martedì 31 luglio 2018

Derive, la stampa di destra e il razzismo
Moncalieri burning?



Sopra un esempio dei titoli, chiaramente razzisti, di due giornali di destra, questa mattina in edicola.
Il vero punto non sono tanto  i fatti in sé (Moncalieri e Aprilia, assai diversi tra di loro, ma comunque gravi)  quanto  l’atteggiamento assolutorio-discriminatorio di certa stampa, che si definisce, di opinione.  Ciò che preoccupa è   la leggerezza con la quale  si attribuisce non si sa bene che cosa  a un complotto della sinistra,  pur di minimizzare  le  esplosioni di violenza contro  gli  immigrati, o comunque le  persone di colore.  
C’è un mito, quello degli “italiani brava gente”.  In realtà,  non siamo brava gente. O comunque non del tutto (1938, insegna). Qui però si rischia  di  favorire la  muta degli italiani in razzisti  dichiarati.  Inoltre il fatto di dare addosso,  per ragioni politiche alla sinistra ( che probabilmente, a sua volta esagera, con il cosiddetto “politicamente corretto”),   indica la totale irresponsabilità, da parte dei mass media di destra (si vedano anche certi giornaletti online...), che fingono di non capire che con titoli del genere si  rischia di "produrre" razzismo in quantità industriali. 
Fa male vedere la deriva  politica e sociale  in cui sta scivolando l’Italia. Si consiglia a tutti, pur trattandosi, dal punto di vista storico di situazioni differenti, di rivedere un vecchio film come "Mississippi  burning", basato su una vicenda vera.  Per quale ragione? Perché in quella pellicola  si mostra, diremmo in modo sociologicamente perfetto,  come il razzismo, alla radice,  si componga di una specie di miscela  tra pregiudizi ricevuti e spirito mimetico.  Una coltre sociale, molto pericolosa, dalla quale, per il singolo,  è difficile uscire, pena l’esclusione dalla comunità dei bianchi.  Pertanto -  ecco il succo - quanto più si minimizzano gli episodi di razzismo tanto più si contribuisce a creare e/o rafforzare quella coltre. 
Ciò  significa, che in un paese come l’Italia,  dove non abbiamo avuto le piantagioni di cotone ( e quindi ricadute storiche della tratta),   si rischia di creare  quasi dal nulla ("quasi", perché non vanno dimenticate le legge antisemite 1938)  una cultura razzista.  
Insomma, i  titoli come quelli ricordati, punta di iceberg, di una trasformazione collettiva,  indicano, purtroppo, che è in atto una specie di esperimento sociale, assai pericoloso.
Moncalieri burning?  
Carlo Gambescia
                          

lunedì 30 luglio 2018

Gli italiani si sono innamorati dei populisti
Il ritorno del Banner Man



Fonte: "Il Messaggero", 29/7/2018


Secondo un sondaggio Swg  il 51 per cento degli italiani giudica il populismo “positivo”. In pratica, crolla la percentuale di coloro che lo consideravano fino a due anni fa  come una forma di demagogia, percentuale che passa tra il 2016 e il 2018, dal  43 al  58 per cento.
Ora i sondaggi esprimono, se ci si passa il termine poco sociologico,  stati d’animo, quindi sentimenti fuggevoli, però un cambiamento è in atto, il fatto è indiscutibile.
Farà bene alla democrazia liberale italiana? Il populismo, così come si esprime nelle forze politiche che si definiscono tali, non solo in Italia, è un mix di risentimento sociale e  razzismo. Due atteggiamenti, per così dire, che  non aiutano la convivenza sistemica e intrasistemica. Tradotto: tra popoli diversi e all’interno dei popoli. Inoltre, cosa ancora più importante,  il mix risentimento sociale-razzismo rappresenta, storicamente parlando,   una componente  dei movimenti eversivi fascisti, nazisti e comunisti.
Nolte, da grande studioso dei totalitarismi, identificò nel comunismo  una forma di razzismo sociale (contro i borghesi), ricambiata, si far per dire,  nei fascismi, da forme più o meno di antisemitismo (con l'ebreo al posto del borghese, o anche un mix dei due).  Tutta la teoria politica populista si fonda sull’immagine del capro espiatorio, in genere, rappresentato dalle élite al potere,  viste come depositarie di privilegi, sociali, economici, culturali, politici, razziali.
Ora però,  l’aspetto scientificamente interessante (ma non solo)  è quello di individuare le caratteristiche di  un populismo dopo i fascismi. Ci spieghiamo.
Quanto può  pesare sul populismo il peso dell’eredità nazifascista (ma anche di certo nazionalcomunismo)?  Che significa  "pesare" innanzitutto?
Ad esempio, dichiararsi eredi diretti  del fascismo, al di là di un pugno di nostalgici, può essere politicamente  sbagliato. Quindi, come si può osservare , il populista non si definisce nazionalista (per evitare qualsiasi  collegamento con pericoloso retaggio culturale nazi-fascista), ma sovranista, nel senso dell’esercizio esclusivo  della sovranità, ovviamente del solo popolo italiano. 
La stessa critica alla democrazia rappresentativa e ai parlamenti  (altro cavallo di battaglia nazi-fascista)  è sostituita dall’elogio  della democrazia diretta,  in particolare quella  digitale, vista come innovativa,  più rapida  e  meno costosa.   
Il razzismo,  si presenta invece,   mascherato sotto  una specie di  nuova dottrina dell’interesse nazionale. Naturalmente, non   rinvia  a una classificazione tra razze superiori e inferiori,  bensì alla lotta contro un presunto stato di povertà, nel quale gli italiani avrebbero la precedenza.
Come si può  vedere, da questi  pochi punti, il populismo  nei riguardi del fascismo e del nazismo ha assunto un atteggiamento subdolo, non si dichiara tale, però si colloca, magari  usando terminologie più soft,  nella stessa scia. 
Allora? Diciamo però che il ritmo verbale, comunque violento, che ha precise ascendenze antiliberali (Sternhell e Holmes),  ma depurato da riferimenti diretti al nazifascismo (o al nazional-comunismo), spiega il successo che il populismo sta riscuotendo. Piace l'uomo forte: il banner man. C'è  il  testo di una vecchia canzone dei Blue Mink, che spiega bene il fenomeno, meglio di una lezione di sociologia.

So we waved our hands as we marched along
And the people smiled as we sang our song
And the world was saved as they listened to the band
And the Banner-Man held the banner high
He was ten feet tall and he touched the sky
And I wish that I could be a Banner-Man
Glory, glory, glory

Listen to the band
Sing the same old story
Ain't it something grand?
To be good as you can
Like a Banner-Man

(https://genius.com/Blue-mink-banner-man-lyrics )

Si tratta naturalmente di un grande inganno. Dal momento, che la stessa rabbia che personaggi come Salvini e Di Maio  rivolgono contro  le élite, un bel giorno, una volta impossessatisi dei meccanismi di controllo sociale, potrebbe essere rivolta  contro coloro che li hanno votati. 
La violenza (che non è legittima forza)  è una, la si può mascherare, rivolgendola contro il presunto nemico di turno, ma prima o poi, per abitudine e per conservare il potere, la si rivolge contro  chiunque osi mettere in dubbio il principio di autorità.
Oggi, di regola,  gonfiando i muscoli, si ride, al di là delle contraffazioni ideologiche dei populisti,  della debolezza della democrazia liberale.  In realtà, quello della debolezza  è un costume politico, che ha certamente dei limiti, ma impedisce,  ancora  prima  che con  la forza legittima (dunque,  comunque sia,  non con  la violenza sopraffattrice,  artatamente  tirata  in ballo piagnucolando dai  populisti),  impedisce, dicevamo, con la ragione, applicata ai costumi, la deriva nazi-fascista e più in generale, tutto ciò che si presenti  come potenzialmente totalitario.
Ecco la posta in gioco. Ecco il pericolo. Ecco ciò che si nasconde dietro il consenso degli italiani verso  il populismo:  il ritorno del Banner Man.
Non è ancora  l’ora più buia, ma potremmo esserci  vicini. 
Carlo Gambescia


Video - Blue Mink "The Banner Man" (1971)
                                                   

domenica 29 luglio 2018

Luigi Di Maio su Marcello Foa
Quelli con la schiena dritta…




Peggio la toppa del buco. Alle giustissime proteste dei partiti di opposizione contro  la  designazione di Marcello  Foa  alla presidenza Rai (ma anche l’altra nomina, quella  dell’ Ad, lascia a desiderare), come ha replicato quella cima di  Luigi Di Maio?  Che tra l'altro, a proposito delle due nomine ha parlato addirittura di "rivoluzione culturale"?   Ha risposto  così.

"Foa è un giornalista con la schiena dritta che ha sempre fatto il suo mestiere con grande onestà intellettuale e dimostrando totale indipendenza. Eppure oggi Pd e Forza Italia lo accusano di sovranismo. Ma di che parliamo? 'Sovranità' è una parola presente nell'articolo 1 della Costituzione. È una bella parola che sta tornando di moda anche grazie a persone come Foa". Lo scrive il vicepremier Luigi Di Maio, in un post su Facebook, parlando del nuovo presidente indicato della Rai. "Quelli del Pd - prosegue Di Maio - poi sono gli stessi che avevano messo a capo della Rai una del Bilderberg: Monica Maggioni, che è attualmente presidente della Trilateral italiana. E ora vogliono opporsi a un giornalista totalmente libero che è pronto a fare gli interessi esclusivi della Rai e degli italiani? Sarebbe clamoroso". 


Lasciamo perdere  la scemenza  del sovranismo (leggi invece nazionalismo, e di quello greve),  come "parola presente nell’articolo 1 della Costituzione" ,  dove però si legge  pure  che la sovranità, “si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.   Tra l’altro,  parlano proprio quelli che reputano il Parlamento inutile. Vabbè.
Quel che  è veramente  tragicomico è la difesa  di Foa,  complottista  di quelli tosti (chi ha tempo e voglia si faccia un giro  sulla Rete per scoprire gli  abiti ideologici del Presidente Rai designato*), con argomenti complottisti (la Bilderberg, la Trilateral), che non meritano neppure essere discussi. 
Questo il lato comico, anche perché, secondo Di Maio si tratterebbe di "rivoluzione culturale"... Quello  tragico è rappresentato dal fatto che un Vice Presidente del Consiglio si esprima, dinanzi agli italiani, ricorrendo a pseudo-argomentazioni da Bar Sport. Il lato grave è che il complottismo,  tema  prediletto da quelli che tirano a far tardi, sia entrato  in pompa magna  nell’agenda politica,  con il rischio, ormai più che evidente, visti i voti totalizzati  da Cinque Stelle e Lega, di moltiplicare, per dirla fuori dai denti,  i danni cerebrali  collettivi.
Piaccia o meno, i discorsi, campati per aria,   di Luigi Di Maio (largamente condivisi anche da Salvini,  il principale sponsor di Foa)  sono  da decerebrati.  Bugie politiche,  ripetute cento, mille, milioni di volte (anche questa storia,  l’abbiamo già sentita, purtroppo), nelle quali,  la  gente comune, che già di suo ama le scorciatoie cognitive,  finisce per credere.  E, quel che è peggio, per comportarsi di conseguenza. In primis,  quando si vota.  Danni che perciò potrebbero essere politicamente irreparabili.
Un’ultima cosa. Certo fatte le debite proporzioni. Però.   
A proposito di schiene dritte e di parole che  "tornano di moda".   Renzo De Felice,  nella sua biografia mussoliniana (volume secondo), mostra come i fascisti, una volta al governo, dopo la Marcia su Roma,  amavamo presentarsi, come quelli, con la “schiena dritta”, “gli uomini in piedi”,   “l’Italia di Vittorio Veneto”,    (espressione assai diffusa tra le camicie nere), e che Mussolini "nobilitò" presentandosi al Re, per ricevere l’incarico di formare il suo primo governo. 
Purtroppo,  ci vollero  più di vent’anni, per scoprire l’inganno.   E a che prezzo.
Cerchiamo di non commettere lo stesso errore. 


Carlo Gambescia   

(*)   Qui una sintesi del Foa-Pensiero:  https://www.vice.com/it/article/ywkb5g/marcello-foa-nuovo-presidente-della-rai    .                  

sabato 28 luglio 2018

Acea  
(o del  capitalismo del Cappelaio Matto)


Roma  è tappezzata di manifesti dove l’Acea, società partecipata al 51 per cento, semplificando,  dal  Comune di Roma, invita a consumare meno acqua,  perché bene prezioso. Auspice la "Sindaca" Virginia Raggi, ovviamente.
Ora,  in un paese di capitalismo normale, chi vende un qualsiasi bene, quindi anche l’  acqua, deve fare in modo che i consumi del  bene che vende  crescano, non diminuiscano. Altrimenti i profitti vanno a farsi friggere.
Di conseguenza,  invitare a consumare meno acqua è un comportamento degno del Cappellaio Matto. Non comprate i miei cappelli, perché poi finiscono,  tenevi quelli che avete... 
Chi sta sul mercato deve vendere. Si dice  però che l’acqua sia  un bene pubblico, alcuni catastrofisti ne evocano  addirittura l’ esaurimento,  quindi -  schnell, schnell! -  vanno ridotti i  consumi.
Questa filosofia è tipica della sinistra, in particolare quella con nostalgie comuniste, che  all’economia di mercato vuole sostituire l’economia di comando.   Quella delle file sovietiche, cubane, venezuelane per comprare mezzo etto di carne, una volta al mese…  E sapete per quale ragione  accade tutto ciò? Perché il "benicomunista"  (oggi lo chiamano così)  pretende di sapere quale sia il bene di ogni singolo cittadino. Il che spiega le  minacce,  i   controlli, i veti.   Si chiama anche costruttivismo. Altro nome, del totalitarismo.  
Pertanto l’approccio Acea, che per ora si limita a tappezzare Roma di occhiuti manifesti,  è  pre-totalitario.  E, soprattutto stupido,  perché  riducendosi il numero dei consumatori,  vanno a picco  i profitti, crollano gli investimenti in conto capitale, le rete idrica si invecchia,  salgono i costi di manutenzione, e così via.  
Diciamo,   decrescita infelice.  

Carlo Gambescia                       

      

venerdì 27 luglio 2018

Mai parlare male dei Social…
Un interessante confronto su Fb  con Ruggero D’Alessandro



In principio, era Fabio Macaluso…  Ci scusiamo per l’incipit biblico, ma in effetti il post di oggi, che spero interessante,  nasce da una notevole intervista  di Fabio   Macaluso, avvocato ed esperto di diritto d’autore e comunicazioni,  a Ruggero D’Alessandro,  sociologo e docente presso le Università dell’Insubria e della Sapienza (1).
Alla quale, ieri,  ho  subito replicato con il seguente commento,  apparso  sulla Pagina Fb di Macaluso:

Grazie Fabio Macaluso. Come sempre, molto interessante. I miei complimenti a Ruggero D’Alessandro. 
Vengo al punto. Il fuoco dell’intervista ruota intorno a un preciso meccanismo sociologico, che si può definire costante o regolarità metapolitica. In particolare, penso alla costante movimento-istituzione. O se si preferisce, “politologizzandola”, a quella potere costituente-potere costituito. 
Ruggero D’Alessandro, se ho capito bene, sembra essere dalla parte del movimento, soprattutto quando rivendica il ruolo dell’utopia, indicando tra l’altro una precisa linea di pensiero: Bakunin, Durruti e Spartachisti. Tuttavia, quando egli parla del discrimine tra destra e sinistra, citando giustamente Bobbio, rivendica il ruolo (a sinistra) della lotta contro le disuguaglianze. Il che implica, piaccia o meno, un apprezzamento del momento istituzionale, rispetto a quello movimentista. Ossia - attenzione - del potere costituito che interviene per eliminare quelle diseguaglianze evocate e stigmatizzate dal potere costituente.
Ora, poiché la sociologia e sette-ottomila anni di storia-storia insegnano che ogni movimento, ha davanti a sé tre strade (1.dissoluzione; 2.trasformazione in istituzione; 3. regressione a setta o altro micro-gruppo), rivendicare il ruolo dell’utopia, come fa D’Alessandro, quindi del solo momento, semplificando di nuovo, movimentista, costituente se si vuole, risulta riduttivo sul piano sociologico-analitico e pericoloso sotto quello storico-costruttivista. Insomma, l’utopia, per usare la terminologia poetica di autore sicuramente caro a D’Alessandro, ossia “il trasumanar”, anche nelle veste derivata e secondaria, di lotta alle diseguaglianze, chiama in causa, inevitabilmente, “l’organizzar”. E l’ “organizzar” rinvia ai processi di istituzionalizzazione e tutto ciò che ne segue in termini di stratificazione economica, sociale, politica e culturale. E questa è sociologia. Dopo di che: Hic sunt leones... 
È vero pure che nessun potere è eterno - nel senso però di potere-contenuto non di potere-forma - e che quindi è più che giustificato sperare, proporre, ideare, eccetera, eccetera, tuttavia, esistono delle regolarità o costanti, che rinviano al potere-forma (quindi qualcosa di indipendente dai contenuti storici e culturali), regolarità e costanti, dicevo, che si possono definire metapolitiche, di cui si deve tenere conto sia analiticamente che politicamente. 
Sempre che non si creda nel mitico concetto di “rivoluzione permanente” che però è fuori dalla portata della sociologia e della storia… E che per giunta, di riflesso, non si evochi la figura del credente politico capace di vivere in funzione di una qualche mistica rivoluzionaria, a sua volta, in grado di fondere, nell’incandescente fornace della rivoluzione permanente, il trasumanar con l’organizzar… O, peggio ancora, non si ritenga, sul piano personale, di essere a conoscenza del segreto stesso della storia. Del suo senso ultimo. E che quindi, prima o poi, si potrà vincere Campionato e Champions League. Dell’Umanità (con la maiuscola, naturalmente). 
Mi scuso con tutti per essermi dilungato.

Dopo di che  è  seguita l'elegante  controreplica di Ruggero D’Alessandro:

Caro professore, grazie dell'apprezzamento e del suo stimolante intervento a cui cerco di rispondere come merita (nel senso migliore, s'intende !). Mi soffermo velocemente sui punti per me più significativi. 1. La dialettica movimento/istituzione e' sicuramente una costante (inevitabile?) nella dialettica politica. La lotta alle diseguaglianze e' la priorità oggettiva e capace, forse, di scardinare poco a poco gli equilibri malati del tardo capitalismo globalizzato da ormai una 30ina d'anni. Lei sostiene che i due aspetti sarebbero in contrasto giacche' il movimento (se interpreto correttamente il suo pensiero) non può non rifarsi al sostegno dell'istituzione (Potere, con la P maiuscola come lo denota Foucault), finendo perciò con il far retrocedere il movimento stesso, se vuole lottare contro le diseguaglianze. 2. Io invece leggo una forte coerenza nei due aspetti, nel senso che il movimento, di massa, duttile, ispirato a un modello consiliare diffuso sul territorio, lotta contro le diseguaglianze nel momento stesso in cui lotta proprio CONTRO l'istituzione (anziché allearvisi, per poi finire risucchiata). Perché l'istituzione è influenzata mafiosescamente dalle lobbies del Capitale e della Finanza, collaborando istituzionalmente all'attivazione di nuove diseguaglianze e al mantenimento delle vecchie. Penso ad esempi fra '900 e 2000 che vanno dai due milioni di spagnoli che mantengono viva ed efficace la rivoluzione sociale anarchica nella Spagna fra 1935 e '38; oppure alle lotte portate avanti mondialmente dal World Social Forum (1999/2007) con il modello di assemblee di quartiere nella città brasiliana di Porto Alegre - con 100/200.000 cittadini che discutono e decidono su temi in genere istituzionalmente sottratti loro per essere decisi dai consigli di amministrazione/politica. Come alle lotte del 2010/12, fra Plaza del Sol a Madrid e "Occupy Wall Street". 3. Il pasoliniano doppio momento del <<trasumanar e organizzar>> non è assolutamente destinato a un inevitabile scontro foriero di contraddizioni, quindi di scacco matto finale. Marcuse ribatte nel '70 a un bel dibattito accanito con Popper evidenziando che la <<Storia non è un istituto di assicurazioni>> e sta agli uomini coscienti e organizzati prendere di petto l'intollerabile provando a scioglierlo nell'acido come merita. In Tal modo ribellandosi a ciclicità e costanti create dall'Uomo stesso. 4. Foucault dice più volte in lezioni e interviste che di fronte a qualsiasi Potere vi sarà sempre qualcuno che si opporrà. Aggiungo che il problema, ovviamente, sarà chi e quanti sono e come si organizzano e quali finalità hanno questi "qualcuno". Domande che decideranno dell'efficacia o del fallimento di tale orizzonte di lotte sociali. 5. Le costanti sociali, le regolarità di cui parla esistono senz'altro: ma lo spazio occupato finalmente da un'utopia concreta, con soggetti in carne e ossa significa, ripeto, mettere finalmente in questione tali regolarità che sono pur sempre altro da una costante K in fisica dei fluidi o in geometria riemaniana. Qui le scienze sono, per fortuna, umane. 6. La rivoluzione che si fa fine assoluto spiana la strada ai riti omicidiari, ai moderni "auto da fé" da Inquisizione rossa: stile Mosca 1935/38. Dio ne scampi e liberi! Milioni di persone hanno già dato (Conquest calcola in circa 27/28 milioni le vittime di purghe, persecuzione dei kulaki e i due piani quinquennali, Kolyma e vari gulag nella Russia di Stalin nel 1924/53). Sono io a essermi dilungato realmente ma il suo bell'intervento meritava che mi spremessi le arrugginite meningi. Un caro saluto e alla prossima chiacchierata "facebookiana".

Come si può osservare, si tratta di un confronto d’idee aperto, dai contenuti impegnativi.  Dove i "duellanti" danno prova di  un notevole sforzo cognitivo e argomentativo:  un confronto che non poteva assolutamente finire sepolto su Fb.
Come  posso rispondere  alle pertinenti critiche di  Ruggero D’Alessandro?
Nonostante tutto, continuo  a ritenere  che  ogni movimento, a prescindere dai contenuti storici  di cui si fa portatore, proprio per una socio-logica (definiamola così) di natura formale,  in primis organizzativa (quindi dipendente dalle abilità e dalla allocazione delle risorse interne e dai conseguenti conflitti, che implicano gerarchie sociali del valore ),  non può non trasformarsi in istituzione, pena la perdita di qualsiasi potere sociale. E dunque, come tale,  perire 
Pertanto, quanto più i conflitti sono duri,  come nel caso di specie  indicato da Ruggero D'Alessandro, quello della lotta alle diseguaglianze,  dove  sono in gioco risorse primarie materiali e simboliche, tanto più diviene (come dire?) naturale  il passaggio dal movimento all’istituzione.
Il problema è dove fermarsi.  Ossia quale e quanta sia l’incidenza dell’uomo in questi processi sociali e politici. Nessuno sembra saperlo con certezza. 
Io  ritengo che le istituzioni liberali della democrazia rappresentativa e della società di mercato,   espressione istituzionale  dei  grandi  movimenti sociali e politici  tra il Sette e  l’ Ottocento (ma si  potrebbe risalire fino alla Riforma protestante e alla Rivoluzione inglese), garantiscano quello che Pareto  chiamava  l’equilibrio sociale. Insomma, per farla breve:  dove fermarsi, per evitare che i conflitti  degenerino.  Pareto però era un conservatore.
D’Alessandro, come mostra la simpaticissima foto,  non lo è.  Quindi crede in altre forme di equilibrio sociale (insomma, dove, per lui, ci si debba  fermare…).   Però l'invito che gli rivolgo, molto modestamente,  è quello di   non dimenticare mai che quanto più la lotta si fa dura, tanto più si esce dalla mediazione liberale, e tanto più si corre il rischio di scivolare  in quell’ottica rivoluzionaria dove i bullet contano più dei ballot.  Perché  è vero che esiste (ed è anche moralmente giusto)  sempre chi si opporrà al potere,  il punto però è come. E soprattutto dove (fermarsi).  Qui nascono le preoccupazioni di  Popper e di  numerosi pensatori liberali intorno al destino della democrazia della rappresentanza. Che, non da oggi,   ha numerosi nemici, a destra come a sinistra.
La mediazione liberale, finora, storicamente parlando, ha mostrato di costituire, per quanto imperfetta, il migliore dei mondi possibili.   Oltre essa, e le sue istituzioni (parlamento e mercato)  nessuno sa cosa ci sia.   Perché,  “l’intollerabile”,  di cui  parla D'Alessandro, rimanda alla questione dell’equilibrio sociale, o meglio a  ciò che sia ritenuto, come  tale,  dal progressista o dal conservatore.  E la mediazione liberale, offre un punto d’incontro, procedurale, razionale,  tra gli uni e  gli altri. La democrazia diretta, ad esempio,  con il suo fondo emotivo, no.
Ovviamente, quest’ultimo punto di vista è inviso ai rivoluzionari, ai grandi semplificatori, che disdegnano, definendola un’inganno,  la democrazia liberale.  Per non parlare delle istituzioni di mercato giudicate  dagli stessi alla stregua dell' Anonima assassini.  Non credo  però sia questa la posizione di Ruggero D'Alessandro.  Anche se i suoi  riferimenti storici alle  forme di democrazia assembleare mi preoccupano:  in particolare il cenno  all’esperimento anarchico  nella Spagna della guerra civile: Durruti fucilava i gay e chi tentennava a uscire dalla trincea, proprio come il Caudillo). Però può essere un mio limite:  di liberale che crede nella democrazia rappresentativa,  nella società di mercato e nella composizione, per così dire amichevole, dei conflitti sociali.  Come può essere un altro mio limite, diciamo euristico - qui concordo con  D'Alessandro sulla differenza tra regolarità fisiche e sociali -  il confidare, forse troppo,  sulla “forma” delle relazioni metapolitiche piuttosto che sui “contenuti” storici.
Ma come, capitato a  Comte,  anch’io, nel mio piccolo,  rimasi  affascinato,  da giovane sociologo, dall’esempio storico del movimento-cristianesimo  trasformatosi in istituzione-chiesa, capace di durare,  rappresentando uno straordinario canale di mobilità e consenso sociale,   più di duemila anni. Altro che i movimenti di protesta di oggi.  Anche  Sorel, altro ateo, lo aveva capito.   
Certo, D'Alessandro  mi può rispondere che il comunismo, o qualcosa che vi si avvicini,  rappresenta un nuovo cristianesimo,  però secolarizzato,  e che quindi siamo solo agli inizi.   Benissimo.  Però, non sarà con la democrazia consiliare che il comunismo, diventerà  tale.  Forse agli inizi, come tra i primi cristiani che vivevano in  piccole comunità.  Del resto  anche i martiri  sono importanti (si pensi al destino di Gramsci, e ancora prima della Luxemburg, per non parlare dei semplici militanti). E lo sono per "inventare" una tradizione (la teoria di Hobsbawm deve valere per tutti...).  Poi  però, ingrossatesi le fila e agguantato il potere,   servono,  certo anche  le preghiere (il “trasumanar” dei  Majakovskij ),   ma soprattutto il  ferro e il fuoco (l’"organizzar" dei Lenin).  
Bando, insomma, alle ingenuità cognitive.  Il dato è sociologico:  il “destino metapolitico”  di ogni movimento è segnato,  trasformarsi in istituzione  o perire.    Il punto "umano" della questione,  come dicevamo,  è dove fermarsi.
Il liberalismo, piaccia o meno,  di fatto,  ha risposto.  Gli altri movimenti, inutile negarlo, hanno fallito. La stessa Chiesa, oggi  sembra sotto scacco.   Ovviamente, per molti,  la speranza è l'ultima a morire.   Ma la questione del dove  fermarsi,  permane. A ognuno di noi la libertà di scegliere. 

Carlo Gambescia 


       

giovedì 26 luglio 2018

Luigi Di Maio  tra Mimmo Mignano e Sergio Marchionne
Dov’è il nuovo che avanza?



Che Mimmo Mignano (il lettore si chiederà chi è costui…), non abbia  versato una lacrima per la morte  di Marchionne (1)  è  sociologicamente  spiegabile,   almeno per l’Italia,   terra dove c’è ancora nostalgia, come in Sudamerica,  per la lotta di classe dura e pura.  Diciamo che da noi esistono sacche sindacali che trovano ispirazione in un modello archeologico di relazioni industriali.  
Mignano, sindacalista di base, a sfondo operaista,  venne licenziato nel 2014,   come si legge in un  resoconto giornalistico fin troppo benevolo,  per aver inscenato  il funerale di Marchionne (2). In realtà,  Mignano  si presentò, con  quattro colleghi,   ai cancelli della Fiat di Pomigliano ostentando il manichino di Marchionne impiccato.  Inutile ricordare, la  natura minacciosa  di un gesto pubblico del genere,  in un’ Italia, dove il terrorismo, come il denaro di Wall Street, sembra  non dormire mai.

In seguito, nel giugno di quest’anno, Mignano, per protestare contro la sentenza definitiva della Cassazione, si è incatenato e ha tentato di darsi fuoco. E  indovinate davanti alla casa di chi?   Di Luigi Di  Maio, fresco Vice Presidente del Consiglio.  E qui viene il bello anzi il brutto. Di Maio, in veste ufficiale, si  è subito recato nell' ospedale,  dove  Mignano si trovava ricoverato più per  precauzione che per altro,   “per dirgli che lo stato c’è”… (3) . Questo l’antefatto.
Alcuni giorni fa, appena diffusasi la notizia delle gravi condizioni di salute di Marchionne,   Di Maio, sollecitato dai giornalisti,  ha  invece criticato la sinistra, soprattutto quella senza  un briciolo di pietà verso  il manager FCA (4).
Qual è il vero Di Maio?  Quello al  “capezzale” di Mignano? O quello che chiede "pietà" per Marchionne in fin di vita?
Qualcuno penserà  che esageriamo.  In fondo, ci sembra di sentirli,  si tratta, più semplicemente,  del classico comportamento  da  buon cristiano.   Mah...  Diciamo che il  fedele tipo (a parte Frate Mitra, che poi però stava dalla parte della polizia), tende a  condannare  chiunque inciti alla violenza: porgere l'altra guancia, eccetera, eccetera.  
Andare a dire che "lo stato c'è"  a un irrequieto operaista  come Mignano,  significa comunque  offrire una sponda politica  a chi   teorizza l'antistato, nonché, cosa più grave,   a tutto quello che ne può conseguire nei termini di un non impossibile  passaggio all'atto, non di Mignano, magari,  ma di altri pesci, per usare la vecchia  metafora,  che nuotano nella stessa acqua.    
Da questo punto  di vista,   l’atteggiamento  del Vice Presidente del Consiglio potrebbe essere rubricato  sotto quello  del classico politico, assopigliatutto: con lo stato e con l'antistato.  Un mezzo democristiano. Anzi un doroteo.  Però  potrebbe anche rinviare a quello del  "compagno di strada". Ricordate?  Né  con lo stato né con le Brigate Rosse...      
Se è così (o doroteo  o  compagno di strada)  in che cosa consiste la tanto decantata  “diversità” di Luigi Di  Maio e  più in generale del Movimento Cinque Stelle?    Dov’è il nuovo che avanza?  

Carlo Gambescia       

                   


mercoledì 25 luglio 2018

Salvini non vuole  “ l’ elemosina” UE...
 Nazionalismo da mendicanti



Si comincia sempre così.  Faremo da soli, tireremo diritto,  il ricatto delle Sanzioni e della Società delle Nazioni...  Musica vecchia.   Dopo di che però,  Mussolini  ci portò al macello, illudendosi - lui -  di condurre una guerra breve e vittoriosa "al risparmio". Insomma,  a spese di Hitler.  Che alla fine invece ci presentò il conto, salatissimo. Nazionalismo da mendicanti. Dimenticavamo, ora si chiama sovranismo. 
Ieri Salvini, con lo stesso piglio autoritario, che piace tanto (così pare) agli italiani,  ha definito "elemosina" una proposta razionale di aiuto economico e organizzativo (quindi non solo economico), tra l'altro da noi sollecitata, proposta  non diretta solo  all’Italia  ma a  tutti i paesi UE disposti - perché la sostanza della misura è questa - a implementare, in tempi rapidi,  otto settimane,  nei centri preposti ("controlled centers"), l’identificazione e la riallocazione  degli immigrati sbarcati (1).
Salvini,  con la solita furberia (all’estero, giustamente  nota,  come “italiana”)   ha  dichiarato   che  "l'elemosina [l’UE]  se la può tenere”, dal momento che “noi vogliamo chiudere i flussi in arrivo per smaltire l'arretrato di centinaia di migliaia di presenze. Non chiediamo soldi ma dignità e ce la stiamo riprendendo con le nostre mani".
Al di là delle parole, che dicono le cifre?  A  fine 2017, come riporta il “Sole 24 Ore”,  secondo il Viminale, nelle varie stutture di accoglienza  erano presenti  184 mila persone (2).  Ora,  stante  la qualità-quantità del personale in servizio  e gli scarsi  fondi in uso,   per  “smaltire l’arretrato”   ci vorranno anni…  Ciò  significa che Salvini si fa scudo dell’incapacità della burocrazia italiana - che tra l’altro titilla in chiave nazionalista  -  per giustificare, dal momento che non ha la tessera oro della Caritas,  politiche a sfondo razzista.
Per contro, con l’aiuto europeo, che non  consiste  solo nei contestati seimila euro per ogni profugo, ma prevede  incrementi organizzativi (di personale, ad esempio un "support staff" UE), l’Italia potrebbe finalmente snellire quei processi di identificazione  capaci di  favorire  più rapide procedure di rimpatrio e di secondo movimento (di persone, dunque, identificate). E invece che si fa? Ci si nasconde dietro il parassitismo burocratico italiano, mettendolo al riparo del tricolore.  
In realtà, Salvini non vuole “smaltire nulla”… Anzi, più sale la tensione sociale, più egli  spera di prendere voti. Ricorre alla paura come  a un specie di  martello politico. Tra l'altro,  in  una fase in cui gli sbarchi sono diminuiti, e di molto. Salvini grida, grida, grida, senza  preoccuparsi  delle conseguenze.  A cominciare da un crescente  razzismo diffuso.   E attenzione - questa è per i tanti che venerano Salvini -   lo stesso piglio autoritario  che il leader leghista usa  verso l’ UE, potrebbe, quanto prima,  usarlo contro  gli italiani… L’autoritarismo è un’arma a doppio taglio.  E il suo confine con la nostalgia fascista (dei "treni in orario" e del "rispettati nel mondo" ) resta molto sottile.  Altro che antiquariato politico...         
Come concludere?  È proprio vero, per dirla con un grande  e vero conservatore, che il patriottismo  è l’estremo rifugio delle canaglie.

Carlo Gambescia                   




(1)  La  si legga (integralmente) qui:   http://www.ansa.it/documents/1532425655795_propostaUe.pdf

martedì 24 luglio 2018

L’intervista di Davide Casaleggio al quotidiano “La Verità
Déjà vu

Chiunque conosca la letteratura scientifica e storica sull’antiparlamentarismo  nulla potrà   trovare  di originale nell’intervista di Davide Casaleggio rilasciata al quotidiano populista “La Verità” (1). Insomma, puro e semplice  déjà vu.   Spieghiamo perché.
Dal punto di vista dell’argomentazione ( si dovrebbe però  aver  letto  Hirschman, e uno) siamo dinanzi al modello, preferito da certa retorica  dell’intransigenza di sinistra (si badi retorica dove la forma è sostanza): quella del “pericolo incombente".  Nel senso  che,  se non si procederà lungo la strada indicata (democrazia diretta, il famigerato "uno vale uno";  robotizzazione e riconversione ecologica dell'economia; diminuzione o azzeramento  dell’orario di lavoro,  per indicare solo tre assi del discorso di Casaleggio),  il futuro  sarà gravido di pericoli. Anche perché, ecco il succo ultimativo, comunque sia, tutto ciò avverrà,  con o senza  di noi.  
Questo tipo argomentazione, si appoggia, sulla premessa non provata dell’esistenza di alcune leggi del movimento storico, che per dirla con Hirschman, “fornirebbero agli scienziati sociali”, e a maggior ragione al “cittadino digitale” (altro topos  casaleggiano),   “la gradita assicurazione che il mondo sta ‘irreversibilmente’  muovendosi nella direzione da loro invocata” (2). Del resto,  l’intervista è fitta di rinvii, al  “se non facciamo questo (quindi non  intercettiamo il movimento storico)  allora si rischia, eccetera, eccetera”. 
È una retorica, formale e sostanziale al tempo stesso, perché rinvia a una pseudo-legge del movimento storico, rappresentata questa volta,  da  una visione tecnologico-provvidenzialistica della storia umana:  la forma, insomma, nasconde la sostanza, che come spiega, ad esempio  Karl Löwith, ha radici nel finalismo metastorico cristiano. Però,  anche qui,  per capire,  si dovrebbe  aver letto  Löwith,   e due (3).
Quanto al de profundis,  intonato da Casaleggio, della democrazia rappresentativa, lo storico Domenico Settembrini,  in un   libro eccellente,  provò come in Italia,  la battaglia contro le istituzioni liberali, della democrazia rappresentativa, attecchì grazie al forte spirito antiborghese, frutto avvelenato di una diffusa  “invidia sociale” ( concetto, guarda caso,  respinto, come inesistente, da Casaleggio), quale inevitabile  correlato di una cultura politica collettiva, mai riuscita a interiorizzare il successo come  valore  sociale positivo (4). Di qui, l’anticapitalismo, l’antiliberalismo, l’antiparlamentarismo: un "antismo" diffuso verso  tutto ciò che  può essere qualificato come   veicolo di promozione sociale di natura meritocratica.  E anche qui, per capire dove vada a  parare Casaleggio,  si dovrebbe  aver letto Settembrini, e tre.  
Hirschman,  Löwith, Settembrini, e abbiamo citato solo alcuni autori e lavori,  utilissimi per comprendere quanto sia banale l’intervista concessa a “La Verità”.
Attenzione,  banale e  pericolosa, per via riflessa. E ci spieghiamo subito.
In quanti, in  l’Italia, dove statisticamente viene definito “lettore forte”  chiunque legga dieci libri all'anno (in genere, se va bene,  romanzi  in cima alle classifiche),  sono in grado di leggere e capire  i testi appena ricordati? 
Ecco, in una realtà, praticamente immodificabile, perché, nonostante la novecentesca alfabetizzazione di massa,  la curva dei lettori non ha  perso la sua  forma piramidale.  Forma,  ci si scusi per l’inciso, che del resto riflette la stratificazione sociale, dunque gli interessi diffusi, e per alcuni studiosi, addirittura, la distribuzione sociale intelligenza.  
Allora,  in una realtà di questo tipo, dove il 95 per cento dei Social si ciba di fake e non di libri,  un mondo di "diversamente analfabeti", che  più  che  al capire sembra  rivolto al credere, dove può condurre  “l’uno vale uno” ribadito  da  Davide  Casaleggio?                                


Carlo Gambescia



(2) Albert O. Hirschman, Retoriche dell’intransigenza. Perversità, futilità, messa a repentaglio, il Mulino, Bologna  1991, p.  158.
(3) Karl Löwith, Significato e senso della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, Edizioni di Comunità, Milano 1972.
(4) Domenico Settembrini, Storia dell’idea antiborghese in Italia (1860-1989), Laterza, Bari  1991.




domenica 22 luglio 2018

Dio benedica Sergio Marchionne




L’improvviso avvicendamento al vertice FCA, dettato dalle  gravissime condizioni di salute di Sergio Marchionne (lo si dà in fin di vita),   ha messo in luce due cose.
La  prima  è il silenzio totale del mondo politico, industriale e sindacale italiano, che sotto sotto gongola, perché il modello rappresentato da Marchionne  è l’esatto contrario del modello italiano.
Marchionne, non guardava (purtroppo l'imperfetto è quasi d'obbligo)  in faccia a nessuno e  faceva utili, le altre imprese   tendevano (e tendono)  la mano,  in attesa dell’aiuto pubblico. Quindi un personaggio odiato da Confindustria, da cui la Fiat era uscita, e nemico di un  sindacato, amico invece  del posto  a vita. Nonché, odiatissimo  dal governo attuale, nemico assoluto -  semplificando -  delle multinazionali,  e quindi anche dell’unica vera multinazionale italiana.  
Pertanto,  con la sua  "uscita di scena" -  ecco il retropensiero del blocco sindacal-industrial-politico -  tutto tornerà  come  prima. Il rompicoglioni (pardon, ma così era giudicato) se la vedrà  con i costruttori di automobili dell’ Al di là…
La seconda cosa, è  il ridicolo  atteggiamento dei mass media, in particolare dei giornali a grande tiratura,  che hanno  presentato  Marchionne come una specie di imprenditore sociale,  sorvolando sulla sua giustissima visione globalista, oggi però non più di moda.   Per capirsi: ha comprato Chrysler? Per fare un favore a Obama.  Nessun accenno alla guerra che gli hanno fatto in Italia, politici, sindacati , industriali e giudici. Un quasi santo o meglio  il profeta del messia Obama. 
L’Italia, promuove e rimuove. Meglio non dire troppo.  Non ci si interroga sulle ragioni  che hanno tramutato in vincente  la Fiat  di Marchionne.  Che poi è solo una:  globalizzazione. Accettare la sfida della globalizzazione. E vincerla.  Altro che il chilometro zero  e le stupidaggini sovraniste…  
Marchionne ha fatto grande la Fiat, e aiutato  anche l’Italia, perché grazie alle battaglie vinte all’estero ha evitato  il tracollo.  Qualche posto di lavoro è andato perduto, ma senza Marchionne la Fiat avrebbe portato i libri contabili in tribunale. Altro che contare gli utili come  - fortunatamente - è accaduto.
Ora  FCA  è più forte che mai.  Si è comprata pure Ronaldo.  Dio benedica Sergio Marchionne. E quando sarà,   gli spalanchi le sue Porte. Se lo merita il Paradiso. Eccome.

Carlo Gambescia               

                                           

sabato 21 luglio 2018

Obbligo del  seggiolino antiabbandono? 
Il circolo vizioso del welfare



Ci sono  notizie negative  che  non attirano l’attenzione delle persone comuni,  ma colpiscono il sociologo perché rappresentano un segnale d’allarme.  Insomma,  la punta dell’iceberg, per usare una terminologia banale.
Di che parliamo?   Il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti,  Toninelli, Cinque Stelle di origine controllata, vuole rendere obbligatorio l’uso del seggiolino antiabbandono dei bambini in auto. Ovviamente defiscalizzato, si parla  di una detrazione di duecento euro.  
Perché questa decisione? Secondo il Ministro,  “8 decessi in Italia per abbandono negli ultimi dieci sono troppi”. Quindi bisogna intervenire. Del resto,aggiunge Toninelli, assassinando la lingua italiana: “ Quelle poche decine di euro che madri e padri dovranno spendere lo faranno con gioia” (*).
Ovviamente, gli italiani (intervistati), sono soddisfatti: “Era ora che lo stato intervenisse”.   
Fin qui la notizia.  Diciamo pure che dal punto di vista dell’analisi sociale  - del segnale d’allarme -  il quadro è completo.  Vediamo perché.   
1) Una finta emergenza, nel segno del catastrofismo sociale;   2)  lo stato occhiuto che si sostituisce alla famiglie 3) l’assistenzialismo, con l’inevitabile deresponsabilizzazione dei genitori 4) il carico fiscale che ricade sulle spalle di tutti i cittadini.  
Si innesca insomma il circolo vizioso  del welfare:  il  cittadino scarica la responsabilità individuale di genitore  sullo stato,  che, a sua volta,  è ben felice di sostituirsi al cittadino, introducendo nuove normative e balzelli, perché di questo vive in modo parassitario.
Siamo davanti a un caso da manuale che illustra bene la dannosità della  mentalità welfarista. Pensiamo  all’ assuefazione, nel cittadino,  e più in generale nell’individuo,  a un comportamento socialmente passivo:  non si decide, ma si chiede; non si sceglie,  ma si delega; non si delibera, ma si attende. La fine, insomma,  di ogni sano individualismo. 
Piano piano  ci si ritira nel bozzolo di un singolarismo sociale protetto, dove lo stato è tutto, l’individuo nulla, nel senso che i diritti individuali, non preesistono ai singoli ( e non sono sentiti come tali), ma sono attribuiti, delimitati, tassati. Alla moltiplicazione dei diritti, anche dei più inutili e pretenziosi, corrisponde la moltiplicazione dei poteri dello stato attraverso la regolamentazione. Quel che si acquista sulla carta, si perde  nella  pratica,  dominata dalla selva oscura di  norme e regolamenti. Per farla breve:  ogni diritto in più, un briciolo di libertà in meno.  E quel che è più grave rimane la crescente passività del singolo, che, anzi, chiede sempre maggiore protezione.  Sul piano collettivo il conformismo fa il resto.   Si chiama anche comportamento mimetico: si diffondono  micro-paure, proliferano micro-diritti,  e così via.    
In qualche modo, l’obbligatorietà del seggiolino antiabbandono, libera il genitore dalle sue responsabilità, aumentandone, come si legge,  la qualità della vita... Un diritto, sebbene imprecisato, anche questo...  Si  esonera il genitore  ancorandone  però  il  comportamento   all’adempimento di alcune norme.   In questo senso, tuttavia, l’individuo,  non è più padre (o madre), perché demanda  al diritto e alla tecnologia,  ma, al tempo stesso,  non è  più libero di prima, perché deve rispettare normative intricate, pagare tributi elevati, eccetera, eccetera.   
Non sarebbe così difficile da capire,  eppure…

Carlo Gambescia                                
     

venerdì 20 luglio 2018

Salvini vs Saviano
Istruzioni per l'uso




Salvini ha querelato Saviano.  Da che parte stare? 
Salvini interpreta il lato  peggiore  di certa estrema destra, senza però  essere passato per l’estrema destra:  non mai ha respirato quel clima  di  nobilità della sconfitta, ovviamente criticabile,  ma  che ha incarnato, culturalmente,  l'anima della destra missina e postmissina.  Nella Lega, da giovane  si definiva "comunista padano", come ora però si definisce populista e sovranista: è un opportunista.  Non ha studi alle spalle, solo politica attiva,  un abile propagandista, in primis di se stesso, un dissimulatore che si nasconde sempre dietro  le buoni intenzioni:  vuole aiutare gli immigrati però a casa loro...  In realtà  è  un razzista  soprattutto quando  si appella,  e purtroppo tra gli applausi, al  “prima gli italiani”.  Sentendosi forte,  ha chiuso i porti, violando il diritto e le leggi  del  mare  nonché,  qualsiasi principio di umanità.  Ammira Putin e guarda con favore al modello politico russo, circondandosi di gente che la pensa come lui.  Salvini è persona pericolosa:  potenzialmente,  pur non provenendo dal neofascismo,  incarna il modello dell'uomo forte fascista. Se non piace ai militanti duri e puri di estrema destra può però  piacere a tutti quegli italiani che non hanno mai fatto i conti con il fascismo. E non sono pochi.
Saviano, incarna, forse per ricaduta, dal momento che  non si aspettava il travolgente successo di Gomorra, la macchina politica, culturale, editoriale  della sinistra “laica, democratica, antifascista”,  erede di un azionismo che invece  non ha mai  voluto fare i conti con il comunismo, in particolare quello italiano. Scrittore modesto, intelligenza  non certo brillante,  si è però ritrovato, oggettivamente, per l’alto valore civile - al netto di qualsiasi polemica -   in particolare del suo primo romanzo,  nel mirino di Mafia e Camorra.  Di qui, la necessità  di vivere (giustamente) protetto dalla polizia, addirittura  fuori dell’Italia.  Sono fattori emergenziali  che non aiutano  a capire e capirsi e che facilitano la logica di schieramento,  del resto, logica,  che ha sempre animato  la sinistra azionista, che alla nobilità della sconfitta dell’estrema destra usava opporre la nobilità della vittoria  dell’antifascismo, senza se e senza ma.  Saviano, volente o nolente, incarna l’anima della sinistra antifascista, in perenne mobilitazione, come si leggeva un tempo, contro "le forze della reazione in agguato".    
Due mondi, insomma, che non hanno mai comunicato, né mai comunicheranno. Nè l'uno né l'altro sono in sintonia con una visione liberale della politica e della vita.
Ripetiamo la domanda, allora,  da che parte stare?   Bisogna tenere d’occhio la prospettiva. Salvini e Saviano incarnano l’Italia dei due romanzi "criminali",  o come si dice oggi l' Italia delle  narrazioni confliggenti. Per usare, il linguaggio giornalistico, Salvini è il benianimo dei cattivisti,  che oggi sono maggioranza,  Saviano dei buonisti, adesso divisi e in minoranza.
Va  però detto che in Italia  la politica dell’accoglienza ha avuto, nonostante le parole,  maggiore attenzione a destra che a sinistra,  proprio attraverso le politiche di  regolarizzazione.  Ad esempio, come si leggeva ieri sul "Sole 24 Ore",   le  regolarizzazioni maggiori sono opera del centro-destra: 200mila persone nel 2002 con il governo Berlusconi e  Maroni ministro dell’Interno. Nonché  715 mila con la Bossi-Fini nel 2002: cifra che per dimensioni  raggiunge le regolarizzazioni complessive degli ultimi dodici anni.  Infine, per poter comparare i dati, va ricordato, che la legge Martelli (1990) fece   emergere 215 mila extracomunitari; il decreto Dini (1995)  244 mila; la Turco-Napolitano (1998) 217 mila.  Questo, insomma, il quadro complessivo degli ultimi trent'anni (circa).
Ora,  si parla, in questi giorni,  di portare  gli ingressi regolari -  accordando visti lavorativi (per  settori dove scarseggia il lavoro italiano) -   dai  31 mila   previsti  dal decreto flussi (gennaio 2018) a 50 mila.  E potrebbe  essere  misura adottata proprio dal governo giallo-verde, a guida (condivisa) salviniana,  dunque cattivista.  Rischiando  la contraddittoria sintonia  -  ovviamente tale,  per il rozzo profeta della "pacchia è finita" - con le passate politiche del centro-destra...  In realtà, 20 mila ingressi regolari in più (50 mila in tutto) sono  poca cosa.  Però il fatto  indica come sia complessa la realtà dei numeri e dell’economia:  la dura crosta terrestre, per dirla con Tito Boeri,  che va  oltre il buonismo e il cattivismo,  per così dire ufficiali. O se si preferisce la  pura  propaganda di parte...  
Allora  il  vero punto della questione  non è la scelta di  stare con Salvini o  Saviano, ma di  lavorare soprattutto a livello governativo per  una realistica politica  dei flussi. Come?  1) Facendo entrare in Italia, oltre ai profughi,  la forza lavoro necessaria; 2) snellendo le procedure di identificazione, per mettere l’UE di fronte alle proprie responsabilità sui movimenti secondari di immigrati dall’Italia verso  Europa.
Ne sarà capace il governo giallo-verde? Dubitiamo. Comunque sia,  non aiutano né il razzismo fascistoide di Salvini  né l’azionismo antirazzista di Saviano.  Anche se, per dirla sociologicamente (semplificando, certo), Salvini  guida la sua macchina,  Saviano in qualche misura  subisce quella guidata da un altro, egli ne è  solo  il rotismo più in vista.   Fermo però restando che Saviano è realmente nel mirino di Mafia e Camorra.  Piaccia o meno, rischia grosso. Molto più di Salvini.   
A  Saviano  va perciò,  se non la nostra stima, sicuramente il nostro  rispetto.  Cosa che Salvini, con i suoi tweet  da  razzista  della strada ("Io non sono razzista, ma..."), indegni per un  Vice Presidente del Consiglio,   non merita affatto.

Carlo Gambescia    
     

giovedì 19 luglio 2018

Nomine Vigilanza Rai e Cda, altro giro, altri lottizzati…
La grande abbuffata



E così  Giampaolo Rossi si dà una bella salvata… Auguri.  Diciamo che ha vinto al Superenalotto della Lottizzazione.  Proposto da FdI, del resto altro non avevano, lo hanno infilato nel Consiglio d’Amministrazione Rai. Il “Secolo d’Italia”, come i legittimisti a Vienna, esulta. Grande professionista.  Sì,  sono sempre grandi professionisti… Andatevi a leggere ciò che scrive Rossi sul blog del “Giornale”… Roba da far rizzare i capelli a Putin e Trump messi insieme.
Il discorso, ovviamente, vale per tutti gli altri vincitori della Lotteria  Rai.  E per gli incarichi, presenti e futuri (dal direttore del telegiornale  al collaboratore a contratto). Ovviamente,  si comincia sempre dalla Commissione di Vigilanza.  Insomma,  partitocrazia pura. Roba da manuale (Cencelli). Però nessuno protesta.   A Roma, si dice -  traduco -   che  fratelli e sorelle discutono tra di loro, ma quando mamma arriva con la pastasciutta, tutti zitti,  con le forchette in mano. E se la sinistra sindacale (Fnsi e Usigrai)  ha   alzato  la voce, è  perché i compagni questa volta sono rimasti a bocca asciutta.  Hanno tolto loro le forchette… Altro che amore per  la Costituzione e per la libertà d’informazione.
La Rai,  un flaccido corpaccione pubblico,  sopravvissuto a tutto e tutti: da Fanfani  e Togliatti  a Salvini e Di Maio.  Il vero cancro statalista è Viale Mazzini, dove un tempo  giocavano i bambini, per dirla con Renato Zero.
La Rai andrebbe privatizzata senza se e senza ma. Subito,  a calci in culo (pardon).  Altro che Commissione di Vigilanza, membri nominati dal Tesoro,  tetti di qua, tetti là… Altro che " prove di maturità",  come scrive il solito politologo etrusco,  che spera, lisciando il pelo  ai nuovi padroni gialloverdi,  di essere, prima o poi,  invitato al banchetto.   
Sul principio spartitorio  sono tutti d’accordo: dividersi soldi,  prebende, rimborsi (un tempo pure le donne) e lavorare il meno possibile…  Dopo di che,  inizia  la grande abbuffata...  


Carlo Gambescia             

mercoledì 18 luglio 2018

"Pensioni d'oro", borghesia e pentaleghismo
Botta   e risposta  tra  Teodoro Klitsche de la Grange e Carlo Gambescia




Caro Carlo,
l’attuale dibattito sul blocco della rivalutazione delle pensioni “d’oro” è… kafkiano, per non dire peggio.  Il governo asserisce la volontà di istituire (??) il blocco di quelle oltre € 4.000,00 (o 5.000,00) mensili nette, l’opposizione – soprattutto il PD – di voler difendere i diritti quesiti dei pensionati (che difensori! leggete il seguito).
In effetti “giustizialisti” e “garantisti” confondono la situazione reale, che è questa:
a) l’art. 24, comma 25 del decreto 06/12/2011 n. 201, convertito dall’art. 1 L. 22/12/2011 n. 2011 ha “bloccato” la rivalutazione monetaria dei trattamenti pensionistici superiori a 3 volte il minimo (cioè a circa € 1.500,00 lordi). Ciò risale al governo Monti, appoggiato (anche) dal PD che lo votava in Parlamento, e la dice lunga sulla volontà del PD di difendere i “diritti acquisiti”.
b) La sentenza della Corte costituzionale n. 70/2015 dichiarava l’illegittimità costituzionale del suddetto art. 24, comma 25 del Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201. La dichiarazione di incostituzionalità, con la pubblicazione della decisione della Corte Costituzionale, faceva venir meno immediatamente detta norma.
c) Col decreto legge n. 65 del 2015 il legislatore (sempre a maggioranza PD), nell’intento esternato di ottemperare alla sentenza 70/2015 introduceva una (parzialmente) diversa disciplina della rivalutazione automatica delle pensioni per gli anni 2012 e 2013 (e, già che c’era, anche per i successivi). In particolare, riconosceva la rivalutazione in misura proporzionale decrescente anche alle pensioni – prima escluse – comprese tra quelle superiori a tre volte il trattamento minimo INPS e quelle fino a sei volte lo stesso trattamento. Per cui dai tempi di Monti chi gode di una pensione lorda superiore a 6 volte il minimo (poco più di € 3.000,00 mensili lordi), si vede tuttora bloccata la rivalutazione.
d) Allo stato la rivalutazione (“perequazione”) delle pensioni superiori al limite indicato (poco più di € 3.000,00 lordi, e cioè circa € 2.200,00 – 2.300,00 netti) è ferma. Ne consegue che i “rigoristi” grilloleghisti alla fine propongono, portando il limite a € 4.000,00 (netti) di sbloccare le pensioni inferiori a detto limite (con beneficio, pare, di oltre 500.000 pensionati). Cioè non sono cattivi rigorgiustizialisti, come vengono dipinti.
Dall’altro che i presunti “garantisti” sono, come al solito, poco o punto credibili, perché sono proprio quelli che, con governi, da loro appoggiati o costituiti, hanno bloccato le pensioni “d’oro” che ora, all’opposizione, dicono di voler difendere.
Per quanto mi riguarda, essendo un pensionato  d’”argento”  (cioè a pensione semi-bloccata) mi auguro soprattutto di non avere difensori dei miei diritti come quelli che si proclamano tali: vadano a difendere gli altri.
Ma, caro Carlo, non ho notato nessun articolo che riconducesse la questione ai dati reali.
Si conferma così che la recita nel teatrino della politica (e  dell’opinione pubblica) avviene con la maschera che si indossa. E non in base alle azioni concrete e ai fatti avvenuti.
Con i miei più cari saluti,
Teodoro Klitsche de la Grange

***

Caro Teodoro,
un giorno, quando saremo vecchi,  ai giardinetti,   mi dovrai spiegare  perché la borghesia  italiana, quelle delle professioni (la tua), della cultura (la mia), del merito,  delle imprese,  eccetera,  si arrese, un dì,  al peggiore populismo giallo-verde…
La lettera che mi scrivi è un chiaro esempio, per dirla con Mao,  come sai pensatore caro a noi  borghesi,   di preferire  il Dito alla Luna ("Quando il saggio  indica, eccetera, eccetera").  Per  favorire  chi?   Salvini e Di Maio? Due analfabeti funzionali:  nel senso dell’analfabeta che alla lotteria della stupidità  democratica   ha vinto il biglietto fortunato della Vice Presidenza del Consiglio,  alta "funzione" politica.  
Il dito, caro Teodoro, è il blocco delle pensioni, di cui parli. Che non discuto.  Tu dici per cinquecentomila pensionati.  E sia.   Però tu, fissando il Dito,  non vedi la Luna.  Quale  Luna?  Quella, nera, che si va preparando: della tosatura con il ricalcolo di tutte  le pensioni.   E sai come?  Con il passaggio al contributivo  per tutti, quindi anche per quelli che sono andati in pensione con il retributivo ancora  negli anni Novanta.
Si parla di tagli del  40 per cento.  E secondo l'Inps, sarebbero  circa due milioni gli italiani che ricevono la pensione da oltre trent'anni ( andati a riposo,  prima  delle riforme del 1996), non tutti settanta-ottantenni.  Pertanto chi oggi prende 5.000 euro (lordi o meno) ne prenderà 3.000, chi 4.000, 2.400.  Si dice che i cacicchi pentaleghisti  non taglieranno le pensioni retributive "meno alte" e che sarà rispettata la concorrenza con le minime,  da elevare e finanziare, (balla colossale, come vedremo) con i tagli alle "pensioni d'oro"  Io non mi  fiderei. Probabilmente,  ci sarà solo  lavoro aggiuntivo  per giudici di merito, ricorsisti e pagliette.  
E sai perché  si vuole tosare il  pensionato retributivo?  Ecco le parole magiche:  “Per ragioni di equità”. Evocate, intorno al totem degli anticasta,  dai vari capi tribù   giallo-verdi:  da Fico, Di Maio, Taverna, a Salvini, già "comunista padano" e Bagnai, che forse lo era senza aggettivi.  Fatti anche un giretto per i  forum.   In  quelli più evoluti (vabbè, si fa per dire), si mettono in  discussione i diritti quesiti dei pensionati  retributivi, assimilandoli a quelli degli aristocratici del 1789:   diritti quesiti, anche quelli,  su terreni, castelli e corvée,   si legge,   "giustamente"  calpestati dai giacobini.       
Quindi si prepara  un  altro  4 Agosto  all'insegna della retroattività.  Altro che il Dito dei blocchi.  E in nome  di che cosa?   Di una grande  menzogna.  Le cosiddette "pensioni d’oro". Come scrivevo giorni fa,  non sono d’oro, sono pensioni alte:  i quattro-cinquemila euro al mese, non si capisce ancora se netti o lordi, rinviano a una “platea” di trenta massimo quarantamila percettori: parlamentari ( poco più di mille ex,  già colpiti da un primo provvedimento, in attesa però di approvazione al Senato), primari, magistrati, funzionari dello stato, docenti universitari,  dirigenti privati, alcuni ordini  professionali.  Pensioni che sono frutto, nella maggior parte dei casi, di quello stesso  calcolo retributivo, di cui hanno goduto  tutte le forme pensionistiche prima delle riforme fine anni Novanta, eccetera, eccetera.  L’unica differenza,  dovuta al merito,  era  ed è  che l’ultimo stipendio, quello più favorevole (la base, al tempo, repetita iuvant, per tutti, del calcolo retributivo individuale), non poteva non essere - e non può non essere, da che mondo è mondo -   più elevato  per un funzionario che per un usciere.
Perciò  a parte il risparmio ridicolo, si mente di nuovo. E solo perché un team di ex falliti e di analfabeti economici e funzionali, con il contributivo per tutti, vuole colpire il merito: chi nella vita si è impegnato nello studio e nel lavoro.  E scusami la chicca (ma è  per specialisti come noi):   follia delle follie si vuole mantenere il contributivo all'interno dello schema generale a ripartizione, visto che lo schema a capitalizzazione (fondi, eccetera),  nel Paese dei Pulcinella anticapitalisti,   non è mai decollato...  
Possibile, caro Teodoro, che la borghesia italiana, in particolare quella liberale,  di cui noi due facciamo parte, anche questa volta, messa alla prova storicamente, si stia dividendo?  Tra una maggioranza  rappresentata, tra gli altri,  da  avvocati e giuristi come  te, del tuo valore, dico,  che fissa  il  Dito?   Dito che un tempo rimandava al faccione di  Mussolini,  come oggi  rinvia  alle brutte facce  di Salvini e Di Maio? E una minoranza di inascoltati, in cui io mi riconosco, che invece guarda la Luna  della libertà e del merito? E che quindi non può che essere contro il populismo?
Con i miei  più sinceri saluti,  

Carlo Gambescia