Confessiamo un debito personale. Leggemmo Cervantes reazionario e altri scritti d’ispanistica di Cesare De Lollis (1863-1928) molti anni fa. Non siamo riusciti a ritrovarlo nella nostra biblioteca (un poco babelica), quindi andremo a braccio. Non ricordiamo più ogni passaggio, ma ricordiamo perfettamente l’impressione che ci lasciò: quella di un libro che, parlando di letteratura, poneva in realtà una domanda molto più ampia. Una domanda che oggi definiremmo di cultura politica.
Un passo indietro. Chi era Cesare De Lollis? Fu un filologo, critico letterario e studioso delle letterature romanze, un comparatista ante litteram, tra i maggiori esperti italiani di letteratura spagnola e francese, docente all’Università di Roma e intellettuale di orientamento liberale, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce.Fu anche uno studioso, tuttora citato, di Cristoforo Colombo e delle sue imprese. Notevole anche il suo Taccuino di guerra (postumo): appunti sofferti di un neutralista che non rinunciò all’adempimento di quello che allora si definiva il “dovere” di ogni italiano. Infine, per un approfondimento scientifico, rinviamo al Fondo De Lollis, presso la Biblioteca Alessandrina, porto di mare – così la ricordiamo – dei nostri lontani anni universitari (*).
Ma torniamo alla domanda: quando una grande opera diventa patrimonio di un popolo? Problema, per inciso, romantico o preromantico, quasi ucciso o trascurato dalla filologia positivista di fine Ottocento, che pure incise, attraverso D’Ovidio e altri, sulla formazione di De Lollis. Il quale, tuttavia, non rimase prigioniero di quel paradigma. La riflessione estetica di Croce sembra avergli dischiuso un nuovo orizzonte teorico entro il quale tornare a interrogarsi sul rapporto tra il capolavoro, la storia e la coscienza di un popolo.
La recente ripubblicazione del volume, per i tipi di Solfanelli (**), offre così l’occasione per tornare su questo interrogativo, che conserva un’attualità sorprendente.Il titolo, come è già stato notato, può trarre in inganno. Il termine “reazionario” non va letto in senso politico, bensì letterario. De Lollis mostra come Cervantes, pur demolendo il romanzo cavalleresco con il Don Chisciotte, rimanga profondamente legato a un’idea classica dell’arte e della composizione. È un Cervantes molto diverso da quello trasformato, nel Novecento, nel simbolo della modernità assoluta.
Ma il punto che più ci colpì non era questo.
Era il confronto, implicito ma costante, con Manzoni: una sorta di sottotesto. A Manzoni De Lollis dedicò una raccolta di studi assai interessante, Alessandro Manzoni e gli storici francesi della Restaurazione (1926), uscita due anni dopo Cervantes reazionario (1924): un lavoro che, a nostro giudizio, non è inferiore ai successivi studi sull’argomento di Adolfo Omodeo.
Naturalmente De Lollis non sostiene che I Promessi sposi siano un romanzo popolare nel senso commerciale o sociologico del termine. L’Italia dell’Ottocento era ancora largamente non alfabetizzata. Sarebbe un anacronismo attribuirgli una simile tesi.La differenza è un’altra. Nel Don Chisciotte il popolo entra nella rappresentazione. Nei Promessi sposi gli umili diventano il centro morale della storia. Renzo e Lucia non sono semplici figure di contorno, ma i protagonisti attraverso i quali viene giudicato il comportamento dei potenti, degli intellettuali e delle istituzioni.
È qui che, a nostro avviso, De Lollis tocca un problema destinato ad accompagnare tutta la cultura europea: il rapporto tra letteratura e nazione.
Una grande opera non diventa nazionale soltanto perché è scritta in una determinata lingua. Lo diventa quando riesce a offrire a una comunità un’immagine condivisa di se stessa. Ma nessun capolavoro diventa patrimonio di un popolo spontaneamente. Occorrono la scuola, la lingua, l’editoria, la critica, il teatro, la memoria collettiva. È l’incontro tra il genio dell’autore e le istituzioni culturali a trasformare un libro in un classico nazionale.
Da questo punto di vista Manzoni rappresenta un caso quasi unico nella nostra storia. Non si limita a scrivere un capolavoro. Contribuisce, pur nei limiti di un tempo caratterizzato dall’analfabetismo, a costruire una lingua comune, un immaginario comune e perfino una comune educazione sentimentale. È difficile trovare un altro scrittore italiano che abbia esercitato un’influenza tanto profonda sulla formazione della coscienza nazionale.Cervantes appartiene invece a un’altra stagione della civiltà europea. La sua Spagna è ancora quella della monarchia universale, spada della Chiesa controriformista, non della nazione moderna. Il Don Chisciotte fotografa magnificamente un mondo che tramonta, ma non sembra proporsi il compito di costruire una coscienza nazionale nel senso moderno del termine.
Naturalmente oggi il romanzo di Cervantes è diventato patrimonio universale. Ma questa è la sua storia successiva, non necessariamente la sua destinazione originaria. Del resto, il passaggio da una grande opera nazionale a un classico universale costituisce uno dei capitoli più affascinanti della storia della cultura europea. Basterebbe pensare a Dante o allo stesso Manzoni. Ma questa è un’altra storia.
È forse questo il punto che rende ancora feconda la lezione di De Lollis. Non si limita a interpretare due scrittori.
Ci invita a riflettere su una questione che oggi, nell’epoca dei social network e degli algoritmi, è persino più urgente: esiste ancora una letteratura capace di parlare contemporaneamente agli uomini colti e al popolo? O la frammentazione dei pubblici ha reso impossibile quella funzione unificante che, in Italia, Manzoni riuscì a svolgere?
La vera attualità di De Lollis è probabilmente questa: aver intuito che il destino di un’opera non dipende soltanto dal suo valore estetico, ma anche dalla sua capacità di diventare una forma di vita collettiva.
Vale la pena rileggere De Lollis. Non soltanto perché ci restituisce un grande Cervantes e un grande Manzoni, ma perché ci ricorda un’idea di nazione che il liberalismo italiano aveva saputo elaborare prima che il Novecento la trasformasse, troppo spesso, in un mito identitario. E qui si aprirebbe la questione gramsciana del nazional-popolare, sconfinata anche a destra tra gli eterni illusi di un fascismo rivoluzionario. Un mito costruttivista che accomuna tutti i totalitarismi. A destra come a sinistra. Ma basta così: una pena al giorno.
Oggi, sull’onda nera dei sovranismi, siamo abituati a discutere di identità nazionale quasi esclusivamente in termini politici. De Lollis ci ricorda invece che, prima ancora della politica, esiste una nazione costruita dalla lingua, dalla memoria e dalla letteratura. Una nazione come civiltà condivisa, non come destino biologico; come costruzione culturale, non come appartenenza tribale.
Carlo Gambescia
(**) Qui: https://www.edizionisolfanelli.it/cervantesreazionario.htm .











































