sabato 25 luglio 2026

Imputabilità dei minori. Perché la destra diffida della sociologia

 


La proposta di Fratelli d’Italia di abbassare la soglia dell’imputabilità dei minori a quattordici anni  non è  una misura qualsiasi. È il riflesso di una precisa concezione dell’uomo e della società. Una concezione che guarda con sospetto alla sociologia e, più in generale, a tutto ciò che richiama l’idea illuministica della perfettibilità umana.

Non è un caso che Giorgia Meloni rivendichi, addirittura con orgoglio, una linea improntata alla massima severità: se un minore delinque, deve essere punito come un adulto. Il messaggio è semplice, quasi elementare: chi sbaglia paga.

Ma la semplicità, in politica come nelle scienze sociali, è spesso una cattiva consigliera.

A partire dalla Scuola di Chicago, tra gli anni Venti e Trenta, fino agli studi più recenti sulla devianza giovanile, emerge una conclusione sostanzialmente condivisa: il comportamento deviante del minore non è un destino biologico né una condanna definitiva. È il prodotto di una complessa interazione tra ambiente familiare, contesto sociale, gruppo dei pari, scuola, quartiere, opportunità e deprivazioni.

 


La sociologia, naturalmente, non sostiene che tutti i minori siano recuperabili. Sarebbe una tesi ideologica, non scientifica. Sostiene però qualcosa di assai più solido: che la probabilità di recupero è molto più elevata quando il ragazzo viene inserito in percorsi educativi, formativi e socialmente protetti, piuttosto che quando viene immerso precocemente nell’universo penitenziario.

È proprio qui, come anticipato, che interviene uno dei concetti classici della sociologia della devianza: quello di identità deviante. Dagli studi di Frank Tannenbaum (Crime and the Community, 1938), sviluppati da Edwin M. Lemert, Howard S. Becker ed Erving Goffman, sappiamo che l’etichettamento sociale (labeling theory) può contribuire a trasformare una condotta deviante in un’identità stabile, rendendo il recupero del minore assai più difficile.

Il carcere, soprattutto per un adolescente, può produrre esattamente questo effetto. La pena non corregge necessariamente il comportamento; può invece consolidarlo. Il giovane finisce per riconoscersi nell’immagine che la società gli restituisce. Non è più un ragazzo che ha commesso un reato: diventa “il delinquente”. E una volta che quell’identità si cristallizza, uscirne è infinitamente più difficile.

La sociologia non giustifica il reato. Cerca di impedire che il reato diventi un destino.

È questo il punto sul quale la cultura politica della destra continua a mostrare la propria distanza dalla tradizione sociologica e illuministica.

Per la tradizione illuministica, dalla quale nasce la sociologia moderna, l’uomo è certamente responsabile delle proprie azioni, ma è anche capace di cambiare. Le istituzioni non devono limitarsi a reprimere: devono creare le condizioni affinché l’individuo possa migliorare. Da qui deriva l’idea della pena come strumento di reinserimento, consacrata anche dall’articolo 27 della nostra Costituzione, secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non a caso, il sistema penale minorile italiano è stato storicamente costruito proprio su questo principio, privilegiando, ove possibile, finalità educative e misure alternative alla detenzione



La cultura politica di matrice postmissina, erede della tradizione del Movimento Sociale Italiano, sembra invece muoversi lungo una traiettoria diversa.. Diciamo pure anti-illuministica. O, per dirla tutta, controrivoluzionaria.

La devianza viene interpretata quasi esclusivamente come scelta individuale, cui deve corrispondere una risposta punitiva altrettanto individuale. L’ambiente sociale diventa un elemento secondario, talvolta addirittura irrilevante. La sociologia finisce così per essere ridotta a una disciplina indulgente, accusata di cercare giustificazioni anziché spiegazioni.

Eppure proprio la grande tradizione sociologica italiana dimostra il contrario.

Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Robert Michels furono certamente studiosi elitisti e profondi critici dell’ottimismo democratico. Ma nessuno di loro pensava che la società fosse immutabile. Pareto immaginava la circolazione delle élite come un meccanismo di riequilibrio storico; Mosca vedeva nelle istituzioni rappresentative uno strumento di equilibrio politico; Michels, persino quando aderì al fascismo, conservò l’illusione che la politica potesse rigenerare moralmente gli individui e costruire un “uomo nuovo”.



Fu un’illusione tragica. Ma era pur sempre l’illusione che l’uomo potesse essere trasformato.
Paradossalmente, la destra di oggi appare ancora più pessimista. Ha rinunciato perfino al mito dell’uomo nuovo. Non pensa di recuperare il deviante; pensa soprattutto a neutralizzarlo. Il minore non è più una persona da educare, ma un soggetto da contenere. La pena perde la sua funzione rieducativa e diventa essenzialmente uno strumento di esclusione sociale.

È questa la vera posta in gioco.

Il dibattito sull’imputabilità dei minori non riguarda soltanto qualche anno in più o in meno di responsabilità penale. Riguarda l’idea stessa di civiltà. Ci si divide, in fondo, su una domanda antica: l’uomo può cambiare?

 


La sociologia risponde di sì, pur senza ingenuità e senza buonismi. La destra postmissina sembra invece rispondere di no. E, così facendo, finisce per collocarsi in una posizione persino più pessimistica di quella dei suoi stessi maestri intellettuali.

Una politica liberale non rinuncia mai alla responsabilità individuale. Ma non rinuncia neppure alla speranza del cambiamento. Perché una società che smette di credere nella possibilità di recuperare un ragazzo non diventa più sicura. Diventa soltanto più rassegnata, ma anche egoista e cattiva.

Carlo Gambescia

venerdì 24 luglio 2026

Montanelli, Veneziani e lo Smemorato di Collegno


 


A venticinque anni dalla morte di Indro Montanelli, Marcello Veneziani gli dedica un lungo ricordo. Lo definisce “incensurabile”, “solista”, “uomo libero”. Parole che, per molti aspetti, descrivono davvero il grande giornalista.

Tuttavia il ritratto che ne propone è incompleto. E proprio per questo, in alcuni punti, finisce per risultare fuorviante. Almeno per tre ragioni.

Primo. Montanelli non era un intellettuale “di destra” nel senso in cui oggi viene spesso rivendicato. Si pensi ad esempio al “trucidume”antiWoke. Montanelli era un conservatore liberale, profondamente individualista, con un fortissimo senso dello Stato. Diffidava del conformismo della sinistra, ma diffidava altrettanto del nazionalismo, del populismo e del culto del capo.

Secondo. La sua idea di libertà era molto più esigente di quella evocata da Veneziani. Montanelli non avrebbe identificato la libertà con il diritto di dire qualsiasi cosa senza responsabilità. Per lui il giornalismo era autonomia critica, non appartenenza tribale.

Terzo. C’è una certa ironia nel vedere celebrato l’Indro “incensurabile” sulle pagine di un giornale che spesso privilegia la logica dello schieramento rispetto a quella del dubbio. Montanelli, invece, diffidava proprio del giornalismo arruolato.



Ma ciò che colpisce maggiormente del pezzo di Veneziani è ciò che clamorosamente manca.

Nell'articolo dedicato a Montanelli non compare mai la Storia d’Italia, l’opera che più di ogni altra ha contribuito a fare del grande giornalista un fenomeno editoriale e culturale, avvicinando milioni di italiani alla storia nazionale.

Una dimenticanza francamente sorprendente. Quasi da Smemorato di Collegno. Quello vero: il famoso caso, anche giudiziario, degli anni Trenta del secolo scorso di un uomo di cui non si è mai saputo con certezza se fosse davvero il professor Giulio Cannella o il pregiudicato Mario Bruneri. Era in buona o cattiva fede? Ancora oggi è difficile dare una risposta.

Del resto è lo stesso Veneziani a ricordare, in uno scritto di qualche anno fa, un articolo uscito su “Libero” nel 2009, di aver documentato, quando Montanelli era ancora in vita, “qualche ombra di plagio su qualche libro”, aggiungendo: “me ne dispiacque”. (*)

 


Quella frase non è secondaria. È il riconoscimento di una polemica che oggi molti non ricordano e che occupò per settimane le pagine dell’ “Italia Settimanale”, la rivista diretta da Veneziani negli anni  dal 1992 al 1995.

Si discusse a lungo dei presunti debiti della Storia d’Italia nei confronti dell’opera storica di Will e Ariel Durant, fino ad affacciarsi, come ricordato dallo stesso Veneziani, l’accusa di plagio.


 Fu una polemica aspra, nata nel pieno della frattura tra Montanelli e Berlusconi, quando il fondatore de “Il Giornale” era diventato una figura scomoda anche per una parte della destra.

 

Oggi, però, quella vicenda scompare quasi del tutto. Non una ricostruzione. Non una riflessione. Resta solo la fugace allusione del 2009.

Naturalmente ogni intellettuale può rivedere i propri giudizi. Sarebbe anzi un segno di onestà intellettuale spiegarne le ragioni. Qui, invece, il mutamento resta implicito: ciò che allora appariva abbastanza importante da alimentare una lunga polemica viene oggi  taciuto.

Perché questo silenzio? Perché commemorare Montanelli senza ricordare anche quella controversia?

 


La risposta non la conosciamo. Possiamo soltanto osservare un fatto: rispetto agli anni Novanta è cambiato il contesto politico. Allora Montanelli era diventato il grande avversario di Silvio Berlusconi, dopo la rottura culminata con la nascita de “La Voce”. Oggi, invece, è divenuto un simbolo utile anche a una parte della destra culturale. Così il polemista di ieri lascia il posto al celebrante di oggi.

Possiamo però constatare un fatto incontestabile: il Montanelli che emerge dall’articolo di Veneziani è un Montanelli accuratamente selezionato, ripulito, ricomposto. L’anarchico di destra, la solita etichetta che tanto piace alla destra missina e postmissina. il mito del fascismo libertario. Ma come può una religione politica, addirittura con una sua "mistica", essere libertaria?  

Una destra , quella missina,  che, tuttavia, Montanelli non volle mai davvero seguire, pur essendone spesso corteggiato. Per la semplice ragione  che era liberale. Si leggano i suoi ritratti di Cavour,  degli uomini della Destra storica, di Giolitti e  De Gasperi. Nulla a che vedere con il populismo fascista.  Come pure il suo tentativo di costituire nella seconda metà degli anni Settanta una alleanza laica elettorale, riformista e liberale.

Montanelli resta così il simbolo dell’anticonformismo e della libertà, ma scompare il protagonista di una polemica culturale che lo stesso Veneziani contribuì ad alimentare.



È una memoria inevitabilmente parziale. E una memoria parziale finisce spesso per trasformarsi in memoria politica: la memoria di una parte, quella postfascista.

Montanelli, invece, merita di essere ricordato per intero. Era un liberale super partes. Con le sue intuizioni e con i suoi errori. Con il suo giornalismo e con la sua straordinaria opera di divulgatore storico. Con le pagine memorabili e con quelle discusse. Perché la grandezza di un intellettuale non nasce dall’assenza di controversie, ma dalla capacità di attraversarle.

C’è infine un’ultima ironia.

Veneziani celebra il Montanelli “incensurabile”, l’uomo che rifiutava ogni conformismo e ogni appartenenza. Eppure sorvola proprio sull’episodio che riguarda innanzitutto se stesso: il momento in cui fu lui a mettere sotto accusa i lavori storici di Montanelli.

   

Le omissioni raccontano una storia. In questo caso raccontano quella di una memoria che seleziona, dimentica e ricompone. Come nello Smemorato di Collegno, non sappiamo se si tratti di una semplice lacuna della memoria o di una memoria selettiva. Insomma Veneziani c'è o ci fa? In realtà,  il risultato non cambia: il ritratto di Montanelli ne esce inevitabilmente modificato.
Montanelli, invece, non ha bisogno di essere ricomposto. Ha bisogno soltanto di essere ricordato per intero.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.marcelloveneziani.com/ritratti/i-cinque-regali-inediti-del-divo-montanelli/ .

                                              
 
 

giovedì 23 luglio 2026

L'anima nera degli italiani

 


Non si tratta del ritorno del fascismo in camicia nera. Sarebbe troppo semplice, e probabilmente sbagliato. Il punto è un altro: dopo ottant’anni sembra essersi risvegliata quella che potremmo chiamare l’anima nera degli italiani. Non un partito, non un’ideologia codificata, ma una cultura autoritaria che precede e sopravvive alle forme politiche nelle quali di volta in volta si incarna.

L’anima nera non coincide con il fascismo storico. Ne costituisce il terreno di coltura. È la predisposizione a preferire l’autorità alla libertà, l’ordine al pluralismo, il capo alle istituzioni, il nemico all’avversario, la forza al diritto. Il fascismo organizzò politicamente questa cultura. Ma la sua sconfitta militare non significò automaticamente la scomparsa delle disposizioni culturali che lo avevano reso possibile.

Basta osservare il clima degli ultimi giorni.

La vicenda Roggero. La morte di Abderrahim Fakir durante un arresto a Bologna. La trasformazione di ogni fatto di cronaca in uno scontro tra amici e nemici. La continua ricerca del colpevole da esibire alla pubblica indignazione. Il diritto sostituito dalla vendetta, la giustizia dall’identificazione emotiva con chi “ha fatto quello che lo Stato non fa”. Ogni episodio diventa il pretesto per alimentare una polarizzazione che non conosce più sfumature.



In questo contesto il successo di Roberto Vannacci non rappresenta un incidente. È il sintomo di qualcosa di più profondo. La sua radicalità non spaventa una parte crescente dell’opinione pubblica: la rassicura. Matteo Salvini continua a costruire il consenso individuando nello straniero il nemico privilegiato. Giorgia Meloni evita accuratamente di definirsi antifascista, perché sa che una parte consistente del suo elettorato considera quella parola non un valore costituzionale, ma una provocazione politica.

Il problema, però, non riguarda soltanto la destra. L’anima nera cresce quando viene meno un’alternativa credibile.

Negli ultimi anni il riformismo è progressivamente arretrato. Una parte importante della sinistra sembra aver sostituito l’idea dell’emancipazione con quella della rivendicazione permanente. Si denunciano ingiustizie, si chiedono nuovi diritti, si invocano nuovi interventi pubblici. Molto meno si parla di crescita, mobilità sociale, responsabilità, merito, produttività, innovazione. Il rischio è che la tutela si trasformi in dipendenza e la redistribuzione sostituisca l’emancipazione. È una critica che anche autorevoli osservatori liberali hanno rivolto alla sinistra contemporanea, definendola ormai una “sinistra rivendicativa”, più impegnata a denunciare torti che a costruire soluzioni praticabili (*).

Quando il riformismo perde forza, la cultura autoritaria trova spazio.



Le persone non scelgono necessariamente l’uomo forte perché desiderano una dittatura. Lo scelgono perché non vedono più una forza politica capace di garantire contemporaneamente libertà, sicurezza, sviluppo e giustizia sociale.
È questa la vera tragedia.

L’anima nera non avanza nel deserto. Avanza nel vuoto lasciato dalla politica liberale e riformatrice.

Si crea così un circolo vizioso. Una sinistra sempre più rivendicativa alimenta una destra sempre più identitaria. E una destra sempre più identitaria radicalizza ulteriormente una sinistra incapace di uscire dalla logica della denuncia. I due estremi finiscono per alimentarsi reciprocamente, mentre il centro liberale e riformatore si restringe fino quasi a scomparire.

Che cosa si può fare? Poco, almeno nell’immediato.

È difficile arrestare uno tsunami quando ha già raggiunto la costa. Si può soltanto cercare riparo nei luoghi più elevati, salvando ciò che può essere ancora salvato: la cultura liberale, il pluralismo, lo Stato di diritto, il rispetto delle istituzioni, la distinzione tra avversario e nemico.



Ci viene in mente “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Lì non si vedono soltanto il fascismo e Mussolini. Si vede soprattutto una società ormai completamente inquadrata, nella quale milioni di persone hanno interiorizzato il conformismo come modo naturale di vivere. Non tutti erano fanatici. Molti volevano semplicemente essere lasciati in pace. Bastava non occuparsi di politica, adattarsi, abbassare la testa.

È così che l’anima nera entra nella vita quotidiana: non attraverso l’eroismo del male, ma attraverso la normalizzazione dell’indifferenza.

Non crediamo che l’Italia sia destinata a rivivere il fascismo del 1922. Crediamo però che stiano tornando le condizioni culturali che allora lo resero possibile: la sfiducia nelle istituzioni, la ricerca dell’uomo forte, la trasformazione dell’avversario in nemico, la nostalgia dell’ordine, il conformismo e, soprattutto, l’assenza di una credibile alternativa liberale e riformista.



L’ora è grave non perché il fascismo sia già nato. L’ora è grave perché è tornata la cultura autoritaria che potrebbe, domani, trovare nuove forme politiche attraverso cui esprimersi. È questa, oggi, la vera sfida liberale.

Carlo Gambescia

(*) In argomento rinviamo all’ottimo articolo di Matteo Montagner: https://www.soloriformisti.it/la-fine-del-lingotto-e-la-creazione-della-sinistra-rivendicativa/ .

mercoledì 22 luglio 2026

Violenza. L’universalismo selettivo di Giorgia Meloni

 


Ci sono principi che valgono sempre. E ci sono principi che valgono soltanto quando convengono.

La dichiarazione con la quale Giorgia Meloni ha preso le distanze dal video di matrice vannacciana realizzato con l’intelligenza artificiale appartiene, purtroppo, alla seconda categoria.

Giorgia Meloni afferma che la violenza, in qualunque forma si manifesti, debba essere sempre respinta. Un’affermazione condivisibile. Anzi, uno dei cardini della cultura liberale. La politica deve misurarsi con le idee, con il consenso e con il voto, non con l’intimidazione, l’odio o la demonizzazione dell’avversario.


Il problema è che quel “sempre” dura appena poche righe.

Dopo  aver preso le distanze dal video, Meloni sposta infatti il bersaglio polemico sulla sinistra e su quanti chiedono di accertare eventuali responsabilità delle forze dell’ordine. La condanna della violenza diventa così il preludio di un’accusa politica. Non un principio universale, ma un’arma dialettica.

 


È una tecnica retorica ben nota: si parte da una premessa difficilmente contestabile per arrivare a una conclusione di parte.

Naturalmente, nessuno può negare quanto accaduto a Bologna. Se manifestanti hanno aggredito agenti di polizia, devastato beni pubblici o trasformato una protesta in guerriglia urbana, dovranno risponderne davanti alla legge. In uno Stato di diritto la violenza politica non cambia natura a seconda del colore ideologico di chi la esercita.

Ma proprio perché siamo in uno Stato di diritto, lo stesso principio deve valere anche per chi detiene il monopolio legittimo della forza.

 

 


Quando emergono dubbi sull’operato delle forze dell’ordine, chiedere un accertamento rigoroso dei fatti non significa delegittimare la polizia. Significa, al contrario, prendere sul serio il principio secondo cui nessun potere, nemmeno quello esercitato in uniforme, può sottrarsi al controllo della legge. La forza pubblica trae la propria legittimazione proprio dal fatto di essere sottoposta alla legge e al giudizio della magistratura.

Eppure è proprio qui che il ragionamento della premier mostra la sua natura selettiva. Ogni critica agli apparati dello Stato viene facilmente assimilata a una delegittimazione delle forze dell’ordine, quasi che domandare trasparenza equivalga a schierarsi con i violenti.

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione.

Gli incidenti di Bologna sono stati rapidamente trasformati in un processo politico al sindaco Matteo Lepore. Dalla responsabilità penale dei singoli si è passati quasi automaticamente alla responsabilità politica dell’amministrazione cittadina. È un meccanismo ormai ricorrente: il reato individuale diventa il sintomo di una presunta complicità ideologica della sinistra. Non si discutono soltanto i fatti; si costruisce un capo d’imputazione politico.

 


La cronaca diventa metapolitica. L’episodio serve a consolidare l’immagine del nemico. Il sindaco non è più soltanto un amministratore chiamato a gestire una situazione complessa: diventa il simbolo di una cultura politica ritenuta indulgente verso il disordine. È il passaggio dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva.

Le contraddizioni, però, non finiscono qui.

Negli ultimi anni la destra ha costruito una parte rilevante della propria identità sulla sicurezza: decreti sicurezza, inasprimenti di pena, retorica dell’emergenza, continua evocazione del nemico interno. Una cultura politica che tende a privilegiare la neutralizzazione del conflitto rispetto alla sua regolazione giuridica.

Nello stesso tempo, quando Mario Roggero, il gioielliere che uccise due rapinatori in fuga, è stato trasformato da una parte della destra in un simbolo della “gente perbene”, non si è levato con la stessa forza il richiamo al principio fondamentale dello Stato di diritto: nessuno può amministrare da sé la giustizia. 

 


Così come, nei casi più controversi riguardanti l’uso della forza pubblica, il riflesso del governo è stato quasi sempre quello della difesa preventiva degli apparati, accompagnata dall’accusa di voler delegittimare la polizia.

È qui che l’universalismo proclamato dalla premier si incrina nuovamente.

La violenza sembra essere davvero intollerabile quando proviene dagli avversari politici. Diventa invece un problema da contestualizzare, da ridimensionare o da tacere quando riguarda gli apparati dello Stato, i propri alleati o una narrazione politica fondata sulla sicurezza.

Il punto, allora, non è il video di Vannacci. La sua condanna era doverosa. Il punto è un altro.

In politica le parole contano, ma contano ancora di più i criteri con cui vengono applicate. Se un principio morale vale soltanto contro gli altri, cessa di essere un principio. Diventa propaganda.


La democrazia liberale vive di responsabilità individuali. Le democrazie illiberali, invece, tendono a ragionare per colpe collettive: il manifestante diventa “la sinistra”, il poliziotto diventa “lo Stato”, il sindaco diventa il mandante morale del disordine. È il ritorno della politica delle appartenenze assolute, nella quale il nemico non è più chi commette un illecito, ma chi appartiene al campo avversario.

Lo Stato di diritto non si difende chiedendo fiducia incondizionata nelle istituzioni. Si difende pretendendo che chiunque eserciti il potere — un ministro, un agente di polizia o lo stesso presidente del Consiglio — accetti di essere giudicato secondo le medesime regole che pretende di imporre ai cittadini.

Perché la forza senza controllo genera arbitrio. E la legalità selettiva non è legalità: è soltanto politica travestita da principio.

Carlo Gambescia

martedì 21 luglio 2026

La guerra civile delle parole

 


Ci sono titoli che informano. E ci sono titoli che arruolano.

Quello pubblicato oggi da “La Verità” appartiene senza dubbio alla seconda categoria: “L’Italia sta con Roggero. La sinistra sta con Fakir”. E risparmio ai lettori i titoli degli altri giornali di destra, in linea, o quasi, con quello del quotidiano diretto da Belpietro.

A questo tipo di giornalismo, ma il discorso potrebbe essere esteso ai social, non interessa stabilire chi abbia ragione. Non interessa distinguere vicende profondamente diverse. Non interessa attendere il lavoro della magistratura. L’obiettivo è un altro: dividere il Paese in due campi contrapposti.

È una tecnica politica antica quanto la politica stessa. Una vera e propria regolarità metapolitica: prima si costruiscono due identità incompatibili; poi si convince ciascuna che l’altra rappresenti una minaccia esistenziale. Da quel momento ogni mediazione appare come un tradimento.

Non è più il confronto tra idee. È la sostituzione del giudizio con l’appartenenza.



Roggero e Fakir diventano così due simboli. Il primo dell’Italia che avrebbe il diritto di farsi giustizia da sé. Il secondo dell’Italia che, in linea con il romanzo criminale della destra, difenderebbe sempre e comunque il delinquente contro le forze dell’ordine.

Ma le cose non stanno così.

Si può ritenere che Mario Roggero abbia diritto a tutte le garanzie dello Stato di diritto senza trasformarlo in un eroe nazionale. E si può chiedere che sia fatta piena luce sulla morte di Abderrahim Fakir senza per questo giustificare i suoi eventuali comportamenti precedenti.

È precisamente questa la differenza tra una democrazia liberale e una democrazia plebiscitaria.

Verso la quale, purtroppo, ci stiamo incamminando, un giorno dopo l’altro. Sembra di rivivere l’atmosfera dell’Europa dopo la Prima guerra mondiale, quando la politica smise progressivamente di essere competizione fra avversari per trasformarsi in lotta contro nemici. Allora vinsero i fascismi. E oggi, non solo in Italia, riemergono culture politiche che di quei fascismi conservano il culto dell’appartenenza, del nemico e della mobilitazione permanente. Una prospettiva inquietante.



Lo Stato di diritto non distribuisce assoluzioni o condanne in base alla simpatia che suscitano le persone coinvolte. Giudica i fatti. Tutti i fatti. E li giudica secondo la legge.

La nuova comunicazione populista, con un inquietante passato alle spalle (in ogni fascismo c’è una forte componente populista), ha bisogno di abolire le sfumature. Ogni vicenda deve essere ridotta a uno scontro tra amici e nemici. Chi chiede prudenza diventa un complice. Chi invoca il diritto viene dipinto come un ingenuo. Chi pretende che sia un giudice, e non un titolo di giornale, a stabilire le responsabilità viene accusato di stare dalla parte sbagliata.

È un meccanismo che produce consenso nel breve periodo, ma avvelena il tessuto civile.

Perché, poco alla volta, convince i cittadini che non esistano più istituzioni comuni, bensì soltanto tifoserie contrapposte. Non esistono magistrati, ma giudici «dei nostri» o «dei loro». Non esistono poliziotti che servono la Repubblica, ma poliziotti da usare come argomento politico. Non esistono cittadini uguali davanti alla legge, ma categorie di persone cui applicare diritti diversi.



La conseguenza è una sorta di guerra civile simbolica (per ora): non si combatte con le armi, ma con le parole, con le immagini, con i titoli. Tuttavia ogni guerra civile, prima di diventare materiale, nasce quasi sempre da una progressiva disumanizzazione dell’avversario.

Per questo il problema non è soltanto un titolo di giornale. O gli spropositi dei social. Il problema è la cultura politica che quei titoli, quei post e quei commenti esprimono. Una cultura che non cerca di persuadere, ma di mobilitare; non di comprendere, ma di dividere.

I liberali dovrebbero essere i primi a respingere questa deriva, da qualunque parte provenga. Perché la libertà non muore soltanto quando lo Stato diventa autoritario. Muore anche quando una società smette di riconoscersi in un diritto comune e si divide definitivamente in tribù politiche incapaci di considerarsi ancora parte della stessa comunità civile.

Carlo Gambescia

lunedì 20 luglio 2026

Bologna e la cultura della neutralizzazione fisica

 


L’habeas corpus è uno dei grandi principi del liberalismo occidentale. Affermatosi nella tradizione costituzionale inglese per impedire gli arresti arbitrari, esso esprime un principio ancora più generale: il corpo della persona non è nella libera disponibilità del potere pubblico. 

Ogni limitazione della libertà fisica deve essere giustificata dalla legge e sottoposta al controllo del giudice. È anche alla luce di questo principio che dovrà essere valutata la morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta durante un intervento della polizia a Bologna. Secondo le prime ricostruzioni, Fakir si trovava in stato di agitazione.

Le immagini diffuse in queste ore sono impressionanti. Sembrano mostrare, da un lato, la passività degli operatori del 118 e, dall'altro, l'estrema durezza dell'intervento degli agenti di polizia. Ma in uno Stato di diritto le immagini non fanno prova: non sostituiscono né l'autopsia né il giudizio di un tribunale.

Un principio liberale impone prudenza. Chi pretende di assolvere gli agenti prima delle indagini commette lo stesso errore di chi li condanna senza attendere l’accertamento dei fatti.

E tuttavia esiste un altro piano, quello ideologico, della percezione della realtà, che si traduce in comunicazione politica, sul quale è già possibile riflettere.



Negli ultimi anni la destra italiana ha costruito una rappresentazione della società fondata sull’emergenza permanente. Immigrati irregolari, antagonisti, occupanti abusivi, ONG, magistrati, “comunisti”: il nemico cambia continuamente, ma la struttura del discorso resta identica. L’Italia viene rappresentata come una comunità assediata: dentro i puri, fuori gli impuri. Si potrebbe parlare di un manicheismo comunicativo, fondato sulle emozioni più che sul ragionamento e sull’argomentazione.

Qui l’argomento si fa interessante: quando una società si convince di vivere sotto assedio, anche l’uso della forza tende a cambiare natura.

Non è necessario arrivare al grilletto facile (anche se come mostra il caso Roggero…). Basta modificare la cultura dell’intervento.

Negli ultimi decenni, anche attraverso il cinema, le serie televisive e il dibattito sulla sicurezza, si è progressivamente diffusa un’idea dell’intervento di polizia fondata sulla neutralizzazione immediata del soggetto ritenuto pericoloso. Prima lo si domina fisicamente, poi si vedrà.



L’ICE, divenuta con Trump il simbolo della politica muscolare sull’immigrazione — altro grande Mago di Oz della comunicazione politica — è soltanto la punta dell’iceberg di una filosofia più ampia: l’ordine come controllo fisico del corpo prima ancora che come applicazione del diritto.

Una specie di biopolitica reale. Non la biopolitica teorica di Esposito o Agamben, ma la fisicità del controllo sul corpo.
Talvolta si muore perché un’immobilizzazione dura troppo, perché una tecnica viene applicata male, perché la percezione del pericolo prevale sulla tutela della persona. Sono vicende che la cronaca, in diversi Paesi, ha purtroppo documentato più volte.



Naturalmente gli agenti rispondono delle proprie azioni, non dei discorsi dei politici. Ma sarebbe altrettanto ingenuo credere che il linguaggio politico non produca effetti culturali.

Quando l’altro (il migrante, l’occupante, il volontario di una ONG, il magistrato, eccetera) viene rappresentato sempre più spesso come un potenziale nemico, quando la sicurezza diventa l’unico criterio di giudizio, quando ogni richiesta di accertamento viene bollata come ostilità verso le forze dell’ordine, allora il confine tra tutela dell’ordine e cultura della neutralizzazione fisica tende a diventare sempre più sottile, fino quasi a scomparire.


Per questo il problema non riguarda soltanto Bologna. Riguarda il modo in cui una democrazia, se autenticamente liberale, concepisce il monopolio della forza.


Lo Stato di diritto non pretende che gli agenti siano infallibili. Pretende qualcosa di molto più importante: che nessuno, nemmeno chi esercita la forza pubblica, sia sottratto al controllo della legge.

Chi difende questo principio non è contro la polizia.

È contro l’idea che la Ragion di Stato possa sostituire lo Stato di diritto.

Carlo Gambescia

domenica 19 luglio 2026

Barabba o Gesù? Roggero o lo Stato di diritto?

 



Antonio Gramsci non era certo un liberale. E tuttavia, nei Quaderni del carcere, aveva compreso un punto decisivo: nessuna forza politica può governare stabilmente limitandosi a raccogliere gli umori del momento. Deve educare, orientare, costruire consenso attorno a un’idea di ordine. Vale a dire una tradizione, nel senso metapolitico del termine.

Quando rinuncia a questa funzione dirigente e si limita ad assecondare gli istinti più immediati, finisce per indebolire proprio quell’ordine che afferma di difendere, trasformandosi in una classe dirigente destinata a tradire anche se stessa pur di conservare il potere, quindi solo dominante.

È quanto sta accadendo, a mio giudizio, con il caso Mario Roggero.

Ormai il gioielliere di Grinzane Cavour ha smesso di essere soltanto il protagonista di una vicenda giudiziaria. È diventato È diventato lo status symbol del cittadino armato che si fa giustizia da sé. Una parte della destra lo presenta come l’uomo che avrebbe fatto ciò che lo Stato non ha saputo fare: rendere giustizia.

Hans Kelsen, uno dei maggiori giuristi e politologi del Novecento, richiamava il celebre episodio evangelico nel quale la folla preferisce Barabba a Gesù, vedendovi un’efficace metafora dei limiti della decisione maggioritaria. Era, per il grande teorico della democrazia, la dimostrazione che una decisione popolare può essere profondamente ingiusta e che la maggioranza non coincide mai automaticamente con la verità. La democrazia resta il miglior metodo politico conosciuto, ma non è una macchina che produce infallibilmente giustizia.



Oggi la domanda che la destra sembra porre è questa: Roggero o lo Stato di diritto? Chi sceglie Roggero sceglie la giustizia emotiva; chi sceglie lo Stato di diritto accetta invece un principio più esigente: la forza legittima appartiene soltanto alle istituzioni. Per dirla in brocardo: dura lex sed lex.

La destra dominante conosce bene, per usare un’immagine cara ad Augusto Del Noce, il “bestione platonico”, vale a dire quella dimensione dell’opinione pubblica che si lascia trascinare dalle passioni più che dalla ragione. Oggi la chiameremmo democrazia emotiva.

È qui che nasce il problema.

Non interessa discutere la sofferenza di chi ha subito una rapina, né minimizzare la paura vissuta in quei momenti. Il punto è un altro: trasformare chi si sostituisce allo Stato nell’esercizio della forza in un modello civile significa mettere in discussione il monopolio legittimo della forza che appartiene allo Stato di diritto. Siamo davanti a un atto diseducativo, per dirla con Gramsci, e demagogico, per dirla con Del Noce e Kelsen.



Attenzione: è una questione che riguarda il liberalismo ben prima della distinzione fra destra e sinistra. Come abbiamo già osservato (*), da Hobbes a Locke, da Weber fino alle moderne democrazie costituzionali, lo Stato esiste proprio perché sottrae ai singoli il diritto di farsi giustizia da sé. Se questo principio viene incrinato, non nasce un ordine più forte. Nasce il contrario: una società nella quale ciascuno tende a diventare giudice, giuria ed esecutore della propria sentenza.
Ed è qui che emerge il paradosso.

La destra italiana continua a presentarsi come la forza politica della legalità, della sicurezza e dell’ordine. Sforna un decreto sicurezza dopo l’altro. Ma quando celebra Roggero come un eroe politico, introduce nella cultura civile un principio esattamente opposto: l’idea che, quando lo Stato non soddisfa le aspettative individuali, il cittadino possa sostituirsi ad esso.

È l’esatto contrario della cultura dello Stato di diritto.



L’eversione non consiste soltanto nell’assalto ai palazzi del potere. Esiste anche un’eversione culturale, assai più sottile, che delegittima progressivamente le istituzioni, sostituendo il diritto con l’emozione, la legge con la simpatia, il giudizio dei tribunali con quello delle piazze o dei social network.

Naturalmente tutto ciò viene presentato come difesa del popolo. In realtà produce l’effetto opposto: indebolisce lo Stato proprio mentre pretende di rafforzarlo.

Per questo il caso Roggero va ben oltre la cronaca giudiziaria. È il sintomo di una concezione della politica che considera lo Stato un alleato quando conferma le proprie convinzioni e un ostacolo quando le contraddice.

È una concezione che si proclama “legge e ordine”, ma finisce per erodere il fondamento stesso dell’ordine liberale: il primato impersonale della legge.

È qui, ripetiamo, che la destra diventa culturalmente eversiva. Non perché voglia abbattere lo Stato, ma perché ne svuota progressivamente il principio di legittimazione, insegnando che, quando la legge non coincide con il sentimento popolare, può essere sostituita dalla giustizia privata.



È un messaggio devastante. Perché ogni Stato liberale vive anzitutto di una convinzione condivisa: che nessun cittadino, per quanto offeso o indignato, possa arrogarsi il diritto di diventare giudice e carnefice.

La storia italiana dovrebbe averci insegnato che ogni volta che la politica comincia a considerare la giustizia privata moralmente superiore alla giustizia dello Stato, il passo verso la delegittimazione delle istituzioni è già stato compiuto.

E quando le istituzioni perdono autorevolezza, non vince la libertà. Vince soltanto l’arbitrio.

Carlo Gambescia

 

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/07/caso-roggero-la-destra-che-difende-il.html