La contesa tra Giuli e Meloni — o comunque con quella parte di Fratelli d’Italia che non lo ama — appartiene ai conflitti interni di tutti i governi: di destra, di sinistra, di centro. Gli uomini simpatizzano, antipatizzano, difendono prerogative e territori, e in linea di principio sono poco disposti a cedere la porzione di potere che ritengono appartenga loro, sia essa conferita da un monarca, da un dittatore o dal popolo sovrano. Con una differenza decisiva: nelle liberal-democrazie questi conflitti sono pubblici, o quasi.
Sotto questo aspetto non c’è nulla di scandaloso nella contesa tra ministro e governo; anzi, è perfino un segno — per quanto superficiale — di democratizzazione interna di partiti che restano, da sempre, organizzazioni a forte direzione carismatica. Fascismo incluso. Dove il capo tende a essere tutto e gli altri poco o nulla. E dove chi dissente viene facilmente liquidato come un Badoglio, un traditore della “Fiamma”.
Non ricordiamo Giuli come un Riccardo Cuor di Leone: silenzioso, all’occasione forbito, educato, perfino umile, tuttavia per alcuni avversari poco benevoli, volutamente sfuggente, un “carrierista”, eccetera. Difficile dire. Solo una cosa, come ben sanno gli storici veri: bisogna sempre guardarsi dagli invidiosi giudizi dei falliti.
Oggi si veste come Malaparte: spunta il sole, canta il gallo, o Giuli monta a cavallo. Cambiano i regimi, cambiano i linguaggi del potere, ma — insegnavano Adorno e Horkheimer — i riflessi condizionati delle ideologie autoritarie sopravvivono a lungo nell’inconscio collettivo.
Forse è un protetto della Meloni, o di chi è ancora in grado di condizionarla. Fatto sta che, per ora, ha vinto lui. Per ora, ovviamente.
Per le opposizioni, naturalmente, tutto ciò sarebbe il segno di un governo litigioso, alla frutta, capace solo di spartirsi poltrone. Può darsi. Ma tanto la contesa interna quanto la critica moralistica appartengono alla fisiologia democratica.
Il problema nasce quando si pone un accento eccessivo su questi fenomeni, trasformandoli nella prova definitiva della corruzione del sistema. È lì che si finiscono per minare le basi stesse della democrazia liberale, aprendo le porte all’ideologia della purezza democratica: una visione semplificatrice che riduce la politica a una specie di patente morale a punti.
Nessuno sembra aver imparato qualcosa dai democristiani e, prima ancora, dai liberali — giolittiani o meno — che sapevano gestire i conflitti interni con grande maestria. Ancora oggi si criticano Depretis e Giolitti, Moro e Andreotti, ignorando che anche attraverso il trasformismo, il compromesso, qualche “mazziere” e perfino il Cencelli, hanno accompagnato la crescita dell’Italia.
Si dirà: in modo distorto. Certo. Come quelle piante che si arrampicano sui muri e fioriscono solo nei punti in cui batte il sole. Nessuno è perfetto. Ma si ricordi una cosa: spartizioni, nepotismi e clientele prosperano soprattutto quando cresce l’estensione del potere statale.
La vera risposta non è arrestare tutti preventivamente o trasformare la politica in una questione penale permanente. La vera risposta è ridurre al minimo il potere discrezionale dello stato. Il potere ha sempre le sue tentazioni: la carne è debole. E più il potere si espande, più crescono le tentazioni.
Pochi giorni fa, facendo uno sforzo su noi stessi, abbiamo visto il film su Berlinguer, “La grande ambizione”. Per carità: superba interpretazione di Elio Germano, attore che per la prima volta ci è davvero piaciuto. Ma ciò che emerge dal film — e di cui probabilmente neppure regista e sceneggiatori si sono resi conto — è l’uso a kalashnikov della moralistica ideologia della purezza democratica, senza comprendere quanto essa sia semplicistica nella spiegazione del male nel mondo. La famosa “questione morale” usata però come una specie di napalm di cui piace sentire l’odore ogni mattina.
Esemplare, sotto questo aspetto, è la spiegazione che Berlinguer dà ai figli del capitalismo e del comunismo, tagliata con l’accetta: il capitalismo è sfruttamento, il comunismo solidarietà. Punto.
Un mondo in bianco e nero. Una lettura moralistica della storia che, alla lunga, ha contribuito alla distruzione cartaginese del partito socialista e della Prima Repubblica, preparando il terreno ai populismi di destra e di sinistra. Gli stessi che oggi si contendono il potere, rimbambendo l’elettore a colpi di purezza democratica e inducendolo a disprezzare il presente in nome della solita isola che non c’è.
È questa cultura politica che prima ha portato montagne di voti a Berlusconi, poi ai Cinque Stelle e oggi a Fratelli d’Italia. Domani, chissà, forse al “campo largo”, che ancora sbava per Allende. Fermo restando che criticare Allende non significa tifare per Pinochet.
Così stanno le cose. E allora la domanda finale è semplice: Giuli sta dalla parte della liberal-democrazia imperfetta, fatta di conflitti, mediazioni e rapporti di forza, oppure da quella degli utopisti dell’isola che non c’è?
Insomma: Andreotti o Berlinguer?
Carlo Gambescia































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