sabato 13 luglio 2024

Cattive notizie da Marte

 


Vorremo che i lettori conservassero memoria, per così dire, del nostro articolo di oggi. Per mesi, anni, non sappiamo dire. Per quale ragione? Perché parleremo di inevitabilità storica e di regolarità metapolitiche. In pratica parleremo di metapolitica applicata alla realtà che ci circonda.

Da Marte, nome bellicoso non scelto a caso, che cosa si potrebbe osservare?  Un "Marziano" che idea si farebbe della Terra?

Da una parte noterebbe la disunione politica europea e statunitense, interna e esterna diciamo. Dall’altra,  scorgerebbe invece la compatezza  russa e cinese, capace di  estendersi   anche ai rapporti tra le due potenze orientali.

Nei prossimi anni queste tendenze si accentueranno. Perché i conflitti esterni favoriscono le tendenze interne già in sviluppo. Dove prevalgono le forze centripete, come in Russia e in Cina, la compatezza si accentua, come pure le divisioni dove prevalgono le forze centrifughe, come in Europa e negli Stati Uniti. Ovviamente, le inversioni tendenza sono possibili ma rare, come prova la decadenza e caduta di unità politiche frammentate al loro interno. L’ìnerzia storico-sociologica è fortissima. Per dirla alla buona, "il tirare a campare"...

Il resto del mondo si agita, è diviso e non conta nulla. Se non quel rappresentare, in alcuni punti “geocritici”, motivo  di conflitti più gravi  tra le due potenze mondiali: da un lato l’Occidente, dall’ altro l’Oriente. Come ora in Ucraina ad esempio. 

Oriente e Occidente: parliamo di due mondi completamenti differenti sul piano dei valori e degli interessi. Non c’è alcun ponte. E di questo si deve prendere atto.

Dicevamo dell’inevitabilità storica. Cosa significa innanzi tutto inevitabilità storica? Che un certo evento storico, come la guerra, non si può evitare. Forse si può rinviare, per un certo periodo, ma prima o poi ci “piomberà sulla testa”.

Quanto ai determinismi sociologici e politici (potenziali ovviamente) si pensi al ruolo delle regolarità metapolitiche. In particolare alla regolarità amico-nemico (è il nemico che ti indica come tale, a prescindere dal tuo “buon” carattere), alla natura del ciclo politico (conquista, conservazione, perdita del potere) , alla persistenza di un potere mondiale che nessuno vuole dividere con nessuno.

Infine la pace, che tutti dichiarano di voler difendere, non è altro – dal punto di vista delle regolarità metapolitiche – che una razionalizzazione-giustificazione dei conflitti politici. Detto sinteticamente: la pace come risorsa politica per fare la guerra. E qui ci fermiamo per non confondere troppo le idee dei lettori.

Se la guerra è inevitabile, perché portato di determinismi metapolitici, quale dovrebbe essere l’atteggiamento dell’Occidente? Di prepararsi adeguatamente a combatterla. E invece da Marte, cosa si vede? Che l’Occidente non vuole prepararsi. Risulta diviso, e di conseguenza non può neppure provocare divisioni nel campo nemico. Quindi, per ora, da una parte regna la divisione dall’altra compatezza.

Certo, in Occidente, si è liberi di pensare, che qualche evento straordinario ( la morte di un leader, una calamità naturale, una seconda venuta di Cristo), scompaginerà le file nemiche. Ma, pur essendo giusto, come riteneva anche Machiavelli, contare sulla fortuna, si deve considerare che la fortuna (nonché la sfortuna) rappresenta solo una parte della faccenda, l’altra è regolata dai meccanismi metapolitici appena ricordati.

Perciò, come osserva il mio amico professor Molina, si deve puntare, nel nome dell’ “immaginazione del disastro” (cioè della precisa percezione-visione del nemico orientale mentre ci attacca con l’intenzione di distruggerci), sull’ idea di inevitabilità della guerra e sulla persistenza delle regolarità metapolitiche.

Quanto alla pace, è cosa risaputa, che il prepararsi alla guerra, può contribuire a prolungare la pace, diciamo a rinviarla, non per sempre ma per periodi anche lunghi.

Pertanto, riassumendo,  da Marte cosa si scorge? Che l’Occidente sta lavorando alla sua sconfitta. E che i prossimi secoli (ci teniamo larghi) potrebbero vedere l’orientalizzazione dell’Occidente. E non pacifica. Quindi cattive notizie da Marte.

Certo non è ancora detta l’ultima parola, però le linee di tendenza, metapolitica, sono quelle che abbiamo descritto. E vorremo che il lettore ne conservasse memoria.

Carlo Gambescia

venerdì 12 luglio 2024

Il declino "mitografico" dell'Occidente

 

 


Il mito politico ha una sua grande forza morale. Se poi esista un nesso tra mito, come percezione di un’immagine, pregna di energie, con conseguente passaggio all’azione diretta, resta cosa difficile da dire.

Però il mito indica soprattutto i valori condivisi e diffusi in un certo periodo storico. Valori in cui si crede. E collettivamente.

Si pensi alla pacchiana mitografia fascista e mussoliniana, mai del tutto scomparsa dai  muri delle città italiane. 

Oppure all’inquietante fascino delle croci uncinate. Stesso discorso si può fare per la lettera A (cerchiata) di anarchia. Oggi sono tornati di gran moda i murales, che risalgano alla stabilizzazione politica delle rivoluzioni messicane, laiciste e semisocialiste, degli anni Dieci del Novecento. 

Si parla anche di grafit art, di grafitismo, di arte di strada, dalla colorazione socialista e popolare. Ieri, con un cerimonia ufficiale, si è “scoperto”, come si sarebbe detto un tempo, un "mural" romano, dedicato a Michela Murgia: si vede la scrittrice di semiprofilo, sullo sfondo di una bandiera Lgbtqi+.

In questo panorama mitografico, che va dal sostegno della causa palestinese alle varie battaglie ecologiste e anticapitaliste, c’è un grande assente: il "mural" occidentalista. Detto altrimenti: il "mural" dalla parte dell’Occidente. Soprattutto in momento in cui Europa e Stati Uniti affiancano militarmente l’Ucraina di Zelensky contro l’aggressore russo. Sfido il lettore a individuare in tutto l’Occidente un "mural" pro Zelensky o che celebri la Nato. Ne esistono di contrari. Ma a favore nessuno o comunque in quantità rlevanti dal punto di vista della “battaglia” mitografica.

Sembra incredibile, ma l’Occidente, grande fabbricatore di miti musicali, cinematografici, letterari, eccetera, rifugge da una mitografia che qualifichi l’Occidente per quello che è: una grande forza di libertà in tutti i sensi, politici, economici, culturali. L’ultima grandissima mitografia pro Occidente risale alla Seconda guerra mondiale. Come mostra l’illustrazione di copertina. Perché?

Crediamo che la causa del declino mitografico dell’Occidente sia nel senso colpa abilmente coltivato dalla cultura conservatrice e progressista. Si dividono una specie di balconcino rigoglioso, pieno zeppo di fiori ma venefici.

Il conservatore, di regola, è un antiliberale. Non ha mai accettato i valori liberali. Al punto talvolta di sposare la causa della reazione fascista. Il progressista invece li ha sempre considerati superati, o comunque da superare. Di qui lo sviluppo a destra come a sinistra di un minimo comun denominatore antiliberale.

Il liberalismo è bollato come il nemico del dio patria e famiglia (valori condivisi dai conservatori e venerati dai reazionari), e delle libertà sociali se non socialiste (valori difesi dai progressisti e propugnate anche con le armi dai comunisti).

Di qui quel vergognarsi – ecco il senso di colpa – di alcuni secoli di grandi trasformazioni liberali (parlamenti e liberi mercati, innanzittuto), visti da conservatori e reazionari, come distruttori dei valori tradizionali, e dai progressisti come inutili conquiste formali, negatrici delle libertà sostanziali dei popoli, dei lavoratori, eccetera, eccetera.

Ma come trovare un legame diretto tra l’assenza di murales pro Zelensky e il senso di colpa coltivato da conservatori e progressisti, sotto lo sguardo premuroso di fascisti e comunisti?

Zelensky crede, e fermamente, in quelle trasformazione liberali, disprezzate invece da conservatori e progressisti. Polvere da nascondere sotto il tappeto. Motivo di vergogna. Il che ha tramutato Zelensky in una specie di nemico naturale – semplificando – dell’artista di strada, che a sua volta non è altro che un utile idiota che favorisce il Convitato di Pietra della crisi, non solo mitografica, dell’Occidente: il fascio-comunista (per dirla giornalisticamente).

Ovviamente, per ora, le strutture militari e in parte politiche dell’ Occidente resistono, ma senza l’appoggio di una specifica mitografia. Che, ad esempio, nella Seconda guerra mondiale, ebbe la sua importanza. Si combatte – Zelensky a parte – senza credere nei valori per cui si combatte. E la mitografia ne risente. Sotto questo aspetto il presidente ucraino è  l’ultimo portabandiera dell’Occidente. Che però non trova il suo "mural".

Duole il cuore dirlo, ma l’Occidente euro-americano ricorda, secondo versi attribuiti a vari poeti,   quel “ prode cavaliere che non s’era accorto, che andava combattendo, ed era morto”.

Detto altrimenti, l’Occidente, ferito a morte, continua a combattere. 

Fino a quando?

Carlo Gambescia

 

giovedì 11 luglio 2024

Abuso d’ufficio? No, abuso di pazienza (del cittadino)

 


Non abbiamo le competenze tecniche per fornire un giudizio giuridicamente compiuto sulla cancellazione del reato di abuso d’ufficio (art. 323 del c.p.), da non confondere però con l’altro di omissione di atti ufficio (art. 328, del c.p.).

Semplificando: il primo rimanda a una violazione della legge per un interesse personale in un certo atto da parte di un funzionario pubblico; il secondo rinvia invece al rifiuto di adempiere un atto dovuto per per un serie di ragioni di giustizia o sicurezza pubblica.

Per capirsi: nel primo caso un sindaco fa assumere chi non ha titoli, magari un suo parente, nel secondo un negozio di alimentari, che non ha i requisisti igienici e sanitari, non viene chiuso. Però anche questo secondo caso potrebbe essere in gioco un interesse personale. Diciamo che nell’abuso c’ è una condotta attiva, il sindaco si “dà da fare”, nel secondo passiva, “guarda altrove”.

Speriamo di essere stati chiari. Perché il punto è importante. Infatti l’abuso d’ufficio non è più reato, mentre l’omissione lo è ancora. Già questo dovrebbe far riflettere: i due reati, due configurazioni attive e passive di uno stesso comportamento illecito, dovevano o cadere insieme o non cadere. Ovviamente, per i cervelloni della destra era troppo. Il mal di testa li avrebbe sopraffatti.

Ci si è lanciati in una battaglia a metà, e qui pensiamo ai cervelloni della sinistra. Si pensi al rispetto o violazione di un regolamento edilizio comunale, dove sono in gioco interessi economici fortissimi. Si fa costruire in barba alla regole (abuso), si guarda dall’altra parte mentre si inizia a costruire (omissione). Che cambia?

Il punto è che spesso leggi e regolamenti, fitti di rinvii interni, sono confusi, sicché i margini di speculazione politica, nel denunciare un sindaco, spesso di idee diverse rispetto a quelle di coloro che denunciano, sono discrezionali: “azzeccarbugliati”, se ci si perdona l’espressione. Di qui, prima i titoli sui giornali, poi all’interno, infine le archiviazioni, che non sono poche, di cui i giornali neppure parlano. Un gran lavoro per i giudici, per i giornalisti, che però sfocia, quasi sempre nel nulla. O quasi.

Il lettore vuole un nostro parere personale? Da un punto di vista sociologico esistono troppe leggi e troppi regolamenti. Su questo si dovrebbe lavorare e intervenire: poche leggi, pochi regolamenti, ma chiari. Il margine di discrezionalità, quando non addirittura  previsto dalla stessa legge o regolamento, favorisce abusi e omissioni. Reati, che a nostro avviso hanno una loro ragion d’essere ma in un quadro normativo stringato.

La destra, cioè il ministro Nordio e il governo Meloni, sembra non capire che il male è nell’eccesso di produzione normativa. Una cosa che si chiama anche statalismo legislativo. Mentre la sinistra, va a rimorchio della destra, trascurando anch’essa questo aspetto fondamentale.

E così nulla cambierà. I furbi potranno continuare a fare i furbi. I paurosi, di apporre la propria firma sotto una misura, i paurosi. E i cittadini, soprattutto la parte più economicamente attiva, a subire. In realtà se abuso c’è, riguarda la pazienza del cittadino. Sì, abuso di pazienza.

Carlo Gambescia

mercoledì 10 luglio 2024

La Nato, il nemico e le forze centrifughe

 


Una regola fondamentale in politica internazionale è che è sempre alleato più forte a indicare il nemico. Qual è l’alleato più forte della Nato? Gli Stati Uniti. E quali sono i nemici della Nato? Secondo gli Stati Uniti Russia e Cina. Che sono, in primis, i nemici degli Stati Uniti.

Il resto della Nato non è grado di indicare nessun nemico, in particolare gli stati appartenenti all’Unione Europea, deboli militarmente e politicamente. Sappiamo già che qualcuno penserà che un’Europa unita, anche militarmente, potrebbe controbilanciare il potere degli Stati Uniti e contare di più nella Nato. E quindi indicare il nemico. Si tratta di un’arma a doppio taglio. Perché, se in un’Europa più forte, ma comunque sempre più debole delle grandi potenze ricordate, comandassero i partiti nemici degli Stati Uniti (Russia e Cina), il nemico all’ Europa lo indicherebbero russi e cinesi.

Il problema è che per diventare una grande potenza militare, oltre alle risorse, occorrono le vittorie sul campo, e l’Europa, da sola, al momento non ha né le une  né le altre. Si fatica persino a inviare munizioni e altro in Ucraina. Figurarsi una Grande Armée

Pertanto, la Nato rappresenta l’unica risposta possibile, sempre che si voglia restare all’interno dello schieramento occidentale. Fortunatamente il nemico indicato dagli Stati Uniti è anche il nemico dell’Europa. Russia e Cina sono agli antipodi del lato europeo dell’Occidente per valori e interessi. Diciamo che gli stati europei membri della Nato, non dovrebbero sentire come una imposizione la scelta americana del nemico russo-cinese. Si può parlare, almeno dalla fine del secondo conflitto mondiale, di una naturale alleanza tra Europa e Stati Uniti.

Non dovrebbero… Il condizionale è d’obbligo, perché in Europa sussiste, sia a destra che a sinistra, una forte corrente politica e culturale contraria agli Stati Uniti e al sistema di valori e interessi che unisce le due sponde dell’Atlantico. Sono gli eredi politici dei fascisti e dei comunisti, che oggi sbavano al cospetto dei russi, come cani randagi affamati. O che, come Giorgia Meloni, aspettano il “momento trumpiano” per prendere il largo dagli Stati Uniti. Si potrebbe perciò parlare di nemico interno, alleato o possibile alleato dei nemici esterni.

Una vittoria di Trump potrebbe condurre alla dissoluzione della Nato. Si lascino per ora da parte i meccanismi mentali e politici che portano il magnate americano a prendere questa decisione. Diciamo il colore psico-politico, che piace tanto a mass media e social. Ci si concentri invece sulla sua volontà di sfasciare tutto. Cosa potrebbe accadere ? L ’Europa finirebbe in balia dei suoi nemici interni ed esterni. La Russia farebbe un solo boccone dell’Ucraina e poi toccherebbe all’Europa indifesa a occidente dell’Impero russo. Così come la Cina farebbe subito un solo boccone di Taiwan. Probabilmente si concretizzerebbe il rischio di una guerra generale in Oriente come in Occidente.

Per capirsi, come nella seconda guerra mondiale, Stati Uniti ed Europa, una volta risvegliatisi dallo stato narcotico isolazionista-pacifista, saranno “costretti” a battersi, partendo però da una grave condizione di svantaggio e di debolezza. E magari con i russi già padroni dell’ Europa occidentale.

Sotto questo aspetto – della ferma indicazione del nemico – le prossime elezioni americane avranno un’importanza fondamentale. Una vittoria di Trump potrebbe causare una specie di effetto domino sulla Nato. Biden, anche solo come presenza nominale, può impedire questo processo centrifugo. Quanto meno rallentarlo. In attesa, per così dire, di un giovane e brillante sostituto democratico (su possibili candidati repubblicani alternativi, per ora, inutile sperare). Si tratta di stringere i denti e resistere.

Insomma, per dirla in chiave metapolitica, l’indicazione del nemico, rimanda a un processo centripeto, che si oppone a un processo centrifugo. E la Nato è un elemento centripeto. Ma per sussistere ha necessità dell’indicazione di un nemico. Se viene meno questa indicazione viene meno anche la Nato. E con la Nato l’Occidente. Non per sempre, ma sarà comunque la guerra a decidere.

Sotto questo aspetto, e a proposito dell’invasione russa dell’Ucraina, i predicatori di pace, tra i quali molti svergognati ferrivecchi di destra e sinistra, conducono alla guerra generale, perché il pacifismo indebolisce le difese, innanzitutto morali, dell’Occidente, accrescendo l’appetito del nemico. Mentre chi si schiera dalla parte della vittoria ucraina, e quindi della guerra, allontana il pericolo della guerra generale, perché il polso fermo induce i russi a più miti consigli. Con effetto di ricaduta sulle manovre cinesi.

E se poi guerra comunque sarà, sarà la Nato, a farsi carico del conflitto, e non un’Europa debole e divisa.

Carlo Gambescia

martedì 9 luglio 2024

Elezioni francesi. Francia 2 - Italia 0

 


Siamo d’accordo con Piero Sansonetti (che per inciso, adotta anche lui il termine petenisti, così siamo in due…), l’appello antifascista funziona ancora.

Però, perché funzioni, serve una salda forza di centro, centro-sinistra, come nel caso del partito di Macron, che in Italia non esiste. Il Partito Democratico della Schlein, con il suo populismo è lontano anni luce dal rigoroso riformismo di Ensemble pour la République.

Per capirsi: perché funzionino le desistenze, nel quadro di un sistema uninominale a doppio turno, serve un’unità di fondo – ecco l’aspetto culturale dell’appello antifascista – che in Italia non c’è. Certo siano bravi a creare slogan. Insegniamo ai francesi quel che non sapevamo il giorno prima e continueremo a non sapere il giorno dopo…

Il problema italiano è l’estremismo politico che rovina ogni cosa, e che fa sì che la destra, a cominciare da Fratelli d’Italia, dipinga l’antifascismo come un ferrovecchio usato dalla sinistra per discriminare la destra.

Ci dispiace per Sansonetti ma la lezione francese non può essere estesa all’Italia, perché non ci sono le condizioni. I sistemi elettorali, pur importanti eccetera, come dicevamo ieri, non sono un toccasana. Prima viene la “mentalità politica”, diciamo così, poi le metodologie elettorali. Sansonetti corre  invece subito alle conclusioni.

Ripetiamo. La Schlein non è Macron e Conte è più populista di Mélenchon. Inoltre i leader  riformisti che potrebbero avvicinarsi ideologicamente (e sottolineiamo potrebbero) al partito di Macron, pensiamo a Calenda e soprattutto Renzi, difficilmente accetterebbero di far parte di un “Fronte popolare” che riproduce lo schema (fagocitante) Cina-Hong Kong.

Ma non è questo il punto: in Italia, al momento (ma sono più di trent’anni), manca una forza di centro, consistente, che condivida, ricambiata, con una sinistra riformista (non populista), i valori antifascisti.  Un centro capace di tenere a bada la destra, sottoponendola a periodici esami del sangue.

L’antifascismo, che è sacrosanto, perché da noi di fascisti in giro ce ne sono tanti (addirittura al governo), è usato invece come una risorsa politica, che invece di unire divide. Cioè, a sinistra si lo è usato, tipo mazza da baseball per distruggere, personaggi discutibili politicamente (pensiamo a Berlusconi e Craxi), ma che di sicuro non erano fascisti. Anche con Andreotti hanno tentato. E ora che i fascisti sono al potere, l’antifascismo, reso così poco credibile, non unisce. E “quelli”, i fascisti veri,  vincono.

Forse l’errore più grande di Berlusconi resta quello di avere distrutto il centro dello schieramento: il suo famigerato centro-destra era più destra che centro. Così come la sinistra, quasi di riflesso,  piano piano si è spostata sempre più a sinistra. 

I famosi professori, Monti e Draghi, restano un esempio classico di generali privi di truppe, ritrovatisi al comando, perché destra e sinistra così impegnate a odiarsi,  difettavano di personale politico all’altezza, scelto sulla base, del "basta che respirino".  Diciamole queste cose. Se i voti degli studenti sono cattivi non è colpa degli insegnanti che complottano contro gli studenti, ma di questi ultimi che non studiano.

Perciò per tornare a Sansonetti, l’antifascismo può funzionare, ma ci si deve credere. E per credervi deve essere una cosa seria. E in Italia, al di là dei fuochi d’artificio retorici e della mazza da baseball, l'antifascismo non è più visto da un pezzo come un cosa seria (non parliamo solo  dei fascisti, ora abilissimi nel fare lo gnorri,  ma anche degli antifascisti dalla memoria selettiva ). E, cosa più importante, non esiste una forza politica moderata, riformista e antifascista al tempo stesso.

Concludendo, e visto che si giocano gli Europei di calcio, Francia 2 Italia 0. Con buona pace di Spalletti. Pardon Sansonetti.

Carlo Gambescia

lunedì 8 luglio 2024

Elezioni. Il vicolo cieco francese e la nuova età del ferro…

 


Sulle elezioni francesi invitiamo il lettore a non tenere in gran conto la questione delle desistenze. Tesi usata dai commentatori di destra (soprattutto in Italia) per far passare l’odiatissimo Macron come complice della sinistra e così denigrarlo.

In realtà, per ora, resta ancora difficile definire con precisione il numero dei candidati macroniani realmente ritiratisi al secondo turno, dove però, attenzione, arrivati terzi al primo turno. Si parlava di 305 triangolari su 501 (*).

E comunque sia, non è un problema di turni, cioè di meccanismi elettorali, ma di contenuti politici e culturali. Di tradizioni politiche. Perché, ad esempio, proprio pochi giorni fa in Gran Bretagna, con il maggioritario secco, a un turno (non due come in Francia, quindi ancora più duro ), ha vinto una sinistra moderata, che non ha nulla in comune con il radicalismo della sinistra francese.

Insomma il problema – ripetiamo – rinvia ai contenuti. Dove resta viva una tradizione liberale e non c’è pericolo fascista, né di altro tipo di estremismo, anche di sinistra, può vincere una specie di centro-sinistra o centro-destra dal carattere esplicitamente moderato.

Onestamente va detto che sul piano europeo (ma anche negli Stati Uniti con Trump non si scherza) il liberalismo moderato, con sagge aperture a destra o sinistra, rappresenta una “tradizione” politica al momento in declino. Si pensi alla democrazia cristiana italiana (con le sue diverse anime), ai popolari spagnoli, ai democristiani e socialdemocratici tedeschi, ai repubblicani francesi prima di Sarkozy, e ovviamente al laburismo britannico.  Insomma, dove c’era e c’è una prevalenza dell’approccio liberale, o comunque moderato, si riducevano e riducono le potenzialità elettorali del radicalismo rosso o bruno o addirittura rosso-bruno.

Quanto appena precisato, non rappresenta però una specie di scappatoia dialettica, per giustificare il caotico quadro politico francese uscito dalle elezioni. Anche perché alcune risposte le elezioni le hanno date.

In primo luogo, gli elettori hanno mostrato di preferire ( e non è la prima volta in Francia, si potrebbe addirittura risalire a Guizot), gli estremi. Semplificando: fronte popolare e  petenisti. Sembra veramente di essere tornati, anche sul piano del lessico storico, agli anni Trenta-Quaranta dei Novecento. Il che è molto preoccupante.

In secondo luogo, dal momento che nessuna forza politica di destra, centro e sinistra ha i numeri per governare l’unica prospettiva resta quella di un governo di coalizione. Cosa che, a nostro modesto avviso, se si concretizzerà, qualsiasi “colorazione” politica questo nuovo governo assuma, la Francia sarà ingovernabile. E anche questo è molto preoccupante.

In terzo luogo, non vediamo che due possibilità, non prive di lati negativi.

La prima: nuove elezioni. Che non è detto, risolvano la questione delle governabilità. Una specie di poker. Con Macron che, purtroppo, ha in mano una sola o doppia coppia. Di conseguenza, la possibilissima vittoria di petenisti o frontisti porterebbe la Francia, fuori dall’Europa, e dal consorzio delle nazioni liberal-democratiche. Con il classico pendant della fuga di capitali, inflazione, crollo del tenore di vita, eccetera, eccetera.

La seconda: un golpe macronista, diciamo liberale, per la difesa della costituzione democratica dall’attacco concentrico di petenisti e frontisti. Che però, se non riuscisse (e l’ipotesi non è così remota) , favorirebbe un’instabilità ancora più spiccata, con scontri di piazza, guerrriglia urbana, eccetera. Inoltre militari e polizia, potrebbero pronunciarsi per gli insorti, di destra o sinistra che siano (non è solo la Spagna a godere di una tradizione in materia), anche appoggiando gli uni contro gli altri.

Come si può intuire, la situazione francese è molto grave. Sembra, come abbiamo più volte scritto, che i popoli europei – quindi non solo i francesi – non vogliano più sentire parlare di moderazione politica.

Si sognano nuove avventure politiche? Rosse o brune che siano? Non si capisce. Probabilmente, a livello di massa, prevale una visione paranoica della realtà. Non c’è epoca della sua storia (forse solo durante gli imperatori Antonini), in cui  i popoli europei abbiano goduto di un eccezionale tenore di vita come quello degli ultimi ottant’anni. Eppure – ecco il delirio paranoico – proliferano scontento, delusione, amarezza, sentimenti assolutamente ingiustificati.

Si vive un’ età dell’oro, ma nell’immaginario la si giudica del ferro.

E ferro si potrebbe ricevere. Anche nelle carni.

Carlo Gambescia

(*) Sulle sfide al secondo turno si veda qui: https://www.ilpost.it/2024/07/01/triangolari-ballottaggio-elezioni-francia/?utm_source=ilpost&utm_medium=leggi_anche&utm_campaign=leggi_anche  . Al secondto turno sono poi rimasti 89 ballottaggi a tre  e  due a quattro. Si veda qui: https://www.ilpost.it/2024/07/02/candidati-ritirati-secondo-turno-elezioni-francia-triangolari/ .

domenica 7 luglio 2024

Da Marine Le Pen a Philippe Pétain ( e oltre)

 


Purtroppo si deve prendere atto che in Francia, per la prima volta dal 1945, esiste il rischio che vincano le elezioni coloro che scorgono tuttora nel Maresciallo Pétain, che collaborò con i nazisti, un salvatore della patria.

Il nome della “cosa ” può mutare. Cioè li si chiami neofascisti, fascisti, nazisti, radicali di destra, eccetera, ma la sostanza non cambia: sono forze politiche anticapitaliste, antiliberali, razziste e nazionaliste.

I francesi, come nel 1940, sembrano essere stanchi della democrazia parlamentare. E come nel 1940 sullo sfondo si staglia un nuovo alleato, Putin, che ricorda Hitler, al quale la Francia di Pétain sacrificò tutto, a partire dalla dignità nazionale, pur di tornare al quotidiano tran tran.

I popoli, purtroppo, non avvertono le grandi questioni della libertà,  introdotte per la prima volta nella storia dalle moderne rivoluzioni liberali. E se questo ricorrente atteggiamento politico è diffuso  in Francia, patria del costituzionalismo liberale, figurarsi altrove. E qui si pensi a un paese come l’Italia che addirittura ha politicamente inventato il fascismo.

È amaro asserirlo, ma sociologicamente parlando, sul piano della libertà di parola e di pensiero, gli effetti di un regime politico sulla gente comune, dal punto di vista della vita quotidiana – il tran tran – sono quasi nulli. L’impiegato continua fare l’impiegato, il tassista il tassista, l’infermiere l’infermiere, e così via. Non poter leggere un libro, un giornale, esprimere un' opinione politica, per chi vive in modo inerziale, non è un problema.
 

Ci si chiederà allora il perché della possibile sconfitta di Macron: se le masse sono “inerziali”, lo stesso governo dovrebbe durare per sempre. Diciamo Macron a vita.

Non è proprio così. Un grande liberale francese Raymond Aron, sulla scia di un altro pensatore, suo conterraneo, Élie Halévy, riprese il concetto, tipico della “tirannie del XX secolo”, di “organizzazione dell’entusiasmo”. Che aveva e ha il suo corrispettivo nell’ organizzazione dell’odio: un processo politico-sociale, fondato sul meccanismo del capro espiatorio e su una mobilitazione di massa, organizzata dall’alto, tesa in realtà a paralizzare l’individuo e intrupparlo in una massa abulica e guidata da parole d’ordine.

Pertanto la violenta polemica, non solo contro la sinistra,  ma   contro le forze liberali in quanto tali, non è altro che il frutto velenoso di una organizzazione dell’odio, come in Francia, contro il liberale Macron, dipinto come un nemico del popolo, proprio come nel 1940 la destra reazionaria, intorno a Pétain, liquidò ministri e deputati della Terza Repubblica, frutto marcio, si diceva, del liberalismo francese.

La vita dei  popoli rimane in uno stato di quiete, inerziale,  fin quando non interviene una forza esterna a modificarne lo stato. Ed è questo il caso dell’organizzazione dell’odio che sollecita una nuova risposta, anche violenta, per poi lasciare che le masse tornino allo stato di quiete. Al tran tran quotidiano.

Ovviamente, come nel caso francese, non si tratta di un  puro caso: Marine Le Pen rinvia a Philippe Pétain, il quale rimanda a Charles Maurras, e quest’ultimo a Joseph de Maistre, insomma al pensiero controrivoluzionario nemico del liberalismo. Una forza esterna, come dicevamo.

I nemici della civiltà liberale sono tornati. E ora, per ironia della sorte, potrebbe toccare alla Quinta Repubblica. In Francia, dove il liberalismo mosse i primi passi.

Carlo Gambescia