sabato 9 maggio 2026

Sovranismo alla prova: il paradosso metapolitico dell’incontro Meloni-Rubio

 

L’incontro tra Giorgia Meloni e Marco Rubio, avvenuto ieri a Roma, al di là delle formule diplomatiche e delle fotografie di rito, consegna una domanda politica che va oltre la cronaca: che cosa accade al sovranismo quando incontra il potere reale?

La cronaca è semplice. Washington chiede compattezza agli alleati su dossier strategici sempre più incandescenti: dal Medio Oriente alla sicurezza energetica, passando per la deterrenza globale. Roma risponde con prudenza, distinguendo tra solidarietà politica e coinvolgimento operativo.

È un passaggio apparentemente tecnico. In realtà è altamente simbolico.

Perché i rapporti tra Italia e Stati Uniti non sono mai soltanto rapporti bilaterali: sono il banco di prova della qualità della nostra collocazione internazionale. E per un governo che ha fatto della sovranità nazionale uno dei propri assi identitari, questo banco di prova diventa ancora più delicato.



Il punto è metapolitico, prima ancora che politico.

Il sovranismo contemporaneo nasce da una promessa precisa: restituire alla politica il controllo che la globalizzazione avrebbe disperso. Riprendere in mano confini, economia, decisione, identità. In una parola: sovranità. Tradotto in termini metapolitici: opporsi alle dinamiche di integrazione internazionale attraverso una rivendicazione di autonomia a vocazione centrifuga.

Ma qui si apre il paradosso.

Perché la sovranità, soprattutto nel XXI secolo, è una categoria fortemente condizionata. Nessun Paese europeo, Italia compresa, esercita potere in condizioni di autosufficienza. La sicurezza passa dalla NATO, la stabilità economica dall’Unione europea, gli equilibri strategici dal rapporto con gli Stati Uniti. Dentro questo sistema si consolidano inevitabili dinamiche centripete dell’interdipendenza.

In altre parole, il sovranismo arriva al governo promettendo un movimento centrifugo di autonomia e disintermediazione. Ma si ritrova immerso in una realtà centripeta, strutturalmente interdipendente, fatta di vincoli, compatibilità e dipendenze sistemiche.
 


Ed è esattamente questo il significato metapolitico del confronto Meloni-Rubio.

Non un litigio, non uno strappo. Piuttosto una tensione strutturale tra logiche diverse: da un lato la richiesta americana di allineamento, dall’altro la necessità italiana di mantenere margini di autonomia, anche per ragioni di consenso interno.

È la contraddizione classica di ogni sovranismo di governo: trasformare una retorica dell’autonomia in una pratica della negoziazione.
E non è un caso isolato.

Lo si è visto nell’Ungheria di Viktor Orbán, che ha costruito la propria legittimazione sulla retorica sovranista, ma, pur strizzando l’occhio a Mosca, resta strutturalmente agganciata ai fondi europei e al sistema di sicurezza occidentale. Lo si è visto nella Polonia di Mateusz Morawiecki, dove il nazionalismo conservatore ha dovuto confrontarsi con il vincolo geopolitico imposto dalla guerra in Ucraina.

Lo si vede negli Stati Uniti di Donald Trump, dove l’“America First” ha reso più conflittuali le alleanze, senza però ridurre la trama profonda delle interdipendenze globali.

E il Regno Unito della Brexit resta il caso-scuola: il recupero formale di sovranità non ha coinciso automaticamente con un aumento della capacità d’influenza. In alcuni passaggi, semmai, ha mostrato il contrario.



E qui emerge il punto decisivo.

Il sovranismo non conduce necessariamente all’isolamento. Non è questo il suo obiettivo. Ma produce quasi inevitabilmente una dinamica di attrito con i sistemi cooperativi, perché ogni rivendicazione di autonomia entra in collisione con la logica dell’integrazione.

È una deriva naturale? In larga parte sì.

Non per vocazione ideologica, ma per struttura metapolitica. Una regolarità che si manifesta proprio nella tensione tra spinte centrifughe e dinamiche centripete.

Più un governo sovranista insiste sulla propria eccezionalità decisionale, più tende a mettere in discussione i vincoli che rendono possibile la cooperazione. E più lo fa, più aumenta il costo politico della permanenza dentro quei vincoli.
Qui sta la vera posta in gioco.

Meloni oggi tenta una formula nuova. Diciamo pure la verità: una specie di ircocervo politico. Un sovranismo integrato. Restare pienamente dentro l’Occidente, dentro la NATO, dentro l’Europa, ma rivendicando margini di autonomia politica.

Max Weber sorriderebbe: non si può essere universalisti e particolaristi al tempo stesso. Si tratta di una contraddizione in termini.

E in ogni caso è un equilibrio difficile, quasi acrobatico, soprattutto se esteso anche all’Europa.

Perché Washington ragiona in termini di affidabilità, Bruxelles in termini di coerenza, mentre il consenso interno ragiona in termini di identità.

Tre grammatiche diverse, spesso difficilmente compatibili.

L’incontro con Rubio, allora, non racconta solo una tensione diplomatica. Racconta qualcosa di più profondo: il limite metapolitico che emerge quando il sovranismo smette di essere opposizione e diventa governo.



All’opposizione la sovranità è una parola d’ordine a vocazione centrifuga: serve a spingere verso l’esterno, a semplificare il mondo in una narrazione di recupero del controllo perduto. La famosa indicazione del capro espiatorio, riletta in chiave politica.

Al governo, invece, diventa immediatamente una pratica centripeta: gestione di vincoli, compatibilità, interdipendenze. Il passaggio dall’una all’altra condizione è il momento in cui l’idea politica nazionale smette di essere promessa e si misura con la struttura reale del sistema internazionale.

Il punto, forse, è proprio questo: nella contemporaneità la sovranità non coincide più con la capacità di sottrarsi alle reti, ma con la capacità di abitarle, decidendo al loro interno posizionamenti e margini di manovra. È un’autonomia necessariamente relativa, continuamente negoziata tra le spinte centrifughe delle identità politiche e le attrazioni centripete dei sistemi economici e strategici.

In termini metapolitici, non esiste mai un “fuori” o un “dentro” assoluto: ciò che osserviamo è piuttosto una oscillazione permanente tra poli che restano entrambi interni alla stessa architettura sistemica.



Come dicevamo, Max Weber sorriderebbe.  Perché  aveva assolutamente ragione quando — in polemica con i “professori-profeti” — sosteneva che non si possono tenere insieme le due posture: quella dell’analisi e quella della predicazione. O si resta dentro la logica dell’interpretazione, o si entra in quella della testimonianza (**).

Tradotto nella nostra grammatica: o si leggono i sistemi nelle loro dinamiche centripete, oppure si pensa la politica come movimento centrifugo di rottura e identità.

Ed è proprio qui che si chiude il cerchio: il sovranismo prova a tenere insieme le due cose, a essere insieme lettura dei vincoli e romanzo  della loro rottura. Ma nel momento in cui diventa governo, questa ambizione si scontra con la struttura reale delle interdipendenze. E ciò che in teoria appare come sintesi, nella pratica si trasforma in attrito.

La politica, a quel punto, non è più slancio né predicazione: è ingranaggio. E nell’ingranaggio, anche le promesse più forti — centrifughe per vocazione — tendono lentamente a sciogliersi dentro la trama centripeta dei sistemi di aspettative. Di qui la necessità, come dicevamo. di un equilibrio sempre instabile, da costruire dentro la stessa logica dei vincoli che si intendono governare: o centrifughi o centripeti.

Ed è proprio su quest’ultimo terreno – centripeto – che il caso italiano mostra ancora tutta la sua fase di assestamento.

Carlo Gambescia

 

(*) Per approfondimento rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2023, 2 volumi.

(**) Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1980.

venerdì 8 maggio 2026

Riforma elettorale e democrazie impazienti

 


Non entreremo qui nel merito tecnico della riforma elettorale che il governo sembra voler rilanciare dopo il Consiglio dei ministri di ieri. Tema, tra l’altro, più volte affrontato (1).

Non è questo il punto (almeno per oggi). Il punto, semmai, è la sua filosofia politica: l’idea di potere che la ispira, la concezione pseudo-democratica che sottende, il rapporto che immagina tra governo, parlamento e popolo.

Per capire ciò che accade oggi, bisogna liberarsi di un equivoco molto italiano: pensare che ogni tensione verso il rafforzamento dell’esecutivo sia un riflesso automatico del fascismo, o che ogni difesa del Parlamento coincida con la custodia della democrazia. Le cose, storicamente, sono più complicate.

Attenzione, però: questo non per assolvere il fascismo e la sua pesante eredità ideologica, ma per ricollocarlo entro una più ampia tradizione di critica della democrazia parlamentare, che va da De Mastre e Donoso a Maurras e Carl Schmitt, a tenersi stretti.



Il parlamentarismo moderno, fin dalla sua nascita, non è mai stato pienamente digerito dalle culture politiche ostili alla modernità liberale. Le forze reazionarie vi hanno sempre visto dispersione, lentezza, impotenza decisionale. Ma la stessa storia del liberalismo costituzionale mostra che il rapporto tra rappresentanza e decisione non è mai stato né pacifico né pacificato.

La costituzionalizzazione ottocentesca non fu un processo lineare, progressivo e inevitabile. Fu una costruzione accidentata, piena di arresti, compromessi e ritorni indietro. Il parlamento non nacque come forma naturale del potere moderno, ma come equilibrio instabile tra poteri concorrenti. Si potrebbe tuttavia risalire alle stesse origini settecentesche della democrazia parlamentare britannica, che vide, pur tra colpi e contraccolpi, arretrare i poteri del monarca e avanzare quelli del Parlamento e, soprattutto, dei suoi leader.

Ed è qui il punto decisivo: il conflitto fondamentale della democrazia liberale moderna non è tra governabilità e ingovernabilità, come oggi si tende superficialmente a credere, ma tra potere esecutivo e potere parlamentare.
 

Questo conflitto attraversa tutta la modernità politica.



Dopo la Prima guerra mondiale, tuttavia, qualcosa cambia. La crisi dello Stato liberale, l’irruzione delle masse nella politica, l’instabilità sociale e istituzionale producono, dentro lo stesso liberalismo, una torsione significativa: la vecchia centralità parlamentare comincia a essere percepita da molti come insufficiente, troppo lenta, troppo esposta alla frammentazione.
Ma questa svolta non nasce dal nulla.

È, in parte, il riemergere — dentro il liberalismo — di una pressione teorica e politica che lo aveva accompagnato fin dall’inizio: quella critica reazionaria, di cui sopra, che, fin dai processi di costituzionalizzazione ottocenteschi, aveva combattuto il Parlamento come luogo della dispersione del comando, dell’indebolimento dell’autorità, della dissoluzione dell’unità politica.

Il decisionismo liberale del Novecento, dunque, non rappresenta uno sviluppo lineare del liberalismo, ma piuttosto un suo cedimento verso un’antica istanza anti-parlamentare e pseudo-democratica.

Non è ancora fascismo, naturalmente. Ma, come detto, è il punto in cui una parte del liberalismo comincia ad assumere, almeno sul piano istituzionale, categorie che fino ad allora appartenevano alla critica della modernità parlamentare.

 


Per questo sarebbe semplicistico – punto già accennato – leggere l’insistenza attuale di Fratelli d’Italia come mera continuità ideologica con il fascismo. Più precisamente, essa si iscrive dentro una genealogia più lunga: quella persistente diffidenza verso la centralità parlamentare che attraversa la modernità politica e che periodicamente riemerge ogni volta che la decisione reclama velocità e il conflitto domanda di essere compresso.



Ed è qui che entra il presente.

La società contemporanea vive in un tempo accelerato. La comunicazione è immediata, l’informazione istantanea, il consenso volatile. La politica si trova così compressa tra la lentezza fisiologica delle procedure parlamentari e la velocità patologica delle aspettative sociali.

Ma attenzione: questa accelerazione non crea il problema; semmai lo rende più visibile. Perché la questione non è mai stata la legge elettorale in sé. La storia lo dimostra.

La Terza Repubblica francese garantì una lunga continuità statuale pur dentro una notevole instabilità ministeriale. La Restaurazione spagnola costruì forme di equilibrio politico con meccanismi elettorali tutt’altro che rigidi. E perfino l’Italia repubblicana, nel suo lungo ciclo proporzionale, ha conosciuto decenni di stabilità sistemica dentro governi formalmente fragili. Anche la Costituzione americana, esempio storico di equilibrio duraturo tra potere esecutivo e legislativo, ha garantito per lungo tempo una notevole stabilità istituzionale; oggi, tuttavia, essa appare sottoposta a nuove tensioni, legate anche a una crescente tendenza — osservata in particolare durante la stagione politica di Donald Trump, tuttora in pieno svolgimento — a enfatizzare l’accentramento del potere esecutivo.

Il problema, dunque, non è una legge elettorale ad hoc, come oggi si ama dire con aria da pronto soccorso istituzionale. Il vero rischio è un altro: la continua modificazione delle regole, a partire da quelle elettorali.

 


Le democrazie fragili cambiano continuamente le proprie norme fondamentali. Le democrazie mature, invece, tollerano l’imperfezione delle regole perché sanno che la stabilità delle procedure vale più dell’efficienza immediata. Le repubbliche sudamericane del Novecento — ma si potrebbe anche dire fin dalle origini — mostrano bene questa patologia: costituzioni e sistemi elettorali modificati con impressionante frequenza, come se il problema fosse sempre la regola elettorale e mai il rapporto reale tra forze sociali e istituzioni.

E qui emerge il nodo culturale, anzi antropologico.

La democrazia richiede pazienza. E la pazienza è forse la meno naturale delle virtù politiche.

Lo è ancora meno in una società di elettori intermittenti, mobilitabili emotivamente, esposti alla semplificazione permanente del consenso e alla sollecitazione continua delle passioni collettive. Si chiama anche, come insegna Geiger, “democrazia emotiva” (2).
 


Roberto Michels lo aveva intuito con lucidità: le oligarchie — fenomeno pressoché fisiologico nella vita politica — non si limitano ad amministrare il consenso; lo producono, lo orientano, lo organizzano (3)

E quando il voto si “emotivizza”, anche la democrazia cambia natura: tende a seguire gli impulsi più che i tempi della riflessione. Del resto, come scrivevamo ieri, la nostra è una “società di massa”, con tutto ciò che ne consegue (4). Però una cosa è prenderne atto, un’altra è assecondarla nei suoi aspetti peggiori.

In quest’ultimo caso, la tentazione di adattare continuamente le regole ai flussi mutevoli del consenso diventa quasi irresistibile.

È qui che la filosofia della riforma si rende visibile. Non nel dettaglio tecnico delle norme, ma nella sua logica profonda: ridurre la mediazione, comprimere il conflitto, accelerare la decisione, usando l’instabilità emotiva dell’elettorato come argomento per limitare, marginalizzare o svuotare il potere del parlamento.

Come abbiamo visto, è una tentazione antica: usare la legittimazione democratica per restringere gli spazi della democrazia stessa.
 

Ed è qui che il rischio si fa concreto. Perché diventa pericoloso ogni passaggio che trasforma la lentezza della democrazia in un difetto da correggere, anziché nel prezzo inevitabile della libertà politica.

 


Il parlamento, con tutte le sue lentezze, le sue inconcludenze e i suoi compromessi, resta infatti il luogo in cui il conflitto si rende visibile e, proprio per questo, controllabile.

E ogni volta che la politica pretende di neutralizzare il conflitto in nome dell’efficienza, la storia insegna che il prezzo, prima o poi, arriva.

Carlo Gambescia
 

(1)Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=Riforma+elettorale+Giorgia+Meloni .

(2) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2019/07/la-lezione-di-theodor-geiger-democrazia.html .

(3) Per una sintesi delle sue idee: Roberto Michels, Studi sulla democrazia e sull’autorità, a cura di Carlo Gambescia e Jerónimo Molina, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2015.

(4) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/05/luomo-massa-tra-garlasco-e-hormuz.html .

giovedì 7 maggio 2026

L’uomo-massa tra Garlasco e Hormuz

 


Che la gente voglia pace e soprattutto vivere, fare le proprie cose, programmare, ridere, piangere, scherzare, spettegolare, curiosare, emozionarsi, è un dato di fatto.

La società di massa, questo prodotto del XX secolo, basata sulla pluralità dei servizi accessibili a tutti e sull’imitazione o mimesi sociale, è tuttora viva e vegeta, con le sue credenze, i suoi riti e le sue aspettative collettive: le vacanze, i festival, gli scandali, i Vip, la cronaca nera, eccetera. Magari amplificata dai nuovi gadget tecnologici. Come sono vive le modalità politiche, sociali ed economiche per ammaestrare le masse, fatte — la ricetta è antichissima — di pane e circenses.

Molti dimenticano che il primo a coniare il concetto di “uomo-massa” fu José Ortega y Gasset, che conosceva sia Le Bon che Freud. Finissimo pensatore, che di lì a qualche anno avrebbe visto implodere quell’uomo massa, in modo animalesco, nei duri anni della Guerra civile spagnola: completamento, per stragi e fanatismo, della Prima guerra mondiale e preparazione della Seconda.


 


L’uomo-massa vuole sollecitazioni sempre più forti: vuole la pace, con i suoi svaghi, ma anche godere al calduccio delle disgrazie altrui:  omicidi, guerre, terremoti. In sintesi, con riferimento alle nostre cronache: da Garlasco a Hormuz.

Si dirà: due secoli di rivoluzioni liberali per finire così? Sulle contraddizioni del liberalismo la letteratura è vasta, spesso ripetitiva, e finisce quasi sempre per mescolarsi alla scontentezza dell’uomo massa, che Ortega traduceva nella parafilosofia di vita del “bambino viziato”. Ma il filosofo spagnolo non imputava questo al liberalismo in quanto tale: lo considerava piuttosto il prodotto inevitabile — e per non pochi aspetti persino benevolo — della modernità economica e sociale.



La società di massa, in sintesi, ha una struttura più collettivistica che liberale, e può perfino diventare fascista, come intuì anche Wilhelm Reich, perché l’uomo massa è individualista e collettivista al tempo stesso. Vuole essere trattato da individuo, ma pretende anche il paracadute sociale. Si potrebbe parlare di individualismo protetto. E per questo è disposto anche a rinunciare a larga parte della propria libertà, soprattutto a quella politica e spirituale più esigente, quella difesa dai professori giacobini e poi travolta, tra restaurazione borbonica e furia sanfedista, dal ritorno rassicurante dell’ordine.



L’uomo-massa, alla fin fine, è un reazionario, non perché ami il passato, ma perché è visceralmente attaccato alla sopravvivenza. E come intuiva Curzio Malaparte, un conto è lottare per vivere, un conto è lottare per non morire.

L’uomo-massa lotta per vivere. A ogni costo e sotto qualsiasi padrone.

Sotto questo aspetto, l’unica forma di liberalismo che l’uomo massa può gradire è quella sociale, molto sociale, oggi incarnata dal welfare.

Potrebbe finire male.

Carlo Gambescia

mercoledì 6 maggio 2026

Il cuore di Massimo Wertmuller, la durezza della (meta)politica

 


Da qualche tempo seguiamo la pagina Fb di Massimo Wertmuller, bravo attore e, da quel che scrive e dice, uomo perbene: animalista, pacifista, vegetariano, forse vegano (non abbiamo capito bene), fedele a una sinistra romantica che conserva i suoi spiccati accenti anticapitalisti e antiamericani. E che ogni giorno si spende, con post sempre sinceri, al punto da sfiorare il patetico. E non è una critica, come ora vedremo.

Patetico: ciò che suscita partecipazione emotiva intensa, commozione, empatia; ciò che tocca il sentimento in modo profondo. In ambito retorico e letterario, il patetico (dal greco πάθος, pathos) non è il “meschino” o il “ridicolo” dell’uso comune moderno, ma la capacità di muovere gli affetti. Un discorso, una scena, un gesto possono essere patetici nel senso alto del termine: carichi di umanità, dolore, passione, intensità morale.

Per capirsi: un grande momento patetico, nel senso di cui sopra, è il bellissimo finale de I promessi sposi, nostro livre de chevet, e che un giorno, probabilmente, ci accompagnerà verso il nulla.

Ma non perdiamo il filo del discorso. Ecco, in sintesi, cosa ha scritto ieri Wertmuller:

“Credo che se non si costruisce un mondo in cui si parla, invece che sputarsi addosso, quando non ci si spara proprio addosso, non ci potrà essere salvezza. (…) Non credo che ci siano altre strade di sopravvivenza se non quella della coabitazione, trasformando il sospetto in curiosità, in gioia di incontrare l’altro e confrontarsi. (…) Ma per fare questo servirebbero stature politiche, governative, individuali alte, molto alte. Invece… in giro ci sono pericolosi sparvieri assetati di sangue” (*).



Come può il cuore non condividere un appello del genere? E invece la ragione? Diciamo: la ragione metapolitica?

La ragione metapolitica, o scienza delle regolarità, di ciò che si ripete nel comportamento politico, ci dice che persino un governo mondiale si troverebbe ad affrontare gli stessi problemi con cui oggi si misurano i governi nazionali.

Si rifletta. I governi nazionali hanno forse liquidato la criminalità? Ogni giorno leggiamo della guerra a questa o quella banda criminale. E per un eventuale governo mondiale sarebbe la stessa cosa, solo che la lotta riguarderebbe gli “stati canaglia”,  nel ruolo di "macro-minoranze" irriducibili all'ordine mondiale, sebbene rivolto al bene. Si tratta di una precisa regolarità metapolitica, cioè di qualcosa che storicamente tende a ripetersi: la dinamica amico-nemico.

Esiste, purtroppo, una necessità politica di compattezza interna che passa quasi sempre attraverso l’indicazione di un nemico esterno.

Purtroppo funziona così. E la storia umana è piena zeppa di esempi del genere.

Cambiano i contenuti: oggi la mafia, domani gli “stati canaglia”. Ma la struttura resta. E non è affatto detto che, nella lotta allo “stato canaglia”, non si ricorra alle maniere forti, fino a includere le tanto temute armi atomiche, magari solo tattiche. Come se il diminutivo bastasse a rassicurare.



Certo, per evitare tutto questo si potrebbe lavorare sulla natura umana.

Sotto questo aspetto il liberalismo, come trasformazione del nemico in avversario attraverso l’introduzione di istituzioni come le carte dei diritti, le costituzioni, i parlamenti, lo stato di diritto, la libertà di mercato e di commercio, ha addolcito i costumi. E per questo, sia detto per inciso, dovremmo tenercelo stretto.
 

Dicevamo "addolcito". Ma non del tutto. Gli uomini smaniano per una volontà di riconoscimento — che l’attore Massimo Wertmuller dovrebbe ben conoscere — e che, anche se non sempre, perché ha dalla sua  un aspetto creativo e costruttivo, può sfociare nella sopraffazione e nella prepotenza, spesso subite dai più in modo conformistico.

Semplificando: la volontà di riconoscimento può trasformarsi in volontà di potenza: una forza distruttiva, difficile da sradicare, perché inscritta nella stessa logica della politica,  anzi della metapolitica. Nel bene e nel male, fu decisiva contro Hitler; oggi torna ad alitare il suo veleno in Trump. Solo il liberalismo moderno è riuscito, quasi miracolosamente, a imbrigliarla. Ma non sempre.

Certo, resta il socialismo, magari anche di natura evangelica, frutto di buona volontà e di buona disposizione verso l’altro.
 

Ma come animare tutto questo in un uomo che, alla fin fine, sembra navigare tra conformismo e volontà di potenza?



Si imporrebbe una trasformazione antropologica. Come però? E soprattutto: si può obbligare l’uomo a essere libero? Magari usando quella stessa forza che si vorrebbe negare e superare?

E per ora ci fermiamo qui. Ringraziando Massimo Wertmuller per i suoi spunti e le sue sollecitazioni.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.facebook.com/massimowertmuller .

martedì 5 maggio 2026

La liberal-democrazia non muore sui barconi. Muore nelle teste



Ieri Giorgia Meloni, intervenendo al vertice della Comunità Politica Europea, tenutosi a Erevan, forum allargato a Paesi europei ed extraeuropei, ha sostenuto che i “flussi migratori incontrollati” inciderebbero sulla “qualità della democrazia” (*). Una formula che, nella sua apparente moderazione, condensa una precisa operazione ideologica: trasformare un fenomeno storico, sociale e antropologico complesso in una minaccia sistemica alla tenuta democratica.

È una tesi grave. Non perché parli di immigrazione — la politica, per definizione, discute di tutto — ma perché lo fa dentro un contesto retorico che appartiene pienamente alla cultura della postverità: quella in cui il criterio della validità non è la prova, ma l’efficacia emotiva; non la dimostrazione, ma la mobilitazione. Ed è qui che il discorso merita di essere smontato.

Primo punto: non esiste alcuna seria evidenza storica che mostri come le liberal-democrazie cadano per effetto dei flussi migratori. nella storia moderna, sono cadute per altre ragioni: guerre, crisi economiche sistemiche, concentrazione del potere esecutivo, collasso delle élite, polarizzazione estrema, svuotamento progressivo delle garanzie costituzionali. 

 


La Repubblica di Weimar non crollò per i migranti. Le democrazie latinoamericane del Novecento non furono abbattute da flussi umani. Né la crisi delle democrazie contemporanee ha origine nell’immigrazione. Attribuire ai flussi il deterioramento democratico significa compiere un salto causale enorme: trasformare una correlazione percepita in causalità politica. È il vecchio trucco della propaganda: non dimostrare, ma suggerire; non argomentare, ma evocare.

Secondo punto, decisivo: oggi il dibattito pubblico non verte neppure sull’immigrazione reale. Verte sulla sua rappresentazione simbolica. L’oggetto del discorso non è il fenomeno migratorio nella sua consistenza empirica — numeri, processi, integrazione, mobilità globale — ma un’immigrazione immaginata: ingigantita, decontestualizzata, caricata di funzioni ansiogene. Non un fatto, ma un costrutto politico costruito su premesse spesso etnocentriche.

 


La “minaccia migratoria” funziona come dispositivo ideologico: raccoglie paure diffuse — insicurezza, declino sociale, perdita di identità, impoverimento simbolico — e le condensa in una figura esterna, facilmente politicizzabile: il migrante. Non è sociologia o metapolitica: è pura mitologia politica.

E ogni mitologia politica ha i suoi beneficiari. Chi guadagna politicamente dalla costruzione permanente dell’emergenza migratoria? La risposta è semplice: le cosiddette destre identitarie, quelle che in Italia mantengono una genealogia politica irrisolta rispetto al fascismo. 

 


Per inciso, siamo al punto in cui l’espressione "non aver fatto i conti con il fascismo", quando rivolta a Fratelli d'Italia,  viene derisa e ridotta a sindrome nostalgica dell’antifascismo: si veda, da ultimo, Mattia Feltri in uno dei suoi “Buongiorno” di qualche giorno fa. Anche “La Stampa”, su questo terreno, sembra cedere.

Più il fenomeno viene dipinto come un’invasione, più cresce il rendimento elettorale di chi promette protezione, confini, ordine, chiusura. Il paradosso è quasi comico, se non fosse tragico: si dice di difendere la qualità della democrazia attivando proprio quei meccanismi — paura, semplificazione, polarizzazione — che storicamente ne impoveriscono la qualità. Sulla democrazia emotiva abbiamo già dato (**). La paura è una risorsa politica perfetta: costa poco, rende molto, si rigenera da sola.

In questo senso, Meloni sembra apprendere molto in fretta la lezione fondamentale del populismo contemporaneo: la realtà non va descritta, va organizzata simbolicamente. Che — quando si dice il caso — fu una delle tecniche centrali di mobilitazione simbolica del fascismo. E, come pare — Trump o meno — del postfascismo. Il fatto stesso che una tesi così fragile sul piano probatorio possa essere recepita come plausibile segnala qualcosa di più profondo: la distruzione progressiva dell’argomentazione politica liberale e razionale.

 


Un tempo — non idealizziamo troppo, ma un tempo — affermare che un fenomeno sociale minaccia la democrazia richiedeva prove, nessi causali, comparazioni storiche. Oggi basta che la tesi sia intuitiva, emotivamente potente, mediaticamente replicabile. Ed è precisamente qui che il lavoro metapolitico torna decisivo: ricostruire prove, nessi causali e comparazioni storiche contro la semplificazione post-veritativa. E invece oggi larga parte dei mass media vive all’insegna dell’ipse dixit di Giorgia Meloni.

Questo è il punto drammatico. Non siamo davanti a una crisi migratoria. Siamo davanti a una crisi epistemica della politica. Il linguaggio pubblico si è degradato al punto che la plausibilità emotiva sostituisce la verificabilità razionale.

E poi c’è l’ultimo passaggio — forse il più rivelatore — delle dichiarazioni di ieri: l’attacco all’intelligenza artificiale come strumento di manipolazione democratica. Qui il discorso scivola apertamente in una forma elementare di tecnopessimismo politico. L’intelligenza artificiale non produce dal nulla credenze false. Amplifica, semmai, predisposizioni cognitive, desideri e paure già esistenti. La propaganda precede di secoli gli algoritmi.

 


La menzogna politica è infinitamente più antica del digitale. Un solo esempio: la propaganda, fatta di opuscoli e fogli volanti — quando la stampa era ancora agli inizi — contribuì ad avvelenare ulteriormente il clima della Guerra dei Trent’anni. Guerra di religione, tra protestanti e cattolici, che infiammò l’Europa (***). Scaricare sulla tecnica la responsabilità di una crisi politica è il modo più rozzo per non affrontarne le cause reali. È una forma aggiornata di superstizione politica: cambiano gli strumenti, i fogli stampati male, resta il bisogno di un capro espiatorio.

Il punto, allora, non è negare che i fenomeni migratori pongano problemi. Il punto è un altro: in una società aperta il principio normativo non è la chiusura, ma l’apertura; non il sospetto antropologico verso il movimento umano, ma la sua regolazione – quando e se necessaria – dentro un orizzonte universalistico. Quando invece il movimento umano viene raccontato come minaccia ontologica, non siamo più nel campo del liberalismo. Siamo già nel repertorio dell’illiberalismo.

Ed è questo il dato più inquietante. Non solo che un capo di governo dica certe cose. I governi, da sempre, usano la paura. Il dato inquietante è che una parte crescente dell’opinione pubblica sia ormai disposta a considerarle argomenti. 

 


Ed è qui che si misura lo stato della nostra liberal-democrazia: non nella presenza dei migranti, ma nella qualità delle categorie con cui li pensiamo.

Perché la democrazia raramente muore attraversata da barconi. Muore quando smette di distinguere tra realtà e finzione.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui, per una sintesi: https://www.agi.it/estero/news/2026-05-04/meloni-comunita-politica-europea-yerevan-36879064/ .

(**) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/12/democrazia-emotiva-in-azione-il-caso.html .

(***) In argomento si veda Asa Briggs e Peter Burke, Storia sociale dei media, il Mulino, Bologna 2010. Di Burke si veda anche Ignoranza. Una storia globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2023.

lunedì 4 maggio 2026

Trumpismo e hitlerismo: stessi meccanismi, altro tempo

 




Quanti articoli, come questo, sono apparsi sul nostro blog? Abbiamo perso il conto. E forse rischiamo perfino di apparire patetici, perché il solo avvicinare Donald Trump ad Adolf Hitler viene ormai considerato, dalla quasi totalità degli opinionisti, non solo di cattivo gusto, ma anche storicamente improprio. Come se ogni analogia storica fosse, per definizione, un abuso della storia. Non è così. Dipende da che cosa si paragona: gli uomini o i meccanismi.

Ieri sera, come spesso accade, seguivamo il video di Tony Quattrone, acuto interprete dell’incubo Trump (*). Anche lui, ci è sembrato, oscillava, in termini di previsioni, davanti a un personaggio politico che continua a conservare un consenso impressionante. Se è vero che circa un terzo degli americani appare favorevole alla “guerra di Trump” contro l’Iran, non siamo davanti a una semplice polarizzazione politica, ma a una frattura verticale nella società americana, con una delega eccezionale al capo anche in materia di guerra.





Ed è qui che il problema si fa drammatico. Sopratutto per la grande attesa, che alcuni commentatori, con il pur bravo Tony Quattrone, nutrono nelle elezioni di Midterm (ma la questione potrebbe rigurdare tutti i processi elettorali “sotto” Trump).

Non solo per ciò che Trump può fare da vincitore, ma per ciò che potrebbe fare da sconfitto. La domanda politica è semplice: accetterebbe senza riserve il verdetto delle urne o rilancerebbe la retorica del voto truccato? Il precedente del 2020 esiste. E se si ripetesse in un contesto più radicalizzato, il rischio di una crisi istituzionale profonda non sarebbe più una fantasia. Il vuoto di potere globale prodotto dalla paralisi della principale potenza occidentale sarebbe enorme.

Per questo Trump andrebbe fermato politicamente, prima che il problema diventi sistemico. Come avrebbe detto Raymond Aron, la democrazia non è neutrale rispetto a chi ne mina le condizioni di funzionamento: deve difendere i propri limiti. Ma il Paese è diviso.



Ed è qui che veniamo al punto. C’è qualcosa di rivelatore nella disinvoltura con cui Trump ha liquidato la War Powers Resolution: i sessanta giorni entro cui il presidente, senza autorizzazione parlamentare, dovrebbe interrompere le ostilità o ottenere il via libera del Congresso.

La risposta è stata semplice: la guerra con l’Iran sarebbe già finita. Formalmente elegante, politicamente inquietante.

Non siamo davanti alla violazione diretta della legge, che almeno ha la chiarezza della rottura. Siamo davanti a qualcosa di più sottile: la torsione opportunistica della norma. La legalità non viene spezzata, ma reinterpretata fino a coincidere con la volontà del potere, diciamo pure del “Capo”. È in questa zona grigia che le democrazie si indeboliscono: non quando la legge viene abolita, ma quando viene piegata.

Ed è qui che la questione Trump smette di essere soltanto americana.

La storia europea conosce bene questa dinamica. Negli anni Trenta Hitler non distrusse subito lo stato di diritto dall’esterno. Lo svuotò dall’interno, usando procedure e linguaggi del sistema. Non si tratta di sovrapporre epoche incomparabili né di cadere nella scorciatoia del “Trump uguale Hitler”. Il punto è un altro: la via al totalitarismo non nasce quasi mai contro la legge, ma dentro la legge, reinterpretata come strumento di concentrazione del potere.

Naturalmente Trump non è Hitler. I contesti sono radicalmente diversi. Ma fermarsi a questa ovvietà significa perdere il punto decisivo. Nella comparazione delle forme politiche conta l’analogia dei meccanismi, non l’identità delle figure.

Uno di questi è la normalizzazione dell’eccezione.



Anche Hitler, all’inizio, fu considerato da molti un attore gestibile. Conservatori, industriali e classi dirigenti pensarono di poterlo utilizzare come fattore di stabilizzazione. Fu l’errore decisivo: scambiare l’eccezione per una risorsa tattica. Non perché ogni conservatore sia un protofascista, ma perché ogni sistema liberale può produrre la tentazione di usare forze antiliberali che finiscono per svuotarlo.

La logica di Monaco fu quella dell’appeasement: cedere sul principio per guadagnare tempo e contenere una minaccia percepita come ancora gestibile. Un precedente ancora più significativo fu la rimilitarizzazione della Renania nel 1936, quando la risposta franco-britannica si limitò alla protesta diplomatica, rafforzando di fatto la strategia hitleriana. In tempi più recenti, una dinamica non dissimile si è intravista nell’approccio occidentale alla Russia di Putin: la convinzione che l’aggressività revisionista potesse essere assorbita entro un quadro negoziale e di interdipendenza. Anche in questo caso, l’illusione del contenimento progressivo ha mostrato i suoi limiti.

Il punto non è che la storia si ripeta identica — la storia non fotocopia, semmai fa rima — ma riconoscere regolarità metapolitiche.
 

Perché il trumpismo, anche senza Trump, ha già mostrato qualcosa: che la democrazia può essere usata contro se stessa, non abolendo le regole ma svuotandone i limiti.



In termini metapolitici, emerge una regolarità: la razionalizzazione ex post della concentrazione del potere. Ciò che appare deviazione viene reinterpretato come corretta applicazione della norma. È qui che si osserva una dinamica tipica: le forme del potere producono anche le categorie con cui si legittimano.

Non è solo un fenomeno americano né una variante del capitalismo contemporaneo, come ritengono alcuni approcci fin troppo semplificatori.

Il trumpismo è una forma politica. Una forma esportabile. Attorno a esso si è costruita un’internazionale sovranista: leadership personalizzata, sospetto verso i contrappesi, insofferenza per il pluralismo, uso plebiscitario del consenso. La democrazia ridotta a investitura.

Ed è qui che il problema diventa occidentale. Perché il trumpismo insegna che la democrazia può essere usata contro se stessa non abolendo le regole, ma reinterpretandole fino a svuotarne la funzione.

L’Europa osserva, divide, rinvia. Come negli anni Trenta, il problema non è l’assenza di valori liberali, ma l’assenza di volontà politica. Troppo frammentata per agire, troppo dipendente dagli Stati Uniti, troppo prudente per nominare il problema.

Paradossalmente, Trump realizza da destra ciò che per decenni una parte della sinistra antiamericana ha auspicato: il disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa. Ma oggi il punto non è lo slogan “Yankee go home”, bensì che cosa resta dell’Occidente se gli Stati Uniti si ritirano dalla funzione di garanzia dell’ordine liberale. Anche questo è un effetto metapolitico, con ironia storica incorporata. Senso dell’ironia, sia detto per inciso, di cui l’elettore medio sembra totalmente privo. Ieri come oggi.





E così l’Europa si rifugia nell’appeasement dell’attesa, come se l’instabilità americana fosse un affare interno. Ma non lo è: la principale democrazia occidentale che normalizza l’espansione discrezionale del potere esecutivo produce un’onda d’urto sistemica.

Il vero problema di Trump non è Trump. È il trumpismo. Per inciso, si noti la foto sopra:  in realtà un nixonismo non è mai esistito, il che dovrebbe far riflettere sulla gravità dell'attuale crisi americana...

Qui  si tratta invece  di  una  cultura politica che trasforma la democrazia da sistema di limiti a macchina di ratifica del capo. Negli anni Trenta il pericolo non fu solo Hitler, ma anche chi pensò di poter convivere con Hitler.

E qui la lezione resta: la società aperta non muore soltanto per i suoi nemici; a volte si spegne nella prudenza dei suoi amici.

Infine una domanda provocatoria, che rinvia direttamente al senso dell’ironia della storia e dunque alla prospettiva metapolitica: se Biden — o un altro democratico — fosse oggi alla Casa Bianca, saremmo allo stesso punto?

Carlo Gambescia

Qui: https://www.youtube.com/watch?v=D_WeaDSud_8&t=17s .

domenica 3 maggio 2026

La Biennale e i falsi amici della società aperta

 


La polemica tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco sulla partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia è, di fatto, una polemica tra finti amici del liberalismo. E neppure la posizione della giuria dimissionaria appare limpida. Tutti invocano princìpi alti — autonomia dell’arte, libertà culturale, universalismo — ma sotto la superficie si muovono logiche di potere, genealogie ideologiche e calcoli politici assai meno nobili. Parlare di “faida”, dunque, è persino riduttivo.

Giuli contesta la presenza della Russia in nome dell’incompatibilità tra libertà artistica e regime putiniano. La sua tesi, presa in sé, è difendibile: una società aperta non è obbligata a concedere piena legittimazione simbolica a chi la combatte. Il vecchio Karl Popper lo aveva spiegato bene: la tolleranza illimitata verso gli intolleranti finisce per distruggere la tolleranza stessa.

Ma qui sta il punto. Giuli non argomenta da liberale coerente, benché oggi ne adotti il lessico. La sua opposizione alla Russia non nasce da una coerente difesa della società aperta, ma da una convenienza politica contingente: oggi il vento dell’Occidente soffia contro Mosca, e Giuli, ministro, si allinea. Il suo non è un liberalismo di principio, ma di circostanza: usa la grammatica della libertà per legittimare una scelta di schieramento.



Buttafuoco, specularmente, compie l’operazione inversa. Difende la partecipazione della Russia in nome dell’autonomia dell’arte: la Biennale — sostiene — invita Stati, non governi; artisti, non eserciti. È il lessico classico del liberalismo culturale (fino a un certo punto però, perché un vero liberale parlerebbe di "individui").  E si dirà, ecco un uomo che non si allinea alle scelte del governo. In realtà è proprio questa neutralità procedurale, applicata a situazioni radicalmente asimmetriche, che finisce per generare un effetto politico preciso: offrire copertura simbolica a un regime che della libertà fa strame.

Il primo è liberale per opportunità, il secondo per finzione. Però né Giuli né Buttafuoco lo sono per convinzione.

Ed è proprio qui che si apre il problema. Perché l’autonomia assoluta dell’arte, quando sospende ogni cesura politica — per capirsi: Washington uguale Hitler — diventa spesso il miglior rifugio dell’illiberalismo. Trattare allo stesso modo una democrazia imperfetta e contendibile e un’autocrazia aggressiva significa produrre una falsa equivalenza morale e politica.

Ricorda quei vecchi giochi scolastici: lo studente ignorante ma furbo che tenta di mettere in difficoltà il professore con una finta simmetria logica. Ma qui non è in gioco un esercizio d’aula. È in gioco la distinzione tra ordini politici diversi, e quindi la capacità stessa di una società aperta di riconoscere i propri confini. E difenderli.

Ed è questo il punto cieco — e decisivo — anche della giuria internazionale, che si è dimessa dopo aver proposto una soluzione apparentemente salomonica: ammettere sia Russia sia Israele, ma escluderli dai premi. Una posizione che voleva apparire equilibrata e che invece ha mostrato tutta la fragilità dell’equidistanza morale. La giuria ha finito così per assimilare due casi politicamente e istituzionalmente diversi: Benjamin Netanyahu guida una democrazia liberale, conflittuale, criticabile, correggibile; Vladimir Putin un regime chiuso, repressivo e sistemicamente ostile all’Occidente liberale.



Non è questione di simpatie personali per Netanyahu o antipatie per Putin. È questione di struttura politica. Netanyahu può perdere elezioni, essere processato, contestato in piazza. Putin no. E questa differenza pesa enormemente. Il lettore prenda nota: si chiama realismo liberal-democratico. 

Il resto è fumo retorico, travestimento concettuale, fuffa che scambia la complessità per alibi e la neutralità  per una presunta oggettività  in realtà complice dell'illiberalismo. Perciò sotto questa nebbia, spesso, si muovono posizioni che del liberalismo conservano il vocabolario, ma ne hanno già abbandonato la sostanza.

Il criterio, allora, non può essere il moralismo astratto né l’universalismo a geometria variabile. Deve essere politico-istituzionale: la società aperta ha il diritto — se non addirittura il dovere — di difendersi dai suoi nemici.

Per questo la formula corretta non è “Israele sì, Russia no” perché uno è moralmente puro e l’altro impuro. Ma perché uno appartiene, pur tra mille contraddizioni, all’ordine della libertà politica; l’altro all’ordine della sua negazione.

La verità è che dietro il linguaggio nobile dell’autonomia dell’arte si nasconde spesso una vecchia tentazione: usare i princìpi liberali contro il liberalismo stesso. Non è una novità. È una tecnica antica: sfruttare le aperture della società aperta per eroderne le fondamenta.



Non c’è nessuna innocenza estetica in tutto questo. La cultura è sempre politica, soprattutto quando si confrontano civiltà e regimi incompatibili, anche quando pretende di non esserlo. E l’equidistanza liberale, che tra liberali è virtù, nei conflitti tra ordini politici incompatibili diventa cecità. Non è neutralità: è una scelta contro se stessi, come civiltà.

La Biennale lo dimostra ancora una volta. Non siamo davanti a uno scontro tra libertà e censura, ma a una lotta per decidere chi abbia titolo per stare nello spazio simbolico dell’Occidente.

E qui il liberalismo, quello vero, dovrebbe avere meno esitazioni di quante ne mostri. Perché la società aperta non si difende da sola. E, soprattutto, non si difende premiando i propri nemici.

Qualcuno dirà che questa è una logica da club liberale. Ma è vero il contrario: un club difende privilegi, una società aperta difende principi. E i principi, per sopravvivere, devono saper distinguere prima ancora che delimitare. Perché una libertà incapace di distinguere tra chi la esercita e chi la sopprime è solo una libertà suicida.

Carlo Gambescia