C’ era un tempo in cui i governi cercavano di mostrarsi umani, persino quando adottavano politiche restrittive sull’immigrazione. Oggi accade qualcosa di diverso. L’espulsione diventa un motivo di vanto, la durezza un titolo di merito, la capacità di “fare i cattivi” una prova di serietà politica.
È uno dei tanti rovesciamenti valoriali del nostro tempo legati al successo di una destra fin troppo rigida con il “diverso”. Non si rivendica più la capacità di governare i flussi migratori coniugando legalità e umanità; si esibisce, al contrario, la fermezza dell’espulsione come un trofeo identitario. Si pensi al “Devi morire” dei cori calcistici. E quando i numeri non bastano, li si piega alla propaganda, trasformando una statistica parziale in un presunto certificato di successo.
È ciò che accade leggendo il titolo del “Secolo d’Italia”: “Rimpatri, non slogan”. Si dirà: il “Secolo”, chi lo legge… Se la cantano e se la suonano da soli. Certo, però, quel titolo ha un valore metodologico, a livello di post-verità, di cui la destra sa fare buon uso.
Secondo il quotidiano della destra, i dati Eurostat provano che il governo Meloni “fa rispettare le regole” e che l’Italia è addirittura «seconda in Europa» per i rimpatri.
Il lettore è indotto a credere a una cosa molto semplice: che l’Italia “cacci via” più immigrati irregolari degli altri Paesi europei e che ciò certifichi il successo della politica migratoria del governo. Peccato che i dati di Eurostat non dicano affatto questo (*).
La statistica citata dal “Secolo” riguarda infatti la percentuale di rimpatri forzati sul totale dei rimpatri effettuati: una quota che resta comunque relativamente bassa nel complesso europeo, come mostrano i dati Eurostat sul rapporto tra ordini di rimpatrio e rimpatri effettivamente eseguiti (**). Il famoso 76,9% significa soltanto che, tra le persone effettivamente rimpatriate dall’Italia verso Paesi extraeuropei, la maggioranza non è partita volontariamente (***).
La precisazione è importante. Un rimpatrio volontario avviene quando il migrante accetta di rientrare nel proprio Paese, spesso usufruendo di programmi di assistenza. Un segno di civiltà.
Un rimpatrio forzato, invece, avviene con un provvedimento coercitivo dello Stato, fino all’accompagnamento alla frontiera da parte delle forze di polizia. Un segno di inciviltà.
Tradotto in italiano: il dato non dice che l’Italia rimpatria più immigrati degli altri Paesi europei; dice soltanto che, tra quelli che riesce a rimpatriare, una quota maggiore viene accompagnata alla frontiera contro la propria volontà.
Scambiare le due cose significa confondere una percentuale con una classifica di efficienza. E, diciamolo pure, anche con una certa dose di cattiveria.
Non significa, dunque, che l’Italia rimpatri più migranti degli altri Paesi. Non significa che l’Italia abbia una politica migratoria più efficace. Non significa neppure che l’Italia esegua più espulsioni.
È una differenza enorme.
Sostenere che il dato certifichi il successo della politica del governo equivale a dire che un ospedale, avendo una percentuale più alta di interventi d’urgenza, sia automaticamente il migliore del Paese. La conclusione semplicemente non discende dai dati.
I numeri di Eurostat, letti per quello che sono, raccontano anzi una storia molto più complessa. In tutta l’Unione europea la distanza tra gli ordini di lasciare il territorio e i rimpatri effettivamente eseguiti resta enorme. È questo il vero problema politico: quanti provvedimenti vengono realmente eseguiti? Quanto sono efficaci i meccanismi di cooperazione con i Paesi di origine? Quanti rimpatri volontari vengono incentivati? Sono queste le domande serie, non la costruzione di una classifica propagandistica.
Anche il richiamo al fatto che l’Italia sia “seconda solo alla Danimarca” è piuttosto curioso. La Danimarca ha dimensioni, flussi migratori, sistemi amministrativi e condizioni sociali e politiche completamente diverse da quelle italiane. Estrarre un indicatore dal suo contesto e trasformarlo in un podio europeo è un classico esempio di fallacia pars pro toto: si seleziona il dato che conferma la tesi e si ignorano tutti gli altri.
Ma c’è qualcosa di ancora più interessante, e in fondo più inquietante, in questa vicenda. Una questione come dicevamo: di ci-vil-tà.
Un tempo la destra conservatrice rivendicava l’ordine e la sicurezza, ma avvertiva almeno il bisogno di giustificare moralmente le proprie scelte. Oggi sembra prevalere un’altra logica: la severità non va più spiegata, va esibita. Si è orgogliosi di apparire inflessibili. Si considera un merito politico il mostrarsi meno compassionevoli degli altri.
L’espulsione diventa un simbolo identitario, quasi una prova di virilità politica o, come dicevamo, un indice di cattiveria.
In realtà, una democrazia liberale dovrebbe diffidare di chi
trasforma la durezza in una virtù e la mancanza di empatia in una
bandiera. Ancora di più dovrebbe diffidare di chi, per alimentare quel
racconto, manipola il significato delle statistiche.
Ma la destra – questa destra – oltre a non aver fatto i conti con il fascismo non li ha fatti neppure con il liberalismo.
I numeri non mentono. Ma possono essere usati per raccontare una storia falsa.
E in questo caso, più che “Rimpatri, non slogan”, verrebbe da dire: “Slogan, non analisi dei dati”.
Carlo Gambescia
(*) Eurostat, Returns of irregular migrants – quarterly statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Returns_of_irregular_migrants_-_quarterly_statistics.
(**) Eurostat, Enforcement of immigration legislation statistics, disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Enforcement_of_immigration_legislation_statistics
(***) Eurostat, Migration enforcement statistics – news release (30 June 2026), disponibile qui: https://ec.europa.eu/eurostat/en/web/products-eurostat-news/w/ddn-20260630-1 .


































