giovedì 20 giugno 2024

Povero Montanelli...

 


Montanelli si sarà rigirato nella tomba: Giorgia Meloni alla festa dei Cinquant’anni del “Il Giornale”. Oggi esce pure una lunga intervista: soliti otto milioni di baionette (marchio di fabbrica), fiumi di disprezzo verso la sinistra (per ricompattare), e tracce evidenti di complottismo antieuropeo (per preparare possibili uscite di sicurezza).

Montanelli, nell’Italia del 1975, che andava decisamente a sinistra (qualcuno pure con il kalashnikov), grazie alla fondazione de “Il Giornale” tenne alta la bandiera liberale. 

È agli atti (si pensi alle varie biografie uscite su di lui) che Montanelli sosteneva una cosa molto semplice. Difendeva il principio al quale doveva e deve attenersi ogni buon giornalismo liberale: guidare il lettore, non lasciarsi guidare dal lettore. 

 Nel senso, per capirsi, di non essere mai più a destra ( o sinistra) del lettori. Si chiama equilibrio. E nasce da quel che un amico spagnolo, professore di scienze sociali, Jerónimo Molina, chiama l’ “immaginazione del disastro”. Cioè, capire che le parole sono pietre e possono fare danni, in crescendo fino alla guerra civile. O comunque, spianarle la strada. Quindi vanno ben scelte ed economizzate.

Una moderazione che dall’avvento in politica di Berlusconi, a cominciare dal “Giornale”, non è più di casa in Italia. E infatti ci ritroviamo con una ex missina, dalle saldissime radici fasciste ( o neofasciste, decida il lettore) al governo. Mentre “Il Giornale” di direttore in direttore, di estremismo in estremismo, è caduto sempre più in basso. In qualche modo, la presenza di Giorgia Meloni ai “Cinquant’anni”, lei così antiliberale, anticapitalista, “filo-occidentale” e “filo-semita” per caso (diciamo fin quando reggerà Biden), ricorda la foto che comprova il tradimento, scattata da un investigatore privato. Insomma, i fedigrafi a letto insieme.

Tradimento dei valori liberali. Roba da divorzio. E infatti chi scrive non ha più alcun rapporto con “Il Giornale” da almeno trent’anni. E c’è invece chi è andato in pensione passeggiando tra le rovine. Del resto la carne è debole... Scagli la prima pietra, eccetera, eccetera.

E qui si aprono alcuni  problemi. 

Può un liberale, che a fatica si riconosceva nei programmi di Berlusconi, votare Giorgia Meloni? Montanelli mai consigliò di votare Almirante. 

Può un liberale comprare e leggere “Il Giornale” tutti i giorni? No. Eventualmente sì, ma solo se iscritto, per parafrasare Magnotta, al partito dei Tafazzi. In effetti i delusi non sono pochi: la diffusione attuale è di trentamila copie.

Quando leggiamo, sotto la testata del “Giornale”, “ 50 anni contro il coro” (in realtà diciamo un ventina, fino al 1994) non possiamo non avvertire, per dirla all’antica, “un moto di sdegno”.  Un quotidiano,  un tempo elegante e forbito, politicamente e culturalmente aristocratico, oggi  finito nelle grinfie del volgarissimo trust giornalistico di destra, proprietà dell’imprenditore Angelucci. Per buttarla sul romanzo d'appendice,  si pensi alla contessa decaduta,  finita  a fare la governante presso  una  famiglia di parvenu.

Purtroppo, ora le cose vanno così. Per dirla con uno dei massimi filosofi del Novecento, Rino Gaetano: “Chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno/ Chi ama la zia, chi va a Porta Pia/Ma il cielo è sempre più bluuuuuuuuu”.

Ecco “Chi legge il Giornale, chi vota Meloni/ Chi non lo legge, non la vota e si è rotto i…” Lasciamo all’immaginazione del lettore. Basta possedere un minimo di senso della rima baciata…

Carlo Gambescia

mercoledì 19 giugno 2024

Il "Secolo d'Italia" non dice la verità

 


Dal punto di vista politico, Il “Secolo d’Italia”, da organo di stampa di Fratelli d’Italia ( che, formalmente, l’editore sia la Fondazione Alleanza Nazionale è una foglia di fico legale), fa il suo dovere: come si diceva un tempo, “attacca l’asino dove vuole il padrone”, cioè Giorgia Meloni. Quindi magnifica, come si può vedere, il primo Sì alla legge sul premierato (sul "SI" non accentato stendiamo un velo pietoso...).

Invece dal punto di vista dell’informazione, nel senso di dire sempre la verità, mente. Perché, come ogni serio giornalista sa, questa legge renderà più difficile la caduta di quei governi che stanno lavorando male (*). Quindi, il titolo corretto, sarebbe: “Democrazia più debole”.

Si dirà, ma allora i complotti, gli inciuci, i “cambi di casacca” in corso d’opera? Per riprendere Thomas Jefferson, a proposito della libertà stampa (“Toccasse a me decidere se dovessimo avere un governo senza giornali o giornali senza un governo, non esiterei un attimo a preferire la seconda opzione”), si può dire lo stesso dei “cambi di casacca”: se si dovesse scegliere tra un parlamento in divisa (dopo questa riforma) e i “cambi di casacca” ( di prima) non c’è partita. Meglio “i cambi di casacca”. E spieghiamo perché

Dietro la legge sul premierato si nasconde un concetto plebiscitario di democrazia. La legge è congegnata in modo tale, che chi vince le elezioni governa per cinque anni, a prescindere dalle capacità dimostrate in corso di legislatura. E se ne possono fare di guai in lustro...

Massima concessione all’elettore: un sosia politico del premier, se, eventualmente, quello in carica, risultasse inviso ai suoi stessi deputati. Cioè, la legge prevede che debba essere promosso primo ministro un parlamentare della stessa maggioranza che ha vinto le elezioni.

La ratio della legge sul premierato è che il  popolo può dire la sua solo al momento del voto. Dopo di che il manovratore scelto deciderà per tutti. Anche per coloro che non lo hanno votato. Qui risulta evidente la logica plebiscitaria, che, come tale, penalizza la minoranza, cioè chi ha perso le elezioni, e che comunque siede in parlamento.  Che, per cinque anni, gode di un formalissimo diritto di tribuna. Detto altrimenti parla a se stessa. Perché di fatto non può incidere. Va onestamente riconosciuto che nelle dittaure non esiste neppure il diritto di tribuna. Però, per dirla alla buona, si dovrebbe sempre guardare avanti non indietro.

Perciò è vero che la legge sul premierato evita i “cambi di casacca”, ma a che prezzo?

Insomma, se la democrazia è rispetto delle minoranze, questa legge, che favorisce esclusivamente la maggioranze, non rafforza ma indebolisce la democrazia. Quindi il "Secolo d’Italia", giornalisticamente parlando, mente.

Carlo Gambescia

(*) Ce ne siamo già occupati qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=premierato ( i primi tre articoli).

martedì 18 giugno 2024

Orbán e Meloni, il gatto e la volpe…

 


La dichiarazione che segue è di Viktor Orbán, la cui stima verso Giorgia  Meloni, ricambiata, è nota (*). Parole che rinviano in modo esemplare a un atteggiamento totalmente estraneo a quello di una destra liberal-democratica ed europeista. Tra l’altro sono ufficiali i fitti contatti nelle ultime ore tra  Orbán e la  Meloni. Se ci si passa la battuta, il gatto e la volpe puntano ad accasarsi, ma i loro voti messi insieme, unitamente a quelli delle altre destre, non basteranno comunque.

Leggiamo.

«(…) Oggi a Bruxelles la volontà del popolo europeo è stata ignorata. Ilrisultato delle elezioni europee è chiaro: i partiti di destra si sono rafforzati, la sinistra e i liberali hanno perso terreno. Il Ppe invece di ascoltare gli elettori, alla fine si è alleato con i socialisti e i liberali: oggi hanno stretto un accordo e si sono spartiti i vertici dell’Ue”. Lo scrive su X il premier ungherese, Viktor Orbán. “A loro non interessa la realtà, non si preoccupano dei risultati delle elezioni europee e non si preoccupano della volontà del popolo europeo. Non dovremmo essere ingenui: continueranno a sostenere l’immigrazione e a inviare ancora più denaro e armi alla guerra tra Russia-Ucraina. Non cederemo a ciò! Uniremo le forze della destra europea e lotteremo contro i burocrati favorevoli all’immigrazione e alla guerra”, aggiunge (…)» (**).

Mente. In realtà, la distribuzione dei seggi nel Parlamento europeo, prima e dopo le elezioni, seppure ancora provvisoria, prova, quanto meno tendenzialmente, l’esatto contrario (***). Un inganno che rinvia al classico atteggiamento demagogico delle destre non liberali, anzi antiliberali, che blaterano di volontà del popolo quando devono agguantare il potere, salvo poi ignorarla una volta al comando. Dimostrando così una sete di potere senza pari, tipica di coloro che nell’album di famiglia hanno croci frecciate e camice nere

Sui migranti le politiche dell’Ungheria e dell’ l’Italia (ieri altra strage di migranti a largo della Calabria), provano invece proprio quanto appena detto.

Quanto all’invasione russa dell’Ucraina, per ora, Giorgia Meloni sembra aver sposato la linea Nato. Però, ecco il punto, come si può avanzare per gli Affari Esteri dell’Ue, secondo nostre fonti accreditate, il nome di Elisabetta Belloni ? Forse perché si tratta di un puro funzionario, esecutore di ordini? Utilissimo nel caso dovesse vincere Trump, favorevole a una politica filorussa? Di qui la strada spianata al conseguente contrordine della Meloni? Il pericolo c’è. La Meloni un tempo non nascondeva la sua ammirazione per Trump. Ovviamente, ora ha davanti a sé Biden. Però solo per alcuni mesi, quindi prende tempo. Il vero volto, isolazionista della Meloni, verrà fuori “dopo”, in caso di vittoria del magnate americano, isolazionista come la leader di Fratelli d’Italia.

Fortunatamente, al di là del del furbo piangere con un occhio solo di Orbán e della Meloni, la maggioranza di centro-sinistra favorevole alla riconferma di Ursula von der Leyen, non ha bisogno dei loro voti, come mostra la nostra copertina. Perciò è politicamente giustificato che si vada avanti senza cercare o accettare l’appoggio di una destra che di liberale non ha proprio nulla. Anzi, che all’occorrenza, come si evince dalle parole di Orbán, aspira ad allearsi con partiti chiaramente filonazisti e filofascisti.

Ciò che è grave, per tornare a Orbán e alla Meloni, che, ripetiamo, evocano  un successo politico che non ha alcun fondamento sul piano concreto della distribuzione dei seggi in Europa, è il fango che si getta sulle istituzioni parlamentari europee. Soprattutto, come ormai accade da anni, quando si asserisce che Bruxelles ignora la volontà del popolo, secondo il cliché retorico dell’anti-parlamentarismo pre-fascista.

In realtà gli elettori europei, quindi non solo coloro che hanno votato Fratelli d’Italia, hanno  ribadito la sua fiducia nelle istituzioni europee e in un centro-sinistra perfettamente capace di condividerle politicamente e moralmente. Quindi affidabile sul piano dell’opzione liberal-democratica. Poi lo si potrà criticare sul piano del dirigismo, ma non su quello dell’ europeismo.

È proprio su quest’ultimo punto che risiede la pericolosità di Orbán e della Meloni e delle varie destre, più o meno estreme. Che gettano fango sulle istituzioni parlamentari europeo. Rendendosi indegne di governare.

Carlo Gambescia

(*) Si veda qui l’intervista in ginocchio a Orbán, tipo quella storica di Minà con Fidel Castro, di un certo Giubilei: https://www.ilgiornale.it/news/politica/commissione-ue-ha-fallito-su-tutto-guerra-ai-migranti-ora-2329826.html .
(**) Qui: https://www.agi.it/estero/news/2024-06-17/nomine-ue-conclusa-cena-verso-bis-von-der-leyen-26819550/ .
(***) Qui: https://asvis.it/goal16/home/484-20781/i-numeri-del-nuovo-parlamento-europeo .

lunedì 17 giugno 2024

Il mito della "vittoria mutilata"

 


Questa storia dell’evocazione di un peso maggiore dell’Italia in Europa è molto pericolosa. Ci riporta al passato. Un passato di disgrazie politiche.

Mussolini aveva raccolto la brillante vittoria del 1918, traducendola falsamente, sulla scia dei nazionalisti, in “vittoria mutilata” dagli alleati. Per Mussolini, l’occupazione illegale di Fiume da parte di D’Annunzio, fu il punto di partenza ideologico per alimentare in seguito il ridicolo sogno dell’ “Italia imperiale”. Qui il lettore prenda appunto, diciamo mentale: “ vittoria mutilata”.

In effetti l’Italia di Mussolini, per un certo tempo, riuscì a "pesare" sull’Europa. “Contava” perché la si credeva forte sul piano militare e più decisionista e aggressiva su quello politico: un grande bluff. Nel dopoguerra, un’Italia sconfitta che aveva mostrato tutta al sua pochezza militare, politica e morale, si reinserì faticosamente nel contesto europeo. Con i trattati di Roma, l’Italia riacquistò uno status di parità con nazioni un tempo nemiche. Infine L’ombrello Nato, non solo in termini di interessi ma anche di valori, consolidò nel mondo l’immagine della nuova Italia liberal-democratica.

Finalmente l’Italia non pesava più in Europa e nel mondo, come negli incubi imperialistici di Mussolini. E non poteva pesare, anche perché paese povero di risorse naturali, prigioniero in una macchina burocratica ereditata dal fascismo, moderno a metà, perché ancora stregato da pregiudizi religiosi e sociali.

Oggi la situazione, che sotto il profilo della modernizzazione, rinvia a due periodi alti, di crescita in tutti i sensi (gli anni Sessanta e Ottanta), è profondamente cambiata. Il populismo, soprattutto di destra ha una componente nazionalista. Il populismo vede ovunque “vittorie mutilate”. Il populismo porta con sé una riflessione nazionalistica, via via sempre più prepotente, sul peso dell’Italia in Europa nel mondo. Da ultimo con il governo Meloni, su chiare posizioni di estrema destra, è addirittura tornato in voga il linguaggio mussoliniano. “L’Italia vuole pesare di più” proclama quasi ogni giorno Giorgia Meloni. 

Se si guarda alla storia d’Italia, tutte volte che l’Italia ha tentato di pesare di più, con Crispi nell’Italia liberale (disastro africano), con Mussolini, nell’Italia fascista (tragedia della guerra mondiale) è finita male, ma veramente male.

Ovviamente, almeno per ora, Giorgia Meloni, non parla di avventure militari. Però il Mediterraneo, sebbene attraverso l’impiego di una specie di marina coloniale anti-migranti (le motovedette cedute dall’Italia alla Libia), si è nuovo militarizzato. Inoltre, una crisi della Nato, ad esempio con Trump al potere, potrebbe aprire scenari fino a ieri inauditi, con rovesciamenti delle alleanze e peggioramento dei rapporti all’interno di un’ Unione europea divisa in paesi pro e contro Mosca, anche sul piano militare.

Nessuno previde nel 1989, dopo la caduta del muro, la dissoluzione dell’ Unione Sovietica. Fu tutto molto veloce. Un tornado politico.

Sotto questo profilo il neo-nazionalismo italiano non promette nulla di buono: il voler pesare di più – poi a ogni costo – è pericoloso. Per l’Italia, parliamo del Paese, della “gente comune”, la posta in gioco è molto alta. Non si tratta solo di andare a Bruxelles, come si legge questa mattina, per pretendere incarichi apicali per un pugno di voti presi in più. Ma sussiste il serio rischio, in caso di una sconfitta politica, di veder risorgere il mito della “vittoria mutilata” dagli alleati, come nel 1918.

Questa identificazione nazionalistica, un vero e proprio lavaggio del cervello, tra Fratelli d’Italia e l’Italia – nel senso che una sconfitta a Bruxelles del Governo Meloni rischia di essere assimilata ed evocata come una sconfitta dell’Italia, di “tutti” – è pericolosissima, soprattutto in un quadro internazionale instabile e divisivo.

Purtroppo il neo-nazionalismo è una pianta velenosa. Un cancro politico a rischio di metastasi sociali che va sradicato prima che sia troppo tardi.

“Prima che sia troppo tardi”. Anche qui il lettore prenda appunto.

Carlo Gambescia

domenica 16 giugno 2024

“Piano Mattei”? Tremila trattori

 


La sinistra imbecille – non troviamo altro termine – ironizza sul resort per “ricchi” di Borgo Egnazia, dove si è tenuto il G7, definendolo “non luogo”. Attenendosi al canone della caliginosa antropologia di Marc Augé. Un prestigiatore post-strutturalista colpevole di aver dirottato, non mediocri intelligenze, verso inutili tesi di dottorato sui suoi inutili libri… Roba da ergastolo.

Secondo il mago Silvan dell’antropologia anticapitalista d’Oltralpe (quello della sociologia era Pierre Bourdieu), il “non luogo”, ad esempio un centro commerciale, è tale perché non ha addentellati con la realtà: trattasi, scrive, di frutto velenoso del tardo capitalismo, eccetera, eccetera. La colpa di Borgo Egnazia, quindi di Giorgia Meloni che lo ha scelto, – ecco il populismo di sinistra ammantato di snob-teorie – è di essere un ” non luogo” una costruzione artificiale, spuntata dal nulla, e riservata solo ai ricchi. Quelli tipo “ma che bontà, che bontà, che cos’è questo resortino qua”…

Giorgia Meloni, spregiudicata com’è, davanti a questa tesi si sarà fatta un montagna di risate. Lì a darsi di gomito con la sorella e il cognato. Scorgendovi, da quella volpe che è, il vicolo cieco in cui si è cacciata una sinistra che, pur citando Augé, poi ha i propri resort, salvo non parlarne davanti al “popolo” e alle “telecamere”. Pronta a scatenare – la Meloni – il solito teatrino, tra destra e sinistra, a chi sia più populista dell’altro. E altrettanto  lesta  a tirare fuori la lista della serva, per sbattere in faccia alla sinistra che il suo “non luogo” è costato di meno.

In realtà, Giorgia Meloni, che come ha giustamente scritto Bloomerberg, ha approfittato del G7 per promuovere “herself” , la spara grosse. Nella Roma del Maestro Califano si chiamano pallonari. Ecco la Meloni, politicamente parlando, è una pallonara. E  su questo, una volta presa in castagna, andrebbe, regolarmente, crocifissa. Però in conferenza stampa nessuno dei giornalisti presenti ha alzato il ditino.

Di balle spaziali ne evidenziamo solo una, che vale per tutte le altre. “Piano Mattei”. Ora, ammesso e non concesso, che sia cosa buona e giusta, si legga qui, cosa ha annunciato la Meloni

Un ‘fondo speciale multi-donatori’ che partira’ da ‘130 milioni di dollari’ e un accordo bilaterale ‘tra l’Italia e il Gruppo Banca Africana di Sviluppo’ in cui Roma ‘ha impegnato150 milioni di dollari’ (…). Sono due nuovi fondi per finanziare il piano Mattei annunciati a margine del G7” (*).

Vogliamo fare  anche noi  i conti della serva?  E sia. 

Semplifichiamo per i lettori: diamo il dollaro ed euro alla pari. In tutto sono 280 milioni di euro. Sanno i lettori quanto costa un trattore? Per saperlo basta fare un giro su Internet: 100 mila euro. Il che significa che con 1 milione di euro si comprano 10 trattori, con 10 milioni 100 trattori, con 100 milioni 1000 trattori, con 280 milioni, crepi l’avarizia, se ne comprano 3000. L’Africa ha 1 miliardo e mezzo di abitanti. Il 70 % vive di agricoltura. Ma mettiamo pure la metà: 3000 trattori per 750 milioni di agricoltori.

E parliamo di trattori, non di strutture integrate, idrauliche, fattorie modello, eccetera. Cose molto più costose… Quando si dice prendere per i fondelli. Gli italiani. E purtroppo pure gli africani.

Ecco, di questo, la sinistra, che si dice vicina ai “Poveri della Terra”, dovrebbe parlare. Cose concrete. Non dei fantasmatici “non luoghi”. Solo così potrebbe smontare le balle spaziali di Giorgia Meloni. E invece? Ça va sans dire, cita dottamente Marc Augé… 

Imbecilli.

Carlo Gambescia

sabato 15 giugno 2024

G7, ci risiamo. Torna l’alleanza fra Trono e Altare

 


Talvolta si può restare stupiti per gli  elementi di continuità che si ritrovano nei fenomeni storici. Però,  G7, Trono e Altare...  Il titolo è criptico. Serve subito una spiegazione.

Tutto il pensiero controrivoluzionario, cioè nemico dei diritti sanciti dalle rivoluzioni liberal-democratiche (inglese, americana, francese) si è sempre appellato alla ferrea unione tra potere politico e potere religioso, proprio per contrastare meglio la marcia dei diritti individuali, invisi a queste due forme di potere autocratico: lo stato assoluto e la chiesa cattolica, struttura autoritaria per eccellenza (il protestantesimo prenderà altre strade in stretta connessione con le rivoluzioni liberali). Tecnicamente si chiamava e si chiama alleanza fra Trono e Altare.

Si pensi solo per fare un esempio – relativamente recente – ai concordati tra la chiesa cattolica, l’Italia fascista e la Germania nazista. Di regola, lo stato liberale separava, lo stato autocratico univa o pretendeva addirittura, come nel regalismo, di prendere la Chiesa sotto la propria ala, oppure come nel confessionalismo, si mascherava da prete.

Qual è la nostra tesi allora? Che al G7 la presenza del papa può essere soltanto giustificata da una riproposizione dell’antica filosofia della stretta unione fra Trono e Altare.

Si rifletta su alcuni punti. Al governo c’è un partito, Fratelli d’Italia, che nell’idea del Concordato mussoliniano vede ancora un capolavoro di sapienza giuridica. Non solo questo però. Parliamo di un partito, dalle idee controrivoluzionarie, che vede i diritti individuali come fattori di disgregazione sociale. Come del resto prova l’eliminazione dal documento finale di qualsiasi riferimento all’interruzione di gravidanza e alla protezione del diritto a un orientamento sessuale non in linea con i criteri del cattolicesimo.

Si dirà che questa è  la sacrosanta posizione della “destra dei sani principi morali”, del "dio, patria e famiglia", eccetera, eccetera. Quindi giusto così. Giusto, dal punto di vista del pensiero controrivoluzionario e nemico, dal almeno due secoli, della grammatica liberale dei diritti individuali.

Siamo davanti a un vero e proprio passo indietro. Per ora, questa negazione dei diritti individuali, pilastro della società moderna, è riproposta in modo soft, diciamo pure ipocrita. Si pensi, ad esempio, a quanto ha dichiarato il ministro Lollobrigida in argomento: che, introdurre la questione, poteva essere “inopportuno, data proprio la presenza del Santo Padre” (**). Capito? Il papa come scudo: lo si invita, e poi si adduce la scusa, che perché lo si è invitato, quindi, eccetera, eccetera. Qui è in gioco una questione epocale, e Lollobrigida invece della Luna, fissa il dito. Come si dice, o ci fa o c’è…

Il tutto per continuare a finanziare, vero e proprio atto di confessionalismo (lo stato che si fa prete), non sgradito alla chiesa cattolica, le organizzazioni antiabortiste, che, con la loro presenza, puntano a trasformare i consultori  in succursali della guerra civile.

Inutile dire, che il lettore difficilmente troverà sui giornali di oggi, qualcosa al riguardo.  Sfugge anche ai più attenti osservatori, e non si capisce se per ragioni di buona o cattiva fede, che i contrivoluzionari, i difensori dell’unione fra trono e altare, sono tornati. E se continuerà così, le cose andranno sempre peggio per i difensori dei diritti individuali.

Tra gli anni Settanta e Ottanta dell’altro secolo, ai tempi dei referendum sulle leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza, si parlava di “forze della reazione in agguato”. In realtà gli italiani si mostrarono più che maturi e votarono no. Era un sì alla modernità dei diritti liberali. Il clerico-fascismo fu battuto. Saremo in grado di batterlo una seconda volta?

Ne dubitiamo.

Carlo Gambescia

(*) Qui 2023: https://www.consilium.europa.eu/media/64497/g7-2023-hiroshima-leaders-communiqu%C3%A9.pdf  .Qui 2024: https://www.g7italy.it/wp-content/uploads/Apulia-G7-Leaders-Communique.pdf . Per una verifica immediata basta inserire in “trova” le parole-chiave, ad esempio abortion e Lgbt.
(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/g7-italia/2024/06/14/meloni-al-g7-litalia-ha-stupito-e-tracciato-la-rotta_42b8ce1d-5e0e-4490-b1d3-264c15dd0a5a.html .

venerdì 14 giugno 2024

Fratelli (Antipatici) d'Italia

 


Adolfo Urso, oggi Ministro delle imprese e del Made in Italy, ma negli anni Novanta penna di punta dell’ “Italia Settimanale”, rivista di estrema destra, diretta da Marcello Veneziani, nemica della privatizzazioni, si è offeso e vuole i danni (tanti soldi) da Cruciani, quello della “Zanzara”. Non ha gradito il nuovo nome di battesimo (diciamo), che ironizza sul suo statalismo, di “Adolfo URSS”. Per la serie: "Chi tocca i fili muore".

Ieri Giorgia Meloni, al G7, si esibita in un selfy con i fotografi alle sue spalle, con toni e modi degni di Enzo, quello di un “Sacco Bello”, il tizio del viaggio nella Polonia sovietizzata, con le calze di nylon nella valigia, e dell’ovatta nel cavallo dei pantaloni. Un' apoteosi del cattivo gusto, con un tocco di Marchese del Grillo. Per la serie, “Io so’ io e voi non siete un c…”.

L’altro ieri, alla Camera, Federico Mollicone, Presidente della VII Commissione Cultura, scienza e istruzione, “si è [reso] partecipe di un' aggressione con pugni e calci insieme con il collega della Lega Igor Lezzi ai danni dell’onorevole del Movimento Cinque Stelle Leonardo Donno ” (così su Wiki). Per la serie, “Con  Mollicone allo Sport sarebbe finita  peggio…”.

Tre membri di Fratelli d’Italia, diciamo togati, anzi togatissimi nel caso della Meloni, tre casi emblematici di un certo di tipo di mentalità.

Se Fratelli d’Italia fosse una persona, diciamo un vicino di casa, un conoscente, un collega di lavoro, eccetera, sarebbe permaloso, sbruffone, irascibile.  Una persona antipatica, infrequentabile. Eppure 7 milioni di italiani hanno votato Fratelli d’Italia.

Che c’è che non va ?

Carlo Gambescia

giovedì 13 giugno 2024

Il fascismo e la violenza come collante politico

 


Siamo consapevoli del rischio: annoiare i lettori. Pensiamo ai nostri non pochi articoli su Giorgia Meloni, sulle destre, sul fascismo. Che hanno ormai una periodicità quasi quotidiana. Quindi l’accusa di ripetitività potrebbe starci tutta.

“Potrebbe”, se il mondo intorno a noi fosse un mondo normale. Ma, come sembra, non è più così.

In realtà – ecco quel che ci spinge a scriverne – scorgiamo un rischio: quello dell’assuefazione a una grave processo di regressione politica in atto. Che vede al potere un governo di estrema destra, autoritario, dalle palesi radici missine e neofasciste.

Si pensi a un fatto gravissimo. E di un eccezionale valore simbolico, diremmo addirittura epocale. Giorgia Meloni, cosa che non ha precedenti (qui l’epocalità), è riuscita a dividere il G7 sull’interruzione di gravidanza. Cioè vuole rimettere in discussione la normalità liberale. La grammatica dei diritti individuali. E a livello altissimo, internazionale. Si vuole introdurre la nuova normalità del reazionario tradizionalismo fascista.

Ciò significa che questa destra, se gli italiani (ma il pericolo è mondiale) non usciranno dallo stato di torpore in cui sono, potrà procedere spedita nella sua missione: rimettere indietro, almeno di un secolo, le lancette della storia. Siamo davanti a una destra nemica della modernità liberale. Quindi i secoli in gioco potrebbero anche essere di più.

Una destra che disprezza la democrazia rappresentativa, la libertà di mercato, i diritti civili, la libertà di pensiero, parola e circolazione. Si potrebbe parlare di un vero e proprio passo indietro. La cosa ha un nome preciso: reazione politica. Altro che conservazione. Peggio.

Non si dia retta all’atteggiamento pro Ucraina di Giorgia Meloni, del resto limitato all’invio di armi e munizioni, che ancora non sono state fabbricate: scelta tattica verso Biden in attesa che vinca Trump, altro ammiratore di Mussolini. Prontissimo a scaricare Zelensky per favorire l’amico Putin.

In questi giorni si è ricordato Matteotti, e giustamente. Ma si dovrebbero ricordare tutti gli omicidi politici dei fascisti e neofascisti, da Matteotti al giudice Amato. Per non parlare delle stragi.

Ieri alla Camera è stato malmenato un deputato del Movimento Cinque Stelle. Non cambieranno mai: sono gli stessi che aggredirono Giovanni Amendola numerose volte fino a provocarne la morte, a causa delle gravi lesioni riportate: anno di grazia 1926. Potremmo ricordare Don Minzoni, Gobetti, i fratelli Rosselli, lo stesso Gramsci (che questa destra svergognata vuole oggi celebrare), malatissimo, rinchiuso nelle prigioni fasciste. Però non desideriamo fare liste di nomi. Rinviamo alle numerose pubblicazioni in materia.

La storia e la sociologia del fascismo, come pure quella del neofascismo sfociato nel terrorismo nero, comprovano un nesso indissolubile tra fascismo e violenza. Chi è “tentato” dal fascismo ricorre inevitabilmente alla violenza perché vi scorge un normale strumento di lotta politica. Nei fascisti la violenza è fisiologica, rappresenta la regola non l’eccezione. È ovvio, per dirla alla buona, che un comportamento del genere poi tiri fuori il peggio dagli avversari tramutati in nemici politici. Che, magari, per onestà va detto, come i comunisti, ci mettono del loro. Ma, come ha provato Nolte, gli estremismi politici si toccano e si compensano tristamente a vicenda. Da tristo: chiunque provi un torbido compiacimento nel far del male agli altri.

Sotto questo aspetto il realismo politico fascista, addirittura oggi rivendicato da certi pseudo-intellettuali di destra, è un realismo politico criminogeno. Con un lato tragicomico. Molti, ovviamente  tra i neofascisti, rivendicano, come una specie di "patentino umanitario"  le tracce di socialismo rivenibili nel fascismo. Come se (aspetto chiarito per primo da  Renzo De Felice), non fosse noto  l'odio di Mussolini, già da socialista, verso tutte le forme di socialismo umanitario. Per inciso sul rapporto tra il solipsismo di Mussolini e la sua inclinazione alla violenza ha scritto cose interessanti Augusto Del Noce.

Il socialismo che piaceva ai fascisti, come confermano pur in contrasto tra di loro  figure come Bottai e  Spirito,  era quello autoritario e antiumanitario che Stalin stava costruendo in Russia. Quanto alla socializzazione salotina,  fu un una pura e semplice buffonata, diciamo l'ultima disperata trovata  di un Mussolini marionetta dei nazisti,

Alcuni si meravigliano del guardingo vittimismo della Meloni. Sembra essere sempre sul piede di guerra. Ovvio, proviene da un contesto culturale intriso di cultura della guerra civile. Il disprezzo meloniano verso la sinistra è politicamente atavico, risale allo squadrismo.

Una mentalità politica, che, per ammissione non solo di Mussolini ma degli stessi gerarchi fascisti (Farinacci e Pavolini, tra gli altri, senza considerare le figure minori *), scorgeva nella “squadra”, un microcosmo movimentista di fratelli, cementato dall’odio verso i nemici. Nella migliore delle ipotesi un “sostegno contro”.

Insomma, la violenza come collante politico. Questo è stato il fascismo: dallo squadrismo alle brigate nere del 1943-1945, ai disordini di piazza, ai deputati malmenati, al terrorismo nero.

E questa gente, oggi, è al potere.

Carlo Gambescia

(*) In argomento, tra gli altri, si veda il puntuale studio di Matteo Milan, Squadrismo e squadristi nella dittatura fascista, Viella 2014. Sulla questione delle violenza fascista, anche in termini di nomi e cognomi, cifre ed eventi, rinviamo alla sterminata opera di Mimmo Franzinelli. Per  De Felice si rinvia ai primi due volumi della sua biografia di Mussolini (vol. I e  vol. II, tomo I, Einaudi 1965 e 1966). Per Augusto Del Noce, si veda L'epoca della secolarizzazione, Giuffrè, Milano 1970, pp. 124-125.

mercoledì 12 giugno 2024

Il nuovo ciclo illiberale

 


Dopo l’Italia si prepara a cadere anche la Francia. L’Austria è già caduta da tempo. La Germania è sulla buona strada. In Spagna, le cose sembrano più difficili. Vedremo. Comunque sia, la destra a destra della destra sembra in crescita ovunque.

Parliamo di un fenomeno in espansione che minaccia tutta l’Unione Europea. E non solo. Si pensi a un personaggio, politicamente estremo (lato destro, ovviamente) come Trump. Anche l’esperimento Bolsonaro (al momento non riuscito) va ricordato. Su Milei, per ora, sospendiamo il giudizio.

Come si dice, il vento sta cambiando. I giustamente sconfitti del 1945, ideologicamente parlando una miscela di razzismo, nazionalismo, tradizionalismo (quanti ismi…), sono di nuovo sulla cresta dell’onda. Filorussi, o comunque neutralisti e “pacifisti”, parte recitata da Hitler, appena agguantato il potere nel 1933; autoritari sul piano politico, protezionisti sul piano economico, intolleranti su quello sociale, chiusi a ogni forma di progresso culturale. Per le nuove destre, anzi estreme destre, non prive di simpatie fasciste, che nulla hanno imparato nulla hanno dimenticato, il potere è a portata di mano.

Il rischio, più che fondato, è quello dell’avvio di un nuovo ciclo politico regressivo: con tanto di riscrittura della storia (“Hitler? Severo ma giusto”. “Mussolini? Un grande statista”); trionfo del plebiscitarismo (“Ma quale democrazia parlamentare… Democrazia organica: Bastano un capo e un popolo”); cancellazione dei diritti civili ( “Ma quali matrimoni… Esiste solo un famiglia: quella tra uomo e donna); chiusura delle frontiere (“L’Italia, la Francia, la Germania, eccetera, solo agli italiani, ai francesi, ai tedeschi, eccetera”); protezionismo economico (“Mangiate solo italiano, tedesco, francese, eccetera”). E così via.

Che cosa non ha funzionato? Se si dovesse indicare una sola ragione, diciamo unificante, la si potrebbe individuare nell’apatia politica appassionata.

Un ossimoro? In apparenza sì. Solo in apparenza però. Perché si tratta di un fenomeno sociale complesso. Che ricorda Giano Bifronte. Si segua il nostro ragionamento.

La progressiva mancanza di motivazione politica (apatia), è stata favorita da due fenomeni differenti che però hanno prodotto lo stesso risultato.

Da un lato la crescita del benessere, che ha causato la neutralizzazione delle passioni politiche, diciamo democratiche. Dall’altro la crescita delle aspettative, riguardo al benessere futuro, che ha favorito la democrazia emotiva, che invece si regge su un eccesso di passioni.

Il corto circuito tra queste due correnti contrarie (il Giano Bifronte) ha posto la neutralizzazione, che è indifferenza verso il tipo di regime politico, al servizio dell’emotivizzazione del benessere, a prescindere però dal regime politico.

Insomma, per l’ “elettore medio” vanno bene tutti: rossi, neri, gialli, eccetera, purché garantiscano una condizione di stabile o crescente benessere.

Si potrebbe parlare di ricerca emotiva del benessere, apolitica ( o impolitica, dipende sempre dal punto di vista dell’osservatore). Questa emotivizzazione apolitica, che comunque non poteva non avere sbocchi politici (perché la politica non è mai apolitica), ha premiato in un primo tempo i populismi, e in un secondo tempo, vista l’inefficienza dei primi, il ritorno dell’estrema destra, come una specie di usato sicuro.

Sarà perciò difficile opporsi a un' onda nera, sempre più alta, che rischia veramente di travolgere i sistemi liberal-democratici. Che, ovviamente, hanno la loro parte di responsabilità per aver neutralizzato la politica. 

 Del resto il liberalismo è proprio questo: smussare gli angoli, favorire la mediazione, sopire le passioni. Far progredire il ragionamento politico sull’irrazionalità del mito. Ed è giusto che sia così.

Si potrebbe dire che sotto questo aspetto il liberalismo, vittorioso nel 1945, rischia di restare vittima del suo successo. La neutralizzazione delle passioni, come nel gioco dell’oca, racchiude la possibilità di tornare alla casella iniziale. Quella dei fascismi. Ed è quello che sta accadendo.

Si può impedire tutto questo? Difficile dire. Il ciclo liberale, apertosi nel 1945, sembra chiudersi. E se ne sta aprendo uno illliberale. Come nel 1922 e nel 1933.

La parola potrebbe tornare alle armi.

Carlo Gambescia

martedì 11 giugno 2024

Elezioni Europee. Quattro consigli su come interpretare il dopo

 


Un primo consiglio ai lettori. Liquidare subito le interpretazioni "Acqua al proprio mulino". Ad esempio, da sinistra: " Ha perso chi vuole la guerra". Oppure da destra: "Ha perso chi non vuole la guerra". E chi vuole o non vuole la guerra se tutti i partiti, come in Italia, chi più chi meno, si imboscano? Tonalità generale grigio. Macron “guerrafondaio punito” è una barzelletta. All’Europa servono munizioni e armi. Tante. Per l’Ucraina e per la difesa europea. E nessun politico, di destra e di sinistra, ne ha parlato durante le elezioni. Se poi Macron invia dieci legionari in Ucraina è un “guerrafondaio”…

Altro esempio: "I giovani non hanno votato, quindi il futuro è oscuro, eccetera, eccetera". Sai che novità: esistono libroni sull’argomento. Solo per dirna una, diciamo personale: al seggio, dove ho votato, gli scrutatori, tutti giovani, discutevano se ordinare pranzo e cena al cinese o al messicano. Per contro la matita ricevuta per votare era spuntata. “So’ giovani signora mia…”. Bah… I giovani dell’Occidente sono perduti da un pezzo. Vegetano in un’impoliticità cosmica che come vedremo fa male all’Occidente. Altro che flussi.

Secondo consiglio. Mettere da parte le interpretazioni “Io ti darò di più” (nel senso del welfare). Ci si deve concentrare invece, al di del chiacchiericcio sui programmi sociali (pagati poi due volte dai contribuenti scemi, con le imposte e con l’inevitabile ricorso alla sanità convenzionata), tutti indistintamente di impronta statalista, sulla difesa dei valori fondamentali dell’Occidente. Quelli del rien ne va plus. Quali sono? Semplicissimo: stato di diritto e libero scambio. Chi difende questi valori apertamente? Valori che hanno fatto grande l’Occidente (Europa e Stati Uniti)? Nessuno. Compito a casa. Trarre le conseguenze.

Riassumendo, i giovani sono impolitici, i partiti invece di difendere i valori dell’Occidente, si vendono per trenta denari statalisti. Si può ritenere, altro consiglio, il terzo, che un pur attento studio dei flussi elettorali (chi ha votato chi, eccetera), non serva praticamente a nulla, se non a fomentare il chiacchiericcio televisivo e far vivere, pure benino, gli esperti di demoscopia. 

Ormai le scienze politiche sono ridotte al computo presuntivo e consuntivo dei morti e  dei  feriti elettorali. Si pesta, schizzandosi, la stessa acqua nello stesso mortaio. A proposito di schizzi è divertente, anzi tragicomico, il politologo televisivo che si inventa quattro cinque destre e quattro cinque sinistre pur di non chiamare le cose con il proprio nome: neofascisti e neocomunisti.

Il che non significa, quarto e ultimo consiglio, che si debba dare ascolto, a quelli dell’ “Hitler o Stalin avevano ragione? Discutiamone. Diamo voce a tutte le minoranze, è democrazia”. Certo, per cancellarla.

Purtroppo l’avere perso di vista i valori fondamentali dell’Occidente, per dirla con un grande filosofo del Novecento, Franco Califano, ha causato la riapertura delle gabbie: i violenti gorilla rossobruni, al momento più bruni che rossi, sono tornati, dandosi fortissimi pugni sul petto. Magari in abito da sera, alle femmine del gorilla piace. E qui il dato elettorale riguarda l’intera Europa. Che vede, a ottant’anni dallo sbarco in Normandia – quando si dice l’ironia della storia – lo sbarco, con truppe d’assalto, dei nemici della liberal-democrazia. Una soldataglia, soprattutto neofascista, che si è fatta consistente, come in Italia, Francia, Germania, per fare solo tre esempi importanti.

Ecco il vero problema. Ecco ciò di cui discutere: chi difende i valori fondamentali dell’Occidente?

Come detto, al momento nessuno. E di sicuro, non il prossimo Presidente della commissione europea, di destra o di sinistra che sia. 

Altro argomento appassionante, quest'ultimo... Da dibattito televisivo.

Carlo Gambescia

lunedì 10 giugno 2024

Meloni vince ma non stravince. E neppure convince

 



Oggi ci occuperemo dei risultati italiani. Nei prossimi giorni torneremo su quelli europei.

Intanto una notizia che non si trova sui giornali. Quale? Che Giorgia Meloni vince ma non stravince. E neppure convince

Si lascino da parte le dichiarazioni ufficiali. Fratelli d’Italia, da due anni  al governo, e con il controllo di Rai e Mediaset, racimola un 3 per cento di voti in più. Stesso discorso per gli alleati:  l’1 per cento in più di Forza Italia è ingiudicabile. La stasi della Lega, indica una prossima involuzione elettorale di voti in uscita verso Fratelli d’Italia. Un futuro travaso. O se si preferisce un' autotrasfusione di sangue. Infetto.

Anche l’elevata astensione, nonostante la capillare campagna elettorale della Meloni, indica, tra le altre cose ovviamente, che gli italiani non si fidano di Fratelli d’Italia. C’è una tendenza alla crescita, però non galoppante. Il sospetto nostalgia prevale. La maggioranza degli italiani non si fida di quella brutta fiamma tricolore, missina e neofascista, che accompagna, dal fondo della scena televisiva o meno, gli sguaiati interventi meloniani

Penalizzati invece dalle divisioni, Bonino, Calenda e Renzi, un blocco liberale di centro-sinistra, quindi sicuramente antifascista, che, presentandosi unito, avrebbe superato il 7 per cento.

Significativi invece i quasi sei punti in più del Partito Democratico e il crollo del Movimento Cinque Stelle. Nonostante la barcollante linea Schelin siamo davanti ai veri vincitori delle europee. Che c’è sotto? Probabilmente, lo stesso sospetto nostalgia di cui sopra. Diciamo che il richiamo antifascista ha funzionato nei riguardi di un elettore che tuttora non si fida – e fa bene – neppure delle nostalgie populiste del Movimento Cinque Stelle.

Una buona notizia insomma. Perché si tratta di una vittoria contro tutte le nostalgie, di destra e di sinistra. Il che spiega il successo dell’Alleanza Verdi e Sinistra, che ha più che raddoppiato i voti ( grosso modo dal 3 e mezzo a quasi il 7 per cento). Diciamo che sull’antifascismo l’elettore ha preferito l’usato sicuro della sinistra. Il che è un bene. Un voto che costituisce un “tesoretto” elettorale. Però da spendere con intelligenza politica.

Crediamo infatti che l’antifascismo paghi e che questa sia la strada giusta per mandare all'opposizione  Giorgia Meloni. O comunque metterla in crisi. Soprattutto sul premierato, autentica riprova di antiche tendenze fasciste e plebiscitarie. Ma anche   sul  tema  migranti. Razzismo e fascismo vanno a braccetto. I campi di concentramento vanno chiusi. Questa deve essere un’altra grande battaglia delle sinistra. Imparino da Riccardo Magi.

Ovviamente l’antifascismo da solo non basta. Servono i contenuti. L’alternativa di cui parla la Schlein deve consistere nell’isolare e respingere, sul piano dei contenuti (guerre, politiche economiche e sociali, questione ecologica), ogni forma di populismo di destra e di sinistra. L’antifascismo deve essere a 360 gradi, per usare la piatta terminologia di Giorgia Meloni. Quindi deve diventare anti-autoritarismo, soprattutto nei contenuti. Deve tramutarsi in difesa liberale della società aperta.

Qui, però, le cose si fanno più difficili, perché la linea della Schlein, come detto, è barcollante.

Che fare allora? Ripetiamo la lezioncina: antifascismo sì, in modo rigoroso, ma dai contenuti liberali: mercato, Occidente, diritti civili e accoglienza dei migranti.

La sinistra  deve capire che assistenzialismo e protezionismo sociali portano al fascismo non alla libertà. Sono i due orridi volti dello statalismo. La prosecuzione dello stato etico fascista con i mezzi dell'Inps. 

Pertanto, assecondare l’elettorato su questa strada verso la servitù, favorisce il gioco al rialzo di Giorgia Meloni. Che, dal momento che è al governo, tiene i cordoni della borsa e dell’informazione.  E perciò  è sempre pronta a evocare il mantra della sinistra comunista che non capisce i veri  bisogni del popolo, che "usa" male lo stato, mentre la destra sa quel che deve fare,  eccetera, eccetera.  Il solito giochino  per  "acchiappare" voti.  

La sinistra deve  invece rifiutare lo schema dei due statalismi in competizione. Come? Sposando la causa liberale. Rifiutando, in primis, lo statalismo che la destra ha ereditato dal fascismo. Non più stato ma meno stato. Ecco il programma di una sinistra liberale.

Gli italiani, come sembra, e fortunatamente, ancora non si fidano di Giorgia Meloni. La ritengono nostalgica. Quindi la battaglia antifascista va combattuta, senza esclusioni di colpi, però i programmi devono essere liberali. Altrimenti si rischia di fare politiche sociali di destra con la coccardina all’occhiello della sinistra.

Esageriamo? Wishful thinking, cioè pie illusioni? Può darsi. Diciamo che probabilmente tentiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno. Che male c’è?

La parola ai lettori.

Carlo Gambescia

domenica 9 giugno 2024

Idee per una nuova Europa

 


Churchill nel 1940, nel momento più nero della Seconda guerra mondiale, con la Francia, ormai sconfitta, propose l’unificazione tra i due paesi. Si mettano da parte le ragioni contingenti che motivarono lo statista britannico ( in particolare, impedire il rigurgito, come avvenne, di una destra francese disposta a collaborare con i nazisti). E si pensi invece al grande valore di un’ unificazione europea, nel senso di Churchill, come fusione politica.

Fusione, in che senso ? Per capire il concetto si deve ripartire dall’esperienza dei processi di unificazione ottocentesca.

Belgio, Grecia, Italia, Germania, cancellarono le divisioni Ancien Régime, in piccoli principati, minuscoli regni e antiche città-stato. 

Come? Grazie a una parlamentarizzazione capace di andare oltre le divisioni politiche. Ovviamente seguendo strade differenti (ad esempio, Cavour e Bismarck) e con risultati divergenti (la Grecia politica rimase fortemente instabile). Ma il parlamento, anzi la parlamentarizzazione, fu al centro, volenti o nolenti gli uomini, dei processi di unificazione politica. Il piccolo Belgio fu il primo ed edificante esempio di pacifica ( o quasi) parlamentarizzazione della politica. Per contro,  la Spagna, nonostante la Costituzione liberale del 1812,  sprofondò  nelle guerre carliste.

Purtroppo, come provano le elezioni di oggi, in Europa si vota ancora per stati. Il modello è quello dell’ Ancien Régime (semplifichiamo). Il Parlamento europeo, nelle sue tre sedi (e anche questo è un brutto sintomo), si regge su una specie di egoistico “bilancino” nazionalista.

Abbiamo una moneta unica – che non è poco – ma non abbiamo un parlamento i cui membri siano rappresentanti del popolo europeo nella sua globalità, a prescindere dal mandato imperativo, diciamo così, prodotto delle rispettive provenienze nazionali.

Per capirsi. Si pensi a un primo Parlamento italiano, anno di grazia 1861, suddiviso, dal punto di vista delle procedure elettive, per rappresentanti eletti per provenienza regionale. Cioè di parlamentari, portati a sentirsi, anche per ragioni procedurali, prima che italiani, lombardi, calabresi, toscani, siciliani. Ed è proprio quel che accade oggi a Strasburgo, dal momento che parlamentari eletti, nazionalmente, non possono non sentirsi, prima che europei, francesi, tedeschi, italiani spagnoli.

Invece nel 1861 non fu così. L’Italia aveva “chiamato” sul serio. E un parlamentare rappresentava “tutta” l’Italia non “una sua parte”.

È vero che all’inizio non pochi parlamentari della Nuova Italia si divisero, quasi naturalmente, per “consorterie” regionali, ma poi piano piano l’idea italiana ebbe la meglio. Come è altrettanto vero che oggi gli eletti al parlamento europeo usano dopo le elezioni raggrupparsi in partiti europei , però le divisioni politiche, prive di un’ unità di fondo – il mandato del popolo europeo nel suo insieme, cui abbiamo accennato – non aiutano a una riflessione capace di partire dall’ “idem sentire de re publica (europea)”.

Come pervenire a un mandato forte, legato alla rappresentanza europea? E non, per così dire, a un mandato imperativo nazionale? Debole sul piano europeo? Soprattutto in un momento così difficile, di forte ripresa del nazionalismo interno e dell’imperialismo esterno? La risposta è al di là delle nostre forze. Non intellettuali , ma decisionali. E del resto chi pensa e scrive, come noi, è un analista non un uomo politico.

Sul piano teorico immaginiamo la parlamentarizzazione, frutto di un’idea di rappresentanza globale europea (per capirsi), quale pendant di un tipo di federalismo decentrato all’americana (per non ripetere l’errore monista della tradizione dell’accentramento alla francese, napoleonico, recepito anche in Italia ). Si pensi agli Stati Uniti d’ Europa, come agli Stati Uniti d’America, con un Congresso, un Senato (quindi gli stati non scomparirebbero del tutto), un Presidente come voce unica. Ovviamente per quattro anni. Un esecutivo snello e decisionista, non prigioniero di estenuanti mediazioni tra  opposti egoismi di bandiera.  Con un  legislativo vero, non un'accozzaglia  di nazionalismi egoici. Si pensi, inoltre, a una Corte Suprema e a una Costituzione con pochi articoli, inclusa la possibilità di emendamenti (tra i quali una carta dei diritti).

Pertanto il “progetto"  è chiaro ( o quasi). In fondo ha circa duecentocinquant'anni.   Si legga il grande libro di Palmer sull'era delle "Rivoluzioni democratiche" o atlantiche,  che abbracciarono prima gli Stati Uniti, poi la Francia,  infine l'intera Europa dell'Ottocento.  

Il "progetto" c'è, ripetiamo.  Non ci si chieda però come realizzarlo.

Il lettore avrà notato che non abbiano affrontato il nodo dell’esercito comune. Viene prima o dopo la parlamentarizzazione di cui abbiamo parlato? Difficile dire. La storia insegna però, come prova il Risorgimento italiano, che prima o poi l’Europa “chiamerà”.

Però, ecco il punto, “siam pronti alla morte”?

Carlo Gambescia

sabato 8 giugno 2024

Neofascismo e cultura della scelleratezza

 


La contiguità tra estrema destra e mondo criminale è un dato di fatto. Non può perciò essere giudicata una novità la chat antisemita e pro terrorismo nero, tra il portavoce del ministro Lollobrigida, Paolo Signorelli,  e un noto criminale, Fabrizio Piscitelli, passato a miglior vita dopo  un’esecuzione in stile Soprano.

Inciso. Lollobrigida dice di conoscere Signorelli da due anni. Certo, un addetto stampa, si trova per caso: si apre la porta e si nomina il primo che venga a tiro… Altro inciso: Chat a orologeria? E sia. Ma le parole sono comunque pietre.

Torniamo a noi. Per dirla in sociologhese, si tratta di un’alleanza tra devianti. Che ne rafforza l’identità. Ci si comporta secondo schemi ( o etichette) fissati dall’avversario o dal nemico. In sociologia si parla di teoria dell’etichettamento. Il criminale si comporta come tale perché quella è la sua identità. Più si comporta da criminale più si sente al sicuro psicologicamente in mezzo ai suoi simili, altri criminali come lui. Tradotto: più ci si comporta da fascista, eccetera, eccetera.

Il che spiega la simpatia spontanea tra due gruppi di reietti politici e sociali: da una parte i neofascisti, esuli in patria, dall’altra i criminali, esuli dalla legge.

Un fenomeno che si è particolarmente sviluppato ai margini della storia repubblicana, con sbocchi pericolosi sul terreno del terrorismo neofascista. E che ha riguardato l’area politica e ideologica ai confini tra il Movimento sociale e le frange estremiste, con ampi movimenti di risacca interna. Mafia, banda della Magliana, traffico di armi, mondo di mezzo, eccetera: si potrebbe tranquillamente scrivere una storia criminale del neofascismo.

Dicevamo ai confini del Movimento sociale. In realtà, la cultura dell’esule in patria e della nobiltà della sconfitta ha favorito, proprio all’insegna del romantico “sono fascista e me ne vanto”, la formazione di un’ideologia della scelleratezza, assai diffusa tra i missini. 

Si pensi  a  una dinamica tra  interno (il romanticismo fascista) ed esterno (il rinforzo, l'etichettatura, diciamo antifascista). Dinamica  sfociata in una crudeltà d’animo, diciamo da legione straniera (vissuta dai neofascisti, ripetiamo, in chiave romantica).  

Un processo di acculturazione neofascista che può prendere due direzioni: 1) può restare a livello teorico, entrando a far parte del linguaggio e degli atteggiamenti quotidiani, come nel caso della chat tra il portavoce del ministro e un signore della droga. Oppure 2) scivolare nella pratica, concretandosi nel compimento di azioni criminali, come prova il terrorismo nero. Ovviamente la teoria (direzione uno) può sempre trasformarsi in pratica (direzione due). Tra teoria e pratica il rischio osmosi è sempre in agguato.

Allora i terroristi di sinistra, certi delitti dei partigiani comunisti? Anche per la sinistra vale la teoria dell’etichettamento e l’ideologia della scelleratezza?

La sinistra, storicamente parlando, ha sempre goduto di un’ideologia classista, proletaria, che non ha avuto bisogno di rinforzi esterni. La sinistra non si è mai considerata esule in patria. Anzi, soprattutto quella marxista, si è sempre vista come un’ avanguardia della storia. E di conseguenza si è tenuta alla larga dalla criminalità. Ciò ovviamente non significa che il terrorismo di sinistra  sia stato meno crudele. Diciamo che se il terrorismo di destra non si è posto limiti morali, “ricompattandosi” con i criminali, il terrorismo di sinistra ha creduto in una morale di classe, quindi si è “ricompattato” da solo. Un terrorismo, si badi, altrettanto crudele.

Oggi in Fratelli d’Italia, come del resto nel Movimento sociale (Alleanza Nazionale di Fini tentò di uscire da questo equivoco), convivono la cultura del blocco d’ordine, che proviene dal fascismo-stato (quello dei treni in orario ), e la cultura della scelleratezza del fascismo-movimento (quello dello squadrismo).

Si vive nella menzogna. Una contraddizione  che però, regolarmente, viene a galla, come a proposito della chat “incriminata”. Di conseguenza, come dicevamo, per chiunque conosca la storia e la sociologia del neofascismo, la scelleratezza neofascista non può essere una sorpresa.

Carlo Gambescia

 

venerdì 7 giugno 2024

Il culto di Berlinguer (e di Almirante)

 


Piero Sansonetti, direttore dell’ ”Unità”, si occupa di archeologia politica. Tecnicamente è un bravo giornalista, anche simpatico come persona, ma politicamente parlando è patetico. Il suo comunismo liberale (nel senso della costante attenzione verso i diritti civili) è un ossimoro, perché mette insieme costruttivismo statale ( pessimo) e spontaneismo individuale (ottimo). Il che porta inevitabilmente alla legificazione dei desideri. Detto altrimenti: al testo unico sulle misure regolamentari delle piume di struzzo indossate dalle drag queen.

Ma non è di questo che desideriamo parlare. Colpisce oggi l’articolo di Goffredo Bettini, che la politica conosce, per averla fatta, soprattutto sul piano locale (Roma e dintorni), senza mai trascurare gli sviluppi nazionali e addirittura internazionali. Dentro il Partito democratico è tuttora visto come una rispettabile vecchia volpe, oggi (pare) a riposo, ma capace di dire la sua.

L’articolo è su Enrico Berlinguer: l’11 giugno scoccano i quarant’anni dalla morte. Sicché Bettini, la volpe dell’agro romano, magari oggi spelacchiata, ha bruciato tutti sul tempo.

Però lo scritto non convince per due ragioni.

La prima è che sembra ignorare che il partito comunista, nel quale Bettini militò fin da giovane, era organizzato come un esercito, con i suoi generali colonnelli, ufficiali, sottufficiali, truppa. Tutti dediti alla causa. E con disciplina ferrea. Il comunismo, che sopravvisse vittorioso al fascismo, fu la sua prosecuzione con altri mezzi, soprattutto in Occidente. Dove i comunisti, parlamentarizzati obtorto collo, si dedicarono febbrilmente allo snaturamento-smantellamento del liberalismo, nel senso di usare anche la più innocua risorsa liberal-democratica, pur di affossare la liberal-democrazia. E di questo processo, alle origini del cosidetto populismo comunista populista, Berlinguer fu complice. Ancora nel 1977 celebrava come modello sociale il Vietnam comunista, indicato come esempio di società sobria.

La seconda ragione rinvia alla celebrazione del gigantismo morale di Berlinguer. In particolare  al valore della  sua “dedizione agli ideali della gioventù, che mai ha abbandonato, con una coerenza degna di epoche passate”.  C’è un patetico accenno ( a proposito di prosecuzione del fascismo con altri mezzi)  all’omaggio post mortem di Almirante. Naturalmente i “fratelli in camicia nera” alla morte di Almirante ricambiarono. Gli estremi antiliberali, si toccano sempre. Banalità politica, ma superiore.

Ora, fede, onestà, dedizione, sono scatole vuote. Tutto dipende dal contenuto politico. Almirante, visto che siamo in argomento, fu un uomo onesto, che dedicò la sua vita al Movimento Sociale. Però fu anche un convinto fascista. Un nemico della liberal-democrazia. Così come Berlinguer, "gigante" morale, fu un altrettanto convinto comunista. E altrettanto nemico della liberal-democrazia. E sul punto dell’onestà e dedizione, come scatole vuote e contenuti tossici, si potrebbe risalire fino a Lenin, altro asceta politico, e Mussolini, che, come ricorda De Felice, fu di un’onestà personale assoluta.

Bettini continua a giocare , facendo del male alla sua intelligenza e all’altrui buona fede, sulla pericolosa mescolanza tra fedeltà politica e idea politica. Grave errore: anche i terroristi di destra e di sinistra erano fedeli alle loro idee politiche. Al punto di uccidere e farsi uccidere.

La fedeltà, se mal riposta, come nel caso di Berlinguer ed Almirante, che mai abbandonarono “gli ideali di gioventù”, fa più male che bene agli elettori. Può avere contenuto cardiotossico. Avvelena i cuori politici, neri o rossi che siano.

Giorgia Meloni non rivendica forse oggi la coerenza missina? Non parla bene di Almirante? Proprio come Goffredo Bettini rivendica la coerenza comunista e berlingueriana.

Che malinconia.

Carlo Gambescia

giovedì 6 giugno 2024

Come potremo guardare negli occhi Putin?

 


Come al solito la sinistra non ha capito nulla. Ieri, in Albania, a contestare Giorgia Meloni, c’era un solitario deputato radicale, Riccardo Magi, tra l’altro malmenato dalla polizia. A lui vanno i nostri complimenti.

E come ha contestato? Evocando la violazione dei diritti di libertà e delle regole della società aperta, e non lo scambio economico tra sanità e hotspot (così ora si chiamano i campi di concentramento per i migranti), tipico di una visione populista della politica, che oggi accomuna  destra e sinistra.

Perché, attenzione, qui il vero problema è il “giro elettorale”della Meloni. Il presentare come cosa normale il taglio del nastro, diciamo così, di un campo concentramento per migranti.

Il vero problema è la “banalità del male”. Cioè che sia diventata materia di spot elettorale la segregazione fisica. Nessuno sembra  più accorgersi, neppure la sinistra ( che critica lo spot, non la “normalità” dello spot), del fatto che con la destra al potere, una destra dalle radici fasciste, la segregazione del migrante sia diventata un fatto normale. Materia di spot, per l’appunto. Giorgia Meloni ha addirittura parlato di “modello per l’Europa”. Si chiama anche psicologia del secondino, Cioè, dal punto di vista tecnico, diventa una “genialata” – si immagini la Meloni darsi di gomito con il cognato, il ministro Lollobrigida – trasferire all’estero i campi di concentramento. Per così dire, lontano da occhi indiscreti...

Qui siamo oltre la questione morale o di principio, e diremmo il comune senso del pudore politico. Con i migranti si fa così, si segregano, è la normalità. Inutile interrogarsi sul perché il sole sorga e tramonti tutti i giorni: è così, accade, è la norma. Avanti tutta.

Si osservi la foto di copertina. È veramente inquietante lo sguardo soddisfatto di Giorgia Meloni dinanzi a una proiezione digitale, non di un asilo nido ma di un campo di concentramento. In quello sguardo si scorge la fine della civiltà liberale. C’è qualcosa di hitleriano. La rivincita nazifascista sui valori del 1945. E andando ancora più indietro sulla modernità liberale: modernità che ha fatto grande il mondo.

Come potremo in futuro, per così dire, guardare negli occhi Putin e la sua Moscova premoderna, esempio di società chiusa, se ne abbiamo adottato la stessa visione antiliberale? Come potremo aiutare l’Ucraina a respingere l’invasore russo, se siamo i primi a non credere nei valori della società aperta ?

Il realismo politico, o se si preferisce metapolitico, nel senso riportato nei nostri libri, non implica l’esclusione di un giudizio sulla storia moderna. Giudizio che non è un pio desiderio o una qualche forma di revisionismo storico. È nelle cose. Insomma, non parliamo di un’opinione come un’ altra, ma del portato fattuale di un processo storico, in larga misura inconsapevole, frutto di milioni se non miliardi di interazioni tra individui, che ha condotto, per spontanea selezione istituzionale, alla moderna società aperta. Siamo diventati liberali e moderni senza saperlo e neppure volerlo. Prima sono venuti i fatti poi valori.

Valori difesi strenuamente, e in modo allora consapevole, nel 1939-1945. La fine della Seconda guerra mondiale con la scoperta dei campi di concentramento e di sterminio, costruiti dai seguaci della società chiusa, un’autentica frattura storica, sancì simbolicamente un nuovo inizio, la guarigione, una nuova ripresa dei valori moderni e liberali. La vittoria della società aperta attaccata dalle forze della società chiusa. Bene contro male? Sia pure. Ecco la grande lezione del 1945: mai più campi di detenzione e filo spinato, e non importa se ora è digitale. Non era ed è male questo?

Invece cosa accade? Che i seguaci della società chiusa sono tornati al potere. Promettono agli elettori, proprio come Hitler, pace e lavoro in cambio di qualche milione di capri espiatori da fare fuori, allora gli ebrei e altre povere minoranze, oggi i migranti.

E quel che è peggio è che  questo diabolico do ut des, viene considerato, non solo dai mandanti e dagli esecutori, ma dalla gente comune, come la cosa più normale del mondo. Intorno ai campi di concentramento albanesi regna una specie di naturale silenzio. È così, si fa così, avanti così.

Non serve grande immaginazione per pensare che Giorgia Meloni, che di giorno visita i campi di concentramento, pardon gli hotspot, la sera, tornata a casa,  giochi con sua figlia e con il cane magari. Dolcissima mamma. Si chiama banalità del male.

Ed è già accaduto.

Carlo Gambescia