martedì 23 giugno 2026

Gli italiani vogliono la Meloni…

 


Quando ogni mattina facciamo rassegna stampa, si ha spesso l’impressione che i giornali vadano in ordine sparso. Polemiche, retroscena, dichiarazioni, sondaggi: ciascuno sembra raccontare un Paese diverso. Eppure, osservando con un minimo di distacco l’insieme del panorama informativo, emerge una linea di fondo piuttosto chiara. Al di là delle fisiologiche differenze editoriali, sembra crescere una certa fiducia nei confronti di Giorgia Meloni.

La destra, naturalmente, la sostiene. Una parte della stampa di centro appare nel complesso favorevole all’azione del governo. La stampa di sinistra continua invece a criticarla con durezza. Ma il dato più interessante non riguarda i giornali. Riguarda gli italiani.

I sondaggi, ormai da molti mesi, confermano una sostanziale tenuta, se non  addirittura crescita, del consenso verso Fratelli d’Italia e mostrano come le preoccupazioni degli italiani siano soprattutto la sicurezza, l’immigrazione, il costo della vita, la pressione fiscale, il lavoro e la stabilità politica. Temi sui quali il governo, piaccia o no, ha costruito gran parte della propria comunicazione.
 

Al contrario, le grandi battaglie identitarie della sinistra sembrano mobilitare soprattutto un elettorato già convinto, senza riuscire ad allargare significativamente il proprio consenso.



L’antifascismo è un valore fondante, ma continuare a farne il principale terreno dello scontro politico significa probabilmente combattere la battaglia di ieri. Deve essere uno “dei” temi, non il tema. Così come continuare a presentare politiche fiscali espansive o un ambientalismo percepito come penalizzante per famiglie e imprese rischia di allontanare proprio quell’elettorato moderato che decide le elezioni.

È forse questa la ragione principale per cui Giorgia Meloni continua a crescere. Non perché abbia risolto tutti i problemi del Paese. Non li ha risolti. Ma perché riesce a dare l’impressione di parlare delle cose che gli italiani percepiscono – si badi percepiscono – come più importanti. È una differenza fondamentale.

Ieri sera abbiamo rivisto "Vogliamo i colonnelli". È una satira, certo. Ma verso la conclusione vi è una battuta che continua a colpire. Il ministro dell’Interno, del governo golpista osserva che una svolta autoritaria non ha bisogno di manifestarsi all’improvviso: può avanzare lentamente, quasi senza che i cittadini se ne accorgano, presentandosi come un progressivo rafforzamento della legge e dell’ordine.

Naturalmente il paragone non riguarda l’Italia di oggi, che per ora resta una democrazia pienamente pluralista. Ma quella battuta contiene un’intuizione più generale: le democrazie possono cambiare gradualmente, modificando gli equilibri tra libertà, sicurezza e potere senza che ogni singolo passaggio venga percepito come decisivo.



In questo quadro, Giorgia Meloni sta dimostrando una notevole abilità, ed è inutile negarlo. Chi la sottovaluta continua probabilmente a non capire perché vinca.

La leader di Fratelli d’Italia possiede una qualità politica che molti suoi avversari sembrano aver smarrito: sa leggere il Paese reale, che è un impasto di percezioni, che possono essere errate perché frutto di una democrazia “emotivizzata”.

La Meloni osserva gli umori dell’opinione pubblica, ne intercetta e spesso ne moltiplica paure, aspettative e desideri e li traduce in un linguaggio semplice, comprensibile, raramente ideologico, vicino al vivere quotidiano. È questa, in fondo, la tecnica politica: capire prima degli altri dove si sta spostando l’elettorato e accompagnarne il movimento senza dare l’impressione di inseguirlo.

Meloni, da questo punto di vista, dimostra una notevole disciplina. Assorbe le critiche come una spugna, evita quasi sempre reazioni impulsive, lascia che gli avversari consumino le proprie energie nella polemica quotidiana e continua, ostinatamente, lungo la strada che si è prefissata. Può piacere oppure no. Ma siamo davanti a una professionista della politica. E lo diciamo con amarezza liberale.

Anche gli episodi che avrebbero potuto indebolirla finiscono spesso per produrre l’effetto opposto. Persino gli attacchi ricevuti da Donald Trump hanno contribuito, almeno in parte, a rafforzarne l’immagine nazionale. Nelle democrazie contemporanee accade spesso che un leader, quando viene percepito come bersaglio di pressioni esterne, finisca per consolidare il proprio consenso interno. E Meloni si è rapidamente mossa per ricucire il rapporto, senza rinunciare a presentarsi come una leader capace di parlare con tutti.



Nel frattempo anche il terreno elettorale sembra evolvere in una direzione favorevole al centrodestra. La discussione su una nuova legge elettorale, orientata a rafforzare la governabilità attraverso un premio di maggioranza, potrebbe rendere ancora più difficile il compito delle opposizioni. E vi è poi la questione Roberto Vannacci. Se resterà nell’area del centrodestra contribuirà probabilmente ad allargarne il bacino elettorale; se invece dovesse scegliere un percorso autonomo, una legge costruita per privilegiare le coalizioni potrebbe comunque ridurne l’incidenza parlamentare. In entrambi i casi, Giorgia Meloni sembra muoversi con l’obiettivo di evitare la dispersione del voto alla sua destra, dimostrando ancora una volta di considerare la tecnica politica importante almeno quanto la propaganda.

La vita dell’italiano medio, del resto, in questi quattro anni non è cambiata radicalmente. Non c’è stato il miracolo economico. Ma non si è neppure verificata quella deriva economica che molti avevano annunciato. Sul piano della percezione, invece, il governo è riuscito a presentarsi come garante della sicurezza e dell’ordine, mentre sull’immigrazione ha costruito una narrazione che continua a raccogliere consenso anche al di fuori dell’elettorato tradizionale della destra.



Quanto alla politica estera, l’Italia continua sostanzialmente a vivacchiare, come spesso è accaduto nella sua storia repubblicana. Meloni ha aggiunto un forte attivismo personale: viaggi, incontri, iniziative in Africa, presenza costante sulla scena internazionale. Molta comunicazione, certamente. Ma anche la consapevolezza che, nella politica contemporanea, la percezione dei risultati conta spesso quasi quanto i risultati stessi.

L’errore che continua a commettere una parte della sinistra è credere che sia Giorgia Meloni ad aver cambiato gli italiani. È probabilmente vero anche il contrario. La società italiana è cambiata negli ultimi quindici anni. L’invecchiamento demografico, la crisi economica, l’immigrazione, la perdita di fiducia nelle élite, il desiderio di maggiore sicurezza e di governi stabili hanno modificato profondamente la domanda politica. C’è in lei – il che può apparire in contrasto con il professionismo politico – un elemento di infantilismo, che piace a un popolo bambino. Si pensi alla giornata di ieri trascorsa con gli  Alpini, felice come una bambina. Pura melensa  retorica da Vecchio scarpone… Eppure…



 

Il merito di Giorgia Meloni — dal suo punto di vista, naturalmente — è stato quello di comprenderlo prima degli altri. Non ha creato quella domanda. L’ha intercettata e ovviamente vi ha lavorato sopra. E, grazie a una tecnica politica tutt’altro che improvvisata, è riuscita a darle una rappresentanza credibile.

Ecco perché la vera questione  non è se Giorgia Meloni vincerà ancora. La questione è un’altra: quanti italiani continuano a desiderare esattamente il tipo di politica che lei offre?

Se la risposta è “molti”, allora il fenomeno da spiegare non è soltanto Giorgia Meloni.

È, soprattutto, l’Italia.

Carlo Gambescia

lunedì 22 giugno 2026

Trump e gli “alleati”. Non è follia ma volontà di potenza

 


Diventa sempre più difficile ragionare, e far ragionare, in un mondo che sembra impazzito.

Quel “sembra”, però, è decisivo. Perché il mondo non è impazzito. Semplicemente, continuiamo a interpretare gli avvenimenti politici ignorando gli universali della condizione umana e le regolarità metapolitiche che da essi derivano.

Le passioni persistono. I problemi ritornano. Gli uomini continuano ad associarsi e a dissociarsi, a cooperare e a combattersi.

Cambiano le ideologie, mutano le istituzioni, si trasformano le tecnologie, ma non vengono meno gli universali della condizione umana. È proprio da essi che scaturiscono le regolarità metapolitiche: tendenze ricorrenti che attraversano la storia senza assumere il carattere di leggi deterministiche.

Tra queste regolarità, oggi sembra prevalere quella relativa alla dinamica tra forze centrifughe e centripete. Quando prevalgono le seconde, il potere tende a concentrarsi. E quando il potere si concentra, il centro decisionale non si limita più a governare: pretende di guidare gli alleati, fissare le priorità strategiche e indicare chi debba essere considerato il nemico comune.

Per capirsi, con un esempio alto, questa dinamica affonda le proprie radici nella volontà di potenza che Nietzsche riconduceva alla stessa natura dell’uomo. Sul piano politico essa non rappresenta una patologia, bensì una possibilità permanente della condizione umana.

La volontà di potenza appartiene infatti agli individui; la politica di potenza nasce invece dagli effetti compositivi delle loro azioni all’interno delle istituzioni e delle relazioni internazionali. Non siamo dunque di fronte alla follia dei governanti, ma al riemergere di una delle possibilità permanenti dell’agire umano.

Assistiamo al ritorno di una logica politica che, pur assumendo forme diverse, non si vedeva con tale evidenza dai tempi di Hitler, Mussolini e della gerontocrazia sovietica e cinese. Una logica che molti, ingenuamente, credevano definitivamente consegnata al passato.



Trump vuole comandare. Putin vuole comandare. Xi Jinping vuole comandare. Netanyahu vuole comandare. La volontà di potenza diventa politica di potenza.

Naturalmente ogni uomo politico aspira a governare. Ma una cosa è esercitare il potere entro un sistema di regole condivise, come è tipico del liberalismo, riconoscendo l’autonomia degli altri attori politici; un’altra è perseguire una politica di potenza nella quale il comando tende a diventare il principio ordinatore dell’intero sistema delle alleanze.

È qui che torna di straordinaria attualità Julien Freund. Il grande pensatore sociale, sviluppando le intuizioni delle scuola realista, mostrò come la politica non possa fare a meno della distinzione tra amico e nemico. Le regolarità metapolitiche consentono però di compiere un passo ulteriore. Quando, all’interno di un sistema di alleanze, prevale una dinamica centripeta, è il centro politicamente dominante a indicare il nemico e a chiedere agli alleati di riconoscerlo come tale. Non si tratta di una legge della storia, ma di una regolarità che riaffiora ogni volta che il potere tende a concentrarsi.



È precisamente ciò che sta accadendo all’Europa.

L’alleato più forte dell’Europa continua a essere l’America. Ma è un’America diversa da quella che abbiamo conosciuto per oltre settant’anni. Non quella che cercava di costruire il consenso occidentale, bensì quella che pretende di definirlo. Non quella che guidava un’alleanza, ma quella che chiede agli alleati di adeguarsi. È in questa prospettiva che l’America di Trump indica nell’Iran il nemico prioritario, mentre una parte dell’Europa continua a nutrire dubbi o resistenze. L’America di Trump non rinuncia all’egemonia occidentale; la esercita secondo una logica più apertamente centripeta.

Si spiegano così molte tensioni degli ultimi mesi. Ad esempio il perché Trump si mostri addirittura offeso: lui farebbe il bene dell’Occidente. L’Iran non vuole l’arma atomica? E allora che c’è di male nell’attaccarlo? Lineare, no? Non ti pieghi, io ti distruggo. Il che vale per tutti: amici e nemici. Nell’incertezza mena, come dice un mio caro amico…

Il che spiega anche gli schiaffi politici ricevuti da Giorgia Meloni. Si può rivendicare quanto si vuole l’indipendenza nazionale; ma, se non si dispone della forza necessaria per bilanciare l’alleato dominante, l’autonomia politica rimane inevitabilmente limitata. Un’Europa divisa continua così a balbettare davanti a una presidenza americana che interpreta la leadership occidentale in termini sempre più personalistici e gerarchici.

Se non si colgono queste regolarità metapolitiche, tutto appare irrazionale. Si finisce allora per rifugiarsi nella spiegazione più semplice e rassicurante: «sono tutti pazzi». E il primo della lista diventa inevitabilmente Trump.


Ma la follia spiega poco. È spesso il nome che attribuiamo a ciò che non comprendiamo. Molto più difficile è riconoscere che le azioni degli uomini producono effetti compositivi: effetti imprevedibili nei loro esiti immediati ma capaci, nel lungo periodo, di generare regolarità metapolitiche destinate a ripresentarsi, pur assumendo contenuti storici sempre diversi.

Quando prevalgono le forze centripete, il potere tende a concentrare le decisioni, a ridurre il pluralismo delle strategie, a trasformare l’avversario in nemico e, nella migliore delle ipotesi, il nemico sconfitto in un alleato subordinato. È ciò che osserviamo anche oggi.



Le ideologie passano. I protagonisti cambiano. Ma gli effetti compositivi delle azioni umane continuano a produrre regolarità metapolitiche che riaffiorano sotto contenuti nuovi . 

La storia sorprende nei suoi eventi; molto meno nelle sue strutture profonde. 

Ed è proprio la metapolitica che cerca di portarle alla luce.

 
Carlo Gambescia

domenica 21 giugno 2026

“Cuba sul mercato”

 


Il titolo della Stampa (“Cuba sul mercato”) racconta molto più della cronaca cubana. Richiama un fenomeno che ricorre con sorprendente regolarità nella storia contemporanea: quando le ideologie si confrontano con la complessità della vita economica, finiscono quasi sempre per adattarsi alla realtà più di quanto la realtà si adatti a esse.

Ogni sistema politico può proclamare la superiorità dell’ideologia che lo ispira. Ma prima o poi arriva il momento della verità: quello in cui bisogna produrre, distribuire, commerciare, creare ricchezza. Ed è allora che l’economia presenta il conto.

 

Da decenni Cuba rappresenta uno degli ultimi laboratori del socialismo reale. Così, almeno, sostengono gli ultimi osservatori benevoli (che non sono neppure pochi). Un sistema costruito sull'idea che il mercato fosse il problema, non la soluzione. Eppure oggi, come era già accaduto nell'Unione Sovietica con la NEP e, molti decenni dopo, nella Cina di Deng Xiaoping e nel Vietnam delle riforme, anche l'isola è costretta a reintrodurre, sia pure sotto lo stretto controllo del potere politico, spazi sempre più ampi per il mercato, l'iniziativa privata e gli investimenti. In altre parole, a muoversi verso un'economia mista, nella quale stato e mercato, pubblico e privato, finiscono inevitabilmente per convivere.

 



La storia sembra ripetersi con una regolarità quasi sociologica. Anzi, metapolitica. Non perché qualcuno imponga il mercato, ma perché, ogni volta che si tenta di abolirlo, è la stessa realtà economica a reintrodurne spontaneamente i meccanismi.

Non perché il mercato sia moralmente superiore allo stato. Ma perché il mercato non è anzitutto un’ideologia: è un meccanismo di coordinamento delle attività economiche. Può essere corretto, regolato, limitato, tassato. Ma eliminarlo significa rinunciare a uno strumento che nessun altro sistema è riuscito finora a sostituire con la stessa efficacia. È in questo senso che il mercato finisce, per così dire, per imporsi da solo.

Questo non significa affatto che il mercato sia perfetto. Né che debba essere lasciato del tutto a se stesso. Si pensi, per esempio, alla questione ecologica. Se l’inquinamento non ha un costo, il mercato tende a ignorarlo; ma è altrettanto vero che le economie pianificate del Novecento non hanno offerto esempi migliori di tutela ambientale. La questione, dunque, non è scegliere tra mercato ed ecologia, bensì costruire istituzioni capaci di orientare, con prudenza, il mercato verso obiettivi di interesse sovraindividuale.



Qui emerge uno dei grandi equivoci del Novecento. Si è pensato che il capitalismo fosse semplicemente una dottrina economica. In realtà il suo nucleo essenziale è il mercato, vale a dire il risultato di milioni di decisioni individuali che nessun pianificatore centrale riesce a conoscere né a coordinare completamente. Forse si potrebbe persino dire che il capitalismo passa, mentre il mercato resta. Il mercato c'era prima del capitalismo moderno e, con ogni probabilità, continuerà a esistere anche dopo le forme storiche che oggi chiamiamo capitalismo. Quindi quel "costruire" deve essere inteso in senso molto lato, perché si tratta di trovare un punto di equilibrio tra il mercato e quel minimo di regolazione giuridica indispensabile al suo funzionamento, ben sapendo che ogni regolazione rappresenta, sul piano teorico, uno spostamento, sia pure modesto, verso il polo della pianificazione.

Naturalmente anche il mercato può fallire. Può produrre disuguaglianze, monopoli, rendite, crisi. Ma i suoi fallimenti sono generalmente visibili e correggibili. Quelli della pianificazione, invece, tendono a manifestarsi in modo più radicale: scarsità cronica, razionamenti, mercato nero, fuga dei giovani, emigrazione delle competenze, per non parlare dell’illiberalismo politico.
 

 


Per questo motivo quasi tutti i Paesi che hanno tentato di abolire il mercato hanno finito, prima o poi, per reintrodurlo. Magari senza chiamarlo così, magari definendolo “economia socialista di mercato”, “aggiornamento del modello”, “riforme”.

Cambiano le formule, non la sostanza. La stessa economia mista, sulla quale si è molto ragionato in Occidente, non è priva di rischi, perché spiccate forme di regolazione  e interventismo pubblico, tendono a creare un’area grigia tra pubblico e privato nella quale possono fiorire corruzione e concussione, oltre che la cooptazione degli stessi nomi, tra dirigenti che passano dal pubblico al privato e viceversa.

È una lezione che dovrebbe indurre a una maggiore modestia intellettuale. La realtà sociale possiede una straordinaria capacità di resistere ai progetti costruiti a tavolino. Le società sono insiemi complessi, non macchine che si possono riprogrammare sostituendo qualche ingranaggio.



“Cuba sul mercato” non è dunque soltanto una notizia economica. È l’ennesimo capitolo di una lunga storia: quella dell’incontro, spesso traumatico, tra le promesse dell’ideologia e le esigenze della vita quotidiana. Ma questa, diciamo, è un’altra storia. Perché apre le porte a distinzioni tra buoni e cattivi, giustificazioni morali, determinismi storici. A magiche analisi controfattuali: se Castro, se gli Stati Uniti, se la Russia, eccetera, eccetera.

Forse la vera lezione di Cuba è un’altra. Le società non sono laboratori nei quali verificare la coerenza delle idee, ma insiemi viventi che costringono le idee a misurarsi con la realtà. Ed è quasi sempre la realtà ad avere l’ultima parola. E, in questo caso, il mercato.

Carlo Gambescia

sabato 20 giugno 2026

Trump e Meloni: quando la politica è soprattutto forza

 


Le parole che Donald Trump avrebbe rivolto a Giorgia Meloni hanno suscitato indignazione. E comprensibilmente. Nessun capo di governo gradisce essere rappresentato come qualcuno che “implora” una fotografia o cerca la benevolenza di un leader straniero.

Che cosa si saranno detti, mentre venivano ritratti in quella foto che ha fatto il giro del mondo, ora anche per altre ragioni? È plausibile che Meloni abbia spiegato a Trump che sull’Iran gli avrebbe dato una mano volentieri, ma che ha le mani legate dalla Costituzione e dal contropotere della sinistra, ancora forte in Italia. E che ci vuole tempo, c’è il Papa, ci sono gli equilibri politici e istituzionali da rispettare.

Se davvero Trump ragiona come ha spesso mostrato di ragionare, difficilmente queste argomentazioni devono averlo impressionato. Un uomo che non sembra nutrire particolare rispetto né per i vincoli costituzionali né per le mediazioni politiche potrebbe aver interpretato quelle spiegazioni come il linguaggio della debolezza. Forse avrà pensato: ecco una leader che cerca di prendere tempo, che invoca ostacoli e giustificazioni. E alla prima occasione avrebbe tradotto pubblicamente questa impressione nell’immagine di una Meloni implorante che gli avrebbe fatto pena. Che la storia della fotografia sia vera o inventata conta relativamente. Conta piuttosto ciò che Trump potrebbe aver pensato di Giorgia Meloni.



Ma forse la questione più interessante non riguarda Trump. Riguarda il modo in cui interpretiamo la politica.

Molti commentatori hanno descritto l’episodio come il tradimento di un’amicizia politica. Altri vi hanno visto la prova dell’inaffidabilità del presidente americano. Entrambe le letture colgono un aspetto del problema, ma rischiano di mancare il punto essenziale. E lasciamo perdere i commenti di parte che hanno presentato Meloni come un’eroina nazionale.

Trump, e lo diciamo da sempre, non è un politico che ragiona in termini di amicizia. Ragiona in termini di forza.

Da decenni costruisce i propri rapporti sulla base dell’utilità, della convenienza, della posizione occupata dagli interlocutori nella gerarchia del potere. Chi è forte viene trattato come forte. Chi appare debole viene trattato come debole. È una logica brutale, ma non particolarmente misteriosa.



La domanda da porsi è allora un’altra: siamo sicuri che questa logica sia così estranea a Giorgia Meloni?

Non si tratta di stabilire improbabili equivalenze morali o caratteriali. I due leader sono diversi per storia, temperamento e contesto. Tuttavia condividono una concezione della politica che attribuisce grande importanza ai rapporti di forza reali.
L’esempio più evidente, almeno in Italia, è forse il rapporto con Silvio Berlusconi.

Per anni Meloni mostrò verso il fondatore di Forza Italia una deferenza che appariva naturale: Berlusconi era il leader del centrodestra, l’uomo che decideva candidature, alleanze e destini politici. Quando però i rapporti di forza si sono ribaltati e Fratelli d’Italia è diventato il partito egemone della coalizione, anche il linguaggio e gli atteggiamenti sono cambiati. Non si trattava più del capo da rispettare, ma dell’alleato costretto a prendere atto della nuova realtà. “Gli chiesi tre ministeri e lei mi rise in faccia”, questo raccontò un Cavaliere sconsolato e già molto malato. Fenomeno questo, dei rapporti di forza, che, naturalmente, non riguarda soltanto Meloni ma gran parte della politica democratica.



Naturalmente questo non prova nulla sul piano psicologico. Non sappiamo come Meloni avrebbe trattato Trump se i rapporti di forza fossero stati invertiti. Le analisi controfattuali possono essere esercizi intellettualmente utili, ma non costituiscono prove storiche.

Tuttavia il precedente berlusconiano suggerisce qualcosa di più interessante: che anche Meloni, come Trump, tende a leggere la politica anzitutto come un sistema di rapporti di forza.

Ed è qui che emerge il paradosso.

Per anni una parte della destra ha ammirato in Trump il realismo, la capacità di ignorare le convenzioni diplomatiche e di parlare il linguaggio della potenza. Quando però quel medesimo linguaggio viene applicato a un leader amico, l’ammirazione lascia il posto allo scandalo.

Eppure Trump non ha infranto le regole del proprio universo politico. Le ha semplicemente applicate.



La politica fondata sulla forza possiede indubbi vantaggi. È spesso più lucida delle retoriche moralistiche. Vede il mondo per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse. Ma presenta anche un costo inevitabile: nel regno della forza non esistono gratitudini permanenti, riconoscenze eterne o amicizie garantite.

Esistono soltanto equilibri provvisori.

La storia italiana offre tuttavia anche esempi diversi. Dopo la vittoria del 1948, De Gasperi scelse di coinvolgere i partiti laici nel governo pur potendo rivendicare una posizione di netta superiorità politica ed elettorale. Allo stesso modo Moro promosse prima l’apertura ai socialisti e poi il dialogo con il PCI non perché costretto dalla debolezza, ma perché concepiva la politica anche come integrazione degli avversari e costruzione di un ordine condiviso.



I rapporti di forza contano sempre. Nessuna politica può prescinderne. Ma non esauriscono tutte le possibili grammatiche della politica. Accanto alla politica come esclusione esiste anche la politica come inclusione; accanto alla logica dell’amico utile e dell’alleato subordinato esiste la ricerca di equilibri più ampi e duraturi.

Trump appartiene quasi esclusivamente alla prima tradizione. È una tradizione che privilegia la forza, la convenienza immediata e la gerarchia. E quando si guarda il mondo soltanto attraverso questa lente, chiunque invochi vincoli costituzionali, mediazioni politiche o equilibri istituzionali finisce facilmente per apparire debole.

È una lezione che Giorgia Meloni conosce bene. Ed è probabilmente la stessa lezione che Lucky Luciano, pardon, Donald Trump ha voluto impartirle, nel modo più trumpiano possibile.

Carlo Gambescia

venerdì 19 giugno 2026

Trump, l’Iran e l’Europa che scambia i desideri per la realtà

 


Nessuno potrà accusarci di essere sostenitori di Donald Trump. Chi scrive ne ha spesso criticato stile, linguaggio e scelte politiche. Proprio per questo ritiene opportuno affrontare una questione che rischia di essere oscurata dall’antipatia che il presidente americano suscita in molti ambienti politici e culturali europei.

Già da ieri si ripete che Trump avrebbe perso la partita con l’Iran. È possibile. Ma è altrettanto possibile che si tratti dell’ennesima manifestazione di un fenomeno assai diffuso: la tendenza a confondere i desideri con la realtà.

Quando si parla di Trump, infatti, il giudizio morale precede spesso l’analisi politica. Non si osservano i fatti per trarne una conclusione; si parte dalla conclusione e si selezionano i fatti che sembrano confermarla. È un atteggiamento umano, comprensibile, ma che nulla ha a che vedere con la lucidità strategica. Diremmo metapolitica, perché  rinvia a una precisa regolarità: individuare il vero nemico.

Gli Stati Uniti restano l’unica potenza mondiale capace di proiettare la propria forza militare praticamente ovunque. Si può discutere della volontà di utilizzare tale potenza; è assai più difficile negarne l’esistenza. Parlare oggi di una sconfitta americana definitiva appare dunque prematuro. Le partite geopolitiche non si decidono in ventiquattr’ore e, soprattutto, non si decidono sulla base dei titoli dei giornali.



Vi è però una questione ancora più importante.

Anche ammesso che Trump abbia commesso errori nella gestione della crisi iraniana, è davvero questo il principale problema dell’Occidente? Davvero il futuro degli equilibri mondiali si gioca a Teheran? Qual è il nemico?

L’Iran rappresenta certamente un fattore di instabilità regionale e una minaccia concreta per Israele. Tuttavia, le grandi sfide strategiche del XXI secolo hanno altri nomi: Russia e Cina.

È attorno a queste due potenze che si misurerà la capacità dell’Occidente, e in particolare dell’Europa, di mantenere il proprio peso politico, economico e militare. Eppure una parte dell’Europa sembra più interessata a registrare ogni presunta difficoltà di Trump che a interrogarsi sulla propria crescente irrilevanza strategica.

Qui emerge una differenza culturale che meriterebbe maggiore attenzione.

L’Europa contemporanea tende spesso a interpretare la politica internazionale come una sorta di estensione della morale. È il riflesso di una nobile eredità illuminista che ha posto al centro i diritti, la dignità della persona e l’aspirazione a un ordine internazionale fondato sul diritto. Tuttavia, come ricordava Raymond Aron, la politica internazionale non coincide mai interamente con la morale. Quando le due dimensioni vengono confuse, il rischio è quello di trasformare l’analisi in predicazione e la strategia in testimonianza etica.

Gli attori vengono allora classificati in buoni e cattivi; le vicende internazionali vengono lette come se fossero processi celebrati davanti a un tribunale morale; i rapporti di forza finiscono sullo sfondo. Ma il fatto che una realtà sia sgradevole non significa che non esista.

Le grandi potenze, invece, ragionano diversamente.



Piaccia o meno, la politica internazionale continua a essere il regno degli interessi, della forza, della deterrenza e dei rapporti di potere. È una realtà che non dipende dalle nostre preferenze morali. Ignorarla non la fa scomparire. Ciò non significa che i valori siano irrilevanti. Henry Kissinger osservava che la convergenza degli interessi è più solida quando poggia anche su una certa comunanza di valori. L’alleanza che tra il 1939 e il 1945 unì le democrazie occidentali ne offre un esempio significativo.

Trump, da questo punto di vista, va addirittura oltre la tradizione del realismo politico americano: non è un neocon, ma non è neppure un ideologo, né, a maggior ragione, un fine teorico. È piuttosto un negoziatore, con tratti di pura e semplice brutalità, che tende a valutare gli interlocutori sulla base della loro capacità di esercitare pressione, resistere e produrre risultati.

Per capirsi: nel Giorno della civetta Sciascia fa pronunciare a don Mariano Arena, il boss mafioso interrogato dal capitano Bellodi, una celebre frase: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che dico è l’umanità, e ci siamo tutti: uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà…”.

 


Ecco il metro di giudizio di Trump: una classificazione degli attori fondata non sulle intenzioni dichiarate ma sulla forza effettivamente dimostrata.

Per questo appare superficiale descriverlo come un semplice alleato di Putin o come un leader inevitabilmente destinato a favorire la Russia.

Anche perché la guerra in Ucraina offre un esempio illuminante.

Quando il conflitto è iniziato, molti prevedevano il rapido collasso di Kiev. È accaduto il contrario: contrattacca. Si pensi all’attacco di ieri su Mosca. Insomma l’Ucraina ha resistito ben oltre ogni previsione, dimostrando capacità militare, coesione sociale e volontà politica. Parallelamente, la Russia ha incontrato difficoltà che pochi osservatori avevano previsto nei primi mesi della guerra.

 


È difficile immaginare che un uomo ossessionato dai rapporti di forza non tenga conto di questi elementi. 

Trump può cambiare idea. Può modificare strategia. Può perfino contraddirsi. Ma una cosa appare costante: tende a rispettare chi dimostra forza, determinazione e capacità di resistenza.

Per questa ragione, più che celebrare presunte sconfitte di Trump, l’Europa dovrebbe interrogarsi su come rendersi un interlocutore più credibile ai suoi occhi.

Una maggiore unità politica, una più solida capacità militare e una visione strategica comune avrebbero probabilmente più effetto di mille editoriali ostili.

In fondo, la questione non riguarda Trump. Riguarda noi. La vera domanda non è se Trump abbia perso una partita con l’Iran. La vera domanda è se l’Europa abbia ancora la forza di sedersi al tavolo delle grandi potenze senza limitarsi a commentare le mosse degli altri.

 


Perché nella politica internazionale, come insegnavano i grandi realisti, i desideri contano poco. Contano invece la forza, la credibilità e la capacità di agire.

E su questo terreno l’Europa, prima ancora di giudicare Trump, dovrebbe forse giudicare se stessa.

Carlo Gambescia

giovedì 18 giugno 2026

Il migrante come il Menocchio del XXI secolo. La lezione di Carlo Ginzburg

 


La morte di Carlo Ginzburg ha spinto molti studiosi a ricordarne il contributo alla microstoria. Ed è giusto. In un mondo intellettuale spesso attratto dalle grandi teorie e dalle spiegazioni generali, Ginzburg ci ha insegnato il valore delle piccole cose. Degli indizi. Delle tracce apparentemente insignificanti che, se interpretate correttamente, permettono di cogliere mutamenti più profondi.

Del resto la sua storia storia induttiva può essere l’altro versante della storia deduttiva che rimanda alla regolarità metapolitiche. Si chiama anche integrazione metodologica.

Perciò La sua lezione resta attuale. Forse più attuale di quanto sembri.

Prendiamo una notizia di oggi, rilanciata in particolare dalla stampa i destra: la disponibilità delle istituzioni europee a utilizzare centri di rimpatrio situati fuori dai confini dell’Unione, secondo una logica che molti hanno associato all’esperienza italo-albanese.

Si parla di “Return Hubs”, espressione dall’inglese rassicurante e burocraticamente elegante, che ha il pregio di rendere digeribile ciò che in italiano suonerebbe in modo ben più diretto: centri di trattenimento e di rimpatrio collocati fuori dal territorio dell’Unione.

 


Perciò il tema viene presentato come una questione tecnica. Si parla di immigrazione illegale, di procedure, di accordi internazionali, di efficacia dei rimpatri. Tutte questioni legittime. Ma uno storico formato alla scuola di Ginzburg potrebbe essere tentato di porre una domanda diversa. Qual è l’indizio?

L’indizio non consiste semplicemente nell’esistenza di procedure di rimpatrio. Gli stati hanno sempre controllato le frontiere e regolato l’ingresso degli stranieri. La novità è un’altra. Il migrante irregolare non viene soltanto identificato, trattenuto o eventualmente rimpatriato. Viene trasferito in uno spazio esterno alla comunità politica europea, in luoghi concepiti proprio per separare fisicamente la gestione del fenomeno migratorio dalla vita quotidiana delle società che lo percepiscono come problema.

Naturalmente questa scelta può essere giustificata in termini di efficienza amministrativa o di cooperazione internazionale. Sarebbe ingenuo negarlo. Tuttavia, come insegnano gli storici delle mentalità, le istituzioni non producono soltanto effetti pratici. Producono anche rappresentazioni simboliche. Definiscono chi appartiene a uno spazio sociale e chi ne resta ai margini. È in questo senso che i Return Hubs possono essere letti come un indizio.



In sintesi: l’indizio è che il migrante non deve soltanto essere eventualmente respinto. Deve essere collocato altrove. Fuori dallo spazio europeo. Fuori dalla percezione quotidiana delle società europee. Fuori campo.

Non si tratta semplicemente di controllare una frontiera. Si tratta di rendere invisibile una presenza.

Ginzburg, a quanto pare, non si è occupato dei migranti contemporanei. I suoi studi riguardavano altri mondi: eretici, inquisitori, streghe, ebrei, contadini, dissidenti. Eppure tutta la sua opera ruota intorno a una domanda fondamentale: che cosa ci raccontano gli archivi e le istituzioni riguardo a coloro che si trovano ai margini della società?

Nel celebre Il formaggio e i vermi, Ginzburg restituì voce a un mugnaio del Cinquecento. In altre opere inseguì le tracce di individui dimenticati dalla grande storia. Non era attratto dai potenti. Era attratto da coloro che i potenti descrivevano, giudicavano, classificavano.

Per questo, ripetiamo, la sua lezione può essere ancora utile.



Che cosa ci dice, infatti, l’istituzione dei Return Hubs sul modo in cui l’Europa guarda oggi allo straniero?

La risposta più semplice è che essa riflette una crescente esigenza di controllo dei flussi migratori. Probabilmente è vero. Ma forse non è tutta la verità.

Come detto, gli storici sanno che le trasformazioni delle mentalità collettive si manifestano spesso attraverso dettagli amministrativi apparentemente marginali. Una circolare, un censimento, una pratica burocratica, una categoria giuridica possono rivelare molto più di un discorso ufficiale.

A voler allargare lo sguardo alla sociologia, il fenomeno richiama alcune intuizioni di Erving Goffman, studioso forse meno celebrato oggi di Michel Foucault, ma particolarmente attento alla gestione sociale della visibilità. Goffman mostrò come le società tendano a collocare individui e categorie considerate problematiche in spazi separati dalla normale interazione quotidiana. Non necessariamente per perseguitarli, ma per ridurne la presenza simbolica e pubblica.

In questa prospettiva, la questione dei Return Hubs non riguarda soltanto il controllo amministrativo dei flussi migratori. Riguarda anche il modo in cui una collettività definisce ciò che deve restare sulla scena e ciò che può essere trasferito dietro le quinte. Il punto, sociologicamente parlando, non è soltanto l’esclusione, ma la produzione istituzionale dell’invisibilità.

L’indizio che oggi emerge è l’affermarsi di una sensibilità che sembra sempre meno orientata all’integrazione del diverso e sempre più orientata alla sua rimozione dallo spazio sociale visibile. Quindi non all’inclusione ma all’esclusione. Qui, per inciso, il ricongiungimento di micro e macro storia. Indizio (Return Hubs) + regolarità metapolitica (inclusione-esclusione)

 


Naturalmente non siamo ancora di fronte alle persecuzioni del Novecento. La storia non si ripete. Le analogie meccaniche producono quasi sempre cattiva storia e cattiva politica.

Tuttavia sarebbe ingenuo dimenticare che l’Europa del secolo scorso ha conosciuto forme diverse di esclusione. Ebrei, zingari, oppositori politici, dissidenti religiosi, stranieri: categorie differenti accomunate dall’essere considerate estranee alla comunità. Quindi potenziali nemici. Qui altra regolarità: quella amico-nemico.

Oggi nessuno parla di razza. Nessuno parla sfacciatamente di purezza etnica. Il linguaggio è quello della sicurezza, dell’efficienza amministrativa, della gestione dei flussi. Ma proprio per questo vale la pena interrogarsi sugli indizi.

Perché una civiltà rivela qualcosa di sé non soltanto da chi accoglie o respinge, ma anche da chi decide di non vedere.

Forse è qui che la lezione di Ginzburg conserva tutta la sua forza. Le grandi trasformazioni storiche non si annunciano sempre con manifesti ideologici o parole d’ordine solenni. Talvolta emergono attraverso piccoli segnali. Attraverso decisioni tecniche. Attraverso dettagli che sembrano irrilevanti. Attraverso gli effetti imprevedibile delle azioni individuali. Via “micro” diciamo.

I Return Hubs, come anticipato, potrebbero essere uno di questi dettagli.

Non dimostrano l’esistenza di una nuova ideologia razziale. Ma suggeriscono qualcosa di diverso: il passaggio da una politica che si interrogava su come integrare lo straniero a una politica che tende sempre più a collocarlo altrove. Pe renderlo invisibile.



Se Ginzburg fosse ancora tra noi, probabilmente non partirebbe dalle dichiarazioni dei governi o dai comunicati di Bruxelles.

Cercherebbe invece il Menocchio del XXI secolo. Un migrante concreto, con un nome, una storia, una famiglia, una voce. E si chiederebbe quali tracce della sua esperienza resteranno negli archivi prodotti da coloro che oggi ne decidono il destino.

Perché, come ci ha insegnato, è spesso nelle piccole cose che si nasconde il significato delle grandi.

Carlo Gambescia

mercoledì 17 giugno 2026

Due libri su Sorokin

 


La prendiamo da lontano. Pitirim A. Sorokin (1889-1968) resta un mistero sociologico. In che senso? In primo luogo, per ragioni di definizione. Un padre della sociologia no, perché appartiene a una generazione successiva a quella dei fondatori. Un classico, forse. Però le sue opere più significative si collocano, per varie ragioni, dopo quelle di Durkheim, Tönnies, Simmel, Pareto, Weber. Dialogano con i classici, ma vengono dopo i grandi sistematizzatori.

In secondo luogo, perché cavalcò cognitivamente positivismo e idealismo su un fondo di religiosità, con un briciolo di panteismo legato alle sue origini Komi, popolo seminomadico di origine ugro-finnica, sfociante nel mistero dell’Aldilà. Di qui il suo metodo integrale, conciliativo di vari livelli conoscitivi, pur in misteriosa ma in fondo conciliante opposizione. Però anche qui la definizione resta problematica, perché sulla parola “integrale” le interpretazioni sono tuttora molto diverse: si va da De Maistre a Mounier, per rimanere tra i classici.

In terzo luogo, perché fu l’unico pensatore – perché era anzitutto un pensatore, nel senso nobile del termine – che in tutta la storia della sociologia si propose di misurare statisticamente e storicamente le differenti forme di mentalità culturale, succedutesi nei secoli, sia in termini statici (come sono fatte), sia dinamici (come evolvono). E anche in questo caso respinse sia la rigida ciclicità di Spengler sia i sincretismi ciclo-lineari di Toynbee.



Lo si potrebbe anche definire un pensatore ingombrante, che al tempo stesso dice troppo e troppo poco. Il che non aiuta. Anche perché lo sviluppo del suo pensiero, che evocava la catastrofe dell’Occidente sensista, lo avrebbe reso nemico di Dio e dei nemici di Dio, degli idealisti puri come dei materialisti convinti. Una tragedia sociologica di una disciplina che lui, esule russo scampato per miracolo alle “delizie” della Rivoluzione bolscevica, aveva contribuito a rifondare da una delle cattedre più prestigiose del mondo, quella di Harvard, alla quale era stato chiamato all’inizio dei pessimi anni Trenta.

Abbiamo condensato un cammino lungo e complesso. Per dire che cosa? Che Sorokin è inclassificabile.

Proprio per questa ragione ogni tentativo di ridurlo a una sola dimensione della sua opera rischia di impoverirne la figura intellettuale. E tuttavia è quanto sembra accadere in una parte significativa della recente riscoperta di Sorokin, sempre più concentrata sull’ultimo teorico dell’amore altruistico e sempre meno sul grande sociologo delle dinamiche storico-culturali. Si tratta di una tendenza comprensibile: l’altruismo creativo è probabilmente il versante più attuale e rassicurante della sua riflessione. Però non è il centro della sua opera. O, almeno, non è il Sorokin che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nella storia della sociologia.



È alla luce di questa osservazione che abbiamo letto con attenzione, ma anche con un certo scetticismo, due libri approdati sulla scrivania, sia pure per nostro colpevole ritardo: Dalla crisi alla rinascita dell’umanità. L’attualità di Pitirim A. Sorokin (FrancoAngeli, 2022), volume collettaneo curato da Emiliana Mangone, vigile studiosa dell’opera sorokiniana, e Un’epistemologia con noi, oltre noi, per gli altri: Pitirim A. Sorokin (FrancoAngeli, 2022) di Costantino Cipolla, capitano di lungo corso della sociologia italiana. Due lavori diversi per impianto e stile, ma accomunati dalla scelta di privilegiare il Sorokin dell’altruismo creativo e della rigenerazione etica dell’umanità.

È vero che negli ultimi due decenni della sua vita, completamente isolato, Sorokin si lanciò nello studio dell’altruismo creatore. In quanto sociologo costruttivista, un poco profeta e un poco genio sociale, voleva cambiare l’uomo. E tutti risero, per citare uno stralunato film di Peter Bogdanovich. E su questo, per restare in metafora cinematografica, “buona la prima”: cioè quella di Marletti, che ebbe il coraggio di cimentarsi, con la traduzione dell’edizione abridged (si fa per dire, quasi 1000 pagine) di Social and Cultural Dynamics, e di scrivere, anno di grazia 1975, un’introduzione tuttora memorabile. Per me fu una frustata cognitiva. E si badi, nel periodo in cui la sociologia italiana navigava tra la camomilla parsoniana e le casse di dinamite della lotta di classe.



Quando nei lontani anni Ottanta del secolo scorso cominciammo a studiarlo sulle carte conservate presso l’Archivio Sorokin della University of Saskatchewan, in Canada, un professore italiano, come viatico, ci disse che era un suicidio accademico. Anni dopo un simpatico amico americano, oggi non più tra noi, ci chiese se ci occupassimo di fossili.

In realtà Sorokin possiede una qualità che attrae immediatamente ogni studioso veramente libero: lo spirito d’indipendenza. Un uomo che non ha mai fatto sconti a nessuno e che, incappato negli anni della Guerra Fredda nella rete dell’FBI, disse agli agenti che chiedevano informazioni sui suoi colleghi di Harvard che costoro non potevano tradire gli Stati Uniti perché della Russia non sapevano assolutamente nulla. Insomma, per Sorokin il problema, prima ancora che etico, era cognitivo (1).

Dicevamo: incasellamento. Perché – ripetiamo – dell’intera opera di Sorokin viene raccolta la sfida dell’altruismo creativo come mezzo per cambiare l’umanità, sul piano etico (Mangone et alii) ed etico-cognitivo (Cipolla).



I due libri – in particolare il primo – contengono alcuni interventi pregevoli: tra gli altri ricordiamo quelli di Mangone, Zyuzev, Ghini, Marletti, Allodi, Raffaele Federici, Cipolla. Aggiungiamo che ci sarebbe piaciuto leggere anche il parere di Valerio Merlo, autore di un aureo saggio in argomento (Il miracolo dell’altruismo umano. La sociologia dell’amore di P.A. Sorokin, Armando Editore, Roma 2011).

Che cosa emerge dal tutto? Una concezione della sociologia come supplemento di dolcezza, come bacio etico di una sorta di welfare state universale. Anche il dotto volume di Cipolla, al quale non è mai sfuggito alcun campo disciplinare della sociologia, è ricco di graziosi arabeschi etici con puntate sul cognitivismo solidarista.

Alla fin fine, una volta letti e chiusi, i due volumi contribuiscono più alla valorizzazione dell’ultimo Sorokin che alla comprensione complessiva della sua opera. Dispiace ripeterlo, ma è così. Solo per fare un esempio, tutto il gran dibattere, da un capo all’altro dei testi, sull’influenza del pensiero filosofico e religioso russo era cosa condivisa e riconosciuta dallo stesso Sorokin e ampiamente documentata. Agli atti diciamo (2).

Infine ci ha colpito una proposta del professor Cipolla: quella della costruzione di un gruppo di lavoro e di un relativo sito sul tema dell’amore altruistico. Per carità, sui temi di ricerca siamo per la massima libertà. Però forse oggi sarebbe più utile una rilettura e, per certi aspetti, una riscrittura dei quattro volumi di Social and Cultural Dynamics (1937-1941) alla luce delle moderne tecnologie digitali (3). La buttiamo lì: perché non “algoritmizzare” Sorokin?



Non si dimentichi un fatto, spesso ignorato: Sorokin scrive di tre grandi supersistemi, ma in realtà ne individua, dividendole in sottoclassi, sette differenti forme di mentalità culturale: ideazionale ascetica e attiva; sensistica attiva, passiva e cinica; pseudoideazionale; idealistica (4). Un patrimonio teorico sul quale si potrebbe ancora lavorare con profitto, dal punto di vista dell’operazionalizzazione della ricerca.

Anche perché – e qui emerge una forma di curioso anacronismo in alcune interpretazioni contemporanee – Sorokin non era affatto un nemico dell’economia liberale. Scorgeva nel mercato e nel contrattualismo rettamente inteso uno strumento di libertà. Riconosce al sensismo, soprattutto nelle fasi di sviluppo, il carattere dell’epicità: Sorokin, severo sociologo della crisi, ma giusto giudice morale nel distribuire le colpe. E proprio in questa prospettiva andrebbero riletti, in chiave non semplicemente di cittadino modello, che anche se non capisce si adegua, i capitoli sul ruolo invasivo dello Stato nei periodi calamitosi, naturali o umani, contenuti in Hunger as a Factor in Human Affairs (1922), nel terzo volume di Social and Cultural Dynamics (1937), in Man and Society in Calamity (1942) e negli scritti sul totalitarismo degli anni Cinquanta.



Perché proprio qui viene fuori l’umanità sociologica di Sorokin, la cui sociologia critica resta essenzialmente segnata non dalla composizione, ma dal conflitto tra olismo e individualismo. Sorokin – e sul punto andrebbe riletto attentamente Society, Culture and Personality (1947), il suo sottovalutatissimo manuale – vacilla – semplifichiamo – tra Durkheim e Weber, tra cittadinanza repubblicana e gabbia d’acciaio, tra forza propria delle istituzioni e resistenze individuali. Ci mette in guardia, senza dare risposte assolute. La sua è una filosofia aperta della storia. Sfida gli dei e gli uomini.

Anche i processi di “altruizzazione” (diciamo così), raccomandati nell’ultima fase, rinviano alla trasformazione individuale. Sorokin parte sempre dall’individuo.

Infine, bello il ricordo del professor Gianfranco Morra (C. Cipolla, Un’epistemologia con noi, oltre noi, per gli altri, cit., pp. 147-170), del quale rammentiamo, in anni ormai lontanissimi, i biglietti con cui ci incoraggiava a perseverare nelle nostre ricerche sull’opera di Sorokin.

 


Forse è proprio questo il punto. Se Sorokin ha ancora qualcosa da dire al XXI secolo, non è soltanto attraverso la sua sociologia dell’amore altruistico, certamente importante e meritevole di attenzione. È soprattutto attraverso quella monumentale sociologia delle mentalità culturali che attende ancora, a quasi un secolo di distanza, una verifica sistematica alla luce delle moderne tecnologie digitali. Un lavoro immenso, certamente. Ma forse più vicino allo spirito di quel Sorokin inquieto, refrattario a ogni conformismo intellettuale, che per tutta la vita preferì porre domande scomode piuttosto che offrire risposte consolatorie.

Carlo Gambescia

(1) Si veda Mike Forrest Keen, Stalking Sociologist. J. Edgar Hoover’s FBI Surveillance of American Sociology, Transaction Publishers, New Brunswick (USA) and London (UK), 2004, 2ª ed., p. 116.

(2) Rinviamo al nostro Invito alla lettura di Sorokin, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2002, pp. 28-29, dove in nota (13) rimandiamo alla documentazione dell’Archivio Sorokin.

(3) Per un’impostazione empirica della questione, seppure datata, si veda Matilda White Riley and Mary E. Moore, Sorokin’s Use of Sociological Measurement, in Philip J. Allen (ed.), Pitirim A. Sorokin in Review, Duke University Press, Durham (NC), 1963, pp. 206-224, in particolare pp. 221-222. Per una verifica più contenutistica che metodologica, anch’essa ormai risalente nel tempo, si veda George A. Hillery, Jr., Susan V. Mead and Robert G. Turner, An Empirical Assessment of Sorokin’s Theory of Change, in Joseph B. Ford, Michel P. Richard, Palmer C. Talbutt (eds.), Sorokin and Civilization. A Centennial Assessment, Transaction Publishers, New Brunswick (USA) and London (UK), 1996.

(4) Si veda la nostra Introduzione a Pitirim A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno (BO), 2000, p. 29, nota 25.