Avrebbero tentato di uccidere Joe Biden?
È una domanda impossibile da dimostrare, ma inevitabile da porsi. Non per indulgere al vizio sterile del controfattuale, ma per capire meglio ciò che sta accadendo oggi negli Stati Uniti. Perché il problema non è soltanto il terzo attentato contro Donald Trump in meno di due anni. Il problema è capire che cosa questo dice dell’America.
E qui bisogna evitare due errori speculari. Il primo è assolvere Trump, trattandolo come una semplice vittima del clima politico. Il secondo è considerarlo la prova che l’America è sempre stata questa: un Paese attraversato strutturalmente dalla violenza, dalla pulsione eliminatoria. Non è così. Donald Trump non è l’America. È una sua anomalia. Ed è importante dirlo, soprattutto oggi, per non cadere nella caricatura antiamericana che riduce tutta la storia degli Stati Uniti a una lunga e demoniaca continuità imperiale, aggressiva, violenta.
L’America è anche altro. È l’America che Alexis de Tocqueville aveva saputo cogliere quasi due secoli fa: il pluralismo sociale, la forza delle istituzioni intermedie, la cultura associativa, la capacità di trasformare il conflitto in competizione regolata. Una democrazia rumorosa, contraddittoria, imperfetta, con forti ma sane radici individualistiche, fondata su un principio decisivo: la legittimità reciproca. L’avversario è avversario, non nemico.
È precisamente questo principio che Trump ha incrinato.
Trump non ha inventato la polarizzazione americana. Sarebbe storicamente falso sostenerlo. Ma l’ha trasformata in metodo di governo. Ha costruito il proprio consenso sulla produzione continua di emergenza: il nemico interno, il nemico esterno, l’invasione, il tradimento, il complotto, le elezioni rubate, lo Stato profondo. Ha politicizzato la paura. E la paura, in politica, produce sempre due effetti: mobilitazione e radicalizzazione.
Richard Hofstadter, storico che i nostri lettori ormai conoscono, lo aveva spiegato con lucidità nel suo celebre saggio sullo “stile paranoide” della politica americana (*). Quella vena di paranoia — l’ossessione del complotto, il senso di accerchiamento, l’immaginazione persecutoria — è sempre esistita negli Stati Uniti. Ma, nelle fasi migliori della democrazia americana, è rimasta una corrente laterale, un margine patologico, non il centro del sistema. Trump ha fatto una cosa nuova: l’ha portata dentro il linguaggio presidenziale. L’ha resa grammatica politica quotidiana. Anzi, per dire meglio: retorica ufficiale dell'intransigenza.
Ed è qui che Trump fa la differenza.
La storia americana conosce bene la violenza politica. L’assassinio di Abraham Lincoln fu il prolungamento armato della guerra civile oltre la pace formale. Quello di John F. Kennedy maturò nell’America febbrile della Guerra fredda e della tensione razziale. Gli omicidi di Martin Luther King Jr. — leader politico e civile del movimento per i diritti civili — e di Robert F. Kennedy — allora candidato alle primarie democratiche — esplosero in un Paese attraversato dalla guerra in Vietnam, dalle rivolte urbane e dalla frattura generazionale. Anche gli attentati falliti appartengono a questa storia: basti pensare a George Wallace, candidato della destra segregazionista democratica, rimasto paralizzato dopo l’attentato del 1972, o al tentato omicidio di Ronald Reagan, che mostrò come la figura presidenziale continuasse a essere, anche nell’America post-Settanta, un bersaglio privilegiato della tensione politica e simbolica.
Ma tutti questi episodi maturarono dentro crisi storiche straordinarie: la guerra civile, la Guerra fredda, il conflitto razziale, il Vietnam e il post-Vietnam, e qui si pensi ai devastanti anni Settanta. Il caso Trump è diverso. Non siamo dentro una guerra civile, né in una guerra mondiale, né in una crisi sistemica comparabile al 1968. Eppure, in meno di due anni, Trump è stato bersaglio di tre attentati. È questo il dato politicamente nuovo.
Non significa che Trump sia responsabile della violenza contro di lui. Sarebbe una tesi rozza, moralistica e sbagliata. Significa però che Trump ha contribuito a costruire il clima simbolico dentro cui quella violenza diventa pensabile. Ed è sempre così che funziona. Gli attentati politici non nascono nel vuoto. Arrivano alla fine di una lunga radicalizzazione delle parole. Prima si delegittima, poi si demonizza, poi si costruisce l’idea che l’avversario rappresenti una minaccia esistenziale. E quando la politica diventa guerra simbolica, qualcuno, prima o poi, prova a trasformarla in guerra reale.
Qui sta il punto decisivo. Trump è insieme prodotto e acceleratore della crisi americana. Ma non coincide con l’America. L’America migliore è quella che lo precede e che, con ogni probabilità (si spera), gli sopravviverà: l’America di Tocqueville, non quella dello stile paranoide descritto da Hofstadter.
La tradizione democratica americana resta più forte delle sue patologie, ma ogni attentato — riuscito o fallito — ricorda che quelle patologie non scompaiono mai del tutto.
Trump non le ha create. Ha fatto qualcosa di peggio: le ha legittimate. E quando la paranoia entra nel linguaggio del potere, la violenza smette di essere una semplice deviazione. Diventa una possibilità politica. E quando una possibilità politica si ripete tre volte in meno di due anni, forse il problema non è soltanto chi preme il grilletto. Ma chi ha contribuito a rendere pensabile farlo.
Carlo Gambescia
(*) Sul testo di Hofstadter, qui : https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/06/lurlo-di-hegseth-quando-il-potere.html .


































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