lunedì 20 aprile 2026

Barcellona e la sinistra internazionale: la vendetta della metapolitica

 


A Barcellona, sotto il segno di Pedro Sánchez e di Luiz Inácio Lula da Silva, la sinistra internazionale ha messo in scena qualcosa che, a prima vista, appare familiare: una mobilitazione globale in difesa della democrazia contro un’avversità percepita come sistemica, ricondotta alle politiche e alla figura di Donald Trump.

Fin qui, nulla di sorprendente. La politica ha sempre bisogno di semplificazioni per orientarsi e mobilitare. E del resto il ruolo politico di Trump e delle reti che lo sostengono contribuisce in modo rilevante a questa dinamica, anche se per alcuni osservatori resta aperto il problema di quanto essa sia personale e quanto strutturale.

E tuttavia, fermarsi a questo livello significherebbe perdere il punto più interessante. Perché ciò che si è visto a Barcellona non è soltanto un evento politico, ma la riattivazione di una regolarità più profonda: la dinamica amico–nemico che, al di là delle intenzioni dichiarate, continua a strutturare il campo politico.

Ogni volta che si costruisce un “noi” – in questo caso, la comunità dei difensori della democrazia – si delinea inevitabilmente anche un “loro”. Non è una deviazione, è una costante. È, per così dire, la vendetta della metapolitica: le narrazioni universalistiche, nel momento in cui diventano azione organizzata, producono confini, polarizzazioni, appartenenze. Tutta la gamma delle regolarità metapolitiche.



Da qui nasce una domanda inevitabile: che cosa dovrebbe fare la sinistra? Tacere, per evitare la polarizzazione? Non organizzarsi, per non alimentare il conflitto? Sarebbe una conclusione piuttosto paradossale. Il punto, più realisticamente, è che in una fase internazionale segnata dalla distruttiva logica di potenza valorizzata dal trumpismo globale, lo spazio del riformismo si restringe drasticamente. Non per scelta deliberata, ma per effetto del contesto. Quando il conflitto si intensifica, le posizioni intermedie tendono a essere percepite come deboli, e la pressione verso una maggiore chiarezza identitaria diventa quasi inevitabile.

Per riformismo, in questa prospettiva, non si intende un generico moderatismo, ma una linea liberale precisa: più mercato come strumento di crescita e mobilità sociale, più stato di diritto come garanzia delle regole, meno statalismo redistributivo fine a se stesso. Un riformismo che punta su istituzioni solide, libero scambio e responsabilità fiscale, piuttosto che su espansioni indiscriminate della spesa e del controllo pubblico all’insegna della spirale tassa e spendi.

Barcellona, in questo senso, è un laboratorio. Tuttavia la risposta progressista non prende la forma di un riformismo aggiornato, ma di una mobilitazione più netta, a tratti identitaria. Lo si è visto nei toni di alcuni interventi, soprattutto statunitensi, come quelli del governatore Tim Walz o nei contributi di Bernie Sanders, dove la critica a Trump assume i tratti di una contrapposizione quasi esistenziale (*).

 


Certo, questo può scuotere i cuori. Ma per andare dove? Verso una nuova ondata di socialismo illiberale globale, che a parole parla di libertà e nei fatti tende a un’estensione crescente del controllo sociale? Su queste tematiche, per chi scrive, l’ultima parola resta quella di Orwell. Ma qui il punto non è una formula conclusiva: è il rischio che, quando la politica si assolutizza, anche le categorie morali tendano a irrigidirsi.

Infine non sono mancati richiami simbolici forti, come in Walz,  perfino alla memoria delle Brigate internazionali della guerra civile spagnola: la Lincoln, ad esempio, animata da volontari americani. Segno che il lessico del conflitto tende a riemergere anche sul piano storico-immaginario. Potrebbero essere suggestivi, ma segnalano soprattutto come il linguaggio del conflitto tenda a riattivarsi anche sul piano simbolico, con effetti che non sono mai del tutto innocui quando si passa dalla memoria alla politica.

Per fare un esempio, dentro questo clima, temi come l’ecologia, la lotta alle disuguaglianze, la regolazione delle piattaforme digitali o la tassazione dei grandi patrimoni vengono progressivamente ricondotti a una cornice più ampia, meno riformista e più oppositiva. La critica alle “oligarchie” economiche si intreccia con una diffidenza crescente verso il mercato, mentre riaffiorano accenti statalisti e, talvolta, una polemica ambigua contro la meritocrazia.

 


Anche sul piano europeo e italiano, la dinamica non è molto diversa: la presenza di figure come Elly Schlein segnala una sinistra impegnata a ridefinirsi, ma dentro un contesto che la spinge verso una maggiore radicalità discorsiva. Non è soltanto una scelta ideologica: è una risposta a un ambiente competitivo, ma in chiave di delegittimazione reciproca, che premia la nettezza più della mediazione.

In questo quadro rientra anche il tema ambientale.

Il cambiamento climatico è un problema reale, non negoziabile sul piano scientifico; ma una parte dell’ecologismo di sinistra tende a trasformarlo in una piattaforma totalizzante, quasi moralistica, che finisce per irrigidire il dibattito e produrre risposte più simboliche che efficaci. È una postura che, paradossalmente, si specchia nell’antiecologismo altrettanto ideologico di una parte della destra: due estremi che si alimentano a vicenda. Un approccio riformista dovrebbe invece riportare la questione dentro logiche di innovazione, incentivi e regolazione intelligente, evitando sia la negazione sia la radicalizzazione.

Ed è qui che il nodo diventa politico. Una transizione ecologica efficace richiede mercato, investimenti, concorrenza, capacità di mobilitare capitale e tecnologia. In altre parole, richiede capitalismo, non la sua demonizzazione. Una sinistra che si colloca su posizioni apertamente anticapitaliste rischia di trovarsi disarmata proprio sul terreno su cui vorrebbe essere più incisiva.

 


Il risultato complessivo è un effetto di radicalizzazione reciproca: il trumpismo globale comprime lo spazio del riformismo, e la risposta progressista tende a spostarsi su posizioni più marcate, alimentando ulteriormente la polarizzazione.


E invece servirebbe un passo indietro: la “ritrasformazione” del nemico in avversario. Cioè di dovrebbe tornare alla logica politica del confronto tra avversari che si riconoscono come legittimi.

Sarà difficile. Perché, purtroppo, in questo gioco di azioni e reazioni, entrano in scena anche gli effetti compositivi: iniziative nate per difendere la democrazia possono finire per accentuare le divisioni; discorsi fondati sull’inclusione possono irrigidire le appartenenze; mobilitazioni contro il conflitto possono rilanciarlo in forme più nette.


Da qui anche un timore che non può essere liquidato con leggerezza: che la sconfitta di Trump o delle destre radicali, qualora si verificasse, non produca automaticamente una fase di stabilizzazione, ma apra nuove linee di frattura. Non necessariamente una “guerra civile mondiale”, espressione che resta eccessiva, ma certamente un aumento delle tensioni interne alle democrazie, dove blocchi politici sempre più distanti faticano a riconoscersi come interlocutori legittimi. Per capirsi, siamo sicuri che Trump – come molto leader europei suoi seguaci – accetti una sconfitta elettorale.



Barcellona, dunque, non segna tanto la nascita compiuta di una nuova internazionale progressista, quanto il ritorno, anche a sinistra, di una politica che accetta – magari senza dirlo apertamente – la logica del conflitto delegittimante come elemento costitutivo.

Mentre si proclama la difesa della democrazia e della pace, riaffiora una verità meno rassicurante: che la politica, anche nelle sue forme più universalistiche, continua a essere attraversata da regolarità profonde, difficili da eludere. E tra queste, una delle più persistenti resta la tensione tra logiche di amico–nemico e tentativi, sempre instabili, di ricondurre il conflitto dentro forme riconoscibili di competizione politica.



Visto che si è  accennato alla guerra civile spagnola: il 18 luglio 1936 ci fu la sollevazione dei militari contro la Repubblica, il 19 luglio il governo repubblicano ordinò di distribuire le armi ai sindacati. Azione e reazione, reazione a azione. Non è facile sottrarsi a una logica del genere.

Eppure, è proprio qui che la politica riaffiora nella sua struttura più dura, difficile da addomesticare con le buone intenzioni.

Carlo Gambescia

(*) Su questi aspetti si veda l’interessante intervento di Anthony M. Quattrone: https://www.youtube.com/watch?v=O_d0PCXEUkI&t=78s .

domenica 19 aprile 2026

La manifestazione di Milano: Italiani, brava gente... Fino a prova contraria

 


La manifestazione di Milano della Lega sembra confermare, ancora una volta, un vecchio luogo comune nazionale: “italiani, brava gente”. Fino a prova contraria, appunto. Perché sotto la superficie rassicurante riaffiora qualcosa di più profondo del semplice scontro politico: un tratto patologico che riguarda gli italiani, ma anche gli uomini in generale.

Del resto, a Milano, su invito di Salvini, erano presenti esponenti di primo piano dell’estrema destra europea, come Jordan Bardella, Geert Wilders e la greca Afroditi Latinopoulou. Con il consueto vezzo di definirsi “patrioti”, come se il termine potesse essere rivendicato in esclusiva politica.

Non erano nemmeno numerosi, in Piazza del Duomo. Ma questo dato, in sé, dice poco o nulla: nell’attuale alta volatilità dell’elettorato di destra, basta un innesco minimo perché la mobilitazione si accenda o si spenga rapidamente.

Si potranno pure criticare le contromanifestazioni degli “antifa”, talvolta dai risvolti violenti. Ma l’evocazione del “modello Albania”, con centri di permanenza trasformati in carceri “modello”, insieme al ritorno diffuso, come se fosse la cosa più nornale del mondo,   di termini come “remigrazione” — un tempo confinati nell’immaginario dei gruppuscoli neonazisti — segnala un salto di qualità.



Dopo ottant’anni di liberalismo, benessere e tolleranza, ci si aspetterebbe altro. E invece no.

Gli uomini sono quel che sono: animali abitudinari, inclini a diffidare di ciò che rompe l’ordine delle proprie consuetudini. L’altro — soprattutto se portatore di abitudini e culture diverse — turba queste “sane abitudini”. La storia italiana offre esempi tutt’altro che marginali: le Leggi razziali fasciste mostrano quanto rapidamente anche una società apparentemente integrata possa scivolare nella persecuzione della diversità quando il potere politico decide di legittimarla.

E, più in generale, basta guardare a un caso emblematico del Novecento come la Shoah per capire fin dove può arrivare questa dinamica quando viene radicalizzata.



Si tratta, in origine, di una disposizione quasi fisiologica, che nel tempo è stata contenuta dall’addolcimento dei costumi, dalle leggi, e anche da quella cultura woke tanto odiata dalla destra. Una cultura che ha indubbi limiti — talvolta moralistica, talvolta incline all’eccesso — ma che non può essere messa sullo stesso piano delle ideologie che giustificano la discriminazione: semmai, ne rappresenta una reazione, a tratti scomposta, ma non per questo equiparabile.

Anche perché, sul piano analitico, l’equiparazione finisce per cancellare la differenza tra un dispositivo di correzione culturale — per quanto discutibile nei suoi eccessi pedagogici — e una logica strutturata di esclusione.

Il problema nasce quando questa fisiologia viene politicizzata.

La destra, soprattutto quando affonda le radici nella tradizione fascista, intercetta queste paure e le trasforma in qualcosa di più: una patologia. Ciò che prima era contenuto — magari più per conformismo che per convinzione — dai “buoni costumi” della tolleranza, oggi riemerge e si legittima pubblicamente, in manifestazioni scandite da slogan tanto volgari quanto superflui, come “padroni a casa nostra”.

Sia chiaro: la patologia razzista non è una reazione al woke. È piuttosto una recidiva, che si nutre del meccanismo del capro espiatorio, antico quanto le società umane, con radici che affondano anche nel mito.



Il liberalismo, con i suoi principi di libertà e tolleranza, ha storicamente rappresentato un argine. Ma quell’argine oggi appare indebolito, mentre correnti di pensiero anti-illuministe riacquistano forza, facendo leva sugli istinti meno nobili.

Il problema, dunque, non è l’“antifa”, come sostiene oggi Marcello Veneziani — cantore di un fascismo solo apparentemente addomesticato — ma il “fa”: una visione che da sempre si oppone all’idea di un’unità del genere umano.

Sono tempi in cui “Il Giornale”, fondato da Indro Montanelli, arriva a celebrare figure come Pierre Drieu La Rochelle, pensatore fascista e collaborazionista.

Tempi in cui un avventuriero politico come il generale Roberto Vannacci giudica persino troppo morbida la manifestazione di Milano. Ed è proprio questa sua protervia a renderlo pericoloso: perché intercetta e radicalizza una domanda di autorità che non è affatto marginale. Dopo Meloni e Salvini, potrebbe rappresentare un’ulteriore deriva, più esplicita e meno mediata.

 


Vannacci ricorda, per stile e postura, quei militari che guidarono le leghe fasciste francesi negli anni Trenta, per poi mettersi al servizio di Vichy e dei nazisti.

Non sono solo brutti tempi. Sono tempi in cui certe parole tornano a circolare con troppa disinvoltura. E quando le parole cambiano, di solito non è mai un dettaglio.

Carlo Gambescia


sabato 18 aprile 2026

Trump e la razionalità dell’azzardo: governare l’incertezza (senza dominarla)

 


Apre, chiude, richiude, riapre. Sul blocco dello Stretto di Hormuz si stanno accumulando, in queste ore, analisi rapide, prese di posizione prevedibili e un discreto rumore di fondo. È comprensibile: la materia è urgente, le implicazioni immediate, la tentazione di semplificare quasi irresistibile. Come direbbe il carissimo amico Carlo Pompei, moderno Pasquino, “tocca legge le peggiori mignottate”. E ci scusiamo  per il francesismo, sia pure in senso lato.

Il punto, però, è un altro: questo rumore non è solo inevitabile, è anche fuorviante. Perché tende a trasformare decisioni complesse in caricature psicologiche — “Trump pazzo”, “riaprite i manicomi” — oppure in schemi ideologici già pronti. Passi per la gente comune, che spesso non ha strumenti per capire né voglia di applicarsi, ma non per studiosi e opinionisti, ufficialmente di alto livello. E deputati a “comprendere” per professione.



In questo articolo proviamo a fare altro. Non sarà una lettura facile, perché l’obiettivo è uscire da queste scorciatoie e provare a entrare nel meccanismo delle decisioni: capire in che senso scelte che appaiono azzardate, perfino folli, possano essere, allo stesso tempo, coerenti e profondamente problematiche.

Il percorso richiede di sospendere alcune categorie abituali, di rinunciare a spiegazioni immediate e di seguire un filo che passa per la teoria dell’azione, per la formazione delle aspettative e per il modo in cui gli attori cercano di influenzarsi reciprocamente in condizioni di incertezza.

Non è, dunque, un testo “facile”. Ma non lo è neppure la posta in gioco, che rinvia a questioni che sono, prima ancora che politiche, chiaramente metapolitiche.



Se si guarda oltre la superficie degli eventi, ciò che emerge non è soltanto una crisi regionale o un confronto tra potenze, ma una modalità specifica di esercizio del potere: una razionalità che non si limita a operare entro coordinate date, ma interviene sulle condizioni stesse entro cui gli altri attori decidono.

Capire questa logica — e i suoi limiti — è il nostro obiettivo.

 

C’è un metodo nella “follia”…

La prima mossa, per orientarsi, consiste nel prendere sul serio la possibilità che decisioni ampiamente percepite come “azzardate” non siano affatto prive di razionalità. Al contrario, possono essere lette come espressione di una razionalità precisa, che non punta a ridurre l’incertezza, ma a utilizzarla.

Se si adotta una prospettiva altra: quella dell’ individualismo metodologico, il punto di partenza è semplice: non esistono “sistemi” che agiscono, ma attori che decidono sulla base di credenze, aspettative e valutazioni circa il comportamento altrui. In questo quadro, il problema, per il singolo attore, non è soltanto scegliere i mezzi più efficaci rispetto a un fine, ma intervenire sulle condizioni entro cui gli altri attori formano le proprie scelte.

È qui che si colloca la razionalità dell’azzardo.



Che non consiste nell’abbandono del calcolo, bensì nel suo spostamento: invece di operare in un contesto prevedibile, l’attore introduce elementi di imprevedibilità per modificare le aspettative altrui. L’incertezza non è un ostacolo da ridurre, ma una risorsa da impiegare.
Le decisioni di Donald Trump possono essere lette in questa chiave. Non tanto come deviazioni impulsive da una razionalità standard, quanto come tentativi di rendere più difficile il calcolo degli altri attori — in primo luogo dell’Iran, ma non solo — costringendoli a rivedere le proprie strategie.

In questo senso, il potere non si manifesta soltanto nella capacità di imporre una volontà, ma nella possibilità di alterare le aspettative su cui gli altri basano le proprie decisioni. Rendere il contesto meno prevedibile significa, spesso, indurre maggiore cautela, spingere verso strategie difensive, restringere lo spazio d’azione altrui.

Volontà di potenza e prudenza politica

È a questo livello che la razionalità dell’azzardo si collega a quella che, in termini operativi, si può chiamare volontà di potenza: non impulso cieco al dominio, ma capacità di espandere il proprio spazio d’azione modificando quello degli altri.



L’azzardo, in questa prospettiva, diventa una tecnica: introduco incertezza, gli altri ricalcolano in modo più prudente, e così facendo mi aprono margini ulteriori. Non si tratta di uscire dalle regole del gioco, ma di intervenire sulle condizioni entro cui il gioco si svolge.

Il contrasto con la tradizione della prudenza politica è, a questo punto, evidente. Figure come Talleyrand costruivano la propria efficacia sulla stabilizzazione delle aspettative: rendere prevedibili le mosse, evitare rotture, mantenere aperti i margini di negoziazione. Il principio del quieta non movere esprime esattamente questa logica.

E tuttavia, la grande tradizione liberale e realista non è mai stata pura gestione dell’esistente. In Winston Churchill, come in Cavour, la prudenza convive con una forma di azzardo calcolato: entrare in guerra contro Hitler o avviare il processo di unificazione italiana non significa evitare il rischio, ma assumerlo entro un quadro strategico che resta, per quanto possibile, controllato.



È qui che emerge una differenza cruciale con l’approccio di Trump. Nel caso della prudenza realista, l’azzardo è uno strumento eccezionale, inserito in una strategia che mira comunque a ricostruire condizioni di prevedibilità. Nel caso della razionalità dell’azzardo, invece, l’incertezza tende a diventare una leva sistematica.

Non è una differenza morale. È una differenza di struttura.

I limiti della razionalità

Tutto questo, tuttavia, non equivale a dire che tale razionalità sia priva di limiti. Al contrario, il suo punto critico emerge con particolare chiarezza proprio in contesti come quello dello Stretto di Hormuz. Qui, l’elevato numero di attori coinvolti e l’intensità delle loro interazioni fanno sì che ogni aumento di incertezza generi una moltiplicazione di risposte individuali, ciascuna razionale dal punto di vista di chi la compie.



Il risultato complessivo non è deciso da un singolo attore, ma dall’intreccio di queste reazioni. Ed è proprio in questo intreccio che emergono quelli che, in termini metapolitici, possiamo chiamare effetti compositivi: esiti che non derivano da un’intenzione unitaria, ma dalla combinazione delle azioni individuali.

Il problema, dunque, non è che l’incertezza venga utilizzata come risorsa strategica. È che, una volta introdotta, essa non resta sotto il controllo di chi l’ha prodotta. Nel caso di Trump, è qui che la razionalità dell’azzardo mostra il suo limite strutturale: l’incertezza si propaga, diventa oggetto delle decisioni altrui, si trasforma.

In questo senso, essa non è l’opposto della razionalità politica, ma una sua radicalizzazione. Presuppone attori capaci di calcolo, ma accetta — e in parte ricerca — condizioni in cui il calcolo diventa più difficile per tutti.



Resta, infine, una questione aperta, che nessuna teoria può risolvere in anticipo, perché rinvia a un nodo classico, insieme politico e metapolitico (*): fino a che punto è possibile modificare le aspettative altrui senza perdere il controllo sugli effetti complessivi — cioè sugli effetti compositivi — delle proprie azioni?

È in questo scarto — tra intenzione e risultato, tra calcolo e interazione — che si misura oggi la portata reale delle decisioni in corso.

Carlo Gambescia

 

(*) Ovviamente sulle questioni teoriche, qui  poste, rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, due volumi: https://www.torrossa.com/it/resources/an/5660428 Qui per l’edizione cartacea: https://www.amazon.it/s?k=Carlo+Gambescia+Trattato+di+metapolitica&__mk_it_IT=ÅMÅŽÕ .

venerdì 17 aprile 2026

Trump e Meloni: il sovranismo alla prova della realtà

 


Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump si incrina. Non è un dettaglio, è un sintomo. Che ne sarà allora dell’“internazionale sovranista” (oggi i “fascisti”, tra di loro si chiamano e si fanno chiamare così): stessi nemici, stessi linguaggi, stessa idea di politica.

In sintesi, come ora spiegheremo, siamo al cospetto di una conflitto fra sovranismo e realtà.

Chi vincerà? Difficile dirlo. Parliamo, purtroppo, di un fronte in apparenza compatto contro liberalismo, globalizzazione, élite. Che però – ed è questo il punto interessante – si sta scontrando con la realtà: Iran, Israele, Ucraina, basi militari, alleanze. Improvvisamente ognuno torna a fare quello che gli stati fanno da sempre, cioè difendere i propri interessi. Per dirla in chiave metapolitica: muoversi secondo una volontà di potenza insita nei processi ricostitutivi del potere.

Fine dell’illusione? Diciamo che, per ora, il sovranismo sembra funzionare finché rimane romanzo popolare, qualcosa “di pancia”; se si preferisce, per dirla in chiave cine-letteraria, una sorta di “”romanzo criminale: una banda che si immagina sistema.



Quando diventa governo – il cosiddetto sovranismo realizzato – si trasforma in politica estera. E la politica estera non ha amici ideologici, ma vincoli. Così, alla prima crisi seria, i sovranisti “realizzati” scoprono di essere semplicemente nemici di qualsiasi internazionale, anche di quella sovranista.

Questa frattura non nasce dal nulla. Si inserisce in un clima più ampio: anni di delegittimazione del liberalismo, spesso condotta con una leggerezza sorprendente. Il liberalismo è stato ridotto a caricatura: élite, mercato, perdita di identità, debolezza. Come già accaduto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, ma si potrebbe risalire fino al pensiero controrivoluzionario dell’Ottocento.

Attaccato in modo ingiusto. Si pensi, in non pochi casi, ai figli irriconoscenti verso un padre che probabilmente li ha solo viziati. Certo, lo si è attaccato, in parte con ragioni dette male, grossolane o dette a metà. Il risultato è stato un progressivo indebolimento della sua legittimità. E quando si toglie dal tavolo un sistema imperfetto ma funzionante, non resta il vuoto: resta un mondo più competitivo, più frammentato, più esposto alla logica della forza. È esattamente quello che stiamo vedendo: leader che parlano di guerra con crescente disinvoltura, e la praticano, alleanze che reggono finché convengono, equilibri sempre più instabili.



Dentro questo scenario, anche chi ha costruito il proprio consenso contro il “globalismo” si trova a fare i conti con ciò che ha contribuito a indebolire. Giorgia Meloni non segue Donald Trump sull’Iran, prende le distanze su altri dossier, mantiene una linea su Kiev: non per incoerenza, ma per necessità. Governare significa stare dentro un sistema di vincoli che il romanzo criminale sovranista tende a rimuovere, e quei vincoli hanno un nome preciso: ordine liberale internazionale.

A questo punto la domanda torna inevitabile: valeva la pena alzare i toni, evocare conflitti, delegittimare quel sistema — contraddittorio ma capace di tenere insieme commercio, cooperazione e una riduzione della guerra — per ritrovarsi in un contesto più instabile?
Emblematici di questo errore sono i pernacchi – se ci si passa l’espressione – verso Biden. Insulti politicamente miopi: perché l’amministrazione Biden ha rappresentato, pur con tutti i suoi limiti, un tentativo di stabilizzazione dell’ordine internazionale liberale, oggi invece più esposto a logiche conflittuali e competitive. 



Certo, il liberalismo non è innocente, non è perfetto, non promette la pace eterna. Ma ha fatto qualcosa di molto concreto: ha messo le briglie alla guerra, l’ha resa più costosa, meno frequente, meno legittima, e ha creato uno spazio in cui il conflitto non era l’unico linguaggio disponibile. E quando è stato davvero messo alla prova, ha dimostrato anche altro: di sapersi difendere e di saper vincere, come nella lotta contro i totalitarismi del Novecento, dal nazifascismo in poi. Ecco la grande lezione del 1945. Che, quando si dice il caso, Trump, Meloni e altri leader sovranisti fingono di non ricordare o addirittura ignorano, confidando nella cattiva memoria dei figli ingrati di cui sopra.

In realtà, la lezione del 1945 non è un dettaglio storico, è un dato politico: il liberalismo non solo limita la guerra, ma quando serve sa combatterla.

Criticarlo è legittimo, anzi necessario; ma c’è una differenza tra criticare e delegittimare. Perché quando un sistema viene eroso senza un’alternativa credibile – cosa, tra l’altro, non facile da individuare, se si sottovalutano le differenze tra il prima e il dopo del liberalismo – non si apre uno spazio neutro: si apre uno spazio che qualcuno riempie, di solito con strumenti più semplici e più duri: forza, identità, contrapposizione.



In questo senso la rottura tra Giorgia Meloni e Donald Trump rischia di essere più di un episodio, che si ricomponga o meno. Perché, a prescindere da tutto, rappresenta il momento in cui il romanzo criminale sovranista si scontra con il mondo reale. E il mondo reale è sempre meno ideologico e più duro. Come insegna la metapolitica, e senza fare sconti. Quindi, per dirla poeticamente, la frattura è nel destino di ogni sovranismo, di ogni nazionalismo, di ogni fascismo. Perché inevitabilmente frantuma le briglie liberali. 

Se c’è una morale, è questa: il liberalismo non elimina la guerra, ma è finora l’unico sistema che ha dimostrato di saperla limitare senza doverla esaltare e che, quando necessario, ha saputo anche difendersi con successo.

E non è poco,  visto com’è andata ogni volta che abbiamo provato a fare a meno del liberalismo.

Carlo Gambescia

giovedì 16 aprile 2026

Giorgia Meloni e la guerra dei droni: intuizione giusta, scala sbagliata

 


Il lettore non salti sulla sedia. Ebbene sì, c’è una cosa che Giorgia Meloni, forse, sta facendo nel modo giusto. E vale la pena dirlo, anche se non cambia il giudizio complessivo sul suo approccio politico, come pure sulle sue radici ideologiche. Che del resto, come vedremo, continuano a pesare anche quando fa la cosa (quasi) giusta. Non ci riferiamo alla “difesa” del Papa, o alla retorica sulla sovranità nazionale. Chiacchiere. Altisonanti paroloni da talk o da social di gente in cerca di candidature politiche. O nella migliore delle ipotesi  sfoghi, per quanto nobili, da anime candide della politica.

Di cosa parliamo? Dell’accordo con Volodymyr Zelensky per la cooperazione sulla produzione di droni. Che non è una svolta. Non è una rivoluzione. Non è, almeno per ora, qualcosa di pienamente operativo. È un cantiere. Ma è un cantiere che si muove nella direzione giusta.



Il punto, però, non è l’accordo in sé. Il punto è la scala alla quale lo si rapporta. Qui la nota dolente.

Ci spieghiamo.

L’antefatto. L’Ucraina, nel giro di due anni, è diventata qualcosa di molto diverso da un semplice paese in guerra: una piattaforma industriale e tecnologica di produzione bellica rapida. Produce droni in grandi quantità, li modifica in tempo reale, li integra con sistemi di intelligence e software adattivi. In altre parole: una fabbrica distribuita di guerra leggera.

È questo il dato strutturale che più interessa. E qui sta l’intuizione meloniana — ancora incompleta e probabilmente a rimorchio dei suo informati consiglieri militari — che attraversa anche alcune iniziative europee: agganciarsi a questo modello. Ma il problema è sempre lo stesso: lo si fa in chiave nazionale, o al massimo bilaterale, invece che europea. Un sovranismo stucchevole, che può essere celebrato, come oggi su “La Verità”, soltanto da una cariatide delle idee politiche come Marcello Veneziani.


Un esempio concreto aiuta a chiarire il punto. In parallelo alla cooperazione con Kiev, diversi paesi europei stanno già avviando programmi di sviluppo e acquisizione di sistemi a basso costo e alta adattabilità: dai droni tattici leggeri prodotti in serie crescente fino all’integrazione di tecnologie provenienti da sistemi industriali esterni all’Unione, spesso rapidamente adattati ai contesti operativi.

Il punto non è la singola piattaforma, ma il modello industriale che si sta imponendo: la capacità di produrre sistemi sostituibili, aggiornabili in tempi brevi e con cicli di innovazione molto più rapidi rispetto alla tradizionale industria militare europea .

I droni sono, oggi, il prodotto militare perfetto per un’Europa che non ha più né tempi lunghi né masse militari significative. Costano relativamente poco, si producono in serie, si aggiornano in tempi brevi. E soprattutto hanno ribaltato una regola classica: la quantità è tornata decisiva.



Sciami di sistemi economici, coordinati da software e reti di dati, possono compensare almeno in parte ciò che all’Europa manca: eserciti numericamente robusti e una capacità industriale militare pesante.

Ma attenzione a non farsi illusioni.

L’Europa non è indietro perché non ha i droni. È indietro perché li produce e li organizza come se fosse ancora in tempo di pace. Oggi si muove in ordine sparso. Francia e Germania investono con tempi industriali tradizionali; il Regno Unito sperimenta fuori da una vera cornice comune; l’Italia — e qui entra il punto politico — si muove a metà strada, oscillando tra ambizione nazionale e dipendenza strutturale dal quadro europeo e atlantico.

Nel frattempo, l’Ucraina produce, testa e modifica in tempo reale. Il risultato è una differenza netta: capacità diffuse, ma nessuna massa critica europea.



In termini quantitativi, il divario è evidente: la produzione europea complessiva resta lontana dai livelli dei principali attori del conflitto, con differenze che si misurano ormai non in unità, ma in ordini di grandezza: milioni “pezzi” diciamo, contro centinaia o addirittura migliaia (*).

Ovviamente, i droni non rendono l’Europa autonoma dagli Stati Uniti. Senza intelligence satellitare, senza sistemi di comando avanzati e senza integrazione strategica, restano strumenti efficaci ma incompleti. E tutto questo, oggi, dipende ancora in larga parte dall’ombrello americano.

Pensare che qualche linea produttiva nazionale possa sostituire questo assetto è un’illusione. Di quelle rassicuranti, ma destinate a durare poco.

Eppure, proprio qui si apre lo spazio politico interessante. I droni sono forse l’unico settore in cui l’Europa potrebbe recuperare terreno in tempi relativamente brevi. Non richiedono decenni, né infrastrutture militari pesanti. Richiedono coordinamento, investimenti e scala industriale.





Ed è qui che emerge il limite strutturale del sovranismo europeo, anche nella versione italiana. L’intuizione è spesso corretta, ma resta confinata alla dimensione nazionale. E questo vale anche per Giorgia Meloni: l’idea di rafforzare la cooperazione con l’Ucraina è razionale e coerente con il contesto strategico. Ma rimane dentro una cornice che non produce massa critica europea, cioè il vero problema.

Un’Italia che si muove da sola o in bilaterale fa un passo sensato. Ma un’Europa che costruisse una filiera comune dei droni — produzione, test, standardizzazione e integrazione — sarebbe qualcosa di qualitativamente diverso: un primo embrione di autonomia strategica reale, non solo evocata.

Senza questa scala, anche le buone intuizioni restano mezze risposte. Sul fondo, inevitabilmente, c’è Donald Trump. Non come bersaglio polemico, ma come variabile strutturale. L’Europa ha compreso — con ritardo, ma in modo ormai irreversibile — che l’ombrello americano non è più una certezza automatica. Dipende dagli equilibri politici interni degli Stati Uniti e dalle priorità di Washington.



In questo quadro, Meloni non sta “sfidando” l’America. Sta facendo qualcosa di più sobrio: si sta adattando a un sistema internazionale in cui la continuità della protezione americana non è garantita in ogni scenario.

Non è molto. Ma non è neppure irrilevante.

Certo, i droni non rendono l’Europa indipendente dagli Stati Uniti. Ma rappresentano, forse, il primo terreno concreto su cui l’Europa può smettere di essere militarmente marginale.

E da qualche parte, anche nelle politiche prudenti e imperfette, bisogna pur cominciare.

Carlo Gambescia

(*)
Per un inquadramento tecnico e aggiornato del tema: https://it.euronews.com/my-europe/2026/04/15/guerra-dei-droni-nuova-minaccia-per-la-sicurezza-delleuropa ; https://www.analisidifesa.it/2026/02/droni-e-sicurezza-in-europa/ Entrambi i contributi aiutano a chiarire il punto centrale: la crescente centralità dei sistemi a basso costo e alta intensità produttiva nella guerra contemporanea, e il ritardo europeo nella loro integrazione su scala industriale.

mercoledì 15 aprile 2026

Trump e il ritorno del male antiamericano

 


Sta venendo fuori il peggio. Ed è colpa di Trump. Siamo davanti a un effetto politico decisamente negativo: la recidiva — non solo in Europa — del male antiamericano.

Ci spieghiamo meglio. Se c’è un danno profondo e potenzialmente permanente che Trump sta producendo, è quello di aver riunito avversari tra loro distantissimi — dalla destra alla sinistra — in un fronte comune contro l’America, vista come un blocco unico. Esattamente secondo la vecchia vulgata antiamericana: un paese capitalista, razzista, militarista, imperialista, la schiuma della terra.

O peggio ancora “americanismo” come malattia contagiosa. Insomma il “male americano”, come recitava il titolo di un famoso libro, molto letto a destra e che non dispiaceva a sinistra.



Eppure basterebbe poco per smontare questa caricatura. Basterebbe ricordare che con Biden, o con un qualsiasi presidente americano “normale”, democratico o repubblicano, difficilmente saremmo arrivati a questo punto. Esiste — ed è maggioritaria — un’altra America: quella del cinema, dei sogni, dei diritti civili, della fiducia nella propria Costituzione liberale, la più antica scritta al mondo.

Un’America che per due volte ha soccorso l’Europa, e la seconda in modo decisivo, contro il nazifascismo. Un’America che, nella sua fisiologica alternanza tra democratici e repubblicani, ha spesso dato il meglio di sé.

Si pensi, da ultimo, al progetto di integrazione economica transatlantica promosso da Barack Obama: un disegno geopolitico ambizioso, aperto, oggi semplicemente scomparso dal dibattito. Un’occasione mancata, e non per caso.

 




È in questo clima che anche in Italia si stanno riattivando vecchi riflessi. Da Giuseppe Conte a Giorgia Meloni, passando per Elly Schlein, non è dispiaciuto a molti poter tornare a classificare gli Stati Uniti come il nemico principale dell’Italia e dell’Europa. Come ai tempi delle marce “pacifiste” teleguidate da Mosca, o dell’antiamericanismo fascista.

Il che non significa, sia chiaro, che Trump sia un santo. Tutt’altro. Anzi, proprio qui sta il punto: Trump e il trumpismo sono anche il prodotto di quello che Richard Hofstadter chiamava lo “stile paranoide” della politica americana. Una componente reale, ricorrente, ma storicamente contenuta e minoritaria(*).

 


Con Trump, però, qualcosa è cambiato. Quello stile ha preso la mano. È come se si fosse risvegliato un dinosauro: non più semplice paranoia politica, ma una sua versione amplificata, fuori scala. Ed è da questo eccesso che nasce il pericolo, non solo per l’America, ma per l’equilibrio complessivo dell’Occidente e del mondo.

Il problema, dunque, non è criticare, anche in modo radicale (come merita) Trump. Il problema è fare di tutta l’America un fascio. Come ai tempi peggiori, quando l’antiamericanismo diventava una scorciatoia ideologica.





Dentro questo quadro si colloca anche il caso di Giorgia Meloni. Che avrebbe difeso il Papa e l’Italia, e per questo sarebbe stata “oltraggiata” da Trump. Ma qui arriva la classica ciliegina sulla torta: la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele.

Per capirsi: Benjamin Netanyahu — altro personaggio inquietante, — passa. Israele, nostro alleato strategico, resta.

Militarmente è poca cosa. Ma simbolicamente no. È un segnale. E può essere letto come una forma di antisionismo che, attenzione, non è affatto un parente lontano dell’antisemitismo. Spesso ne è una delle sue forme storiche. Di più, antimericanismo e antisemitismo procedono di conserva.

Si dirà, che in questo modo si difende l’operato di Netanyahu. Assolutamente no. C’è un Israele, con alle spalle una cultura ebraica universalista, cosmopolita, democratica, liberale, laburista, che non si riconosce nelle mani sporche di sangue di un nazionalista della peggiore specie. E che, visto che Israele è un paese democratico, tornerà, prima o poi, al potere. Come dicevamo, Netanyahu passa, Israele resta. Bisogna solo tenere duro.



Tornando a Giorgia Meloni, c’è un detto dialettale che recita: “Com’è il legno, viene la scheggia”. E qual è il legno, in questo caso? Benito Mussolini, l’alleato di Hitler e il padre delle leggi razziali del 1938.

Concludendo, il punto non è difendere Trump — ci mancherebbe altro — ma evitare un errore storico: trasformare l’America in un nemico ontologico.


Perché quando l’America diventa “il male”, tutto il resto improvvisamente si assolve. E allora non si distinguono più le responsabilità, non si giudicano più i regimi, non si vedono più le differenze tra una democrazia liberale e ciò che democrazia non è.

 


È già successo. In Europa lo abbiamo visto: l’antiamericanismo come scorciatoia ideologica, riflesso condizionato, alibi.

E quando riemerge — a destra come a sinistra — non segnala un problema dell’America. Segnala un problema nostro.


Carlo Gambescia

 

(*) R. Hofstadter, Lo stile paranoide nella politica americana, Adelphi, Milano 2021.

martedì 14 aprile 2026

Trump e il Papa: la nuova lotta per le investiture (e il rischio della sua fine)

 


Il durissimo attacco di Donald Trump al Papa — non alla Chiesa, si badi bene — ha già prodotto la solita reazione pavloviana: c’è chi parla di scisma, di rottura epocale, di ritorno dell’anticlericalismo.

Francamente, non hanno capito nulla.

Qui non siamo davanti a una ribellione religiosa, né a una contestazione della Chiesa in quanto tale. Siamo davanti a qualcosa di più interessante e, se vogliamo, più antico: un nuovo capitolo della lotta per le investiture.
 

Tredici anni fa, in un articolo che oggi torna utile rileggere, il professor Dalmacio Negro descriveva una dinamica classica: l’attacco alla Chiesa come tratto tipico della modernità politica, soprattutto nella sua versione progressista e anticlericale. Era, che piaccia o meno,  una lettura storicamente solida (*).



Ma proprio per questo, oggi, colpisce per contrasto. Perché ciò che vediamo non rientra più in quello schema.

Il riferimento alla lotta per le investiture non è una metafora ornamentale. Nel grande conflitto medievale tra Enrico IV e Gregorio VII, il nodo non era la fede, né la dottrina. Era il potere di legittimazione: chi ha il diritto di investire i vescovi, e dunque di conferire autorità? Chi, in ultima istanza, dà senso al potere?

Mutatis mutandis, è esattamente ciò che ora sta accadendo. 



Trump non attacca la religione. Non gli interessa smontarla, come facevano i liberali dell’Ottocento. Al contrario: tende ad appropriarsene, a utilizzarne linguaggio e simboli.

Il problema nasce quando quella stessa autorità religiosa — il Papa — non si lascia ridurre a funzione di supporto. Quando parla con una voce propria, su temi che eccedono la politica nazionale: pace, migrazioni, giustizia.

A quel punto, lo scontro è inevitabile.

Ma attenzione: non è uno scontro tra politica e religione. È uno scontro sul terreno della legittimazione simbolica.
 

Ed è qui che la figura di Trump mostra la sua specificità. Non siamo davanti a un anticlericalismo classico, ma a qualcosa di più ambiguo: una politica che, mentre attacca un’autorità religiosa concreta, tende al tempo stesso a rioccupare lo spazio del sacro.



Non è solo questione di parole. È una questione di rappresentazione. In certe immagini e posture pubbliche, il leader non si limita a governare: si presenta come figura centrale, carismatica, quasi salvifica. Non contesta il sacro — lo incorpora.

Il risultato è una tensione strutturale: da un lato, una Chiesa che rivendica autonomia morale; dall’altro, una politica che non tollera concorrenti su quel terreno.

Detta brutalmente: non siamo davanti a un anticlericalismo, ma a una forma di clericalismo senza Papa.

E qui il discorso di Negro torna, ma per rovesciamento. Quando,  da profondo studioso di cose politiche,  descriveva un conflitto tra Chiesa e forze che volevano emanciparsene, oggi assistiamo a qualcosa di diverso: una competizione per l’investitura, per il controllo dell’autorità simbolica. Che, come vedremo, rischia addirittura di andare oltre la stessa lotta per le investiture.



In questo quadro, colpisce anche la difesa offerta da Giorgia Meloni: una difesa che resta sul piano formale, quasi notarile, come se il problema fosse riducibile ai toni o all’etichetta istituzionale. Ma qui non è in gioco il galateo del potere. È in gioco la sua natura. Limitarsi a richiamare le buone maniere significa, di fatto, evitare il punto decisivo.

Se questo è il quadro, parlare di scisma è  fuorviante.

Come detto, la posta in gioco è un’altra: chi detiene oggi il potere di investitura simbolica.

Ed è proprio qui che il discorso si fa più inquietante. Perché quando la politica non si limita a esercitare il potere, ma tende a rivestirsi di una funzione salvifica, quando il leader non governa soltanto ma pretende di incarnare il senso stesso dell’ordine, allora il salto è già compiuto.



Non siamo più nel conflitto medievale tra due autorità distinte. Siamo oltre. Siamo in una dinamica in cui una sola pretende di assorbirle entrambe.

Ed è esattamente da questa pretesa — non dal conflitto, ma dalla sua cancellazione — che nascono le forme del nuovo totalitarismo  del XX secolo. Fenomeno sconosciuto al Medioevo, non perché mancasse la costrizione, ma perché mancava l’unità del comando simbolico: si poteva anche non sottrarsi al cristianesimo come orizzonte comune, ma non esisteva un potere capace di identificarsi integralmente con esso.

Qui non c’entra Benedetto Croce e il suo “non possiamo non dirci cristiani”, cioè un cristianesimo interiorizzato, postumo, quasi culturale. Qui accade l’opposto: non è la società che si riconosce in un’eredità religiosa, è il potere che tenta di incarnarla.



E quando il potere non si limita a governare ma si presenta come fonte ultima di senso, quando non chiede obbedienza ma adesione, quando non amministra ma redime, allora il passaggio è compiuto.

Non è più politica. È teologia politica senza trascendenza.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2013/02/larticolo-del-professor-dalmacio-negro.html#comment-form .La foto di copertina è stata realizzata con l’ausilio di ChatGPT.