domenica 17 novembre 2019

Benito Mussolini, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht    
Marcello Veneziani cantore del 1919




Marcello Veneziani  va in giro per l’ Italia  a presentare  i suoi  libri nostalgici  sugli dei e sul  mito. Classici argomenti da “tentazione fascista”. Per chiarirsi le idee al riguardo si  leggano Cassirer, Jesi e Kunnas. Da ultimo, Veneziani,  si è trasformato nel cantore, ancora più nostalgico, del 1919.
Per chi ancora non lo sapesse  il “Diciannovismo”  (o “Sansepolcrismo”)   è il  cavallo  di battaglia del cosiddetto fascismo di sinistra.  Come per certi  comunisti romantici,  Rosa  Luxemburg e Karl Liebknecht  sono  il comunismo che poi non fu,  così per Veneziani,  Podrecca, Farinacci e Rossi, sono il vero fascismo che si perse strada facendo…
E sulla base di queste anacronistiche e romantiche  scemenze, Veneziani  va in giro per i teatri, si dice, tra gli applausi di un’Italia tristemente sospesa   tra  ignoranza e  nostalgia. Celebrando un centenario che non c'è... O se c'è,   esiste solo nella testa dei  neofascisti.  
E quando  qualcuno si azzarda a  muovere  un' obiezione, Veneziani si atteggia  subito  a perseguitato politico: si mette  a frignare  sulla natura illiberale di un sistema liberale  che invece alcuni anni fa addirittura  lo premiò  con  un incarico "demoplutocratico" di vertice alla Rai.
Dicevamo del fascismo di sinistra, del “Sansepolcrismo”.  Termine che prende origine  da piazza San Sepolcro a Milano, dove il 23 marzo 1919  si tenne   nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale, l’ “adunata” fondativa dei fasci di combattimento, presieduta da Mussolini  e da circa  trecento scalmanati, più  o meno noti.  Alle questure.
Il velleitario programma  sansepolcrista,  mezzo  repubblicano e mezzo socialista, venne poi messo nel freezer per vent’anni.  Mussolini, lo scongelò nel 1943, ormai  disperato e nelle mani dei nazisti, riconsacrando il sansepolcrismo  in chiave antisemita nei cosiddetti 18 Punti di Verona. Una vergogna incancellabile.  
Molti neofascisti, e  tra questi Veneziani, sostengono tuttora  che se Mussolini avesse tenuto fede ai principi del 1919  il fascismo  sarebbe stato  ben  altra cosa. In senso positivo, ovviamente.  
In fondo, come dicevamo all’inizio,  si tratta della stessa tesi  dei neocomunisti quando rimpiangono il comunismo che mai fu di Rosa Luxemburg   e dei mitici  consigli operai.  
In realtà, sia il Sansepolcrismo sia il comunismo consiliare, restano due fenomeni politici profondamente  antiliberali e anticapitalisti. Pertanto, Benito  Mussolini "il rivoluzionario" del 1919,  per dirla con De Felice,   e  Rosa Luxemburg, critica,  da sinistra,  di Lenin,  una volta al potere, avrebbero comunque  preso una direzione antiparlamentare, terroristica  e autarchica.  Di male in peggio.
Mussolini fu fucilato nell’aprile del 1945 dai partigiani, dopo vent’anni di danni.  Rosa  Luxemburg e Karl Liebknecht  furono invece sequestrati e  uccisi dai corpi franchi, gruppi paramilitari, nel gennaio del 1919.
Chissà se anche Mussolini… Difficile dire. Di sicuro,  Veneziani oggi  celebrerebbe Farinacci... 

Carlo Gambescia                         
                 

sabato 16 novembre 2019

Ma quanto è bravo Massimo Maraviglia…
Filosofia del gusto e altre cose….


Massimo Maraviglia (nella foto con i suoi studenti) è un esempio classico di  spreco italiano: un Paese che oggi si dichiara di nuovo sovranista, e trionfalmente,  ma dove, come ieri e  l’altro ieri,  se  uno studioso non sposa la causa mainstream, delle cordate  di  destra o di sinistra (pari sono), rischia di  ritrovarsi  a insegnare in un liceo, e non all’università come  meriterebbe. 
Di Maraviglia ricordo, e con piacere,  un  profondo e  originale lavoro su Schmitt che  in un  paese normale  gli  avrebbe aperto le porte dell’università alla stessa velocità di un gran premio automobilistico. Va però detto che Maraviglia, eccellente educatore e filosofo,  in quel clima mefitico, avrebbe rischiato di intristirsi e appassire: senza sole, senza acqua. Come  un’ elegante e raffinata orchidea…         
Dopo questo omaggio floreale,  non posso  non segnalarne  un magnifico testo apparso sul suo blog: “Idee per una filosofia del gusto (manifesto semiserio, teorico-pratico)” (*).
La sua idea di gusto, ricorda quella  di  Georg  Simmel: privilegiare, ma con leggerezza,  la forma sui contenuti, perché  la forma resta i contenuti passano. Il punto non  è rappresentato  dal  contenuto fisico  - almeno così sembra di capire - di un cibo, ma   dalla   forma mentale con cui si  addenta una pizza napoletana o si mangia  un kebab turco.  
Lasciamo la parola al professor Maraviglia:

Della modalità. Est modus in rebus. La mamma insegna a stare a tavola, ascoltarla. Quindi su le mani. Impugnare bene le posate. Bocca chiusa. Niente gomiti sul tavolo. Vino alle signore. La scarpetta solo in rarissimi casi, quando cioè il sugo lo chiede imperiosamente ed è peccato mortale lasciarlo nel piatto (in questo caso è meglio ubbidire a Dio che agli uomini). Finire quello che c’è nel piatto: si ricordi che l’avanzo è sempre della mala creanza. Non fare gli schizzinosi. Conversare. Non essere né troppo lenti né troppo veloci. E se si è a conoscenza di qualche debolezza in questo campo, ascoltare le mogli!
Nazionalismo e internazionalismo. In cucina, come dappertutto, è cosa buona l’orgoglio nazionale. Ma nemmeno stonano la consapevolezza regionale e financo il campanilismo locale. Noi siamo sempre in quanto apparteniamo. Tuttavia la gastronomia è il regno del gusto e su tutto il gusto domina. Esso è come la musica per la poesia: se la musica qui ha sempre ragione, là il sapore trascende ogni altra considerazione. Quindi … dall’hamburger al kebab, dal sushi alla tempura, dall’adobo alla cheescake, dal bratwurst alle moules: tutto va bene quando sia fatto bene. Ogni piatto, per quanto umile, se sia ben eseguito tende alla bontà e adorna la nostra vita.

Perfetto. Solo una piccola osservazione, da umile sociologo dell'economia...
Nel testo di Maraviglia  si critica l’accoppiamento poco giudizioso  tra mercato e  ristorazione.  In  realtà, il mercato della ristorazione, grande o piccola che sia,  è tra i pochi mercati dove la libera concorrenza funziona, come provano prezzi contenuti, code, prenotazioni e l’alto tasso di mortalità  e sostituzione delle imprese di settore, nonché   l’accorta politica dei prezzi, che si adegua verso il basso, persino nella grande ristorazione. Magari tutti i mercati funzionassero così.
Certo, ciò presuppone un rapporto qualità-prezzo intorno a valori medi, talvolta medio-bassi.  Ma si può migliorare.
L’importante, soprattutto per il consumatore,  resta la forma, il modo in cui si addenta… Qui lasciamo  di nuovo la parola al professor Maraviglia.
Leggetelo. E con gusto.  
Carlo Gambescia                

venerdì 15 novembre 2019

Il caso Cucchi e la democrazia liberale
L’istinto del taglione


Sotto il profilo sociologico le moderne  forze di polizia sono il prolungamento del weberiano monopolio  della violenza legittima,  tradotta in forza legalizzata, insomma approvata dalle leggi. Moderno stato rappresentativo e controllo pubblico dei comportamenti socialmente illeciti  vanno di pari passo.
Tutto bene allora? Non completamente. E ci spieghiamo subito.
Il profilo degli agenti di polizia rimanda a soggetti addestrati all’uso scalare del forza, uso limitato -  ecco la caratteristica del moderno stato di diritto -  dalle leggi a tutela della libertà dei cittadini.  Purtroppo, l’uso della  forza razionalizzata attraverso il diritto, spesso entra in conflitto con l’ideologia del taglione, antichissimo ma irrazionale strumento di giudizio che continua innervare il comportamento di alcuni poliziotti ( e non solo),  mossi dall’idea che il criminale, o chi ritenuto tale, debba essere trattato spietatamente, per l'appunto come un criminale. Come un soggetto irrecuperabile alle società. Sempre e comunque.  Si può parlare, come ora  vedremo, di  un istinto del taglione.
Va  però detto  che in larga parte la polizia moderna ha accettato il diritto razionale e il relativo uso limitato e legalizzato della forza.
Nel caso Cucchi, ci troviamo invece davanti a poliziotti, nel caso due carabinieri, che hanno applicato il taglione, violando le regole dello stato di diritto. Di qui, la condanna di ieri.
Qual è il succo del nostro discorso?  Che lo stato di diritto, a differenza di altre forme storiche di governo degli uomini, ben incarnato dalla democrazia liberale, offre gli strumenti perché il diritto razionale faccia il suo corso. E come si dice alla fine “trionfi”.  
Ovviamente sussistono problemi organizzativi e ideologici. Tradotto: le lentezze della magistratura, legate a problemi di risorse, e la condivisione in alcuni settori sociali, anche esterni alle forze dell’ordine,  delle legge del taglione.
Attenzione, semplificando i concetti,  il rapporto tra taglione e uso razionale e legalizzato della forza, non va visto in chiave evolutiva: nel senso che l’istinto del  taglione non sia altro che una sopravvivenza sociale che presto sparirà all'insegna del vissero felici e contenti.
In realtà, il farsi giustizia da soli, sulla base di una proporzionalità  delle pene, inventata o reinventata, spesso in un attimo,  è un impulso sociale profondo,  o se si preferisce una  spinta istintiva a compiere un’azione che si giudica un atto di giustizia, proporzionale all’offesa ricevuta dal singolo o dal gruppo sociale.
Nel caso Cucchi i due carabinieri  hanno ritenuto, picchiando a morte il giovane,  di compiere un’azione reintegrativa sia sul piano singolare che collettivo.
Il che, come giustamente hanno deciso i giudici, forse inconsapevolmente (insomma senza fare  nessuna analisi sociologica, ma applicando la legge che vieta, eccetera, eccetera),  non è una scusante, ma indica come, anche in una società razionale,  l’irrazionalismo  sia sempre in agguato.
Tuttavia, come abbiamo anticipato, la società liberale, a differenza di altre,  offre, con lo stato di diritto,   gli strumenti giuridici per arginare l’istinto del taglione.
E non è poco.

Carlo Gambescia                      

giovedì 14 novembre 2019

 Acqua alta  
Morte a Venezia 2



Di ingegneria idraulica non capiamo nulla. Di sociologia qualche cosina. E quale può essere la reazione del sociologo al clima di catastrofe che oggi sembra aleggiare su Venezia “invasa dall’acqua alta”?  Per una specie di   “Morte a Venezia 2”?
Che le reazioni, degne di un paese in disarmo e diviso,   rimandano a quel fenomeno che può essere definito il suicidio italiano,  sempre  pronto, con sconcertante regolarità, a consegnarsi al  castigamatti di turno.  
L’atteggiamento socio-mentale è il seguente: si parte, uno, da una visione della realtà utopistica: Venezia senza l’acqua alta per sempre, tipo fenomeno degli storni allontanati dalle città grazie alla tecnologia dei finti richiami. Un cosetta facile facile….  Per poi proporre a distanza di anni,  due, un incredibile  confronto tra la  Venezia città di Utopia  e la  Venezia reale,  città dei ladri, di tutti coloro che con le loro ruberie politiche avrebbero impedito e prolungato  la realizzazione del Mose: un prodigio della tecnica, capace di mettere al riparo la città lagunare in via definitiva.

Non si dice però, che i tecnici, quelli seri,  non hanno mai garantito una “mosaica” apertura e chiusura delle acque dalla qualità cronometrica, né che gli ecologisti hanno ferocemente e irrazionalmente condannato il Mose, non proponendo soluzione alternative, se  non una deportazione di massa in stile Cambogia rossa. Di qui però polemiche, giudizi, ritardi e arlecchinate varie.  
Cosa vogliamo dire?  Che una classe dirigente, a destra come a sinistra, priva di senso della misura,  che imprudentemente ha illuso la gente, promettendo l’impossibile, per non riuscire a mantenere neppure il possibile,  si autocondanna inevitabilmente al suicidio.  Perché si ritrova non solo  a dover chiedere scusa di cose che non poteva promettere, ma addirittura ad alzare la posta, ripromettendo l’impossibile: che il Mose sarà  finito a breve  e che poi più nulla accadrà.  Latte e miele pioveranno su Venezia.       
Mose o non Mose, Venezia è una città che è lì da secoli, con le sue  caratteristiche, culturali, sociali, geologiche, cose  che la rendono unica.  
Però unicità significa soprattutto unicità-difficoltà nel promettere soluzioni definitive che in realtà non esistono. Quindi serviva una sana presa di distanza da ogni eccesso. Solo per fare un esempio: se si rideva, da un lato,  dell’idea-limite di prosciugare la città e costruire una diga fissa (non mobile come il Mose) alle sue bocche, si doveva altrettanto ridere,  dall’altro, dell’  idea-limite di far crescere le aspettative delle gente, a scopo elettorale,  ventilando soluzioni  miracolistiche a proposito di dighe mobili e  di un rassicurante  “business as usual”.  

Insomma, soluzioni definitive non esistevano e non  esistono,  quindi serviva e serve  prudenza. Del resto  i veneziani, come prova la storia della Serenissima, sono gente realista,  se ci si passa l’espressione, non si lasciano fregare facilmente, magari subiscono, per poi rialzare la testa, appena passata la bufera.  
La canea miracolistica rinvia perciò alla “Terraferma” allargata alla Regione Veneto e all’intera Italia, soprattutto politica,  a destra come a sinistra: cinematografari della politica che hanno promesso ciò che razionalmente non potevano  mantenere.  
Tutti colpevoli, nessun colpevole? Bah... Le cause dei suicidi politici  restano spesso  nascoste come quelle dei suicidi individuali.  Bisogna rassegnarsi.
Una cosa è certa però,  prima o poi, dal clima di rissa continua,  salterà fuori l'energumeno armato del bastone più grosso: il castigamatti che  presenterà il conto all’Italia.  Del resto è già accaduto.  Dopo di che però,  delle due l’una:   o pagare, servendo,  o pagare morendo,  politicamente o meno.

Carlo Gambescia                   

                               

mercoledì 13 novembre 2019

Il saggio di Cailin O’ Connor e James Owen Weatherall
Disinformati si nasce…


Esistono libri utili.  Perché consentono  al lettore,  che vuole capire quel che accade, di approfondire. Ovviamente richiedono un certo impegno, ma alla fine, chiuso e riposto il testo, si può provare l’ebrezza della conoscenza, o comunque di sapere qualcosa più degli altri.
Il volume di   Cailin O’ Connor e James Owen Weatherall, L’era della disinformazione. Come si diffondono le false credenze (Franco Angeli, pp. 275, euro 28,00), appartiene a questa rara specie.   Come del resto la collana in cui viene pubblicato: “Tracce. I nuovi passaggi  della contemporaneità”.  Collezione che offre interessanti titoli sulla “quarta rivoluzione industriale”, il “capitalismo senza capitale” “confini e immigrazione”.Complimenti all’editore.
Che cosa dicono O’Connor e Wheatherall (già noto per The Physics of Wall Street, 2014), professori di logica e filosofia della scienza  dell’Università della California”? Innanzitutto che l’uomo, scienziati compresi (perché tre capitoli su quattro sono dedicati  alle pratiche di “color che sanno”, è un animale che tende alla disinformazione. Si potrebbe dire, che disinformati si nasce. Le fake news  vengono da lontano e forse  nascono con l’uso sociale, assai antico, del mito, come strumento di legittimazione. E come ora vedremo di rassicurazione collettiva. 
Ecco il punto: per quale ragione tendenza alla disinformazione? Perché le cose si possono anche sapere, appropriandosi del loro contenuto di verità, ma per ragioni di conformismo sociale (o pressione sociale) quella stessa verità può  venire occultata.  Per  il semplice  motivo  di uniformarsi al mainstream:  di sentirsi rassicurati dal senso di appartenenza, a prescindere dai contenuti di verità dell'appartenenza. 
Sembra addirittura, come provano studi di psicologia sociale, a partire dal pioniere Solomon Asch, che l’uomo tenda alla disinformazione, per un’innata volontà di andare d’accordo con i suoi simili. Insomma, quel che unisce, poi divide.  In principio fu la cooperazione non il conflitto. O comunque, quest'ultimo, venne dopo,  O’Connor e Wheatherall quasi rovesciano  le famose tesi  di  Hobbes.
In sintesi, banalizzando:  non è vero ciò che è vero, ma è vero quel che piace, non a al singolo ma al gruppo di appartenenza.
Ovviamente, una predisposizione del genere, nell’epoca dei social e delle comunicazioni istantanea, si è trasformata, o comunque rischia di trasformarsi nella polarizzazione politica e sociale -.  altra interessante  tesi sostenuti dagli autori -  della lotta tra conformismi opposti, se si vuole delle stupidità sociali contrastanti. 

Lo scienziato, pur tra i limiti della logica di gruppo, può contare sulle evidenze scientifiche, che pure ci sono, ma l’uomo comune no, perché prigioniero della logica mass mediale della notizia curiosa, anche se falsa.  Di qui, le pesanti responsabilità dei decisori politici e mediatici in questa corsa verso le idiozie politico-sociali, corsa che ad esempio negli Stati Uniti ha  fatto vincere Trump, presentato dai social di destra, purtroppo seguiti a ruota dall’informazione tradizionale, come un vero americano, difensori dei sacri valori, in lotta contro una banda di pedofili e corrotti capeggiata da Hillary Clinton. Fantapolitica… Eppure.  
Rimedi?  O’Connor e Wheatherall (nella foto accanto), su questo fronte tentennano,  come del resto accade quando ci si confronta con il grado zero della socialità umana. 
Per un verso raccomandano  agli scienziati, di non rinunciare mai al valore delle evidenze, delle prove scientifiche,  respingendo qualsiasi pressione esterna ( ma anche interna: parti interessantissime del  libro sono dedicate, anche grazie all’aiuto di grafici, a schemi relazionali di trasmissione dell’informazione). 
Per l’altro verso, si chiede una regolamentazione dei social, severa ma non limitatrice della libertà di espressione. Crediamo però  che gli stessi autori,  nonostante il  vivacissimo pragmatismo, si rendano conto dello sforzo sisifico di conciliare libertà e  nuovi media. Come impedire  la polarizzazione (concetto tra l’altro sviluppato in sociologia, già negli anni Quaranta del Novecento da Pitirim Sorokin)  a colpi di  leggi limitative della libertà di espressione? 
Interessante, anche l’introduzione del concetto di  “democrazia volgare”, che ricorda quello di “democrazia emotiva”, coniato da Theodor Geiger, già negli anni Cinquanta del secolo scorso, al quale  O’Connor e Wheatherall affiancano quello di una democrazia qualitativa, capace di mediare  tra “democrazia volgare” e tecnocrazia.  Lasciamo però  la parola (conclusiva, anche nel libro) agli autori:

“Proporre una nostra forma  di governo, va ovviamente oltre gli scopi di questo libro. Ma ci teniamo a sottolineare che questa è la conclusione logica  delle idee che abbiamo discusso. E il primo passo di questo processo è abbandonare il concetto  del voto popolare  come modalità adeguata per pronunciare un  giudizio che richiede una conoscenza specialistica. La sfida è quella di  individuare nuovi meccanismi  per aggregare valori  che catturino gli ideali democratici, senza renderci ostaggi  dell’ ignoranza e della manipolazione” (p. 233, corsivo nel testo).

Geiger, di cui si veda “Democrazia senza dogmi” (Utet 1968, in Saggi sulla società industriale, a cura di P. Farneti)  ai suoi tempi, consigliò di contrastare la “democrazia emotiva”, populista  e demagogica, puntando sull’accettazione piena degli interessi, in primis, l'interesse dell' elettore a difendere il migliore dei mondi possibili: quello liberal-democratico, imperfetto, ma meno degli altri.  
O’Connor e Wheatherall, si muovono in fondo  nella  stessa direzione, sottolineando giustamente il ruolo dei  meccanismi, per “aggregare valori”.
I valori però, a differenza degli interessi, indicano ciò che vale, e quel che vale, implica giudizi di valore, quindi gerarchizzazione della realtà, di ciò che viene prima. 
Il punto è che su quel che viene prima non tutti sono d’accordo. Di qui conflitti, manipolazioni  e polarizzazioni. Sorokin, che pensava per millenni, riteneva che le polarizzazioni, segnassero inevitabilmente le epoche di crisi e di transizione verso nuovi ordini (si veda in particolare Man and Society in Calamity,  Dutton & Co.1942), età di ferro distinte dalla diffusione di  valori opposti a quelli difesi dagli ordini precedenti.  Insomma, trasformazione epocali.  Ma stiamo veramente vivendo in un’epoca  simile, in tutto e per tutto,  alla dissoluzione  dell'Impero Romano o all'autunno del Medioevo?  
Dalla riposta dipendono le soluzioni. Apocalittiche o meno.  Ma anche  il valore, pratico, se si vuole politico - quindi non solo conoscitivo -   di libri come quelli di Sorokin, Geiger, O’Connor e Wheatherall…  Siamo perciò, ripetiamo,  oltre il puro interesse di lettura.  Il che significa, sicuramente,  oltre queste brevi note.      
Carlo Gambescia
                        
     

martedì 12 novembre 2019

Antisemitismo  e caso  Segre
C’è poco da minimizzare...

Oggi la destra, cantando vittoria,  cita  i dati dell’Osservatorio sull'  Antisemitismo della Fondazione CDEC, secondo i quali  gli insulti antisemiti  ricevuti da Liliana Segre, non sarebbero duecento al giorno,  ma meno di  duecento all’anno, e non tutti  indirizzati   alla senatrice. Inoltre, come si sottolinea,  i dati errati riguarderebbero il 2018 non  il 2019 (1).
Pertanto -  ecco la lezioncina di educazione civica della destra - ci troveremmo davanti  a  una montatura della sinistra per criminalizzare la destra:  una "balla"  per favorire l’ istituzione di una Commissione parlamentare ad hoc  rivolta a perseguitare politici innocenti  come Salvini, fior di patrioti e  bravi ragazzi delle curve .
Però quel  che non viene ricordato, furbescamente,  è che nel 2018 l’Osservatorio ha registrato  197 episodi di antisemitismo, ossia un numero nettamente superiore rispetto al 2017 e al 2016  quando ne furono catalogati 130 (+ 60 %) (2).
Si dirà che si tratta di dettagli di poco conto rispetto  alla rumorosa  campagna  di “Repubblica”. In realtà, se la sinistra ha travisato,  ferma  però restando la gravità degli attacchi alla senatrice,  anche la destra non sembra essere da meno.  Perché l’antisemitismo è pericolosamente in crescita. Cosa che non si può negare. E neppure minimizzare.  

Inoltre,  ricondurre l’antisemitismo  a questione di  “ego”, di puro e semplice protagonismo, come leggiamo su “Termometro Politico” (3),  ragioni subito  gioiosamente accettate dalla macchina propagandistica della destra, significa, ripetiamo, minimizzare un fenomeno, principalmente politico, che certamente non va strumentalizzato, ma neppure ridotto a folclore egolatrico da social.  
L’Italia -  e quel   che è ancora più triste è  doverlo  ripetere ogni volta -  ebbe  le sue “brave”  leggi razziali a chiarissimo contenuto antisemita. E i  "bravi italiani"  del tempo,   salvo alcune eccezioni,  non alzarono un dito. Come del resto nel dopoguerra  gli stessi “bravi italiani”  continuarono a far finta di nulla. Le leggi razziali? Un errore, tra i tanti meriti del fascismo. A cominciare  dai  "treni che  arrivavano sempre in orario". Ecco cosa  ripetevano tanti  “bravi italiani” se intervistati (4).
Verrebbe da dire  che spaccavano il secondo anche i treni diretti in Germania e Polonia, stipati di donne, vecchi, bambini o poco più  grandi come Liliana Segre... 
Certo, è  vero che durante la Prima Repubblica, politicamente parlando, l’antisemitismo militante rimase solitario patrimonio ideologico dei gruppuscoli neonazisti e neofascisti. Tuttavia con la Seconda e soprattutto  Terza Repubblica,  l’ascesa dei movimenti populisti e di  estrema destra  ha causato il ritorno dell’antisemitismo diffuso. Quindi bisogna vigilare, senza eccessi politici, ma vigilare.  
Altro che egolatria… La bestiaccia  antisemita è più sveglia che mai.

Carlo Gambescia                     



(3)  Qui:  https://www.termometropolitico.it/1465466_liliana-segre-non-riceveva-200-insulti-al-giorno-prima.html .
(4) Si veda A.M. Di Nola, L’antisemitismo in Italia 1962-1972, Vallecchi, Firenze 1973.

lunedì 11 novembre 2019

Spagna, vince Vox

Surtout pas trop de zèle

 


«Noche de euforia. Vox alcanzó ayer el éxtasis. Santiago Abascal proclamó que sus 52 escaños significan el «perfeccionamiento de la democracia española» porque el Congreso tiene una representación «más real y fidedigna» de lo que piensa una gran parte del país. El líder de Vox celebró que la fuerza de esos diputados servirá para abrir aún más debates que el «consenso progre» ha intentado cerrar. Así, ha anunciado que, al superar los 50 escaños, podrá presentar recursos de inconstitucionalidad cuando crea oportuno, llevando su guerra contra la izquierda también a los tribunales.» (https://www.elmundo.es/espana/2019/11/11/5dc86b28fdddff474e8b45b6.html).

Così Santiago Abascal  (nella foto)  leader di Vox, partito uscito vittorioso dalle elezioni di ieri.  Cosa è successo? Al "Congreso" i socialisti (120 s.), hanno perso  tre seggi, quindi non hanno sfondato,   i popolari (88 s.) ne hanno guadagnati  una ventina, recuperando qualcosa rispetto alle elezioni di aprile, ma a danno dei  centristi di Ciudadanos, (10 s.) crollati, da cinquantasette a dieci.  Anche Podemos (35 s.) ne ha persi otto.  Vox (52 s.) invece ha raddoppiato i seggi, qualificandosi come terza forza. L’unica maggioranza possibile, nel senso di solida ( o comunque più solida di altre),  è quella tra  socialisti e popolari. Altrimenti, ancora una volta,  avrà al meglio  -  sui partiti, tutti,  e contro  la Spagna, tutta -  l’ingovernabilità.

Per quale ragione Vox, forza politica di destra, per alcuni estrema (un mix di centralismo socio-morale ed etnopolitica),  nel giro di  un anno  si ritrova ai vertici della politica spagnola? Il motivo è  nel fatto che la Spagna sembra aver dimenticato i pericoli della radicalizzazione politica.  Dalla guerra civile sono trascorsi ottant’anni, dalla morte di Franco, quarantaquattro. Tanti, troppi anni? Difficile dire.
Comunque sia, gli spagnoli  mostrano di  non scorgere  più  i rischi insiti in una politica costruita sui perfidi intrecci dell’odio ideologico. 
Odio, per il pluralismo storico, quello di Sánchez che ha preteso il trasferimento delle spoglie di Franco dalla Valle dei Caduti. Odio, quello di non pochi indipendentisti catalani che non accettano alcuna mediazione politica in chiave plurale (ossia di rispetto delle idee dei non indipendentisti)  Odio, quello di Vox,  verso il pluralismo morale e sociale. Odio, infine, dell’estrema sinistra di Podemos verso il pluralismo economico.
E con il ritorno dell’ odio, sarà difficile  giungere al  «perfeccionamiento de la democracia española». E non solo spagnola.  Lo diciamo noi, da umili liberali?  No, lo sosteneva  Talleyrand, che a proposito della politica  invitava ad evitare  sempre gli eccessi di zelo:  "Surtout pas trop de zèle". 
E che cos’è l’odio, se non il frutto avvelenato dell' eccesso di zelo nel difendere la propria causa politica?  La politica, come arte del possibile, di "principi" può morire. 

Carlo Gambescia                    
  


sabato 9 novembre 2019

Trent’anni fa la caduta del Muro di Berlino
Ma non per Trump, Salvini e fanatici del chilometro zero…




Tranquilli, ci terremo alla larga da ogni retorica commemorativa. Qual è il punto allora? Che  la “Caduta del Muro” rappresentò un fatto concreto:   l’ inevitabile implosione di un  sistema politico, economico e sociale incapace di favorire  liberi consumi.  Diciamo che il Muro  venne abbattuto da milioni di aspiranti consumatori: attenzione,  di aspiranti  liberi consumatori.
Per contro, a non pochi, ancora oggi, il solo termine consumatore fa venire i brividi.  Il che spiega l’atteggiamento, quasi di rimpianto,  dei nemici  del libero consumo  a destra come a sinistra. In altri termini, dei neofascisti, dei neocomunisti, dei populisti, dei fondamentalisti religiosi.
Il Muro, in senso metaforico, per costoro, pur con sfumature differenti, proteggeva  i popoli dell’Est dalla “lebbra” del “consumismo capitalista”.
In realtà, dietro la libertà di consumo c’è molto di più di quel  che comunemente si pensi.  C’è la libertà di consumare come di non consumare,  e quando  si sceglie di consumare si può scegliere cosa consumare: un abito, un libro, un cibo, un film, eccetera, eccetera. E, ovviamente c'è anche la possibilità di sbagliare nella scelta...  Ma, attenzione,   a sbagliare è il singolo. Diciamo che è una sua libertà: un "diritto individuale  di errore"  che non esiste dove a decidere è uno stato onnipotente che presume di sapere, prevedere e fare tutto.
Dove non c’è libertà di consumo, c’è sempre  chi sceglie al posto del  consumatore cosa deve  consumare. Entità decisionali  che si chiamano  Partito,  Chiesa,  Padre del popolo,  Ajatollah, Cesare, Duce, Generalissimo.
Dove non c’è libertà di consumo, non c’è mercato, e dove non c’è mercato non c’è libertà di consumo.  Più facile di così. Eppure…
Si pensi ad esempio  a un personaggio come Trump, un fanatico dei muri. Oppure a un  nazionalista come Salvini, altro difensore dei “sacri confini”.  Sono due  protezionisti nemici del mercato aperto. Che puntano su misure che in realtà  frammentando fisicamente  il mercato, frammentano la libera scelta dei consumatori, costretti a comprare merci nazionali più care e di scarsa qualità, perché prodotte   in condizioni non concorrenziali, al riparo dalle merci  straniere.   Classica ricetta, tra l'altro, per favorire i  monopoli domestici, pubblici o privati, poco importa perché si tratta comunque di  monopoli. 
        
La logica  è la stessa dei regimi fascisti e comunisti che decidevano del  consumo dei cittadini in nome dei  "supremi valori" della nazione, del socialismo o di tutti e due.
Una retorica, tutto sommato, ancora viva e diffusa, ben riassunta perfino  dal luogo comune del "chilometro zero". Dietro cui però si nasconde il terrorismo emotivo da arcaico ufficio d’igiene. Come se oggi  gli standard mondiali di sicurezza sanitaria  fossero quelli dell’Ottocento.  Ridicolo.            
Pertanto a trent’anni di distanza, il Muro sembra non essere caduto per Trump come per Salvini. E pure per i fanatici del chilometro zero.

Carlo Gambescia
 

(*) La fonte della  foto con i giornali d' epoca  è  Marco Bardazzi - https://twitter.com/hashtag/emerotecabardazzi?src=hashtag_click . Che ringraziamo. 

venerdì 8 novembre 2019

Nazionalizzare l’Ilva
Ci risiamo


La lezione dell’economia è molto semplice:  un’impresa se non è competitiva chiude. Quando il rapporto tra costi e ricavi   intacca progressivamente  i profitti  perché i beni prodotti restano invenduti,  o si licenzia, tagliando sui costi, o si fallisce. L’operaio licenziato troverà un altro lavoro, l’imprenditore fallito sarà indicato come  esempio negativo. Le imprese competitive  si riorienteranno produttivamente  facendo crescere il Pil. Di qui, nuovi posti di lavoro, altre opportunità per imprenditori e lavoratori, e così via. 
Detto altrimenti, il prezzo dell’acciaio prodotto dall’Ilva  non è competitivo, quindi o si licenziano i dipendenti per tagliare  i costi, o si chiudono i  battenti.  Altrimenti, si rischia di  distruggere il circuito virtuoso di cui sopra.   
In Italia invece, questa mattina, si parla addirittura di nazionalizzazione.  Il che significa  puntare sulla produzione in perdita di  acciaio.  Però, come si legge, i posti di lavoro saranno salvi…
Spesso si sente ripetere che l’economia non è tutto, che prima  vengono le persone, che il profitto si mangia gli uomini, che gli imprenditori hanno una missione sociale da assolvere. Su questo ultimo punto, tra l’altro, si è costruito l'epico romanzo ambientalista  sull’Ilva. Che, a prescindere dalla sua veridicità o meno, finora  è servito solo per gettare  palate di merda (pardon) sull’economia privata, facendo finta di non sapere che in Italia dietro la storia dell’industria dell’acciaio c'è il pubblico, dal momento che nel settore  la parte del leone  l'ha  sempre giocata lo stato.  Lo stesso  stato  al quale oggi viene attribuito potere salvifico.  E per inciso, con il consenso dei sindacati. "Quelli"  dalla parte dei lavoratori...      
In realtà, le imprese devono realizzare profitti: in primis devono assolvere  una missione economica. Se un’impresa produce in perdita non potrà  - ammesso e non concesso -  portare a termine nessuna missione sociale.
Sotto questo aspetto  la nazionalizzazione antepone la missione sociale a quella economica,   ribaltando la  lezione  dell’economia.

Certo, si può sostenere  che la pace sociale viene prima di ogni cosa,  e che quindi   (semplificando il concetto) si deve assolutamente evitare che  un operaio licenziato si possa trasformare in rivoluzionario.  Però  produrre in perdita non fa bene alle casse dello stato e soprattutto  alle tasche dei contribuenti. Che, a loro volta, potrebbero (sempre semplificando) insorgere e invocare, soprattutto i borghesi piccoli piccoli (che non sono pochi),  il solito  Uomo della Provvidenza che taglierà le tasse e aumenterà le pensioni.
Certo, si può sempre puntare sull’inflazione, stampando moneta, condannata però a perdere di  valore ancora prima di essere stampata, perché vittima di  scelte sistemiche antieconomiche incapaci di captare capitali di investimento.  
Certo, è vero che una moneta debole può aiutare  le esportazioni, ma di sicuro non  le importazioni. Per non parlare dei risparmi in titoli e rendite nazionali  a rischio carta straccia,  o peggio ancora di un  denaro dal potere d’acquisto a dir poco volatile (per inciso, viva l'euro che, per ora, impedisce tutto questo).  
Certo, si può sempre  fare guerra, ultima risorsa del nazionalismo economico, cercando di appropriarsi delle risorse del nemico. Gli ultimi a giocarsi questa carta  furono Hitler e Mussolini. Quando si dice il caso...
Insomma, la parola nazionalizzazione evoca scenari  nefasti. Le esperienze storiche dei fascismi, dei comunismi, dei peronismi, tutti regimi sociali "dalla parte del popolo",  evidentemente non hanno insegnato nulla.

Carlo Gambescia                                          

   

giovedì 7 novembre 2019

Il liberalismo non è morto…



Manca un storia  del ciclo liberale, o meglio dei cicli liberali. Ci spieghiamo subito.
Leggevamo  ieri  un articolo  dove l’autore recitava il de profundis del mondo liberal-democratico,  concentrandosi però, non sappiamo se intenzionalmente o meno,  solo  sul dopo 1989-1991.
A suo avviso, il liberalismo, ridotto all’eredità reaganiana-thacheriana,  sarebbe in crisi, probabilmente definitiva, a causa delle sue contraddizioni interne,  frutto di una mancanza di realismo politico, che lo condurrebbe  a ignorare le forze  vive e  profonde della storia e della politica come  la nazione,  la guerra, il  mercantilismo.

In realtà, di cicli liberali veri e propri, all’interno dello sviluppo del moderno concetto di libertà che risale  alle rivoluzioni inglese, americana e francese, ne abbiamo avuti almeno due, il primo che va dal 1815 al 1914, il secondo dal 1945 a una data finale ancora  da stabilire… Tra i due periodi si incasella invece  il ciclo delle guerra civile europea,  1914-1945.  O se si preferisce il momento totalitario.
In realtà,  cosa è successo nel biennio  1989-1991? Che è si è dissolto come un castello di carte al soffio del purissimo vento liberale il comunismo sovietico. E senza alcuna guerra guerreggiata. È bastato il fascino del dolce commercio e dei suoi benefici effetti di ricaduta sul differenziale di sviluppo tra Occidente e Unione Sovietica. 
Dopo di che, ovviamente, si sono prodotti  assestamenti, soprattutto economici,  ma il vento della democrazia liberale, sebbene con correttivi cesaristi  “locali”, oggi soffia  anche sulla Russia. Lo stesso discorso può essere esteso alla Cina, dove il liberalismo si sta facendo largo  attraverso la progressiva apertura al mercato mondiale. Fatto storico, per un  mondo da sempre autarchico.
Le stesse  Primavere arabe indicano che,  nonostante il fondamentalismo, anche quel mondo si muove verso il liberalismo. Seppure lentamente.  Il  radicalismo islamico  può essere letto, per dirla con Toynbee, come una forma di "zelotismo" arrancante dinanzi alla sfida liberale, nonostante alcuni gravi atti terroristici (in primis l’attacco alle Torri Gemelle del 2001).

La stessa crisi economica del 2007-2008, amplificata ideologicamente  dai nemici della società  liberale, non è altro che una crisi di crescenza legata al consolidamento di un mercato mondiale aperto a tutti. Di qui però, i pericolosi contraccolpi protezionisti e nazionalisti.
Il che ci riporta al momento totalitario tra i due cicli liberali (1914-1945).  Allora come oggi, i nemici del liberalismo, evocando rozze e superate tematiche  controrivoluzionarie,  sparano ad alzo  zero contro l’apertura dei mercati, contro le libertà politiche, civili ed economiche, magnificando i valori comunitari e collettivistici.  Probabilmente, l’unica differenza tra  i movimenti totalitari di ieri e di oggi è rappresentata dai latecomers del totalitarismo: i movimenti ambientalisti.
Qui però sorge una domanda:  la classe dirigente liberale è consapevole di  vivere non gli ultimi giorni di Pompei, come  vogliono far  credere i suoi nemici?  Ma di subire  una  semplice crisi di crescenza?
Domanda non banale, perché un problema  c'è.  Esiste  un elemento di possibile crisi, che ritroviamo persino nelle fasi precedenti all’altro momento totalitario (1914-1945). Quale? Si avverte  un clima di sfiducia  nella forza del proprio operato e dei propri valori. Detto altrimenti, si crede, da parte liberale,  che si sia alla fine di un ciclo. Sicché si ignorano, volutamente o meno,  che invece i granai sono  pieni di idee vincenti e di mezzi di ogni genere per farle valere.

Purtroppo, la società liberale fondata sulla libertà di critica può morire di libertà di critica. Perché arma i propri nemici. Che usano contro la società liberale mezzi liberali per instaurare una società illiberale. O meglio usano le arti di una demagogia basata, come provano numerose indagini, su malefiche distorsioni cognitive diffuse a livello di massa. Idee antiliberali che, come dicevamo, sembrano condizionare le stesse élite liberali.  
Il momento totalitario, tra le due guerre mondiali è lì a dimostrarlo.  E oggi, nel mondo dei social e di un’informazione drogatissima,  il pericolo  è addirittura  superiore.
Di conseguenza, populismo, protezionismo, nazionalismo, radicalismo religioso  e  ambientalismo sono i nemici principali.
Il liberalismo deve scuotersi e  trovare dentro di sé  la forza e il coraggio, che pure ci sono, per schiacciarli.  Prima che si  apra un altro momento totalitario vero e proprio. Del quale si ignorano durata ed esiti.  Non è detto insomma che al secondo ciclo totalitario  possa seguire un terzo ciclo liberale.
L'uomo talvolta alla libertà, di cui teme le responsabilità,  preferisce la spensierata servitù. Nessun regime politico è perciò eterno. E la stessa cosa si può dire delle forme culturali.  Si cerchi allora di fare il possibile, visto che i granai sono pieni, per  prolungare se non addirittura rilanciare il secondo ciclo liberale.   

Carlo Gambescia       

                                                          

mercoledì 6 novembre 2019

Ilva, la parola a Ernesto Rossi


Ieri, pensando all'Ilva, mi sono riletto la biografia di Ernesto Rossi  scritta da  Giuseppe Fiori (Einaudi, 1997). Rossi trascorse nove anni  nelle carceri fasciste, e  altri  quattro  al confino nell’isola di  Ventotene.  
Parlo  di  un intellettuale liberale di indubbio valore, uomo integerrimo, economista e giornalista,  lettore appassionato di   Pareto, Einaudi e degli economisti britannici fautori  di un liberalismo sociale,  discepolo di  Salvemini   erede del suo  concretismo, amico dei Rosselli, membro di Giustizia e Libertà e del Partito d'Azione (ma di quest'ultimo controvoglia), presidente dell'Arar  e brillante estensore di un' onestissima  e sagace microeconomia liberale allo smaltimento dei residuati bellici americani.  Infine, collaboratore di punta del “Mondo”.  
Si può  riassumere e ricondurre  il suo pensiero, che fu quello di un liberale di sinistra,  all' endiadi  eguaglianza e libertà. 
Nemico del comunismo come del fascismo, di cui temeva il pensiero unico,  Rossi  si spese con la forza della ragione  per un liberalismo sociale, attento  a porre  le persone su un  piede di parità, non solo formale,  per  poter così  scegliere liberamente la propria strada.
Convinto federalista europeo, stese con Altiero  Spinelli, compagno di confino, il famoso Manifesto di Ventotene. Rossi  fu nemico di ogni forma di nazionalismo  e   protezionismo:  ideologie  che a suo avviso favorivano monopolisti interni e fabbricanti di cannoni, causando  miseria e guerre .

Diciamo che Rossi, tra l’altro fiero avversario di ogni forma di monopolio religioso,  battagliò  in nome di un liberalismo  progressista.  A differenza di Pareto, pensatore che comunque amava, Rossi  guardava con simpatia al suo prossimo. Credeva nella possibilità di un mondo migliore ma anche nella forza del  merito.  Morì di cancro  nel  febbraio del 1967 a sessantanove anni.
Oggi  da che parte starebbe  sull’Ilva di Taranto?   Difficile dire.  Pur essendo la sua posizione politica vicina all' azionismo (più per caso che per convinzione), Rossi non era un costruttivista puro: non  credeva  nel  mito  dell’uomo nuovo, e in subordine dell’italiano nuovo.  Però credeva nella forza della perfettibilità ragionata e ragionevole. Che sul piano economico, significava e significa  lotta a ogni forma di monopolio, pubblico o privato, nonché  battaglia  senza quartiere per una tassazione fortemente progressiva.  Insomma,  una specie di anti-Malagodi.  Ma come Malagodi, e tutti i liberali di destra o sinistra, Rossi, era  senza esitazioni  dalla parte della modernità.  E -  attenzione -  fermamente contrario a  ogni forma di assistenzialismo e spreco di denaro  pubblico.   
E qui -  per tornare all’Ilva  -   sembra che  il Partito democratico  voglia continuare a buttare soldi su Taranto, mentre i Cinque Stelle  sognano addirittura  un ritorno al mondo pre-moderno.  La destra, detto  per inciso, risulta addirittura  più assistenzialista della sinistra.
Il quadro complessivo della situazione, dunque,   non piacerebbe  a Rossi.   Che però -  così crediamo  - non avrebbe visto di buon occhio neppure la proposta del gruppo franco-indiano, inclusiva dello scudo penale. Forse egli  avrebbe guardato  con favore a una cordata europea. Ferma restando la sua antipatia per  i monopoli, pubblici e privati.  Di sicuro  Rossi non credeva  nell’arcadia della deindustrializzazione. E neppure nella cassa integrazione a vita.  Sicché   avrebbe prima  approfondito,  con una delle sue grandi inchieste,  la questione dei pericoli per la salute e per l’ambiente, senza  però farsi coinvolgere emotivamente.   Per poter  porre  in seguito le basi di un discorso pubblico liberale, neutralmente affettivo.  Insomma, l'esatto contrario del  brutto film  che stanno proiettando. Altro non  mi sento di ipotizzare... 

Ernesto Rossi, non amava i sindacati,  non amava i burocrati (bianchi, rossi,  neri),  non amava  i padroni del vapore,  non amava  i preti. E per questo morì solo, lontano dalla chiesa democristiana e comunista. E dalla Chiesa in carne ossa.
Morì da filosofo.  Senza dio, né padroni.  Attenzione però:  Rossi  non si considerava un  anarchico. Insomma,  un libertario all’ultimo stadio. Perché gli anarchici, come usava dire, sono liberali privi di una prospettiva storica.
Evidentemente,  egli sapeva,  da buon lettore di  Pareto,  che la storia poi si vendica.  Non dello spirito  di  giustizia e  libertà. Ma di certi eccessi che oggi chiameremmo populisti.  Insomma, la storia non perdona i vuoti morali: la dimenticanza o assenza  di  quel famoso puntello che si  chiama senso di responsabilità. Che  permise a Rossi  di  entrare  a testa alta nelle prigioni  fasciste.                       

Carlo Gambescia                             


martedì 5 novembre 2019

Povera Italia, sempre più  populista e razzista
Dall’Ilva a Balotelli

Così non si può più  andare avanti.  Eppure con un  governo della Lega e della destre razziste le cose potrebbero andare peggio. Allora? Purtroppo il  vero pericolo, non ci stancheremo mai di ripeterlo,  è costituito  dal populismo. Parliamo di  un approccio alla realtà  che attraversa i  due grandi  schieramenti politici, intossicando il dibattito pubblico, sia sul piano economico che socio-culturale.  
Si prendano due esempi.
Ilva. Il gruppo  franco-indiano passa la mano. Stanco di essere preso per il naso  sulla questione dello scudo penale.  In buona sostanza  si chiedeva  - con un provvedimento a  termine -  di poter avere la  possibilità di investire, senza il rischio di pericolosi stop giudiziari.  E invece ha il vinto il populismo economico. Niente scudo. Ventimila operai a casa. E con il Reddito di Cittadinanza. Vince la sinistra. Populista.

Balotelli, che, per dirla en passant, è cittadino italiano,  invece  è malvisto dal tifo estremo, ma anche da quello in pantofole del bar sport.  Per quale ragione? Perché, dal punto di vista razzista, rappresenta il  “negro” che non sa stare al suo posto.  Attenzione,  questa è l’ideologia dei bianchi poveri del Sud degli Stati Uniti . Esageriamo? Piccolo ragionamento.  Balotelli, come altri calciatori,  è  un campione, piace alle donne, ha un sacco di soldi. Ed è guascone.  
Ronaldo, probabilmente è più bravo e pure più guascone. Ma nessuno si sogna di contestarlo e soprattutto di ricorrere a  certi volgari  epiteti.  Per quale ragione? Perché è bianco. Quindi ha diritto di fare quel  che vuole.  Mentre Balotelli, secondo i razzisti,  non sa stare al suo posto:  “il ragazzo”, come il povero Emmett Till (*),  si permette di fischiare dietro alle donne bianche… Razzismo allo stato puro. E invece c’è chi  addirittura difende i tifosi veronesi. E quelli del bar sport...  Vince la destra. Populista.
Povera Italia.  Come ne usciremo?

Carlo Gambescia  


(*) Della triste vicenda di Emmett Till   parliamo  qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2019/07/emmett-till-una-lezione-anche-per-l.html        

lunedì 4 novembre 2019

Il caso Segre e le radici dell’odio

Che una senatrice a vita della Repubblica, Liliana Segre,  sia oggetto di insulti e minacce per le sue "origini" ebraiche, è un fatto grave  E che, sulla condanna degli  insulti e delle minacce, le forze politiche in Parlamento  si dividano, è cosa ancora  più grave.
In particolare, il concetto da criticare e respingere è quello di strumentalizzazione politica, sollevato dalla destra contro la sinistra.   
In realtà, esistono valori comuni, come quello del rispetto della diversità (di qualsiasi genere)  che dovrebbero essere condivisi da tutti i partiti politici. Di destra e sinistra.   
Ma come giungere alla condivisione?  A colpi di leggi e decreti?    O attraverso la   trasformazione del comune sentire? Dunque dal basso?  Dove e come nascono le  nuove forme di  convincimento e pratica sociale ? Dai processi di socializzazione, che però hanno tempistiche lunghe e non sempre indolori.  
In Italia, le vergognose leggi  razziali, alle quali quasi nessun italiano  si ribellò,   risalgono a circa ottant’anni fa. Quanto è  cambiata  da allora la mentalità?  Oggi,  gli italiani,  verso  gli ebrei e  gli  altri diversi, sono tolleranti? Nutrono sentimenti di amicizia e simpatia?
Sondaggi d’opinione e risultati politici  ci dicono che  l’antisemitismo e il razzismo sono ancora  molto  diffusi. Quasi un italiano su due nutre tali sentimenti. Pertanto le radici dell’odio verso la diversità, nonostante  più di sette decenni di liberal-democrazia, sviluppo economico e scolarizzazione,  restano profonde.

Il che riflette due cose:  per un verso la difficoltà, oggettiva,  di contrastare l’intolleranza, semplificando, “con la scuola”,  per l’altro l’incapacità politica, soggettiva, di giungere alla condivisione di un punto di vista comune sulla grande questione  dell’accettazione della diversità. Insomma, i primi a dare l’esempio dovevano e devono  essere i partiti politici.   
Ora,  la sinistra nelle sue varie sfumature e pur  mostrando giganteschi limiti, si è sempre fatta garante della diversità.  Diciamo che era ed è sulla strada giusta.  Certo, la sinistra  non ha mai  incluso in questa zona franca  repubblicana, e in fondo  giustamente,  la destra negatrice,  per principio, della diversità.
La destra per contro, in particolare quella estrema, pur con qualche eccezione, ha continuato a coltivare i suoi pregiudizi,  ora però  tornati prepotentemente alla ribalta con la vittoria delle destre populiste e neofasciste, negatrici della diversità.  Insomma, la destra  ha continuato  a percorrere la vecchia strada, quella sbagliata. 
Di qui, le crescenti  preoccupazioni della sinistra,  e il suo  tentativo di accorciare i processi di socializzazione, introducendo misure per contrastare  il fenomeno. Ovviamente, avversate da populisti e neofascisti.   Sicché,  destra e sinistra, si accusano reciprocamente di strumentalizzazione. Di forzare insomma, per profittarne politicamente a scopo elettorale,  la volontà degli italiani.   

In realtà,   l’Italia resta  profondamente divisa su un punto che imporrebbe invece  una solida  visione, comune e collettiva,  imperniata sul rispetto della diversità. Rispetto che non è di destra né di sinistra.  Invece, dopo ottant’anni le radici dell’odio sono ancora profonde.
Però, ecco il punto:  nel  “giochino”, per così dire,  del  “di qua o di là”, è  la sinistra, pur con tutti i suoi errori politici, a stare dalla parte della diversità.  E quindi della ragione politica.
E di questo, piacciano o meno i “compagni” di strada,  ogni vero liberale  non può non tenere conto.


Carlo Gambescia