mercoledì 1 luglio 2026

Rimpatri e propaganda: quando una statistica diventa uno slogan

 


C’ era un tempo in cui i governi cercavano di mostrarsi umani, persino quando adottavano politiche restrittive sull’immigrazione. Oggi accade qualcosa di diverso. L’espulsione diventa un motivo di vanto, la durezza un titolo di merito, la capacità di “fare i cattivi” una prova di serietà politica.

È uno dei tanti rovesciamenti valoriali del nostro tempo legati al successo di una destra fin troppo rigida con il “diverso”. Non si rivendica più la capacità di governare i flussi migratori coniugando legalità e umanità; si esibisce, al contrario, la fermezza dell’espulsione come un trofeo identitario. Si pensi al “Devi morire” dei cori calcistici. E quando i numeri non bastano, li si piega alla propaganda, trasformando una statistica parziale in un presunto certificato di successo.

È ciò che accade leggendo il titolo del “Secolo d’Italia”: “Rimpatri, non slogan”. Si dirà: il “Secolo”, chi lo legge… Se la cantano e se la suonano da soli. Certo, però, quel titolo ha un valore metodologico, a livello di post-verità, di cui la destra sa fare buon uso.

Secondo il quotidiano della destra, i dati Eurostat provano che il governo Meloni “fa rispettare le regole” e che l’Italia è addirittura «seconda in Europa» per i rimpatri.

Il lettore è indotto a credere a una cosa molto semplice: che l’Italia “cacci via” più immigrati irregolari degli altri Paesi europei e che ciò certifichi il successo della politica migratoria del governo. Peccato che i dati di Eurostat non dicano affatto questo (*).



La statistica citata dal “Secolo” riguarda infatti la percentuale di rimpatri forzati sul totale dei rimpatri effettuati: una quota che resta comunque relativamente bassa nel complesso europeo, come mostrano i dati Eurostat sul rapporto tra ordini di rimpatrio e rimpatri effettivamente eseguiti (**). Il famoso 76,9% significa soltanto che, tra le persone effettivamente rimpatriate dall’Italia verso Paesi extraeuropei, la maggioranza non è partita volontariamente (***).

La precisazione è importante. Un rimpatrio volontario avviene quando il migrante accetta di rientrare nel proprio Paese, spesso usufruendo di programmi di assistenza. Un segno di civiltà.

Un rimpatrio forzato, invece, avviene con un provvedimento coercitivo dello Stato, fino all’accompagnamento alla frontiera da parte delle forze di polizia. Un segno di inciviltà.

Tradotto in italiano: il dato non dice che l’Italia rimpatria più immigrati degli altri Paesi europei; dice soltanto che, tra quelli che riesce a rimpatriare, una quota maggiore viene accompagnata alla frontiera contro la propria volontà.

Scambiare le due cose significa confondere una percentuale con una classifica di efficienza. E, diciamolo pure, anche con una certa dose di cattiveria.



Non significa, dunque, che l’Italia rimpatri più migranti degli altri Paesi. Non significa che l’Italia abbia una politica migratoria più efficace. Non significa neppure che l’Italia esegua più espulsioni.

È una differenza enorme.

Sostenere che il dato certifichi il successo della politica del governo equivale a dire che un ospedale, avendo una percentuale più alta di interventi d’urgenza, sia automaticamente il migliore del Paese. La conclusione semplicemente non discende dai dati.

I numeri di Eurostat, letti per quello che sono, raccontano anzi una storia molto più complessa. In tutta l’Unione europea la distanza tra gli ordini di lasciare il territorio e i rimpatri effettivamente eseguiti resta enorme. È questo il vero problema politico: quanti provvedimenti vengono realmente eseguiti? Quanto sono efficaci i meccanismi di cooperazione con i Paesi di origine? Quanti rimpatri volontari vengono incentivati? Sono queste le domande serie, non la costruzione di una classifica propagandistica.

Anche il richiamo al fatto che l’Italia sia “seconda solo alla Danimarca” è piuttosto curioso. La Danimarca ha dimensioni, flussi migratori, sistemi amministrativi e condizioni sociali e politiche completamente diverse da quelle italiane. Estrarre un indicatore dal suo contesto e trasformarlo in un podio europeo è un classico esempio di fallacia pars pro toto: si seleziona il dato che conferma la tesi e si ignorano tutti gli altri.

Ma c’è qualcosa di ancora più interessante, e in fondo più inquietante, in questa vicenda. Una questione come dicevamo: di ci-vil-tà.



Un tempo la destra conservatrice rivendicava l’ordine e la sicurezza, ma avvertiva almeno il bisogno di giustificare moralmente le proprie scelte. Oggi sembra prevalere un’altra logica: la severità non va più spiegata, va esibita. Si è orgogliosi di apparire inflessibili. Si considera un merito politico il mostrarsi meno compassionevoli degli altri.

L’espulsione diventa un simbolo identitario, quasi una prova di virilità politica o, come dicevamo, un indice di cattiveria.

In realtà, una democrazia liberale dovrebbe diffidare di chi trasforma la durezza in una virtù e la mancanza di empatia in una bandiera. Ancora di più dovrebbe diffidare di chi, per alimentare quel racconto, manipola il significato delle statistiche.

 


Ma la destra – questa destra – oltre a non aver fatto i conti con il fascismo non li ha fatti neppure con il liberalismo.

I numeri non mentono. Ma possono essere usati per raccontare una storia falsa.

E in questo caso, più che “Rimpatri, non slogan”, verrebbe da dire: “Slogan, non analisi dei dati”.

Carlo Gambescia

(*) Eurostat, Returns of irregular migrants – quarterly statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Returns_of_irregular_migrants_-_quarterly_statistics.

(**) Eurostat, Enforcement of immigration legislation statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Enforcement_of_immigration_legislation_statistics

(***) Eurostat, Migration enforcement statistics – news release (30 June 2026), disponibile qui:  https://ec.europa.eu/eurostat/en/web/products-eurostat-news/w/ddn-20260630-1 .

martedì 30 giugno 2026

L’Occidente secondo Giorgia Meloni: identità o libertà?

 


Nel giorno della nascita di Oriana Fallaci, Giorgia Meloni ha voluto ricordare la grande giornalista fiorentina con un post dedicato al “destino dell’Occidente”. Un omaggio legittimo, naturalmente. Ma anche un testo che lascia perplessi e merita qualche riflessione.

L’Occidente evocato dalla premier è una “civiltà” fondata su valori comuni, su un’eredità condivisa, su un sentimento di appartenenza che dovrebbe precedere ogni altra differenza. È un Occidente identitario, quasi una comunità spirituale e, per alcuni critici, persino etnoculturale, se si guardano le sue politiche migratorie, da custodire e difendere.

Ma è davvero questa la sua essenza? Dipende da cosa intendiamo per Occidente.



Se per Occidente si intende una categoria geografica o una lunga vicenda storica, allora esso è stato tutto e il contrario di tutto: Atene e l’Inquisizione, la Magna Charta e il colonialismo, la Dichiarazione dei diritti e il fascismo. Vi si trovano libertà e dispotismo, tolleranza e persecuzione, universalismo e nazionalismo.

Se invece, come crediamo, per Occidente si intende la sua stagione più alta e creativa, quella inaugurata dalla modernità, allora il discorso cambia. L’Occidente è l’invenzione politica dell’Illuminismo e del liberalismo. È il momento in cui alcuni valori antichi – la dignità della persona, il valore della ragione, la limitazione della violenza – vengono trasformati in istituzioni: diritti individuali, separazione dei poteri, libertà di coscienza, pluralismo, governo limitato. Il pensiero si fa diritto. Anzi, Stato di diritto.

Non si dimentichi mai: l’Occidente moderno non è una tribù. È un metodo di convivenza.

 


La sua grandezza non consiste nell’aver prodotto un’identità compatta, ma nell’aver reso possibile il dissenso. Non nell’aver creato un popolo omogeneo, ma nell’aver istituzionalizzato il conflitto. Non nell’aver chiesto agli uomini a quale civiltà appartenessero, ma quali libertà dovessero essere garantite a ciascuno di essi.

Alla “più grande esperienza di libertà della storia”, come osserva Giorgia Meloni, si deve però dare un nome e un cognome: l’Illuminismo liberale.

Pertanto, per un liberale, l’Occidente o sarà questo oppure non sarà.

Da qui nasce una certa perplessità di fronte al richiamo meloniano alla “consapevolezza di appartenere a una stessa civiltà”. L’appartenenza, in sé, non è un valore liberale. Lo diventa soltanto quando non soffoca la libertà individuale, il pluralismo delle idee, il diritto al dissenso.

In fondo, il liberalismo diffida sempre delle identità troppo compatte. Sa che le comunità possono diventare oppressive, che le tradizioni possono trasformarsi in dogmi, che la ricerca dell’unità può facilmente degenerare in conformismo. L’organicismo, soprattutto se politico, è sempre in agguato.

E qui emerge anche un altro punto.

La tradizione politica dalla quale proviene Giorgia Meloni ha avuto storicamente un rapporto a dir poco difficile con l’Illuminismo e con il liberalismo. Ha guardato con sospetto l’individualismo, l’universalismo dei diritti, il cosmopolitismo, preferendo categorie come comunità, nazione, identità e radici.



Secondo alcuni osservatori sarebbe giunto il momento di prendere atto della “conversione” liberal-democratica della destra italiana, quantomeno sul piano istituzionale.

In realtà, resta aperta una domanda culturale: si tratta di una piena adesione alla filosofia liberale o, piuttosto, di un adattamento alle regole del gioco imposte dalla modernità occidentale? Questo è il vero punto.

La destra meloniana sembra aver imparato a parlare la lingua della democrazia liberale; resta da capire se la consideri la propria madrelingua o una necessaria lingua franca.

Quanto a Oriana Fallaci, forse anche lei meriterebbe un po’ più di prudenza nelle appropriazioni postume. Perché la Fallaci dell’ultima stagione, quella dello scontro di civiltà, non esaurisce la sua figura. 

 


C’era anche una Fallaci libertaria, individualista, insofferente verso ogni ortodossia e ogni conformismo, di destra o di sinistra.

Troppo irregolare, in definitiva, per essere arruolata senza residui in qualsiasi pantheon politico.

E forse proprio qui sta la lezione più autentica dell’Occidente liberale: nessuna identità collettiva, per quanto nobile, vale più della libertà degli individui che la compongono.

Carlo Gambescia

lunedì 29 giugno 2026

Il caso Roccella e la pietà a singhiozzo

 


Ora tocca al marito del ministro Eugenia Roccella, Luigi Cavallari, scomparso tragicamente dopo un tuffo nel lago di Vico. E, come ormai accade quasi per riflesso condizionato, i social si sono trasformati nel solito tribunale senza regole: insulti, sarcasmi, allusioni, perfino commenti di compiacimento. Un repertorio che, purtroppo, non sorprende più nessuno.

La destra reagisce con indignazione. Si legga il post di Gorgia Meloni su Fb.

Davanti alla morte, il rispetto dovrebbe precedere ogni appartenenza politica. Esistono momenti nei quali l’avversario cessa di essere tale e torna a essere semplicemente una persona, con una famiglia, degli affetti, una storia.

 


Il problema, tuttavia, è un altro.

La stessa destra che oggi denuncia la barbarie della feccia “rossa” non sempre ha mostrato uguale sensibilità quando, sui medesimi social, bersaglio dell’odio erano altri: un politico di sinistra, un magistrato, un giornalista, un intellettuale. Si pensi alle campagne d’odio contro Laura Boldrini, – il “capro espiatorio” di Giorgia Meloni, quando la Bodrini era Presidente della Camera – per anni trasformata in un bersaglio permanente del risentimento politico online, agli insulti contro magistrati e cronisti considerati «nemici del popolo» o alle periodiche irrisioni della memoria di Carlo Giuliani.




Né, a dire il vero, la sinistra può rivendicare una qualche superiorità morale. Anche da quella parte, negli anni, si sono visti auguri di morte, esultanze per le disgrazie degli avversari, campagne d’odio, irrisioni e disumanizzazioni del nemico politico.

È un’indignazione a corrente alternata. O, se si preferisce, un uso a singhiozzo dei social e dei grandi principi. 

 


Perfino Omero viene arruolato nella polemica. In un editoriale su “Libero” si evocano la “civiltà occidentale” e l’incontro tra Achille e Priamo, quasi a ricordarci che davanti alla morte ogni inimicizia dovrebbe tacere.

Peccato che, poche righe dopo, la tragedia privata venga nuovamente ricondotta alla contrapposizione tra «noi» e «loro», tra la destra civile e la feccia progressista. Quando anche l’Iliade diventa un’arma di parte, significa che il tifo tribale è riuscito a colonizzare persino la pietà.

Si invoca la decenza quando si è colpiti e la si dimentica quando a essere colpito è il campo avverso. Si chiedono regole quando si è vittime e si invoca la libertà d’espressione quando a eccedere sono i propri sostenitori.



Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva degradazione del discorso pubblico. Non si combattono più idee, programmi o interessi contrapposti. Si combattono persone. E poiché le persone sono state trasformate in nemici, si arriva a desiderarne la rovina, la malattia e persino la morte. E quando la politica si trasforma in antropologia le cose rischiano sempre di finire male.

Chi scrive ha spesso definito questa deriva “cultura di Weimar”. Una formula forse severa, ma non priva di fondamento. Come ha mostrato Nolte, nella Germania tra le due guerre il confronto politico degenerò progressivamente in una lotta morale ed esistenziale tra nemici assoluti. L’avversario non era più qualcuno con cui competere, ma qualcuno da delegittimare, da espellere simbolicamente dalla comunità politica e, in prospettiva, dalla società stessa.

Naturalmente, l’Italia del 2026 non è la Germania degli anni Venti del secolo scorso. Oggi le armi sono le tastiere e non le squadre paramilitari. Ma la logica è inquietantemente simile: la demonizzazione dell’altro, la delegittimazione reciproca, l’incapacità di riconoscere all’avversario una pari dignità umana e politica.

 


I social non hanno creato questa malattia. L’hanno però amplificata, accelerata e resa quotidiana. Hanno dato voce non tanto al dissenso, che è il sale della liberal-democrazia, quanto al risentimento e alla convinzione che esistano persone la cui sofferenza sia politicamente meritata. Di più: ideologicamente meritata. Insomma, un clima da guerre di religione. Da notte di San Bartolomeo.

Ecco perché il problema non è soltanto la barbarie di qualche utente anonimo che oggi insulta il marito di un ministro. Il problema è una cultura politica che si scandalizza solo quando l’odio colpisce i propri e tace quando investe gli altri.

 


La civiltà liberale, invece, comincia esattamente dal rifiuto di questo doppio standard. Se si difende la dignità dei morti, la si difende sempre. Se si condanna l’odio, lo si condanna anche quando proviene dalla propria parte. Si chiama anche onestà intellettuale.

Diversamente, non resta che un tifo tribale, destinato a erodere, giorno dopo giorno, le basi stesse della convivenza democratica. E la storia insegna che quando il dibattito pubblico si trasforma in una guerra tra nemici assoluti, le conseguenze, prima o poi, arrivano sempre.

Carlo Gambescia

domenica 28 giugno 2026

Il Trono e l’Altare. La tentazione americana

 


Mentre in Italia ci si attarda sulle nostalgie di Vannacci, Alemanno e dintorni, e un fascismo da bar riesce persino a mettere in ridicolo l’antifascismo, liquidandolo come una specie di comico”patentino”, negli Stati Uniti si sta consumando una vicenda di ben altra portata storica. Di essa, però, la stampa italiana parla pochissimo.

La Commissione per la Libertà Religiosa istituita da Donald Trump un anno fa ha emesso il suo verdetto in 224 pagine (per ora si dice allo stato di bozza, in realtà il tono del testo è dogmatico): basta, o quasi, con la separazione tra Stato e Chiesa (semplifichiamo, così il lettore italiano capisce). Detto altrimenti: il fondamentalismo cristiano americano intravede una storica occasione di avvicinarsi al potere. Altro che libertà religiosa… (*).

Le proposte della Commissione non si limitano a difendere la libertà di culto. Esse delineano un vero e proprio programma di riabilitazione pubblica del fatto religioso: nuova interpretazione della separazione tra Chiesa e Stato, task force federali, sportelli governativi per le denunce di discriminazione religiosa, giudici selezionati per la loro sensibilità in materia, abolizione delle norme che tengono le Chiese lontane dalla politica elettorale e perfino medaglie presidenziali per gli eroi della libertà religiosa. Non è ancora una religione civile di Stato. Ma è certamente un invito a riportare la religione nel cuore della legittimazione politica.



Colpisce, cone accennato, anche un altro aspetto. Quando la Commissione parla di “religione”, si riferisce quasi esclusivamente al cristianesimo conservatore americano. Le testimonianze raccolte riguardano soprattutto credenti cristiani che si ritengono discriminati per le loro posizioni sull’aborto, sull’identità di genere o sui vaccini.

L’unica altra questione religiosa esplicitamente menzionata è l’antisemitismo, che viene indicato come un fenomeno da combattere con particolare energia. Delle altre fedi religiose, delle loro eventuali discriminazioni o delle loro rivendicazioni, nel rapporto vi è ben poca traccia. La libertà religiosa, insomma, sembra avere un perimetro piuttosto preciso.

Del resto la composizione della Commissione è istruttiva: teologi, vescovi, rabbini ortodossi, giuristi e attivisti della destra religiosa, quasi tutti appartenenti al mondo del cristianesimo conservatore e del trumpismo culturale. Più che un campione del pluralismo americano, essa appare come il laboratorio intellettuale di una possibile religione civile conservatrice.

Ora facciamo un passo indietro. Tocqueville ammirava l’America perché era riuscita in un’impresa che in Europa era parsa impossibile: conciliare una società profondamente religiosa con uno Stato rigorosamente non confessionale. La fede era forte proprio perché non governava. E lo Stato era libero proprio perché non pretendeva di parlare in nome di Dio. Il lettore prenda nota del punto.



Una delle più grandi invenzioni politiche dell’Occidente moderno è stata infatti la separazione tra la salvezza dell’anima e il governo degli uomini. Lo Stato ha smesso di indicare la via del Paradiso e la religione ha rinunciato a impadronirsi del potere temporale. Da questo reciproco disarmo è nato il liberalismo.

Come detto, gli Stati Uniti sono sempre stati un Paese profondamente religioso, forse il più religioso dell’Occidente. Ma proprio per questo i Padri fondatori diffidarono dell’unione tra fede e potere. Il Primo Emendamento della Costituzione proibisce al Congresso di istituire una religione ufficiale e, nello stesso tempo, tutela il libero esercizio del culto. La formula era semplice e geniale: nessuna Chiesa di Stato e nessuno Stato di Chiesa. Sapevano che una religione protetta dal governo finisce per trasformarsi in un’ideologia di Stato e che un governo investito di una missione religiosa tende a considerare i propri avversari non semplicemente come avversari, ma come reprobi. Come nemici.

Per due secoli e mezzo l’America ha vissuto dentro questo paradosso fecondo: una società religiosa e uno Stato laico. Nessuna Chiesa ufficiale, nessuna fede di Stato, nessun governante autorizzato a parlare in nome di Dio. Ripetiamo: non è un caso che i fondatori della Repubblica americana abbiano voluto uno Stato senza religione ufficiale e una religione senza protezione ufficiale. Avevano imparato dalla storia europea che quando il Trono e l’Altare si stringono troppo, a perdere è quasi sempre la libertà.



Oggi qualcosa sembra cambiare.

In buona sostanza la Commissione per la Libertà Religiosa istituita da Donald Trump non si limita infatti a difendere la libertà di culto, che nessun liberale potrebbe contestare. Essa si propone di reinterpretare il significato stesso della separazione tra Chiesa e Stato.

Del resto Trump non ha dichiarato che, per essere grande, l’America deve essere “una nazione sotto Dio”: Il che significa solo una cosa che il problema non è la religione. Il problema è la politica.

Il potere non si accontenta mai di amministrare. Aspira sempre a una consacrazione morale. Come insegna la metapolitica, il potere razionalizza: ha necessità di una giustificazione ideologica. Cerca una missione, una legittimazione superiore, un linguaggio che lo elevi al di sopra delle ordinarie contese umane. La religione, o almeno il suo vocabolario, offre tutto questo. E Trump, che tra l’altro non è proprio il tipo “Casa e Chiesa”, ne approfitta politicamente. Le religione, per dirla dottamente, come “instrumentum regni”.

E qui fa capolino un vecchio e caro amico: Machiavelli. “Debbe adunque uno principe avere gran cura che non gli esca mai di bocca cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione” (Il Principe, XVIII).



La storia insegna che il Trono ha sempre cercato l’Altare. Talvolta è stata la religione a impadronirsi della politica; più spesso è stata la politica a servirsi della religione. Il risultato è stato quasi sempre il medesimo: meno libertà per i credenti e meno libertà per i non credenti.

Naturalmente nessuno pensa che gli Stati Uniti siano sul punto di diventare una teocrazia. Però, come spesso ripetiamo, le società libere raramente muoiono per un colpo di Stato. Più spesso cambiano lentamente, attraverso piccole revisioni simboliche, nuove interpretazioni giuridiche, mutamenti culturali che finiscono per apparire naturali.

Il rischio, oggi, non è la nascita di una religione di Stato. È qualcosa di più sottile: che la neutralità religiosa dello Stato venga progressivamente sostituita da una preferenza politica e culturale per una determinata concezione religiosa del mondo.

E sarebbe un errore considerare la vicenda americana una curiosità d’oltreoceano. Le idee politiche viaggiano. E le formule di legittimazione del potere viaggiano ancora più rapidamente. Le destre europee potrebbero essere tentate di apprendere la lezione di Trump, cioè di trasformare il cristianesimo in una religione civile, in un simbolo identitario, in un linguaggio di appartenenza e di esclusione.



Il cristianesimo, da fede universale e nutrimento per l’interiorità, rischia così di ridursi a un marcatore politico e culturale. Non importa tanto credere in Dio, quanto dichiarare di appartenere a una determinata civiltà e di opporsi a un’altra. Ma quando la religione cessa di essere una via alla trascendenza (per il credente) e diventa uno strumento di mobilitazione politica, non si rafforza la fede: si sacralizza la politica.

Il liberalismo nasce precisamente per impedire questo esito. Non perché sia ostile alla religione, ma perché diffida del potere. Sa che nessun uomo e nessun governo possono pretendere di possedere il monopolio del bene. E sa, soprattutto, che quando il Principe comincia a parlare il linguaggio della salvezza, la libertà è già entrata in una zona di pericolo.

Le società libere non hanno bisogno di un Dio di Stato e neppure di uno Stato che parli in nome di Dio. Hanno bisogno di cittadini liberi di credere, di non credere e di dissentire. Perché quando il Trono cerca l’Altare, è quasi sempre la libertà a pagare il conto.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.justice.gov/religious-liberty-commission/resources (pagina);
https://www.justice.gov/religious-liberty-commission/media/1450071/dl?inline (sintesi);
https://www.justice.gov/religious-liberty-commission/media/1449896/dl?inline (testo completo.

sabato 27 giugno 2026

Il termometro del Leviatano

 


Chi non soffre il caldo? Da sempre gli uomini cercano riparo dall’afa, dal gelo, dalle alluvioni e dalle altre intemperie della natura. La novità non è il caldo. La novità è che anche il caldo è diventato una questione politica.

Leggevamo nei giorni scorsi l’ultimo bollettino della Banca Centrale Europea (4/ 2026), che certifica, negli ultimi anni, una crescente presenza dell’intervento pubblico nell’economia. Il fenomeno non riguarda però soltanto l’economia. Esso investe ormai ogni aspetto della vita sociale. Anche il caldo.

Di fronte all’ondata di afa che ha investito l’Europa e l’Italia, il dibattito, complice l’allarmismo mediatico, si è immediatamente spostato sul terreno politico. Si invocano piani straordinari, ordinanze, tutele, protocolli, aiuti, interventi pubblici. Il cittadino si aspetta che lo Stato lo protegga non soltanto dalle minacce tradizionali, ma persino dagli effetti delle variazioni climatiche e meteorologiche.



Non interessa qui discutere se il fenomeno dipenda in misura maggiore dall’anticiclone africano, dal cambiamento climatico o da una combinazione di fattori. Interessa piuttosto osservare come qualsiasi evento naturale venga ormai interpretato come un problema che richiede una risposta politica.

L’unica conseguenza certa è l’ulteriore estensione della logica assistenziale. Si diffonde l’idea che ogni rischio debba essere eliminato e che ogni disagio debba essere compensato dall’intervento pubblico. Ma una società che non accetta più alcun margine di rischio è una società destinata a domandare sempre più Stato.

Eppure ogni richiesta di protezione ha un prezzo. Non soltanto economico. Ogni nuova tutela produce regole, controlli, procedure, apparati amministrativi. 

 


In altre parole, restringe, sia pure gradualmente, gli spazi dell’autonomia individuale. Per dirla metapoliticamente: si verifica una concentrazione di potere, eccessiva e nelle mani ovviamente di pochi.

Il vecchio Leviatano di Hobbes nasceva per proteggere gli uomini dalla guerra civile e dalla morte violenta. Quello contemporaneo sembra invece chiamato a proteggerli da ogni possibile disagio, perfino dal sole di giugno. Così il caldo si trasforma in una sorta di epidemia politica. Proliferano le cellule dello Stato Amministrativo, che promettono di ridurre il rischio e finiscono per estendere il proprio potere.

Il termometro non misura soltanto la temperatura. Misura anche, simbolicamente, l’espansione del Leviatano.

Carlo Gambescia

venerdì 26 giugno 2026

Costituente e memoria repubblicana

 



Fa una certa impressione vedere Ignazio La Russa celebrare gli ottant’anni dell’Assemblea Costituente. Non solo perché ricopra la seconda carica dello Stato: anzi, proprio per questo è del tutto naturale che lo faccia. Colpisce piuttosto il fatto che a rendere omaggio alla Costituente sia un uomo politico proveniente da una tradizione che, nel 1946, non avrebbe potuto riconoscersi in quell’evento.

Come interpretare questo fatto? È il segno di una definitiva riconciliazione nazionale? Oppure siamo entrati in quella “notte in cui tutte le vacche sono nere”, evocata da Hegel, nella quale le differenze storiche finiscono per dissolversi fino a diventare indistinguibili?



Chi scrive propende per una terza interpretazione. Fin dai tempi di Berlusconi, l’Italia sembra aver avviato un processo di progressiva integrazione della tradizione postfascista – nel senso dei fascisti dopo Mussolini – dentro il racconto della democrazia repubblicana. Non si tratta di riabilitare il fascismo storico, sconfitto nel 1945, ma di ricondurre anche i suoi eredi politici entro il perimetro della legittimità democratica.

Si dirà che la politica è l’arte del possibile e che le democrazie vivono anche di compromessi. La destra oggi al governo discende da quella tradizione; gli italiani l’hanno legittimata con il voto; pretendere che resti per sempre ai margini della memoria repubblicana sarebbe poco realistico. Da questo punto di vista, la celebrazione della Costituente da parte dei suoi esponenti appare quasi inevitabile.



Un dettaglio, tuttavia, merita attenzione. Alla cerimonia era presente anche il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che non è intervenuta. Come detto a rappresentare la maggioranza è stato Ignazio La Russa, a cui si attribuisce una collezione privata di busti del Duce. È probabilmente inutile esercitarsi nella dietrologia. Resta il dato politico: è stato il principale esponente della tradizione postmissina a rendere omaggio, a nome delle istituzioni, all’Assemblea Costituente.

Resta però un nodo storico che non dovrebbe essere rimosso. L’Assemblea Costituente nacque dalla sconfitta del fascismo e dalla crisi irreversibile della monarchia che lo aveva accompagnato. La cultura politica dei costituenti era profondamente antifascista, ben prima che il divieto di ricostituzione del partito fascista trovasse espressione nelle disposizioni transitorie e finali della Costituzione. L’antifascismo non fu un elemento accessorio: fu il terreno comune che rese possibile la nascita della Repubblica.



Oggi, ottant’anni dopo, assistiamo a qualcosa di nuovo. Anche la tradizione politica che per decenni è rimasta estranea a quel patto tende a farlo proprio, presentandosi come una delle eredi legittime della Costituzione.
Come abbiamo visto si tratta di un processo che può essere letto in due modi: come compimento della riconciliazione nazionale, oppure come segno di un progressivo appannamento della memoria storica. In ogni caso, ignorarlo sarebbe un errore.

La domanda, allora, non è se Ignazio La Russa abbia il diritto di celebrare la Costituente. Ce l’ha, e negarlo sarebbe assurdo. Il punto è un altro: quando anche una tradizione politica nata fuori da quel patto ne rivendica l’eredità, l’antifascismo resta ancora il fondamento identitario della Repubblica oppure diventa soltanto uno dei suoi capitoli storici?



Perché è vero che integrazione vi è stata, ma per larga parte degli storici si tratta di integrazione essenzialmente passiva: gli eredi del neofascismo non hanno imposto i propri simboli alla Repubblica, hanno piuttosto assunto,  però con riserva mentale, quelli della Repubblica.  

Mattarella ieri ha parlato della Costituzione come di un patto di amicizia e fraternità. Bene. Ma se nella memoria pubblica finiscono per convivere senza più distinzioni i costituenti, le Brigate Nere e la Decima MAS, allora la tentazione di Hegel torna a farsi sentire: la notte in cui tutte le vacche sono nere. 

Di nome e di fatto.

Carlo Gambescia

giovedì 25 giugno 2026

Due parole su Alemanno

 


Ci ha fatto pena Alemanno ieri. All’uscita dal carcere, più cronisti che seguaci. Mancavano soprattutto quelli che hanno fatto carriera con lui e che oggi, ormai potenti e vezzeggiati, stanno dalla parte di Giorgia Meloni ma che, se il vento dovesse cambiare, si dichiarerebbero immediatamente alemanniani o vannacciani di ferro.

A giudicare dalle immagini televisive, c’era un pugno di irriducibili, avanti con gli anni, nostalgici di quel fascismo-movimento, sociale, rivoluzionario, sansepolcrista. Molto idealizzato insomma. Il mito romantico del fascismo immenso e rosso.



Ci ha fatto pena l’uomo: appariva provato. Il “camerata” molto meno.

Di Alemanno non bisogna mai dimenticare che, all’interno di Alleanza Nazionale, fu l’interprete più coerente dell’ala sociale. Sembra che ora si sia messo con Vannacci. Qui va ricordato un libro-intervista del 2002, quando era il brillante ministro dell’Agricoltura, dedicato alla destra sociale. In quelle pagine sembrava aver sposato la causa di un normale welfarismo all’interno dello stato liberale, attenuando gli aspetti anticapitalisti, antiamericani e terzomondisti di certo fascismo sansepolcrista. L’introduzione di Giano Accame, intellettuale del dialogo e della mediazione, con la sua “retorica della transigenza”,  aiutava molto in questa direzione (*).



Come si dice, però, una rondine non fa primavera. E Alemanno sembra oggi tornato sui propri passi, riscoprendo Vannacci.

Il generale all'uscita ieri non c’era. E già questo è un segnale che, soprattutto a destra, marca simbolicamente una differenza. A nostro avviso la coabitazione sarà difficile e probabilmente non durerà.

Vannacci sembra rappresentare una destra dell’ordine, dell’autorità e della disciplina nazionale. Alemanno, cresciuto alla scuola di Rauti, di cui è genero, continua invece a muoversi entro la tradizione della destra sociale e movimentista, per la quale il fascismo fu soprattutto una rivoluzione incompiuta. I giudizi storici sottintesi sono differenti. Da una parte prevale la nostalgia dell’ordine e della forza dello stato; dall’altra il mito di una rivoluzione sociale tradita.

Si confrontano, in altre parole, il lato militarista e il lato rivoluzionario di una stessa tradizione politica. Una sorta di amicizia politica tra Graziani e Farinacci. Il primo portò a casa la pelle; il secondo finì fucilato. Entrambi furono a Salò.

Che il dibattito sulla destra italiana rischi oggi di ridursi all’asse Alemanno-Vannacci dice molto della povertà politica del momento. Anzi, per dirla tutta, del vicolo cieco nel quale si è cacciata l’Italia.



E se il futuro della destra dovesse davvero giocarsi tra un Alemanno inteschiato, un Vannacci inamidato che sembra uscito or ora da Palazzo Venezia, e i loro rapporti con Giorgia Meloni, il problema non sarebbe soltanto la destra. Sarebbe la conferma che la politica italiana non riesce più a produrre altro che varianti dello stesso passato.

E la sinistra? Continua a credere che tutto ciò sia un problema della destra. Balla sulle casse di dinamite.

Carlo Gambescia

 

(*) Sul punto, e come utile introduzione alle varie anime della destra, rinviamo al nostro, Retorica della transigenza. Giano Accame attrvaerso i suoi libri, Edizioni Il Foglio, 2019.