Il crollo degli abbonamenti della Lazio viene generalmente letto come una protesta contro Claudio Lotito. Ed è certamente così. Ma fermarsi alla cronaca significa perdere l’aspetto più interessante della vicenda: la sua dimensione metapolitica.
Una comunità sta scegliendo di rinunciare, almeno temporaneamente, a un bene al quale è profondamente legata. Per un tifoso la Lazio non è un semplice spettacolo sportivo. È identità, memoria, appartenenza. Rinunciare allo stadio non è una scelta indifferente. È un sacrificio.
Da questo punto di vista, il boicottaggio degli abbonamenti rappresenta una forma di azione tipicamente liberale. Nessuno pretende l’intervento dello Stato. Nessuno invoca divieti o commissariamenti. Nessuno ricorre alla coercizione. Si utilizza invece uno degli strumenti più efficaci di una società libera: la libertà di scegliere se acquistare oppure no.
Il mercato, in questo caso, diventa anche una forma di comunicazione. Il mancato abbonamento non è una sentenza giuridica, ma un segnale economico e simbolico di grande forza.Attenzione, però. È proprio qui che si nasconde un rischio metapolitico. Una cosa è esercitare la libertà di non acquistare. Altra cosa è sostenere che, poiché la maggioranza dei tifosi contesta Lotito, egli abbia perso ogni titolo a guidare la società.
Questo passaggio trasformerebbe una protesta liberale in una pretesa populista.
In una società libera il consenso è importante, ma non cancella i diritti. Lotito può risultare impopolare, ma resta il proprietario della Lazio. Il diritto di proprietà non dipende dagli umori della folla. Ciò non significa che la proprietà sia sottratta a ogni giudizio sociale. Significa soltanto che, in una società libera, il dissenso non si traduce automaticamente in espropriazione.Esiste il potere fondato sulle regole (legalità) e quello fondato sul riconoscimento sociale (legittimità). Quando quest’ultimo si indebolisce, il primo può continuare a esistere, ma diventa più fragile. La crisi della legittimazione non elimina il potere; ne modifica le condizioni di esercizio.
Per capirsi: Lotito può restare pienamente legittimato sul piano legale, ma perdere progressivamente il consenso dei tifosi. Le due dimensioni non coincidono. Il diritto gli consente di governare la società; il venir meno del consenso rende però quel governo sempre più difficile.
È qui che il caso Lazio supera il calcio.Viviamo in un’epoca in cui ogni perdita di consenso tende a essere interpretata come una delegittimazione assoluta. È la logica plebiscitaria che attraversa la politica, i media, le università e perfino il mondo dello sport. Chi non è più amato dovrebbe automaticamente farsi da parte.
Il liberalismo insegna invece una lezione diversa. Le regole vengono prima degli umori collettivi. Ma insegna anche che il mercato, quando è davvero libero, possiede una capacità di correzione che nessuna imposizione dall’alto può sostituire.
Se i tifosi dellaLazio stanno davvero parlando attraverso il loro portafoglio, meritano di essere ascoltati. Non perché incarnino una fantomatica volontà popolare infallibile, ma perché stanno utilizzando uno strumento coerente con una società aperta: la libera scelta.
La loro protesta non produce automaticamente un nuovo presidente. Produce qualcosa di diverso e, forse, di più importante: ricorda che, anche nel calcio, il potere può essere giuridicamente saldo e socialmente indebolito. E che il mercato, senza bisogno di slogan o decreti, è spesso il primo luogo nel quale una comunità manifesta il proprio consenso o il proprio dissenso.
Se una via d’uscita esiste, è probabile che passi ancora una volta dal mercato: dall’eventuale ingresso di investitori, italiani o stranieri, disposti a rilevare la società a condizioni ritenute soddisfacenti dalle parti.
Sarebbe una soluzione perfettamente coerente con i principi di una società libera: nessuna espropriazione, nessun plebiscito, nessuna scorciatoia, ma il libero incontro tra domanda e offerta.
Quanto all’azionariato popolare, pur rappresentando un’idea suggestiva e in alcuni contesti praticabile, difficilmente appare, almeno oggi e nelle condizioni del calcio italiano, la formula più adatta per governare una grande società calcistica chiamata a operare in un mercato globale, competitivo e caratterizzato da decisioni che richiedono rapidità, ingenti capitali e responsabilità chiaramente individuabili.
Il liberalismo non garantisce il lieto fine. Garantisce però che anche i conflitti più aspri possano trovare una soluzione senza violare le regole. Ed è già molto.
Carlo Gambescia











































