Apre, chiude, richiude, riapre. Sul blocco dello Stretto di Hormuz si stanno accumulando, in queste ore, analisi rapide, prese di posizione prevedibili e un discreto rumore di fondo. È comprensibile: la materia è urgente, le implicazioni immediate, la tentazione di semplificare quasi irresistibile. Come direbbe il carissimo amico Carlo Pompei, moderno Pasquino, “tocca legge le peggiori mignottate”. E ci scusiamo per il francesismo, sia pure in senso lato.
Il punto, però, è un altro: questo rumore non è solo inevitabile, è anche fuorviante. Perché tende a trasformare decisioni complesse in caricature psicologiche — “Trump pazzo”, “riaprite i manicomi” — oppure in schemi ideologici già pronti. Passi per la gente comune, che spesso non ha strumenti per capire né voglia di applicarsi, ma non per studiosi e opinionisti, ufficialmente di alto livello. E deputati a “comprendere” per professione.
In questo articolo proviamo a fare altro. Non sarà una lettura facile, perché l’obiettivo è uscire da queste scorciatoie e provare a entrare nel meccanismo delle decisioni: capire in che senso scelte che appaiono azzardate, perfino folli, possano essere, allo stesso tempo, coerenti e profondamente problematiche.
Il percorso richiede di sospendere alcune categorie abituali, di rinunciare a spiegazioni immediate e di seguire un filo che passa per la teoria dell’azione, per la formazione delle aspettative e per il modo in cui gli attori cercano di influenzarsi reciprocamente in condizioni di incertezza.
Non è, dunque, un testo “facile”. Ma non lo è neppure la posta in gioco, che rinvia a questioni che sono, prima ancora che politiche, chiaramente metapolitiche.
Se si guarda oltre la superficie degli eventi, ciò che emerge non è soltanto una crisi regionale o un confronto tra potenze, ma una modalità specifica di esercizio del potere: una razionalità che non si limita a operare entro coordinate date, ma interviene sulle condizioni stesse entro cui gli altri attori decidono.
Capire questa logica — e i suoi limiti — è il nostro obiettivo.
C’è un metodo nella “follia”…
La prima mossa, per orientarsi, consiste nel prendere sul serio la possibilità che decisioni ampiamente percepite come “azzardate” non siano affatto prive di razionalità. Al contrario, possono essere lette come espressione di una razionalità precisa, che non punta a ridurre l’incertezza, ma a utilizzarla.
Se si adotta una prospettiva altra: quella dell’ individualismo metodologico, il punto di partenza è semplice: non esistono “sistemi” che agiscono, ma attori che decidono sulla base di credenze, aspettative e valutazioni circa il comportamento altrui. In questo quadro, il problema, per il singolo attore, non è soltanto scegliere i mezzi più efficaci rispetto a un fine, ma intervenire sulle condizioni entro cui gli altri attori formano le proprie scelte.
È qui che si colloca la razionalità dell’azzardo.
Che non consiste nell’abbandono del calcolo, bensì nel suo
spostamento: invece di operare in un contesto prevedibile, l’attore
introduce elementi di imprevedibilità per modificare le aspettative
altrui. L’incertezza non è un ostacolo da ridurre, ma una risorsa da
impiegare.
Le decisioni di Donald Trump possono essere lette in questa chiave. Non
tanto come deviazioni impulsive da una razionalità standard, quanto come
tentativi di rendere più difficile il calcolo degli altri attori — in
primo luogo dell’Iran, ma non solo — costringendoli a rivedere le
proprie strategie.
In questo senso, il potere non si manifesta soltanto nella capacità di imporre una volontà, ma nella possibilità di alterare le aspettative su cui gli altri basano le proprie decisioni. Rendere il contesto meno prevedibile significa, spesso, indurre maggiore cautela, spingere verso strategie difensive, restringere lo spazio d’azione altrui.
Volontà di potenza e prudenza politica
È a questo livello che la razionalità dell’azzardo si collega a quella che, in termini operativi, si può chiamare volontà di potenza: non impulso cieco al dominio, ma capacità di espandere il proprio spazio d’azione modificando quello degli altri.
L’azzardo, in questa prospettiva, diventa una tecnica: introduco incertezza, gli altri ricalcolano in modo più prudente, e così facendo mi aprono margini ulteriori. Non si tratta di uscire dalle regole del gioco, ma di intervenire sulle condizioni entro cui il gioco si svolge.
Il contrasto con la tradizione della prudenza politica è, a questo punto, evidente. Figure come Talleyrand costruivano la propria efficacia sulla stabilizzazione delle aspettative: rendere prevedibili le mosse, evitare rotture, mantenere aperti i margini di negoziazione. Il principio del quieta non movere esprime esattamente questa logica.
E tuttavia, la grande tradizione liberale e realista non è mai stata pura gestione dell’esistente. In Winston Churchill, come in Cavour, la prudenza convive con una forma di azzardo calcolato: entrare in guerra contro Hitler o avviare il processo di unificazione italiana non significa evitare il rischio, ma assumerlo entro un quadro strategico che resta, per quanto possibile, controllato.
È qui che emerge una differenza cruciale con l’approccio di Trump. Nel caso della prudenza realista, l’azzardo è uno strumento eccezionale, inserito in una strategia che mira comunque a ricostruire condizioni di prevedibilità. Nel caso della razionalità dell’azzardo, invece, l’incertezza tende a diventare una leva sistematica.
Non è una differenza morale. È una differenza di struttura.
I limiti della razionalità
Tutto questo, tuttavia, non equivale a dire che tale razionalità sia priva di limiti. Al contrario, il suo punto critico emerge con particolare chiarezza proprio in contesti come quello dello Stretto di Hormuz. Qui, l’elevato numero di attori coinvolti e l’intensità delle loro interazioni fanno sì che ogni aumento di incertezza generi una moltiplicazione di risposte individuali, ciascuna razionale dal punto di vista di chi la compie.
Il risultato complessivo non è deciso da un singolo attore, ma dall’intreccio di queste reazioni. Ed è proprio in questo intreccio che emergono quelli che, in termini metapolitici, possiamo chiamare effetti compositivi: esiti che non derivano da un’intenzione unitaria, ma dalla combinazione delle azioni individuali.
Il problema, dunque, non è che l’incertezza venga utilizzata come risorsa strategica. È che, una volta introdotta, essa non resta sotto il controllo di chi l’ha prodotta. Nel caso di Trump, è qui che la razionalità dell’azzardo mostra il suo limite strutturale: l’incertezza si propaga, diventa oggetto delle decisioni altrui, si trasforma.
In questo senso, essa non è l’opposto della razionalità politica, ma una sua radicalizzazione. Presuppone attori capaci di calcolo, ma accetta — e in parte ricerca — condizioni in cui il calcolo diventa più difficile per tutti.
Resta, infine, una questione aperta, che nessuna teoria può risolvere in anticipo, perché rinvia a un nodo classico, insieme politico e metapolitico (*): fino a che punto è possibile modificare le aspettative altrui senza perdere il controllo sugli effetti complessivi — cioè sugli effetti compositivi — delle proprie azioni?
È in questo scarto — tra intenzione e risultato, tra calcolo e interazione — che si misura oggi la portata reale delle decisioni in corso.
Carlo Gambescia
(*) Ovviamente sulle questioni teoriche, qui poste, rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, due volumi: https://www.torrossa.com/it/resources/an/5660428 Qui per l’edizione cartacea: https://www.amazon.it/s?k=Carlo+Gambescia+Trattato+di+metapolitica&__mk_it_IT=ÅMÅŽÕ .







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