martedì 14 aprile 2026

Trump e il Papa: la nuova lotta per le investiture (e il rischio della sua fine)

 


Il durissimo attacco di Donald Trump al Papa — non alla Chiesa, si badi bene — ha già prodotto la solita reazione pavloviana: c’è chi parla di scisma, di rottura epocale, di ritorno dell’anticlericalismo.

Francamente, non hanno capito nulla.

Qui non siamo davanti a una ribellione religiosa, né a una contestazione della Chiesa in quanto tale. Siamo davanti a qualcosa di più interessante e, se vogliamo, più antico: un nuovo capitolo della lotta per le investiture.
 

Tredici anni fa, in un articolo che oggi torna utile rileggere, il professor Dalmacio Negro descriveva una dinamica classica: l’attacco alla Chiesa come tratto tipico della modernità politica, soprattutto nella sua versione progressista e anticlericale. Era, che piaccia o meno,  una lettura storicamente solida (*).



Ma proprio per questo, oggi, colpisce per contrasto. Perché ciò che vediamo non rientra più in quello schema.

Il riferimento alla lotta per le investiture non è una metafora ornamentale. Nel grande conflitto medievale tra Enrico IV e Gregorio VII, il nodo non era la fede, né la dottrina. Era il potere di legittimazione: chi ha il diritto di investire i vescovi, e dunque di conferire autorità? Chi, in ultima istanza, dà senso al potere?

Mutatis mutandis, è esattamente ciò che ora sta accadendo. 



Trump non attacca la religione. Non gli interessa smontarla, come facevano i liberali dell’Ottocento. Al contrario: tende ad appropriarsene, a utilizzarne linguaggio e simboli.

Il problema nasce quando quella stessa autorità religiosa — il Papa — non si lascia ridurre a funzione di supporto. Quando parla con una voce propria, su temi che eccedono la politica nazionale: pace, migrazioni, giustizia.

A quel punto, lo scontro è inevitabile.

Ma attenzione: non è uno scontro tra politica e religione. È uno scontro sul terreno della legittimazione simbolica.
 

Ed è qui che la figura di Trump mostra la sua specificità. Non siamo davanti a un anticlericalismo classico, ma a qualcosa di più ambiguo: una politica che, mentre attacca un’autorità religiosa concreta, tende al tempo stesso a rioccupare lo spazio del sacro.



Non è solo questione di parole. È una questione di rappresentazione. In certe immagini e posture pubbliche, il leader non si limita a governare: si presenta come figura centrale, carismatica, quasi salvifica. Non contesta il sacro — lo incorpora.

Il risultato è una tensione strutturale: da un lato, una Chiesa che rivendica autonomia morale; dall’altro, una politica che non tollera concorrenti su quel terreno.

Detta brutalmente: non siamo davanti a un anticlericalismo, ma a una forma di clericalismo senza Papa.

E qui il discorso di Negro torna, ma per rovesciamento. Quando,  da profondo studioso di cose politiche,  descriveva un conflitto tra Chiesa e forze che volevano emanciparsene, oggi assistiamo a qualcosa di diverso: una competizione per l’investitura, per il controllo dell’autorità simbolica. Che, come vedremo, rischia addirittura di andare oltre la stessa lotta per le investiture.



In questo quadro, colpisce anche la difesa offerta da Giorgia Meloni: una difesa che resta sul piano formale, quasi notarile, come se il problema fosse riducibile ai toni o all’etichetta istituzionale. Ma qui non è in gioco il galateo del potere. È in gioco la sua natura. Limitarsi a richiamare le buone maniere significa, di fatto, evitare il punto decisivo.

Se questo è il quadro, parlare di scisma è  fuorviante.

Come detto, la posta in gioco è un’altra: chi detiene oggi il potere di investitura simbolica.

Ed è proprio qui che il discorso si fa più inquietante. Perché quando la politica non si limita a esercitare il potere, ma tende a rivestirsi di una funzione salvifica, quando il leader non governa soltanto ma pretende di incarnare il senso stesso dell’ordine, allora il salto è già compiuto.



Non siamo più nel conflitto medievale tra due autorità distinte. Siamo oltre. Siamo in una dinamica in cui una sola pretende di assorbirle entrambe.

Ed è esattamente da questa pretesa — non dal conflitto, ma dalla sua cancellazione — che nascono le forme del nuovo totalitarismo  del XX secolo. Fenomeno sconosciuto al Medioevo, non perché mancasse la costrizione, ma perché mancava l’unità del comando simbolico: si poteva anche non sottrarsi al cristianesimo come orizzonte comune, ma non esisteva un potere capace di identificarsi integralmente con esso.

Qui non c’entra Benedetto Croce e il suo “non possiamo non dirci cristiani”, cioè un cristianesimo interiorizzato, postumo, quasi culturale. Qui accade l’opposto: non è la società che si riconosce in un’eredità religiosa, è il potere che tenta di incarnarla.



E quando il potere non si limita a governare ma si presenta come fonte ultima di senso, quando non chiede obbedienza ma adesione, quando non amministra ma redime, allora il passaggio è compiuto.

Non è più politica. È teologia politica senza trascendenza.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2013/02/larticolo-del-professor-dalmacio-negro.html#comment-form .La foto di copertina è stata realizzata con l’ausilio di ChatGPT.

lunedì 13 aprile 2026

Da Budapest a Islamabad: il sovranismo non è ancora morto, è presto per dirlo

 


A dare retta ai giornali di oggi, ma anche i social non scherzano, la destra mondiale, non solo legge e ordine, sarebbe entrata nella sua crisi finale, dal momento che il sovranismo realizzato mostrerebbe le sue profonde crepe.

Due gli argomenti a favore della tesi: la sconfitta di Orbán e quella di Trump, che a Islamabad non avrebbe trovato l’Iran in ginocchio, pronto a cedere su tutto.

Le cose stanno proprio così? Diciamo che dietro il bicchiere mezzo pieno c’è la grande voglia, tipica della sinistra europea – ma diremmo mondiale, mettendoci anche i democratici americani – che le cose vadano a posto da sole, e che il sole del liberal-socialismo torni a brillare su pensioni, vacanze, bonus, incentivi e tutte le altre costose diavolerie welfariste.



Un orizzonte di pace che vede i cattivi in prigione, diciamo così, e i buoni trionfare senza fare troppo sforzo. In realtà ci si dimentica di Putin, di Xi e soprattutto di un movimento internazionale di opinione, ma anche politico, che ha eletto a suoi padrini Trump e l’ideologia Maga: un nuovo politicamente corretto, di tipo autoritario, che le nuove destre – evitando accuratamente di parlare di fascismo – vogliono imporre dove vincono.

A questo proposito, Magyar, il quarantenne che ha battuto Orbán, è un conservatore, democratico, anche – sembra – pro Ue, così dicono gli ottimisti, che però dimenticano l’alto tasso di nazionalismo che, almeno dall’Ottocento, anima gli ungheresi: sempre pronti a rivendicare per sé la libertà e a comprimere quella degli altri, specie delle minoranze linguistiche e religiose. Quindi, piano con le illusioni, probabilmente la reazione verso il migrante continuerà a scattare in automatico.

Il che significa che è presto per cantare vittoria. Si dovrà vedere Magyar all’opera. Certo, si dirà, sempre meglio di un sodale di Putin. O che comunque va bene anche un ex sodale. E questo è vero. Però non è il caso di restare a braccia conserte perché “dalla parte giusta della storia”.




Se nel 1939-1941 si fosse ragionato così, oggi invece della sconfitta di Orbán l’Europa celebrerebbe ancora ogni anno le vittorie di Hitler e Mussolini.

Quanto a Trump sconfitto, saremmo più cauti. Il “sovranista” americano (oggi siamo indulgenti) sa benissimo ciò che vuole: accrescere la sua potenza personale e quella degli Stati Uniti; se poi non dovessero coincidere, peggio per la seconda.

Inoltre ha tutti i mezzi per battere l’Iran: quale altra potenza è in grado di trasferire navi, aerei e soldati in breve tempo da un lato all’altro del mondo? Infine Trump guarda alla politica estera come diversivo rispetto alla politica interna, come del resto tutti i dittatori, o aspiranti tali (anche la Meloni in questo è maestra), e per lui la pace non è un bene primario.

A ciò si unisca, proprio sul piano interno, un controllo molto esteso, dal suo partito ai mass media e su ampie fasce del potere giudiziario. Gli americani (quantomeno uno zoccolo duro) sono molto divisi. Non sarà facile farlo fuori elettoralmente.



Insomma, il sovranismo realizzato può anche non piacere, ma, a cominciare dagli Stati Uniti, è una brutta gatta da pelare. Ci si doveva pensare prima.

La cosa più antipatica è l’atteggiamento della sinistra e di non pochi liberali, che, approfittando di questi passi falsi, si appellano alle virtù della democrazia, che non si sa bene per quali ragioni di scienza infusa dell’elettorato avrebbe sempre ragione sui suoi nemici. Pertanto, si dice, si tratta solo di questione di tempo: basta attendere e restare fermi sui principi.


Quando però si vanno a esaminare i programmi degli oppositori del sovranismo realizzato ci si accorge che si tratta di una ricetta altrettanto populista: al welfarismo nazionalista delle destre si oppone un welfarismo internazionalista a sfondo ecologista. Per dirla alla buona, se non è zuppa è pan bagnato.

 


Concludendo, Orbán sembra morto, Trump non si sente tanto bene (o almeno così pare), ma la strada per uscire dal sovranismo realizzato è ancora molto lunga.

Più che morto, il sovranismo aspetta che i suoi avversari si illudano abbastanza da lasciargli campo libero.

Carlo Gambescia

domenica 12 aprile 2026

Caso Cingolani. Il clamore degli imbecilli

 


I limiti prospettici, tra i tanti, del dibattito pubblico italiano sulla politica estera sono evidenti. Parleremmo addirittura, per dirla con Monnerot, di limiti dell'intelligenza politica, ciò di sapere cogliere l'essenza dei fatti e di agire di conseguenza. 

Il caso Cingolani — amministratore delegato di Leonardo — è esemplare: è finito al centro di polemiche, si dice, anche per il progetto di scudo antimissile, non ben visto  a Washington. Da qui, l’interpretazione immediata: il sovranismo è servo degli Stati Uniti.

E la destra? Silenzio. O qualcosa di indistinto, che non incide.

Il punto, però, è un altro, e più scomodo. Gli Stati Uniti di Trump (ed è decisivo sottolinearlo) non puntano a rafforzare l’Europa, ma a dividerla, separando i paesi gli uni dagli altri. In questo quadro, il sovranismo può diventare un utile grimaldello: non per emanciparsi dall’ombrello americano, ma per rendere impossibile, all’origine, qualsiasi progetto europeo autonomo.



Da questo punto di vista, la sinistra coglie un aspetto reale. Ma solo un aspetto.
Perché qui si apre la vera domanda: che cosa significa, oggi, essere europeisti? E fino a che punto si vuole — davvero — un’Europa militarmente indipendente dagli Stati Uniti?

Esiste un progetto concreto, a breve termine, di integrazione militare europea? No.

Esiste una strategia credibile di difesa comune? No.

Esiste, semmai, un atteggiamento che potremmo chiamare “modello Sánchez”: prendere le distanze dall’alleato americano, evocare un ombrello internazionale che non esiste, e confidare che gli equilibri globali si ricompongano da soli. Non il dio degli eserciti, ma quello — assai più consolante — della pace.

 


Il risultato è una doppia illusione. A destra, un sovranismo che rischia di rafforzare proprio quella dipendenza che dice di voler combattere.A sinistra, un europeismo senza strumenti, che scambia i desideri per strategia.

E così il vero problema emerge con chiarezza: non la subalternità dell’una o dell’altra parte, ma la passività europea, condivisa. Una passività che diventa, col tempo, incapacità di pensarsi come soggetto politico. E soprattutto, come scriviamo da sempre, di “pensare la guerra”.

Un esempio di questa radicalizzazione dell’impotenza? O se si preferisce di stupidità politica?

 

 

Come spesso accade, l’Italia fa da apripista. L’idea di evocare il nome di Silvia Salis, sindaco di Genova, come possibile figura da proiettare a Palazzo Chigi alle politiche del 2027 — qualcuno, a sinistra, l’avrà pur tirata fuori dal cilindro — appartiene alla stessa logica simbolica.  

In realtà, per alcuni, la Salis è  più chic che radical, però si diceva la stessa cosa della Schlein... Presto tramutatasi in capopopolo.   Si comincia pompieri si  finisce piromani.

Per capirsi: è come se, dall’altra parte, si proponesse il nome di Vannacci, magari ripulito un po'.  Si chiama anche radicalizzazione oggettiva della lotta politica. Tradotto: avversario trasformato in nemico assoluto. Fine della liberal-democrazia. Come del resto mostra, sul fronte opposto, la presidenza Trump.

 Non politica, ma segnalazione identitaria. Non governo, ma gesto. Non argomentazioni, ma cori da stadio.


Una boutade politica? Probabile. Ma anche solo pensarla — e la legge, certo, non lo vieta — rivela qualcosa di più serio: la deriva di una sinistra che, invece di costruire politica, torna a rifugiarsi nel frontismo e nelle scorciatoie simboliche.

 




Che dire? Come era il titolo di un vecchio film di successo, “Il silenzio degli innocenti”?

Ecco: qui abbiamo “Il clamore degli imbecilli”.

E la domanda resta, ostinata: si può andare avanti così?

Carlo Gambescia

sabato 11 aprile 2026

Due Occidenti? No, Sansonetti: uno solo. E pieno di contraddizioni

 


Che c’è di più facile di una visione del genere: un Occidente che somiglia a un Vangelo civile — egualitario, solidale, attraversato da una vocazione morale che affonda le radici nel cristianesimo — e un altro, cinico e armato, dominato dal profitto, pronto a piegare anche la religione a strumento di potere.

Così Piero Sansonetti, oggi su “l’Unità”, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che il fascismo chiuse in carcere. Il problema è che entrambi questi Occidenti esistono soprattutto nella testa di chi li romanzeggia.

Nel suo editoriale, Sansonetti costruisce una contrapposizione netta: da una parte un Occidente “cristiano” coerente con il messaggio evangelico; dall’altra quello incarnato da Donald Trump, visto come una deviazione aggressiva e materialista, sostanzialmente anticristiana.

È una lettura suggestiva, anche efficace, ma troppo chiara per essere vera.



Il primo problema è l’Occidente “buono”. L’idea di una civiltà naturalmente egualitaria, quasi spontaneamente evangelica, è più una costruzione retrospettiva che un dato storico: si chiamano razionalizzazioni.

L’Occidente, fin dalle sue origini greche, romane e cristiane, è stato anche gerarchia, dominio, conflitto, esclusione. Non è mai stato un blocco morale coerente, ma un campo di tensioni in cui principi universalistici e pratiche di potere hanno convissuto, spesso in modo contraddittorio.

La semplificazione più evidente riguarda però l’altro polo: l’Occidente “cattivo”, ipercapitalistico e guerresco. Anche qui Sansonetti prende elementi reali — il peso del mercato, il ruolo dell’industria militare, il linguaggio della forza — e li trasforma in una totalità compatta. Classica fallacia logica: scambiare una parte per il tutto.
Si dirà che a un editoriale non si può chiedere troppo. Ma quell’Occidente monolitico non esiste.



Esistono democrazie pluraliste, sistemi di welfare, culture politiche divergenti — tra cui anche quella di Gramsci e Sansonetti — e conflitti interni profondi. Esistono, insomma, più Occidenti dentro lo stesso Occidente. Ed è proprio questa pluralità che la cultura liberale ha valorizzato. Ridurre tutto a profitto e armi significa cancellare questa complessità. È una scorciatoia polemica, non un’analisi.

Il liberalismo, a differenza delle ideologie totalizzanti — fascismo, nazismo, comunismo — è attraversato da contraddizioni e tensioni. Ed è proprio questa la sua forza. E secondo alcuni anche la sua debolezza. Perché le contraddizioni fanno il gioco del nemico esterno.

E tuttavia liquidare Sansonetti sarebbe troppo semplice.

Perché nel suo ragionamento c’è un’intuizione che merita attenzione: il conflitto che attraversa oggi l’Occidente non è solo politico o economico, ma anche simbolico e culturale. Riguarda, in modo specifico, il modo in cui il cristianesimo viene interpretato e utilizzato.

Una parte del mondo legato a Trump — e a figure come J. D. Vance — tende a leggere il cristianesimo in chiave identitaria: come marcatore di appartenenza, strumento di definizione di un “noi” contrapposto a un “loro”. È un cristianesimo meno universalistico e più politico, meno morale e più culturale, che guarda alla fissità dei costumi  e gerarchie.

 


Qui la tensione con una visione più sociale e inclusiva della tradizione cristiana è reale. Ma non si tratta di uno scontro tra cristiani e anticristiani, come suggerisce Sansonetti. Piuttosto, è uno scontro tra diverse interpretazioni del cristianesimo stesso.

Ed è proprio questo il punto che il suo schema finisce per oscurare.

Trasformare una frattura interna, quella che potenzialmente può essere un tensione interna, in un conflitto assoluto tra bene e male, quindi qualcosa d esterno all’universo liberale, può essere rassicurante, ma semplifica la realtà. Non aiuta a capire: aiuta a schierarsi. In un conflitto in atto che nessuno nega

Però l’Occidente reale è meno lineare e meno consolante. Non è diviso, da sempre, in due blocchi morali contrapposti. È lo stesso spazio che produce universalismo e interessi, solidarietà e competizione, diritti e potere. Questo spazio si chiama liberalismo.

Qui però nasce un problema. E’vero che Donald Trump e il mondo Maga rivendicano una loro idea di Occidente. Contraria ma complementare a quella di Sansonetti. Ma proprio per questo motivo è una visione che guarda altrove — alla forza, all’obbedienza, al primato del comando — e che fatica a riconoscersi nelle regole del costituzionalismo liberale. Non è un caso che mostri più di una simpatia per regimi poco interessati a diritti e pluralismo. Si potrebbe parlare di “AntiOccidente”.

 


C’è un punto interessante – qui Piero Sansonetti non ha tutti i torti — l’idea di piegare anche l’autorità religiosa al potere politico non è affatto nuova. Persino J. D. Vance – e, sia chiaro, anche se la notizia non fosse vera resterebbe comunque un buon esempio – ha evocato polemicamente la “cattività avignonese” (1309–1377), quando i papi risiedevano ad Avignone sotto la forte influenza della monarchia francese. Ma si tratta ancora di un mondo pre-moderno, in cui la distinzione tra potere spirituale e temporale non ha la forma che conosciamo oggi.

Più tardi, la modernità politica produce figure ambigue: Napoleone Bonaparte, che arriva a sottomettere il papato al potere imperiale e deportare Pio VII, è già dentro la grammatica della Rivoluzione e dell’ordine moderno, non fuori da essa. Diverso è il caso dei totalitarismi del Novecento — da Adolf Hitler ai regimi comunisti — che non si limitano a condizionare la Chiesa, ma tendono a neutralizzarne l’autonomia quando non a sopprimerla.



Da qui nasce l’obiezione: anche la modernità liberale avrebbe perseguitato i papi o limitato la Chiesa. È vero, ma è proprio qui il punto: il liberalismo non è mai stato un sistema di purezza morale, bensì un assetto istituzionale che nasce per contenere e regolare conflitti tra sfere di potere. La sua forza non sta nell’assenza di contraddizioni, ma nella loro gestione pubblica e reversibile, senza annullare la pluralità degli attori.

In questo senso, il liberalismo non elimina il potere: impedisce che diventi assoluto. Cosa che un fascista o un comunista, ubriachi di potere, non potranno mai comprendere. Odiano la lentezza delle procedure, vanno per le spicce, seminando morti per il mondo.

Ed è proprio nel rapporto con questi vincoli che si misura la differenza tra chi accetta la politica come gestione del limite e chi, invece, la interpreta come scorciatoia dell’eccezione permanente. Una dinamica che, in forme e contesti molto diversi, si ritrova anche in figure come Benjamin Netanyahu, dove la logica della sicurezza tende a comprimere lo spazio delle mediazioni istituzionali.

La questione, allora, non è scegliere tra un Occidente buono e uno cattivo, perché quell’alternativa è un’invenzione polemica e anche se ora risponde a una logica di schieramento amico-nemico in atto.  Quindi non più tra semplici avversari.

 


Il punto è riconoscere che l’Occidente reale è conflitto, tensione, contraddizione permanente. È proprio questa instabilità — non la sua presunta purezza — ad aver prodotto libertà, diritti, pluralismo. Anche Sansonetti, assolutizzando il conflitto, fuoriesce dal liberalismo. Proprio come Trump.

Per questo Donald Trump non rappresenta “un altro Occidente”, né una sua degenerazione interna. È qualcosa di diverso: come dicevamo l'”AntiOccidente”, un nemico che si nutre delle contraddizioni dell’Occidente liberale per rovesciarne le regole. Non sta dentro quel perimetro, lo usa.

Ed è proprio per questo  motivo che Trump va preso sul serio: non è un pagliaccio o un demente. Trump rinvia a una sfida politica e culturale che viene da fuori e che proprio per questo trova, dentro, terreno fertile.

Per farla breve: Trump è un fascista.

Carlo Gambescia

venerdì 10 aprile 2026

Il problema non è che il governo non fa: è quello che sta facendo

 




Il passaggio alla Camera e al Senato, attraverso l’ennesima informativa del governo, ha confermato una dinamica ormai consolidata: l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non arretra e, soprattutto, non è davvero incalzato.

Le informative consentono il dibattito parlamentare, ma non prevedono un voto vincolante: ne deriva uno spazio di intervento che, pur formalmente rilevante, finisce spesso per tradursi in una funzione più espositivo-retorica che incisiva. Più che mettere alla prova il governo, l’opposizione esercita un diritto di tribuna: qualche punto retorico, poche conseguenze politiche.

Dire che il governo “non fa nulla” è una critica sterile. Per capirsi la solita retorica giustizialista sulle bollette, che tra l’altro, è molto usata anche dalla destra (inciso: perchè votare sinistra, se poi le bollette, si veda il demagogico taglio alle accise, te le paga la destra?).

Il punto è opposto: questo governo fa, e lo fa lungo una direttrice riconoscibile. Sicurezza, immigrazione, centralità dello Stato, enfasi sull’interesse nazionale: non siamo davanti a un vuoto, ma a un progetto. Anche misure apparentemente marginali — come l’introduzione, in alcuni contesti locali, di criteri preferenziali per categorie come le forze dell’ordine nelle graduatorie dell’edilizia pubblica — segnalano una gerarchia di priorità. Non dettagli: indizi.



In linea generale, il progetto non rompe formalmente con i pilastri dell’Occidente — Unione Europea e NATO restano riferimenti — ma ne propone una rilettura più selettiva e meno universalista. Non una rottura, dunque, ma uno spostamento. E gli spostamenti, in politica, producono effetti.

Il riferimento al fascismo, agitato spesso come clava polemica, merita maggiore precisione. Più che evocare ritorni, è utile interrogarsi su alcune affinità di mentalità politica: la valorizzazione dell’unità nazionale rispetto al conflitto pluralistico; una certa diffidenza verso il libero mercato; quel luogo comune — sempreverde — sull’intellettuale con il cuore a sinistra e il portafogli a destra; la tendenza a concepire lo stato come principio ordinatore più che come arbitro, o persino guardiano notturno. Presi singolarmente, questi elementi non rompono il quadro democratico; combinati, possono inclinarlo.

È qui che l’opposizione sbaglia bersaglio. Non si tratta di denunciare l’inerzia, o di descrivere un Paese al collasso (che però non collassa mai), ma di mettere in discussione la direzione di marcia. Continuare a ripetere “non fanno nulla” mentre il governo ridefinisce priorità e linguaggi è, nel migliore dei casi, un errore di analisi; nel peggiore, una forma di autoassoluzione.



In questo quadro, una eventuale riforma elettorale con un forte premio di maggioranza rischierebbe di amplificare una vittoria relativa fino a trasformarla in una egemonia parlamentare. Nulla di automaticamente illiberale, sia chiaro. Ma in presenza di un’opposizione debole e di un esecutivo compatto, l’equilibrio tra rappresentanza e decisione tende a sbilanciarsi.

Un recente passaggio referendario, letto da alcuni come uno “sganassone” al governo, sembra essere stato riassorbito senza effetti strutturali. Anche questo è un dato politico: segnala una capacità di adattamento e un pragmatismo che, al netto dei giudizi di merito, rafforzano la tenuta dell’esecutivo.

Ma c’è un aspetto meno osservato, e proprio per questo rivelatore: il calcio.

Dopo le mancate qualificazioni alla Coppa del Mondo, si è rapidamente riattivato un discorso che va ben oltre lo sport: rilancio mitologico dei vivai, centralità istituzionale dei settori giovanili, valorizzazione, a livelli da difesa della razza, del “talento nazionale”, fino a ipotesi — più o meno esplicite — di soppressione della presenza straniera. Insomma protezionismo, e di quello più rozzo. Non è soltanto una politica sportiva: è una grammatica culturale e, insieme, un’idea di nazione che si riaffaccia.



Puntuale, qualcuno ha evocato anche i mondiali vinti in epoca fascista, con la solita formula da memoria selettiva: “Quando c’era Lui…”. Una retorica nostalgico-identitaria che trasforma il passato in mito rassicurante, più utile a semplificare il presente che a comprenderlo.

Il punto interessante è che questa grammatica è coerente con quella politica. Di fronte alla crisi, la risposta tende a essere la stessa: più selezione, più controllo, più radicamento nazionale. Una logica semplice, intuitiva — e proprio per questo efficace. “Prima gli italiani”, tradotto in linguaggio calcistico.

La vera questione non è stabilire se queste misure funzioneranno. Il punto è riconoscere che siamo di fronte a una visione che attraversa ambiti diversi — dalla politica economica allo sport — e che proprio per questo entra in sintonia con una parte significativa del Paese. Qui si apre un nodo sociologico: perché una domanda di protezione e identità risulta oggi più convincente di un’offerta politica fondata su apertura e universalismo?



È qui che si gioca la partita decisiva, quella vera non di calcio. 

Non tra chi “fa” e chi “non fa”, ma tra modelli alternativi di società: uno più orientato alla protezione e alla coesione interna, l’altro più aperto e universalista, di matrice liberale.
 

Ridurre questo confronto a una sequenza di slogan significa, ancora una volta, lasciare campo libero al primo.

Qualcuno dovrebbe spiegarlo alle opposizioni. Il plurale è d’obbligo: dentro quel campo convive un po’ di tutto: identità politiche esauste, moralismi intermittenti, improvvise conversioni liberali. Una pluralità che, invece di tradursi in ricchezza, finisce spesso per produrre paralisi.

Nel frattempo, dall’altra parte, si governa. E si continua a farlo seguendo una linea precisa.

Carlo Gambescia

giovedì 9 aprile 2026

Iran, la guerra sospesa: un’analisi metapolitica

 


A tutt’oggi, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non è finita. Ma non è neppure in corso, almeno non nel senso classico del termine. È sospesa. Congelata. Tenuta in vita, paradossalmente, proprio dalla sua interruzione.

La tregua di due settimane non rappresenta un punto di arrivo. È, piuttosto, un passaggio: un’intercapedine tra due possibilità, la ripresa dell’escalation o la sua trasformazione in qualcosa di più ambiguo e duraturo. Non siamo di fronte a una pace mancata, ma a una guerra che cambia forma.

Il cuore della questione non è militare. È metapolitico. Tutto ruota attorno a un nodo strategico: lo Stretto di Hormuz. Da qui la domanda metapolitica decisiva: chi ne assumerà il controllo? Finché non emergerà un vincitore, un potere “ricostituito” diciamo, il problema della sua apertura o chiusura resterà sul tavolo. E se si chiude, anche solo parzialmente, il conflitto riprende automaticamente. Non è una decisione politica: è una conseguenza metapolitica che rinvia al ciclo (meta-)politico della conquista, conservazione e perdita del potere.



Su questo punto il mercato globale — energia, trasporti, assicurazioni — esercita una pressione costante per la stabilità. Ha bisogno di certezze istituzionali di fondo, ciò che i protezionisti del potere, come Trump ad esempio, poco attenti agli effetti esterni delle decisioni politiche, tendono a sottovalutare. In termini semplici: il mercato vuole un vincitore, una qualche forma di ordine attorno a Hormuz, purché sia. Per capirsi:  al mercato andrebbero bene anche gli iraniani. Non tanto per ragioni di denaro, ma di stabilità politica che porta “anche” denaro.

Intorno a questo nodo si muovono attori diversi, ciascuno con una propria razionalità. Benjamin Netanyahu utilizza la pressione esterna come leva interna: il conflitto compatta e rafforza i processi centripeti interni. Donald Trump pratica una strategia di avvicinamento al limite, salvo poi arretrare all’ultimo momento: una dinamica che produce instabilità calcolata, ma anche rischio di errore. L’Iran, dal canto suo, non può permettersi di apparire cedevole: la deterrenza esterna è condizione della tenuta interna: la dinamica centrifuga esterna favorisce la dinamica centripeta interna.



Nessuno di questi attori vuole davvero una guerra totale. Ma nessuno può permettersi una pace piena. Ne deriva un equilibrio instabile, fatto di spinte centrifughe in attesa — sempre rinviata — di una ricomposizione del potere.
 

È qui che il quadro si allarga.

La Cina ha un interesse chiaro: stabilità senza egemonia americana. Dipende dalle rotte energetiche del Golfo, ma sfrutta ogni crisi per accreditarsi come mediatore alternativo. Non vuole l’escalation, ma neppure una soluzione che rafforzi troppo Washington. Il suo obiettivo è una tensione bassa e gestita, funzionale alla propria ascesa. Un specie di punto di incontro tra dinamiche centrifughe e centripete.

La Russia gioca una partita più spregiudicata. Una crisi in Medio Oriente distrae l’Occidente, alza i prezzi dell’energia e amplia i margini geopolitici. Mosca non ha interesse a un’esplosione incontrollata, ma beneficia di un disordine prolungato.



In termini più generali, Cina e Russia sono i principali beneficiari di una dinamica centrifuga. Che Trump e Netanyahu, da protezionisti del potere, aiutano. Il che suggerisce una conclusione scomoda: un mondo multipolare (da non confondere con il multilateralismo come metodo spesso soddisfacente) non è necessariamente più pacifico. L’equilibrio tra potenze richiede un senso del limite fondato su valori condivisi – da cui ovviamente discendono interessi — come nel Settecento del dispotismo illuminato o nell’Ottocento liberale: condizioni oggi assenti. Sotto questo aspetto Trump non è un despota illuminato né un liberale.

E poi c’è l’Unione Europea, attore debole in un contesto esterno che premia la decisione. Ha molto da perdere e poco da guadagnare: dipende dall’energia, teme l’instabilità, subisce le ricadute economiche e migratorie. Ma resta divisa, priva di una politica estera unitaria. Oscilla tra allineamento e irrilevanza. In termini metapolitici, intuisce la necessità di un potere politico europeo, ma non ha la coesione per costruirlo.

Il paradosso iniziale si rafforza.

La guerra, nella sua forma estrema, è un costo per tutti. Ma la tensione centrifuga — controllata, intermittente, mai del tutto risolta — è una risorsa per molti: complessi militari-industriali, leadership sotto pressione, attori regionali, mercati energetici, potenze globali. L’instabilità cronica diventa un equilibrio funzionale. Il che però significa  un  panorama non illuminato, ma dettato dalla forza delle cose. Diciamo pure che l’UE è centripeta solo a parole…

 


A fronte di ciò la tregua, allora, non è un’eccezione. È il meccanismo attraverso cui il conflitto si riproduce senza esplodere definitivamente.

A rendere il quadro ancora più fragile è il fattore errore. Le intenzioni dichiarate di pace non bastano: le decisioni producono spesso effetti imprevisti. La storia lo dimostra, basti pensare alla crisi del 1914, dove una catena di scelte “razionali” portò alla guerra generale. Anche oggi, in contesti ad alta tensione, l’imprevisto si annida nell’incidente: un attacco mal calibrato, un attore per procura fuori controllo, una reazione sproporzionata. In un sistema saturo, l’errore non è un’eccezione. È una componente strutturale.

Si delineano così tre scenari: 1) una tregua che regge senza evolvere; 2)un’escalation limitata e intermittente; 3) una guerra aperta, innescata da un evento critico,  con ogni probabilità legato proprio a Hormuz. Il secondo scenario è, al momento, il più plausibile. Non perché sia desiderato, ma perché è il più compatibile con gli interessi in gioco.

Il problema, tuttavia, è più profondo: riguarda il riassetto del potere in un’intera area — il Medio Oriente — che, dopo la fine dell’ordine coloniale, non ha trovato una stabilità duratura.

In questo senso, la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran non è destinata a risolversi, ma a ripetersi. È l’espressione di un problema irrisolto: chi comanda, e su quali basi? Un problema che riemerge ciclicamente, secondo una logica metapolitica costante fatta di competizione per il potere, spinte centrifughe e tentativi centripeti di ricomposizione.

 


La conclusione, per quanto scomoda, è semplice: la pace è un bene collettivo, ma la tensione può essere, per quanto pericoloso, un vantaggio distribuito.

Ed è proprio questa asimmetria metapolitica — amplificata dal gioco delle potenze globali — a rendere la guerra, oggi, così difficile da chiudere e così facile da riaprire.

Carlo Gambescia

mercoledì 8 aprile 2026

Trump, l’indicibile

 


Diciamo pure che il mondo non è ancora pronto per Trump. Noi stessi, a volte, ci troviamo a ragionare con i se e con i ma: se Trump non avesse vinto le elezioni per la seconda volta, se quel proiettile, se al suo posto ora ci fosse ancora Biden, eccetera, eccetera.

Purtroppo, con i se e con i ma le cose non si cambiano. E ora il mondo è diviso — anche qui commettendo un errore di valutazione — tra il Trump buffone e il Trump sociopatico. Senza dimenticare le minimizzazioni-assoluzione della destra.

In realtà, Trump è l’indicibile, che si è riaffacciato ottant’anni dopo la caduta nella polvere dei fascismi. Rappresenta l’improvviso seguito di ciò di cui non si vorrebbe neppure pronunciare il nome.

 


La spietatezza fatta politica. Il frutto velenoso di un realismo criminogeno che vede negli uomini puri mezzi per fini di potenza.

A parte qualche scalcinato leader terzomondista, neppure la classe dirigente sovietica, tra il 1945 e il 1991, ha saputo dare il peggio di sé in chiave trumpiana, e in pochi anni. Per non parlare dell’intera tradizione politica americana, giustamente orgogliosa di quella Costituzione, che Trump invece calpesta. Qui la sua diversità assoluta.

A prescindere da come si risolverà la crisi iraniana — e non escludiamo il peggio — realismo criminogeno e forza militare sono un pessimo biglietto da visita per un personaggio come Trump. Il ricco magnate americano è la classica mina vagante. E da qui al 2028 può accadere di tutto.

E qui torniamo al concetto di indicibilità. Il solo pensare a una guerra atomica rientra in questo concetto: è un brutto pensiero che si vuole allontanare, come per autodifesa. Di qui l’accusa — che fa il paio con quella di indicibilità — di inconcepibilità, cioè l’idea che la guerra risulti ormai inconcepibile per generazioni politiche e di gente comune, e possa essere auspicata solo da un malato mentale o da un pagliaccio. Trump, per l’appunto.

 


Di qui l’approccio, per così dire, buonista: non si crede che Trump sia capace di arrivare fino in fondo; si pensa che le prossime elezioni le vinceranno i democratici e che su Trump si chiuderanno le acque della democrazia, e tutto tornerà come prima.

 

A conferma della sua spregiudicatezza, basta osservare il comportamento che gli analisti hanno battezzato TACO — Trump Always  Chickens Out (Trump fa sempre un passo indietro/si tira indietro): anche nei momenti più critici, quando tutti attorno a lui sussurrano avvertimenti e critiche, Trump non mostra il minimo scrupolo: va avanti o, al limite, fa un passo indietro all’ultimo minuto, senza che questo ne smentisca l’audacia né la capacità di destabilizzare. È un gesto che, paradossalmente, rafforza la sua immagine di individuo che si muove al di sopra delle convenzioni, immune al giudizio altrui.

 

In realtà, l’indicibile, come i Cavalieri dell’Apocalisse, una volta riapparso è difficile da scacciare. Per farla breve, Trump è al tempo stesso il prodotto di un ambiente culturale — quello dell’estrema destra con fortissime propensioni fasciste — che egli stesso ha contribuito a rilanciare. Quindi, per usare un linguaggio che riporta ai tempi del terrorismo italiano, esiste un’“acqua” in cui nuota Trump.


E sbarazzarsi di questa cultura politica — una sorta di anti-1945 come lezione di libertà — che ha rialzato la testa in tutto l’Occidente non è affatto semplice. È quella cultura che, in estrema sintesi, afferma che i fascismi fecero anche cose buone e che, se accontentati per tempo nelle loro “giuste” richieste territoriali, la guerra non ci sarebbe stata.

Anche qui riaffiora il piano dell’indicibilità. Non lo si può minimizzare ricorrendo alla versione che colpevolizza la sinistra — ed è anche questa una versione di comodo, in odore di destra — accusandola di non aver voluto storicizzare il fascismo per poi riporlo nell’armadio, come se una tempesta capace di travolgere l’intera modernità liberale fosse frutto di un’opinione come un’altra.



Il lettore ricordi — e lo diciamo da non simpatizzanti di sinistra — che ogni tentativo di rappresentare i fascismi (in particolare quelli di Hitler e Mussolini) come fenomeni storici superati, roba da museo, rischia di aprire le porte a chiunque sia in cerca di rivincite.

Il fatto che in Occidente la sconfitta dei fascismi si sia imposta attraverso una guerra mondiale, mentre il comunismo si sia dissolto da solo, la dice lunga sulla diversa pericolosità di due fenomeni comunque storici. Il che, si badi, non significa attenuare gli orrori dei socialismi reali.


Però, ripetiamo, anche lo stesso concetto di indicibilità di un Trump — e di gente come lui — la dice lunga sulla superiore pericolosità, diciamo così, dei fascismi.

Indicibilità che blocca qualsiasi reazione e provoca la riduzione, di quella che rappresenta la prima vera minaccia per la civiltà occidentale dal 1945, alla follia o ai tratti buffoneschi di un personaggio come Trump.
Non si tratta, beninteso, di una riproposizione meccanica dei fascismi storici, legati a contesti, istituzioni e forme di mobilitazione oggi in parte mutate.

Il punto è un altro, ed è più sottile: quando la politica, nel cuore stesso della civiltà liberale, torna a ridursi sistematicamente a forza, a decisione sganciata da limiti, a delegittimazione radicale dell’avversario, ciò che spesso viene liquidato come semplice stile comunicativo rivela invece una trasformazione sostanziale.

 


In questo senso, la distinzione tra stile e contenuto si fa fragile, perché il linguaggio non si limita a descrivere la realtà politica ma la plasma, la orienta, la restringe. È qui che l’indicibile prende forma: non come ritorno identico del passato, ma come riemersione di quelle condizioni culturali e morali che storicamente hanno reso possibile il fascismo. È su questo terreno che il fenomeno Trump deve essere giudicato.

In un certo senso, rovesciamo qui la celebre lezione di Ludwig Wittgenstein: l’indicibile non è ciò di cui non si può parlare, ma ciò che non si vuole più dire. O che comunque la linea di confine tra “può” e “vuole” sia sempre molto labile. In fondo, non mancano le parole: manca la volontà di usarle.

E lo diciamo senza particolare devozione per Wittgenstein: basti ricordare il celebre alterco con Karl Popper, quando come si racconta, il filosofo dell’indicibile, brandì contro Popper un molto “dicibile” attizzatoio.

 


Come opporsi a tutto questo? Due pensatori, assai lontani, come Confucio e Gramsci, hanno sostenuto più o meno la stessa cosa: al nome deve corrispondere la cosa (Confucio) e, in questo senso, la verità è rivoluzionaria (Gramsci).

Quindi all’indicibile deve sostituirsi il dicibile. Trump è un fascista. Inutile girarci intorno.

Solo da questa consapevolezza si potrà ripartire. Detto alla buona: decidere il da farsi.

Carlo Gambescia