domenica 23 agosto 2026

Extraprofitti. Quando il profitto diventa una colpa

 

La notizia sembra quasi costruita per suscitare un riflesso pavloviano: sei Paesi dell’Unione europea, Italia compresa, chiedono un quadro europeo per tassare gli “extraprofitti” delle compagnie petrolifere, i cui guadagni sarebbero aumentati vertiginosamente a causa della guerra in Medio Oriente (*).

La proposta arriva da Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna. Dunque non da un fronte politico omogeneo. Ci sono governi di centrodestra, governi di coalizione e governi di centrosinistra.Ma il dato politicamente interessante è che il centrodestra europeo, Italia compresa, non appare affatto estraneo alla cultura dell’extraprofittismo fiscale. Anzi.

Del resto, la cosiddetta “destra liberista” contiene una contraddizione storica che meriterebbe di essere presa sul serio: la tradizione conservatrice della destra nasce dalla difesa dell’ordine, dell’autorità, della comunità e della tradizione; il liberalismo economico, invece, dalla valorizzazione dell’individuo, del mercato e della libera concorrenza. Possono certamente incontrarsi, e nella storia si sono incontrati. E si stanno incontrando, magari a fatica, come nel caso di Milei in Argentina, ma non sono la stessa cosa. E quando le destre arrivano al governo tendono spesso a privilegiare protezione, interesse nazionale, intervento pubblico e redistribuzione rispetto alla libertà economica. La “retorica” del mercato, insomma, può sopravvivere; la “cultura” del mercato, molto meno.

Il “liberismo selvaggio” è, prima ancora che una categoria economica, una formula polemica della pubblicistica antiliberale, largamente utilizzata da “Le Monde diplomatique”. Senza pretendere di risalire alle battaglie ottocentesche di Robert Peel e Richard Cobden contro le Corn Laws e per il libero commercio, basta ricordare che il mercato, già allora, si affermava contro la protezione degli interessi costituiti. È una lezione che, a quanto pare, la destra contemporanea tende spesso a dimenticare.

Del resto Reagan e Thatcher furono certamente conservatori sul piano politico e culturale, ma introdussero nella destra una forte discontinuità sul terreno economico. La cultura del mercato che sostenevano era, infatti, in tensione con molte delle tradizionali diffidenze conservatrici verso l’individualismo economico, il grande capitale e la mobilità sociale prodotta dalla concorrenza. Il mercato, per sua natura, non conserva: seleziona, trasforma, mette in discussione gerarchie e rendite. In questo senso è “progressivo”, non perché sia progressista in senso politico, ma perché è una forza di cambiamento. E a riconsocerlo furono proprio Marx-Engels nel Manifesto.

Qui sta il problema. La destra può certamente governare un’economia di mercato. Ma quando pretende di essere liberista, dovrebbe prima fare i conti con questa contraddizione: il mercato non è conservatore. E, soprattutto, non è uno strumento al servizio della conservazione.

In sintesi, prima che liberisti, si deve essere liberali, nel senso di scorgere nel mercato una forza oggettiva di cambiamento.

Insomma, un extraprofitto non è necessariamente un profitto illecito. È, innanzitutto, un profitto che supera un determinato livello considerato “normale” o “equo”. Ma chi stabilisce quale sia il profitto normale? E soprattutto: sulla base di quale criterio economico?

Se il prezzo internazionale del petrolio aumenta per effetto di una guerra, le imprese che possiedono o commerciano petrolio possono evidentemente guadagnare di più. Ma questo, di per sé, non dimostra alcuna speculazione. Il prezzo è anche il risultato della scarsità, del rischio, delle aspettative e delle condizioni internazionali del mercato. È, in fondo, il meccanismo elementare del capitalismo.

Quando aumenta la domanda o diminuisce l’offerta, i prezzi salgono. E quando salgono i prezzi, qualcuno guadagna. Naturalmente qualcuno perde. È proprio questa la funzione del sistema dei prezzi: trasmettere informazioni sulla scarsità delle risorse e orientare investimenti e consumi.

Se invece ogni aumento straordinario dei profitti viene considerato una colpa da correggere fiscalmente, si introduce un principio assai curioso: il rischio rimane privato, mentre il profitto straordinario diventa pubblico.

Quando un investimento va male, l’impresa paga. Quando va bene oltre le aspettative, arriva lo Stato a reclamare una parte del risultato perché considerato eccessivo.

Non è esattamente un incentivo irresistibile a investire.Soprattutto in un settore come quello energetico, nel quale gli investimenti richiedono capitali enormi, tempi lunghi e sono esposti a rischi geopolitici, tecnologici e normativi. Se l’imprenditore sa che le perdite saranno integralmente sue, mentre i guadagni giudicati “eccessivi” potranno essere colpiti da una tassazione straordinaria, il calcolo economico cambia. E cambia anche il rapporto con il rischio.

 

Naturalmente, questo non significa che qualsiasi profitto debba essere considerato intoccabile. Il mercato non è una religione e l’impresa non è moralmente innocente per definizione. Come detto, se esistono cartelli, monopoli, abuso di posizione dominante o manipolazioni dei prezzi, lo Stato deve intervenire. Ma deve intervenire contro il comportamento anticoncorrenziale, non contro il profitto in quanto tale.

È una differenza decisiva.


Perché altrimenti si finisce per trasformare una categoria economica in una categoria morale: profitto normale, il bene; profitto troppo alto, il male.

Ma “troppo” rispetto a che cosa? È questo il punto che spesso scompare nel dibattito politico.

E c’è una seconda contraddizione. Gli stessi governi europei chiedono alle imprese energetiche investimenti, sicurezza degli approvvigionamenti, innovazione e capacità di affrontare una transizione energetica costosissima. Poi, quando le condizioni del mercato producono profitti superiori alle attese quei medesimi profitti vengono trattati come una sorta di bottino da recuperare attraverso la fiscalità.

È difficile non vedere una certa schizofrenia.

Ma la questione è ancora più interessante se guardiamo alla politica. Per anni una parte consistente della destra europea ha rimproverato alla sinistra la diffidenza verso il mercato, l’impresa e il profitto. Poi, una volta arrivata al governo, scopre la comodità politica della redistribuzione fiscale. L’extraprofitto diventa così una parola magica: non occorre più spiegare perché si vuole tassare. Basta definirlo “extraprofitto”. E il gioco è fatto. Il termine contiene già il giudizio morale.

E’ un meccanismo tipicamente populista: prima si individua qualcuno che guadagna “troppo”, poi si trasforma quel guadagno in una colpa, infine si propone allo Stato di intervenire per ristabilire una non meglio precisata “giustizia”. E non è un meccanismo ignoto alle ideologie totalitarie del Novecento: fascismo, nazismo e comunismo hanno, in forme profondamente diverse, subordinato l’attività economica e il profitto a un superiore interesse politico, nazionale o collettivo.
Ma il capitalismo non conosce una misura naturale del profitto. Conosce profitti e perdite, rischio e rendimento, domanda e offerta, concorrenza e investimento.

Il resto, come si è detto, è politica.

E forse è proprio questo il punto che una parte della destra europea non ha ancora capito. Si può essere conservatori, nazionalisti, sovranisti, securitari, persino populisti. Ma tutto questo non significa possedere una cultura economica capitalistica. Anzi, talvolta accade esattamente il contrario.

La tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, dunque, non è soltanto una questione fiscale. È un piccolo, significativo test culturale.

Quando il profitto diventa una colpa, il problema non è più quanto tassarlo. È capire quanto sia ancora capitalista la cultura economica di chi lo vuole tassare.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/08/22/sei-paesi-ue-chiedono-tassa-su-extraprofitti-compagnie-petrolifere-anche-litalia_19935ede-e715-4432-8561-90de00e522c3.html .

sabato 22 agosto 2026

Woke. L’insostenibile pesantezza delle parole

 

Giuseppe Conte non ha detto nulla di particolarmente originale. Il suo rifiuto del woke rinvia a un conflitto antico, che ha accompagnato la storia della sinistra, e non solo in Italia: quello tra sogni e bisogni.

Per capirsi: da una parte la sinistra dura, di classe, attenta al lavoro, ai salari, alla redistribuzione; dall’altra una sinistra più borghese, concentrata sui diritti civili, sulle identità, sul riconoscimento delle differenze. Conte oggi strizza l’occhio alla prima, ridimensionando fortemente la seconda.

Il problema è che il woke, di cui si discute tanto, è soprattutto un’etichetta. All’origine indicava, nell’inglese afroamericano, l’idea di rimanere vigili di fronte alle discriminazioni e alle ingiustizie razziali. L’espressione “stay woke” è attestata almeno dagli anni Trenta del secolo scorso, per poi assumere nel tempo significati più ampi, fino a comprendere le più varie forme di disuguaglianza e di discriminazione.



Oggi, anche per effetto della sua trasformazione in un’etichetta polemica, il termine è diventato un contenitore nel quale può finire di tutto, dal diritto alla pausa caffè al diritto a non essere offesi dalle parole altrui.
Ed è qui che la questione diventa meritevole di approfondimento.

Una parte del woke contemporaneo può essere letta come una trasformazione delle battaglie per i diritti in una domanda di protezione, riconoscimento e tutela da parte dello Stato. Quello che era nato come richiesta di libertà davanti al potere rischia così di trasformarsi in richiesta di protezione attraverso il potere.



In altri termini: il woke, nella sua versione welfarista, finisce per entrare nella logica stessa del welfare state. Più si moltiplicano le categorie da proteggere, le sensibilità da tutelare, le identità da riconoscere e le offese da sanzionare, più si amplia il perimetro dell’intervento pubblico.

E più si amplia il perimetro dello Stato, più l’individualismo di matrice liberale rischia di trasformarsi nel suo contrario: un individualismo dipendente dalla protezione dello Stato.

Ecco allora una possibile formula: meno Stato, meno woke.

Ma attenzione. Non significa meno libertà, meno diritti, meno rispetto per le minoranze. Significa esattamente il contrario: riportare la questione dei diritti dentro la tradizione liberale, dove il compito dello Stato è soprattutto quello di garantire a tutti la stessa libertà davanti alla legge, non quello di trasformarsi nel grande tutore delle differenze individuali.

Conte si rende conto del senso di questo passaggio? Non crediamo.

Perché dietro la sua rivalutazione della sinistra dei bisogni rimane infatti il vecchio riflesso statalista: se l’individuo ha un bisogno, lo Stato deve intervenire; se una categoria è svantaggiata, lo Stato deve proteggerla; se una condizione sociale è considerata ingiusta, lo Stato deve correggerla.

Cambia il linguaggio, ma il principio rimane.

Il vero problema, allora, non è scegliere tra i sogni del woke e i bisogni della sinistra. È capire se l’individuo debba essere libero davanti allo Stato oppure protetto dallo Stato.

 La prima è la tradizione – ripetiamo – del liberalismo. La seconda, comunque la si chiami, è statalismo.


 

E forse il woke avrebbe un senso soltanto se tornasse a essere una battaglia per il diritto, non per una proliferazione indefinita di diritti: per lo Stato di diritto, non per un’espansione indefinita del welfare state.

Perché il diritto, nella tradizione liberale, serve innanzitutto a limitare il potere.
I diritti, quando vengono trasformati in pretese illimitate di protezione, rischiano invece di moltiplicarlo.

E alla fine, dietro l’insostenibile pesantezza di tante parole, resta una domanda molto semplice: quanto Stato vogliamo sopra di noi?

Carlo Gambescia

venerdì 21 agosto 2026

MPS, il patriottismo bancario e il mercato

 

C’è qualcosa di curioso nella nuova partita di Monte dei Paschi di Siena. Per difendersi dall’offerta di Intesa Sanpaolo, MPS non si limita a difendersi: rilancia. Il piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio punta infatti su una doppia operazione, Banco BPM e Banca Generali, per costruire un polo alternativo e preservare l’autonomia del Monte. Il Consiglio di amministrazione ha detto sì, con quattro astensioni. Ora la partita passa agli azionisti.

Nulla di scandaloso, naturalmente. Anzi. È il capitalismo: un’impresa cerca di crescere, un’altra cerca di comprarla, gli azionisti valutano le offerte, i consigli di amministrazione elaborano strategie. Vince chi convince il mercato. O almeno dovrebbe. Perché proprio qui comincia la parte interessante.

Da qualche tempo, infatti, intorno a MPS aleggia una parola apparentemente innocente: italianità. Una parola che in politica piace molto. E che in economia, quando viene usata con troppa disinvoltura, può diventare pericolosa. MPS è una banca italiana. Intesa è una banca italiana. Banco BPM è una banca italiana. Anche Generali è italiana. Dunque, se MPS fosse acquisita da Intesa, l’Italia non verrebbe certo invasa da una potenza straniera. Eppure il problema viene spesso raccontato come se il destino del Monte coincidesse con quello della patria.

Ma una banca quotata non è un monumento nazionale. Non è il Colosseo. Non è il Quirinale. E neppure, per quanto possa dispiacere ai senesi, un bene culturale da tutelare. È un’impresa. E in una società liberale le imprese hanno una proprietà, degli azionisti, dei manager e soprattutto un mercato nel quale devono dimostrare di saper stare in piedi.

Il punto, dunque, non è stabilire se MPS debba restare “indipendente”. La domanda seria è un’altra: indipendente per fare cosa? Perché l’indipendenza di un’impresa non è un valore assoluto. Se un’offerta viene giudicata conveniente dagli azionisti, impedirla in nome di una superiore ragione nazionale significa sottrarre agli stessi proprietari il diritto di decidere del proprio patrimonio.

E qui c’è un altro piccolo paradosso. MPS è stata progressivamente privatizzata ed è ormai pienamente inserita nel mercato internazionale dei capitali, pur conservando lo Stato una partecipazione residua. Il capitale straniero, dunque, non è affatto fuori dalla porta del Monte: è già dentro la banca, attraverso la presenza di investitori istituzionali internazionali nel suo azionariato.

Il vero “straniero”, semmai, compare quando si discute dell’eventuale acquisizione: e anche qui la questione è meno semplice di quanto suggerisca la retorica dell’italianità, perché l’operazione contestata è proposta da Intesa Sanpaolo, cioè da un’altra grande banca italiana. Nel frattempo, nella partita su Banco BPM, MPS dovrebbe confrontarsi con Crédit Agricole, grande gruppo bancario francese e principale azionista di BPM. Lo straniero, insomma, non è un’invasione alle porte: come detto, è già una componente fisiologica del capitalismo bancario europeo.

 

Lo Stato, tuttavia, non è ancora completamente uscito dal capitale e conserva una partecipazione residua. Ma soprattutto conserva strumenti pubblicistici per intervenire sulla sorte della banca: i cosiddetti poteri speciali del Governo (golden power), nei casi e nei limiti previsti dalla legge, consentono al Governo di imporre prescrizioni o, in determinate circostanze, opporsi a operazioni societarie quando siano in gioco interessi essenziali o strategici dello Stato. Non significa che lo Stato possa semplicemente impedire l’ingresso di un “compratore straniero”, nel caso Crédit Agricole: sarebbe una caricatura della norma. Significa però che, anche dopo la privatizzazione, il mercato non è completamente sottratto all’intervento pubblico.

E dunque, quando si parla di “italianità” del Monte, bisognerebbe prima chiarire di quale italianità stiamo parlando: quella della sede legale, del marchio, dei dipendenti, del management oppure quella degli azionisti? Perché nel capitalismo finanziario contemporaneo il capitale non porta il passaporto. E se lo Stato ha scelto di privatizzare MPS, non può poi trasformare la nazionalità della banca in un criterio superiore a quello con cui gli stessi azionisti valutano il proprio investimento.


Naturalmente MPS ha tutto il diritto di proporre un’alternativa. È precisamente ciò che dovrebbe fare un amministratore delegato. Ma allora lasciamo che sia il mercato a giudicare. E qui il discorso diventa più sottile. Perché la questione non è se MPS debba vincere o Intesa debba vincere. La questione è chi debba decidere chi vince. Gli azionisti oppure la politica? Il mercato oppure il “sistema Paese”? La convenienza economica oppure l’italianità elevata a categoria economica?

 Sono domande meno innocenti di quanto possano sembrare.

  

MPS, del resto, viene da una storia che dovrebbe indurre alla prudenza. Per anni il Monte è stato considerato troppo importante per essere lasciato al mercato. Poi è arrivato il dissesto, è arrivato lo Stato, sono arrivati miliardi di denaro pubblico, è arrivato il risanamento e infine la privatizzazione. Ora che il Monte è tornato protagonista del risiko bancario, sarebbe curioso scoprire che la privatizzazione significa soltanto questo: lo Stato ha progressivamente lasciato la proprietà, ma conserva strumenti pubblicistici per condizionare le operazioni che riguardano la banca in nome dell’interesse nazionale. Non è una nazionalizzazione, naturalmente. È qualcosa di più sofisticato: il capitale è privato, ma lo Stato conserva una porta d’ingresso nella partita quando ritiene in gioco un interesse strategico. Sarebbe una privatizzazione alquanto originale.

Il paradosso, allora, è quasi perfetto: si invoca l’“italianità” di MPS proprio mentre si pretende che una società privatizzata si comporti come se fosse ancora un bene pubblico. Ma una banca non diventa nuovamente pubblica perché alla politica piace la sua bandiera.

Non è detto, naturalmente, che l’operazione Lovaglio sia destinata a fallire. Al contrario, potrebbe essere una strategia industriale intelligente. Ma proprio per questo va giudicata per quello che è: una strategia industriale, non una missione patriottica. E sarà una partita tutt’altro che semplice.

Da una parte c’è Banco BPM, dove pesa soprattutto la posizione di Crédit Agricole, primo azionista con il 29,3%. Dall’altra Banca Generali e gli interessi di Generali, che ne controlla il 51,5%. 

Sul tavolo, inoltre, ci sono Delfin, Caltagirone e gli altri grandi azionisti, chiamati a valutare quale delle diverse strategie possa creare più valore. E poi c’è Intesa, che non resterà certamente a guardare: la sua offerta su MPS, originariamente valorizzata in circa 30,6 miliardi di euro. Insomma, altro che tutela dell’italianità di MPS. 

Qui siamo davanti a una partita di mercato che, con il progetto Lovaglio, punta a creare un gruppo bancario e finanziario da circa 70 miliardi di euro, nella quale ciascun soggetto cercherà, legittimamente, di massimizzare il proprio interesse.

Ed è giusto così.

Il problema nasce quando pretendiamo che il mercato funzioni liberamente soltanto finché produce il risultato che ci piace. Se Intesa compra MPS, qualcuno griderà alla perdita dell’autonomia nazionale. Se MPS riuscirà a comprare Banco BPM e Banca Generali, qualcuno parlerà di grande operazione italiana. Ma il liberale dovrebbe diffidare di entrambe le retoriche. Il mercato non ha una patria. Ha regole. E quelle regole devono valere per tutti.

Se l’offerta di Intesa è migliore, MPS deve poter essere acquistata. Se quella di Lovaglio è migliore, MPS deve poter resistere e costruire il proprio polo. Se gli azionisti preferiscono una terza soluzione, dovranno essere liberi di sceglierla. Il resto è politica. E quando la politica comincia a spiegare al mercato quale sarebbe il risultato “giusto”, il mercato, per definizione, comincia a non essere più tanto libero.

È questo il vero punto della vicenda MPS. Non difendere una banca italiana da un’altra banca italiana o straniera che sia.  Ma difendere il mercato dalla tentazione della politica di stabilire, prima ancora che il mercato abbia parlato, chi abbia il diritto di vincere. 

Perché il patriottismo bancario può anche essere una buona bandiera. Ma non è una buona teoria economica.

Carlo Gambescia

giovedì 20 agosto 2026

Da Tersite a Belpietro

 


Quasi tremila anni fa, nell’Iliade, Omero mise in scena Tersite. È una figura sorprendentemente moderna. Tersite non è un filosofo e neppure semplicemente uno stupido. Qualcosa da dire ce l’ha. Accusa Agamennone di avidità, di accumulare privilegi mentre gli Achei combattono e muoiono, e invita i guerrieri a tornarsene a casa (Iliade, Libro II, vv.198-297)

Il problema è come lo dice. Tersite insulta, provoca, esagera. Le sue parole sono disordinate e Omero sottolinea che parla per suscitare il riso degli Achei. Non costruisce un’argomentazione: costruisce una scena. Non cerca di convincere: cerca di eccitare l’assemblea.

È difficile non pensare a Tersite leggendo la prima pagina odierna della “Verità”: I soldi per tagliare le accise se li mangiano Zelensky & C.

 

È un titolo perfetto. Non perché sia perfetto giornalisticamente, ma perché è quasi un piccolo manuale di ciò che sta diventando una parte del giornalismo contemporaneo.

La notizia riguarda un’indagine che coinvolge persone vicine allo staff del presidente ucraino. Il titolo compie però immediatamente un salto: dalle responsabilità individuali evocate dall’indagine passa a Zelensky, da Zelensky alla guerra in Ucraina e dalla guerra direttamente alle tasche degli italiani.

Tutto in una riga.

Nessuna distinzione, nessun passaggio intermedio. E soprattutto nessuna domanda. Il lettore non deve capire. Deve indignarsi. Ecco il punto.

Invece il titolo giornalistico dovrebbe essere una porta d’ingresso verso una notizia. Qui diventa invece una conclusione anticipata, confezionata per essere fotografata, rilanciata e consumata sui social.

Il giornalismo dovrebbe fare una cosa che l’ambiente dei social tende a rendere sempre più difficile: distinguere. Un fatto da un’opinione, una responsabilità individuale da una responsabilità politica, un’inchiesta da una sentenza, un sospetto da una prova, una correlazione da una causa.

Dovrebbe restituire al lettore il contesto che il frammento mediatico gli sottrae.

Il giornalismo tersiteo fa il contrario. Prende la complessità, la comprime; prende una vicenda, la personalizza; prende una questione, trova un colpevole; prende un problema, lo trasforma in uno scandalo.

Tersite, in fondo, faceva qualcosa di simile. Non era privo di argomenti. Era privo della disciplina dell’argomentazione.

E questa distinzione è fondamentale. Perché una parte decisiva della civiltà occidentale è nata anche dal tentativo di sottrarre la parola pubblica alla pura forza dell’urlo. Da Socrate a Platone, da Aristotele in poi, la filosofia occidentale ha cercato di sottoporre la parola pubblica alla prova della ragione, del dialogo e dell’argomentazione. Secolo dopo secolo abbiamo costruito l’idea che una società libera abbia bisogno di cittadini capaci di giudicare.

Adesso rischiamo di tornare indietro.Non perché siano tornati gli analfabeti. Ma perché anche persone istruite vengono quotidianamente educate a reagire prima di pensare.

E non è soltanto una responsabilità della destra.

La destra ha certamente coltivato con particolare efficacia il linguaggio del nemico, dell’emergenza, dello scandalo. Ha capito che nella politica contemporanea il titolo conta spesso più dell’argomento.

Ma la sinistra non scherza. Anche una parte della sinistra ha sostituito l’argomentazione con l’indignazione, la discussione con la delegittimazione morale dell’avversario. Cambiano i bersagli, non sempre il metodo. Un esempio recente è il caso Ranucci. Di fronte alle critiche rivolte al conduttore di “Report”, una parte dell’area progressista ha reagito trasformando la critica al giornalista in un attacco al giornalismo d’inchiesta e, per questa via, alla libertà di stampa. È una scorciatoia morale: invece di discutere nel merito ciò che un giornalista fa o dice, si delegittima chi lo critica. Cambiano gli schieramenti, ma il meccanismo è curiosamente lo stesso.

Il problema, dunque, non è soltanto “La Verità”. Quel titolo è un caso di scuola. Il problema è una trasformazione più generale dello spazio pubblico: la tersitizzazione della parola politica e giornalistica.

Il giornalismo che insegue i social rischia di dimenticare ciò che lo distingue dai social: il tempo della verifica, il contesto, la complessità, la possibilità di dire che una cosa è più complicata di come appare.

Perché un articolo che ricostruisce una guerra richiede storia, geopolitica, economia, diritto internazionale. Un titolo come “Se li mangiano Zelensky & C” richiede sette parole. E quelle sette parole sono immediatamente condivisibili.

Il giornalismo non informa più un pubblico: rischia di addestrarlo a reagire.

Tersite aveva un’assemblea davanti a sé. Il Tersite contemporaneo ha l’algoritmo.

Ma c’è una differenza. Nell’Iliade, Tersite viene zittito da Odisseo con un colpo di scettro sulla schiena e cacciato dall’assemblea tra le risate degli Achei. Noi, invece, non lo cacciamo affatto. Ci sguazziamo dentro. Abbiamo trasformato il tersitismo da comportamento da censurare in una tecnica di comunicazione da premiare: più provoca, più semplifica, più indigna, più circola.

E qui sta il paradosso finale. Abbiamo alle spalle quasi tremila anni di filosofia, di diritto, di scienza, di libertà di stampa, di discussione pubblica. Abbiamo costruito la democrazia liberale proprio nel tentativo di sostituire alla forza la parola e alla parola l’argomentazione.

E alla fine siamo riusciti, attraverso uno smartphone, a riscoprire Tersite.

Ciò significa che la storia certamente procede, ma non sempre in avanti.

Carlo Gambescia

mercoledì 19 agosto 2026

Trump. Quando la mappa sostituisce il diritto

 

C’è un’immagine che dice più di molte dichiarazioni diplomatiche sulla guerra tra Stati Uniti e Iran: la mappa pubblicata da Donald Trump con lo stretto di Hormuz indicato come “New U.S. Territory”. 
 
Non è soltanto una provocazione, e sarebbe un errore archiviarla nel catalogo delle eccentricità trumpiane. Una mappa, infatti, non è mai soltanto una mappa. Rappresenta il potere, disegna confini, stabilisce appartenenze. Quando a pubblicarla è il presidente degli Stati Uniti, nel pieno di una guerra e mentre quello stesso spazio è conteso militarmente, la rappresentazione assume un significato politico preciso.

Trump sembra dirci una cosa molto semplice: ciò che gli Stati Uniti controllano militarmente può diventare, almeno nella loro rappresentazione del mondo, ciò che appartiene agli Stati Uniti. È questo il punto davvero inquietante. Lo stretto di Hormuz non è un territorio americano. È uno stretto internazionale, situato tra le acque territoriali dell’Iran e dell’Oman, attraverso il quale il diritto internazionale garantisce il passaggio delle navi. Eppure Trump lo rappresenta come un nuovo territorio degli Stati Uniti mentre sostiene contemporaneamente che sia “aperto e operativo” e che il blocco navale americano rimanga in vigore. Teheran sostiene invece l’opposto e condiziona la riapertura alla revoca del blocco, delle sanzioni e delle minacce militari.

La contraddizione è evidente. Ma proprio per questo è interessante. La politica di potenza non parte necessariamente dalla coerenza giuridica: parte dal rapporto di forza. Prima si produce un fatto sul terreno, poi lo si presenta come una realtà ormai acquisita, infine si cerca di costruirgli intorno una legittimazione politica e, quando possibile, anche giuridica. Il punto decisivo è dunque l’ordine dei passaggi: non è il diritto a determinare la realtà, ma la realtà imposta dalla potenza a cercare, successivamente, una propria normalizzazione.

Per ottant’anni l’Occidente liberale ha cercato, almeno in linea di principio, di separare il potere dal diritto. Una grande potenza poteva essere più forte delle altre, ma non per questo poteva trasformare automaticamente la propria forza in sovranità. Il diritto internazionale, i trattati, le istituzioni e le procedure servivano anche a impedire che il mondo fosse ridotto a una carta geografica sulla quale i più forti potevano spostare i confini a piacimento. Oggi quella distinzione appare sempre più fragile.

Trump ne è l’interprete più vistoso, ma il problema è più generale. La politica internazionale torna a essere pensata come competizione per il controllo dello spazio, delle risorse e delle vie strategiche. La geopolitica, che tanto piaceva ai nazisti, sembra oggi vendicarsi. Hormuz è, da questo punto di vista, un luogo perfetto: non conta soltanto per ciò che è, ma per ciò che permette di controllare. Chi controlla lo stretto dispone di una leva enorme sull’economia mondiale. Da qui la sua centralità nella guerra e nelle trattative. E da qui la tentazione di trasformare il controllo militare in una sorta di sovranità di fatto.

C’è poi un altro elemento significativo. Jared Kushner aveva parlato di interlocuzioni con gli iraniani “più intense che mai”. Trump, poche ore dopo, ha dichiarato che non sono in corso né sono previsti colloqui con Teheran. Al di là delle spiegazioni della Casa Bianca, l’impressione è quella di una diplomazia subordinata alla dimostrazione della forza. Si negozia, insomma, quando l’altro ha già riconosciuto il rapporto di forza. Non è una diplomazia fondata sulla ricerca del compromesso, ma una diplomazia nella quale il compromesso diventa possibile soltanto dopo la resa dell’avversario.

Qui emerge qualcosa di profondamente metapolitico. La politica non vive soltanto di fatti: vive anche delle rappresentazioni attraverso le quali i fatti vengono interpretati, delle razionalizzazioni o giustificazioni ex post. Una potenza che riesce a far passare il proprio controllo militare per sovranità acquisita compie un passo ulteriore rispetto alla semplice vittoria militare. Cambia il linguaggio. Non dice più: “controlliamo questo spazio”. Dice: “questo spazio è nostro”. Tra controllo e sovranità, però, c’è di mezzo il diritto. Ed è proprio questo passaggio che l’ordine liberale aveva cercato, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, di impedire.

Per capirsi: nel 1815 il Congresso di Vienna consacrò un ordine europeo fondato soprattutto sugli equilibri di potenza, nel quale i popoli contavano assai meno degli Stati. Non è un caso che a Metternich sia stata attribuita la celebre definizione dell’Italia come “una mera espressione geografica”: al di là della formula, è un’immagine efficace della concezione dell’Europa uscita dal Congresso di Vienna, nella quale le identità nazionali avevano un peso assai minore rispetto agli equilibri tra le potenze.

Nel 1919, la Conferenza di pace di Parigi, culminata nei trattati di pace e in particolare nel Trattato di Versailles, portò al centro della diplomazia internazionale il principio dell’autodeterminazione dei popoli, sia pure in modo contraddittorio e selettivo.

Nel 1945, con la nascita dell’ONU, il diritto internazionale divenne uno dei fondamenti dichiarati del nuovo ordine mondiale. Oggi, anno di grazia 2026, sembra che siamo tornati al 1815: prima viene il rapporto di forza, poi il diritto.



Se per Russia e Cina questa logica della politica di potenza appare meno sorprendente, per gli Stati Uniti essa evidenzia un paradosso: Washington è stata per decenni uno dei principali garanti dell’ordine internazionale costruito intorno alle regole. Oggi il suo presidente sembra invece sempre più interessato a dimostrare che l’America può stare al di sopra delle regole quando dispone della forza necessaria per farlo.

Attenzione: tutto questo non significa che l’ordine liberale sia improvvisamente scomparso. Significa che il suo linguaggio continua a essere utilizzato mentre la sua logica viene progressivamente svuotata.

La mappa di Hormuz è allora una piccola immagine di una trasformazione molto più grande. Il mondo liberale aveva cercato di sostituire alla geografia della conquista la geografia delle regole. Ora la geografia della conquista torna a presentarsi come normalità. E l’Europa dovrebbe preoccuparsi, perché la sua stessa forza politica è fondata più sul diritto e sulle istituzioni che sulla capacità di imporre militarmente la propria volontà.

La questione, dunque, non è soltanto se Hormuz verrà riaperto. È chi deciderà che cosa significhi riaprirlo, sulla base di quale diritto e sotto quale autorità. Perché il giorno in cui una grande potenza potrà dichiarare “nostro” ciò che controlla militarmente, il problema non riguarderà più soltanto lo stretto di Hormuz. Riguarderà l’idea stessa di ordine internazionale.

E allora quella piccola scritta sulla mappa di Trump — “New U.S. Territory” — smette di sembrare una semplice provocazione. Diventa il manifesto, forse involontario, di un mondo nel quale la mappa torna a precedere il diritto e la forza torna a pretendere di decidere ciò che il diritto dovrebbe disciplinare.

Carlo Gambescia

martedì 18 agosto 2026

Gaza. Fare la pace è molto più difficile che fare la guerra

Nessun progresso

C’è qualcosa di paradossale nelle ultime trattative sulla guerra di Gaza. Gli Stati Uniti cercano di trasformare un cessate il fuoco fragile e incompleto in una pace che, finora, non sono riusciti a costruire. Jared Kushner, inviato di Donald Trump, ha incontrato in Egitto i dirigenti di Hamas e, il giorno successivo, a Gerusalemme, Benjamin Netanyahu. I colloqui si sono conclusi senza una svolta decisiva.

Sul tavolo resta il piano americano, articolato in più fasi: disarmo e demilitarizzazione di Hamas, ritiro progressivo delle forze israeliane, ricostruzione della Striscia e una nuova struttura di governo civile. Ma il problema è sempre lo stesso: chi deve fare il primo passo? Israele pretende che Hamas sia completamente disarmato prima di procedere al ritiro delle proprie forze. Hamas, invece, lega il proprio disarmo all’effettiva cessazione delle operazioni israeliane e al ritiro progressivo dell’esercito dalla Striscia.

La logica della forza

Il paradosso è dunque nella sequenza: Israele vuole il disarmo prima del ritiro; Hamas vuole il ritiro prima del disarmo. E Washington cerca di convincere entrambi a compiere quel primo passo che nessuno dei due vuole compiere per primo. Persino la ricostruzione di Gaza è stata subordinata al disarmo di Hamas.

È un dettaglio diplomatico solo in apparenza. In realtà racconta molto del mondo nel quale siamo entrati.

Ora parlare di superamento storico del concetto di guerra è troppo. Gli uomini sono quel che sono. Però la pace non può essere vista semplicemente come l’ultima fase della guerra. Non è soltanto il suo superamento militare, ma l’inizio di una nuova costruzione politica. Prima si stabiliscono i rapporti di forza, chi deve deporre le armi, chi deve ritirarsi, chi deve garantire l’ordine. Poi, forse, arriva la politica. C’è una trafila da seguire. Così dicono non pochi osservatori.

È la logica della forza che si presenta con il linguaggio della diplomazia.

 

Trump, da questo punto di vista, non è soltanto l’uomo che cerca di chiudere la guerra di Gaza. È l’interprete più esplicito di una trasformazione già in corso. La diplomazia americana non pretende più di occultare il rapporto di forza dietro la costruzione istituzionale. Parte dal rapporto di forza e cerca poi di tradurlo in un assetto politico. La pace si ottiene quando gli avversari comprendono che continuare a combattere costa più che accettare l’accordo.

È una concezione antica. Che non conosce ritegno. Ma torna sorprendentemente moderna. Il problema è che il rapporto di forza può interrompere una guerra. Molto più difficilmente può costruire una pace.

Pacifismo

Non significa credere nel pacifismo, né immaginare un regno della pace destinato a durare per sempre. La politica internazionale non funziona così. La pace è sempre provvisoria, perché provvisori sono gli equilibri che la sostengono.
Ma proprio per questo può e deve essere costruita politicamente: attraverso interessi, garanzie, compromessi, istituzioni e reciproci riconoscimenti. Il realismo politico non nega la possibilità della pace. Nega piuttosto l’idea che la pace possa esistere senza un equilibrio di potenza e senza una politica capace di mantenerlo.

 

Perché una guerra non finisce veramente quando cessano i bombardamenti. Finisce quando gli avversari hanno un motivo per non ricominciare a combattere. E questo motivo non può essere soltanto la paura della rappresaglia. Deve essere politico: un interesse comune, una garanzia, un riconoscimento, una prospettiva.

Gaza

Qui sta il punto più difficile della questione di Gaza.

Il disarmo di Hamas è una condizione indispensabile per una pace reale. Un’organizzazione che ha fatto del terrorismo e della lotta armata contro Israele una componente fondamentale della propria identità politica non può essere semplicemente invitata a governare la ricostruzione della Striscia. Ma altrettanto evidente è che il disarmo di Hamas non può diventare il nome con cui si rinvia indefinitamente la soluzione politica palestinese.

E qui bisogna essere chiari anche su un altro punto. La prospettiva non può essere quella di una permanente separazione tra due popoli condannati a vivere gli uni accanto agli altri, ma sempre come nemici. Come già abbiamo osservato, la pace deve tendere a un processo di progressiva integrazione tra israeliani e palestinesi, dentro un ordine politico comune e multiculturale, nel quale la modernizzazione, la secolarizzazione e la trasformazione del nemico in avversario rendano possibile una convivenza reale. Più la guerra continua, più questa possibilità si allontana. O, al massimo, la pace può diventare soltanto una tregua armata (*).

E c’è un secondo problema. Israele può vincere una guerra contro Hamas. Può distruggere infrastrutture militari, eliminare combattenti, occupare territori. Ma nessuna potenza militare può bombardare l’idea di una questione nazionale. Se dietro Hamas continuerà a esistere una popolazione palestinese senza una prospettiva politica credibile, la sconfitta militare di un’organizzazione non coinciderà necessariamente con la fine del conflitto.

Il ruolo della diplomazia

È precisamente qui che la diplomazia dovrebbe cominciare a fare ciò che la guerra non può fare.

Ma chi la fa? Gli Stati Uniti. Di Donald Trump. E stiamo vedendo come… E, comunque sia, questo è forse il dato politicamente più significativo.

L’Europa, invece, appare ancora una volta sullo sfondo. Non è completamente assente: l’Unione europea sostiene il disarmo permanente di Hamas, il ritiro delle forze israeliane e una forza internazionale di stabilizzazione. Ma tra una posizione diplomatica e la capacità di trasformarla in realtà c’è una distanza enorme.
La questione non è soltanto militare. È politica.

 

L’Europa dispone di denaro, mercati, strumenti commerciali, capacità di ricostruzione, relazioni diplomatiche e una tradizione politica che, almeno in teoria, dovrebbe renderla particolarmente adatta alla gestione del “dopo”. Eppure continua a essere soprattutto un finanziatore, un commentatore, qualche volta un mediatore. Il centro della decisione è altrove.

Afghanistan

È una situazione che ricorda, per certi aspetti, quella dell’
. Cinque anni dopo la fuga da Kabul, abbiamo visto quanto fosse fragile una concezione della guerra fondata sulla superiorità militare quando questa non è accompagnata da una sufficiente elaborazione politica del dopo. Oggi Gaza ripropone il problema dall’altra parte: non basta sapere come vincere una guerra; bisogna sapere che cosa fare con la pace.

Ed è proprio questa la grande debolezza dell’Occidente contemporaneo.



Abbiamo imparato a pensare la sicurezza. Abbiamo imparato a pensare la deterrenza. Abbiamo imparato a pensare le sanzioni, i droni, le guerre tecnologiche, le operazioni speciali, le coalizioni militari. Abbiamo invece progressivamente disimparato a pensare la politica come costruzione di un ordine condiviso.

La pace è diventata un problema tecnico.

Si negoziano ostaggi, confini, corridoi umanitari, armi, forze di stabilizzazione, ricostruzione. Tutto necessario. Ma una pace non è la somma di protocolli tecnici. È un nuovo equilibrio politico.

Costruire una pace non significa mettere sullo stesso piano gli avversari, né confondere responsabilità diverse.Significa riconoscere che anche un avversario che si considera illegittimo può diventare, a certe condizioni, parte di un processo politico destinato a impedirne la trasformazione in un nemico permanente.

Ed è qui che la vicenda di Gaza diventa qualcosa di più di una delle tante guerre del nostro tempo.

 

C’è, però, un’altra debolezza europea, più politica che istituzionale. Una parte della sinistra europea si è schierata con grande nettezza dalla parte della causa palestinese, fino a fare del riconoscimento dello Stato palestinese e del ritiro israeliano il centro della propria posizione. È una scelta comprensibile sul piano umanitario e, in parte, anche sul piano politico. Ma rischia di lasciare in ombra la domanda decisiva: quale ordine politico dovrebbe nascere dopo la guerra? Perché riconoscere un popolo e condannare l’occupazione non basta a costruire uno Stato, così come denunciare la distruzione di Gaza non risolve il problema di Hamas e del suo disarmo.

È qui che la sinistra europea rischia, suo malgrado, di rimanere prigioniera di una politica dei principi senza una politica dell’ordine. E l’errore sarebbe speculare a quello di Netanyahu: pensare che basti il rapporto di forza, da una parte, o il diritto internazionale, dall’altra, per produrre automaticamente una pace. La pace richiede entrambe le cose: un ordine politico credibile e una forza capace di garantirlo.

Conclusioni

Al momento la politica del rapporto di forza ha preso il sopravvento sulle istituzioni dell’ordine liberale. Trump ne è il protagonista più vistoso. Netanyahu ne è un interprete particolarmente determinato (a dir poco). Hamas ne è, in un’altra forma, il prodotto più radicale. E l’Europa rischia di essere semplicemente il continente che paga il conto della ricostruzione senza partecipare davvero alla costruzione dell’ordine politico che dovrebbe impedirne la distruzione.

E chi finanzia la pace senza contribuire a definirne le condizioni politiche non è ancora un protagonista: è un finanziatore.

Non è una buona prospettiva. Perché la pace non è il contrario della guerra. È una costruzione politica più difficile della guerra.

La guerra, alla fine, può avere un vincitore. La pace, invece, deve avere almeno due interlocutori ancora capaci di riconoscersi come tali.

Ed è forse proprio questa la cosa che il nostro tempo sta dimenticando. Non perché la pace sia eterna, ma perché anche una pace provvisoria è sempre il risultato di una scelta politica.

Carlo Gambescia

 

(*) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/07/palestina-e-israele-la-modernita.html .

lunedì 17 agosto 2026

Kabul, cinque anni dopo

 

Fuga da Kabul

Cinque anni fa, nell’agosto del 2021, le immagini della fuga da Kabul fecero il giro del mondo. I talebani erano tornati al potere e l’Occidente abbandonava l’Afghanistan dopo vent’anni di guerra. Le immagini dell’aeroporto, dei soldati americani in partenza e della folla disperata che cercava di salire sugli aerei sembrarono allora raccontare una sconfitta militare. Oggi, a cinque anni di distanza, possiamo forse dire qualcosa di più: Kabul rappresentò soprattutto una sconfitta politica e culturale dell’Occidente.

Non perché i talebani avessero ragione. E nemmeno perché l’intervento occidentale fosse stato necessariamente illegittimo fin dall’inizio. Dopo l’11 settembre 2001, l’Afghanistan era diventato il principale santuario di al-Qaida e del suo leader Osama bin Laden.

Dopo il rifiuto dei talebani di espellere bin Laden e di interrompere il sostegno al terrorismo internazionale, gli Stati Uniti e i loro alleati avviarono il 7 ottobre 2001 la campagna militare contro le strutture terroristiche e gli apparati militari e politici del regime talebano. Il problema nacque dopo. L’Occidente trasformò progressivamente una guerra con obiettivi relativamente definiti in un progetto assai più ambizioso: abbattere un regime, stabilizzare un Paese, costruire istituzioni, sostenere la democrazia, emancipare la società. In altre parole, trasformò la guerra in una gigantesca operazione di ingegneria politica.

 

La guerra come strumento per liberarsi dai regimi reazionari

Qui emerge il primo problema. Dopo la fine della Guerra fredda e soprattutto dopo la caduta del comunismo sovietico, l’Occidente liberale ha coltivato una singolare fiducia nella propria capacità di trasformare il mondo. Di fronte ai regimi autoritari o reazionari, la guerra tornata ad essere, progressivamente, uno degli strumenti privilegiati della politica internazionale. Ma il punto non è stabilire, in astratto, se una guerra possa essere giusta o necessaria. Il punto è capire che cosa accade quando la guerra viene caricata di una funzione che non può assolvere da sola.

Abbattere un regime può essere relativamente rapido, almeno rispetto a ciò che viene dopo. Costruire uno Stato, creare istituzioni legittime, produrre una cultura politica, consolidare un consenso sociale sono operazioni completamente diverse. Richiedono tempo, conoscenza delle società locali e soprattutto una forza politica che non può essere semplicemente importata dall’esterno.

In Afghanistan l’Occidente ha finito così per confondere due problemi: la liberazione da un regime e la costruzione di una società liberale. Ha pensato che la seconda potesse discendere quasi naturalmente dalla prima. Non è così. La libertà politica non nasce automaticamente dalla caduta di un dittatore o di un movimento reazionario. Ha bisogno di istituzioni, ma anche di una società disposta a sostenerle.

La lezione è tutt’altro che pacifista. Al contrario. Significa riconoscere che, quando la forza viene impiegata, bisogna sapere esattamente per quale ordine politico la si sta impiegando. Altrimenti la guerra rischia di diventare un surrogato dell’indecisionismo politico. In fondo che c’è di più facile di un bel diretto al mento del nostro interlocutore? Perché sprecare fiato, se con un colpo ben assestato si può risolvere qualsiasi divergenza?

L’Occidente che non sa più pensare la guerra

Ed è qui che arriviamo al secondo punto, forse il più importante. L’Occidente non ha semplicemente perso la guerra in Afghanistan. Ha mostrato di non sapere più pensare la guerra come fenomeno politico.

La superiorità tecnologica ha prodotto una curiosa illusione. Precisione delle armi, dominio dell’aria, intelligence, droni, forze speciali, capacità logistiche: tutto sembrava suggerire che la guerra moderna potesse essere amministrata come un problema tecnico. Ma la guerra non è soltanto tecnologia. È anche volontà politica, identità, tempo, sacrificio, capacità di resistere e di sopportare perdite.

I talebani non possedevano la tecnologia occidentale. Possedevano però una cosa che l’Occidente aveva progressivamente smarrito: una motivazione politica e ideologica sufficientemente forte da sostenere una guerra lunga, paziente e ad altissimo costo.

È questa la contraddizione. L’Occidente disponeva di una potenza militare immensamente superiore, ma non riusciva più a tradurre quella potenza in un risultato politico stabile. Aveva strumenti straordinariamente sofisticati per combattere, ma una concezione sempre più debole degli obiettivi per i quali combattere.

La guerra, in altre parole, veniva concepita come un’operazione tecnica, mentre continuava a essere, nella sua sostanza, un conflitto politico. E quando la tecnologia incontra una volontà politica più determinata della propria, la tecnologia, da sola, non basta.

Non è una celebrazione della forza. È esattamente il contrario. È la constatazione che chi rifiuta di comprendere la natura della forza finisce per subirne le conseguenze.

Per questo Kabul dovrebbe essere studiata non soltanto dai teorici della guerra, ma anche dai liberali. Perché il liberalismo non può ridursi alla convinzione che la forza sia sempre un male e il dialogo sempre un bene. Una società libera deve sapere distinguere tra la forza come arbitrio e la forza come strumento della politica. Deve sapere anche quando usarla, contro chi, con quali obiettivi e soprattutto con quale ordine politico intendere sostituire quello che si vuole abbattere. Un cazzotto al mento lascia il tempo che trova…

Dopo Kabul: la crisi del liberalismo occidentale

Ed eccoci al terzo punto. La crisi prodotta da Kabul non riguarda soltanto la politica estera americana. Riguarda il liberalismo occidentale.

La caduta di Kabul ha infatti reso visibile una contraddizione che covava da tempo. Da una parte l’Occidente continuava a proclamare l’universalità dei propri valori: libertà individuale, diritti, pluralismo, Stato di diritto.

Dall’altra mostrava una crescente difficoltà a difenderli politicamente, persino quando venivano radicalmente messi in discussione.

Il problema, dunque, non è che l’Occidente abbia tentato di sostenere la democrazia. Il problema è aver creduto che la democrazia fosse esportabile come una tecnologia istituzionale. Bastano una costituzione, un parlamento, un esercito addestrato secondo standard occidentali e qualche elezione per costruire una società liberale? L’Afghanistan ha fornito una risposta piuttosto brutale: no.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trarre da Kabul la conclusione opposta: siccome l’esperimento è fallito, allora il liberalismo sarebbe soltanto una particolare ideologia occidentale, buona per l’Occidente e irrilevante per il resto del mondo. Questa è precisamente la conclusione che non dovremmo mai accettare.

Il liberalismo è in crisi non perché i suoi valori siano improvvisamente diventati falsi, ma perché l’Occidente ha progressivamente smesso di interrogarsi sulle condizioni politiche, culturali e persino antropologiche che rendono possibile una società liberale.

Kabul è stata, sotto questo profilo, una rivelazione. Ha mostrato che non basta proclamare la libertà per renderla possibile. E ha mostrato anche che la superiorità militare non può sostituire una visione politica.

Cinque anni dopo

Ma c’è un’altra questione che Kabul ha reso evidente e che oggi appare ancora più importante. Quando diciamo “Occidente” rischiamo infatti di parlare di un soggetto politico che, in realtà, non è mai stato pienamente tale. In Afghanistan c’erano gli Stati Uniti, ma c’era anche la NATO, che dopo l’11 settembre attivò per la prima volta l’articolo 5 e che nell’agosto del 2003 assunse il comando strategico, il controllo e il coordinamento della missione ISAF. C’erano gli Stati europei, con i loro contingenti militari e con un crescente coinvolgimento politico e finanziario.
Eppure questa partecipazione comune non si tradusse mai in una vera unità strategica. La superiorità militare occidentale nascondeva una debolezza politica: gli alleati combattevano insieme, ma non avevano necessariamente la stessa idea della guerra, dei suoi obiettivi e soprattutto dei sacrifici che ciascuno era disposto a sostenere.

È un punto decisivo. Kabul non mostrò soltanto l’incapacità dell’Occidente di vincere una guerra di trasformazione politica. Mostrò anche la difficoltà dell’Occidente di pensarsi come un unico soggetto strategico. Gli Stati Uniti conservavano la capacità militare decisiva, mentre gli europei rimanevano largamente dipendenti dalla protezione americana. Ma questa dipendenza non produceva automaticamente una comune visione politica. L’Alleanza atlantica poteva coordinare forze, comandi e operazioni; assai più difficile era costruire una volontà politica comune.

Cinque anni dopo, questo problema appare persino più evidente. 

L’America di Trump ha reso esplicita una trasformazione già in corso: Washington non considera più l’Europa come il centro naturale di una strategia americana alla quale gli europei possano semplicemente affidarsi, mentre chiede agli alleati europei di assumersi una quota molto maggiore della propria sicurezza.

2026 questa trasformazione si è riflessa anche nella struttura della NATO, con un maggiore ruolo degli europei nei comandi militari dell’Alleanza, mentre gli Stati Uniti mantengono responsabilità decisive. Il problema, dunque, non è soltanto che l’Occidente abbia perso una guerra. È che potrebbe non essere più in grado di decidere insieme quando, perché e fino a che punto combattere.

Kabul, vista da oggi, assume così un significato ancora più ampio. Non è soltanto il simbolo del fallimento di una strategia americana. È uno dei primi grandi segnali della crisi dell’Occidente come soggetto politico unitario. E se questa crisi non verrà affrontata, il rischio è paradossale: proprio mentre il mondo diventa più conflittuale, l’Occidente potrebbe disporre di più strumenti militari ma di una volontà politica sempre più frammentata.

Kabul, cinque anni dopo, continua a parlarci proprio di questo: della difficoltà dell’Occidente contemporaneo di essere liberale senza essere ingenuo, pacifico senza essere inerme, e forte senza trasformare la forza in un’ideologia bellicista.

Forse è questa la vera sconfitta che le drammatiche immagini dell’aeroporto di Kabul hanno immortalato.

Carlo Gambescia