Talmente rassicurante che viene quasi da chiedersi perché mai, nella storia dell’umanità, gli Stati abbiano continuato a dotarsi di eserciti.
“Avvenire” titola oggi in prima pagina: A mano disarmata. Il riferimento è alla proposta di legge di iniziativa popolare per una “Difesa civile, non armata e nonviolenta”, promossa dalla Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile (CNESC), dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e da Sbilanciamoci!, nell’ambito della campagna “Un’altra difesa è possibile”. La proposta ha superato le 50.000 firme necessarie per essere presentata al Parlamento. La raccolta proseguirà fino al 18 settembre. (*)
La proposta prevede l’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio, di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, nel quale dovrebbero operare i Corpi civili di pace e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Sono inoltre previsti un Consiglio nazionale per la difesa civile, un Fondo nazionale e la possibilità per i contribuenti di destinare a quest’ultimo il sei per mille dell’IRPEF. Il Dipartimento dovrebbe occuparsi, tra l’altro, di prevenzione dei conflitti, mediazione, formazione della popolazione, protezione civile e rafforzamento delle istituzioni democratiche. (**)
Non c’è nulla di male, naturalmente, nel voler rafforzare la protezione civile, la resilienza delle istituzioni, la mediazione internazionale o la capacità di una società di reagire pacificamente alle crisi. Sono obiettivi persino ovvi. Poi nell’Italia dell’articolo 11 della Costituzione…
Il problema nasce quando tutto questo viene chiamato difesa.
Perché la parola difesa, piaccia o meno, presuppone l’esistenza di qualcuno dal quale difendersi. Per fare una battuta: dell’Uomo Nero. E quel qualcuno potrebbe non essere affatto disposto a farsi convincere dalla nostra buona volontà.
La proposta è accurata nel precisare che la difesa civile non armata e nonviolenta sarebbe “complementare alle forme di difesa militare”. Idea apprezzabile, perché ci si propone, almeno formalmente, non abolire l’esercito e sostituirlo con i buoni sentimenti.
Ma proprio qui comincia la questione interessante: complementare a che cosa, esattamente?
Una società può certamente prepararsi alla guerra senza pensare soltanto alla guerra. Può organizzare la protezione della popolazione, assicurare la continuità delle istituzioni, contrastare la propaganda, mettere in sicurezza le infrastrutture, preparare forme di resistenza civile. Tutto questo ha un senso.
Ma non confondiamo la resilienza civile con la deterrenza.
La prima serve a rendere una società più difficile – per l’invasore – da paralizzare. La seconda serve, prima ancora che inizi una guerra, a rendere sconveniente aggredirla.
E qui le cose cambiano. Un aggressore deve sapere che, entrando in un Paese, incontrerà non soltanto cittadini disposti a non collaborare, ma anche uno Stato capace di impedirgli materialmente di entrare. Altrimenti la deterrenza rischia di ridursi a un auspicio.
Possiamo certamente immaginare cittadini che scioperano, amministrazioni che non collaborano, reti civiche che resistono, popolazioni che si rifiutano di obbedire. La storia conosce esempi importanti di resistenza civile.
Ma la storia conosce anche il limite di queste esperienze: la resistenza non armata funziona molto meglio quando l’aggressore ha ancora qualcosa da perdere, quando esistono istituzioni, opinione pubblica, vincoli internazionali e una qualche convenienza a non oltrepassare determinati limiti.
Non tutti gli aggressori sono uguali. E soprattutto non tutte le guerre sono conflitti nei quali le parti condividono, sia pure minimamente, le stesse regole del gioco.
Pensiamo all’Ucraina. Possiamo discutere all’infinito sull’opportunità politica di una determinata strategia, sulla diplomazia, sugli aiuti occidentali, sui negoziati. Ma una cosa dovrebbe essere chiara: se l’Ucraina avesse opposto all’invasione soltanto la propria capacità di non collaborare, oggi probabilmente discuteremmo di un’altra Ucraina.
La nonviolenza può essere una straordinaria forma di resistenza. Ma la resistenza presuppone che qualcuno stia resistendo a qualcun altro. E quando dall’altra parte c’è un esercito, il problema è anche impedire che quell’esercito conquisti il territorio sul quale la resistenza dovrebbe esercitarsi.
E questo è il piccolo dettaglio che spesso scompare nelle grandi costruzioni pacifiste.
C’è poi un altro equivoco.
La pace non consiste semplicemente nell’assenza di armi. La pace consiste nell’esistenza di condizioni nelle quali l’uso della forza non convenga, non sia possibile o venga efficacemente impedito.
Uno Stato liberale non dovrebbe certamente idolatrare la forza. Ma nemmeno dovrebbe fingere che la forza non esista. Anzi, proprio una cultura liberale dovrebbe essere particolarmente prudente davanti a questo genere di utopie. Perché il compito dello Stato non è rendere buoni gli uomini. È impedire che i peggiori possano imporre la propria volontà ai migliori.
La politica nasce anche da questo dato poco poetico o elegante. Decida il lettore.
Come non prendere atto che l’uomo non è soltanto cooperazione, solidarietà, dialogo e mediazione? Ma che è anche conflitto, interesse, ambizione, paura, volontà di potenza? Negarlo non rende il mondo migliore. Lo rende soltanto più difficile da comprendere, anche sul piano (scivoloso) della difesa.
C’è infine una questione che la proposta di legge dovrebbe affrontare con maggiore realismo: chi decide quando la mediazione è fallita?
Chi stabilisce che l’aggressore non intende più trattare? Chi protegge una popolazione mentre i mediatori cercano di convincere l’aggressore? Chi difende una città quando l’altra parte ha deciso di bombardarla? Chi impedisce a un regime autoritario di deportare, incarcerare o uccidere i cittadini che rifiutano di collaborare? Esiste l’elemento decisionista.
Anche queste sono domande poco eleganti. Ma – ripetiamo – la politica seria comincia spesso dalle domande poco eleganti.
Sintetizzando: la proposta parla di prevenzione dei conflitti, mediazione, educazione alla pace, protezione della popolazione, cooperazione e rafforzamento delle istituzioni democratiche. Tutte cose rispettabili. Ma una politica della difesa deve prevedere anche il caso in cui tutto questo fallisca.
Perché il problema della politica non è prepararsi al mondo nel quale tutti si comportano bene. È prepararsi al mondo nel quale qualcuno decide di comportarsi male. La mano disarmata va bene. Purché l’altra non abbia un carro armato.
Non c’è dunque bisogno di deridere la difesa civile non armata. Sarebbe troppo facile e anche ingiusto.
Possiamo anzi immaginare una buona difesa civile accanto alla difesa militare: più protezione della popolazione, più preparazione alle emergenze, più resilienza istituzionale, più capacità di resistenza civile, più diplomazia e più strumenti per prevenire i conflitti.
La pace è un fine. La difesa è uno strumento. E gli strumenti, purtroppo, devono essere giudicati anche sulla base della loro efficacia.
“A mano disarmata”, certo. Ma non necessariamente a mani nude. Perché una società libera può anche scegliere di non amare le armi. Deve però fare i conti con chi le ama. E, soprattutto, con chi decide di usarle.
Carlo Gambescia
(* ) Qui per maggiori dettagli sulla notizia: https://www.movimentononviolento.it/campagne/traguardo-storico-per-la-pace-con-oltre-50-000-firme-la-legge-sulla-difesa-civile-nonviolenta-arrivera-in-parlamento.
(**) Qui la proposta di legge: https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/ .



























