domenica 8 novembre 2026

Ci risiamo: sinistra al bivio, riforme o rivoluzione?

 


La sconfitta di Donald Trump nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre ha consegnato ai democratici la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. Un risultato politico importante, che tuttavia non autorizza a parlare di una conversione socialista degli Stati Uniti. Gli elettori hanno espresso un giudizio sull’amministrazione repubblicana, sul costo della vita, sull’inflazione, sui dazi e sulla guerra con l’Iran. Hanno votato contro Trump e il suo partito, ma non necessariamente a favore di un programma socialista. Confondere le due cose sarebbe un errore di prospettiva.

È interessante, a questo proposito, il podcast di Tony Quattrone, “La politica americana vista da Houston”, dedicato alle possibili nuove esperienze del socialismo democratico nelle amministrazioni locali (*). Quattrone ha il merito di distinguere le diverse anime della sinistra americana, senza trasformare ogni successo elettorale democratico in una vittoria socialista. Il confronto con la prima pagina de “il manifesto”, che saluta l’avanzata con il titolo Qualcosa di sinistra e il volto di Bernie Sanders, suggerisce invece un richiamo più identitario: il ritorno di una parola, «socialismo», che una parte della sinistra europea considera ancora capace di riassumere aspirazioni e speranze politiche. Ma fra una parola d’ordine e un’analisi delle esperienze concrete passa una bella differenza.

Il punto, infatti, non è stabilire se negli Stati Uniti stia arrivando il socialismo. È capire quale socialismo, con quali obiettivi e attraverso quali strumenti. I Democratic Socialists of America (DSA) non costituiscono un blocco omogeneo. Al loro interno convivono orientamenti diversi, da quelli che puntano a una profonda regolazione del mercato a quelli che propongono forme di proprietà pubblica o cooperativa. E non tutti i progressisti americani sono socialisti democratici, così come non tutti i socialisti democratici appartengono ai DSA.

Anche Bernie Sanders va collocato con precisione. Non è mai stato membro dei Democratic Socialists of America. È un senatore indipendente del Vermont, che si definisce socialista democratico e che ha contribuito in modo decisivo a dare visibilità a questa corrente politica. La sua influenza sui DSA e sulle nuove generazioni di militanti è indubbia, ma influenza e appartenenza organizzativa non sono la stessa cosa. Non è una sottigliezza anagrafica: serve a capire quanto sia composito il panorama politico americano.

Anche il crescente interesse dei giovani americani per il socialismo, segnalato dai sondaggi citati da Quattrone, merita attenzione. Ma simpatia per un’etichetta e adesione a un progetto politico sono due cose diverse: occorrerà capire se dietro quel consenso vi sia una scelta consapevole di superamento del capitalismo o, più semplicemente, la protesta di una generazione alle prese con il costo della vita, la precarietà e le difficoltà di accesso alla casa. Il disagio generazionale, insomma, non fa ancora un socialista.

Ma veniamo alle questioni storiche. La differenza con l’Europa è rilevante. La sinistra europea porta con sé una storia assai più direttamente segnata dal marxismo, dal comunismo, dalla socialdemocrazia e dai partiti di massa. Negli Stati Uniti, invece, il socialismo non ha mai occupato la stessa posizione strutturale. La tradizione progressista americana si è sviluppata anche attraverso il populismo agrario, il movimento sindacale, il New Deal, le battaglie per i diritti civili e una cultura politica che, pur criticando il capitalismo, non ha sempre assunto come obiettivo il suo superamento. Naturalmente, anche negli Stati Uniti sono esistite tradizioni radicali e rivoluzionarie; e in Europa il riformismo ha avuto un peso enorme. Non si tratta di contrapporre due mondi senza comunicazione, ma di riconoscere storie e linguaggi politici differenti.

Come ricorda Tony Quattrone, il caso di Zohran Mamdani, sindaco di New York, è istruttivo. Il 26 febbraio ha incontrato Donald Trump per presentare una proposta di investimento federale superiore a 21 miliardi di dollari destinata al progetto di Sunnyside Yard, nel Queens. L’intervento prevede la realizzazione di una piattaforma sopra lo scalo ferroviario, sulla quale costruire 12.000 abitazioni accessibili, 6.000 delle quali sul modello Mitchell-Lama (edilizia sovvenzionata e affitti calmierati), oltre a parchi, scuole, strutture sanitarie e 30.000 posti di lavoro sindacalizzati. Il progetto, peraltro, non nasce dal nulla con Mamdani: ha una storia precedente e si inserisce in una lunga discussione urbanistica sulla trasformazione dell’area. Il sindaco ha chiesto il sostegno federale e le parti hanno concordato di proseguire il confronto. Non è stato annunciato un finanziamento già concesso, né un accordo definitivo.



Il fatto politicamente interessante è un altro: un sindaco socialista democratico che tratta con un presidente repubblicano per ottenere risorse federali. Non c’è da scandalizzarsi. È la politica, quando abbandona la posa e si misura con le istituzioni. Ma non si deve neppure scambiare il pragmatismo amministrativo per una conversione ideologica. Mamdani cerca di realizzare un progetto della propria amministrazione attraverso gli strumenti disponibili. Resta da vedere quanto costerà, come sarà finanziato e quali effetti produrrà. Le etichette, da sole, non costruiscono case.

Qui si apre una questione più generale, che riguarda il rapporto fra mercato e politica. Nel podcast viene richiamato Robert Reich, autore di Saving Capitalism: For the Many, Not the Few (2015), secondo il quale non esiste un mercato libero in natura, indipendente dalle istituzioni: ogni mercato è definito da regole, leggi, diritti di proprietà, contratti e procedure che stabiliscono chi può fare che cosa e a quali condizioni. È un’osservazione corretta, purché non la si trasformi nella giustificazione di un controllo politico capillare dell’economia. Il mercato non è un fenomeno naturale nel senso di qualcosa che esiste fuori dalla società; è un ordine istituzionale, ma non per questo deve diventare un’organizzazione amministrata dall’alto.

È qui che il confronto con Friedrich Hayek diventa utile. In The Constitution of Liberty (1960)e soprattutto in Law, Legislation and Liberty (1973-1979),  Hayek distingue l’ordine spontaneo, il cosmos, dall’organizzazione deliberata, la taxis. Il mercato appartiene al primo tipo: nasce dall’interazione di individui che perseguono fini diversi, sulla base di regole generali, astratte e relativamente stabili, si pensi a una costituzione breve come quella americana. La spontaneità, dunque, non significa assenza di regole. Significa che le regole non devono prescrivere in dettaglio i risultati, né pretendere di dirigere ogni singola scelta economica. Devono rendere possibile la cooperazione, tutelare i diritti e impedire che il potere politico sostituisca le proprie decisioni alle scelte individuali. Per Hayek, inoltre, queste regole non sono soltanto il prodotto della legislazione deliberata: molte si sono evolute storicamente attraverso consuetudini e pratiche sociali. E qui si pensi, se ci si passa il termine, a una costituzione tacita come quella britannica.

La rivoluzione industriale, del resto, non si è svolta in un vuoto normativo. Proprietà, contratti, norme commerciali, brevetti e forme societarie esistevano già. Ciò che è arrivato più tardi, e in modo progressivo, è stato un sistema più articolato di tutele per i lavoratori e di limiti agli abusi. Il Factory Act britannico del 1833, per esempio, introdusse limiti all’impiego e agli orari di lavoro dei minori nell’industria tessile e istituì un sistema di ispettori. Non si trattò di inventare il mercato, ma di intervenire su condizioni concrete che la sua espansione aveva reso sempre più visibili. La distinzione è importante: le regole possono rendere il mercato più aperto e concorrenziale, oppure possono trasformarsi in strumenti di protezione degli interessi già insediati.

È proprio su questo terreno che il richiamo a Hayek può essere integrato con una lettura metapolitica. L’ordine spontaneo non è necessariamente un ordine armonico, né garantisce da solo l’assenza di concentrazioni di potere. Le interazioni sociali producono effetti compositivi che nessun individuo ha progettato, ma che possono consolidare posizioni di vantaggio, generare stratificazioni e stabilire nuove forme di inclusione ed esclusione. La persistenza del potere non scompare perché il mercato è spontaneo. Può anzi servirsi delle istituzioni, delle consuetudini e delle retoriche che giustificano l’assetto esistente.

Il problema, allora, non è scegliere fra mercato senza regole e Stato che regola tutto. È distinguere le regole generali, che consentono l’apertura e la concorrenza, dalle norme particolari che proteggono rendite e posizioni acquisite. Una società di mercato può essere dinamica e centrifuga, moltiplicare iniziative e opportunità; ma può anche produrre tendenze centripete, quando il potere economico si concentra e cerca di tradurre la propria forza in privilegio politico. Non c’è alcuna garanzia automatica che il risultato sia sempre quello desiderabile. È una delle ragioni per cui servono istituzioni liberali, concorrenza, separazione dei poteri e Stato di diritto.

A questo punto ritorna la vecchia domanda: riforme o rivoluzione? Nel movimento socialista europeo essa ha assunto forme diverse. Eduard Bernstein, in I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia del 1899, mise in discussione l’idea che il capitalismo fosse destinato a crollare secondo una necessità storica e sostenne una strategia di trasformazione graduale attraverso le istituzioni democratiche e le riforme. Lenin, in Che fare? del 1902 e poi in Stato e rivoluzione del 1918, si collocò su un terreno profondamente diverso: centralità del partito rivoluzionario, conquista del potere e rottura con lo Stato borghese. Non sono due autori da mettere meccanicamente sullo stesso piano, né due caselle in cui sistemare ogni esperienza contemporanea. Rappresentano però due diverse concezioni della trasformazione socialista: una che accetta il pluralismo politico e la democrazia rappresentativa come terreno permanente dell’azione, l’altra che considera la conquista del potere e il superamento dell’ordinamento capitalistico come passaggi decisivi.


 


Non dimentichiamo, inoltre, un’altra scorciatoia polemica che circola soprattutto in alcuni ambienti della destra: la rappresentazione di un’alleanza organica fra islam e comunismo, fino alla costruzione di un indistinto «pericolo islamico» che dovrebbe spiegare ogni dinamica politica contemporanea. Nella storia sono esistite convergenze tattiche e collaborazioni fra organizzazioni comuniste e movimenti islamisti, spesso in funzione antioccidentale o contro un avversario comune. Ma una convergenza contingente non dimostra l’esistenza di un blocco ideologico permanente. Le differenze fra marxismo, socialismo democratico, islam e islamismo sono profonde; e anche quest’ultimo comprende realtà politiche assai diverse. Si può e si deve discutere criticamente il fondamentalismo e i movimenti islamisti, senza attribuire a intere popolazioni una responsabilità collettiva e senza inventare una congiura planetaria. La critica del socialismo non ha bisogno di nemici immaginari: deve misurarsi con programmi, idee, istituzioni e rapporti di potere effettivi.

La sinistra americana si trova dunque davanti a un bivio che non è nuovo, ma che oggi torna a manifestarsi in forme diverse. Può scegliere di riformare il capitalismo, correggerne gli squilibri, ampliare le opportunità e rafforzare le garanzie sociali entro un ordinamento pluralista. Oppure può considerare le riforme soltanto come tappe di una trasformazione più radicale, destinata a modificare la proprietà, il mercato e la struttura stessa del potere economico. Le due prospettive possono talvolta convivere nella stessa coalizione elettorale, ma non sono la stessa cosa.



La sconfitta di Trump non risolve questo dilemma. Semmai lo rende più visibile. La questione non è se la sinistra americana sia tornata, ma quale sinistra stia tornando e che cosa intenda fare una volta conquistate le amministrazioni e le istituzioni. Il socialismo democratico può essere un’etichetta per una politica riformatrice, oppure il nome di una strategia che mira a superare il capitalismo attraverso una successione di riforme. Saranno le scelte concrete, non gli slogan, a chiarirlo.

Da una prospettiva liberale, il criterio resta semplice, anche se non sempre facile da applicare: difendere la libertà individuale, il pluralismo, la concorrenza e lo Stato di diritto; correggere le rendite e le concentrazioni di potere; impedire che la tutela sociale diventi un pretesto per subordinare l’individuo all’apparato politico. Non occorre essere socialisti per riconoscere che il mercato ha bisogno di istituzioni e che la società produce diseguaglianze e rapporti di forza. Ma non occorre neppure diventare dirigisti per riconoscere che le istituzioni possono essere catturate da interessi particolari.

Il vero discrimine, insomma, non è fra chi vuole cambiare e chi vuole conservare tutto com’è. È fra chi intende riformare una società aperta, mantenendo la libertà come limite al potere, e chi pensa che per realizzare la propria idea di giustizia sia necessario concentrare il potere nelle mani di chi pretende di rappresentarla. La storia del socialismo, da Bernstein a Lenin, continua a porre questa domanda. E le nuove esperienze americane, prima ancora di offrire risposte, ci ricordano che non basta vincere un’elezione per aver risolto il problema.

Carlo Gambescia

(*)  Qui: https://www.youtube.com/watch?v=35fWXfeWsE0&t=6s .

sabato 7 novembre 2026

Reagan e Trump. La destra normale e la destra anomala

 


Mettere Ronald Reagan e Donald Trump uno accanto all’altro è diventato quasi un esercizio obbligato. Entrambi repubblicani, entrambi presidenti, entrambi capaci di parlare direttamente a una parte consistente dell’elettorato americano. Ma fermarsi a queste somiglianze significa confondere l’etichetta con il contenuto. Tra i due non c’è soltanto una differenza di temperamento o di stile. C’è una differenza politica e culturale assai più profonda: Reagan appartiene a una tradizione repubblicana riconoscibile; Trump ne mette in discussione una parte decisiva.

La differenza, del resto, ha una storia. Come ricostruisce Blaise Fontanellaz in uno studio sul conservatorismo americano, durante le presidenze di Reagan e George W. Bush il Partito repubblicano aveva raggiunto una sintesi fra correnti diverse: patriottismo, valori familiari, liberalismo economico, libero scambio e interventismo militare. Un equilibrio non privo di contraddizioni, ma capace di tenere insieme liberisti, conservatori religiosi e sostenitori della leadership internazionale americana. Trump rompe proprio quel compromesso: ha idee sociali reazionarie,  difende il protezionismo, adotta una linea restrittiva sull’immigrazione e attacca le élite. Non è dunque Reagan portato alle estreme conseguenze. È una diversa destra americana.

Per dirla tutta, come ora vedremo, siamo davanti a due modi diversi di concepire il potere: una destra normale (Reagan) contro una destra anomala (Trump).

Anche le biografie suggeriscono una differenza. Reagan, nato nel 1911 in una famiglia modesta dell’Illinois, attraversò diverse esperienze professionali: annunciatore radiofonico, attore, sindacalista, governatore della California e infine presidente. La sua ascesa, pur non essendo la favola edificante dell’uomo che si fa completamente da sé, appartiene alla tradizione americana della mobilità individuale. Trump, nato nel 1946 in una famiglia benestante di imprenditori immobiliari, disponeva invece di risorse economiche, relazioni e opportunità ereditate dal padre Fred. Non significa che non abbia costruito nulla autonomamente. Significa che partiva da tutt’altra posizione. Reagan rappresentava l’America dell’ascesa individuale; Trump quella del patrimonio familiare trasformato in potere politico. Non è una differenza secondaria: è anche una diversa rappresentazione della società americana.

Per tornare all’aspetto politico,  Reagan, pur con una sua impronta personale, si collocava in una genealogia repubblicana riconoscibile. Da Abraham Lincoln a Theodore Roosevelt, fino a Dwight Eisenhower, ritroviamo, in epoche diverse, una tradizione nella quale il patriottismo americano si accompagnava all’idea di una responsabilità nazionale e, soprattutto nel secondo dopoguerra, all’esercizio della leadership internazionale. Reagan si riallacciava a quel filo, aggiornandolo alla sfida sovietica e alla stagione della Guerra fredda. Trump, invece, non trova un vero equivalente nella genealogia presidenziale repubblicana del dopoguerra: può richiamarsi a correnti nazionaliste e isolazioniste più antiche, ma la sua politica rompe il legame che da Eisenhower, attraverso Reagan e i due Bush, aveva associato la destra americana all’Occidente e alle sue alleanze.

Naturalmente Reagan non era un liberista da manuale, né un presidente senza contraddizioni. La sua amministrazione conobbe deficit pubblici considerevoli, interventi dello Stato e misure protezionistiche. Ma la direzione di marcia era chiara: riduzione della pressione fiscale, fiducia nell’iniziativa privata, deregolamentazione, critica all’espansione della spesa pubblica. Il mercato non era un nemico da piegare alla volontà del governo, ma una risorsa da liberare, pur dentro una politica economica che non rinunciava alle scelte strategiche dello Stato.

Trump rovescia questa gerarchia. Il mercato viene subordinato all’interesse nazionale così come lo definisce la Casa Bianca. I dazi diventano uno strumento ordinario di pressione, le relazioni commerciali una partita di forza, le imprese interlocutrici da premiare o punire. Non si tratta di negare che anche le amministrazioni precedenti abbiano fatto ricorso a misure protezionistiche: la storia americana è piena di eccezioni e di contraddizioni. Ma in Trump il protezionismo diventa una bandiera politica, una promessa identitaria, quasi una prova di fedeltà nazionale. Il libero scambio non è più un principio da difendere, ma una concessione da revocare quando non produce il risultato desiderato.

Anche sulla politica estera la distanza è evidente. Reagan considerava gli Stati Uniti il perno di un sistema di alleanze. La NATO non era un’associazione commerciale nella quale ciascuno doveva presentare il conto agli altri, ma il fondamento politico e militare della difesa occidentale. Si poteva discutere sulla ripartizione degli oneri, naturalmente; ma l’alleanza aveva un valore che andava oltre il calcolo immediato. Trump tende invece a trattare gli alleati come clienti, debitori o concorrenti. La protezione americana appare così una prestazione da negoziare, non una responsabilità legata a una comunità politica e strategica. È un cambiamento di linguaggio, ma anche di sostanza.

Anche l’impiego della forza militare rivela una differenza. Reagan non esitò a intervenire: Grenada nel 1983, la Libia nel 1986. Ma la forza si inseriva in una strategia di deterrenza e di confronto con l’Unione Sovietica. Basti ricordare la Strategic Defense Initiative, il cosiddetto «Scudo Stellare», annunciata nel 1983 e accolta da molti con ironia, come un progetto fantascientifico. Mirava a sviluppare una difesa antimissile, anche attraverso tecnologie spaziali. Il programma originario non divenne mai uno scudo operativo e fu progressivamente ridimensionato e trasformato dalle amministrazioni successive. Peccato: oggi una capacità antimissile più avanzata potrebbe rivelarsi preziosa. Resta però una domanda politica: in quali mani finirebbe e secondo quale strategia verrebbe impiegata? Con Trump, la personalizzazione delle decisioni e l’uso strumentale  della forza rendono la domanda tutt’altro che oziosa.

C’è poi il rapporto con le istituzioni. Reagan era un presidente dotato di una forte capacità comunicativa e di una visione politica assai personale, ma operava dentro il sistema istituzionale americano e nella tradizione del confronto fra poteri. Naturalmente, anche la sua presidenza conobbe una grave crisi istituzionale: lo scandalo Iran-Contra, che mise in luce responsabilità politiche e gravi carenze nei controlli sull’operato dell’amministrazione. Non è che la storia repubblicana sia stata immune da ombre. Basti pensare a Warren G. Harding, Calvin Coolidge e Herbert Hoover, i tre presidenti degli anni Venti e dell’inizio degli anni Trenta: una stagione repubblicana segnata da scandali e da una politica economica conservatrice, ma non da una concezione del potere presidenziale paragonabile a quella oggi rivendicata da Trump. E c’è naturalmente Richard Nixon, con il precedente gravissimo del Watergate. Ma proprio il confronto chiarisce la specificità di Trump: non un singolo abuso, per quanto grave, bensì una contestazione insistita dei limiti costituzionali, accompagnata dalla pretesa di piegare istituzioni e controlli alla volontà del presidente. Per intensità, continuità e personalizzazione, una simile pressione sull’ordine costituzionale non trova precedenti facilmente comparabili nella storia recente della presidenza repubblicana.



Trump, invece, ha costruito una parte essenziale del proprio consenso sulla contrapposizione con le istituzioni, con i media, con gli apparati amministrativi e con chiunque possa limitarne l’iniziativa. Il conflitto non è più soltanto uno strumento della politica: diventa il suo ambiente permanente.

Naturalmente, una lettura seria di Reagan non può trasformarsi in una santificazione. La sua presidenza ebbe costi, errori e zone d’ombra. Le politiche economiche contribuirono ad accentuare le disuguaglianze; il deficit pubblico crebbe; la vicenda Iran-Contra mise in luce gravi responsabilità. Eppure, proprio riconoscendo queste contraddizioni, possiamo cogliere la differenza. Reagan cercò di guidare una coalizione conservatrice e di consolidare la posizione americana nel mondo. Trump tende invece a identificare il partito, il paese e persino l’interesse nazionale con la propria persona. Non è una semplice accentuazione del presidenzialismo: è un diverso modo di concepire il potere.

Una parte della sinistra, quando parla di Reagan e Trump, preferisce metterli nello stesso sacco, errore in cui incorre anche la destra liberale italiana,  che ovviamente attribuisce alla cosa un valore positivo-



In realtà, per  tornare alla sinistra, è  una scorciatoia polemica: entrambi di destra, entrambi avversari del progressismo, dunque intercambiabili. Ma così si rinuncia a capire la storia politica americana e, soprattutto, si perde la distinzione tra una destra conservatrice inserita nell’ordine occidentale e una destra nazionalista che guarda con sospetto proprio a quell’ordine. Criticare Reagan è legittimo; ridurlo a un Trump ante litteram è un errore storico.

Il punto non è stabilire quale dei due sia stato più abile, più simpatico o più efficace. Il punto è capire che cosa rappresentano. Reagan appartiene alla tradizione repubblicana che, pur con tutte le sue contraddizioni, ha fatto degli Stati Uniti il principale garante dell’ordine occidentale del secondo dopoguerra. Trump ne recupera alcune parole d’ordine, ma ne modifica il significato: il patriottismo diventa nazionalismo economico, la leadership si trasforma in negoziato permanente, l’alleanza in fattura da saldare.

Reagan voleva guidare l’Occidente; Trump pretende che l’Occidente gli presenti il conto, e possibilmente lo paghi. Il primo cercava alleati per difendere una civiltà politica; il secondo rischia di lasciare l’America più sola proprio mentre proclama di renderla più grande. Chiamarlo reaganismo non basta a renderlo tale. Non è un’eredità: è una rottura. E venderla come continuità significa prendere lucciole per lanterne.

Carlo Gambescia

 

Bibliografia essenziale

B. Fontanellaz, Le conservatisme américain et Donald Trump, GSI Working Paper PhD SPO 2019/03, Global Studies Institute, Université de Genève, 2019: ricostruisce le correnti del conservatorismo americano e la sintesi raggiunta nell’era Reagan, individuando la rottura introdotta da Trump; H. W. Brands, Reagan: The Life, Doubleday, New York, 2015: biografia complessiva della formazione e della presidenza di Reagan; L. Cannon, President Reagan: The Role of a Lifetime, PublicAffairs, New York, 2000: ricostruzione ravvicinata del presidente e dei meccanismi della sua amministrazione; M. Boot, Reagan: His Life and Legend, Liveright, New York, 2024: biografia recente, attenta anche alla distanza tra uomo, mito e memoria politica; J. E. Zelizer (a cura di), The Presidency of Donald J. Trump: A First Historical Assessment, Princeton University Press, Princeton, 2022: bilancio storico interdisciplinare del primo mandato trumpiano; T. Wraight, «From Reagan to Trump: The Origins of US Neoliberal Protectionism», The Political Quarterly, 90, n. 4, 2019, pp. 735-742: rintraccia le radici del protezionismo trumpiano anche nelle politiche commerciali degli anni Ottanta, interpretandolo come una forma estrema di protezionismo neoliberale; E. Baroncelli e A. Santese, «Il protezionismo di Donald Trump e la ridefinizione del sistema economico globale», in A. Quarenghi (a cura di), Trump contro l’ordine internazionale. La politica estera degli Stati Uniti nella transizione contemporanea, Egea, Milano, 2021, pp. 85-109: analizza il nazionalismo economico trumpiano, le sue matrici e le ricadute sul sistema economico globale.

venerdì 6 novembre 2026

La tigre russa, la paura europea e le bombe fantasma

 

C’è qualcosa di curioso nelle prime pagine dei quotidiani italiani di oggi.  Gli allarmi bomba che sconvolgono il traffico aereo europeo vengono raccontati, ma la loro possibile dimensione geopolitica rimane sullo sfondo. A metterla in evidenza sono soprattutto “Il Dubbio” e “Avvenire”. I grandi quotidiani generalisti preferiscono titoli più prudenti, centrati sulla cronaca.

Non è una prova di censura. Ma il titolo non è un semplice riassunto: stabilisce una gerarchia, suggerisce al lettore ciò che conta e ciò che può essere trascurato. Perché, dunque, la possibile guerra ibrida russa non viene messa in apertura?

Attenzione: non sappiamo chi abbia organizzato tutti questi allarmi. Le email sono state firmate da una sigla riconducibile a un movimento russo ultranazionalista ed estremista. Ma la firma non dimostra un coinvolgimento del Cremlino. Confondere un’organizzazione russa con lo Stato russo sarebbe un errore. Non attribuiamo a Mosca ciò che ancora non sappiamo.

Non trasformiamo però la prudenza investigativa in prudenza politica.



La guerra ibrida non è una fantasia giornalistica. Sabotaggi, disinformazione, attacchi informatici e intimidazioni possono destabilizzare un paese senza arrivare alla guerra aperta. Non occorre far saltare un aeroporto: basta costringerlo a funzionare nell’incertezza, interrompere collegamenti, mobilitare risorse e seminare paura. La guerra sotto soglia funziona proprio perché non supera il livello che renderebbe inevitabile una risposta militare.

E qui entra in scena la Russia di Vladimir Putin. La mia antipatia per il regime russo è quella di un liberale verso una dittatura: non un pregiudizio nazionale, ma un giudizio politico. Tuttavia, l’antipatia non è una prova. Il liberalismo, se vuole essere qualcosa di più di una professione di fede, deve distinguere il giudizio morale dall’accertamento dei fatti.



Il problema è che l’Europa sembra oscillare tra allarme e reticenza. La parola “vigliaccheria” è forte, ma forse non del tutto fuori luogo. Non riguarda i cittadini europei, né i militari, né gli ucraini che combattono. Riguarda una classe dirigente che per decenni ha considerato la sicurezza un problema secondario, affidandosi largamente alla protezione americana e trascurando le proprie capacità militari. E tuttora aspetta la caduta di Trump…

In realtà, con buona pace dei pacifisti (pardon per il giochino di parole alla Veneziani), la debolezza militare produce timidezza politica. E la timidezza, quando diventa prevedibile, può incoraggiare chi vuole mettere alla prova l’avversario.

Ma la Russia è davvero il gigante militare che ci viene descritto da anni? Nel febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina avrebbe dovuto risolversi rapidamente. Non è andata così. L’Ucraina, aggredita e sottoposta a una guerra devastante, ha resistito, mettendo a nudo limiti organizzativi, logistici e operativi dell’apparato militare russo.

La Russia è dunque una tigre di carta? Sarebbe un’altra conclusione frettolosa. Non riuscire a piegare l’Ucraina non significa essere innocui. Mosca dispone di un arsenale nucleare, di risorse considerevoli e di strumenti di destabilizzazione. Può essere meno efficiente sul campo di battaglia e, contemporaneamente, pericolosa sul piano strategico.

La contraddizione è soltanto apparente. Non serve essere militarmente invincibili per rendere vulnerabile un avversario che teme di reagire. Una potenza consapevole dei propri limiti convenzionali può persino avere interesse a sfruttare strumenti meno costosi, meno rischiosi e più difficili da attribuire.

Il problema europeo, allora, è aver confuso la pericolosità russa con la sua invincibilità, sottovalutando nel frattempo la propria vulnerabilità.

E veniamo alle prove. Non ci sono? Non sono ancora sufficienti? Vengono cercate, ma non possono essere divulgate? Oppure esistono informazioni che le autorità preferiscono non rendere pubbliche per ragioni investigative e strategiche?

Non abbiamo elementi per sostenere che qualcuno nasconda deliberatamente le prove. Ma una domanda politica rimane: fino a che punto la paura di una reazione russa condiziona la libertà d’azione europea?

La prudenza diplomatica è una virtù. La rinuncia preventiva a difendersi è un’altra cosa. Si ricordi, certo in circostanze ben più drammatiche. Il contrasto tra Churchill e coloro che invece volevano arrendersi a Hitler.  Fortunatamente vinse Churchill, e l’Europa, sebbene dopo altri cinque anni di guerra,  fu salva. Ovviamente grazie anche all’intervento americano.

Non occorre attribuire ogni sabotaggio a Mosca per riconoscere che l’Europa è esposta a una forma di conflitto che sfrutta divisioni, impreparazione e incertezza. Non occorre neppure trasformare ogni allarme in una dichiarazione di guerra. Occorre distinguere la cautela dall’inerzia, la prudenza dalla paura. Tra realismo politico a breve scadenza (fare finta di nulla per ingraziarsi il nemico)  e realismo politico a lunga scadenza ( mettere in conto una guerra).



Del resto la guerra ibrida continuerà a essere uno strumento conveniente per chi vuole destabilizzare senza assumersi immediatamente la responsabilità di una guerra aperta. L’Europa dovrebbe smettere di chiedersi soltanto come evitare di irritare Mosca e cominciare a domandarsi come rendere inefficaci le intimidazioni.

Perché il problema non è dimostrare che la Russia sia invincibile. È evitare che l’Europa si comporti come se lo fosse.

E una tigre, anche quando non è di carta, può scoprire che la sua preda ha finalmente imparato a difendersi.

Carlo Gambescia

 

giovedì 5 novembre 2026

Trump ha perso. Protezionismo non pervenuto

 

La sconfitta di Donald Trump alle elezioni americane di midterm ha suscitato, in Italia, reazioni prevedibili.

La destra cerca di salvare il salvabile, attribuendo il risultato soprattutto alla guerra contro l’Iran.

La sinistra,  soprattutto quella del campo largo, invece, si affretta a celebrare la vittoria delle proprie idee: cambiamento radicale, redistribuzione, maggiore intervento pubblico, ridimensionamento del mercato.

Insomma, ciascuno si consola come può. Ma c’è qualcosa che accomuna queste interpretazioni  che, a quanto pare, nessuno ha voglia di affrontare. Che cosa? ll protezionismo.

Guardiamo le prime pagine dei quotidiani italiani. Trump umiliato, titola  “La Stampa”.   Trump dimezzato, scrive “Il Giornale”. “Repubblica” parla di un’America nuovamente grande, Domani di una nuova speranza, “il manifesto”, ironicamente,  di Metà mandato. Titoli diversi, naturalmente, che riflettono sensibilità e orientamenti differenti. Ma, al di là delle comprensibili differenze, il dibattito sembra concentrarsi soprattutto sul significato politico della sconfitta personale del presidente americano.

La guerra in Iran, il carovita, l’inflazione, i dazi, la gestione autoritaria della presidenza: tutto concorre a spiegare il voto. Ma il problema italiano non è tanto capire perché Trump abbia perso. È capire perché la sua sconfitta venga interpretata attraverso categorie che, a destra come a sinistra, continuano a considerare lo Stato il grande protagonista dell’economia.

La destra nazionalista, che negli ultimi anni ha riscoperto una specie di patriottismo economico, insiste sulla guerra iraniana. Certo, il conflitto può avere contribuito al risultato. Ma questa spiegazione rischia di diventare un comodo alibi. Perché Trump non è soltanto il presidente che ha intrapreso una guerra. È anche il presidente che ha trasformato il protezionismo in una bandiera politica, elevando i dazi a strumento di difesa della nazione e di competizione con il resto del mondo.

La sinistra italiana, dal canto suo, sembra interpretare la sconfitta come una vittoria delle proprie idee. Elly Schlein celebra il cambiamento, Giuseppe Conte insiste sulla necessità di fermare guerre e carovita. Sono dichiarazioni politicamente comprensibili. Ma da esse non discende affatto che gli americani abbiano votato per una maggiore limitazione del mercato, per il dirigismo economico o per una nuova stagione di intervento statale.

Il voto americano ha bocciato Trump. Non ha necessariamente consacrato il programma economico della sinistra italiana.

E qui si manifesta il paradosso. Destra e sinistra, pur combattendosi sul terreno politico e culturale, sembrano condividere una medesima premessa economica: il mercato è qualcosa da controllare, proteggere, correggere, orientare attraverso la politica. La destra lo subordina alla nazione. La sinistra lo subordina alla giustizia sociale. Cambiano le giustificazioni, non la convinzione che lo Stato debba intervenire.

Il protezionismo nazionalista e quello sociale non sono identici. Ma appartengono alla stessa famiglia di idee. Entrambi diffidano della libertà degli scambi e considerano la concorrenza internazionale una minaccia da neutralizzare attraverso decisioni politiche.

Il problema è che il protezionismo non diventa buono quando cambia padrone. Non esiste un protezionismo virtuoso perché praticato in nome della nazione, né un protezionismo moralmente superiore perché giustificato in nome dei lavoratori. Esiste sempre una politica che limita gli scambi, riduce la concorrenza e trasferisce sui consumatori il costo delle proprie decisioni.

Non è forse curioso che destra e sinistra, quando si tratta di economia, finiscano spesso per incontrarsi nella stessa diffidenza verso il mercato? La prima vorrebbe proteggere l’impresa nazionale dalla concorrenza straniera. La seconda vorrebbe proteggere lavoratori e imprese da quella che considera la spietatezza del mercato. Entrambe, però, sembrano dimenticare che la protezione ha un prezzo.



E chi lo paga? Il consumatore, naturalmente. Il cittadino che non partecipa ai convegni sul sovranismo economico, che non frequenta i workshop  del campo largo, Insomma il cittadino che va al supermercato.

Ai tempi di Luigi Einaudi c’erano solo i mercati, eppure nei suoi interventi giornalistici di inizio Novecento, il futuro presidente della Repubblica, insisteva sul valore dell’esperienza concreta della spesa giornaliera,  affrontata dal “popolo”, soprattutto dal punto di vista delle decisioni  politiche (*).   Populismo liberale? Forse.

Però chi riempie gli scaffali? Lo Stato? Il ministero della Sovranità alimentare? Una commissione parlamentare incaricata di stabilire quanti pomodori debbano essere prodotti in Italia e quanti possano arrivare dalla Spagna, dalla Grecia o dal Marocco?

No. Li riempiono produttori, imprese, distributori, commercianti e lavoratori che operano all’interno di una rete di scambi, concorrenza e cooperazione. Li riempie un mercato che permette di acquistare prodotti dove costano meno, di importarli quando conviene, di distribuirli in grandi quantità e di venderli a prezzi competitivi.

Il libero mercato non è una formula magica. Non garantisce automaticamente prezzi bassi, né elimina ogni inefficienza. Ma concorrenza, apertura commerciale e possibilità di scelta sono strumenti fondamentali per contenere i prezzi e migliorare l’offerta.

Sugli scaffali troviamo prodotti provenienti da decine di paesi, materie prime, alimenti, bevande, manufatti che attraversano frontiere e catene produttive internazionali. Tutto questo non è una cospirazione delle multinazionali contro il popolo. È una delle ragioni per cui il consumatore dispone di una varietà di prodotti e di prezzi che sarebbero difficilmente immaginabili in un’economia chiusa.

Proviamo invece a immaginare che cosa accadrebbe se ogni governo decidesse di proteggere integralmente la produzione nazionale. Dazi, contingentamenti, restrizioni, sussidi, obblighi di acquisto interno. Ogni prodotto dovrebbe essere preferibilmente nazionale, ogni settore meritevole di tutela, ogni concorrente straniero sospetto. Il risultato sarebbe prevedibile: costi più elevati, minore concorrenza, prezzi più alti. E una bella quantità di burocrati incaricati di distribuire protezioni, autorizzazioni e favori.

Come detto, chi pagherebbe?   Il consumatore.  E soprattutto chi dispone di meno risorse, perché una maggiore spesa per i beni essenziali pesa proporzionalmente di più sui redditi bassi.

Il protezionismo, dunque, non è una politica a costo zero. È una redistribuzione spesso invisibile, che trasferisce risorse dai consumatori a produttori protetti, gruppi di interesse e settori politicamente privilegiati. Un dazio non è una tassa pagata da un’entità astratta chiamata mercato. È un costo che finisce, direttamente o indirettamente, nelle tasche di chi compra.

Non è soltanto una questione economica. Quando il commercio viene concepito come una competizione permanente tra Stati, la rivalità economica tende ad alimentare quella politica. Ritorsioni, guerre commerciali, tensioni diplomatiche, nazionalismi. Non è vero che ogni protezionismo conduca inevitabilmente a una guerra militare. Ma è vero che contribuisce a trasformare gli scambi in una questione di potenza, anziché in una forma di cooperazione.

La storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. L’interdipendenza economica non elimina i conflitti, ma può rendere più costoso e meno conveniente il ricorso alla forza. Al contrario, quando ogni Stato considera l’economia una propria riserva strategica, il commercio diventa una continuazione della politica con altri mezzi.  Spesso quelli della guerra.

Ecco perché la risposta liberale alla sconfitta di Trump non dovrebbe consistere nel sostituire il nazionalismo economico di destra con il dirigismo sociale di sinistra. Non abbiamo bisogno di un protezionismo democratico, progressista, inclusivo o solidale. Abbiamo bisogno di meno protezionismo.

E quindi di meno Stato nell’economia, non di più.

 



Naturalmente, meno Stato non significa abolire lo Stato. Significa uno Stato limitato, capace di garantire la certezza del diritto, la concorrenza, la proprietà, i contratti, la libertà d’impresa e la tutela dei diritti individuali. Uno Stato che non si trasformi nel grande distributore di protezioni, privilegi e rendite.

Il mercato non è un’entità morale. Non è buono o cattivo. È un sistema di scambi che, in presenza di regole adeguate e concorrenza, consente agli individui di cooperare senza dover chiedere continuamente il permesso alla politica.

La destra italiana dovrebbe spiegare perché ritiene necessario subordinare ogni attività produttiva alla volontà dello Stato nazionale. La sinistra dovrebbe chiarire perché considera la libertà economica una minaccia, anziché una condizione essenziale della libertà individuale. Entrambe dovrebbero rispondere a una domanda semplice: chi paga il conto delle loro protezioni?

La risposta, molto spesso, è il cittadino.

E la stampa italiana? Le prime pagine di questi giorni sono una fotografia interessante di una cultura politica che, pur divisa su Trump, continua a muoversi prevalentemente entro un orizzonte statalista. Non tutti i giornali sostengono le medesime politiche, naturalmente. Ma il dibattito resta spesso prigioniero dell’alternativa tra nazionalismo economico e dirigismo sociale.

Il liberalismo, quello autentico, sembra rimanere fuori dalla discussione. Cambiano le parole d’ordine, le giustificazioni, i destinatari della protezione. Rimane la convinzione che lo Stato sappia sempre meglio degli individui che cosa sia conveniente produrre, acquistare, vendere e consumare.

Non  pensiamo al liberalismo come  etichetta decorativa, né quello invocato quando si tratta di difendere qualche libertà individuale e dimenticato quando entra in gioco l’economia. Parliamo del liberalismo che considera la libertà degli scambi, la concorrenza e la limitazione del potere politico condizioni essenziali di una società libera.

Per farla breve: Trump ha perso. Ma il protezionismo, almeno nel dibattito italiano, non sembra ancora essere stato sconfitto.

Magari, la prossima volta che qualcuno invocherà nuovi dazi per difendere la nazione o nuove protezioni per salvare il lavoro, potremmo suggerirgli di fare una cosa molto semplice: andare al supermercato, guardare i prezzi e chiedersi quanto costerebbe la spesa se ogni prodotto dovesse essere protetto dalla concorrenza straniera.

A quel punto, forse, anche il liberalismo smetterebbe di sembrare una teoria astratta. E comincerebbe a essere riconosciuto per quello che è: una difesa concreta della libertà e del portafoglio dei cittadini. Come scriveva Luigi Einaudi.

Carlo Gambescia

(*) Il richiamo alla concretezza ritorna spesso nell’opera einaudiana. Si veda per tutti: L. Einaudi, Schemi storici e schemi ideali, in Id., Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 259-298. Consultabile qui: https://www.luigieinaudi.it/doc/schemi-storici-e-schemi-ideali/?sterm=spesa%20quotidiana%20al%20mercato .

mercoledì 4 novembre 2026

L’America ha fermato Trump. Ora comincia la prova della democrazia

 


La buona notizia è che Trump ha subito una sonora sconfitta. La meno buona è che i prossimi due anni potrebbero aprire una stagione di conflitto istituzionale dagli esiti tutt’altro che scontati. La partita, insomma, non è finita. Anzi, per certi aspetti, comincia proprio adesso.

Scriviamo nella mattinata italiana di mercoledì 4 novembre 2026. Alle 7:42, nella schermata elettorale della CNN, il quadro è già molto significativo. Al Senato i Democratici risultano in vantaggio con 53 seggi contro 42 repubblicani, con 7 seggi passati di mano. Alla Camera il tabellone segna 224 democratici contro 128 repubblicani, con 27 seggi conquistati sottraendoli agli avversari. Soprattutto, la CNN indica già il controllo democratico di entrambe le Camere. Attenzione però: i numeri visualizzati non rappresentano ancora il conteggio definitivo di tutti i seggi, ma la rete ha già proiettato il cambio di maggioranza in entrambe le assemblee. L’Associated Press ha attribuito ai Democratici il Senato, mentre non ha ancora assegnato definitivamente la Camera; anche Reuters riferisce delle proiezioni dei principali media americani a favore dei Democratici. È dunque questa la situazione che fotografiamo al momento della stesura, non un risultato certificato in ogni sua componente (*).

Trump resta alla Casa Bianca, ma dovrà fare i conti con un Congresso che non sarà più disposto a seguirlo come un vagone agganciato alla locomotiva presidenziale. Gli rimangono gli ultimi due anni di mandato, durante i quali dovrà confrontarsi con maggioranze parlamentari di segno opposto. Non è un dettaglio. Per un presidente abituato a considerare il sostegno del proprio partito come una risorsa quasi scontata, il cambiamento è considerevole.



Che dire? Che Tocqueville e l’amico analista Tony Quattrone hanno colto un aspetto fondamentale della democrazia americana: la sua capacità di reagire alle pretese di concentrazione del potere. Naturalmente non intendiamo sostenere che la democrazia americana sia una macchina perfetta, destinata a vincere sempre e comunque. Sarebbe una lettura ingenua persino di Tocqueville. Nella sua Democrazia in America, il grande osservatore francese non si limitava a celebrare le virtù democratiche degli Stati Uniti: metteva in guardia anche contro la tirannide della maggioranza, il conformismo e la possibile compressione delle libertà individuali. Ma proprio per questo attribuiva tanta importanza alle associazioni, alle autonomie locali, alla partecipazione dei cittadini e alla pluralità della società civile. Insomma, alla capacità di una società di non consegnarsi interamente nelle mani del potere politico.

Una parola merita Tony Quattrone, che conosciamo e stimiamo: le sue analisi della politica americana si distinguono per competenza, conoscenza diretta delle istituzioni e capacità di spiegare senza pontificare. Una modestia rara, in un panorama affollato di tromboni superpagati che spesso confondono il volume della voce con la profondità del pensiero.

È proprio questo il punto. La democrazia americana non coincide con la Casa Bianca, né con il partito che in quel momento governa. Possiede una tradizione di pluralismo, autonomie e contrappesi istituzionali che, quando funzionano, possono impedire la concentrazione del potere. Le elezioni di metà mandato rappresentano uno degli strumenti attraverso i quali gli americani possono esercitare questa funzione di controllo. Non sono un appuntamento ornamentale del sistema costituzionale, ma un’occasione nella quale il presidente e il partito che lo sostiene devono sottoporsi nuovamente al giudizio degli elettori.



Nonostante ciò, i prossimi mesi potrebbero essere difficili. Il nuovo Congresso entrerà in funzione il 3 gennaio 2027. Fino ad allora resterà in carica quello uscente. Con l’insediamento delle nuove Camere, i Democratici potranno esercitare pienamente le prerogative delle maggioranze conquistate. Alla Camera potranno aprire commissioni d’inchiesta, convocare funzionari dell’amministrazione, chiedere documenti e sottoporre a verifica l’operato dell’esecutivo. Al Senato potranno esercitare il potere di conferma sulle nomine presidenziali soggette alla sua approvazione e rendere assai più complicata l’approvazione delle iniziative legislative di Trump.

Si profila dunque un confronto fra poteri. Il presidente conserva il diritto di veto, mentre il Congresso potrà opporre resistenza alle sue iniziative. Per superare un veto presidenziale occorrono i due terzi dei voti in entrambe le Camere: una soglia molto elevata. In assenza di accordi tra i due partiti, il rischio di paralisi legislativa è concreto. Potrebbero risentirne anche l’approvazione delle leggi di stanziamento e il finanziamento delle attività federali. Ovviamente, per avere un quadro più veritiero bisogna aspettare i risultati definitivi.

A questo proposito, una precisazione tecnica, ma necessaria. Si sente parlare dei sessanta voti al Senato come se fossero il numero magico necessario per bloccare le iniziative legislative di Trump. Non è così. I sessanta voti, corrispondenti normalmente ai tre quinti dei senatori in carica, ossia sessanta in un Senato al completo, servono per chiudere il dibattito su molte iniziative legislative, superando il cosiddetto filibuster. Non occorrono sessanta voti per respingere una proposta presidenziale, né per votare contro il presidente. Superato il problema della chiusura del dibattito, per la maggior parte delle decisioni legislative basta la maggioranza semplice. Esistono inoltre procedure particolari, come la riconciliazione di bilancio, soggette a regole differenti. Per le nomine federali, il Senato applica ormai la maggioranza semplice.

 

E l’impeachment? È possibile che la nuova maggioranza democratica alla Camera prenda in considerazione questa strada. La Camera può mettere sotto accusa il presidente con la maggioranza semplice; per condannarlo e rimuoverlo dall’incarico, tuttavia, servono i due terzi dei senatori presenti. Una soglia che, senza una consistente defezione repubblicana, appare assai difficilmente raggiungibile. Insomma, anche in questo caso non esiste un interruttore costituzionale con il quale spegnere la presidenza Trump.

Il problema maggiore, tuttavia, potrebbe essere politico. Trump ha già cercato di prendere le distanze dalla sconfitta, sostenendo che il risultato non rappresenta un giudizio sulla sua persona, ma una bocciatura dei candidati repubblicani. Eppure, per settimane, aveva invitato gli elettori a considerare le elezioni come un referendum sulla propria presidenza. Adesso che il referendum, almeno nei suoi effetti politici, ha prodotto un risultato negativo, la responsabilità sarebbe degli altri. Una spiegazione piuttosto comoda.

Non sappiamo quale sarà il peso delle componenti più radicali dell’entourage presidenziale, né se finiranno per condizionare ulteriormente le scelte della Casa Bianca. Non possiamo però escludere che, davanti a un Congresso ostile, il presidente scelga la strada dello scontro permanente, cercando di mobilitare direttamente la propria base contro le istituzioni. È un rischio da non sottovalutare.

Ma c’è anche un’altra questione, che riguarda i Democratici. Non devono confondere una vittoria elettorale con un’investitura ideologica. Il voto è stato in larga misura un giudizio negativo sull’operato di Trump, non necessariamente un’adesione entusiastica al programma democratico, tanto meno alle sue componenti più radicali. L’ala sinistra del partito potrebbe essere tentata di intestarsi il risultato, trasformandolo in un mandato per una nuova stagione di radicalizzazione. Sarebbe un errore.

 

I dati dell’AP Voter Poll sono istruttivi. Circa quattro elettori su dieci dichiarano di aver votato anche per manifestare la propria opposizione a Trump, mentre meno di due su dieci hanno voluto esprimergli sostegno. Circa sette elettori su dieci ritengono inoltre che il Congresso non abbia fatto abbastanza per esercitare un controllo sul presidente. Non siamo dunque davanti a una conversione generale degli americani alla sinistra, ma anche a una significativa richiesta di riequilibrio istituzionale.

E quali sono state le ragioni di una sconfitta tanto pesante? Innanzitutto l’economia. Il costo della vita, l’inflazione, il prezzo della benzina e dei generi alimentari hanno pesato sulla decisione degli elettori. Secondo le rilevazioni degli exit poll di CBS News, la situazione economica è risultata la questione più importante per gli americani, seguita dallo stato della democrazia. Gli elettori hanno avvertito soprattutto il peso delle difficoltà quotidiane: carburante, bollette, alimentari e servizi. Per due elezioni consecutive, la maggioranza ha dichiarato di aver subito conseguenze economiche a causa dell’inflazione.

A questo si aggiungono i dazi commerciali e la guerra in Iran, due questioni che hanno contribuito ad alimentare il malcontento economico e politico. La guerra, in particolare, non risulta popolare: secondo CBS, la maggioranza degli elettori ritiene sbagliata la decisione americana di ricorrere all’azione militare, una posizione presente anche in una parte dell’elettorato repubblicano.



C’è poi la questione della corruzione e dei comportamenti dell’amministrazione. Circa sei elettori su dieci, secondo l’AP Voter Poll, ritengono che Trump privilegi i propri interessi personali rispetto a quelli del Paese. Non proprio un attestato di fiducia. E soprattutto un dato che contrasta con la promessa di un presidente intenzionato a restituire credibilità e autorevolezza alle istituzioni americane.

Un altro elemento interessante riguarda il voto giovanile. Secondo l’indagine dell’Associated Press, circa sette elettori su dieci sotto i trent’anni hanno sostenuto candidati democratici alla Camera. Anche tra gli elettori ispanici i Democratici hanno recuperato terreno: circa sei su dieci hanno votato per candidati democratici. Naturalmente i giovani rappresentano soltanto una parte dell’elettorato e non bisogna trasformare questi dati in una spiegazione esaustiva del risultato. Ma la perdita di consensi tra settori che nel 2024 avevano guardato con maggiore favore a Trump costituisce un segnale politico importante.

Insomma, Trump ha pagato il prezzo di un’economia che non ha mantenuto le promesse, di una politica estera controversa e di una concezione della presidenza che ha alimentato timori sulla concentrazione del potere. Ha inoltre voluto personalizzare le elezioni, invitando gli americani a considerarlo idealmente presente sulla scheda elettorale. Gli elettori hanno accolto l’invito, ma non nel modo che sperava.

Resta la domanda conclusiva: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Diremmo mezzo pieno, almeno sul piano istituzionale. Gli americani hanno dimostrato che il potere non è una proprietà privata di chi lo esercita e che il voto non serve soltanto a conferire autorità, ma anche a limitarla. Una parte decisiva dell’elettorato ha utilizzato uno strumento costituzionale per modificare i rapporti di forza e riequilibrare le istituzioni. Non è poco.

Il bicchiere, però, è anche mezzo vuoto. La democrazia non si difende una volta per tutte, né basta sconfiggere elettoralmente una maggioranza per garantirne la salute. Adesso toccherà ai Democratici dimostrare di saper vincere senza diventare prigionieri dell’ebbrezza della vittoria. Dovranno difendere le istituzioni, non impadronirsene; esercitare il controllo, non vendicarsi; rispettare le regole, non cambiarle ogni volta che fanno comodo.

Perché il problema, in una democrazia liberale, non è soltanto impedire che un uomo troppo potente pretenda di comandare senza limiti. È impedire che chiunque vinca le elezioni finisca per considerarsi il padrone dello Stato.

Tocqueville, in fondo, continua a parlarci anche per questo. La democrazia americana ha mostrato di possedere ancora importanti anticorpi. Ma gli anticorpi non guariscono da soli: hanno bisogno di cittadini consapevoli, istituzioni indipendenti e politici capaci di accettare il limite.

Altrimenti, fra due anni, potremmo ritrovarci al punto di partenza. E non sarebbe una bella prova di maturità democratica.

 Carlo Gambescia

 

(*) Particolarmente interessanti restano anche i dati sull’affluenza: le prime indicazioni segnalano una maggiore partecipazione elettorale, ma non sono ancora disponibili cifre definitive.

(**) Il riferimento è ad Alexis de Tocqueville, La democrazia in America. Per le analisi di Tony Quattrone si veda il suo intervento: https://www.youtube.com/watch?v=0WLlKsGaGmk&t=464s.

Fonti di controllo: 

CNN – Elezioni di midterm 2026; Associated Press – Risultati e analisi delle elezioni; AP Voter Poll – Le motivazioni degli elettori; CBS News – Exit poll 2026;  Reuters – La conquista democratica della Camera nelle proiezioni. 

martedì 3 novembre 2026

Pasolini, il santo laico e il romanzo del complotto

 


Ieri, vedendo su RaiPlay La macchinazione di David Grieco, con Massimo Ranieri nella parte di Pier Paolo Pasolini, ci è tornata in mente una curiosa costante della vita politica italiana: quando un personaggio diventa troppo importante per essere lasciato alla propria biografia, intorno alla sua morte comincia a svilupparsi un romanzo. E il romanzo, di regola criminale, spesso finisce per essere più importante dei fatti.

Una prova? A cinquantuno anni dalla morte dello scrittore, la Procura di Roma ha riaperto le indagini. Non è la prima volta che accade: precedenti iniziative non hanno prodotto risultati decisivi. Ma riaprire un’indagine non significa confermare un complotto. Significa, più semplicemente, verificare se esistano elementi nuovi.

Il film, originato da un libro,  uscito nel 2016, per parlare difficile, è paradigmatico. Perché, suo malgrado, rappresenta il meglio (o il peggio) del romanzo complottista. Per capirsi: il film di Grieco (ma anche il libro) sta ai romanzi di Victor Hugo, paradigma del romanzo romantico ottocentesco, come un manuale del complottismo sta alla sua materia.

Grieco ricostruisce gli ultimi mesi di Pasolini e propone una trama che intreccia il furto del negativo di Salò, la criminalità romana e presunti interessi politico-finanziari. Non è una ricostruzione neutrale, naturalmente. Ma non è questo che interessa qui. Il film costituisce piuttosto un ottimo punto di partenza per riflettere su un fenomeno che va ben oltre il caso Pasolini: la mitopoiesi politica, ovvero la trasformazione di una vicenda storica in una narrazione destinata a soddisfare bisogni ideologici.

Pasolini fu assassinato nella notte tra il primo e il due novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Aveva cinquantatré anni. Per il delitto venne condannato Pino Pelosi, allora minorenne. La vicenda giudiziaria, tuttavia, non ha mai placato le controversie, e le successive ricostruzioni hanno continuato ad alimentare interrogativi.

Inutile ricordare che a dubitare in principio fu il Verbo Fallaci Oriana, nonna nel freezer anti-islamista dei Belpietro, Feltri, Capezzone, Cerno, eccetera, che con un colpo di bacchetta magica trasformò le baracchette dell’Idroscalo di Ostia in lussuose garçonnière.

La prima cosa da fare, dunque, è separare i fatti dalle ipotesi. Non sappiamo con certezza se Pasolini sia stato vittima di una rapina degenerata, di un ricatto, di un’aggressione premeditata o di una dinamica criminale più complessa. Non sappiamo neppure se la sua morte sia stata il risultato di una macchinazione politica. Sappiamo però che frequentava ambienti marginali, nei quali prostituzione, violenza e criminalità potevano intrecciarsi. E sappiamo che la sua condizione omosessuale, in una società ancora retrograda e profondamente ostile all’omosessualità, poteva renderlo particolarmente vulnerabile.

È un punto che merita di essere considerato senza moralismi. Pasolini non se l’è cercata. La frequentazione di ragazzi di borgata non costituisce una giustificazione della violenza, né trasforma la vittima in responsabile del proprio assassinio. Se una persona viene ricattata, aggredita o rapinata perché costretta a vivere la propria sessualità in condizioni di clandestinità, o comunque di libertà socialmente condizionata, la responsabilità ricade sui criminali e sulla società che contribuisce a produrre quella clandestinità, o una specie di regime di semilibertà.

La storia offre diversi esempi di omosessuali celebri morti violentemente. Federico García Lorca fu fucilato dai franchisti nel 1936, in un contesto di repressione politica e culturale nel quale la sua omosessualità costituiva anche un elemento di stigmatizzazione. Harvey Milk, politico gay di San Francisco, venne assassinato nel 1978 da un ex collega. Matthew Shepard, giovane americano, fu torturato e ucciso nel 1998 in un delitto d’odio omofobico.

E poi c’è un precedente assai più lontano: Johann Joachim Winckelmann (nel ritratto), il grande storico dell’arte tedesco, assassinato a Trieste nel 1768 da Francesco Arcangeli, conosciuto durante il soggiorno in albergo. Anche la sua vita privata, e in particolare la sua omosessualità, ha alimentato successive ricostruzioni. Ma sarebbe sbagliato trasformarla automaticamente nel movente dell’assassinio: la spiegazione più accreditata rimane quella del furto.

Pasolini appartiene a questa dolorosa storia, ma non necessariamente alla stessa tipologia criminale.

Occorre evitare, infatti, un automatismo: non ogni omosessuale assassinato è stato ucciso per la propria omosessualità. La storia non si lascia ridurre a un’unica spiegazione, nemmeno quando questa spiegazione appare moralmente rassicurante. Il compito della sociologia, e diciamolo, della ricerca metapolitica, consiste proprio nel distinguere le circostanze, le cause e le interpretazioni.

È qui che comincia il romanzo Pasolini.

La morte del poeta ha prodotto una quantità impressionante di ricostruzioni. La Banda della Magliana, i servizi segreti, il potere politico-finanziario, il furto delle bobine di Salò, i misteri di Petrolio: ogni elemento è stato inserito, prima o dopo, in una trama più vasta. Pasolini sarebbe stato eliminato perché sapeva troppo, perché denunciava il potere, perché stava per rivelare segreti inconfessabili. In alcune versioni, addirittura, avrebbe consapevolmente preparato la propria morte, trasformandola in un sacrificio destinato a garantirgli l’immortalità.

Un inciso: Pasolini, in Io so, articolo uscito sul  “Corriere della Sera”, nel 1974,  sosteneva di conoscere i nomi dei responsabili di alcuni dei più oscuri delitti politici italiani, precisando però di non avere prove. Si può uccidere uno scrittore che, non avendo le prove, non può fare male a nessuno? Scrittore per giunta famoso? E soprattutto: quanto può pesare una denuncia pubblica quando non è accompagnata da elementi verificabili? Il problema non è negare che Pasolini potesse sapere qualcosa. È evitare che il suo “io so” venga trasformato, dopo la morte, in una certificazione retroattiva di ogni ipotesi complottista.

Ripetiamo: il film di Grieco si colloca in questo universo interpretativo. Il regista, che aveva conosciuto Pasolini personalmente, propone una ricostruzione nella quale il delitto non appare come un episodio isolato, ma come l’esito di una complessa trama criminale e politica, che risalirebbe addirittura alla morte di Enrico Mattei, dipinto come una specie di Pisacane del petrolio italiano. Quello di «Era trecento, giovani e forti, eccetera…».

È una tesi che può essere discussa, naturalmente. Il problema nasce quando l’ipotesi diventa certezza e quando la certezza viene utilizzata per costruire un’identità politica.

Perché il complottismo non è soltanto una spiegazione alternativa dei fatti. È anche una forma di compensazione psicologica e ideologica. La realtà, con le sue banalità, le sue casualità, le sue violenze e le sue contraddizioni, spesso non soddisfa il nostro bisogno di ordine. Un delitto può essere il risultato di una rapina, di un ricatto, di una lite o di una combinazione di circostanze. Ma una simile spiegazione appare troppo modesta quando la vittima è un intellettuale che abbiamo trasformato in profeta.

Il grande uomo non può morire per una ragione volgare. Deve essere eliminato dal potere. La sua morte deve avere un significato superiore. E se questo significato non emerge dai fatti, bisogna costruirlo.

Pasolini, del resto, era particolarmente adatto a diventare un santo laico. Comunista, omosessuale, poeta, regista, polemista, critico feroce della società borghese e della modernizzazione, era un personaggio che consentiva a molti di riconoscersi in una parte della sua biografia. La sinistra anticapitalista poteva rivendicare il suo odio per il consumismo. La sinistra movimentista poteva celebrarne la radicalità. Una certa destra antiborghese e anticapitalista poteva appropriarsi della sua critica alla modernità, alla società dei consumi e all’omologazione.

Pasolini diventava così un patrimonio comune di gruppi che, in vita, difficilmente avrebbero condiviso le sue posizioni nel loro complesso.

Ma il santo laico presenta un inconveniente: deve essere purificato. Le contraddizioni diventano dettagli, le ambiguità vengono attenuate, le posizioni scomode rimosse. L’uomo viene sostituito dal simbolo. Il poeta diventa un profeta, il profeta un martire, il martire una proprietà collettiva.

È una forma di appropriazione postuma. E, come spesso accade, l’appropriazione procede attraverso una selezione interessata della memoria.

 


Non è necessario essere pasoliniani per riconoscere il valore di Pasolini. Ogni volta che passiamo per via dei Monti Tiburtini,  prima del Pertini, quell’ultimo pezzo di periferia sauvage, sotto l’azzurro speciale e misericordioso  del cielo romano,  non possiamo non pensare al Pasolini, già poeta e scrittore di talento, costretto a trasferirsi a Roma da Casarsa, dopo lo “scandalo di Ramuscello”, l’espulsione dal PCI e la perdita dell’insegnamento. L’omofobia provinciale e quella comunista contribuirono, paradossalmente, a fare la fortuna letteraria di Pasolini. Roma gli offrì ciò che il Friuli gli aveva negato: un ambiente nel quale trasformare la marginalità in materia artistica.

Anzi, forse proprio chi non ne condivide molte posizioni può restituirgli qualcosa della sua individualità. Pasolini non era un santino, non era un manifesto, non era un personaggio costruito per soddisfare le esigenze della sinistra radicale o della destra nostalgica. Era un intellettuale contraddittorio, capace di intuizioni straordinarie e di giudizi discutibili, di provocazioni illuminanti e di nostalgie problematiche. Quel che si dice un artista completo (e non sono mai stati molti), capace di trasmigrare dalla poesia al cinema, dal romanzo alla critica artistica e musicale.

 


Il problema del martire è che non può più essere contraddetto. La sua morte diventa una garanzia morale. Chi lo celebra si sente dalla parte della verità; chi ne mette in discussione il mito rischia di essere accusato di tradimento, insensibilità o complicità con il potere.

Ecco una regolarità metapolitica che meriterebbe di essere osservata con maggiore attenzione: la mitopoiesi del martire trasforma una vicenda individuale in uno strumento di legittimazione collettiva: una razionalizzazione ad usum delphini, nella quale il morto viene sottratto alla storia e restituito alla politica.

La morte non viene più ricordata per ciò che è stata, ma per ciò che deve significare. In questo processo, il complottismo svolge una funzione decisiva. Elimina la casualità, riduce l’incertezza, individua un nemico e assegna alla vittima un ruolo superiore. Il delitto diventa una rappresentazione morale nella quale il potere è sempre colpevole, il martire sempre innocente e i suoi celebratori sempre dalla parte giusta.

Pasolini merita di essere ricordato senza bisogno di trasformarlo in un santo. La sua morte fu tragica, la sua condizione omosessuale lo rese vulnerabile in una società ancora arcaica, che non sapeva accettarla, e il suo assassinio rimane circondato da interrogativi. Ma proprio per questo dovremmo restituirlo alla storia, anziché consegnarlo alla mitologia.

 

Perché il martire appartiene a chi lo celebra, mentre l’uomo appartiene a se stesso. E il rispetto per i morti comincia, qualche volta, dal rifiuto di inventare loro una seconda vita.

In fondo, anche Pasolini avrebbe probabilmente diffidato di una società capace di trasformare ogni contraddizione in una certezza ideologica. Ma forse è proprio questo il destino dei profeti: essere celebrati soprattutto da coloro che, se fossero ancora vivi, avrebbero continuato a insultare.

Carlo Gambescia