venerdì 10 luglio 2026

Il comunismo è morto. Lo statalismo no

 


Ogni tanto Donald Trump torna a evocare il comunismo come il nemico assoluto. Una “trumpata”, diranno i suoi avversari. E probabilmente, conoscendo il personaggio, c’è anche una buona dose di propaganda. Del resto, la sinistra ribatte che il comunismo è da sempre il fantasma agitato dai ricchi per difendere privilegi e patrimoni.

La polemica, tuttavia, sfiora appena il problema. Perché il vero avversario della società libera non è il comunismo come regime storico. Quello, almeno in Occidente, appartiene ormai ai libri di storia. Il vero pericolo è una mentalità che il comunismo ha certamente incarnato, ma che non gli appartiene in esclusiva: lo statalismo.

Comunismo e fascismo sono stati esperienze diverse, persino nemiche. Eppure hanno condiviso un presupposto fondamentale: la convinzione che lo Stato possa e debba modellare la società, correggere gli individui, indirizzarne i comportamenti, decidere quali fini siano degni di essere perseguiti. Cambiano i miti, cambiano le bandiere, ma resta identica la fede nello Stato come artefice della felicità collettiva.



Questa mentalità si fonda su un’idea di uguaglianza che non riguarda i punti di partenza, bensì quelli di arrivo. Non basta garantire a tutti le stesse regole: bisogna assicurare risultati il più possibile simili. E poiché gli uomini sono diversi per capacità, aspirazioni, fortuna e impegno, qualcuno dovrà inevitabilmente intervenire per correggere tali differenze. Quel qualcuno è lo Stato.

Dalle imposte alla regolazione, dai sussidi ai divieti, fino alle sanzioni più severe, lo Stato viene progressivamente investito del compito di redistribuire non soltanto il reddito, ma anche le opportunità, i comportamenti e perfino le aspettative individuali. È un processo che nasce spesso con le migliori intenzioni, ma che tende naturalmente ad allargarsi. Ogni problema sociale diventa un problema pubblico; ogni difficoltà individuale richiede una nuova legge, un nuovo ufficio, una nuova tassa.



Naturalmente esiste un compromesso storico che si chiama Stato sociale. Esso rappresenta uno dei grandi risultati della civiltà liberale, purché rimanga compatibile con una società capace di produrre ricchezza. Il problema nasce quando il welfare cresce più rapidamente dell’economia che dovrebbe sostenerlo. Se la pressione fiscale e la regolazione diventano eccessive, finiscono per scoraggiare proprio quella produzione di ricchezza dalla quale dipendono le politiche sociali. Seguono crisi fiscali, riforme, correzioni, tagli e nuovi aumenti d’imposta, in un equilibrio sempre più precario che lascia scontenti quasi tutti.

Lo statalismo, dunque, non è una dottrina confinata alla sinistra. Può assumere forme socialiste, nazionaliste, populiste, tecnocratiche o persino ambientaliste. Cambiano le motivazioni, non il meccanismo: attribuire allo Stato responsabilità sempre più vaste e sottrarre progressivamente spazio alla responsabilità individuale e alla società civile.

In fondo, lo statalismo è una tentazione antropologica prima ancora che politica. Gli uomini cercano sicurezza molto più spesso di quanto cerchino libertà. Delegare è più semplice che decidere; obbedire è meno faticoso che assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Per questo ogni epoca inventa nuove ragioni per ampliare il potere dello Stato e fare della libertà una semplice scimmia del potere.



L’esperimento liberale, tra l’altro senza ritenersi tale, nato spontaneamente in Occidente tra Sei e Settecento, rappresenta forse il più audace tentativo di invertire questa tendenza. Non promette uomini migliori né una società perfetta. Si limita a una scommessa, tanto semplice quanto rivoluzionaria: che individui liberi, sottoposti a regole generali e uguali per tutti, siano in grado di costruire un ordine sociale più prospero e più giusto di quello progettato dall’alto.

È una scommessa difficile, perché chiede responsabilità invece di protezione, autonomia invece di dipendenza, rischio invece di tutela permanente. Ma è anche l’unica che, finora, abbia consentito di conciliare libertà politica, benessere economico e pluralismo sociale. E si badi, la teorizzazione liberale vera e propria è venuta dopo, non prima. E sulla base dei risultati.



Certo, una società libera non può esistere senza uno Stato capace di garantire la difesa esterna, la sicurezza interna e il rispetto delle regole comuni. Il problema nasce quando lo Stato smette di essere arbitro e pretende di diventare il protagonista della vita sociale. Quando non si limita più a proteggere la libertà, ma vuole organizzarla, distribuirla e perfino sostituirsi ad essa.

È in quel momento che lo Stato si trasforma, poco alla volta, in Stato padrone. E lo statalismo, qualunque sia il colore politico con cui si presenta, diventa il vero nemico della libertà.

Carlo Gambescia

giovedì 9 luglio 2026

Ranucci e le contraddizioni del giornalismo investigativo

 


Il caso Ranucci pone interrogativi che vanno oltre la vicenda giudiziaria. C’è naturalmente il versante processuale, sul quale è doveroso attendere che sia la magistratura a fare piena luce. Ma c’è anche un aspetto meno discusso, che riguarda il mestiere stesso del giornalista investigativo.

Il danno alla reputazione di Sigfrido Ranucci è, in una certa misura, già nei fatti. Lo stesso giornalista ha raccontato di aver considerato Valter Lavitola un amico. Una circostanza che induce a ritenere che non immaginasse ciò che oggi gli viene contestato. Tuttavia, agli occhi dell’opinione pubblica, quella relazione personale è destinata a pesare, indipendentemente dagli sviluppi processuali. Per non parlare della stampa di destra, ben felice di poter demolire il “mito” Ranucci, cavaliere senza macchia e senza paura.



Il punto, però, è un altro. Il giornalismo investigativo vive di una contraddizione che raramente viene messa in evidenza.

Per ottenere informazioni, il giornalista deve frequentare ambienti opachi, costruire rapporti di fiducia con persone discutibili, ascoltare faccendieri, intermediari, uomini d’affari, politici, talvolta persino criminali o ex criminali. È così che nascono molte inchieste.

Si pensi a Lavitola. Figure come la sua sono il prodotto di una particolare grammatica nascosta del potere. Non governano direttamente, ma operano ai margini dei centri decisionali: fanno da tramite, aprono porte, trasmettono messaggi, costruiscono relazioni. È proprio in questa posizione intermedia che accumulano un patrimonio di conoscenze spesso superiore a quello di molti protagonisti ufficiali della politica.

Non è un caso che un personaggio del genere si muovesse anche in luoghi simbolici delle élite romane. Il suo ristorante a Monteverde Vecchio, in via dei Quattro Venti, si trovava in un quartiere tradizionalmente associato alla borghesia progressista e ai suoi circuiti di relazioni. Un dettaglio apparentemente marginale, ma rivelatore di quella zona grigia dove politica, giornalismo, affari e mondanità spesso finiscono per incontrarsi.



Pertanto, chi pretendesse un giornalista sempre distante e immacolato finirebbe per pretendere un giornalista incapace di scoprire alcunché.

Ma questa è anche la debolezza strutturale del giornalismo investigativo. È questa, appunto, la sua contraddizione.

La vicinanza alle fonti, indispensabile per lavorare, può trasformarsi in prossimità personale. Il rapporto professionale può evolvere in amicizia, simpatia, consuetudine. E quando questo accade il rischio non è soltanto reputazionale. È anche quello di perdere, magari inconsapevolmente, una parte del necessario distacco critico.

Per questa ragione il giornalismo investigativo non dovrebbe essere mitizzato. Svolge una funzione essenziale in una società libera, ma non è depositario di una speciale superiorità morale. Osservato in prospettiva metapolitica, anch’esso è un’istituzione sociale, con i suoi vincoli, i suoi interessi, le sue reti relazionali e le sue inevitabili ambiguità.


Il caso Ranucci lo ricorda con forza. Non perché dimostri errori o responsabilità del giornalista, cosa che oggi nessuno può affermare, ma perché mostra quanto sottile sia il confine tra la necessità professionale di coltivare una fonte e il rischio di esserne, almeno sul piano dell’immagine, inevitabilmente coinvolti.

In fondo, il giornalismo investigativo paga il prezzo del suo stesso metodo. Per conoscere il lato oscuro del potere deve avvicinarsi ad esso. E chi si avvicina troppo al fuoco, anche senza bruciarsi, finisce quasi sempre per portarne addosso l’odore.

Carlo Gambescia

mercoledì 8 luglio 2026

La democrazia liberale non è un patto suicida


Da oltre due secoli i nemici della democrazia liberale ripetono la stessa accusa: “Se credete davvero nella libertà, dicono, dovete concederla a tutti. Nessuna esclusione. Nessuna discriminazione. Nessun limite. Altrimenti siete incoerenti”.

Questa critica accompagna il liberalismo fin dalla sua nascita. Già dopo la Rivoluzione francese i pensatori controrivoluzionari, come  Joseph de Maistre, accusavano i liberali di predicare una libertà destinata a dissolvere ogni autorità.

Nell’Ottocento l’obiezione fu ripresa dagli anarchici e da una parte del socialismo rivoluzionario. Nel Novecento sarebbe stata rilanciata dai fascisti e dai comunisti, convinti che la democrazia liberale fosse troppo debole per impedire la propria distruzione.



Oggi riaffiora, in forme diverse, nei movimenti e nei partiti populisti e parafascisti, o comunque in quanti sostengono che il fascismo “abbia fatto anche cose buone” o ne minimizzano la natura criminale. Pur muovendo da prospettive molto differenti, tutti finiscono per rivolgere al liberalismo la medesima obiezione: “Se escludete qualcuno, siete voi gli illiberali”. Cambiano gli interpreti; il copione resta sempre lo stesso.

È un’obiezione antica, apparentemente ineccepibile. Eppure profondamente sbagliata. In questi giorni ne abbiamo avuto due esempi.

Il primo riguarda la vicenda di Marine Le Pen. Sul “Tempo”, Daniele Capezzone denuncia quello che considera un tentativo della magistratura, sostenuta dalla politica francese, di impedire alla leader del Rassemblement National di partecipare alle prossime elezioni. L’argomento è semplice: in democrazia tutti devono poter concorrere al giudizio degli elettori.

Il punto, tuttavia, non è la persona di Marine Le Pen, ma la natura della tradizione politica da cui proviene il suo partito. Il Rassemblement National discende infatti dal Front National, fondato da Jean-Marie Le Pen, nel quale confluirono esponenti della destra nazionalista radicale, anche di matrice collaborazionista e neofascista. Marine Le Pen ha avviato una strategia di normalizzazione del partito, ma il dibattito sulla reale discontinuità rispetto a quella tradizione resta aperto.



Il secondo esempio viene dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha salutato con favore la decisione della Fiera Più libri più liberi di rinunciare al cosiddetto “patentino antifascista”, sostenendo che la cultura debba rimanere uno spazio aperto al pluralismo, senza filtri ideologici.

Due casi diversi, naturalmente. Ma accomunati dalla medesima idea: una società liberale sarebbe davvero tale solo se rinunciasse a distinguere tra chi accetta le regole del gioco e chi, invece, intende abolirle.

È proprio qui che nasce l’equivoco.

La democrazia liberale non è fondata sulla libertà assoluta, bensì sulla libertà regolata dal diritto. Non garantisce qualunque comportamento, ma soltanto quelli compatibili con la convivenza civile. Nessuno pensa che, in nome della libertà individuale, si debba riconoscere ai criminali il diritto di delinquere. La società si difende. E lo stesso vale per la criminalità politica.

Perché il fascismo storico non è stato un’opinione politica. È stato un sistema di criminalità politica organizzata e istituzionalizzata. Lo squadrismo, gli omicidi politici, la soppressione delle libertà costituzionali, il Tribunale speciale, il confino, la polizia politica, le leggi razziali: non furono semplicemente “idee”, ma reati trasformati in istituzioni dello Stato.



È questa la differenza fondamentale che oggi si tende troppo spesso a dimenticare. Si finisce così per giudicare il fascismo con un criterio morale che non applichiamo a nessun’altra forma di criminalità: come se alcuni delitti potessero essere compensati da qualche opera pubblica o da presunti meriti amministrativi. Ma nessuno assolve un’organizzazione criminale perché, incidentalmente, abbia prodotto anche qualche beneficio.

Nella democrazia liberale esistono gli avversari e i nemici.

Gli avversari possono professare le idee più diverse. Ciò che li accomuna è il riconoscimento delle regole del gioco liberal-democratico: cercano il consenso, accettano il pluralismo, rispettano il verdetto delle urne e i limiti imposti dallo Stato di diritto.

I nemici, invece, considerano la democrazia un semplice strumento. Partecipano al gioco finché conviene; una volta conquistato il potere, cambiano le regole, eliminano gli avversari e sopprimono proprio quelle libertà che hanno consentito loro di vincere. In Italia, l’evoluzione del Movimento Sociale Italiano e delle sue successive trasformazioni è stata interpretata da parte della scienza politica come una forma di “integrazione passiva”: un progressivo inserimento nel sistema democratico senza una piena elaborazione critica dell’esperienza fascista.



La storia europea del Novecento lo dimostra con impressionante chiarezza. Per questo le democrazie liberali hanno sempre previsto strumenti di autodifesa. La Costituzione italiana vieta la ricostituzione del partito fascista. La Germania può dichiarare incostituzionali i partiti che attentano all’ordine democratico e liberale. Non è una contraddizione del liberalismo. È una delle condizioni della sua sopravvivenza. Nessun ordinamento giuridico riconosce il diritto di distruggere se stesso. La democrazia liberale non fa eccezione.

Karl Popper lo spiegò con una formula divenuta celebre: una tolleranza illimitata conduce alla scomparsa della tolleranza stessa. Se una società tollera senza limiti chi vuole distruggerla, finirà inevitabilmente per essere distrutta.

È il cosiddetto “paradosso della tolleranza”. Ma, a ben vedere, non c’è alcun paradosso. È semplice buon senso politico.

Quando Alessandro Giuli afferma che la cultura deve essere aperta a tutti, enuncia un principio in sé condivisibile. Ma una manifestazione culturale non è una piazza pubblica né un servizio universale. È il frutto della libera iniziativa di soggetti privati che perseguono un determinato progetto culturale. Anche questa è libertà. Pretendere che qualsiasi organizzazione debba ospitare chiunque significherebbe negare proprio quella libertà di associazione che il liberalismo tutela.

Quanto alla politica, nessuno mette in discussione il principio secondo cui le competizioni elettorali debbano essere aperte. Ma questo principio non può trasformarsi nel diritto di utilizzare le istituzioni democratiche per demolire la democrazia stessa.

 


I nemici del liberalismo conoscono bene questa obiezione. Per questo insistono da oltre due secoli sulla medesima accusa: se escludete qualcuno, siete voi gli illiberali.

È vero il contrario. Una democrazia liberale che rinunciasse a difendersi, in nome di una neutralità assoluta, cesserebbe presto di essere liberale. Diventerebbe soltanto una società disarmata.

La democrazia liberale non è un patto suicida. Non è tenuta a consegnare le chiavi di casa a chi è venuto per incendiarla. Difendere la libertà non significa spalancare la porta ai suoi nemici; significa impedire che siano loro, un giorno, a chiuderla dall’interno.

Carlo Gambescia

martedì 7 luglio 2026

Trump, il calcio e le regole del gioco

 


La notizia ha fatto il giro del mondo. Donald Trump telefona alla Fifa e ottiene la revoca della squalifica di un attaccante americano alla vigilia di una partita decisiva. Giornali e commentatori sono indignati: anche il calcio, dicono, è finito nelle mani della politica.

In realtà, la sorpresa è un’altra: che ci si sorprenda.

La storia insegna che il potere politico, soprattutto quando assume tratti autoritari, ha sempre avuto una particolare attrazione per lo sport. Il motivo è semplice. Lo sport mobilita passioni, costruisce identità collettive, suscita un senso di appartenenza che la politica, da sola, spesso non riesce più a creare.Dove non arriva la politica, prova ad arrivare il calcio.



Mussolini lo aveva capito perfettamente. Favorì la nascita dell’AS Roma per dare alla capitale una grande squadra e trasformò i Mondiali del 1934 in una gigantesca operazione di propaganda nazionale.

Hitler, a sua volta, fece delle Olimpiadi di Berlino una celebrazione del mito ariano. Non riuscì mai a perdonare il trionfo di Jesse Owens, l’atleta nero che, con quattro medaglie d’oro, demolì davanti al mondo l’ideologia della superiorità razziale.

L’Unione Sovietica non si comportò diversamente. Dalle Olimpiadi ai mondiali di scacchi, ogni vittoria sportiva doveva dimostrare la superiorità del socialismo reale. Gli atleti erano soldati in tuta e le medaglie diventavano argomenti ideologici.

Anche la Cina contemporanea considera lo sport una questione di prestigio nazionale. Dai Giochi olimpici di Pechino agli enormi investimenti nelle discipline capaci di produrre medaglie, lo sport è parte integrante del progetto di grandezza del Paese e della legittimazione del potere del Partito comunista.



In fondo, per ogni regime dittatoriale, lo sport è una cosa troppo importante per essere lasciata alle sue regole. Deve essere guidato, indirizzato, piegato alla Ragion di Stato.

È la stessa logica che attraversa tutta la cultura populista e sovranista contemporanea: il capo si considera al di sopra delle procedure perché ritiene di incarnare direttamente la volontà del popolo.

Ed è qui che il caso Trump diventa interessante.

Naturalmente, gli Stati Uniti non sono una dittatura (almeno per ora) e Trump non è Mussolini né Stalin. Ma il riflesso politico è sorprendentemente simile: l’idea che una telefonata del leader possa correggere una decisione disciplinare presuppone una concezione del potere molto precisa. Il capo si considera al di sopra delle procedure perché ritiene di incarnare direttamente il popolo e l’interesse nazionale.

È esattamente il contrario della concezione liberale dello sport.

In una società libera, il calcio è una straordinaria metafora della democrazia costituzionale. Nessuno è al di sopra del regolamento. Non lo sono i giocatori, non lo sono i dirigenti, non lo è il pubblico e non dovrebbe esserlo neppure il presidente degli Stati Uniti.

Le regole precedono i vincitori. L’arbitro può sbagliare, le sanzioni possono apparire ingiuste, le decisioni possono essere contestate. Ma esistono procedure, ricorsi, organismi indipendenti. Proprio come in uno Stato di diritto.



La società liberale accetta una cosa che i regimi dittatoriali faticano a comprendere: si può perdere. Si può perfino subire una decisione ritenuta ingiusta. Ma non per questo si cambiano le regole.

La dittatura, invece, ragiona diversamente. Le regole non sono un limite al potere; sono uno strumento del potere. E se ostacolano il capo, si cambiano. Se impediscono la vittoria, si sospendono. Se intralciano l’interesse nazionale, si aggirano.

Per questo il calcio è molto più di un gioco. È uno dei pochi luoghi della vita moderna in cui milioni di persone accettano spontaneamente una verità profondamente liberale: si può vincere o perdere, ma nessuno deve poter cambiare le regole a partita iniziata.



Le dittature vogliono vincere le partite. Le democrazie liberali vogliono salvare le regole che permettono di giocarle.

Quando un leader politico pretende di riscriverle in nome della nazione, il problema non è il pallone. Il problema è la libertà.

Carlo Gambescia

lunedì 6 luglio 2026

L’insostenibile leggerezza del disarmo

 


Donald Trump ha umiliato ancora una volta Giorgia Meloni. E non è un incidente diplomatico. È una lezione di politica internazionale.

Il sarcasmo del presidente americano – «serve un ordine restrittivo», che presenta Giorgia Meloni come una molestatrice fuori controllo – è perfettamente coerente con la sua visione del mondo, fondata sulla forza, sulla gerarchia, sul disprezzo per chi appare debole o dipendente. Una visione che, per molti aspetti, richiama le culture politiche autoritarie del Novecento e presenta alcune analogie con il fascismo storico.

Anche il rapporto con le donne non sfugge a questa logica. Il fascismo le concepiva essenzialmente come madri e riproduttrici, figure subordinate a un ordine maschile e gerarchico. Basta rivedere “Una giornata particolare” o sfogliare le riviste del Ventennio per ritrovare quell’immaginario.



Giorgia Meloni, che ha investito molto sul rapporto personale con Trump e che in più occasioni ha cercato di presentarsi come una sua interlocutrice privilegiata in Europa, scopre oggi una verità elementare: nel mondo del magnate non esistono amici. Esistono soltanto rapporti di forza. O si è padroni o si è subordinati.

E questa è la vera notizia.

Perché il problema non riguarda soltanto Meloni. Riguarda l’Europa intera. Per decenni il continente ha coltivato l’illusione di poter vivere in una sorta di paradiso post-storico, protetto dall’ombrello americano e dispensato dal doversi occupare seriamente della propria difesa. Ha progressivamente ridotto il peso della questione militare, delegando gran parte della propria sicurezza agli Stati Uniti.

Quel mondo non esiste più.



Dalla Russia alla Cina, dal Medio Oriente al ritorno della politica di potenza, le relazioni internazionali sono tornate a essere ciò che sono sempre state: competizione, interessi, deterrenza, forza. Proprio ieri Vladimir Putin ha rivolto nuovi e duri avvertimenti alla Polonia, ricordando a tutti che la minaccia della guerra nel cuore dell’Europa non appartiene ai libri di storia.

Non è un caso che il vertice Nato di Ankara si apra sotto il segno di uno slogan significativo: «Un’Europa più forte in una Nato più forte». Dietro la formula diplomatica si nasconde una realtà ben più profonda. Come ha ammesso una fonte alleata citata dall’ANSA, a Bruxelles si è ormai radicata una convinzione impensabile fino a pochi anni fa: se la Russia dovesse attaccare, gli europei potrebbero dover cavarsela da soli (*).

È una frase destinata a segnare un’epoca.

Perché certifica la fine dell’Europa post-storica, l’Europa convinta che il commercio, il diritto internazionale e le buone intenzioni fossero sufficienti a garantire la pace.

Trump lo ha capito, a modo suo. E proprio per questo è inutile scandalizzarsi. Sarebbe più utile prendere atto della realtà.



L’Italia, da sola, non conta abbastanza. E nessun Paese europeo, preso singolarmente, è in grado di competere con le grandi potenze del XXI secolo.

Serve dunque un’Europa unita. Ma unita davvero: politicamente, diplomaticamente e militarmente. Un’Europa capace di difendere i propri interessi e i propri valori. Un’Europa che non dipenda dalla benevolenza di Washington né dai capricci del suo inquilino.

L’autonomia strategica europea non è il contrario dell’atlantismo. È, al contrario, la condizione perché l’atlantismo possa sopravvivere nell’era di Trump.

Il vertice di Ankara sembra averlo compreso. L’emergere di un nucleo europeo della sicurezza – con Germania, Polonia, Francia, Regno Unito e forse Italia chiamati ad assumere maggiori responsabilità – va precisamente in questa direzione.

 


Perché nel mondo che sta nascendo il disarmo non è una virtù. È un lusso che i deboli pagano molto caro.

E la storia, purtroppo, insegna una lezione semplice: chi non è in grado di farsi rispettare finisce, prima o poi, per essere costretto a obbedire.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/05/al-vertice-di-ankara-nasce-la-nato-europea-incognita-trump_455e12e9-40e3-4177-82a6-44151f571580.html .

domenica 5 luglio 2026

Lampedusa e la solitudine del Papa

 



La buttiamo lì: realismo politico sì, ma anche storia delle idee. E che idee.

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa (tredici anni dopo quella di Francesco) non è soltanto un gesto di solidarietà verso i migranti. È, prima ancora, un messaggio rivolto all’Europa e alla sua identità.

Perché Lampedusa non è semplicemente un’isola. È il luogo in cui si confrontano due diverse idee di civiltà.

Da una parte vi è un’Europa che si pensa come comunità di destino, fondata su confini, appartenenze e identità particolari. Dall’altra vi è un’Europa che si è costruita, almeno a partire dall’Illuminismo e poi dopo il 1945, su un principio più ambizioso: l’universalismo.

L’idea, cioè, che l’essere umano valga prima delle sue appartenenze. Un’idea spesso guardata con diffidenza dalle nuove destre identitarie e talvolta ridotta dalle sinistre a una lettura esclusivamente economicistica o classista.

È un’idea che ha due grandi radici storiche. La prima è il cristianesimo, che proclama l’eguaglianza morale di tutti gli uomini davanti a Dio. La seconda è il liberalismo, che riconosce a ogni individuo diritti che precedono la nazione, l’etnia, la religione e persino lo stato. Diciamo pure che la riporta sulla terra. Detto altrimenti: Il cristianesimo ne afferma il principio; il liberalismo prova a renderlo istituzione civile.



Per molti aspetti, la civiltà europea nasce proprio dall’incontro di queste due tradizioni.

Quando il Papa parla di migranti, dunque, non difende soltanto i poveri o gli ultimi. Richiama un principio molto più profondo: l’universalità della persona umana.

Ed è per questo che la sua voce appare così controcorrente. L’universalismo è oggi messo in discussione, se non apertamente respinto.

L’immigrazione ha generato paure e insicurezze; il terrorismo e le crisi economiche hanno alimentato la domanda di protezione. In questo clima, i confini tornano a essere percepiti non come semplici strumenti amministrativi, ma come difese identitarie.

Ma un’altra verità è altrettanto evidente: le società aperte sono state storicamente le più dinamiche, le più innovative e le più prospere.

Le grandi civiltà commerciali del Mediterraneo, le città anseatiche, le Repubbliche marinare italiane, l’Inghilterra liberale, gli Stati Uniti dell’immigrazione: tutte le società che hanno saputo aprirsi agli uomini, alla cultura e ai commerci hanno conosciuto una straordinaria vitalità economica e culturale. È qui che si vede la forza delle idee.

Le società chiuse hanno raramente prodotto, nel lungo periodo, sicurezza, innovazione e prosperità. Più spesso hanno generato stagnazione, paura e declino.

Certo, le paure non vanno liquidate: nessuna comunità politica può esistere senza regole e senza la capacità di governare i processi che la attraversano. Qui il realismo politico.



Tuttavia, il tema delle frontiere non può essere ridotto a uno scontro tra “buoni” e “cattivi”, tra accoglienza e respingimento. La vera questione è se l’Europa intenda ancora riconoscersi in una concezione universalistica dell’uomo oppure se voglia definirsi esclusivamente attraverso l’appartenenza e l’esclusione, cioè attraverso un particolarismo gretto e difensivo.

Il vecchio motto latino ubi bene, ibi patria – dove si sta bene, lì è la patria – esprime una verità che il mondo moderno ha conosciuto bene. Gli uomini si muovono da sempre alla ricerca di sicurezza, libertà e opportunità. E le società che hanno saputo accogliere energie, talenti e lavoro provenienti dall’esterno sono state spesso quelle che hanno prosperato di più. In questo senso, il principio del “lasciar fare, lasciar passare” conserva una sua verità storica.

La visita di Leone XIV a Lampedusa ricorda dunque all’Europa qualcosa che essa sembra aver dimenticato: che l’universalismo non è un’ingenuità morale, ma una delle grandi invenzioni della civiltà europea. E che cristianesimo e liberalismo, pur nelle loro differenze, si incontrano precisamente qui: nell’idea che ogni essere umano possieda una dignità che nessuna frontiera può cancellare.

 

Il Papa appare solo non perché chieda di abolire i confini. Ma perché ricorda che i confini, da soli, non bastano a definire una civiltà. Una civiltà vive anche della sua capacità di riconoscere nell’altro non soltanto uno straniero, ma un uomo.

E questo, per inciso, è uno dei nomi dell’Occidente.

Carlo Gambescia

sabato 4 luglio 2026

Da Lotito ad Angelucci?

 


Oggi si parla di calcio per due ragioni. La prima è che chi scrive ha un cuore biancoceleste da quando aveva i calzoni corti. La seconda è che la campagna del “Tempo”, con Daniele Capezzone e Luigi Bisignani in prima fila, appare quantomeno sospetta.

Per quale ragione? Perché l’editore del “Tempo”, Antonio Angelucci, il cosiddetto “Re delle Cliniche”, più volte deputato e sempre collocato a destra, potrebbe avere un interesse nella vicenda Lazio. Non va dimenticato che nel 2011 tentò di entrare nella Roma e che una parte della tifoseria rispose con un fragoroso “Vaffa” (*).



Naturalmente, non esiste alcuna prova che Angelucci voglia acquistare la Lazio. Nessuno ha fatto il suo nome e, allo stato delle cose, non risultano trattative o indiscrezioni concrete. Tuttavia, è legittimo porsi una domanda: dietro la campagna contro Lotito c’è soltanto il malcontento dei tifosi oppure anche l’interesse di qualcuno a rendere la società più contendibile?

I tifosi hanno tutte le ragioni per contestare Lotito. Siamo con loro. Ma potrebbero ritrovarsi, senza saperlo, a fare il gioco di qualcun altro. Il rischio è quello di liberarsi di un presidente sgradito per ritrovarsi con una sorta di “Lotito 2”, magari più abile sul piano finanziario e comunicativo.

Il calcio sta cambiando e servono capitali sempre maggiori, capitali che in Italia spesso mancano. Pochi giorni fa un gruppo americano ha acquistato il Frosinone, appena tornato in Serie A. È possibile che investitori stranieri non abbiano mai guardato alla Lazio, una società dal marchio storico, con un grande bacino di tifosi e un potenziale economico ancora in parte inespresso? La domanda merita di essere posta.

Angelucci, d’altra parte, ha mostrato negli anni una notevole capacità di espandere i propri interessi imprenditoriali, dai media alla sanità privata. Per questo non appare irragionevole interrogarsi su eventuali ambizioni nel mondo del calcio. Si tratta, appunto, di un’ipotesi. Ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato, però spesso ci si azzecca. 

Capezzone e Bisignani non sono due sprovveduti. E Angelucci, quanto ad astuzia, non è certo da meno.

Il tifoso della Lazio, dunque, farebbe bene a mantenere gli occhi aperti. Il calcio è come la vita: non sempre vincono i buoni e, spesso, i buoni – in questo caso i tifosi – vengono usati da altri per finalità che non coincidono con le loro.


Forse Angelucci non è interessato alla Lazio. Forse sì. Nessuno, oggi, può dirlo con certezza. Ma il tifoso romantico, già deluso da tante promesse e da tanti presidenti, farebbe bene a non scambiare automaticamente ogni cambiamento per una liberazione. Talvolta si esce dalla padella per finire nella brace.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.repubblica.it/sport/calcio/serie-a/roma/2011/02/02/news/arabi_americani_angelucci-11964015/ .