martedì 7 aprile 2026

Aprile 2026. Milei, un primo bilancio (liberale)

 


Javier Milei è entrato da qualche mese nel suo terzo anno alla guida dell’Argentina, perciò un primo bilancio è possibile. Ed è, come spesso accade nei momenti di svolta, ambivalente. Soprattutto quando si leggono certi commenti italiani che vanno dalla celebrazione alla denigrazione.

Il personaggio, di cui parleremo più avanti, può destare perplessità, soprattutto per coloro, come chi scrive, che non accettano una visione schematica del liberalismo, da stadio, da cori calcistici, per capirsi, osannante alla Nicola Porro o luciferina scuola Santoro. Abbiamo seguito le sue mosse fin dall'inizio  con attenzione liberale, cercando di valutare i risultati senza pregiudizi né entusiasmi facili. La figura di Milei resta complessa e le sue scelte, anche quando radicali, richiedono una lettura attenta: non è semplice, da liberale a liberale, distinguere tra liberalismo e liberismo, tra ordine contabile e stabilità istituzionale (*).

L’idea guida di questa rassegna è che Milei incarna, in modo emblematico, i paradossi del liberalismo contemporaneo.

Partiamo dall’economia

I conti pubblici sono stati rimessi in ordine (o quasi). Il deficit è diventato surplus, l’inflazione — pur restando elevata — ha rallentato, e il debito in rapporto al PIL è diminuito drasticamente. Un risultato tutt’altro che scontato in una terra storicamente segnata da instabilità cronica, crisi ricorrenti e indisciplina fiscale.
E tuttavia, a questa ritrovata stabilità contabile non corrisponde, almeno per ora, una piena stabilità economica e sociale. La crescita resta incerta, il mercato del lavoro fragile, e soprattutto la tenuta complessiva del sistema appare ancora dipendente dalla fiducia internazionale e dal sostegno esterno. In altre parole: ordine nei conti, ma non ancora ordine di sistema, per parlare difficile: nel senso che permane il rischio di una ricaduta nel ciclo politico del populismo economico, come alternanza di cicli pro o contro l’economia di mercato (**).
È qui che il caso argentino smette di essere un semplice esperimento economico e diventa una questione più ampia, propriamente liberale.

Libertà economica e libertà politica

Le riforme di Milei hanno ampliato significativamente gli spazi della libertà economica: liberalizzazioni, riduzione dell’intervento statale, apertura ai capitali, flessibilizzazione del mercato del lavoro. Tutto questo ha inciso profondamente sulla struttura economica del Paese.
Ma la domanda decisiva, per un osservatore liberale, è un’altra: questa espansione della libertà economica si accompagna anche a un rafforzamento delle libertà politiche e delle garanzie istituzionali?
La questione non è retorica. Il liberalismo non coincide con il mercato, ma con il limite al potere. E il potere può concentrarsi non solo nello Stato, ma anche nei processi economici e nelle leadership politiche.
La libertà economica è condizione necessaria del liberalismo, ma non sufficiente. Senza di essa non esiste autonomia reale; ma senza una cornice giuridica e istituzionale solida, che ovviamente non scivoli nel welfarismo iperprotettivo, essa può tradursi in nuove forme di dipendenza o in squilibri difficilmente governabili.
Il punto, dunque, non è contrapporre liberalismo e liberismo, ma comprendere se e come la libertà economica venga istituzionalmente incanalata e resa compatibile con l’equilibrio dei poteri.

Governo stabile ma fragile

Il governo di Javier Milei non è debole nel senso classico del termine: ha consenso, ha agenda e, dopo le elezioni di metà mandato, anche una maggiore capacità di incidere. Ma resta strutturalmente fragile, perché privo di una maggioranza piena e inserito in una società ancora attraversata da forti tensioni.
A ciò si aggiunge un elemento decisivo, spesso sottovalutato: il tempo. Con poco meno di due anni alla fine del mandato — che si concluderà alla fine del 2027 — la fase dell’urto è ormai alle spalle. Si apre ora quella, più difficile, della stabilizzazione.
È in questa fase che gli esperimenti di riforma radicale vengono realmente messi alla prova. Governare contro un sistema è possibile nel breve periodo; trasformarlo richiede invece capacità di consolidamento istituzionale, costruzione di alleanze durature e, soprattutto, una certa misura nel conflitto politico e sociale.
Da questo punto di vista, il rischio è duplice. Da un lato, che le riforme restino sospese, producendo effetti economici senza tradursi in un nuovo equilibrio stabile. Dall’altro, che l’assenza di una piena integrazione politica e sociale renda reversibili i risultati ottenuti, esponendoli a possibili inversioni nel medio periodo.
In altre parole: il successo iniziale non garantisce la durata. Ed è proprio nel passaggio dalla rottura alla stabilizzazione che si decide il destino di esperienze politiche come quella argentina.

Il nodo della politica estera

A questa ambivalenza interna, unitamente al mix di stabilità e fragilità, si aggiunge un altro elemento, meno discusso ma non meno rilevante: la politica estera.
L’allineamento dell’Argentina appare oggi molto marcato. Non tanto — o non solo — verso gli Stati Uniti in quanto tali, ma verso una specifica declinazione della leadership americana, quella incarnata da Donald Trump, che rappresenta una specie di volto selvaggio della destra internazionale, sempre più reazionaria e violenta.
Ora, un orientamento atlantista è perfettamente compatibile con una visione liberale. Ma quando l’allineamento assume tratti personalistici, sia in chi lo favorisce, Milei, sia in chi ne beneficia, Trump, il rischio è quello di una politica estera meno ancorata a istituzioni e più esposta a dinamiche contingenti.
Un liberalismo coerente, anche sul piano internazionale, dovrebbe privilegiare relazioni stabili, istituzionali, prevedibili, non legate alla figura di un singolo leader, soprattutto quando si tratti di una mina vagante come Trump.


Relazioni internazionali e influenza regionale

Sul piano internazionale, l’Argentina di Javier Milei mostra, come anticipato, un forte allineamento con gli Stati Uniti e l’Israele di Netanyahu seguendo in gran parte la linea trumpiana e appoggiando le scelte occidentali in Medio Oriente e in Ucraina, anche però in termini di ripensamento. In America Latina, Milei rompe in parte con la tradizione pragmatica, avvicinandosi a governi conservatori o populisti di destra e criticando blocchi regionali tradizionali, pur mantenendo aperture verso economie emergenti.
In un mondo segnato da una guerra con l’Iran, dal conflitto in Israele e in Ucraina, e dall’accerchiamento politico economico di Cuba, la politica estera di Milei, come visto, privilegia schieramenti netti e rapporti personali tra leader, più che strategie multilaterali stabili. Questa scelta si riflette sia nelle dichiarazioni ufficiali che nelle azioni diplomatiche, come la designazione della Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terrorista — una misura che allinea esplicitamente Buenos Aires con Washington e Tel Aviv (o Gerusalemme) e indebolisce invece spazi di mediazione autonoma nelle crisi regionali.
In questo senso, la libertà economica e l’autonomia interna si intrecciano a vincoli esterni, riducendo la manovra politica nazionale di fronte ai grandi scenari globali.
Da un punto di vista liberale, un approccio coerente richiederebbe relazioni internazionali fondate su regole condivise e istituzioni multilaterali, difesa dei diritti umani e sovranità nazionale, e gestione delle crisi – fin quando possibile – tramite dialogo e cooperazione, evitando che l’allineamento diventi un riflesso delle alleanze dei leader del momento.

Diritti tra carta e realtà

Nel caso argentino, almeno finora, non si assiste a una sistematica abrogazione legislativa dei diritti civili: norme rilevanti, dall’interruzione di gravidanza ai diritti delle minoranze, restano in larga parte in vigore.
Tuttavia, alcune scelte di politica pubblica — tagli, riorganizzazioni, soppressione o ridimensionamento di strutture — incidono sulle condizioni concrete di accesso a tali diritti. Si pensi all’interruzione di gravidanza, formalmente legale ma resa più diseguale nella pratica, o alla soppressione del Ministero delle Donne, che riduce strumenti pubblici deputati alla promozione dei diritti di genere. Analogamente, l’assenza di vincoli diretti alla libertà di stampa si accompagna a condizioni economiche e professionali più incerte per chi la esercita.
Diritti sindacali e del lavoro, già messi alla prova da deregolazione e ridefinizione dei rapporti tra Stato, imprese e rappresentanza collettiva, mostrano quanto l’effettività possa divergere dal riconoscimento giuridico. A ciò si aggiunge un approccio più marcatamente securitario, che si è già tradotto in una gestione più rigida dell’ordine pubblico e delle proteste, con un rafforzamento del ruolo delle forze di polizia.
Più che di restrizione esplicita, si tratta dunque di una possibile divaricazione tra diritti sulla carta e capacità effettiva di esercitarli. Per un’analisi liberale, è un terreno delicato: da un lato, la riduzione dell’intervento pubblico può restituire neutralità allo Stato; dall’altro, senza condizioni minime di esercizio, i diritti rischiano di rimanere incompleti.
Osservare empiricamente come e quanto questa distanza tenda ad ampliarsi è più utile che affidarsi a formule generiche. È su questo terreno concreto, più che sulle definizioni, che si misura la qualità liberale di un ordinamento.

Precedenti storici e illusioni di breve periodo

Il caso argentino si presta inevitabilmente al confronto con altri momenti di liberalizzazione radicale.
Il thatcherismo nel Regno Unito ha mostrato come riforme profonde possano produrre crescita e trasformazioni durature, ma al prezzo di tensioni sociali significative. Diversa invece, e meno significativa, l’esperienza reaganiana negli Stati Uniti, che oggi hanno addirittura rilanciato il protezionismo.
La Russia degli anni Novanta rappresenta invece l’esempio opposto: liberalizzazione senza solide istituzioni, con esiti caotici e concentrazione del potere, che ha condotto a una reazione autocratica.
Più indietro nel tempo, le grandi stagioni liberali dell’Ottocento — tra il 1850 e il 1870 — insegnano che le trasformazioni realmente durature sono lente, graduali, istituzionali.
Questi confronti suggeriscono una cautela elementare: rivoluzioni di questo tipo non si misurano in anni, ma in decenni. Da questo punto di vista, il dibattito attuale appare spesso viziato da un eccesso di immediatezza: c’è chi canta vittoria e chi annuncia il fallimento. Entrambi sbagliano. Semplicemente, è troppo presto.

Un leader fuori schema

Resta infine la figura di Milei stesso, difficilmente classificabile. Probabilmente un “leader agitatore”, per dirla con Lasswell. Milei si definisce anarco-libertario, un’etichetta che combina l’idea di massima autonomia individuale con un forte liberalismo economico. In pratica, significa riduzione dello Stato al minimo (liberalismo micro-archico), se non alla sua cancellazione (liberalismo an-archico), libertà economica quasi assoluta e difesa rigorosa della proprietà privata (***). Tuttavia, nel contesto argentino, il termine assume più una valenza retorica e politica che una reale proposta di abolizione dello Stato: è una versione radicale e personalizzata del liberalismo, che mescola libertà individuale e mercato senza sempre chiarire i limiti istituzionali.
Leader carismatico, outsider e portatore di una visione radicale: queste caratteristiche potrebbero far pensare a figure della storia politica, passata o contemporanea. Tuttavia, c’è una differenza cruciale: il suo esplicito richiamo al liberalismo si concentra su un’interpretazione fortemente economicista. Su questo fronte, Milei non è né Gladstone né la Thatcher. Qui emerge una questione di portata e respiro
Inoltre non è facile stabilire un confronto diretto con altre figure storiche del liberalismo argentino. L’esperienza di Javier Milei (1970) si colloca in un contesto contemporaneo molto diverso: personalizzazione del potere, pressioni internazionali e sfide economiche immediate. Tuttavia, se guardiamo alla storia, possiamo intravedere alcuni punti di riferimento: dal liberalismo ispirato a Guizot di fine Ottocento con Carlos Pellegrini (1846–1906), attento a stabilità economica e istituzioni ma con partecipazione politica limitata; al liberalismo più sociale e politico di Hipólito Yrigoyen (1852–1933), che ampliò diritti e democrazia; fino a Arturo Frondizi (1908–1995), che cercò un equilibrio pragmatico tra libertà economica, sviluppo e stabilità istituzionale. Milei, in modo radicale e personale, si concentra invece sulla libertà economica, con minor attenzione al consolidamento istituzionale e alle garanzie civili.
Il punto, ancora una volta, non è psicologico ma politico. Milei è l’interprete di una fase in cui il liberalismo tende a essere identificato con il suo versante economico, perdendo — o rischiando di perdere — la complessità della propria tradizione. Questione che va ben oltre la stessa Argentina.

Il vero problema

Il caso Milei, in definitiva, mette in luce una tensione che attraversa il liberalismo contemporaneo. Qui il nostro parlare di paradossi: come tenere insieme libertà economica, garanzie istituzionali e equilibrio dei poteri.
Ridurre il liberalismo al solo mercato è un errore. Ma lo è altrettanto dimenticare che senza mercato non esiste libertà concreta. Tra queste due semplificazioni si gioca una partita decisiva, che implica anche una critica severa del welfare state iperprotettivo.
Milei, con la sua “terapia d’urto”, ha dimostrato che è possibile rimettere ordine nei conti anche in un contesto storicamente instabile. Ma resta aperta la questione più difficile: se a questo ordine contabile corrisponderà, nel tempo, un ordine propriamente liberale. Un vero liberale, infatti, non può limitarsi a seguire o approvare figure come Donald Trump, perché la libertà politica, le istituzioni solide e i contrappesi al potere costituiscono la sostanza del liberalismo, non solo l’alleanza con leader carismatici o populisti. Non dimentichiamo che Donald Trump sta distruggendo la Costituzione americana: la più antica al mondo. La prima scritta.
È su questo terreno — non su quello delle tifoserie — che l’ esperimento di Milei andrà giudicato.

Carlo Gambescia

(*) Non è la prima volta che ci occupiamo di Javier Milei. Qui il link dei nostri precedenti articoli: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=Milei&updated-max=2024-01-25T09:49:00%2B01:00&max-results=20&start=14&by-date=false .

(**) Qui per una disamina tecnica, né pro né contro: https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/largentina-milei-due-anni-dopo-conti-ordine-poca . Su ciclo del populismo economico in America latina si veda il nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, vol. II, pp. 34-35.

(***) Su queste classificazione rinviamo al nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio, 212.

lunedì 6 aprile 2026

Pasquetta in stazione: viaggiare senza (sala d’) attesa e senza scelta

 


C’è un’intuizione, che oggi suona ancora sorprendentemente attuale. Più di un secolo fa, Georg Simmel osservava come la vita urbana producesse uno spaesamento nell’individuo moderno, tra flussi, velocità e stimoli continui. Non era una patologia, ma parte integrante della modernità, diciamo del “pacchetto”. Entrare, allora come oggi in una grande stazione ferroviaria,  può restituire lo stesso senso di disorientamento: qui la città si concentra in pochi metri, rendendo percepibili i suoi ritmi e la frammentarietà dei flussi (*).

Perciò quel disorientamento — diciamolo pure — esiste ancora. Lo prova maggiormente il viaggiatore occasionale, ad esempio durante la Pasquetta, non quello abituale; chi entra in stazione con un tempo lento, non chi la attraversa come un pendolare automatico. Ma proprio qui sta il punto: per Simmel non si trattava di un problema da risolvere con una riorganizzazione ideologica della società, bensì di una condizione da comprendere e, semmai, da governare attraverso strumenti culturali, organizzativi, soprattutto individuali. Non con il socialismo, insomma, ma con l’intelligenza delle forme sociali e con la capacità di adattamento dell’individuo moderno.



Le osservazioni che seguono scaturiscono dalla lettura di un reportage sulla scomparsa delle sale d’attesa nelle stazioni ferroviarie uscito su “Internazionale”, ben scritto per carità, però tra le righe ( e neppure troppo), nostalgico di una specie di socialismo ferroviario (**).

Il riferimento a una sorta di “socialismo ferroviario” non rimanda a una dottrina, ma a un riflesso: l’idea che lo spazio pubblico debba garantire forme di accoglienza indifferenziata, sottratte a ogni logica di scelta. La sala d’attesa diventa così il simbolo di un’eguaglianza senza condizioni — tutti seduti, nello stesso modo, senza distinzione.

È una visione suggestiva, ma anche semplificata: perché scambia l’universalismo con l’uniformità. E, nel farlo, richiama quel tipico “individualismo protetto” di matrice welfarista, in cui l’individuo è sì al centro, ma dentro cornici standardizzate e garantite. Il risultato è paradossale: nel tentativo di eliminare le differenze, si finisce per reintrodurle sotto forma di criteri amministrativi, più o meno raffinati.

Invece ciò che è necessario è un radicale cambio di prospettiva. Perché evita di trasformare ogni trasformazione dello spazio urbano in un atto d’accusa contro il “sistema”, e invita invece a leggere le stazioni — ieri come oggi — per quello che sono: luoghi complessi, attraversati da logiche diverse, comunque moderne, non riducibili a una sola chiave interpretativa.



Del resto, come non restare incantati dal Caccioppoli di Martone, matematico vagabondo e anarchico di genio, fermato dalla polizia — sempre — nella sala d’attesa di una stazione, dove, tra una sbornia e l’altra, smaltiva i postumi ricorrendo all’algebra, trasformando la Sala d’Attesa in un luogo “alto”, deputato al pensiero. La sinistra, sulle idee, prova sempre di sapere il fatto suo.

Tuttavia, ripetiamo il concetto, l’idea che la sparizione delle sale d’attesa rappresenti il tramonto di un modello di società fondato sul servizio pubblico e sull’accoglienza universale tradisce una visione nostalgico-ideologica. Una visione in cui lo spazio pubblico viene implicitamente identificato con l’intervento statale e in cui ogni trasformazione orientata al mercato viene letta come una sottrazione, se non addirittura come una forma di regressione civile.

In questa prospettiva, le stazioni diventano il teatro di una  caramellosa  retorica  già scritta: da un lato il passato, evocato come più umano e solidale; dall’altro il presente, dipinto come freddo, commerciale, securitario. È una lettura suggestiva, ma semplicistica. E soprattutto viziata da un equivoco di fondo: la riduzione del liberalismo al solo liberismo.

È un errore antico, ma duro a morire. Il liberalismo, quello vero, non è affatto una dottrina che sacrifica ogni dimensione sociale sull’altare del mercato. È, piuttosto, una filosofia della libertà e dell’individuo che riconosce nella pluralità delle scelte il suo principio fondamentale. In questa ottica, una stazione ferroviaria non dovrebbe essere né un dormitorio assistenziale né un centro commerciale totalizzante, ma uno spazio aperto in cui diverse opzioni convivono: luoghi di sosta gratuiti, servizi a pagamento, aree di transito rapide.



Il punto, dunque, non è difendere o condannare le sale d’attesa in sé, ma interrogarsi sul perché siano scomparse senza essere sostituite da alternative equivalenti. Non è una questione di “più Stato” o “più mercato”, ma di qualità dell’offerta e di attenzione al viaggiatore come individuo, non come categoria sociale.

Al contrario, una certa retorica tende a trasformare le sale d’attesa in simboli di protezione dei “più deboli”, quasi fossero presidi di assistenza sociale. Ma è proprio qui che emerge un’altra contraddizione: una visione implicitamente classista, che divide i viaggiatori tra chi consuma e chi ha bisogno di essere assistito. Come se la dignità dell’attesa dovesse dipendere dal reddito o dalla condizione sociale.

Non solo. A questa lettura si accompagna spesso un collegamento quasi automatico tra logiche di mercato e politiche della sicurezza, come se la presenza di controlli o presidi nelle stazioni fosse il segnale di una deriva, prima che autoritaria, liberale. Anche qui, più che un’analisi, sembra agire uno schema ideologico: il mercato, quindi il liberalismo ridotto a liberismo, come anticamera del controllo, la sicurezza come strumento di esclusione. 

Una tesi suggestiva, ma che rischia di confondere piani diversi e di trasformare problemi complessi in slogan. Per essere chiari i blindati nelle stazioni li ha messi Giorgia Meloni, fiera nemica del liberalismo e del liberismo, per le ovvie ragioni di essere una nipotina dei reduci di Salò. E lo stesso vale, per dirla fuori dai denti, per il protezionista e fascista Trump.



E poi c’è la parola-chiave, immancabile: gentrificazione. Usata come passe-partout interpretativo, finisce per spiegare tutto e, dunque, nulla. Anche le stazioni, in questa mitizzazione, diventano vittime di un processo che le trasforma in spazi per consumatori, espellendo ogni forma di socialità autentica. Ma davvero la presenza di negozi e servizi implica automaticamente la fine delle relazioni? O non è piuttosto il modo in cui questi spazi vengono progettati e gestiti a fare la differenza?

Che fa il paio con un’altra formula altrettanto fortunata: la “società liquida”, resa celebre dal Bauman, archistar della sociologia di qualche anno fa. Un’immagine non banale, ma spesso usata come chiave universale: tutto diventa fluido, instabile, precario, e quindi spiegato con un unico principio.

Qui il confronto con Simmel è istruttivo. Che come detto, già più di un secolo fa, descriveva disorientamento e fragilità come tratti normali della modernità, senza invocare “liquidità” né nostalgie comunitarie. Uno sguardo analitico, non elegiaco.



Così, mentre certe categorie chiudono il discorso in una diagnosi totale, Simmel lo apre: invita a comprendere, non a semplificare; a distinguere, non a ridurre.

Il problema, semmai, è un altro: la progressiva standardizzazione degli ambienti e la riduzione delle possibilità di scelta. Se l’unico modo per attendere comodamente un treno è consumare qualcosa o pagare un servizio premium, allora sì, c’è una carenza. Ma questa carenza non si risolve tornando a un modello unico e paternalistico; si risolve ampliando l’offerta, non restringendola. Di fruire, magari, di nuove sale d’aspetto sulla base dei codici reddituali ISEE.

In altre parole, la scomparsa delle sale d’attesa non è di per sé un tradimento dello spirito pubblico, ma diventa problematica quando elimina una possibilità senza crearne altre. È qui che si misura la qualità di una società aperta: nella capacità di offrire alternative, non nell’imporre modelli.

Alla fine, la domanda giusta non è se dobbiamo rimpiangere le vecchie sale d’attesa, ma perché non esistono più spazi gratuiti, dignitosi e accessibili per chiunque voglia semplicemente sedersi e aspettare un treno. La risposta non sta in una generica condanna del “capitalismo” né in un nostalgico ritorno al passato, ma in una riflessione più concreta su come lavorare a luoghi pubblici che siano davvero tali: plurali, inclusivi e non obbligatoriamente subordinati al consumo.



Se le stazioni sono diventate altro, non è perché qualcuno abbia deciso di abolire l’attesa, ma perché si è smesso di considerarla un’esperienza degna di attenzione. Ed è qui che una prospettiva liberale mostra tutta la sua forza: non nel rimpianto né nella denuncia ideologica, ma nella capacità di tenere insieme libertà e responsabilità, mercato e servizio.

Una società aperta non teme la presenza di servizi a pagamento, però neppure trasforma il viaggiatore in cliente obbligato, né in assistito permanente. Lo riconosce, semplicemente, come individuo libero, portatore di esigenze diverse.

Per questo il problema non è reintrodurre le sale d’attesa come reliquie di un passato idealizzato, ma restituire al viaggiatore la possibilità di scegliere: sostare senza consumare, consumare se lo desidera, attraversare rapidamente se ha fretta. È questa pluralità — non l’uniformità — il vero criterio liberale.



In fondo, più che le sale d’attesa, ciò che è scomparso è l’idea che lo spazio pubblico debba offrire libertà di comportamento, non percorsi obbligati. E quando la libertà si restringe a una sola opzione — pagare o stare in piedi — non siamo di fronte a un eccesso di mercato, ma a un suo cattivo uso.

Il compito, allora, non è tornare indietro, ma fare meglio: lavorare a stazioni che non impongano, ma offrano; che non selezionino, ma includano; che non riducano l’attesa a consumo, ma la riconoscano come parte legittima dell’esperienza umana. Perché una società liberale si misura anche da questo: dalla qualità delle sue attese.

Carlo Gambescia

 

(*) G. Simmel, La metropoli e la vita mentale, in C. Wright Mills, Immagini dell’uomo, Edizioni di Comunità, Milano 1969, pp. 527-540.
 

(**) Qui: https://www.internazionale.it/reportage/alessandro-calvi/2026/04/04/sale-attesa-stazioni .

sabato 4 aprile 2026

La sai l’ultima? Gli "interessi strategici" dell’Italia

 


Ricordo che molti anni fa ebbi modo di parlare a lungo di politica estera con un professore della Sapienza, uno studioso appartato ma profondo, nonché uomo di destra, con un passato diciamo movimentista. Che però lo aveva vaccinato da ogni forma di esibizionismo politico.

Si parlava di interessi strategici. Ho ancora gli appunti sotto gli occhi. Interessi che lui riduceva, sulla base del fallimento fascista e dell’allineamento agli Stati Uniti, a una politica — diceva — del “piede di casa”: nessuna manifestazione di forza, che non potevamo (e non possiamo) permetterci; buoni affari, se possibile, ma all’interno delle coordinate americane e occidentali e di buoni rapporti con i partner europei. Distanza di sicurezza dalla Russia, allora da poco uscita dal comunismo, quindi magmatica e inaffidabile, e dalla Cina, criptica e misteriosa.

Citava Alcide De Gasperi come l’intelligente normalizzatore: niente missioni speciali, niente toni muscolari e, soprattutto — in polemica con craxismo e berlusconismo — nessuna politica estera da uomo solo al comando. Negli anni Novanta sosteneva che il Ministero degli Esteri, da lui frequentato, fosse popolato di ottimi tecnici. Oggi, invece, le cose sono cambiate: quei tecnici hanno meno spazio e voce in capitolo, e l’azione diplomatica spesso sembra meno solida e più esposta alle pressioni politiche.



Insomma, per il professore Tucidide 2.0, lo chiameremo così, gli unici interessi strategici dell’Italia erano quelli di tenere un profilo basso, soprattutto dopo la storica ubriacatura fascista. In linea generale, l’Italia doveva riallinearsi alla politica del cinquantennio liberale, evitando atteggiamenti alla Francesco Crispi, poi ereditati e potenziati da Benito Mussolini, e che per un attimo contagiarono anche Giolitti, quando si inventò nel 1911 l’impresa libica, salvo poi ritrattare evocando il pericolo di partecipare alla guerra mondiale. Un vero cataclisma, che ebbe parte non secondaria — si pensi solo al mix di nazionalismo e combattentismo — nel successivo avvento del fascismo. Una disgrazia per l’Italia, di cui ancora oggi paghiamo i conti.

Il lettore dirà che la stiamo facendo lunga. In realtà l’antefatto ha una sua giustificazione nel cercare di capire l’attivismo di Giorgia Meloni, ora in Arabia Saudita — come dichiara a quel pugno di smemorati che risponde al nome di popolo italiano — per promuovere gli interessi strategici dell’Italia. A dire il vero la Meloni, come ieri sera al TG1, non usa sempre la formula per esteso, ma il ritornello è quello: paesi “strategici per i nostri interessi”, “difesa degli interessi nazionali”, “sicurezza energetica”, eccetera,eccetera.

E qui casca l’asino. Perché, a voler essere seri (e non propagandisti), bisogna chiedersi: quali sarebbero, esattamente, questi interessi strategici? E soprattutto: da quando l’Italia ha smesso di essere una potenza medio-piccola, a sovranità forzatamente ridotta, per trasformarsi — almeno nella retorica di Palazzo Chigi — in una protagonista autonoma dello scacchiere globale?



C’è poi un tratto tipico — quasi un riflesso condizionato — di una certa destra italiana, soprattutto quando tende all’esibizionismo: usare la politica estera come palcoscenico per coprire le crepe della politica interna. Non è una novità, è un copione. Quando il consenso traballa, si alza lo sguardo oltre confine: viaggi, vertici, dichiarazioni solenni. Il messaggio implicito è semplice: “vedete? contiamo qualcosa”.

In realtà, spesso è il contrario: più si insiste sulla scena esterna, più si sospetta che dietro le quinte ci sia confusione.

E oggi il governo di Giorgia Meloni non sembra esattamente in uno stato di grazia. Tra difficoltà economiche, sconfitta referendarie, tensioni sociali e una maggioranza che ogni tanto scricchiola, l’attivismo internazionale diventa una valvola di sfogo comunicativa. Legittima, per carità. Ma trasparente.

La verità è meno epica e più prosaica: l’Italia non ha né la forza militare, né il peso economico, né la coesione politica per permettersi sortite “strategiche” in proprio. Quando ci prova, scivola inevitabilmente nel teatrino. E infatti l’attivismo della Meloni, più che strategia, sembra una forma di esibizionismo geopolitico: tanti viaggi, molte dichiarazioni, qualche fotografia ben calibrata — e risultati, per ora, difficili da distinguere dal rumore di fondo.



Andare in Arabia Saudita, oggi, non sarebbe di per sé un errore. Tutti ci vanno, per ragioni energetiche e finanziarie. Ora però è in corso una guerra, in cui il nostro ruolo è pari al due di coppe quando regna bastoni. E allora dov’è l’errore? La Meloni deve evitare atteggiamenti alla Francesco Crispi, che non solo inaugurò una politica estera muscolare, ma arrivò anche a coltivare l’idea, piuttosto disinvolta, di esercitare una qualche influenza personale sul Kaiser Guglielmo II, nella nuova fase seguita all’uscita di scena di Otto von Bismarck: un’illusione di grandezza, più che una reale leva di potere.

Però il punto è che se il viaggio lo si presenta come normale diplomazia economica, nessuno ha da ridire. Se invece lo si imbarca nella retorica degli “interessi strategici nazionali”, pretendendo di essere preso sul serio, iniziano i problemi.

Resta poi un’altra questione: la tanto sbandierata questione energetica. Anche qui: prudenza. L’idea che un viaggio, per quanto ben preparato (e non è questo il caso), possa “risolvere” o anche solo incidere in modo decisivo sui problemi energetici italiani è, nella migliore delle ipotesi, ottimismo comunicativo. Nella peggiore, propaganda.

I mercati dell’energia sono complessi, stratificati, regolati da equilibri globali e da contratti di lungo periodo. Pensare di piegarli a colpi di visita ufficiale significa confondere la diplomazia con la bacchetta magica. L’Italia può diversificare, negoziare, migliorare alcune condizioni. Ma non può raccontarsi — e raccontarci — che basti una missione nel Golfo per cambiare i fondamentali. Questo non è realismo strategico. È marketing politico.



Perché il nostro “interesse strategico”, se vogliamo dirla senza ipocrisie, resta uno solo: non fare danni. Restare saldamente ancorati al campo occidentale, non irritare inutilmente gli alleati più forti, non infilarsi in giochi più grandi di noi, e — dettaglio non trascurabile — cercare di portare a casa qualche contratto senza vendere l’anima (o almeno non troppo apertamente).

E qui arrivano anche le conseguenze meno raccontate. Un’attivazione troppo disinvolta su scacchieri delicati come quello saudita rischia di produrre effetti collaterali. Nei confronti dell’area politica che fa capo a Donald Trump, per esempio, può alimentare l’idea di un alleato poco lineare, troppo incline a muoversi in proprio: né con dio, né con i nemici di dio, senza però essere capace di reggere alla sfida.  Quanto a  Vladimir Putin: Mosca legge, pesa e inserisce in equilibri fluidi ma corposi che ci superano, ogni apertura o interlocuzione indiretta. Nulla sfugge al Cremlino. Quanto alla Cina, l'impressione è che non ci prendano troppo sul serio, ovviamente a livello politico. Poi magari qualche  buon affare si può anche fare...

Altra cosa sarebbe se invece fosse l’Europa a muoversi in blocco. Ma a Giorgia Meloni, al di là degli abbracci e dei sorrisetti, l’Europa non piace. E a dire il vero neppure lei piace all’Europa, fatta salva — fino a quando però non si pesteranno i piedi reciprocamente — quella banda di contrabbandieri fascisti che si aggira da Est a Ovest del continente, dai Carpazi fino ai Pirenei.

 


Insomma, non siamo noi a dettare il gioco. E quando proviamo a farlo, rischiamo di essere interpretati male da tutti. 

Il rischio, allora, è che nel tentativo di mostrarsi dinamici e “strategici”, si finisca per apparire incerti, oscillanti, poco leggibili. Che è esattamente il contrario di ciò che serve a un paese come l’Italia: prevedibilità, affidabilità, sobrietà.

 


In fondo, il professor Tucidide 2.0 — che citava De Gasperi e metteva in guardia contro le tentazioni alla Crispi o alla Mussolini — la sapeva lunga. L’Italia non perde quando è prudente. Perde quando si monta la testa. E ogni tanto, diciamolo, ci ricasca. Con meno tragedia rispetto al passato, certo. Ma con una certa ostinazione.

Il punto non è demonizzare i viaggi o i rapporti internazionali. È riportarli alla loro giusta misura. Senza gonfiarli, senza venderli come svolte epocali, senza usarli come sipario dietro cui nascondere i problemi veri. 

Perché quelli, purtroppo, non prendono l’aereo. Restano a casa. E aspettano.

E allora sì, viene da dirlo davvero, senza neanche più sorridere: la sai l’ultima? Gli “interessi strategici” dell’Italia.

Più che una linea di politica estera, ormai, una barzelletta. Che però,  a differenza di quelle buone, non fa ridere.


Carlo Gambescia

venerdì 3 aprile 2026

"Secolo d’Italia": l’antisemitismo che non si dice

 



Non occorre dire “ebrei” per evocare l’antisemitismo. A volte basta molto meno: un nome, una funzione, un racconto.

È quello che accade ogni volta che George Soros viene trasformato, da una parte della stampa, soprattutto di destra, in qualcosa di più di ciò che è: non un attore pubblico, ma il simbolo di un potere globale che agisce nell’ombra, orienta processi, connette movimenti, influenza governi. Non è una novità. È una struttura ideologico-retorica che viene da lontano.


Si può — e si deve — discutere Soros per le sue idee di sinistra. Ma la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali non è sua proprietà: sono valori universali, fondamento della civiltà liberale. 

 


Se vengono meno questi valori rischia di venire giù tutto. Cosa può accadere, anzi accade?  Per fare un esempio che si costruiscono campi di concentramento, ovviamente fuori d’Italia, perché il migrante non contamini la “razza”.

Soros in nome di questi nobili principi, che dovrebbero essere condivisi da tutti a prescindere, finanzia iniziative, sostiene reti, prende posizione. È un cittadino libero: criticarlo politicamente è legittimo, ma non serve evocare stereotipi o retoriche di lunga data che vanno a colpire i principi della società aperta.

Anche perché è il come – si critica – che conta. Quando il linguaggio scivola verso formule che lo descrivono come il nodo centrale di una rete globale, il motore nascosto di dinamiche politiche e sociali, il punto di convergenza di attivismi diversi, allora la critica cambia natura. Diventa velenosa retorica. E la rappresentazione, nella storia europea, non è mai neutra.



Perché quelle immagini hanno una genealogia precisa. Il grande finanziatore, il regista invisibile, il potere che non si vede ma agisce ovunque: non sono invenzioni contemporanee. Sono archetipi. E questi archetipi appartengono a una lunga tradizione dell’antisemitismo europeo, che ha costruito nei secoli la figura dell’ebreo come potere occulto, cosmopolita e destabilizzante. Quando tornano, non lo fanno mai per caso.

E qui veniano al “Secolo d’Italia”, alla sua edizione di oggi. “Il fiume di denaro rivolto a scardinare i nostri confini”, “una politica non dettata dall’interesse nazionale ma da uno speculatore globale”, “l’Italia non è in vendita e non sarà il terreno di gioco per gli esperimenti di ingegneria sociale dei globalisti”, “la sinistra getti la maschera: servono gli italiani o i portafogli dei miliardari”. Così scrive comdividendo le parole di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia alla Camera. La parola “ebreo” non compare.



Il giornale potrebbe obiettare di essere semplicemente patriottico, attento agli interessi nazionali e critico verso il potere globale, senza alcuna intenzione antisemita.

Ma ogni frase costruisce comunque l’immagine di un potere esterno, occulto e manipolatore, che minaccia la politica e la società. In altre parole: si può negare l’intento, ma non si può ignorare l’effetto, perché la musica è chiara anche senza nomi. Ripetiamo: ogni frase costruisce l’immagine di un potere esterno, occulto e manipolatore, che minaccia la politica e la società, evocando vecchi archetipi senza nominarli.

Si potrebbe parlare di un antisemitismo non detto, implicito, perché tacito. E proprio per questo più difficile da riconoscere – e in fondo facile da negare – ma non meno velenoso, e nevrotico. Ci si potrebbe quasi immaginare — nemmeno troppo metaforicamente — una platea di antisemiti che si riconoscono al volo, che si danno di gomito, soddisfatti: finalmente un linguaggio che consente di dire senza dire, di evocare senza nominare l’ebreo nell’ombra. Un linguaggio che colpisce il bersaglio senza esporsi.

 


È in questa zona ambigua – grigia – che si colloca una parte della comunicazione del “Secolo d’Italia”. Un giornale che non è una voce marginale, ma l’espressione di una cultura politica con una storia ben definita, oggi pienamente inserita nelle istituzioni, visto che è al governo dell’Italia. Ed è proprio questo il punto.

Non lo scandalo — che dura un giorno — ma la normalizzazione. Il fatto che un certo linguaggio passi, circoli, si depositi senza incontrare particolare resistenza. Che venga letto come una semplice opinione, quando invece porta con sé un bagaglio simbolico molto più pesante. Non è necessario che ci sia intenzione. Le parole funzionano anche senza.

 


Il problema, allora, non è difendere Soros. Non ne ha bisogno. Il problema è interrogarsi sul perché, ancora oggi, certe scorciatoie retoriche risultino così efficaci. Per quale ragione allora? Perché semplificano. Perché offrono bersagli riconoscibili. Perché trasformano la complessità in racconto. Offrono, al fin fine, un capro espiatorio: l’ebreo. Ma anche perché attingono a un repertorio antico, che non abbiamo mai davvero disinnescato.

E quando quel repertorio riemerge nel discorso pubblico — soprattutto in contesti che godono di legittimazione istituzionale — la questione non può essere liquidata come semplice polemica politica. È qualcosa di più serio.

 


Perché l’antisemitismo, oggi, raramente si presenta per quello che è. Preferisce alludere, suggerire, evocare. E proprio per questo passa.

Carlo Gambescia

giovedì 2 aprile 2026

La Nato, Trump e le anime morte

 


Il problema non è l’energia. O meglio: se proprio vogliamo dirla tutta, è l’energia morale che manca all’Europa. 

Un tempo, quell’energia esisteva. Le piazze degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta — perfino Ottanta — erano vive. Si protestava, a destra come a sinistra.

Ogni anno la destra missina protestava, dimentica delle atrocità naziste, contro lo sbarco americano di Anzio. Ma non facciamone un mito: erano mobilitazioni spesso eterodirette o viziate all’origine. A sinistra, non di rado, teleguidate dall’Unione Sovietica; a destra, alimentate da un rancore fascista che non aveva mai davvero accettato la sconfitta del 1945.

E tuttavia, era politica. Era conflitto. Era partecipazione. Oggi, al confronto, il silenzio.



E in questo silenzio irrompe Donald Trump, che minaccia di sganciarsi dalla NATO. Si dice: bluffa. Può darsi. Ma colpisce la reazione europea: fiacca, esitante, quasi burocratica. Come se si trattasse dell’ennesimo dossier, non di una questione esistenziale.

Il punto, però, non è Trump. O non è solo lui.È che può permetterselo. Può permetterselo perché gli Stati Uniti, in versione trumpiana — diciamolo senza troppi giri di parole, in perfetto stile Lucky Luciano — trattano gli alleati come si trattano i soci minori: finché conviene si tengono, altrimenti si scaricano.

E possono farlo perché l’Europa non è un soggetto politico. È un dispositivo amministrativo. Funziona — e anche bene — sul piano economico e finanziario. Ma non decide. Non rischia. Non rappresenta. In altre parole: non ha sovranità politica.

E senza sovranità politica, tutto il resto è simulazione. Anche quando si parla di difesa comune, autonomia strategica, valori condivisi. Parole. Coordinate burocratiche. Non potenza.

I nodi, purtroppo, stanno venendo al pettine, uno dopo l’altro. Economicamente parlando l’Europa parla la lingua di un socialismo welfarista, fondato sulla spesa pubblica e ossessionato, non solo a parole, dalla transizione ecologica: l’aggressione russa all’Ucraina ci ha salvato almeno da un ulteriore giro di vite in materia. È un equilibrio fragile, che regge finché altri garantiscono sicurezza e ordine.



Ma se quella garanzia vacilla, allora il destino si fa più chiaro: il rischio è quello di trasformarsi, politicamente parlando, in grande centro commerciale o, se si preferisce, satellite ludico della Russia, della Cina, di chiunque vorrà prendersi l’Europa.

Trump questo lo sa benissimo. E per questo si permette di prenderci a calci. E le basi americane, contestate per decenni da destra e sinistra, che fine faranno? C’è da chiederlo? Parchi per la pace.

In questo quadro, anche le vecchie polemiche sulle basi appaiono quasi archeologia politica. Per decenni sono state liquidate come simbolo della dipendenza. Domani potrebbero diventare il simbolo, questa volta vero, della loro assenza.

E allora? Torna utile l’immagine delle anime morte.

Nel romanzo di Nikolaj Gogol, le “anime morte” sono servi della gleba defunti ma ancora registrati nei censimenti, comprati e venduti come se fossero vivi. Esistenze fantasma, che contano solo sulla carta.

 


È una metafora potente perché descrive una condizione: quella di chi esiste formalmente, ma non sostanzialmente. Di chi è contabilizzato, amministrato, perfino tutelato, ma non decide.

Un’Europa così rischia di diventare proprio questo: un insieme di anime morte. Non perché povera o irrilevante, ma perché politicamente assente.

Un grande inventario ben tenuto. Ma senza volontà. Senza forza. Senza destino liberale.

Carlo Gambescia


mercoledì 1 aprile 2026

Paisà. Italiani e americani: alleati che non si capiscono

 



C’è un film del 1946 che andrebbe riguardato oggi più che mai. “Paisà” di Roberto Rossellini non è un inno retorico agli americani, né una celebrazione ingenua della liberazione. È qualcosa di più scomodo e, proprio per questo, più vero: il racconto di un incontro tra alleati che non riescono davvero a capirsi. Gli americani arrivano, liberano, aiutano. Ma non comprendono fino in fondo il paese che stanno attraversando. E gli italiani, a loro volta, distrutti moralmente da oltre vent’anni di fascismo, non capiscono fino in fondo chi li sta salvando e da che.

Quella distanza — linguistica, culturale, politica — non è un dettaglio. È il cuore del rapporto tra Italia e Stati Uniti. E, a quanto pare, non è mai stata davvero colmata.


 

Oggi riemerge, in forma quasi grottesca, nella vicenda del rifiuto burocratico della base di Sigonella ai bombardieri americani diretti in Medio Oriente. Un rifiuto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha cercato di incorniciare dentro la continuità dell’alleanza: nessuna rottura con Washington, nessun cambio di linea strategica, ma — si è detto — il rispetto delle procedure previste, che richiedono autorizzazioni specifiche per operazioni non già concordate o per missioni che possono esporre direttamente l’Italia a un coinvolgimento militare.  



In altre parole: non un no politico, ma un rinvio tecnico. Non una presa di distanza, ma l’applicazione di regole. Tradotto: amici come prima, ma questa volta no. Senza dirlo davvero.

E l’ambiguità, in politica estera, non è una virtù. È una fuga.

Sia chiaro: gli Stati Uniti di Trump non coincidono con l’America. Confondere le due cose sarebbe un errore grossolano. Esiste una tradizione politica americana — liberal-democratica, multilaterale, consapevole dei limiti della forza — che ha accompagnato la storia dell’Occidente ben oltre le stagioni contingenti. Trump rappresenta piuttosto una rottura, un unicum: una torsione nazionalista e muscolare che semplifica i conflitti e riduce la politica estera a gesto immediato. Criticare Trump, dunque, non significa mettere sotto accusa l’America nel suo insieme. Significa, al contrario, distinguere.



E tuttavia, anche distinguendo, il problema resta. Il modo di agire conta quanto il fine.

Se davvero si ritiene che il regime iraniano sia un problema — e lo è — esistono strumenti che non passano necessariamente per l’escalation militare. Lavoro diplomatico, pressione internazionale, intelligence, sostegno alle opposizioni interne. Strade più lente, meno spettacolari, ma politicamente più intelligenti. Cedere invece alla logica del bombardamento significa accettare una visione semplificata e pericolosa del mondo, che finisce per alimentare proprio ciò che si vorrebbe combattere.

Ma, ancora una volta, il punto non è Washington. Il punto è Roma.



L’Italia di oggi rivendica un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Si dichiara alleata, fedele, coerente. E poi, nei fatti, dice no — ma senza dirlo davvero. Nega l’utilizzo di una base strategica, ma lo fa per via amministrativa, quasi per caso, come se si trattasse di una pratica qualsiasi. Non c’è una posizione politica esplicita. Non c’è una rivendicazione. Non c’è nemmeno un dissenso dichiarato.

C’è solo una scelta che non ha il coraggio di chiamarsi tale.

Il paragone con “l’altra” Sigonella, anno di grazia 1985, allora, diventa inevitabile. Quando Bettino Craxi si oppose agli Stati Uniti, lo fece apertamente, senza nascondersi. Si assunse il rischio di uno scontro, con tutte le sue conseguenze. Si può discutere quella scelta, criticarla, contestualizzarla. Ma non si può negare che fosse una scelta politica.



Oggi, invece, il conflitto non scompare: si dissolve. Si perde nelle pieghe della burocrazia, si traveste da continuità, si presenta come irrilevante. È qui che la differenza diventa tutta a sfavore di chi governa.
Perché un paese è davvero sovrano non quando dice sempre sì o sempre no, ma quando è in grado di dire chiaramente perché dice sì o perché dice no.

Dire: non consentiamo l’uso delle nostre basi perché non condividiamo i metodi adottati. E precisare: non è il riflesso di un pacifismo automatico, spesso incapace di vedere la natura dei regimi con cui si confronta, ma una scelta autonoma e consapevole. Questo sarebbe il comportamento di un alleato adulto. Non un subordinato. Non un opportunista.

E invece resta quella distanza, quella incomprensione che “Paisà” aveva raccontato con lucidità quasi profetica. Allora c’era almeno la chiarezza della liberazione, il dato storico che teneva insieme tutto il resto. Oggi quella chiarezza non c’è più. Restano solo relazioni che si dichiarano solide e si rivelano fragili, alleanze proclamate e decisioni non dette.

Non capire l’America — e non farsi capire — significa questo: scivolare in una terra di mezzo, dove tutto è reversibile, negoziabile, opaco.



Non è un caso che, nella cultura politica della destra italiana, sopravviva ancora oggi l’uso polemico della parola “badogliano”: un’etichetta per indicare chi tradisce, chi tentenna, chi non ha il coraggio della coerenza. È un riflesso antico, che ha colpito nel tempo figure diverse, anche Gianfranco Fini e la stessa Meloni. Ma è anche un riflesso storicamente fragile.

Gli studi di storici, come ad esempio Renzo De Felice, hanno mostrato come la caduta di Mussolini non sia stata un semplice tradimento personale, ma l’esito di un logoramento interno al regime e di una scelta maturata nei vertici dello stato e negli ambienti conservatori. In questo senso, Benito Mussolini non fu solo vittima di una manovra altrui: fu anche parte di una crisi che lo precedeva e che egli stesso non seppe governare. Il cosiddetto “badoglianesimo” non è un incidente esterno al fascismo, ma una delle sue possibili derive.



E forse è proprio qui che il parallelo diventa scomodo. Perché l’ambiguità, il tentennamento, il dire e non dire, non sono sempre segni di debolezza altrui. A volte sono il tratto di chi non riesce a scegliere fino in fondo, di chi lascia che siano altri — ieri il Re, oggi gli equilibri internazionali — a compiere il passo decisivo.

È in questo spazio che si colloca anche la posizione dell’attuale governo  presieduto da Giorgia Meloni: una linea che oscilla tra dichiarata fedeltà all’alleato americano e scelte che non vengono mai rivendicate fino in fondo, tra vicinanza politica e distanza operativa, tra affermazione di sovranità e timore di esercitarla apertamente.

Come in “Paisà”: ci si incontra, si cammina insieme, ma non ci si capisce davvero. Solo che, questa volta, non è un destino tragico. È una responsabilità politica.

 


E c’è un punto che la destra continua a rimuovere: non aver mai fatto davvero i conti con il fascismo significa non aver compreso fino in fondo le ragioni della sua caduta. Un regime che si pensava granitico crollò anche per una crisi interna, per una perdita di direzione, prima ancora che per la pressione esterna.

L’ambiguità, in politica, non è mai neutra. A volte è solo il modo in cui una crisi comincia.

Carlo Gambescia