lunedì 26 ottobre 2026

Il fascismo è impresentabile. I fascisti, a quanto pare, no

 


La vicenda della storica Michela Ponzani, alla quale Ignazio La Russa ha annunciato di voler fare causa, merita una riflessione. Perché si deve andare  oltre la disputa sulle parole pronunciate in televisione.  Troppo facile.

Il problema non è soltanto stabilire se Ponzani abbia ricostruito correttamente ogni dettaglio del “Giovedì nero” di Milano, il 12 aprile 1973. Il problema è capire come mai il rapporto con il passato neofascista sia diventato, per una parte della politica e dell’opinione pubblica italiana, una questione quasi irrilevante. È questa la normalizzazione che dovrebbe preoccuparci. Qui il vero punto dolente.

Quel giorno, durante una manifestazione dell’estrema destra organizzata dal FUAN, l’organizzazione universitaria del Movimento Sociale Italiano, una bomba a mano uccise l’agente Antonio Marino, ventiduenne. Per l’omicidio furono condannati in via definitiva i neofascisti Vittorio Loi e Maurizio Murelli. La Russa, allora dirigente milanese del Fronte della Gioventù, non fu condannato per quei fatti. Non confondiamo, dunque, responsabilità penali e responsabilità politiche. Ma non facciamo nemmeno finta che la seconda questione scompaia soltanto perché non esiste la prima. La ricostruzione di Ponzani può essere discussa e verificata; il diritto di discutere il passato politico di un uomo pubblico non è invece negoziabile .

La Russa ha annunciato di voler ricorrere alle vie giudiziarie e ha disposto, secondo quanto riferito dal suo portavoce, il monitoraggio delle dichiarazioni di altri soggetti.   Un “dettaglio”, diciamo così, che ha provocato il nostro intervento di oggi.  Come non mettere alla prova  il Panopticon legale  evocato dal Presidente La Russa? (*)

Ma torniamo sul punto. È legittimo tutelare la propria reputazione. Ma è proprio qui che si manifesta il problema politico: la vicenda rischia di essere ridotta alla correttezza di una frase televisiva, mentre rimane sullo sfondo la questione più importante, cioè il rapporto dell’attuale presidente del Senato con una tradizione politica che non ha mai reciso in modo inequivocabile tutti i legami con il fascismo.

 

Non siamo, del resto, davanti a un passato confinato nell’adolescenza. Nel 1992 una fotografia ritrasse La Russa accanto a un’immagine di Mussolini, davanti alla quale era deposto un mazzo di fiori. Nel febbraio 2023, ormai presidente del Senato, dichiarò di conservare il busto del Duce ricevuto dal padre: “Non lo butterò mai”, spiegò, aggiungendo che avrebbe conservato anche un busto di Mao Tse-tung, se lo avesse ricevuto in dono (**). Sono episodi diversi, da contestualizzare, non prove automatiche di una responsabilità penale o di un’identità politica immutabile. Ma liquidarli come innocue curiosità biografiche sarebbe altrettanto superficiale. Ci obbligano a interrogarci sulla continuità dei simboli, dei riferimenti e delle giustificazioni.

Non si tratta di sostenere che ogni ex missino sia rimasto fascista, né di identificare meccanicamente Fratelli d’Italia con il regime mussoliniano. Si tratta di capire quanto sia stata profonda la rottura culturale con quella tradizione. La normalizzazione, infatti, non richiede che il passato venga negato. È sufficiente che venga reso irrilevante.

Il busto del Duce diventa un ricordo familiare, la fotografia una curiosità, le ambiguità sull’antifascismo un tratto del personaggio. Tutto viene spiegato, relativizzato, archiviato. Alla fine, non resta più nulla da discutere. Se non una specie di gossip alla portata di tutti. Per capirsi: nell’Italia repubblicana, le vicende private  della famiglia reale inglese sono seguitissime… I il pettegolezzo ingoia l’idea arcaica  di monarchia rifiutata nelle urne. Certo, tanti anni fa. Però…

Il fascismo è impresentabile?  Nessun problema,  i fascisti, a quanto pare, possono diventare presentabilissimi, purché indossino la giacca giusta e occupino la poltrona giusta.

Naturalmente, la responsabilità non è soltanto della destra. Riguarda anche i mezzi d’informazione e un’opinione pubblica incline a consumare le polemiche senza interrogarsi sulle continuità storiche che le alimentano. Non sarebbe corretto affermare che nessuno abbia criticato l’iniziativa contro Ponzani: le reazioni dell’opposizione e di altri soggetti pubblici dimostrano il contrario. Ma la domanda resta: perché la discussione rischia di concentrarsi sulla querela, sulla libertà di espressione e sul consueto scontro fra maggioranza e opposizione, senza affrontare con altrettanta decisione il processo di normalizzazione del neofascismo?

È qui che entra in gioco la presidenza del Senato. L’elezione di La Russa è legalmente valida: il 13 ottobre 2022 ottenne 116 voti, superando la maggioranza richiesta (***). Ma la legalità della procedura non esaurisce il giudizio politico sulla legittimità di chi viene eletto a una carica tanto rappresentativa. Non stiamo parlando di invalidare un’elezione o di inventare requisiti giuridici inesistenti. Parliamo di legittimità politica in senso sostanziale: della coerenza fra chi ricopre una funzione istituzionale e i valori storici e costituzionali che quella funzione dovrebbe incarnare.

Da questo punto di vista, riteniamo politicamente non legittimata, sul piano simbolico e storico, una presidenza del Senato affidata a una personalità che non ha sciolto in modo convincente le ambiguità del proprio rapporto con il fascismo. È un giudizio politico, non una contestazione della validità costituzionale della sua elezione. La Repubblica italiana non è una democrazia senza memoria: è nata dalla sconfitta del fascismo, dalla Resistenza e dalla scelta di fondare la convivenza civile sulla libertà, sul pluralismo e sul rifiuto della dittatura.

Eppure la carica sembra diventare uno scudo. La Russa è presidente del Senato; dunque, si potrebbe pensare, la questione è chiusa. La sua ascesa istituzionale viene implicitamente presentata come la dimostrazione che il passato sia stato superato e che agli italiani non importi più nulla. Ma il successo politico non equivale a una riconciliazione storica. Dimostra soltanto che si è conquistato il potere. Scambiare le due cose significa confondere la vittoria politica con il superamento culturale di una tradizione.

 


Non chiediamo processi alle intenzioni né patenti ideologiche distribuite da un tribunale dell’antifascismo. Chiediamo che il passato possa essere discusso senza intimidazioni, che le affermazioni siano verificate e che chi ricopre le più alte cariche della Repubblica sappia rispondere alle domande scomode senza trasformarle automaticamente in attentati alla propria reputazione.

Il problema dell’Italia non è che tutti siano diventati fascisti. È che, per una parte crescente del Paese, non sembra più così importante sapere che cosa sia stato il fascismo, che cosa ne sopravviva e quanto sia stata davvero profonda la rottura con quel passato. La memoria è una fatica; la normalizzazione è molto più comoda. E quando la comodità prende il posto della memoria, non è il passato a essere superato: siamo noi a smettere di interrogarlo.

Carlo Gambescia

(*) Per la vicenda Ponzani e l’annuncio dell’azione giudiziaria, la Repubblica, 25 ottobre 2026: https://www.repubblica.it/politica/2026/10/25/news/la_russa_querela_storica_michela_ponzani_giovedi_nero_morte_agente_marino-425674734/.

(**) La fotografia del 1992, riproposta pubblicamente nell’aprile 2024, ritrae La Russa a Milano accanto a un’immagine di Mussolini e a un mazzo di fiori. È distinta dalle fotografie del giovane La Russa insieme ad altri dirigenti missini nel contesto del "Giovedì nero" del 1973. Nessuna delle due immagini dimostra, da sola, responsabilità personali nei fatti del 1973; entrambe appartengono però alla documentazione utile per ricostruire la storia politica e simbolica della destra neofascista. Si vedano: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Riccardo_De_Corato,_Ignazio_La_Russa,_Piazzale_Loreto,_1992.jpg  ; Corriere della Sera, galleria fotografica, https://www.corriere.it/gallery/politica/12-2010/piazza/1/alemanno-altri-quando-piazza-c-erano-loro-_d8286f00-0d96-11e0-8558-00144f02aabc.shtml   .

(***) Il risultato ufficiale dell’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato è consultabile nel resoconto parlamentare del 13 ottobre 2022: https://www.senato.it/show-doc?id=1360952&leg=19&part=doc_dc-ressten_rs-gentit_rdv-intervento_presidente&tipodoc=Resaula . Per la dichiarazione sul busto di Mussolini, si veda la Repubblica, 8 febbraio 2023: https://www.repubblica.it/politica/2023/02/08/news/la_russa_busto_duce_non_lo_buttero_mai-387047718/ .

domenica 25 ottobre 2026

Irti, Russano e la gaia scienza del diritto



 

Dobbiamo ringraziare Roberto Russano per i molteplici stimoli racchiusi nel suo fine e documentato saggio Il nichilismo giuridico nel pensiero di Natalino Irti. Un’analisi critica, pubblicato su "Il Corriere metapolitico" (settembre 2026, n. 26, anno VIII, pp. 161-195), rivista diretta da Aldo La Fata.

Il saggio rinvia principalmente alla trilogia irtiana sulla crisi del diritto e sulle possibili vie di fuga teoriche (diciamo così): 1) Nichilismo giuridico (Editori Laterza, 2004; 2) Il salvagente della forma, Editori Laterza, 2007): 3) Diritto senza verità, Editori Laterza,  2011).

Russano ci offre  una  ghiotta  occasione per  riflettere su un pensatore, non semplicemente su un autore o un professore. E soprattutto su una domanda fondamentale: che cosa rimane del diritto quando vengono meno i suoi presunti fondamenti assoluti? E quali conseguenze dobbiamo attenderci quando la volontà umana diventa l’ultima istanza della produzione normativa?

Una piccola premessa. Non ci interessa arruolare Natalino Irti (1936-2026) fra i liberali, né, per converso, liquidarlo come un pensatore illiberale. La sua riflessione sul nichilismo giuridico non coincide con un programma politico. Il problema che affronta è filosofico: come pensare il diritto in una modernità nella quale nessun fondamento trascendente sembra più in grado di orientare e giustificare le decisioni umane? Una questione che possiamo condividere o contestare senza trasformarla in una tessera di partito.

Russano (nella foto) sembra contestare tanto Kelsen quanto la rielaborazione irtiana. Il suo argomento, per come emerge dal saggio, è che il volontarismo finisca per compromettere la possibilità di un fondamento etico del diritto, aprendo la strada al relativismo e al prevalere della forza. Il richiamo a Trasimaco e Callicle, fino a Nietzsche, serve a individuare una genealogia di questa concezione. Se la norma dipende dalla volontà e la volontà non riconosce criteri superiori, che cosa impedisce alla parte più forte di imporre le proprie decisioni?

L’obiezione merita attenzione. Ma conviene distinguere i problemi. La validità di una norma, la sua giustizia e la forza necessaria a farla rispettare non sono la stessa cosa. Confonderle non aiuta né a comprendere Irti né a criticare Kelsen.

La questione della Grundnorm, la norma fondamentale kelseniana, è decisiva. Kelsen non la concepisce come una norma positiva né come un principio morale trascendente: è il presupposto teorico che permette di interpretare l’ordinamento come un sistema unitario di norme valide. Una sorta di pace concettuale, o di armistizio, tra gli uomini. Irti, invece, cerca di spingersi oltre, riconducendo la norma fondamentale alla volontà individuale. Secondo la ricostruzione criticata da Russano, è qui che il giurista abruzzese ritiene di poter integrare la costruzione kelseniana, colmandone una lacuna.



Russano contesta proprio questo passaggio. Qui, per dirla con Nietzsche, nasce la tragedia. Del diritto.

La sua preoccupazione è che il diritto, ricondotto alla volontà, finisca per dipendere dai rapporti di forza, senza più disporre di un criterio etico adeguato a distinguere ciò che è giusto da ciò che viene semplicemente imposto. Non è una questione secondaria. Resta però da dimostrare che l’immanenza conduca necessariamente al relativismo e che il relativismo debba tradursi nel dominio del più forte. Fra queste proposizioni non esiste alcun automatismo.


Qui ci permettiamo una considerazione. La rinuncia a un fondamento trascendente non comporta necessariamente la rinuncia a giudicare le norme. Possiamo riconoscere la storicità delle istituzioni e, nello stesso tempo, distinguere fra ordinamenti che tutelano la libertà individuale e ordinamenti che organizzano la dominazione. I diritti, la separazione dei poteri, l’uguaglianza davanti alla legge e i limiti costituzionali non devono essere presentati come verità cadute dal cielo. Possiamo considerarli acquisizioni storiche, fragili e sempre esposte alla regressione, senza per questo farne un falò delle vanità umane. 

Prendere atto, insomma, che il costituzionalismo liberale e lo Stato di diritto, come ogni altro fenomeno umano, hanno un inizio e una fine. Il che, però, non significa che siano tutti uguali, né che la loro possibile fine debba lasciarci indifferenti. La contingenza non è una condanna, così come la storicità non è una giustificazione. Se queste istituzioni sono nate, possono anche tramontare; ma proprio perché non sono garantite da alcuna provvidenza storica, spetta agli uomini comprenderne il valore, difenderle e, quando necessario, correggerle. Senza farne idoli, ma anche senza scambiarne la fragilità per una buona ragione per rinunciarvi.


Detto altrimenti, e qui rispondiamo a Russano: mai confondere l’assenza di verità assolute con l’assenza di criteri politici per giudicare il potere.

C’è poi un aspetto di Irti (nella foto sotto) che ci ha sempre incuriosito. Il nichilismo non viene accolto soltanto come una condizione da registrare con malinconia, ma anche come una possibilità da assumere senza rimpianti. Scrive Irti: «Esso non è rinuncia, ma accettazione; non è inerte angoscia, ma serena fraternità col divenire» (Nichilismo giuridico, cit.,p. 148) Qui ci sembra di avvertire una tonalità nietzschiana, una sorta di gaia scienza del diritto. Non intendiamo identificare Irti con Nietzsche: ci interessa piuttosto questo tentativo di trasformare la crisi dei fondamenti in un’occasione di affermazione, anziché in una lamentazione sulle certezze perdute.

Ma possiamo davvero essere così sereni? Il filosofo può accettare la contingenza delle norme; il cittadino, invece, ha bisogno di sapere quali siano i propri diritti, quali obblighi debba rispettare e quali limiti incontrino i poteri pubblici. La gaiezza nichilistica non è ancora una garanzia istituzionale, e diremmo costituzionale, della libertà. L’accettazione del divenire non risolve il problema di come convivere nel divenire.

È a questo punto che possiamo introdurre, senza forzature, qualche considerazione metapolitica. Nel nostro Trattato di metapolitica abbiamo individuato alcune regolarità ricorrenti della vita politica, a cominciare dalla persistenza del potere. Il diritto non si produce nel vuoto: le volontà individuali entrano in rapporti di conflitto, dispongono di risorse differenti e operano entro istituzioni che possono limitarle oppure favorirle. Il costituzionalismo liberale si confronta precisamente con questo problema. La persistenza del potere non significa che debba sempre prevalere il più forte; significa che il problema di chi decide, in quali condizioni e con quali limiti non scompare per il solo fatto di aver rinunciato a un fondamento trascendente.

C’è inoltre la questione degli effetti compositivi. Le azioni individuali, una volta aggregate, possono produrre conseguenze diverse da quelle intenzionalmente perseguite. Una concezione giuridica nata per liberare la volontà individuale da fondamenti imposti dall’esterno potrebbe, in determinate condizioni, contribuire a indebolire le garanzie comuni, lasciando il singolo più esposto alle volontà altrui. Ma anche il tentativo opposto, quello di imporre un fondamento etico indiscutibile, potrebbe tradursi nella pretesa di dirigere dall’alto le scelte individuali. Non sono esiti necessari, ma possibilità da considerare quando passiamo dalle costruzioni teoriche alla realtà delle istituzioni.



Il punto, insomma, non è stabilire chi abbia definitivamente ragione fra i difensori della trascendenza del diritto e i propugnatori della sua immanenza. È capire quali problemi ciascuna posizione riesca a risolvere e quali lasci aperti. La tensione fra volontà e istituzione, fra innovazione e stabilità dell’ordinamento, non si elimina con una dichiarazione filosofica. È una dinamica ricorrente della vita politica, destinata a ripresentarsi in forme differenti.

Per questo non faremo di Irti un liberale inconsapevole, né di Russano un avversario della libertà. Il primo ci costringe a prendere sul serio la crisi dei fondamenti; il secondo richiama l’attenzione sui rischi di una volontà priva di un criterio etico superiore. Possiamo discutere entrambe le posizioni senza trasformare la controversia in uno scontro fra appartenenze ideologiche precostituite.

Resta, tuttavia, il problema liberale. Come difendere la libertà individuale senza ricorrere necessariamente a un fondamento metafisico assoluto e senza ridurre il diritto alla volontà di chi riesce a imporsi? Non pretendiamo di risolvere qui una questione tanto impegnativa. Ci basta ricordare che la storicità delle istituzioni non le rende tutte equivalenti e che la consapevolezza del carattere contingente delle norme non ci esonera dal giudicarle.



Irti ha avuto il merito di guardare in faccia il nichilismo giuridico, cercando di sottrarlo alla nostalgia e alla disperazione. Russano ci invita a non sottovalutare il prezzo teorico di questa operazione. La metapolitica, dal canto suo, ci ricorda che il potere persiste e che le conseguenze delle azioni umane non coincidono necessariamente con le intenzioni di chi le compie.

Possiamo dunque accettare il divenire senza trasformarlo in un idolo. E possiamo riconoscere la storicità del diritto senza concludere che tutto si equivalga. La gaia scienza, ammesso che sia davvero questa la tonalità di Irti, può forse liberarci dalla nostalgia dei fondamenti perduti. Non ci dispensa, però, dal compito meno gaio di comprendere come si formi il potere, come lo si limiti e come si difenda la libertà.

Perché una cosa è fare pace con l’assenza di verità assolute. Un’altra è fare pace con la volontà del più forte.

Carlo Gambescia





sabato 24 ottobre 2026

Gli anti-italiani. Una parola che viene da lontano...

 


La prima pagina del "Secolo d’Italia" di oggi offre un piccolo documento di cultura politica. A caratteri cubitali leggiamo: "UN SABATO ANTI-ITALIANO". Sotto, il giornale denuncia manuali di guerriglia, chiamate ai «maranza» e organizzazione di blitz contro polizia e negozi.

Sui violenti non abbiamo dubbi. Chi aggredisce gli agenti, devasta i negozi o mette a repentaglio l’incolumità altrui deve essere identificato e perseguito. La libertà di manifestare non comprende quella di spaccare la testa al prossimo. Ma perché definire anti-italiana una (possibile) giornata di disordini, anziché condannare direttamente i responsabili? La scelta delle parole non è innocente. E questa, in particolare, ha una storia che merita di essere ricostruita.

La parola «anti-italiano» non è un’invenzione fascista. Era già in uso nel Settecento, anche nella polemica contro gli stranieri accusati di denigrare la cultura italiana. E nella prima parte dell’Ottocento verso (semplifico) gli austriacanti. Nei tardi anni dell’Italia liberale, sanno i nazionalisti e gli interventisti a bollare i loro avversari come anti-italiani  (Tomasin; Aliberti)

Il fascismo, tuttavia, ne reinventa il significato politico, inserendola in una concezione della nazione che pretende di coincidere con il regime. L’avversario non è più soltanto qualcuno che sbaglia o che sostiene idee diverse: rischia di diventare un nemico della patria.

Un primo terreno sul quale osservare questa contrapposizione è la polemica del 1925 fra i due manifesti degli intellettuali. Il 21 aprile viene pubblicato quello fascista, redatto da Giovanni Gentile; il 1° maggio esce la risposta antifascista di Benedetto Croce. Non si tratta soltanto di una disputa fra intellettuali. Si confrontano due concezioni della cultura, della libertà e del rapporto fra politica e nazione. Il fascismo rivendica una particolare identificazione con la storia italiana; Croce contesta la pretesa di subordinare la cultura a un’ideologia e a un regime (Papa).

Non attribuiamo ai manifesti, senza un riscontro testuale preciso, l’uso letterale dell’epiteto «anti-italiani». Il loro significato storico è però essenziale per comprendere il clima nel quale il fascismo pretendeva di rappresentare la vera Italia e relegava gli avversari fuori dalla comunità nazionale. La distinzione fra opposizione politica e slealtà patriottica era funzionale a questa operazione.

La documentazione sull’antifascismo permette di seguire il meccanismo negli anni successivi. Paolo Alatri, nella sua antologia L’antifascismo italiano, raccoglie materiali che aiutano a ricostruire la persecuzione degli oppositori e il linguaggio impiegato per delegittimarli.  Furono soprattutto i militanti  di Giustizia e Libertà  a essere oggetto degli strali fascisti: li si accusava di  ostilità verso l’Italia, intrecciandola con pregiudizi antisemiti (Alatri). Neppure i cattolici furono risparmiati. Oltre alle polemiche, dopo il Concordato, con conseguenti passaggi dalle parole ai fatti,  tra fascisti e  movimenti giovanili cattolici, a pagarne il conto fu nel 1940 -1941,  Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI,  accusato da Roberto Farinacci, di  atteggiamento anti-italiano e di connivenza con gli inglesi (G. Adornato).

Il meccanismo è riconoscibile: il regime si appropria della patria e pretende di stabilire chi abbia titolo per rappresentarla. Il dissenso diventa slealtà, l’avversario politico un corpo estraneo. Non basta essere italiani: bisogna dimostrare di esserlo nel modo prescritto da chi detiene il potere. La reinvenzione fascista dell’anti-italianità consiste precisamente in questo: non nell’invenzione della parola, ma nella sua trasformazione in uno strumento di delegittimazione politica.

Veniamo al "Secolo d’Italia". Fondato nel 1952, il quotidiano divenne organo ufficiale del Movimento Sociale Italiano e successivamente di Alleanza Nazionale. La sua storia appartiene dunque alla genealogia della destra postfascista. Il titolo di oggi non dimostra, da solo, che Fratelli d’Italia sia un partito fascista. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il significato politico di un linguaggio che ripropone la contrapposizione fra italiani autentici e nemici interni. La continuità culturale non si dimostra con una singola parola; si indaga attraverso la persistenza di categorie, immagini e modi di concepire il rapporto fra potere e avversari.

Il problema, inoltre, non riguarda soltanto i "rossi", bersaglio tradizionale della destra radicale. Riguarda anche gli immigrati, gli islamici e chiunque possa essere presentato come estraneo all’identità nazionale. Si mettono insieme gruppi diversissimi, si suggerisce che costituiscano una minaccia e si lascia che la contrapposizione faccia il resto. Una fava, due piccioni: si delegittima l’avversario politico e, contemporaneamente, si alimenta il sospetto verso intere categorie sociali e religiose. Naturalmente, non tutti i manifestanti sono delinquenti, non tutti gli immigrati sono violenti e non tutti gli islamici sono estremisti. Sono distinzioni elementari, ma proprio per questo indispensabili quando la propaganda cerca di cancellarle.

 

Il passaggio decisivo è quello dalle parole alle leggi. In Italia esistevano già prima del Governo Meloni,  strumenti per perseguire aggressioni, danneggiamenti e violenze. Chi commette reati deve risponderne. Il problema nasce quando l’emergenza diventa un argomento permanente per restringere le libertà, moltiplicare divieti e indebolire le garanzie dello Stato di diritto. Non c’è bisogno di essere indulgenti verso i violenti per essere rigorosi verso il potere.

La sicurezza è un bene pubblico, ma lo sono anche la libertà personale, il diritto di manifestare, la libertà di espressione e le garanzie processuali. Una democrazia liberale deve essere abbastanza forte da perseguire chi commette reati e abbastanza sicura di sé da non aver bisogno di trasformare il dissenso in slealtà nazionale.

 

Qui torna utile Gaetano Mosca e la sua nozione di "formula politica": l’insieme di principi e credenze attraverso cui una classe dirigente giustifica il proprio potere. La formula politica di una democrazia liberale non può consistere nella pretesa che la maggioranza coincida con la nazione e che chi la contesta ne sia, per ciò stesso, nemico. La maggioranza governa, ma non possiede il Paese. Vince le elezioni, ma non diventa proprietaria dei diritti altrui.

Chi aggredisce un poliziotto risponde della propria condotta; chi manifesta contro il governo esercita un diritto. Confondere le due cose significa minare le fondamenta della convivenza liberale.

Ecco perché il titolo del “Secolo d’Italia” merita attenzione. Non è una prova conclusiva del fascismo di Fratelli d’Italia, ma un indizio culturale da interpretare alla luce della storia della destra italiana. 

 

Quando riaffiora un linguaggio che contrappone gli italiani autentici agli anti-italiani, dobbiamo domandarci quale idea di cittadinanza e di Stato esso contribuisca a legittimare.  Nessuna. Perché gli oppositori sono trattati come sudditi.

Il punto non è stabilire chi sia abbastanza italiano da meritare i propri diritti. È impedire che qualcuno possa arrogarsi il potere di deciderlo. La patria non è proprietà di un partito, la maggioranza non è la nazione e l’avversario politico non è un nemico dell’Italia. È da queste distinzioni, tutt’altro che accademiche, che comincia la difesa dello Stato di diritto.

Carlo Gambescia

 

Riferimenti essenziali

Lorenzo Tomasin, Italiano. Storia di una parola, Carocci, Roma, 2011.

Giovanni Alberti,  Carattere nazionale e identità italiana, Nuova Cultura, Roma 2008.

  1. R. Papa, Storia di due manifesti. Il fascismo e la cultura italiana, Feltrinelli, Milano, 1958.

Paolo Alatri (a cura di), L’antifascismo italiano, 2 voll., Editori Riuniti, Roma 1973.

Gisella Adornaro, L’antifascismo del giovane Montini, “Avvenire”, 23/10/2023. Consultabile qui:  https://www.avvenire.it/chiesa/chiesa-italiana/lantifascismo-del-giovane-montini-che-vide-subito-i-pericoli-del-regime_6911 .

Gaetano Mosca, Elementi di scienza politica, in Id., Scritti politici, a cura di G. Sola,  Utet, Torino 1982, vol. II, pp. 633-635, 732.  Concetto sviluppato anche nella precedente  Teorica dei governi e governi parlamentare, in Scritti politici, cit., vol. I, pp. 226-230.

Quanto al “Secolo d’Italia” riviamo all’archivio digitale (dal quale provengono le copertine pubblicate), ad voces (anti-italiano, anti-italiani):  https://shop.secoloditalia.it/categoria/giornale-storico/ . Se ne scoprono di belle…

venerdì 23 ottobre 2026

Gorgia Meloni si fa le extension? La domanda è frivola. Il potere, un po’ meno...

 



Cominciamo con una domanda da parrucchiere. Giorgia Meloni si fa le extension? Guardando le fotografie pubblicate oggi, 23 ottobre, dal Secolo d’Italia, il dubbio viene. La chioma della premier appare più lunga e folta. Sarà merito della piega, della crescita naturale o di qualche artificio del mestiere? Non lo sappiamo. E non abbiamo intenzione di convocare una commissione parlamentare d’inchiesta tricologica. Per il momento, almeno.

La domanda, tuttavia, non è del tutto insensata. Non per i capelli, naturalmente, ma per quello che la cura dell’immagine può raccontarci del rapporto fra individuo e potere. Una cosa è curare il proprio aspetto, diritto elementare di chiunque; un’altra è fare della propria persona il centro permanente della rappresentazione politica. Soprattutto quando si ama presentarsi come una donna interamente assorbita dalla missione di servire l’Italia. Qui la curiosità del parrucchiere lascia il posto a quella del sociologo e del metapolitico.

Prendiamo Angela Merkel. Per anni l’ex cancelliera tedesca ha mantenuto uno stile riconoscibile, senza trasformare il guardaroba nel protagonista della scena. Anche Ursula von der Leyen ha costruito una propria immagine, relativamente stabile. Non proponiamo modelli da santificare. Lungi da noi l’idea fascio comunista (semplifichiamo) di istituire un ministero della sobrietà, magari con un censore ufficiale dei consumi: una specie di protezione civile del trucco e parrucco. Ci interessa altro: la capacità di non fare della propria persona il centro permanente della rappresentazione politica.

La sobrietà non consiste nel vestirsi di grigio o nel presentarsi con l’aria di chi ha appena perso una discussione con lo specchio. Consiste nel non aver bisogno di occupare ogni centimetro della scena per ricordare agli altri che esistiamo. Naturalmente anche la discrezione può diventare una strategia d’immagine. In politica persino la modestia si vende bene, purché sia confezionata con cura. Ma c’è una differenza fra servirsi della propria immagine e diventare servi della propria immagine.

La politica contemporanea, del resto, non aiuta. Il leader deve governare, comunicare, apparire, replicare, occupare lo schermo e alimentare il racconto della propria persona. Non basta prendere decisioni: bisogna mostrare continuamente di prenderle. Non basta stare al governo: bisogna apparire come se si fosse sempre in campagna elettorale. Il protagonista rischia così di dimenticare che il pubblico non è stato convocato per ammirarlo, ma per giudicarlo. E l’applauso, spiace dirlo, non è un certificato di buona amministrazione. Come una bella fotografia non è una politica pubblica.

Non è una questione di vanità femminile. Gli uomini politici sanno essere altrettanto vanitosi, narcisisti e ossessionati dalla propria immagine. Talvolta riescono persino a trasformare una cravatta in una dichiarazione di guerra. Il problema è il rapporto con la propria rappresentazione: quando la cura dell’immagine diventa una necessità permanente, possiamo domandarci se non risponda anche a un bisogno di conferma, alla difficoltà di tollerare il confronto o alla necessità di dimostrare continuamente la propria superiorità.

Qui entra in gioco Alfred Adler, con le sue riflessioni sul sentimento d’inferiorità e sui tentativi di compensazione. La vulgata ha poi consegnato alla storia il cosiddetto complesso di Napoleone, simbolo di chi cercherebbe nella grandezza una rivincita sulle proprie presunte insufficienze. Peccato che la statura dell’imperatore sia stata a lungo deformata dalla propaganda britannica e dalle differenze fra i sistemi di misura. Anche la leggenda, insomma, ha bisogno di qualche centimetro supplementare.

 

Non sosteniamo che ogni ambizione sia una compensazione, né che ogni persona insicura sia destinata a diventare un tiranno domestico. Sarebbe una spiegazione da psicologia spicciola. Possiamo però osservare un tipo umano tutt’altro che raro: quello per cui la competizione non è più un mezzo, ma un fine. Non basta vincere: occorre che gli altri perdano. Non basta comandare: occorre che tutti sappiano chi comanda. Non basta avere ragione: occorre che nessuno osi sostenere il contrario. Insomma, bisogna avere sempre un nemico. Senza nemici, che gusto c’è a sentirsi superiori?


Il punto non è la statura del corpo, ma quella dell’ambizione. La compensazione non ha bisogno di tacchi, spalline imbottite o extension. Può servirsi del prestigio, della ricchezza, del controllo, della fedeltà pretesa e dell’umiliazione dell’avversario. E soprattutto di quella sicurezza che deve essere confermata ogni giorno, perché non riesce a reggersi da sola.

Ecco perché certi capi frequentano volentieri persone che non siano in grado di contraddirli. Non servono necessariamente degli stupidi: bastano subordinati prudenti, dipendenti o intimiditi, capaci di capire quando tacere, quando applaudire e quando ridere alla battuta del capo. Il vantaggio è evidente: nessuna sorpresa. Lo svantaggio è che non si impara nulla. Chi ha bisogno di sentirsi superiore preferisce spesso un consenso mediocre a un dissenso intelligente. Il primo gratifica, il secondo costringe a pensare. E pensare, in certe corti, è già una forma di insubordinazione. Il Cavaliere docet.

Così tutti invocano il merito, purché il meritevole non sia troppo indipendente; tutti proclamano la lealtà, purché non venga confusa con la franchezza; tutti vogliono collaboratori capaci, purché non siano tanto capaci da mettere in discussione il capo. È la sindrome del sovrano circondato da cortigiani, aggiornata alle esigenze della comunicazione contemporanea. Cambiano i costumi, non le abitudini. E il re, naturalmente, è sempre nudo. Solo che oggi dispone di un ufficio stampa.

 

Non possiamo attribuire a Giorgia Meloni un complesso d’inferiorità sulla base di una fotografia o di un’acconciatura. Non disponiamo degli elementi per formulare una diagnosi, e non è questo il mestiere della sociologia, tanto meno della metapolitica. Possiamo però osservare il gusto della competizione, la tendenza a trasformare il confronto in una prova di forza e il modo in cui viene rappresentata l’autorità. Quanto spazio resta, in questa concezione, per il rispetto di chi dissente?

Il rispetto degli altri è meno spettacolare della conquista del consenso. Richiede di accettare che gli altri non siano una nostra appendice, che possano avere ragione e che non siano obbligati a riconoscerci superiori. Chi concepisce la politica come una competizione senza fine rischia invece di scambiare il consenso per ammirazione, il dissenso per slealtà e il compromesso per debolezza. Si pensi a Trump, animato da una volontà di potenza che non sembra dipendere da una statura fisica particolarmente modesta. Il problema, evidentemente, non si misura in centimetri. Si proclama di lavorare per tutti, ma si finisce per chiedere a tutti di riconoscere la centralità di uno solo.

Torniamo allora ai capelli. Il parrucchiere della premier ha parlato di schiariture, onde più strutturate e crescita dei capelli. Non sappiamo se Meloni ricorra alle extension, e sarebbe scorretto trasformare un sospetto fotografico in una certezza. Resta però una domanda meno frivola: quanto conta la costruzione dell’immagine nella vita di chi governa?

 

Un presidente del Consiglio ha responsabilità gravose, appuntamenti istituzionali, viaggi, dossier da studiare e decisioni da prendere. Non chiediamo certo che si presenti in pubblico come se avesse trascorso la notte in un archivio ministeriale. Non siamo moralisti da sagrestia, né sostenitori di una nuova austerità tricologica. Curare il proprio aspetto non significa trascurare il lavoro. Ma quando una leader ama rappresentarsi come una persona che vive soltanto per l’Italia, possiamo interrogarci sul rapporto fra il lavoro per il Paese e la continua rappresentazione di sé come persona che lavora per il Paese.

Sono due cose differenti. La prima riguarda ciò che si fa; la seconda, ciò che si vuole che gli altri vedano. E la politica dello spettacolo prospera proprio quando la seconda finisce per sostituire la prima.

Alla fine, dunque, la domanda iniziale rimane senza risposta. Giorgia Meloni si fa le extension? Non lo sappiamo. Ma siamo partiti dai capelli per arrivare al potere: non alla presunta vanità di una donna, bensì al bisogno di rappresentarsi continuamente; non alla lunghezza di una chioma, ma alla difficoltà di accettare i propri limiti; non a un’acconciatura, ma a un modo di concepire l’autorità come competizione permanente.

 

Governare un Paese non significa dimostrare ogni giorno di essere più forti, più determinati e più indispensabili degli altri. Significa assumersi responsabilità, accettare controlli e riconoscere il dissenso. Nessuno governa per diritto di superiorità personale. Il potere democratico, a differenza di quello dei cortigiani, dovrebbe saper vivere senza specchi deformanti.

E se proprio vogliamo concludere con una domanda da parrucchiere, eccola: quanto tempo dedica Giorgia Meloni a costruire l’immagine della propria importanza e quanto a fare qualcosa che renda davvero importante la sua azione di governo?

Perché lo specchio può anche restituirci l’immagine di una statista. Ma non basta atteggiarsi a statista per entrare nella storia. A volte, si finisce soltanto nella cronaca. Nera.

Carlo Gambescia

giovedì 22 ottobre 2026

Sciopero dei camionisti. Crispi, Bava Beccaris, Mussolini, Meloni: e oggi dov’è un Giolitti?

 


Non sappiamo ancora come finirà la vertenza dei camionisti, ma una cosa è già chiara: il governo Meloni sembra intenzionato a rispondere con il pugno di ferro. Le persone identificate sarebbero oltre 1.300; alcune sono state denunciate, altre sanzionate. Si parla inoltre di scortare i camionisti che vogliono continuare a lavorare o riprendere il lavoro. Il governo sostiene di voler garantire la circolazione delle merci e impedire che i blocchi paralizzino il Paese. Obiettivo legittimo, naturalmente. Ma è proprio qui che comincia il problema.

Nessuno può pretendere che il diritto di sciopero si trasformi nel diritto di impedire agli altri di lavorare. Né si può chiedere a chi deve rifornire un supermercato, trasportare medicinali o consegnare merci di rinunciare alla propria libertà per solidarietà con una vertenza sindacale. Lo Stato ha il dovere di tutelare la libertà di circolazione e di intervenire contro le violenze e le intimidazioni. Ma una cosa è far rispettare la legge, un’altra è trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da risolvere con una dimostrazione di forza. È questa distinzione che ci interessa.

 

Nel frattempo, una parte della sinistra sembra concentrarsi soprattutto sugli scaffali vuoti, sui rifornimenti che non arrivano, sui disagi che si producono nel Mezzogiorno. Disagi reali, almeno in alcune località e per determinati prodotti, soprattutto alimentari. Sarebbe sciocco negarli. Ma è altrettanto sciocco fermarsi alla fotografia del supermercato, come se bastasse mostrare un banco della frutta semivuoto per aver esaurito la questione. Il problema è più grande: riguarda il rapporto fra autorità pubblica e libertà di protesta, fra la tutela dell’ordine e la tentazione di eliminare tutto ciò che disturba il normale funzionamento dell’economia.

E qui, come spesso accade quando la politica italiana perde la memoria, conviene riaprire qualche vecchio libro di storia.

 

Nell’Italia postunitaria, soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento, il conflitto sociale fu spesso affrontato come una questione di ordine pubblico. I lavoratori che scioperavano non erano soltanto interlocutori con cui trattare: diventavano un ostacolo da rimuovere, talvolta con l’impiego dell’esercito. La repressione dei Fasci siciliani sotto Crispi, nel 1893-94, e la strage di Milano del maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris fece ricorso all’artiglieria contro la folla, appartengono ai capitoli più cupi di quella storia. Episodi diversi, governi diversi, ma una medesima inclinazione: considerare la protesta sociale soprattutto come una minaccia alla tranquillità pubblica.

C’è poi un episodio meno noto, ma particolarmente istruttivo. Nel 1884, durante le agitazioni agrarie della "boje" (*),  come  nel Polesine, governava Depretis. Anche la sua politica non era immune da pratiche repressive, sebbene il contesto fosse diverso da quello della successiva stagione crispina. In quell’occasione, i militari furono impiegati per sostituire i mietitori in sciopero. Non era un caso isolato. Nell’agosto 1900, a Molinella, nel Bolognese, i soldati vennero mandati a mietere il riso mentre i lavoratori rivendicavano il rispetto degli accordi salariali. Nel maggio 1901, durante una nuova vertenza nella stessa zona, centinaia di militari furono nuovamente impiegati nei lavori agricoli.

La logica era semplice: se i lavoratori si astenevano dal lavoro, lo Stato provvedeva a farlo eseguire da altri. Il raccolto doveva essere salvato, gli agrari non dovevano subire le conseguenze economiche dello sciopero, la produzione doveva continuare. Tutto il resto passava in secondo piano.

Ma nel 1900 intervenne Luigi Einaudi, con un articolo pubblicato sulla Stampa il 28 agosto, intitolato Il ritiro dei soldati da Molinella. Einaudi contestava proprio l’impiego dell’esercito a vantaggio dei proprietari. Lo Stato, sosteneva, non doveva trasformare la forza pubblica in uno strumento di una classe sociale contro un’altra. Una cosa era impedire che gli scioperanti costringessero altri a non lavorare; un’altra era sostituire gli scioperanti, consentendo ai proprietari di sottrarsi alle conseguenze economiche della vertenza.

Einaudi  (nella foto sotto a sinistra) scriveva sotto il governo Saracco, succeduto a quello del generale Pelloux e precedente al governo Zanardelli, nel quale Giolitti avrebbe assunto il ministero dell’Interno nel maggio 1901. La distinzione è importante. La riflessione di Einaudi precedeva l’avvio della politica giolittiana di neutralità nei conflitti fra capitale e lavoro e ne anticipava alcuni principi fondamentali.

Quanto a Giolitti, che fu presidente del Consiglio dal 1903 al 1905, dal 1906 al 1909 e dal 1911 al marzo 1914, si può dire che non fu un liberale senza contraddizioni. La sua politica non impedì che si verificassero interventi repressivi. Tuttavia, se si leggono le sue Memorie, si comprende che per Giolitti l’ordine pubblico non poteva coincidere con la tranquillità degli agrari o degli industriali. Il conflitto sociale faceva parte della società moderna. Lo Stato non doveva sopprimerlo per principio, bensì impedire che degenerasse in violenza, lasciando che le parti si confrontassero. Era una scelta politica liberale, non una concessione sentimentale al socialismo.

 

Con il fascismo, la direzione fu opposta. Le squadre fasciste si presentarono anche come forze capaci di ristabilire la normalità durante gli scioperi, sostituendosi ai lavoratori e assicurando la continuità di servizi e attività produttive. Si vantavano di far funzionare i trasporti, di spazzare le strade, di rimettere in moto ciò che le agitazioni operaie avevano fermato, di distruggere il potere socialista nelle campagne. Come mostra la classica ricostruzione di Angelo Tasca sul fascismo delle origini, la propaganda era trasparente: mentre i lavoratori scioperavano, i fascisti lavoravano, oppure costringevano, pistola alla mano, ferrovieri e braccianti a far circolare i treni e a mietere il grano. Ferrovieri e lavoratori agricoli avrebbero rappresentato il disordine; i fascisti, i difensori dell’efficienza e della disciplina.

Era una rappresentazione funzionale alla strategia squadrista: screditare le organizzazioni operaie, spezzarne la capacità di mobilitazione e presentare la violenza contro di esse come una necessaria opera di restaurazione dell’ordine. Poi arrivò la soppressione della libertà sindacale. Con la legge del 3 aprile 1926 e i successivi provvedimenti dell’ordinamento corporativo, il regime impose un sistema sindacale controllato dallo Stato fascista e rese penalmente perseguibili sciopero e serrata.

 

La sequenza merita di essere ricordata: prima si delegittima il conflitto, poi lo si presenta come un danno arrecato alla collettività, infine si elimina la libertà che permette di esprimerlo. Naturalmente, nessuno sostiene che l’Italia di oggi sia quella di Mussolini. Ma la storia serve proprio a riconoscere le tentazioni ricorrenti, non a dichiarare identici regimi profondamente diversi.

Ed eccoci a Meloni. Fratelli d’Italia ha radici nella tradizione missina e postfascista: è un dato storico, non un’accusa da agitare come un talismano. Non basta, naturalmente, la genealogia di un partito a dimostrare che ogni sua decisione riproduca il passato. Occorre guardare alle politiche concrete, alle misure adottate, al modo in cui vengono giustificate. Ma quando la risposta a un conflitto sociale diventa soprattutto una prova di forza, quando il problema viene raccontato come una questione di sicurezza prima ancora che come una vertenza economica, qualche domanda è inevitabile.

 


Il governo ha il diritto, anzi il dovere, di impedire blocchi illegali, violenze e intimidazioni. Ma deve farlo sulla base di condotte accertate, con misure proporzionate e nel rispetto delle garanzie. Scortare un camionista che vuole lavorare non è di per sé una violazione della libertà di sciopero. Può essere una misura legittima per garantire la libertà di circolazione. Il problema nasce se l’intervento viene accompagnato da una concezione generale secondo cui chi protesta è, in quanto tale, un nemico della collettività.

Perché oggi si tratta di camionisti. Domani potrebbe trattarsi di ferrovieri, dipendenti pubblici, lavoratori industriali o altre categorie, magari dei servizi, che decidano di fermarsi per difendere le proprie condizioni economiche. Una volta accettato il principio che la protesta è legittima soltanto finché non disturba il normale funzionamento delle attività produttive, dove si stabilisce il limite? E chi lo stabilisce?

Si faccia attenzione: la libertà di sciopero non garantisce che uno sciopero riesca, né che le sue rivendicazioni siano giuste. Garantisce che i lavoratori possano organizzarsi e astenersi dal lavoro senza che lo Stato intervenga sistematicamente per neutralizzare gli effetti della loro scelta. La libertà di lavorare, a sua volta, non autorizza nessuno a costringere altri a lavorare. Il compito dello Stato liberale è tutelare entrambe, non sacrificare l’una sull’altare dell’altra.

Ecco perché sarebbe utile, anche a sinistra, andare oltre la denuncia dei disagi nei supermercati. Se i rifornimenti mancano, bisogna accertare dove, in quale misura e per quali ragioni. Se ci sono infiltrazioni criminali, si indaghi e si proceda sulla base delle prove. Ma non si può gettare un sospetto generalizzato sui camionisti, soprattutto su quelli del Sud, evocando possibili connivenze mafiose come se bastasse un’insinuazione per delegittimare un’intera categoria. Le responsabilità sono individuali: un principio che vale per i manifestanti come per chi li accusa.

 


E allora la domanda del titolo non è una provocazione fine a se stessa. Crispi (a sinistra nella foto, a destra Giolitti), Bava Beccaris, Mussolini, Meloni: e oggi dov’è un Giolitti? 

Non cerchiamo un uomo provvidenziale, né intendiamo equiparare la repressione di fine Ottocento, la dittatura fascista e l’azione di un governo democraticamente eletto. Cerchiamo una politica liberale capace di distinguere fra l’ordine pubblico e gli interessi di chi pretende che nulla disturbi il normale funzionamento delle cose.  Perché uno Stato liberale non deve impedire il conflitto sociale: deve impedire che diventi violenza, senza trasformare la protesta in una colpa.

Carlo Gambescia

(*)  "Bolle": la protesta sta per traboccare, come una pentola piena d'acqua sul fuoco del camino.

 

Volumi consultati

L. Einaudi, Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I (1893-1902), Einaudi, Torino, 1960, pp. 216-218. Si può consultare qui: https://www.luigieinaudi.it/doc/il-ritiro-dei-soldati-da-molinella/

G. Giolitti, Memorie della mia vita, Garzanti, Milano, 1992, pp. 119-123.  Si può consultare qui: https://archive.org/details/memoriedellamiav01giol/page/n5/mode/2up  (edizione 1922)

V. Tomasin (a cura di), La boje in Polesine. Documenti 1884-’85, Amministrazione provinciale di Rovigo, Rovigo, 1985.

L. Preti,  Le lotte agrarie nella Valle Padana, Einaudi, Torino, 1955.

M. Cuzzi, L’esercito e l’ordine pubblico: il caso di Milano (1898) , in R. H. Rainero e P. Alberini (a cura di), Le forze armate e la nazione italiana (1861-1914), Stabilimento grafico militare, Roma, 2003, pp. 141-165. Si può consultare qui: https://musei.difesa.it/allegati/Atti%202002%20-%20le%20forze%20armate%20e%20la%20nazione%20italiana%201861-1914/files/downloads/Atti%202002%20-%20le%20forze%20armate%20e%20la%20nazione%20italiana%201861-1914.pdf. 

A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922,  Editori Laterza, Bari 1974, 2 voll.

mercoledì 21 ottobre 2026

Sicurezza, il campanello d’allarme suona sempre più forte

 


Se al Quirinale ci fosse stato Ignazio La Russa, anziché Sergio Mattarella, probabilmente oggi parleremmo di un decreto sicurezza ancora più duro. E magari dei poteri speciali ai militari, compresi quelli di polizia giudiziaria, che qualcuno aveva pensato di attribuire loro prima che il Quirinale sollevasse obiezioni. Naturalmente non possiamo sapere come si sarebbe comportato La Russa. Ma possiamo osservare che, con Mattarella al Colle, almeno quel progetto è stato accantonato. E chiederci che cosa potrebbe accadere se, dopo le prossime elezioni, anche il Quirinale finisse nelle manone artigliate della destra. Il fascismo eterno, per riprendere una formula di Umberto Eco, non è necessariamente dietro l’angolo; ma, per prudenza, sarebbe meglio non apparecchiare la tavola.

Il nuovo decreto sicurezza, approvato dal governo il 20 ottobre, nasce dopo le violenze e i saccheggi di Milano. Prevede, fra l’altro, un nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, con pene fino a cinque anni di reclusione e multe fino a 20.000 euro; l’inasprimento delle conseguenze per determinate condotte violente; l’estensione dell’arresto in flagranza differita (cioè quando la polizia arriva tardi, ma il diritto penale recupera con calma, davanti alla moviola); nuove misure preventive nei confronti dei minori, sanzioni a carico dei genitori e l’invio di altri cinquecento militari a Milano. Il pacchetto interviene anche sulla responsabilità penale dei minori che hanno compiuto quattordici anni, introducendo una presunzione della loro capacità di intendere e di volere.

Per capirsi: gli under 14 non sono penalmente imputabili, ma i genitori possono essere sanzionati; dai 14 anni la capacità di intendere e di volere si presume, salvo prova contraria; dai 16 può scattare anche il fermo preventivo.

Sono misure diverse, da valutare una per una. Ma il loro significato politico è abbastanza chiaro: allargare il perimetro della repressione e della prevenzione, presentando la stretta come una risposta obbligata all’emergenza (*).

Il problema è che l’Italia non era il Far West. Il codice penale puniva già le lesioni personali, la violenza privata, la resistenza a pubblico ufficiale, il danneggiamento e, nei casi più gravi, la devastazione e il saccheggio. Il codice di procedura penale disciplinava già arresti, misure cautelari e strumenti investigativi. E il codice civile, all’articolo 2043, stabiliva che chi cagiona ad altri un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo. L’articolo 2048 prevedeva inoltre, a determinate condizioni, la responsabilità dei genitori per i danni causati dai figli minori conviventi, salvo la prova di non aver potuto impedire il fatto. Insomma, non occorreva inventare oggi il principio secondo cui chi rompe paga, anche se poi, naturalmente, bisogna individuare il responsabile e ottenere davvero il risarcimento.

Che cosa cambia, allora? Alcune nuove fattispecie, aggravamenti di pena e misure preventive possono ampliare gli strumenti disponibili. Ma è proprio qui che il governo dovrebbe fornire una dimostrazione, non uno slogan: quali vuoti normativi esistevano? Perché le norme già in vigore non erano sufficienti? Quali risultati concreti produrranno le nuove disposizioni? Dal decreto anti-rave del 2022 al decreto Caivano del 2023, dal decreto sicurezza del 2025 a quello del febbraio 2026, il governo ha già inanellato una serie di strette penali e preventive. Ora ne aggiunge un’altra. Possibile che, a ogni problema di ordine pubblico, la risposta sia sempre la stessa: un nuovo reato, una pena più severa, un potere in più? La sicurezza non si misura a colpi di decreti. E il decreto sicurezza rischia di diventare una serie televisiva: cambia la puntata, ma la libertà continua a fare la parte della vittima.

C’è poi, come detto,  la questione dei minorenni. Qui la generalizzazione è particolarmente odiosa. Una minoranza di giovani ha devastato, rubato e aggredito; moltissimi altri sono rimasti a casa, hanno studiato, lavorato o trascorso la serata con gli amici. Non si può trasformare un’intera generazione in una categoria sospetta perché alcuni suoi membri hanno commesso reati.



La responsabilità è individuale: un principio giuridico, certo, ma anche un principio liberale. Le persone non sono colpevoli per appartenenza anagrafica, sociale o culturale. Sono responsabili delle proprie azioni. Per chi non avesse ancora capito: Si passa così, per i quattordicenni, dalla non imputabilità assoluta  a una presunzione di capacità di intendere e di volere: una soglia anagrafica non è, di per sé, una prova di maturità.

La politica della destra, invece, prospera sulla confusione tra il colpevole e il sospetto, tra la violenza effettiva e quella percepita, tra il diritto di manifestare e l’aggressione. Attenzione: la violenza esiste e non va minimizzata. Ma una cosa è perseguire chi aggredisce un agente o saccheggia un negozio; un’altra è utilizzare episodi gravissimi per far credere che siamo costantemente sull’orlo del caos e che soltanto un potere sempre più forte possa salvarci.



William Sheridan Allen, nel suo celebre studio Come si diventa nazisti, ricostruisce anche il disgusto che una parte della popolazione tedesca nutriva per le interminabili lotte fra i partiti parlamentari e il desiderio di una guida energica, capace di decidere senza esitazioni. Non è il caso di sovrapporre la Germania di Weimar all’Italia di oggi: le analogie storiche, se usate senza misura, diventano caricature. Ma la lezione resta attuale. Quando il pluralismo viene scambiato per impotenza e il conflitto democratico per disordine, l’uomo forte può apparire come la soluzione. È così che le libertà rischiano di essere considerate un lusso, anziché una garanzia per tutti.

E la sinistra? Spesso si esercita in raffinate analisi sociologiche sulle cause del disagio giovanile, della marginalità e della violenza. Tutte cose utili, naturalmente. Ma intanto rischia di perdere di vista il punto politico essenziale: mentre spiega la società, trascura lo smantellamento delle garanzie dello Stato di diritto. Le cause sociali possono spiegare un comportamento, ma non cancellano le responsabilità individuali. E soprattutto non ci esentano dal giudicare i limiti del potere. Se la destra invoca l’ordine, la sinistra non può limitarsi a spiegare il disordine: deve anche difendere la libertà.             

È così che si logora lo Stato di diritto: non necessariamente con un colpo di Stato, ma anche con una successione di provvedimenti che, presi uno per uno, vengono presentati come ragionevoli e indispensabili. Il problema emerge quando li consideriamo nel loro insieme: più poteri preventivi, più reati, più pene, più sospetti. E meno fiducia nella capacità delle istituzioni ordinarie di garantire la sicurezza senza sacrificare le libertà.

La democrazia liberale non consiste nel lasciare impuniti i violenti. Consiste nel punirli rispettando le regole, distinguendo le responsabilità e impedendo che l’emergenza diventi una condizione permanente. Uno Stato forte non è quello che può fare tutto, ma quello che sa anche fermarsi.

Ecco perché il decreto è pure un campanello d’allarme elettorale. Se la destra dovesse vincere ancora, e se un giorno al Quirinale, come dicevamo,  ci fosse un presidente più vicino alle sue posizioni, quali limiti resterebbero a questa deriva securitaria? Non è una previsione, ma una domanda legittima. E proprio per questo non va liquidata con una risata.

La sicurezza è un bene pubblico. La libertà, però, non è una concessione del governo. È il limite che ogni governo deve rispettare. 

Quando si comincia a dimenticarlo, non sono soltanto i manifestanti a rischiare: siamo tutti noi.

Carlo Gambescia


(*) Qui per una sintesi delle misure: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/10/20/via-libera-al-decreto-sicurezza-nasce-il-reato-di-partecipazione-violenta-a-una-manifestazione._b5702cd2-a73e-4734-8495-07184704c255.html  . Qui il lo schema di decreto-legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”, approvato dal Consiglio dei Ministri:  https://ageei.eu/dl-sicurezza-ok-dal-cdm-ecco-il-testo/ .

(**) W. S. Allen, Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935, introduzione di L. Gallino, Einaudi, Torino, 1994, p. 77.