venerdì 16 agosto 2019

Controstoria della Seconda e Terza Repubblica
Il trend “manna dal cielo”




Esiste  un filo conduttore che attraversa la storia della Seconda Repubblica e che è alla base della Terza, quella populista, iniziata ufficialmente  con nascita del governo giallo-verde.  Un filo conduttore che può essere utile per  scrivere una specie di controstoria degli ultimi  venticinque  anni,  molto diversa da quella ufficiale:  "degli italiani buoni traditi dai partiti cattivi"...  Una storia iniziata con l'avvento al potere di Berlusconi nel 1994.  Antipolitico dalle promessi facili,  subito imitato da tutti gli altri, oppositori compresi.
Perché al fondo della questione  c'è l'ascesa dell’antipolitica, celebrata, giustificata, favorita  e  tradottasi, più concretamente, nell' odio diffuso dei cittadini verso i partiti politici.   Si potrebbe parlare di un autentico livore,  alimentato dalle sconsiderate campagne politico-mediatiche contro i partiti  che risalgono a Tangentopoli.
Ma è un odio giustificato?  Cerchiamo di capire, cosa c'è sotto.
Per usare una metafora  è  come se  gli italiani da venticinque anni continuassero a chiedere alla propria società di assicurazione -  l’Italia -   un risarcimento immaginario, puramente campato in aria.  Però, sono gli stessi assicuratori, - i politici  di volta in volta al governo -   ad ammettere che  il risarcimento è dovuto  e che si tratta solo di questione di tempo, perché l’importo verrà liquidato.  Ovviamente, poiché si tratta di una cifra folle,  che se erogata consentirebbe  agli italiani di vivere di rendita per il resto della vita,   i politici-assicuratori-liquidatori  non sanno dove trovare i soldi. E pur di guadagnare tempo blandiscono gli assicurati. Che, di conseguenza, sempre più convinti di essere dalla parte della ragione non demordono, e nell’attesa  - tanto è solo questione di tempo,  si dice -  si sono   seduti. E aspettano, a braccia conserte.
Fuor di metafora e semplificando:  la promessa  di tagliare le tasse  e aumentare  pensioni  e servizi sociali,  rappresenta il leitmotiv di tutti i governi dal 1994 a oggi.  Da ultimo, l’istituzione del Reddito di Cittadinanza  ha  sancito l’ingresso nella Terza Repubblica Populista: nel senso che l’antipolitica si è tramutata in assistenzialismo puro .   
Tuttavia  gli italiani continuano a protestare, perché il  "Governo del Popolo"  sembra aver fatto  poco. Risultato:  il Movimento Cinque Stelle, non potendo mantenere  tutte le impossibili  promesse  fatte, ha perso in un anno la metà dei voti.   Gli italiani si sono sentiti traditi  perché la manna  non è arrivata a domicilio.  
In venticinque anni  l’unico che abbia tentato di invertire  il  "trend   manna da cielo"   risponde  al  nome di  Mario Monti.  Durato poco più di un anno e subito retrocesso a nemico del popolo.
Monti, per tornare alla nostra metafora,  resta  l’unico amministratore delegato dell' "Italia  Assicurazioni" che abbia avuto il coraggio di dire chiaramente  agli assicurati la verità.  Quale?   Che il risarcimento per un danno immaginario  non può essere pagato.  
Monti, non era simpatico, però  era una persona seria. Non illudeva, non mentiva, non prometteva.   E di conseguenza, come poteva piacere agli italiani?  
Carlo Gambescia  
                                                        

giovedì 15 agosto 2019

Buon Ferragosto a tutti! (Sperando che sia l’ultimo con Salvini Vice Premier)


Certo,  sociologicamente  parlando,  non  è il massimo della neutralità affettiva,  ma esprimiamo un desiderio politico.  Ci piacerebbe molto  che questo fosse l’ultimo Ferragosto con Salvini  Vice Premier e Ministro. 
Il Giostraio Mancato, in appena  un anno di Governo,  ha  fatto più danni di Berlusconi, che almeno prometteva rivoluzioni liberali, mai avvenute.  Ma questa è un’altra storia.

E non si tratta dei  provvedimenti presi, trasformati in leggi.  Perché, piaccia  o meno, nei fatti,  ha governato solo Cinque Stelle. Ovviamente male.  Si pensi a una misura concreta come il Reddito di Cittadinanza.   Si chiama  politica economica,   sbagliata ma reale.   
Il danno peggiore  provocato  da Salvini   è di aver rianimato in molti italiani gli spiriti animali del razzismo.  Di aver radicalmente cambiato l' immaginario e l' agenda politica, ponendo al centro la questione degli immigrati come cosa di vita o di morte. Salvini  ha diviso  gli italiani in buoni e cattivi. Liquidando la sensibilità  verso gli stranieri come insensibilità verso  gli italiani.
Ripetiamo, per i duri di orecchio, la colpa peggiore del Giostraio Mancato  è di  aver  risvegliato  nella psiche collettiva degli italiani il virus dormiente del razzismo,  grazie a un potente meccanismo politico-mediatico, da lui corroborato a colpi di tweet.
Pertanto che Salvini  si  sia  infilato, probabilmente per delirio di onnipotenza,   in  una crisi politica che potrebbe defenestrarlo è una notizia bellissima.  Un magnifico  regalo di Ferragosto. 
Soprattutto perché, se la dinamica  politica,  come si legge,  spingesse a sinistra i pentastellati  nelle braccia del Partito democratico  e i leghisti  in quelle del  Centrodestra, il quadro politico potrebbe finalmente  ricomporsi lungo le linee dell’ asse destra-sinistra.  
Dal punto di vista dell'ottimo sistemico - cosa che non abbiamo letto da nessuna parte -  sarebbe  un ritorno alla quasi normalità.  Usiamo il termine quasi, perché sia nel Movimento Cinque Stelle sia nella Lega  il tasso di  populismo resta sempre  alto.  Però, se il populismo venisse  redistribuito, magari  riveduto e corretto, all’interno di alleanze  con forze “normali”, dotati di anticorpi democratici (liberali per ora è una parola grossa),  potrebbe diventare meno pericoloso. 
E comunque,  mai rovinoso  come quello espresso dal  governo giallo-verde in carica (si spera ancora per poco).  Un governo mostruoso, impresentabile,  che ha messo insieme il peggio del populismo di destra e di sinistra.
Certo il virus del razzismo ormai circola liberamente nella società  italiana e non sarà facile debellarlo.  E Salvini, una volta all’opposizione potrebbe, per così  dire, giocare al rialzo.   
Si tratta di un rischio da correre,  come quello di un   governo Pd-LeU-M5s, magari di legislatura, pro-spesa pubblica e pro-tasse. Purtroppo si tratta di scegliere il male minore.  
Quel che invece caldamente sconsigliamo, in particolare al Presidente Mattarella, sono le elezioni anticipate e le ammucchiate istituzionali che  farebbero comunque il gioco del Giostraio Mancato, sempre  pronto a presentarsi come vittima di fantomatici poteri forti.  
Buon  Ferragosto a tutti!   Massì pure a  Salvini…

Carlo Gambescia                   
                       

mercoledì 14 agosto 2019

Le morti  di Alda Mangini e Nadia Toffa
Come è cambiata l’Italia…


La morte di Nadia Toffa    può essere  l’ occasione  per ragionare su quanto sia cambiata l’Italia negli ultimi sessant’anni.  In peggio? In meglio? Giudichino i lettori.

Il 20 luglio del 1954 i giornali molto sobriamente informavano  della morte di Alda Mangini, quarant’anni,  cantante lirica, attrice di teatro, rivista, radio e cinema. Sugli schermi con Totò, Sofia Loren, Gabriele Ferzetti, Gina Lollobrigida.  Non ebbe tempo di rivedersi nell’ultimo film  girato, “La Romana", tratto da un racconto di Moravia. In altra  pellicola,  "La Provinciale", ricavata sempre da un'opera dello scrittore e diretta da Mario Soldati,  la Mangini  vestiva,  e magnificamente,  i panni di un' ambigua  e parassitaria contessa.   Lasciava il segno,  come si dice.  E fin dalla precisione dei gesti.             
Insomma, un volto conosciuto e apprezzato per la  bravura. Morì di cancro dopo aver subito, probabilmente  un inutile intervento. È sepolta al Verano di Roma
Come detto la sua morte scivolò via, silenziosamente  o quasi.  I giornali se la cavarono con  trafiletti, come il "Corriere della Sera" (sotto a destra),  o poco più come "La Stampa". Ma   senza una parola di troppo.  Le riviste specializzate come il "Radiocorriere" con qualche riga in più  (sopra a sinistra) (*). Tutto qui.


Il 14 agosto 2019,   i giornali  riferiscono  con titoli in prima pagina e ampi commenti della morte di Nadia Toffa,  quarant’anni, volto televisivo  conosciuto e apprezzato,  uccisa da cancro.  La malattia, subito divenuta  pubblica, anche per volontà della conduttrice de "Le iene",   è stata seguita mediaticamente, come un vero e proprio evento,  fin dall'insorgere. 
Cosa è cambiato in sessant’anni?  
Innanzitutto,  la tecnologia. Oggi, grazie alla Rete   tutti sanno di tutti, e tutti  possono parlare  di tutti, E a ruota libera.  Nel caso della Toffa, sui Social, sono volati persino  insulti tra  fans e haters.  Con gli  ultimi convinti che la Toffa speculasse sulla sua malattia.  

In secondo luogo, l’Italia del 1954 conosceva e apprezzava ancora la deferenza sociale. E la morte, soprattutto se per una grave  malattia, imponeva rispetto.  
In terzo luogo,  gli italiani lavoravano sodo:  c’era stata la guerra con i suoi lutti autentici,  e si voleva recuperare il tempo perduto,  guadagnare, mettere su  famiglia, figli, eccetera. "Farsi una posizione", come si diceva allora.  


Diciamo che  la morale borghese era molto più solida di oggi. La guerra fascista l’aveva sfidata, e ora gli italiani  nell’anno di grazia 1954 aspiravano a diventare tutti borghesi. Vendicandosi della stupidità populista dei fascisti.  Di qui  l’importanza di valori come il rispetto per agli altri, la laboriosità, il senso di  responsabilità.   Il miracolo economico  ebbe  dietro di sé un popolo  di formiche che desiderava elevarsi guardando ai modelli culturali  dell’antica e solida  borghesia.  

E l’Italia di oggi?  Stende la mano, insulta e odia.  Si criticano le élite, ma non ci si  guarda allo specchio.  Si vuole tutto e subito e con il minimo della fatica.  
Critiche facili le nostre? Da conservatori di Serie B.  A dire il vero,  le indagini sociologiche parlano di un popolo di cicale che non crede  più in nulla. Però pretende. E odia chi si trovi appena un gradino sopra. Quindi i   ricchi  e famosi sono addirittura visti come  nemici del popolo.

Alda Mangini e Nadia Toffa,  due Italie  lontanissime tra di loro. E per oggi la finiamo qui.    

Carlo Gambescia



(*) Per le fonti delle  foto  e dei ritagli di stampa si rinvia al sito:  http://www.tototruffa2002.it/biografie/mangini-alda.html   .  Che ringraziamo.

martedì 13 agosto 2019

Crisi di governo
Il fallimento del populismo




La questione è semplice: Salvini vuole le elezioni, perché sicuro o quasi di vincere,  tutti agli altri partiti, forse a eccezione di Fratelli d’Italia (forse…), le temono.  Chi ha da perdere in termini di voti nicchia, pone condizioni  o si dichiara contrario.  L’uscita di Renzi sull'ipotesi di governo istituzionale  (non si capisce ancora bene con chi però: con o senza i Cinque Stelle) è una  trovata per mettere con le spalle al muro  Zingaretti,  contrario alle elezioni  e favorevole non si capisce bene  a cosa… Una titubanza  che rivela  la debolezza politica dell’attuale leadership del Partito democratico. Renzi però, almeno un'idea fissa mostra di possederla: riprendesi il Pd,  cosa non proprio facile. Zingaretti invece naviga  a vista. 

Conte e Mattarella  (sebbene  il Quirinale per ora taccia) sono contrari alle elezioni anticipate, il primo perché si è innamorato del potere e sogna un Conte bis, pur che sia. Il secondo perché, da classico democristiano di sinistra, teme in via principale  la vittoria delle destre. 
Cosa ne uscirà fuori? Al momento  resta difficile fare previsioni. Tutte le opzioni sono possibili:  dalle elezioni anticipate  a governi  “istituzionali”  di tipo  “puro”, o  con slittamento  a sinistra oppure a destra (con “responsabili” in fuga da altra partiti).  Anche un governo Pd-LeU-M5S, quindi dai contorni politici precisi, con qualche tecnico imposto dal Quirinale,  non si può escludere del tutto.  Inoltre, Mattarella potrebbe optare per un  Governo del Presidente, presentato  come tecnico, magari richiamando Cottarelli, scelta  che piacerebbe all’Unione Europea. Governo  che però, ammesso e non concesso che trovi i voti, avrebbe vita grama.  Pero, secondo l'antica ottica democristiana, si potrebbe tirare a campare. 

Ovviamente questa confusione, si voti oppure no, andrà a influire sull’ economia e  i conti pubblici.   Lo spread  potrebbe  salire e i mercati innervosirsi di brutto. L'unica buona notizia, se così si può definire, è quella in prospettiva, molto in prospettiva,  di una ricomposizione sistemica dell'asse destra-sinistra. Detto altrimenti; ritorno all'ovile.  Cinque Stelle  potrebbe   flettere   a  sinistra e accontentare non pochi suoi elettori e deputati, e la Lega far rinascere il centrodestra. Per poi fare che, per ora è un' altra storia...    
Perché una cosa deve essere chiara  Quale?  Che  il  responsabile principale della crisi è il pastrocchio italiano,  favorito sconsideratamente da Mattarella,   di un governo populista incapace di governare, se non a colpi di muri  razzisti e  di spesa pubblica incontrollata. Un governo  che ha massacrato tutti i fondamentali economici.  Salvini e Di Maio,  che in questi giorni si azzuffano, sapevano fin dall’inizio che sarebbe finita così. Eppure... Viva l'Italia. Anzi "Prima gli italiani". Si è visto come.
E ora?  Salvini, chiede i "pieni poteri". Per fare che cosa? Costruire un muro al Brennero?  E Di Maio, da par suo, evoca i fantomatici successi della politica economica pentastellata. Ma quali successi? Gli unici ad aver trovato un lavoro in Italia, e per giunta a termine, sono i tremila navigator.
L’unica cosa certa di questa crisi è che il populismo al governo  non funziona. 
Naturalmente, della cosa, andrebbero avvisati gli italiani...

Carlo Gambescia

lunedì 12 agosto 2019

Salvini e Gere
La classe non è tutto...



Il botta e risposta tra Matteo Salvini   e  Richard Gere  non può passare inosservato, anche su queste pagine, perché si tratta di  due personaggi importanti:  Salvini  ora fa parte della  classifica di "Time" sulle cento persone più influenti al mondo, Gere è Gere, una stella di Hollywood.

Il lato curioso, stando almeno alle wiki-informazioni,   è che i due personaggi  hanno non poche  cose in comune. Anagrafe a parte,  Salvini è del 1973, Gere del 1949. L'attore  nel 1968 aveva diciannove anni.  
Però sia Salvini che Gere, provengono  da   famiglie borghesi, quasi fotocopia:  madri casalinghe, padri impiegati. Inoltre Salvini è nato  a Milano Gere a Filadelfia, quindi hanno vissuto non in città periferiche, ma in contesti urbani, civili e sviluppati.  
Tutti e due non hanno completato gli studi universitari. Divorziati con figli.  Salvini è  cattolico dalla nascita. Gere buddista dall’età di vent’anni.  Salvini a vent’anni  tentò con la televisione, partecipando a giochi a quiz. Quindi chissà…  
Gere, per contro a trent’anni, ancora prima dell’affermazione,  scoprì  la causa del Tibet e più in generale l’importanza  dell’impegno umanitario su scala mondiale. Per contro, l’umanitarismo di Salvini si ferma ai confini nazionali  
Ovviamente, grazie ai numerosi film di successo, Gere è ricchissimo, Salvini  gode invece di una agiatezza  che proviene dalla sua regolare  attività politica come dirigente della Lega, parlamentare europeo e italiano.

Nel botta e risposta,   Gere ha  sostenuto che Salvini appartiene alla schiera dei politici che dividono e creano a tale scopo capri espiatori. Salvini ha invitato l’attore americano a ospitare gli immigrati a casa sua. Gere ha posto un problema classico di filosofia politica, rivelando cultura e sensibilità, Salvini invece   non ha rinunciato alla battuta facile e triviale, mostrandosi incolto e insensibile.  Da una parte,  c’è un attore  che si espone  politicamente, dall’altra un politico che si espone a  una brutta figura.
Gere e Salvini, due borghesi di successo,   però con due destini politici diversi. L' uno di sinistra, l’altro di destra.   
Ciò  significa che l’appartenenza sociale, come invece sostengono  marxisti e materialisti sociali,  non determina la scelta politica. La classe non è tutto insomma. Però magari nel senso di stile... 

Carlo Gambescia                            

                            

domenica 11 agosto 2019

L’inganno populista
Il popolo di Mosca e Bibbiano




Quando finirà?  Che cosa? La demagogia populista  che impazza  per tutta  l’Italia,   favorendo la decerebrazione  del discorso pubblico e l’istupidimento collettivo.  Una commedia, di cui un giorno ( quando però?) ci vergogneremo, come per i titoli dei giornali nel Ventennio e dell' "Unità" negli anni Cinquanta e Sessanta.  Una commedia che però, al momento, procede a colpi di "Parlateci di Bibbiano" e "Parlateci di Mosca".  Esageriamo?   
Si prenda  ad  esempio la risposta  di  Luigi a Di Maio a Matteo Salvini: “ Sì al voto, ma prima tagliamo  deputati”.  Al di là, della furba  logica temporeggiatrice che c’è dietro la proposta ( non è cosa, referendum a parte, che si fa in due giorni, perché vanno ridisegnati  i collegi ),  quel  che  infastidisce è l'idea del taglio dei deputati  presentato come miracolosa sforbiciata alle spese.  Tipica logica populista, che però  avrebbe come effetto perverso,   un maggiore controllo dei deputati, ridotti di numero,  quindi  ancora  più tenuti in riga,  soprattutto nei partiti (come il Movimento Cinque Stelle)  dove la dialettica interna è pari a zero.  Altro che potere al popolo. Eppure  molti elettori entusiasti della misura "anti-casta"  battono le mani...
Altro esempio:  “L’Italia del Sì”, alla quale si appella Salvini. Sì a che cosa?  Al  taglio del cuneo fiscale, misura vecchiotta e tipica dei governi di centro-sinistra,  che però  viene addirittura presentata  come anticipazione di una flat tax, tra l’altro di per sé già snaturata e ridicolizzata.  Altro che “shock fiscale”, come declama per ogni dove Salvini, davanti a elettori entusiasti. Che applaudono.
Insieme Salvini e Di Maio  hanno preso  più voti di tutti gli altri.  Voti di gente che evidentemente si riconosce  nel  linguaggio populista.   Cioè si crede in nulla e si parla di niente.  Ecco il vero inganno populista. Si assiste a un dibattito surreale. Il che non significa che i toni non siano brutali e minacciosi. Il  trucidume retorico e comportamentale fa parte del pacchetto populista.   
L’economia cede e  l’isolamento internazionale  cresce. E che si fa?  Si discute animatamente   di fantomatiche misure politiche ed economiche  a favore del popolo. Che bue, come mai, si fa giulivo i selfie con Salvini e Di Maio.    
Quando finirà ? E come finirà?

Carlo Gambescia 

sabato 10 agosto 2019

Un poco di chiarezza sulla crisi
Salvini asso piglia tutto?




Pare  sia proprio crisi di governo. I piani di analisi per capire quello che potrebbe accadere  sono due: prescrittivo e descrittivo.
Sul piano prescrittivo  - di ciò che dovrebbe essere  -  si  tratta di una crisi al buio che  può produrre solo instabilità, l’esatto contrario di ciò che serve all’Italia. Quindi si doveva evitare.


Si dirà, che un governo che litiga un giorno sì uno no è comunque fonte di instabilità. Sì però è sempre meglio, dal punto di vista dei mercati, un governo litigioso a nessun  governo.  A dire il vero c’è una tesi, che chi scrive in parte condivide. Quale?  Quella  del minore governo possibile,  un atteggiamento che guarda con occhio benevolo ai vuoti politici. Purtroppo  l’Italia non è  l’Inghilterra Vittoriana:  non ha un Impero né un’economia in espansione.  Insomma,  un'economia capace di  marciare da sola.
Sul piano descrittivo  -  di ciò che è -  la responsabilità della crisi è tutta di Salvini, che ha  scelto abilmente una discriminante come quella Tav, che può  unire astutamente  la  parte modernista  dell’Italia, per poter così  prendere le distanze ufficialmente  dalle politiche  nemiche della modernità del movimento pentastellato,  e bersi pure i voti dei moderati finora renitenti. Un vero asso piglia tutto.
Salvini confida in una straordinaria vittoria elettorale, che i sondaggi già gli attribuiscono  (addirittura, senza ricorrere a nessuna alleanza né prima né dopo).  Per poter finalmente  agguantare e  gestire il timone di comando in splendida solitudine. L’unico modo per fermarlo, potrebbe essere o un governo tecnico, però impopolare, o un governo Pd-M5S, tuttavia  non ben visto  da renziani e dibattistiani ( e probabilmente da Casaleggio e Grillo). Pertanto non  vorremmo essere nei panni di Mattarella.
Salvini puntando su crisi e voto anticipato prova, contrariamente a quel che declama ogni giorno,  di fregarsene dell’Italia. Altro che politico responsabile, come  autodefinitosi  nel comizio di Sabaudia del 7 agosto... 
Salvini  pensa solo al potere e come gestirlo, ripetiamo,  in perfetta solitudine. Anche perché il suo controllo sulla Lega è ferreo. Dal  punto di vista di una scienza politica descrittiva,  siamo al cospetto del  Nuovo Principe, finora impeccabile nelle sue mosse.  Mentre dal  punto di vista prescrittivo  siamo davanti a un perfetto distruttore dell’ordine economico e politico liberal-democratico.  Su quest'ultimo punto  si rischia - lo ammettiamo -   di  scivolare su un terzo tipo di piano (prescrittivo-soggettivo). Per dirla con l’amico Carlo Pompei:  quello di  cosa auspicherebbe chi scrive.  Questione già  affrontata ieri (*).     

Gli  elettori  salviniani, al momento sembrano essere entusiasti delle mosse del "Capitano".  
Sotto questo aspetto i sondaggi dei prossimi giorni  - ai quali Salvini presta ascolto più di Berlusconi -  potrebbero influire sulla gestione della crisi:  se gli elettori leghisti mostrassero all’improvviso di non gradire, Salvini potrebbe fare un passo indietro, o avanti in caso contrario. Fermo restando che da buon Giostraio Mancato, quindi da uomo abituato al gioco d’azzardo, Salvini potrebbe anche tentare il tutto per tutto.  E provare a imporre a Mattarella (che non sembra favorevole) il voto anticipato.
Comunque sia, anche quella dei sondaggi  è democrazia… Peccato che i valori difesi e condivisi da Salvini e dai suoi elettori non abbiamo nulla a che vedere con la democrazia…

Carlo Gambescia

              




venerdì 9 agosto 2019

Governo giallo-verde sull’orlo della crisi
Modesti consigli 
in caso di elezioni


Se si dovesse votare  come individuare il partito più pericoloso per l’Italia?  Insomma,  come scegliere la parte da cui stare?  
La democrazia, quando  va al  voto,   si basa  su scelte secche, non lascia tempo per le sfumature. Anche se in  realtà   la scienza  politica spiega  che in Parlamento ( sia per riguardo a tutti gli elettori, sia per una logica di integrazione funzionale),  si registra sempre, quando le democrazie rappresentative sono sane,  un convergenza, sostanziale al centro.  Dal momento che  i conflitti sui valori, non interni alla democrazia liberale,  rischiano sempre di distruggerla,  spianando la strada  alle  dittature. Di qui, la necessità di tenere fuori dalle aule parlamentari i conflitti di tipo sistemico.  E per il bene di tutti.
Diciamo allora che il voto dovrà andare  al  partito capace di  incarnare  questa idea di democrazia (o che  comunque  vi si avvicini).  Di conseguenza  va subito escluso un partito parafascista come la Lega. Sullo stesso piano va posto Fratelli d’Italia, partito neofascista. Forza Italia non ha alcuna linea precisa, quindi  risulta politicamente inaffidabile.
Quanto a Cinque Stelle, come intuibile, siamo davanti a una forza populista che  potrebbe addirittura  subire  involuzioni di tipo sudamericano.  Si pensi alle tesi pauperiste di un personaggio folcloristico da Repubblica delle Banane come Di Battista, argomentazioni che purtroppo hanno un certo seguito nell’universo pentastellato. E non solo.
Restano infine il Partito democratico e lo sparuto gruppo politico composto da liberali e radicali che nella Bonino ha il referente politico-mediatico.  Il partito di Zingaretti ha indubbiamente credenziali democratiche, come del resto  il raggruppamento capeggiato dalla Bonino, credenziali  che le altre forze politiche neppure sognano. E soprattutto,  sono tutti  rigorosamente dalla parte della modernità. 

Pertanto il voto di coloro che vogliono evitare di consegnare definitivamente l’Italia a parafascisti,  neofascisti e populisti  deve andare,  anche se  obtorto collo,  al Partito democratico. E in seconda battuta al gruppo liberale-radicale, magari per ragioni ideali, per chiunque creda - ci si conceda la lacrimuccia  -  negli antichi valori di libertà che risalgono al Risorgimento italiano.   
Per quale ragione  obtorto collo ? Perché   la politica economica del Partito democratico non  può non lasciare perplessi per l’accento sulla spesa pubblica a gogò, come del resto per  la   politica fiscale che spesso rasenta la rapacità.  Altrettanto indigesta la sindrome ecologista.  Sono invece  apprezzabili  l’europeismo  e la politica   migratoria, soprattutto nell'eccellente “versione” Minniti. 
Sui diritti civili, vecchi e nuovi  -  parliamo sempre del Pd  - sarebbe invece interessante ridurre il ruolo dello stato e favorire una delegificazione, lasciando ai singoli la  libertà di organizzarsi secondo tendenze e credo. Purtroppo, su quest’ultimo punto, la “motorizzazione del diritto” è nel Dna di una formazione politica “rinata” dalle ceneri della Democrazia cristiana e del Partito  comunista.
Insomma, nessuno è perfetto. E del resto  questo passa il convento. 
Carlo Gambescia

P.S.  Preghiamo  gentilmente i commentatori di evitare il “tanto non andremo a votare”.  O peggio ancora  "sono tutti uguali"...  La nostra analisi,  crediamo  abbia valore a prescindere. Lettore avvisato, mezzo salvato.                                                 

giovedì 8 agosto 2019

Modernità sotto il treno 
La Tav e il culto del cargo



La  bocciatura della mozione anti-Tav (semplificando) di Cinque Stelle e l’approvazione dell’ammucchiata delle mozioni  pro-Tav (risemplificando)  indicano  solo una cosa: che in Italia sono trent’anni che si discute di niente. O se si preferisce, si contende fuori tempo massimo sulla natura piatta o meno della  Terra.

Il problemi   non sono  il governo che può cadere,  le  elezioni che potrebbero far vincere la destra incivile di Salvini e sodali,  i rapporti con  la Francia e con l’Europa. L’unico colossale problema, e da sempre, rimane l'incomprensione italica della modernità. All'italiano  tout court piacciono i gadget moderni, dagli audiovisivi alla chirurgia a distanza, ma rifiuta il collegamento tra mercato, scienza e tecnica, il fiore all’occhiello della modernità.  E soprattutto pretende che sia lo stato a regolare e regalare di tutto: una specie di dio che affanna e consola. 

Non dimentichiamo che l’Italia, prima di nicchiare per trent'anni sulla Tav,  abrogò le centrali nucleari via referendum. Insomma, a furor di popolo. Inoltre, negli anni Sessanta,  in pieno sviluppo capitalistico, cattolici e comunisti storcevano il naso, rimpiangevano il mondo contadino (i primi) e la presa del Palazzo d'Inverno ( i secondi) .  
In seguito, la propaganda pauperista riuscì  addirittura a dipingere l' eccellente modernizzazione degli anni Ottanta come un periodo buio. Del resto gli  italiani - naturalmente con la casa piena di gadget elettronici,   rimpiangono tuttora Berlinguer e Almirante per la visione austera dell’economia e della società. Dimenticando però che Berlinguer sognava Lenin e Almirante Mussolini.  Roba da pazzi.

Si dirà, però intanto  la Tav ieri  è passata…  Al tempo,  i No Tav,  coccolati  a cicli alterni da destra e sinistra,  sono sul piede di guerra. E nell' Italia  sovranista giallo-verde  la Tav con grande raffinatezza è  liquidata come un piacere che faremmo  a Macron. Capito?  Parlateci della Francia...  

E poi il vero nodo, ripetiamo, è rappresentato dall’arcaismo italiano, che ricorda il culto del cargo, delle tribù melanesiane: che, abituatesi a ricevere  aiuti via  cielo e via terra dagli occidentali, pur di proseguire a riceverli introdussero riti propiziatori, simili alla danza per la pioggia. Senza minimamente interrogarsi,  proprio  come   il popolo italiano degli smartphone,  su  come  fosse prodotta tutta quella ricchezza.
I melanesiani però non avevano gli strumenti per capire, gli italiani, sì.  E allora perché  continuano a danzare per far piovere? 


Carlo Gambescia                            

mercoledì 7 agosto 2019

Salvini e Prodi,
gemelli alla nascita



Destra e sinistra,  ossia  “Libero” e  “Repubblica”,  oggi titolano come se l’economia di mercato dipendesse, e disperatamente,  dalla permanenza di Salvini al governo:  “Imprese attaccate a Salvini” , "Tav, ultimo treno”.  Manco il Giostraio Mancato fosse Luigi Einaudi...

In realtà,  Salvini e  il libero mercato sono due strade  mai   incrociatesi.  Bisogna distinguere la retorica dai fatti.
La Tav, dimenticando alcune  passate uscite pseudo-ecologiste del leader leghista, è solo un’arma di ricatto  verso Cinque Stelle. Dietro non c’è alcuna motivazione economicamente universalista. Puro strumentalismo politico.
Sull’ economia, Salvini rispolvera il taglio del cuneo fiscale, pura misura post-keynesiana per sperare di  incidere  sugli investimenti e sui consumi. Ma a spese dello stato. Sulla promessa di finanziamenti a pioggia meglio stendere un velo pietoso.
Si dirà, storicamente parlando, che  l’imprenditoria italiana non  ha mai brillato per le aperture liberiste.  Sempre pronta a tendere la mano.  Le privatizzazioni bancarie ancora gridano vendetta.
Giusto. Per inciso,  su Alitalia, Salvini, dice più o meno le stesse cose dei Cinque Stelle:  Stato a gogò.

Di conseguenza, se dovesse cadere il governo,  da  un monocolore leghista, post-elezioni vittoriose, inutile sperare in un' apertura  al libero mercato.
Salvini, per capirsi,  economicamente parlando,  è una specie di Prodi -  altro fissato con il cuneo fiscale e gli stimoli all’economia -  con meno studi, che rutta in pubblico e che odia gli immigrati.   E che invece di commuoversi per Giuseppe Dossetti, si commuove per Benito Mussolini.
Un Prodi in camicia nera,  seduto a scuola  all’ultimo banco.
Certo, tra La Pira e Mussolini c’è un bella differenza dal punto di vista politico. Ma da quello economico, no. 
Prodi e Salvini, come La Pira e Mussolini,  sono tutti  nemici del libero mercato.  Insomma,  tutti costruttivisti,  per dirla con il professor Hayek.



Carlo Gambescia


martedì 6 agosto 2019

La Tangenziale Est (di Roma) e i suoi nemici




Sono iniziati ieri i lavori per l’abbattimento del tratto della Tangenziale Est  che passa sopra la Stazione Tiburtina. In sé, al di là delle conseguenze sulla circolazione locale, nulla toglie nulla aggiunge agli automobilisti diretti a San Giovanni, che potranno bypassare la zona dei lavori,  grazie alla galleria costruita nel  2000.   Costo: 7 milioni e seicentomila euro per 500 metri. Prezzo al metro: 15 mila e duecento euro. 

Per ora, insomma,  quel gioiello di ingegneristica,  parte di un anello interno autostradale romano  non ancora del tutto terminato,  resta in piedi.  
Il che però  la dice  lunga sulla componente antimoderna della politica italiana, anche in chiave locale.   Tav, Tap, non sono che le punte di iceberg  di un’Italia che  non ha mai accettato il lato faustiano della modernità.  Del resto l’abbattimento, tra squilli tromba, giocolieri e saltimbanchi,  di un  capolavoro architettonico come il  Ponte Morandi  non è che l’ultima prova dell’esistenza del dio collettivo del misoneismo,  del padreterno  dell’avversione per il  progresso.

Un dio che influisce anche tra gli  (apparentemente) insospettabili. 
La “Sindaca” Raggi, maestrina grillina del catechismo ecologista, ieri si è fatta ritrarre tutta contenta  con il piccone in mano …  Va però ricordato che fu il modernizzante (evidentemente a parole)  Veltroni a far approvare l’idea, seppure parziale, dell’abbattimento, della Tangenziale Est. All’epoca  promossa a gran voce da alcuni gruppi di scalmanati dei centri sociali e dai non pochi analfabeti cognitivi dei comitati di quartiere. E in nome di quale progetto alternativo? Trasformare la Tangenziale in parco pubblico.   
Di  questo  trade off  tra  rifiuto della  modernità e consenso elettorale,  i comunisti -  i nonni di  Veltroni -   ne sanno qualcosa.  Da  sempre in prima linea:  pronti  a bollare come neocapitalista, a partire dalla costruzione delle autostrade,   qualsiasi progetto di modernizzazione.  Salvo poi annuire  soddisfatti dinanzi  alle autostrade sovietiche.              
Come accennato,  l’abbattimento della Tangenziale Est, in sé,  si è ridotto a poca cosa.  Per ora.  


Carlo Gambescia                            

lunedì 5 agosto 2019

L’Italia in mutande di Salvini



Qual è la vera anima dell’Italia? Probabilmente, quella in mutande, incarnata  da Salvini dj in  costume  che balla al Papete di Milano Marittima, intonando l'Inno di Mameli,  tra  cubiste in bikini. 
Già sentiamo i suoi fans: " Parlateci di Capalbio".  
Capalbio sta come l'alta moda  agli abiti realizzati in serie.  Non è un fenomeno di massa.  Rileggere Ortega, dimenticare Lasch.  
Del resto non si scandalizza più nessuno. In città  i nonni girano in bermuda, i figli in shorts,  le nipotine, svestite  come cubiste, sono in fila davanti al giornalaio. 
La decenza non è più di moda da un pezzo.  Nessuno rende conto a nessuno. A partire da se stessi.  E poi di  cosa vergognarsi?  "Libertà è fare quello che cazzo mi pare…  Anche di  uscire  in mutande. Eppoi c'è l'effetto serra".
E Salvini con  i suoi modi indecenti e volgari  segue la corrente. Non anticipa, posticipa…  L’importante è che le spiagge, “anche quest’anno”  non vedano aggirarsi intorno agli ombrelloni “ i vu cumprà che rompono”. Testuale.
Ecco  il vero scandalo per l’Italia in mutande: “il negro” che vende collanine...
Negli Stati uniti  il suprematista bianco si arma, in Italia si spoglia. Un passo  avanti?  Dipende.

Carlo Gambescia


sabato 3 agosto 2019

Lega  e  ipotetiche “gambe liberali”
In Italia sarebbe dura persino per  Margaret Thatcher…





In questi giorni si è discusso  con alcuni amici circa la  possibilità di un’evoluzione liberale del Centrodestra,  in particolare della Lega.   C’è chi, come Corrado Ocone (nella foto a sinistra),   ha difeso l’ipotesi di costruire   “una gamba liberale”  interna  a  un  partito  dominato dal populista Salvini.   E, cosa più importante, tenuto in pugno senza grande fatica.  Di conseguenza,   non si capisce come  possa  riuscire   un’ operazione, per così dire,  "entrista"  o addirittura  di  "bonifica"  liberale.   Anche perché, ripeto, di  liberale, non solo nella Lega, ma  nei partiti di Centrodestra  non c'è proprio nulla.    
Esagero?   In realtà il  vero nodo   di ogni discussione  è rappresentato dalla minaccia  populista.  Che, purtroppo,  per ora costituisce, l’unico orizzonte politico condiviso da tutte le forze del Centrodestra. Dalla Lega, da Forza Italia, da Fratelli d’Italia. L’esatto contrario del liberalismo.  

Infatti, una scelta liberale non potrebbe non essere pro-Ue,  pro-mercato, pro-stato di diritto,  ovviamente con quel senso della misura  imposto dalla necessaria  captazione del voto moderato. Insomma, in una ipotetica alleanza,  il centro dovrebbe avere la meglio sulla destra. Ecco cosa significa “bonificare” in senso liberale il Centrodestra.
Tuttavia, che cosa indica  il fatto che la "gamba  liberale" debba  rivendicare, sul piano dei valori, il  mercato, l’Unione europea, lo stato di diritto? Valori in qualche misura pre-assuntivi, di fondo,  in linea  di principio comune patrimonio delle forze politiche?  Di destra come di sinistra?
Indica solo una cosa:  che  l’agenda politica è  ormai  dettata dal populismo. E quindi stravolta. Ovviamente,  mi concentrerò  solo sul Centrodestra. Della sinistra parlerò in altra occasione. 
Si pensi a  quel che sta accadendo all’interno di Forza Italia, divisa in fazioni, malamente tenute insieme da ciò che resta del carisma di Berlusconi, dove la linea politica, praticamente inesistente, consiste nel contendere  a Salvini  il copyright populista. Altro che liberalismo.  
Fratelli d’Italia si muove invece apertamente lungo le linee del populismo neofascista, rivendicando  il diritto di prelazione politica per ragioni "storiche". Sotto questo aspetto la lettura del  “Secolo d’Italia”, come del resto  del “Giornale” rimane  altamente indicativa. 
Quanto alla Lega,  oltre al fatto (negativo) di essere al governo con  Cinque Stelle (i populisti per eccellenza),  di liberale, al di là della furbo mantra  sulla flat tax,  mostra di avere ben poco. Su stato di diritto e Unione Europea dice cose di estrema destra. Sul mercato rivendica  posizioni schiettamente autarchiche.  Inutile   infierire sull’atteggiamento razzista verso gli immigrati,  ribadito ogni santo giorno da Salvini.
Esiste poi un’altra questione. Di fondo.  Antropologica. O meglio di antropologia sociale, che riguarda la costituzione politica degli italiani. Premetto che potrei essere accusato di determinismo. Decidano il lettori.
Vengo al punto. Alcuni giorni fa  ho ripescato su YouTube un filmetto senza pretese del 1959,  Tutti innamorati di Giuseppe Orlandini,  con Mastroianni, Ferzetti e altri attori all’epoca noti.  Nella pellicola spicca  un generale in pensione, interpretato da Ruggero Marchi,  il Commendator Fenoglio del “ Vedovo” ( nella foto sotto a destra), che vuole farsi eleggere nelle liste del partito monarchico. Però, da persona seria, da liberale all’antica, tipo Destra storica, risorgimentale, ai comizi non vuole ricorrere a  facili promesse. E perciò difende  i valori  di lavoro, merito,  impegno, e sacrificio. Di conseguenza,  elettori e partito  lo scaricano. Viene trombato ancora prima dell'apertura delle urne...
Si dirà è solo  un film.  In realtà, la tragedia  antropologica del liberalismo italiano,  nella Prima Repubblica e in quelle dopo,  è rappresentata   dalla mancanza di elettori liberali, gente capace di apprezzare il rischio sempre  insito nella vera libertà. E, cosa ancora peggiore, dall’acquiescenza dei partiti maggioritari, in primis democristiani e comunisti,  verso ciò  che può essere definito il populismo prima del populismo. Detto altrimenti, l’assistenzialismo.
Concludendo, oggi come oggi,  in Italia potrebbe essere dura persino  per  un personaggio politico  del calibro di  Margaret  Thatcher.   Purtroppo,  per ora,  manca la materia prima:  l’elettore genuinamente liberale.  Di qui, l'impossibilità di "costruire gambe liberali"...  
Che fare allora?  1) Evitare di mescolarsi con Salvini e sodali. 2) Privilegiare, ovunque se necessario,  forze autenticamente  liberali, anche se minoritarie.  Voto di opinione, insomma.   In attesa che  gli italiani “crescano”. E, attenzione,  da soli. Per mezzo, se occorre, delle dure repliche della storia.  Attesa che perciò potrebbe essere lunga e  dolorosa.  3)  Nel frattempo, e fin quando possibile, esercitare il diritto di critica, senza fare sconti di nessun genere.   
Qualcuno potrebbe liquidare  quanto propongo come  una forma di razionalizzazione dell' impotenza politica. Probabilmente è così. Qual è però il contrario della razionalizzazione? L'irrazionalizzazione. E di una potenza politica che, per ora, non esiste.
Del resto come insegna Corrado Ocone,  non bisogna  partire sempre  "dalla considerazione seria e realistica delle forze in campo"? Per "lavorare col materiale esistente"?  Per "far passare nelle situazioni reali le proprie idee"? 
Al  momento, però,  quante divisioni hanno i liberali?   
Carlo Gambescia

                                                                     

venerdì 2 agosto 2019

Giorgia Meloni  e Luigi  Di Maio vogliono 
revocare  la cittadinanza a Sandro Gozi
Come ai tristi tempi dell’assassinio dei fratelli Rosselli




La vera natura della realtà italiana  è  tragicomica…   Cioè al tempo stesso si ride e si  piange. Come nella famosa  commedia all' italiana.  Si pensi a un film come  “Il Vedovo”  dove a un certo punto irrompe la morte. Ma anche al  “Sorpasso”. 
A cosa ci riferiamo? Alla tragicomica  proposta di ritiro della cittadinanza a  Sandro Gozi,   perché, si legge,  diventato responsabile per gli Affari europei del governo Macron.  Proposta  avanzata da Giorgia Meloni e Luigi Di Maio.
 Gozi e Macron

Ci si appella a una legge  sulla Cittadinaza del 1992 dove si legge che

[12.1] Il cittadino italiano perde la cittadinanza se, avendo accettato un impiego pubblico od una carica pubblica da uno Stato o ente pubblico estero o da un ente internazionale cui non partecipi l'Italia, ovvero prestando servizio militare per uno Stato estero, non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il Governo italiano può rivolgergli di abbandonare l'impiego, la carica o il servizio militare  (*)

Pertanto, in punta di diritto,  si dovrebbe però prima intimare ufficialmente a Gozzi di abbandonare l’ "impiego".   E per quale ragione il “Governo Italiano” dovrebbe obbligarlo a  tornare a casa?  La Francia è membro Ue come l’Italia, con tutto quel che consegue sul piano giuridico, eccetera, eccetera.
Carlo e Nello Rosselli

L’unica ragione che potrebbe essere evocata  è quella che la Francia ci è nemica.   Ma come è possibile, se sani di mente,  sostenere una tesi del genere?  O meglio,  la si può ritenere vera solo in nome di un  nazionalismo demenziale fuori luogo, fuori tempo, fuori tutto, che ingigantisce, come accade agli psicotici,  la normale dialettica esistenziale. In questo caso politica.  
Ecco il  lato ridicolo della vicenda.  Quanto a quello tragico, non si può nascondere che un linguaggio così truculento non si usava in Italia dai tempi del fascismo e in particolare dall’assassinio dei  fratelli Carlo e Nello  Rosselli (sotto il titolo la foto dei funerali parigini).  Uccisi nel giugno del 1937  da sicari fascisti al soldo dei servizi segreti italiani.  Due coraggiosi oppositori del regime,  dipinti dalla stampa fascista come traditori dell’Italia.
E qui si piange. Perché il rischio di finire fuori strada, come nel "Sorpasso", si fa sempre più reale.
L' Italia è messa veramente male. 

Carlo Gambescia



giovedì 1 agosto 2019

Il dilemma del realismo politico  
Meglio un uovo oggi o una gallina domani?


Ieri, grazie all’ interessante  articolo di Sofia Ventura sui liberali  immaginari  per Salvini, uscito su  “L’Espresso”, si è sviluppato  un confronto  tra  Corrado Ocone,  Alessandro Litta Modignani e chi scrive.  Parlo di confronto, perché, per ora, i diversi interlocutori si sono limitati  a esporre le  proprie posizioni (*).
Però, al di là della questione delle scelte politiche immediate, pur importante,  si sono delineate   due interessanti   forme di realismo politico.

Secondo  Corrado Ocone:

In verità, forse perché l’ho fatta da giovane per qualche mese, mi pongo di fronte alla politica in modo diverso. Non mi pongo il problema di quanto liberale sia la Lega, o Salvini, o il Pd, o chiunque altro. Parto dalla considerazione seria e realistica delle forze in campo. Bisogna lavorare col materiale esistente e cercare di far passare nelle situazioni reali le proprie idee. Penso che in Italia bisogna oggi prendere atto, per chi è di centrodestra, dell’egemonia conquistata sul campo da Salvini, lavorando affinché ci sia una gamba più liberale nella Lega o nel centrodestra inteso in senso generale.

Mentre per Alessandro Litta Modignani:

Devo dire a Corrado Ocone con amicizia, che assolutamente NON CONDIVIDO questo suo punto di vista. Quando si superano certe soglie, il dovere del liberale è di opporsi, quale che sia il prezzo da pagare. Dire "cerchiamo di rendere più liberale la Lega e Salvini" mi riesce intollerabile. Un modo facile per darsi buona coscienza a buon mercato e schierarsi dalla parte del vincitore. I veri liberali non stanno con Salvini e non ammirano Putin. Quelli semmai sono trasformisti, l'Italia ne è sempre stata piena. Come tipicamente Daniele Capezzone, infatti, abilissimo nell'essere liberale, radicale, pannelliano, gandhiano, berlusconiano, fittiano e ora pare meloniano. Eh no! No.

Per passare subito alle definizioni,  il realismo politico di  Ocone  è un realismo a  quo.   Il realismo politico di  Litta Modignani  è un realismo ad quem.  
La prima forma di realismo, a quo,  è immersa nel presente  e guarda alle conseguenze immediate;  la seconda, il realismo ad quem,  guarda al futuro e alle conseguenze di lunga durata. Il  realismo a quo  rinvia all’etica della responsabilità, quello ad quem all’etica dei principi, per dirla weberianamente. Il realismo  a quo guarda alle distribuzione quantitativa delle forze in campo,   il realismo ad quem alla distribuzione qualitativa.
Il che spiega quel  “bisogna lavorare col materiale esistente” evidenziato da  Ocone  (realismo a quo: quantitativo)   e per contro   quel  “dovere”  di non “superare” altrettanto realisticamente, “ certe soglie” sottolineato da Litta Modignani (realismo ad quem: qualitativo).

Per fare un esempio storico, e anche per tornare sul punto, i liberali, al netto delle successive resipiscenze,  davanti al fascismo si divisero:  alcuni ritennero che  non si poteva ignorare  il “materiale (fascista)  esistente”,  altri che  non si doveva  superare la “soglia” dello stato di diritto  (liberale).
Prevalse la tesi del realismo  a quo e Mussolini agguantò il potere.
Ovviamente Salvini (per ora) non è Mussolini, però il realismo di Ocone ricorda quello dei liberali a quo. Mentre quello di Litta Modignani le tesi dei liberali ad quem.                                                 
Va riconosciuto onestamente che il liberali realisti a quo, a differenza degli storici del fascismo, non sapevano assolutamente come sarebbe finita: dal momento che nell'atto cognitivo c'è sempre una componente predittiva, il  liberali a quo  "profetizzavano" alla breve.
Del resto, e per la stessa ragione,  il liberali realisti  ad quem, "profetizzavano" alla lunga, non immaginando, al momento,  che la storia avrebbe dato loro ragione.  Per dirla, parafrasando Machiavelli, rispetto all'incalzare degli eventi,  il realismo a quo è armato della logica di un  presente, che appare come vincente,  quello ad quem disarmato perché  dalla parte  dei  perdenti, di coloro che non assecondano la "naturale"  forza  delle cose.       
Ciò però significa che  esiste un  fattore che finisce per incidere, e pesantemente, su   ogni realismo a quo o ad quem.  Quale? Quello degli effetti inintenzionali delle azioni sociali e politiche. Effetti che possono essere positivi o negativi, indipendentemente dagli scopi prefissati dai singoli attori.  Si vuole il bene si ottiene il male, si vuole il male si ottiene il bene.  E non è neppure detto che sia così: perché talvolta   il bene consegue  il bene, talaltra  il male il male.  Il vero punto  della questione  è che domina l’imprevedibilità.
Che cosa voglio dire? L’imprevedibilità degli esiti delle  azioni umane  imporrebbe  di riflettere sulla natura del realismo politico. Quale può essere l'atteggiamento (e di conseguenza la prasseologia) del realista tout court,  dinanzi all’impossibilità  - semplificando -  di sapere come andrà a finire? Quali scelte operare?  Quelle  di un realismo a breve termine?  O a lungo termine?
Chiedendo scusa ai lettori per la pesante caduta di stile: meglio un uovo oggi o una gallina domani? Corrado Ocone è per l’uovo, Alessandro Litta Modignani per la gallina.  E Carlo Gambescia?  Per la gallina. 

Carlo Gambescia