La cronaca è semplice. Washington chiede compattezza agli alleati su dossier strategici sempre più incandescenti: dal Medio Oriente alla sicurezza energetica, passando per la deterrenza globale. Roma risponde con prudenza, distinguendo tra solidarietà politica e coinvolgimento operativo.
È un passaggio apparentemente tecnico. In realtà è altamente simbolico.
Perché i rapporti tra Italia e Stati Uniti non sono mai soltanto rapporti bilaterali: sono il banco di prova della qualità della nostra collocazione internazionale. E per un governo che ha fatto della sovranità nazionale uno dei propri assi identitari, questo banco di prova diventa ancora più delicato.
Il punto è metapolitico, prima ancora che politico.
Il sovranismo contemporaneo nasce da una promessa precisa: restituire alla politica il controllo che la globalizzazione avrebbe disperso. Riprendere in mano confini, economia, decisione, identità. In una parola: sovranità. Tradotto in termini metapolitici: opporsi alle dinamiche di integrazione internazionale attraverso una rivendicazione di autonomia a vocazione centrifuga.
Ma qui si apre il paradosso.
Perché la sovranità, soprattutto nel XXI secolo, è una categoria fortemente condizionata. Nessun Paese europeo, Italia compresa, esercita potere in condizioni di autosufficienza. La sicurezza passa dalla NATO, la stabilità economica dall’Unione europea, gli equilibri strategici dal rapporto con gli Stati Uniti. Dentro questo sistema si consolidano inevitabili dinamiche centripete dell’interdipendenza.
In altre parole, il sovranismo arriva al governo promettendo un
movimento centrifugo di autonomia e disintermediazione. Ma si ritrova
immerso in una realtà centripeta, strutturalmente interdipendente, fatta
di vincoli, compatibilità e dipendenze sistemiche.
Ed è esattamente questo il significato metapolitico del confronto Meloni-Rubio.
Non un litigio, non uno strappo. Piuttosto una tensione strutturale tra logiche diverse: da un lato la richiesta americana di allineamento, dall’altro la necessità italiana di mantenere margini di autonomia, anche per ragioni di consenso interno.
È la contraddizione classica di ogni sovranismo di governo:
trasformare una retorica dell’autonomia in una pratica della
negoziazione.
E non è un caso isolato.
Lo si è visto nell’Ungheria di Viktor Orbán, che ha costruito la propria legittimazione sulla retorica sovranista, ma, pur strizzando l’occhio a Mosca, resta strutturalmente agganciata ai fondi europei e al sistema di sicurezza occidentale. Lo si è visto nella Polonia di Mateusz Morawiecki, dove il nazionalismo conservatore ha dovuto confrontarsi con il vincolo geopolitico imposto dalla guerra in Ucraina.
Lo si vede negli Stati Uniti di Donald Trump, dove l’“America First” ha reso più conflittuali le alleanze, senza però ridurre la trama profonda delle interdipendenze globali.
E il Regno Unito della Brexit resta il caso-scuola: il recupero formale di sovranità non ha coinciso automaticamente con un aumento della capacità d’influenza. In alcuni passaggi, semmai, ha mostrato il contrario.
E qui emerge il punto decisivo.
Il sovranismo non conduce necessariamente all’isolamento. Non è questo il suo obiettivo. Ma produce quasi inevitabilmente una dinamica di attrito con i sistemi cooperativi, perché ogni rivendicazione di autonomia entra in collisione con la logica dell’integrazione.
È una deriva naturale? In larga parte sì.
Non per vocazione ideologica, ma per struttura metapolitica. Una regolarità che si manifesta proprio nella tensione tra spinte centrifughe e dinamiche centripete.
Più un governo sovranista insiste sulla propria eccezionalità
decisionale, più tende a mettere in discussione i vincoli che rendono
possibile la cooperazione. E più lo fa, più aumenta il costo politico
della permanenza dentro quei vincoli.
Qui sta la vera posta in gioco.
Meloni oggi tenta una formula nuova. Diciamo pure la verità: una specie di ircocervo politico. Un sovranismo integrato. Restare pienamente dentro l’Occidente, dentro la NATO, dentro l’Europa, ma rivendicando margini di autonomia politica.
Max Weber sorriderebbe: non si può essere universalisti e particolaristi al tempo stesso. Si tratta di una contraddizione in termini.
E in ogni caso è un equilibrio difficile, quasi acrobatico, soprattutto se esteso anche all’Europa.
Perché Washington ragiona in termini di affidabilità, Bruxelles in termini di coerenza, mentre il consenso interno ragiona in termini di identità.
Tre grammatiche diverse, spesso difficilmente compatibili.
L’incontro con Rubio, allora, non racconta solo una tensione diplomatica. Racconta qualcosa di più profondo: il limite metapolitico che emerge quando il sovranismo smette di essere opposizione e diventa governo.
All’opposizione la sovranità è una parola d’ordine a vocazione centrifuga: serve a spingere verso l’esterno, a semplificare il mondo in una narrazione di recupero del controllo perduto. La famosa indicazione del capro espiatorio, riletta in chiave politica.
Al governo, invece, diventa immediatamente una pratica centripeta: gestione di vincoli, compatibilità, interdipendenze. Il passaggio dall’una all’altra condizione è il momento in cui l’idea politica nazionale smette di essere promessa e si misura con la struttura reale del sistema internazionale.
Il punto, forse, è proprio questo: nella contemporaneità la sovranità non coincide più con la capacità di sottrarsi alle reti, ma con la capacità di abitarle, decidendo al loro interno posizionamenti e margini di manovra. È un’autonomia necessariamente relativa, continuamente negoziata tra le spinte centrifughe delle identità politiche e le attrazioni centripete dei sistemi economici e strategici.
In termini metapolitici, non esiste mai un “fuori” o un “dentro” assoluto: ciò che osserviamo è piuttosto una oscillazione permanente tra poli che restano entrambi interni alla stessa architettura sistemica.
Come dicevamo, Max Weber sorriderebbe. Perché aveva assolutamente ragione quando — in polemica con i “professori-profeti” — sosteneva che non si possono tenere insieme le due posture: quella dell’analisi e quella della predicazione. O si resta dentro la logica dell’interpretazione, o si entra in quella della testimonianza (**).
Tradotto nella nostra grammatica: o si leggono i sistemi nelle loro dinamiche centripete, oppure si pensa la politica come movimento centrifugo di rottura e identità.
Ed è proprio qui che si chiude il cerchio: il sovranismo prova a tenere insieme le due cose, a essere insieme lettura dei vincoli e romanzo della loro rottura. Ma nel momento in cui diventa governo, questa ambizione si scontra con la struttura reale delle interdipendenze. E ciò che in teoria appare come sintesi, nella pratica si trasforma in attrito.
La politica, a quel punto, non è più slancio né predicazione: è ingranaggio. E nell’ingranaggio, anche le promesse più forti — centrifughe per vocazione — tendono lentamente a sciogliersi dentro la trama centripeta dei sistemi di aspettative. Di qui la necessità, come dicevamo. di un equilibrio sempre instabile, da costruire dentro la stessa logica dei vincoli che si intendono governare: o centrifughi o centripeti.
Ed è proprio su quest’ultimo terreno – centripeto – che il caso italiano mostra ancora tutta la sua fase di assestamento.
Carlo Gambescia
(*) Per approfondimento rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2023, 2 volumi.
(**) Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1980.












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