giovedì 26 febbraio 2026

Un Tenco val bene la pace

 


Il mondo dello spettacolo, diciamo dalla nascita di Hollywood in poi, è probabilmente uno dei più competitivi. Una canzone di Morandi, forse presentata a un Sanremo di quarant’anni fa, evoca, a questo proposito: “uno su mille ce la fa”.

Luigi Tenco ce l’aveva fatta, ma non resse psicologicamente lo stress da festival, che voleva vincere; era anarchico solo al cinema. Nel suo biglietto d’addio se la prese, anche giustamente, come tutti i professori giacobini, con il popolo italiano (perché fu escluso dalla giuria popolare), che mandava in finale “Io tu e le rose” e non il suo pezzo, cantato in coppia con Dalida, altra vittima, di lì a qualche anno, della sua fragile natura.



Parliamo di fragilità: quella sensibilità estrema allo stress e alla pressione sociale che alcune persone non riescono a sostenere. Luigi Tenco, come Dalida, pagò questo prezzo, trasformando la propria sofferenza in un gesto estremo e simbolico, un “suicidio altruistico” alla Durkheim, che denuncia un sistema competitivo che premia il talento ma non protegge – si dice – chi lo possiede.

Competitivo. Il punto merita un approfondimento. Nel trattato di un grande sociologo ed economista tedesco, Leopold von Wiese, sono studiate in dettaglio tutte le forme di interazione umana. Dalla sua lettura si intuisce che tra le forme di interazione non cooperative la competizione, in particolare se ricondotta nell’alveo della concorrenza economica, è la meno pericolosa rispetto al conflitto e alla guerra.



Il caso Tenco però ci ricorda come anche una forma di interazione relativamente non distruttiva quale la competizione possa produrre effetti psicologicamente devastanti su soggetti fragili, senza per questo trasformarsi in conflitto aperto.

Ammesso questo, va però nuovamente sottolineato che la competizione, che come visto può essere di ogni tipo, quindi anche canora, con risvolti economici, è una delle forme meno pericolose dell’interazione umana e soprattutto esclude la guerra, che viene ritenuta dagli attori sociali in gioco antieconomica.

Nel 1914 i capitalisti anatemizzati da Lenin temevano la guerra perché avrebbe danneggiato gli affari. Stessa cosa nel 1940, a parte, come nel 1914, i fabbricanti di cannoni, che tuttavia non si sentivano tranquilli, perché la guerra colpiva la diversificazione dei profitti e quindi degli investimenti.



La competizione sul mercato negli ottant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, grazie anche all’intelligenza di molti presidenti americani, ha garantito la pace, nel senso di evitare le due carneficine del 1914 e del 1939.

Quando invece la competizione economica viene delegittimata o compressa in nome di logiche politiche e identitarie, riemerge la tentazione della guerra come strumento di regolazione dei rapporti internazionali.

Con Donald Trump stiamo tornando al 1914. Ma questa è un’altra storia. Una pena al giorno.



Si consideri pure — cosa oggi non sempre sottolineata — che le nostre sono società di massa. E quindi i messaggi sono semplificati. Il che, per tornare a Tenco, potrebbe spiegare la vittoria di “Io tu e le rose” rispetto a un testo più impegnativo come “Ciao amore ciao”. Inoltre il lieto fine – vero cuore delle semplficazione – appaga maggiormente la gente comune. Diciamo il palato grosso.

A tutto questo viene attribuito un valore oppiaceo e demoniaco dai nemici della concorrenza: fascisti, comunisti, anarchici, fondamentalisti di ogni genere, anche di tipo religioso, sempre lì a evocare quel versetto messianico di Isaia secondo cui un giorno “il lupo dimorerà con l’agnello” e “il leopardo si sdraierà accanto al capretto”. Sono le stesse anime belle che, in odio al concetto di competizione, hanno però sposato quello di guerra imperialista e di guerra di classe.

Sappiamo benissimo che quando si parla di competizione e concorrenza economica c’è sempre chi alza la manina per dire: “concorrenza sì, ma leale”. Purtroppo gli uomini sono fallibili, imperfetti, non sempre si può contare sulla loro lealtà. Però una cosa è sicura: il mercato è progresso, la guerra no.



Va anche detto che con troppe regole quella meravigliosa macchina chiamata rivoluzione industriale — che per la prima volta nella storia riuscì in ciò che non erano riuscite le società precedenti, ossia far sì che vi fosse cibo per una popolazione crescente — non vi sarebbe mai stata. E per fortuna, nonostante i nemici della società aperta e i tecnofobici, non ha ancora mollato.

È proprio per questo che la competizione, pur stressante e talvolta crudele sul piano individuale, rimane strutturalmente preferibile alla guerra: seleziona senza distruggere, esclude senza annientare.

Pertanto, ecco il punto: competizione e concorrenza sono sempre preferibili alla guerra.

Un Tenco val ben la pace.

Carlo Gambescia

mercoledì 25 febbraio 2026

Ucraina. Come l’Europa trasforma un conflitto storico in pratica d’ufficio

 


Ieri ho pubblicato  un articolo sull’Ucraina a quattro anni dall’invasione russa (*). Una riflessione sul rischio più concreto che oggi corre l’Europa: l’assuefazione morale alla guerra.

Il punto non era Kiev, ma noi. Non il fronte, ma lo sguardo europeo che si va spegnendo. Anzi, come vedremo, “burocratizzando”.

Oggi, sfogliando le prime pagine dei quotidiani — a partire dal “Corriere della Sera”, passando per “Il Foglio” e alcune testate europee, ad esempio “Le Monde” — emerge una curiosa convergenza: titoli, immagini e commenti insistono tutti su un’idea semplice e potente: l’Ucraina non è più “altrove”. È diventata una questione europea…



Che succede? Contrordine compagni? Come ai tempi del Pci, l’allineamento è immediato, rapido e senza esitazioni? O pura coincidenza? Quest’ultima è la spiegazione più rassicurante. Ma anche la meno interessante.

Le redazioni non hanno improvvisamente “scoperto” la guerra. L’anniversario era noto, la visita dei vertici UE a Kiev era programmata, i materiali pronti. Ciò che mancava fino a ieri era il contesto giusto, nel senso di istituzionale, ingessato, burocratizzato. Non la notizia, ma il senso istituzionale.. Non il fatto, ma la retorica pubblica che lo rende politicamente e moralmente rilevante.

È qui che le cose si toccano.



Il mio articolo di ieri non anticipava le prime pagine di oggi. Sarebbe ridicolo pensarlo. Ma intercettava lo stesso vuoto simbolico che oggi i giornali cercano di colmare, però, se ci si permette la battuta, la toppa è peggiore del buco: la difficoltà crescente dell’Europa a spiegare a se stessa perché questa guerra continui a riguardarla.

E qui va detta una cosa: Negli anni precedenti, la presenza europea a Kiev nel giorno dell’anniversario era stata intermittente: talvolta singoli leader nazionali, talvolta la sola Commissione, talvolta un profilo volutamente basso. Oggi no. Oggi l’Unione Europea si presenta con i suoi vertici, Ursula von der Leyen e António Costa, come in un appuntamento da calendario istituzionale.

Nulla di sorprendente: è la logica inerziale da delle istituzioni. Ma proprio qui sta il punto. L’Unione Europea è riuscita a burocratizzare anche l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, trasformando un trauma storico ancora aperto in una ricorrenza amministrata, con rituali, dichiarazioni previste e posture codificate. Un segno di presenza, certo. Ma anche il rischio evidente che la guerra venga gestita come pratica d’ufficio, da chiudere quanto prima, più che pensata come questione politica e storica radicale.



Si potrebbe parlare – mescolando sacro e profano – di una visione alla Fantozzi della guerra in Ucraina. L’ Europa sembra affrontare la guerra in Ucraina con un rigore fantozziano: protocolli, foto di rito e dichiarazioni preconfezionate, come se bastasse timbrare il “fascicolo del conflitto” e passare oltre, senza mai confrontarsi davvero con il trauma storico ancora aperto — e con il futuro stesso dell’Europa.

Le tremila visualizzazioni di ieri – la media giornaliera del mio blog è sulle millecinquecento, non sono un plebiscito, né una rivelazione mistica. Sono un piccolo indicatore grezzo ma eloquente: esiste una domanda di senso che precede l’offerta mediatica. Quando quella domanda diventa visibile, anche i grandi giornali si riallineano, però il tutto in chiave istituzionale-inerziale. Si verifica quel passaggio sul piano comunicativo, dal movimento all’istituzione (tra l’altro una precisa regolarità metapoltica).



Non c’è nulla di cospirativo in questo. È il normale funzionamento dello spazio pubblico: prima si muovono le inquietudini, poi arrivano le parole ufficiali. Prima l’intuizione diffusa, poi la legittimazione editoriale.

Riassumendo: una stampa inerziale quanto le istituzioni europee. In fondo giornali e politici, di fatto, fanno quel che faTrump:progressivo disimpegno con l’Ucraina.

Certo lo si maschera bene. Però…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/02/ucraina-quattro-anni-dallinvasione.html . In argomento si veda anche il notevole articolo di Giacomo Brotto: https://www.rimbrotto.it/politica/guardatevi-dai-falsi-profeti/ .

martedì 24 febbraio 2026

Ucraina. A quattro anni dall’invasione russa, l’Europa convive con una guerra che fatica a fare notizia

 


Il 24 febbraio 2022 la Russia invadeva l’Ucraina. Un terremoto politico e militare. Era l’inizio della più grande guerra convenzionale in Europa dalla fine della Guerra fredda. Quattro anni dopo, l’anniversario passa quasi sotto silenzio sulle prime pagine dei principali quotidiani europei (*). La guerra continua, ma la memoria collettiva si è assottigliata. Non è una distrazione: è un fatto sociale e politico. Diremmo metapolitico. Spiegarlo è necessario; assolverlo, no.

Le stime delle perdite militari, sebbene controverse per quanto riguarda le fonti che le forniscono, indicano che si tratta di centinaia di migliaia di morti e feriti per entrambe le parti. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha stimato all’inizio del 2026 che la Federazione Russa abbia circa 1,2 milioni di perdite militari (morti, feriti, dispersi), di cui 325.000 decessi, mentre l’Ucraina ha registrato tra i 500.000 e i 600.000 tra morti e feriti, con fino a 100.000-140.000 decessi. Inoltre, al 31 gennaio 2026,  sempre tra gli ucraini, sono stati registrati 15.172 morti civili e 41.378 feriti. Numeri inevitabilmente incompleti, ma sufficienti a ricordare che questa guerra non è una metafora geopolitica: è una distruzione umana di massa nel cuore dell’Europa (**).



Tuttavia per dare una misura storica di questi ordini di grandezza, il confronto con il passato è istruttivo. Nel 1916, nella battaglia di Verdun, Francia e Germania registrarono circa 700 mila tra morti, feriti e dispersi in meno di un anno, in quello che divenne il simbolo della guerra totale europea (***).

Lì la carneficina non fu un effetto collaterale, ma il risultato di una scelta politica consapevole: resistere fino all’esaurimento delle risorse umane perché si riteneva che la posta in gioco fosse assoluta. Oggi, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, si muore in numeri comparabili solo se sommati e diluiti nel tempo, e soprattutto senza ciò che allora, nel bene e nel male, era evidente: la decisione di assumere fino in fondo il costo politico del conflitto.

Le guerre lunghe soffrono di una maledizione precisa: smettono di fare notizia. La ripetizione anestetizza. I bombardamenti diventano aggiornamenti, i morti numeri, le città distrutte uno sfondo ricorrente. I media, strutturalmente dipendenti dalla novità, faticano a raccontare ciò che persiste. 

Così il conflitto arretra non perché sia meno tragico, ma perché è diventato prevedibile. Un pubblico, di “signorini viziati” (Ortega), anestetizzato da un pacifismo nobile quanto si voglia, ma che aspira alla pace universale per i prossimi trenta secoli, sopporta la sofferenza solo a rate, regge poco l’intensità morale: alla lunga, cambia canale. A questo si aggiunge lo spostamento dell’agenda.



Crisi economiche, conflitti concorrenti, elezioni, paure interne: l’attenzione pubblica è una risorsa scarsa. Kiev non è sparita dal mondo reale, è stata retrocessa nella gerarchia simbolica delle notizie; e ciò che perde centralità mediatica perde anche forza politica. C’è poi un passaggio ancora più inquietante: la normalizzazione dell’eccezione. 

Nel 2022 l’invasione fu uno shock: confini violati, sovranità calpestata, guerra d’aggressione in Europa. Oggi quella rottura è diventata uno scenario “stabile”. Non scandalizza più perché è stata incorporata nella normalità. È qui che la spiegazione strutturale arriva al suo limite.

Perché il silenzio sull’anniversario non è solo mediatico. È il riflesso di una responsabilità politica elusa. L’Unione Europea non è stata solo impotente: è stata timorosa. Timorosa del costo economico, della reazione russa, del proprio elettorato. Ha scelto la retorica della fermezza e la pratica del rinvio: armi sì, ma col contagocce; sanzioni sì, ma sempre negoziabili; solidarietà sì, ma mai fino in fondo.

 


Giorgia Meloni è la sintesi politico-umana di questa scaltra ideologia che trasforma la prudenza in convenienza, l’apparenza in azione e l’umanità in calcolo. Dietro la facciata di fermezza, ogni scelta sembra misurata più sul rischio personale che sul dovere morale: un compromesso continuo tra decoro internazionale e quieto vivere interno, dove il prezzo più alto lo pagano sempre gli altri.


Il risultato è una guerra protratta non per necessità strategica, ma per mancanza di coraggio politico. Ed ecco perché ricordare oggi quella data dà fastidio: significherebbe ammettere che si poteva fare di più, e prima. Il silenzio non è distrazione; è imbarazzo.

 


Il quadro si oscura ulteriormente guardando agli Stati Uniti. L’affievolirsi del sostegno a Kiev, quando non il fastidio esplicito, segnala un mutamento profondo. Il ritorno sulla scena di Donald Trump, con il suo liberalismo alla Lucky Luciano, lo rende lampante.


L’idea che, se fosse stato presidente nel 2022, l’Ucraina sarebbe stata rapidamente occupata e Volodymyr Zelensky eliminato politicamente—se non fisicamente—non è una provocazione. È una deduzione coerente con l’ostilità verso la NATO, la riduzione della guerra a questione di “costi” e gli ammiccamenti sistematici a Vladimir Putin. In nome del realismo  - realismo criminogeno -  non una pace giusta, ma una resa rapida. Il fatto che questa visione trovi oggi spazio e consenso spiega bene perché l’anniversario disturbi: ricorda ciò che si è scelto di non difendere.

 


Pertanto, alle luce di questa logica politica degna della Banda della Magliana, non resta che dire, “Biden santo subito”. Perché, nonostante tutto,  fece la scelta giusta.

Il problema, dunque, non è che la guerra continui. 

Il problema è che l’Occidente ha imparato a convivere con la propria rinuncia. Il 24 febbraio 2022 non è solo la data di un’aggressione russa: è l’inizio di una lunga prova morale per Europa e America.

Una prova che, quattro anni dopo, molti preferiscono non ricordare. Perché ricordare obbliga a scegliere. 

 


E scegliere—si vede—fa ancora paura.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://es.kiosko.net/ .

(**) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=7B-_Z7IXVgM .

(***) Sulla battaglia di Verdun rinviamo all’interessante volume di A. Horne, Il prezzo della gloria. Verdun 1916, Rizzoli, 2014. Invece per una verifica in tempo reale: https://www.britannica.com/event/Battle-of-Verdun .

lunedì 23 febbraio 2026

Dazi di Trump: razionalità politica vs razionalità economica

 


I dazi imposti da Donald Trump, sui quali insiste, funzionano un po’ come nei vecchi luna park, quando i mingherlini, o comunque fisicamente disfatti, si facevano fotografare dietro sagome di uomini muscolosi: ciò che conta è l’apparenza di forza, non la realtà. È un po’ come il Mago di Oz: grande e potente dietro il sipario, ma in realtà è solo un uomo ordinario che gestisce un’illusione.

Ufficialmente pensati per “difendere l’industria americana” e riportare lavoro e ricchezza sul suolo nazionale, i dazi stanno invece mostrando chi ne paga il conto.



I consumatori americani hanno visto crescere i prezzi di beni di largo consumo, elettrodomestici, componenti elettroniche e materiali da costruzione. Le piccole e medie imprese, spesso integrate in catene globali di produzione, hanno pagato di più per i componenti importati, riducendo competitività e margini. Agricoltori ed esportatori hanno subito le contromisure di Paesi come Cina e UE, perdendo mercati e necessitando di sussidi federali. In breve, i dazi funzionano come una tassa regressiva: a perdere sono cittadini e imprese americane, mentre i nemici esterni per ora sembrano meno colpiti. Per dirla alla buona: Trump sta inguaiando l’America (*).

Perché Trump si comporta così? Non si può liquidare tutto come ignoranza o stupidità. Sapeva bene, dai report dei suoi economisti e del Congresso, quali sarebbero stati gli effetti dei dazi. Per lui sembra contare la razionalità politica, non quella economica.





Qui ci aiuta Max Weber. Parliamo di razionalità di scopo politico: accrescere il potere a ogni costo. Cambiando lo scopo, cambiano i risultati e le conseguenze. Ciò che è razionale sul piano politico può essere irrazionale su quello economico, che mira alla massimizzazione del benessere collettivo e all’efficienza produttiva.

In altre parole, la razionalità politica non è vincolata alla logica dei mercati: è orientata al potere, alla sua espansione e visibilità. Se l’economia ne soffre, poco importa: ciò che conta è mostrare muscoli, capacità decisionale e controllo sul consenso. L’atto protezionistico diventa simbolo di autorità più che strumento economico.

Il dazio è un gesto visibile, immediato, comprensibile da tutti: “Io colpisco loro, io difendo voi”. Non serve che l’effetto sul Pil sia positivo; serve che crei un nemico chiaro e rafforzi la postura di comando del presidente. Politicamente è razionale: coerente con gli obiettivi di consenso e potere, indipendentemente dalla logica economica.



Ma questa razionalità politica si scontra con la realtà economica. Tassare i beni importati significa tassare i fattori produttivi delle industrie che si vorrebbero proteggere, aumentando costi e riducendo competitività. Contenziosi legali e inefficienze si accumulano, socializzando le perdite e privatizzando il consenso politico.

L’aspetto istituzionale è drammatico. La Corte Suprema ha ricordato che il presidente non può aggirare il Congresso per imporre tariffe generali. Il protezionismo moderno, per funzionare politicamente, richiede di forzare i limiti legali. I dazi diventano simbolo di autorità, atto simbolico più che strumento economico.



È una forma di autorità "spettacolarizzata": efficace per il consenso e la percezione di un leader muscolare, ma catastrofica in termini di benessere reale. I cittadini pagano, l’economia perde, ma la scena politica appare potente. È la logica dell’atto visibile che prevale sul risultato concreto, una pedagogia dell’arbitrio che soddisfa gli occhi del pubblico più che le casse dello Stato.

Un esempio finale? I dazi hanno fatto salire i prezzi e danneggiato imprese e consumatori, scatenando ritorsioni sui prodotti agricoli. Per compensare i danni, lo Stato ha promesso sussidi agli agricoltori: i cittadini americani finiscono per pagare due volte. La presunta “difesa dell’America” si traduce così in un boomerang economico interno.

Carlo Gambescia

(*) Sul punto rinviamo al documentatissimo videoblog di Tony Quattrone: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .

domenica 22 febbraio 2026

Del tiranno e del tirannicidio. Come la democrazia liberale può tradire se stessa

 


Per secoli il problema politico fondamentale si è presentato in una forma relativamente semplice: il tiranno era colui che prendeva il potere con la forza e lo esercitava per sé. Diciamo che andava contro le leggi. Da qui una domanda altrettanto semplice, anche se moralmente esplosiva: è lecito eliminarlo?

Dall’antichità fino all’età moderna, la risposta non è stata univoca, ma nemmeno elusiva. Aristotele distingueva il governo orientato al bene comune dalla tirannide come sua degenerazione (Politica); Cicerone arrivava a considerare il tiranno un hostis, un nemico pubblico (De re publica). Di qui le “misure” del caso.

Nel tardo Medioevo cristiano la questione si complica ulteriormente: Tommaso d’Aquino riconosce che il tiranno è un male, ma avverte che la sua eliminazione può produrre un male peggiore, il disordine. Meglio l’ingiustizia del caos, perché il caos distrugge anche la possibilità della giustizia (De Regime principum). E questo elemento dell ordine come risposta a un disordine più percepito che reale tornerà nel Novecento.



Nella prima età moderna, in particolare nell’ultimo trentennio del Cinquecento, i monarcomachi (definizione ex post) giustificarono la resistenza al tiranno — e in casi estremi anche il tirannicidio — non in nome della libertà religiosa in senso moderno, ma della difesa della “vera” religione. Il sovrano che imponeva una confessione ritenuta falsa e perseguitava quella giudicata autentica perdeva, ai loro occhi, la legittimità politica. La possibile repressione delle altre interpretazioni del cristianesimo non veniva rivendicata come principio esplicito, ma risultava come conseguenza implicita di un ordine politico fondato sulla verità religiosa, non sulla tolleranza ( Théodore de Bèze,Traité des droits et devoirs du magistrat; François Hotman, Franco-Gallia; Juan de Mariana, De rege et regis institutione).

Con la modernità il problema cambia forma. In John Locke il tirannicidio individuale lascia il posto al diritto di resistenza collettiva: non è il singolo a giudicare, ma il popolo che revoca un patto violato. Il gesto privato perde legittimità, mentre la ribellione pubblica diventa pensabile (Due trattati sul governo). Il coltello scompare, la rivoluzione prende il suo posto. E qui si pensi all’effetto di Locke sulla Rivoluzione americana e di rimbalzo sulla Rivoluzione francese. Diciamo che il diritto di resistenza ha tuttora una sua grande validità.



Fin qui, diciamo, una storia nota. Ma è nel Novecento che il nodo diventa davvero inquietante, perché il nemico non è più l’usurpatore bensì il tiranno eletto. Colui che arriva al potere in modo formalmente legittimo e poi svuota la legittimità dall’interno. Non nega la democrazia: la utilizza come strumento di concentrazione del potere.

Max Weber aveva colto il pericolo con grande lucidità: il carisma plebiscitario trasforma il consenso in consacrazione. Di qui il pericolo racchiuso nella formula referendaria. Il voto non funziona più come limite, ma come investitura morale. Il leader non governa grazie alla democrazia, ma in quanto incarnazione del popolo. Chi lo critica non è un avversario politico, ma un nemico della volontà collettiva (Economia e società).



Qui si innesta la riflessione di Carl Schmitt, tanto spietata quanto rivelatrice: sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Il tiranno eletto non abolisce la legge, la sospende “temporaneamente” in nome dell’emergenza (La dittatura). Sicurezza, identità, crisi economica, minacce interne o esterne: il repertorio è noto. Però l’emergenza può essere “creata”, lavorando sulla percezione collettiva. Viviamo in società di massa, non immune da nevrastenie collettive, segnate non tanto dalla crisi ma dalla paura della crisi. Sicché, per una falsa percezione della realtà, il temporaneo può diventare permanente, l’eccezione si normalizza, il potere si concentra senza mai dichiararsi assoluto.

Ma il punto decisivo non è solo istituzionale. È sociale. Hannah Arendt ha mostrato come il potere moderno non viva soltanto di repressione, ma di consenso passivo, di stanchezza, di disimpegno. Il tiranno eletto prospera quando la politica appare un peso, la complessità un fastidio, la libertà un lusso inutile. Non serve il terrore immediato: basta semplificare il mondo, moralizzare il conflitto, delegittimare i contropoteri e trasformare ogni critica in tradimento (Le origini del totalitarismo).

Le democrazie costituzionali possono tentare una difesa preventiva. Karl Loewenstein parlava di "democrazia militante": una democrazia deve potersi difendere anche da chi intende abolirla utilizzando le sue stesse regole (Democrazia militante e diritti fondamentali). Ma il rimedio è delicato e pericoloso. Limitare un leader eletto significa entrare in tensione diretta con la volontà popolare che lo ha prodotto. La difesa della libertà rischia di assumere tratti illiberali.



Il tirannicidio classico eliminava un uomo. Il tiranno eletto pone un dilemma infinitamente più lacerante: come fermare un potere che si legittima attraverso il consenso? Non cade per illegittimità, ma solo se perde appoggio o se i contropoteri resistono abbastanza a lungo. Quando una società arriva a chiedersi se un leader sia un tiranno, spesso è già tardi: le regole sono state riscritte, il linguaggio deformato, il conflitto trasformato in guerra morale.

Oggi questo schema non appartiene ai manuali, ma alla cronaca. Leader eletti che concentrano il potere in nome dell’efficienza, governi che trattano i contropoteri come intralci, maggioranze che rivendicano un mandato morale illimitato. Le costituzioni non vengono abolite, ma interpretate creativamente e modificate secondo modalità perfettamente legali ma illegittime dal punto di vista dei valori fondanti la costituzione.



Le emergenze non finiscono, si moltiplicano. Il linguaggio pubblico si riduce a opposizioni binarie, e ogni dissenso viene presentato come ostilità verso il “popolo”. Non servono stivali né colpi di Stato: basta una lunga erosione, come detto, perfettamente legale, accompagnata dall’applauso di chi scambia la protezione con la libertà e la decisione rapida con la decisione giusta. È in questo spazio grigio, ma affollato, che il tiranno eletto non appare come un usurpatore, bensì come una soluzione. Ed è proprio qui che la democrazia liberale corre il suo rischio più grande: non quando viene attaccata, ma quando viene ridotta a strumento di chi ha imparato a usarla contro se stessa.

A questo punto la domanda ritorna, più scomoda di prima: chi decide che uno è tiranno? La prima risposta è che sarà la storia a pronunciarsi, a posteriori: se vinci sei un liberatore, se perdi sei un sovversivo. Detto altrimenti, Churchill vale Hitler, Roosevelt vale Mussolini. L’uno vale l’altro. Si chiama realismo politico criminogeno: la legittimità segue la logica del successo. Di regola, chi propugna questa tesi rischia di spianare la strada a forme autoritarie, perché lega la legittimità al successo piuttosto che a regole o principi.

La seconda risposta è normativa e istituzionale: dovrebbero essere le istituzioni, i parlamenti, i contropoteri a stabilire i limiti del potere, a sancire quando diventa tirannico. In questa prospettiva, il liberalismo non è solo un insieme di norme astratte, ma un patrimonio da difendere: libertà individuali, regole costituzionali, diritti civili, Stato di diritto. Il vantaggio è che non dipende dalla vittoria o dalla sconfitta, ma da regole, procedure e istituzioni solide. Il limite, tuttavia, è evidente: se questi strumenti vengono svuotati o aggirati dall’interno, il tiranno eletto può neutralizzarli senza perdere alcuna legittimità formale, mentre la società resta intrappolata nella facciata di legalità.



In fondo, alla base di qualsiasi teoria sulla tirannide, e di riflesso sul tirannicidio, c’è un principio fondamentale, ben presente nella storia politica del pensiero occidentale. È meglio essere governati da un uomo o dalle leggi?

Il liberalismo, per la prima volta nella storia umana, ha razionalizzato il governo delle leggi, imperfetto, ma governo delle leggi. E qui si pensi allo stato di diritto. Purtroppo gli uomini sembrano invece apprezzare il governo di un uomo, ancora meglio se solo al comando.

Alla fine, il rischio non è che il tiranno esista, ma che la società lo scelga come soluzione. Difendere le regole significa difendere la libertà: tutto il resto è illusionismo o cinismo.

Carlo Gambescia

sabato 21 febbraio 2026

Trump, i dazi e la tentazione autocratica: il test della Corte Suprema

 


C’è poco da cantar vittoria, anche se è tipico del giornalismo, andare subito alle conclusioni, dalla presunta crisi del ceto medio (se ne parla dai tempi di Marx) alla celebrazione della notizia che la Corte Suprema ha bocciato i dazi di Trump (ora bisogna vedere che succede).

Trump sconfitto, battuto, a tappeto, eccetera. Questi i titoli.

Diciamo subito che invece è un nuovo test politico, per capire come reagisce alle sconfitte politica il presidente più autoritario in assoluto della storia degli Stati Uniti, per molti, e non a torto, un potenziale fascista o addirittura un fascista calzato e vestito.



Del resto i dazi sono contrari ( e fanno male) al libero mercato e rinviano a due principali filoni quello dell’imperialismo di fine Ottocento e quello del periodo tra le due guerre mondiale, promosso da quei geni dell’economia che furono i fascisti. Altra cosa, molto più leggera, sono le politiche tariffarie delle democrazie liberali dopo la seconda guerra mondiale: puri aggiustamenti welfaristi a scopi elettorali che altro (si pensi agli agricoltori europei che scendono regolarmente in piazza). Infine va rilevato un protezionismo da prime fasi dello sviluppo economico più teorizzato (da List in giù) che praticato e molto amato a dire il vero dai dittatori di quello che un tempo era denominato Terzo Mondo, inclusi diversi paesi latino-americani: il peronismo fu una forma di nazionalizzazione delle masse, attivata dall’odio verso il vicino di casa yankee.

Pertanto parlare di protezionismo, al di là dei possibili cavilli legali individuati dalla Corte Suprema, è roba da paesi arretrati (chi ricorda più l’Albania comunista, l’Etiopia di Menghistu, la Cambogia dei Khmer, l’Egitto di Nasser?), o tiranneggiati da leader schizzati che ammassano truppe ai confini dell’Uganda. E Trump, che è al comando di una forza economica come gli Stati Uniti che non avrebbe alcun bisogno di elevare barriere (anzi vale in contrario), se non è schizzato soffre sicuramente di analfabetismo economico.


Detto questo, il vero punto della questione è come reagirà. Proseguirà, come pare, nella sua autolesionistica battaglia (in primis per gli Stati Uniti)? Dicevamo di un nuovo test. Trump è un soggetto pericoloso per la democrazia liberale, per la semplice ragione che non risponde ai comandi. Fa quello che vuole seguendo una linea politica autocratica.

Perciò, letta oggi, la situazione è questa: negli Stati Uniti il potere giudiziario, come contrappeso all’Esecutivo — cosa che in Italia qualcuno vorrebbe demolire — funziona ancora. E funziona anche il Congresso: la decisione della Corte Suprema impone infatti che, sui dazi, Trump non possa agire in solitaria.

Resta però il punto decisivo: fino a che punto Trump è disposto a spingersi, magari ricorrendo — come gli è congeniale — a mezzi extralegali, in perfetto stile liberalismo alla Lucky Luciano?



È per questo che siamo davanti a un vero test di tenuta della liberal-democrazia americana.

In gioco, dunque, non c’è solo la sorte di una politica commerciale sbagliata, ma la tenuta stessa dell’architettura liberal-democratica americana.

Il vero interrogativo non è se i dazi di Donald Trump siano legittimi o meno, ma se il presidente accetterà l’idea – per lui evidentemente intollerabile – che esistano limiti al suo potere. È questo il test decisivo: non per Trump, che sappiamo già cos’è, ma per una democrazia che deve dimostrare di saper resistere anche quando è guidata da chi la considera un intralcio.

Carlo Gambescia

venerdì 20 febbraio 2026

La polemica Meloni- Macron: lo specchietto per le allodole che nasconde il mito fascista della violenza

 


Alla stampa di destra non è sembrato vero. Attaccare Macron. Una cuccagna.

In realtà la polemica tra   Giorgia Meloni e Emmanuel Macron  sulla morte di Quentin Deranque è uno specchietto per le allodole. Un falso obiettivo perfetto: personalizza il conflitto, lo riduce a una scaramuccia diplomatica, lo rende consumabile come cronaca politica. Indica il nemico, nella liberal-democrazia “moscia”, che tollera i “comunisti”, di cui Macron, sarebbe emblema, vecchio cavallo di battaglia dei fascisti. Ma il problema non è chi ha twittato per primo o chi ha risposto in modo più piccato.



Il problema è il ritorno di un immaginario di guerra civile nella destra europea, oggi più sfrontato perché politicamente vincente.

Mettiamo subito le carte sul tavolo: Quentin Deranque non era un martire liberal-democratico. Era un militante dell’estrema destra radicale, un estremista che stava allo stesso livello simmetrico degli ambienti antifa più violenti. Uno che viveva lo scontro come pratica politica ordinaria. È morto “sul lavoro”, se così si può dire. Un lavoro sporco, dentro una logica che lui stesso contribuiva a nutrire.



Questo non giustifica la sua uccisione — la violenza resta violenza — ma chiarisce il contesto e smonta ogni retorica vittimaria.
Il punto vero è che la violenza non è una deviazione occasionale di una certa destra, ma una tradizione storica viva, che attraversa il Novecento europeo e arriva fino a noi. Dai corpi franchi del primo dopoguerra allo squadrismo fascista, dalle milizie naziste alla Falange spagnola, Guardia di Ferro, Croci Frecciate, eccetera, la politica viene pensata non come competizione regolata, ma come scontro esistenziale. Il nemico non è un avversario: è un corpo estraneo da neutralizzare.



Questa grammatica non si esaurisce con il 1945. Nel dopoguerra europeo continuano a esistere gruppuscoli di estrema destra, cellule, ambienti, sottoculture politiche che mantengono vivo lo stesso immaginario: culto della forza, disciplina, virilità, identità minacciata. Non sono fossili. Sono serbatoi simbolici, o se si preferisce vulcani apparentemente spenti, pronti a riattivarsi quando il contesto lo consente.



Certo, esiste una destra democratica, istituzionale, rispettabile. Ma raccontare la storia come se destra “buona” e destra “cattiva” fossero mondi impermeabili è una favola rassicurante. Le complicità sono strutturali: simboli condivisi, rimozioni, ambiguità, silenzi strategici. La rottura netta con la violenza non avviene mai davvero, perché avrebbe un costo identitario.

Il successo elettorale di forze come Fratelli d’Italia produce esattamente questo effetto: legittimazione senza resa dei conti. Non serve incoraggiare apertamente la violenza. Basta minimizzarla, relativizzarla, presentarla come reazione comprensibile a un mondo ostile. I gruppi radicali capiscono il messaggio: il clima è favorevole.



Sì, anche a sinistra sono sempre esistiti gruppi violenti. Ma qui la differenza è decisiva: nel secondo dopoguerra la sinistra europea di massa ha interiorizzato la liberaldemocrazia, isolando o reprimendo le frange armate. Le Brigate Rosse, la RAF, Action Directe sono state trattate come deviazioni, non come miti fondativi. Conosciamo le ironie della destra sui “compagni che sbagliano”. Ma sempre meglio un compagno in errore, che un camerata – si pensi alla strage di Bologna – “ingiustamente perseguitato”.

Quest’ultima cosa merita una precisazione. La strage di Bologna ha una verità giudiziaria definitiva: esecutori neofascisti, appartenenti all’area dei NAR, condannati con sentenze passate in giudicato, da Valerio Fioravanti a Francesca Mambro. 

 


Eppure, nelle dichiarazioni ufficiali di Giorgia Meloni e di altri esponenti di Fratelli d’Italia, questa matrice viene sistematicamente elusa: si parla di “terrorismo”, di “tragedia”, di “pagine buie”, ma si evita di nominare il neofascismo. Non è una svista lessicale, ma una scelta politica. Perché riconoscere apertamente quella responsabilità significherebbe rompere simbolicamente con una tradizione di terrore e violenza che la destra post-missina non ha mai davvero rielaborato. La condanna morale, senza assunzione storica di responsabilità, resta così un esercizio retorico: rispettabile, ma incompleto.



La situazione si è aggravata da quando, un po’ in tutta Europa — e negli Stati Uniti con il ritorno al potere di Donald Trump — la destra cresce elettoralmente e governa. Il potere non ha moderato l’immaginario: lo ha sdoganato. La violenza non è più un tabù, ma un rumore di fondo tollerabile.

In questo quadro, suona quantomeno paradossale che a “chiamare alla calma” sia Giorgia Meloni. Non perché la condanna della violenza sia sbagliata, ma perché non basta condannarla a parole quando si guida una tradizione politica che con quella violenza non ha mai fatto davvero i conti. Senza una rottura simbolica, senza una revisione profonda dell’immaginario, gli appelli alla pacificazione restano tattica comunicativa, non convinzione.




La polemica  Meloni-Macron  passerà. Il problema no. Perché quello che stiamo vedendo non è un ritorno improvviso della violenza politica, ma una guerra civile culturale a bassa intensità, che una parte della destra continua a considerare il suo habitat naturale. E mentre si gioca con gli specchietti per le allodole, la violenza resta lì, pronta a ripartire, silenziosa ma viva, e chi la minimizza oggi ne sarà spettatore domani.

Carlo Gambescia