C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’ultima proposta del governo Meloni: immaginare nuovi centri di rimpatrio in Uganda e Rwanda, dopo l’esperimento albanese. Non tanto per la fattibilità del progetto – tutta da verificare – quanto per ciò che esso rivela sul piano simbolico.
Le idee politiche, infatti, sono spesso più importanti delle politiche stesse.
Da qualche anno, con l’avanzata della destre, e soprattutto ora, dopo il “romanzo criminale” di Ceuta, l’Europa sembra avere scoperto una nuova geografia morale. I migranti non devono più essere accolti, identificati, integrati o eventualmente rimpatriati secondo le procedure ordinarie. Devono essere spostati. Sempre più lontano. Prima in Albania. Poi in Rwanda. Ora si parla di Uganda.
Come se il problema potesse essere risolto semplicemente cambiando continente.
È quella che potremmo definire la politica dell’altrove: la convinzione che basti allontanare un problema perché esso cessi di esistere.
Un’idea apparentemente pragmatica che, osservata da vicino, rivela una componente quasi magica: ciò che non vediamo più sembra cessare di esistere.
Naturalmente non è così.
Le migrazioni sono fenomeni sociali, economici, demografici e
geopolitici. Il migrante non è un pacco postale da spedire in un
altro Stato. Spostare le persone non significa eliminare le cause che le
hanno fatte partire, né quelle che continueranno a spingerne altre a
muoversi.
Eppure questa illusione geografica esercita un fascino crescente sulla politica europea. Non a caso Giorgia Meloni rivendica di esserne l’apripista, proponendo il “modello Albania” come la nuova frontiera della politica migratoria europea. Se davvero fosse così, la questione non riguarderebbe più soltanto il governo italiano. Riguarderebbe un continente che sta progressivamente sostituendo la cultura dell’asilo con quella dell’esternalizzazione, trasformando la distanza geografica in una presunta soluzione politica.
Ed è qui che la memoria storica dovrebbe aiutarci.
Non per costruire paragoni grossolani o moralisticamente rassicuranti. Nessuna persona seria potrebbe equiparare i centri in Albania, Uganda o Rwanda ai campi di sterminio nazisti. Sarebbe un’assurdità storica e una banalizzazione del male.
Ma la storia serve anche a riconoscere la ricorrenza delle idee.
Come ha mostrato Christopher R. Browning ne Le origini della soluzione finale, nel 1940 il regime nazista riprese e sviluppò il cosiddetto Piano Madagascar, già circolante in precedenza in ambienti antisemiti europei. Esso prevedeva la deportazione di circa quattro milioni di ebrei europei nell’isola di Madagascar, trasformata in un immenso territorio di confinamento sotto amministrazione tedesca. Il progetto presupponeva però la sconfitta della Gran Bretagna e l’acquisizione del controllo della sua flotta mercantile, indispensabile per trasportare un numero così elevato di deportati. Il piano non fu mai realizzato, perché si preferirono soluzioni più radicali. Inoltre esso appartiene a un contesto storico e morale incomparabile con quello attuale (*).
Tuttavia testimonia un’idea-forza: la convinzione che un problema umano possa essere risolto trasferendo gli esseri umani altrove. Prima il Madagascar. Oggi Albania, Rwanda, Uganda.
Cambiano radicalmente i fini, i mezzi, il contesto storico e il giudizio morale. Ma resta sorprendentemente simile una certa grammatica simbolica: l’idea che l’umanità indesiderata possa essere amministrata come una questione di logistica.
Le idee hanno una storia. Sopravvivono ai regimi che le hanno generate. Si trasformano, cambiano linguaggio, trovano nuove giustificazioni, ma continuano talvolta a riprodurre la stessa struttura mentale.
Per questo non è necessario evocare il fascismo come una clava polemica. Basta ricordare che esso fu alleato del nazismo e che nel 1938 introdusse in Italia le leggi razziali. È un dato storico. Altrettanto storico è che alcune categorie di pensiero – la difesa ossessiva della comunità etnica, la paura della contaminazione, l’idea che la soluzione consista nell’allontanamento dell’altro – non sono scomparse con il 1945. Possono riemergere, in forme democratiche e giuridicamente legittime, ogni volta che la politica sostituisce l’analisi con l’ossessione identitaria.
Ed è precisamente qui che si manifesta ciò che da tempo definiamo etnodelirio.
L’etnodelirio non consiste soltanto nell’esagerare il problema migratorio. Consiste soprattutto nel trasformarlo nella chiave interpretativa universale della politica, fino al punto di immaginare che ogni soluzione passi attraverso l’espulsione, la separazione o l’esternalizzazione (**).
A dire il vero il dato forse più significativo è un altro.
Questa visione non appartiene più esclusivamente alla destra radicale.
L’esternalizzazione delle frontiere, gli accordi con Paesi terzi, la deterrenza come principio generale, la sicurezza elevata a criterio supremo stanno diventando il nuovo senso comune europeo. Governi conservatori, liberali e socialdemocratici, pur con intensità diverse, sembrano muoversi nella stessa direzione.
Non significa solo che abbiano tutti torto. Significa qualcosa di più interessante e, forse, di più preoccupante. Che il paradigma culturale è cambiato.
L’Europa che per decenni aveva costruito la propria legittimazione internazionale sul linguaggio dei diritti umani, dell’asilo e della protezione, cioè sul senso ideale della vittoria delle democrazie sul nazifascismo nel 1945, sta progressivamente sostituendo quel lessico con quello della deterrenza, del contenimento e della distanza.
Arretra l’umanitarismo arretra. Avanza l’ossessione securitaria.
È un cambiamento che attraversa governi, istituzioni, opinioni pubbliche e media. Come ogni mutamento culturale, precede e orienta le decisioni politiche.
Le epidemie ideologiche non si riconoscono perché tutti gridano gli stessi slogan. Si riconoscono quando avversari politici diversi finiscono per parlare la stessa lingua. È allora che un’idea smette di essere un’opinione e diventa un clima culturale.
Ed è proprio questo il punto che dovrebbe preoccuparci: il suo carattere pre-assuntivo, il fatto cioè che preceda e prepari la pratica politica, rendendola prima pensabile e poi accettabile. Molto più dei singoli centri in Albania, Uganda o Rwanda. Perché quei centri non nascono dal nulla: sono il prodotto visibile di una trasformazione più profonda del modo in cui l’Europa immagina sé stessa e il proprio rapporto con l’altro.
Carlo Gambescia
(*) Christopher R. Browning, Le origini della soluzione finale, Il Saggiatorei, Milano 2007. Invece per una rapida sintesi qui:https://www.shalom.it/roma-ebraica/una-improbabile-a-terra-promessaa-b1110211/ .
(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/giorgia-meloni-e-letnodelirio-come.html .















































