mercoledì 31 agosto 2022

Morte di un “re travicello”

 


Mikhail Gorbaciov, scomparso a novantuno anni, politicamente parlando, era il classico, “re travicello”, prodotto dall’ inevitabile decadenza del regime politico. “Regime”, il lettore prenda nota.

L’Unione Sovietica ai tempi di Gorbaciov poteva forse sopravvivere qualche anno in più, addirittura un decennio, ma soltanto con un giro di vite politico-militare. E invece Gorbaciov, probabilmente mal consigliato e indeciso, allentò le briglie e provocò la caduta del regime (non del sistema, come ora vedremo). Si proponeva – qui la sua utopia – di conciliare, in un paese che non aveva mai conosciuto il diritto di proprietà (“Tutta la terra appartiene allo Zar”, ecco l’antico credo sociale del russo), socialdemocrazia e mercato capitalistico.

Fu un flop colossale. Proprio perché latitavano i “fondamentali” teorici e pratici delle rivoluzioni liberal-democratiche. Del resto il sistema (nel senso delle strutture politiche, sociali, culturali, economiche), anche prima della scalata bolscevica, era autocratico (obbedire e basta), sicché, per i russi, dopo la caduta di Gorbaciov, e delle cariatidi sovietiche, non cambiò nulla, dopo alcuni illusori cambiamenti si tornò alla “normale” autocrazia di sempre.

Si dirà che la nostra tesi è deterministica. E che l’Occidente non ha aiutato la Russia, perché si può cambiare, eccetera, eccetera. Probabile. Però per mutare traiettoria, serve tempo. Detto in senso storico: occorrono almeno alcuni secoli.

Non si può – qui la colpa della dirigenza postcomunista – dopo dieci minuti (gli ultimi trent’anni dal punto di vista dei tempi storici), accusare “subito” l’Occidente della rovina della Russia, secondo il canoni del panslavismo di sempre.

Del resto, se non è la gente comune – il russo della strada – abituata, da più di quattrocento anni (per limitarsi alle dinastie Romanov e sovietica), a non alzare la testa, per le élite dirigenti, politiche e sociali, use invece all’obbedienza cieca, è facile farsi obbedire.

Insomma, concludendo, Gorbaciov affrettò la caduta di un regime politico, non di un sistema militarista e bellicista legato a valori antiliberali e anticapitalisti, come mostra la vanagloriosa aggressione all’Ucraina.

Carlo Gambescia

mercoledì 24 agosto 2022

Una cultura nemica della ragione

 


In effetti il problema non è la Fiamma ( o comunque non solo). Del resto lo abbiamo scritto più volte: esiste tuttora a destra, soprattutto “dalle parti” dell’estrema, una cultura della “tentazione fascista”, non propriamente nel senso delle camicie nere di nuovo marcianti, bensì come prolungamento  "atmosferico"  dell’irrazionalismo politico.

Si faccia attenzione: ufficialmente, Fratelli d’Italia (ma per certi aspetti anche la Lega, Forza Italia è a rimorchio) rappresenta il lato dio-patria-famiglia, in versione aggiustamenti assisistenzialistici. Niente di trascendentale: piattezza piccolo-borghese.

Infatti quando si parla con qualche intellettuale di destra, la Meloni viene dipinta come una moderata, perbenista, una specie di democristiana di destra: una tecnica dolciastra, si dice, buona al massimo per conquistare il potere. Insomma, secondo alcuni,  per indorare la pillola fascista.

Per contro, l’intellettuale di destra continua a celebrare la stessa cultura dell’irrazionalismo che fu alle origini del fascismo. Di qui il tema della “tentazione”.

Si faccia un giro sui siti online di destra, nelle varie sfumature, lo spazio culturale è rimasto quello di cinquant’anni fa, che già allora rinviava all’irrazionalismo protonovecentesco.

Detto altrimenti, si oppone alla ragione il sacrificio della ragione. Di qui l’irrazionalismo, sacro e celebrativo, del soldato, dell’eroe, del superuomo politico, dello scrittore-esteta armato. Tutti capaci di sacrificare la propria vita per contrastare quel che la modernità politica, economica e sociale ha tentato di opporre al tintinnar di sciabole o peggio ancora: l'individuo ragionante,  il commercio, la tolleranza, le istituzioni parlamentari. C’è il rifiuto della ragione, addirittura della ragionevolezza. L’irrazionalismo per l’appunto

Ieri, addirittura, leggevamo una celebrazione dei Corpi franchi, che, come noto, si reincarneranno nelle squadre d’assalto nazionalsocialiste. Gli stessi richiami all’Europa, non del tutto sporadici sui siti di destra, rimandano all’ Europa-Nazione, armata, unita, magari sotto un capo, e soprattutto contro gli Stati Uniti. In poche parole, si torna col pensiero all’Europa del Nuovo Ordine nazionalsocialista, anno di grazia 1940. Ovviamente, si glissa sull’Olocausto.

Si potrebbe parlare, semplificando, di una cultura della forza opposta alla cultura della ragione.

Si badi bene, il Cavallo di Troia dell’irrazionalismo è rappresentato da una rituale critica in apparenza innocua. Quale? La ragione viene giudicata incapace di dare una spiegazione esauriente della realtà o di  intuire, capire,  giustificare aspetti fondamentali della vita umana, altrimenti sconosciuti.

Tuttavia, ecco l’inganno, in questo modo si dà la possibilità a chi sia in cattiva fede di accomunare filosofie non politicamente pericolose come l’esistenzialismo, che richiama l’attenzione sulla vita relazionale, a pseudo dottrine politiche come il fascismo e il nazismo, che con la scusa di valorizzare l’uomo distruggono ogni vita relazionale. Per inciso, le accanite discussioni su Heidegger (fu o non fu nazista?) rinviano proprio all' area grigia di indistinzione tra i due esistenzialismi.

Di conseguenza nell’ interstizio dell’irrazionalismo buono si va a nascondere l’irrazionalismo cattivo della “tentazione fascista”. Di qui la difficoltà dei moderni, proprio perché liberali e tolleranti, che dura tuttora, di confrontarsi con questo pericolo.

C’è dell’altro. Oggi, l’esistenzialismo non è più di moda, ma le filosofie postmoderne, che veicolano una visione riduttiva dell’uomo come somma di emozioni, rischiano di favorire l’irrazionalismo cattivo (per così dire). Anche attraverso il cosiddetto “politicamente corretto”, attaccato dalle destre. Un fenomeno che non è altro che l’istituzionalizzazione di un relativismo protettivo, assistenzialistico, emotivo, che offende la ragione pur di chiudere alle destre. Che però di fatto favorisce le destre, dal momento che  fuoriesce da una visione emozionale della realtà, che nulla ha a che vedere con la moderna ragione liberale.

Per capirsi: l’ emotività di certa sinistra culmina nell’uomo politicamente corretto, quella di certa destra nel superuomo. Le due figure restano però  ancorate al mondo delle emozioni non della ragione.

Probabilmente stiamo volando troppo alto. Giorgia Meloni, neppure si pone problemi del genere. Però, ecco il punto importante, la cultura che in particolare ruota intorno a Fratelli d’Italia affonda le radici nell’irrazionalismo politico.

Una cultura nemica della ragione.

Carlo Gambescia

martedì 23 agosto 2022

Russia, Toyota per tutti!

 


La figlia di Dugin guidava una Toyota Land Cruiser, un suv di fabbricazione giapponese, un ottimo fuori strada che in Italia costa cinquantamila euro.

Si dirà che cosa c’entra con il feroce attentato questa osservazione? Per dirla con la saggezza dei nonni, si vuole ricordare che tra il dire e il fare (essere difensori della tradizione e girare in automobile ultramoderna) c’è sempre il mare.

La Russia del Novecento ( e come sembra anche di questo secolo), non è mai uscita da una condizione di inferiorità tecnologica per tutto quel che concerne i beni di consumo. Da sempre acquistati all’estero e sfruttati, a differenza del “corrotto” Occidente dove invece sono alla portata di tutti, da un grumo di ricchi, o comunque di benestanti o aspiranti tali,  in un mare di miseria.

Altra banalità, diciamo superiore: mi diceva giorni fa, un “tassinaro” a suo modo acculturato, che in Italia non si vedono turisti russi, non gli “oligarchi”, ma la gente comune, il popolo. Vengono in vacanza, croati, serbi, sloveni, lettoni, estoni, polacchi, perfino qualche bulgaro, ma non si vedono i russi, impiegati, operai, insegnanti, gente comune, insomma.

Ci si chiederà: anche questo che c’entra con Dugin e la Dugina? Il fatto è che la logica della Russia è di tipo militare-imperiale. Il popolo è sempre carne da cannone come nel 1914. Sicché invece di aprirsi ci si chiude. Cosa sarebbe normale? Commerciare, viaggiare, fare affari, produrre e comprare beni di consumo, sviluppare un tenore di vita elevato per tutti i cittadini. La Russia è un paese ricchissimo, enorme, dagli undici fusi orari. E invece?

Si propaganda un abietto nazional-imperialismo. E ci si lancia contro un presunto nemico esterno per puntellare la coesione interna: per evitare che la gente cominci a  ragionare con la propria testa.

In quest’opera di lavaggio del cervello, che condanna alla miseria nera, personaggi come Dugin, volenti o nolenti, giocano il ruolo delle mosche cocchiere. E purtroppo, quanto più una guerra è totale, nel senso del coinvolgimento delle popolazioni civili, tanto più i rischi crescono per tutti. Certo, la si può condannare sotto il profilo etico, ma una volta scatenata,  la guerra totale acquisisce una logica propria, terribile:  falcia inevitabilmente le vite di chiunque incontri sul suo cammino. Ci si dovrebbe pensare prima, invece di gonfiare il petto e dedicarsi alle “operazioni militari speciali” per uno scatolone di macerie.

Non sappiamo, e forse mai sapremo, i nomi dei mandanti dell’efferato attentato. Ammesso pure che dietro vi siano i servizi segreti ucraini e addirittura americani e britannici, come si vocifera, la domanda resta sempre la stessa: che necessità c’era, con un paese così ricco, di fare la guerra. Quando si dovrebbe invece fare la guerra alla miseria. Se ci si  passa la caduta di stile: Toyota per tutti!

Insomma far star bene il popolo russo, questo dovrebbe essere il compito della  classe politica moscovita,  non far star bene solo quelli che in un modo o nell’altro sono vicini al regime.

Carlo Gambescia

 

lunedì 22 agosto 2022

Tremonti, il ritorno del “Sim salà bim”

 


Se Giulio Tremonti non avesse ubriacato di parole due uomini politici importanti come Bossi e Berlusconi, oggi sarebbe un guru minore, un poveraccio del mondo delle idee, con un sito su YouTube, per indottrinare, profetizzando la fine economica del mondo, un gruppo di adepti, complottisti, “incazzati”, stanchi di tutto. Insomma, Tremonti oggi sarebbe una specie di piccolo mito per i falliti della vita.

E invece, la potente Giorgia Meloni – inutile negarlo – lo ha cooptato nelle liste di Fratelli d’Italia. Non solo: si vocifera che dopo le elezioni vittoriose si rischia addirittura di veder tornare Tremonti all’Economia. Sarebbe una catastrofe. Negli anni Dieci del Terzo Millennio (per usare la magniloquenza tremontiana) fu il pupillo economico di Berlusconi fino all’ingloriosa caduta del Cavaliere nel 2011. Intanto, il debito pubblico (inclusivo degli interessi sui famigerati Tremonti bond) era schizzato alle stelle.

Tremonti di liberale non ha nulla. Il suo concetto di economia è un velenoso mix di intervento statale e spesa pubblica. Non per nulla le sue origini politiche sono socialiste.

Allora perché, ci si chiederà, è così inviso agli economisti di sinistra che spendono e spandono altrettanto? Facile. Perché è di destra. Certe cose, se è la sinistra a farle, sono benedette, se è la destra, maledette (*).

Comunque sia, la sinistra sembra avere nella faretra politica la freccia Cottarelli, noto nemico della spesa pubblica a gogò. Una specie di anti Tremonti. Forse un cambio di  direzione? In realtà, il problema non è solo la riduzione della spesa pubblica, ma anche quello di diminuire al tempo stesso la pressione fiscale. E sul punto Cottarelli resta sordo, come tutta la sinistra alla quale piace la persecuzione fiscale del ceto medio per elevare i poveri, pardon i meno fortunati.

Per contro Tremonti, noto pure per le sanatorie, una volta Ministro dell’Economia, non potrà non ricorrere, come in passato (il lupo perde il pelo ma non il vizio), al vecchio trucco di scorporare dalla spesa pubblica le spese correnti (salari e stipendi) da quelle in conto capitale (investimenti). Come pure giocherà sulle differenze tra bilancio di cassa (effettivo, ciò che si è speso) e bilancio di competenza (immaginario, ciò che si doveva spendere, e non si è speso), trasferendole o meno al bilancio successivo in base alle convenienze politiche. Una specie di Mago Silvan delle voci di spesa. Insomma, “Sim salà bim” e il gioco è fatto.

Mi ricordo, forse nel 2004, una colazione a due, nei pressi di Porta Pia, con un economista, allora un amico (perché gli servivano le mie recensioni), all’epoca collaboratore di Tremonti. Lo dipinse, tra una portata e l’altra, con toni entusiastici, come una specie di prestigioso mago dei bilanci: una specie di bravo commercialista della “famiglia” Italia… Insomma, magia bianca non magia nera.

Chi scrive ha invece sempre creduto che Tremonti, fosse sì un commercialista, ma di quelli che all’improvviso svaniscono nel nulla. Un apprendista stregone, con i soldi degli altri.

E ora, grazie a quel genio di Giorgia Meloni, rischiamo tutti di ritrovarci con Tremonti di nuovo parlamentare e probabilmente anche Ministro dell’Economia…

Carlo Gambescia

(*) Per un rapido riscontro sul disastroso andamento della spesa pubblica negli anni Dieci del Duemila si veda qui: https://www.politicasemplice.it/capire-politica/politiche-pubbliche/economia-conti-pubblici/spesa-pubblica-italiana/ .

domenica 21 agosto 2022

La Fiamma che Giorgia Meloni non vuole spegnere

 


Vorremmo tornare, diciamo laicamente, sulla questione della Fiamma.

Che sia un simbolo fascista, o comunque di un partito neofascista come il Movimento Sociale, è un fatto indiscutibile.

Come osserva Marco Tarchi, oggi impeccabile professore di scienza politica, in gioventù dirigente missino:

«All’interno del partito dicerie del genere circolavano parecchio, anche negli anni Sessanta e Settanta. Tra i vecchi dirigenti alcuni confermavamo altri smentivamo. Credo che comunque questa forza, che alle origini aveva molto della setta cospirativa, sentisse la necessità di una mitologia fatta anche di codici simbolici e linguistici più o meno occulti. Non è quindi da escludere che si sia penasato o visto il tripode alla base della Fiamma come proiezione del catafalco mussoliniano» (*).

Interessante al riguardo anche ciò che scrivono Luciano Lanna e Filippo Rossi, giornalisti non banali, a suo tempo sfortunati riformatori, più o meno finiani, della destra aennina.

«La scelta di farne un simbolo del Msi fu di Giorgio Almirante nel dicembre del 1946. Come egli stesso ha più volte ricordato, a designare la prima fiamma tricolore fu lui personalmente, prendendo spunto dal distintivo di una associazione combattentistica. E da subito i militanti presero a leggere le iniziali della sigla sulla base trapezoidale traducendole come “Mussolini Sei Immortale”. E altrettanto da subito si sparse anche la voce che quel trapezio nero rappresentasse la bara del Duce, mentre la fiamma tricolore nel simboleggiava la capacità di irradiarne le idee verso il futuro» (**).

Insomma, per usare un vecchio adagio: “se non è vero, è ben detto”. Dal momento che dietro la Fiamma si nasconde una struttura sociologica. Nel senso che, diceria o meno, a militanti e simpatizzanti l’idea piacque. Di qui la lunga durata a livello di mentalità collettiva e di pratiche quotidiane dell’ idea di continuità tra il fascismo e il neofascismo (termine, quest’ultimo, a nostro avviso più storicamente appropriato di postfascismo).

Perciò, quando Giorgia Meloni dichiara addirittura di essere fiera della Fiamma, o non sa quel che dice o mente spudoratamente.

Però, ecco il punto, si dichiara conservatrice, anzi addirittura tory (in un’ intervista al britannico “ The Spectator”). E allora perché non salta il fosso? E spegne la Fiamma?Insomma,  il suo atteggiamento resta politicamente molto sospetto.

Certo, la sinistra, solleva sempre l’argomento antifascista quando sente odore di sconfitta. Però, piaccia o meno, siamo davanti a un partito, Fratelli d’Italia, che potrebbe vincere le elezioni democratiche, senza aver fatto i conti con le idee di un movimento antidemocratico come quello fascista, o comunque neofascista come nel caso del Movimento Sociale.

La parola ai lettori.

Carlo Gambescia

(*) Si veda M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia. La destra italiana dopo il fascismo. intervista a cura di Antonio Carioti, Rizzoli, Milano 1995, p. 47.

(**) L. Lanna e F. Rossi, Fascisti immaginari. Tutto quello che c’è da sapere sulla destra, pref. di F. Ceccarelli, Vallecchi, Firenze 2003, p. 189 (voce: Fiamma).

sabato 20 agosto 2022

Ucraina, destre inaffidabili

 


Certo, la sinistra stumentalizzerà a fini elettorali, ma il silenzio delle tre destre sulle invasioni di campo russe è sospetto.

Se si va a sfogliare il programma in 15 punti stilato da Giorgia Meloni, Salvini e Berlusconi al punto uno si può leggere:

“Rispetto degli impegni assunti nell’Alleanza Atlantica, anche in merito all’adeguamento degli stanziamenti per la difesa, sostegno all’Ucraina di fronte all’invasione della Federazione Russa e sostegno ad ogni iniziativa diplomatica volta alla soluzione del conflitto” (*).

Diciamo che più che di una dichiarazione realmente sentita e condivisa, si tratta di un scialbo tentativo di depistaggio.

Non si qualificano “gli impegni assunti” , non si quantifica l’ “adeguamento degli stanziamenti”, si ammette la responsabilità russa dell’ “invasione”, ma non la si finalizza alla liberazione del territorio ucraino dagli invasori. Per capirsi: due righe sopra si può leggere che la “politica estera [italiana] è incentrata sulla tutela dell’interesse nazionale e la difesa della Patria”. Domanda: qual è l’interesse nazionale degli ucraini? Respingere i russi oltre i confini, “difendendo” interessi e patria. Però, come sembra ciò che vale per l’Italia (la difesa eccetera) non vale per l’Ucraina, perché nel documento programmatico non si parla di aiuto effettivo, militare, alla liberazione del territorio ucraino dagli invasori russo. Si assicura invece un sostegno – qui si raggiunge il massimo dell’ambiguità – a “ogni iniziativa diplomatica”. Come per dire: in fondo i russi possono tenersi quel che hanno già conquistato con le armi, l’importante è che si metta fine alla guerra.

Pertanto come dicevamo il silenzio è sospetto. Le tre destre non sono affidabili. In caso di vittoria elettorale tutto potrebbe accadere. Anche un rovesciamento, magari lento, “dolce” diciamo, della nostra alleanza con gli Stati Uniti e con gli altri paesi occidentali.

Occhio.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://d110erj175o600.cloudfront.net/wp-content/uploads/2022/08/16123859/programma-centrodestra.pdf .

venerdì 19 agosto 2022

Azione-Italia Viva, Blairismo di seconda mano

 


Il professor Nino Arrigo mi ha chiesto ieri, tra il serio e il faceto, un parere sul programma di Azione-Italia Viva (*). Eccolo accontentato. Magari velocemente. Forse troppo.

Diciamo subito che il documento si muove nell’alveo di una specie di blairismo a scoppio ritardato. Anche Calenda e Renzi collegano merito e protezione sociale: “io ti aiuto se tu ti aiuti”.

Capacità e uguali opportunità. Basta con gli aiuti a pioggia. Grande fede nel potere della formazione lavorativa e professionale, che rinvia alla taumaturgia educativa, antico cavallo di battaglia del riformismo liberalsocialista.

Però, rispetto alle smaliziate politiche di Blair, si può notare un passo indietro sulle privatizzazioni o comunque su una gestione energica del pubblico, riposta sulla crescita dell’economia privata. C’è un solo accenno alla questione Alitalia (ATI) e ILVA Taranto: però, però per  quest'ultima, si parla di “ri-privitazzazione” nel rispetto di lavoratori e ambiente (p. 5). Amen. Solito catechismo social-ecologico. Interessante invece l’idea di aprire il settore idrico ai capitali privati, perché, come statisticamente provato, investono di più (p. 11, punto 2).

Per il resto, nelle 54 pagine del programma (il più lungo tra i “magnifici quattro”), dal punto di vista lessicografico, non si trova il termine “libero mercato”. Mentre la parola “privatizzazione” è usata una sola volta a proposito di Alitalia (ATI). Per contro il termine “pressione fiscale” è impiegato quattro volte sempre in chiave lenitiva. Pochino.

L’esperienza del Governo Draghi ( citato otto volte) e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (citato quattro volte, due come Piano Nazionale), sono i cardini economici intorno ai quali ruota il programma:

«Partendo dal punto di riferimento fondamentale: l’attuazione “senza se e senza ma” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che non è solo il più ambizioso programma di modernizzazione che il nostro Paese abbia mai visto, ma è anche l’occasione – se ben gestito – di far avanzare l’integrazione europea lungo le dimensioni che sono necessarie per rendere l’Europa la protagonista di questo secolo» (p.2).

Una cosa, del programma, va onestamente riconosciuta e apprezzata: l’analisi del declino italiano.

«L’Italia è un Paese le cui energie sono da troppo tempo represse e soffocate da ideologie di tutti i tipi e dalla mancanza di meritocrazia e pari opportunità. I problemi che hanno frenato il nostro sviluppo non derivano né dall’insufficiente presenza dello Stato, né dall’ingresso nella Moneta Unica, come invece sembrano pensare conservatori, sovranisti e populisti di ogni specie.
Negli Anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, sfruttando energia e voglia di fare di una generazione che si è impegnata lavorando per ricostruire un paese distrutto dalla guerra, siamo passati da essere un Paese essenzialmente agricolo a uno dei più importanti del mondo.
Poi, negli anni ‘70, abbiamo fallito la sfida successiva: quella di investire i dividendi di quella crescita impetuosa e di adottare riforme strutturali per mettere le basi di uno sviluppo duraturo, in un contesto internazionale profondamente mutato a causa delle crisi petrolifere e dell’instabilità monetaria. E allora siamo andati avanti con inflazione, svalutazione e debito pubblico. False soluzioni di breve periodo che mettevano sotto il tappeto i problemi strutturali che si accumulavano. Negli anni ‘90, l’ingresso nell’Unione Monetaria Europea ci ha impedito l’utilizzo di queste misure per “tirare a campare”, e allora la polvere è venuta fuori dal tappeto.
Così negli ultimi 30 anni la produttività totale dei fattori (la misura di “quanto bene funziona la nostra economia”) è rimasta sostanzialmente ferma, e così anche il reddito pro-capite e i salari reali. Le ragioni sono chiare: dapprima conservatorismi e poi i populismi (di destra e di sinistra) hanno impedito all’Italia di realizzare quelle riforme profonde che erano necessarie per rilanciare la crescita e sfruttare le opportunità della globalizzazione» (p.2).

Però la ricetta per uscirne fuori resta ingabbiata, come detto, in una specie di blairismo di seconda mano: non si ha il coraggio di dare un taglio netto all’assistenzialismo palla al piede dell’Italia. Quindi ci si balocca, come prova la parte dedicata al “Mezzogiorno” (parola usata sedici volte), con l’ Agenzia per la Coesione. Che, per dirla fuori dai denti, non andrebbe trasformata in Agenzia per lo Sviluppo, come si legge, ma cassata (p.6).

Sempre dal punto di vista economico va rilevata una contraddizione tra le giuste critiche alla dimensione microscopica delle imprese italiane e la necessità, condivisibile, di fare ricerca per crescere (p. 4). Ora, sono proprio le microdimensioni a penalizzare l’innovazione in laboratorio. Finanziare i “piccoli” perché facciano ricerca, significa semplicemente alimentare la fabbrica delle illusioni. Si può fare ricerca solo a livello di macroimprese, cioè, una piccola impresa o produce o fa ricerca, tertium non datur. Ovviamente, in un regime di socialismo  di stato la ricerca è opera dei poteri pubblici. Però, se le cose stanno così anche in Italia, lo si dica apertamente.

Quanto alle altre parti del programma, che tocca tutti i punti dolenti della situazione italiana – dalla riforma della magistratura alla riforma istituzionale, dalla questione immigrazione alla storia infinita dei rifiuti e del riciclo (il termine, di derivazione ecologista, “economia circolare”, è usato sette volte, “transizione ecologica” sei…) – si dicono cose di buon senso, condivisibili, spesso però in modo superficiale. Solo per ricordarne una: si propone “l’elezione diretta da parte dei cittadini del Presidente del Consiglio sul modello dei sindaci delle città più grandi” (pp. 52-53), il “Sindaco d’Italia”, però non si parla dei suoi poteri.

Infine, per venire alla politica estera, la parola Stati Uniti è pronunciata una sola volta. Né sono rintracciabili i termini “Alleanza”, “Comunità Atlantica”, “Atlantismo”. La parola NATO è usata una sola volta. “Europa”, quattordici volte, “Russia” mai, “gas russo”, tre volte. Il termine “Occidente” è fuori dai radar.

In conclusione un documento, non ideologico, non aggressivo, non manicheo o razzista. Si nota molto buon senso, però siamo fermi a Blair. Si tratta, senza offesa per nessuno, di un programma elettorale di seconda mano.

Fin qui l’analista. Quanto all’elettore, penso che mi turerò il naso, perché nel documento di liberale soprattutto dal punto di vista economico non vi è molto, e voterò Calenda e Renzi.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2022/08/18/Programma_Azione-ItaliaViva2022.pdf .

giovedì 18 agosto 2022

Letta e la sinistra manichea


 

Si può scrivere un programma politico simile a una dichiarazione di guerra? Parliamo del programma elettorale del Partito democratico guidato da Enrico Letta.

A dire il vero più che del programma in sé, quel che infastidisce è il piglio ultimativo e il tono antipatico, di chi, di solito, la sinistra o centrosinistra che sia, predica l’altruismo, la solidarietà, l’unione e l’armonia universale

Si legga qui.

«L’Italia e l’Europa sono a un bivio storico. L’esito di queste elezioni politiche determinerà quale futuro vogliamo costruire per il nostro Paese e gli equilibri politici del nostro continente. Il 25 settembre 2022, le elettrici e gli elettori dovranno scegliere tra due visioni del mondo diametralmente opposte.
Da una parte, la volontà di continuare il percorso che abbiamo faticosamente costruito per l’Italia in questi anni, fondato su stabilità, investimenti e riforme ambiziose. Dall’altra, l’egoismo di chi ha messo al primo posto gli interessi di partito e i calcoli elettorali facendo cadere il governo Draghi.
Da una parte l’aspirazione a costruire un modello di sviluppo inclusivo, che investe sulle reti di prossimità e di solidarietà, di accoglienza e inclusione, per generare benessere e ridurre le disuguaglianze. Dall’altra, il cinismo di chi cavalca paure e solitudini, aprendo costantemente nuove ferite nella nostra società.
Da una parte la determinazione di fare della lotta ai cambiamenti climatici un grande motore di rilancio del Paese, nella consapevolezza che il futuro del nostro pianeta, della nostra economia e del nostro benessere sociale sono indissolubilmente legati. Dall’altra, la miopia di chi, alla prova dei fatti, continua a scegliere sempre il nero dei combustibili fossili e ci condanna così al disastro.
Da una parte l’urgenza di riconoscere i troppi diritti ancora negati nel nostro Paese, perché i continui episodi di discriminazioni ci ricordano ogni giorno che non si è fatto ancora abbastanza. Dall’altra,l’ipocrisia di chi si ostina a ripetere che non è mai il momento giusto per i diritti.
Da una parte la realtà dell’Europa della solidarietà, l’Europa delle libertà e l’Europa di Next Generation EU. Dall’altra, la minaccia di chi quell’Europa la vuole debole, perché non ci ha mai creduto, ma così facendo rende debole anche l’Italia.
Da una parte o dall’altra, dunque. Un’alternativa secca che ci carica di responsabilità per l’oggi e, soprattutto, per il domani» (*).

Insomma, da una parte il bene, dall’altra il male. Neppure il programma della destra, o centrodestra che sia – il che è tutto dire – è così ideologicamente manicheo.

Per quale ragione? Perché la sinistra, certa sinistra, che non ha mai fatto i conti con la storia, ritiene di essere dalla parte del progresso, dell’umanità. Insomma di rappresentare i valori “giusti”: una sinistra chiavi-della-storia-in-mano.

Si noti in particolare l’espressione “tra due visioni del mondo diametralmente opposte”: quella della sinistra giusta e quella di tutti gli altri sbagliata.

Ora, che la destra italiana sia animata da nostalgie e simpatie nazionaliste e autoritarie è verissimo. Però, la sinistra che si presenta come il dio della luce che lotta contro il dio delle tenebre, non contribuisce a riportare il dibattito nei giusti binari della liberal-democrazia. La sinistra si dice tollerante, ma in realtà non lo è affatto.

Inoltre, cosa non secondaria, la sinistra, al di là dell’atteggiamento manicheo sui principi, finisce sempre per proporre de facto politiche di tipo assistenzialistico. Assai simili a quelle promosse dalla destra (**).

Diciamo che la differenza è nel fatto che la sinistra è inclusiva, perché è favorevole a estendere – semplificando – il welfare state anche ai migranti, mentre la destra, che è esclusiva (“Prima gli italiani”), resta assolutamente contraria. Tutto qui.

Rimane, ovviamente, la differenza, di fondo sulle grandi questioni etiche (di fine vita, matrimoni gay, antiproibizionismo eccetera). Che però – si noti l’astuzia – la stessa sinistra, piena zeppa di cattolici, non tira in ballo, quando parla di “visioni del mondo diametralmente opposte” per evitare divisioni interne. Ma si noti anche un’altra astuzia della sinistra: pur parlando, nelle dichiarazioni di principio, ripetiamo, di “visioni del mondo diametralmente opposte” , non si fa alcun accenno ai valori atlantici che invece una sinistra occidentalista dovrebbe condividere con il sole in fronte, senza paura di nascondersi dietro le perifrasi per accontentare gli alleati antimericani.

Il vero problema è che la sinistra di Letta non è migliore della destra di Meloni, Salvini, Berlusconi. Anzi, diciamo pure che è più pretenziosa, petulante, “scocciante” sapendo di esserlo. Può sembrare un dettaglio ma il programma del Pd consta di 34 pagine, quello delle destre ne enumera 17.

Che fare allora? Votare per il programma più corto? Magari fosse così semplice.

In realtà, a questo punto, andrebbero esaminati anche i programmi del Movimento 5 Stelle e di Italia Viva-Azione.

Il primo è già disponibile (***): si tratta di un vero e proprio delirio sotto il profilo dell’assistenzialismo (per la cronaca consta di 13 pagine). Del secondo si sa ancora poco. Di ufficiale non c’è ancora nulla: il che purtroppo non è un buon segno (****) .

Il suggerimento che possiamo dare ai lettori è quello di evitare i partiti, come quello Democratico (e alleati), che parlano esplicitamente “di visioni del mondo diametralmente opposte”, ma che poi dimenticano – quando si dice il caso – la tradizione atlantica. Come pure – si badi – non vanno votati i partiti razzisti ma altrettanto assistenzialisti come la sinistra, rappresentati in particolare dalle destre capitanate da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

Questo sul piano analitico, dell’analisi politologica delle dichiarazioni di principio. Anche perché i programmi si somigliano quasi tutti.

Sul  piano personale, come elettore liberale, aspettiamo il programma definitivo di Calenda e Renzi. Anche se la logica del turarsi il naso e votare il male minore non è proprio delle migliori. Anzi, quasi ci vergogniamo.

Carlo Gambescia

(*) Qui (pp. 4-5):https://d110erj175o600.cloudfront.net/wp-content/uploads/2022/08/16132511/PROGRAMMA_INSIEMEPERUNITALIADEMOCRATICAEPROGRESSISTA_130822-11.30.pdf
(**) Qui: https://d110erj175o600.cloudfront.net/wp-content/uploads/2022/08/16123859/programma-centrodestra.pdf .
(***) Qui: https://d110erj175o600.cloudfront.net/wp-content/uploads/2022/08/16124255/programmam5s_politiche2022.pdf .
(****) Qui: https://www.forzeitaliane.it/Programma-elettorale-Azione-Italia-Viva-proposte-Calenda-Renzi .

mercoledì 17 agosto 2022

Piero Angela, morte da filosofo

 


“Quark” da interessante programma di divulgazione scientifica negli anni si è trasformato in fenomeno collettivo, di costume: una cosa, sociologicamente parlando, a largo raggio.

La sua famosa sigla è tuttora sinonimo di sapere e conoscenza a livello di senso comune. Viene addirittura usata in programmi o film comici, per indicare il momento alto, giocando sul contrasto tra il serio e il faceto, di una scienza alla portata di tutti. Una cosa, così raccontano,  che divertiva  anche Piero Angela

Bravissimo giornalista che stimavamo, Piero Angela,  non è mai piaciuto ai fondamentalisti religiosi. Ateo o agnostico che fosse,  ha sempre visto nella scienza uno strumento di liberazione da superstizioni inibenti. Senza esagerazioni però. Con discrezione. Una scienza signorile per così dire.

Non schierato politicamente con nessun partito, Angela può essere ricondotto nell’alveo di un giornalismo liberale, tollerante, pronto a mettersi in gioco, senza però rinunciare al ferreo sillogismo scientifico della coerenza tra premesse e conclusioni. Alla base di ogni buon metodo scientifico.

Interessante, quanto ha dichiarato il figlio Alberto, durante la cerimonia laica di commiato, a proposito delle idee di vita e di morte professate dal padre, riprese, come egli riporta, da Leonardo Da Vinci: “Siccome una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire” (*).

Così amava ripetere Piero Angela, soprattutto negli ultimi tempi. Insomma, è morto da filosofo, come si diceva nel Settecento illuminato.

Ovviamente, è stato uomo di successo. E per suo merito.

Però vivere una “buona vita” significa anche essere in pace con se stessi, ad esempio, accettando laicamente, sempre dopo aver provato, i propri limiti. Gli esseri umani, spesso oltre a non mettersi alla prova per paura di fallire, si compiangono e quindi non vivono una buona vita, perché si autopromuovono, per consolarsi, a vittime della società, sempre colpevole e cattiva. Di qui la paura della morte, perché non si è speso bene il proprio tempo. Che perciò non basta mai…

Probabilmente, l’approccio di Piero Angela alla vita, al di là del programmi di successo, eccetera, resta il suo lascito più importante.

Una lezione, che viene da lontano, addirittura da Leonardo Da Vinci, di cui tutti dovrebbero far tesoro, in particolare i giovani.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/cronaca/news/2022-08-16/discorso-alberto-angela-funerale-padre-piero-angela-17765419/  .

 

martedì 16 agosto 2022

E lo chiamano impero

 


Un anno fa le ultime truppe americane, con la coda tra le gambe, si ritiravano da Kabul. Un anno dopo, di ferragosto, una delegazione di politici americani visita Taiwan scatenando l’ira della Cina che considera l’isola parte integrante del territorio nazionale. Inoltre, sempre in questi giorni, prosegue, nel silenzio mediatico assordante, lo stanco appoggio americano all’Ucraina.

Gli Stati Uniti, lo abbiamo scritto più volte, non hanno alcuna politica estera. Non sanno bene ciò che vogliono, fuggono e provocano, provocano e fuggono. Sono un “impero acefalo”.

Probabilmente perché i presidenti sono schiavi dei sondaggi d’opinione: interviste umorali alla gente comune che finiscono per dettare l’assurda linea politica del momento. Oltre, ovviamente, al ruolo giocato da ragioni storiche, più profonde, già ricordate in altri articoli (*) .

In questo ferragosto talebano, perché in Afghanistan la sorte delle persone, uomini e donne, è decisa da un ridicolo (ma non per i poveri afghani) Ministero della Promozione della virtù e della prevenzione del vizio, non si può non riflettere sullo strano destino di una grande potenza, incapace di comportarsi come tale. Anche perché dell’Europa, “grande” alleata degli Stati Uniti, è perfino inutile parlare. Si stocca il gas e si ragiona su come rendersi indipendenti dall’energia russa: il minimo sindacale sotto il profilo geopolitico.

Il punto è che i nemici dell’Occidente, Russia, Cina, Afghanistan (e fondamentalismo islamico), hanno le idee chiare su di noi: ci odiano perché rappresentiamo uno stile di vita e di cultura profondamente diverso. Per contro l’Occidente, sempre più confuso, con gli Stati Uniti come capofila, tentenna tra la condanna morale e la passività politica.

L’evocazione statunitense dei più alti valori, senza fare nulla per proteggerli, se non estemporanee visite di smarriti politici come a Taiwan che servono solo a esasperare la Cina, rinvia inevitabilmente a uno scenario di decadenza politica.

Che tristezza. Non si è disposti a fare la guerra però si stuzzica scioccamente il nemico, si lascia invece che l’Afghanistan sia governato da una teocrazia e si permette a Putin di perseverare nella sua aggressione all’Ucraina.

E lo chiamano impero.

Carlo Gambescia

(*) Ad esempio qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/stati-uniti-un-impero-acefalo/  .

domenica 14 agosto 2022

La fiamma che brucia

 


Giorgia Meloni che twitta di tutto e su tutto ha glissato sul gravissimo attentato subito da Salman Rushdie, opera come sembra di un estremista islamico. La Meloni si dichiara atlantista e dalla parte dell’Occidente, però, in questa occasione, ha rivelato il suo retroterra fondamentalista.

Rushdie non solo è odiato dagli estremisti islamici, come noto pende sulla sua testa da più di trent’anni una condanna a morte per aver semplicemente esercitato la sua libertà di scrittore. Ma è malvisto anche dalle destre radicali antioccidentali, che dai tempi di Hitler e Mussolini flirtano con il mondo arabo politicamente più acceso e con l’islamismo antisemita. Estremisti, soprattutto qui in Italia, che ancora  si entusiasmano leggendo i libri sull’arruolamento e addestramento nei Balcani da parte di Hitler dei reggimenti nazi-islamisti.

Pertanto, il silenzio di Giorgia Meloni su Rushdie viene da lontano. È frutto di una concezione politica filoaraba, al fondo antisionista e antisemita. Un atteggiamento che se posto davanti alla scelta politica tra Israele e Palestina, opta per i palestinesi, nascondendosi dietro la retorica della scia di sangue, tesi che sottende  la responsabilità di Israele.

Ma c’è dell’altro. E di più grave ancora. Non è vero come scrive “Il Foglio” che sia cosa secondaria il fatto che sul simbolo elettorale di Fratelli d’Italia spicchi la famigerata fiamma missina.

La cosa invece è grave per due ragioni.

La prima, perché il Movimento Sociale si richiamava al fascismo: una dittatura che ha portato l’Italia alla rovina: rovina vera, non quella dell’italiano “povero” che non può comprarsi il condizionatore.

La seconda, è che stando a  una vulgata, abbastanza condivisa dagli storici, la fiamma rinvia al sepolcro di Mussolini, dal quale sorgerebbe l’idea mussoliniana come segno di continuità tra il Ventennio e il Movimento sociale.

Insomma, come si può facilmente intuire, la fiamma, della quale Giorgia Meloni si ritiene orgogliosa, è un simbolo di tirannia e barbarie.

La stessa barbarie che ha condotto al gravissimo attentato subito da Salman Rushdie. Sicché, come si può intuire, il cerchio dell’antidemocrazia si chiude.

Purtroppo non finisce qui. La questione non è solo ideologica. Ma è anche pratica. Perché, stando ai sondaggi, Giorgia Meloni, ha buone possibilità di vincere.

Insomma, la fiamma rischia di bruciare l’Italia.

Carlo Gambescia