sabato 30 aprile 2022

Riletture. Karl Kraus

 


Il grande Julien Freund nel suo Décadence. Histoire sociologique et philosophique d’une catégorie de l’expérience humaine (Sirey 1984) parla anche di Karl Kraus. Lo dipinge, seppure rapidamente, come il critico per eccellenza di una decadente e inumana società borghese, che aveva dato il peggio di se stessa nella Prima Guerra Mondiale. Citando in particolare Gli ultimi giorni dell’umanità (Die letzten Tage der Menschheit), opera teatrale scritta tra il 1915 e il 1922.

Ecco Karl Kraus critico delle decadenza. Ma in che termini, sociologicamente parlando? Freund nel suo interessante volume, non aggiunge altro. Si limita ad affiancare Kraus a Roth, Musil, von Doreder, Broch, Trakl…

Questa “curiosità” intellettuale può essere soddisfatta, o comunque inquadrata nel modo giusto, grazie al notevole libro di Maurizio Cau: Politica e diritto. Karl Kraus e la crisi della civiltà (il Mulino, Bologna 2009, pp. 442, euro 31.00). Giovane e promettente ricercatore di storia del pensiero politico e giuridico del Novecento, presso la Fondazione Bruno Kessler (nei cui “Annali” appare questa monografia).

Ma veniamo al libro. Dal punto di vista della biografia intellettuale, il suo principale pregio è di non santificare Karl Kraus, come spesso capita in Italia, elevandolo a supponente Savonarola laicheggiante. Né di farlo rientrare a forza nel “pensiero della crisi” tra le due guerre, per poi, recuperarlo sull’onda del nichilismo post-moderno: nichilismo intellettuale e colto, ma sempre nichilismo…

Invece Cau, pur rispettosamente, ne evidenzia i limiti ideologici, rappresentati dagli innamoramenti krausiani, prima per i socialdemocratici e poi per Dollfuß, nonché quelli filosofici, legati alla sua filosofia dell’Ursprung, quale necessario ritorno all’origine, in tutti i campi, dal linguistico al giuridico. E perciò pietra di paragone teorica, ma anche pesante macigno per l’azione riformatrice, nei riguardi di una modernità mai amata da Kraus. E probabilmente mai veramente compresa nella sua specificità.

Riteniamo infatti che “ Die Fackel” – la famosa rivista redatta da Kraus dal 1899 al 1936, anno della sua morte – si debba ammirare come un maestoso tramonto sull’oceano. Che però sembra non finire mai… Nella modernità che imbrunisce, così ben raffigurata da Kraus, non si riesce però a scorgere alcuna alba.

Scrive Cau a proposito dell’ Ursprung (la citazione è lunga ma necessaria):

“In cosa consista tale origine e quale sia il suo ruolo nell’impianto concettuale krausiano non è dato sapere con certezza, stante la già evidenziata mancanza di analiticità del suo pensiero, ma resta possibile tratteggiarne sommariamente i contorni. La categoria dell’Ursprung, rappresentando in via generale tutto ciò che di un ordine primigenio è andato smarrito, sembra rimandare Kraus alla dimensione della perdita. Non per questo quello dell’origine può essere considerato un concetto dai caratteri storicamente ben definiti. La sua valenza non è infatti prettamente storica, ma logico- religiosa. Quello dell’origine non definisce, quindi un momento storicamente determinato nello sviluppo della civiltà umana, ma costituisce una categoria spirituale cui l’umanità dovrebbe riferirsi e in nome della quale avrebbe l’obbligo di orientarle proprie azioni. Come notava Kurt Krolop, l’Ursprung non è un fatto ma un processo durevole, la cui ripetibilità garantisce la potenziale immanenza dell’origine stessa. Esso non definisce, di conseguenza un semplice momento nella storia dell’evoluzione dell’umanità, ma un sistema categoriale e assiologico che non ha perso la propria validità e il proprio carattere di urgenza. Non si tratta neppure di una struttura concettuale simile allo stato di natura caro alle dottrine di tradizione giusnaturalista, poiché per Kraus essa non rappresenta un costrutto logico su cui fondare l’ordine politico costituito, ma l’immagine di un passato ormai irraggiungibile che costituisce i valori autentici della cultura umana. Come ha scritto Cases, ‘la coscienza dell’Origine dà a Kraus la forza di contrapporsi al tempo e alla storia, al groviglio delle colpe ‘ ” (pp. 104-105).

Sociologicamente parlando, per Kraus, ebreo di cui però è bene non dimenticare la conversione al cattolicesimo, la storia è decadenza, almeno a far tempo da Adamo ed Eva.

Risulta perciò chiaro, come su queste basi, per Kraus “i veri credenti – come recita un suo celebre aforisma, giustamente citato da Cau – sono quelli a cui manca Dio”. Nei termini, appunto, di una purezza edenica alla quale l’uomo, come angelo caduto, aspira a (ri)tornare.

Ora, se per Kraus la storia – tutta la storia – è decadenza, la modernità non può non divenire un “episodio” di un lento e plurimillenario declino: una fase provvisoria, in fondo priva di importanza. Di qui il suo non venire e patti con la modernità. Ma anche la sua difficoltà di capire la specificità del mondo moderno.

Inoltre il suo considerare, alla stregua di un novello Agostino, la storia come decadenza, spiega l’avversione di Kraus per Hitler, di cui coglie bene proprio il lato demoniaco, quasi di maligna pianta strisciante sul terreno, ma aiuta a capire – cosa che sembra sfuggire a Cau – la sua “opzione” per Dollfuß, nel quale sembra scorgere il Katechon: colui che, in senso paolino, frena il male: impedisce la degenerazione del mondo. E frenandola potrebbe in parte favorire il graduale (ri)torno alla purezza edenica

Del resto Kraus, come nota Cau, confermò “il proprio appoggio alla politica dolfussiana (…) anche in seguito all’assassinio del cancelliere austriaco”. Perché, rilevava lo scrittore austriaco, “la convinzione che Dollfuß è stato un eroe dev’essere dal punto di vista etico o intellettuale, più sospetta della credenza nella vittoria finale della stupidità suicida? (…) “ (p. 407) .

“Stupidità suicida”. Parole profetiche, ma inascoltate, che avrebbero di lì a poco travolto la vita di milioni di persone. Parole che probabilmente sarebbero piaciute ad Agostino.

Carlo Gambescia

venerdì 29 aprile 2022

Giorgia Meloni e il liberalismo

 


Giorgia Meloni ha proclamato che essere conservatori è un atto rivoluzionario. Frase sicuramente suggerita da qualche consigliere politico, fresco di lettura dell’omonima voce wiki.

Ma il punto non è questo. Partiti politici e scienza politica non vanno d’accordo. La politica è la nemica della sociologia come della vera cultura. E diciamo pure della filosofia della storia. La politica strumentalizza anche il modo di vedere le cose, ciò a cui realmente tendono.

Facciamo un passo indietro. I sondaggi premiano Giorgia Meloni. In realtà, dall’opposizione, quando non è necessario prendere decisioni, quindi scontentare comunque qualcuno, tutto torna facile.

I problemi però sono altri. Due in particolare.

Il primo, fondamentale, rimanda al significato che Giorgia Meloni attribuisce al termine conservatore. Il secondo rinvia al possesso delle doti per governare.

Iniziamo dal secondo. Innanzitutto, quali doti servirebbero? Ne citiamo solo una: la comprensione del proprio tempo. Quel capire – certo, a grandi linee – dove stiamo andando. Ovviamente, alla teoria, poi deve seguire l’azione, che impone altre capacità: dalla forza di volontà al senso di responsabilità.

A dire il vero, la principale virtù politica è quella di comprendere fin dove ci si può spingere, avere senso della misura, insomma. Il politico vero sente il polso del paese, non ha bisogno di sondaggi: conosce la storia e il suo senso profondo. Inoltre, più che promuovere il bene, protegge dal male, quando necessario. Il vero governante, governa il meno possibile.

Ora, per tornare a Giorgia Meloni, le sue idee sono conservatrici o reazionarie? Si proclama dalla parte di dio, della patria e della famiglia. Quindi?

A proposito delle doti per governate dicevamo che un buon politico sa fin dove si può spingere, perché conosce, per così dire, le linee guida del proprio tempo. Un buon politico ha nozioni di filosofia della storia: magari poche ma buone…

Ora, definirsi conservatori nel senso della Meloni significa puntare sullo scontro politico e sociale, soprattutto in un epoca in cui: 1) più che di un dio unico si parla una polifonia valori religiosi e laici ; 2) più che di famiglia si parla di famiglie; 3) più che di patria si parla di cosmopoli. Quindi altro che senso della misura.

Inoltre, cosa importantissina, ciò significa che le idee di Giorgia Meloni non sono conservatrici ma reazionarie. Predicano il ritorno al passato, a una visione illiberale della politica e della società.

Perché, si badi bene, il fondo comune della cultura politica del nostro tempo, che unisce le diverse famiglie politiche, quindi anche i conservatori, autentici, non i reazionari come Giorgia Meloni, è di tipo liberale.

Che poi ovviamente viene interpretato in chiave conservatrice o progressista, ma all’interno di una comune tavola di valori, che permette di accettare le diversità e le differenze culturali.

Se esiste una discriminante tra conservatori liberali e progressisti liberali, la si può rinvenire, nei modi di organizzazione delle differenze. Il conservatore liberale, lascia che si organizzino da sole, spontaneamente e liberamente, il progressista invece punta sul ruolo dello stato e di una soffocante legislazione in materia.

Per capirsi, il conservatore liberale è per il pluralismo sociale, il progressista liberale per il multiculturalismo di stato. E il reazionario si chiederà il lettore? Proprio come la Meloni non è per l’uno, né per l’altro: il reazionario sposa la causa del monismo culturale.

Per metterla sul dotto, le origini ideologiche del conservatorismo liberale risalgono a Tocqueville, mentre per il conservatorismo progressista a Rousseau, infine per il pensiero reazionario rimandano a Bonald e de Maistre. Una tripartizione classica che Giorgia Meloni, come il borghese gentiluomo di Molière,  ignora. Probabilmente parla in prosa, insomma è reazionaria, senza neppure saperlo… Patetico.

Per fare un altro esempio, sulla decisione di porre fine alla propria vita, il conservatore liberale lascia massima libertà ai singoli di “organizzarsi” liberalmente, mentre il progressista liberale, vuole imporre una minuta legislazione in materia che tenga conto di tutte le differenze culturali. Per contro il “conservatore” alla Giorgia Meloni si oppone in ogni caso, evocando proprio i sacri valori di dio, patria e famiglia che rinviano alla monocultura del prete benedicente eserciti e balilla.

E qui viene alla luce un nodo politico insoluto, importantissimo: quello dell’ambiguo rapporto con il fascismo di Fratelli d’Italia. Una questione che al di là della sincerità o meno delle abiure ufficiali rinvia all’ irrisolto rapporto politico con la cultura liberale, mai accettata da fascisti e neofascisti.

Pertanto il conservatorismo meloniano, non è che l’ultima versione di una politica reazionaria che, nel suo fondo, tutto è, eccetto che liberale.

Carlo Gambescia

 

giovedì 28 aprile 2022

Ucraina. L’Occidente e la strategia della lumaca

 


In fin dei conti cosa si sa della reale consistenza della armi inviate all’Ucraina? Poco o nulla (1). E in particolare si parla di armi difensive: per capirsi, per ora, niente carri armati solo armi anticarro.

Ovviamente l’argomento è tecnico e soprattutto coperto dal segreto militare. Di qui, una zona informativa grigia distinta da voci, pro e contro, su spedizione di armi, colonne di automezzi, depositi ai confini con la Polonia.

Tutto molto misterioso. E soprattutto molta propaganda occidentale. Nel senso di decisioni pubbliche, annunci storici (o quasi), in particolare statunitensi, di voler aiutare militarmente l’Ucraina. Però poi quando si va a leggere, a scoprire le carte come si dice, saltano fuori cose del genere.

“Biden (…) ha annunciato un discorso per questo pomeriggio e ha chiesto al Congresso fondi per sostenere l’Ucraina, sia dal punto di vista militare che umanitario, per altri 5 mesi. Intanto la Camera Usa ha approvato una legge che consente di sequestrare e vendere i beni degli oligarchi soggetti a sanzioni e di usare i proventi per la ricostruzione in Ucraina” (2).

Se ci si passa la battuta: il giroconto della serva. Che, impone tra l’altro tempistiche lunghe, vendere, convertire, inviare.

L’ultima settimana si è registrata, sembra confermata da Londra, la presenza di istruttori militari britannici. Ciò significa  che i carri armati promessi da Londra non sono ancora giunti, e che  comunque, per ora,  non sono operativi (3). Anche qui i tempi non saranno brevi.

Naturalmente dal punto di vista russo, anche per giustificare la non brillante prova sul campo (a parte i cinici bombardamenti di non poche città ucraine), si enfatizza l’arrivo di ingenti quantità di armi occidentali, di tutti i tipi,che causerebbero, come sostiene Mosca, l’ allontanamento della pace (tradotto: la vittoria della Russia).

In prospettiva – ma si tratta per ora, ripetiamo, di dichiarazioni – le armi dell’Occidente arriveranno, ma non si sa di preciso quando. E soprattutto, quando “andranno a regime”.

Diciamo che in questi primi due mesi di guerra l’Ucraina ha retto l’urto, praticamente da sola, probabilmente grazie al forte munizionamento delle sue batterie anticarro (non si capisce però se pregresso o meno), favorita, così sostengono gli esperti, da errori tattici dei russi, se non addirittura strategici (4).

Il punto è che l’Occidente, quindi la Nato, cincischia: in attesa che russi si stanchino, nascano magari delle proteste interne, anche a livello militare. E che – chissà… – Putin, venga defenestrato.

Si applica, erroneamente, la logica liberal-democratica, della pubblica opinione, dell’indignazione collettiva, del bipartitismo tra governo e opposizione, a un paese, la Russia, che non ha mai conosciuto la liberal-democrazia, e che, se ci si passa l’immagine, ricorda un animale preistorico in stile Jurassic Park. Quindi con seri tratti di pericolosità sociale.

Pertanto, per un verso si fa la voce grossa, si dice che si vuole vincere, e si promettono aiuti militari all’Ucraina, che però, di fatto, finora, ha combattuto da sola contro i russi (a parte un pugno di legionari europei).

Per altro verso, di fatto, non si vuole vincere. Dal momento che non sussiste una precisa strategia militare, ma prima ancora politica, sicché si prende tempo, anche sugli armamenti, perché ci si nasconde dietro bilanci, commissioni, parlamenti, operazioni in conto acquisiti e vendite: tutte attività inadatte per tempistica a favorire la vittoria sui russi. Probabilmente ci si augura, cosa che però non si dice pubblicamente, che anche l’Ucraina, venga a miti consigli.

Insomma l’Occidente, vuole prendere per stanchezza russi e ucraini. Si chiama strategia della lumaca. Bisanzio era abilissima ( ma anche gli imperatori cinesi, prima e dopo le dinastie mongoliche) in questi “giochetti”. Ma sono processi politici e militari che rinviano a forti tradizioni imperiali, tra le altre cose.

Per contro, come abbiamo più volte scritto (5), gli Stati Uniti – sull’Europa stendiamo un velo pietoso – sono “un impero per caso”. Quindi manca del tutto la linea politica, “imperiale”. Si trascuri la propaganda dei nemici, che devono per forza dipingere gli Stati Uniti come un impero compiuto, per accrescere l’odio istituzionale contro il “gigante americano”.

Comunque sia, non escludiamo che la strategia della lumaca possa pure funzionare. Ma a che prezzo? E soprattutto quanto tempo impone. Qui il punto vero: perché più dura il conflitto più i pericoli crescono. Infatti, esiste il fondato rischio – ieri ad esempio Putin parlava di potenti armi segrete – di una improvvisa accelerazione-generalizzazione del conflitto, anche sul piano non convenzionale. Detto altrimenti: il tempo gioca contro il ritorno della pace.

Inoltre sussiste il pericolo che la “guerra” delle sanzioni economiche, contribuisca a deteriorare, attraverso inevitabili restrizioni sociali e provvedimenti di razionamento economico, il morale interno delle popolazioni europee, che a differenza di quelle russe, hanno un alto tenore di vita, quindi margini ridotti di tollerabilità all’insicurezza sociale. Altro che divisioni in campo russo… A rischiare grosso, sul piano della protesta è l’Occidente, in particolare europeo, non russo.

Ci si chiederà allora cosa fare? Procedere nella strategia della lumaca? O armare fino ai denti l’ Ucraina, riservandosi di intervenire direttamente?

La parola ai lettori.

Carlo Gambescia

(1) Qui una scheda sintetica: https://www.rainews.it/articoli/2022/04/ucraina-aiuti-militari-e-armi-occidentali-052cc751-11c7-45d0-a5a8-f92c62f6f7bd.html 
(2) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2022/04/28/ucraina-lunione-europea-prepara-lo-stop-al-petrolio-russo_f44fb664-62cf-4ac8-85d3-2811002202f2.html 
(3) Qui, per una rapida sintesi: https://www.corriere.it/esteri/22_aprile_16/ucraina-istruttori-britannici-mosca-mette-al-bando-boris-johnson-91c48884-bdbe-11ec-9131-083ffd710aa7.shtml 
(4) Qui, al riguardo, alcune notazioni interessanti: https://www.agi.it/estero/news/2022-04-22/russia-guerra-ucraina-errori-strategici-intervista-o-brien-16469885/
(5) Ad esempio qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/ucraina-si-puo-parlare-di-una-strategia-americana/

mercoledì 27 aprile 2022

Il cancro antiamericano

 


Nei primi anni Duemila fondai e diressi una collana di studi americani (“Anamerica”) per un editore di destra. Che, intelligentemente, mi lasciò fare, convenendo con me, che l’antiamericanismo rozzo non poteva bastare, e che prima di criticare, si doveva conoscere “il nemico”  studiando, leggendo, eccetera. 

Ricordo che pubblicai, testi di battaglia come L’ Impero del "Bene"  di Alain de Benoist, opere di filosofia, non benevole, ma interessanti e ben costruite come L’ideocrazia imperiale americana di Costanzo Preve, ma anche studi sociologici molto seri, senza pregiudizi pro o contro, come L’ Americanologia, lavoro rigorosissimo, di Thomas Molnar, Poi Ritorno ad Atene, un notevole testo sui comunitaristi americani di Andrea Marcigliano, e saggi di alta qualità accademica come Europa Occidente America, del compianto  Claudio Finzi.

Tentai anche un’ interessante operazione editoriale: pubblicai, per la prima volta in italiano, Il cancro americano  di Robert Aron e Arnaud Dandieu, uscito in originale nell’ottobre del 1931. Un testo durissimo, comunque ben costruito, che aveva un valore storico, che in Italia gli ambienti culturali di destra ignoravamo totalmente: quello di essere una specie di piccolo manuale dell’antiamericanismo.

I due autori Aron e Dandieu, attivi all’interno della rivista “L’Ordre Nouveau”, spiritualisti e contestatori del vecchio ordine borghese ma lontani dal fascismo, rivendicavano, per semplificare, la diversità culturale francese ed europea, come civiltà della qualità, rispetto a quella americana, civiltà della quantità. In qualche misura riprendevano, tra gli altri, le tesi dell’antifascista Guglielmo Ferrero.

Robert Aron (Dandieu morì giovanissimo nel 1933) si tenne lontano da Vichy, anzi fu nella resistenza. Dopo la guerra scrisse pregevoli opere storiche e si spese con tenacia per un federalismo europeo legato ai valori socialisti e democratici.

Feci scrivere la ricca introduzione a un eccellente storico francese, Olivier Dard, studioso del “non conformismo” degli anni Trenta, poi biografo di Bertrand de Jouvenel.

Insomma un piccolo gioiello. Che però come gli altri volumi della collana, ad eccezione del saggio debenoistiano,  non andò bene. La destra non voleva studiare. Al massimo accettava anatemi da spendere in qualche corteo contro la Nato.

E qui veniamo al punto. Altro che cancro americano… Il problema rinvia al cancro antiamericano. Attenzione, ripeto, antiamericano. Che non riguarda solo la destra. Un cancro, purtroppo metastatizzato, che sta giocando un ruolo importante, diremmo decisivo, anche in occasione dell’invasione russa dell’Ucraina.

Un cancro le cui cellule impazzite si nutrono di ignoranza e incultura: siamo davanti al rifiuto pregiudiziale degli Stati Uniti. Roba da fondamentalismo islamico. Un atteggiamento tristemente diffuso a livello di massa. I sondaggi dicono che il quaranta per cento degli italiani (e una quota pari di europei), ritiene che la colpa della guerra scatenata dai russi sia della Nato. Il cancro è almeno allo stadio due, se non tre…

Cioè, si va contro la stessa evidenza dei fatti. I russi invadono e bombardano, ma la colpa è degli americani. Se ci si passa l’espressione l’ignoranza è veramente una brutta bestia, e quando si mescola a paura e angoscia, diventa qualcosa di mostruoso. I russi sparano sui civili, uccidono donne e bambini, ma la colpa è della Nato. Gli ucraini scelgono liberamente l’Occidente e la colpa è sempre degli americani. E così via.

Da dove proviene il cancro antiamericano? L’atteggiamento europeo verso gli Stati Uniti mutò alla fine dell’Ottocento con l’avvento dell’industrialismo e di uno spiccato individualismo economico, malvisti nell’ invidiosa Europa cattolica e tradizionalista. Lì la fonte primaria del male.

Dopo la Prima guerra mondiale l’ascesa del fascismo e del comunismo tramutò, a livello di immaginario collettivo, i democratici Stati Uniti nel nemico principale di un’ Europa ipnotizzata dal totalitarismo di massa.

Nel secondo dopoguerra, in molti paesi europei, la Nato, invece di essere considerata, il prolungamento dello spirito di una comunità atlantica che aveva animato la Francia rivoluzionaria e in seguito salvato l’Europa dall’imperialismo germanico (in duplice versione) e dal comunismo, divenne, ovviamente per comunisti e neofascisti in cerca di rivincite, il veicolo dell’imperialismo americano.

Sulla natura degli Stati Uniti come Impero per caso, ipnotizzato dall’isolazionismo, ho già scritto (*). Nessuno è perfetto (per parafrasare una celebre di un film… americano). La Nato, se ha commesso qualche peccato veniale, lo ha commesso per difetto, non per eccesso. Come negli anni che hanno preceduto l’invasione russa dell’Ucraina. Un atteggiamento più fermo della Nato avrebbe evitato questa tragedia.

Ciò che unisce l’ Europa occidentale agli Stati Uniti, come ben scrisse Jacques Pirenne, in quel capolavoro della storiografia liberale rappresentato da Le grandi correnti della storia universale, è la stessa civiltà marittima, commerciale, liberale, fatta di traffici di idee, scambi culturali, gioia di vivere, viaggiare, conoscere, parlarsi, dal compassato Franklin al disinvolto Tarantino.

Una civiltà che armonizza le due sponde dell’Oceano Atlantico, il nuovo Mare Nostrum, euro-americano. Certo, possono nascere contrasti, ma il fondo liberale è comune. E va difeso. A ogni costo.

Il cancro antiamericano va sconfitto. Soprattutto quando indossa l’insidiosa maschera del pacifismo. Perché, in primis, si tratta di una battaglia di civiltà contro l’ignoranza e il pregiudizio. Antiamericano.

Carlo Gambescia

 

(*) Come qui ad esempio: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/ucraina-si-puo-parlare-di-una-strategia-americana/

martedì 26 aprile 2022

Russia, serve un segnale

 


L’amico Carlo Pompei, amico vero, “di vita”,  è una persona di straordinaria intelligenza. Però non lo definirei un uomo di destra,  magari solo  per certe sue eminenti frequentazioni intellettuali e professionali.  Sostanzialmente Carlo  è un libertario.  Legge di tutto, ascolta di tutto, dialoga con tutti.   Non ha mai smesso di progredire.  La sua amicizia mi ha  arricchito.  

Sulla crisi russo-ucraina (per usare una terminologia neutrale) le nostre posizioni  sono  differenti. O almeno così mi pare.  

Quello che segue (in corsivo)  è un suo scritto di alcune ore fa.   Molto interessante (*).

Prego gli amici che mi seguono di leggerlo subito. Poi dirò la mia.

Dopo l’annuale, anacronistica, melensa e stucchevole retorica sulla liberazione che ha visto incredibilmente d’accordo Mughini e Feltri, possiamo voltare pagina.
Ah, no, c’è la guerra in Ucraina che secondo gli esperti partigiani aspetterebbe il suo 25 aprile.
Partigiani alla Zelensky che si serve dei nazisti dell’Azov.
Del film Bastardi senza gloria non hanno capito il senso, poiché il bastardo, il meticcio, il mezzosangue è sempre colui che vuole affermare di essere o l’una o l’altra cosa delle due che inevitabilmente è.
Quante coglionate tocca ascoltare.
Prolungare la guerra:
– Serve agli Stati Uniti.
– Forse all’establishment russo.
– Molto probabilmente non all’Europa.
– Sicuramente non all’Ucraina.
Costi elevatissimi, non soltanto economici, specialmente tra russi e ucraini (parlo delle truppe e della popolazione civile, né di politici, né di oligarchi).
Inviare armi in Ucraina significa lanciare una fionda a Davide contro Golia senza sapere se sia in grado di usarla (e il paragone biblico non è casuale).
Uccidere Golia non servirebbe, anzi, soprattutto perché non ne conosciamo le ragioni profonde, oppure le conosciamo e fingiamo di ignorarle.
Gravissimo errore.
Vediamolo insieme.
Obiezione mainstream: “Ma l’America di Kennedy non invase Cuba”.
Certamente, ovvio:
perché raggiunsero un accordo prima,
perché il ricordo della guerra e delle bombe atomiche sul Giappone era vivo,
perché fecero entrambi un passo indietro,
perché in fin dei conti non conveniva a nessuno.
E soprattutto perché smantellare missili dalla Turchia era un contentino per l’America e importante per l’Unione Sovietica così come era al contrario per Cuba: in fondo Fidel Castro e Kruscev si usavano reciprocamente e si sopportavano poco.
In Ucraina, invece…
Perché non è stata rispettata la richiesta di neutralità?
Perché si è permesso che la situazione degenerasse?
Perché sono certi che Putin abbia mire espansionistiche?
Sarà anche un criminale, ma non è un cretino.
Ad Hitler si lasciò fare e fini male?
Voleva recuperare territori persi a causa di Versailles così come Putin vorrebbe recuperare quelli “mangiati” dell’Unione europea post guerra fredda?
No, sono cose simili, ma non uguali: Hitler voleva ricreare un impero, Putin già lo ha, cerchiamo di evitare di scoprirne tutto il potenziale belligerante.
E in mezzo c’è sempre la Polonia, la polveriera polacca patria del papa coarteficie della caduta del comunismo.
Uno dei nodi al fazzoletto di Putin, peraltro, ma non è così stupido da invadere la Polonia, almeno se smettiamo di provocarne reazioni.
Il problema, quindi, è sempre la Germania e il suo potenziale, soprattutto oggi che è senza una guida ferma (Putin controllava Merkel molto da vicino).
Lo sanno tutti, ma distraggono con l’emozione e la paura.
Poiché si condanna l’interventismo del passato e si auspica quello del presente.
Follia, finirà veramente molto male.
Politicamente scorretto?
Sempre, l’informazione non può essere politica: quella è propaganda.
Ovviamente, come al solito, spero di aver scritto fregnacce.
Pardon
Buona giornata

Carlo Pompei

Carlo Carlo, innanzitutto buona giornata anche a te.

Ritengo impropri i collegamenti con la crisi cubana e con la “Festa della Liberazione”,
Cuba, rinvia a un mondo bipolare, in cui i sovietici ebbero l’intelligenza di fare un passo indietro, come l’Occidente  aveva fatto sull' Ungheria con costi umani – parlo degli ungheresi – che i cubani allora non pagarono.

Quanto alla “Festa della Liberazione”, bisogna distinguere, tra fatti e interpretazioni. E tra interpretazioni strumentali e interpretazioni autentiche. I fatti ci dicono che il mondo sotto Hitler e Mussolini sarebbe stato peggiore. Punto. Le interpretazioni strumentali tendono invece a presentare la Resistenza come un successo storico della sinistra, in particolare dei comunisti, allora filosovietici, i fatti ci dicono invece che non solo in Italia molti uomini di centro e destra furono antifascisti attivi, come il nostro caro Julien Freund. Le interpretazioni autentiche ci dicono infine che si resiste all’invasore. Su quanto sta accadendo in Ucraina, sotto le bombe russe, valuti perciò il lettore.

Quanto ai sogni imperiali di Hitler e di Putin, riporterei la questione sul lato ideologico. Esiste l’impero ed esiste l’ideologia imperiale. Si può anche possedere già un impero, ma si può essere ideologicamente affamati. Credo che questo sia il caso di Putin. Quanto all’altro impero, quello americano, se proprio lo vogliamo chiamare così,  è una specie di impero per caso, come ho scritto  più volte.  Non c’è la fame imperiale, ideologica. Ma solo voglia di divertirsi, fare buoni affari, eccetera. Cosa che a chi abbia una visione tradizionalista del mondo, diciamo cupa,  come i russi, può dare fastidio. Ma questa è un’altra storia, iniziata con il Rinascimento, con la Riforma protestante, con le Rivoluzioni liberali, fenomeni sconosciuti ai russi, se non nella versione di una specie di comunismo asiatizzato.

Capitolo provocazioni. Cosa significa non provocare? Accettare la vulgata di Putin per evitare la guerra mondiale? Neutralizzare, con il coltello alla gola,  l’Ucraina, e così via? Cosa, che se fatta prima avrebbe evitato l’invasione? Bah.

Mi sembra che le tesi dei pacifisti e dei russi coincidano. Aggiungo che le tesi pacifiste partono da una considerazione ipotetica, che Putin una volta accontentato, metterà la testa a posto.

Io credo di no, Carlo Pompei, se ci si perdona il bisticcio di parole, credo che creda di sì. E comunque, suppongo che ritenga che valga la pena di tentare.

Quindi il passo indietro dovrebbero farlo gli Stati Uniti, eccetera, eccetera, come un tempo i russi a Cuba.

Però, allora, il mondo era diviso rigorosamente i due, e come, detto, Ungheria e Cuba, potevano essere considerate merce di scambio. Oggi non è più così. E, per dirla, in termini calcistici, i russi non ci vogliono stare. Se la guerra totale finora è stata evitata è perché gli Stati Uniti sono un impero per caso, e non sanno, se ci si passa l’espressione, che pesci pigliare. Ora però sono entrati nella pericolosa fase delle parole grosse. Sicché, più la Russia bombarda, più la posta in gioco si alza pericolosamente.

Perché, allora, i russi, se sono così in buona fede, così innocui, così sazi, non hanno accettato il “cessate il fuoco” neppure per la Pasqua ortodossa? Del resto, con la visita del segretario  generale Onu, sarebbe possibile giungere alla sua attuazione. Dipende dai Russi. Che invece minacciano la Terza guerra mondiale.

E’ vero caro Carlo, bisogna fermare questa follia. Ma a sparare, di fatto, hanno cominciato i russi e devono perciò essere i primi a far tacere le armi.  Con la visita del segretario  generale Onu, ripetiamo, c’è una possibilità reale di fermare questa carneficina. E comunque sia, perché non mettere gli americani con le spalle al muro? Porgendo per primi, come evocano i pacifisti, l’altra guancia? Perché non lanciare per primi un segnale di buona volontà?

Carlo Gambescia

 (*)  Qui per l' originale:  https://www.facebook.com/carlo.pompei1/posts/10226980177320825?from_close_friend=1&notif_id=1650947602667074&notif_t=close_friend_activity&ref=notif  .

 

 

lunedì 25 aprile 2022

Con Macron non ha vinto l'Europa

 


Macron ha vinto, viva Macron? Bah. I liberalsocialisti dei vari paesi, diciamo le forze di centrosinistra, stataliste ed ecologiste esultano. Il che è comprensibile. Come del resto che il centrodestra e le destre sempre europee, ancora più stataliste, si mostrino scontente.

Quel che però risulta intollerabile, soprattutto in questi brutti tempi di guerra, è l’ipocrisia, che in politica svolge comunque un suo ruolo (nessuno lo nega), di presumere, a cominciare dallo stesso Macron, che in Francia abbia vinto l’Europa.

Ma quale Europa? Scherziamo? Sull’Ucraina, dove è in gioco il destino europeo, il liberalsocialista Macron, si è chiamato fuori da solo. Non ha ceduto neppure un fucile a tappi all’Ucraina. E nonostante la Francia abbia le centrali nucleari (e pure una “force de frappe”) non vuole rovinare le relazioni economiche con la Russia.

In sintesi, una posizione verso Putin, quella francese, apparentemente più defilata di quella tedesca, ma altrettanto passiva.

Si dice che la prudenza di Macron sia giustificata da un sincero amore verso il popolo francese, e che quindi attraverso la politica di appeasement verso Mosca, voglia salvaguardare l’Esagono da avventure militari.

Può essere. Però, considerata la forza militare della Russia e l’indecisione americana, in caso di guerra e invasione dell’Europa, Macron, al massimo potrebbe prepararsi a ricoprire il ruolo – ironia della storia, per un antifascista – del Maresciallo Pétain.

Cosa, ancora più ironica, è che Macron, in campagna elettorale, ha stigmatizzato le frequentazioni moscovite di Marine Le Pen, dipingendo invece il proprio attendismo verso Putin come una saggia politica da statista prudente.

Si noti però una cosa: Macron ha incontrato Putin (praticamente snobbato dal russo), ma si è ben guardato finora di andare a Kiev. Niente visitina, neppure di rito. E qui, un inciso, per l’Italia, che zitta zitta, si è messa sulla scia di Macron.

E costui sarebbe il Presidente francese filoeuropeo? Con lui ieri avrebbe vinto l’ Europa? Si noti in proposito l’entusiasmo mostrato da Draghi per la rielezione, altro liberalsocialista, altra faccia di bronzo. Si legga qui:

“La vittoria da parte di Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali francesi è una splendida notizia per tutta l’Europa. Italia e Francia sono impegnate fianco a fianco, insieme a tutti gli altri partner, per la costruzione di un’Unione Europea più forte, più coesa, più giusta, capace di essere protagonista nel superare le grandi sfide dei nostri tempi, a partire dalla guerra in Ucraina. Al Presidente Macron vanno le più sentite congratulazioni del Governo italiano e mie personali” (*).

Ma di quale Europa stiamo parlando? Quella di una classe politica, incistata di socialisti e democristiani di sinistra che si fingono liberali, e di ecologisti travestiti da liberali? E che ora, dinanzi alla prepotenza russa, pur di restare abbarbicata al potere, resta passiva, sperando che le cose si risolvano da sole, magari ai danni dell’Ucraina.

Si noti pure che si sta verificando un inizio di alleanza, seppure non riconosciuta ufficialmente, diciamo oggettiva, tra i filorussi storici, di destra e di sinistra, che vedono nei tentennamenti tedeschi e francesi, per fare solo due esempi, una forma di ripensamento verso le cause dell’ invasione russa e il ruolo della Nato.

Insomma, parliamo di coloro che auspicano un’Europa russificata e che confidano in un ritorno, magari a livello collettivo, quindi violento, dell’antico antiamericanismo francese e tedesco. E, per costoro, Macron è un buon inizio.

Sono ovviamente voli pindarici di fanatici dell’eurasismo, tra gli altri. Però atteggiamenti come quello di Macron, che fanno vincere le elezioni, sottraendo furbamente voti alle destre filorusse puntando su una sottospecie di pacifismo responsabile, non aiutano l’Europa, di cui la Russia farebbe un solo boccone. E soprattutto allargano la distanza tra le due sponde dell’Oceano. Che poi anche gli americani, come scrivevamo ieri, non abbiano una strategia è innegabile.

Si dirà, che proprio per quest’ultimo motivo, Macron fa bene a non allinearsi. Può essere. Però non si evochi l’Europa. Macron ragiona da francese, i tedeschi da tedeschi, e via di seguito quasi tutti gli altri.

Pertanto ieri non ha vinto l’Europa. Ha vinto Macron, un liberalsocialista, pronto a mediare con tutti, pur di restare al potere. In Francia.

Certo, non ha vinto la destra razzista e filorussa. Il sospiro di sollievo può essere anche giustificato. Ma non i fuochi d’artificio, tipo Tg1.

Perché, chi ci dice, che Emmanuel Macron, per quelle ironie della storia, non si leghi ancora più strettamente ai russi di Marine Le Pen?

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/editoriali/2022/04/24/exit-poll-macron-rieletto-alleliseo-con-il-582.-marine-le-pen-e-al-418_bca98faa-403b-43ff-8318-b7f8fd644f79.html

domenica 24 aprile 2022

Ucraina, si può parlare di una strategia americana?

 


La strategia è una cosa seria, soprattutto se geopolitica e militare. La Russia ne ha sicuramente una. Che può essere articolata in due obiettivi: uno massimo, uno minimo.

Quello massimo, rimanda al ritorno ai confini del 1945 (semplificando), che racchiudono i sogni di gloria degli zar, anche rossi. Quello minimo, anch’esso vecchio progetto zarista, rinvia alla conquista degli sbocchi sul Mar Nero, tagliando fuori il Sud-Est dell’Ucraina.

Riuscirà non riuscirà? Non è questo il problema. Esiste una linea strategica. La Russia sa cosa vuole e cerca di perseguirlo, con i mezzi e l’intelligenza politica e militare a disposizione.

E gli Stati Uniti e l’Europa?

Sull’Europa è bene stendere un velo pietoso. Non esiste alcuna strategia né militare né geopolitica. Vive alla giornata. Con la Germania che rema contro.

Quanto agli Stati Uniti, gli storici insegnano che la sua classe politica, sostanzialmente isolazionista fin dalla nascita, non ha mai delineato alcuna strategia mondiale. Si può tranquillamente sostenere che gli Stati Uniti sono stati praticamente tirati per i capelli dentro due guerre mondiali.

La politica estera statunitense, del secondo dopoguerra, non è che la continuazione (incluse le guerre di Corea, Vietnam, Golfo e Afghanistan) di un film che potrebbe essere intitolato “Potenza mondiale per caso”.

Il che prova l’assenza di una precisa strategia geopolitica mondiale degli Stati Uniti, “eroi per caso” e... coca cola per tutti.

In questo senso, non si confonda mai la visione degli Stati Uniti come potenza malefica usata dai suoi nemici (quindi una costruzione ad hoc), con la realtà storica della politica estera americana, fatta di dubbi, incertezze, speranze, in un’alternanza di realismo economico e idealismo ideologico, di isolazionismo e interventismo, più o meno idealizzato, dell’ultimo minuto.

Ossia, grandi asserzioni ideali sui valori americani, buoni affari dove possibile concluderli, disimpegno militare finché possibile. E alla fine, quando proprio manca l’ossigeno, si scende in guerra. Per poi subito ritrarsi, come dopo il primo conflitto mondiale.

Lo stesso atteggiamento nei riguardi dell’America centrale e meridionale, stigmatizzato da antiamericani, fascisti e marxisti, è frutto di aggiustamenti politici, mezze misure economiche, interventi o aiuti militari solo quando indispensabili.

C’è una tendenza, come nel caso del Cile, di Cuba, ora del Venezuela, al laissez faire geopolitico, frutto di una convinzione che anima tutta la storia della politica estera americana, che può essere condensata così: “Siamo i migliori, prima o poi anche i nemici si convertiranno culturalmente ai nostri valori”. Kissinger ne era consapevole e criticava.

Personaggi politici con Monroe e Roosevelt (Theodore), attivi politicamente prima delle grandi guerre mondiali calde e fredde, sono pure e semplici eccezioni, che, come si dice, confermano la regola.

C’è un’incapacità culturale americana di “pensare la guerra” in un quadro geopolitico ben delimitato. Ad esempio, la Russia, al posto degli Stati Uniti si sarebbe impossessata militarmente dell’America centrale e meridionale: oggi quelle terre sarebbero una gigantesca Ucraina, ingabbiata però dentro i confini russi.

Ciò non significa che gli Stati Uniti non siano una potenza in termini risorse militari ed economiche, ma vuol dire che la Repubblica Stellata risulta incapace di inquadrare e finalizzare le risorse militari in direzione di una precisa strategia geopolitica.

Si parla tanto, e male, di “occidentalizzazione” del mondo. In realtà, gli Stati Uniti non riescono a spingersi al di là di una rete di relazioni economiche, tra l’altro sempre reversibili. Purtroppo, il cosiddetto soft power, rimanda all’idea del “nemico che prima o poi si convertirà”…

In realtà, si procede a tentoni e come per caso. Sull’ invasione dell’ Ucraina, a due mesi dall’attacco russo, si cincischia, si spera, più che credere, nella forza delle sanzioni economiche e di un aiuto militare parziale e da lontano. L’idea, di allungare a dismisura i tempi del conflitto, che sembra aleggiare su Washington, indica la completa assenza di una strategia, se non quella di attendere, se ci si passa l’espressione, che “Ha da passà ‘a nuttata”.

Il che complica tutto, e terribilmente, perché le cose possono precipitare all’improvviso, e quindi trascinare gli Stati Uniti, in guerra, come tradizione, per i capelli. Con una differenza fondamentale rispetto alla due grandi guerre novecentesche: il bottone atomico.

Allora, si dirà, cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti? Diciamo cosa avrebbero dovuto fare, perché ora è tardi. O almeno così pare.

Far capire subito ai russi, e questo fin dal 1991, allora indeboliti dalla crisi interna, che gli Stati Uniti non avrebbero ammesso alcuna interferenza politica e militare a proposito della libera autodeterminazione dei popoli fino allora soggetti all’Unione Sovietica. Nuova direzione di marcia. Ovviamente, se desiderava, inclusiva della Russia, e così via lungo i sentieri di un Pil soddisfacente per tutti.

E invece, cosa è accaduto? Che i popoli dell’Est, hanno scelto liberamente l’Occidente, ma gli Stati Uniti hanno lasciato per così dire la patata bollente nelle mani di un’Europa, seppure all’interno della Nato, incapace di preoccupare la Russia. L’intervento militare di Clinton nella guerra del Kosovo, un liberal (quindi versante idealista, l’altro è l’isolazionista materialista), fu il classico intervento americano tirato per i capelli, qualsiasi cosa pensino al riguardo antiamericani, fascisti, e marxisti.

Cosa che ora non si sta ripetendo, dopo il confuso e vile intervallo georgiano, davanti ai carri armati russi in Ucraina. Gli Stati Uniti brancolano nel buio.

Pensare la guerra, non significa farla ogni costo, ma vuol dire pensarla all’interno di un preciso disegno geopolitico, il cui quadro può essere ricondotto nell’alveo di una “occidentalizzazione” culturale e sociale del mondo, se proprio si vuole usare questo brutto termine, dal momento che i valori dell’Occidente, piaccia o meno, hanno valore universale e liberatorio dell’ individuo da soffocanti tradizioni autoritarie e antieconomiche.

Parliamo di un processo di universalizzazione, frutto, in primis, del contratto, ma quando occorre anche della spada.

Carlo Gambescia