La polemica tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco sulla partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia è, di fatto, una polemica tra finti amici del liberalismo. E neppure la posizione della giuria dimissionaria appare limpida. Tutti invocano princìpi alti — autonomia dell’arte, libertà culturale, universalismo — ma sotto la superficie si muovono logiche di potere, genealogie ideologiche e calcoli politici assai meno nobili. Parlare di “faida”, dunque, è persino riduttivo.
Giuli contesta la presenza della Russia in nome dell’incompatibilità tra libertà artistica e regime putiniano. La sua tesi, presa in sé, è difendibile: una società aperta non è obbligata a concedere piena legittimazione simbolica a chi la combatte. Il vecchio Karl Popper lo aveva spiegato bene: la tolleranza illimitata verso gli intolleranti finisce per distruggere la tolleranza stessa.
Ma qui sta il punto. Giuli non argomenta da liberale coerente, benché oggi ne adotti il lessico. La sua opposizione alla Russia non nasce da una coerente difesa della società aperta, ma da una convenienza politica contingente: oggi il vento dell’Occidente soffia contro Mosca, e Giuli, ministro, si allinea. Il suo non è un liberalismo di principio, ma di circostanza: usa la grammatica della libertà per legittimare una scelta di schieramento.
Buttafuoco, specularmente, compie l’operazione inversa. Difende la partecipazione della Russia in nome dell’autonomia dell’arte: la Biennale — sostiene — invita Stati, non governi; artisti, non eserciti. È il lessico classico del liberalismo culturale (fino a un certo punto però, perché un vero liberale parlerebbe di "individui"). E si dirà, ecco un uomo che non si allinea alle scelte del governo. In realtà è proprio questa neutralità procedurale, applicata a situazioni radicalmente asimmetriche, che finisce per generare un effetto politico preciso: offrire copertura simbolica a un regime che della libertà fa strame.
Il primo è liberale per opportunità, il secondo per finzione. Però né Giuli né Buttafuoco lo sono per convinzione.
Ed è proprio qui che si apre il problema. Perché l’autonomia assoluta dell’arte, quando sospende ogni cesura politica — per capirsi: Washington uguale Hitler — diventa spesso il miglior rifugio dell’illiberalismo. Trattare allo stesso modo una democrazia imperfetta e contendibile e un’autocrazia aggressiva significa produrre una falsa equivalenza morale e politica.
Ricorda quei vecchi giochi scolastici: lo studente ignorante ma furbo che tenta di mettere in difficoltà il professore con una finta simmetria logica. Ma qui non è in gioco un esercizio d’aula. È in gioco la distinzione tra ordini politici diversi, e quindi la capacità stessa di una società aperta di riconoscere i propri confini. E difenderli.
Ed è questo il punto cieco — e decisivo — anche della giuria internazionale, che si è dimessa dopo aver proposto una soluzione apparentemente salomonica: ammettere sia Russia sia Israele, ma escluderli dai premi. Una posizione che voleva apparire equilibrata e che invece ha mostrato tutta la fragilità dell’equidistanza morale. La giuria ha finito così per assimilare due casi politicamente e istituzionalmente diversi: Benjamin Netanyahu guida una democrazia liberale, conflittuale, criticabile, correggibile; Vladimir Putin un regime chiuso, repressivo e sistemicamente ostile all’Occidente liberale.
Non è questione di simpatie personali per Netanyahu o antipatie per Putin. È questione di struttura politica. Netanyahu può perdere elezioni, essere processato, contestato in piazza. Putin no. E questa differenza pesa enormemente. Il lettore prenda nota: si chiama realismo liberal-democratico.
Il resto è fumo retorico, travestimento concettuale, fuffa che scambia la complessità per alibi e la neutralità per una presunta oggettività in realtà complice dell'illiberalismo. Perciò sotto questa nebbia, spesso, si muovono posizioni che del liberalismo conservano il vocabolario, ma ne hanno già abbandonato la sostanza.
Il criterio, allora, non può essere il moralismo astratto né l’universalismo a geometria variabile. Deve essere politico-istituzionale: la società aperta ha il diritto — se non addirittura il dovere — di difendersi dai suoi nemici.
Per questo la formula corretta non è “Israele sì, Russia no” perché uno è moralmente puro e l’altro impuro. Ma perché uno appartiene, pur tra mille contraddizioni, all’ordine della libertà politica; l’altro all’ordine della sua negazione.
La verità è che dietro il linguaggio nobile dell’autonomia dell’arte si nasconde spesso una vecchia tentazione: usare i princìpi liberali contro il liberalismo stesso. Non è una novità. È una tecnica antica: sfruttare le aperture della società aperta per eroderne le fondamenta.
Non c’è nessuna innocenza estetica in tutto questo. La cultura è sempre politica, soprattutto quando si confrontano civiltà e regimi incompatibili, anche quando pretende di non esserlo. E l’equidistanza liberale, che tra liberali è virtù, nei conflitti tra ordini politici incompatibili diventa cecità. Non è neutralità: è una scelta contro se stessi, come civiltà.
La Biennale lo dimostra ancora una volta. Non siamo davanti a uno scontro tra libertà e censura, ma a una lotta per decidere chi abbia titolo per stare nello spazio simbolico dell’Occidente.
E qui il liberalismo, quello vero, dovrebbe avere meno esitazioni di quante ne mostri. Perché la società aperta non si difende da sola. E, soprattutto, non si difende premiando i propri nemici.
Qualcuno dirà che questa è una logica da club liberale. Ma è vero il contrario: un club difende privilegi, una società aperta difende principi. E i principi, per sopravvivere, devono saper distinguere prima ancora che delimitare. Perché una libertà incapace di distinguere tra chi la esercita e chi la sopprime è solo una libertà suicida.
Carlo Gambescia
























-U83225661426VYG-1440x752@IlSole24Ore-Web.webp)













