno, come pure talvolta serve a mascherare il conflitto interiore. E di questo, come della possibilità degli “armistizi sociali”, non si può non tenere conto. . Riassumendo, si può fermare la decadenza europea? Sì e no. Sì, ma servirebbero grandi politici all’altezza della situazione. No, perché, per ora, mancano. E comunque sia, ragionando per grandi numeri storici, non esistono le miracolose soluzioni definitive evocate dai pacifisti. Ci si deve rassegnare. Il conflitto, come detto, è fonte di progresso come di decadenza. Fa parte dell’ordine naturale delle cose sociali. Una verità metapolitica, scoperta, più di duemila anni fa, da quel sociologo ante litteram di nome Eraclito… (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... *********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/draghi-il-g20-e-le-politiche-tacite-della-decadenza/ (**) Si veda il nostro “Liberalismo triste”: https://www.ibs.it/liberalismo-triste-percorso-da-burke-libro-carlo-gambescia/e/9788876064005

mercoledì 13 ottobre 2021

Draghi, il G20 e le “politiche tacite” della decadenza

Se si vuole capire l’atteggiamento dell’Occidente nei riguardi dell’Afghanistan bisogna andare oltre le dichiarazioni di Draghi a sintesi del G20 straordinario di ieri. O per meglio dire, le sue parole vanno inquadrate in quella che può essere definita la politica tacita dell’Occidente. Nel senso che dietro i nobili paroloni, ispirati alla più raccomandabile prudenza, subito amplificati dai mass media, si nasconde una politica di taciti cedimenti. Concessioni che nascono da una convinzione non sbagliata: che per ora l’Islam, molto diviso nelle sue varie forme politiche, non rappresenti un pericolo per l’Occidente. In effetti, gli islamici, sul piano militare complessivo, non hanno navi, aerei, missili, truppe, e per ora nessuna atomica. La repressione del fenomeno terroristico, del resto rapsodico, è vista come una questione di polizia interna alle diverse nazioni occidentali, sopportabile dall’elettorato. Di qui, le grandi rappresentazioni sceniche come quella di ieri. Puro teatro. Si pensi solo ai fondi ridicoli destinati all’Afghanistan: il miliardo di euro, da parte dell’ Ue, equivale al dono di un euro al giocoliere che intrattiene gli automobilisti fermi davanti al semaforo. Mentre i trecento milioni di dollari promessi dagli Usa a poco più di trentacinque centesimi di euro. Dietro questo, c’è, è vero, un calcolo machiavellico (le truppe in loco costano più degli attentati in Occidente), ma c’è anche un dannoso approccio culturale alle questioni internazionali. Un approccio culturale che respinge la guerra come mezzo di soluzione dei conflitti tra gli stati. Condiviso entusiasticamente dai mass media e dai cittadini (del resto si possono amare le guerre?). Pertanto perché rendersi la vita impossibile? Perché perdere consensi? Di qui la routine: paroloni, che vengono naturali e spontanei o quasi: oggi è così, quindi si fa così. Che c’è di male? Ai nostri giorni, se si vuole governare in Occidente, si deve fare il meno rumore possibile. E anche di questo si nutre, sintetizzando, l’approccio tacito. Infatti, cosa ha dichiarato, Draghi? Che, Nazioni Unite o meno, se in Afghanistan, “non ci faranno entrare, non entreremo”. Fine della storia, quindi. L’Occidente resterà alla finestra. Chi scrive, non è un fanatico della guerra, ma invita a riflettere sui fattori, tra i quali le spedizioni militari, che hanno fatto grande l’Occidente, e favorito la diffusione dei suoi valori e tenuto a cuccia i suoi nemici. Ciò significa, che il farsi piccoli, piccoli, può esorcizzare temporaneamente il nemico, ma non eliminarlo per sempre. Non basta dire che non si vogliono nemici. Perché, mai dimenticarlo, è il nemico a scegliere, a prescindere da ciò pensiamo del nemico. Certo, per ora, c’è una sproporzione di forze, quindi le politiche tacite possono pagare, per una, due, forse tre generazioni. Ma dopo? Qui, purtroppo, può giocare un ruolo politico negativo il presentismo. Ossia una politica, sempre in Occidente, schiacciata sull’attualità. Si va avanti, ripetiamo, giorno per giorno. Cosa peggiore, questa politica viene presentata da governi, che si animano solo quando si parla di questioni climatiche, come saggia. Si tratta dello stesso atteggiamento tenuto dai deboli imperatori romani d’Occidente, tra il IV e il V secolo, nei riguardi di poche decine di migliaia di barbari, però agguerriti, che tuttavia proprio perché pochi (rispetto alla popolazione dell’impero), non venivano ritenuti pericolosi. Imperatori, che a loro volta, si animavano solo quando si parlava di religione. Oggi, invece, come detto, “tocca” al clima, tema evidentemente di natura religiosa. Sicché, si andava avanti alla giornata, concedendo terre confinarie, però sempre più interne, presentando i tributi imposti ai romani, come doni agli invasori. Ma si potrebbero trovare altri riferimenti nella storia antica del Medio Oriente, in quella cinese, ottomana. Sempre paroloni, a prima vista nobili, dietro i cedimenti politici, legati a calcoli sbagliati, cedimenti consistenti, in tributi, terre, cooptazioni politiche, via via sempre più capillari. Oggi, la politica tacita, viene presentata dai mass media e dagli stessi politici, sotto l’elegante nome di “governance” In realtà, nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta, ripetiamo, dell’approccio tacito, al quale stati e imperi ricorrono quando non riconoscono più il nemico. Un brutto segnale. Che di regola rimanda alle fasi di decadenza. Carlo Gambescia (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... ******************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************* (*) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/riunione-straordinaria-dei-leader-del-g20-sull-afghanistan-considerazioni-finali-del

martedì 12 ottobre 2021

Perché la destra difende i fascisti

La contiguità ideologica, o comunque politica, tra destra e fascismo è tuttora difficile da superare. Si pensi alla reazione della destra che si è rifiuta di firmare un documento comune per condannare il devastante assalto fascista (perché questo è ) alla sede della Cgil. Addirittura stupefacente, almeno a prima vista, la dichiarazione di Giorgia Meloni: «È sicuramente violenza e squadrismo, poi la matrice non la conosco. Nel senso che non so quale fosse la matrice di questa manifestazione, sarà fascista, non sarà fascista, non è questo il punto. Il punto è che è violenza, è squadrismo e questa roba va combattuta sempre» (*). Insomma, secondo Giorgia Meloni, la sede della CGIL sarebbe stata devastata dai marziani… Marziani, marziani, neppure quelli di Guzzanti… In realtà, il vero punto della questione è che in un paese profondamente antiliberale, o non liberale, come l’Italia, il fascismo è sempre stato giudicato come il famoso regime che faceva andare i treni in orario. Guerra e leggi razziste a parte, liquidate però come imposte da Hitler a un Mussolini “scudo” dell’Italia. Di qui, ancora oggi, quella reticenza, frutto di leggende sulle buone cose di un tempo, incarnata dall’elettore moderato e conservatore, verso l’aperta condanna del Ventennio, apprezzata però dai politici di destra, politicamente incoscienti e sempre a caccia di voti. Tuttora a livello di gente comune si sente ripetere che allora l’Italia era rispettata all’estero, eccetera, eccetera, Sono stereotipi nazionalisti che hanno cavalcato e superato varie generazioni, giungendo fino a noi. Sicché, per un verso il lato della violenza è stato rimosso, per l’altro, quello della dittatura, minimizzato rispetto all’esperienza dell’ ottobre russo, dalla quale Mussolini, “marciando su Roma, aveva salvato l’Italia. Ora, nella storia repubblicana, fino al 1994, a livello politico, l’atteggiamento benevolo, o comunque di “buon vicinato”, verso il fascismo, era una specie di sottotesto che favoriva collaborazione parlamentari con un partito che poteva costituire, nelle situazioni di emergenza, un serbatoio di voti per una democrazia cristiana, che pur essendo forza di centro, non disdegnava aiuti da destra (come pure, all’occorrenza da sinistra). Del resto leader, molto televisivi e accattivanti come Almirante ( e in fondo lo stesso Fini), rendevano l’integrazione passiva del Movimento Sociale, come dei suoi elettori, un fatto quasi compiuto. L’eterno, o quasi, fascino della destra italiana per le chiacchiere e il distintivo. Dannosissimo. A tale proposito, un inciso. A destra, in particolare nel Movimento Sociale, i rapporti con il mondo esterno vennero invece vissuti in modo diverso: l’ isolamento, che poi in realtà, anni Cinquanta a parte, non era così leggendario, venne usato come risorsa politica per tenere insieme i quadri del partito. Sicché per un verso si mediava in parlamento, per l’altro si magnificava il fascismo. Il danno biologico, in senso liberal-democratico (della assenza di un’ evoluzione attiva), fu pari al fall out radioattivo dopo un’ esplosione atomica. Esiste una specie di Hiroshima missina. In fondo, lo "sdoganamento" missino di Berlusconi, non fu che l’ultimo passo di un processo di integrazione passiva (nel senso, che si accettava il sistema, però senza rinnegare il fascismo). Questa passività, che quindi non corrispondeva a una reale evoluzione liberal-democratica del Movimento Sociale, poi trasformatosi in Alleanza Nazionale, segna tuttora la leadership di Fratelli d’Italia, come di non pochi uomini politici ed elettori della destra allargata alla Lega e Forza Italia. Per non parlare dei movimenti estremi, gravitanti a destra, cresciuti nel culto leggendario del tradimento degli ideali fascisti. In realtà, mai accantonati del tutto neppure dai dirigenti parlamentari, ma nascosti, quando serviva, come la polvere sotto il tappeto. Il che spiega chiaramente la reazione di Giorgia Meloni, come il rifiuto degli ex alleati di firmare il documento comune di condanna della violenza fascista. Del resto se l’elettorato, o larga parte di esso, avesse tuttora una visione non “leggendaria” del fascismo, la destra “allargata” si guarderebbe bene dal prendere certe posizioni giustificazioniste. Alla fin fine, come abbiamo già scritto, sono “tropismi” politici, a stimolo rispondono. Ora, si può dire, politicamente parlando, tutto il male possibile della sinistra, ma una destra normale, diciamo liberal-democratica, avrebbe firmato quel documento e non fatto circolare altre leggende metropolitane (si vedano titoli e articoli di “Libero”, “il Giornale” e “La Verità), sullo scioglimento di Fratelli d’Italia. Si dice che la responsabilità penale sia sempre personale, e che quindi sarebbe un misura lesiva delle libertà sciogliere Forza Nuova. Attenzione, Forza Nuova non Fratelli d’Italia come evoca Giorgia Meloni con il sostegno della stampa di destra ingannando elettori e lettori. In effetti, i reati di opinione, se poi addirittura estesi a un intero movimento politico, non andrebbero mai perseguiti. Però, l’ assalto e la devastazione di una sede, così importante tra l’altro, del sindacato, con la partecipazione diretta del leader degli assalitori, non si vedeva in Italia dal 1922. Desideriamo ricordare che non esistono foto, né prove, di un Mussolini compiaciuto sotto la sede devastata di un sindacato, di un giornale e di un partito socialisti. Forse un puro caso? Difficile dire. Comunque sia, si rifletta sulla cosa, soprattutto coloro che votano la destra, Fratelli d’Italia in particolare. I fatti perciò sono gravissimi. La matrice fascista, anzi ultrafascista (perché neppure Mussolini, eccetera), è inconfutabile. Si applichi, certo, non cuor leggero, la XII disposizione transitoria della Costituzione. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... ********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui: https://www.ilpost.it/2021/10/11/giorgia-meloni-matrice-assalto-sede-cgil/

lunedì 11 ottobre 2021

La destra impresentabile. Terza puntata

Cari amici ho letto con attenzione i vostri commenti al mio articolo di ieri (*). Grazie. Credo si debba distinguere tra fatti e interpretazioni. I fatti, per quel che riguarda il mio articolo, rinviano alla natura politicamente impresentabile della destra. Il che significa che non è affidabile sul piano della democrazia liberale. Nell’articolo riporto due fatti precisi: l’assalto alla sede della CGIL e il pregiudizio antiebraico. Le interpretazioni (stando anche ai commenti di ieri, che però rinviano solo la devastazione) riguardano questioni di tipo organizzativo: si poteva intervenire prima, due pesi due misure, la presunta inevitabilità, in fondo solo quattro sedie, eccetera, eccetera. In realtà quel che conta è che i fatti ci dicono che la destra, nelle sue due anime, radicale e “moderata”, non ha perduto la sua dimensione violenta né i suoi pregiudizi. Il che è un pericolo per la liberal-democrazia o comunque per un regime politico che aspiri a essere tale. Questa impresentabilità – quindi qualcosa che va oltre ciò che è accaduto a Roma – da alcuni viene sottovalutata: ”quattro imbecilli”… Michetti però è un professore… Altri, riferendosi solo all’assalto alla sede della CGIL, chiedono dure misure repressive. Che dire? Si deve essere duri con questa gente? Le leggi ci sono, che si applichino. Però, una cosa è la devastazione di una sede sindacale, un’altra le opinioni, seppure ripugnanti. Quindi serve equilibrio. E soprattutto evitare le persecuzioni ideologiche. Anche se resta difficile individuare il confine tra opinioni lecite e illecite. Insomma, non c’è riposta univoca. Altri ancora chiedono polemicamente l’estensione della durezza repressiva a “fatti” ancora sub iudice e che, quanto a dinamica, non rimandano a devastazioni di sedi sindacali. L’interlocutore “di destra” può rispondermi che le devastazioni morali sono ben più gravi, eccetera, eccetera. Libero di ritenerlo, per carità. Però qui siamo nel campo delle pure opinioni, se si vuole dei punti di vista, legati alla percezione della realtà. Anzi alle lenti culturali con le quale si scruta la realtà, spesso in modo controversistico. Quindi alle interpretazioni, per giunta polemiche. Stesso discorso, per il pregiudizio antisemita, che, lo stesso interlocutore di destra, potrebbe ricondurre, minimizzandolo, a certo “pensiero unico”, eccetera, eccetera, che influenzerebbe l’autore dell’articolo ((parlo di me stesso). Oggettivamente però, quindi a prescindere dalle interpretazioni, i fatti riportati indicano che, come scrivo, questa destra è inaffidabile. Non va dimenticato che l’Italia ha conosciuto la dittatura fascista, quindi un altro fatto. Dittatura che non pochi italiani, ancora oggi, giudicano con indulgenza. E questo è un altro fatto. Personalmente (quindi, ora interpreto anch’io) mi infastidiscono le reazioni isteriche della sinistra al telegiornale, sinistra che tra l’altro nasconde negli armadi lo scheletro del comunismo. Però, oggettivamente, l’assalto a una sede sindacale riporta al 1922… E quindi siamo di nuovo dinanzi a un fatto. Per onestà, va però anche detto che il problema di fondo, per una democrazia liberale, non è solo quello di sposare la causa antifascista (di “scriverla nella Costituzione”), ma di essere contro ogni ideologia totalitaria. Sarebbe bastato, visto che si parla di Costituzione, scrivere all’articolo 1 che l’Italia è una Repubblica fondata sulla libertà. Ma così non è stato. La sinistra condanna – per carità, giustamente – il fascismo. Quanto al comunismo però di solito si sostiene che il vero comunismo è un’altra cosa, da quello reale, cosa nobilissima, eccetera, eccetera. Però, si badi, ciò non significa che questa destra sia affidabile. Solo per dirne una, ieri Giorgia Meloni era in Spagna al convegno di Vox, che non è un movimento neofranchista come evoca la sinistra, ma sicuramente di tipo ultraconservatore e antiliberale. Il naturale riferimento per una destra, che sia veramente liberal-democratica, per quel che riguarda la Spagna, sarebbe rappresentato dal Partito Popolare. Con il quale invece Fratelli d’Italia non ha alcun rapporto. Così stanno le cose. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... *********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/la-destra-impresentabile-tra-energumeni-e-antisemiti/

domenica 10 ottobre 2021

La destra impresentabile. Seconda puntata

L’attacco alla sede della CGIL da parte di gruppi neofascisti è un fatto gravissimo. Perché riconduce direttamente all’odio politico del movimento fascista, quello storico, verso i sindacati dei lavoratori, che all’indomani del primo conflitto mondiale si concretizzò nello squadrismo. Tutti sanno come andò a finire. Giorni fa parlavamo di destra impresentabile (*) . Ieri, qui a Roma, si è vista all’opera l’estrema destra, quella neofascista, dei nipoti e bisnipoti che sognano il nuovo fascismo del XXI secolo. Solo frange lunatiche? Quelle che vanno in piazza a menare? In realtà, la questione è più sottile. Anche con la penna si può portare acqua al mulino della confusione ideologica. Stando alle agenzie di stampa, è notizia delle ultime ore, la destra, non estrema, come si autodefinisce Fratelli Italia, ha mostrato di non essere aliena da certi cliché, alla stessa stregua di coloro che hanno attaccato la sede della CGIL.Su un altro versante però, non quello dell’antisindacalismo “attivo” diciamo, ma quello delle simpatie, socializzate, sedimentate nel tempo a livello di comune, per certi stereotipi antisemiti. Ieri si è scoperto che Michetti, candidato a sindaco di Roma, in quota Meloni, in un articolo del 2020, intitolato “Buonisti per caso o per interesse” ha mostrato che certe idee sono dure a morire. Leggiamo. “Ogni anno si girano e si finanziano 40 film sulla Shoah, viaggi della memoria, iniziative culturali di ogni genere nel ricordo di quell’orrenda persecuzione … e sin qui nulla quaestio, ci mancherebbe.. Massimo rispetto per chi è stato trucidato da barbari assassini senza scrupoli per la sola “colpa” di appartenere ad una etnia o ad una confessione religiosa, ma mi chiedo perché la stessa pietà e la stessa considerazione non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe, nei campi profughi, negli eccidi di massa che ancora insanguinano il pianeta? Perché in questi casi c’è una tendenza a dimenticare? Perché il buonista prova un senso di fastidio, quasi di insofferenza al ricordo di morti ammazzati magari soltanto perché ITALIANI ?Forse perché non possedevano banche, forse perché non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta, forse perché si doveva nascondere qualche scomoda compromissione, forse perché era gente semplice, forse perché italiani troppo soli ritenuti dalla Patria marginali e quindi sacrificabili (una sorta di scalpo da consegnare al vincitore), forse perché totalmente indifesi … donne e bambini buttati nei dirupi carsici, legati tra loro, a morire per i traumi o lasciati agonizzanti fino a quando la risalita delle acque nelle fosse non li avesse annegati” (**). Giudichi il lettore. Riassumendo, questa destra, come scrivevamo alcuni giorni fa, è impresentabile: l’estrema destra, quella degli energumeni, sfascia ancora, appena si presenta l’occasione, le sedi dei sindacati; la destra, che si autodefinisce moderata, di governo, diciamo anche “colta”, che scrive gli articoli, non disdegna, non sappiamo se volontariamente o meno, certi luoghi comuni. Si parli di credulità, di umori che circolano nell’aria. Forse si scrive senza riflettere sufficientemente, magari con superficialità. Il che riconduce, purtroppo, a certi tropismi politici. A stimolo si risponde, senza neppure capire bene. Un’ultima cosa, in questo articolo ci siamo occupati della destra impresentabile. E di null’altro. Detto altrimenti: coloro che ieri sono in scesi in piazza contro l’obbligo al Green Pass, alcuni facendone giustamente una questione di principi liberali, non erano ovviamente neofascisti Ma di sicuro, a Piazza del Popolo, c’erano anche i neofascisti. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... ********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/la-destra-impresentabile-e-la-politologia-alla-moda/ (**) Qui, dal sito di Radioradio: https://www.radioradio.it/2020/02/buonisti-per-caso-o-per-interesse/. Il maiuscolo per ITALIANI, come il grassetto (che qui non si vede) per le parole “foibe”, “banche”, “lobby” sono nel testo dell’articolo.

sabato 9 ottobre 2021

Riforma del catasto. Dal “ Conte Dracula” a “Er Sola”…

Premessa. Un personaggio come Salvini, disposto a dare ragione a tutti pur di agguantare il potere, per poi mettere in prigione chiunque la pensi come Lucano, non è credibile neppure quando parla, e in parte giustamente, di non voler concedere deleghe in bianco a Draghi sulla riforma del catasto. Un riforma che non è neutrale politicamente, né fiscalmente. Innanzitutto, perché si tratta di un vecchio cavallo di battaglia – il lettore prenda appunto – della sinistra. Ad esempio, era il chiodo fisso di Vincenzo Visco, classico ministro tassatore di sinistra, passato per Reviglio, Andreatta, Ciampi e Prodi. Tutti, più o meno, per mentalità, parenti stretti del “Conte Dracula”. Tra l’altro, questo era il famoso soprannome giornalistico di Visco, Ministro delle Finanze, targato Pci-Ds-Pd. Ultima pista di atterraggio, Articolo Uno, di Roberto Speranza. Mia nonna diceva, “chi si somiglia si piglia”… Salvini prima di parlare dovrebbe applicarsi, studiare. Per capire che qualsiasi riforma fiscale non può non cominciare da vigorosi tagli alla spesa pubblica, da privatizzazioni a rete di settori come sanità e pensioni. Insomma una rivoluzione, anche di mentalità collettiva. E invece Salvini che fa? Attacca Draghi sulla riforma del catasto e al tempo stesso propone pensioni più alte per tutti e sanità pubblica alla porta di casa (esclusi gli immigrati, ovviamente…). E quale è stata la risposta del professor Draghi? Ci arriviamo subito. Intanto, si faccia attenzione al fatto che, a differenza di Salvini, ultimo della classe, Draghi non può non sapere che la riforma del catasto, (cambio del fattori di misurazione e calcolo degli immobili) va a incidere inevitabilmente sul computo della rendita catastale, già, tra l’altro, colpita da cicliche rivalutazioni. La rendita catastale sta alla base dei valori immobiliari e di ogni tipo di successiva imposizione fiscale sulla casa: dalla compravendita alla dichiarazioni dei redditi, fino a tributi regionali, comunali, eccetera. Perciò, tecnicamente, non può essere escluso un aumento dei tributi a cascata. Però, d’altra parte, la riforma del catasto, non può essere definita, sempre tecnicamente, in modo improprio, “una patrimoniale sulla casa”, per citare Salvini, che ha usato l’espressione un tanto al chilo, tipo social, solo per “acchiappare” voti. Il che, e veniamo al punto, ha però permesso a Draghi, che ha studiato, quindi un primo della classe, di umiliarlo, come uno studentello qualunque. Si legga qui. «Ma da parte del premier arriva una ulteriore rassicurazione al numero uno della Lega: la riforma del catasto non è una patrimoniale”, non ci sarà un aumento del carico fiscale sulle case degli italiani”. Piuttosto, continua Draghi, si tratta di “un’operazione di trasparenza, dura 5 anni e sulle tasse una decisione ci sarà nel 2026. Anzi, secondo alcuni, aggiunge Draghi, è possibile che la revisione delle rendite possa portare al calo dell’imposizione»(*). Il che però, è vero e falso al tempo stesso. Vero, perché Draghi ha ragione sul piano tecnico, anche quando afferma che la revisione delle rendite, non esclude il calo dell’imposizione. Falso, perché il numero di coloro che ne beneficeranno non è stato ancora calcolato. Quindi qualsiasi giudizio, sulla neutralità fiscale della misura, è indeterminato: né vero né falso. Come risulta, logicamente, per ogni asserzione vera e falsa al tempo stesso. Fermo però restando che alcuni studi. indagini e proiezioni di scienza della finanze, che Draghi sicuramente conosce, insegnano che in un paese a proprietà diffusa (come l’Italia), “i beneficiari” non possono superare, poco meno o poco più, la terza parte dei contribuenti. Conclusioni? Se Vincenzo Visco era il “Conte Dracula”, Mario Draghi, come dicono a Roma, è “Er Sola”. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... ******************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui: https://www.agi.it/politica/news/2021-10-06/draghi-riforma-catasto-non-e-patrimoniale-sulla-casa-14098547/

venerdì 8 ottobre 2021

Foto di famiglia: Angela Merkel, Mario Draghi e papa Francesco

Se si volesse “fermare” nel tempo con una foto, in modo icastico, il ritratto di famiglia delle contraddizioni economiche europee, basterebbe mettere insieme le figure di Angela Merkel, Mario Draghi e papa Francesco. Ieri, Mario Draghi e Angela Merkel, in visita in Italia, si sono abbracciati. Poi la “cancelliera” si è recata dal papa Francesco. Altri abbracci o quasi. Al di là della retorica ufficiale al gusto di melassa, le tre figure, un cristiano sociale, un liberal-socialista, un populista cattolico, evidenziano magnificamente la deriva europea, deriva assistenzialista ed economicamente suicida. Non si tratta di rivendicare, come usano fare le destre populiste e neofasciste, una ridicola e costosa politica autarchica o evocare, come fanno certi preti di sinistra, l’ecumenismo pauperista. Ma di riflettere sulla contraddizione tra un’ideologia che predica l’assistenza e la previdenza sociale estesa, praticamente a tutto il mondo, e la scarsità di risorse per conseguire un obiettivo utopistico. Fuori di qualsiasi regola economica. Per farla breve: si evoca la tutela di qualsiasi diritto sociale, economico, e culturale, senza avere i mezzi sufficienti. Di qui, due conseguenze. In primo luogo, la ricorrente accusa di ipocrisia. Ossia di promettere ciò che non si riesce a mantenere. Accusa lanciata da cittadini, immigrati, minoranze di ogni tipo. Ma anche dal partito mondiale, informale, per così dire, dei professionisti della carità (Ong, associazioni, sindacati, gruppi anticapitalisti di destra e sinistra, eccetera). In secondo luogo, la crescita esponenziale della spesa e del debito pubblici, e di riflesso dei tributi, inevitabilmente causata dal tentativo di accontentare il più grande numero di persone. Il mix, tra crescita delle aspettative e crescita della spesa pubblica, rischia di condurre l’Europa verso la crisi fiscale, fenomeno tra l’altro già in atto: quindi, per dire meglio, di accentuarla fino all’esplosione finale. Che potrebbe vedere estendersi il conflitto tra i gruppi di pressione più forti (si pensi ad esempio, ai sindacati, degli imprenditori e dei lavoratori), per contendersi le risorse residuale. Una specie di guerra civile sulle macerie del welfare state. Si dirà che l’Europa, può economicamente crescere ancora, e quindi aumentare le risorse rivolte alla gestione del welfare e dei diritti protetti. In realtà, quanto più cresce il welfare tanto più decresce la competitività europea. Il che significa, più semplicemente, che politica assistenziale ed espansione economica non sono compatibili. Il costo del lavoro europeo, a causa delle costose politiche sociali e dei diritti, non è competitivo, e rischia diventarlo sempre di più. Per ora, la competitività europea regge o quasi grazie alle delocalizzazioni e alla spesa pubblica che contiene la disoccupazione, indotta dalle delocalizzazioni. Però, come si può intuire, si tratta di un circolo vizioso: si delocalizza perché il costo del lavoro è elevato, quindi per abbassare i costi. Per contro, se non si delocalizzasse, il costo del lavoro tornerebbe a crescere, penalizzando i prodotti europei. Di qui, disoccupazione e ulteriore crescita della spesa pubblica, per colmare la differenza – in disoccupazione – tra il costo dei prodotti europei e non europei. Certo, si dirà, che senza spesa pubblica, semplificando, scoppierebbe la rivoluzione. Di qui, la necessità di accrescerla per conservare il consenso. E sul punto, si può registrare – per tornare alla foto di famiglia – il pieno accordo tra Angela Merkel, Mario Draghi e papa Francesco. I quali, però, sembrano ignorare, che quanto più aumenta la spesa pubblica, tanto più aumenta il rischio della sollevazione fiscale. Le politiche liberal-socialiste e cristiano-sociali giocano con il fuoco. Si sono spinte su una strada che sembra essere senza ritorno. Soprattutto alla luce della cosiddetta transizione ecologica, che moltiplicherà i danni prodotti dall’epidemia, pardon pandemia. Anzi potrebbe essere la goccia fiscale capace di far traboccare il vaso della pazienza di non pochi cittadini stanchi di promesse utopistiche e di essere spremuti come limoni. Una strada senza ritorno, in questo mondo, ovviamente. Perché, nell’ altro c’è sempre il paradiso dei poveri… Il che spiega, lo sconsiderato ottimismo di papa Francesco verso politiche economiche autodistruttive… Ma non quello di Angela Merkel e di Mario Draghi… I quali, visto che qualcosa di economia dovrebbero masticare (in particolare Super Mario), per dirla alla buona, delle due l’una: o ci fanno o ci sono… (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così...

giovedì 7 ottobre 2021

A. James Gregor, il Max Weber del fascismo

Il titolo non inganni, il richiamo a Max Weber è onorifico. Va inteso nel senso di una sociologia del fascismo, quella di Anthony James Gregor, come campo di studio e volontà di sapere, che rimanda, per qualità euristica, al grande scienziato sociale di origine tedesca, attento anch’egli alla storia, senza rinunciare agli schemi della sociologia, Gregor, figlio di italiani emigrati negli Stati Uniti, i Gimigliano (questo il cognome originale), classe 1929, è mancato nell’agosto 2019 all’età novant’anni, ancora lucidissimo, come si legge nell’ eccellente raccolta a lui dedicata, curata da Antonio Messina. In cui sono pubblicati, per i tipi di Rubbettino, gli atti di un incontro seminariale su Gregor svoltosi il 2 dicembre 2020 in webinar, organizzato dalla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (*) Si presti attenzione: assonanze con Weber, non solo euristiche, ma anche politiche. Si pensi all’amore per la patria tedesca di Weber e a quello di Gregor per la nuova e antica patria, Stati Uniti e Italia. Ma si scorge anche, per tornare all’angolazione metodologica, lo stesso gusto weberiano di rovesciare gli schemi: dove Marx, con il tono del profeta biblico, vedeva l’economia, Weber, con il pragmatismo del vero scienziato, scorgeva la mentalità collettiva, se si vuole lo spirito invece della materia. Di riflesso, dove non pochi storici scorgono tuttora nel fascismo gelatinosi determinismi di tipo morale, talvolta a sfondo addirittura psicotico, oppure vincoli di natura economica o classista, Gregor vede all’opera la nazione, come spirito in atto, volontà di riscatto, voglia di modernità: miracoli nomotetici delle scienze sociali. E di una visione del fascismo filtrata culturalmente attraverso l’attualismo gentiliano, però ben temperato con il ferro il fuoco dell’euristica idealtipica. Il diavolo e l’acquasanta, se ci si passa la battuta. Lo stesso concetto, coniato da Gregor, di “dittatura di sviluppo” (“developmental dictatorship”) a proposito del fascismo italiano, sul quale si insiste molto nel volume a fuoco alzo zero sulla storiografia e la pubblicistica antifascista (per dire le cose come sono), che con la scusa del minimalismo, fa ( e non è solo un gioco di parole) di ogni erba un fascio, anzi un ur-fascio… Lo stesso concetto di “dittatura di sviluppo”, dicevamo, non rimanda ai freddi determinismi dell’ideologia ma alla lava incandescente dei comportamenti collettivi, filtrati, o meglio ancora, passati al vaglio della modellistica delle scienze sociali. Senza però mai esagerare, si badi, in astrattezze. È, pur vero, come si legge, che dietro, la tesi del “fascismo generico”, avversata da Gregor, c’è l’idealtipo di Weber (si veda l’intervento di A Messina. "A. J. Gregor e la costruzione di un modello idealtipico tra storiografia e scienze sociali”, pp. 39-66). Però c’è idealtipo e idealtipo: la scienza politica e sociologica di Gregor non è una scienza pura del potere, in qualche misura minimalista. Come ben osserva Corrado Stefanachi (“La rilevanza degli studi di A. James Gregor sul fascismo per le relazioni internazionali”, pp. 103-126), siamo davanti a un’opera che rappresenta “una pagina importante nel gran libro della politologia”. Si potrebbe dire un ragionare per millenni, o comunque per secoli, che porta Gregor a inquadrare il Novecento, nel tessuto storico e sociologico pregresso. Sotto questo aspetto si potrebbe parlare di massimalismo metodologico, lo stesso che animò Weber nei suoi studi sulla costituzione di Weimar. Sotto questo aspetto resta particolarmente interessante, per ragioni fondative, il saggio in cui si sfiora l’importanza della questione metodologica in Gregor dedicatogli da Philip W. Gray (“A. James Gregor: Developmental Dictatorship to Political Religion. Method and Science”, pp. 87-101), nel quale è giustamente preso in considerazione uno stupendo lavoro metodologico di Gregor: “An Introduction to Metapolitics. A Brief Inquiry into the Conceptual Language of Political Science”, The Free Press, New York 1971, 2° ed. Transaction Publishers, New York 2003, con il titolo però, meno in odore di “destra” (ma questa è un’altra storia…), di “Metascience and Politics”, eccetera. Infatti, non si possono comprendere i suoi studi sociologici sul fascismo, senza indagare l’enorme lavoro di Gregor sull’affinamento della cassetta degli attrezzi concettuali dello scienziato sociale. Sempre svolto in chiave di realismo cognitivo attento più ai fatti che alle parole, o comunque alla coerenza tra teoria a pratica sociale, altro cavallo di battaglia weberiano. Dopo una bellicosa prefazione di Alessandro Campi, la raccolta si articola in cinque parti: “Questioni Metodologiche” (D. Breschi, A. Messina, F. Gorla, P.W.Gray, C. Stefanachi) “Questioni filosofiche” (H.A. Cavallera, S. Mazzone, J.R.M. Wakefield); “Storie comparate” ( A. G. Cerra, O. Coco), “Il fascismo e i suoi esponenti” (L.V. Petrosillo, F. Carlesi, L. Tedesco, R. Sideri, S. Battente) “Appendice: Memorie” (R. Morera, S. Ear). In tutto diciotto interventi (inclusa la presentazione di Campi). Diciamo che, come accennato, dopo la demolizione polemologica della definizione di “fascismo generico”, la principale preoccupazione dei relatori ( certo espressa con toni differenti) è di contribuire alla costruzione di una fisionomia ben distinguibile dell’approccio “non generico” di Gregor al fascismo italiano come idealtipo, anche in chiave emulativa e politica, quindi storica. Soprattutto, quando si impongono (si noti il verbo) storicamente scorciatoie reattive (alla ricetta liberale), come la “dittatura di sviluppo”, verso una modernizzazione economica e sociale guidata dall’alto. Che Gregor sembra vedere (ma la cosa andrebbe approfondita meglio) come un atto di illuminismo applicato. Di qui, la sua lontananza dalla retorica dell’intransigenza controrivoluzionaria. L’operazione ricognitiva tesa, come già osservato, alla demolizione della definizione di “fascismo generico, che rinvia all’antifascismo storiografico, talvolta addirittura militante, riesce, pagando però un prezzo, non elevato, ma significativo, che va al di là della stessa ridondanza argomentativa. Che accade? Viene trascurato un aspetto fondamentale: quello del gigantesco conflitto novecentesco tra liberalismo e costruttivismo, rappresentato dalle istanze opposte incorporate, per un verso nel binomio parlamento e mercato e per l’altro in quello tra nazionalismo (anche economico) e fascismo. Aleggia, per dirla in altro modo, una visione antiquaria del liberalismo, quasi da riporre tra le anticaglie… Chi non ricorda, per proporre una metafora poetica, “ L’amica di Nonna Speranza” gozzaniana? “Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)”… Conflitto praticamente ignorato, a parte l’intrigante saggio di Luca Tedesco ( “Anthony James Gregor e la questione del Mussolini antistatalista dalla prima guerra mondiale alla linea ‘liberista di de’ Stefani” (pp. 255-271) e quello altrettanto interessante di Saverio Battente ( “La cultura nazionalista nell’ideologia e nella politica del regime fascista. Il contributo di Alfredo Rocco e Luigi Federzoni e le interpretazioni di A.J. Gregor” (pp. 289-310). Se c’è un limite, per così dire, nel concetto di fascismo come “dittatura di sviluppo”, così come è ripreso nel volume, va ravvisato nella sottovalutazione del ruolo del liberalismo e della libertà politica ed economica nei processi di modernizzazione. Che invece Gregor, aveva giustamente scorto, limitando la sua interpretazione all’ Italia “latecomer” e ad altre forme di sviluppo politico estranee alla forma liberale. A ciascuno il suo, insomma. Un approccio, e proprio perché tale, abbastanza cauto, quello di Gregor, contrario a ogni forma di ipse dixit: da vero scienziato sociale, da grande anima weberiana. Un approccio che invece, come nel saggio di Francesco Carlesi, viene ricondotto nell’alveo del romanticismo politico, almeno così sembra, del fascismo come “insubordinazione fondante” del Novecento, collegata per giunta al mitico modello di “terza via” tra le due guerre (si veda F. Carlesi, “Il fascismo, un paradigma di ‘insubordinazione fondante’ del Novecento? Un viaggio negli scritti di A. James Gregor”, pp. 235-271). L’insubordinazione, concettualmente parlando, rinvia però a una gerarchia, spesso nella realtà di tipo militare (forse valevole per il Sudamerica, ma non ovunque). Quindi, per rovesciare la questione, il liberalismo (“le vecchie cose di pessimo gusto”) fu imposto dall’alto? O fu frutto di uno slancio di libertà, senza veri precedenti istituzionali nella storia umana? Liberalismo come questione idiografica o nomotetica? Qui il problema, diremmo, resta metapolitico, nel senso di una scienza sociale rivolta allo studio delle costanti o regolarità… Che Gregor aveva intuito e ricondotto, senza fare sconti euristici e concessioni politiche, alla propedeutica della ” Brief Inquiry into the Conceptual Language of Political Science” (**) Concludiamo con un auspicio e un appello a un editore illuminato come Florindo Rubbettino. Che si traduca finalmente “An Introduction to Metapolitics” (per chi scrive, vale sempre il primo titolo), consentendo così, non solo agli specialisti, di capire, una volta per tutte, la qualità metodologica racchiusa nel lavoro di Gregor. In sintesi, cosa c’è dietro l’ approccio allo studio del fascismo reinventato da Gregor? Ripetiamo, rigore scientifico e nessun gioco di parole. “An Introduction” ne è la più completa testimonianza. Perché ricorda addirittura gli acutissimi saggi di Weber scritti tra il 1904 e il 1917 sul metodo delle scienze storiche sociali. Certo, si tratta di un testo che viene dopo Weber, dopo settant’anni di progressi nella metodologia delle scienze sociali. Come dire? Weberismo + Centrali nucleari euristiche, soprattutto “made in Usa”. Come si vede – lo ripetiamo – il titolo onorifico di Weber del fascismo, o meglio degli studi sociali sul fascismo, è più che meritato. Sebbene talvolta, l’insistenza di Gregor sulle buone intenzioni, per così dire, del fascismo e di alcune sue personalità. sembra ignorare il weberiano paradosso delle conseguenze. Però, come si dice, nessuno è perfetto. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... *********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) A. Messina (a cura di), “Comprendere il Novecento tra storia e scienze sociali. La ricerca di A. James Gregor", prefazione di A. Campi, Rubbettino Università, Soveria Mannelli 2021, pp. 336, euro 22,00. Per un rapido profilo-biobibliografico di Gregor si veda https://it.wikipedia.org/wiki/A._James_Gregor. (**) Inutile ricordare che tra le sue numerose opere sul fascismo spicca “The ideology of fascism: the rationale of totalitarianism” (1969, trad. it. Il Borghese 1974). Cui seguirà, e qui sarebbe interessante uno studio sui tempi preparazione e sulle rispondenze “delle” e “tra” le due opere. “An Introduction to Metapolitics” .

mercoledì 6 ottobre 2021

A che serve la sociologia?

Un lettore, Roberto Bacis, sulla pagina Fb, in risposta a un mio post in cui indagavo cosa si nasconde sociologicamente dietro il “buonismo”, mi ha posto il seguente quesito: “Molto interessante. La sociologia insegna a chi la comprende. tradurre un pensiero alto è sempre difficile se i lettori non sono preparati. Questa è la questione. Cultura, Intelligenza e passione vanno trasmesse alle generazioni. che si può fare?” In pratica, mi ha chiesto lumi sullo scopo e sul valore della sociologia. Tenterò di rispondere. Innanzitutto, ritengo che “il” pensiero sia sempre alto. Di qui, tre precisi limiti: 1)la selezione sociale degli esperti, che proprio perché tali non possono essere che pochi; 2) gli inevitabili specialismi, perché ogni scienza ha la sua cassetta degli attrezzi: concetti, definizioni, eccetera; 3) l’ insopprimibile difficoltà di comprensione ed estensione di un sapere che è alto, proprio in senso figurato, perché non è “a portata di mano” per una serie di ragioni: tasso di intelligenza, volontà di applicazione, inclinazioni personali, interessi individuali, e così via. Gli specialisti, come dicevamo, non possono essere che pochi. Ciò significa che intelligenza, cultura e passione non possono essere trasmesse: o ci sono o non ci sono. Certo, si può sempre provare a semplificare. Però l’idea stessa di semplificazione, portata oltre un certo limite, diciamo di “sicurezza” cognitiva, rischia di conferire al pensiero alto, quindi anche sociologico, la falsa idea che sia alla portata di tutti. E nella scienza non esistono scorciatoie. E per le ragioni appena ricordate. Da sociologo, attento alle questioni di sociologia della conoscenza (cioè di studio del rapporto tra sapere, società e politica) posso dire che l’idea di trasmettere alle nuove generazioni, “cultura, intelligenza, passione”, rimanda a una visione della realtà che considera la società e gli uomini che la compongono una specie di tabula rasa antropologica e sociologica. Si noti, come qualcosa che può essere fatto e disfatto a piacimento. Si tratta di un’idea, abbastanza pericolosa, alla base del pensiero politico moderno. A sua volta fondato sull’idea, senza dubbio nobilissima, di uguaglianza. Che però, di riflesso, porta gli uomini a illudersi sul potere dell’istruzione e dell’educazione. Un potere giudicato capace di far progredire, inevitabilmente, tutti gli uomini sul piano morale e culturale. Per capirsi: le famose “sorti progressive” sulle quali ironizzava Leopardi. Si tratta di un’idea sociale che proietta sulla realtà, marchiata invece dalla profonda differenza di intelligenza, volontà, inclinazione tra gli uomini, aspirazioni di tipo umanitario. Piaccia o meno, ma l’uomo, antropologicamente parlando, è lo stesso da migliaia di anni. Il che non significa negare l’utilità dell’alfabetizzazione, come dei cicli primari, secondari e universitari di istruzione e formazione. Come pure il valore dell’ingentilimento dei consumi e dell’uguaglianza dinanzi alla legge (quindi di “partenza”, non di “arrivo”, garantito per tutti). Ci mancherebbe altro. Concesso questo, non va però negato che l’alta cultura e il pensiero alto non possono essere patrimonio di tutti. La preoccupazione del lettore Bacis di trasmettere alle generazioni, eccetera, eccetera, è una preoccupazione di tipo politico non sociologico, dalle forti inflessioni umanitarie, per carità, nel suo caso, presumo nobilissime. Però fuori dal raggio di azione cognitiva del sociologo. Sempre che non si consideri la sociologia come una specie di ancella dei vari progetti politico-umanitari, dal welfare state al socialismo. Cosa però che rischia di trasformare il sociologo in assistente sociale. In altro, insomma… Allora di che cosa si occupa la sociologia? Per non farla troppo lunga, ricordo brevemente tre possibili campi di indagine. In primo luogo, dei fenomeni inerziali: di ciò che è costante e si ripete, come ad esempio le abitudini e i pregiudizi. Penso, alla tendenza a ripetere ed emulare i comportamenti. Che è tendenza generale. Per fare un esempio, che può apparire curioso, anche la stessa creatività, se estenuata, si trasforma in una creatività fine a se stessa, quindi in stereotipo inerziale, in qualcosa che si ripete, privo di senso, se non nella ripetizione stessa. In secondo luogo, la sociologia si occupa degli effetti imprevisti, spesso perversi, delle azioni sociali. Effetti che possono essere causati da azioni individuali e istituzionali (dalle persone come dai governi, ad esempio). L’osservazione sociologica insegna che i processi sociali (e politici) prescindono dalle buoni intenzioni. Detto altrimenti: si vuole il bene si ottiene il male o comunque un’altra cosa. Per fare un esempio molto facile: un governo che sussidi oltre un certo limite la disoccupazione, disincentiva la ricerca di lavoro, penalizzando il lavoratore stesso che si trasforma in un disoccupato cronico. Il che va incidere sull’etica del lavoro, eccetera, eccetera. Va ricordato che, a differenza di ciò che si crede comunemente, quanto più l’azione è di tipo istituzionale tanto più gli effetti, disattendendo le finalità, sono ingestibili. E questo per ragioni legate all’ignoranza cognitiva nei riguardi di una catena di azioni, praticamente incontrollabile, perché legata alla burocratica esecuzione di ordini esecutivi, che il corso degli eventi, sempre mutevole, rende già superati al momento di essere portati a effetto in relazione a finalità, come detto, superate dagli eventi stessi. In terzo luogo, la sociologia si occupa dei cosiddetti sistemi di coerenza, tra idee e pratica. Ad esempio, la logica di mercato non è la logica del socialismo (come quella del fascismo del resto). Nel primo caso i prezzi sono fissati dal mercato, nel secondo dallo stato. Ognuna delle due logiche sociali è fonte di conseguenze precise, disastrose nel secondo caso. Pertanto, la coerenza assoluta tra principi e pratica socialista è rovinosa. Come del resto è rovinosa, la commistione tra logica di mercato e logica socialista. Infatti, le due logiche partendo da principi incompatibili, una volta “calate” insieme nella pratica, mostrano i peggiori difetti dell’una e dell’altra: corruzione e inefficienza produttiva, come prova il cattivo funzionamento ad esempio dell’ economia mista italiana, indebitata e corrotta. Concludendo, la sociologia è una scienza a guardia dei fatti, che studia le cose come sono e non come dovrebbero essere dal punto di vista di questa o quella ideologia. E i fatti, spesso sono sgradevoli. In questo senso la sociologia può essere definita una scienza triste. Certo, dire queste cose mi trasforma in persona antipatica, non alla moda. Figurarsi poi su Facebook… Antipatico, perché dico il contrario di ciò che afferma la sociologia, buonista, umanitaria, eccetera, oggi in voga. Però così stanno le cose. Piaccia o meno. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così...

martedì 5 ottobre 2021

I lupi umanitari dei Pandora Papers

I buonisti, come sono chiamati nel linguaggio giornalistico, in realtà seminano odio per diffondere i propri interessi e valori, come tutti gli altri. Veri e propri lupi umanitari. Ad esempio il pacifista, pur definendosi orgogliosamente tale, vuole fare guerra a chiunque la pensi in modo diverso: una guerra contro guerra; l’ambientalista, preoccupatissimo per l’intero creato, lo è meno per libertà dell’uomo, che giudica di valore pari o inferiore (dipende dai casi), rispetto alla libertà del lombrico; il socialista che crede, ispiratissimo, in un mondo migliore dove tutti saranno liberi, nell’attesa, per cominciare, si accontenta di massacrare di tasse i nemici di classe, minandone la libertà economica. A questo proposito, si pensi, da ultimo ai cosiddetti Pandora Papers. Che cosa hanno scoperto ? Che non pochi ricchi, potenti e famosi eludono il fisco. Tradotto, nel linguaggio dei lupi umanitari: più sono ricchi, più sono avidi. Diciamo che le tasse (semplificando) non le ha mai pagate volentieri, nessuno, ricco o povero. L’ideologia moderna, di stampo socialista e liberal-socialista, le ha però trasformate in un dovere politico e sociale. Le tasse, si dice, non servono più come un tempo, per fare le guerre o per la sfarzo del corti, ma per edificare, proteggere e allargare, il welfare state: uno stato al servizio sociali di tutti, una vera democrazia sociale. In attesa di quella socialista. Di qui, la nascita di una legislazione che ha trasformato l’evasione fiscale in reato. Una specie di nuova versione del delitto di lesa maestà: un attentato alla sicurezza dello stato sociale. Chiunque, ricco o povero, tenti di fuggire alla stretta fiscale dello stato, viene considerato alla stregua di delinquente. La pressione sociale a livello di opinione pubblica e di senso comune è diventata così forte che l’ “evasione fiscale”, nei suoi aspetti pubblici (meno in quelli privati), è fonte di atteggiamenti collettivi di disprezzo e delazione che crescono di rigidità in ragione del ceto sociale al quale appartiene l’ “evasore”. Quindi “guai ai ricchi”. Di qui, inchieste giornalistiche, come quella dei lupi umanitari dei Pandora Papers (tutti appartenenti a testate di sinistra, come “L’Espresso” per l’Italia). Carte rivolte a colpire i ricchi e famosi come traditori della patria sociale. Cosa non secondaria: il fiscalismo contemporaneo, oltre ad essere un cavallo di battaglia dei movimenti socialisti, liberal-socialisti, e ambientalisti, è ben visto dai movimenti populisti, o comunque da quelle sue componenti più stataliste e “antiplutocratiche”. Si tratta di una saldatura, anche a livello politico, tra ambientalismo, socialismo più o meno liberale, e populismo che rischia di soffocare ogni libertà economica, distraendo fondi dagli investimenti, penalizzando l’innovazione, distruggendo l’iniziativa privata. Perciò, un articolo, come quello che stiamo scrivendo, è decisamente controcorrente. E pericoloso. Perché l’occhio del fisco è ovunque. Il che però non ci esime dall’asserire una grande verità, per quanto scomoda: che in realtà le tasse alimentano solo burocrazie parassitarie, capaci di fornire solo servizi mediocri. Altro che welfare state e bene comune… Il bene comune è quello dello dipendenti dello stato. Quando si vanno a leggere i bilanci pubblici, si scopre che più della metà delle entrate dello stato (alcuni parlando dei due terzi) rimandano ai cosiddetti introiti fiscali nelle varie forme. E che di queste entrate una metà se ne va in spese correnti per mantenere una costosa amministrazione e l’altra metà in “erogazioni”, come si dice, di servizi sociali mediocri. Tutte questo si tiene in piedi grazie alla propaganda fiscalista e alla stupidità e rassegnazione della gente. Come, talvolta, si sente ripetere, qui in Italia, “meglio servizi mediocri che nulla”. E così si va avanti, sposando la causa di una specie di schiavitù fiscale e intellettuale. Si chiama inerzia sociale. E risale alle Piramidi egizie. Del resto il sistema welfarista attuale non può autoriformarsi da solo. Come può recidere i tubi e tubicini fiscali che lo tengono in vita? Quindi si andrà avanti così, fino a quando qualcuno non staccherà la spina. Si spera non con la violenza. Se proprio una colpa va imputata ai “grandi evasori fiscali” è quella di non prendere posizione pubblicamente contro una forma di espropriazione di natura socialista. D’altra parte, oggi, è talmente forte la propaganda dei lupi umanitari che ci si vergogna di essere ricchi. Inoltre, come diceva, in un vecchio film, Alberto Sordi, scherzando (ma fino a un certo punto), i ricchi, sono pochi e divisi, mentre i poveri sono tanti e uniti. E oggi perfino difesi dallo Stato. Che, sui “poveri” o presunti tali, campa. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così...