martedì 7 luglio 2026

Trump, il calcio e le regole del gioco

 


La notizia ha fatto il giro del mondo. Donald Trump telefona alla Fifa e ottiene la revoca della squalifica di un attaccante americano alla vigilia di una partita decisiva. Giornali e commentatori sono indignati: anche il calcio, dicono, è finito nelle mani della politica.

In realtà, la sorpresa è un’altra: che ci si sorprenda.

La storia insegna che il potere politico, soprattutto quando assume tratti autoritari, ha sempre avuto una particolare attrazione per lo sport. Il motivo è semplice. Lo sport mobilita passioni, costruisce identità collettive, suscita un senso di appartenenza che la politica, da sola, spesso non riesce più a creare.Dove non arriva la politica, prova ad arrivare il calcio.



Mussolini lo aveva capito perfettamente. Favorì la nascita dell’AS Roma per dare alla capitale una grande squadra e trasformò i Mondiali del 1934 in una gigantesca operazione di propaganda nazionale.

Hitler, a sua volta, fece delle Olimpiadi di Berlino una celebrazione del mito ariano. Non riuscì mai a perdonare il trionfo di Jesse Owens, l’atleta nero che, con quattro medaglie d’oro, demolì davanti al mondo l’ideologia della superiorità razziale.

L’Unione Sovietica non si comportò diversamente. Dalle Olimpiadi ai mondiali di scacchi, ogni vittoria sportiva doveva dimostrare la superiorità del socialismo reale. Gli atleti erano soldati in tuta e le medaglie diventavano argomenti ideologici.

Anche la Cina contemporanea considera lo sport una questione di prestigio nazionale. Dai Giochi olimpici di Pechino agli enormi investimenti nelle discipline capaci di produrre medaglie, lo sport è parte integrante del progetto di grandezza del Paese e della legittimazione del potere del Partito comunista.



In fondo, per ogni regime dittatoriale, lo sport è una cosa troppo importante per essere lasciata alle sue regole. Deve essere guidato, indirizzato, piegato alla Ragion di Stato.

È la stessa logica che attraversa tutta la cultura populista e sovranista contemporanea: il capo si considera al di sopra delle procedure perché ritiene di incarnare direttamente la volontà del popolo.

Ed è qui che il caso Trump diventa interessante.

Naturalmente, gli Stati Uniti non sono una dittatura (almeno per ora) e Trump non è Mussolini né Stalin. Ma il riflesso politico è sorprendentemente simile: l’idea che una telefonata del leader possa correggere una decisione disciplinare presuppone una concezione del potere molto precisa. Il capo si considera al di sopra delle procedure perché ritiene di incarnare direttamente il popolo e l’interesse nazionale.

È esattamente il contrario della concezione liberale dello sport.

In una società libera, il calcio è una straordinaria metafora della democrazia costituzionale. Nessuno è al di sopra del regolamento. Non lo sono i giocatori, non lo sono i dirigenti, non lo è il pubblico e non dovrebbe esserlo neppure il presidente degli Stati Uniti.

Le regole precedono i vincitori. L’arbitro può sbagliare, le sanzioni possono apparire ingiuste, le decisioni possono essere contestate. Ma esistono procedure, ricorsi, organismi indipendenti. Proprio come in uno Stato di diritto.



La società liberale accetta una cosa che i regimi dittatoriali faticano a comprendere: si può perdere. Si può perfino subire una decisione ritenuta ingiusta. Ma non per questo si cambiano le regole.

La dittatura, invece, ragiona diversamente. Le regole non sono un limite al potere; sono uno strumento del potere. E se ostacolano il capo, si cambiano. Se impediscono la vittoria, si sospendono. Se intralciano l’interesse nazionale, si aggirano.

Per questo il calcio è molto più di un gioco. È uno dei pochi luoghi della vita moderna in cui milioni di persone accettano spontaneamente una verità profondamente liberale: si può vincere o perdere, ma nessuno deve poter cambiare le regole a partita iniziata.



Le dittature vogliono vincere le partite. Le democrazie liberali vogliono salvare le regole che permettono di giocarle.

Quando un leader politico pretende di riscriverle in nome della nazione, il problema non è il pallone. Il problema è la libertà.

Carlo Gambescia

lunedì 6 luglio 2026

L’insostenibile leggerezza del disarmo

 


Donald Trump ha umiliato ancora una volta Giorgia Meloni. E non è un incidente diplomatico. È una lezione di politica internazionale.

Il sarcasmo del presidente americano – «serve un ordine restrittivo», che presenta Giorgia Meloni come una molestatrice fuori controllo – è perfettamente coerente con la sua visione del mondo, fondata sulla forza, sulla gerarchia, sul disprezzo per chi appare debole o dipendente. Una visione che, per molti aspetti, richiama le culture politiche autoritarie del Novecento e presenta alcune analogie con il fascismo storico.

Anche il rapporto con le donne non sfugge a questa logica. Il fascismo le concepiva essenzialmente come madri e riproduttrici, figure subordinate a un ordine maschile e gerarchico. Basta rivedere “Una giornata particolare” o sfogliare le riviste del Ventennio per ritrovare quell’immaginario.



Giorgia Meloni, che ha investito molto sul rapporto personale con Trump e che in più occasioni ha cercato di presentarsi come una sua interlocutrice privilegiata in Europa, scopre oggi una verità elementare: nel mondo del magnate non esistono amici. Esistono soltanto rapporti di forza. O si è padroni o si è subordinati.

E questa è la vera notizia.

Perché il problema non riguarda soltanto Meloni. Riguarda l’Europa intera. Per decenni il continente ha coltivato l’illusione di poter vivere in una sorta di paradiso post-storico, protetto dall’ombrello americano e dispensato dal doversi occupare seriamente della propria difesa. Ha progressivamente ridotto il peso della questione militare, delegando gran parte della propria sicurezza agli Stati Uniti.

Quel mondo non esiste più.



Dalla Russia alla Cina, dal Medio Oriente al ritorno della politica di potenza, le relazioni internazionali sono tornate a essere ciò che sono sempre state: competizione, interessi, deterrenza, forza. Proprio ieri Vladimir Putin ha rivolto nuovi e duri avvertimenti alla Polonia, ricordando a tutti che la minaccia della guerra nel cuore dell’Europa non appartiene ai libri di storia.

Non è un caso che il vertice Nato di Ankara si apra sotto il segno di uno slogan significativo: «Un’Europa più forte in una Nato più forte». Dietro la formula diplomatica si nasconde una realtà ben più profonda. Come ha ammesso una fonte alleata citata dall’ANSA, a Bruxelles si è ormai radicata una convinzione impensabile fino a pochi anni fa: se la Russia dovesse attaccare, gli europei potrebbero dover cavarsela da soli (*).

È una frase destinata a segnare un’epoca.

Perché certifica la fine dell’Europa post-storica, l’Europa convinta che il commercio, il diritto internazionale e le buone intenzioni fossero sufficienti a garantire la pace.

Trump lo ha capito, a modo suo. E proprio per questo è inutile scandalizzarsi. Sarebbe più utile prendere atto della realtà.



L’Italia, da sola, non conta abbastanza. E nessun Paese europeo, preso singolarmente, è in grado di competere con le grandi potenze del XXI secolo.

Serve dunque un’Europa unita. Ma unita davvero: politicamente, diplomaticamente e militarmente. Un’Europa capace di difendere i propri interessi e i propri valori. Un’Europa che non dipenda dalla benevolenza di Washington né dai capricci del suo inquilino.

L’autonomia strategica europea non è il contrario dell’atlantismo. È, al contrario, la condizione perché l’atlantismo possa sopravvivere nell’era di Trump.

Il vertice di Ankara sembra averlo compreso. L’emergere di un nucleo europeo della sicurezza – con Germania, Polonia, Francia, Regno Unito e forse Italia chiamati ad assumere maggiori responsabilità – va precisamente in questa direzione.

 


Perché nel mondo che sta nascendo il disarmo non è una virtù. È un lusso che i deboli pagano molto caro.

E la storia, purtroppo, insegna una lezione semplice: chi non è in grado di farsi rispettare finisce, prima o poi, per essere costretto a obbedire.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/05/al-vertice-di-ankara-nasce-la-nato-europea-incognita-trump_455e12e9-40e3-4177-82a6-44151f571580.html .

domenica 5 luglio 2026

Lampedusa e la solitudine del Papa

 



La buttiamo lì: realismo politico sì, ma anche storia delle idee. E che idee.

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa (tredici anni dopo quella di Francesco) non è soltanto un gesto di solidarietà verso i migranti. È, prima ancora, un messaggio rivolto all’Europa e alla sua identità.

Perché Lampedusa non è semplicemente un’isola. È il luogo in cui si confrontano due diverse idee di civiltà.

Da una parte vi è un’Europa che si pensa come comunità di destino, fondata su confini, appartenenze e identità particolari. Dall’altra vi è un’Europa che si è costruita, almeno a partire dall’Illuminismo e poi dopo il 1945, su un principio più ambizioso: l’universalismo.

L’idea, cioè, che l’essere umano valga prima delle sue appartenenze. Un’idea spesso guardata con diffidenza dalle nuove destre identitarie e talvolta ridotta dalle sinistre a una lettura esclusivamente economicistica o classista.

È un’idea che ha due grandi radici storiche. La prima è il cristianesimo, che proclama l’eguaglianza morale di tutti gli uomini davanti a Dio. La seconda è il liberalismo, che riconosce a ogni individuo diritti che precedono la nazione, l’etnia, la religione e persino lo stato. Diciamo pure che la riporta sulla terra. Detto altrimenti: Il cristianesimo ne afferma il principio; il liberalismo prova a renderlo istituzione civile.



Per molti aspetti, la civiltà europea nasce proprio dall’incontro di queste due tradizioni.

Quando il Papa parla di migranti, dunque, non difende soltanto i poveri o gli ultimi. Richiama un principio molto più profondo: l’universalità della persona umana.

Ed è per questo che la sua voce appare così controcorrente. L’universalismo è oggi messo in discussione, se non apertamente respinto.

L’immigrazione ha generato paure e insicurezze; il terrorismo e le crisi economiche hanno alimentato la domanda di protezione. In questo clima, i confini tornano a essere percepiti non come semplici strumenti amministrativi, ma come difese identitarie.

Ma un’altra verità è altrettanto evidente: le società aperte sono state storicamente le più dinamiche, le più innovative e le più prospere.

Le grandi civiltà commerciali del Mediterraneo, le città anseatiche, le Repubbliche marinare italiane, l’Inghilterra liberale, gli Stati Uniti dell’immigrazione: tutte le società che hanno saputo aprirsi agli uomini, alla cultura e ai commerci hanno conosciuto una straordinaria vitalità economica e culturale. È qui che si vede la forza delle idee.

Le società chiuse hanno raramente prodotto, nel lungo periodo, sicurezza, innovazione e prosperità. Più spesso hanno generato stagnazione, paura e declino.

Certo, le paure non vanno liquidate: nessuna comunità politica può esistere senza regole e senza la capacità di governare i processi che la attraversano. Qui il realismo politico.



Tuttavia, il tema delle frontiere non può essere ridotto a uno scontro tra “buoni” e “cattivi”, tra accoglienza e respingimento. La vera questione è se l’Europa intenda ancora riconoscersi in una concezione universalistica dell’uomo oppure se voglia definirsi esclusivamente attraverso l’appartenenza e l’esclusione, cioè attraverso un particolarismo gretto e difensivo.

Il vecchio motto latino ubi bene, ibi patria – dove si sta bene, lì è la patria – esprime una verità che il mondo moderno ha conosciuto bene. Gli uomini si muovono da sempre alla ricerca di sicurezza, libertà e opportunità. E le società che hanno saputo accogliere energie, talenti e lavoro provenienti dall’esterno sono state spesso quelle che hanno prosperato di più. In questo senso, il principio del “lasciar fare, lasciar passare” conserva una sua verità storica.

La visita di Leone XIV a Lampedusa ricorda dunque all’Europa qualcosa che essa sembra aver dimenticato: che l’universalismo non è un’ingenuità morale, ma una delle grandi invenzioni della civiltà europea. E che cristianesimo e liberalismo, pur nelle loro differenze, si incontrano precisamente qui: nell’idea che ogni essere umano possieda una dignità che nessuna frontiera può cancellare.

 

Il Papa appare solo non perché chieda di abolire i confini. Ma perché ricorda che i confini, da soli, non bastano a definire una civiltà. Una civiltà vive anche della sua capacità di riconoscere nell’altro non soltanto uno straniero, ma un uomo.

E questo, per inciso, è uno dei nomi dell’Occidente.

Carlo Gambescia

sabato 4 luglio 2026

Da Lotito ad Angelucci?

 


Oggi si parla di calcio per due ragioni. La prima è che chi scrive ha un cuore biancoceleste da quando aveva i calzoni corti. La seconda è che la campagna del “Tempo”, con Daniele Capezzone e Luigi Bisignani in prima fila, appare quantomeno sospetta.

Per quale ragione? Perché l’editore del “Tempo”, Antonio Angelucci, il cosiddetto “Re delle Cliniche”, più volte deputato e sempre collocato a destra, potrebbe avere un interesse nella vicenda Lazio. Non va dimenticato che nel 2011 tentò di entrare nella Roma e che una parte della tifoseria rispose con un fragoroso “Vaffa” (*).



Naturalmente, non esiste alcuna prova che Angelucci voglia acquistare la Lazio. Nessuno ha fatto il suo nome e, allo stato delle cose, non risultano trattative o indiscrezioni concrete. Tuttavia, è legittimo porsi una domanda: dietro la campagna contro Lotito c’è soltanto il malcontento dei tifosi oppure anche l’interesse di qualcuno a rendere la società più contendibile?

I tifosi hanno tutte le ragioni per contestare Lotito. Siamo con loro. Ma potrebbero ritrovarsi, senza saperlo, a fare il gioco di qualcun altro. Il rischio è quello di liberarsi di un presidente sgradito per ritrovarsi con una sorta di “Lotito 2”, magari più abile sul piano finanziario e comunicativo.

Il calcio sta cambiando e servono capitali sempre maggiori, capitali che in Italia spesso mancano. Pochi giorni fa un gruppo americano ha acquistato il Frosinone, appena tornato in Serie A. È possibile che investitori stranieri non abbiano mai guardato alla Lazio, una società dal marchio storico, con un grande bacino di tifosi e un potenziale economico ancora in parte inespresso? La domanda merita di essere posta.

Angelucci, d’altra parte, ha mostrato negli anni una notevole capacità di espandere i propri interessi imprenditoriali, dai media alla sanità privata. Per questo non appare irragionevole interrogarsi su eventuali ambizioni nel mondo del calcio. Si tratta, appunto, di un’ipotesi. Ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato, però spesso ci si azzecca. 

Capezzone e Bisignani non sono due sprovveduti. E Angelucci, quanto ad astuzia, non è certo da meno.

Il tifoso della Lazio, dunque, farebbe bene a mantenere gli occhi aperti. Il calcio è come la vita: non sempre vincono i buoni e, spesso, i buoni – in questo caso i tifosi – vengono usati da altri per finalità che non coincidono con le loro.


Forse Angelucci non è interessato alla Lazio. Forse sì. Nessuno, oggi, può dirlo con certezza. Ma il tifoso romantico, già deluso da tante promesse e da tanti presidenti, farebbe bene a non scambiare automaticamente ogni cambiamento per una liberazione. Talvolta si esce dalla padella per finire nella brace.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.repubblica.it/sport/calcio/serie-a/roma/2011/02/02/news/arabi_americani_angelucci-11964015/ .

venerdì 3 luglio 2026

Da Montanelli a Cerno: la malinconia di un vecchio lettore

 


C’è una malinconia particolare che assale i lettori di una certa età quando vedono invecchiare male un giornale che hanno amato da ragazzi. È un sentimento diverso dalla nostalgia. È qualcosa di più simile al dispiacere che si prova quando un vecchio amico, col passare degli anni, smette di essere sé stesso.

Per noi, il “Giornale nuovo” – come allora si chiamava, per distinguersi da un’altra testata – è stato tutto questo.

Eravamo molto giovani quando nacque, nel giugno del 1974. Anni feroci, politicamente e culturalmente. L’Italia era attraversata da ideologie totalizzanti, da appartenenze quasi religiose, da giornali che spesso erano organi di partito prima ancora che strumenti di informazione.

In quel panorama, il giornale fondato da Indro Montanelli rappresentava un’anomalia preziosa, per noi stanchi del “MaoMessaggero” (come lo chiamava, un amico, Roberto Bi), a Roma, giornale di famiglia, diciamo, all’epoca spostatosi troppo a sinistra. Un unicum, nella storia del popolare quotidiano romano.

“Il Giornale” era un quotidiano dichiaratamente conservatore e liberale, ma soprattutto era un giornale indipendente, allergico alle ortodossie, diffidente verso ogni conformismo. Non bisognava necessariamente condividerne le posizioni per apprezzarne lo stile: l’ironia, il gusto della provocazione, la libertà di giudizio, persino una certa aristocratica diffidenza verso il potere.



Montanelli aveva molti difetti e non pochi pregiudizi. Ma possedeva una qualità oggi rarissima: non si faceva arruolare.

Per questo, vedere oggi la prima pagina de “Il Giornale” provoca una sensazione straniante.

L’editoriale di Tommaso Cerno – troppo lungo per essere un vero “Controcorrente”, quelli di Montanelli erano fucilate – dedicato allo scisma dei lefebvriani è interessante proprio perché dice quasi il contrario di ciò che il titolo lascia intendere.

Non è una difesa del tradizionalismo. Anzi. La sua tesi è che la vera Tradizione non coincida con il culto del passato, ma con la capacità di una comunità di cambiare senza smarrire sé stessa. In questo senso, persino il Concilio Vaticano II diventa parte della tradizione cattolica e il vero «tradimento» sarebbe stato il rifiuto di accettarlo.

È un’idea tutt’altro che banale e persino condivisibile. Il problema è che Cerno non la sviluppa fino in fondo e, soprattutto, la abbandona presto per scivolare su un altro terreno. L’editoriale comincia parlando di teologia e finisce per alludere alla politica, alle radici, all’identità, al rapporto tra patriottismo e nazionalismo. La vicenda dei lefebvriani diventa così una metafora delle guerre culturali contemporanee.



È qui che il ragionamento si fa meno convincente. Perché quando la storia viene trasformata in allegoria politica o, peggio ancora, in ideologia, si rischia di perdere la storia stessa.

Anche per questo colpisce la parabola de “Il Giornale”. Il quotidiano che nacque per sfuggire ai conformismi dell’epoca è diventato, negli anni, un giornale sempre più organico a una parte politica, sempre più immerso nelle guerre culturali della destra identitaria, sempre meno disposto al dubbio.

Dal 1994 in poi, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nuova proprietà, qualcosa si è lentamente spezzato. Non tutto in una volta. I giornali, come le persone, cambiano poco alla volta. Alla fine, però, il cambiamento è diventato evidente.





Non è soltanto una questione di linea politica. Un giornale può essere di destra, di sinistra o di centro e rimanere un grande giornale. È una questione di spirito.

Il vecchio “Giornale” montanelliano era irriverente verso tutti, compresi i propri amici. Quello di oggi appare spesso come un giornale di appartenenza, militante, impegnato più a confermare le convinzioni dei propri lettori che a sfidarle.

Ciò che davvero rattrista è la scomparsa di quello spirito liberale, scettico e antidogmatico che, da ragazzi, ci spinse a comprare “Il Giornale” in edicola. E che ci insegnò che il primo dovere di un giornalista non è dare conforto alle proprie tribù.

Indro Montanelli questo lo sapeva benissimo. E forse è proprio per questo che, guardando oggi quella testata, la nostalgia è inevitabile. 

Non per il passato in sé, ma per un giornalismo che disturbava le certezze invece di amministrarle.

 

Carlo Gambescia

giovedì 2 luglio 2026

Quando il Quirinale diventa una rivincita

 


“Anche questo tabù può essere superato”. Con queste parole Giorgia Meloni ha evocato la possibilità di un presidente di destra al Quirinale. La frase è stata letta da alcuni come una semplice rivendicazione dell’alternanza democratica. Ma c’è un’altra chiave di lettura, più storica e sociologica, diciamo metapolitica, che merita di essere presa in considerazione. Quando la destra parla di “tabù”, a quale tabù si riferisce esattamente?

Per decenni, l’esclusione della destra post-fascista dalle più alte cariche dello Stato non è stata soltanto il frutto di una pregiudiziale ideologica della sinistra o di un presunto monopolio culturale progressista. È stata anche, e soprattutto, una conseguenza della natura stessa della Repubblica italiana.

La Repubblica nasce dall’antifascismo. Non nel senso banale di una generica avversione al regime di Mussolini, ma nel senso più profondo del termine: la Costituzione del 1948 è il prodotto della sconfitta del fascismo e della scelta di costruire un ordine politico liberal-democratico fondato sul pluralismo, sulla separazione dei poteri, sui diritti individuali e sul ripudio di ogni forma di autoritarismo.

L’antifascismo non è un accessorio della Repubblica. È l’atto di nascita.



Per questa ragione, per molti decenni, l’idea di un esponente proveniente dalla tradizione neofascista al Quirinale appariva una contraddizione in termini. Non si trattava semplicemente di tenere qualcuno fuori dal recinto della democrazia, ma di preservare la coerenza simbolica di una Repubblica nata dalla sconfitta del fascismo. Non tutti i tabù, però, sono uguali: alcuni raccontano una storia costituzionale.

Naturalmente la storia non è immobile. I partiti cambiano, le culture politiche si trasformano e nessuna esclusione può essere eterna in un sistema democratico. La destra italiana ha certamente compiuto un lungo percorso di integrazione nelle istituzioni repubblicane. Resta tuttavia aperta la questione se a questa integrazione abbia corrisposto una piena adesione alla cultura politica dell’antifascismo costituzionale oppure, più semplicemente, l’accettazione strumentale delle regole della competizione democratica. Chi scrive ritiene, come più volte osservato, che si tratti di un’integrazione passiva. Si è fatto di necessità virtù. Però sulla natura sincera della virtù non metteremmo la mano sul fuoco.

La distinzione tra integrazione attiva e passiva non è di poco conto.



Perché una parte della destra continua a vivere quella passata esclusione non come la conseguenza di una storia problematica e di un rapporto mai del tutto chiarito con il fascismo, ma come un’ingiustizia subita, una discriminazione, una delegittimazione imposta dalle élite culturali.

È qui che entra in scena il risentimento.

Non solo il risentimento del povero o del diseredato, ma quello di chi ritiene di non aver ricevuto il riconoscimento che gli spettava.

Sul piano sociologico, il risentimento nasce spesso da una distanza tra il potere che si ritiene di meritare e il riconoscimento che si pensa di aver ottenuto. E la politica contemporanea è piena di “imprenditori” del risentimento: leader che trasformano un sentimento di esclusione in un potente romanzo identitario, talvolta con esiti politicamente e moralmente devastanti. L’ascesa di un personaggio come Trump ne è una prova evidente.

Da questo punto di vista, il fascismo offre una lezione che andrebbe ricordata.

Definirlo semplicemente «l’ideologia dei falliti» sarebbe storicamente inesatto. Il fascismo ebbe tra i suoi sostenitori anche professionisti, imprenditori, intellettuali e uomini di successo. Tuttavia, numerosi studiosi hanno mostrato come esso abbia saputo mobilitare sentimenti di frustrazione, di umiliazione e di perdita di status, anche tra i “falliti” o tra coloro che si percepivano come tali.





In questo senso, ripetiamo, più che ideologia dei falliti, il fascismo può essere letto come la politicizzazione del risentimento di chi vive il proprio declino – reale o percepito – come un’ingiustizia da vendicare. Ecco il punto di sutura tra masse prigioniere del risentimento e l’imprenditore del risentimento: il leader. Il che ci riporta alla personalizzazione della politica, tipica di molte esperienze politiche non liberaldemocratiche, da Lenin fino, per certi aspetti, a Vannacci.

L’elettore risentito cerca qualcuno che dia un nome alla propria frustrazione e individui i responsabili della sua condizione. Il leader, che spesso non è affatto un «fallito» ma un individuo di successo, o comunque di notevole intelligenza politica, si offre come interprete e “imprenditore” di quel risentimento, promettendo una rivincita simbolica e politica.

In questa prospettiva, il Quirinale diventa qualcosa di più di una carica istituzionale. Diventa un simbolo. L’ultima consacrazione.

La prova definitiva che coloro che per decenni si sono sentiti esclusi dalla piena legittimazione repubblicana hanno finalmente conquistato anche la cittadella più prestigiosa.

Ed è forse qui il punto più delicato della vicenda.

Una destra pienamente pacificata con la propria storia dovrebbe probabilmente riconoscere che una parte di quell’esclusione non fu il prodotto di un complotto culturale, ma la conseguenza del fatto che la Repubblica italiana nacque precisamente per prendere le distanze dal fascismo e dalla sua eredità politica e morale.





Riconoscere questo non significa accettare un’eterna quarantena democratica. Significa, piuttosto, fare i conti con la propria storia senza trasformare ogni mancato riconoscimento in una ferita da vendicare.

Perché una democrazia vive di alternanza, ma vive anche di memoria. 

E l’aspirazione al Quirinale può essere il segno di una piena maturazione repubblicana. Oppure, al contrario, il capitolo conclusivo di una lunga rivincita simbolica contro l’antifascismo.Per dirla in termini metapolitici: un atto di inclusione nella tradizione repubblicana oppure, paradossalmente, un atto di esclusione simbolica dell’antifascismo.

La differenza non è di poco conto. È la differenza tra governare la Repubblica e sentirsi, finalmente, vendicati da essa.
 

E c’è un ultimo paradosso. Il risentimento è una passione politica insaziabile: non si spegne necessariamente con la vittoria. Anzi, spesso sopravvive ad essa, perché ha bisogno di un nemico e di una ferita da ricordare. Così, anche quando conquista le istituzioni, continua a comportarsi come se fosse ancora all’opposizione.





Quando la conquista del Quirinale viene raccontata come l’abbattimento di un “tabù” e non semplicemente come un normale esito dell’alternanza democratica, il sospetto è che non si stia celebrando soltanto una vittoria politica, ma una rivincita identitaria.

E quando le istituzioni diventano il trofeo di una rivincita, il rischio è che la memoria della Repubblica ceda il passo alla psicologia del risentimento.

E qui il cerchio si chiude: gli sconfitti sono tornati al potere, ma continuano a sentirsi sconfitti. E quando il risentimento governa, la vittoria non basta mai: serve sempre qualcuno con cui fare i conti.

Carlo Gambescia

mercoledì 1 luglio 2026

Rimpatri e propaganda: quando una statistica diventa uno slogan

 


C’ era un tempo in cui i governi cercavano di mostrarsi umani, persino quando adottavano politiche restrittive sull’immigrazione. Oggi accade qualcosa di diverso. L’espulsione diventa un motivo di vanto, la durezza un titolo di merito, la capacità di “fare i cattivi” una prova di serietà politica.

È uno dei tanti rovesciamenti valoriali del nostro tempo legati al successo di una destra fin troppo rigida con il “diverso”. Non si rivendica più la capacità di governare i flussi migratori coniugando legalità e umanità; si esibisce, al contrario, la fermezza dell’espulsione come un trofeo identitario. Si pensi al “Devi morire” dei cori calcistici. E quando i numeri non bastano, li si piega alla propaganda, trasformando una statistica parziale in un presunto certificato di successo.

È ciò che accade leggendo il titolo del “Secolo d’Italia”: “Rimpatri, non slogan”. Si dirà: il “Secolo”, chi lo legge… Se la cantano e se la suonano da soli. Certo, però, quel titolo ha un valore metodologico, a livello di post-verità, di cui la destra sa fare buon uso.

Secondo il quotidiano della destra, i dati Eurostat provano che il governo Meloni “fa rispettare le regole” e che l’Italia è addirittura «seconda in Europa» per i rimpatri.

Il lettore è indotto a credere a una cosa molto semplice: che l’Italia “cacci via” più immigrati irregolari degli altri Paesi europei e che ciò certifichi il successo della politica migratoria del governo. Peccato che i dati di Eurostat non dicano affatto questo (*).



La statistica citata dal “Secolo” riguarda infatti la percentuale di rimpatri forzati sul totale dei rimpatri effettuati: una quota che resta comunque relativamente bassa nel complesso europeo, come mostrano i dati Eurostat sul rapporto tra ordini di rimpatrio e rimpatri effettivamente eseguiti (**). Il famoso 76,9% significa soltanto che, tra le persone effettivamente rimpatriate dall’Italia verso Paesi extraeuropei, la maggioranza non è partita volontariamente (***).

La precisazione è importante. Un rimpatrio volontario avviene quando il migrante accetta di rientrare nel proprio Paese, spesso usufruendo di programmi di assistenza. Un segno di civiltà.

Un rimpatrio forzato, invece, avviene con un provvedimento coercitivo dello Stato, fino all’accompagnamento alla frontiera da parte delle forze di polizia. Un segno di inciviltà.

Tradotto in italiano: il dato non dice che l’Italia rimpatria più immigrati degli altri Paesi europei; dice soltanto che, tra quelli che riesce a rimpatriare, una quota maggiore viene accompagnata alla frontiera contro la propria volontà.

Scambiare le due cose significa confondere una percentuale con una classifica di efficienza. E, diciamolo pure, anche con una certa dose di cattiveria.



Non significa, dunque, che l’Italia rimpatri più migranti degli altri Paesi. Non significa che l’Italia abbia una politica migratoria più efficace. Non significa neppure che l’Italia esegua più espulsioni.

È una differenza enorme.

Sostenere che il dato certifichi il successo della politica del governo equivale a dire che un ospedale, avendo una percentuale più alta di interventi d’urgenza, sia automaticamente il migliore del Paese. La conclusione semplicemente non discende dai dati.

I numeri di Eurostat, letti per quello che sono, raccontano anzi una storia molto più complessa. In tutta l’Unione europea la distanza tra gli ordini di lasciare il territorio e i rimpatri effettivamente eseguiti resta enorme. È questo il vero problema politico: quanti provvedimenti vengono realmente eseguiti? Quanto sono efficaci i meccanismi di cooperazione con i Paesi di origine? Quanti rimpatri volontari vengono incentivati? Sono queste le domande serie, non la costruzione di una classifica propagandistica.

Anche il richiamo al fatto che l’Italia sia “seconda solo alla Danimarca” è piuttosto curioso. La Danimarca ha dimensioni, flussi migratori, sistemi amministrativi e condizioni sociali e politiche completamente diverse da quelle italiane. Estrarre un indicatore dal suo contesto e trasformarlo in un podio europeo è un classico esempio di fallacia pars pro toto: si seleziona il dato che conferma la tesi e si ignorano tutti gli altri.

Ma c’è qualcosa di ancora più interessante, e in fondo più inquietante, in questa vicenda. Una questione come dicevamo: di ci-vil-tà.



Un tempo la destra conservatrice rivendicava l’ordine e la sicurezza, ma avvertiva almeno il bisogno di giustificare moralmente le proprie scelte. Oggi sembra prevalere un’altra logica: la severità non va più spiegata, va esibita. Si è orgogliosi di apparire inflessibili. Si considera un merito politico il mostrarsi meno compassionevoli degli altri.

L’espulsione diventa un simbolo identitario, quasi una prova di virilità politica o, come dicevamo, un indice di cattiveria.

In realtà, una democrazia liberale dovrebbe diffidare di chi trasforma la durezza in una virtù e la mancanza di empatia in una bandiera. Ancora di più dovrebbe diffidare di chi, per alimentare quel racconto, manipola il significato delle statistiche.

 


Ma la destra – questa destra – oltre a non aver fatto i conti con il fascismo non li ha fatti neppure con il liberalismo.

I numeri non mentono. Ma possono essere usati per raccontare una storia falsa.

E in questo caso, più che “Rimpatri, non slogan”, verrebbe da dire: “Slogan, non analisi dei dati”.

Carlo Gambescia

(*) Eurostat, Returns of irregular migrants – quarterly statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Returns_of_irregular_migrants_-_quarterly_statistics.

(**) Eurostat, Enforcement of immigration legislation statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Enforcement_of_immigration_legislation_statistics

(***) Eurostat, Migration enforcement statistics – news release (30 June 2026), disponibile qui:  https://ec.europa.eu/eurostat/en/web/products-eurostat-news/w/ddn-20260630-1 .