venerdì 27 maggio 2022

Italiani carogne, dov’è finita la dignità nazionale?

 


La Russia respinge il progetto di pace italiano, in verità una specie di stupida fuga in avanti nello stile subdolo e vigliacco dei famigerati furbetti del quartierino, all’insegna di un si salvi chi può. Ma quale Ue… Ma quale Nato… Noi siamo più furbi di tutti…

E invece, volano, da parte russa, parole pesanti sul piano stesso. Secondo Medvedev non sarebbe serio, campato per aria, addirittura scritto sotto dettatura ucraina. Insomma, offende. E l’Italia che fa? Silenzio. Si sorvola. Di Maio, tace, guarda altrove.

Ieri, si apprende – nuova telefonata di Draghi a Putin – che la Russia “ha intenzione di non interrompere le forniture di gas alll’Italia”. Però non si capisce a quali condizioni. Draghi non riferisce. Ma la diplomazia segreta non era antidemocratica?

Inoltre, alla domanda di Draghi di sbloccare il grano, Putin ha risposto che prima vanno revocate le sanzioni, e che, d’altra parte, i porti sono minati. Ovviamente, Il leader russo si è dimenticato di dire che il porto di Odessa è stato minato dai russi. Una faccia di bronzo colossale. Superiore a quella di Draghi.

Diciamo che la  Russia ha trattato l’Italia male,  quasi come una camerierina alle prime armi, in crestina,  che abbia servito il caffè in anticipo: “Come si permette, Italia, non siamo ancora al secondo, e lei già serve il caffè. Licenziata!”.

Che ne pensano  Salvini e Meloni, le destre nazionaliste, pardon sovraniste?  Che parlano di identità nazionale solo quanto si tratta di buttare a mare gli indifesi migranti?

Ma la sinistra non sembra essere da meno. Come detto nessuna reazione. Facilitata dal silenzio stampa. I giornali oggi, alla stregua dei politici, ignorano, se ci si passa l’espressione, il calcione nel sedere ricevuto dall’Italia.

Ma sono gli stessi italiani, stando anche ai sondaggi, che accettano tutto questo, perché temono di non poter accendere condizionatori… La paura di vedere il proprio tenore di vita andare in briciole. Sicché l’Ucraina si può anche sacrificare sull’altare dell’automobile ibrida da quarantamila euro.

Italiani carogne, lo stile di vita, in certi momento storici, si deve difendere con la spada. Hitler e Mussolini, il razzismo e l’imperialismo, furono sconfitti, non con le chiacchiere pacifiste, ma con gli eserciti schierati e vittoriosi.

Dov’è finita la dignità nazionale? Forse, e duole dirlo, a parte le bellissime pagine risorgimentali, è sempre mancata.

Che tristezza.

Carlo Gambescia

giovedì 26 maggio 2022

La feroce furbizia della Russia

 


Ma come si può stare dalla parte dei russi? A poco a poco che i giorni trascorrono si scopre la feroce furbizia, se si vuole spregiudicatezza, di questa gente, caratterialmente a metà strada tra mongoli, ottomani e bizantini.

Sul piano militare la tecnica dell’accerchiamento delle città e dell’Ucraina, tagliata fuori dai suoi porti, rigorosamente minati, è di tipo ottomano. Ma si può andare ancora più indietro per parlare di derivazione turco-mongola. Si pensi al famoso Khanato dell’Orda d’oro che dominò la Russia nei secoli XIII-XVI, dopo averla invasa e assediata. Si voleva e si vuole prendere il nemico per fame. Una tecnica, ovviamente, non inventata da mongoli e turchi, ma che, ad esempio, fu alla base dell’ espansione ottomana nei Balcani e in Medio oriente. Vienna fu assediata per ben due volte.

La scelta di trattare, fingendo di trattare perché le condizioni sono sempre quelle russe, è tipicamente bizantina. Si dice che si vuole la pace, però ci si guarda bene dal mollare la presa sul terreno di battaglia. Ovviamente, sono tecniche diplomatiche, antiche quanto l’uomo, reinventate dai Bizantini. Però non si dimentichi mai che grazie al mix di tecniche militari e diplomatiche, l’Impero romano d’Oriente, sopravvisse, bene o male, quasi altri mille anni. La Terza Roma moscovita, probabilmente punta a durare ancora di più, a spese di una specie di nuovo e decadente Impero romano d’Occidente. Non dimentichiamo che Costantinopoli, per non esserne invasa, dirottò le popolazioni barbariche verso Occidente.

Comunque sia, l’Occidente euro-americano, imbevuto di principi e timoroso di fare la guerra, crede alle parole dei russi, lasciando fare sul campo.

I russi capiscono solo le maniere forti, alle quali l’Occidente, come prova tutto il processo di decolonizzazione, ha rinunciato da più settant’anni. Le fiammate delle ultime guerre del Golfo, Bosnia, Afghanistan, sono l’eccezione, sull’onda dello sdegno, che conferma la regola del declino. Del resto il vergognoso disimpegno in Afghanistan ne è prova evidente. Infine, la cosiddetta guerra contro il Daesh è stata in larga parte demandata a russi e turchi. Per non parlare, della disunione euro-americana sulla gestione della crisi libica, prima e dopo la caduta di Gheddafi.

L’Occidente ha paura di battersi, e perciò rischia di finire irretito nelle maglie culturali mongoliche, ottomane e bizantine dei russi, che sanno perfettamente quello che vogliono.

Se si dovesse definire con un’ espressione del viso l’atteggiamento dell’Occidente, si potrebbe parlare di “stupore”. Si pensi a una forte sensazione di meraviglia e sorpresa, tale da togliere qualsiasi capacità di agire: “Possibile che la Russia voglia la Guerra?”, “Come si può volere la guerra, quando ci sono tante altre cose più belle?”, “Come si può rifiutare la pace?”, “Sì, prima o poi la Russia, accetterà di trattare…”.

I russi non sono come noi. Temono solo le maniere forti. E ridono delle nostre remore pseudo morali.

Che triste spettacolo, quello dell’Occidente querulo.

Come si può dire che la decadenza abbia un suo fascino? Che fascino c’è in questo Occidente molle e piagnucoloso che non vuole opporsi efficacemente alla Russia? Che fascino c’è nella vigliaccheria? Nel fare finta di difendere la libertà di un’Ucraina sotto le bombe?

Probabilmente, come altra volta nella storia del Novecento, ci si arriverà a opporsi, ma tirati per i capelli.

Con tutte le tristi conseguenze del caso.

Carlo Gambescia

mercoledì 25 maggio 2022

L’Occidente subisce l’iniziativa russa

 


Sono già passati tre mesi. A mano a mano che i giorni trascorrono, crescono in modo esponenziale le responsabilità della Russia. Perché stupirsi della guerra per il grano, come titolano i giornali? La crisi economica mondiale in atto non è che un portato, più che prevedibile, dell’invasione russa dell’Ucraina.

Del resto, cosa veramente grave, l’iniziativa, come volontà di raggiungere un fine determinato, resta saldamente in mani russe: cosa gravissima dal punto di vista strategico e politico. Perché l’Occidente euro-americano invece di dettare la linea, subisce in modo neghittoso le decisioni russe. Insomma, l’Occidente, al massimo reagisce, ma di sicuro non agisce.

Spiegazioni. Un passo alla volta però.

Innanzitutto le guerre non hanno mai favorito il libero scambio e il benessere dei popoli né prima, né durante, né dopo, perché accrescono il ruolo dello stato in tutti gli ambiti e la centralizzazione dell’economia. Certo, è vero che dopo le guerre avvengono le cosiddette ricostruzioni, ma l’abbandono dei principi economici liberali, come prova la storia del Novecento, prima o poi, si fa sentire. Quindi quanto più durerà la guerra tanto più la crisi economica si farà dura.

Si dirà, che per tornare alla pace e ai buoni affari, basterebbe cedere, facendo pressione sull’Ucraina, per favorirne il ritorno nell’orbita politica della Russia

Non crediamo. La Russia ha aggredito l’Ucraina, innanzitutto, in nome di un’ ideologia autocratica (“Decido, io, Russia, chi sia russo o meno, e quali siano i miei giusti confini geopolilitici”), militarista (“La guerra è la soluzione di tutti i contrasti”), tradizionalista (“Dio, patria e famiglia”). E, cosa non secondaria, la Russia ha approfittato della debolezza economica post Covid dell’Occidente, accentuatasi, anche politicamente, dopo la disfatta in Afghanistan e il ritorno con Trump dell’isolazionismo americano.

Il problema non è Putin, che comunque, individualmente, non è un santo, ma un blocco ideologico, militare, sociale ed economico, che continua a vedere – almeno da due secoli abbondanti – nell’Occidente il nemico naturale.

La crisi ucraina mette in grave discussione il modello di vita occidentale, al momento, già compromesso in misura crescente nell’ambito economico.

Cedere alla Russia,  cosa  che significa  lasciarle l’iniziativa, vuole anche dire rassicurare la Russia circa la bontà della sua politica aggressiva verso l’Occidente, quindi favorirne l’appetito politico verso gli stati baltici e dell’Europa orientale, nonché in prospettiva verso la stessa Europa occidentale. Che la pacifica e pacifista Svezia – passi, si fa per dire, per la storicamente disgraziata Finlandia – abbia chiesto di entrare nella Nato, indica tutta la gravità della situazione e soprattutto il timore di un’iniziativa, non solo militare, lasciata nelle mani della Russia.

In Occidente non ci si vuole rendere conto che per la mentalità russa la guerra è un normalissimo strumento di risoluzione dei conflitti politici ed economici come pure di appropriazione e saccheggio di tutte le risorse del nemico. Quanto viene riferito sui saccheggi e sullo smantellamento del sistema produttivo ucraino, industriale e agricolo, conferma la tesi dell’ approccio militare russo alla soluzione dell’approvvigionamento economico. Si tratta, purtroppo, di un sistema antico quando il mondo, che, prescindendo dalle risorse di cui gode lo stato conquistatore, consiste nello sfruttamento diretto dei popoli vinti, per la semplice ragione che i popoli vinti, proprio perché tali, quindi inferiori, vanno sfruttati.

Gli ultimi a mettere in pratica nel Novecento, e in modo radicale, questo “metodo” furono i nazisti e i comunisti russi. Con una differenza: Hitler lo aveva scritto nel  Mein Kampf, mentre Stalin e i suoi successori lo nascondevano sotto il manto pseudo-pacifista dell’internazionalismo proletario. Per contro, la Russia contemporanea, pur muovendosi nella scia Stalin, ha recuperato, sostituendola all’internazionalismo, l’antica ideologia panslavista. Quindi nessuna pietà per i vinti.

L’errore dell’Occidente, in particolare dell’Europa, è quello di aver creduto che il coinvolgimento economico della Russia, dopo la dissoluzione del comunismo, avrebbe favorito la sua modernizzazione culturale e sociale. Purtroppo ci si è dimenticati della forza nascosta e profonda dell’ideologia panslavista, che tuttora anima la dirigenza politica russa e in larga parte quella economica. Si legga a tale proposito l’opera di Dugin, La Quarta Teoria Politica, rappresentativa, quanto meno degli umori, delle classi dirigenti russe (*).

Il punto è che la Russia, grazie alle risorse economiche e all’estesa capacità di controllo sociale sulla sua popolazione, può sostenere a lungo la guerra, alternando fasi di stallo a fase aggressive. Pertanto l’attendismo dell’Occidente, in particolare la tesi pacifista che i russi gireranno le spalle a Putin, è totalmente irrealistico e controproducente.

Per fare un esempio storico, nel 1917, per il cambiamento di regime, furono necessari tre anni di guerra mondiale, con milioni di morti, e altri quattro di guerra civile, con altrettanti milioni di morti. Mutamento istituzionale, per modo di dire, perché il comunismo russo fu in pratica la prosecuzione dello zarismo su larga scala . Non va dimenticano che tra gli oppositori del regime zarista si contavamo uomini – nel bene e nel male – della statura di Lenin, Stalin, Trotsky e un intero partito, il bolscevico, organizzato in base a criteri militari da eccellenti quadri politici.

Oggi, l’unico vero oppositore Alexei Navalny , ha subito una condanna a nove anni (dopo, tra l’altro, un tentativo fallito di avvelenarlo, roba da Russia profonda…). Condanna confermata ieri, che dovrà espiare in prigioni, dove a differenza di quella zariste nel 1917, le guardie carcerarie non solidarizzano con i detenuti, come riferisce, il sociologo Pitirim A. Sorokin nei suoi diari sulla Rivoluzione russa (**).

Concludendo, la Russia sa perfettamente ciò che vuole e come perseguirlo, l’Occidente euro-americano, no. La Russia, non teme la crisi economica, l’Occidente euro-americano, sì.

Ciò significa che l’iniziativa è nelle mani della Russia. Perciò la guerra continuerà, con effetti devastanti sull’economia e le istituzioni politiche occidentali, fino a quando la Russia non deciderà diversamente.

Carlo Gambescia

(*) Qui un nostro articolo in argomento: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2019/07/la-quarta-teoria-politicadi-aleksandr.html .

(*) Cfr. P.A Sorokin, Leaves from a Russian Diary – and Thirty Years After (1950), Kraus Reprint, New York 1970, pp. 117-132.

martedì 24 maggio 2022

Il Salone del Libro di Torino e l’editoria di massa

 


Il Salone del Libro di Torino, il 34°, ha chiuso i battenti con 168 mila visitatori all’attivo, il numero “più alto di sempre”, riferiscono gli organizzatori (*).

Il libro di successo stampato in milioni di copie rinvia, anche simbolicamente, alla modernità per eccellenza. Come pure l’idea che il libro formi, oltre che lettori colti e preparati, il cittadino perfetto.

Dietro l’idea del libro di massa, in grado di arrivare a tutti, c’è una grande idea di trasformazione sociale: che l’istruzione, quindi soprattutto la lettura, come tramite educativo, possa incivilire e ingentilire gli uomini, evitando guerre, se non addirittura conflitti, favorendo il pacifico confronto delle idee.

Dal punto di vista della storia delle idee, la “cultura politica del libro” rinvia all’Umanesimo, al Rinascimento, all’Illuminismo, insomma, come detto, alla parte più nobile e bella della modernità cognitiva.

Negli ultimi cinque secoli gli uomini sono migliorati? La lettura ha favorito l’ingentilimento dei costumi? Difficile dire. Il libro, come altri strumenti tecnologici, rinvia all’uso, come del resto ogni forma sociale rimanda al suo contenuto storico.

Per capirsi, la forma lettura (il libro e l’alfabetizzazione per leggerlo), rimanda al contenuto ( che può variare, da Pinocchio al  Mein Kampf e al  Manifesto).

E purtroppo, in nome di Pinocchio magari no. Però in nome del Mein Kampf e del Manifesto, non pochi uomini sono stati perseguitati, imprigionati e uccisi.

Pertanto, per rispondere alla domanda, nella migliore delle ipotesi il libro nulla ha tolto nulla aggiunto alla “sociale asocievolezza” dell’uomo (Kant).

E qui però veniamo all’aspetto ideologico ed economico del libro, due fattori che hanno contribuito alla rappresentazione della cultura del libro come prolungamento della cultura tout court.

Le idee si traducono sempre in fatti sociali. Cosa vogliamo dire? Che l’idea del libro che rende consapevoli sul piano sociale si è inevitabilmente tradotta nell’editoria di massa. Che proprio perché tale, nel senso di dover giungere a tutti, non poteva e non può privilegiare la semplificazione e l’uso di stereotipi sociali.

Inoltre, anche dal punto di vista dei costi economici, come giusto che sia, un libro deve garantire profitti, e per garantirlo deve essere venduto in grande quantità di copie. Ciò significa – non siamo i primi a dirlo – che un libro quanto più è raffinato, complicato per capirsi, tanto meno venderà.

Di qui, come anticipato, l’uso di stereotipi sociali, dal punto di vista editoriale e critico. Insomma, la chiusura del cerchio sociale. Si potrebbe parlare di veri e propri cicli editoriali, legati a mode e ideologie, condivise da editori, critici e lettori. Che mutano nel tempo, non mutando però nell’opera di semplificazione.

Riassumendo, la cultura del libro, dalla quale ci si aspettava la trasformazione dell’uomo in gentiluomo (semplificando), ormai invece rispecchia solo uno degli ambiti della semplificazione sociale che governa la società di massa, quello editoriale. Pertanto il famoso obiettivo della consapevolezza rinvia al conformismo dell’uomo massa verso mode, ideologie e pseudo-personalità carismatiche della cultura. Ennesima prova degli effetti perversi delle azioni sociali, magari animate da buonissime e illuminate intenzioni.

Dalla società pre-moderna, regno dell’analfabetismo, dove il libro era un bene elitario, apprezzato e usato da pochi intenditori e specialisti, si è passati alla società moderna, alfabetizzata, dove il libro è un bene di massa, a disposizione di tutti, intenditori e non.

Di conseguenza, le diverse élite degli intenditori e degli specialisti continuano a parlare tra di loro, selezionando pochi libri ma difficili, stampati in poche copie, mentre le masse alfabetizzate si nutrono di libri semplici, se non addirittura semplicistici, stampati in milioni di copie. La cultura, la vera cultura, non è per tutti. Ci si deve rassegnare.

Va detto, che nonostante la visione salvifica della cultura del libro, le masse non hanno mai risposto adeguatamente, anche perché volontà di sapere, spirito di concentrazione e capacità critiche sono doti elitarie, che appartengono a pochi. Di qui la perenne crisi dell’editoria e il tentativo, che ha un suo fondamento dal punto di vista economico, di stabilire la convergenza tra offerta e domanda al livello più favorevole, come contenuti semplificati, per il consumatore. Il che ha ulteriormente abbassato la qualità dei libri.

Concludendo, il fatto che il numero dei visitatori del Salone di Torino sia stato il più alto di  sempre non rappresenta che una boccata d’ossigeno per l’editoria di massa. E certamente non per la cultura, che è cosa “di” e “per” pochi.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2022/05/23/salone-libro-chiude-con-168mila-visitatori-mai-cosi-tanti_5553dc7d-544c-4325-ad90-a8846e5ee19b.html  .

lunedì 23 maggio 2022

La strage di Capaci e la macchina mitologica

 


Sebbene sulla strage di Capaci sia stata fatta piena luce, come si può capire dalla chiusa dell’omonima voce wiki, la costruzione della macchina mitologica del complotto occulto mantiene tuttora il suo fascino perverso.

Intanto, qui, le conclusioni dirimenti di Sergio Lari, procuratore di Caltanisetta:

«Infine nel 2013 la Procura di Caltanissetta archiviò definitivamente l’inchiesta sui “mandanti occulti” poiché le indagini non avevano trovato ulteriori risultati investigativi: “Da questa indagine non emerge la partecipazione alla strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall’inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell’inchiesta sull’eccidio di Via D’Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni” »
(Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, in un’intervista al “Giornale di Sicilia” aprile 2013 *)

Oggi, come ogni 23 maggio, si celebra l’anniversario della tragica morte di Giovanni Falcone, della consorte e degli uomini della scorta. E come ogni 23 maggio non si riflette sulla forza del mito, anzi della macchina mitologica, per usare il termine valorizzato da Furio Jesi.

Innanzitutto del mito repubblicano, ormai rappresentato da Giovani Falcone, giustamente celebrato per carità. In secondo luogo dal mito del romanzo criminale sulla mafia tentacolare, politicamente tentacolare.

Si ripete spesso come la politica, dopo la caduta dei totalitarismi novecenteschi, sia tornata finalmente ad essere una attività razionale. In grado di tenere sotto controllo l’uso del linguaggio mitologico.

Linguaggio che invece parla all’immaginazione, allontanandosi dalla realtà delle cose: una specie di macchina musicale, una misteriosa music box che conquista i cuori ma brucia le menti. Una macchina che piuttosto che essere a guardia dei fatti, punta alla coesione di una comunità immaginaria. La macchina mitologica fagocita il concetto di pubblica opinione, traducendolo in comportamento di massa, nel rituale del crucifige.

Ad esempio, uso della ragione significa respingere, nel bene come nel male, qualsiasi idea di carisma, elemento mitologico fondamentale. Non credere, insomma, nelle misteriose virtù taumaturgiche dei capi, buoni o cattivi che siano. Per dire una cosa sgradevole, ma incontrovertibile, la deificazione mitica di un re, di un eroe, di un criminale, risponde alla stessa macchina mitologica del superuomo: cambia solo il contenuto non la forma della macchina che rinvia ai linguaggi e ai comportamenti stereotipati del pro o del contro.

D’altra parte essere dalla parte di una ragione, che lucidamente analizza le cose, significa rinunciare, per usare un termine alla moda, a qualsiasi di forma di deificazione individuale, come pure di complottismo rituale.

Oggi la mafia in Italia non è più vista come un’ organizzazione criminale, un fatto sociologico, ma come una mitologica piovra dai tentacoli invisibili, che naturalmente arrivano fino a Roma.

Ci si dovrebbe perciò interrogare sui danni irreversibili all’intelligenza italiana causati dal romanzo sulla mafia (**). Non solo però: si pensi anche ai danni provocati all’idea di una liberal-democrazia, laica, lucida, razionale, in una parola sciasciana, capace di battersi contro la mafia evitando accuratamente di restare prigioniera dei meccanismi della macchina mitologica.

Purtroppo le cose non vanno così, e anche quest’anno si ripetono a pappagallo  i copioni  sui  "depistaggi" e su  "tutto quello che non torna".

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Capaci   .
(**) Qui alcuni miei articoli dedicati alla questione del “romanzo criminale” sulla mafia: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=romanzo+criminale .

domenica 22 maggio 2022

 


Cannes è un festival cinematografico di sinistra. In realtà, per dirla tutta, il cinema, tutto il cinema, vive di capitalismo, ma resta anticapitalista. O quantomeno pauperista. Nel senso che il povero, sotto qualsiasi latitudine, da Hollywood a Cecchi Gori (semplificando), ha sempre ragione. Insomma, se si è poveri la colpa è sempre del capitalismo.

Il fatto che le statistiche dicano il contrario (*) non viene assolutamente preso in considerazione dal pensiero mitico-ugualitario. Si deve trovare un capo espiatorio che giustifichi i falliti. In qualche misura l’ugualitarismo è l’ideologia dei falliti. Ma anche di coloro, che pur non appartenendo a questa categoria, vogliono comandare,  senza  passare attraverso i  normali  canali  della mobilità sociale.

Se ci si passa la battuta, gli anticapitalisti sognano di vincere facile. Perché, per cogliere una mela, prendere la scala, salire sull’albero, eccetera? Basta tagliare l’albero con una sega elettrica e impadronirsi, in una volta sola, di tutte le mele…

Pertanto anche questa’anno l’anticapitalismo ha avuto i suoi beniamini da Croisette. Si legga qui:

«Non c’è la guerra ma certo i guasti del capitalismo raccontati come un film horror in Triangle of Sadness con cui il regista svedese di The Square, Ruben Ostlund, ha impressionato oggi in concorso, dando una prima scossa. In tre capitoli il film racconta di Carl (Harris Dickinson, l’attore inglese di The King’s Man), modello scartato al provino di una pubblicità perchè non si muove dinoccolato come va di moda ora e di Yaya (Charlbi Dean Kriek), modella e influencer. Con loro Ostlund, con uno stile crudo, asciutto, satirico che lo accomuna al coetaneo greco Yorgos Lanthimos, va negli inferi del capitalismo moderno tra divisioni di classi ferocissime, magnati russi con moglie ufficiale e amante al seguito, venditori di armi. Sarà una lotta di sopravvivenza, ma a governarla più che l’umanità è il dio denaro » (**).

Ostlund è un regista colto, apparentemente colto… Perché in realtà ragiona con il machete. Come in suo precedente film ("The Square"), sembra  imputare al capitalismo  le guerre tout court, le guerre economiche, le mafie, il razzismo e ovviamente l’ineguaglianza.

Per contro, questa monomania di voler cancellare ogni disuguaglianza, sta provocando, e non da oggi, una gigantesca crisi fiscale.

Gli stati liberalsocialisti, che hanno sposato la causa del welfarismo, in realtà per conservare il consenso, non possono non essere di manica larga: di qui le fortissime spese sociali, che provocano la crescita simmetrica della pressione fiscale, crescita che sta giungendo a livelli insostenibili.

Parliamo di una crescita esplosiva che sta preparando quella che è la reazione tipica delle moderne classi medie, che quando temono il declino, impaurite, dal declassamento sociale, chiedono aiuto ai fascisti.

Pertanto, in nome di una presunta idea di bene, la fine di ogni disuguaglianza, si rischia di aprire le porte al male, il fascismo.

In sintesi, La guardia rossa richiama sempre la guardia bianca. E, a prescindere da chi vinca, il tenore di vita si abbassa per tutti, e di molto.

Buona domenica.

Carlo Gambescia

(*) Cfr. https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=rosling .
(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/2022/05/21/a-cannes-trinca-regista-e-film-contro-il-capitalismo_999bd8d5-d2b6-4237-9dfc-c19a7430dac5.html .

sabato 21 maggio 2022

Mario Draghi e la melassa pacifista

 


Ieri Mario Draghi ha visitato una scuola in Veneto, regione leghista. In realtà, i veneti sono gente pacifica, perfino remissiva. Venezia – la Serenissima – le guerre le ha sempre fatte fare agli altri. Solo per dirne una, piegò la Quarta Crociata ai suoi interessi, contrattando, come in una partita di giroconto, la conquista di quel restava dell’Impero Bizantino, con quella di Gerusalemme. Prima Bisanzio, poi il Santo Sepolcro, questi i patti. La Crociata si concluse con un fallimento, salvo che per Venezia.

I veneti non amano le guerre. Però erano sulla “Linea del Piave”: “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”. E nel 1848 la sfortunata difesa di Vicenza dagli Austriaci, che sparavano con i cannoni dai Colli Berici, intorno alla città, resta una pagina luminosa nel nostro Risorgimento. C’erano pure dei romani a combattere con i vicentini, gente di coltello: gli stessi che tornati a Roma, progettarono e portarono a termine l’assassinio di Pellegrino Rossi, eroico ministro liberale di Pio IX (un papa che però aveva già fatto marcia indietro, pronto a riparare a Napoli). Nessuno è perfetto.

Comunque sia, i veneti non amano neppure i prepotenti. Tra questi anche uno stato centrale che continua a spennarli fiscalmente.

Dicevamo di Draghi. Ne abbiamo scoperta un’altra su di lui. Ama le parabole… Ecco cosa ha raccontato ai ragazzi della scuola media inferiore, Dante Alighieri, di Sommacapagna, Verona.

«”Quel che si deve fare è cercare la pace, far in modo che i due smettano di sparare e comincino a parlare. Questo è quello che noi dobbiamo cercar di fare”, ha poi spiegato Draghi. “A Putin ho detto – ha aggiunto – ‘la chiamo per parlare di pace’, e lui mi ha detto ‘non è il momento’. ‘La chiamo perché vorrei un cessate il fuoco’, ‘non è il momento’. ‘Forse i problemi li potete risolvere voi due, perché non vi parlate?’, ‘Non è il momento’. Ho avuto più fortuna a Washington parlando con il presidente Biden; solo da lui Putin vuol sentire una parola e gli ho detto che telefonasse. Il suggerimento ha avuto più fortuna perché i loro ministri si sono sentiti”, ha concluso. “Chi attacca ha sempre torto. C’è differenza tra chi è attaccato e chi attacca, bisogna tenerlo in mente. Come quando uno per strada è grosso grosso e dà uno schiaffone a uno piccolo”. “Quello che è successo – ha aggiunto Draghi – è che il piccolino adesso è più grande e si ‘ripara’ dagli schiaffi, prima di tutto perché è stato aiutato dagli amici, ma anche perché combatte e si difende per un motivo, la libertà”, ha concluso» (*).

Perfetto la libertà. La stessa libertà, per quale nel 1915 (si metta da parte la canea nazionalista, prefascista), per i Salvemini, i Bissolati, gli Omodeo e tanti altri liberal-democratici, l’Italia entrò in guerra: una guerra sentita come Quarta Guerra d’Indipendenza. Ma quale pace… Si doveva finire di fare l’ Italia, completare il Risorgimento. Attenzione, non si trattava della guerra “Igiene del mondo” dei nazionalisti e di Mussolini. Quella era robaccia che avrebbe portato al fascismo. A Bissolati, il reduce, fischiato dai fascisti, perché tendeva la mano a croati e sloveni.

Ecco, sarebbe stato bello che il Presidente Draghi, invece della solita melassa pacifista, avesse parlato ai ragazzi del Risorgimento italiano sul Piave e di quello ucraino, dinanzi a Kiev. Due paesi in lotta per la libertà. Ed eventualmente, a proposito di trattative e rispetto delle autonomie, Draghi avrebbe dovuto inviare a Putin, già da un pezzo, e per conoscenza a Zelensky, il testo dell’accordo Italia-Austria (1946) tra De Gasperi e Gruber, sulla tutela delle minoranze di lingua tedesca in Alto Adige, popolazioni oppresse dal fascismo: territori che i nazisti durante la guerra si ripresero insieme a tutto il Trentino. E sembra, che anche il Veneto, in caso di vittoria di Hitler sarebbe passato alla Germania nazista, complice, forse, Mussolini.

L’ accordo tra De Gasperi e Gruber è tuttora indicato come un modello di convivenza, laddove esistono in Europa e nel mondo, minoranze linguistiche e culturali.

Ecco di che cosa Draghi doveva parlare a quei ragazzi. E invece, come detto, solita melassa pacifista.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/05/20/draghi-anchio-sono-mezzo-veneto_d98404d8-fc13-4314-9c0d-1077044954c7.html  .

venerdì 20 maggio 2022

L' imperativo territoriale, la lezione di Robert Ardrey

 


L’intelligence britannica parla di stallo (*). La resa parziale dell’acciaieria, stando sempre agli analisti, sembra perciò essere un contentino ucraino per i russi. Che ancora una volta sembra abbiano provato dopo quasi tre mesi di guerra, nonostante la tecnologia, di non avere grandi capacità militari: il soldato russo, si lascia intuire, pare essere rimasto quello della Prima Guerra Mondiale, un marmittone.

Del resto anche i comandi, ai vari livelli, come allora, non prendono iniziative, temono le destituzioni e sembrano essere più umani rispetto agli ufficiali zaristi, perché si guardano bene dal mandare le truppe al macello, puntando su attacchi frontali. Sebbene, pare che i russi abbiano avuto in quasi tre mesi circa trentamila caduti. Tuttavia non sono cifre da battaglie dei Laghi Masuri, del 1914-1915, quando tra morti e feriti vennero messi fuori uso, per così dire, centinaia di migliaia di soldati russi.

Come si spiega allora la clamorosa vittoria di Mosca nella Seconda Guerra Mondiale? Quando i russi giunsero trionfalmente a Berlino?

E si potrebbe andare ancora indietro, fino all’invasione napoleonica, quando i russi, reagendo energicamente, nel giro di due anni, entrarono a Parigi, per occuparla insieme agli eserciti, in particolare prussiano e austriaco, dell’ultima grande coalizione contro la Francia, pilotata dai britannici.

Ovviamente, soprattutto per le comparazioni di lungo periodo,  il rischio dire cose erronee è sempre in agguato.

Si ricordi infatti che la Russia, come potenza nella bilancia politica europea, emerge dopo Pietro il Grande nel sesto decennio del Settecento, con la guerra dei Sette anni. Insomma, il rischio è quello di tracciare, dal picco più alto della storia, che poi sarebbe il nostro modesto presente, linee puramente immaginarie, che riflettono, lo stato attuale cose, cioè i desiderata del momento.

Perché, allora, ripetiamo la domanda, i russi nel 1945, eccetera, eccetera? Sul punto riteniamo giusto richiamare l’attenzione del lettore su un dilettante di genio, Robert Ardrey (1908-1979), di Chicago ma vissuto in Sud Africa.

Dilettante, perché malgrado gli studi etologici e antropologici, si mise a scrivere per il cinema e per il teatro, anche con un certo successo, per poi tornare negli anni della maturità (chissà pentito…) a occuparsi del rapporto tra aggressività e territorialità però in ambito non accademico.

Autore di vari libri molto interessanti, tra i quali due tradotti in italiano: L’ istinto di uccidere(Feltrinelli 1968) e L’imperativo territoriale (Giuffrè 1984), quest’ultimo testo uscì nella famosa collana curata da Gianfranco Miglio, “Arcana Imperii”.

Tra le tante cose notevoli che Ardrey annota, ne ravvisiamo una che potrebbe spiegare il perché dell’eccellente resistenza Ucraina e della fiacca offensiva russa. E quindi dello stallo.

Scrive Ardrey nell’ Imperativo territoriale:

“La causa principale delle guerra moderna nasce dalla mancanza di un potere invasore capace di valutare correttamente le risorse difensive dico lui che difende il suo territorio. Nel proprietario che si difende si rafforzano costantemente le energie: l’ unione dei compatrioti immancabilmente di rinsalda al primo sparo d’arma; la moralità biologica chiede un sacrificio individuale, perfino un prezzo alto come la vita: tutti i comandi innati nell’imperativo territoriale agiscono per moltiplicare le evidenti capacità della nazione che si difende”.

Detto questo, Ardrey giustifica l’asserzione, dell’enorme potere bio-psicologico della guerra difensiva – non preventiva quindi, ma come reazione, di chi subisca l’invasione – con esempi tratti dalla vita animale e dalla guerra moderna.

Insomma, l’aggressione russa avrebbe moltiplicato le forze degli ucraini, come quella nazista decuplicò le forze dei russi, e così via. Il concetto, come nel caso dei francesi sbaragliati nel 1940, non rimanda alla singola battaglia persa, ma alla vittoria finale. Sicché, anche con Napoleone, i russi aggrediti si presero la bella soddisfazione di giungere fino a Parigi.

Diciamo che l’aggressione russa è in stallo, e che le cose potrebbero anche precipitare, perché si tratta di un’ aggressione territoriale contraria alla “morale biologica”, per usare la terminologia di Ardrey.

Ovviamente, anche le tesi di Ardrey, vanno prese cum grano salis, e ricondotte nell’alveo di un’analisi geopolitica, storica e che tenga conto anche degli aiuti militari occidentali. Insomma nulla di assoluto e definitivo sotto il profilo dell’interpretazione degli eventi.

Tuttavia la spiegazione di Ardrey, se accettata dal punto di vista delle deterrenza, cioè di come evitare le moderne guerre di aggressione, distinte dall’effetto boomerang, risulta molto più interessante e vicina alla realtà della melassa pacifista che alla morale biologica vuole sostituire una morale che piuttosto che agli uomini si addice agli angeli.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/estero/news/2022-05-18/diretta-ucraina-guerra-russia-nato-16788422/#tr_16801537 . Avvisiamo il lettore che l’inteligence britannica pone l’accento su una teoria politologica tuttora alla moda: quella che riconduce tutte le dinamiche politiche e militari alle tecniche decisionali. Non al perché ma al come  e al chi.

giovedì 19 maggio 2022

La biblioteca di Franco Battiato

 


Non si poteva fare peggiore servizio a Battiato di quello reso dal “Coraggio di essere Franco”, un documentario, scritto e diretto da Angelo Bozzolini, andato in onda ieri sera su Rai 1.

A parte il fatto, come si può intuire dalla pagina Fb del regista, che è stato girato in fretta e furia, assemblando materiali di repertorio e qualche foto inedita. Per non parlare delle improvvisate interviste, come quella a Sgarbi, che di Battiato, praticamente sapeva e sa poco o nulla. Ignorata o quasi (a parte le amenità personali di Sonia Bergamasco) la filmografia di Battiato, che, sebbene non copiosa, rappresenta un capitolo interessante della sua storia creativa.

È vero che l’improvvisazione talvolta è fortunata, quindi è stata evitata la megalomane caratterizzazione, tipica degli interpreti di destra, del Battiato-Guénon, se non addirittura nelle vesti di un redivivo Julius Evola, in groppa alla tigre.

Bozzolini, che invece è di sinistra, quella di oggi, che vive e lotta dentro il guazzabuglio ideologico mainstream, liberalsocialista, ha dipinto un Battiato psichedelico, un sessantottino semipentito, di genio, tipo Silicon Valley, quindi tutto sommato attento ai soldi. Un casto e poliglotta Aldo Busi, che avrebbe riscritto il pop italiano in chiave pseudo buddista ed eterosessuale, piegando la sperimentazione al successo. Così dicono i produttori musicali… Ma si può, solo per fare esempio, far scrivere la vita di Paolo Sorrentino a Vittorio Cecchi Gori?

Per dirla con un mio vecchio direttore, Bozzolini non aveva e non ha le “coordinate culturali” per comprendere Battiato. E lo si capisce, da come si lascia sfuggire una citazione fondamentale che se sviluppata avrebbero favorito la comprensione di un uomo creativo, intelligente e colto, ovviamente non un filosofo o un pensatore.

Ciò che Battiato dice di sé: quel “ non essere mai nato e quindi mai morto”, indica l’affermazione dell’esistenza di un etereo corpo spirituale, che in qualche misura trascende l’uomo e la stessa dimensione del sacro. Che – attenzione – è vista da Battiato come un prolungamento del trascendente. Quindi non siamo davanti a un Hippy stagionato con il culto del Nirvana, peace and love. Ma siamo dinanzi a un erudito che conosce e apprezza le religioni, a partire dall’Islamismo, soprattutto nel versione Sufi, così ricca di misticismo, anche musicale a artistico. Ma cosa possono sapere personaggi intervistati come Scurati, Sgarbi, Morgan di un percorso del genere? Bah…

Un itinerario, quello di Battiato, che tra l’altro incontra figure, seppure diverse per qualità, ma non proprio intellettualmente comuni, come Guénon e Gurdjieff.

Anche gli altri intervistati, alcuni abbastanza acculturati in argomento, non hanno sciolto questo fondamentale nodo, che rinvia al sostanziale impulso antimoderno (come rifiuto del liberalismo e del capitalismo) che caratterizza tutta la produzione, inclusa quelle sperimentale, di Battiato: il suo tradizionalismo, non spicciolo conservatore borghese, ma guénoniano, scorge in una tradizione trascendente, che accomuna le diverse fedi, qualcosa che preesiste, persiste e sovra-esisterà a un uomo prigioniero del suo corpo materiale, addirittura animale, in cerca di quel del Re del Mondo che è dentro ognuno di noi.

Probabilmente, per ragioni di spazio, si è tagliato più di qualcosa. Così almeno ci auguriamo. Indugiando però, altro limite del documentario, sulla malattia, sul corpo terreno… Quanto di più lontano dalla concezione tradizionalista di Battiato. Roba da ridere per lui.

Battiato, come abbiamo scritto in altra occasione, ha tentato di spiegare Guénon al popolo (*). Quindi non “sperimentalismo di massa”, come osserva, anche acutamente, un intervistato, ma tradizionalismo di massa.

Attenzione, di masse, che non pensano di essere tradizionaliste ma neppure moderniste, esistono, vivendo alla giornata, come non possono non vivere le torpide masse welfarizzate.

Il modernismo, come pastiche creativo, invece è nei critici, nei Bozzolini e in quasi in tutti gli intervistati: si spennella di spiritualismo il sintetizzatore. L’idea di rivoluzione, tipica della sinistra sessantottina, si è trasformata nei figli in ribellismo mainstream, welfarizzato, in professioni di fede tipo “Dov’era lo stato?”.

È, ovvio quindi, che Battiato venga erroneamente visto come uno dei loro.

Ma ne ravvisiamo un’altra di citazione fondamentale, che non rende un buon servizio neppure alla causa post-sessantottina, quando si riporta il Battiato del “non voglio comandare e non voglio essere comandato”.

È quel che Manzoni attribuisce a Don Ferrante, personaggio semicomico, lunatico, l’ultimo degli Aristotelici, in un secolo scopertosi Cartesiano, che, in casa, non vuole comandare né obbedire alla consorte, Donna Prassede.

La biblioteca di Don Ferrante, descritta con minuzia di particolari curiosi, semigrotteschi dal Manzoni, ricorda il “Magic Shop” sul quale Battiato dirigeva i suoi strali antimoderni. Però Battiato, a sua volta, non vuole né comandare né obbedire, proprio come Don Ferrante, che non aveva fatto il Sessantotto. E neppure Battiato, siciliano tipo (come avanza non sviluppando Sgalambro): mezzo Bufalino, mezzo Sciascia, ma con sottobraccio La crisi del mondo moderno di Guénon. Altro che “Risorgimento in Sicilia” di Rosario Romeo, grande esempio di liberale autentico, quindi non un liberalsocialista. Ma questa è un’altra storia.

Ecco, un studio da intraprendere, perché anche Don Ferrante era coltissimo a suo modo, rinvia alla biblioteca di Battiato. Che secondo alcuni, ricordava il catalogo Adelphi. Di qui gli equivoci con la destra. Che scorgeva e scorge in Battiato una specie di casto D’Annunzio.

Cosa ha letto veramente Battiato? E anche di questo nel documentario di Bozzolini non c’è traccia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/franco-battiato-tra-caso-e-necessita/ .

mercoledì 18 maggio 2022

Quei vigliacchi dell'Eni

 


L’Eni, ente dietro il quale c’è lo stato o comunque il governo, ha aperto un conto in rubli per pagare gas il russo, pur mantenendo aperto il conto in euro. In questo modo però l’Italia ha violato le sanzioni economiche contro la Russia varate dall’Unione Europea e obbedito a Mosca. O comunque sia, siamo davanti al solito atteggiamento, storicamente italiano, segnato da una grave ambiguità e da una bella dose di vigliaccheria.

Si dirà, che bisogna essere realisti, che tutti fanno così, e che prima di ogni cosa vengono gli italiani.

È proprio così? Certo, l’influenza economica dell’Italia sulla Russia è pari a zero. Mentre quella della Russia sull’Italia è notevole, soprattutto in ambito energetico, quindi ci si doveva piegare: si chiama legge del più forte.

Del resto l’Unione Europea, sul piano geopolitico, non conta praticamente nulla, di qui, ecco il ragionamento italiano, meglio rischiare una elefantiaca procedura di infrazione sulle sanzioni violate, che dispiacere alla Russia e morire di freddo.

A dire il vero, però, il realismo dell’Eni e del governo (perché senza placet di Draghi…), ha un fondamento di viltà. Roba da vigliacchi. Un amaro calice che lascia un retrogusto sgradevole. Che probabilmente gli italiani, stando pure ai sondaggi, non avvertono. Oppure, che mandano giù turandosi il naso, aspettando che passi la nottata.

Diciamola tutta: in Italia la categoria dei “falchi” – così sono liquidati coloro che ritengono che la Russia vada ridimensionata, a partire da un’ energica risposta all’invasione dell’Ucraina – risulta di proporzioni a dir poco lillipuziane. Neppure i militari, da anni messi all’angolo, hanno sposato la tesi dell’appoggio militare incondizionato all’Ucraina.

Le polemiche delle colombe filorusse, che non sono poche rispetto ai “falchi”, godono di grande visibilità in tv e sui social. Si punta a demolire qualsiasi politica ostile verso la Russia (dagli aiuti militari a un intervento diretto). Attenzione, politica ostile che nessuno sembra aver formulato chiaramente.

La Russia è militarmente in difficoltà, si potrebbe dare il colpo di grazia. Però in Europa si fa finta di non capire. E in Italia pure. Anzi, come nel caso dell’Eni, addirittura la si aiuta.

Purtroppo, nonostante si sia costruita, con la complicità del governo italiano, questa storiella mediatica dei falchi, i falchi non esistono, o comunque se esistono, ripetiamo, non contano politicamente nulla.

Le decisioni vere, sotto le chiacchiere e nessun distintivo, come prova la scelta dell’Eni, sono pro Russia. Detto per inciso, non saranno i miserabili aiuti militari italiani per centocinquanta milioni di euro a cambiare gli equilibri militari in Ucraina.

Del resto l’establishment ucraino, con Zelenzky in testa che di massmedia se ne intende, ha perfettamente capito, che solo gli Stati Uniti, per quanto a spizzico, sono in grado di aiutare l’Ucraina. Kiev  sa perfettamente di che pasta corrotta sono fatti gli italiani. Quindi l’Ucraina si accontenta di qualche mitragliatrice pesante, un pugnetto di cannoni anticarro e forse alcuni missili. Questo passa il convento. Sicché per il momento a Kiev si  fa finta di nulla.

Del resto i filorussi possono contare sull’aiuto della palude pacifista: sulla condanna morale a priori della guerra, anzi di ogni guerra. Un atteggiamento che, di fatto, non risale oltre le responsabilità di Putin e che ignora la forza propria della macchina militare e ideologica russa  che ramifica  l’invasione dell’Ucraina.

E così, in un mare di melassa umanitaria, che consente ai filorussi di presentarsi come difensori della pace, di ridicolizzare Zelensky come marionetta degli americani (ma a chi dovrebbe chiedere aiuto, in alternativa, agli europei? Tipo quelli dell’Eni?), si va avanti giorno dopo giorno, sperando che i russi si stanchino o che gli ucraini cedano.

I falchi si contano sulla punta delle dita e non contano nulla. Non si dia retta alle storielle messe in giro dai filorussi, non sgradite  a un governo ipocrita che si nasconde dietro il pacifismo pur di restare in sella.

I popoli purtroppo, come capita alle persone, si misurano nei momenti di grave crisi, quando si deve stare di qua o di là. L’Italia, al di là della manfrina umanitaria e di un pugno di armi, sta dalla parte dei russi, come mostra il cedimento dell’Eni.

Certo, ufficialmente, non lo si ammette. Ma i fatti ci dicono che è così. Altro che falchi. Al momento vincono i vigliacchi.

Carlo Gambescia