domenica 5 luglio 2026

Lampedusa e la solitudine del Papa

 



La buttiamo lì: realismo politico sì, ma anche storia delle idee. E che idee.

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa (tredici anni dopo quella di Francesco) non è soltanto un gesto di solidarietà verso i migranti. È, prima ancora, un messaggio rivolto all’Europa e alla sua identità.

Perché Lampedusa non è semplicemente un’isola. È il luogo in cui si confrontano due diverse idee di civiltà.

Da una parte vi è un’Europa che si pensa come comunità di destino, fondata su confini, appartenenze e identità particolari. Dall’altra vi è un’Europa che si è costruita, almeno a partire dall’Illuminismo e poi dopo il 1945, su un principio più ambizioso: l’universalismo.

L’idea, cioè, che l’essere umano valga prima delle sue appartenenze. Un’idea spesso guardata con diffidenza dalle nuove destre identitarie e talvolta ridotta dalle sinistre a una lettura esclusivamente economicistica o classista.

È un’idea che ha due grandi radici storiche. La prima è il cristianesimo, che proclama l’eguaglianza morale di tutti gli uomini davanti a Dio. La seconda è il liberalismo, che riconosce a ogni individuo diritti che precedono la nazione, l’etnia, la religione e persino lo stato. Diciamo pure che la riporta sulla terra. Detto altrimenti: Il cristianesimo ne afferma il principio; il liberalismo prova a renderlo istituzione civile.



Per molti aspetti, la civiltà europea nasce proprio dall’incontro di queste due tradizioni.

Quando il Papa parla di migranti, dunque, non difende soltanto i poveri o gli ultimi. Richiama un principio molto più profondo: l’universalità della persona umana.

Ed è per questo che la sua voce appare così controcorrente. L’universalismo è oggi messo in discussione, se non apertamente respinto.

L’immigrazione ha generato paure e insicurezze; il terrorismo e le crisi economiche hanno alimentato la domanda di protezione. In questo clima, i confini tornano a essere percepiti non come semplici strumenti amministrativi, ma come difese identitarie.

Ma un’altra verità è altrettanto evidente: le società aperte sono state storicamente le più dinamiche, le più innovative e le più prospere.

Le grandi civiltà commerciali del Mediterraneo, le città anseatiche, le Repubbliche marinare italiane, l’Inghilterra liberale, gli Stati Uniti dell’immigrazione: tutte le società che hanno saputo aprirsi agli uomini, alla cultura e ai commerci hanno conosciuto una straordinaria vitalità economica e culturale. È qui che si vede la forza delle idee.

Le società chiuse hanno raramente prodotto, nel lungo periodo, sicurezza, innovazione e prosperità. Più spesso hanno generato stagnazione, paura e declino.

Certo, le paure non vanno liquidate: nessuna comunità politica può esistere senza regole e senza la capacità di governare i processi che la attraversano. Qui il realismo politico.



Tuttavia, il tema delle frontiere non può essere ridotto a uno scontro tra “buoni” e “cattivi”, tra accoglienza e respingimento. La vera questione è se l’Europa intenda ancora riconoscersi in una concezione universalistica dell’uomo oppure se voglia definirsi esclusivamente attraverso l’appartenenza e l’esclusione, cioè attraverso un particolarismo gretto e difensivo.

Il vecchio motto latino ubi bene, ibi patria – dove si sta bene, lì è la patria – esprime una verità che il mondo moderno ha conosciuto bene. Gli uomini si muovono da sempre alla ricerca di sicurezza, libertà e opportunità. E le società che hanno saputo accogliere energie, talenti e lavoro provenienti dall’esterno sono state spesso quelle che hanno prosperato di più. In questo senso, il principio del “lasciar fare, lasciar passare” conserva una sua verità storica.

La visita di Leone XIV a Lampedusa ricorda dunque all’Europa qualcosa che essa sembra aver dimenticato: che l’universalismo non è un’ingenuità morale, ma una delle grandi invenzioni della civiltà europea. E che cristianesimo e liberalismo, pur nelle loro differenze, si incontrano precisamente qui: nell’idea che ogni essere umano possieda una dignità che nessuna frontiera può cancellare.

 

Il Papa appare solo non perché chieda di abolire i confini. Ma perché ricorda che i confini, da soli, non bastano a definire una civiltà. Una civiltà vive anche della sua capacità di riconoscere nell’altro non soltanto uno straniero, ma un uomo.

E questo, per inciso, è uno dei nomi dell’Occidente.

Carlo Gambescia

sabato 4 luglio 2026

Da Lotito ad Angelucci?

 


Oggi si parla di calcio per due ragioni. La prima è che chi scrive ha un cuore biancoceleste da quando aveva i calzoni corti. La seconda è che la campagna del “Tempo”, con Daniele Capezzone e Luigi Bisignani in prima fila, appare quantomeno sospetta.

Per quale ragione? Perché l’editore del “Tempo”, Antonio Angelucci, il cosiddetto “Re delle Cliniche”, più volte deputato e sempre collocato a destra, potrebbe avere un interesse nella vicenda Lazio. Non va dimenticato che nel 2011 tentò di entrare nella Roma e che una parte della tifoseria rispose con un fragoroso “Vaffa” (*).



Naturalmente, non esiste alcuna prova che Angelucci voglia acquistare la Lazio. Nessuno ha fatto il suo nome e, allo stato delle cose, non risultano trattative o indiscrezioni concrete. Tuttavia, è legittimo porsi una domanda: dietro la campagna contro Lotito c’è soltanto il malcontento dei tifosi oppure anche l’interesse di qualcuno a rendere la società più contendibile?

I tifosi hanno tutte le ragioni per contestare Lotito. Siamo con loro. Ma potrebbero ritrovarsi, senza saperlo, a fare il gioco di qualcun altro. Il rischio è quello di liberarsi di un presidente sgradito per ritrovarsi con una sorta di “Lotito 2”, magari più abile sul piano finanziario e comunicativo.

Il calcio sta cambiando e servono capitali sempre maggiori, capitali che in Italia spesso mancano. Pochi giorni fa un gruppo americano ha acquistato il Frosinone, appena tornato in Serie A. È possibile che investitori stranieri non abbiano mai guardato alla Lazio, una società dal marchio storico, con un grande bacino di tifosi e un potenziale economico ancora in parte inespresso? La domanda merita di essere posta.

Angelucci, d’altra parte, ha mostrato negli anni una notevole capacità di espandere i propri interessi imprenditoriali, dai media alla sanità privata. Per questo non appare irragionevole interrogarsi su eventuali ambizioni nel mondo del calcio. Si tratta, appunto, di un’ipotesi. Ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato, però spesso ci si azzecca. 

Capezzone e Bisignani non sono due sprovveduti. E Angelucci, quanto ad astuzia, non è certo da meno.

Il tifoso della Lazio, dunque, farebbe bene a mantenere gli occhi aperti. Il calcio è come la vita: non sempre vincono i buoni e, spesso, i buoni – in questo caso i tifosi – vengono usati da altri per finalità che non coincidono con le loro.


Forse Angelucci non è interessato alla Lazio. Forse sì. Nessuno, oggi, può dirlo con certezza. Ma il tifoso romantico, già deluso da tante promesse e da tanti presidenti, farebbe bene a non scambiare automaticamente ogni cambiamento per una liberazione. Talvolta si esce dalla padella per finire nella brace.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.repubblica.it/sport/calcio/serie-a/roma/2011/02/02/news/arabi_americani_angelucci-11964015/ .

venerdì 3 luglio 2026

Da Montanelli a Cerno: la malinconia di un vecchio lettore

 


C’è una malinconia particolare che assale i lettori di una certa età quando vedono invecchiare male un giornale che hanno amato da ragazzi. È un sentimento diverso dalla nostalgia. È qualcosa di più simile al dispiacere che si prova quando un vecchio amico, col passare degli anni, smette di essere sé stesso.

Per noi, il “Giornale nuovo” – come allora si chiamava, per distinguersi da un’altra testata – è stato tutto questo.

Eravamo molto giovani quando nacque, nel giugno del 1974. Anni feroci, politicamente e culturalmente. L’Italia era attraversata da ideologie totalizzanti, da appartenenze quasi religiose, da giornali che spesso erano organi di partito prima ancora che strumenti di informazione.

In quel panorama, il giornale fondato da Indro Montanelli rappresentava un’anomalia preziosa, per noi stanchi del “MaoMessaggero” (come lo chiamava, un amico, Roberto Bi), a Roma, giornale di famiglia, diciamo, all’epoca spostatosi troppo a sinistra. Un unicum, nella storia del popolare quotidiano romano.

“Il Giornale” era un quotidiano dichiaratamente conservatore e liberale, ma soprattutto era un giornale indipendente, allergico alle ortodossie, diffidente verso ogni conformismo. Non bisognava necessariamente condividerne le posizioni per apprezzarne lo stile: l’ironia, il gusto della provocazione, la libertà di giudizio, persino una certa aristocratica diffidenza verso il potere.



Montanelli aveva molti difetti e non pochi pregiudizi. Ma possedeva una qualità oggi rarissima: non si faceva arruolare.

Per questo, vedere oggi la prima pagina de “Il Giornale” provoca una sensazione straniante.

L’editoriale di Tommaso Cerno – troppo lungo per essere un vero “Controcorrente”, quelli di Montanelli erano fucilate – dedicato allo scisma dei lefebvriani è interessante proprio perché dice quasi il contrario di ciò che il titolo lascia intendere.

Non è una difesa del tradizionalismo. Anzi. La sua tesi è che la vera Tradizione non coincida con il culto del passato, ma con la capacità di una comunità di cambiare senza smarrire sé stessa. In questo senso, persino il Concilio Vaticano II diventa parte della tradizione cattolica e il vero «tradimento» sarebbe stato il rifiuto di accettarlo.

È un’idea tutt’altro che banale e persino condivisibile. Il problema è che Cerno non la sviluppa fino in fondo e, soprattutto, la abbandona presto per scivolare su un altro terreno. L’editoriale comincia parlando di teologia e finisce per alludere alla politica, alle radici, all’identità, al rapporto tra patriottismo e nazionalismo. La vicenda dei lefebvriani diventa così una metafora delle guerre culturali contemporanee.



È qui che il ragionamento si fa meno convincente. Perché quando la storia viene trasformata in allegoria politica o, peggio ancora, in ideologia, si rischia di perdere la storia stessa.

Anche per questo colpisce la parabola de “Il Giornale”. Il quotidiano che nacque per sfuggire ai conformismi dell’epoca è diventato, negli anni, un giornale sempre più organico a una parte politica, sempre più immerso nelle guerre culturali della destra identitaria, sempre meno disposto al dubbio.

Dal 1994 in poi, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nuova proprietà, qualcosa si è lentamente spezzato. Non tutto in una volta. I giornali, come le persone, cambiano poco alla volta. Alla fine, però, il cambiamento è diventato evidente.





Non è soltanto una questione di linea politica. Un giornale può essere di destra, di sinistra o di centro e rimanere un grande giornale. È una questione di spirito.

Il vecchio “Giornale” montanelliano era irriverente verso tutti, compresi i propri amici. Quello di oggi appare spesso come un giornale di appartenenza, militante, impegnato più a confermare le convinzioni dei propri lettori che a sfidarle.

Ciò che davvero rattrista è la scomparsa di quello spirito liberale, scettico e antidogmatico che, da ragazzi, ci spinse a comprare “Il Giornale” in edicola. E che ci insegnò che il primo dovere di un giornalista non è dare conforto alle proprie tribù.

Indro Montanelli questo lo sapeva benissimo. E forse è proprio per questo che, guardando oggi quella testata, la nostalgia è inevitabile. 

Non per il passato in sé, ma per un giornalismo che disturbava le certezze invece di amministrarle.

 

Carlo Gambescia

giovedì 2 luglio 2026

Quando il Quirinale diventa una rivincita

 


“Anche questo tabù può essere superato”. Con queste parole Giorgia Meloni ha evocato la possibilità di un presidente di destra al Quirinale. La frase è stata letta da alcuni come una semplice rivendicazione dell’alternanza democratica. Ma c’è un’altra chiave di lettura, più storica e sociologica, diciamo metapolitica, che merita di essere presa in considerazione. Quando la destra parla di “tabù”, a quale tabù si riferisce esattamente?

Per decenni, l’esclusione della destra post-fascista dalle più alte cariche dello Stato non è stata soltanto il frutto di una pregiudiziale ideologica della sinistra o di un presunto monopolio culturale progressista. È stata anche, e soprattutto, una conseguenza della natura stessa della Repubblica italiana.

La Repubblica nasce dall’antifascismo. Non nel senso banale di una generica avversione al regime di Mussolini, ma nel senso più profondo del termine: la Costituzione del 1948 è il prodotto della sconfitta del fascismo e della scelta di costruire un ordine politico liberal-democratico fondato sul pluralismo, sulla separazione dei poteri, sui diritti individuali e sul ripudio di ogni forma di autoritarismo.

L’antifascismo non è un accessorio della Repubblica. È l’atto di nascita.



Per questa ragione, per molti decenni, l’idea di un esponente proveniente dalla tradizione neofascista al Quirinale appariva una contraddizione in termini. Non si trattava semplicemente di tenere qualcuno fuori dal recinto della democrazia, ma di preservare la coerenza simbolica di una Repubblica nata dalla sconfitta del fascismo. Non tutti i tabù, però, sono uguali: alcuni raccontano una storia costituzionale.

Naturalmente la storia non è immobile. I partiti cambiano, le culture politiche si trasformano e nessuna esclusione può essere eterna in un sistema democratico. La destra italiana ha certamente compiuto un lungo percorso di integrazione nelle istituzioni repubblicane. Resta tuttavia aperta la questione se a questa integrazione abbia corrisposto una piena adesione alla cultura politica dell’antifascismo costituzionale oppure, più semplicemente, l’accettazione strumentale delle regole della competizione democratica. Chi scrive ritiene, come più volte osservato, che si tratti di un’integrazione passiva. Si è fatto di necessità virtù. Però sulla natura sincera della virtù non metteremmo la mano sul fuoco.

La distinzione tra integrazione attiva e passiva non è di poco conto.



Perché una parte della destra continua a vivere quella passata esclusione non come la conseguenza di una storia problematica e di un rapporto mai del tutto chiarito con il fascismo, ma come un’ingiustizia subita, una discriminazione, una delegittimazione imposta dalle élite culturali.

È qui che entra in scena il risentimento.

Non solo il risentimento del povero o del diseredato, ma quello di chi ritiene di non aver ricevuto il riconoscimento che gli spettava.

Sul piano sociologico, il risentimento nasce spesso da una distanza tra il potere che si ritiene di meritare e il riconoscimento che si pensa di aver ottenuto. E la politica contemporanea è piena di “imprenditori” del risentimento: leader che trasformano un sentimento di esclusione in un potente romanzo identitario, talvolta con esiti politicamente e moralmente devastanti. L’ascesa di un personaggio come Trump ne è una prova evidente.

Da questo punto di vista, il fascismo offre una lezione che andrebbe ricordata.

Definirlo semplicemente «l’ideologia dei falliti» sarebbe storicamente inesatto. Il fascismo ebbe tra i suoi sostenitori anche professionisti, imprenditori, intellettuali e uomini di successo. Tuttavia, numerosi studiosi hanno mostrato come esso abbia saputo mobilitare sentimenti di frustrazione, di umiliazione e di perdita di status, anche tra i “falliti” o tra coloro che si percepivano come tali.





In questo senso, ripetiamo, più che ideologia dei falliti, il fascismo può essere letto come la politicizzazione del risentimento di chi vive il proprio declino – reale o percepito – come un’ingiustizia da vendicare. Ecco il punto di sutura tra masse prigioniere del risentimento e l’imprenditore del risentimento: il leader. Il che ci riporta alla personalizzazione della politica, tipica di molte esperienze politiche non liberaldemocratiche, da Lenin fino, per certi aspetti, a Vannacci.

L’elettore risentito cerca qualcuno che dia un nome alla propria frustrazione e individui i responsabili della sua condizione. Il leader, che spesso non è affatto un «fallito» ma un individuo di successo, o comunque di notevole intelligenza politica, si offre come interprete e “imprenditore” di quel risentimento, promettendo una rivincita simbolica e politica.

In questa prospettiva, il Quirinale diventa qualcosa di più di una carica istituzionale. Diventa un simbolo. L’ultima consacrazione.

La prova definitiva che coloro che per decenni si sono sentiti esclusi dalla piena legittimazione repubblicana hanno finalmente conquistato anche la cittadella più prestigiosa.

Ed è forse qui il punto più delicato della vicenda.

Una destra pienamente pacificata con la propria storia dovrebbe probabilmente riconoscere che una parte di quell’esclusione non fu il prodotto di un complotto culturale, ma la conseguenza del fatto che la Repubblica italiana nacque precisamente per prendere le distanze dal fascismo e dalla sua eredità politica e morale.





Riconoscere questo non significa accettare un’eterna quarantena democratica. Significa, piuttosto, fare i conti con la propria storia senza trasformare ogni mancato riconoscimento in una ferita da vendicare.

Perché una democrazia vive di alternanza, ma vive anche di memoria. 

E l’aspirazione al Quirinale può essere il segno di una piena maturazione repubblicana. Oppure, al contrario, il capitolo conclusivo di una lunga rivincita simbolica contro l’antifascismo.Per dirla in termini metapolitici: un atto di inclusione nella tradizione repubblicana oppure, paradossalmente, un atto di esclusione simbolica dell’antifascismo.

La differenza non è di poco conto. È la differenza tra governare la Repubblica e sentirsi, finalmente, vendicati da essa.
 

E c’è un ultimo paradosso. Il risentimento è una passione politica insaziabile: non si spegne necessariamente con la vittoria. Anzi, spesso sopravvive ad essa, perché ha bisogno di un nemico e di una ferita da ricordare. Così, anche quando conquista le istituzioni, continua a comportarsi come se fosse ancora all’opposizione.





Quando la conquista del Quirinale viene raccontata come l’abbattimento di un “tabù” e non semplicemente come un normale esito dell’alternanza democratica, il sospetto è che non si stia celebrando soltanto una vittoria politica, ma una rivincita identitaria.

E quando le istituzioni diventano il trofeo di una rivincita, il rischio è che la memoria della Repubblica ceda il passo alla psicologia del risentimento.

E qui il cerchio si chiude: gli sconfitti sono tornati al potere, ma continuano a sentirsi sconfitti. E quando il risentimento governa, la vittoria non basta mai: serve sempre qualcuno con cui fare i conti.

Carlo Gambescia

mercoledì 1 luglio 2026

Rimpatri e propaganda: quando una statistica diventa uno slogan

 


C’ era un tempo in cui i governi cercavano di mostrarsi umani, persino quando adottavano politiche restrittive sull’immigrazione. Oggi accade qualcosa di diverso. L’espulsione diventa un motivo di vanto, la durezza un titolo di merito, la capacità di “fare i cattivi” una prova di serietà politica.

È uno dei tanti rovesciamenti valoriali del nostro tempo legati al successo di una destra fin troppo rigida con il “diverso”. Non si rivendica più la capacità di governare i flussi migratori coniugando legalità e umanità; si esibisce, al contrario, la fermezza dell’espulsione come un trofeo identitario. Si pensi al “Devi morire” dei cori calcistici. E quando i numeri non bastano, li si piega alla propaganda, trasformando una statistica parziale in un presunto certificato di successo.

È ciò che accade leggendo il titolo del “Secolo d’Italia”: “Rimpatri, non slogan”. Si dirà: il “Secolo”, chi lo legge… Se la cantano e se la suonano da soli. Certo, però, quel titolo ha un valore metodologico, a livello di post-verità, di cui la destra sa fare buon uso.

Secondo il quotidiano della destra, i dati Eurostat provano che il governo Meloni “fa rispettare le regole” e che l’Italia è addirittura «seconda in Europa» per i rimpatri.

Il lettore è indotto a credere a una cosa molto semplice: che l’Italia “cacci via” più immigrati irregolari degli altri Paesi europei e che ciò certifichi il successo della politica migratoria del governo. Peccato che i dati di Eurostat non dicano affatto questo (*).



La statistica citata dal “Secolo” riguarda infatti la percentuale di rimpatri forzati sul totale dei rimpatri effettuati: una quota che resta comunque relativamente bassa nel complesso europeo, come mostrano i dati Eurostat sul rapporto tra ordini di rimpatrio e rimpatri effettivamente eseguiti (**). Il famoso 76,9% significa soltanto che, tra le persone effettivamente rimpatriate dall’Italia verso Paesi extraeuropei, la maggioranza non è partita volontariamente (***).

La precisazione è importante. Un rimpatrio volontario avviene quando il migrante accetta di rientrare nel proprio Paese, spesso usufruendo di programmi di assistenza. Un segno di civiltà.

Un rimpatrio forzato, invece, avviene con un provvedimento coercitivo dello Stato, fino all’accompagnamento alla frontiera da parte delle forze di polizia. Un segno di inciviltà.

Tradotto in italiano: il dato non dice che l’Italia rimpatria più immigrati degli altri Paesi europei; dice soltanto che, tra quelli che riesce a rimpatriare, una quota maggiore viene accompagnata alla frontiera contro la propria volontà.

Scambiare le due cose significa confondere una percentuale con una classifica di efficienza. E, diciamolo pure, anche con una certa dose di cattiveria.



Non significa, dunque, che l’Italia rimpatri più migranti degli altri Paesi. Non significa che l’Italia abbia una politica migratoria più efficace. Non significa neppure che l’Italia esegua più espulsioni.

È una differenza enorme.

Sostenere che il dato certifichi il successo della politica del governo equivale a dire che un ospedale, avendo una percentuale più alta di interventi d’urgenza, sia automaticamente il migliore del Paese. La conclusione semplicemente non discende dai dati.

I numeri di Eurostat, letti per quello che sono, raccontano anzi una storia molto più complessa. In tutta l’Unione europea la distanza tra gli ordini di lasciare il territorio e i rimpatri effettivamente eseguiti resta enorme. È questo il vero problema politico: quanti provvedimenti vengono realmente eseguiti? Quanto sono efficaci i meccanismi di cooperazione con i Paesi di origine? Quanti rimpatri volontari vengono incentivati? Sono queste le domande serie, non la costruzione di una classifica propagandistica.

Anche il richiamo al fatto che l’Italia sia “seconda solo alla Danimarca” è piuttosto curioso. La Danimarca ha dimensioni, flussi migratori, sistemi amministrativi e condizioni sociali e politiche completamente diverse da quelle italiane. Estrarre un indicatore dal suo contesto e trasformarlo in un podio europeo è un classico esempio di fallacia pars pro toto: si seleziona il dato che conferma la tesi e si ignorano tutti gli altri.

Ma c’è qualcosa di ancora più interessante, e in fondo più inquietante, in questa vicenda. Una questione come dicevamo: di ci-vil-tà.



Un tempo la destra conservatrice rivendicava l’ordine e la sicurezza, ma avvertiva almeno il bisogno di giustificare moralmente le proprie scelte. Oggi sembra prevalere un’altra logica: la severità non va più spiegata, va esibita. Si è orgogliosi di apparire inflessibili. Si considera un merito politico il mostrarsi meno compassionevoli degli altri.

L’espulsione diventa un simbolo identitario, quasi una prova di virilità politica o, come dicevamo, un indice di cattiveria.

In realtà, una democrazia liberale dovrebbe diffidare di chi trasforma la durezza in una virtù e la mancanza di empatia in una bandiera. Ancora di più dovrebbe diffidare di chi, per alimentare quel racconto, manipola il significato delle statistiche.

 


Ma la destra – questa destra – oltre a non aver fatto i conti con il fascismo non li ha fatti neppure con il liberalismo.

I numeri non mentono. Ma possono essere usati per raccontare una storia falsa.

E in questo caso, più che “Rimpatri, non slogan”, verrebbe da dire: “Slogan, non analisi dei dati”.

Carlo Gambescia

(*) Eurostat, Returns of irregular migrants – quarterly statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Returns_of_irregular_migrants_-_quarterly_statistics.

(**) Eurostat, Enforcement of immigration legislation statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Enforcement_of_immigration_legislation_statistics

(***) Eurostat, Migration enforcement statistics – news release (30 June 2026), disponibile qui:  https://ec.europa.eu/eurostat/en/web/products-eurostat-news/w/ddn-20260630-1 .

martedì 30 giugno 2026

L’Occidente secondo Giorgia Meloni: identità o libertà?

 


Nel giorno della nascita di Oriana Fallaci, Giorgia Meloni ha voluto ricordare la grande giornalista fiorentina con un post dedicato al “destino dell’Occidente”. Un omaggio legittimo, naturalmente. Ma anche un testo che lascia perplessi e merita qualche riflessione.

L’Occidente evocato dalla premier è una “civiltà” fondata su valori comuni, su un’eredità condivisa, su un sentimento di appartenenza che dovrebbe precedere ogni altra differenza. È un Occidente identitario, quasi una comunità spirituale e, per alcuni critici, persino etnoculturale, se si guardano le sue politiche migratorie, da custodire e difendere.

Ma è davvero questa la sua essenza? Dipende da cosa intendiamo per Occidente.



Se per Occidente si intende una categoria geografica o una lunga vicenda storica, allora esso è stato tutto e il contrario di tutto: Atene e l’Inquisizione, la Magna Charta e il colonialismo, la Dichiarazione dei diritti e il fascismo. Vi si trovano libertà e dispotismo, tolleranza e persecuzione, universalismo e nazionalismo.

Se invece, come crediamo, per Occidente si intende la sua stagione più alta e creativa, quella inaugurata dalla modernità, allora il discorso cambia. L’Occidente è l’invenzione politica dell’Illuminismo e del liberalismo. È il momento in cui alcuni valori antichi – la dignità della persona, il valore della ragione, la limitazione della violenza – vengono trasformati in istituzioni: diritti individuali, separazione dei poteri, libertà di coscienza, pluralismo, governo limitato. Il pensiero si fa diritto. Anzi, Stato di diritto.

Non si dimentichi mai: l’Occidente moderno non è una tribù. È un metodo di convivenza.

 


La sua grandezza non consiste nell’aver prodotto un’identità compatta, ma nell’aver reso possibile il dissenso. Non nell’aver creato un popolo omogeneo, ma nell’aver istituzionalizzato il conflitto. Non nell’aver chiesto agli uomini a quale civiltà appartenessero, ma quali libertà dovessero essere garantite a ciascuno di essi.

Alla “più grande esperienza di libertà della storia”, come osserva Giorgia Meloni, si deve però dare un nome e un cognome: l’Illuminismo liberale.

Pertanto, per un liberale, l’Occidente o sarà questo oppure non sarà.

Da qui nasce una certa perplessità di fronte al richiamo meloniano alla “consapevolezza di appartenere a una stessa civiltà”. L’appartenenza, in sé, non è un valore liberale. Lo diventa soltanto quando non soffoca la libertà individuale, il pluralismo delle idee, il diritto al dissenso.

In fondo, il liberalismo diffida sempre delle identità troppo compatte. Sa che le comunità possono diventare oppressive, che le tradizioni possono trasformarsi in dogmi, che la ricerca dell’unità può facilmente degenerare in conformismo. L’organicismo, soprattutto se politico, è sempre in agguato.

E qui emerge anche un altro punto.

La tradizione politica dalla quale proviene Giorgia Meloni ha avuto storicamente un rapporto a dir poco difficile con l’Illuminismo e con il liberalismo. Ha guardato con sospetto l’individualismo, l’universalismo dei diritti, il cosmopolitismo, preferendo categorie come comunità, nazione, identità e radici.



Secondo alcuni osservatori sarebbe giunto il momento di prendere atto della “conversione” liberal-democratica della destra italiana, quantomeno sul piano istituzionale.

In realtà, resta aperta una domanda culturale: si tratta di una piena adesione alla filosofia liberale o, piuttosto, di un adattamento alle regole del gioco imposte dalla modernità occidentale? Questo è il vero punto.

La destra meloniana sembra aver imparato a parlare la lingua della democrazia liberale; resta da capire se la consideri la propria madrelingua o una necessaria lingua franca.

Quanto a Oriana Fallaci, forse anche lei meriterebbe un po’ più di prudenza nelle appropriazioni postume. Perché la Fallaci dell’ultima stagione, quella dello scontro di civiltà, non esaurisce la sua figura. 

 


C’era anche una Fallaci libertaria, individualista, insofferente verso ogni ortodossia e ogni conformismo, di destra o di sinistra.

Troppo irregolare, in definitiva, per essere arruolata senza residui in qualsiasi pantheon politico.

E forse proprio qui sta la lezione più autentica dell’Occidente liberale: nessuna identità collettiva, per quanto nobile, vale più della libertà degli individui che la compongono.

Carlo Gambescia

lunedì 29 giugno 2026

Il caso Roccella e la pietà a singhiozzo

 


Ora tocca al marito del ministro Eugenia Roccella, Luigi Cavallari, scomparso tragicamente dopo un tuffo nel lago di Vico. E, come ormai accade quasi per riflesso condizionato, i social si sono trasformati nel solito tribunale senza regole: insulti, sarcasmi, allusioni, perfino commenti di compiacimento. Un repertorio che, purtroppo, non sorprende più nessuno.

La destra reagisce con indignazione. Si legga il post di Gorgia Meloni su Fb.

Davanti alla morte, il rispetto dovrebbe precedere ogni appartenenza politica. Esistono momenti nei quali l’avversario cessa di essere tale e torna a essere semplicemente una persona, con una famiglia, degli affetti, una storia.

 


Il problema, tuttavia, è un altro.

La stessa destra che oggi denuncia la barbarie della feccia “rossa” non sempre ha mostrato uguale sensibilità quando, sui medesimi social, bersaglio dell’odio erano altri: un politico di sinistra, un magistrato, un giornalista, un intellettuale. Si pensi alle campagne d’odio contro Laura Boldrini, – il “capro espiatorio” di Giorgia Meloni, quando la Bodrini era Presidente della Camera – per anni trasformata in un bersaglio permanente del risentimento politico online, agli insulti contro magistrati e cronisti considerati «nemici del popolo» o alle periodiche irrisioni della memoria di Carlo Giuliani.




Né, a dire il vero, la sinistra può rivendicare una qualche superiorità morale. Anche da quella parte, negli anni, si sono visti auguri di morte, esultanze per le disgrazie degli avversari, campagne d’odio, irrisioni e disumanizzazioni del nemico politico.

È un’indignazione a corrente alternata. O, se si preferisce, un uso a singhiozzo dei social e dei grandi principi. 

 


Perfino Omero viene arruolato nella polemica. In un editoriale su “Libero” si evocano la “civiltà occidentale” e l’incontro tra Achille e Priamo, quasi a ricordarci che davanti alla morte ogni inimicizia dovrebbe tacere.

Peccato che, poche righe dopo, la tragedia privata venga nuovamente ricondotta alla contrapposizione tra «noi» e «loro», tra la destra civile e la feccia progressista. Quando anche l’Iliade diventa un’arma di parte, significa che il tifo tribale è riuscito a colonizzare persino la pietà.

Si invoca la decenza quando si è colpiti e la si dimentica quando a essere colpito è il campo avverso. Si chiedono regole quando si è vittime e si invoca la libertà d’espressione quando a eccedere sono i propri sostenitori.



Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva degradazione del discorso pubblico. Non si combattono più idee, programmi o interessi contrapposti. Si combattono persone. E poiché le persone sono state trasformate in nemici, si arriva a desiderarne la rovina, la malattia e persino la morte. E quando la politica si trasforma in antropologia le cose rischiano sempre di finire male.

Chi scrive ha spesso definito questa deriva “cultura di Weimar”. Una formula forse severa, ma non priva di fondamento. Come ha mostrato Nolte, nella Germania tra le due guerre il confronto politico degenerò progressivamente in una lotta morale ed esistenziale tra nemici assoluti. L’avversario non era più qualcuno con cui competere, ma qualcuno da delegittimare, da espellere simbolicamente dalla comunità politica e, in prospettiva, dalla società stessa.

Naturalmente, l’Italia del 2026 non è la Germania degli anni Venti del secolo scorso. Oggi le armi sono le tastiere e non le squadre paramilitari. Ma la logica è inquietantemente simile: la demonizzazione dell’altro, la delegittimazione reciproca, l’incapacità di riconoscere all’avversario una pari dignità umana e politica.

 


I social non hanno creato questa malattia. L’hanno però amplificata, accelerata e resa quotidiana. Hanno dato voce non tanto al dissenso, che è il sale della liberal-democrazia, quanto al risentimento e alla convinzione che esistano persone la cui sofferenza sia politicamente meritata. Di più: ideologicamente meritata. Insomma, un clima da guerre di religione. Da notte di San Bartolomeo.

Ecco perché il problema non è soltanto la barbarie di qualche utente anonimo che oggi insulta il marito di un ministro. Il problema è una cultura politica che si scandalizza solo quando l’odio colpisce i propri e tace quando investe gli altri.

 


La civiltà liberale, invece, comincia esattamente dal rifiuto di questo doppio standard. Se si difende la dignità dei morti, la si difende sempre. Se si condanna l’odio, lo si condanna anche quando proviene dalla propria parte. Si chiama anche onestà intellettuale.

Diversamente, non resta che un tifo tribale, destinato a erodere, giorno dopo giorno, le basi stesse della convivenza democratica. E la storia insegna che quando il dibattito pubblico si trasforma in una guerra tra nemici assoluti, le conseguenze, prima o poi, arrivano sempre.

Carlo Gambescia