venerdì 30 settembre 2022

La sindrome da bolletta e le annessioni russe

 


La Russia ha annesso con la forza militare le province strappate all’Ucraina e in Italia si discute di bollette. Per capirsi, come se davanti a Hitler, dopo lo smembramento della Cecoslovacchia, si fosse esclusivamente discusso delle conseguenze di Monaco sul costo della vita in Italia. A distanza di un anno Hitler avrebbe invaso la Polonia.

Il precedente è terribile, ma la gente comune non si rende conto che, come nel 1938, l’Occidente euro-americano ha accettato un “metodo”: quello dei fatti compiuti attraverso il ricorso alla forza. Tutto l’apparato (sanzioni economiche e finanziamenti militari) messo in piedi dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, non ha impedito alla Russia di impadronirsi con le armi di una bella fetta del territorio ucraino. Il che non esclude che  in futuro – un futuro molto prossimo – Mosca non possa usare lo stesso “metodo” con i paesi baltici.

Non ci si rende conto che le campagne di stampa europee, tra l’altro iniziate molto prima degli aumenti reali (il che è un poco sospetto, ma lasciamo stare), fanno il gioco della Russia. Perché, cosa confermata anche dai sondaggi, la maggioranza degli italiani cederebbe molto volentieri ai metodi “gentili” della Russia, pur di evitare aumenti in bolletta e continuare a fare i propri comodi all’insegna dell’antico “Franza o Spagna, eccetera”.

Per capirsi: ogni titolo sulle "bollette stratosferiche"  favorisce i progetti espansionistici russi.

Giorgia Meloni, futuro premier, parla di energia come questione epocale. Perfetto. Il che però implica tre possibilità: o costruzione di nuove centrali nucleari, per favorire l’indipendenza energetica, o la resa dinanzi alle pretese presenti e future di Mosca. Il prossimo venturo governo di destra, aprendosi anche a collaborazioni tecnologiche internazionali, in cinque anni, ne potrebbe costruire di centrali… Il programma della destra di governo deve imporsi un solo punto: indipendenza energetica via uso civile del nucleare… Continuare a chiacchierare di acquistare energia da questo o da quello oppure di utopiche transizioni ecologiche è ridicolo.

L’altra possibilità, la terza, è quella di fare la guerra. Guerra convenzionale, ovviamente: per tagliare corto e tornare alla prima casella di questo infernale gioco dell’oca. Cosa che invece l’Occidente euro-americano non vuole assolutamente fare. E neppure la destra che si dice filoatlantica.

Le chiacchiere, per semplificare, sul “ se usate voi le armi atomiche le usiamo anche noi” favoriscono solo la Russia, che, di fatto, sta conducendo una guerra convenzionale. Di questo si doveva e deve parlare. Non delle guerre stellari annunciate… Una guerra convenzionale alla quale si doveva già rispondere – alcuni mesi fa – con una guerra convenzionale di “liberazione” dell’Ucraina. Punto. Il giochino a chi usi per primo le armi atomiche fa guadagnare terreno solo ai russi. E cosa, più grave, inibisce, la già scarsa volontà euro-americana, a livello di gente comune, di fare una guerra convenzionale.

Invece si continua a perdere tempo, in balletti intorno all’uso dell’ arma nucleare e sul rincaro bollette (come in Italia): balletti che favoriscono sul campo i progetti espansionistici della Russia. Come comprovano le annessioni di oggi.

Ci si illude che la Russia si accontenti, come fu con Hitler, e che comunque alla lunga – altro volo pindarico – i russi rovesceranno Putin, per instaurare il modello Westminster. Una cosa veramente stupida. La costruzione della politica estera intorno ai propri pii desideri (beautiful thinking) è probabilmente l’errore più grave che una classe politica possa commettere. Si spera, insomma, che il nemico “capisca” e che, toccato dal dio democratico, sposi la nostra causa. Come se le tradizioni storiche e i vincoli culturali e ideologici non contassero nulla. Si tratta del principio della tabula rasa. Che viene esteso dalla pedagogia alla politica. Errore gravissimo.

Intanto, in attesa che i russi scelgano la democrazia liberale dell’alternanza, la paura delle bollette salate si amplifica. E come primo risultato, l’Italia rischia ora di ritrovarsi con un governo di criptofascisti e filorussi. E altri paesi europei potrebbero seguire.

Riassumendo: la Russia sta vincendo, mantiene l’iniziativa. Mentre l’Europa, in preda alla sindrome da energia, rischia di veder  cadere a uno a uno i suoi governi democratici. Questi i fatti. Il resto è fuffa, direttamente o indirettamente, filorussa.

Carlo Gambescia

giovedì 29 settembre 2022

Liz Truss e Stilicone

 


La crisi britannica sembra non interessare nessuno. Anzi quei pochi addirittura ne godono… In realtà, Liz Truss ricorda quei generali romani d’adozione, come Flavio Stilicone, che tentarono fino all’ultimo di tenere in piedi l’Impero romano d’occidente.

Il senso dell’inutilità di riforme liberali (tenere in piedi l’Impero), come attraverso l’eroico taglio delle aliquote più elevate per favorire il reinvestimento privato e rilanciare l’economia, con effetti di miglioramento dall’alto verso il basso (trickle down), è ben raffigurato dalla reazione del Fondo Monetario Internazionale. Che ha subito dichiarato che “pacchetti fiscali ampi e non mirati potrebbero aumentare le disuguaglianze in Gran Bretagna” (*). Ma quando mai una banca, perché questo è il FMI, si è preoccupata della crescita della disuguaglianza?

Il socialismo, ormai, è cosa da banchieri. Sicché, dopo le dichiarazioni del Fondo, poco rassicuranti, si è riscatenata la speculazione contro la sterlina. Speculazione “buona”, si dice, perché porterà a più miti consigli Stilicone-Truss. Certo, non sia mai, speculazione contro le disuguaglianze… Quindi dalla parte dei lavoratori. Pardon, dei meno fortunati.

È vero che il taglio britannico, al momento, è finanziato a debito. Nel senso che si fonda su una scommessa, su un rischio, legato a un cavallo – le imprese – che una volta portato all’acqua, potrebbe anche rifiutarsi di bere.

Però si tratta di una politica alternativa al mix (suicida) tasse elevate-spesa pubblica, che alimenta solo un’inflazione, che viene pseudocurata con la crescita dei tassi, crescita che però porterà inevitabilmente alla stagnazione produttiva, senza per questo favorire la deflazione. Si chiama anche stag-flazione. Un meccanismo infernale che condurrà alla paralisi progressiva dell’economia, non solo britannica. Però questa è la ricetta attuale del Fondo Monetario Internazionale, nel senso – e non è solo una battuta – di “Internazionale” dei lavoratori.

Come Stilicone, la Truss è destinata alla sconfitta e con lei le politiche economiche liberali: ciò che resta di un passato, ormai lontano, di grandezze irrecuperabili. Due soli nomi: Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

L’Occidente è malato grave di assistenzialismo, il Fondo Monetario Internazionale è più a sinistra del sindacato, i politici, pur di restare a galla, seguono la corrente. Il mondo postliberale, piano piano, anche per mimesi storica (si pensi alla strutturazione della Chiesa romana nel XIII secolo, sulla falsariga delle nascenti monarchie laiche), rischia di somigliare sempre più alla Russia di Putin e alla Cina di Xi Jinping.

Che tristezza. Comunque sia, onore a Stilicone-Truss, se cadrà, andrà giù con la spada sguainata.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/economia/news/2022-09-28/piano-emergenza-banca-inghilterra-per-salvare-sterlina-18244758/ .

mercoledì 28 settembre 2022

Anitifascismo buono e antifascismo cattivo

 


Va in onda su Rai3 un programma condotto da Marco Damilano, “Il cavallo e la torre”. Ieri si parlava di antifascismo. Al di là degli interlocutori, quel che ci ha colpito è il tentativo – per carità, per ora sottile, indiretto – di mettere sullo stesso piano – il lettore trattenga il respiro – Fratelli d’Italia, vincitore delle elezioni, e il regime fondamentalista iraniano. Iltrait d’union simbolico – attenzione – è rappresentato, plasticamente (si tratta pur sempre di televisione, immagini ed emozioni) dalle accattivanti note di “Bella ciao”, nella suggestiva esecuzione in video di una giovane iraniana.

Ora, se è vero che il dio, patria e famiglia di Giorgia Meloni, può apparire, rispetto a una visione liberale dei diritti individuali, una celebrazione di valori anti-individualistici, è altrettanto vero che tra l’Italia e l’Iran, culturalmente parlando, esiste un abisso.

E comunque sia, mettere sullo stesso piano una forza politica, comunque eletta in parlamento, quindi formalmente democratica e un regime dittatoriale, formalmente e sostanzialmente, repressivo, in nome dell’antifascismo, seppure in modo velato, non è corretto.

Inoltre, cosa ancora più grave, si rischia di tramutare l’antifascismo buono in una barzelletta, che può fare solo il gioco dei fascisti veri: di chi insomma rimpianga non tanto Mussolini e il regime fascista, quanto l’antiparlamentarismo, l’anticapitalismo, l’antiliberalismo del fascismo: quel mondo culturale che può essere definito della “tentazione fascista” (*). E tra i dirigenti e gli elettori di Fratelli d’Italia non sono pochi.

Qual è l’ antifascismo buono? Qual è l’antifascismo cattivo?

L’antifascismo buono è quello che distingue tra la modernità liberale e la modernità fascista, nazista e comunista.

Infatti, non si dimentichi mai che fascismo, nazismo e comunismo sono tre riposte al modello di sviluppo capitalistico. Propongono percorsi di sviluppo profondamente diversi, rappresentati però da un fattore comune, quello dell’eliminazione delle istituzioni liberali a tutti i livelli. Per contro, il fondamentalismo religioso, di tipo islamico rifiuta la modernità in quanto tale: quindi rifiuta liberalismo, fascismo, nazismo e comunismo. Il mondo si è fermato al tempo del profeta e dei suoi successori, per varie diramazioni. Sono cose che perciò vanno tenute in considerazione. E soprattutto fanno la differenza, come ora vedremo, tra totalitarismo modernizzante, e arcaismo fondamentalista.

È vero che fondamentalisti islamici e fascio-comunisti (semplificando) non disprezzano, soprattutto sotto il profilo militare, la modernità tecnologica, ma si tratta per i fondamentalisti di una scelta opportunistica, la Umma, la comunità ideale dei fedeli ne deve sempre restare fuori. Mentre per i fascio-comunisti le conquiste della modernità vanno messe al servizio, non dell’individuo ma della comunità reale, che può essere nazionale, razziale, pseudoproletaria.

Se proprio si deve usare la categoria di reazionario, si può asserire che il fondamentalista islamico è un reazionario tout court, mentre il fascio-comunista un modernista reazionario, un mix di reazione e modernità.

Ora, quando in nome dell’antifascismo si accomunano i due fenomeni (Meloni-Iran) si fa confusione tra le due impostazioni ideologiche, e soprattutto si assolve il comunismo, non tanto come regime di fatto, quanto come idea, sulla base delle intenzioni, si dice, ugualitarie. In pratica, si condannano, sparando nel mucchio, fondamentalismo, fascismo e nazismo. Si fa insomma dell’antifascismo dimezzato, sofistico, cattivo, perché si riconoscono al comunismo, rispetto al fascismo e al fondamentalismo islamico, buone intenzioni. Come se le vie dell’inferno, per dire una banalità, non fossero tutte lastricate, eccetera, eccetera.

Tornando al programma di ieri sera, si attribuisce a Giorgia Meloni un rifiuto totale della modernità che non le appartiene. Il dio, patria e famiglia, rimanda ai sussidiari fascisti non al Corano, o a una certa sua interpretazione.

Il che però non rende meno pericoloso Fratelli d’Italia, dal momento che il modernismo reazionario, si pensi solo al devastante ruolo del futurismo politico (tra l’altro tuttora difeso negli ambienti culturali di estrema destra), è ancora più pericoloso del reazionarismo tout court dei fondamentalisti islamici. Perché si ispira al clima della “tentazione fascista”, che opponeva al capitalismo e al comunismo una terza via, capace, ci si illudeva, di conciliare modernità e tradizione, sviluppo e gerarchia. Poi sappiamo tutti come è finita.

Per capirsi, se in Europa e in Italia, non si prende sul serio il modello culturale, politico ed economico iraniano, anzi lo si deride, molti cittadini, al contrario, credono tuttora possibile fuoriuscire dal capitalismo, fare a meno del parlamento, comprimere i diritti individuali.

Qui il vero problema, bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao…

Carlo Gambescia

(*) Qui un nostro articolo in argomento: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/sul-fascismo-immaginario/

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martedì 27 settembre 2022

Rambo 2. La vendetta

 


Certa destra giornalistica irride la sinistra sconfitta, e in modo pesante, con battute da bar sport. Si vedano ad esempio le aperture di “Libero” e del “Giornale” (rispettivamente: “Come rosicano” e “Belli Ciao”). Titolazione che non contribuisce alla diminuzione della tensione politica (*). Insomma, come al cinema, “Rambo 2. La vendetta”.

Si dirà che anche la sinistra, sempre pronta ad evocare i fantasmi del fascismo fa la sua parte. Che, insomma, provoca…

In realtà, la provenienza missina, quindi neofascista, di Fratelli d’Italia è rivendicata da Giorgia Meloni. Come dimenticare l’elogio della Fiamma? Certo si dirà che il giro politico è lungo e che ormai sono passati dal 25 luglio quasi ottant’anni. Quindi inezie. Però, stando alle cronache, sembra che il folclore neofascista da quelle parti colpisca sempre. Come pure, cosa ancora più grave, certo nazionalismo-autarchismo, che prima o poi – si pensi alle cosiddette  trattative sugli adempimenti legati al  Pnrr – tornerà a galla.

In realtà, cosa sfuggita anche alla sinistra, se c’è qualcosa che offende la liberal-democrazia, e fa riflettere sui limiti della democrazia elettorale, nonché su che tipo di classe politica andrà a governare, è rappresentato simbolicamente, dalla sconfitta milanese di Carlo Cottarelli, battuto da Daniela Santanchè. Ecco, la destra di Fratelli d’Italia, che parla tanto di meritocrazia, dovrebbe riflettere sul punto: un serio professore messo a tappeto da una passionaria populista.

Certo, dal punto di vista del populismo di sinistra, i professori sono nemici del popolo, quindi Cottarelli non andava candidato. Di conseguenza il Pd avrebbe fatto un grosso favore alla miliardaria Santanchè. Così, sostiene Pereira.

Piccolo inciso: una riflessione andrebbe fatta, anche sulla natura simbolica della vittoria di Isabella Rauti, cognome pesantissimo nella storia dell’estremismo di destra, su Emanuele Fiano, ebreo con un storia familiare che invece affonda le radici nella Shoah… Non aggiungiamo altro.

In realtà, crediamo che il livore accumulato dai postmissini (non solo giornalistico), da sempre maltrattati dalla sinistra per i trascorsi fascisti (che però non sono un’invenzione della sinistra), non favorisca il rasserenamento del clima politico. Insomma, il remake politico di Rambo 2 non aiuta.

Per ora, da Fratelli d’Italia, ufficialmente non trapela nulla. Ma alla prima esitazione del Quirinale e di Bruxelles, Giorgia Meloni e colonnelli, fascetta nera intorno alla testa e mitra spianato, torneranno a parlare di poteri forti, di complotti contro la destra, di politici ed economisti anti-italiani, eccetera, eccetera, in linea con l’antica retorica della “tentazione fascista”. Perché, come insegna Esopo, la natura dello scorpione è quella che è: deve pungere.

Vorremmo fare anche un’altra osservazione. La destra ha vinto, ma non ha stravinto, ad esempio al Senato, dove ha una maggioranza non risicata, ma comunque contendibile (115 senatori su 200 elettivi), soprattutto se i senatori di Forza Italia e della Lega, ovviamente tra i moderati, rifiutassero di seguire Fratelli d’Italia sulla strada di uno scontro, da molti osservatori ritenuto inevitabile, con l’Unione Europea.

Pertanto come si può capire, parlare di cinque anni di stabilità, come proclamano i vincitori, è prematuro. Fratelli d’Italia non ha né la preparazione, né la cultura liberal-democratica per governare. Ma neppure la sensibilità giusta, diciamo pure la magnanimità. Sotto sotto – i titoli di oggi, sono solo l’antipasto – vuole vendicarsi.

Se ci si passa la caduta di stile, prima o poi sbotterà. Insomma, come dicevamo, “Rambo 2. La vendetta”. Che potrà assumere forme soft (ad esempio, occupazione militare della Rai), o hard (ad esempio, lockdown delle libertà costituzionali in stile ungherese). Nei due casi però la sinistra e l’Europa non resteranno a guardare. Come pure chiunque si riconosca nei principi liberali.

Ripetiamo, altro che cinque anni di stabilità. A meno che Giorgia Meloni, che ora dichiara ai quattro venti di essere conservatrice, non si tramuti, in una riproduzione, sebbene in scala, di Margaret Thatcher.

Chi crede  ai miracoli si accomodi pure…

Carlo Gambescia

(*) Qui la rassegna delle prime pagine: https://www.giornalone.it/

lunedì 26 settembre 2022

Quanto potrà durare un governo Meloni?

 


La domanda che un bravo analista dovrebbe porsi questa mattina è quanto potrà durare un governo a guida Giorgia Meloni. Ovviamente diamo per scontati incarico e rapida formazione, senza intoppi, insomma.

Dicevamo quanto potrà durare. Dipende. Da che cosa? Dal suo non essere troppo di destra. Perché sé Giorgia Meloni , con Fratelli d’Italia, componente maggioritaria, punterà sull’attuazione programmatica del dio, patria e famiglia, al centro dei suoi proclami politici, cancellando diritti e attaccando l’Ue e gli Stati Uniti, il governo non potrà durare molto. Perché avrà subito contro l’opinione politica dell’Occidente liberale e riformista. Per capirsi, si andrebbe a velocità folle verso un altro caso Orbán, senza però disporre della stessa maggioranza compatta del leader ungherese.

In altri termini, l’Italia rischierebbe l’isolamento internazionale. Inoltre un governo isolazionista, come prima reazione, può provocare l’uscita di scena delle componenti moderate dell’alleanza, comunque esistenti in Forza Italia e nella Lega (ovviamente non parliamo dei salviniani…). E sebbene stentatamente, forse anche in Fratelli d’Italia. Quindi crisi di governo.

Anche perché, ammessa e non concessa, una vittoria eclatante all’uninominale, Fratelli d’Italia, come partito, non avrà comunque i numeri in parlamento per governare in solitudine. Di qui l’importanza degli alleati. E soprattutto la necessità – diremmo – di non inasprire i rapporti con le componenti moderate di una alleanza di governo che può comunque essere definita non di centro-destra ma di destra-centro. Come giustamente oggi rileva la stampa internazionale, che parla senza mezzi termini di vittoria dell’estrema destra. Fotografia politica che condividiamo.

In realtà, Forza Italia – se recuperasse, l’antico smalto liberale (per carità tenue…), come pure la Lega certo passato libertarismo, potrebbero insieme condizionare una possibile politica da destra pura e dura, che rappresenta la principale tentazione di una destra che non ha mai fatto conti con le sue radici neofasciste.

E qui viene il bello, anzi il brutto.

Come abbiamo più volte scritto (*), la vera questione della destra meloniana non è quella del folclore neofascista dei saluti romani, ma della “tentazione fascista” (per usare il termine introdotto dallo storico Kunnas). Cioè di una mentalità retrograda, sedimentata, nazionalista e autarchica, in tre parole: una mentalità antimoderna, anticapitalista e antiliberale che innerva la cultura di quel mondo, sempre pronta a riaffacciarsi.

Parliamo di un riflesso carnivoro (un caro amico parla addirittura di “danno biologico”) che porta l’estrema destra a schierarsi con gli invasori russi dell’Ucraina, giudicata serva dell’Occidente; a condividere le più bislacche teorie economiche, purché anticapitaliste; a propugnare il cesarismo presidenzialista, perché antiparlamentare e antiliberale; a battersi contro l’Unione Europea in nome o di un nazionalismo da museo archeologico, o di un eurasismo che va a saldarsi con le simpatie filorusse; a detestare ogni forma di diversità linguistica, etnica, morale, in difesa, come dicevamo, di una religione cattolica, nella quale non credono più neppure i preti, e di un’idea di famiglia da sussidiario fascista con la madre “Angelo del Focolare”…

Riuscirà Giorgia Meloni a tenere a bada lo scorpione neofascista che inevitabilmente tenterà di pungere la rana Italia? Insomma a tenere il timone al centro, aprendosi alla cultura liberal-democratica, evitando le sirene della tentazione fascista?

Se riuscirà, il governo potrà durare, altrimenti si rischia una specie di quotidiana guerra civile culturale, sia verso l’esterno, come abbiamo già detto, sia sul piano interno, perché l’opposizione di sinistra, forte nei mass media e tuttora nel sindacato e nelle piazze, farà del suo meglio per inasprire le contraddizioni di Palazzo Chigi.

Purtroppo, la classe dirigente di Fratelli d’Italia è quello che è: priva di esperienza di governo e intralciata dal riflesso mentale criptofascista. Di conseguenza, se Giorgia Meloni, non mostrerà spiccate doti politiche ( di moderazione, mediazione, equilibrio), il governo di destra-centro potrebbe avere vita breve.

Se il lettore infine vuole un nostro parere personale. Non crediamo che Giorgia Meloni, per cultura politica, provenienza militante, carattere scontroso e vendicativo, sia all’altezza del ruolo. Però siamo sempre disposti a ricrederci.

Carlo Gambescia

(*) Qui una serie di nostri articoli in argomento: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/?s=tentazione++fascista .

domenica 25 settembre 2022

Sul tagliando antifrode

 


Questa mattina appena ho aperto gli occhi, ero ancora a letto, illuminazione: il tagliando antifrode.

Di che parlo? Di quella misura, racchiusa nella legge Rosato (novembre 2017, “Rosatellum”, dal relatore Ettore Rosato, ora presidente di Italia Viva…), che nel 2018 fece formare  lunghissime file davanti ai seggi.

In pratica si tratta e si trattava di questo:

«Ogni scheda è dotata di un apposito tagliando rimovibile, dotato di codice progressivo alfanumerico generato in serie, denominato “tagliando antifrode”, che è rimosso e conservato dagli uffici elettorali prima dell’inserimento della scheda nell’urna. Compiuta l’operazione di voto, l’elettore consegna al presidente la scheda chiusa e la matita. II presidente stacca il tagliando antifrode dalla scheda, controlla che il numero progressivo sia lo stesso annotato prima della consegna e, successivamente, pone la scheda senza tagliando nell’urna» (*).

Dicevo, illuminazione. Per quale ragione? Perché  non ricordavo… Può capitare.

Si rifletta, in questa società che celebra l’individualismo a parole, per poi punirlo nei fatti, l’elettore viene sacrificato, soprattutto simbolicamente e individualmente. Cosa c’è di più simbolico e di individuale – diciamo come momento alto del voto – del deporre da soli la scheda nell’urna: Ora, a causa di un meccanismo cervellotico, frutto della più pura scuola del sospetto (che è alla base delle peggiori forme di giustizialismo e populismo), anche questo momento simbolicamente altissimo, è venuto meno, anzi viene strappato all’elettore. Se ne occupa, semplificando, un burocrate che rappresenta l’autorità.

Si dirà sono dettagli. Basta controllare che il Presidente deponga la scheda nell’urna senza tagliando… Ecco la risposta gregaria della gente che comune che manda giù tutto.

Altro che individualismo… L’elettore, si deve tramutare nel controllore del controllore. Capito? Deporre nell’urna la scheda da solo è troppo… Serve il tutor… Sarebbe la cosa più semplice e invece si complica tutto. Per il nostro bene, ovviamente. Il cittadino deve collaborare con le autorità. E tutti zitti.

Ciò accade in un paese dove quando si prelevano più di duemila euro dal proprio conto per effettuare un pagamento si viene segnalati automaticamente all’Agenzia delle Entrate. Dal prossimo anno basterà superare i mille euro. Non si è padroni in casa propria. Ottimo esempio di libertà individuale (al cretino che dice di non avere neppure cento euro, rispondo che è il principio che conta). Ci dicono però che è per il nostro bene e che tracciando tutto si sconfigge la mafia e si batte l’evasione fiscale. Il Bau Bau dei bambini. E poi, il cittadino deve collaborare con le autorità. E tutti zitti.

Ciò accade in un paese che ha subito passivamente il lockdown antiepidemico, pardon antipandemico, e che ora si prepara a subirne uno energetico, al quale ne seguirà uno ecologico. Sempre per il nostro bene. Il cittadino deve collaborare con le autorità. E tutti zitti.

Perciò cosa si vuole che sia, lasciare al presidente di seggio il “compitino” di deporre la schede nell’urna? Una bazzecola…

In realtà, per quel che mi riguarda, vista anche la deludente campagna elettorale ( tutti promettono tutto a tutti), oggi non andrò a votare. Che vado a fare? Se nemmeno posso deporre la scheda nell’urna da solo?

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.interno.gov.it/it/notizie/elettori-seggi-documento-identita-e-tessera-elettorale .

sabato 24 settembre 2022

Domenica si vota. Arte politica e demagogia

 


Le campagne elettorali sono ormai il trionfo della demagogia, soprattutto nelle ultime ore, quando si ricorre sistematicamente alla politica delle pillole avvelenate contro l’avversario, per farsi intendere, senza tanti giri di parole, dal popolo sovrano.

Per capirsi. Se Enrico Letta alimenta la paura sul ritorno del fascismo da parata ai fori imperiali, Giorgia Meloni chiede il voto per abbattere un altrettanto fantomatico “sistema di potere della sinistra”. Tuttavia, al di là di questo teatrino elettorale, anche Pd e FdI, come tutti gli altri partiti, promettono più spesa pubblica. E quando diciamo tutti, diciamo proprio tutti i partiti.

Proviamo allora a fare qualche riflessione più generale.

Chi è colto, con studi, libri all’attivo, interesse scientifici, eccetera, almeno a prima vista, non può che essere contro la democrazia. Perché, rivolgendosi a tutti e chiedendo il voto a tutti, rischia di tramutare regolarmente la politica, che è cosa complessa e per pochi, nella caccia al voto. Come? Promettendo tutto a tutti. Si chiama demagogia.

Per dirla in altri termini, il problema della democrazia è quello di come ingraziarsi gli elettori; il problema della politica invece è quello di come prendere decisioni sgradite, senza che gli elettori se ne accorgano.

La politica, che per metà è scienza e per metà arte, reggendosi sulla relazione comando-obbedienza (cosa provata dalla scienza politica), consiste però nell’arte (quindi in qualcosa di cui solo pochi sono capaci) di far sì che la gente obbedisca, illudendosi di comandare. Nel tramutare, insomma, il potere politico in influenza sociale.

Ovviamente, in un sistema politico quanto più il tasso di demagogia è elevato, tanto più riesce difficile imporre l’obbedienza al comando.

La crisi delle democrazie contemporanee è proprio nel forte tasso di assistenzialismo e populismo che le caratterizza: in pratica l’obbedienza è comprata a colpi di spesa sociale. La politica si è ridotta a una battaglia sui bonus, sulle pensioni, eccetera.

Però indietro non si può tornare. Anche perché la sovranità di dio e di un sovrano assoluto, unto dal signore, al posto di quella del popolo, non cambierebbe di molto le cose. A decidere sarebbero sempre in pochi e a obbedire in molti. Con la differenza che all’interesse pubblico del popolo si sostituirebbe quello privato della dinastia che vede e provvede senza rendere conto a nessuno.

Che fare allora? Purtroppo la principale idea sgradita del nostro tempo, quella di ridurre il welfare statale per rilanciare l’economia privata, non può essere tradotta in pratica: tagliare la spesa pubblica e sociale significa perdere voti, e perdere voti, significa cedere il comando ad altri più bravi nel promettere, eccetera, eccetera.

Fin quando la spesa pubblica resterà uno strumento di conservazione del potere le campagne elettorali non perderanno il carattere demagogico che le caratterizza, come pure i governi, votati da elettori affamati di assistenza sociale.

Per uscire dal ciclo elettorale imperniato sulla spesa pubblica, si dovrebbe intervenire sulle sue fonti, privatizzando l’economia. Altra idea sgradita del nostro tempo.

Come si può intuire, la democrazia welfarista, basata sulla spesa pubblica e sociale ha una forza inarrestabile. Almeno fino a quando ci sarà crescita economica e prodotto interno lordo da redistribuire. Dopo di che sarà la crisi fiscale dello stato a giocare un ruolo determinante, come già accaduto, per fare un esempio classico, nel tardo Impero romano.

Come dicevamo, chiunque conosca la storia, non può che essere contro la democrazia. Però, e questo va riconosciuto, gli altri sistemi politici, non sono migliori. Inoltre la democrazia, così come si è sviluppata negli ultimi secoli, si differenzia da altri sistemi politici storici perché presenta due importanti innovazioni:  il liberalismo e l’economia di mercato. Si potrebbe perciò parlare di sistemi liberal-democratici. Il punto è che nel tempo, soprattutto nella seconda metà del Novecento, alla democrazia liberale si è sostituita la democrazia sociale. Di qui, il ciclo demagogico-elettorale-welfarista di cui abbiamo discusso.

Come uscirne? Ciò che manca è una classe politica, di artisti della politica, capace di far sì che la gente obbedisca, illudendosi di comandare. Per poter così aprire un varco alle riforme liberali, riforme che possono solo far bene alle nostre società.

Una classe politica, che sicuramente non uscirà dalle prossime elezioni. E forse neppure da quelle successive.

Carlo Gambescia

venerdì 23 settembre 2022

Ucraina. Guerra o fatti compiuti. Tertium non datur

 


Al di là delle chiacchiere e della retorica occidentale sui diritti sovrani del popolo ucraino, basta dare un’occhiata alla carta geografica, per capire che la Russia, pur non avendo raggiunto l’obiettivo massimo (scalzare il filo-occidentale Zelensky con la violenza e mettere al suo posto un leader filorusso), ha strappato all’Ucraina quasi tutto  il Sud-Est. Riducendo la sua apertura sui mari a un fazzoletto. E i referendum, dei prossimi giorni, sotto controllo militare russo, sanciranno, dando una parvenza di legalità, la vittoria di Mosca in questa fase.

Dal 28 settembre larga parte del Sud-Est ucraino sarà territorio russo. Ciò significa che

“ Mosca diventerà la nuova capitale federale di un territorio esteso per circa 113.000 chilometri quadrati, ossia più grande della Bulgaria, di Cuba o della Corea del Sud, con una popolazione attuale stimata da 5 a 6 milioni di persone. Tuttavia in futuro, nelle previsioni post-belliche, con i rifugiati scappati in Russia che farebbero ritorno alle loro case, la popolazione totale delle nuove regioni potrebbe crescere fino a 8 o 9 milioni di abitanti, una popolazione è più numerosa di Belgio, Bielorussia, Israele o Austria” (*).

Di conseguenza, dal punto vista formale qualsiasi attacco contro le regioni annesse verrà considerato da Mosca come un attacco contro il territorio russo: un’ invasione, in poche parole. Sotto questo aspetto lo stesso rifornimento di armi verso Kiev, peraltro mediocre, potrà essere ritenuto in qualsiasi momento da Mosca come un casus belli da far valere contro l’Occidente.

Che fare? Ieri scrivevamo della necessità di strappare l’iniziativa ai russi (**). Ma per farlo servono, se ci si passa l’espressione gli attributi. Inoltre la situazione è giunta a un punto tale che: o si va avanti, come scrivevamo ieri, sfidando la Russia, con la minaccia reale di un intervento militare per respingere le truppe di Mosca oltre i confini delle repubbliche filorusse annesse, sulle basi di una guerra convenzionale, che escluda da parte dell’Occidente l’uso di armi atomiche, lasciando ai russi la pesante responsabilità storica di usarle. Oppure si costringe l’Ucraina a cedere circa un sesto del suo territorio nazionale (113.000 chilometri quadrati 603.628 ) come pure la quinta parte della sua popolazione (9 milioni di abitanti su 43 milioni circa ), abbandonandola al suo amaro destino.

La strategia dell’Occidente, se si così si può chiamare, di logorare i russi dall’interno non ha alcuna possibilità di riuscita. Anche perché il rischio è che si logorino molto prima le nostre democrazie, soprattutto in Europa, assai più permeabili alle critiche pacifiste della pubblica opinione e all’indifferentismo pseudopacifista dei popoli europei in particolare, prontissimi a votare per chiunque prometta la difesa di una vita “in panciolle”.

I russi, sono invece abituati da secoli a stringere la cinghia e subire le decisioni: ieri zariste e comuniste oggi nazionaliste. In Italia, invece, il 26 settembre, si rischia di aprire gli occhi in un paese governato da una coalizione di governo che include un partito filorusso e un leader, di altro partito, amico personale di Putin.

Quando i popoli, sono viziati e sono, peraltro giustamente, liberi di votare, a differenza dei russi, tutto può accadere. Il voto italiano può fare da battistrada alla vittoria di altri partiti filorussi europei. Il logoramento economico è un pericolo per le democrazie, non per le autocrazie, tra l’altro dagli undici fusi orari come la Russia. O comunque sia, queste ultime non devono fare conti, almeno non subito, con gli elettori.

Insomma, o guerra (quantomeno come minaccia seria) o accettazione dei fatti compiuti. Tertium non datur.

Ciò che invece non si deve assolutamente fare è lasciare l’iniziativa i russi, permettendo loro di scaricare la responsabilità della guerra atomica sull’Occidente. Il massimo dell’impoliticità è rappresentato dalle dichiarazioni di Biden quando asserisce che risponderà all’uso delle armi atomiche, se i russi saranno i primi a a usarle.

Invece di ricondurre, dichiaratamente, il conflitto sul piano convenzionale, attaccando, o minacciando seriamente di farlo, sul terreno ucraino, Biden insegue a parole i russi sul terreno della guerra non convenzionale: che premia, sul campo convenzionale chi rischia di più, nel caso i russi. Come comprovano le nostre osservazioni  geografiche nell’incipit.

Il concetto che il lettore deve afferrare è il seguente: quanto più la guerra si prolunga tanto più la situazione economica si aggrava, quanto più la situazione economica peggiora tanto più diventa difficile gestire il consenso in Occidente.

Ieri, per contro, sono andate in onda le proteste di poche migliaia di persone contro la decisione di richiamare trecentomila riservisti, amplificate dai mass media occidentali, che in larga parte, imbevuti di pacifismo, difendono la tesi del logoramento di Mosca.

Una timida protesta, tra l’altro ben controllata da una polizia, che non è quella italiana, non è una sollevazione generale. Inoltre, i referendum di annessione sono presentati come un grande successo del regime. E in Russia l’accusa di essere antipatriottici è di una gravità assoluta. Inoltre, gli invalidi di guerra   le famiglie dei caduti godono di uno status sociale inclusivo. E finora si tratta di alcune decine di migliaia, in particolare volontari.

Certo, con un esercito formato in larga parte da richiamati, le cose potrebbero andare in modo diverso, ma solo se la Nato decidesse di schierare le sue truppe in una guerra dichiaratamente convenzionale di recupero dei confini nazionali dell’Ucraina.

Certo, schierarle significa rischiare la guerra atomica. Però si tratta di un rischio, quindi non è detto che i russi scelgano di usarle, assumendosi la gravissima responsabilità storica. E qui si torna, se ci si perdona di nuovo l’espressione, al problema degli attributi. Davanti all’intervento diretto della Nato le divisioni interne tra militari, come pure tra militari e dirigenza putiniana – quindi non sollevazioni popolari – potrebbero causare una rivoluzione di palazzo, facendo cadere i falchi. Come pure potrebbe avvenire il contrario. Il rischio c’è. Di qui l’importanza degli attributi.

Ricapitolando, o si minaccia, ma seriamente, di intervenire sul campo, o si cede ai fatti compiuti. Tertium non datur.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.fattieavvenimenti.it/il-sud-est-dellucraina-al-referendum-per-lannessione-alla-russia-un-territorio-piu-grande-della-bulgaria-e-piu-popoloso-dellaustria/ .

(**) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2022/09/la-russia-e-capace-di-pensare-la-guerra.html .

giovedì 22 settembre 2022

La Russia è capace di pensare la guerra, l’Occidente no

 


La Russia continua a mantenere l’iniziativa. Il discorso di Putin e le conseguenti misure varate, indicano che Mosca non vuole cedere l’ iniziativa, e non come alcuni sostengono, che invece voglia andare fino in fondo. Sono due cose diverse.

Purtroppo, l’Occidente euro-americano continua a non capire la necessità di strappare l’iniziativa dalle mani dei russi. Biden, in replica, ha parlato di violazione della carta dei principi dell’Onu, i principale esponenti dell’Ue hanno dichiarato di voler proseguire con le sanzioni e gli aiuti militari all’Ucraina. Quest’ultima, attraverso Zelensky, si è detta per la pace, ma disposta a combattere fino all’ultimo, per difendersi dall’aggressione russa. Ecco l’Ucraina, forse perché selvaggiamente aggredita, sembra capace di pensare la guerra… Sul punto torneremo più avanti.

Che cosa vuol dire strappare l’iniziativa dalle mani dei russi ?

In primo luogo, non temere le minacce nucleari di Putin, badando solo ai fatti, che dicono che la Russia sul campo sta cedendo, altrimenti non avrebbe mobilitato i riservisti. Pertanto se è vero che il pericolo dell’uso di armi nucleari esiste, non è detto che i russi siano realmente intenzionati a usarle. Certo c’è un rischio, che però non è detto si tramuti in realtà. Ecco la differenza tra il mantenimento dell’iniziativa e il voler andare fino in fondo.

In secondo luogo, l’Occidente – europei e americani – invece di dichiararsi pronto a usarle, subendo così il gioco al rialzo dei russi, dovrebbe esplicitare ufficialmente che non userà le armi atomiche per primo, né che invaderà il territorio russo. Ma che non esclude un intervento militare diretto per respingere ai confini dell’Ucraina le truppe russe. Se la Russia userà armi atomiche, anche tattiche, per respingere l’autodifesa militare dell’Occidente si assumerà la responsabilità storica, come Hitler, per fare l’esempio più vicino nel tempo, di avere scatenato una guerra atomica mondiale.

Una volta recuperata l’iniziativa – che non significa inviare truppe subito, ma solo minacciare di farlo – la parola potrebbe passare alla diplomazia. Il punto è che fino a quando Mosca condurrà il gioco ( e fanno parte di questo gioco il richiamo dei riservisti,  i referendum nelle repubbliche fantoccio e le continue minacce nucleari), intavolare trattative è perfettamente inutile. Sedersi al tavolo della pace, per così dire, con i russi, che ricattano l’Occidente, minacciando di usare le armi atomiche, alzando ogni volta l’asticella (nel senso, ad esempio, di decidere autonomamente cosa sia territorio russo e cosa non lo sia), ripetiamo, è perfettamente inutile. Serve solo a fare il gioco dei russi e umiliare l’ Occidente e l’Ucraina.

Ovviamente, per riprendere l’iniziativa, serve coraggio e accettazione del rischio che i russi siano sul serio intenzionati a usare armi atomiche. Le colombe occidentali – i cosiddetti filorussi, che non sono pochi e neppure sprovveduti (*) – sostengono che non si deve spingere la Russia nell’angolo, per evitare reazioni. Però, se non si rischia, il pericolo è quello di prolungare la guerra, contribuendo così al deterioramento della situazione economica, sociale e politica dell’Occidente. In altre parole all’ascesa dei pacifisti interni e dei partiti filorussi. Ad esempio, Italia rischia il 25 settembre di ritrovarsi con una coalizione di governo non proprio sfavorevole agli interessi politici e militari di Mosca.

Naturalmente per strappare l’iniziativa dalle mani dei russi occorre saper pensare la guerra, come dicevamo a proposito dell’Ucraina. Nel senso di accettare la guerra, laicamente, quando necessario, come continuazione della politica con altri mezzi. Di questo, al momento, l’Occidente, a partire dagli Stati Uniti, sembra totalmente incapace.

Declamare per ogni dove la propria nobile volontà di pace, non allontana il pericolo di una guerra atomica, nella quale prima o poi, se ora si lascia l’iniziativa ai russi, si precipiterà.

Naturalmente, esiste sempre un’altra soluzione, quella per dirla volgarmente, di calarsi le brache, cedere russi, e così fino alla successiva rivendicazione territoriale di Mosca.

In realtà Putin, a differenza di quanto si dice in Occidente, non è un pazzo, ma è un politico spietatamente capace di pensare la guerra. Non la teme insomma. E che per giunta ha capito benissimo che l’Occidente euro-americano è incapace di pensarla. E che quindi ha paura, una paura tremenda, di Mosca. Perciò sarà difficilissimo convincere Putin a parole, anche economiche, del contrario.

Pertanto quanto più l’Occidente si appella alla pace, tanto più la Russia può dormire sonni tranquilli. Il che non significa, come ripetuto più volte, che ciò allontani il pericolo della guerra atomica. La vigliaccheria, seppure nascosta dietro i grandi paroloni, aiuta solo l’appetito del nemico. Per vincere si deve rischiare. Ma per rischiare, come osserva un grande filosofo del Novecento, Franco Califano, “servono le palle”.

Carlo Gambescia

(*) Non si guardi alle “star televisive”, ma a tecnici e specialisti dietro le quinte, come esempio Gaiani e Bertolini: https://www.agi.it/estero/news/2022-05-10/ucraina-gaiani-putin-aveva-basi-per-guerra-preventiva-16678143/ ; https://www.agi.it/estero/news/2022-09-12/controffensiva-ucraina-kharkiv-russia-18046384 .