La maggioranza ha approvato la nuova legge elettorale. L’ha chiamata “Stabilicum”, nome rassicurante, quasi una medicina contro l’instabilità cronica della politica italiana. Le opposizioni hanno risposto con “Melonellum”, nome meno rassicurante e più personalizzato. La consueta guerra delle etichette, insomma, nella quale ciascuno assegna all’avversario il nome che ritiene più adatto a screditarlo. Noi, e non è la prima volta, proveremo a guardare oltre le insegne (*)
La Camera ha dato il via libera definitivo l’8 ottobre, con 227 voti favorevoli e 164 contrari. Il testo è ora sottoposto al Presidente della Repubblica per la promulgazione. La riforma sostituisce il Rosatellum con un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità: alla lista o coalizione che risulti prima in entrambe le Camere e raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in ciascuna di esse spettano 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato. Se una sola delle condizioni viene meno anche in una Camera, il premio non scatta in nessuna delle due. I seggi del premio tornano allora nella ripartizione proporzionale. Il sistema prevede inoltre un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori per la formazione beneficiaria (**).
Fin qui la cronaca. Il problema politico, però, è un altro. La destra sostiene che chi vince debba poter governare. Qui solleviamo qualche dubbio. In una democrazia parlamentare, infatti, vincere le elezioni non significa ricevere una cambiale in bianco, né tanto meno acquisire il diritto di stabilire a proprio vantaggio le condizioni delle elezioni successive.

La stabilità è un bene, ma non è il bene supremo. Altrimenti si finisce per confondere la durata di un governo con la qualità della democrazia: due cose che possono andare insieme, ma anche dividersi. Un esecutivo può durare cinque anni – come ad esempio strombazza Giorgia Meloini – senza che, per questo solo fatto, il Parlamento sia più autorevole, i cittadini meglio rappresentati o i partiti più aperti alla concorrenza.
La governabilità è una necessità politica; non è una licenza istituzionale di caccia all’elettore.
Si rifletta. Il 42 per cento non è la maggioranza assoluta degli elettori. Può diventare, attraverso il premio, una maggioranza parlamentare capace di sostenere il governo. È precisamente questo il senso del meccanismo, ma è anche il suo costo in termini di rappresentanza.
La maggioranza replica che senza un simile correttivo si rischiano governi fragili, trattative interminabili e maggioranze costruite dopo il voto. In realtà. la vera stabilità democratica non si misura soltanto dalla durata dei governi o dalla frequenza del loro avvicendamento. Si misura anche, e soprattutto, dalla condivisione delle regole del gioco. Una legge elettorale dovrebbe essere il più possibile il risultato di un accordo tra le forze politiche, perché stabilisce le condizioni della competizione e non dovrebbe diventare l’arma con cui la maggioranza di turno cerca di garantirsi quella successiva.

Un dato merita una riflessione: nella Prima Repubblica (1948-1993) il sistema elettorale rimase sostanzialmente proporzionale per quasi mezzo secolo, fatta eccezione per la breve parentesi della legge del 1953, il cui premio di maggioranza non scattò e che fu abrogata l’anno successivo. Dall’inizio della Seconda Repubblica siamo arrivati, con lo Stabilicum, alla quinta grande formula elettorale nazionale. Qualcosa non funziona. E non è soltanto una questione di ingegneria istituzionale: è un problema di stabilità condivisa delle regole. Si può anche fabbricare una maggioranza parlamentare più ampia; assai più difficile è fabbricare, per legge, la fiducia degli sconfitti nel sistema che li ha sconfitti.
E poi c’è il metodo. Il governo ha posto la questione di fiducia sui primi tre articoli della riforma. La fiducia è uno strumento previsto dal nostro ordinamento e non costituisce, di per sé, una violazione delle regole. Ma utilizzarla su una legge elettorale, cioè sulle norme che regolano la competizione fra gli stessi partiti presenti in Parlamento, solleva un problema politico particolarmente delicato.
La delicatezza è accresciuta dal fatto che l’articolo 72 della Costituzione riserva alle leggi elettorali la procedura normale di esame e approvazione diretta da parte della Camera. La questione di fiducia non determina automaticamente una violazione costituzionale, ma rende ancora più importante verificare che il procedimento seguito abbia rispettato le garanzie previste per questa materia.

Qui non si discute di una misura ordinaria di governo: si decide, almeno in parte, con quali regole il potere verrà nuovamente conteso.
Il punto non è sostenere che una legge elettorale debba necessariamente essere approvata all’unanimità. Sarebbe una pretesa irrealistica. Le regole della competizione, però, dovrebbero godere di un consenso più largo della maggioranza che, in quel momento, dispone dei numeri per imporle. Non perché l’opposizione debba avere un diritto di veto, ma perché chi governa oggi potrebbe trovarsi domani dall’altra parte della barricata.
La prudenza istituzionale serve proprio a questo: a impedire che la convenienza del momento diventi il principio permanente del sistema. Il che ci riporta alla metafora ruspante che Corrado Guzzanti, imitando modi ed eloquio dell’Onorevole Di Pietro, attribuiva all’uomo politico molisano: “Allora qua mi sembra sempre che è come quando giochi a carte e tre tre coppe in mane e vince coppe, poi quando tocca a te quello dice: «No, adesso valgono le spade!». Ma come? Quando faceva comodo a te era coppe, mo che è il cittadino che tiene le coppe, valgono le spade?” (***) .

Il nome “Stabilicum”, del resto, non risolve la questione della rappresentanza. Le preferenze vengono reintrodotte, ma solo in parte: l’elettore può esprimere fino a tre preferenze, purché per candidati di sesso diverso, mentre il capolista rimane bloccato. Dunque il cittadino può scegliere alcuni candidati, ma non il primo della lista. Nonostante, l’entusiasta titolone de “il Giornale” (tipo “Venghino, siori, venghino”), una larga quota della selezione resta affidata ai partiti. La riforma offre una possibilità in più, senza cancellare il potere delle segreterie nella composizione delle liste.
Non è un dettaglio. Da anni i partiti italiani parlano di restituire ai cittadini la scelta dei propri rappresentanti, salvo poi conservare strumenti che permettono agli apparati di controllare una parte rilevante delle candidature. La preferenza è un passo, ma non basta a risolvere il problema. Se la selezione dei candidati resta in parte nelle mani dei vertici, il rapporto fra elettore ed eletto continua a essere mediato dall’organizzazione partitica. E il parlamentare, anziché sentirsi anzitutto responsabile verso chi lo ha votato e verso la nazione che rappresenta, rischia di dipendere dalla benevolenza di chi gli ha aperto la porta.
C’è poi un’altra disposizione che merita attenzione, diciamo, per il momento, anti-Vannacci: l’aumento delle firme richieste alle formazioni prive dei requisiti di rappresentanza parlamentare. Per queste liste la soglia sale da 1.500 a 6.000 firme per collegio. La maggioranza dichiara di voler contenere la frammentazione. Anche qui il fine può essere ragionevole: una proliferazione incontrollata di liste non aiuta necessariamente la rappresentanza. Ma una barriera all’ingresso così più onerosa per chi è fuori dal Parlamento rischia di consolidare il vantaggio di chi è già dentro.

Il problema non è difendere ogni partitino, né immaginare che qualunque formazione politica abbia diritto a un posto in Parlamento. La democrazia è concorrenza politica; e la concorrenza, se le regole favoriscono stabilmente gli operatori già presenti, rischia di diventare una gara nella quale alcuni partono con un vantaggio incorporato.
C’è poi l’indicazione preventiva del candidato alla presidenza del Consiglio da parte delle liste o coalizioni. La scelta rende più riconoscibile l’offerta politica e il collegamento tra voto e aspirazione alla guida del governo. Ma rischia anche di personalizzare ulteriormente la competizione elettorale. Soprattutto, non va confusa con l’elezione diretta del premier: la forma parlamentare resta in piedi e la nomina del presidente del Consiglio continua a spettare al Capo dello Stato, secondo la Costituzione. La nuova indicazione politica non cancella, dunque, le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.
Ultima, ma non ultima questione: la rappresentanza di genere. Le quote previste dalla legge possono favorire pari opportunità nelle candidature, ma non bastano a garantire un’effettiva parità di accesso agli incarichi elettivi, soprattutto in presenza di capilista bloccati. Anche su questo terreno, la parità formale non deve diventare un alibi per ignorare le disuguaglianze sostanziali.
Ma veniamo alla sinistra. E qui la critica deve diventare meno comoda.
La destra come abbiamo visto ha responsabilità precise. L’opposizione, dal canto suo, ha contestato il provvedimento, denunciandone la convenienza politica e prospettando possibili profili di incostituzionalità. In realtà, al di là dei proclami, non esiste un ricorso diretto alla Corte costituzionale attivabile dai partiti per il solo fatto che una legge sia stata approvata. La questione può arrivare alla Corte attraverso un giudizio concreto, quando un giudice ritenga rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale. Per metterla tecnicamente: la denuncia politica, insomma, non equivale ancora a un’iniziativa processuale ammissibile.
Ma, comunque sia, la denuncia non equivale a una proposta. E, soprattutto, non equivale a una proposta liberale.

Ovviamente, il testo dovrà essere prima promulgato da Sergio Mattarella, che non è un notaio incaricato di registrare la volontà della maggioranza, ma un organo costituzionale di garanzia. Il Capo dello Stato può rinviare una legge alle Camere con messaggio motivato chiedendo una nuova deliberazione; se le Camere la approvano nuovamente, deve però promulgarla. Dunque non esiste un misterioso “veto Mattarella”. Esiste una prerogativa costituzionale, che il Presidente potrà valutare alla luce del testo e dei suoi eventuali profili problematici. Resta da vedere se riterrà di esercitarla.
Dove si trova, intanto, un progetto organico dell’opposizione che affronti insieme la governabilità, la rappresentanza, la scelta degli eletti, la libertà del parlamentare e l’accesso delle nuove forze alla competizione? Dove una piattaforma comune che non si limiti a respingere il testo della maggioranza, ma indichi quale sistema alternativo si intende costruire e con quali garanzie?
Non basta nemmeno invocare genericamente il proporzionale. Un sistema proporzionale puro può rappresentare con maggiore fedeltà la pluralità dei voti, ma può anche produrre frammentazione e rendere più difficili le decisioni. Un sistema maggioritario può favorire la formazione di governi sostenuti da maggioranze parlamentari riconoscibili, ma può comprimere la rappresentanza delle minoranze. Il problema liberale consiste nel trovare un equilibrio ragionato, non nel trasformare una formula elettorale in un feticcio.
Un’alternativa organica dovrebbe partire da alcuni principi riconoscibili, almeno tre. Primo: le regole elettorali dovrebbero essere approvate sulla base di un consenso parlamentare largo, se non larghissimo. Secondo: il sistema deve garantire che la minoranza di ieri, grazie alla libertà effettiva dell’elettore nella scelta dei propri rappresentanti, possa diventare la maggioranza di domani. Terzo: per prevenire le ruspanti obiezioni alla Antonio Di Pietro si potrebbe costituzionalizzare almeno l’ossatura della legge elettorale, prevedendo una procedura aggravata per modificarla. L’obiettivo sarebbe sottrarre le regole del gioco alla convenienza della maggioranza di turno, senza trasformarle in un monumento intoccabile.
È questo il terreno sul quale una sinistra che si proclami democratica e riformatrice dovrebbe misurarsi. Non basta opporre alla stabilità la rappresentanza, come se l’una escludesse l’altra; e non basta neppure accettare che la stabilità venga ottenuta a spese della contendibilità del potere.
La questione, in fondo, è liberale prima ancora che partitica. Il potere deve poter essere esercitato, ma deve anche poter essere contestato, limitato e sostituito. Il governo ha bisogno di una maggioranza; la democrazia ha bisogno di un’opposizione capace di diventare maggioranza. E il Parlamento non è un fastidioso passaggio burocratico fra il voto e le decisioni dell’esecutivo: è il luogo nel quale le differenze politiche si rendono visibili, si confrontano e possono correggere le scelte di chi governa.

In sintesi: la destra non può pretendere che la propria idea di stabilità diventi, per il solo fatto di avere i numeri, la misura definitiva della democrazia. La sinistra non può limitarsi a denunciare il vantaggio dell’avversario senza dimostrare di possedere un progetto alternativo.
Ripetiamo: la libertà politica non si misura dalla durata di chi governa, ma dalla possibilità concreta di mandarlo a casa. Tutto il resto, comprese le etichette in “-icum”, viene dopo. Anzi, non dovrebbe venire proprio.
Carlo Gambescia
(*) In passato abbiamo dedicato alla questione almeno quattro articolo: : 1) https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/05/legge-sul-premierato-melonismo-sonagli.html; 2) https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/06/premierato-le-menzogne-di-giorgia-meloni.html ; 3) https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/02/ci-risiamo-governi-e-leggi-elettorali.html; 4)https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/05/riforma-elettorale-e-democrazie.html .
(**) Testo della proposta di legge sul sito della Camera dei deputati: https://www.camera.it/leg19/995?back_to=&codice=leg.19.pdl.camera.2822.19PDL0213710&idLegislatura=19&sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl .
(***) Una delle imitazioni più riuscite di Corrado Guzzanti. Qui: https://www.youtube.com/watch?v=LACKj-mLvNU (0:06).






























