lunedì 18 ottobre 2021

l rastrellamento del 1943. Tornarono in sedici…


 

 Lo sterminio degli ebrei resta una pagina terribile, probabilmente la più oscura in assoluto, nell'intera storia delle assurdità umane.  Due giorni fa, il 16 ottobre, Roma ha commemorato i 78 anni dal rastrellamento nazista  del  ghetto di Roma e di altri quartieri della città (*).

In 1259 ( 689 donne, 363 uomini e 207 bambini),  furono prelevati all’alba nelle loro case. In 227 vennero rilasciati, perché appartenenti a “famiglie miste”.  Più di mille partirono, chiusi in carri ferroviari riservati al bestiame,  per l’ultimo viaggio della loro vita. Tornarono in 16, quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino scomparsa nel 2000.

Su questa tragedia, di cui il rastrellamento romano è solo un tra i tanti tristissimi episodi, si sono interrogati storici, sociologi, filosofi, teologi.  

Si è parlato di follia hitleriana come di lucido disegno nazista. Ci si è domandati, soprattutto i credenti, dove fosse dio quando le vite di quei bambini venivano spente.  Infine c’è chi ha ricondotto lo sterminio degli ebrei alla moderna macchina eugenetica dello stato sociale, non solo nazista.  

Difficile dare una risposta definitiva. La storia, fin dai tempi  più antichi, ha mostrato, si pensi solo alla macchina bellica assira, deportazioni e   uccisioni di massa, più o meno attuate  con metodo, o comunque con sistematicità rivolta a colpire la riproduzione sociale e demografica dei popoli ferocemente designati come nemici. E qui va ricordato, che gli Assiri  con il popolo ebraico, si "limitarono", per così dire,  alla deportazione...

Il che però  non significa   che l’unicità di quanto è accaduto nei campi di sterminio nazisti  possa essere messa in discussione. Dov’è però  la differenza, tra  le donne e i bambini dei popoli conquistati, il più delle volte passati a fil di spada dai soldatacci assiri,  e le donne e bambini ebrei uccisi nelle camere a gas?

La differenza è nel fatto che  quelle donne e quei bambini sono stati eliminati in un’ epoca che rivendicava, quasi ogni giorno,  il valore della pace, della comprensione, del rispetto.  Valori  che tremila anni fa, molto  prima dell’avvento della moderna cultura illuminista,  non venivano ritenuti,  validi a prescindere. Insomma  validi  di per se stessi, riprodotti in libri, carte, dichiarazioni, eccetera, nonché  praticati, pur con grande sforzo.

Detto altrimenti,  nell’epoca della tolleranza si è ucciso in nome dell’intolleranza. E proprio   questo fa la differenza, tra il prima e il dopo: tra gli assiri e i nazisti.  

Lo stesso cristianesimo, rispetto all’illuminismo,  ha dato notevoli prove di intolleranza. Quindi lo spartiacque è rappresentato dall’illuminata cultura della tolleranza.

Non si può più  uccidere, a cuor leggero,  dopo che si è stabilito che l’uomo, ogni uomo, è valore di per se stesso. E che  di riflesso le sue idee, le sue credenze, vanno rispettate.  

Come detto, esiste una norma regolativa accompagnata da uno sforzo pratico, persino diffuso.  Perciò, se si può ancora assolvere il soldataccio assiro, non si può assolvere quello nazista, perché sapeva perfettamente  ciò che faceva. Qui l’unicità morale  dell’Olocausto. La tesi andrebbe però  estesa a tutte le moderne ideologie che  giustificano l’uso delle violenza finalizzata a uno scopo sociale e politico.

Va però anche detto che l’Illuminismo -  come l’umanesimo che lo precede -  non può essere  interpretato come un blocco unico. Le idee di socialismo e di nazione, intese in chiave integrale,  ne sono  un portato, come quella contraria di un liberalismo tollerante e dialogico. Idee che spesso si sono intersecate tra di loro, con risultati, per così dire, non sempre riusciti, come nel caso del nazionalsocialismo.

Come si intuisce, le cose non sempre sono chiare. Fermo restando che il soldato nazista, rispetto al soldato assiro, uccideva, pur sapendo ciò che faceva.

All’inizio abbiamo parlato di assurdità, di  qualcosa di contrario alla logica del pensiero. Infatti è assurdo che una cultura della tolleranza si comporti in modo intollerante, negando e contraddicendo, assurdamente, i suoi stessi principi.

E qui si apre, intorno a noi, ciò che si può chiamare il vuoto storico e politico. Una sensazione di vertigine, di vuoto che può risucchiarci, sensazione che nasce dalla terribile consapevolezza dall’imprevedibilità della storia umana, che rinvia alla imprevedibilità dei comportamenti umani. Pertanto, triste ammetterlo,  tutto è possibile.

Però, ecco il punto,  che poi  sia probabile, dipende da noi. In quel "tutto è possibile" c’è un punto di intersezione  tra la norma regolativa (tolleranza e dialogo) e le costanti politiche (come la tendenza degli uomini a dividersi, spesso in modo violento,  in amici e  nemici).  

Un punto di snodo che sta agli uomini, soprattutto se al comando, individuare, per evitare che sia passato il segno, aprendo le porte alla violenza assoluta e assurda.     

Di qui, l’importanza degli  studi sociali e della buona politica, come pure della buona  memoria. Cioè  di ricordare eventi come quello del rastrellamento del 16 ottobre 1943.

Perché, per quanto umanamente possibile,  non si ripetano più.                                                  

Carlo Gambescia

(*) Per  dati e  indicazioni di lettura si veda:   http://biblioteca-provinciale.cittametropolitanaroma.gov.it/news/16-ottobre-1943-rastrellamento-del-ghetto-di-roma . Fondamentale in argomento, M.Cattaruzza, M. Flores, S.  L. Sullam, E. Traverso Storia della Shoah, Utet, Torino, 2006, 5 voll.

 



domenica 17 ottobre 2021

Roma continua a fare la stupida..

 


 Il voto romano di oggi è emblematico. Diremmo addirittura quasi la fotocopia dell’ inesistenza di un' offerta politica verso l’elettore liberale…

Qualcuno si interrogherà  ironicamente  sulla consistenza dell’elettorato liberale in Italia. In effetti, dal momento che la prima richiesta dell’elettore  medio, da Nord a Sud,  è l’ assistenza sociale,  lo  spazio  per  l’idea liberale è a dir poco microscopico.  Si è parlato perfino  di un elettore invisibile.  

Per contro,  il  grido populista  “Dov’è lo stato? ” o “Dov’era lo stato?”  anima ogni dibattito politico  a qualsiasi livello. Questo passa il convento.

Dicevamo di Roma. Si guardino i programmi di Gualtieri e Michetti, dicono più o meno le stesse cose: investiremo qui, investiremo là, ovviamente soldi pubblici, per evitare di far crescere  ancora i tributi locali.   Tutto qui. Si amministrano e sprecano   i fondi dello stato. E quando non bastano, si spreme il cittadino.  

A destra -  Michetti - parla di   strade sicure. A  sinistra -  Gualtieri -   di accoglienza  e solidarietà.  Intanto sui marciapiedi  continua a crescere e ingiallire l’erba.  

L’unica buona notizia è che il sindaco peggiore dal 1944, Virginia Raggi, è fuori dai giochi.  La cattiva è che  Calenda,  che avrebbe meritato qualcosa di più, ha dichiarato di preferire Gualtieri e Michetti. Al suo posto avremmo puntato, proprio per marcare la differenza,  sull’astensione. Né destra né sinistra.

Evidentemente,  nessuno è perfetto, neppure Calenda.  Non si sta a Roma senza fare un "cazzata universale". No, non era proprio così, comunque va bene lo stesso...  

In realtà, non c’è un’idea, ad esempio privatizzare a più non posso. O  un programma in linea con le caratteristiche della città, come quello di  favorire il turismo.  La destra è  da sempre  nazionalista, la sinistra invece è pauperista.  Il turista, fonte di ricchezza, non è amato.  Roma continua a fare la stupida...

Dicevamo dell’esempio. Roma è bloccata come il resto dell’Italia.  Si stende la mano e si aspetta.  

Del resto questo desiderano gli elettori. Pane, e se possibile,  giochi. Sicché,  anche l'Italia continua a fare la stupida, come Roma.  

Fino a quando?

P.S. Ovviamente,  chi scrive,  oggi non andrà a votare.  Michetti e Gualtieri pari sono.

Carlo Gambescia
        
  

sabato 16 ottobre 2021

La manifestazione di San Giovanni: archeologia sindacale

 


Chi ci segue sa che non siamo teneri nei riguardi della destra.

Uno schieramento politico, da Forza Italia a Fratelli d’Italia passando per la Lega, immaturo politicamente, poco liberale sotto il profilo programmatico, privo di leader qualificati. E cosa più grave di ogni altra, ambiguo verso un’ estrema destra ancora ideologicamente legata al fascismo e capace, come accaduto sabato scorso, di devastare la sede del più importante sindacato italiano.

Un attacco che non può non ricordare la violenza fascista che, unita ad altri fattori, portò Mussolini al potere, e in seguito alla dittatura, alla guerra mondiale e civile.

Ecco, guerra civile. Qui, si apre una riflessione sulla principale vittima di sabato scorso: il sindacato.

Fortunatamente la devastazione neofascista non ha causato danni alle persone. La solidarietà delle istituzioni è stata immediata. Il giorno dopo si è subito tenuta un cerimonia, dinanzi alla sede romana della CGIL, per esorcizzare, anche simbolicamente, ciò che era accaduto.

Ora, un sindacato moderno, riformista, finalmente lontano dalle logiche della guerra civile, avrebbe dovuto chiuderla lì. Infatti, alla Camera, a breve, si discuterà sulla base di quattro proposte dello scioglimento di Forza Nuova e di altre organizzazioni neofasciste. Si prospetta anche un provvedimento del governo. Ciò significa che la “macchina” della democrazia parlamentare si è messa in moto. Perfetto.

E invece cosa succede? Che Landini, unitamente ai segretari di quella famosa “Triplice” (le tre confederazioni), che negli anni Settanta pontificava sul salario come “variabile indipendente”, ha decretato una manifestazione nazionale, che si terrà oggi a Roma, contro il fascismo. Per essere più precisi all’insegna del”Mai più fascismi”.

Che cos’è questo, se non una specie di richiamo della foresta? Che ripropone, facendo il gioco degli opposti estremismi,  la logica della guerra civile?

Attenzione, logica. Perché la manifestazione di San Giovanni sarà sicuramente pacifica. E va anche giustamente ricordato che il sindacato ha pagato a suo tempo un cospicuo tributo di sangue al terrorismo rosso, proprio per combattere l’estremismo leninista.

Però le parole sono pietre. E cosa ancora più significativa, una manifestazione del genere ha una carica antipartitica e antiparlamentare, antiliberale tout court, che sembra aver conservato nel tempo tutto il suo potenziale esplosivo.

L’antifascismo purtroppo non è mai stato sinonimo, soprattutto a sinistra, di antitotalitarismo: di lotta a ogni tipo di dittatura, prescindendo dal colore politico.
Non si dimentichi, che tuttora, qualsiasi critica alle politiche del sindacato, viene liquidata come “fascista”. Quel “Mai più fascismi”, semplificando, si può tradurre con un “Mai più licenziamenti”. Perché, i padroni che licenziano – questa tuttora la vulgata sindacale – sono fascisti.

Proprio, come nel 1945, quando si voleva procedere alla requisizione operaia delle fabbriche per liberarle dai padroni fascisti, proponendo apertamente, in particolare i sindacati comunisti e socialisti, paralleli politici tra la Resistenza antifascista in Italia e la Rivoluzione d’ottobre bolscevica.

Esageriamo? Forse. Tuttavia nella rabbia di Landini scorgiamo l’antico livore, mai sopitosi della sinistra social-comunista (cui si aggiunse in seguito quello dei cattolici di sinistra) verso la libera impresa e verso le logiche di mercato basate sulla mobilità dei fattori economici.

Logiche che il sindacato italiano, mai modernizzatosi in senso liberale, ha sempre guardato con antipatia.Preferendo, in ultima istanza, una logica statalista e assistenziale, che tra l’altro, paradossalmente, rinvia allo stato padrone reinventato dal fascismo e recepito da una costituzione repubblicana molto socialista e poco liberale. Il che, per inciso, spiega la strenua e interessata difesa sindacale della costituzione.

Insomma, la logica antifascista rinvia, grosso modo, alle politiche sociali del fascismo, dello stesso fascismo che si vuole combattere… E che, per carità, va contrastato, ma con una mentalità differente: moderna, aperta, liberale e riformista. Non con le manifestazioni di natura archeologica in stile 1948.

Carlo Gambescia

venerdì 15 ottobre 2021

Lo Stato Ipocondriaco. Oltre il 15 ottobre…

Oggi tutti i giornali aprono sul “Green Pass” (“Il giorno fatidico”., “la sfida di Draghi”, eccetera), in realtà, il vero problema, diciamo di fondo, è un altro. Un passo indietro. Quando scriviamo che sarà difficile uscirne, il riferimento rinvia a notizie che passano quasi sotto traccia, una specie di routine informativa… 

Leggiamo. 

«Sono stati identificati, in due bambini residenti al nord Italia, i primi due casi di influenza stagionale. Secondo quanto stabilito dal “Protocollo operativo InfluNet & CovidNet” la sorveglianza virologica partirà dalla 46a settimana 2021, ovvero da lunedì 18 ottobre. Lo rende noto l’Istituto Superiore di Sanità (…) . Sono in corso le conferme virologiche da parte del laboratorio di riferimento nazionale dell’Iss sul secondo caso identificato a Torino. La vaccinazione antinfluenzale, ricorda l’Iss, “è il mezzo più efficace e sicuro per prevenire la malattia e ridurne le complicanze” e il periodo più indicato per farla è quello autunnale a partire dal mese di ottobre». (*) 

Il fatto indica due cose, 1) che ora il monitoraggio è esteso alle influenze autunnali, e che 2) ogni occasione è buona per spingere, per così dire, la vaccinazione generica influenzale, un tempo lasciata alla libera scelta del cittadino. Perciò occorre fare una riflessione di fondo, capace di andare oltre la “battaglia” sul Green Pass, distinta, come si legge sui giornali, da epiche sfide e controsfide… 

In realtà, fino a due anni fa, i medici consigliavano la vaccinazione ai pazienti anziani, che potevano rifiutarsi. Ora è tutto più difficile… Diciamo pure che la routine, è già ben oltre il Green Pass. Si dice che sia una esagerazione parlare di dittatura sanitaria. Però bisogna prendere atto che l’epidemia, pardon la pandemia, ha prodotto e produce una pressione sociale spaventosa. Una specie di “cappa” psichica: qualcosa di invisibile, che sembra sfuggire al controllo razionale del singolo. 

Molte persone sembrano dare per scontato, ciò che in altre situazione non sarebbe considerato tale. C’è una mancanza di lucidità. E’ come se si vivesse in un specie di “normale” stato di allarme permanente contro ogni tipo di virus influenzale. Insomma, “la guerra continua”, come nell’estate del 1943… Oltre il 15 ottobre… Per aprire un fronte cognitivo nuovo, di indagine sociologica, si potrebbe parlare di Stato Ipocondriaco. 

Ricordiamo che l’ipocondria, sul piano individuale è un atteggiamento psichico distinto da un crescente apprensione verso la propria salute, nonché da un’ ansiosa se non ossessiva tendenza a sopravvalutare i minimi disturbi fisico. L’ipocondriaco, a cominciare dal celebre “Malato immaginario” di Molière, ha sempre provocato una sana derisione. 

Invece, da quando è lo stato, come sta accadendo, a soffrire di una forte ipocondria, nessuno ride più. Lo stato viene preso sul serio, al punto che riderne, diventa subito qualcosa di socialmente esecrabile. Pertanto se può risultare eccessivo il parlare di una dittatura sanitaria, sicuramente non lo è l’evocazione dello Stato Ipocondriaco. 

Il punto è che l’ipocondria sembra contagiosa, sicché il rischio è quello di una specie di saldatura definitiva tra l’ipocondria dello stato e quella di larga parte dei cittadini, i più influenzabili in senso psichico. Conclusioni. 

Come si diceva all’inizio, tutto ciò significa che sarà sempre più difficile tornare alla normalità. Altro che “data fatidica” del 15 ottobre…

Carlo Gambescia

(*) Qui, dal sito Ansa, agenzia che non è proprio l’ultima arrivata:https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2021/10/14/influenza-iss-identificati-primi-2-casiparte-sorveglianza_8149b3bf-05cc-489f-a50f-292664259903.html

giovedì 14 ottobre 2021

Si può arrestare la decadenza?

Si può arrestare la decadenza? O addirittura invertire la tendenza al declino dell’ Europa e persino dell’intero Occidente? Intanto si può dire che la decadenza come processo sociale – cioè qualcosa che va dalla nascita alla morte di un’ impresa, di una famiglia, di un’ associazione, di uno stato – ha una dinamica interna, non facilmente arrestabile, proprio perché segnata dal conflitto. Infatti, gli individui, che sono parte del processo (genitori e figli, imprenditori e lavoratori, dirigenti e iscritti, governanti e governati), sono regolarmente divisi sugli interessi e sui valori da difendere o evocare. Facciamo un solo esempio di tipo politologico, su larga scala: per un democratico, il fascismo è una forma di decadenza politica, mentre per un fascista è stessa democrazia un effetto della decadenza politica. Due posizioni, come evidente, inconciliabili. Pertanto, per prima cosa si dovrebbe essere d’accordo su che cosa, in un determinato momento storico, è decadenza. Cosa, ripetiamo, sociologicamente non possibile. Pertanto, non si può arrestare ciò che non si conosce o si conosce solo parzialmente, perché, nell’ambito dell’intervento politico, principi diversi rinviano a mezzi diversi. Tuttavia, piaccia o meno, in ultima istanza, soprattutto sul piano della politica esterna in particolare, è la forza a decidere. Di qui, l’importanza del riconoscimento del nemico. Esistono allora fattori oggettivi, regolarità metapolitiche, che, al di là delle diverse finalità di parte politica, segnano i processi di decadenza politica? E che, quindi riconoscendoli, sia possibile prevenirli, o comunque contrastarli, politicamente? Si e no? Se la politica è riconoscimento di un nemico, che può essere affrontato, una volta riconosciuto, seguendo una scala di reazioni che non esclude la guerra, occorrono uomini politici in grado di riconoscerlo. Insomma capaci uomini di stato. Il contrario, per dire le cose come sono, di un Mario Draghi che ha sposato, quasi senza accorgersene, la causa delle “politiche tacite della decadenza” (*). Non si può “programmare” la nascita di un grande politico. Perché la nascita del grande uomo di stato è frutto del caso. E non è detto, inoltre, che grandezza e rispetto dei valori umani vadano sempre insieme. Ad esempio, nel Novecento, solo quattro uomini politici, o meglio di stato, si sono confrontati con il problema della decadenza. Il generale Charles de Gaulle, il grande leader conservatore Winston Churchill, e due dittatori come Hitler e Mussolini. Ovviamente per de Gaulle e Churchill il fascismo era una forma di decadenza, per Hitler e Mussolini lo era la democrazia. Di qui, due “soluzioni” opposte. In tutti e quattro, però, sussisteva la consapevolezza che solo la guerra avrebbe risolto il conflitto tra le due idee di decadenza. Ovviamente, abbiamo semplificato. E chi scrive, gioisce, come uomo, del fatto che il generale de Gaulle e Churchill, entrambi fermissimi nel loro antinazismo, abbiano avuto la meglio, consentendo così alla democrazia liberale di proseguire nel suo cammino, per quanto accidentato. Hitler e Mussolini avrebbero cancellato la democrazia, e dal loro punto di vista, con ragione (ragione, si fa per dire, ma dal punto di vista analitico, oggettivamente, le motivazioni degli uni, valgono come quelle degli altri…). Ora, il principale problema della decadenza europea e dell’Occidente, al di là di una serie di fattori demografici, economici, sociali, è rappresentato, dal ripiegamento pacifista, dal rifiuto del conflitto, nonché da un fatto, importantissimo: che oggi siamo privi di statisti all’altezza di Charles de Gaulle e Winston Churchill, capaci di giudicare la guerra, se e quando necessario, un proseguimento della politica con altri mezzi. Fortunatamente, per ora, all’orizzonte, non si scorgono, nuovi Mussolini e nuovi Hitler, armati fino ai denti, soprattutto come quest’ultimo. Se sorgessero, anche altrove, l’Europa sarebbe incapace di difendersi, perché, come detto, rifiuta la guerra, dal momento che respinge l’idea stessa di nemico. Infatti, sembra prevalere l’idea pedagogica, a sfondo psico-culturale, di poter convincere il nemico delle nostre buone intenzioni. In nome di che cosa? Della pace mondiale… Di una specie di miracolosa sintesi finale. Hegelismo allo stato puro, per dirla filosoficamente. Il sociologo serio sa invece che ciò non è possibile, perché l’idea di decadenza, in senso oggettivo, metapolitico, è racchiusa nella stessa natura sociale dell’uomo. Segnata, in modo costitutivo (i filosofi direbbero ontologico), dal conflitto tra valori e interessi. Ciò indica che per un verso il conflitto è molla di progresso, per l’altro di decadenza. Insomma, la natura conflittuale dell’uomo esclude qualsiasi sintesi finale. Che poi per alcuni sia una ispirazione è cosa nobilissima… Si chieda però ai pacifisti come si vuole perseguire la pace? Facendo la guerra ai “nemici della pace”… Piaccia o meno, ma il conflitto, per scopi egemonici, altra costante metapolitica genera progresso come decadenza. Ovviamente, non tutti i conflitti, sono di tipo militare, esistono fenomeni, come la competizione, l’opposizione, la disputa, la contesa, il dissidio, la divergenza, la contrapposizione. Il liberalismo archico (**), politico, ha giustamente teorizzato e praticato alcune utili forme di armistizio sociale, come il mercato, il parlamento, il governo delle leggi. Tuttavia, il processo sociale, di cui parlavamo all’inizio, indica, in senso più ampio, che imprese, famiglie, associazioni, partiti e stati, sono istituzioni, segnate da contrasti. E che spesso la cooperazione è in funzione del conflitto esterno, come pure talvolta serve a mascherare il conflitto interiore. E di questo, come della possibilità degli “armistizi sociali”, non si può non tenere conto. . Riassumendo, si può fermare la decadenza europea? Sì e no. Sì, ma servirebbero grandi politici all’altezza della situazione. No, perché, per ora, mancano. E comunque sia, ragionando per grandi numeri storici, non esistono le miracolose soluzioni definitive evocate dai pacifisti. Ci si deve rassegnare. Il conflitto, come detto, è fonte di progresso come di decadenza. Fa parte dell’ordine naturale delle cose sociali. Una verità metapolitica, scoperta, più di duemila anni fa, da quel sociologo ante litteram di nome Eraclito… (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... *********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/draghi-il-g20-e-le-politiche-tacite-della-decadenza/ (**) Si veda il nostro “Liberalismo triste”: https://www.ibs.it/liberalismo-triste-percorso-da-burke-libro-carlo-gambescia/e/9788876064005

mercoledì 13 ottobre 2021

Draghi, il G20 e le “politiche tacite” della decadenza

Se si vuole capire l’atteggiamento dell’Occidente nei riguardi dell’Afghanistan bisogna andare oltre le dichiarazioni di Draghi a sintesi del G20 straordinario di ieri. O per meglio dire, le sue parole vanno inquadrate in quella che può essere definita la politica tacita dell’Occidente. Nel senso che dietro i nobili paroloni, ispirati alla più raccomandabile prudenza, subito amplificati dai mass media, si nasconde una politica di taciti cedimenti. Concessioni che nascono da una convinzione non sbagliata: che per ora l’Islam, molto diviso nelle sue varie forme politiche, non rappresenti un pericolo per l’Occidente. In effetti, gli islamici, sul piano militare complessivo, non hanno navi, aerei, missili, truppe, e per ora nessuna atomica. La repressione del fenomeno terroristico, del resto rapsodico, è vista come una questione di polizia interna alle diverse nazioni occidentali, sopportabile dall’elettorato. Di qui, le grandi rappresentazioni sceniche come quella di ieri. Puro teatro. Si pensi solo ai fondi ridicoli destinati all’Afghanistan: il miliardo di euro, da parte dell’ Ue, equivale al dono di un euro al giocoliere che intrattiene gli automobilisti fermi davanti al semaforo. Mentre i trecento milioni di dollari promessi dagli Usa a poco più di trentacinque centesimi di euro. Dietro questo, c’è, è vero, un calcolo machiavellico (le truppe in loco costano più degli attentati in Occidente), ma c’è anche un dannoso approccio culturale alle questioni internazionali. Un approccio culturale che respinge la guerra come mezzo di soluzione dei conflitti tra gli stati. Condiviso entusiasticamente dai mass media e dai cittadini (del resto si possono amare le guerre?). Pertanto perché rendersi la vita impossibile? Perché perdere consensi? Di qui la routine: paroloni, che vengono naturali e spontanei o quasi: oggi è così, quindi si fa così. Che c’è di male? Ai nostri giorni, se si vuole governare in Occidente, si deve fare il meno rumore possibile. E anche di questo si nutre, sintetizzando, l’approccio tacito. Infatti, cosa ha dichiarato, Draghi? Che, Nazioni Unite o meno, se in Afghanistan, “non ci faranno entrare, non entreremo”. Fine della storia, quindi. L’Occidente resterà alla finestra. Chi scrive, non è un fanatico della guerra, ma invita a riflettere sui fattori, tra i quali le spedizioni militari, che hanno fatto grande l’Occidente, e favorito la diffusione dei suoi valori e tenuto a cuccia i suoi nemici. Ciò significa, che il farsi piccoli, piccoli, può esorcizzare temporaneamente il nemico, ma non eliminarlo per sempre. Non basta dire che non si vogliono nemici. Perché, mai dimenticarlo, è il nemico a scegliere, a prescindere da ciò pensiamo del nemico. Certo, per ora, c’è una sproporzione di forze, quindi le politiche tacite possono pagare, per una, due, forse tre generazioni. Ma dopo? Qui, purtroppo, può giocare un ruolo politico negativo il presentismo. Ossia una politica, sempre in Occidente, schiacciata sull’attualità. Si va avanti, ripetiamo, giorno per giorno. Cosa peggiore, questa politica viene presentata da governi, che si animano solo quando si parla di questioni climatiche, come saggia. Si tratta dello stesso atteggiamento tenuto dai deboli imperatori romani d’Occidente, tra il IV e il V secolo, nei riguardi di poche decine di migliaia di barbari, però agguerriti, che tuttavia proprio perché pochi (rispetto alla popolazione dell’impero), non venivano ritenuti pericolosi. Imperatori, che a loro volta, si animavano solo quando si parlava di religione. Oggi, invece, come detto, “tocca” al clima, tema evidentemente di natura religiosa. Sicché, si andava avanti alla giornata, concedendo terre confinarie, però sempre più interne, presentando i tributi imposti ai romani, come doni agli invasori. Ma si potrebbero trovare altri riferimenti nella storia antica del Medio Oriente, in quella cinese, ottomana. Sempre paroloni, a prima vista nobili, dietro i cedimenti politici, legati a calcoli sbagliati, cedimenti consistenti, in tributi, terre, cooptazioni politiche, via via sempre più capillari. Oggi, la politica tacita, viene presentata dai mass media e dagli stessi politici, sotto l’elegante nome di “governance” In realtà, nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta, ripetiamo, dell’approccio tacito, al quale stati e imperi ricorrono quando non riconoscono più il nemico. Un brutto segnale. Che di regola rimanda alle fasi di decadenza. Carlo Gambescia (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... ******************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************* (*) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/riunione-straordinaria-dei-leader-del-g20-sull-afghanistan-considerazioni-finali-del

martedì 12 ottobre 2021

Perché la destra difende i fascisti

La contiguità ideologica, o comunque politica, tra destra e fascismo è tuttora difficile da superare. Si pensi alla reazione della destra che si è rifiuta di firmare un documento comune per condannare il devastante assalto fascista (perché questo è ) alla sede della Cgil. Addirittura stupefacente, almeno a prima vista, la dichiarazione di Giorgia Meloni: «È sicuramente violenza e squadrismo, poi la matrice non la conosco. Nel senso che non so quale fosse la matrice di questa manifestazione, sarà fascista, non sarà fascista, non è questo il punto. Il punto è che è violenza, è squadrismo e questa roba va combattuta sempre» (*). Insomma, secondo Giorgia Meloni, la sede della CGIL sarebbe stata devastata dai marziani… Marziani, marziani, neppure quelli di Guzzanti… In realtà, il vero punto della questione è che in un paese profondamente antiliberale, o non liberale, come l’Italia, il fascismo è sempre stato giudicato come il famoso regime che faceva andare i treni in orario. Guerra e leggi razziste a parte, liquidate però come imposte da Hitler a un Mussolini “scudo” dell’Italia. Di qui, ancora oggi, quella reticenza, frutto di leggende sulle buone cose di un tempo, incarnata dall’elettore moderato e conservatore, verso l’aperta condanna del Ventennio, apprezzata però dai politici di destra, politicamente incoscienti e sempre a caccia di voti. Tuttora a livello di gente comune si sente ripetere che allora l’Italia era rispettata all’estero, eccetera, eccetera, Sono stereotipi nazionalisti che hanno cavalcato e superato varie generazioni, giungendo fino a noi. Sicché, per un verso il lato della violenza è stato rimosso, per l’altro, quello della dittatura, minimizzato rispetto all’esperienza dell’ ottobre russo, dalla quale Mussolini, “marciando su Roma, aveva salvato l’Italia. Ora, nella storia repubblicana, fino al 1994, a livello politico, l’atteggiamento benevolo, o comunque di “buon vicinato”, verso il fascismo, era una specie di sottotesto che favoriva collaborazione parlamentari con un partito che poteva costituire, nelle situazioni di emergenza, un serbatoio di voti per una democrazia cristiana, che pur essendo forza di centro, non disdegnava aiuti da destra (come pure, all’occorrenza da sinistra). Del resto leader, molto televisivi e accattivanti come Almirante ( e in fondo lo stesso Fini), rendevano l’integrazione passiva del Movimento Sociale, come dei suoi elettori, un fatto quasi compiuto. L’eterno, o quasi, fascino della destra italiana per le chiacchiere e il distintivo. Dannosissimo. A tale proposito, un inciso. A destra, in particolare nel Movimento Sociale, i rapporti con il mondo esterno vennero invece vissuti in modo diverso: l’ isolamento, che poi in realtà, anni Cinquanta a parte, non era così leggendario, venne usato come risorsa politica per tenere insieme i quadri del partito. Sicché per un verso si mediava in parlamento, per l’altro si magnificava il fascismo. Il danno biologico, in senso liberal-democratico (della assenza di un’ evoluzione attiva), fu pari al fall out radioattivo dopo un’ esplosione atomica. Esiste una specie di Hiroshima missina. In fondo, lo "sdoganamento" missino di Berlusconi, non fu che l’ultimo passo di un processo di integrazione passiva (nel senso, che si accettava il sistema, però senza rinnegare il fascismo). Questa passività, che quindi non corrispondeva a una reale evoluzione liberal-democratica del Movimento Sociale, poi trasformatosi in Alleanza Nazionale, segna tuttora la leadership di Fratelli d’Italia, come di non pochi uomini politici ed elettori della destra allargata alla Lega e Forza Italia. Per non parlare dei movimenti estremi, gravitanti a destra, cresciuti nel culto leggendario del tradimento degli ideali fascisti. In realtà, mai accantonati del tutto neppure dai dirigenti parlamentari, ma nascosti, quando serviva, come la polvere sotto il tappeto. Il che spiega chiaramente la reazione di Giorgia Meloni, come il rifiuto degli ex alleati di firmare il documento comune di condanna della violenza fascista. Del resto se l’elettorato, o larga parte di esso, avesse tuttora una visione non “leggendaria” del fascismo, la destra “allargata” si guarderebbe bene dal prendere certe posizioni giustificazioniste. Alla fin fine, come abbiamo già scritto, sono “tropismi” politici, a stimolo rispondono. Ora, si può dire, politicamente parlando, tutto il male possibile della sinistra, ma una destra normale, diciamo liberal-democratica, avrebbe firmato quel documento e non fatto circolare altre leggende metropolitane (si vedano titoli e articoli di “Libero”, “il Giornale” e “La Verità), sullo scioglimento di Fratelli d’Italia. Si dice che la responsabilità penale sia sempre personale, e che quindi sarebbe un misura lesiva delle libertà sciogliere Forza Nuova. Attenzione, Forza Nuova non Fratelli d’Italia come evoca Giorgia Meloni con il sostegno della stampa di destra ingannando elettori e lettori. In effetti, i reati di opinione, se poi addirittura estesi a un intero movimento politico, non andrebbero mai perseguiti. Però, l’ assalto e la devastazione di una sede, così importante tra l’altro, del sindacato, con la partecipazione diretta del leader degli assalitori, non si vedeva in Italia dal 1922. Desideriamo ricordare che non esistono foto, né prove, di un Mussolini compiaciuto sotto la sede devastata di un sindacato, di un giornale e di un partito socialisti. Forse un puro caso? Difficile dire. Comunque sia, si rifletta sulla cosa, soprattutto coloro che votano la destra, Fratelli d’Italia in particolare. I fatti perciò sono gravissimi. La matrice fascista, anzi ultrafascista (perché neppure Mussolini, eccetera), è inconfutabile. Si applichi, certo, non cuor leggero, la XII disposizione transitoria della Costituzione. (Carlo Gambescia) P.S. Ci scusiamo per la formattazione. Ma purtroppo per il momento meglio di così... ********************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************** (*) Qui: https://www.ilpost.it/2021/10/11/giorgia-meloni-matrice-assalto-sede-cgil/