sabato 20 luglio 2019

Riflessioni
Camilleri, De Crescenzo e il Canone Occidentale


Un amico notava  che  i romanzi e racconti di  Andrea Camilleri  andrebbero ricondotti nell’alveo della letteratura di svago. Insomma,  nel grande market  dei libri poco profondi sul piano dell’analisi degli uomini e delle cose.
In che senso però parlare della  profondità di un libro?  Mann era profondo, eppure ci dicono i critici, I Buddenbrook, un capolavoro di analisi storica ed esistenziale, ottenne  grande  successo di cassetta. Per contro,  passando  alla saggistica politica, il Mein Kampf,  tecnicamente parlando,  testo mal scritto e peggio concepito,   resta uno dei libri più venduti del XX secolo.
Si può dire allora che  un libro ha un valore compiuto quando profondità di contenuti  - valga l’esempio dei Buddenbrook -   e orizzontalità  - quantità di copie  vendute -  coincidono?  E sia.
Il che però  è cosa piuttosto rara, dal momento che  insigni critici  non riconoscono dignità letteraria compiuta a Camilleri (e  Simenon, ad esempio,  i cui romanzi vendevano e piacevano come i gialli). 
Si pensi anche a  Luciano De Crescenzo,  mancato il giorno successivo alla scomparsa di Camilleri, anch’egli  novantenne. La sua opera, in particolare quella  filosofica, si può definire di alta divulgazione?  Sul punto, non tutti sono d’accordo. Per alcuni critici era un genio, per altri  uno scrittore minore, addirittura dialettale.
Eppure, come  ci ricorda Wiki,  De Crescenzo  ha pubblicato in totale cinquanta libri, vendendo 18 milioni di copie nel mondo, di cui 7 milioni in Italia,  mentre Camilleri  più di cento  per  10 milioni di copie. Ovviamente, televisione e cinema hanno giocato un effetto moltiplicatore  non secondario. Che pensare?  Tempi moderni.
Si dirà, storcendo il naso, anche giustamente, che quantità non è sinonimo di qualità.  Il punto è che  l’editoria, e per prima quella statunitense (la madre di tutte, eccetera, eccetera),  badando alle vendite, impone cliché e tiranneggia gli autori, a parte i grandissimi.  Obbligandoli a scrivere sempre dello stesso argomento di cassetta.  E in Italia, per emulazione produttiva, ovviamente in micro-scala,  si fa la stessa cosa.  Il che decreta e consolida il successo, per così dire dei Camilleri.  Mentre il lavoro di scouting, spesso meritorio,  è svolto  dalla piccole case  editrici  che scoprono e  lanciano autori, poi inevitabilmente  assorbiti dal mercato maggiore. Si chiamano economie di scala.  Ma questa è un’altra storia. 
Dobbiamo però ancora rispondere alla domanda iniziale. Camilleri, fu  vera gloria?  Potranno rispondere solo i posteri. La vera gloria rinvia ai secoli, al valore classico di un romanzo o di un’intera opera.  Classicità che  resta  frutto del consolidamento di un canone letterario. In argomento si può leggere  l’opera di Harold Bloom  dedicata al Canone Occidentale.  Un vero e proprio trattato che riflette, valorizzandola, la grande tradizione umanistica dalle radici ebraico-cristiane e greco-latine. Proprio quel che altrove è invece giudicato, piaccia o meno, come il portato culturale dell'imperialismo politico occidentale.  Probabilmente Camilleri e  De Crescenzo, pur essendo rami minori, attingono, per problematiche a questo canone. Perciò la loro fama, grande o piccola, sopravviverà se sopravviverà il Canone Occidentale.
Ciò  significa che le vendite sono solo un aspetto, orizzontale  per giudicare la compiutezza di un' opera.  Un aspetto  importante, che però da solo non basta.  Perché si  impone, sempre in termini di giudizio, l'analisi del taglio verticale.   Benché, ribadiamo,   sia regola ferrea dell’editoria moderna, che faremmo cominciare con i tascabili (per così dire) di Aldo Manuzio,  quella che uno scrittore, per essere tale,  deve essere letto, e per essere letto deve essere pubblicato.
La scrittura  - mai dimenticarlo -  è al contempo  atto privato (addirittura egoistico, perché chi scrive si isola) e atto pubblico, spesso inintenzionale (per l’effetto di ricaduta editoriale). Effetto che però  può rendere ricchi.
A titolo di curiosità ecco la lista, per incassi (diritti di autore),  dei romanzi  più venduti in Italia  nel 2016 (*) :

1) Andrea Camilleri, L’altro capo del filo (283 mila).
2) Roberto Saviano, La paranza dei bambini (180 mila).
3) Chiara Gamberale, Adesso (150 mila).
4) Elena Ferrante, L’amica geniale (130 mila).
5) Antonio Manzini, 7-7-2007 (127 mila).
6)  Simonetta Agnello Hornby, Caffè amaro (114 mila).
7) Marco Malvaldi, La battaglia navale (104 mila). 
8) Fabio Volo, È tutta vita (101 mila).
Come si può vedere, Camilleri è in testa. E  per gli altri?  Altra vittoria del  Canone Occidentale?   Chi lo può dire.   Siamo del parere   mettendo a rischio  il  pane dei  critici letterari -   che sulla letteratura contemporanea,  diciamo degli ultimi venticinque anni (dividendo un secolo in quattro cicli), si debba prudentemente  sospendere il giudizio.  
Come definire, in senso assoluto,  ciò che è svago da ciò che non lo è?   Servirebbe la prospettiva storica, cosa che rinvia al trascorrere del tempo.
Ma i critici devono pur  scrivere, gli editori pubblicare, i lettori leggere. L’introduzione della gratuità non sposterebbe di una virgola la questione nei suoi aspetti essenziali.  Aspetti che sono qualitativi. Ma della qualità, quella vera,  decidono i posteri.  E soprattutto la sopravvivenza di un Canone.  Nel caso, ripetiamo per i duri di comprendonio, quello Occidentale.
Carlo Gambescia  

venerdì 19 luglio 2019

Trump,  Salvini  e i  populisti
Il linguaggio delle idee senza parole




Furio Jesi  crediamo sia  l’intellettuale italiano  più odiato dalla destra neofascista. Non facciamo alcuna   scoperta perché si tratta di cosa nota.   E  qual è la  ragione dell'odio?   Alla fine degli anni Settanta, da capace studioso del mito, Jesi, scomparso nel 1980,  decostruì radicalmente  in un libro  intitolato, per l’appunto, Cultura di destra, l’approccio mitologico, quindi irrazionale, dell’estrema destra alle grandi questioni della modernità.  Un approccio antimoderno  fondato su  pseudo-imperativi di tipo mitico come Tradizione, Razza, Origini, Destino, Sacro e Profano.  
Ecco il punto concettuale sgradito ai neofascisti:  si tirava via  il velo dietro cui si nascondeva un gioco al  tanto peggio tanto meglio,  edificato a sua volta  su   qualcosa di  né vero né falso, dunque di indeterminato e perciò manipolabile a volontà. Una infernale macchina mitologica tesa allo  scatenamento delle peggiori emozioni collettive.  

Al riguardo Jesi parlò  giustamente  di un   “linguaggio di idee senza parole”, disattento all’esame del concetto perché più difficile da capire e spiegare, ma contraddistinto da “parole d’ordine” e  rivolto, con  “disinvoltura all’uso di stereotipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti” (1).
Jesi poi, erroneamente, facendo di tutta l’erba un fascio (non solo in senso figurato), ricondusse  le origini della mitologia  neofascista al pensiero borghese e alla sua crisi, da cui sarebbe  scaturita  la guardia bianca fascista.  Diciamo che la sua analisi del pensiero, in particolare di  Mircea Eliade, non può essere totalmente condivisa. Come del resto la sua tesi sul liberalismo come l’altra faccia del fascismo. Semplificazione da rifiutare.
Jesi, senza mai citarlo, sviluppava le tesi di Cassirer, avanzate ne Il mito dello Stato,  sul conflitto nella cultura  filosofica e  politica dell’Occidente, tra pensiero mitico e pensiero razionale, con ben maggiore profondità e fondatezza (2). Va però detto che Jesi fissò in modo memorabile   senso  e significato  del  linguaggio silenzioso dell’estrema destra.  Che, sociologicamente,  può essere sintetizzato così: sollecitare (ecco il senso) negli uomini  l’angoscia del disordine per porvi riparo (ecco il significato) con il sollievo dell’ordine.
E proprio a questo pensavamo,   a proposito del recente brutale invito  trumpiano, rivolto  a quattro deputate democratiche (nella foto) colpevoli di criticarlo,  a  tornare nelle nazioni di origine delle famiglie:   “Send her back!”, "Rispedirla indietro!".   Si tratta di uno slogan razzista, classico e diffuso, anche in Italia e altrove:   si pensi al “Tornate a  casa”  salviniano.  Oppure a quel  "Chiudiamo i porti" molto simile al "Costruiamo un muro" di Trump.  
In realtà sono iconismi verbali al filo spinato, efficacissimi,  perché  con due o tre parole si designa il nemico e si indica il rimedio.  Facile, come prendere una pastiglia per il mal di testa.  Si chiama anche banalità del male.  
Riflettiamo. Da un lato  c’è il pensiero razionale, che si interroga sulle grandi questioni dell’immigrazione, dell’accoglienza,  dell’integrazione,  cercando soluzione ragionate. Dall’altro abbiamo il pensiero mitico  che, dando per scontato il mitema dello straniero pericoloso impone l’esclusione come unica soluzione obbligata. 
Trump, Salvini e altri leader populisti,  non possono essere direttamente ricondotti al fascismo, ma neppure al liberalismo. L’uso del linguaggio iconico, per aggiornare il concetto sviluppato di Jesi, rinvia però al fascismo.  
Diciamo allora  che l’universo populista, contrariamente a quello liberale, che si fonda sul buon uso della ragione, rimanda a una  specie di cripto-fascismo. A qualcosa di profondamente irrazionale, ancora allo stato  latente, ma che già si esprime  attraverso  “idee senza parole”,  o comunque limitate  al minimo iconico. Un linguaggio simbolico-irrazionale che gode pure dell'effetto  moltiplicatore dei Social.  
Siamo veramente nei guai, guai grossi.  E qui torna la difficile domanda: come opporsi a chi rifiuti l’uso della ragione? 

Carlo Gambescia                                     


(1) Furio Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1979, p. 9.                  
(2) Ernst Cassirer, Il mito dello  Stato, Longanesi & C., Milano  1971. 

giovedì 18 luglio 2019

La morte di Andrea Camilleri
La destra odia, la sinistra studia



Della grandezza di Andrea Camilleri deciderà la storia, o meglio la critica storica.  La fortuna di uno scrittore  segue l’andamento dei tempi,  i gusti,  le mode,  il mercato editoriale e  infine il  clima e il regime politici.
Il Novecento  - e non per la prima volta -  vide i  roghi  dei libri. I secoli precedenti l’Indice  cattolico.  Ai nostri giorni ci si lamenta invece della censura del politicamente corretto. Robetta, rispetto a quel che hanno combinato   papi, monarchi assoluti e despoti moderni.

Insomma,  il rapporto tra arte,  politica e società  è sempre stato conflittuale. Diciamo però che nei secoli democratici, come in altri campi,  il parere dei lettori è diventato determinante. Il che secondo certa  critica  avrebbe  implicato  un livellamento verso il basso  dei valori artistici, sia in chiave di politicizzazione assoluta, sia, al contrario,  di  disimpegno, per così dire, divertentistico.
E sia pure.  Sotto questo aspetto la bravura  di Andrea Camilleri si può far consistere proprio nell’ aver dato vita  con il personaggio di  Montalbano  a un’opera vasta  e  a nostro  avviso eccellente, perché  capace di  coniugare divertimento e riflessione politico-esistenziale.  Insomma,  il merito di Camilleri resta quello di essere in sintonia con i tempi della Seconda e Terza Repubblica.  Di averli  intercettati, cogliendo i gusti del pubblico. Di qui, la sua grande popolarità,  grazie anche alla fortunata versione televisiva).  Il che potrebbe però influire sulla sua fortuna letteraria, perché cambiando i tempi eccetera, eccetera. 
Va comunque detto che l’opera di Camilleri  comprende non pochi romanzi  che affondano  le radici nella sicilianità universale anche di scrittura (ad esempio di  un Pirandello). Sicché egli  parla filosoficamente al mondo,  andando  oltre il  puro e semplice impegno politico-divertentistico alla Montalbano.   E proprio su questi  romanzi in futuro  saranno  critica e pubblico a dire l’ultima parola.
Quel che invece  questa mattina  dà veramente fastidio,   al di là della rituale sguaiataggine di Salvini, è l’atteggiamento della stampa di destra  che relega la notizia della morte di Camilleri  in fondo alle prime pagine,  rimproverando   allo scrittore  le sue simpatie politiche a sinistra. Sono gli stessi giornali che di solito nelle  pagine culturali celebrano Ezra Pound e altri scrittori di fede fascista, o comunque passati  per quell’esperienza politica.  I soliti   due pesi di misure. Quel che vale per un autore fascista non vale per un autore comunista. 
Si dirà che accostare Camilleri a Pound non è criticamente corretto. Probabilmente può esserlo, per ora,   dal punto di vista artistico.  Ma non da  quello  dell'indicazione del  perverso rapporto  tra ideologia politica e arte  che inevitabilmente macchia il giudizio di coloro   - i critici -   che invece dovrebbero  giudicare un'opera  in  chiave  neutralmente affettiva.
Ci si risponderà, asserendo che  la sinistra intellettuale applica lo stesso metro nei riguardi del Pound liquidato come fascista. Giusto,  però va   detto  che la tanto vituperata sinistra, a parte alcuni paleo-comunisti,  ha giudicato Pound,  separando la sua fede politica dai valori artistici. Il che ne ha facilitato, come riconosceva  Giano Accame, la riscoperta, eccetera, eccetera.
Qui purtroppo si scopre  la differenza  tra la sinistra, che studia e si applica  -  si pensi  solo al catalogo Adelphi -  e una destra ottusa,  incapace di andare oltre i peggiori stereotipi dell’odio ideologico. Regolarmente, estesi, come questa mattina, anche all’arte di Andrea  Camilleri. O comunque alla sua non comune capacità di parlare al mondo  - e qui lo accosteremmo a Simenon - attraverso  il registro basso di un poliziotto.   
Ricordo che Accame, intellettuale di destra che studiava (lo rammento a ottant’anni,  in poltrona,  con matita e libro tra le  mani),  in una conversazione privata, mi parlò molto bene dello scrittore,  che  aveva conosciuto in occasione di un viaggio in Sicilia (se ricordo bene). Accame  ne sottolineava,  con intelligenza,  la sua natura -  che  estendeva anche a se stesso -  di uomo del Novecento, con i relativi  pregi e difetti. 
Ecco cosa  significa prendere le distanze critiche. Ma bisogna studiare. E per tutta la vita.  Cosa di cui la destra che se la cava con  battute e anatemi  è tuttora incapace.  A parte forse Buttafuoco, siciliano però come Camilleri, che quindi  ha il nome in ditta.  E  pochi altri intellettuali,  che però  non dettano le prime pagine. E che magari  si offendono quando si squaderna loro la miseria della destra culturale. 
Semplificando, la destra odia,  la sinistra  studia.  Tutto qui.     


Carlo Gambescia   

                                                                    

mercoledì 17 luglio 2019

Ursula von der Leyen confermata 
Presidente della Commissione Europea
 La strategia della lumaca




Carneade chi era costui? La stessa cosa  si può dire di  Ursula von der Leyen,  confermata  Presidente della Commissione dal Parlamento europeo.  Una donna  che,  a differenza di  Christine Lagarde, l'altra new entry, risulta  ai più  una  perfetta sconosciuta. 

In realtà,  l’Unione europea,   proprio per contrastare i tempi difficili,  avrebbe dovuto scegliere  un Presidente di Commissione dalla precisa e ricca  connotazione internazionale. E quindi  in grado, prima per fama poi per capacità riconosciute, di competere, piacciano o meno,  con personaggi del calibro di Trump, Putin, Xi Jinping.  E invece si è optato per  il solito grigio funzionario  politico.  Del resto,  si passino pure  in  rassegna i precedenti  Presidenti di Commissione:  a parte Jenkins e Delors, due socialisti tra l’altro,  i nomi non brillano, almeno a nostro avviso,  per capacità personali e autorevolezza internazionale. Lo stesso si può dire  di Tinnermans, lo spitzenkandidaten  subito appassito.    
Per capirsi -   si tratta solo di un esempio -   la nomina di   un  politico della caratura di un Macron o di una Merkel  avrebbe  rappresentato un segnale forte per il mondo.   Ma, il punto è che, attualmente, di politici del genere la piazza non abbonda (per usare un eufemismo).  E probabilmente i routiniers Ue ne temono l'avvento. Quieta non movere et mota quietare...  Sicché, in nome della continuità  politico-amministrativa si è optato per un oscuro Ministro della difesa democristiano.
La strategia politica verso i populisti  dell’establishment  politico europeo  (socialista, cristiano e liberale di sinistra)  è  duplice:   per un verso  si punta  sul controllo del territorio politico  tentando di  accaparrarsi  il maggior numero possibile di incarichi;   per l’ altro si cerca sistematicamente di stancare l’avversario, alternando rimproveri ed elogi. Il voto decisivo di Cinque Stelle sarà sicuramente ricompensato. Oppure no. Dipenderà dai rapporti di forza che si determineranno  di qui alla fine dell’anno, soprattutto in Italia. Dove Zingaretti,  Franceschini e  Sassoli, fresco eletto a Presidente del Parlamento europeo,  progettano, una volta caduto Salvini,  di allearsi con i pentastellati.   Dalla padella salviniana alla brace catto-socialista…  Questo passa il convento italiano per ora.

Si potrebbe parlare di strategia politica della lumaca. Esemplare l’atteggiamento della Commissione verso lo sforamento di bilancio italiano: si fa la voce grossa, poi un passo indietro, concedendo altro tempo e spostando i tagli alla successiva sessione di bilancio. E intanto il tempo passa.
Si tratta di un atteggiamento che rinvia all’universo mentale parlamentarista,  fondato, e giustamente, su trattative e compromessi. Un modo di procedere  che però  nei tempi difficili, quando fuori il mondo corre,  alla lunga può risultare controproducente. Consentire che i barbari populisti, vestiti di pelli, armati di asce,  con al seguito  carriaggi, donne e bambini,  dai confini dell’impero si avvicinino sempre più a Roma,  si basa sulla scommessa che  Roma capta. La storia però insegna che alla fine fu proprio Roma a essere captata.
Nei  tempi in cui l’Ue dovrebbe mettersi l’elmetto, e non solo  in senso metaforico, che cosa ha  proposto di concreto Ursula von der Leyen nel suo discorso di ieri? Il potenziamento dei fondi destinati all’Erasmus.  
Il che, per carità,  non è sbagliato dal punto di vista dell’umanesimo europeista. Il gesto è nobilissimo.  Però,  se  Churchill, davanti alla minaccia hitleriana, si fosse limitato a potenziare i fondi per i boy scouts,  oggi non saremmo qui a parlare di Europa libera e democratica.

Carlo Gambescia                       
                                                                            

martedì 16 luglio 2019

Lettera aperta 
a Carlo Pompei Falcone




Caro Carlo,

Oltre che un carissimo amico, sei  un giornalista equilibrato, preparato, con un fiuto molto particolare per la coazione a ripetere  della destra neofascista.   Ti ammiro. 
Destra  neofascista  - meglio precisare -   nel senso di una destra che si ispira  in qualche misura al fascismo come ideologia,  riproponendone  valori e politiche,  antiliberali, anticapitalisti, nazionalisti e protezionisti.  
Di conseguenza,  trovo coraggiosa, la tua presa di posizione, soprattutto perché  rivolta a un ambiente che tuttora rivendica -  errore commesso anche  da molti neo-comunisti -   non il fallimento dell’idea,  ma, per così dire, gli errori di implementazione.
Ora però,  ti  lascio la parola:     


«Noto che Salvini ha diviso più di Mussolini.
Non i suoi avversari, ma soprattutto quelli che prima di lui sarebbero potuti essere d'accordo su molti punti sciaguratamente affrontati (si fa per dire) dal governo giallo ittero verdognolo.
Il che dovrebbe "illuminare".
Occorre una destra liberale non liberista che guardi seriamente al futuro di questa nostra nazione.
Una destra che fronteggi le emergenze senza cedere al populismo pseudo razzista che non è altro che una leva per distruggere.
Alcune "risorse" si sono macchiate di responsabilità acclarate in crimini raccapriccianti, d'accordo, ma non facciamo il medesimo odioso errore di chi definisce tutti gli italiani razzisti o mafiosi in un luogo comune che divide ancora di più.
Io non mi vergogno di essere italiano, non mi vergogno di non essere comunista, che non significa non guardare con interesse a proposte dichiaratamente di sinistra, proprio per cercare quelle sintesi alle quali uomini di cultura di destra hanno dedicato la propria vita.
Andare oltre.
#andareoltre» (1)


Caro Carlo, immagino, come il tuo accenno a una “destra liberale” abbia fatto sobbalzare sulla  sedia molti tuoi  lettori  stregati dalla “tentazione fascista”, per usare la terminologia di Tarmo Kunnas.

Sai meglio di  me come non esista   nessuna emergenza immigrati se non nella mente di Salvini e di altri micro-leader dell’estrema destra, che più semplicemente aizzzano  folle dalla  salivazione accelerata.  Cosa che non si dovrebbe mai fare.   
Proprio ieri ho scritto sul caso di Emmett Till (2), per spiegare che brutta bestia sia il razzismo,  racchiuso in quel terribile   “Prima i Bianchi”, pardon “gli  Italiani”.  
Nel tuo post  citi “Pino” Rauti, figura, dal punto di vista intellettuale, tra le  più serie  del neofascismo. Però dovrai ammettere con me che di liberale  (lasciamo stare l’annosa questione del  rapporto liberalismo-liberismo, neppure risolta dai liberali),  Rauti aveva poco o punto. E credimi,   non perché in molti suoi scritti professasse idee non ortodosse dal punto di vista della teoria politica democratica.
Se preferisci,  posso pure concederti   che  lo era,   ma  in un senso più sottile, irriflesso.  Come per una specie di  forma mentis cognitiva.   Parlo  di  qualcosa che era  nell'aria del Novecento. Che si respirava a prescindere.  Che  si assumeva tutti, quindi perfino il liberali,  fin  da piccoli, con il latte materno...
L'idea  dello Stato (con l'iniziale maiuscola) come come istituzione salvifica.    Visto quasi come  un' entità  onnisciente  che  precedeva l'individuo,  ritenendo di  sapere perfettamente, come un dio  buono (previdente e provvidente),  cosa fosse bene per ogni singola persona.
Che voglio dire?  Mi spiego subito, con un esempio.  Qualche mese fa,  in un post intitolato “Il Ventennio sulle bancarelle”  ho trattato questo tema, partendo  dall’ammirazione di Alberto Giovannini, già direttore del  “Secolo d’Italia”, per i fratelli Rosselli. 
Mi scuso in  anticipo per la lunga autocitazione, cosa tra l’altro non elegante,  ma ritengo il punto importantissimo:

«Ora, quel che colpisce del contributo è l’ammirazione sincera per i fratelli Carlo e Nello Rosselli,  assassinati in Francia da sicari del governo fascista. Giovannini, non glissa sulla cosa,  pur sposando la tesi, della faida interna  tra liberal-socialisti e comunisti.  Al di là delle radici di tutto questo orrore, resta però interessante scoprire il perché dell’ammirazione di Giovannini. 
Cosa c’era nel pensiero dei  Rosselli, socialisti liberali o liberal-socialisti (la diatriba intellettuale  in materia non si è mai spenta, perfino sul trattino), che destava l’ammirazione di Giovannini? Il "gobbettismo". Ossia, come egli spiega quel tentativo, sfociato in  “Giustizia e Liberta”,  di “realizzare e ampliare la visione gobettiana; diffondere cioè gli ideali del liberalismo e socialismo - contrastanti nella politica delle cose -  in una sintesi organica e operante”. Un tentativo, conclude Giovannini, “ di rinnovamento sostanziale della politica  democratica, e perciò stesso, della democrazia italiana, ove questa fosse stata restaurata in Italia” (vol. II,  p.  416).
Qui,  la parola chiave - sconosciuta a Giovannini, ovviamente - è costruttivismo. Un approccio comune al fascismo e ai liberali macro-archici di  “Giustizia e Libertà”: il credere fermamente nella possibilità  di cambiare dall’alto la società italiana. Con metodi diversi, ma al tempo stesso uguali, quanto alla volontà  insita  sia nel fascismo sia nel liberal-socialismo (definito da Croce un "ircocervo"),  di “costringere gli uomini ad essere liberi”.  Insomma, piaccia o meno, fascismo e liberal-socialismo condividono lo stesso impianto cognitivo-politico roussoviano, che rinvia all’idea totalitaria della volontà generale, ovvero di un maggioranza che discrimina le minoranze, perché si ritiene dalla parte della ragione (storica).  Ovviamente il  liberalismo macro-archico ha condotto alla società  welfarista mentre il fascismo alla dittatura e alla guerra. Ma, tra i due fenomeni politici, c’è, nei fatti sociologici, una differenza di grado e non di specie.
Il che spiega, ripetiamo,  l’ammirazione di Giovannini.  Ottimo  giornalista, e uomo di vaste letture, al quale però mancava, quell’autoironia e quel senso dell’eterogenesi dei fini, che invece animava la riflessione  di Giano Accame nei termini di una retorica transigenza » (3).

Rauti  -  come Giovannini  -   era  liberal-socialista,  probabilmente  non per scelta  ma  per mentalità “costruttivista”,   quindi senza neppure saperlo. Suo malgrado.  
Del pari  credo  finalmente chiaro un altro punto fondamentale: come  lo stesso liberalismo si nutra di un profilo costruttivista. Anche perché, sociologicamente parlando,  non esiste un solo liberalismo ma esistono almeno quattro liberalismi: archico, micro-archico, an-archico, macro-archico. Fenomeni che si articolano intorno all’uso costruttivista dello stato nel regolare, in base alla maggiore o minore incidenza politica, gli interessi sociali.   Tema al quale ho dedicato un libro. 
Concludendo,  serve una destra liberale.  Quindi concordo con te.  Al limite costruttivista.   Qui però cade l'asino, se mi passi l'espressione.  Perché un neofascismo macro-archico, o se preferisci,  liberal-socialista, welfarista, con  "ircocervici" accenti di sinistra, pur militando a destra,  dovrebbe fare prima i conti con la pesante eredità illiberale del fascismo.  Cosa che i neofascisti, al di là degli atteggiamenti tattici, rifiutano di fare.  E da sempre. A parte alcune lodevoli  eccezioni come ad esempio  Giano Accame.
Insomma, parlo della coazione a ripetere, cui accennavo all'inizio.  Del resto ti sembra possibile, caro Carlo,  un fascismo antifascista?   Sì, conosco benissimo la retorica "interna"  del fascismo oltre Mussolini, dalle radici diciannoviste, rivoluzionarie e repubblicane. Oppure quella tradizionalista,  del fascismo storico, come incarnazione transeunte di valori metastorici…    
Non credo però che sposare la causa di una specie di superfascismo, aiuti all' "andare oltre"  il fascismo… 
Un carissimo  abbraccio,

Carlo Gambescia
  
3)  https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2019/02/il-ventennio-bancarelle-alberto.html .




La risposta di Carlo Pompei Falcone ( e mia breve replica)

Caro Carlo,

Onorato dell'attenzione e del tempo che mi hai dedicato 
Non è una cosa che riservi a tutti.
Smancerie a parte,  concordo con il tuo impianto, sebbene ci siano punti da limare – a mio giudizio – in elaborazione delle tesi rivedute e corrette al passo con i tempi velocissimi che viviamo.

In estrema sintesi il mio è un tentativo di andare oltre "andare oltre", proprio in LINEA con la tua (e di Accame) Retorica della transigenza.
I pragmatici (ed anche io lo sono, come sai) potrebbero obiettare "come?".
Verissimo, ma pensarlo è già un po' farlo, no?
Il pensiero non è forse prodromico dell'azione?

Continuiamo così, anche in funzione di quella ridefinizione ultima del nazionalpopolare (e di LINEA - Quotidiano nazionalpopolare) che anche Rauti cercava in un'alternanza tra salvare parte del "vecchio" per proporre un "nuovo" sostenibile.
I nostalgici e i complottisti da due soldi hanno le famose "parole bottone" e "nuovo" gli fa scattare il riflesso pavloniano (che sto rileggendo) tra "ordine nuovo" (di quà e di là) e "nuovo ordine".
Ebbene, occorre liberarsi prima di questi riflessi preistintuali per avere la "cassetta degli attrezzi" in ordine per procedere.
Buonissima giornata.

Carlo Pompei Falcone (*)


Caro Carlo,
Grazie per la meditata ed esaustiva replica. Nulla da dire, nulla da aggiungere. Ti ringrazio anche per la citazione del libro su Accame. Sì, serve, ora più che mai, una retorica della transigenza. Grandissimo abbraccio!

Carlo  Gambescia


lunedì 15 luglio 2019

Emmett Till, una lezione per l' Italia…
La sindrome  del bianco povero


Il 27 agosto del 1955, Emmett Till, un ragazzo nero di quattordici anni di Chicago, venne rapito da due bianchi, a Money, Mississippi,  dove si trovava in vacanza dai parenti. Fu  torturato, ucciso con un colpo di pistola alla testa e poi gettato nel Tallahatchie,  fiume che scorreva nei pressi.  Il suo corpo,  ritrovato alcuni giorni  dopo,  misteriosamente tornato  a galla,  nonostante  la  grossa ruota di una macchina che serviva alla lavorazione  del cotone  alla quale il cadavere di  Emmett era stato incatenato  con più giri di filo spinato, affinché le acque si chiudessero sul delitto per sempre.  
Che cosa aveva commesso di così grave ?     
I funerali . Una pagina di storia americana.


Qualcosa che al massimo, come sfuggì di bocca  dopo il processo a uno dei procuratori, avrebbe richiesto come punizione una sculacciata. Emmett  si era rivolto,  emettendo un fischio di apprezzamento per sua bellezza,  verso la giovane moglie bianca del  titolare di una piccola e scalcinata drogheria di paese, Carolyn Bryant.   
Una giuria di bianchi, composta di soli uomini, per lo più agricoltori poveri,  assolse Roy Bryant e il  fratellastro, John William Milam, asserendo che il loro passato di soldati e cittadini esemplari li metteva al riparo da accuse puramente indiziarie. La decisione fu presa in poco più di un’ora. Neppure il tempo di bersi   una bibita fresca,  come scrissero alcuni giornali, riportando  la dichiarazione di un giurato.     
Nel 1956,  certi di non poter essere processati due volte per lo stesso reato,  Bryant e  Milam ammisero in un’intervista a  "Look Magazine"  di aver  ucciso il ragazzo,  perché  era un  negro  e doveva   stare al suo posto. 


La madre di Emmett,  Mamie Elisabeth, accorsa da Chicago, dove, diversamente dal Mississippi,  la pressione razzista era minore (il che spiega anche “la spigliatezza" del ragazzo, ignaro di certi pericoli), pretese funerali a  bara aperta,  perché tutti potessero vedere lo scempio. E così fu. I poveri resti  del ragazzo, una volta al riparo di un vetro,  furono  visti  da tutti,  fotografati  e rilanciati dalla stampa. 


Gli  storici, dal momento che il caso fece comunque molto rumore,   collegano  ideologicamente l’assassinio di Emmett Till  alla nascita di lì a poco  del Movimento per i diritti civili. Insomma, siamo davanti a un pezzo di storia degli Stai Uniti (*).   



Emmett  e  Mamie  Elisabeth  Tilll.

Qual è il punto sociologico di questa tragedia?   Che il razzismo, come mostrano numerosi studi,  rinvia  alla dottrina del capro espiatorio:  alla necessità da parte di un gruppo sociale, etnicamente ridefinitosi,  di rivalersi della propria deprivazione economica e culturale,  assalendo  un altro gruppo sociale,  designato,  stante la comune e  mediocre condizione sociale,  come un possibile “competitore” sul piano dell'acquisizione di  risorse simboliche e materiali.

Il concetto del  “negro che deve stare al suo posto ”, sottomesso al bianco,  indica un   disperato  bisogno di auto-legittimazione sociale. Diremmo l’ultima spiaggia di un rituale che non può non sfociare nell'assassinio. Meglio ancora se collettivo, condiviso, di gruppo.  Di conseguenza,  l’omicidio diventa il  gesto simbolico  per  rafforzare la distanza sociale,  altrettanto simbolica,  smentita  però dalla  comune condizione economico-sociale,  tra il bianco e il nero:  tutti e due poveri  o comunque costretti a una vita lontana dallo standard  medio. Ci si aggrappa al “Prima i Bianchi”. E si colpisce senza pietà chi è simbolicamente subito sotto. 

Da sinistra , Milam, Bryant e rispettive consorti, felici dopo l'assoluzione.


Anche quel che  sta accadendo in Italia, dove abbiamo visto all’opera alcuni giustizieri bianchi, ha  dietro  di sé una reale base economica?  Ammesso e non concesso che la deprivazione sia  una giustificazione per certe efferatezze...   

L’Italia di oggi, economicamente  parlando, è lontana anni luce dal Mississippi degli anni Cinquanta. Però, ecco il punto, quel “Prima gli Italiani”,  evocato continuamente da Salvini, rimanda a una tradizione razzista basata comunque sull’ansia da deprivazione: sulla crescente  paura di perdere simbolici diritti di primato.   Non si è ancora poveri, ma si teme di diventarlo.   Ecco spiegato il  senso devastante   del   “Prima gli Italiani”.  L’africano, insomma,  “deve stare al suo posto”. Altrimenti...
La forma mentis di  Roy Bryant, John William Milam  e dei razzisti italiani rinvia comunque alla dottrina del capro espiatorio.  E l’assassinio di  Emmett Till è  lì a ricordarlo. Anche a noi italiani.

Carlo Gambescia



(*) Per un'informazione completa si veda:   http://www.emmetttillproject.com/home2 .                                                          

sabato 13 luglio 2019

Immigrazione, il Fact Checking Ispi
Le allucinazioni sovraniste





Il Fact Checking Ispi (1)  fa capire chiaramente come il clima  politico  italiano a proposito degli immigrati ricordi la caccia alle streghe…  Si dà la caccia a qualcosa che non esiste, se non nella mente degli inquisitori.
Infatti, tutti i dati confermano  una situazione lontanissima dall’emergenza, se non per  i ritardi burocratici italiani nel vagliare le domande di asilo.
Quanto alle  Ong  si prova chiaramente  che non esiste alcuna correlazione tra le attività di soccorso e gli sbarchi sulle coste italiane. 
Dalle analisi Ispi  emerge invece  la necessità di un maggior coordinamento europeo sia nell’ambito della sorveglianza, sia in quello dell’accoglienza, che ovviamente, non può essere affrontato in termini di insulti e di politiche muscolari con l'Ue. Inoltre, sempre secondo l'Ispi, risultano puramente demagogiche, perché economicamente insulse, le politiche dell'  “Aiutiamoli, ma a casa a loro”.  Dal momento che  esiste una correlazione positiva  tra l’aumento del  Pil e il tasso di immigrazione. E non nel senso in cui comunemente si crede. Ci spieghiamo meglio.
Fino a una certa soglia  il tasso di immigrazione aumenta quanto il reddito, per poi fermarsi. Ma prima che si giunga a saturazione occorrono decenni. Perciò  immettere soldi nel circuito sviluppista " a casa loro"  non paga subito, anzi, nell'immediato,  continua a favorire l'immigrazione. Per affrettare i tempi,  servirebbero  investimenti colossali, fuori portata.  Fermo restando, ripetiamo, che fino a un certa soglia, non proprio ridotta,   l'immigrazione continuerebbe a crescere. E di conseguenza  non sarebbe facile giustificare  l'insuccesso delle  politiche dell'aiuto "a casa loro". Insomma,  di far ragionare  una  pubblica opinione sovranista, incattivita e  favorevole  all'opzione autarchica, da  zoccolo duro elettorale,  del non aiutare il  "fuori razza",  dovunque sia. 
Ma lasciamo la parola agli esperti: 

[Si parla]  infatti di  “gobba migratoria”: man mano che il PIL pro capite di un paese povero aumenta, il tasso di emigrazione dei suoi abitanti cresce, toccando un massimo nel momento in cui il paese raggiunge un reddito medio pro capite di circa 5.000 dollari annui (a parità di potere d’acquisto - PPA).  Solo una volta superato quel livello di reddito, il tasso di emigrazione torna a scendere. [Ad esempio] nel 2016 i paesi dell’Africa subsahariana avevano un reddito pro capite medio inferiore a 3.500 dollari annui PPA e, nonostante quest’ultimo sia cresciuto del 38% tra il 2003 e il 2014, negli ultimi anni questa crescita si è interrotta e rischia addirittura di invertirsi.  I paesi dell’Africa subsahariana si trovano quindi ancora a un livello di sviluppo economico coerente con un tasso di emigrazione in crescita, ed è difficile immaginare che riusciranno a raggiungere (e superare) la “gobba” dei 5.000 dollari pro capite PPA nel futuro più prossimo (2)

Pertanto prima di evocare l’importanza dello  scavare ridicole buche nella sabbia, microfinanziate dall'Italia,   i  sovranisti dovrebbero  documentarsi. 

Il vero problema allora, non è tanto arginare in modo definitivo  i processi migratori, chiudendosi in casa e buttando via le chiavi, quanto sviluppare forme altamente efficienti di  accoglienza, selezione e riqualificazione dell’immigrazione economica.  Quel che invece va assolutamente respinto, perché contrario a ogni più elementare principio di umanità   è  lo  sbattere la porta in faccia alle richieste di asilo politico e di aiuto umanitario in mare.  Una scelta disumana e scellerata che  va contro  le  basi ideali  della  civiltà euro-occidentale. Pensiamo  allo   spirito  del 1945, spirito  che animò  la vittoria della liberal-democrazia  europea contro il totalitarismo nazi-fascista.   
Se le cose stanno così,  allora il vero  problema  è  rappresentato dalla psicosi collettiva  da caccia alle streghe  creata artatamente  da Matteo Salvini e dal cosiddetto  universo sovranista. Una vergognosa  Salem scatenata dalla destra razzista  che, tra l'altro,  provoca risposte uguali e contrarie. Una caccia alle streghe capace  solo di incrudelire gli animi, di tutti, da destra a sinistra passando perfino per il centro. Un  tragico gioco al rialzo da decadente e indecente democrazia emotiva.  
Certo, il termine psicosi può essere giudicato eccessivo,  perché rinvia all’universo patologico dei disturbi del pensiero, come i deliri e le allucinazioni. Però  di questo  si tratta. Pensiamo a  una questione che  rimanda alle fragilità storiche e psichiche  di un’Italia collettiva -  mai dimenticarlo -  che  ha il triste primato di aver inventato il fascismo.   Al fondo di tutto c’è una questione di :antropologia sociale:  quella della  credulità storica degli italiani,   popolo, come pare,  sempre pronto a sconfinare verso i torbidi  territori del  fantasmatico  e  del   mostruoso.     
E purtroppo, non c’è molto da fare  contro  il primato dell’irrazionale,   evocato da una  propaganda razzista  che vede tornare a galla i  relitti   della peggiore mitologia  fascista, a cominciare dalle  Leggi razziali.   Davanti a certi stereotipi  che evocano e  grondano  sangue come “Prima gli Italiani” cadono le braccia. Veramente.  

Sembra che nessuno più ricordi la virulenza nazionalista della propaganda fascista, sempre pronta a criminalizzare gli avversari.  Una retorica dell'intransigenza  che un  personaggio  come  Salvini  non  manca di riprendere e  spargere come veleno. Qualche esempio:

I respingimenti sono l'unica via per salvare vite, e per evitare una invasione dei nostri territori che non porterà nulla di buono. 

Mentre c’è chi ha in testa solo i diritti dei clandestini, io metto al primo posto i terremotati italiani.

Quanto dà fastidio alla vecchia politica e ai vecchi potenti che ci sia un governo nuovo, che finalmente si interessa degli Italiani e non dei poteri forti? 

Io sono accusato di cattivismo, razzismo, fascismo, ma voglio bloccare il traffico degli scafisti. Mi pare solo buonsenso!   (3)


Come uscirne?  Come  far capire  a chi  non vuole  ascoltare la voce della ragione,  la gravità di certe odiose e irreali evocazioni populiste,  razziste e complottiste?  In psichiatria  le allucinazioni si curano con i farmaci.  In politica non è possibile.  Anche se i totalitarismi imprigionavano gli oppositori nei manicomi. Ma si può chiudere  un intero popolo in manicomio?  La cura sarebbe peggiore del male. 
Che fare?  Probabilmente, e lo diciamo con la morte  nel cuore, ci stiamo inerpicando, con incoscienza antica,  forse atavica,  verso i tortuosi sentieri di  un’altra aspra lezione della storia.   
Che poi  però sarà dimenticata, eccetera, eccetera.                


Carlo Gambescia       
                                 

(2)  Ibid.

venerdì 12 luglio 2019

Italia e  Russia
I nuovi Tartari

Sapete, cari lettori,  quando inizia  la storia della filosofia russa?  Nell’Ottocento. E per giunta sotto la veste, seppure importante, di opere letterarie.  Tuttavia,  i  grandi  scrittori-filosofi russi   si divisero subito  in occidentalisti (pochi) e antioccidentalisti (molti).  Pro o contro la modernità. 
Il secolo successivo fu invece quello del comunismo: di una modernità totalitaria e barbara, che portò all’eliminazione, diremmo programmatica, molto asiatica (da pile di teste tagliate) di  milioni di russi. 
A partire da Pietro il Grande a Stalin e da Gorbačëv a Putin, gli italiani in Russia  hanno svolto  il ruolo di consiglieri culturali (i grandi architetti, anche del pensiero,  in particolare dell’età illuminista), di invasori militari  ( due volte al seguito, stupidamente,  di altri,  Napoleone e  Hitler), affaristi (Fiat, Pci, Iri, Berlusconi e,  come  sembra, Salvini).
Semplificando,   russi e italiani si "frequentano" da alcuni secoli, senza però conoscersi a fondo.  Ovviamente, sul piano accademico esiste una slavistica italiana che conosce i misteri tenebrosi dell’anima russa, ma raramente (l’ultima volta fu con Craxi)  viene  invitata a pranzo a Palazzo Chigi  per spiegare  le enormi  differenze   storiche e  culturali  - quindi  di  comprensione -  tra Occidente e Oriente.
Per   l’Italia colta e civile,  la Russia  resta   un continente misterioso,  semicivilizzato, imprevedibile, proprio come un tartaro impenetrabile, in cui scorre il  sangue asiatico del nomade, pronto ad attaccare le popolazione sedentarie.   E in effetti il "giogo"  tartaro-mongolo (1240-1480),  come osserva  lo slavista  Gino Piovesana, " contribuì non poco all'isolamento della Russia e all'introduzione di usanze e metodi di governo più asiatici che europei" (1) 

Per capire il grado di barbarie antimoderna, tipica di un popolo,  che di Bisanzio non ha mai  perduto  i tratti totalitari e messianici mal nascosti sotto la ferocia del nomade asiatico,  basta leggere  “La Quarta Teoria Politica” di Aleksandr Dugin: uno spaventoso   concentrato di  tradizionalismo e identitarismo da far  accapponare la pelle (2) .   Siamo davanti  ai nuovi Tartari, appena sfiorati dal cristianesimo. I russi continuano a ritenersi,  contrariamente alla lezione evangelica,  più uguali degli altri. Di qui, la loro pericolosità.
Inoltre, la modernità comunista maldigerita ha prodotto una specie di darwinismo tradizionalista (al contrario) che designa nel russo il difensore,   scelto da dio, di una civiltà  antimoderna,  antiliberale e antioccidentale.
Ora, puntare sulla Russia, come alleato ,  cosa che l’Italia, fino all’ascesa al potere di Salvini e dei populisti-sovranisti, si era sempre ben guardata dal fare, significa non sapere o capire nulla dell’ambigua  e tenebrosa anima russa.    
Certo,  il realismo politico, detta  di non trascurare  nessun partner. Però la diversità culturale  e storica tra Italia e Russia  imporrebbe grande  prudenza.  E invece cosa si propone di fare  Salvini?  Di seguire le orme di  Mussolini, che confondendo gli interessi reali dell’Italia con quelli, per così dire, del fascismo leghista,  si vuole gettare  nelle  braccia di  Putin.  Che naturalmente  non è Hitler, ma  resta comunque  un russo dal comportamento imprevedibile, talvolta ferocemente imprevedibile.  E i risultati potrebbero essere disastrosi, anche per la sperequazione di forze  geopolitiche ed economiche tra Italia e Russia.

Qui,  non è questione  di soldi  presi sottobanco o meno,  come si legge oggi.  In gioco è  ben altro:  la tradizione culturale dell’Italia e di conseguenza il nostro futuro.
Salvini guarda a Est, Di Maio addirittura ancora più Est, verso la Cina, continente ancora più misterioso.  L’Italia rischia di staccarsi dall’Europa, civile e  liberale,  madre della filosofia,  per finire nella braccia di una potenza  più asiatica che euro, digiuna di filosofia  come fonte del pensiero critico.
Bariamo?  Si aprano due libri, filosoficamente molto accreditati: la  Storia della filosofia italiana, del Garin, e  la Histoire de la philosophie russe del Losskij.  Bene, Garin  inizia da Boezio e Cassiodoro, secoli V-VI d. C. (3).   Losskij, asserisce invece che “la philosophie russe ne commence  à se developper qu’au XIX siècle, alors que l’État russe est dejà vieux de mille ans” (4).   Serve altro?


Carlo Gambescia
 

(1) Gino  Piovesana, Russia - Europa nel pensiero filosofico-russo. Storia antologica, Lipa Edizioni, Roma 1995, p. 17. 
(3) Eugenio Garin, Storia della filosofia italiana, Einaudi, Torino 1966, 2° ed., vol. I, pp. 31-83. Sull' "autorità di Boezio [che]
sarà in qualche modo paragonabile a  quella di Aristotele e Sant'Agostino" cfr. Ibid.,  p. 32.
(4) Nikolaj Onufrievič Losskij,  Histoire de la philosophie russe des origines à 1950, Payot, Paris 1954, p. 5.