martedì 25 febbraio 2020

Virus Corona o Virus Populista?

 Il mondo  è molto più complesso di quanto credano i nazionalisti, pardon  sovranisti e populisti.  Una riprova? Si pensi all’effetto sull’economia mondiale che sta avendo la pandemia psichica da Coronavirus. Gli indici borsistici  hanno perduto  parecchi punti,  alcuni governi come il nostro, parlano già di finanziamenti pubblici straordinari, il che implicherà nuovi tributi e  ulteriori rallentamenti economici  Il Pil di molte nazioni,  a partire da quello cinese, il più importante di tutti, per l’effetto traino, rischia di precipitare in picchiata.
Eppure niente. Si continua a macinare chilometri per  “andare verso il popolo”,  alimentando paure inutili con provvedimenti cervellotici e liberticidi.

Diciamo che  viviamo  nel   tempo  tempo segnato dalla  “democrazia  emotiva” mondiale. Una specie di ideologia e pratica della svalutazione politica ed emozionale  delle competenze, impregnata  di caramelloso  romanticismo nazionalista,   incentrato a sua  volta   sul vellicamento  del popolo e sul timore di perdere consenso contraddicendo  le stupidità diffuse.  In Italia, ad esempio, in base a questo timore sono stati presi provvedimenti assolutamente sproporzionati, e con una serietà che è veramente preoccupante. I nuovi governi populisti  non hanno veramente il senso del ridicolo. La differenza tra le politiche soft  implementate  all'epoca della Sars (2003) e  le misure esagerate  adottate oggi  è data dal  fatto che i populisti ora sono al comando.   

I populisti  sono animati da una specie di   mix tra mancanza di autoironia e totale ignoranza della complessità del mondo.  In sintesi, siamo dinanzi a una stupida faciloneria, che si lascia trascinare qui e là  da minacciosi venti di un’isteria sociale, cavalcata dai vecchi e nuovi media.  Tutto ciò, riprendendo di nuovo l'eccellente intuizione politologica di Theodor Geiger, si chiama “democrazia emotiva”. O populismo, per tornare all’attualità.
Ora che  i “popoli” siano “emotivi”,  dopo la grande lezione paretiana, è pressoché scontato, meno accettabile è che le élite politiche   inseguano il popolo, lasciandosi trascinare, anch'esse,  dalle emozioni,  pur di non perdere consenso.
Si tratta di una deriva inarrestabile? Oppure si può fare qualcosa?  
Quel che sta succedendo addirittura negli Stati Uniti, cantiere politico del mondo,  dove, in piena campagna per le Presidenziali,  al populismo gridato di Trump, squisitamente  di destra,   sembra  opporsi  il populismo urlato  di Sanders, chiaramente di sinistra,  non depone a favore del ritorno alla  “democrazia razionale”, per giocare sul contrasto con “democrazia emotiva”. Insommadestra e sinistra sembrano   assomigliarsi sempre di più. Paiono  condividere lo stesso approccio populista. Emotivo, superficiale ma autoritario, e soprattutto  privo di qualsiasi autoironia: i populisti si prendono sul serio. Troppo. Insomma,  non conoscono il senso del ridicolo.  
In Italia, per usare una battuta giornalistica, il Partito democratico, sembra vada “grillizzandosi”, come del resto la destra, a cominciare dalla Lega, che in Salvini, ha trovato  il suo Beppe Grillo. Le misure di questi giorni, ripetiamo, discendono dalla natura populista, quindi emotiva ed emozionale del  governo  giallo-rosso. Detto altrimenti:  se al potere, oggi,  fossero ancora i giallo-verdi farebbe esattamente le stesse cose.
Non sarà facile venirne fuori. Dal Virus Corona? No,  dal Virus Populista

Carlo Gambescia

lunedì 24 febbraio 2020

Coronavirus  e  assalto ai supermercati
    Leggere Malaparte

A scatenare  il peggio negli  uomini  basta poco. Quale è la paura più grande che attanaglia tutti?  Quella di morire.  
Gli italiani, in particolare, si sono sempre distinti, per la loro abilità, nella  lotta per sopravvivere  a tutti costi,  a danno del vicino, come ben scriveva Malaparte in un famoso libro La pelle, ambientato nella sordida Italia dell’occupazione alleata del 1943-45, uscita dalla bieca dittatura fascista.  
Si dirà che esageriamo, perché  l’istinto di conservazione è comune a tutti  gli uomini. Ma, nel caso degli italiani, c’è un surplus particolarista, se si vuole familista, che si manifesta, ripetiamo non tanto nella lotta  per non morire, nella quale ci si può aiutare con gli altri, quanto  nella  lotta per la sopravvivenza,  che invece, ripetiamo,  esclude l’altro. Nella lotta per sopravvivere, a differenza di quella per non morire, si evidenzia  un effetto sociale negativo.

Si dirà che queste sono fantasie romantiche, intellettualismi da sociologo. In realtà,  quel che è accaduto  ieri in provincia di Milano, ma anche altrove nel Nord,  indica che è iniziata la lotta italiana per la sopravvivenza con un vero e proprio assalto ai supermercati.
Corsi e ricorsi, come si dice. Una classe politica di incapaci e cacasotto, molto simile a quella, pavidissima, dell’Otto Settembre che favorì  l' assalto della plebaglia alle caserme militari,  è riuscita, cedendo all’allarmismo mediatico,  a risvegliare la bestia che è in ogni italiano.
Chi ne vuole  sapere di più si legga Malaparte.

Carlo Gambescia       

      

domenica 23 febbraio 2020

Le misure governative contro il Coronavirus
Follia!


I dati statistici ci dicono che si tratta di poco più  una normale influenza (*), altro che pandemia. Se fosse tale, considerati i tempi lunghi del silenzio cinese, a quest'ora gli ospedali sarebbero pieni... Eppure ormai il Coronarivus si è trasformato  nella  "Peste del 2020"…  Stiamo assistendo  alla nascita e allo sviluppo di una psicosi collettiva, dalle conseguenze politiche, economiche e sociali probabilmente devastanti. Un  fenomeno degno della massima attenzione da parte della sociologia, perché si  rischia  una vera pandemia, ma psichica,  a sfondo sociale.  
Ieri abbiamo accennato ai pericoli  per libertà del cittadino (**). Oggi, e avremmo voluto essere cattivi profeti, su tutti i giornali si può leggere delle misure assolutamente sproporzionate prese dal Governo. Si parla di quarantena per cinquantamila persone... Follia!
Come si è giunti a questo?  La percezione del Coronavirus come nuova peste, veicolata dalle sensazionalistiche  semplificazioni  dei mass  media, vecchi e nuovi,  si è tramutata in risorsa politica. Quindi in mezzo per perseguire un fine politico:  la conservazione del potere attraverso il consenso che può essere guadagnato o mantenuto - visto che siamo in democrazia - attraverso l’azione politica di governo. Un processo di costruzione del consenso, di tipo scalare, che può giungere, come nel caso del Coronavirus, a misure illiberali.      
Alla base delle spropositate misure governative  c’ è il progetto politico di presentarsi, ideologicamente agli elettori, quando si andrà al voto,  come  “il Governo che ha sconfitto la Peste del  2020”. Insomma, si  corre dietro, rischiando di  moltiplicarlo in chiave sociologicamente pandemica, al fenomeno della  psicosi collettiva, già in atto, da Coronavirus: dal momento che l’uomo comune penserà che “se si isola una località, la cosa allora è grave”. Quindi altra benzina sul fuoco...  Un inciso: al governo ora sono i populisti di sinistra, ma con quelli di destra, le cose non andrebbero diversamente. Si ricordi quando scritto ieri  sull'invasività sociale del principio di precauzione, difeso dalla destra come dalla sinistra normali. Figurarsi perciò dai populisti di tutti i colori... In qualche misura, per capirsi, già il solo parlare di pandemia è un atto politico.   
Ovviamente,  una volta avviatosi su questa strada, il Governo, quando tra qualche mese la bolla d'aria si sarà sgonfiata,  come per tutte le infezioni stagionali,  presenterà tutto ciò come  una  vittoria della sua linea dura contro la “Peste del 2020”.  Dando così il cattivo esempio ai governi che seguiranno.
Giorni fa rileggevamo I promessi sposi, soffermandoci sulla pagina in cui  Don Ferrante nega l’esistenza della peste, sulla base di un ragionamento antiscientifico. Il Manzoni lapidario, ricorda, che ragionando così,  se la  prese , si mise a letto e morì come un eroe del Metastasio, prendendosela con le Stelle.
Diciamo che oggi la logica si è rovesciata. Non si minimizza, anzi si enfatizza il pericolo, nonostante scienza e statistica ci dicano che siamo davanti a una forma influenzale curabilissima.
Don Ferrante ignorava la scienza moderna,  noi ne siamo satolli, eppure,  ci comportiamo in modo meno  razionale del “dotto” del Manzoni.  Don Ferrante, in nome di uno pseudo-aristotelismo, in qualche modo condivideva la scienza normale (o quasi) del suo tempo, fino al punto di condannarsi a morte da solo. Noi invece, siamo ancora più ignoranti di Don Ferrante, perché, nonostante scienze mediche e statistiche (la scienza normale del nostro tempo), ci dicano, che si tratta di poco più di un influenza, rifiutiamo di credere alla scienza e ci mettiamo nelle mani della politica.
A suo modo Don Ferrante, era un uomo libero e razionale, un liberale senza saperlo, noi, prigionieri delle nostre paure, deleghiamo. Insomma, non  ce la prendiamo con le stelle, ma con i politici, che come da anni  si sente ripetere,  “farebbero sempre troppo poco”.   
Don Ferrante morì peste, noi non moriremo di influenza, ma in prigione.  

Carlo Gambescia



(*) Qualche dato significativo, "antipanico",  dal "Sole24ore",  forse il solo giornale italiano degno di questo nome: «I tassi di mortalità a confronto . Al momento il coronavirus, come hanno appena ribadito i Centri per il Controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) di Washington si sta diffondendo a grande velocità con una mortalità - secondo i dati provenienti dalla Cina - stimata al momento intorno al 2%. La Mers, l'epidemia del coronavirus “mediorientale”, in tutto ha registrato 2494 casi con 858 morti, con un tasso di letalità del 34,4%. La più nota epidemia Sars in due anni ha fatto 8096 casi con 774 morti, con un tasso di letalità del 9,6%. Il virus Ebola, la cui epidemia in corso in Congo è tutt’ora un’emergenza internazionale di salute pubblica dell'Oms, ha un tasso di letalità stimato intorno al 50%. E l’influenza stagionale? La letalità stimata per l'influenza stagionale è inferiore all'uno per mille. Per quest’anno in Italia sono attesi 7 milioni di casi (sotto gli 8 milioni del 2018-2019). Al momento hanno superato i 4,2milioni di casi. Durante la quarta settimana del 2020 - avverte il sito Epicentro dell’Istituto superiore di Sanità – “la mortalità (totale) è stata in linea con il dato atteso, con una media giornaliera di 234 decessi” » (https://www.ilsole24ore.com/art/dal-coronavirus-all-influenza-stagionale-ecco-tassi-mortalita-numeri-mano-ACQQd2IB )
(**) Qui il nostro articolo di ieri: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2020/02/le-epidemie-al-tempo-del-populismo.html    .                                    


sabato 22 febbraio 2020

Le epidemie al tempo del populismo

Stando alle prime pagine dei  giornali,  oggi  saremmo in piena  pandemia. Ovviamente non è ancora così,   ma politici per primi,  si sta facendo  veramente del peggio per alimentare un clima di paura e per  facilitare, volenti o nolenti, la  crescente  concentrazione dei poteri pubblici:  la cui prima vittima, cosa fondamentale,  rischia di essere proprio  la nostra libertà.
Ora, davanti alle classiche epidemie di peste del nostro lontano passato, le restrizioni, seppure rozze e ridicole, potevano avere un senso.  Ma dinanzi a qualcosa di curabile, che non ha nulla a che vedere con  le celebri  pagine manzoniane dei  Promessi Sposi sarebbe veramente  sciocco lasciarsi prendere dal panico (*). 
Eppure la politica,  sta agendo,  come se invece del Duemila si fosse nel Seicento. Per non parlare dei mass media… O peggio ancora del Web… 
Come insegna la sociologia,  tutte le emergenze, vere o false che siano, implicano l' accentramento di poteri pubblici e le drastiche diminuzioni di libertà. Pitirim Sorokin, scrisse un magnifico libro,  Man and Society in Calamity (1942), dove,  dati storici  e  sociologici alla mano,  dimostrò il nesso causale tra epidemie,  terremoti, rivoluzioni, guerre e gravissime restrizione alla libertà.  Pertanto,  si dovrebbe prestare grande  attenzione al cosiddetto meccanismo dell'allarme sociale. Tradotto: mai mettere  in moto senza ragioni valide, diciamo oggettive e comprovate,  la macchina, soprattutto se straordinaria,  del controllo sociale.  Che è  mossa  da  puri e semplici automatismi sociali, quasi sempre  acefali, quindi  cripto-totalitari, che  una volta avviati non  si  fermano o  arrestano con un cenno della mano.    

Ad esempio,  la chiusura delle stazioni intorno a Lodi (per quindici casi, non per quindici deceduti…), la necessità  della quarantena, neppure si  fosse nella Milano del Seicento,  la  tremebonda  chiusura, già venti giorni fa, dei  voli da e  per la Cina ,  infine  la minaccia di Conte di nuove misure più severe,  sono tutti esempi di progressive e pericolose  restrizione alla nostra libertà.  Ovviamente, come si dice sempre, per il nostro bene. Per impedire, si dice, che l'epidemia si trasformi in pandemia. Puro gioco di parole... 
Si tratta di  un micidiale mix di isteria mediatica e principio di precauzione. L’isteria mediatica appartiene da sempre all’immaginario sensazionalistico del giornalismo. Il  principio di precauzione fa parte invece dell’immaginario costruttivista della sinistra (e anche della destra statalista). Si vuole maniacalmente mettere tutto sotto controllo in nome di un’idea di bene collettivo, di cui il potere politico  avrebbe le magiche  chiavi: “Io Stato so ciò che è bene per te, o Cittadino”. Detto altrimenti: per il principio di precauzione, peste e influenza pari sono.  

Fortunatamente la gente, spinta dalla normalità quotidiana,  continua, per ora, la propria vita,  dal momento che la diffusione del virus è limitatissima,  quindi inavvertita, anche in  termini di mortalità de facto, praticamente inferiore a quella delle epidemie stagionali di influenza, in Italia come nell'intero Occidente.  
Sotto questo profilo,  il cosiddetto popolo sembra essere più maturo -  certo, per ora -  delle sue élite.  Forse perché capisce i rischi che corre la libertà individuale, o più probabilmente   per rimozione  emotiva.  Insomma,    per non rinunciare alle proprie abitudini.  Talvolta  le abitudini, come bisogno di normalità,  sono più forti di ogni altro sentimento collettivo. Talvolta, non sempre…

Diciamo, infine, che  al  mix di cui sopra (isterismo e principio di precauzione), si somma quel populismo che oggi  sembra essere il collante politico dei governi, di destra o sinistra che siano. Che conduce a fare scemenze,  non tanto per il popolo -   attenzione  - quanto in nome  del popolo. Un atteggiamento che inevitabilmente  agisce da  moltiplicatore del già pericoloso principio di precauzione. Con le possibili  conseguenze  che abbiamo già ricordato.
Buona giornata a tutti.



Carlo Gambescia


venerdì 21 febbraio 2020

Sociologia del concetto di merito 

Che cos’è il merito?  Come si stabilisce il merito di una persona rispetto a un'altra? E chi deve stabilirlo?  Che cos’è meritevole?  E di che cosa?  Aiuto?  Riconoscimento?  E in quali forme? Economiche?  Morali? Ovviamente si è  "meritevoli"  anche di castighi e punizioni. Però  in  genere  si attribuisce al termine un valore positivo.  L’etimologia latina rimanda a merere (meritare, acquistare, guadagnare).  Nel concetto di merito è sotteso  un diritto all’acquisizione con le proprie opere a  ricompense materiali o morale, e nel credente, sovrannaturali.
La sociologia come deve comportarsi nei riguardi del concetto di merito? O meglio ancora,  che tipo di  contributo analitico  può dare?   
In primo luogo, dal punto di vista  dei comportamenti, il merito ( sapere che se si agirà in un certo modo si otterrà una ricompensa sociale) è un elemento che favorisce il conformismo sociale  nel senso  di un comportamento sociale conforme a determinati valori prevalenti nel  gruppo sociale. Il che può valere  sia per lo  studente modello che per il  mafioso modello. Basta sostituire la pistola  al libro e viceversa.
In secondo luogo, le ricerca storica e sociologica - basta sfogliare una qualsiasi buona storia universale (1) -  prova che  le società dove prevale l’ideologia meritocratica funzionano meglio di quelle dove si ascende socialmente  per altri canali,  più o meno fiduciari. Sembra che i costi sociali  di una società meritocratica siano inferiori rispetto al suo contrario. Ovviamente la regola della meritocrazia come "lubrificante" vale sia  per un’impresa commerciale, come per un gruppo camorristico.
Il terzo luogo, e qui introduciamo il concetto con una domanda,   la sociologia  come può misurare il rapporto tra merito e società? Purtroppo, al momento  esistono forme di misurazione non particolarmente sofisticate.  Bisogna accontentarsi,  per ora.  Del resto non potrebbe non essere così. Perché  quando si parla di misurazione,  non si parla di ciò che la gente considera sia meritevole di essere ricompensato, oppure  dei  giudizi collettivi sulla legittimità  o meno delle distanze sociali, bensì si parla della necessaria fotografia della società, fotografia  capace di riflettere abbastanza fedelmente il rapporto  tra stratificazione  sociale e merito.  Cosa non proprio facile.
Merito, però,  inteso come?   Come correlazione positiva  tra   reddito e quoziente di  intelligenza (da ultimo si veda  Herrnstein e Murray) (2), dal momento che le due curve a campana del reddito e del QI si sovrappongono quasi perfettamente. Ciò significa  una persona intelligente  ha più possibilità di un’altra che lo è meno, di  meritarsi un  posizione economica, e di conseguenza sociale, migliore.     
Si dirà che non è molto.  Però, come mostrano gli studi di Pareto (3), la curva del reddito sembra essere storicamente stabile, come del resto, e a maggior ragione,  quella dell’intelligenza. Diciamo che la correlazione costituisce  una base cognitiva sufficientemente sicura.  
Ciò però  significa anche un'altra cosa,  urticante per tutti, egualitari e meritocratici. Quale?   Che la meritocrazia, anche  se correttamente applicata,   come insegnano  i dati statistici,  oltre un certo limite o picco, stabilito dalla distribuzione a campana dell’ intelligenza,  non può andare. Il numero dei capaci, fino a prova contraria, tende da sempre a essere  inferiore a quello dei parzialmente capaci e degli incapaci.  Di conseguenza, il meccanismo, anche il più meritocratico di selezione, soprattutto in una società di massa,  se vuole colmare i vuoti in alto, sarà sempre a  costretto ad abbassare  gli standard selettivi,  innescando un processo di graduale selezione se non dei  peggiori, dei “diversamente capaci”  che  alla lunga  può nuocere  al funzionamento o "equilibrio" sociale,  per dirla nuovamente  con Pareto.
Al riguardo sarebbe interessante indagare, anche per trovare una ulteriore verifica empirica a quel che stiamo scrivendo, le liste degli Ordini al Merito della Repubblica,  un totale di circa duecentocinquantamila soggetti,  suddivisi  dal basso verso l’alto in cinque livelli (da Cavaliere a Cavaliere di Gran Croce, passando per  Ufficiali, Commendatori e Grandi Ufficiali). Le liste sono pubbliche e quindi verificabili (4) .  
Qual è l'ipotesi?   Che la distribuzione delle capacità economiche e intellettive, anche all’interno dell’élite pubblica del merito italiana, rifletta  una curva a campana.  Insomma le vere eccellenze, premi nobel, grandi imprenditori, sommi artisti eccetera,  non potrebbero che essere  “posizionate”  nella parte alta,  per riconosciuto  valore, mentre nella parte discendente probabilmente  ritroveremmo  coloro che  godono i frutti, per così dire, dell’abbassamento degli standard.  Non che non siano  anch’essi meritevoli,  ma visto che siamo in una società di massa,  probabilmente una cruna dell’ago più  larga permette l’accesso dei meno dotati in chiave scalare, ovviamente.  Il che però alla lunga potrebbe  non giovare  alla funzionalità sociale e in questo caso al buon nome di una istituzione.  Si pensi, alla battuta cavouriana, se ricordiamo bene, sul cavalierato, che come un sigaro non si nega a nessuno. Questo accadeva  più di centocinquant’anni fa, figurarsi oggi.  
Come concludere? Qui il sociologo, come il geografo antico,  si ferma.  Hic sunt leones.

Carlo Gambescia


(1) Si  consigliano le classiche storie  universali  di  Corrado  Barbagallo e Jacques Pirenne.  
(2) Per ulteriori indicazioni, anche bibliografiche,  si veda qui: 
 (3)  A chi desideri  approfondire, anche sul piano bibliografico (di e su), le tesi paretiane sulla distribuzione dei redditi, rinviamo al sintetico ma eccellente  studio di Fiorenzo  Mornati, scaricabile qui:  https://www.researchgate.net/publication/23696785_Sulle_origini_della_legge_di_distribuzione_del_reddito_di_Pareto  . Si vedano in particolare le conclusioni (p. 12)  


                                             

giovedì 20 febbraio 2020

A proposito di un commento di Fabio Brotto
Approccio  morale e  approccio scientifico

Ieri l’amico Fabio Brotto (nella foto), durante un interessante confronto su Facebook,  ha offerto, con il suo dire,  un esempio chiarissimo della differenza che passa  tra approccio  morale  e approccio scientifico.  
Riassumo.  Ieri ho scritto un  articolo dove illustravo come  in termini di grandi numeri, ossia di logica probabilistica  (statistica), che ognuno riceve quel che merita (*). Il che ovviamente,  poiché si tratta di valori medi, che tengono  conto -  statisticamente del caso -   non esclude,  che  alcuni ricevano troppo o troppo poco rispetto a ciò che meritano. 
La mia tesi ha però  sollevato, ecco il punto, una reazione di tipo morale. Ben esemplificata dal doppio commento di Fabio Brotto.


Fabio Brotto: "Ognuno alla fine riceve esattamente quel che merita" presuppone un'idea di "merito", mi pare. Temo che qualcosa di moralistico, pur sempre negato, stia come fondo oscuro sotto alcuni tuoi giudizi, il cui fondamento si pretenderebbe neutro. Dunque, in che senso un "ultimo degli ultimi" come (e.g.) un bimbo che muore di fame in Africa, riceverebbe "quel che merita"? Questa affermazione potrebbe essere coerente con una visione induista, o con una prospettiva calvinista, in ogni caso ha un sapore etico-religioso.

 Fabio Brotto Ne morisse anche solo uno, non cambierebbe di uno iota il rigore del mio ragionamento, che non è ovviamente, "quantitativo" ma attacca l'idea di "merito". "Merito" con la statistica non c'entra nulla, come dovrebbe essere chiarissimo. Temo che siamo molto distanti. Buona giornata.


Giustissimo. “Siamo molto distanti”. E la  diversità  è nell’ approccio.  Lo scienziato, il sociologo, in questo caso,  prende atto della realtà statistica, scientifica, che ci aiuta a capire l’importanza dei valori medi.  La scienza non è mai scienza del caso singolo, guarda alle classi e alle regolarità, ovviamente non inventate, ma afferenti a risultati  che,  attenzione, possono essere sempre falsificati. Che cosa voglio dire?  Che qualora cambiassero i valori medi, cambierebbe anche il senso sociologico del mio articolo.  E io ne sarei ben felice, per la scienza e per il caso singolo.
La morale, invece, si rivolge proprio al caso singolo, ad esempio l’unico bambino africano eccetera, eccetera, richiamato da Fabio Brotto nel suo esempio.  I valori professati dal moralista - buoni o cattivi che siano, non è questo il punto scientificamente parlando -  sono infalsificabili. Sono, e basta. Come si evince dal “se ne morisse solo uno non cambierebbe di uno iota il rigore del mio ragionamento”. Si noti anche  la terminologia neotestamentaria… Comunque sia,  siamo davanti, a una professione di etica dei principi  che può essere riassunta nel classico  Fiat iustitia et  pereat  mundus. 
Ora,  se lo scienziato proprio di etica deve parlare,  non può che   pronunciarsi per l’etica dei mezzi o della responsabilità, che a sua volta rimanda all’aggiustamento tra principi e realtà.  Quindi, una “morale”, se proprio la vogliamo chiamare così, che  sposi  il  principio scientifico di falsificabilità.
E qui faccio un esempio. “Avere ognuno ciò che merita”, statisticamente parlando,  rinvia alla curva dei  redditi paretiana, che riflette una distribuzione media di valori statistici, una gaussiana a campana.
E quando   mi si dimostrerà  che  è  sbagliata,  sarò  il primo a cambiare idea, proprio in nome del principio scientifico di falsificabilità.   
Perché questa curva è così importante? Perché Pareto  prova due cose fondamentali: 1) che la distribuzione dei redditi, storicamente parlando, dunque a prescindere dal regime politico,  è di natura piramidale o comunque assai vicina;  2)  che non è possibile cambiare  la situazione economica di una persona senza incidere su quella di un’altra. 
Quanto sopra,  non esclude la mobilità, anche piuttosto veloce, secondo le epoche,  verso l’alto e verso il basso,  però sempre all’interno della forma sociale,  in termini di geometria piana, “triangolare” o quasi.  Come non esclude  stati temporanei di ottimo,  dove le disparità, pur presenti, si stabilizzino, sempre dentro il “triangolo” ovviamente.   Pertanto, sia  detto  solo per  inciso, come scrive l'amico Carlo Pompei, autore di un pregevolissimo commento, "la distribuzione del reddito (e quindi del merito) non può avvenire per decreto". 
Concludendo, come si può capire, non c’è nel mio dire,  alcun “fondo oscuro”.  Uso la parola merito?  Allora parliamo di  entità M distribuita, eccetera, eccetera.  Però criticare un approccio scientifico, falsificabile,  ricorrendo a  principi morali infalsificabili, non è dal punto di vista  del ragionamento corretto.  Sarebbe invece corretto  criticarmi in nome di  una distribuzione dei redditi  “altra”, ad esempio a forma di parallelepipedo rettangolo per tornare alla geometria solida.  
Che però va provata, e  statisticamente.  

Carlo Gambescia


mercoledì 19 febbraio 2020

Mitologie dei nostri tempi
“Non lasciare  nessuno indietro”

Torna spesso  nel dibattito giornalistico e politico, addirittura mondiale (come si può evincere dalla foto), un' espressione come “Non lasciare nessuno indietro”. 
Prima domanda di chi parliamo?  Chi è questo nessuno che non deve essere lasciato indietro?  I  disoccupati?  I licenziati?   I taglieggiati da Mafia e Camorra? I terremotati? I truffati?  Gli  investitori incauti?  Gli   imprenditori falliti?   I mariti e  le  mogli impoveriti dalle separazioni?  I vedovi  e  le  vedove? I vecchi?  Le donne? I Gay? Gli immigrati?  I  poveri?  I carcerati?  I diversamente abili? Gli  stanchi di vivere?  I malati terminali?  
Come si può capire lo spettro sociale è molto ampio.  Addirittura troppo. Inoltre, cosa ancora più grave,   ognuna di queste categorie ha le sue buone ragioni, quanto meno dal punto di vista personale. Il che significa guerra di tutti contro tutti  all’insegna dell’ “Io sono più indietro di te”.   
Seconda domanda: Chi deve aiutare tutta questa gente  affinché non resti indietro? Lo stato?  Le associazioni di volontariato?  Le chiese?  L’ Ue,  l' Onu e  le associazioni filantropiche internazionali? In realtà, ognuna di queste istituzioni ha la sua  controindicazione.  Lo stato, le tasse sproporzionate per chiudere i buchi. Le associazione di volontariato, i finanziamenti  a pioggia  pubblici e privati, tutti soldi  che hanno comunque un ricaduta tributaria, si pensi solo alle esenzioni fiscali per le associazioni private.  Quanto alla  chiese, all’Ue,  all’Onu, eccetera, si rischia sempre  la soffocante sovrapposizione delle competenze tra i diversi enti, in genere molto burocratizzati, nonché  l’altrettanto  temutissimo, in particolare  dai  populisti,  attacco alla sovranità nazionale.
Pertanto “ Non lasciare indietro gli ultimi”,  perché la parola   "nessuno"  questo sottende,  significa tutto e niente.  Si tratta di una frase ad effetto, ottima solo  per  talk show, social e piazze,  che rimanda al cristianesimo, annacquato dai socialisti,  del “ beati gli ultimi perché saranno i primi”.   
Frase che secondo il primitivo disegno religioso rinviava ai maestosi Cancelli  del Regno dei Cieli, mentre oggi ha assunto un significato decisamente terreno, dell'assistenza dalla culla alla tomba, magari da conquistare  pistola alla mano espropriando chi sia solo  un gradino sopra.  Un brutale materialismo, ammantato di pseudo-ideali,  che alimenta solo lo sciocco  senso di rivalsa del fallito.
Su questa Terra,  chi arriva ultimo, evidentemente, se lo merita. Certo, si può essere fortunati o meno. Ma alla Fortuna non si può comandare. La Fortuna  è la sorella del Caso e quindi  dei grandi numeri e della probabilità statistica, grandi numeri  che ci dicono però che ognuno alla fine riceve esattamente quel che merita.
Piaccia o meno, ma le cose stanno così, diremmo sociologicamente così.  Ovviamente, la politica ha le sue regole, punta al consenso e ai voti. Deve promettere che gli ultimi saranno i primi. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia                        

           

martedì 18 febbraio 2020

Reddito di Cittadinanza
Come buttare i soldi dalla finestra

La mettiamo subito giù dura. Il debito pubblico italiano  si avvia  a superare i  duemilacinquecento miliardi. Una cifra colossale che indica l’esposizione dello stato nel riguardi di altri soggetti economici (individui, imprese, banche, stati esteri). Siamo ben oltre  il Pil (duemila miliardi circa).
Tradotto:  se una famiglia guadagna cento non può avere debiti  per centotrentacinque ( o comunque per più di un quarto di quel che entra).
Certo, uno stato può stampare moneta, moltiplicando però  i prezzi dei beni. O,come sta facendo l’Italia, implorare l’elemosina (altri crediti a tassi altissimi e dilazioni).  O, altra ricetta italiana, spennare i contribuenti innalzando il vessillo del patriottismo fiscale.   
Con un debito pubblico altissimo, e  con il clima di instabilità che ne deriva,  non si  cresce, si vegeta. Ecco  la condizione dell’economia italiana:  una famiglia che vive di debiti,  dei piccoli risparmi  delle generazioni del dopoguerra  e di chi si fida ancora (ma sono sempre di meno)  delle imprese italiane.  E’ ovvio  che poi  di debito pubblico vivano le banche, certe banche, tra l’altro obbligate ad acquistare i titoli pubblici. Ma di solito  sui vincoli di portafoglio dei titoli pubblici si tace...  
In questa situazione l’Inps informa che

«sono 1 milione 119 mila le domande di reddito e pensione di cittadinanza accolte dall'Inps. Tra le famiglie che hanno ottenuto il beneficio 60 mila sono decadute. Quindi le famiglie titolari di reddito (933 mila, per 2,419 milioni di individui) e di pensione di cittadinanza (126 mila con 143 mila persone coinvolte) sono nel complesso 1 milione e 59 mila, corrispondenti a 2 milioni 562 mila 'teste'. E' quanto riporta l'Osservatorio Inps sul Reddito di cittadinanza aggiornato a inizio febbraio. L'importo medio mensile percepito ammonta a 496 euro.
Finora per il Reddito e la pensione di cittadinanza sono stati spesi 4 miliardi e 358 milioni di euro circa».

Capito?  Quasi quattro miliardi e mezzo di euro  in meno di un anno. Sicché in tre anni (durata provvisoria  dell’esperimento) si raggiungerà la sommetta di circa quattordici miliardi. Che verranno finanziati o con altro debito pubblico o con tasse più alte. 
Per avviare al lavoro chi?  Qui viene il bello.
Persone, stando a quanto emerge dalle prime indagini,  che vivono ai margini del lavoro e della società. E che al massimo  potrebbero  essere oggetto non di politiche pubbliche  del lavoro ma di politiche rivolte a contrastare la povertà (ammesso e non concesso che entrambe funzionino).
Cosa vogliamo dire?  Le politiche del lavoro sono rivolte verso coloro che  hanno perso il lavoro, e che quindi possono essere "approcciate" in termini di labour resourcing.  Invece le politiche contro la povertà riguardano coloro che non hanno  mai lavorato o che non lavorano da decenni. La “platea” per così dire è completamente differente. 
Nei Centri per l’Impiego di  tutta Italia, dove tra l’altro i cosiddetti  “navigator” non lavorano in condizioni certamente ideali,  sono sorti enormi problemi di natura  curriculare  in senso stretto. Detto altrimenti:  non si sa  cosa si deve scrivere sui curriculum  di persone  prive  di risorse professionali, perciò  di qualsiasi appetibilità economica per le imprese, carenti quindi  non solo  dal punto di vista  delle  mansioni non specializzate, ma soprattutto  da quello "basico" di tipo  comportamentale e  relazionale.
Una tragedia   -   non sapremmo quale altro termine trovare -  provocata dall’errore fondamentale, come dicevamo, di confondere  mercato del lavoro e lotta alla povertà. Insomma, per dirla alla buona,  di mescolare insieme acqua e olio, sotto l’etichetta dell' "Extravergine":  "Reddito di Cittadinanza".
Detta più propriamente: di mettere insieme due protocolli sociologici profondamente diversi, addirittura opposti, il primo economico, il secondo assistenziale.
Ecco come si buttano i soldi dalla finestra. E si affossa il debito pubblico.

Carlo Gambescia    
     

  

lunedì 17 febbraio 2020

Roma, da Virginia  Raggi a Matteo Salvini 
Dal nulla-nulla 
al nulla-strutturato

Con l’occupazione militare del Palazzo dei Congressi all’Eur e con il consueto repertorio di stupidaggini, Salvini purtroppo si appresta a conquistare il Campidoglio.
Troverà un candidato qualsiasi, un suo ventriloquo che come  il Nerone di Petrolini prometterà di  far tornare Roma "più bella e più superba  che pria"…  E i romani cadranno nella trappola...  
In realtà, la scelta   è tra il nulla-nulla e il nulla-strutturato. Da una parte c’è il nulla-nulla rappresentato dall’immobilismo sotto vuoto della giunta  Raggi,  dall’altra il nulla-strutturato delle sparate acchiappavoti  di Salvini. Insomma, due nullismi  populisti  inconcludenti.   
Dicevamo nulla-strutturato… In che senso? Per capire,  cosa  potremmo aspettarci  se alle prossime comunali dovesse vincere la Lega, si  presti attenzione al modo di fare campagna elettorale di Salvini, anzi politica tout court.  Ad esempio, ieri all’Eur ha parlato dell’interruzione di gravidanza.  Tema a prima vista, non di attinenza locale. Però quel che qui interessa sottolineare  è  il genere di  retorica  e il tipo  di argomentazione  usati da Salvini.   Si legga qui:

«L'aborto “è una scelta che spetta solo alla donna, alla coscienza, alla libertà di scelta della donna, semplicemente ritengo che arrivare alla quinta, sesta, settima interruzione di gravidanza, come molti medici mi hanno segnalato, non faccia bene alla salute e meriti una riflessione”. In una diretta su Facebook il leader della Lega ribadisce la sua posizione e quella del suo partito dopo le polemiche sollevate dalle dichiarazioni rilasciate all'evento 'Roma torna Capitale' all'Eur […]- “Io non sono nessuno per dare lezioni di morale - sostiene - mi sono permesso di dire che evidentemente c'è un tema culturale da affrontare se qualcuno abusa di un'operazione che fa male alla salute. Figurati se Salvini si mette contro l'aborto o il divorzio, sono l'ultimo che può dare lezioni, ma raccolgo il grido d'allarme che arriva da tanti pronto soccorso, ospedali, consultori, che chiedono di fare il possibile per tutelare la vita". La precisazione arriva dopo le dichiarazioni dal palco della manifestazione dell'Eur a Roma, dove aveva parlato di donne che sono andate “sei volte al pronto soccorso per l'aborto”, puntando il dito contro l'affollamento dei pronto soccorso anche da parte di chi chiede l'interruzione di gravidanza. “Non mi spetta giudicare, è giusto che sia la donna a scegliere, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020” ».
          
Decriptiamo. La storia delle donne al Pronto Soccorso per abortire è una leggenda metropolitana o comunque, se vera, non nei termini dell’affollamento evocati da Salvini, addirittura tali da minacciare il sistema sanitario nazionale.  Quanto alle  “sei volte”,  è  solo un modo per attaccare  l’interruzione di gravidanza, tirando il sasso del caso limite, per poi nascondere la manina…   
Dal punto di vista retorico la forma privilegiata da Salvini è quella dell’iperbole: del tipo gli aborti sono arrivati alle stelle… Mentre sul piano argomentativo il leader leghista ricorre  invece al classico argumentum ad hominem: una donna che abortisce sei volte è una donnaccia indegna di essere creduta e aiutata…
Ecco perché parliamo di "nulla-strutturato", ossia di  nulla strutturato, fitto fitto,  di  menzogne, o meglio di  "casi limite", elevati  a  "norma statistica":  mezze verità (o meglio un quarto di verità) presentate come   verità “intere”.  Una “tecnica” disinformativa che Salvini  usa sempre e da sempre. Non importa dove si trovi, a Milano, Roma, Cerignola, Pordenone.  
Riassumendo: il nullismo della “Sindaca”  Raggi è frutto di totale impreparazione, mancano i fondamentali del ragionamento; il nullismo di Salvini invece è strutturato di mezzi ragionamenti. Di qui però la comune improvvisazione, sicché gli uni e gli altri  possono causare solo danni.
Come si può capire, Roma rischia, comunque vadano le cose, di sprofondare nel nulla. Naturalmente, non si sprofonda nel nulla da soli. I romani  sembra infatti abbiano perso la testa per Matteo Salvini, come prima per Virginia Raggi. 
Che tristezza.  Dal nulla al nulla. Strutturato.

Carlo Gambescia     


domenica 16 febbraio 2020

Riflessioni
La solitudine del liberale europeista

Quando  ci  capita di difendere l’idea europea  la mente va subito, e tristemente, a certo establishment europeo,  soprattutto nella versione italiana.  Si pensi a un Sassoli  che non riceve Guaidò, perseguitato da  Maduro,  per esporsi, per carità giustamente, per lo studente egiziano, finito nella rete della polizia  del generale Abdel Fattah al-Sisi.
Per quale ragione? Semplificando,  perché  il Venezuela è di sinistra, l’Egitto di destra.  Sassoli, che  da  giovane  giornalista del “Popolo” democristiano  si schierò contro De Felice  nella campagna storiografica della sinistra contro lo storico liberale,  sembra essere  rimasto  fedele alle origini. Che tristezza.
E di Gualtieri, ne vogliamo parlare?  Storico di professione, per alcuni mediocre. Di economia non capisce nulla. Però, come parlamentare europeo era ben incistato dentro  il blocco socialdemocratico, conosceva gente, faceva cose. Sicché, nel Conte Bis,  è finito all’Economia, dove come certi avvocati non va in aula ma porta tanti buoni clienti allo studio. Che tristezza.
Insomma,  Sassoli e  Gualtieri,  due classici  esempi di quella rete  di connivenze  politiche a sinistra  nel mirino dei sovranisti.  Che a loro volta però sono  soltanto capaci di battere i piedi  come tanti bambini capricciosi.
Che resta allora  di liberale nell’idea europea?  Perché il punto è questo. A destra i sovranisti spingono per  cambiare tutto -  come ieri Salvini -  a sinistra gli eredi del catto-comunismo, prigionieri dei loro riflessi condizionati,   non vogliono invece cambiare nulla.

Il discorso si è insabbiato intorno al senso  delle istituzioni. La sinistra difende l’esistente, senza guardare al futuro,  la destra  invece vuole tornare indietro.  In realtà, quali sono i nervi di uno stato, storicamente parlando? Finanze e  forze armate, o detto altrimenti  economia e  guerra.  Sulle finanze europee, non c’è accordo tra destra e sinistra. Sulla guerra,  invece sì.  Sovranisti e  cattocomunisti non  sono forse pacifisti a oltranza?   Si dividono infatti solo sull’accoglienza. Di conseguenza, immigrati a parte, l’assenza di un politica estera comune, quella che decide le ragioni delle pace e della guerra, è purtroppo  gradita a destra e sinistra.  
Si lascino pure da parte le favole sovraniste  sulla mitica Europa delle Nazioni, dal momento che l’unica possibilità -  logica - è rappresentata dall’Europa come è dopo un processo di unificazione durato più di sessant’anni.  Una dinamica del contratto che ha prodotto, per vie di pace importanti istituzioni  politiche ed economiche.  Su questo la  sinistra  ha ragione.  Ciò che però  che  va evitato, come dicevano,  è la discussione sul  senso delle istituzioni.   Ci spieghiamo meglio.     
Il problema purtroppo è rappresentato dal fatto che le stesse forze che sono pro o contro l’ unificazione,  sono divise  su quel che invece dovrebbero condividere (buone  finanze) e unite su tutto il resto (il nullismo pacifista).  La sinistra, ripetiamo è schiacciata sul presente, la destra sul passato. Invece che alla logica  - ciò che l'Unione europea può essere in futuro per implicazioni storico-processuali  -    si guarda al  senso   passato (nazionalista) o presente (welfarista) delle sue istituzioni.  Insomma, l'esatto contrario di  una  logica storica  della libertà...

Sicché, chiunque sia liberale, liberale realista, archico insomma, si ritrova preso nel mezzo, si sente solo:  non ama la presbite destra sovranista, ma neppure la miope sinistra catto-comunista. Ama invece l’Europa e le sue istituzioni che affondano le radici nella logica storica - attenzione, non senso - della tradizione liberale, l’unica vera grande rivoluzione dei tempi moderni.   Un’ Europa, logica anche nei comportamenti,  che  può tornare grande,  solo   puntando razionalmente, dunque logicamente,  su buone finanze, il che significa bilanci in regola e tagli alle tasse, per attirare capitali da tutto il mondo,  nonché  su una politica estera, né di destra né di sinistra, ma europea, comune.  Ovviamente prudente,  che però  non abbia timore di usare la forza quando serve.   
L’ Europa vuole  tornare grande? Allora, dovrà  guardare alla logica e non al senso dell'unificazione.  
Certo, con Sassoli, Gualtieri e  Salvini,  la vediamo dura…

Carlo Gambescia       

                                                  

venerdì 14 febbraio 2020

Perché si scrive?
La lezione di Ayn Rand


Ieri, sulla mia pagina Fb, Mauro Munari, poeta-quando-mi-va-se- mi-va, ha lasciato un commento interessante. Il  Carlo, al quale Mauro si riferisce, non sono io, ma Carlo Pompei, altra persona di valore,  che sta lavorando a un  libro. 

"Carlo...
l'analisi che fai è corretta.Spero tanto tu riesca a pubblicarlo e riesca a venderlo ....ma spero ancor di più che il libro sia letto perché....di leggere e di mettere in duscussione le proprie convinzioni, purtroppo, c’e’ sempre meno voglia.
Mauro Munari "

Piccola  premessa.  Su  Facebook c’è di tutto (non dico nulla di nuovo): dal professore mai cresciuto che annuncia il "nuovo giocattolo", magari una  Croce di Cavaliere,  al rivoluzionario depresso che sogna la ghigliottina. Seguono truffatori, svitati, perdigiorno, mariti e mogli tradite,  playboy, immobiliaristi, cacciatori e vegani, eccetera, eccetera. Raramente capita di interloquire  con sconosciuti di valore, cioè persone che non conosci nella vita, ma che incontri su Fb, riuscendo a stabilire rapporti intellettualmente  fruttuosi. Per quel che mi riguarda si contano sulle punta della dita. In genere chi si avvicina, lo fa per fama riflessa. Nel senso della ricerca della gratificazione personale che nasce dall’accostamento a persone comunque note.  Notorietà intesa  principalmente  in chiave televisiva.
Però non bisogna disperare. Ad esempio Mauro Munari, che non conosco di persona,  non è mai banale né interessato. E  il suo  commento  mi ha fatto subito pensare a una pagina di  Aynd Rand, la grande scrittrice liberale.  Perché si scrive?  La risposta si può rivenire nel suo capolavoro,  La fonte meravigliosa.
Parla Howard  Roark, l'architetto protagonista,  il cui epico discorso finale davanti ai giudici, dal quale è tratta la citazione, vale filosoficamente l’intero romanzo. Una grande  lezione di filosofia liberale. 

“Una sinfonia, un libro, un motore, un sistema filosofico, un aeroplano, un edificio: quelli erano la sua meta  e la sua vita, non gli esseri che leggevano, suonavano, volavano, credevano, e abitavano la casa che egli aveva costruito. La creazione, non chi se ne doveva servire. La creazione, non i benefici che ne sarebbero derivati per gli  altri. La creazione che dava forma alla sua verità. Questa andava mantenuta al di  sopra di tutto. La sue fede la sua energia, il suo coraggio venivano dal suo spirito. E lo spirito di un uomo  è la sua forza vitale, la sua fonte meravigliosa di vita, la sua personalità, il suo egoismo. Quell’entità spirituale che gli dà la certezza, la consapevolezza di esistere. Una prima causa, una fonte di energia, il motore dell’anima. Il creatore vive per se stesso. E solo vivendo così egli riesce a raggiungere quelle conquiste che  sono la gloria dell’umanità. L’uomo non può sopravvivere che attraverso il suo pensiero” (*)


Se non c’è questa energia interiore,  non c’è scrittore né scrittura. Un’energia che prescinde dal risultato, possibile, diciamo perseguibile nella durata delle nostre brevi vite.  Uno scrittore vero, se ci si perdona l’espressione un poco retorica, non parla in televisione  parla ai secoli.   E per nutrire questa certezza,  contro tutto e tutti - certezza che non può essere che frutto di una volontà ferrea che deve permeare tutta la vita -   ci si deve occupare solo di se stessi, come scrittori,  attingendo alla fonte meravigliosa della forza vitale,  quale consapevolezza di esistere, di fare la cosa giusta, per la quale siamo portati: la scrittura. Una specie di circolo virtuoso dell'interiorità.
Una forza interna, non esterna, che quindi  non nasce dall’imitazione, né dall’emulazione,  né ad altri  "nobili" o "luridi" moventi (esterni). C’è o non c’è.  E c’è quando la scrittura, senza mai stancarci  ha arricchito la nostra vita interiore, ci ha fatto sentire vivi e creativi.
Ma c’è  un altro punto interessante  sottolineato dalla Rand. A parlare è sempre  il protagonista del romanzo.  

“Agli uomini è stato insegnato che la più nobile virtù consiste non nel conquistare ma nel dare. Però non si può dare  quello che non è stato creato. La creazione viene prima della distribuzione. Il bisogno del creatore viene prima del bisogno di un qualsiasi beneficiario. Tuttavia, ci viene insegnato ad ammirare il parassita che dispensa beni che non ha prodotto senza preoccuparsi  dell’uomo che li ha procurati. Noi lodiamo un atto caritatevole. Noi scrolliamo le  spalle davanti a un atto di conquista. Il nostro scopo primo, ci viene detto, è quello di dar sollievo alle miserie altrui. Ma la sofferenza è una malattia. Fare di un gesto di carità la più alta prova della virtù significa fare della sofferenza  la parte più importante della vita . L’uomo deve desiderare di vedere gli altri soffrire, per poter essere virtuoso? Tale è la natura dell’altruismo. Il creatore [invece] non si interessa del male, ma della vita. Però il lavoro dei creatori ha eliminato una forma del male dopo l’altro, nel corpo e nello spirito, e ha portato sollievo alle sofferenza più  di quanto gli altruisti abbiano saputo concepire.” (**). 

Il che chiarisce il significato che la Rand attribuisce  a ciò che potremmo chiamare l’egoismo della creazione. Egoismo che può assumere tratti benefici. Ma come, ora è chiaro, non si crea per agli altri, ma per se stessi. L’atto creativo è sempre un atto, se ci si passa l’espressione, egoico.  Autosufficiente, indipendente nella sua genesi da qualsiasi implicazione sociale.  
Un ultimo punto ancora. Osserva  la Rand, sempre per bocca di Howard Roark, 

“agli uomini è stato insegnato che è una virtù andare d’accordo  con gli altri. Ma il creatore è l’uomo che non va d’accordo. Agli uomini  è stato insegnato che è una virtù nuotare con la corrente. Ma il creatore è l’uomo che va controcorrente. Agli uomini è stato insegnato che è una virtù sapere stare insieme. Ma il creatore è l’uomo che sta da solo. Agli uomini è stato insegnato che ‘io’ è sinonimo di male, e l’altruismo sinonimo di virtù. Ma il creatore  è l’egoista nel senso assoluto e l’altruista è colui che non pensa, non crede, non giudica e non agisce. Queste sono le funzioni dell’individualità” (***).


Con ciò credo sia tutto. Mi scuso con  Mauro Munari, per aver risposto al suo breve commento con una enciclica... Ma lo ringrazio, perché mi ha consentito di approfondire un tema che ho particolarmente a cuore. Ringrazio anche l’amico Carlo Pompei che ha favorito indirettamente con il suo post il mio di  oggi.

Carlo Gambescia

(*) Ayn Rand, La fonte meravigliosa, Corbaccio, Milano 1996, p. 669. "Quelli erano la  sua meta".  La meta del protagonista del libro,  come detto,  l’eroico   architetto  Howard Roark.  Eroe del pensiero, attaccato e criticato per la sua indipendenza intellettuale. Si parva licet, chi scrive ne sa qualcosa... Dal romanzo  il regista King Vidor  trasse nel 1949  un intenso  film dal titolo omonimo interpretato da un grandissimo Gary Cooper, ovviamente nei panni di Roark.  
(**) Ibid., p. 671.
(***) Ibid.