martedì 20 ottobre 2026

Il governo, i 500 soldati e il diritto di dissentire

 

Alcuni amici, in privato, hanno giudicato troppo morbido il mio articolo di ieri, Giovani traditi o viziati?  (*). Forse si aspettavano una condanna più netta. Ma il punto non è alzare la voce. È capire dove stiamo andando.

Che cosa dobbiamo pensare di quei giovani che devastano le strade, aggrediscono le persone, saccheggiano i negozi? Che rispondano delle loro azioni, naturalmente. La responsabilità è individuale e non può essere cancellata né dall’età né dal disagio sociale. Sono persone, homines sui iuris: soggetti responsabili, non semplici prodotti dell’ambiente. Ma proprio per questo non possiamo trasformare le colpe di alcuni in una condanna collettiva, né usare la violenza di pochi per restringere le libertà di tutti.

Il problema, insomma, non è scegliere tra l’indulgenza e la repressione. È distinguere tra il necessario esercizio della forza pubblica, entro i limiti della legge, e la tentazione di trattare ogni conflitto come una minaccia all’ordine costituito.

La democrazia pluralista, del resto, non è una società senza conflitti. È una società che li riconosce, li rende visibili e cerca di governarli attraverso regole e istituzioni. Ralf Dahrendorf, in Classi e conflitto di classe nella società industriale (Laterza 1974) ha mostrato quanto il conflitto sia connaturato alla struttura delle società moderne. Charles Tilly, in Conflitto e democrazia in Europa, 1650-2000 ((Bruno Mondadori, 2007) ne ha ricostruito i rapporti con l’evoluzione delle istituzioni democratiche. Naturalmente non tutti i conflitti sono democratici, e la violenza non diventa legittima solo perché si presenta in strada. Ma una democrazia che pretende di eliminare il conflitto anziché regolarlo finisce per mettere sotto tutela anche il dissenso pacifico.

E qui veniamo al governo. La risposta annunciata alle tensioni di questi giorni consiste anche nell’invio di altri 500 militari a Milano. Si prospetta inoltre un nuovo intervento legislativo in materia di sicurezza. Al momento in cui scriviamo, si tratta di misure annunciate, non di provvedimenti definitivi di cui sia possibile valutare il testo e gli effetti concreti (**). Possiamo però discutere l’indirizzo politico, che si inserisce in una sequenza di interventi già adottati dal governo Meloni.

Una domanda sorge spontanea: davvero l’ordinamento italiano è privo degli strumenti necessari per perseguire chi aggredisce, devasta o saccheggia? Il codice penale non è stato abrogato. Le forze dell’ordine non sono disarmate sul piano giuridico. E il governo ha già varato misure che hanno ampliato gli strumenti repressivi in nome della sicurezza. Anche troppo a dire il vero. Prima di aggiungere nuovi divieti e nuove facoltà di intervento, sarebbe ragionevole dimostrare che quelli esistenti siano insufficienti e spiegare con precisione perché.

La sicurezza è un bene pubblico. Ma non è una parola magica, capace di rendere automaticamente ragionevole qualsiasi misura venga presentata in suo nome. Il punto liberale è proprio questo: anche il potere che agisce per proteggere i cittadini deve essere limitato dalla legge, sottoposto a controlli e chiamato a giustificare le proprie decisioni. Altrimenti la sicurezza, da condizione della libertà, rischia di diventare il suo avversario.

L’immagine di altri 500 militari nelle strade di Milano evoca inevitabilmente una pagina tragica della nostra storia: il maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris fece sparare con i cannoni sulla folla che protestava contro il rincaro del pane. Non confondiamo epoche e circostanze: oggi non siamo nel 1898 e l’invio di militari non equivale, di per sé, a sparare sui manifestanti. Ma proprio la memoria storica dovrebbe suggerirci prudenza. Quando il conflitto sociale viene rappresentato soprattutto come un problema di ordine militare, si rischia di smarrire la distinzione tra chi commette reati e chi esercita un diritto.

 

È questa distinzione che una parte della destra sembra voler rendere sempre più sfumata. Si prendono episodi di violenza, si insiste sui particolari più pruriginosi — perfino sulle giacche firmate sottratte nei saccheggi — e si costruisce una narrazione nella quale la protesta appare, in quanto tale, sospetta. Il criminale e il manifestante, il teppista e il cittadino che contesta una decisione pubblica finiscono così nello stesso quadro.

La confusione non è innocente: permette di presentare nuove restrizioni come una risposta ovvia a un’emergenza, senza discutere abbastanza il prezzo che pagheranno le libertà di tutti.

Non è una novità. La destra italiana di governo mostra spesso una marcata inclinazione a identificare l’ordine con l’autorità e l’autorità con la capacità di proibire. Se si esclude la Destra storica, che con i briganti non scherzò — ma c’era anche da consolidare un’Italia appena unita —, i suoi precedenti più inquietanti si ritrovano nella repressione di Bava Beccaris e, su tutt’altra scala, nel fascismo, che fagocitò ogni libertà. Giorgia Meloni, per dirla con una battuta, ha illustri padrini simbolici: un generale repressore e un dittatore fascista.

In realtà, uno Stato liberale non si misura dalla quantità di divieti che riesce a introdurre, né dal numero di uniformi che può schierare. Si misura dalla capacità di garantire la sicurezza senza trasformare il cittadino in un suddito e il dissenso in un sospetto. Ma che cosa ne sa Meloni dello Stato di diritto?  Sembra Pinocchio in mezzo a due carabinieri: Bava Beccaris e Mussolini. E qui, per dirla con Mourinho, siamo a zero tituli.



La sinistra, dal canto suo, non sembra offrire un contributo molto più utile. Una parte del dibattito ha liquidato l’iniziativa governativa come un diversivo rispetto allo sciopero degli autotrasportatori e alle difficoltà economiche. Può darsi che il calcolo politico esista, e sarebbe ingenuo escluderlo. Ma ridurre tutto a una manovra di distrazione significa evitare la questione più importante: quali limiti si vogliono porre all’esercizio del potere? Non basta smascherare una possibile convenienza elettorale. Bisogna discutere il merito delle misure, i loro effetti e la loro compatibilità con le libertà costituzionali.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha condannato le violenze e richiamato l’esigenza di un’analisi intelligente e approfondita. È un richiamo condivisibile. Non sarebbe corretto attribuirgli, sulla base di queste parole, un’approvazione preventiva delle misure annunciate. La questione si porrà quando il provvedimento sarà definito e arriverà nelle sedi istituzionali competenti. Sarà allora importante che le garanzie costituzionali non vengano considerate un intralcio alla sicurezza, ma una parte essenziale della sicurezza stessa.

Non siamo ingenui. Sappiamo che le manifestazioni possono degenerare, che le forze dell’ordine devono poter intervenire e che chi commette reati deve essere perseguito. Ma proprio perché prendiamo sul serio questi problemi rifiutiamo la scorciatoia autoritaria: quella che sfrutta le violenze per far passare l’idea che più potere al governo significhi automaticamente più sicurezza per tutti.

Uno Stato di diritto non promette l’assenza del conflitto. Garantisce che il conflitto possa esprimersi senza che la legge diventi un’arma nelle mani di chi governa. Punire chi devasta è doveroso; intimidire chi protesta pacificamente è un’altra cosa. Confondere le due situazioni non rafforza la democrazia: la indebolisce.

Cinquecento soldati (senza dimenticare ulteriori misure repressive) possono forse rendere più visibile la presenza dello Stato. Non possono sostituire una politica capace di affrontare le cause dei problemi, né cancellare le tensioni di una società pluralista. E soprattutto non possono rispondere alla domanda decisiva: quanto spazio resterà al cittadino per contestare il potere, quando il potere avrà imparato a chiamare ogni dissenso un problema di sicurezza?

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/10/giovani-traditi-o-viziati.html .

(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/19/mattarella-a-milano-violenze-inaccettabili-serve-unanalisi-approfondita_397d8359-98ac-4ba2-840f-a55dcb988745.html  .

lunedì 19 ottobre 2026

Giovani, traditi o viziati?

 


I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse di destra – “La Verità”, “il Giornale”, “Il Tempo” e “Libero” – sparano a zero sui giovanissimi protagonisti degli scontri di questi giorni. A Milano, secondo ANSA, circa l’80 per cento dei fermati sarebbe minorenne (*). La sinistra, invece, sembra dividersi: almeno a giudicare da alcune testate, come “Domani” e il “Fatto Quotidiano”, più caute nel mettere al centro la responsabilità individuale; mentre “Repubblica”, la “Stampa” e il più moderato “Corriere della Sera” sembrano preferire una distribuzione delle responsabilità fra giovani e contesto sociale.

Insomma, giovani traditi o viziati? Le vetrine sfasciate e le macchine incendiate sono danni collaterali di una causa giusta, oppure siamo davanti a piccoli criminali che crescono? Il contesto politico è troppo radicalizzato perché i giudizi siano sereni. Da una parte, una certa opinione pubblica, anche colta e non necessariamente di sinistra, pratica da anni l’innocenza preventiva: “Sono giovani, bisogna comprenderli, possono sbagliare”. Dall’altra, una destra intellettualmente sbrigativa oppone la colpevolezza preventiva: “Sono giovani, devono stare al loro posto, imparare a obbedire e, possibilmente, smettere di fare domande”.



Così è. Sono due pedagogie speculari: la prima libertaria, nella sua versione indulgente; la seconda securitaria, nella sua versione autoritaria. Ma che cosa ci dicono i rapporti sulla violenza giovanile? E soprattutto, che cosa sappiamo davvero dei giovani italiani?

Sappiamo di appesantire il discorso (e di annoiare il lettore), ma non possiamo non partire da alcuni dati, perché le impressioni sono una cosa e i numeri un’altra. Il rapporto di Save the Children “(Dis)armati”, pubblicato nel marzo 2026, restituisce un quadro meno rassicurante di quello suggerito da certe assoluzioni di principio, ma anche meno apocalittico di quello evocato dalla destra. L’Italia rimane fra i Paesi europei con livelli relativamente contenuti di criminalità minorile. Eppure, fra il 2014 e il 2024, il numero dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni denunciati o arrestati per rapina è passato a 3.968, più del doppio; quello relativo alle lesioni personali è arrivato a 4.653, quasi il doppio; le segnalazioni per rissa sono salite da 433 a 1.021. Anche i minorenni segnalati per porto abusivo di armi o di oggetti atti a offendere sono aumentati: da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024 (**).

 

Non sono numeri da liquidare come propaganda. Ma non autorizzano neppure a parlare di una generazione perduta. Il medesimo rapporto segnala che i minorenni e i giovani adulti segnalati agli Uffici di servizio sociale per i minorenni dall’autorità giudiziaria sono diminuiti di oltre un terzo nell’arco di vent’anni, passando da circa 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Attenzione, però: si tratta di indicatori diversi, che non si possono sovrapporre. Le denunce e gli arresti non sono condanne definitive e, da soli, non consentono di misurare tutta la violenza effettivamente commessa. L’aumento dei casi registrati per alcuni reati è un dato importante, ma non basta, da solo, a spiegarne le cause.

Insomma, non siamo autorizzati né a minimizzare né a generalizzare. Alcuni comportamenti violenti sono aumentati, mentre il quadro complessivo è più articolato di quanto suggeriscano le cronache: il problema esiste, ma non coincide con la caricatura di un’intera generazione di delinquenti in erba.

Un’altra indagine di Save the Children, “Stavo solo scherzando”, pubblicata nel febbraio 2026, documenta la diffusione di comportamenti aggressivi e di controllo nelle relazioni tra adolescenti. Un adolescente su quattro dichiara di aver subito violenza fisica in una relazione; il 28 per cento riferisce che proprie immagini intime sono state condivise senza il suo consenso e il 29 per cento dichiara di essersi sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati (***). Si tratta di dichiarazioni degli adolescenti intervistati, non di dati amministrativi relativi a episodi accertati giudiziariamente. Un quadro più ampio dei comportamenti e delle esperienze dei giovanissimi emerge anche da una pubblicazione Istat dello stesso anno. Non parliamo più di vetrine e cassonetti, ma di rapporti interpersonali. Eppure il filo che lega i fenomeni merita attenzione: la difficoltà a riconoscere nell’altro una persona titolare di diritti, non un oggetto da usare, intimidire o sottomettere.

Naturalmente, nessuna di queste ricerche dimostra che la causa della violenza sia una presunta pedagogia di sinistra. Sarebbe una conclusione troppo comoda. Ma è altrettanto comodo invocare genericamente il disagio sociale, come se le condizioni di vita cancellassero la responsabilità individuale. Le cause sociali vanno indagate; le responsabilità personali, quando accertate, vanno riconosciute. Non c’è contraddizione.

Il punto è proprio questo. La sinistra che assolve preventivamente rischia di trasformare il giovane in una vittima permanente, incapace di rispondere delle proprie azioni. La destra che condanna preventivamente lo riduce invece a un soggetto da sorvegliare e punire. Nel primo caso, il ragazzo non sarebbe responsabile perché condizionato dall’ambiente; nel secondo, dovrebbe essere responsabile soltanto nel senso di obbedire all’autorità. Due strade diverse per arrivare allo stesso risultato: non prendere sul serio la persona.

Qui occorre distinguere il libertarismo dal liberalismo. Una pedagogia libertaria intesa come indulgenza, come sospensione dei giudizi e dei limiti, non aiuta. La libertà non consiste nel poter fare tutto, tanto meno nel poter danneggiare gli altri senza conseguenze. Ma neppure la disciplina, quando diventa un fine in sé, educa alla libertà. Può produrre obbedienza, conformismo, risentimento. Non necessariamente cittadini.

Il liberalismo, dal punto di vista pedagogico, parte da un presupposto diverso: l’individuo è una persona libera, responsabile e titolare di diritti, ma proprio per questo deve rispondere delle proprie scelte. La libertà di ciascuno incontra il limite dei diritti altrui e della legge. Non è un privilegio concesso dall’autorità, né una licenza che ci attribuiamo da soli. È un ordine di convivenza, spesso spontaneo, fondato sul rispetto reciproco, sull’apprendimento delle regole e sulla responsabilità, nel quale nessuno, giovane o adulto, può pretendere di essere sottratto alle regole comuni.

Da questo punto di vista, la questione non si risolve invocando più repressione o più comprensione. Servono famiglie capaci di educare, scuole capaci di insegnare, istituzioni capaci di prevenire e, quando necessario, sanzionare. Servono anche politiche sociali che offrano opportunità concrete, senza trasformare l’assistenza in una giustificazione permanente di ogni comportamento. E serve soprattutto uno Stato che faccia rispettare la legge senza scambiare la sicurezza con il controllo indiscriminato delle persone. Insomma, occorre più liberalismo, diremmo in quantità industriale, meno buonismo a sinistra e meno cattivismo a destra.

Non crediamo, insomma, che i giovani siano tutti traditi, né che siano tutti viziati. Sono persone – si badi: personae, soggetti di diritto, non oggetti di pedagogia – in formazione, immerse in un mondo che gli adulti hanno contribuito a costruire e del quale non possono essere considerate le uniche responsabili. Ma proprio perché sono persone, e non semplici prodotti dell’ambiente, sono titolari di diritti e, al tempo stesso, chiamate a rispondere delle proprie azioni. Per sdottoreggiare in latino: homo sui iuris, l’individuo che non è proprietà altrui, ma titolare della propria autonomia. Non una creatura da plasmare a piacimento, né una vittima da assolvere per principio. Comprendere non significa assolvere; sanzionare non significa educare.

Fra la pedagogia dell’indulgenza e quella dell’obbedienza, noi scegliamo la libertà. Non una libertà senza limiti, ma una libertà regolata dal diritto, dal rispetto reciproco e dalla responsabilità personale. È qui che il libertario, se non vuole fermarsi alla protesta contro ogni autorità, deve incontrare il liberale: nel riconoscimento che il potere va limitato, ma che anche l’individuo deve conoscere i limiti della propria azione.

Perché il fine dell’educazione non è produrre ragazzi docili, che non disturbino il manovratore, né eterni minorenni ai quali tutto viene perdonato. È formare adulti capaci di pensare, scegliere e rispondere delle proprie scelte. Cittadini, insomma, non sudditi. E nemmeno vandali con una (presunta) buona causa in tasca.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/18/a-milano-ancora-scontri-meloni-convoca-il-vertice-sulla-sicurezza_7945d5b5-a8b2-4eed-96ae-375261367822.html .

(**) Rapporto integrale consultabile e scaricabile dal Resource Centre di Save the Children: https://resourcecentre.savethechildren.net/document/disarmati-unindagine-sulla-diffusione-della-violenza-giovanile-tra-percezione-e-realta-italy-2026/ . Sintesi e dati: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/disarmati-lindagine-sulla-violenza-giovanile-tra-fragilita-e-vuoti-educativi .

(***) Save the Children, “Stavo solo scherzando”: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/stavo-solo-scherzando . PDF integrale: https://s3-www.savethechildren.it/public/allegati/stavo-solo-scherzando.pdf . Istat, “Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi”: https://www.istat.it/produzione-editoriale/relazioni-opinioni-e-comportamenti-dei-giovanissimi/ .

domenica 18 ottobre 2026

Trump, traditore dell'Occidente



La scena è sempre la stessa: quando si tratta di negoziare con Putin, Donald Trump sembra dimenticare ogni principio, mentre quando si tratta di trattare con Zelensky ritrova improvvisamente tutta la sua durezza. Il presidente ucraino, che guida un Paese aggredito da anni dalla Russia, deve subire pressioni e ultimatum; Putin, che quell’aggressione l’ha ordinata, può invece contare sulla disponibilità americana a riaprire spiragli economici e ad allentare la pressione delle sanzioni. È il mondo alla rovescia (altro che Il mondo al contrario del generale Vannacci…). E non occorre essere diplomatici di professione per capire chi, in questa vicenda, finisca per avvantaggiarsi.

I lettori sanno che ci piace riproporre una domanda: con Biden o con un altro presidente democratico saremmo a questo punto? La nostra risposta è no. Non perché le amministrazioni democratiche siano immuni da errori, ambiguità e calcoli di potenza, ma perché una differenza di fondo rimane. È difficile immaginare un presidente democratico disposto a trattare con altrettanta disinvoltura il sostegno all’Ucraina e la pressione sulla Russia, mettendo in discussione, nello stesso tempo, la credibilità degli Stati Uniti come alleato. Il problema, insomma, non è soltanto quale politica americana sia più conveniente. È quale idea dell’America e del suo posto nel mondo stia guidando la Casa Bianca.


 

Trump rappresenta infatti qualcosa di anomalo persino rispetto alle due grandi tradizioni della politica estera statunitense: quella isolazionista e quella interventista. La prima, con tutte le sue varianti, si richiamava alla sovranità nazionale, all’indipendenza della repubblica, alla diffidenza verso gli impegni permanenti e alla necessità di non sacrificare le libertà americane nelle avventure altrui. La seconda, soprattutto nella sua versione liberale, giustificava l’impegno internazionale con la difesa degli alleati, la sicurezza collettiva, l’equilibrio fra le potenze e la salvaguardia delle istituzioni rappresentative. Naturalmente, interessi e valori si mescolavano, non sempre in proporzioni edificanti. Ma esisteva una visione politica con la quale quegli interessi venivano giustificati, discussi e, almeno in linea di principio, delimitati.

Invece Trump sopprime le libertà americane e se ne infischia della sicurezza collettiva.



Per scendere nei particolari. Con Trump  la politica estera tende a ridursi a una contrattazione permanente. Quanto si guadagna? Quanto si può ottenere? Chi deve piegarsi? E soprattutto: quale vantaggio immediato può ricavarne il presidente, in termini di denaro, prestigio e potenza personale? La sicurezza degli alleati diventa una voce da mettere a bilancio, la guerra una transazione da chiudere, la pace un affare da esibire. Non è l’isolazionismo tradizionale, perché Trump vuole intervenire, imporre, minacciare e ridisegnare i rapporti di forza. Non è neppure l’interventismo classico, perché non sembra disposto a riconoscere un valore autonomo alla difesa di un ordine internazionale. È un personalismo mercantile: Nietzsche, trasfigurato dai nazisti, con in più un passato da palazzinaro. Una concezione che pretende di sostituire una visione politica con il tornaconto personale del capo. Un comportamento da Lucky Luciano, come abbiamo più volte scritto.

Ecco perché la vicenda ucraina è così rivelatrice. Se si sospendono o si rinviano le sanzioni contro Mosca mentre Kiev continua a essere colpita, se si condiziona il sostegno all’aggredito senza esercitare una pressione equivalente sull’aggressore, non si sta semplicemente cambiando tattica diplomatica. Si rischia di comunicare che la parola data agli alleati vale soltanto finché non diventa costosa e che la sovranità di un Paese aggredito pesa meno delle convenienze economiche del momento. È un messaggio che non riguarda soltanto l’Ucraina: riguarda tutti coloro che affidano una parte della propria sicurezza alla credibilità americana.

 

Lo stesso approccio si ritrova nel rapporto con Netanyahu: anche qui, al di là delle dichiarazioni e delle convenienze del momento, Trump sembra privilegiare il rapporto personale e il calcolo del vantaggio immediato rispetto a una strategia coerente di difesa dell'ordine occidentale. Ma non apriamo il capitolo Netanyahu: ci porterebbe lontano dal punto essenziale.

Spesso ci si dice che l’Occidente non esiste. O, cosa peggiore, che non è mai esistito: sarebbe stato soltanto una decorazione ideologica, una cortina fumogena dietro la quale la NATO avrebbe mascherato interessi e rapporti di potere. Può darsi che l’Occidente reale sia stato molto meno coerente dei suoi apologeti. Le alleanze si fondano anche – si badi, anche – sugli interessi. Ma da questo non discende che i valori siano una finzione, né che un’alleanza possa essere compresa soltanto attraverso il calcolo dei vantaggi materiali.

A questo proposito ci piace rinviare a un vecchio lavoro di Vittorio De Caprariis, intellettuale liberale e convinto sostenitore dell’alleanza atlantica. Già nel 1958, in Storia di un’alleanza. Genesi e significato del Patto Atlantico, De Caprariis, pensando al rapporto fra Stati Uniti ed Europa, scriveva,

“che occorreva che ognuno si ponesse innanzi a scelte necessarie e decisive con la stessa convinzione dell’irrinunciabilità della civiltà liberale e la medesima risoluta energia che si era avuta prima” (*).

Insomma, non si trattava di negare gli interessi nazionali, ma di riconoscere che un’alleanza acquista un significato politico più alto quando i suoi membri condividono qualcosa che va oltre la convenienza del momento: valori e interessi vitali, maturati nella storia. Come nella lotta contro il nazifascismo prima e contro il comunismo poi. Anche se, in quest’ultimo caso, alla fine bastò schierare frigoriferi e televisori: la superiorità materiale dell’Occidente parlava da sé. Oggi, con Putin, dopo la sverniciatura comunista, quel vecchio argomento non basterebbe più. Sul 1945 torneremo presto.


 
L’Occidente – va riconosciuto – non è mai stato del tutto  liberale. Le sue contraddizioni sono numerose, le sue incoerenze documentate, le sue politiche talvolta tutt’altro che esemplari. Ma il fatto che non sia stato sempre all’altezza dei propri principi non dimostra che quei principi non esistessero. Al contrario, è proprio la loro esistenza a permetterci di giudicare le contraddizioni, denunciare le incoerenze e distinguere una politica discutibile da un tradimento. Se tutto si riduce agli interessi, non rimane più alcun criterio per stabilire quando una potenza abbia ragione di agire e quando, invece, abusi della propria forza.

Qui possiamo richiamare, con tutte le cautele del caso, anche Carl Schmitt, avversario della civiltà liberale. La sua riflessione ci ricorda, sia pure da una prospettiva radicalmente diversa, che i valori politici non si affermano da soli e che ogni ordine deve misurarsi con la possibilità della propria difesa. Ma proprio qui si apre la differenza decisiva. Una civiltà liberale deve saper difendere i propri principi senza rinunciare ai limiti del potere, al diritto e alla libertà individuale. Non può trasformare la forza nell’unico criterio di legittimità, né fare del rapporto amico-nemico la misura esclusiva della politica.

E che cosa ci ha insegnato, in questo senso, per tornare sul punto,  la sconfitta del nazifascismo nel 1945?  Che la potenza, da sola, non basta a fondare un ordine politico legittimo; che il potere deve incontrare dei limiti; che la libertà non può essere subordinata alla volontà di un capo. Non è una lezione da custodire come una reliquia, buona per le celebrazioni ufficiali e inutile quando si tratta di decidere. È una lezione che va riaffermata proprio quando diventa scomoda, quando difendere un alleato costa, quando resistere a un aggressore comporta sacrifici, quando il calcolo immediato suggerisce di lasciar perdere.

 

Qui rinviamo alla distinzione tra il realismo politico spicciolo, di breve periodo (a quo), e il realismo politico di largo respiro (ad quem) (**).


Trump sembra sordo a tutto questo. La sua politica non si limita a contestare singole scelte dell’ordine liberale: tende a mettere in discussione l’idea stessa che esistano obblighi politici e principi capaci di vincolare chi detiene il potere. L’alleato diventa un debitore, l’avversario un possibile socio, il diritto un ostacolo negoziabile. È qui che il suo modo di governare mostra affinità con una concezione autoritaria della politica: la personalizzazione del potere, il primato della forza, l’insofferenza verso i limiti e la subordinazione dei principi alla volontà del capo. Non occorre sostenere che il trumpismo coincida in tutto e per tutto con il fascismo storico per riconoscere la gravità di questa convergenza.

Ecco perché Trump è un traditore dell’Occidente liberale. Non perché gli Stati Uniti debbano essere sempre generosi, né perché la loro politica estera sia stata storicamente disinteressata. Ma perché una cosa è perseguire i propri interessi entro una visione politica, riconoscendo obblighi e limiti; un’altra è ridurre ogni rapporto internazionale a un affare personale, nel quale denaro e potenza diventano gli unici criteri di giudizio. La prima è una tradizione politica, con tutte le sue imperfezioni. La seconda rischia di distruggerne le fondamenta.

Il paradosso è che Trump pretende di incarnare l’Occidente mentre ne svuota i principi. Si presenta come difensore della forza americana, ma mette in dubbio la credibilità delle alleanze; invoca la grandezza nazionale, ma tratta la fiducia degli alleati come una merce; promette di ristabilire la pace, ma rischia di indebolire proprio quell’ordine politico che, con tutti i suoi difetti, ha reso possibile la cooperazione fra le democrazie occidentali.

La potenza può imporre condizioni. Può strappare concessioni. Può persino ottenere, nel breve periodo, qualche vantaggio economico. Ma non basta a costruire un’alleanza credibile, né a difendere una civiltà. Trump può disporre della potenza americana. Non per questo ha il diritto di presentarsi come l’interprete dei valori dell’Occidente. Di cui invece, ripetiamo, è il traditore.

Carlo Gambescia

(*) Per approfondire questa tassonomia si veda C. Gambescia, Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI), 2019, pp. 23-39.

(**) V. De Caprariis, Storia di un’alleanza. Genesi e significato del Patto Atlantico, Opere Nuove, Roma, 1958, p. 161.

sabato 17 ottobre 2026

Pace o guerra: il paese dei balocchi (e dell’infantilismo politico)



Non crediamo al complotto della sinistra, dei sindacati e del “Fatto Quotidiano” dietro gli studenti scesi in piazza. E non crediamo neppure alla tesi, altrettanto cara a certa stampa di destra, secondo cui le piazze studentesche “cercano  il morto”. Sono rappresentazioni speculari, buone per alimentare la polemica, non per capire che cosa stia accadendo.

Il problema, a nostro avviso, è un altro. Da anni crescono generazioni educate all’idea che la pace sia una condizione antropologica costitutiva e, di conseguenza, un diritto naturale la cui semplice rivendicazione basterebbe a realizzarla. Si immagina, con la bocca a cuoricino, una specie di civiltà pacifista dei balocchi, nella quale la guerra sia sempre colpa di qualcuno, le armi siano sempre inutili e la buona volontà basti a mettere d’accordo tutti. Peccato che la realtà, con la sua proverbiale mancanza di educazione, non collabori. Detto altrimenti: la verità antropologica — l’uomo non è completamente né buono né cattivo — finisce prima o poi per vendicarsi di chi pretende di ignorarla.

 

Sia chiaro: non rimpiangiamo affatto le piazze militariste e belliciste. Non abbiamo nostalgia delle giornate del “maggio radioso” del 1915, quando l’interventismo nazionalista celebrava la guerra come una palingenesi, né dei giovani fascisti che nel 1940 acclamarono l’ingresso dell’Italia nel conflitto voluto da Mussolini. Anche allora, come spesso accade, l’entusiasmo collettivo si nutriva di certezze e semplificazioni. La storia avrebbe presentato il conto.

Il punto è proprio questo. Il pacifismo assoluto e il bellicismo assoluto sono due facce di una medesima incapacità di fare i conti con la realtà. Non hanno necessariamente le stesse responsabilità storiche e morali, ma condividono la rinuncia al giudizio concreto. Il primo immagina una pace possibile a prescindere dalla volontà altrui; il secondo trasforma la guerra in una prova di grandezza nazionale. Entrambi sacrificano il giudizio alla fede. Cambiano le bandiere, non il meccanismo mentale, degno del peggiore infantilismo politico.  Come nel caso dell’alternativa secca scuola o armi.  Che potrebbe tranquillamente  essere rovesciata in armi o scuola…

Una cultura liberale dovrebbe insegnare qualcosa di meno consolatorio. La pace è un bene prezioso, ma non è un incantesimo. Può richiedere compromessi, diplomazia, deterrenza e, in determinate circostanze, la difesa armata di chi è aggredito. Non tutte le guerre sono giuste, così come non ogni pace è giusta. Una pace ottenuta consegnando l’aggredito alla volontà dell’aggressore può essere soltanto il nome elegante della resa.

 



Per questo gli slogan contro le armi non bastano. Bisogna domandarsi chi aggredisce chi, quali interessi siano in gioco, quali conseguenze comporti rinunciare a difendersi. La politica comincia quando si passa dalle intenzioni alle conseguenze. Per usare un’espressione rilanciata dall’amico Jerónimo Molina, dobbiamo essere capaci di immaginare le conseguenze disastrose di un comportamento politico pacifista o bellicista. Altrimenti restiamo nel territorio delle buone (o cattive) intenzioni: ciascuno può sentirsi dalla parte giusta senza dover rispondere di nulla.

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: la presenza degli adulti nelle manifestazioni studentesche. Genitori e insegnanti possono certamente accompagnare i ragazzi, tutelarne l’incolumità e riconoscere il loro diritto di protestare. Non c’è niente di scandaloso. Il problema nasce quando la protezione diventa una forma di tutela ideologica, quando gli adulti non aiutano i giovani a giudicare, ma confermano loro che la causa per cui manifestano è necessariamente giusta perché moralmente rassicurante.

 


Viene da chiedersi se non stiamo assistendo a una curiosa evoluzione dell’educazione contemporanea. Un tempo i genitori andavano a riprendere i figli dopo una serata in discoteca, per assicurarsi che tornassero a casa sani e salvi. Oggi rischiamo di ritrovarceli anche in piazza, non soltanto per proteggerli dai pericoli, ma per condividere con loro la certezza di essere dalla parte giusta della storia. La differenza non è irrilevante: nel primo caso si protegge un ragazzo; nel secondo si può finire per proteggerlo persino dal dubbio.

E gli insegnanti? Il loro compito non è certamente quello di fabbricare piccoli conformisti, né di impedire agli studenti di occuparsi della politica. È, al contrario, quello di insegnare loro a distinguere un fatto da uno slogan, una responsabilità da un pregiudizio, una rivendicazione legittima da una pretesa infondata. Soprattutto, aiutarli a comprendere che il dissenso non esonera dal ragionamento e che la buona fede non garantisce la bontà delle conseguenze.

Da liberali, non chiediamo ai ragazzi di stare a casa. Chiediamo loro di imparare a stare in piazza da cittadini, non da comparse di una rappresentazione morale già scritta dagli adulti. E chiediamo agli adulti di non confondere l’educazione con l’accompagnamento permanente, come se la maturità consistesse nel non lasciare mai soli i giovani, neppure davanti alle proprie idee.

 


Una società normale, se vogliamo usare questa espressione, non è una società senza conflitti, né una società nella quale tutti la pensano allo stesso modo. È una società capace di discutere dei conflitti senza trasformarli in crociate, di riconoscere i limiti delle proprie convinzioni e di accettare che la politica non offra soluzioni innocenti.

La pace non si costruisce fingendo che la guerra non esista. È vero che la nostra Costituzione ripudia la guerra, ma è altrettanto vero che considera sacro dovere del cittadino la difesa della Patria. I due principi non si contraddicono: ripudiare la guerra non significa rinunciare a difendersi. E oggi la difesa della nostra libertà, pur restando nazionale nelle sue responsabilità costituzionali, ha anche una dimensione europea, perché europea è ormai una parte essenziale della sicurezza che dobbiamo saper garantire.

Insomma, la libertà non si difende dispensando i giovani dalla fatica di pensare. Altrimenti, una volta usciti dai balocchi, potrebbero scoprire che la realtà è assai più complicata dei miti nei quali sono cresciuti. E che, purtroppo, non basta gridare uno slogan per cambiarla.

Carlo Gambescia

venerdì 16 ottobre 2026

Foucault secondo Marcello Veneziani

 


Agli intellettuali di destra, soprattutto quelli che provengono dalla destra missina, come Marcello Veneziani, si rimprovera la faciloneria. Un’accusa rivolta persino a Evola, che in effetti semplificava parecchio. Rivolta contro il mondo moderno è un impasto di luoghi comuni controrivoluzionari e conclusioni frettolose, frutto di letture parziali: parziali nel numero degli autori frequentati e nella scelta di quelli che confermano le proprie tesi.

Sotto questo aspetto, Marcello Veneziani ne è il degno erede. Se ci fosse l’ergastolo per i reati ermeneutici, lo meriterebbe. Ha scritto un articolo su Foucault da massimo della pena (*).

 

Non crediamo che lo abbia letto, né a fondo né superficialmente. Scrive di un angolo Foucault nella sua biblioteca, una ventina di libri, con poche sottolineature (lapsus freudiano?), ma si sente in diritto di dire la sua. Di qui la faciloneria.

E in pratica che cosa ci racconta? Che Foucault fu una specie di “anarco-liberista”, con una sua “vena” “in fondo tollerata dal nuovo potere capitalistico”. Ovviamente, non perde l' occasione per crocifiggere  il pensatore attraverso l’uomo:

“Egli identificò il male con l’istituzione che aveva il compito di fronteggiare il male e pensò a una liberazione dei pazzi, dei delinquenti, dei malati, dei disoccupati come degli omosessuali, delle femministe, degli emarginati e degli esclusi di ogni tipo. Quelli del torto avevano ragione, o comunque erano vittime e andavano liberati. C’è in questa difesa anche una traccia autobiografica, dalle sue inclinazioni omosessuali alla sua dichiarata vena sado-masochista, i suoi problemi psichiatrici, che lo spinsero sull’orlo del suicidio, l’uso dell’Lsd e l’abuso di alcolici”.

Non è necessario negare il rilievo biografico per riconoscere il problema del metodo: una teoria non si confuta ricostruendo le inclinazioni private di chi l’ha elaborata. Altrimenti, invece di discutere le idee, ci accontentiamo di mettere sotto processo il loro autore.

Ma non è solo questo. Veneziani accusa Foucault di essere, in qualche modo, un padre putativo dell’ideologia woke. Capito? Prima scrive che Foucault “identificò il male con l’istituzione”, poi lo riconduce a una cultura che, nelle sue diverse espressioni, reclama anche l’intervento delle istituzioni pubbliche. Non basta invocare gli emarginati e gli esclusi per diventare automaticamente fautori dello statalismo progressista; ma neppure basta criticare le istituzioni per essere liberisti. Se non è faciloneria questa!

Poi, come al solito, Veneziani straparla della morte di Dio (sebbene qui a Roma nessuno lo abbia mai visto frequentare la parrocchia, forse a Talamone…), scimmiottando Augusto Del Noce, ma senza la finezza del filosofo cattolico. E infine non perdona a Foucault il suo antifascismo, cosa prevedibile, considerando la provenienza ideologica di Veneziani.

Il vero punto, che Veneziani non coglierà mai, perché come tanti intellettuali di destra scorge nella sociologia una parente stretta del comunismo, è proprio quello sociologico.

Veneziani scrive che il compito dell’istituzione è “fronteggiare il male”. Come al solito, da facilone di destra, dice troppo o troppo poco. Troppo, perché il male sembra assumere una dimensione ultraterrena; troppo poco, perché, inseguendo i massimi sistemi, non coglie l’aspetto invasivo delle istituzioni, soprattutto quando queste si appellano a una visione parziale della realtà, materialistica o idealistica, per presentarla come una spiegazione totale dell’uomo e della società. È proprio qui che Foucault, che mai disdegnò il sapere sociologico, coglie un problema essenziale: le istituzioni non si limitano a reprimere comportamenti, ma contribuiscono anche a stabilire che cosa sia normale, deviante, lecito o illecito. Il potere non si esercita soltanto dall’alto, attraverso ordini e divieti; passa anche attraverso saperi, classificazioni e pratiche quotidiane.

 


Questo non significa, però, che basti denunciare il potere per liberarsene, né che sia possibile immaginare una società definitivamente sottratta alle relazioni di potere. È qui che il pensiero di Foucault mostra il suo limite: nella difficoltà di tradurre la critica delle istituzioni in un criterio politico sufficientemente solido per distinguere quelle oppressive da quelle necessarie a garantire la libertà. Non si tratta di assolvere le istituzioni in quanto tali, ma di capire che cosa possa sostituirle e a quali condizioni. Perché il potere non scompare per decreto rivoluzionario: cambia forma, si ricompone, trova nuovi titolari. E qui semplifichiamo anche noi: in ogni rivoluzionario c’è un’anima del carabiniere.

In questo senso, il pensiero di Foucault può sfociare nell’utopia libertaria, che con il capitalismo e il liberismo non c’entra nulla. A meno che, come Veneziani sembra suggerire, non si confonda la critica del potere con il rifiuto della distinzione tra destra e sinistra. È il vecchio trucco del “né destra né sinistra”, parola d’ordine del fascismo delle origini e poi del neofascismo: presentarsi come alternativa a tutto per non dover rispondere di nulla. Un espediente che consente di mettere nello stesso sacco il liberismo e la liberazione dei desideri, il mercato e la rivolta contro le istituzioni. Ma la confusione non è una filosofia politica. È soltanto un modo sbrigativo per non fare i conti con le differenze.

 Carlo Gambescia

Foto di copertina: Ideazione e focus concettuale di Carlo Gambescia , elaborazione grafica digitale a cura di Nano 2.

(*) Qui: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-foucault-mise-la-parola-fine-alluomo/.