Invece di discutere del video in cui, secondo la stampa di destra, Giorgia Meloni demolirebbe le ragioni del no alla separazione delle carriere, proviamo a fare l’operazione inversa: demolire politicamente la Meloni. Non per partito preso, ma per una ragione più semplice e, se vogliamo, più sociologica, anzi metapolitica. Il suo liberalismo appare spesso come un liberalismo a comando: evocato quando serve, dimenticato quando diventa scomodo.
Il punto, infatti, non è soltanto giuridico ma prima ancora metapolitico. O si è liberali nel senso sociologico del termine — cioè si riconosce che la società è fatta di equilibri, limiti e contrappesi che nessun potere dovrebbe alterare — oppure si cambia posizione a seconda della convenienza politica del momento. Fermo restando, come vedremo, una certa visione autoritaria e accentratrice che continua a segnare il profilo politico di Giorgia Meloni.
Per dirla in modo più elegante, si potrebbe parlare di occasionalismo politico: si giudica e si agisce non in base a principi stabili, ma alle convenienze del momento, piegando la realtà – e i meccanismi che la regolano – alla conservazione del potere.
Prendiamo il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”, che ha riaperto una questione sempre sensibile nella politica italiana: il confine tra libertà dei genitori e tutela dei minori. La vicenda riguarda Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, coppia anglo-australiana che viveva con i loro tre figli in un casolare isolato vicino a Palmoli, in Abruzzo, lontano da scuole, servizi e da quella minima socialità che ogni società considera necessaria alla crescita dei bambini.
Uno stile di vita certamente sobrio, forse anche romantico per qualcuno, che ha però inevitabilmente attirato l’attenzione della magistratura minorile.
I giudici del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, valutando l’interesse superiore dei bambini, hanno disposto il loro collocamento in una struttura protetta e l’allontanamento della madre dalla casa-famiglia dove si trovano i figli, mentre il padre è rimasto vicino ai bambini e partecipa alle procedure legali.
La decisione si inserisce in un quadro normativo molto preciso: le leggi italiane prevedono l’intervento dei tribunali quando i minori rischiano di essere privati di diritti fondamentali come l’istruzione, la socializzazione e condizioni igienico-sanitarie adeguate.
Dura lex, sed lex. Lo Stato di diritto non funziona à la carte. A chi scrive ciò non è piaciuto, ma per ora le cose stanno così.
Ed ecco il paradosso politico. Giorgia Meloni, oggi paladina della libertà dei genitori e dei “diritti naturali della famiglia”, attacca i giudici accusandoli di aver superato i propri limiti. Il problema è che quelle stesse norme che consentono l’intervento dei tribunali sono state negli ultimi anni rafforzate proprio da politiche sostenute dal suo governo, con provvedimenti come il decreto Caivano e con l’inasprimento delle sanzioni per l’abbandono scolastico o per la negligenza genitoriale.
In altre parole, i giudici hanno semplicemente applicato leggi che la stessa maggioranza ha contribuito a rendere più severe.
Qui emerge con chiarezza il meccanismo del liberalismo a comando.
Quando conviene, Meloni si presenta come difensore della libertà familiare e critica la magistratura; quando serve dimostrare fermezza nella tutela dei minori, lo Stato deve invece intervenire con severità contro i genitori negligenti.
Dietro questa oscillazione resta però una costante. Non il liberalismo, bensì una concezione politica nella quale il potere appare pienamente legittimo quando coincide con la volontà del governo, che Meloni identifica addirittura con lo stato, mentre diventa sospetto quando agisce autonomamente.
È una logica che non nasce oggi. Appartiene a una tradizione politica – quella nazional-autoritaria che in Italia ha avuto nel fascismo la sua forma più compiuta – nella quale lo stato non è un sistema di poteri che si limitano reciprocamente, ma uno strumento unitario che deve esprimere una volontà politica dominante. Si potrebbe parlare di “stato-governo”. Un moloch politico.
Il liberalismo, invece, nasce esattamente per il motivo opposto: limitare il potere, dividerlo, diffidarne. È l’antimoloch. Ogni vero liberale – quindi non Giorgia Meloni – non può mai perdere di vista questa fondamentale distinzione metapolitica, dalle potenti radici sociologiche
Ed è proprio qui che emerge un’altra contraddizione. La stessa Meloni presenta oggi la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri come una riforma liberale. Ma anche qui il liberalismo appare più come uno slogan che come un principio.
Il liberalismo non consiste nel rafforzare un potere contro gli altri, bensì nel mantenerli in equilibrio. La separazione dei poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — è il cuore dello stato di diritto.
La separazione delle carriere, invece, rischia di produrre un effetto diverso. Qui emerge il dato metapolitico: introduce all’interno del potere giudiziario una divisione che finisce per indebolirlo. È un meccanismo ben noto alla sociologia del potere: quanto più un potere è frammentato al suo interno, tanto più diventa vulnerabile nei confronti degli altri. E qui ritorniamo al dato sociologico e metapolitico che nessun vero liberale disconosce.
Si dirà (maliziosamente): ma non è proprio questo il liberalismo, cioè dividere il potere? Solo fino a un certo punto. Come in tutti i fenomeni sociali esiste un limite oltre il quale il principio smette di funzionare.
La separazione dei poteri serve a evitare che uno solo domini sugli altri. Ma se si divide ulteriormente uno dei tre poteri fondamentali — quello giudiziario — si rischia di indebolirlo proprio nel momento in cui dovrebbe bilanciare gli altri due.
Il corpo unitario della magistratura rappresenta quindi una condizione minima di autonomia istituzionale, non per dominare, ma semplicemente per poter contare qualcosa nell’equilibrio dei poteri dello Stato. E quando questo equilibrio si altera, la storia politica insegna che il potere che tende naturalmente ad espandersi è quello esecutivo, a danno del giudiziario e del legislativo.
Il risultato è un paradosso quasi perfetto. Nel caso della famiglia
nel bosco, Meloni attacca i giudici perché applicano la legge. Nel caso
della separazione delle carriere, rivendica come liberale una riforma
che rischia di modificare l’equilibrio tra i poteri dello stato.
Il principio cambia, ma la logica resta la stessa: adattare il discorso alla convenienza del momento.
È qui, come anticipato, che torna utile una categoria più sociologica che morale: l’occasionalismo politico. Non si parte dai principi per giudicare i fatti; si parte dalle occasioni per modellare i principi.
Così la libertà delle famiglie diventa sacra quando serve criticare i giudici, ma svanisce quando lo stato irrigidisce le norme sulla responsabilità genitoriale. Allo stesso modo, il liberalismo viene evocato per sostenere la separazione delle carriere, salvo dimenticare che la tradizione liberale nasce proprio dalla diffidenza verso ogni concentrazione di potere.
In questo senso, il bosco, anzi la foresta non è soltanto quella abruzzese. È anche la foresta simbolica della politica italiana: un luogo fitto di slogan, indignazioni selettive e principi elastici.
Quando la bussola dei principi scompare, resta soltanto la banderuola.
E nel caso della destra italiana quella banderuola, più che dal vento del liberalismo, continua spesso a essere orientata da una vecchia tradizione politica: quella dello stato forte, accentrato e diffidente verso i contrappesi, che nel Novecento trovò nel fascismo la sua espressione più compiuta.
Carlo Gambescia




















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