martedì 15 settembre 2020

Cari  lettori,
prendo  un periodo di congedo dal  blog Metapolitics  e dai Social. 
Troppo rumore per nulla. Sicché (a tacere) inizio io…
Un abbraccio,
Carlo Gambescia



lunedì 14 settembre 2020

Linea  numero  24
Speciale referendum
 Si può leggere con o senza mascherina… Decidano  i lettori...
Però, prima va scaricato, gratuitamente,  qui:



Editoriali , articoli,   rubriche e  servizi, tra gli altri, di  Carlo Pompei, Roberto Pareto, Carlo Gambescia, Federico Formica...


Buona lettura!

sabato 12 settembre 2020

Decreto Semplificazioni, Mattarella (finalmente) ha battuto un colpo

La Lettera di Mattarella  che ha accompagnato la promulgazione del Decreto Semplificazioni (*) non andrebbe passata assolutamente sotto silenzio.  E invece  si dia un'occhiata  alle prime pagine di oggi (**).  O  “silenziano”  o vi accennano,  senza però mettere a fuoco, anche in termini di rilevanza grafica, il pericolo evidenziato  - certo, in “mattarellese” -  dal Quirinale.
Si presti attenzione al seguente  passo della Lettera. 

«Il testo a me presentato, con le modifiche apportate in sede parlamentare, contiene tuttavia diverse disposizioni, tra cui segnatamente quelle contenute all'articolo 49, recante la modifica di quindici articoli del Codice della strada, che non risultano riconducibili alle predette finalità e non attengono a materia originariamente disciplinata dal provvedimento. La legge n. 400 del 1988, legge ordinaria di natura ordinamentale volta anche all'attuazione dell'articolo 77 della Costituzione, annovera tra i requisiti dei decreti legge l'omogeneità di contenuto. La Corte Costituzionale ha in più occasioni richiamato al rispetto di tale requisito. »

Sul punto specifico, Mattarella rinvia a una sentenza della Corte:

«Da ultimo, nella sentenza n. 247 del 2019, la Corte ha osservato che "La legge di conversione è fonte funzionalizzata alla stabilizzazione di un provvedimento avente forza di legge ed è caratterizzata da un procedimento di approvazione peculiare e semplificato rispetto a quello ordinario. Essa non può quindi aprirsi a qualsiasi contenuto, come del resto prescrive, in particolare, l'art. 96-bis del regolamento della Camera dei deputati. A pena di essere utilizzate per scopi estranei a quelli che giustificano l'atto con forza di legge, le disposizioni introdotte in sede di conversione devono potersi collegare al contenuto già disciplinato dal decreto-legge, ovvero, in caso di provvedimenti governativi a contenuto plurimo, «alla ratio dominante del provvedimento originario considerato nel suo complesso» (sentenza n. 32 del 2014)". Nel caso in esame, attraverso un solo emendamento approvato dalla Commissione di merito al Senato in prima lettura, si è intervenuti in modo rilevante su una disciplina, la circolazione stradale, che, tra l'altro, ha immediati riflessi sulla vita quotidiana delle persone» (***).

Tradotto: oggi si  modifica alla chetichella il Codice della Strada, domani potrebbe toccare al Codice Penale.
Pertanto, invece di discutere  dei  contenuti del Decreto Semplificazioni, che non semplifica un bel nulla,   si dovrebbe, e con preoccupazione, ragionare sul pericolo  che il metodo  Conte, con il beneplacito del Partito Democratico,  e come pare delle Opposizioni,  venga esteso a materie sensibili sotto il profilo della libertà.
Per fare un esempio, nel Decreto Semplificazioni c’è una disposizione che attribuisce, o comunque estende il diritto di precedenza alle biciclette ( tra l'altro,  non si capisce se addirittura  fuori dalle ciclabili e rispetto a tutte le  autovetture). In sé, comunque sia, la misura non rappresenta la fine del mondo.   Infatti, il  vero punto secondo Mattarella è un altro.  E ben più importante. Ripetiamo,  di metodo. Come si diceva,  oggi  il diritto di  precedenza alle  biciclette,  domani il diritto di precedenza alle  polizia. 
Le domande  che egli  pone dal punto di vista costituzionale  sono  le seguenti: 1) Che  nesso vi può essere tra la semplificazione amministrativa   e  una misura  che concerne  la viabilità cittadina?  2) È lecito in sede di conversione introdurre misure estranee alla ratio del provvedimento?  Secondo la Corte Costituzionale no. E pure, come pare, secondo Mattarella.
 Riassumendo:  se il ricorso massiccio  allo strumento del decreto-legge ( e alla fiducia)  da parte del Governo Conte   resta assai  discutibile sotto il profilo costituzionale, l’introduzione in una legge di conversione di disposizioni  estranee ai contenuti del decreto stesso,  indica che il Governo Conte punta decisamente  a fare strame dello stato di diritto.
Mattarella  (finalmente) si  è accorto della cosa e ha battuto un colpo.

Carlo Gambescia                 
      



(**) Qui per una carrellata prime pagine di oggi: https://giornali.it/quotidiani-nazionali/prime-pagine/ .

(***)  Qui il testo della Lettera di Mattarella  ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio:   https://www.quirinale.it/elementi/50182.  I corsivi sono nostri.

venerdì 11 settembre 2020

Quarantene “brevi” e altre storie (economiche)

Ridurre la quarantena da quattordici a dieci giorni… Sembra quasi un dettaglio ma il solo  ragionare di una cosa del genere indica come sia possibile trovare sempre l’esperto capace di trasformare una necessità politica (riaprire a tutti i costi le scuole…) in un fatto scientificamente  lecito (la quarantena  elasticizzata). 
In sintesi,  siamo davanti  alla classica situazione che vede il   politico  tenere  in pugno l’esperto e non viceversa.  Ciò significa che la politica, tutta la politica tende a sempre trasbordare,  e quasi mai  giustamente. Parliamo della politica istituzionale  del re, del principe, eccetera, insomma dell’élite politiche, incluse quelle dei governi eletti democraticamente.
E questa è una parte della storia.  Infatti, si  impone un’altra riflessione sul rapporto tra politica ed economia, tra l’uomo politico, un governante qualsiasi, e l’esperto economico compiacente e perciò pronto a individuare  un qualche “quarantena economica” per così dire.   Si presti  attenzione, perché non è una divagazione.
La scoperta dell’economia mercato, o più semplicemente del capitalismo,  avvenuta dopo il suo rigoglioso sviluppo, ha invece  rivelato e attestato, sociologicamente parlando, per la prima volta nella storia, l’esistenza di una dinamica delle relazioni umane e sociali segnata dallo scambio e dal perseguimento dell’interesse individuale.

La si  è chiamata con spregio “assiomatica dell’interesse”. In realtà siamo davanti a un fenomeno costitutivo sempre però contrastato dal potere politico, potere  coadiuvato  - ecco il punto  -  dal "sapere"  degli esperti: ieri i teologi al servizio della religione,  oggi gli economisti di stato.
Il punto è che  la dinamica sociale ha leggi proprie regolate, come detto,  dal perseguimento del proprio interesse da parte di miliardi di individui (attenzione, si parla di  interessi materiali e immateriali). Di qui l’ imprevedibilità insita in ogni  dinamica sociale, poiché le cognizioni individuali, anche le più profonde sono sempre imperfette. Per fare un esempio piuttosto noto il capitalismo è stato “costruito” senza che nessuno sapesse cosa poi sarebbe accaduto.  Il "sapere" dei  teorici (pro o contro il mercato) è  arrivato dopo, molto dopo… 

Per tirare le fila del nostro discorso,  la durata delle “quarantene”, economiche o meno, è  un atto di  presunzione, o meglio ancora  di arroganza politica  che prova a nascondersi  dietro il potere dell’esperto compiacente di turno.  Si potrebbe parlare di uso politico della scienza. Per capirsi:  si trovano  sempre economisti pronti a celebrare la cassa integrazione quale magnifica molla di sviluppo, come epidemiologi pronti a brindare allegramente  alla quarantena elasticizzata.
In conclusione, piaccia o meno a politici ed  esperti, l’epidemia seguirà il suo corso, così  come l’economia di mercato.  Certo, la politica può momentaneamente vincere, ma la verità delle imperfezioni cognitive  umane si vendica sempre.


Carlo Gambescia

giovedì 10 settembre 2020

Il cinema post coloniale di Gianfranco Rosi Tutta colpa dell’Occidente Non andremo a vedere “Notturno” di Gianfranco Rosi, osannato a Venezia. Il cinema del dolore, che con la scusa della cinepresa obiettiva accusa l’Occidente di ogni colpa. Anzi, per meglio dire, il cinema del senso di colpa ha bisogno di vittime e carnefici. E i carnefici sono sempre gli occidentali. Qui la trama del film: "Girato nel corso di tre anni sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan, Libano, Notturno mette a fuoco, da diverse prospettive, buio e luci della vita quotidiana delle popolazioni locali nella martoriata regione del Medio Oriente, fra la riconquista di Mosul e Raqqa – strappate all’ISIS nell’estate-autunno 2017 –, l’offensiva turca contro il Rojava curdo-siriano nell’autunno 2019, e l’omicidio a Baghdad nel gennaio 2020, da parte statunitense, del generale iraniano Soleimani. Il film, tuttavia, non è un reportagesull’interminabile guerra che insanguina la regione perlomeno dall’invasione americana dell’Iraq (2003) e il conflitto civile siriano (scoppiato nel 2011 durante la primavera araba), bensì una narrazione per immagini e incontri ravvicinati che costruisce un’unità “umana” al di là delle divisioni geografiche. Di questo stato di tragedia permanente Rosi mostra gli effetti accompagnando al tempo stesso con discrezione ed empatia donne, bambini e uomini in momenti cruciali delle giornate, lasciando a loro la parola, registrata in presa diretta, fra interni intimi e drammatici (case, carceri, ospedali) ed esterni segnati dalle divisioni, dai conflitti, da durezze e fatiche, ma anche da momenti di toccante condivisione. " (https://it.wikipedia.org/wiki/Notturno_(film_2020). Qual è il senso politico di un film del genere? Lo stesso che si rimproverava a Gualtiero Jacopetti, ma in senso contrario: nei suoi film sull’Africa girati negli anni Sessanta del secolo scorso. Jacopetti filmava la fine del colonialismo, rimpiangendolo. Rosi film la “tragedia permanente” del “postcolonialismo”. Se il cinema di Jacopetti proponeva una soluzione, sbagliata o meno (qui non interessa): l’Occidente deve restare in Africa, Rosi non propone alcuna soluzione, se non quella del singhiozzo dell’uomo bianco. Del senso di colpa, come dicevamo: dell’eterno fardello dell’uomo bianco, ma solo come eredità negativa e cosmica. Deve il cinema proporre soluzioni? Quando affronta temi politici, sì. Altrimenti no. Ma questa è un’altra storia. Carlo Gambescia

Il cinema post coloniale di  Gianfranco Rosi
Tutta colpa dell’Occidente


Non andremo  a vedere “Notturno” di Gianfranco  Rosi, osannato a Venezia. Il cinema del dolore, che con la scusa della cinepresa   obiettiva  accusa l’Occidente di ogni colpa. Anzi, per meglio dire, il cinema del senso di colpa  ha bisogno di vittime e carnefici.  E i carnefici sono sempre gli occidentali.     
Qui  la trama del film:

Girato nel corso di tre anni sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan, Libano, Notturno mette a fuoco, da diverse prospettive, buio e luci della vita quotidiana delle popolazioni locali nella martoriata regione del Medio Oriente, fra la riconquista di Mosul e Raqqa – strappate all’ISIS nell’estate-autunno 2017 –, l’offensiva turca contro il Rojava curdo-siriano nell’autunno 2019, e l’omicidio a Baghdad nel gennaio 2020, da parte statunitense, del generale iraniano Soleimani. Il film, tuttavia, non è un reportagesull’interminabile guerra che insanguina la regione perlomeno dall’invasione americana dell’Iraq (2003) e il conflitto civile siriano (scoppiato nel 2011 durante la primavera araba), bensì una narrazione per immagini e incontri ravvicinati che costruisce un’unità “umana” al di là delle divisioni geografiche. Di questo stato di tragedia permanente Rosi mostra gli effetti accompagnando al tempo stesso con discrezione ed empatia donne, bambini e uomini in momenti cruciali delle giornate, lasciando a loro la parola, registrata in presa diretta, fra interni intimi e drammatici (case, carceri, ospedali) ed esterni segnati dalle divisioni, dai conflitti, da durezze e fatiche, ma anche da momenti di toccante condivisione.   

Qual è il senso politico di un film del genere? Lo stesso che si rimproverava a Gualtiero Jacopetti, ma in senso contrario, nei suoi film sull’Africa girati negli anni Sessanta del secolo scorso.  Iacopetti filmava la fine del colonialismo, con rimpianto.  Rosi invece "filma"    la  “tragedia permanente” del “postcolonialismo”.  Se il cinema di Iacopetti  proponeva una soluzione, sbagliata o meno (qui non interessa):   l’Occidente deve restare in Africa, Rosi  non propone alcuna soluzione, se non quella del singhiozzo dell’uomo bianco. Del senso di colpa, come dicevamo: dell’eterno fardello dell’uomo bianco, ma  solo come eredità negativa e cosmica. 
Deve il cinema proporre soluzioni? Quando  affronta temi politici, sì. Altrimenti no. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

  

mercoledì 9 settembre 2020

Agli italiani  non far sapere
quanto è cattivo  il Covid con le pere…

di Carlo Gambescia

L’ adagio è antico e rimanda a un mondo contadino, molto ingenuo,   in cui  certi prodotti  prelibati,  per  tradizione,  finivano solo sulla tavola  dei proprietari, magari nelle lontane città.  Ricchi possidenti che, ovviamente, si guardavano bene dal far conoscere al villico la  bontà di certi accostamenti di sapori, per evitare che il contadino, preso per la gola,  trattenesse per sé sia il formaggio sia le pere.
Insomma, in qualche misura  si mentiva, o forse si  era reticenti…  In ogni caso,    il contadino, l’ingenuo villico,   veniva  preso per il naso.  Il lettore si annoti l’espressione: “prendere per il naso”.
Ovviamente  è lecito   chiedersi  cosa  c’entri questa “pippa antica” (pardon) del formaggio e delle pere  con il Covid e i populisti… C ’entra, eccome.  Magari (...)


Segue su "Linea" (settimanale) 23, scaricabile gratuitamente qui: http://linea.altervista.org/blog/ 

martedì 8 settembre 2020

Libera(le) interpretazione

di Carlo Pompei





“Ogni periodo storico ha esigenze diverse, altari e polveri sono fisiologici” risposi (fresco di “5 maggio”) sedicenne, alla professoressa di storia che mi interrogò sulle ragioni del successo dell’espansionismo dell’Impero Romano e sui perché della caduta del medesimo secoli dopo – destandole meraviglia (mi considerava un deficiente soltanto perché parlavo poco e ascoltavo molto). Era comunista dichiarata, Berlinguer era vivo, il PCI esisteva e prendeva ancora rubli dall’Unione Sovietica.
Non lo nascondeva, anzi – tipico – predicava l’uguaglianza, ma discriminava un ragazzino che avesse disegnato un fascio littorio sul diario additandolo come pericoloso nemico del popolo oppresso, mentre lei era libera di circolare con “tolfa” con falce e martello incisi a fuoco e Manifesto sotto braccio. Dieci anni dopo, circa, la promulgazione della legge Mancino a firma Scalfaro e a rinforzo della “Scelba” deve averle provocato l’ultimo orgasmo (...)     

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