La risposta, naturalmente, non può essere affidata né all’allarmismo né alla rassicurazione di maniera. Il punto interessante è un altro. Perché il problema non è tanto se Trump abbia il potere di rinviare le elezioni: allo stato del diritto americano, il presidente non dispone di questo potere. Il problema è capire fino a dove possa spingersi un presidente che considera le regole elettorali non come un dato istituzionale da rispettare, ma come un terreno politico da conquistare.
Ed è qui che la riflessione di Quattrone diventa particolarmente interessante. Anche per intevenire e sviluppare le sue intuizioni.
Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha cercato in vari modi di aumentare il controllo federale sulle procedure elettorali: dal SAVE America Act alle restrizioni sul voto per posta, dalle richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali degli Stati agli ordini esecutivi destinati a intervenire sulle modalità del voto.
Ancora più significativo è il caso del voto per posta. Un giudice
federale ha nuovamente bloccato l’ordine dell’amministrazione Trump che
avrebbe attribuito al governo federale un ruolo assai più penetrante
nella gestione delle schede elettorali. La motivazione è semplice e,
proprio per questo, importante: il potere esecutivo non può appropriarsi
unilateralmente di competenze che la Costituzione e le leggi affidano
agli Stati.
Insomma, gli argini esistono. E resistono.
E ce n’è uno particolarmente importante: il presidente non può prorogare con un atto esecutivo i mandati del Congresso. Il XX Emendamento stabilisce che i mandati di senatori e rappresentanti terminano il 3 gennaio. Rinviare un’elezione, dunque, non significa semplicemente spostare una data sul calendario: significa entrare in collisione con la stessa struttura costituzionale della rappresentanza.
E questo è forse il dato più importante da registrare prima di evocare scenari da golpe. Sul punto cercheremo di andare oltre Quattrone.
Ma esiste una forma più sottile di erosione delle garanzie liberali. Una forma che non ha bisogno di carri armati e neppure necessariamente di una dichiarazione esplicita di dittatura.
È il golpe senza golpe.
Il presidente non dice: “Abolisco le elezioni”. Dice piuttosto: “Devo proteggerle”. ad esempio da presunte interferenze cinesi. Non dice: “Impedisco agli elettori di votare”. Dice: “Devo impedire i brogli”. Non dice: “Voglio controllare gli Stati”. Dice: “Devo garantire l’integrità nazionale del voto”. Non dice: “Voglio modificare le regole perché temo di perdere”. Dice: “Voglio rendere le elezioni più sicure”.
È qui che la questione diventa metapolitica.
Perché la democrazia liberale non consiste semplicemente nel fatto che si vota. Consiste nel fatto che chi governa accetta la possibilità di perdere. E soprattutto accetta che le regole della competizione non possano essere modificate unilateralmente dal competitore che dispone già del potere. E magari in corso d’opera…
Questa è una differenza enorme.Per capirsi: la democrazia maggioritaria dice: governa chi ha la maggioranza. Il liberalismo aggiunge: anche la maggioranza deve essere sottoposta a regole che non può impunemente piegare ai propri interessi.
È il principio dei limiti del potere. E proprio qui l’emergenza diventa una parola pericolosa. Ogni sistema politico conosce situazioni eccezionali. Ma l’emergenza possiede una caratteristica formidabile: tende a trasformare ciò che sarebbe illegittimo in condizioni normali in qualcosa che appare necessario in condizioni straordinarie.
Il problema, allora, non è soltanto ciò che Trump può fare legalmente. È ciò che la politica può cercare di rendere legalmente possibile attraverso l’interpretazione estensiva dei poteri presidenziali.
La sentenza Immigration and Naturalization Service v. Chadha del 1983, richiamata anche nella discussione sulla vicenda e sulla quale torna Quattrone, va letta con cautela. Non attribuisce affatto al presidente un potere speciale sulle elezioni. La sua importanza riguarda piuttosto la separazione dei poteri e, in particolare, i limiti del cosiddetto “legislative veto”, cioè della possibilità del Congresso di intervenire unilateralmente sulle decisioni dell’Esecutivo. Il problema, allora, non è soltanto ciò che Trump può fare legalmente. È anche ciò che la politica può cercare di rendere legalmente possibile attraverso un’interpretazione estensiva dei poteri presidenziali.
Insomma, non basta pronunciare la parola “emergenza” per trasformare il presidente americano in un monarca.
Ed è precisamente questo il punto.
Gli Stati Uniti dispongono ancora di una complessa rete di contrappesi: Congresso, Stati, tribunali, autorità elettorali, partiti, opinione pubblica. E, almeno per ora, questa rete sta funzionando.
Ma non dovremmo commettere l’errore opposto: confondere il funzionamento dei contrappesi con l’assenza del problema. Il problema esiste. Ed è più profondo della persona di Trump.
Io ho vinto, dunque rappresento il popolo. Se rappresento il popolo, chi mi ostacola ostacola il popolo.
E se mi ostacolano le istituzioni, allora quelle istituzioni possono
essere presentate come illegittime, burocratiche, corrotte, manipolate
dal nemico.
È il passaggio decisivo. Non occorre abolire formalmente la democrazia. Basta delegittimare progressivamente tutto ciò che impedisce alla maggioranza di diventare potere senza limiti.
Ed è per questo che guarderei meno alla domanda “Trump farà un golpe?” e molto di più a un’altra domanda: quanto può essere deformata una democrazia prima che continui formalmente a esistere, ma abbia smesso di funzionare come democrazia liberale?
Le Midterm, probabilmente, si faranno. I tribunali continueranno a pronunciarsi. Gli Stati continueranno a difendere le proprie competenze. Il Congresso continuerà a rappresentare un ostacolo non irrilevante alle ambizioni presidenziali. Ma proprio per questo la questione merita di essere osservata.
Il vero test di una democrazia non è la possibilità di votare. È la possibilità di perdere dopo aver votato.
E forse è questa la domanda che le Midterm americane porranno a Trump,
ma anche all’America: non se il presidente riuscirà a impedire le
elezioni, bensì se sarà ancora disposto ad accettare che le elezioni
possano produrre un risultato che non gli piace.
Perché il golpe più pericoloso, nelle democrazie contemporanee, potrebbe non essere quello che arriva con i carri armati.Potrebbe essere quello che arriva accompagnato da un ordine esecutivo, da una dichiarazione d’emergenza e, soprattutto, dalla convinzione di agire in nome del popolo.
Per alcuni oservatori si tratterebbe di una autentica sindrome fascista.
Qui, come si può intuire, il rischio.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=a6Un-NxJij4 .




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