Quando ogni mattina facciamo rassegna stampa, si ha spesso l’impressione che i giornali vadano in ordine sparso. Polemiche, retroscena, dichiarazioni, sondaggi: ciascuno sembra raccontare un Paese diverso. Eppure, osservando con un minimo di distacco l’insieme del panorama informativo, emerge una linea di fondo piuttosto chiara. Al di là delle fisiologiche differenze editoriali, sembra crescere una certa fiducia nei confronti di Giorgia Meloni.
La destra, naturalmente, la sostiene. Una parte della stampa di centro appare nel complesso favorevole all’azione del governo. La stampa di sinistra continua invece a criticarla con durezza. Ma il dato più interessante non riguarda i giornali. Riguarda gli italiani.
I sondaggi, ormai da molti mesi, confermano una sostanziale tenuta, se non addirittura crescita, del consenso verso Fratelli d’Italia e mostrano come le preoccupazioni
degli italiani siano soprattutto la sicurezza, l’immigrazione, il costo
della vita, la pressione fiscale, il lavoro e la stabilità politica.
Temi sui quali il governo, piaccia o no, ha costruito gran parte della
propria comunicazione.
Al contrario, le grandi battaglie identitarie della sinistra sembrano mobilitare soprattutto un elettorato già convinto, senza riuscire ad allargare significativamente il proprio consenso.
L’antifascismo è un valore fondante, ma continuare a farne il principale terreno dello scontro politico significa probabilmente combattere la battaglia di ieri. Deve essere uno “dei” temi, non il tema. Così come continuare a presentare politiche fiscali espansive o un ambientalismo percepito come penalizzante per famiglie e imprese rischia di allontanare proprio quell’elettorato moderato che decide le elezioni.
È forse questa la ragione principale per cui Giorgia Meloni continua a crescere. Non perché abbia risolto tutti i problemi del Paese. Non li ha risolti. Ma perché riesce a dare l’impressione di parlare delle cose che gli italiani percepiscono – si badi percepiscono – come più importanti. È una differenza fondamentale.
Ieri sera abbiamo rivisto "Vogliamo i colonnelli". È una satira, certo. Ma verso la conclusione vi è una battuta che continua a colpire. Il ministro dell’Interno, del governo golpista osserva che una svolta autoritaria non ha bisogno di manifestarsi all’improvviso: può avanzare lentamente, quasi senza che i cittadini se ne accorgano, presentandosi come un progressivo rafforzamento della legge e dell’ordine.
Naturalmente il paragone non riguarda l’Italia di oggi, che per ora resta una democrazia pienamente pluralista. Ma quella battuta contiene un’intuizione più generale: le democrazie possono cambiare gradualmente, modificando gli equilibri tra libertà, sicurezza e potere senza che ogni singolo passaggio venga percepito come decisivo.
In questo quadro, Giorgia Meloni sta dimostrando una notevole abilità, ed è inutile negarlo. Chi la sottovaluta continua probabilmente a non capire perché vinca.
La leader di Fratelli d’Italia possiede una qualità politica che molti suoi avversari sembrano aver smarrito: sa leggere il Paese reale, che è un impasto di percezioni, che possono essere errate perché frutto di una democrazia “emotivizzata”.
La Meloni osserva gli umori dell’opinione pubblica, ne intercetta e spesso ne moltiplica paure, aspettative e desideri e li traduce in un linguaggio semplice, comprensibile, raramente ideologico, vicino al vivere quotidiano. È questa, in fondo, la tecnica politica: capire prima degli altri dove si sta spostando l’elettorato e accompagnarne il movimento senza dare l’impressione di inseguirlo.
Meloni, da questo punto di vista, dimostra una notevole disciplina. Assorbe le critiche come una spugna, evita quasi sempre reazioni impulsive, lascia che gli avversari consumino le proprie energie nella polemica quotidiana e continua, ostinatamente, lungo la strada che si è prefissata. Può piacere oppure no. Ma siamo davanti a una professionista della politica. E lo diciamo con amarezza liberale.
Anche gli episodi che avrebbero potuto indebolirla finiscono spesso per produrre l’effetto opposto. Persino gli attacchi ricevuti da Donald Trump hanno contribuito, almeno in parte, a rafforzarne l’immagine nazionale. Nelle democrazie contemporanee accade spesso che un leader, quando viene percepito come bersaglio di pressioni esterne, finisca per consolidare il proprio consenso interno. E Meloni si è rapidamente mossa per ricucire il rapporto, senza rinunciare a presentarsi come una leader capace di parlare con tutti.
Nel frattempo anche il terreno elettorale sembra evolvere in una direzione favorevole al centrodestra. La discussione su una nuova legge elettorale, orientata a rafforzare la governabilità attraverso un premio di maggioranza, potrebbe rendere ancora più difficile il compito delle opposizioni. E vi è poi la questione Roberto Vannacci. Se resterà nell’area del centrodestra contribuirà probabilmente ad allargarne il bacino elettorale; se invece dovesse scegliere un percorso autonomo, una legge costruita per privilegiare le coalizioni potrebbe comunque ridurne l’incidenza parlamentare. In entrambi i casi, Giorgia Meloni sembra muoversi con l’obiettivo di evitare la dispersione del voto alla sua destra, dimostrando ancora una volta di considerare la tecnica politica importante almeno quanto la propaganda.
La vita dell’italiano medio, del resto, in questi quattro anni non è cambiata radicalmente. Non c’è stato il miracolo economico. Ma non si è neppure verificata quella deriva economica che molti avevano annunciato. Sul piano della percezione, invece, il governo è riuscito a presentarsi come garante della sicurezza e dell’ordine, mentre sull’immigrazione ha costruito una narrazione che continua a raccogliere consenso anche al di fuori dell’elettorato tradizionale della destra.
Quanto alla politica estera, l’Italia continua sostanzialmente a vivacchiare, come spesso è accaduto nella sua storia repubblicana. Meloni ha aggiunto un forte attivismo personale: viaggi, incontri, iniziative in Africa, presenza costante sulla scena internazionale. Molta comunicazione, certamente. Ma anche la consapevolezza che, nella politica contemporanea, la percezione dei risultati conta spesso quasi quanto i risultati stessi.
L’errore che continua a commettere una parte della sinistra è credere che sia Giorgia Meloni ad aver cambiato gli italiani. È probabilmente vero anche il contrario. La società italiana è cambiata negli ultimi quindici anni. L’invecchiamento demografico, la crisi economica, l’immigrazione, la perdita di fiducia nelle élite, il desiderio di maggiore sicurezza e di governi stabili hanno modificato profondamente la domanda politica. C’è in lei – il che può apparire in contrasto con il professionismo politico – un elemento di infantilismo, che piace a un popolo bambino. Si pensi alla giornata di ieri trascorsa con gli Alpini, felice come una bambina. Pura melensa retorica da Vecchio scarpone… Eppure…
Il merito di Giorgia Meloni — dal suo punto di vista, naturalmente — è stato quello di comprenderlo prima degli altri. Non ha creato quella domanda. L’ha intercettata e ovviamente vi ha lavorato sopra. E, grazie a una tecnica politica tutt’altro che improvvisata, è riuscita a darle una rappresentanza credibile.
Ecco perché la vera questione non è se Giorgia Meloni vincerà ancora. La questione è un’altra: quanti italiani continuano a desiderare esattamente il tipo di politica che lei offre?
Se la risposta è “molti”, allora il fenomeno da spiegare non è soltanto Giorgia Meloni.
È, soprattutto, l’Italia.
Carlo Gambescia





















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