Non occorre dire “ebrei” per evocare l’antisemitismo. A volte basta molto meno: un nome, una funzione, un racconto.
È quello che accade ogni volta che George Soros viene trasformato, da una parte della stampa, soprattutto di destra, in qualcosa di più di ciò che è: non un attore pubblico, ma il simbolo di un potere globale che agisce nell’ombra, orienta processi, connette movimenti, influenza governi. Non è una novità. È una struttura ideologico-retorica che viene da lontano.
Si può — e si deve — discutere Soros per le sue idee di sinistra. Ma la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali non è sua proprietà: sono valori universali, fondamento della civiltà liberale.
Se vengono meno questi valori rischia di venire giù tutto. Cosa può accadere, anzi accade? Per fare un esempio che si costruiscono campi di concentramento, ovviamente fuori d’Italia, perché il migrante non contamini la “razza”.
Soros in nome di questi nobili principi, che dovrebbero essere condivisi da tutti a prescindere, finanzia iniziative, sostiene reti, prende posizione. È un cittadino libero: criticarlo politicamente è legittimo, ma non serve evocare stereotipi o retoriche di lunga data che vanno a colpire i principi della società aperta.
Anche perché è il come – si critica – che conta. Quando il linguaggio scivola verso formule che lo descrivono come il nodo centrale di una rete globale, il motore nascosto di dinamiche politiche e sociali, il punto di convergenza di attivismi diversi, allora la critica cambia natura. Diventa velenosa retorica. E la rappresentazione, nella storia europea, non è mai neutra.
Perché quelle immagini hanno una genealogia precisa. Il grande finanziatore, il regista invisibile, il potere che non si vede ma agisce ovunque: non sono invenzioni contemporanee. Sono archetipi. E questi archetipi appartengono a una lunga tradizione dell’antisemitismo europeo, che ha costruito nei secoli la figura dell’ebreo come potere occulto, cosmopolita e destabilizzante. Quando tornano, non lo fanno mai per caso.
E qui veniano al “Secolo d’Italia”, alla sua edizione di oggi. “Il fiume di denaro rivolto a scardinare i nostri confini”, “una politica non dettata dall’interesse nazionale ma da uno speculatore globale”, “l’Italia non è in vendita e non sarà il terreno di gioco per gli esperimenti di ingegneria sociale dei globalisti”, “la sinistra getti la maschera: servono gli italiani o i portafogli dei miliardari”. Così scrive comdividendo le parole di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia alla Camera. La parola “ebreo” non compare.
Il giornale potrebbe obiettare di essere semplicemente patriottico, attento agli interessi nazionali e critico verso il potere globale, senza alcuna intenzione antisemita.
Ma ogni frase costruisce comunque l’immagine di un potere esterno, occulto e manipolatore, che minaccia la politica e la società. In altre parole: si può negare l’intento, ma non si può ignorare l’effetto, perché la musica è chiara anche senza nomi. Ripetiamo: ogni frase costruisce l’immagine di un potere esterno, occulto e manipolatore, che minaccia la politica e la società, evocando vecchi archetipi senza nominarli.
Si potrebbe parlare di un antisemitismo non detto, implicito, perché tacito. E proprio per questo più difficile da riconoscere – e in fondo facile da negare – ma non meno velenoso, e nevrotico. Ci si potrebbe quasi immaginare — nemmeno troppo metaforicamente — una platea di antisemiti che si riconoscono al volo, che si danno di gomito, soddisfatti: finalmente un linguaggio che consente di dire senza dire, di evocare senza nominare l’ebreo nell’ombra. Un linguaggio che colpisce il bersaglio senza esporsi.
È in questa zona ambigua – grigia – che si colloca una parte della comunicazione del “Secolo d’Italia”. Un giornale che non è una voce marginale, ma l’espressione di una cultura politica con una storia ben definita, oggi pienamente inserita nelle istituzioni, visto che è al governo dell’Italia. Ed è proprio questo il punto.
Non lo scandalo — che dura un giorno — ma la normalizzazione. Il fatto che un certo linguaggio passi, circoli, si depositi senza incontrare particolare resistenza. Che venga letto come una semplice opinione, quando invece porta con sé un bagaglio simbolico molto più pesante. Non è necessario che ci sia intenzione. Le parole funzionano anche senza.
Il problema, allora, non è difendere Soros. Non ne ha bisogno. Il problema è interrogarsi sul perché, ancora oggi, certe scorciatoie retoriche risultino così efficaci. Per quale ragione allora? Perché semplificano. Perché offrono bersagli riconoscibili. Perché trasformano la complessità in racconto. Offrono, al fin fine, un capro espiatorio: l’ebreo. Ma anche perché attingono a un repertorio antico, che non abbiamo mai davvero disinnescato.
E quando quel repertorio riemerge nel discorso pubblico — soprattutto in contesti che godono di legittimazione istituzionale — la questione non può essere liquidata come semplice polemica politica. È qualcosa di più serio.
Perché l’antisemitismo, oggi, raramente si presenta per quello che è. Preferisce alludere, suggerire, evocare. E proprio per questo passa.
Carlo Gambescia








































