venerdì 30 giugno 2023

Chi uscirebbe vincitore da una guerra tra Russia e Nato?

 


L’amico Carlo Pompei mi chiedeva qualche giorno fa, probabilmente in chiave retorica, chi uscirebbe vincitore da una guerra tra Russia e Nato.

Diciamo subito che una guerra non convenzionale non avrebbe né vincitori nè vinti. Anche se limitata alle armi atomiche tattiche permarrebbero forti incognite sulla “vivibilità” del dopoguerra.

Del resto sul piano convenzionale un’invasione della Russia resta impensabile: troppo territorio da controllare durante e dopo (una vittoria, eclatante o meno). Ci si dovrebbe affidare come fecero i mongoli (unico precedente di invasione riuscita) a stati tributari, retti da aristocrazie militari, asservite ai vincitori ( i principi russi, magnificati come eroi dalla storiografia sovietica, andavano e venivano carponi dalla Cina). Un equilibrio difficile per società urbanizzate e comunque in parte modernizzate.

Insomma, cose complesse ai giorni di oggi, soprattutto per le nazioni che si professano democratiche (problema che i Mongoli, seppure tolleranti sotto il profilo religioso, non avevano).

Pertanto una guerra generale tra Nato e Russia porrebbe non solo i problemi della guerra ma quelli del dopoguerra.
 

Probabilmente la Russia gioca tutte le carte, per tenere a bada la Nato, su questi due fattori: a) uno antico e fisico (lo sterminato territorio russo); b) uno moderno e culturale (i potenziali- distruttivi effetti di ricaduta di una guerra atomica). Inoltre, la Nato – l’Occidente euro-americano, insomma – non vuol sentire parlare di guerre, convenzionali e non convenzionali. E questo è il terzo fattore che rafforza la Russia.

La domanda era però sul vincitore.

Per vincere una guerra, servono risorse economiche, sociali, militari e morali e soprattutto quella che può essere definita la risorsa filosofica basica: non aver paura di morire, perciò di subire rilevanti perdite umane. In ambito moderno sotto questo profilo le concezioni tradizionaliste del mondo, soprattutto quando mescolate con forti dosi di romanticismo politico hanno maggiori dosi di resistenza (ci riferiamo alle guerre novecentesche). 

In altri termini sono più dotate "culturalmente", anche se non è detto (come nel caso della Germania nazista e del militarismo giapponese) che resistano fino in fondo.

Di solito – tesi che, soggettivamente, piace anche a chi scrive – il successo delle democrazie nel 1945 viene attribuito alla forza degli ideali liberali, vittoriosi sul totalitarismo.

Probabilmente, la difesa della liberal-democrazia, giocò un ruolo importante sul piano del romanticismo politico, favorendo la vittoria degli eserciti democratici e di rimbalzo, perché alleata e ben rifornita di armi dall’Occidente, anche dell’Unione Sovietica. All’epoca l’amore per la democrazia, aiutato dal potenziale militare americano, ebbe la meglio sulla paura di morire.

Riassumendo, la democrazia occidentale, in una guerra con la Russia, partirebbero sfavorita sul piano morale, a causa del suo umanitarismo, che per un verso la nobilita ma per l’altro ha reso lì Occidente moralmente inerme: come si fa a parlare un giorno sì l’altro pure dell’inutilità delle guerre e poi pretendere che la gente vada a morire in una guerra?

Probabilmente il potenziale tecnologico militare dell’Occidente, alla lunga potrebbe avere la meglio sul nemico russo, sempre però escludendo una guerra atomica, disastrosa per tutti.

Dopo di che, come anticipato, nascerebbero problemi per la gestione del dopoguerra e dell’occupazione militare. La durezza dei mongoli, ma anche l’idea stessa di stato tributario, resta tuttora una specie di miraggio per le democrazie occidentali legate all’idea di pace, umanità ed eguaglianza tra i popoli.

Si può dire, concludendo, che ciò che fa la forza morale dell’Occidente nei tempi di pace, lo indebolisce in quelli di guerra e di dopoguerra.

Pertanto, se le cose stanno così – prevenendo la domanda dell’amico Carlo Pompei – perché non sedersi al tavolo della pace? Per ragioni oggettive, che non dipendono da noi analisti. Perché il tasso di romanticismo politico della Russia tradizionalista è superiore a quello dell’Occidente per il valori liberal-democratici. Di conseguenza, forti di questa superiorità, difficilmente i russi molleranno la presa fino a quando non avranno ottenuto ciò che vogliono. Come impedirlo? Combattendo, per portarli a miti consigli. Nel senso di una guerra limitata (e convenzionale) all’espulsione delle truppe russe dal territorio ucraino.

 Quanto a possibili interventi della Cina in favore della Russia, sospendiamo il giudizio, o comunque confidiamo sulle secolari tradizioni autarchiche cinesi. I mongoli erano nomadi e visti dagli stessi cinesi come barbari. E in seguito si indebolirono e decaddero, perché “cinesizzati”.

Per ora combattono per noi gli ucraini. Ma fino a quando? Si dirà che "non  facendo vincere" i russi si rischia la guerra nucleare, eccetera. In realtà, una guerra nucleare, proprio perché non avrebbe né vinti né vincitori, rappresenta il massimo dell’impoliticità ( a proposito della guerra come continuazione, eccetera). E i russi ne sono consapevoli, come pure sanno che la paura dell’Occidente al riguardo, li rende ancora più forti. E su questa paura si giocano tutto.

E noi?

Carlo Gambescia

giovedì 29 giugno 2023

Giorgia Meloni e la strategia della lumaca…

 


Giorgia Meloni è un brutto soggetto. A Roma si chiamano viperette. È fascista dentro, nel senso che è imbevuta di cultura autoritaria, vecchio Msi, partito che era prontissimo a disprezzare tutti i partiti (salvo poi fare qualche pasticcio con la Dc). Sarebbe bello gustarsi la Meloni in privato – un specie di Grande Fratello postmissino – in ciabatte, tipo “ ma che stai a di’, io te sparo”…

Ufficialmente, per ora va in onda, una specie di criptofacismo che la Meloni, ripulita, maschera, con un tecnica retorica – oggi si parla di “narrazioni”, come se fosse tutto normale – che le permette, grazie alla compiacenza dei mass media,  di superare le difficoltà attaccando.

Si prenda la questione del Mes: la destra fascista che rappresenta la Meloni è sempre stata contro l’Europa, perché nazionalista (oggi si parla di “interesse nazionale” altro sconto alla Meloni: dentro ci si può mettere di tutto, pure il migrante affogato). Una destraccia assetata di vendetta contro lo spirito del 1945, che vede rappresentato dalle correnti liberali e socialiste.

Cosa ha risposto la viperetta, pardon la Meloni, alle opposizioni? Che si condanna il suo governo, appoggiandosi sull’ Unione Europea perché “la sinistra non è capace di fare opposizione in parlamento”.

Capito? L’europeismo diventa un peccato mortale, addirittura qualcosa di antidemocratico…
La stessa tecnica dello spacchettamento del Mes, che è solo un modo per perdere tempo, difesa dalla Meloni, diventa un “non si può criticare l’Europa”. Capito? Una fascistaccia che impartisce una lezione di democrazia…

Si può permettere questo, perché finora nessuno ha osato smascherare il suo gioco. Che si potrebbe definire “strategia della lumaca”

Va detto che alla “narrazione”della Meloni non corrisponde, di fatto, alcuna politica economica e fiscale. Perciò il governo finora non ha combinato nulla. Se non tentare di imporre agli italiani una specie di morale unica di stampo clerico-fascista. Però la viperetta nei riguardi dell’Ue si trasforma in lumachina Un passo avanti, due indietro. 

L’atteggiamento filoamericano, visto cosa pensa la Meloni (male) sui diritti e sul mercato internazionale, le serve, al momento, per bilanciare gli attacchi contro l’Ue. Poi si vedrà, per ora “utilizza ” Biden e Zelensky, per evitare di trovarsi isolata. Ma fascista era e fascista è rimasta. 

Così è.

Carlo Gambescia

domenica 25 giugno 2023

L’Occidente e la paura di vincere

 


Nonostante i suo dottorati, i suoi centri specializzati, le attività di spionaggio, l’Occidente euro-americano sembra non essere in grado di capire quel che è successo ieri in Russia. Perché?

Come abbiamo scritto più volte l’Occidente non sa pensare la guerra. Ieri, nel frastuono mediatico, la principale preoccupazione dei governi occidentali, almeno così si è capito, era quella dello scoppio improvviso di una guerra civile in Russia. Dimentichi di come ne approfittarono, e bene, nel 1917, austriaci e tedeschi, rovesciando subito truppe sul fronte occidentale

Cioè, si ignora o si finge di ignorare la regola numero uno di ogni guerra ( e della politica in generale): quella di seminare discordia nel campo nemico.

Ora è ovvio che certe cose non si devono dire in pubblico, ma l’impressione più forte resta quella che ieri la classe politica occidentale abbia reagito – semplificando – come un pugno di burocrati “scocciati”, perché qualcuno in Russia turbava la tranquilla routine di una guerra a distanza, della quale già non si parlava più o comunque molto meno che all’inizio. Un atteggiamento del tipo: “Ora ci si mettono anche i russi a creare altri problemi, litigando tra di loro”. Insomma, paura di vincere..

Per contro Mosca, che sebbene abbia largamente provato di non essere capace di vincere, sa però pensare la guerra.Infatti cosa ha dichiarato subito? “Non provi l’Occidente ad approfittare delle nostre divisioni interne”.

Pertanto, da un parte abbiamo un Occidente pacifista, incapace di pensare la guerra (quindi di pensare la Russia), che neppure si propone di vincere la guerra in Ucraina; dall’altra la Russia, capace di pensare la guerra, ma incapace di vincerla, però capace di pensare l’Occidente e quindi approfittare della sua mentalità da routine.

Quanto alla rivolta pretoriana di Prigozhin, va detto,  che alla lunga il potere militarizzato si risolve, come nella seconda metà del terzo secolo d. C., nella disgregazione, come prova l’esperienza degli imperatori militari romani, i Severi che sostenevano che per mantenersi al potere, bastasse pagare i soldati e non preoccuparsi di altro (Settimio Severo). 

Per quale ragione?  Perché il potere militare si fonda sulla conquista del potere nudo, che divide i vari generali, al comando delle proprie truppe, senza altra giustificazione se non quella della conquista pura e semplice mettendo mano alle spade.

Un fenomeno che Roma aveva già conosciuto, momentaneamente, nell’anno dei Tre imperatori (quattro con Vespasiano) 69 d.C. , e dopo la morte di Marco Aurelio, 180 d.C., ultimo grande imperatore della dinastia degli Antonini.

Pertanto la situazione in Russia, Prigozhin o non Prigozhin, è destinata a peggiorare: il potere militare, mercenario o meno, poiché fondato sulla pura forza, tende sempre a degenerare in guerra civile, perché disconosce qualsiasi forma pacifica di conquista del potere.

Il punto è che l’Occidente non sembra capace di approfittarne perché ha paura di vincere. Certo, per vincere si deve fare la guerra. E qui si chiude il cerchio della paura.

Carlo Gambescia

sabato 24 giugno 2023

Ucraina, il doppio gioco dell’Occidente

 


 

Tre osservazioni.

La prima. Controffensiva o meno, abbiamo sotto gli occhi un teatro da Prima guerra mondiale. Da guerra di posizione: pochi metri, molti caduti.

La seconda. In Europa sembra più viva che mai l’impressione di aver fatto tutto il possibile. O meglio ci si sforza di credere che sia così. “Di più non si può fare”, si dice, “guai inviare un solo soldato”.

La terza. Di tutto questo sembra avvantaggiarsi la Russia. Meno l’ Occidente punta i riflettori sull’Ucraina, più in Russia si consolida l’idea di poter non pagare pegno. Di farla franca, insomma.
 

Potrebbe essere, per l’Occidente, la strategia giusta? Quella del disimpegno mediatico che prelude a quello politico? E quindi, di fatto, potremmo essere davanti a una resa prossima ventura alla prepotenza russa?

Non sappiamo, al momento, se vi sia un collegamento tra la diminuzione dell’interesse mediatico e gli sviluppi politici. Ma il quadro che si va delineando, al di là della dichiarazioni di Kiev, è quello della rassegnazione alla cessione di territori sovrani, conquistati con le armi da Mosca.

Si noti, come alle dichiarazioni di principio, ad esempio del presidente americano e dei vertici Ue e Nato, non sia seguita alcuna vera e propria svolta militare. Molta retorica sulla fornitura di armi all’Ucraina, ma, di fatto, niente invio di truppe. Perché, si badi bene, le guerre, tecnologiche o meno, si vincono solo con preponderanza di truppe sul campo. Il terreno va ricoperto tutto di soldati.

Cosa che l’Occidente, per lasciare una via d’uscita alla Russia (cioè per non umiliare Mosca con una sconfitta), ha rifiutato fin dall’inizio dell’invasione, rilanciando la storiella sul terrore atomico, che è servita solo alla Russia per mantenere ( e neppure tanto bene) una pseudo-supremazia sul campo. Reclutando mercenari e quarantenni. Possibile che in Occidente non si conoscesse l’impreparazione militare dei russi?

Di fatto, l’Occidente euro-americano – non si guardi alle dichiarazioni pubbliche – ha giocato su due piani: “aiutini” a Kiev, e “aiutone” a Mosca, rifiutando di far intervenire truppe della Nato.

Si chiama anche doppio gioco. E quel che più dispiace, anzi ferisce, da “stretta al cuore”, è l’amara sorte di quei ragazzi ucraini che muoiono per qualche metro, perché l’Occidente, si è preoccupato più della Russia che dell’Ucraina. Anzi per dirla tutta, si è occupato solo di se stesso. L’Occidente, liberalsocialista, vuole vivere in pace: lascia che si “svenino” gli altri.

Carlo Gambescia

 

venerdì 23 giugno 2023

La gabbia d’acciaio di Tim

 


Cari amici lettori,

Devo una spiegazione sul perché quest’ultimo mese non sono stato molto presente sui Social, anche perché nei prossimi giorni le cose potrebbero non cambiare.

Purtroppo sono ragioni estranee alla mia volontà, perché riguardano il collegamento Internet.

Sembra che un mese fa vi sia stato un grosso guasto nel centro storico di Roma, dove vivo. Purtroppo i tempi di intervento sembrano essere molto lunghi e le informazioni sullo stato dei lavori del vecchio (poi spiego perché) gestore a dir poco insufficienti. Da ultimo, proprio ieri, sotto il mio studio, durante alcuni lavori stradali, è stato tranciato un cavo in fibra. Ovviamente verrà sostituito. Ma con una tempistica di cui per ora non si sa nulla.

Da questa esperienza, grazie soprattutto all’amico Carlo Pompei, espertissimo in materia, ho tratto alcuni insegnamenti sul come ovviare “tecnicamente”, eccetera, eccetera. Per il futuro dovrò organizzarmi.

Quanto all’esperienza con Tim – il “vecchio” gestore – devo dire solo una cosa: ho provato su di me la famosa metafora weberiana sulla modernità come fenomeno burocratico, quindi devastante. Una “gabbia d’acciaio”. Si pensi, sul piano delle immagini, al famoso film chapliniano “Tempi moderni”. 

Tim – ma temo la metodica, per ragioni emulative, sia generale – ha creato intorno a sé una rete protettiva. Come?

Trasmettendo sempre le stesse informazioni. Dal call center, contattato, si avvisa l’utente che il sollecito verrà inoltrato ma, nei giorni successivi, la data sui tempi di intervento, che si può rilevare dalla pagina personalizzata, sempre dell’utente, viene differita di giorno in giorno. Senza dare alcuna informazione sul che cosa, sul come, sul perché. E a ogni sollecito, segue la stessa procedura. Insomma, vuoto assoluto.

Oltre al call center non esiste altra possibilità di contatto se non l’uso delle pagine Social (Facebook, eccetera), dove però l’assistente digitale rimanda sempre alla stessa pagina personalizzata, dopo aver chiesto, ogni volta all’utente gli stessi dati personali. E così via.

Un meccanismo reiterativo che crediamo abbia due scopi: a) depotenziare fino a nullificare le reazioni dell’utente, generando in lui un progressivo e avvilente senso di impotenza (la gabbia d’acciaio weberiana) b) rispettare, però solo in chiave formale, i protocolli contrattuali, privilegiando astutamente un’ informazione minima ma a norma di legge: per non dirla in chiave weberiana: “una presa per il culo”. Sicché, come detto, ho cambiato gestore.

Perciò cari amici lettori non so quando potrò riprendere a scrivere regolarmente. Mi auguro presto.

Un abbraccio,

Carlo Gambescia

mercoledì 21 giugno 2023

I valori e l’arte di arrangiarsi

 


Probabilmente  il male principale di questa brutta Italia, lamentosa e vendicativa, rinvia alla questione dei valori. Che avvelena il discorso pubblico. I valori sono concepiti come mazze da baseball per colpire l’avversario. Si pensi, cominciando dalla destra, alla difesa della famiglia etero, alla questione del proibizionismo e altre scemenze tradizionaliste, tipo il nazionalismo.

Anche la sinistra non scherza. L’ugualitarismo, ad esempio, è un valore che si vuole imporre a ogni costo anche a rischio di finire nel tragicomico, a cominciare dalla nomenclatura per non calpestare francescanamente neppure le formichine Lgbtqia+… E chissà, in materia, quante altre lettere dell’alfabeto ci toccheranno

Il vecchio Carl Schmitt, che con tutto il rispetto per il pensatore, qualche scemenza con Hitler la commise, sosteneva che quando si dice valore, soprattutto in politica, lo si vuole imporre, altrimenti sosteneva, non sarebbe tale, cioè meritevole di essere imposto.

Max Weber, che fortunato lui, a differenza di Schmitt non fece in tempo a vedere il nazionalsocialismo all’opera, sosteneva che i valori, impongono alternative secche, perché non si possono servire due padroni insieme. Di qui una situazione di grave conflitto, individuale e collettivo, eccetera, eccetera.

Ciò significa che in politica meno si parla di valori, meglio è. Sono veleno. Ovviamente, per evitare di parlarne si dovrebbe essere tutti d’accordo su un valore fondamentale: la libertà. Che significa una sola cosa: che le interferenze nella vita dei singoli devono essere ridotte a zero. Perché più si legifera, perché questo è lo sbocco della politica, più si riduce la sfera di libertà individuale. E’ matematico.

In sintesi: più valori, più conflitti. Si dirà è fisiologico. In realtà, il mix valori-conflitti, porta a più leggi per dirimere in conflitti che conducono ad altri conflitti sulle leggi per dirimere i conflitti, che, a loro volta, promuovono leggi per dirimere i conflitti sulle leggi per dirimere i conflitti. E così via. Il che è patologico. Anche perché, si finisce per vivere, come sta accadendo, in una democrazia emotiva, piagnucolosa, iperattiva, con il ballo di San Vito addosso, che cambia le leggi ogni dieci minuti.

Dovremmo puntare sulla disintossicazione da valori. E di conseguenza da leggi e leggine. Ma come? Se lo sport nazionale è quello di lamentarsi è di invocare l’intervento del legislatore?

“Ci vuole una legge!” e “Dov’è lo stato?” sono probabilmente le due espressioni oggi più diffuse in Italia.

Memorabile, invece, l’espressione di Totò, in un divertente film girato ai tempi della chiusura delle case di tolleranza: “Italiani arrangiatevi!”.

Dov’è finita l’antica arte di arrangiarsi? Basta piagnucolare.

Carlo Gambescia

martedì 20 giugno 2023

La riforma della “giustizia” tra chiacchiere e distintivo

 


A chiunque ami discutere di magistratura dipendente o indipendente, di riforma della giustizia, eccetera, imporremmo il superamento di una prova preliminare.

Quale? Di entrare in un’ aula di tribunale almeno una volta nella vita. Solo così si può capire, anzi avere contezza, per parlare difficile, del funzionamento reale della “giustizia”. Non parliamo di penale, basta il civile.

Per capirsi (questo dicono le indagini sociologiche):  i tribunali funzionano come le Asl, cioè male. Con l’aggravante che è più facile licenziare un infermiere che un giudice. Non indaghiamo perché, ci limitiamo alla constatazione.

Pertanto cosa succede? Che le discussioni sull’indipendenza della magistratura sono totalmente surreali. Perché il vero problema è la sproporzione tra il numero dei procedimenti (le famigerate “cause”), tante, e il numero dei giudici, pochi. Sicché – per limitarsi alla giustizia civile – i tempi si allungano e la pratiche si accumulano.

Parliamo di un problema gravissimo, perché la razionalizzazione, come commisurazione del numero dei giudici al numero delle “cause”, o delle “cause” al numero dei giudici, avrebbe costi crescenti (nel primo caso: costose assunzioni) o iniquità diffusa (nel secondo: tagli ingiusti).

Sono problematiche estese anche al penale con l’aggravante che i tempi lunghi si traducono regolarmente nel prolungamento dei tempi detentivi. Con costi umani elevatissimi.

Esistono soluzioni? Difficile dire. Dovrebbe cambiare l’ottica idealistica della giustizia perfetta, pardon, uguale per tutti,  che poi si tramuta nella squallida routine del tirare a campare.

Che fare allora? Per un verso si potrebbe puntare sulla privatizzazione del giustizia civile, nel senso dell’estensione delle forme arbitrali, quindi a pagamento. Per l’altro, parliamo del penale, si potrebbe procedere a una depenalizzazione diffusa. Si pensi che ne sarebbe dei reati per droga (quasi la metà del contenzioso penale), se si procedesse alla liberalizzazione del suo uso.

Altre rimedi  non scorgiamo. Se non le solite soluzioni “chiacchiere e distintivo” che proprio in questi giorni sembrano appassionare  maggioranza e opposizione.

Carlo Gambescia

lunedì 19 giugno 2023

Sangiuliano, "Mo ce ripigliamm' tutt' chell che è 'o nuost"...

 


Qual è il comune senso del pudore intellettuale? La soglia che non si deve mai superare?

Pudore nel senso estensivo del termine. Come insegna il vocabolario: “Ritegno, vergogna, discrezione, senso di opportunità e di rispetto della sensibilità altrui: abbia almeno il pudore di tacere; mentire senza pudore; ho pudore di farmi vedere da altri in questo stato” (Treccani).

Diciamo che, sintetizzando,  è senso di opportunità e rispetto della sensibilità altrui.

Ecco Gennaro Sangiuliano,Ministro della Cultura, ieri ha aperto “Billy”, la rubrica del Tg1dedicata alla lettura, presentando un suo libro (*).

Ora, a giudizio del lettore,  è opportuno che un Ministro della Repubblica “usi” un programma della televisione pubblica per presentare un suo volume? Quest’uomo ha o non ha il pudore di mostrarsi, moralmente diciamo,  in mutande?   Noi propendiamo per l'esibizione delle  mutande a cielo aperto...

Si critica giustamente la sinistra per l’uso disinvolto  della tv pubblica. Ma non ricordiamo un ministro del  Partito democratico testimonial di un proprio libro  in una rubrica di libri targata servizio pubblico.  

Ammesso  pure che vi sia un precedente, anche due, tre, eccetera,  dov’è la svolta “etica” della destra? Quella di trasformare la Rai in una succursale del "Secolo d’Italia" ?  

Certo,  "Mo ce ripigliamm' tutt' chell che è 'o nuost"...

Carlo Gambescia

(*) Qui:  (minuto 21.46)  https://www.raiplay.it/video/2023/06/Tg1-ore-1330-del-18062023-c8ccd7c8-cb8b-4050-a64f-54a49a72a9b6.html 

domenica 18 giugno 2023

La “sociologia degli ultimi”

 


Come i lettori ben sanno, a chi scrive, questa destraccia non piace. Da ultime le vigliacche speculazioni, a reti Rai unificate, sulle operazione speciali e interforze in grande stile. Contro chi? Un pugno di migranti. Prima a Napoli. E ieri a Firenze: una bomba atomica contro un passerotto.

Se quello era uno stabile occupato illegalmente, lo si doveva sgomberare prima.  No? Non si doveva aspettare la scomparsa di un minore, per poter giustificare lo sgombero con il corso delle indagini, quindi, come si ripete a reti Rai unficate, nell’interesse della bambina scomparsa. Non sia mai…

Sono gli stessi ipocriti, che si nascondono dietro la “tratta degli schiavi”, per respingere i migranti negli artigli dei carcerieri libici. Fanno questo per il loro bene. Non sia mai… Certo, “il lavoro nobilita l’uomo”, come si leggeva all’arrivo dei campi di sterminio, con orchestrina alla stazione.

Parliamo invece di gente e cose serie. La scomparsa improvvisa di Flavia Prodi ci ha colpito. Per le tristi modalità, il dolore composto del marito Romano. Meno è piaciuta, per così dire, la santificazione immediata. E qui c’è un dettaglio, un fatterello, a nostro avviso, curioso.

La sinistra che dice di volere un’Italia seria – cosa sulla quale non si può non essere d’accordo – ha, come detto, santificato la moglie del grande avversario di Berlusconi. Si leggano le parole ispiratissime di Marco Damilano (sul “Domani”), ma anche il ritratto del cardinale Matteo Zuppi, che ha parlato di “sociologia degli ultimi”, nel senso che la professoressa Prodi di questo si occupava, e dalla cattedra.

Questo tema  ha destato la nostra curiosità. E poi, a dire il vero non sapevamo che Flavia Franzoni fosse cattedratica di sociologia (***).

Sicché ci siamo documentati su Internet. Dopo lunghe ricerche, oltre a un libro autobiografico “della coppia” scritto con Romano Prodi, ne sono usciti tre di libri a nome Flavia Franzoni, anche questi a più mani, Due scritti nel 1995, un altro nel 2003, ripubblicato nel 2021-22.

Probabilmente abbiamo impostato male la ricerca. Quindi saremmo lieti, se qualche lettore ci aiutasse. La “sociologia degli ultimi” ci incuriosisce, vorremmo saperne di più. Magari la professoressa Prodi ha scritto, quando era in vita, un trattato in argomento, proprio intitolato così. E come amiamo dire, c’è sempre da imparare.

D'altra parte, poiché parliamo di sinistra che vuole un’Italia seria, riteniamo, praticamente, impossibile, che la professoressa Prodi abbia vinto il concorso a cattedra senza nutritissima bibliografia.

Restiamo in attesa.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.libreriauniversitaria.it/insieme-prodi-flavia-san-paolo/libro/9788821554940 .

(**) Qui: https://www.ibs.it/libri/autori/flavia-franzoni .

(***) Qui un breve profilo porfessionale:https://www.festivaldignitaumana.com/speaker/flavia-franzoni/ .

sabato 17 giugno 2023

Felice di nome ma non di fatto

 


O Emanuele Felice è realmente ciò che si narra di lui – una specie di nuovo Max Weber (Sabino Cassese) – o è l’ultimo bluff di una sinistra che, culturalmente parlando, non sa più dove sbattere la testa. Per fare una battuta, Felice di nome ma non di fatto.

Dal punto di vista ideologico Felice è un liberalsocialista, un liberale macro-archico: statalista convinto e consapevole. Il lettore ricordi, quando un economista pone l’accento sulla disuguaglianza come Felice,  significa che punta a far salire alle stelle la pressione tributaria per finanziare con i nostri denari costosi e inutili lavori pubblici.

Gli studi economici sulla disuguaglianza poggiano su base fragili perché i dati sicuri hanno meno di un secolo di vita. Per contro gli studi sociologici, dimostrano, che, fatta pari la disuguaglianza economica tra l’inizio e la fine del Novecento, il tenore di vita è migliorato ovunque (**). Ciò significa che il dato economico in sé, soprattutto se privo di quello sociologico, dipinge un quadro della situazione, e non solo per l’Occidente, totalmente falso.

Ma c’è dell’altro, Emanuele Felice, oltre ad essere consigliere economico del Partito democratico, è editorialista di punta di non pochi giornali di sinistra.

Chi voglia delibare la sostanza culturale di ciò che scrive Felice per il pubblico può andare sul sito del “Domani”, quotidiano di cui De Benedetti, arcinemico di Berlusconi, è proprietario.

Felice – quando si dice il caso – in un editoriale uscito questa mattina (*), paragona Berlusconi a Mussolini: “Fra gli italiani forse solo Mussolini, nel secolo scorso, ha avuto un impatto simile sulla politica mondiale”. E lo accusa di avere sconfitto Gramsci: il Cavaliere come “colui che ha posto fine all’egemonia culturale della sinistra”. A causa del “suo successo, l’alternativa berlusconiana è assurta a nuova egemonia. E così l’Italia agli occhi della cultura mondiale non è stata più il paese di Gramsci e Pasolini, o di Fellini, ma di Berlusconi”. Il  programma  del Cavaliere? “Meno etica pubblica, e «meno tasse per tutti», meno investimenti nei beni collettivi, a cominciare da istruzione e ricerca. E poi un capitalismo corporativo e politico”.

Ecco, come dicevamo, la prova di come tutti i discorsi sulle disuguaglianze si tramutino in nuove tasse, per finanziare che cosa? “Beni collettivi”. Cioè un autobus pubblico, dove ti calpestano? Quando e se passano. Un ambulatorio ASL, dove danno del tu a tutti e trattano i pazienti come numeri? Un acquedotto pubblico che perde acqua da tutte le parti?

Ovviamente, già conosciamo la risposta. Solo con nuovi investimenti pubblici, eccetera, eccetera… Ma Felice non è un’economista? Avrà letto Schumpeter, Hayek e Friedman? Pare di no. Lo stato non è la soluzione, ma il problema.

Quanto al capitalismo corporativo, il proprietario del giornale su cui scrive Felice potrebbe tenere un dotto seminario in argomento.

Alla fin fine, si tratta di un editoriale, che poteva scrivere un liceale arrabbiato con Berlusconi. Altro che nuovo Max Weber…

Concludendo, il lettore sa benissimo cosa pensiamo di Berlusconi. Tutto il male possibile. Però demonizzare il Cavaliere, come fa Felice, puntando sul ruolo dello stato redistributivo, rischia di provocare ancora più danni di quelli prodotti da Berlusconi. E che un economista – con quattro abilitazioni “a soli quarant’anni” – non capisca questa cosa è grave.

Delle due l’una. O le abilitazioni sono la conferma della teoria del cigno nero in ambito accademico, o il livello dei docenti universitari è talmente basso che un mediocre professore come Felice viene considerato un gigante del pensiero economico.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/silvio-berlusconi-ha-sconfitto-pure-legemonia-gramsciana-q9ibhl5g .
(**) Al riguardo si veda la brillante sintesi di Hans Rosling, Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo, Rizzoli,Milano 2018.

venerdì 16 giugno 2023

Due banalità sociologiche sul youtuber “delle sfide estreme”

 


Il sociologo ragiona per tipologie. Quella di youtuber, usata per giovani “finiti sul giornale”, come si diceva un tempo, può essere una tipologia sociologica?

Proviamo. Chi è il youtuber? A dire il vero, la categoria è piuttosto ampia: esistono youtuber che si occupano di astrofisica e cucina e youtuber, per ora pochi, che investono e uccidono un bambino di cinque anni.

E questo è il caso dei ragazzi finiti sulle pagine dei giornali (altra espressione démodé). Per questo tipo di youtuber potremmo parlare, per usare l’espressionismo sociologico, di una specie di trapezista che lavora nel circo digitale e che non fa uso di reti protettive. Il problema è che senza le reti protettive si rischia di rompersi il collo e di romperlo agli spettatori.

Di che tipo di reti protettive parliamo? Prima però un passo indietro. Inutile prendersela con il «mezzo»: la tecnologia digitale. Che è come la famosa pistola: dipende dall’equilibrio e dalla maturità del possessore. Certo, a chiunque non abbia tutte le rotelle a posto, il porto d’armi può essere vietato. Anche se, a dire il vero, esistono tanti modi per procurarsi un’arma. Quindi divieti e controlli, sanzioni e pene non sempre funzionano. E soprattutto non eliminano il rischio. Perché ci sarà sempre una percentuale, magari minima, di devianti. Di persone che, per varie ragioni, non attribuiscono alla propria vita e a quella degli altri nessuna importanza. E su questo aspetto non c’è scienza che tenga. Si chiama il mistero della natura umana.

Dicevamo delle reti protettive. Potrebbero essere assicurative. Chiunque voglia esercitare la “professione” di youtuber, a qualunque titolo, deve contrarre un’assicurazione, dai costi crescenti in base ai rischi “di esercizio”, fino a raggiungere cifre quasi proibitive. In caso di assenza di assicurazione (perché l' assicurarsi sarà comunque libero), la responsabilità civile sarà a carico del gestore della "piattaforma" digitale.  E secondo le circostanze anche penale.

Certo qualcuno – i famigerati “figli di papà” – si potrà sempre permettere di scherzare con il fuoco. Purtroppo, piaccia o meno, ma una società che privilegia i diritti individuali deve accettare questo rischio. Qui però la questione, si fa anche filosofica, “di mentalità”, perché in una società come quella italiana, dove si crede che lo stato sia una società che assicuri contro ogni tipo di rischio, resta difficile far decollare l’idea di un rischio che deve essere “coperto” individualmente.

Tutto il resto è noia. O se si preferisce moralismo da quattro soldi che veicola una mentalità illiberale e punitiva tra la gente comune che, abituata a non ragionare, si fa facilmente travolgere da un diluvio di emozioni (escluse ovviamente, quelle più che giustificate, dei familiari della vittima).

La categoria del deviante (cioè di chi “devia” dalle norme, di legge e di costume) come nel caso del youtuber “delle sfide estreme”, non può essere cancellata con un colpo di bacchetta magica “statalista”.

L’identità del deviante è invece fornita proprio dalla sua devianza. Il che significa che si rafforza attraverso l’esercizio della devianza. Perciò, per dirla alla buona, più se ne parla, più si favorisce l’identitarismo del Youtuber “delle sfide estreme” e si rafforza quel sentimento di emulazione – di natura mimetica e reiterativa – che resta alla base del novantacinque per cento dei comportamenti sociali. E che in particolare nei giovani esercita un fascino particolare, sfociando in quei processi di iniziazione alla vita,che consistono in prove, spesso pericolose. Processi conosciuti in tutte le società, dalle arcaiche alle moderne.

A differenza di quanto sostengono le mitologie destrorse della “tolleranza zero”, non è stato ancora rilevato alcun nesso strutturale  tra intensità crescente della pena e dissuasione alla devianza. Con il termine nesso strutturale  non ci riferiamo  ai risultati di indagini a campione, limitate nel tempo, spesso finanziate dalle stesse istituzioni repressive.

Quel che abbiamo detto è di una banalità sociologica sconcertante. Eppure in questi giorni si discute di altro.

Carlo Gambescia

giovedì 15 giugno 2023

Funerali di Berlusconi. Lacrime del Milan non di Milano

 


Chiudiamo il trittico su Berlusconi con un’osservazione.

Ieri a piazza del Duomo si scorgevano, sventolanti, più bandiere del Milan che di Forza Italia. Il popolo del Cavaliere, che oggi vota Giorgia Meloni, non c’era. La stessa piazza non era quella “da pieno”. Insomma, lacrime del Milan non di Milano. Per non dire degli italiani… C’era qualche Vip. Ma senza dare troppo nell’occhio.

Ieri il mondo imprenditoriale, se c’era, respirava con la cannuccia sott’acqua. In realtà nessun avvistamento significativo. Montezemolo  era  alle prese con le finali del torneo di padel…

Evidentemente – per venire all’Italia profonda, quella di “OK il prezzo è giusto! – gli elettori e i simpatizzanti di Berlusconi hanno da tempo riposto il Cavaliere in soffitta, come il vecchio manichino della nonna, quando si cuciva gli abiti da sola.

Altra osservazione: non che Berlusconi abbia fatto chissà che. Ieri leggevano che tra le cose più importanti, da lui realizzate, spicca il divieto di fumare nei pubblici uffici. Un  autentico liberale…

È vero siamo impietosi. Non riusciamo a graziarlo, neppure da morto. Però quelle bandiere del Milan, comprovano che in Italia gli unici che non dimenticano il “capo” – neofascisti a parte – sono i tifosi. Del resto come presidente del Milan Berlusconi è stato bravo. Molto meno come presidente del consiglio.

In fondo è giusto così. A ciascuno secondo i meriti: all’Italia Giorgia Meloni, a Berlusconi il Milan. Da morto però…Ora ci sono gli  americani...

A dire il vero non sapremmo chi sia messo peggio. Ma, come dicevamo, italiani, milanesi e tifosi, evidentemente questo si meritano.

Carlo Gambescia