mercoledì 23 gennaio 2019

Trattato di Aquisgrana, Francia e Germania si cautelano
Ritorno al passato (con Salvini e Di Maio)

  

Il lettore vuole  scorgere   un segnale  della brutta china presa dall’Italia?  Frutto di pericolose scelte  assecondate  dalla pubblica opinione?  Quella che,  in particolare,  si esprime attraverso la classica formula comunicativa dei giornali?  
Eccolo, forte e chiaro:  la stampa italiana ha oscurato, fin dalle prime pagine, la notizia della firma del trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania. 
Quest’oggi, sui giornali,  si parla della Germania solo per la decisione, tra l’altro preannunciata, di “sfilarsi” dalla missione  Sophia. E dunque per criticarla. Quanto alla Francia, gli attacchi ormai sono quotidiani, da parte della stampa di destra e tradizionalmente governativa.
Cosa vogliamo dire? Che l’Italia politica ha scelto l’isolamento  e quella mediatica, classica, della carta stampata (ormai i Social sono nelle mani dei populisti) o tace o acconsente.  "Faremo  da soli", insomma.  Per andare dove?  Con gli ungheresi? Con i polacchi?  
Sembra che Macron, ieri,  ai fischi di alcuni manifestanti, abbia risposto, asserendo  che coloro che contestano l’amicizia franco-tedesca, disconoscono,  cosa rappresentò  e cosa  costò  all’Europa, l’inimicizia franco-tedesca.  E che quindi  chi oggi  si sollevi contro l'amicizia, si rende moralmente complice dei crimini commessi dai nazionalismi.  Giustissimo.
Sul punto specifico va però  eliminato un equivoco.  Molti, non  sappiamo se in buona o cattiva fede, distinguendo tra patriottismo e nazionalismo,  ritengono che Salvini, Di  Maio e i sovranisti in genere siano  dei patrioti non dei nazionalisti. 
In realtà,  sul piano sociologico, patriottismo e nazionalismo rinviano alla costante  metapolitica  del conflitto. La differenza, sempre sul piano sociologico, tra i due fenomeni, è data da un' altra costante metapolitica quella della cooperazione. Quanto più c’è equilibrio, inclusivo verso l'alto, tra conflitto e cooperazione,  nel senso di un allargamento dell’inclusività ( ad esempio con il sentirsi al tempo stesso italiani, europei, cittadini del mondo), quanto più, il patriottismo diverge, e in positivo, dal nazionalismo (che riduce l'inclusività al sentirsi solo italiani).  Insomma,  si può essere buoni italiani, senza per questo disprezzare  immigrati, tedeschi, francesi e tutto ciò che rinvii a una visione contrattualistica, e dunque pacifica (non pacifista), dei rapporti tra  individui, stati, nazioni, organizzazioni internazionali.
Ma c'è dell'altro.  Sul piano politico esiste  un fattore chiave per distinguere il patriottismo dal nazionalismo. Quale? Il liberalismo. Ogni nazionalismo è radicalmente antiliberale, nel senso di contrastare tutte quelle  istituzioni, dal mercato alle libertà individuali, dallo stato di diritto  alla rappresentanza parlamentare,  che possono essere definite liberali. I nazionalisti, a parole o meno, possono anche essere democratici, nel senso di una maggioranza che voti leggi nazionaliste, ma mai liberali.  A tale proposito, per l’Italia, crediamo basti citare la differenza, comprovata  dalla storiografia più seria, tra Cavour e Crispi, tra Giolitti e Mussolini, tra De Gasperi e il revanchismo della destra neofascista. E oggi, tra Salvini e Di Maio, da un lato,  e la classe politica europeista della Prima Repubblica, dall'altro. Pertanto,  non ci si  faccia  ingannare dal sovranismo "del piede di casa",  recitato nei salotti televisivi da leghisti e pentastellati: restano comunque antiliberali, in tutti i sensi. A cominciare da quello economico. Salvini e Di Maio difendono  il protezionismo. E il protezionismo  porta all'autarchia, e l'autarchia alla guerra. Come prova la  tragica  guerra civile europea,  ricordata da Macron.   
Di qui, discende anche la differenza tra colonialismo e imperialismo. Esiste un colonialismo liberale, rappresentato da quello britannico (la cui decolonizzazione fu un modello di mediazione liberale), come esiste un imperialismo coloniale, rappresentato, dal fascismo italiano e dal nazionalsocialismo tedesco. Ovviamente esistono anche  forme intermedie, rappresentate da democrazie dove talvolta  la formula maggioritaria, se si vuole il democraticismo,  prevale su quella  liberale, come in certi momenti della storia degli Stati Uniti e  della Francia.  
Il fattore che rende pericoloso il patriottismo, o meglio la sua trasformazione in nazionalismo,  è l’appello al popolo: il fare leva, come sta accadendo di nuovo in Italia, su sentimenti conflittuali, che riducono la cooperazione al  “Prima gli Italiani”, escludendo altre fonti, di possibile cooperazione, come invece riconosce e impone il patriottismo liberale. Che poi tutto questo sia approvato dalla maggioranza dei cittadini,  è al tempo stesso,  una prova della bontà delle tesi qui esposte sulla natura totalitaria del maggioritarismo democratico, e un segnale pericoloso: perché significa che l’ intolleranza  "patriottista"  ha raggiunto i livelli di guardia.  Di maggioritarismo sbraitante, con la bava alla bocca,  si muore. E ci stiamo cadendo di nuovo.
Sicché, Francia e Germania,  memori degli errori del passato, e scorgendoli  nelle politiche italiane, si stanno giustamente "organizzando".  Se le nostre informazioni sono giuste, il trattato di amicizia franco-tedesco, prevede anche una clausola militare di aiuto reciproco in caso di aggressioni. Ciò significa, che i fantasmi del  nazionalismo si stanno di nuovo materializzando.  La clausola è difensiva, di rimbalzo,   ma, il ribadirla,  indica che  si teme il peggio.  Insomma, fa  intuire che si è innescato, quel meccanismo ad orologeria che condusse  alla Prima guerra mondiale  
Ecco dove ci stanno portando  Salvini e Di Maio.  Indietro nel tempo.  Un ritorno al passato. Altro che patriottismo.

Carlo Gambescia                       

martedì 22 gennaio 2019

Di Maio, Macron e il “Franco coloniale”
Ma quale fact checking…





Prendete quattro imbecilli, sfaticati e presuntuosi, che chattano sui Social in pigiama tutto il giorno,  con alle spalle un liceo o un istituto tecnico a fondo perduto, qualche esame universitario facile facile,  o addirittura una laurea  strappata a colpi di diciotto, e avrete la classe dirigente pentastellata.  Quella  che ora è  in  Parlamento e al Governo.

Quindi perché meravigliarsi delle scemenze enunciate sistematicamente da  Di Maio, Di Battista e accoliti ?  Da ultima quella sul  “Franco coloniale”, evocato in chiave complottista… Però, attenzione c’è anche di peggio,  come ad esempio, la Meloni  che  ha rilanciato, ribadendo il copyright sulle macro-stronzate (pardon) terzomondiste. 
Così siamo messi.  Il punto è che, dal momento che in politica, ogni azione  provoca una reazione (e così via), una cosa è porre problemi veri  e inalberarsi, se e quando occorre, su questioni reali, un’altra è crearli  senza alcuna vera ragione politica, se non quella, come avviene sui Social, di spararla più grossa, fino a prova contraria, come spesso si legge.  Prova contraria  che però non arriva e non arriverà mai. Per quale ragione? Perché,  una caratteristica del “Pensiero Social” è l’autoreferenzialità,  a ogni costo, al punto di  sostenere, paradosso dopo paradosso,  persino l’idea che la Terra sia piatta.  Però  la cosa si fa  più  grave quando  la macro-stronzata  finisce nell'agenda politica di una nazione, perché  il  discorso pubblico si avvita su se stesso. Ad esempio, il  cosiddetto fact checking, ora adottato anche dalla carta stampata,  che, ovviamente, in un attimo ha smontato le stupidaggini sul “Franco coloniale”, rinvia però alle  tecniche di  argomentazione social destinate inevitabilmente ad avvitarsi  su se stesse, perché, al primo fact checking, se ne oppone subito un altro e così via, lungo un percorso a spirale che, privilegia al capire il credere. Il che ricorda, come tecnica argomentativa, il metodo della teologia medievale, raffinatissimo,  ma   teso  a studiare gli attributi di  dio.

Che cosa vogliamo dire? Che il veleno  non è nel fact cheking  in sé,  che per certi aspetti, seppure blandamente,  rinvia alla logica della scoperta scientifica  e al principio di fallibilità, ma all’ambito stesso  della discussione:  alla sua premessa,  che nel XIII secolo  era l’eternità  di dio, nel XXI l’eternità del colonialismo. Se la premessa, non è vera né falsa, l’esito dell’argomentazione sarà indeterminato.    
Il colonialismo,  non è vero né falso:  esistono però  rapporti di forza, politica, economica e sociale, costanti o regolarità metapolitiche che si riproducono a ogni livello. E questi rapporti  -  e non il colonialismo dei terzomondisti a Cinque Stelle-  sono immutabili, ma nel tempo storico e sociologico, assumendo forme ricorrenti. Di conseguenza,  se  gli africani, che i pentastellati e perfino Salvini, come dicono,  vogliono proteggere, si sviluppassero al nostro livello, o addirittura ci superassero, si trasformerebbero loro nei nostri colonialisti. Del resto, la guerra non dichiarata alla Francia, che tanto piace a Di Maio e Salvini  non è altro che un portato del sovranismo, che non è  che una forma di conflittualismo, antico quanto l’uomo e la società,  che rinvia, per il Novecento, al  nazionalismo, altrettanto  imperialista e colonialista.
Ora, credere, come Di Maio e Salvini, che ognuno potrebbe vivere in pace a casa propria, è di una ingenuità veramente sconcertante,  che ci riporta alle discussioni medievali  sugli attributi  di dio,  discussioni  altrettanto ingenue.  Però, non fino al punto di non uccidersi e massacrarsi a vicenda per una certa idea di dio.
E la stessa cosa vale per il colonialismo. Non esistono due nazionalismi, uno buono (il sovranismo) e uno cattivo (il colonialismo). Ma  un solo nazionalismo che inevitabilmente è colonialista e imperialista. Sicché,  accusando gli altri di colonialismo, è come  se ci si guardasse alla specchio del conflittualismo, che è antico quanto l’uomo. Come del resto - si faccia  attenzione -  la cooperazione e  l'inclusione  nelle  varie forme politiche, economiche e sociali. Ma il sovranismo, privilegia il conflittualismo. O se si preferisce,  un conflittualismo romanzato  a fin di bene che porterà alla pace universale del  ciascuno  a casa sua:  l'ideale del ragioniere del quarto piano, o se si preferisce, la filosofia da  condominio perfetto.  Peccato che gli storici del Novecento non siano d'accordo.      
Del resto,  che cosa sta facendo l’Italia in Libia?  La cessione di motovedette, i soldi sotto banco, il via vai dei servizi segreti, le pressioni  neppure tanto scoperte  che cosa sono?  Intrusioni politiche  nelle vicende di un' altra nazione: neocolonialismo.
Pertanto sollevare questioni  contro la Francia, -  ammesso e non concesso, eccetera, eccetera -  significa darsi, come il famigerato contadino, la zappa sui piedi.   Detto altrimenti:  creare problemi che non esistono, favorire  un approccio irrealistico alla politica, lavorare per l’isolamento europeo e  internazionale dell’Italia. 
Una catastrofe. E per quali ragioni?  Perché quattro scemi, senza arte né parte, hanno agguantato il  potere. Grazie a elettori più imbecilli di loro che pigramente (perché la libertà è responsabilità e fatica),  al capire preferiscono il credere.  Ma anche a causa della  codardia di una classe dirigente, che ha accettato -  semplificando -  di  tornare a  ragionare degli  attributi di dio. Ai quale ovviamente, si applica il  fact checking… 

Carlo Gambescia                      

lunedì 21 gennaio 2019

 Carlo Nordio e la deriva razzista dei moderati italiani


Sono un moderato e un liberale, come del resto i lettori sanno.  In qualche misura, su questioni come il diritto di proprietà, l’economia di mercato, la libertà  di impresa,  il suffragio ristretto, la democrazia parlamentare,  il ruolo ridotto dello stato alle tre funzioni smithiane, salvo nei momenti di emergenza (come una guerra ad esempio),  potrei definirmi  un liberale conservatore nel senso ottocentesco del termine.  
Ora, come conservatore  e liberale, provo vergogna  per l’editoriale di Carlo Nordio, già magistrato, definito di destra.   Dove praticamente si spacca il capello in  quattro pur  di assolvere la linea  omicida di Salvini sugli immigrati  e favorire la continuità politica del peggiore governo della Repubblica, dalla sua proclamazione ad oggi.  L’articolo è uscito  sul “Messaggero”,  giornale, da sempre governativo,  e che in qualche modo  incarna l’anima  di un lettore moderato e conservatore (*).
Anche in modo sconsiderato. Perché essere moderati e conservatori, non significa tramutarsi in razzisti o avventuristi. L’ordine e  la legge sono importanti, ma non fino al punto  di rinunciare a qualsiasi principio di umanità. O, ancora peggio, di coprire questa rinuncia, come fa Nordio, che pure dovrebbe essere uomo lucido e colto,  scaricando  le  colpe  sugli scafisti,  sulla  Libia,  sull’ Europa.  Nonché,  cosa inconcepibile per un ex  magistrato  (ma non del tutto, se italiano), alimentando,  seppure in modo velato, l’idea di un congiura contro l’Italia.
Va inoltre osservato  che questo approccio condiscendente, se non addirittura complice verso  un  “Governo  che non deve cedere ai ricatti” dei libici, dell’Ue, degli scafisti,  sembra  essere  condiviso da larga parte della stampa, anche a grande tiratura.  Pertanto,  in qualche misura,  l’editoriale di Nordio è rappresentativo  dello spostamento della pubblica opinione  verso la  destra razzista.   Al quale  pare accompagnarsi quello dell’elettorato moderato e conservatore,  che  da  marzo plaude, con entusiasmo crescente, ad argomentazioni degne del KKK  e ai  triti luoghi comuni del populismo sudamericano.
Ovviamente,  neppure  mi piace la  compagnia di una sinistra  melensa e lamentosa  che attacca  il Governo giallo-verde, da posizioni  altrettanto populiste,  posizioni  che non  condivido per  nulla. Le mie simpatie, eventualmente, vanno  a Minniti, ex Ministro dell'Interno,  uomo del fare.  Però, alla sinistra, pur da  conservatore liberale,  mi lega in questo momento  la condivisione di quel principio di umanità, che la destra razzista,  con la complicità dei populisti pentastellati,   nega  con una protervia che ricorda quella dei nazisti.  Il realismo politico, privo di limiti, dettati appunto da un principio condiviso di umanità a destra come a sinistra,  tramuta  un governo, anche eletto, in una banda di briganti.      
In questo frangente, che impone di essere o  di qua o di là, perché sono in gioco i principi minimi della convivenza umana,  gli   editoriali  alla  Nordio  provano tristemente  che   l’Italia  ha  dimenticato la lezione del 1945 e ancora prima del 1922.  Altro che italiani "brava gente"... Errare è umano, perseverare diabolico.
Oggi,  ancora prima che la libertà,  è in gioco l’umanità, come sentimento di solidarietà umana, di comprensione e indulgenza verso gli altri.  E l’umanità,  in questo senso,  "val  bene una messa" anche con  Roberto  Saviano.  E pure con  Laura Boldrini. 

Carlo Gambescia

domenica 20 gennaio 2019

Bestia!




Così il Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana, Matteo Salvini, anno di grazia 2019. Leggere per credere. 

«Salvini, Ong recupera migranti, si scordi porto Italia - Una "Ong ha recuperato decine di persone. Si scordino di ricominciare la solita manfrina del porto in Italia o del 'Salvini cattivo'. In Italia no". Lo ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, in diretta Facebook. 
Salvini, le Ong tornano in mare e i migranti a morire - "Una riflessione: tornano in mare davanti alla Libia le navi delle Ong, gli scafisti ricominciano i loro sporchi traffici, le persone tornano a morire. Ma il 'cattivo' sono io. Mah...". Così il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, annunciando una diretta su Facebook. »

Capito? La colpa è delle Ong, e non di chi ha chiuso i  porti, messo in riga la Marina militare,  contravvenendo al diritto della navigazione e all’obbligo morale di soccorrere chiunque rischi di   affogare, a prescindere da status di cittadinanza e colore della pelle. 
Matteo Salvini, il Giostraio Mancato, è una bestia. Un  uomo rozzo, ignorante, e per giunta fiero della sua brutalità.  Ragiona come un militante del KKK.   E cosa ancora più grave,  con l’appoggio di quotidiani come "Libero", "il Giornale", "La Verità" diretti da squallidi giornalisti che  pretendono di dichiararsi liberali: Feltri, Belpietro, Sallusti.   Per non parlare dei sondaggi che lo incoronano come il leader più amato dagli italiani. Ci siamo già passati una volta ( e non con Berlusconi...). Eppure...



Dal momento che Salvini è una bestia, non resta che augurarsi, che, un giorno,  quando la tempesta populista  sarà passata -. e chissà a che prezzo - sia  processato (con gli accoliti della stampa),  come reo di crimini contro l’umanità.  Sarà finalmente il giorno del giudizio.  In cui,  come  giustamente si è detto, il Giostraio Mancato non potrà dire che non sapeva.
Probabilmente, quando finalmente giungerà il momento,  il suo corpo, sfigurato dalla pinguedine, ricorderà quello dell'ultimo Goering.  Il gerarca nazista  che  alla condanna di Norimberga, preferì il suicidio. La via d'uscita dei vigliacchi politici. E di certe  bestie che vanno a morire, nascondendosi...
Auguri Ministro.  

Carlo Gambescia

sabato 19 gennaio 2019

Il silenzio di chi dovrebbe controllare l’operato del governo populista
Tutti eroi! O la Banca d’Italia o tutti accoppati!




La titolazione Ansa è tutto un programma: Bankitalia: “Rischio recessione” -  Governo: “La crescita ci sarà” (*). Terzietà assoluta… Ma ingannevole.  Perché  non è possibile mettere sullo stesso piano le balle giallo-verdi con i dati effettivi snocciolati, seppure in modo felpato,  dalla Banca d’Italia: tre trimestri negativi si traducono con la parola recessione (e per ora siamo a due).  La crescita è scritta, al momento, nelle stelle, (cinque stelle, se si preferisce)  i dati sulla recessione  sono reali, diciamo terra, terra…    
Possibile che gli italiani siano così stupidi?  E che l’ultima ridotta contro  un governo di dementi politici debba essere  rappresentato dalla Banca d’Italia?  Dove sono  finiti il Centro Studi della Confindustria e  La CGIA   di Mestre?  L’ ISTAT  sembra ormai allineato. Mentre l’INPS è in via di allineamento.  La Rai si è trasformata nella cassa di risonanza del populismo italiano. Persino i Tg della Terza Rete  fanno finta di mordere. Per tacere del gergo populista, di cui Mediaset è antesignana,  o dei rigurgiti giustizialisti  della Sette.    
Se pensiamo a ciò che  accadde, giustamente o meno (lasciamo stare),  durante i governi Berlusconi , dove  queste istituzioni (inclusa la Banca d’Italia) martellavano quotidianamente il  governo del Cavaliere, subito  riprese  dalla stampa e dai social,  non si può non osservare come oggi  intorno a un governo dominato da un Paglietta, un Giostraio Mancato e un Trascorso Bibitaro, non si levi alcuna vera voce di opposizione,  fondata su reali  dati economici. Siamo  quasi al silenzio assordante. Se non ci fosse (per ora) la Banca d'Italia.
Si permette  al  Giostraio Mancato di parlare a vanvera su dieci milioni di italiani che beneficerebbero degli ultimi  provvedimenti, quando non sono neppure la metà. Si consente al Trascorso Bibitaro di definire,  senza alcuna prova, “apocalittiche” le previsioni della Banca d’ Italia. Ci si bea addirittura delle dichiarazioni di un Paglietta, che senza alcun fondamento, blatera di una finanziaria “solo sviluppo e investimenti”.  
Una montagna di menzogne che nessuno contesta. E con i dati.  Certo, i sindacati programmano manifestazioni, ma in nome di un populismo al quadrato, dal momento che   auspicano - semplificando -  più investimenti, più pensioni facili:  la quadratura del cerchio.
Dicevo, della stupidità  degli italiani. In fondo questo popolo di imbecilli, non si illuse sugli otto milioni di baionette,  credendo al Duce? Oppure sulla panzana anni Sessanta-Settanta di salari e stipendi come variabili indipendenti dalla produttività?  E si potrebbe continuare.
A dire vero, la credulità fa parte del gioco della democrazia.  Il punto è che dovrebbero esistere, e funzionare, al di là della sacrosanta divisione dei poteri, istituzioni di controllo, tecniche,  in grado di snocciolare dati, per fare la tara  alle politiche economiche del governo.  E una stampa, pronta a rilanciare.   
Di più,  senza divisioni dei poteri...  Inciso:  qui  si dovrebbero   aprire i dolorosi  capitoli  sui modi autoritari di  approvazione della legge finanziaria,  sui silenzi di Mattarella, e della magistratura, che sembra aver perduto lo smalto degli anni d’oro (o di piombo) dell’antiberlusconismo.
Dicevo, senza divisione dei poteri (o se si preferisce con una    lacunosa divisione),  senza  un sistema di contrappesi  economici e sociali, rappresentato dal pluralismo (extra e intra-istituzionale) dei controlli tecnici, sull’operato del governo,  l’Italia rischia veramente di trasformarsi  in una Repubblica  esclusivamente  fondata sulle menzogne. Un’opera in nero,  facilitata dalla sconcertante credulità di un popolo di imbecilli, che non si interroga sul misterioso  silenzio di chi invece dovrebbe controllare, ribattendo colpo su colpo, le giornaliere falsità governative.
E invece, le sempre più rare fonti di opposizione o tacciono,  o “terzieggiano”,  o  giocano al rialzo, come sindacati e  partiti del centrodestra e centrosinistra. Sicché, se  il governo populista riuscisse a mettere le mani pure sulle Banca d'Italia, sarebbe la fine.
Che dire?  Siamo - magari in pochi -  sulla linea del Piave.  Tutti eroi! O la Banca d’Italia o tutti accoppati!  

Carlo Gambescia  

                                    

venerdì 18 gennaio 2019

Dopo Berlusconi e Prodi, dopo Salvini e  Di Maio, a chi toccherà?
La terza ondata,  nera…




Oggi  mi potrei  occupare dell'annunciata  discesa in campo, questa volta in Europa,  di un Berlusconi, mostro di resilienza, ma ai limiti del ridicolo. Oppure delle pericolose amenità racchiuse nel “decretone” su quota cento e reddito di cittadinanza.  Perché questi sono gli argomenti  privilegiati dai  mass  media. In realtà,  il vero tema del giorno,  credo sia un altro. Quale?  Prima di rispondere, come antefatto, vanno sottolineate  due certezze.
La prima, riguarda l’ assodata  incapacità  delle opposizioni di esprimere uomini e idee,  europeiste e liberali, ovviamente  non più rappresentabili  da un uomo di ottantadue anni,  che ha fatto il suo tempo. E che, ultimamente, come   vittoria politica, può vantare  l’acquisto della squadra di calcio del Monza  
La seconda, rinvia allo  sfascio prossimo  venturo delle finanze italiane.  Inevitabilmente provocato dalle misure demagogiche, economicamente insostenibili,  varate ieri  da  un  Governo  capeggiato allegramente da un paglietta con cattedra,  da un giostraio mancato e da un trascorso bibitaro al  San Paolo.
Qui, l'  unica domanda da porsi  è chi verrà dopo di loro. 
Breve premessa (non è una minaccia...). Gli ultimi venticinque anni hanno visto la liquefazione  della politica italiana. o se si preferisce il suo lento dissolversi nell' estremismo politico, a livello di linguaggio, concetti e comportamenti.   Due le ondate eversive:  prima i governi  Berlusconi, poi  quello Giallo-verde.  Va detto che anche la sinistra, per così dire riformista, ha dato il peggio di sé. La defenestrazione di Berlusconi nel 2011, seppure inevitabile, rinvia alle modalità di confronto politico di una repubblica sudamericana. E al Colle  c'era un post-comunista.
Quindi, ripetiamo, la terza ondata che colore avrà? Probabilmente, la prossima volta toccherà ai padri dell’estremismo politico novecentesco: fascisti e comunisti, duri e puri.   Come però  provano studi recenti sull'evoluzione del populismo, credo  sia più realistica  l’ipotesi di un ondata nera, capace di assorbire, in chiave rosso-bruna, il malessere di una sinistra post-comunista, ma sempre tale nelle radici,  in cerca di  rivincite storiche contro il capitalismo. Sistema economico e sociale, mai dimenticarlo,  odiato, con pari forza,  da rossi e neri.
Qualcuno forse sorriderà, ma il futuro potrebbe appartenere a  Casa Pound,  Forza Nuova e altri  (oggi) gruppuscoli.  Nel quali potrebbero confluire gli scontenti, più violenti e sbandati,  dell’estrema sinistra. Insomma, come spesso si ripete nei cenacoli fascisti, per darsi un presunto tono colto, il futuro avrebbe un cuore antico.   
In un’Italia, economicamente distrutta, da una politica economica folle, potrebbe ripetersi  la tragica esperienza di Weimar, quantomeno nei suoi aspetti strutturali, di paradigma  sociologico della reazione politica e sociale.  Certo, va riconosciuto  che  molti comunisti tedeschi  furono fatti fuori dai nazisti, ma i quadri sindacali e  la base operaia trasmigrarono  nelle organizzazioni  nazionalsocialiste. La Germania  stremata  da una crisi economica, come quella del 1929, pur di pervenire a una tregua sociale,  in pochi anni, elettoralmente, prese la  decisione collettiva di convolare  a nozze con Hitler. E con il beneplacito della classe dirigente, quasi nella sua totalità. Come non rivolgere la mente  a quella tragica  esperienza con  un' Italia  sull'orlo della recessione? E con un quadro economico internazionale che rischia di essere devastato dai nuovi protezionismi?  Anche allora il nazionalismo fu il punto  di svolta.  E il risentimento che allora colpì gli ebrei, oggi potrebbe  dirigersi contro immigrati e  dissenzienti. 
Concludendo, il domani potrebbe davvero appartenere ai fascisti... Una gigantesca ondata nera potrebbe travolgerci tutti.

Carlo Gambescia                      

             

giovedì 17 gennaio 2019

Il video su Battisti, postato  da Bonafede
 Il richiamo della foresta



Mi ero perduto   il video sulla prima giornata di Battisti in Italia,  postato da Bonafede, Ministro di Grazia e Giustizia. A questo punto del Quarto  Reich. Perché non ci sono veramente  parole per definire qualcosa che  può essere assimilato alla stella gialla  che gli ebrei furono obbligati a cucirsi addosso, sugli abiti.
Il solo pensare che possa avere un valore esemplare  dare in pasto al popolo le immagini di un Battisti, ridotto a  larva, a marionetta  senza anima, sballottata tra le guardie,  è mostruoso.
Qui non si tratta ( o comunque non solo)  di violazione dello  stato di diritto, della privacy,  delle  norme che regolano,  di strumentalizzazioni politiche, di destra e sinistra. eccetera, eccetera,  ma del ritorno devastante  al passato  pre-giuridico dell'umanità.. Una svolta antropologica,  ma all'indietro. Che rinvia alla faida, alla vendetta, allo scontro tribale, con i crani dei nemici uccisi  sulla punta delle lance.
Il comportamento  di Bonafede  rinvia  non alla civiltà del diritto, che risale a Roma,  ma all’etnografia del diritto, che rimanda  ai costumi, spesso feroci,  dei popoli  primitivi.
Si rende conto  il Ministro di Grazia e Giustizia  di  quel che ha fatto?  E gli italiani, purtroppo,  di quel che egli  potrebbe fare ? Ossia di  sposare  una visione pre-giuridica, dunque tribale, del diritto? Come vendetta da esercitare fino  al punto di mostrare al resto della tribù le spoglie del  nemico ucciso e fatto e pezzi?   Perché se Bonafede non si rende conto di quel che ha combinato,  significa che non ha mai letto un libro, mai partecipato a una conversazione colta, mai discusso le grandi questione filosofiche del diritto. Insomma, vuol dire  che il Ministro di Grazia e Giustizia  ignora  la  complessità delle norme e soprattutto   - cosa fondamentale -  ciò che separa il giuridico dal pre-giuridico. La civiltà dalla barbarie.
Quando si dice  che con il  Governo giallo-verde  l’ignoranza è andata al potere,  non si dice ancora tutto. Perché   l’ignorante  è il soggetto sprovvisto di cultura e informazioni. Quindi, qualora si applicasse, sotto opportuna guida, potrebbe migliorare. In Italia  sono invece andati al potere i selvaggi, gente che appartiene a un livello di  civiltà, o meglio di inciviltà, che il nostro mondo civilizzato  riteneva  essersi messo  alle spalle. Qui l’applicazione non serve. Il selvaggio, ama vivere secondo i suoi costumi, e trasformandosi in barbaro,  li vuole imporre  agli altri. Con la violenza.
Eppure, sembra   che il Ministro Bonafede  sia  laureato in legge,  avvocato civilista,  addirittura dottore di ricerca. In realtà,  come spiegano gli etnologi, i selvaggi, non amano mettere le scarpe. Ma non sono i soli:  anche gli “uomini bianchi” appena possono si liberano delle  scarpe e all’occorrenza dei vestiti.  Non si sorrida. C' è qualcosa di atavico in questo, ma anche di pericoloso. 
Ecco,  il diritto   assomiglia  alle più lussuose calzature. Lo si indossa,  lo si studia,  lo si pratica, però alla prima occasione, si preferisce camminare a piedi nudi. Correre,  saltare e gridare.  Come se si avvertisse il richiamo della foresta.  Il che spiega certi mostruose  regressioni storiche e di  ritorno allo stato pre-giuridico. Al battersi  i pugni sul petto come il gorilla. Anche con le più raffinate tecnologie. Quel che conta è la sostanza. Dell'atavismo.
All’inizio ho accennato al  Quarto Reich.  Forse esagerando.  Diciamo però  che  Bonafede, di scarpe ne ha sicuramente a dozzine,  ma che ama camminare scalzo…

                  Carlo Gambescia   

mercoledì 16 gennaio 2019

Salvini, Battisti e l’insostenibile pesantezza del costruttivismo
Solo calci in culo




Che tristezza.  In  quanti siamo  rimasti in Italia a usare la testa?  Oddio, non è che in passato… Parlo delle teste pensanti, di noi intellettuali, di coloro che   in qualche misura, dovrebbero  partire da fatti, per andare oltre i fatti, ricercando modelli, costanti, insomma strumenti che consentano, nei limiti del possibile, di offrire analisi originali e approfondite. Diciamo di lunga durata. Per inciso, la metapolitica, serve  proprio a questo.
Si prenda come esempio la vicenda del ritorno in manette  di Battisti. Destra e sinistra, in particolare i giornali,  si scagliano in faccia accuse controaccuse, del tipo:  “Salvini   uguale  Battisti”,  “Battisti uguale Battisti”, "Salvini uguale Salvini", "Battisti uguale Salvini". In realtà, delle omonimie politiche esistono,  però non nel senso, superficiale,  del  fascista contro il comunista e viceversa, degli esagitati disposti a menare  le mani.  Un' uguaglianza di cazzotti. Una specie gara a  chi, dei due, meni  più forte. Diciamola tutta,  siamo davanti a una  deprimente povertà di concetti e di  linguaggio.
Invito gli amici lettori  a trovare sui giornali, per non parlare dei Social, un’analisi approfondita della omonimia politica  Salvini-Battisti. Che pure c’è,  ma -  attenzione -  non  basata sul chi, dei due, spari prima.
Esiste una questione di fondo. In Italia la cultura liberale, o meglio un’ analisi sociale di tipo liberale ha sempre avuto  vita dura. Il perché  della  marginalità,  resta legato al predominio di una cultura di tipo costruttivistico:  basata sull’idea che la realtà sociale sia modificabile a piacimento e dall’alto,  se necessario con l’uso della forza.  
Di conseguenza,  nelle università, nella pubblicistica, nella vita intellettuale in generale, l’idea che la realtà  sociale e politica dipenda invece  dallo spontaneo agire degli uomini, non ha mai riscosso successo. Per fare un esempio colto: pensatori liberali di tutto rispetto  come Popper e Hayek  sono stati tradotti tardissimo, perché  reputati come pericolosi  nemici  di una visione  statalista, tipicamente italiana,  naturale pendant del costruttivismo. Che in Italia, ripetiamo,  ha lunga vita,  perché abbraccia, perfino alcune correnti liberali (molto a sinistra), come l’azionismo, oltre al fascismo, al comunismo e alla cosiddetta dottrina sociale della Chiesa, mescolata però con forti dosi di veleno socialista e sindacalista,  come nella versione del progressismo democristiano.  Un disastro. Plasticamente racchiuso, in quel “Dov’è lo Stato?”, tuttora evocato, persino  dagli italiani bloccati in ascensore.     
Ora, se esiste  un trait d’union tra fascismo e comunismo, esso è rappresentato dal comune impegno costruttivista. Semplificando, dalla pretesa di cambiare a calci in culo la testa della gente. Di conseguenza, se c’è qualcosa che unisce Salvini e  Battisti, non è l’uso diretto o indiretto della violenza, ma il finalizzarla a un progetto sociale di modificazione della mentalità  puntando sulla costrizione.
Si dirà, che Salvini a differenza di Battisti (che mai ha rinnegato l’idea comunista), non si professa fascista. In realtà, come  abbiamo più volte scritto, il nazionalismo, il protezionismo, il welfarismo, non sono che la  prosecuzione del costruttivismo fascista, diciamo,  con altri mezzi. Per ora, meno cruenti. Almeno in  apparenza.
Di questo si dovrebbe parlare. Non dei trascorsi cazzotti rossi o neri.  Andrebbero accesi  i riflettori della cultura politica sulla natura costruttivista di populismo, fascismo e comunismo. Perché è qui, come dicevano i nonni, che "casca" l'asino.

Carlo Gambescia                

    

martedì 15 gennaio 2019

Ucciso il  sindaco  della città polacca
Morire per Danzica? 



Il sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz un liberale, favorevole all’accoglienza,  è stato  pugnalato a morte, su un palco,  davanti a  migliaia di persone,   da un disturbato mentale, si dice. Ma perché proprio lui?  E non un altro? Un nazional-populista ad esempio?
La Polonia è una nazione che, sostanzialmente,  non ha mai conosciuto la democrazia parlamentare, priva di solide tradizioni liberali,  come del resto l’Ungheria,  e  un poco tutti i paesi dell’Europa orientale,  ad esclusione per un breve periodo della Cecoslovacchia (oggi divisa in due stati separati). Nazione  però  cancellata  nel 1938:  vittima  della codardia europea, che si illuse sulle capacità di mediazione di un dittatore bellicista come Mussolini.
L’anno successivo, alla stessa vigliaccheria filo-nazista, che evocava, l’inutilità di morire per Danzica,  si opposero finalmente Francia e Inghilterra.  Ma era troppo tardi.  Hitler si mangiò la cavalleria polacca in un solo boccone.   E fu guerra, scatenata dai razzisti tedeschi, affamati di spazi vitali.  Le  facili vittorie   in Belgio e Francia, attrassero Mussolini, che scaraventò l’Italia nel conflitto. Finì malissimo. Ma dalla lezione fratricida del 1939-1945, nacque, seppure lentamente l’idea di Europa unita.
Perché  questo  lungo preambolo?  Presto detto. Si dia un’occhiata al ridottissimo  rilievo assegnato dai giornali italiani  al delitto di  Danzica (*). L’omicidio è attribuito al gesto di un folle. Si minimizza. Non ci si chiede, insomma,  perché mai  il  "folle"  non  abbia   ucciso un politico di estrema destra? Puro caso? Bah.
Diciamo invece che  i giornali italiani, come avvenne nel 1939 in Francia,  attraverso  l'evocativa penna di Marcel Déat,  futuro collaborazionista,  danno per scontata, un'altra volta,  l'inutilità di "mourir pour Dantzig".  Perché morire per Danzica? Per un sindaco liberale?    
Nessun complotto, per carità.  La comunicazione funziona così. Si adegua, tranne rarissime eccezioni, ai fatti compiuti (o quasi, ma comunque ritenuti tali),  perché è la cosa più semplice e conveniente  da fare, sotto tutti gli aspetti. E quali sono, oggi, i fatti  compiuti? Che i populisti hanno vinto in Italia, in Polonia, in Ungheria, in Austria, protestano in Francia, guadagnano posizioni in Germania. E sono sul piede di guerra ovunque. Foraggiati da Putin e omaggiati, secondo l’umore del giorno, da Trump, il populista che ha conquistato la Casa Bianca.
Non voler morire per Danzica, oggi,  significa guardarsi bene  dal  disturbare il manovratore populista. Si chiama autocensura.  E precede la censura vera e propria. 
Ecco quel che sta accadendo.  Ciò  implica, in ogni caso, che come nel  1939, si rischia  di morire lo stesso,  ma quando sarà troppo tardi. E in tanti, troppi. Come allora. 
Bisogna  opporsi a questo fiume in piena. Subito. Nonostante tutto e contro tutti. E' in gioco la nostra libertà.             

Carlo Gambescia


(*) https://giornali.it/quotidiani-nazionali/prime-pagine/                      

lunedì 14 gennaio 2019

A volte ritornano...
Salvini, Di Maio, Battisti? 
Pari sono


Basta dare un’occhiata alle prime pagine di oggi, per capire quanto l’Italia si sia spostata a destra negli ultimi anni  (*) . E che destra… Nazionalista, giustizialista,  razzista, feroce e volgare.
A che cosa ci riferiamo? All’arresto e pronta estradizione di Cesare Battisti,  terrorista rosso, mai pentito delle sue malefatte, da anni  latitante all'estero,  grazie ad agganci politici a sinistra (anche economici)  che ne hanno garantito fuga e stile di vita.   
In Brasile, il  nuovo  Presidente, radicalmente antimarxista e di origine italiana. Jair Bolsonaro, ha voluto farci questo “regalo”. Non possiamo che ringraziarlo.
Del resto il ruolo dell’Italia, crediamo siamo stato minimo.  Però, qui, torniamo su quanto appena detto. I titoli dei giornali italiani  sminuiscono  una vicenda tragica per tutti, vittime e assassino,  appiattendosi sul truce verbo da giostraio mancato, di Matteo Salvini,  quello, per capirsi,  della “pacchia è finita”.
Il più volgare  di  tutti è Belpietro  che tratta  Battisti  come un  criminale comune.  In questo modo, il direttore della “Verità” evita  di proporre una riflessione sull’ideologia comunista,  e più in generale sulla forza evocativa delle idee costruttiviste, che tanto fascino hanno esercitato su personaggi, sbandati o meno, anche intellettualmente, come Cesare Battisti. 
Alla radice del costruttivismo totalitario, che  rinvia non solo al comunismo, ma anche al  fascismo,   al nazismo e all'ideologia, solo apparentemente melliflua, del welfare state,  c’è la volontà  - che filosoficamente risale almeno Rousseau -  di costringere l’uomo  ad essere libero.
Cesare Battisti, ha incarnato, nella forma  omicida più abietta, l’ideologia costruttivista.  E di questo si dovrebbe ragionare oggi,  non di  “pacchie finite”…  Ma, dal momento che in Italia il liberalismo, come ideologia  anticostruttivista per eccellenza,  non ha mai goduto, almeno dal 1922, di  buona fama, ci ritroviamo questa mattina  a sghignazzare  politicamente,  evitando di riflettere su una grande questione di fondo:  quella, per dirla con Croce,  della religione della libertà.
Per quale motivo? Probabilmente, perché il costruttivismo,  da circa un secolo (ma anche per precedenti ragioni di ritardo industriale), è  parte stessa, ormai imprescindibile,  del dibattito pubblico italiano.  
A parte qualche fiammata -  come addirittura nel primo governo Mussolini, in quelli  del democristiano De Gasperi e all’inizio degli anni Novanta -  protezionismo economico, assistenzialismo spinto, tutte forme di costruttivismo  economico e sociale,  hanno sempre  dominato  le grandi scelte politiche. Certo, un costruttivismo all’italiana,  in qualche misura soft, persino  durante il fascismo.  Ma  sempre  teso, come sta accadendo, anche ora, con la nascita del Governo giallo-verde, a legare a sé  i cittadini, rendendoli psicologicamente schiavi. Come? Puntando sulla duplice  promessa di una libertà superiore unita a una sicurezza sociale senza precedenti,  frutto di un eguaglianza economica, da alimentare a colpi di risentimento sociale.   "Toglieremo ai ricchi per dare ai poveri", questo il ritornello. Altro che religione della libertà ( e della responsabilità individuale).
In fondo,  Salvini, Di Maio e Battisti pari sono. In ultima istanza,  il governo giallo-verde, non è altro che il proseguimento  del totalitarismo  incarnato da Battisti, con altri mezzi.
Il principio è lo stesso,  si chiama costruttivismo. 

Carlo Gambescia      

domenica 13 gennaio 2019

Polemiche. Ancora su De André
Chiamala se vuoi, sociologia della cultura…



Vorrei tornare  su De André, non come argomento in sé, ma quale  occasione per mostrare come nelle discussioni, in particolare sui Social, il credere tenda sempre  a prevalere sul capire.
Ad esempio, in molti commenti sfavorevoli al post di ieri (*), si è ricordato il  fatto che De André  è un grande poeta, perché la poesia, eccetera, eccetera. Oppure, in altri favorevoli al mio post, che era un comunista, eccetera, eccetera.  In altri ancora, lo si è identificato, con la propria adolescenza e formazione, diciamo “con i migliori anni della propria vita”. Altri commentatori, infine,  hanno definito l’argomento privo di importanza. Solo pochi interlocutori hanno colto il senso   del mio post.   
Che era ed è quello di indagare un fenomeno sociale. Non di sovrapporre ad esso, ideologie o idee personali, credenze se si vuole. Di conseguenza  ho analizzato l’effetto di ricaduta del deandreismo,  all’ interno di  una società aperta, quella in cui viviamo,  dove si  ammette e favorisce la critica.  Fino a che punto però la si può favorire?  Diciamo  che,  grazie a un libero senso di autodisciplina sociale, si dovrebbe  evitare  quel punto di non ritorno, superato il quale, la critica da costruttiva diventa dissolutiva, generando comportamenti sociali che favoriscono ciò che in sociologia si chiama anomia, ossia l’ assenza di regole sociali:  una condizione sociale ( o meglio anti-sociale)  che, ovviamente, a sua volta, post-agendo sui comportamenti, contribuisce all'avvitamento involutivo del fenomeno, eccetera, eccetera. Di conseguenza,  l'autodifesa anti-anomica   è un fatto sociale, non una credenza. Si potrebbe parlare di una specie di riflesso culturale di sopravvivenza che distingue ogni ordine sociale, secondo caratteristiche che gli sono proprie. 
Da questo fatto discendono altri fatti. Se le regole di una società aperta, contemplano il diritto di proprietà, predicarne l’eliminazione, significa andare oltre il punto di non ritorno; se le regole di una società aperta sanciscono  la libertà economica, chiederne la limitazione, significa andare oltre il punto di non ritorno; se le regole di una società aperta  favoriscono la responsabilità individuale, celebrare il culto  dell’immaturità innocente, significa andare oltre in punto di non ritorno;  se le regole di una società aperta, favoriscono la cultura del merito, incensare i falliti, significa andare oltre  il punto di non ritorno.  E così via.
Viene meno, insomma, l'autodifesa anti-anomica della società aperta. Ovviamente, in una società chiusa, dove per principio le critiche non sono gradite,  i valori-base sono completamente diversi, pur se  minacciati, come in ogni altra forma di società, dal rischio anomico. Detto per inciso,  per un De André, la vita in una società chiusa  sarebbe stata molto dura. 
Va però ricordato che  nella società aperta, dal momento che gli uomini non sono  marionette razionali,  i diversi punti di non ritorno,  storicamente parlando,  hanno collocazioni differenti, legate alle tradizioni storiche, al senso di disciplina sociale, alla gravità delle sfide,  eccetera, eccetera.  Non c’è una regola fissa, insomma. 
Tuttavia, la predica dissolutiva,  fine a se stessa, non giova al mantenimento dell’ordine sociale.  Un predicare  che fa parte non solo dell’opera di De André, ma che  rinvia al romanticismo, nonché,  al decadentismo e  nichilismo, come  variazioni, in peggio,  sul  motivo conduttore  romantico. Ovviamente, in una società di massa, soprattutto se aperta (e basata, come deve essere, sul libero mercato),  la valorizzazione dei  comportamenti sociali dissolutivi,  si  trasforma inevitabilmente  in mode, tendenze  e altri fenomeni collettivi.  Sicché  antieroi, falliti e suicidi sono mitizzati e celebrati,  con effetti di ricaduta che però possono essere scalarmente  devastanti, perché legati  al grado di consapevolezza dei valori della società aperta, storicamente e collettivamente, socializzati e interiorizzati.
Naturalmente, qui,  entra in gioco anche il ruolo delle élite, con incarichi di governo e non.  Se anch’esse sposano la causa nichilista,  la società aperta  rischia di avere, storicamente parlando, i giorni contati.  Così accadde negli anni Venti e Trenta del Novecento, così  potrebbe accadere oggi.
Ci  si chiederà: possibile che un cantautore da solo, sia la causa  di tutto questo?  Certo, che no.  Ma come parte di un più ampio fenomeno collettivo, sì. E di questo si occupa la sociologia, in particolare, come ho scritto ieri, “della cultura”. 
Buona domenica a tutti. 

sabato 12 gennaio 2019

A venti anni dalla morte  di  Fabrizio De André
 Un nemico della società aperta



Quattro anni  fa un amico, Michele Antonelli, mi inviò un suo  libro su Fabrizio De André (Il ribelle di regime. La funzione antisociale delle canzoni di De André *),  molto critico, addirittura distruttivo, per essere franchi.   Che comunque lessi con piacere.
Antonelli, da tradizionalista cattolico,  contesta  radicalmente, analizzando tutti i testi,  le canzoni del cantautore, evidenziando gli  effetti di ricaduta  della  carica anticristiana  racchiusa nella sua  opera. In particolare,  si sofferma  su  quel prolungamento nichilista che, a suo avviso, rende De André caro a un progetto mondiale (anzi "mondialista"),  apertosi con la modernità capitalistica, di dissoluzione dell’ordine sociale: dalla famiglia alle comunità locali,  dal concetto di deferenza sociale a quello di comune senso del pudore,  e così via.
Come si può capire,  Antonelli  perora  una causa  impopolare,  che, per quanto ne sappiamo, non  ha facilitato la diffusione del volume,  né le sue pubbliche presentazioni:  contestato a sinistra, soprattutto da gruppi e gruppetti  di estremisti,  e celebrato  a destra, estrema, da altri  microscopici movimenti politici.
Un  libro  che invece  avrebbe meritato, come si dice,   un'ampia  e seria discussione.  Soprattutto da parte liberale. Perché  Antonelli,  pur non essendo   un sociologo di professione,  resta  uomo colto e intelligente. Sicché  l’analisi dei  testi  è  impeccabile dal punto di vista formale. Date certe ipotesi, ovviamente. 
Come non pensare nel giorno  della celebrazione  urbi et orbi dei venti anni dalla morte del cantautore genovese allo studio  di  Antonelli?  Che dunque  invito a leggere.
De André,   tecnicamente (dal punto di vista della sociologia della cultura) si inserisce in quella corrente di pensiero che attraverso il romanticismo e il decadentismo, che ne è la penultima trasformazione,  giunge  ai giorni nostri,  fino ad alimentare una cultura di massa, o pop, che si basa sostanzialmente, sulla liberazione degli istinti, nobilitati a diritti sociali nel nome  di una specie di welfare della sessualità.  Costruttivismo puro.  Pericolosissimo. Dall' effetto narcotico, che però non impedisce  la  guerra per bande,  tese professionalmente  al saccheggio dello stato sociale.  
Pertanto De André, al di là  dei  valori poetici, in senso stretto, che però rinviano alla metrica intellettuale del decadentismo (che può piacere o meno),  rappresenta uno dei tanti esempi di rivolta contro la ragione borghese che  hanno accompagnato, tentando di distruggerne i valori,  lo sviluppo della moderna  società aperta.   Dal momento che, come ben sanno i suoi nemici, e De André è tra questi,   senza diritti di proprietà,  distinzioni di deferenza tra individui e gruppi,  riconoscimento dello spirito di impresa, valorizzazione  del senso di responsabilità individuale, la società aperta può colare a picco. 
Un’inimiciza  - per carità legittima in un artista  -   che tuttavia  nel  sistema dove il mercato giustamente si limita a registrare gli orientamenti dei consumatori, e ovviamente per ragioni di profitto, in cui, di per sé, non c’è nulla male,  ad amplificarli,  anche  la critica ostile, come quella di De André, può diventare oggetto di largo consumo.  E, alla lunga,  procurare danni cerebrali collettivi.  Il paradosso è che De André, volente o nolente,  è un nemico della società aperta.
Si pensi,  per fare un esempio banale,  ai miliardi di  magliette con impresso il volto di Che Guevara, feroce guerrigliero  che fucilava i borghesi,  oggi  tramutato  per ragioni commerciali - sacrosante ripetiamo -  in santino laico.   Ma anche a certo  stile di vita, che Augusto  Del Noce  già cinquant’anni fa bollava come  conformistico  libertinismo di massa.  Uno stile che nel tempo ha  indebolito il nucleo stesso  dell' idea liberale.   Idea che  dovrebbe invece  avere come centro di riferimento  un saldo universo borghese, orgogliosamente  legato ai valori già ricordati,   
Sappiamo bene  che i tradizionalisti, tra i quali molti fascisti  ritengono liberalismo e deandreismo, per semplificare, i due volti della stessa medaglia, di cui liberarsi.  Mentre altri fascisti  in compagnia di comunisti e anarchici  sbavano  per le   critiche di De André alla società borghese e liberale. 
In realtà,  ciò che unisce tutti i nemici del liberalismo  è l’odio verso la società aperta. E in  nome di che cosa?  Di un romanticismo politico, pronto a tradursi nel  distruttivo tentativo  di edificare  una qualche utopia comunitaria  o  collettivistica  rivolta  verso il passato o il futuro. Sicché, per venire alla cronaca politica,  il populismo dei Salvini, dei  Di Maio e accoliti,  che a colpi di tweet  celebra De André,  non è che l'ultima incarnazione del decadentismo  antiborghese. In forma statalista-costruttivista.

Ora, che il mercato sia una macchina che registra  preferenze, amplificandole se gradite ai consumatori, è un fatto.  Di cui non si può non essere  grati.  Un altro fatto è  che il liberalismo e i ceti borghesi, invece di combattere il deandreismo, sembrano credere di poter conciliare romanticismo politico e razionalità economica: De André con  Marchionne. Il che non è possibile. Il prodotto di questa unione, anche  simpatico per carità,  può essere un Lapo Elkann.
I veri borghesi, e soprattutto quelli che contano, per dirla fuori dai denti,  dovrebbero invece smettere di ascoltare De André. Soprattutto, politicamente parlando. 
Resta infine  la questione, tuttora insoluta, di come spiegare  il capitalismo al popolo. Di come renderlo pop, soprattutto  nei tempi in cui stupidamente lo si denigra in modo sistematico. Smith,  Weber e Schumpeter non sono intellettualmente accessibili a tutti.  Servirebbe un De André liberale e borghese.  Fiero dei suoi valori.  Dove trovarlo?   


Carlo Gambescia
                    
                                        

(*)  Pubblicato nel 2015  dal Cerchio Iniziative  Editoriali: https://www.ibs.it/ribelle-di-regime-funzione-antisociale-libro-michele-antonelli/e/9788884744272

venerdì 11 gennaio 2019

Il film di Adam McKay ci spiega, senza volerlo, perché ha vinto Trump
L’insostenibile leggerezza del liberal americano

A chi voglia capire  il perché della vittoria di Trump e delle peggiori tradizioni isolazioniste e populiste americane, consigliamo la visione del film di Adam McKay, Vice - L’uomo nell’ombra  dedicato  a Dick Cheney e all’universo ovviamente demonizzato dei neoconservatori americani: novelli  frodatori, striscianti intorno a Bush figlio, in perfetto stile  dantesco, Malebolge per capirsi. 
Adam McKay, che ha scritto e diretto la pellicola,  non ha ovviamente la statura dell'Alighieri, ma quella, bassina, del classico liberal americano,  imbevuto di moralismo: del fanatico  che non capisce niente di politica. Di riflesso, come accennato,  la presidenza  di  Bush  figlio e le guerre in Afghanistan e  Iraq  sono ricostruite nello stile di  un  romanzo  criminale,  i cui misteriosi  fili riconducono  a due  diabolici  burattinai: il “Padrino” Cheney  e il  “Consigliori”  Donald Rumsfeld.  
Al di là della versione, totalmente  rielaborata e appiattita sugli schemi  ammuffiti della guerra petrolifera e del fascismo strisciante interno all’Ammnistrazione Bush, resta un fatto:  l’incomprensione, da parte dei liberal, che in politica, soprattutto se estera,  c’è un tempo per la pace e un tempo per la guerra.  Tempistica, per così dire, che gli americani degli anni  Duemila  - dopo la tragedia delle Torre Gemelle -  compresero perfettamente, al punto di riconfermare Bush e Cheney (Presidente e Vice Presidente), per un secondo mandato.  
Piuttosto  i veri errori furono commessi  dalla successiva e irresoluta amministrazione Obama,  invece sacralizzata dai  liberal.  Il succo del film è tutto  negli ultimi fotogrammi,  quando un  Dick Cheney “in pensione”,  nel corso di un'intervista, dichiara che non si scuserà mai, perché lui "ha protetto gli americani".  Tesi che non fa una piega.  Tuttavia,  per il regista liberal  ciò significa solo diabolica protervia.  Per il realista invece, sacrosanto  uso della  ragion  politica.   
L'insistenza,  oltre ogni misura,  sull’idea del potere sempre e comunque cattivo, anche in tempo di guerra,  conduce direttamente al vuoto di potere.  Idea che  avvelenò anche gli anni della Presidenza  Nixon,  altro nemico  giurato dei liberal americani. E infatti  per avere un presidente decente, gli Stati Uniti, dopo Nixon, attesero  fino alla vittoria di Reagan.
E con Obama,   un remake  politico di  Carter nonostante i fuochi artificiali liberal,   è  accaduta la stessa cosa.  Dopo Carter  però arrivò Reagan,  mentre dopo Obama,  Trump.   Il fatto che gli stessi repubblicani, e probabilmente anche Cheney,  non lo stimino,  significa che si è toccato il fondo.  Tra lo spessore politico della coppia  Nixon-Reagan e  quello di Trump c’è un abisso.   I repubblicani lo hanno capito. I liberal no, come mostra il film di McKay, che, con grande superficialità (e settarismo), mette invece tutti i repubblicani nello stesso calderone puzzolente. 
Se Trump ha vinto, della sua vittoria  è (anche) responsabile una cultura liberal che  agitando al vento del moralismo la bandiera del pacifismo, ha smontato qualsiasi visione realista del potere, spianando la strada al  ritorno dell' isolazionismo di massa,  che non è altro  che il proseguimento del pacifismo con  altri mezzi. Quelli della destra populista. L’esatto contrario,  di quel  che sostiene Dick Cheney, come si evince dal film, nonostante i pistolotti morali di McKay: per Cheney,  clausewitzianamente, la guerra resta una continuazione  della politica con altri mezzi, una politica che deve restare, e saldamente,  nelle mani delle élite del potere. In qualche misura, nella visione di Cheney, il popolo deve essere difeso, anche da se stesso.
McKay, insomma, ci spiega senza volerlo, le ragioni che hanno portato un populista alla Presidenza degli Stati Uniti con il voto di masse che sognano di prendersi  una lunga vacanza dalla storia. Come se gli Stati Uniti fossero la Repubblica di San Marino.
Ovviamente, Trump, ha anche un problemino di  rotelle  non del tutto a posto.  Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia                 

giovedì 10 gennaio 2019

Una farsa,  secondo Claudio Baglioni  
Basterà una risata  per seppellire  Salvini e Di Maio?
   
 
Una risata li seppellirà? Il grande  Claudio Baglioni sembra  aprire uno spiraglio. Insomma, ci invita a sperare.  Oppure no?  Intanto,  si legga qui.   

«"Se non fosse drammatica la situazione di oggi, ci sarebbe da ridere. Ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo un po' alla farsa". Rispondendo alle domande dei cronisti nella conferenza stampa di presentazione del Festival di Sanremo, che andrà in onda su Rai1 dal 5 al 9 febbraio, Claudio Baglioni prende posizione sul tema migranti. "Non credo che un dirigente politico di oggi abbia la capacità di risolvere il problema, ma almeno serve la verità di dire: è un grave problema, dobbiamo tutti metterci nella condizione di risolverlo"».
Un  ragazzo romano che da Centocelle  è arrivato a Sanremo, ma, sessantenne,  dopo anni di  durissimo impegno,  e non con mezzo video su YouTube o trecento preferenze sulla Sacra Piattaforma Unita  dei Casaleggio,  se la prende, e giustamente,  con la classe politica e con l’ opinione pubblica. Il motivo? Perché non  hanno  dato  risposte adeguate, se non quella di chiudersi in casa e buttare la chiave. Di qui,  secondo Baglioni, un Paese «incattivito, rancoroso, nei confronti di qualsiasi "altro", visto come essere pericoloso».
La sua analisi, certamente semplice (ma non semplicistica),  non fa una piega. E  Minniti,  ci permettiamo di aggiungere, aveva capito tutto, unico tra i politici italiani.   Ma non gli è stato permesso di continuare.   
Baglioni, dicendo queste cose,  mostra  di   conoscere  l’anima profonda, nel bene e nel male,  di un’ Italia sempre più razzista.  Oggi governata con la paura,  e che - ecco la cosa più  grave -  non si accorge di essere ridicola.   In alto come in basso.
Cinquanta persone da accogliere,  diventano un problema. In nome di che cosa?  Della purezza della razza e del portafogli…  Per i soldi basterebbe però  crescere economicamente. E qui gli alleati del giostraio mancato, Matteo Salvini,  capeggiati da un trascorso bibitaro del San Paolo, Luigi Di Maio, sembra invece che stiano facendo di  tutto per distruggere l’economia italiana. Perché?  Per poter controllare meglio, con quattro soldi di sussidio,  quel popolo  deificato in campagna elettorale. Popolo, ma forse sarebbe meglio definirlo plebe,  che  - ecco come entra in scena il razzista Salvini - non può assolutamente permettersi di dividere con i "non-italiani" quel poco che c'è in tavola...
In sintesi, più la torta del reddito si restringe, più il razzismo cresce. Sicché, tanto peggio tanto meglio: modello Venezuela. Seguono, ovviamente, per giustificare il tutto,  pose stentoree,  slogan cripto-fascisti (se non apertamente fascisti),  battaglie di "principio" per cinquanta o dieci persone da far sbarcare (ma quali "principi"?  quelli della “difesa della razza”? ).
Insomma, proprio quel clima da farsa ben colto da Claudio  Baglioni.  Che ringraziamo di nuovo per la sacrosanta  presa di posizione.   
Tuttavia, il  vero  punto  è che gli italiani non ridono.  Come la famosa vecchietta di Porta Portese   con foto sul banco di Papa Giovanni. Si prendono sul serio. Ci credono. Come l’altra volta.  Solo che, nella foto, allora,  al posto  del Papa Buono  campeggiava il   Duce. 

P.S. Dimenticavamo, Baglioni è amico di Fazio,  quindi secondo i nuovi padroni del pensiero, in quanto membro delle élite,  non avrebbe diritto di parola...    

Carlo Gambescia