domenica 3 maggio 2026

La Biennale e i falsi amici della società aperta

 


La polemica tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco sulla partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia è, di fatto, una polemica tra finti amici del liberalismo. E neppure la posizione della giuria dimissionaria appare limpida. Tutti invocano princìpi alti — autonomia dell’arte, libertà culturale, universalismo — ma sotto la superficie si muovono logiche di potere, genealogie ideologiche e calcoli politici assai meno nobili. Parlare di “faida”, dunque, è persino riduttivo.

Giuli contesta la presenza della Russia in nome dell’incompatibilità tra libertà artistica e regime putiniano. La sua tesi, presa in sé, è difendibile: una società aperta non è obbligata a concedere piena legittimazione simbolica a chi la combatte. Il vecchio Karl Popper lo aveva spiegato bene: la tolleranza illimitata verso gli intolleranti finisce per distruggere la tolleranza stessa.

Ma qui sta il punto. Giuli non argomenta da liberale coerente, benché oggi ne adotti il lessico. La sua opposizione alla Russia non nasce da una coerente difesa della società aperta, ma da una convenienza politica contingente: oggi il vento dell’Occidente soffia contro Mosca, e Giuli, ministro, si allinea. Il suo non è un liberalismo di principio, ma di circostanza: usa la grammatica della libertà per legittimare una scelta di schieramento.



Buttafuoco, specularmente, compie l’operazione inversa. Difende la partecipazione della Russia in nome dell’autonomia dell’arte: la Biennale — sostiene — invita Stati, non governi; artisti, non eserciti. È il lessico classico del liberalismo culturale (fino a un certo punto però, perché un vero liberale parlerebbe di "individui").  E si dirà, ecco un uomo che non si allinea alle scelte del governo. In realtà è proprio questa neutralità procedurale, applicata a situazioni radicalmente asimmetriche, che finisce per generare un effetto politico preciso: offrire copertura simbolica a un regime che della libertà fa strame.

Il primo è liberale per opportunità, il secondo per finzione. Però né Giuli né Buttafuoco lo sono per convinzione.

Ed è proprio qui che si apre il problema. Perché l’autonomia assoluta dell’arte, quando sospende ogni cesura politica — per capirsi: Washington uguale Hitler — diventa spesso il miglior rifugio dell’illiberalismo. Trattare allo stesso modo una democrazia imperfetta e contendibile e un’autocrazia aggressiva significa produrre una falsa equivalenza morale e politica.

Ricorda quei vecchi giochi scolastici: lo studente ignorante ma furbo che tenta di mettere in difficoltà il professore con una finta simmetria logica. Ma qui non è in gioco un esercizio d’aula. È in gioco la distinzione tra ordini politici diversi, e quindi la capacità stessa di una società aperta di riconoscere i propri confini. E difenderli.

Ed è questo il punto cieco — e decisivo — anche della giuria internazionale, che si è dimessa dopo aver proposto una soluzione apparentemente salomonica: ammettere sia Russia sia Israele, ma escluderli dai premi. Una posizione che voleva apparire equilibrata e che invece ha mostrato tutta la fragilità dell’equidistanza morale. La giuria ha finito così per assimilare due casi politicamente e istituzionalmente diversi: Benjamin Netanyahu guida una democrazia liberale, conflittuale, criticabile, correggibile; Vladimir Putin un regime chiuso, repressivo e sistemicamente ostile all’Occidente liberale.



Non è questione di simpatie personali per Netanyahu o antipatie per Putin. È questione di struttura politica. Netanyahu può perdere elezioni, essere processato, contestato in piazza. Putin no. E questa differenza pesa enormemente. Il lettore prenda nota: si chiama realismo liberal-democratico. 

Il resto è fumo retorico, travestimento concettuale, fuffa che scambia la complessità per alibi e la neutralità  per una presunta oggettività  in realtà complice dell'illiberalismo. Perciò sotto questa nebbia, spesso, si muovono posizioni che del liberalismo conservano il vocabolario, ma ne hanno già abbandonato la sostanza.

Il criterio, allora, non può essere il moralismo astratto né l’universalismo a geometria variabile. Deve essere politico-istituzionale: la società aperta ha il diritto — se non addirittura il dovere — di difendersi dai suoi nemici.

Per questo la formula corretta non è “Israele sì, Russia no” perché uno è moralmente puro e l’altro impuro. Ma perché uno appartiene, pur tra mille contraddizioni, all’ordine della libertà politica; l’altro all’ordine della sua negazione.

La verità è che dietro il linguaggio nobile dell’autonomia dell’arte si nasconde spesso una vecchia tentazione: usare i princìpi liberali contro il liberalismo stesso. Non è una novità. È una tecnica antica: sfruttare le aperture della società aperta per eroderne le fondamenta.



Non c’è nessuna innocenza estetica in tutto questo. La cultura è sempre politica, soprattutto quando si confrontano civiltà e regimi incompatibili, anche quando pretende di non esserlo. E l’equidistanza liberale, che tra liberali è virtù, nei conflitti tra ordini politici incompatibili diventa cecità. Non è neutralità: è una scelta contro se stessi, come civiltà.

La Biennale lo dimostra ancora una volta. Non siamo davanti a uno scontro tra libertà e censura, ma a una lotta per decidere chi abbia titolo per stare nello spazio simbolico dell’Occidente.

E qui il liberalismo, quello vero, dovrebbe avere meno esitazioni di quante ne mostri. Perché la società aperta non si difende da sola. E, soprattutto, non si difende premiando i propri nemici.

Qualcuno dirà che questa è una logica da club liberale. Ma è vero il contrario: un club difende privilegi, una società aperta difende principi. E i principi, per sopravvivere, devono saper distinguere prima ancora che delimitare. Perché una libertà incapace di distinguere tra chi la esercita e chi la sopprime è solo una libertà suicida.

Carlo Gambescia

sabato 2 maggio 2026

Meloni da PizzAut: la dignità condizionata

 


La visita di Giorgia Meloni al PizzAut di Monza, nel giorno del Primo Maggio, è una buona notizia. E conviene dirlo subito, senza riflessi pavloviani da opposizione permanente (*).

PizzAut è una delle esperienze sociali più intelligenti nate in Italia negli ultimi anni. Il progetto ideato da Nico Acampora ha trasformato la ristorazione in uno spazio di inclusione concreta per ragazzi nello spettro autistico: non assistenza, non beneficenza, non pietà organizzata, ma lavoro autentico, salario vero, responsabilità non di facciata (**).

Ed è proprio questo il punto decisivo. PizzAut non è la negazione del mercato. È la dimostrazione che il mercato, quando funziona come spazio aperto di scambio e riconoscimento reciproco, può essere uno straordinario strumento di emancipazione. Qui non c’è l’assistito santificato, ma il lavoratore duro e puro; non il beneficiario con la mano tesa, ma il protagonista che morde quella mano. Non la fragilità incartapecorita da proteggere, ma la persona da abilitare ed elevare. È un modello liberale: restituisce autonomia, non dipendenza.



E tuttavia, proprio qui si apre il nodo politico. La politica non si misura nei gesti simbolici, per quanto sinceri o apprezzabili. Si misura nella coerenza dello sguardo sull’umano.

Lo sguardo della destra italiana, oggi incarnata da Giorgia Meloni, mostra una contraddizione evidente. Sa riconoscere la fragilità quando è disciplinata, produttiva, integrabile, quando può essere raccontata come storia di riscatto e soprattutto di ordine. Ma fatica a riconoscere la dignità delle fragilità che disturbano, eccedono, spiazzano o semplicemente non si lasciano normalizzare: il migrante irregolare, il marginale improduttivo, il detenuto dimenticato, il manifestante conflittuale, ma anche chi vive identità sessuali o forme di vita non riconducibili all’orizzonte conservatore della famiglia e della sessualità. Figure diverse, ma accomunate da un dato: raramente entrano nella grammatica pubblica della dignità, molto più spesso in quella del controllo o della tolleranza condizionata.

Ecco perché qualche maligno potrebbe dire che Giorgia Meloni sia approdata a Monza seguendo il richiamo di una logica da “vippaio” politico-mediatico. La “pizza etica”, ormai, è diventata un segno dei tempi: piace al Papa, al Presidente della Repubblica, a conduttori, attori e cantanti. E allora si va anche per presenza: perché l’importante non è solo esserci, ma esserci dove conviene essere visti

 


Evitiamo però il processo alle intenzioni. Anche perché non è una questione di bontà o cattiveria personale. Sarebbe una semplificazione infantile. Giorgia Meloni non è Donald Trump: non ne ha la brutalità esibita, né il gusto quasi diabolico della trasgressione permanente. Ma proprio per questo il punto è più sottile. Dentro la sua disciplina istituzionale resta una tendenza precisa: una concezione selettiva dell’umanità, in cui il riconoscimento passa per conformità, utilità, compatibilità. Sei degno se sei integrabile nell’ordine. Se lo metti in discussione, l’accoglienza si restringe e il linguaggio si irrigidisce.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui e assolvere la sinistra per contrasto.

Perché anche la sinistra porta con sé una deformazione speculare. Se la destra seleziona l’umanità, la sinistra spesso tende ad amministrarla. Protegge, accompagna, tutela, sostiene — tutte cose necessarie — ma troppo spesso immobilizza l’individuo dentro una condizione permanente di dipendenza. È la tentazione paternalistica della cultura socialdemocratica: trasformare la vulnerabilità in identità politica e il welfare in una pedagogia infinita della protezione. Un buonismo strutturale, sentimentale e burocratico insieme: meno duro della destra, ma non sempre più emancipante.

E così, paradossalmente, destra e sinistra finiscono per convergere: entrambe faticano a pensare la vulnerabilità come libertà. La destra la accetta se conforme. La sinistra la protegge fino a neutralizzarne il rischio.



Il liberalismo, nella sua versione migliore, dice altro: non selezionare, non “paternalizzare”, ma abilitare. Creare condizioni perché l’individuo possa stare nel mondo da sé, con dignità, responsabilità e autonomia.

È questo che rende PizzAut un’esperienza politicamente interessante: rompe sia la tentazione identitaria della destra sia quella assistenzialista della sinistra. Dice alla destra che la dignità non dipende dalla conformità. Dice alla sinistra che l’emancipazione non coincide con la protezione. È, in senso pieno, una pratica liberale.

E ricorda una verità elementare: la dignità umana non è un premio per chi funziona bene, né una concessione dello Stato. È un presupposto. Non si assegna. Per parlare difficile è qualcosa di ex ante.



Per questo, ripetiamo, la visita di Giorgia Meloni a PizzAut è insieme una buona notizia e una contraddizione. Una buona notizia, perché riconosce un’esperienza virtuosa. Una contraddizione, perché quella stessa idea di dignità raramente viene estesa a chi non è ordinato, integrato, presentabile.

Ed è qui che si misura una cultura politica: non da come celebra chi ce l’ha fatta, ma da come guarda chi ancora arranca, devia, sbaglia, reclama. È facile applaudire l’inclusione quando è ordinata e commovente. Più difficile riconoscerla dove c’è conflitto, disordine, fallimento. Ma è proprio lì che la democrazia liberale smette di essere scenografia e diventa sostanza.

Carlo Gambescia

(*) Qui una sintesi informativa sulla visita: : https://www.agi.it/politica/news/2026-05-01/primo-maggio-premier-meloni-da-pizzaut-36852488/ .

(**) Qui il sito ufficiale di PizzAut: https://www.pizzaut.it/chi-siamo/ .

venerdì 1 maggio 2026

Fasciocomunismo immobiliare: mano dura e mano lunga

 


Il decreto è oggi esaltato dai giornali di destra, presunti liberali. Di cosa parliamo? Del nuovo Piano Casa varato dal governo, presentato come una risposta strutturale all’emergenza abitativa: centomila nuovi alloggi in dieci anni, recupero del patrimonio inutilizzato, procedure accelerate, commissari straordinari, incentivi e semplificazioni (*).

Il “Secolo d’Italia” oggi sfiora il comico. Vende solide realtà… “Cameriere! Comandi Signore”. Che triste guadagnarsi la vita così… Ma lasciamolo, per oggi, bollire nel suo brodo.

Sulla carta sembra un piano pragmatico. Nella sostanza ripropone un’antica tentazione italiana: affrontare un problema sociale non liberando la società, ma aumentando la regia dello stato. È qui che i liberali d’Italia, se esistessero, dovrebbero puntare i piedi.

E invece silenzio. Anche da parte della sinistra, che, se prende la parola, è per chiedere un surplus di investimenti pubblici.

 


Così vanno le cose: nell’Italia del 2026 è lo stato che pianifica, incentiva e orienta la produzione abitativa (semplifichiamo il concetto); neppure si fosse usciti da una nuova seconda guerra mondiale, con un patrimonio immobiliare parzialmente distrutto dalle bombe. Diciamo: stato d’eccezione edilizia. Piacerebbe a Carl Schmitt…

È una vecchia idea, quasi medievale (il buon re che rende giustizia sotto il fico), nel suo impianto politico: quando c’è scarsità, il potere interviene; quando qualcosa è fermo, il potere lo mobilita; quando il sistema non funziona, il potere commissaria.

Ma la domanda vera è un’altra: perché il mercato della casa produce così poca offerta accessibile?

Possiamo dire la nostra? Da liberali, più liberali dell’Istituto Bruno Leoni? Che prende il nome dal giurista e filosofo Bruno Leoni, che, stando alle cronache del tempo, fu fatto fuori da un locatario impazzito… Quando si dice il caso…



Più che una vera emergenza abitativa generale, quella italiana appare come una crisi di accessibilità territorialmente concentrata, per parlare difficile: non mancano le case in assoluto, manca la coincidenza tra disponibilità immobiliare, localizzazione della domanda e sostenibilità economica. Ma in una società di mercato questa “distorsione” non è necessariamente una patologia: è spesso il prodotto fisiologico di un sistema che vive di polarizzazioni, concentrazioni e riallocazioni continue.

Il mercato è un animale nervoso: si muove, anticipa, si sposta. Il pianificatore pubblico, invece, è un pachiderma: arriva sempre dopo, quando la domanda ha già cambiato forma o luogo. Così il rischio è evidente: costruire, recuperare o forzare oggi disponibilità immobiliari per rispondere a una geografia sociale che domani potrebbe essere già diversa. E allora, nel tentativo di correggere asimmetrie contingenti, si finisce per buttare via il bambino del mercato con l’acqua sporca delle sue inevitabili “distorsioni” (ammesso e non concesso che sia il termine giusto).

Si faccia attenzione: davanti a un’emergenza abitativa, il primo punto non dovrebbe essere quanti alloggi costruirà o recupererà lo stato, ma quali ostacoli impediscono ai privati di costruire, vendere, affittare. Vincoli urbanistici, tempi amministrativi infiniti, fiscalità pesante, costi burocratici, incertezza normativa, rigidità contrattuali: è qui che si forma la strozzatura.

 


In una società liberale, il primo compito della politica dovrebbe essere togliere vincoli, non sostituirsi agli attori economici. E invece il riflesso italiano è sempre lo stesso: più stato.

Il punto più interessante, però, è la contraddizione interna del provvedimento.

Da un lato, il governo accelera gli sgomberi degli immobili occupati, invocando il diritto di proprietà e la necessità di ristabilire la legalità. Ed è un principio giuridicamente fondato: occupare una casa altrui non crea alcun diritto.

Ma qui si apre il paradosso.

Se dentro quell’immobile ci sono poveri, famiglie marginali, migranti, il diritto di proprietà viene difeso come valore assoluto, senza esitazioni, anche quando vi abitano soggetti socialmente fragili.

Se invece l’immobile è vuoto, inutilizzato, fermo sul mercato per scelta del proprietario, improvvisamente la proprietà privata smette di essere intangibile e diventa una questione pubblica, una risorsa da recuperare, attivare, mobilitare.

Eppure il diritto di proprietà non è il diritto di usare un bene come il potere ritiene opportuno. È il diritto di disporne liberamente: anche di lasciarlo vuoto, anche di aspettare, anche di non vendere, anche di non affittare.

Una casa privata inutilizzata non è, di per sé, un’anomalia sociale: è una scelta legittima del proprietario. Se il mercato non offre un prezzo adeguato, può attendere. Se non vuole esporsi al rischio di morosità, può decidere di non affittare. Se preferisce conservarne la disponibilità per il futuro, può farlo. Questo è il significato concreto della proprietà: non la caricatura del proprietario immobiliare con il sigaro in bocca, ridotto a simbolo dello “speculatore”, spesso immaginato come unico detentore di più immobili.

Ed è qui che emerge quella che, polemicamente ma non impropriamente, si può definire una logica fasciocomunista: fascista nel rapporto con il basso — ordine, sgombero, disciplina, forza — comunista nel rapporto con l’alto — sospetto verso la proprietà inattiva, idea che il bene privato debba rispondere a una finalità sociale definita politicamente.

Mano dura verso l’occupante. Mano lunga verso il proprietario.

In questa logica si inserisce anche un irrigidimento delle procedure di rilascio degli immobili. In sé, la tutela del contratto e della proprietà è legittima. Ma il quadro complessivo è rivelatore: lo stato non liberalizza il mercato della casa, lo disciplina integralmente. Interviene sull’occupante, sul locatario e sul proprietario: non meno stato, ma più stato in ogni passaggio decisivo della vita del bene.

Per farla breve: “Proprietaristi” con chi invade. “Pianificatori” con chi possiede. È una doppia illibertà simmetrica: si usa il diritto di proprietà contro il debole e lo si relativizza contro il titolare del diritto stesso.



E tutto questo dentro un impianto quantitativamente modestissimo. Centomila alloggi in dieci anni significano diecimila all’anno. In un paese con tensioni abitative strutturali, come si dice, è una cifra marginale: troppo piccola per incidere davvero sul mercato, abbastanza grande però per rafforzare l’apparato pubblico, moltiplicare procedure, fondi, commissari, certificazioni.

È il modello italiano perfetto: risultati limitati, struttura amministrativa espansa.

L’edilizia privata meriterebbe una risposta meno ideologica: più mercato, meno regia politica; più libertà di costruire, meno pianificazione; più certezza giuridica, meno interventismo selettivo.

In verità, agli stessi costruttori non dispiace dirottare materiali e risorse mediocri su un’edilizia “convenzionata”. In quella zona grigia, marchiata dal parassitismo privato e dal lassismo pubblico, può annidarsi di tutto.



In realtà, una società libera si riconosce da una cosa semplice: il diritto di proprietà vale sempre, non solo quando fa comodo al potere. Altrimenti non siamo di fronte a una politica della casa, ma all’ennesima pedagogia statale della proprietà: tua finché serve a te, pubblicamente rilevante quando serve a me, allo stato.

Infine qualcuno tirerà fuori la Costituzione e la sua “funzione sociale” della proprietà. Ma quella formula appartiene più alla tradizione socialdemocratica che a quella liberale: riconosce il proprietario, ma lo subordina a un fine collettivo deciso dal potere.

È già, in sostanza, la filosofia del pianificatore.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui alcune informazioni generali sul Piano Casa, articolo dal quale abbiamo preso spunto: https://www.adnkronos.com/politica/meloni-oggi-via-libera-piano-casa-taglio-accise-carburanti-sconto_7cPo1VPxR2ntBdFBvi5f08 . Immagine di copertina elaborata con AI.

giovedì 30 aprile 2026

Eithan Bondi. Dal fatto al pregiudizio: quando un episodio diventa colpa collettiva

 




Nel novembre del 1938 bastò il gesto di un ragazzo ebreo, Herschel Grynszpan, che a Parigi sparò al diplomatico tedesco Ernst vom Rath, perché il regime di Adolf Hitler trasformasse quell’episodio nel pretesto per scatenare la Kristallnacht: sinagoghe incendiate, negozi devastati, arresti, umiliazioni pubbliche.

Le proporzioni storiche sono incomparabili, ma la grammatica del pregiudizio conserva tratti riconoscibili. Inoltre, è essenziale dirlo con precisione: quello non fu l’effetto “naturale” di un fatto. Fu una decisione politica travestita da indignazione collettiva.

L’omicidio fu il pretesto; l’odio era già lì, organizzato, pronto, in attesa di una scintilla.

È una distinzione decisiva, perché insegna una cosa semplice: il pregiudizio non nasce dai fatti. Usa i fatti.



Oggi, per fortuna, non viviamo più nel tempo dei pogrom materiali. Non si incendiano negozi, non si devastano quartieri, non si organizzano spedizioni punitive di massa contro una minoranza per il gesto di un singolo. Eppure, come anticipato, il meccanismo mentale che rende possibile tutto questo non è scomparso. Si è solo raffinato.

Di fronte alla notizia — ammesso e non concesso che i fatti siano davvero quelli che si raccontano — che il giovane romano Eithan Bondi, appartenente alla comunità ebraica di Roma, sarebbe l’autore degli spari con una pistola ad aria compressa, il problema non è il gesto in sé, che appartiene alla responsabilità individuale e all’eventuale accertamento giudiziario.

Il problema è ciò che accade immediatamente dopo.



Sui social, il passaggio è fulmineo: dal soggetto al gruppo, dal gruppo all’identità, dall’identità alla colpa collettiva. Non è più “un ragazzo ha fatto questo”. Diventa: “ecco come sono”. Dopo di che:  “sempre loro”, “li conosciamo bene”, eccetera, eccetera.

È sempre lo stesso vecchio trucco antropologico: un individuo agisce, una comunità viene giudicata.

L’antisemitismo contemporaneo raramente si presenta con il volto brutale del Novecento. Ha cambiato forma. Si è fatto più sottile, più insinuante, più presentabile. Non urla quasi mai; allude. Non accusa apertamente; suggerisce. Non proclama odio; costruisce sospetto.

Ed è proprio questo il suo vantaggio: può sempre fingersi semplice commento ai fatti. Ma il meccanismo è identico.



Si prende un episodio individuale e lo si usa come conferma di una narrazione generale già pronta. Non importa quanto il legame sia fragile, arbitrario o intellettualmente scorretto. Conta la sua efficacia emotiva.

L’odio collettivo funziona così: seleziona i fatti che gli servono e scarta tutto il resto.

Nel 1938 un attentato fornì il pretesto per liberare una violenza politica già incubata. Oggi un episodio isolato, ambiguo o persino ancora incerto può diventare il detonatore di una distruzione diversa: non materiale, ma simbolica. Un pogrom morale.



Non si rompono vetrine. Si rompono reputazioni. Si rompe la legittimità di una presenza. Si rompe l’idea stessa che l’identità ebraica sia una semplice appartenenza e non una categoria morale da sottoporre a sospetto.

Ed è qui che i social mostrano la loro natura paradossale: promettono individualità assoluta, ma producono continuamente tribalizzazione. Ogni profilo è unico, ogni opinione è personale, ogni identità è singolare — almeno in teoria.



Ma appena accade qualcosa, tutto collassa nella logica del branco. L’individuo scompare. Resta il gruppo. E il gruppo diventa imputabile.

È una dinamica che dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente da ciò che pensa di Netanyahu del conflitto mediorientale o della politica internazionale. Perché qui il principio è elementare: nessun individuo rappresenta un popolo.



Accettare il contrario significa riaprire la porta al pregiudizio. E il pregiudizio, come la storia insegna, non comincia quasi mai con la violenza. Comincia con la sua giustificazione.

Oggi, molto spesso, quella giustificazione prende la forma innocua di un commento. Un commento, poi un coro. Un coro, poi un clima.

E il clima — prima o poi — prepara sempre la tempesta.

Carlo Gambescia

mercoledì 29 aprile 2026

Dopo l’ultimo attentato a Trump: l’epoca del sospetto assoluto

 


Ogni volta che accade un fatto traumatico — un attentato, una sparatoria, un evento politico improvviso — il complotto arriva prima dei fatti. Non dopo: prima.

È successo ancora con l’ultimo episodio che ha coinvolto Donald Trump: nel giro di poche ore, mentre ancora si cercava di ricostruire l’accaduto, lo spazio pubblico era già saturo di teorie, sospetti, regie occulte, ricostruzioni alternative. Il fatto non era ancora chiarito, ma era già stato narrativamente sequestrato. È il segno del nostro tempo: il complotto è diventato la forma più rapida di consumo politico della realtà. Regna il sospetto assoluto su tutto e tutti.

Viviamo, come spesso si legge, nell’epoca della post-verità, cioè in una fase in cui la distinzione tra fatti e interpretazioni tende a indebolirsi, e la percezione conta spesso più della verifica. In questo contesto, non è tanto la verità a sparire, quanto la sua capacità di orientare il dibattito pubblico, sostituita da narrazioni concorrenti che si affermano per forza emotiva più che per evidenza.

Ma proprio qui serve una distinzione. E distinguere, oggi, è già una forma di igiene intellettuale.Perché non tutto ciò che è occulto è complotto. Esiste una differenza decisiva tra congiura e complotto.

 


La congiura appartiene alla storia; il complotto appartiene all’interpretazione totale della storia. La congiura è un fatto delimitato: attori identificabili, obiettivi concreti, interessi specifici, tempi circoscritti. Può essere ricostruita, documentata, smentita o confermata. È un oggetto dell’indagine storica. La storia politica ne è piena: dalla Congiura dei Pazzi (1478) alla Congiura delle polveri da sparo (1605), fino alle molte zone opache della contemporaneità.

Il complotto, invece, è altro. Non è la spiegazione di un evento particolare. È una chiave universale di lettura della realtà. Non spiega un fatto: tende a spiegare tutto.

La differenza è netta: la congiura parte dai fatti e cerca connessioni; il complotto parte dalla conclusione e seleziona i fatti. Nel primo caso si indaga, nel secondo si crede. La congiura è un oggetto della storia. Il complotto è una filosofia della storia.

È una distinzione fondamentale, perché ci evita un errore simmetrico: pensare che riconoscere l’esistenza delle congiure significhi legittimare il complottismo. Non è così.

 


La storia è piena di congiure reali, di depistaggi, di apparati paralleli, di conflitti sotterranei. Ed è proprio questo il problema: il complottismo moderno si nutre di questa verità parziale. Prende un episodio reale e lo trasforma in paradigma universale. Se una volta c’è stato un depistaggio, allora tutto è depistaggio; se una volta c’è stata una manipolazione, allora tutto è manipolazione.

È il salto dalla storia alla superstizione politica.

Per essere ancora più chiari: la congiura è noiosa; il complotto è una tentazione paranoica, una psicologia deviata del sospetto. Non nasce dal nulla: ha una parentela culturale con quella che Paul Ricœur ha chiamato “ermeneutica del sospetto”, sviluppata da Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud. Ma dove loro smascheravano strutture e meccanismi profondi della realtà, il complottismo immagina sempre e solo burattinai.

Da questo punto di vista, è interessante il recente libro di Marcello Veneziani su Marx e Freud. Non è tanto Marx o Freud a essere “rispolverati”, quanto l’idea che bastino pochi grandi nomi per ordinare la complessità del reale: una scorciatoia interpretativa che il complottismo conosce bene, anche quando si presenta in forme semicolte.

 


Anche il recente lavoro di Aldo Giannuli sul dopoguerra italiano si inserisce in questa stessa tensione. Va detto con chiarezza: non siamo  suoi  ammiratori, soprattutto perché in non poche opere ha talvolta mostrato una certa inclinazione a trasformare il particolare in sistema e la trama in paradigma generale. Ma il punto non è personale: è metodologico.

Che nel dopoguerra italiano vi siano state zone opache, apparati informali e conflitti sotterranei è materia storica. Che da questo si possa dedurre una teoria generale del potere occulto è un’altra cosa, come spesso capita a Giannuli, quando teorizzza sulla bontà della  sua “metodologia globale”…  Così chiama il complottismo...

Ricapitolando: che le congiure esistano è un fatto storico. Che tutto sia complotto è una superstizione politica.

Il problema del complottismo contemporaneo non è il dubbio ma il sospetto. Per capirsi: il dubbio è una postura metodica, si muove dentro le prove, le verifica e accetta anche di essere smentito.
Il sospetto, invece, tende a chiudersi su sé stesso: trasforma ogni elemento in conferma di una tesi già data. Nel primo caso si cerca la verità; nel secondo si costruisce un sistema che si autoalimenta.

 


Il sospetto è una funzione insana dell’intelligenza critica. Il problema è l’assolutizzazione del dubbio in sospetto permanente: il momento in cui il dubbio smette di essere metodo e diventa sistema. A quel punto, per dirne una, George Washington e Hitler finiscono sullo stesso piano, perché tutto viene ricondotto a un’unica grammatica del potere occulto e della manipolazione universale. E questo non è realismo politico, ma irrealismo, ammantato di realismo. Che con la metapolitica della regolarità non ha nulla a che vedere. Ma questa – una pena al giorno… – è un’altra storia.

Ma c’è un passaggio ulteriore: il complottismo non è solo una teoria del sospetto, è anche una forma di catastrofismo permanente, una sorta di depressione storiografica. Il mondo viene letto come un processo di decadenza continua, dove ogni evento conferma un peggioramento irreversibile e ogni istituzione è già, in partenza, corrotta o svuotata. Non c’è sviluppo, non c’è contingenza, non c’è ambiguità: solo un presente degradato che scivola inevitabilmente verso un esito già scritto.

La dimensione è cruciale perché spiega anche la sua forza emotiva: il complottismo non offre solo una spiegazione del mondo, ma una narrazione della sua rovina. E in questo senso è una forma di consolazione negativa: non promette salvezza, ma conferma il sospetto che la salvezza non sia mai stata possibile.

 


Ed è qui che il liberalismo mostra la sua distanza più profonda dal complottismo.

Perché il liberalismo non è solo una teoria del governo o dell’economia, ma anche una teoria implicita della storia: rifiuta l’idea di un senso unico e discendente degli eventi, così come rifiuta l’idea di un centro occulto che li governi tutti. La realtà, per la tradizione liberale, è pluralità di cause, conflitto di interessi, intreccio di intenzioni e conseguenze non previste. Di qui anche il suo rifiuto di ogni forma di catastrofismo depressivo.

Da Adam Smith a Friedrich Hayek, fino a Karl Popper, l’idea centrale è che l’ordine sociale non è il prodotto di una regia, ma di processi distribuiti e spesso non intenzionali. È proprio questa dispersione delle cause a rendere il mondo comprensibile senza ridurlo a un unico schema interpretativo sulla scia di una specie di “soluzione finale”, proprio di tipo catastrofista.

Il complottismo, al contrario, ha bisogno di una storia compatta, coerente e chiusa. E quando questa coerenza diventa assoluta, scivola nella doppia deriva dell’iper-interpretazione del presente e del catastrofismo strutturale: una depressione storiografica per cui il mondo non è complesso, ma irrimediabilmente degradato.



Il liberalismo, invece, rifiuta entrambe le tentazioni: sia quella del controllo totale, sia quella della rovina inevitabile. Il liberale non ha tempo per deprimersi. Certo la vita è quel che è. Però, bisogna andare avanti. E questo non perché il liberale sia vittima di ingenuo ottimismo, ma perché assume un dato di realismo fondamentale: la storia non ha un centro unico e non ha nemmeno una direzione obbligata. Nel bene come nel male.

Ed è proprio questa apertura — imperfetta, instabile, ma non paranoica — a costituire la vera alternativa culturale al complottismo.
Se il complotto è una spiegazione totale e chiusa, il liberalismo è il riconoscimento di una complessità senza regista. E forse, come detto,  è proprio questa, oggi, la forma più difficile ma anche più necessaria di lucidità intellettuale.

Del resto il complottista crede di combattere il potere, ma finisce spesso per attribuirgli una forma ancora più compatta, coerente e onnipotente di quanto non sia nella realtà.

In nome della lotta contro il Leviatano, finisce per costruirne uno ancora più ferreo: invisibile, totale, e dunque impossibile da limitare, come invece sostiene, e giustamente, il liberalismo.

Carlo Gambescia

martedì 28 aprile 2026

Avanzo primario: il feticcio contabile della politica economica

 


Il problema non è la matematica, ma l’uso politico che se ne fa. L’articolo del “Secolo d’Italia” celebra il ritorno dell’avanzo primario come prova dei “successi del governo” sull’economia. Ma l’avanzo primario non misura il successo di un’economia: misura la differenza tra entrate e uscite dello Stato, al netto degli interessi sul debito. È un indicatore contabile, non un indicatore di prosperità.

Insomma, misura la capacità del sistema fiscale di sostenere la spesa corrente senza nuovo indebitamento. Diverso è il saldo complessivo dei conti pubblici, che include anche gli interessi: è quest’ultimo a determinare il risultato finale, che può restare in deficit anche in presenza di un avanzo primario, quando il debito è elevato. Nel caso italiano, ad esempio, il Paese ha registrato recentemente un avanzo primario nell’ordine di alcuni decimi di punto di PIL (circa lo 0,8% ), mentre il bilancio complessivo è rimasto in deficit, con un valore attorno al 3,1% del PIL nel 2025, anche per effetto della spesa per interessi, stabilmente vicina al 3,5–4% del PIL (*).

Nel quadro delle regole europee, il punto non è l’avanzo primario in sé, ma la traiettoria di deficit e debito: sotto il 3% del PIL per il primo e con un percorso credibile di riduzione per il secondo, oggi affidato a piani pluriennali più flessibili ma non meno vincolanti. In questo schema, il rispetto delle soglie può convivere con una dinamica del debito ancora rigida, come mostra il livello italiano, pari a circa il 137% del PIL (**).



L’avanzo primario non è dunque un feticcio contabile, ma una leva tecnica per la sostenibilità del debito. Il problema italiano è che questa leva agisce dentro una struttura già appesantita: debito elevato e interessi che assorbono una quota rilevante delle risorse pubbliche. Il risultato è che il rispetto formale delle regole può convivere con una sostanziale immobilità del debito, che resta il vero banco di prova della politica fiscale.

Quindi, per dirla in modo semplice: in questi giorni si polemizza sul nulla. Serve piuttosto un cambio di mentalità, cioè di cultura politica, sul debito e sulla spesa pubblica.

L’avanzo primario può migliorare perché cresce l’economia e il gettito, ma anche perché aumenta la pressione fiscale o si comprimono spese, investimenti e trasferimenti. In altre parole: non dice se un Paese sta meglio, dice solo se lo stato incassa più di quanto spende. Scambiarlo per una prova di salute economica è un errore elementare. O, più spesso, una scelta “promozionale”. Aspetto che può spiegare anche l’articolo del “Secolo d’Italia”: propaganda governativa, senza troppe sottigliezze.

La salute di un’economia si misura altrove: crescita del Pil, produttività, salari reali, investimenti privati, capacità delle imprese di creare valore e occupazione. Un Paese può avere conti ordinati e un’economia stagnante. L’Italia, in questo, è quasi un classico: disciplina contabile e crescita debole hanno convissuto a lungo. E qui certa sinistra dei professori, pur indispensabile (come un tempo il "purgante" ai bambini troppo golosi), ha la sua brava parte di responsabilità.



Ma il punto più interessante è politico-culturale. Ed è qui che la questione diventa paradossale. Perché è curioso che una destra che si richiama al liberalismo esalti un dato che, letto in chiave liberale, dovrebbe suggerire tutt’altra riflessione.

Il liberalismo, da Smith a Hayek, non ha mai identificato la buona economia con la capacità dello stato di prelevare più risorse di quante ne restituisca. Per capirsi: più tasse.

Al contrario: la ricchezza nasce nella società, nel lavoro, nell’iniziativa privata, nel mercato. Lo stato deve garantire regole e stabilità, non vantarsi della propria capacità di incasso.

Ripetiamo: un avanzo primario significa, in termini semplici, che lo stato ha prelevato più di quanto ha speso. Questo può essere prudente, necessario, anche virtuoso in alcune fasi. Ma non è, di per sé, una vittoria liberale.

Nel caso italiano, il ritorno dell’avanzo primario non deriva da un salto di produttività: i dati del MEF mostrano che è stato trainato soprattutto dal maggiore gettito tributario e contributivo — favorito dall’inflazione e dall’aumento dell’occupazione — insieme a una spesa primaria più contenuta. In altre parole: più entrate e più disciplina di bilancio, non necessariamente più produttività, più investimenti o più ricchezza reale.



In altre parole: più entrate e più disciplina, non necessariamente più produttività, più investimenti o più ricchezza reale. Se il surplus deriva soprattutto da maggiore capacità fiscale dello stato e da un mercato del lavoro che cresce più in quantità che in qualità (cioè lavori più “volatili”), siamo davanti al contrario della logica liberale: più che economia di mercato, equilibrio amministrato.. O meglio un’economia del tassa e spendi. Semplificando: Keynes invece di Hayek. Altro che governo liberale…

Per la tradizione liberale italiana, da Einaudi in poi, il bilancio pubblico non è un fine ma uno strumento. Nei Principi di scienza delle finanze e nelle Lezioni di politica sociale, Luigi Einaudi insisteva su un punto semplice: la qualità del bilancio si misura sugli effetti sull’economia reale, non sulla sola disciplina contabile. Il bilancio sano non è quello che “fa cassa”, ma quello che favorisce investimento, fiducia e crescita della ricchezza privata.

Detto altrimenti: il rigore non serve a rafforzare lo stato, ma a limitarlo e renderlo funzionale allo sviluppo economico.
Qui accade l’opposto: si pensi all’editoriale del “Secolo”, si celebra come successo dello Stato il fatto che lo Stato trattenga più risorse. Una logica che ha più a che fare con lo statalismo che con il liberalismo.



Ed è qui che emerge la contraddizione: rivendicare il lessico liberale mentre si valorizzano soprattutto indicatori di capacità fiscale dello stato, più che di vitalità produttiva dell’economia. L’avanzo primario può rassicurare mercati e istituzioni europee, ma in una prospettiva liberale non è questo il punto decisivo. Ciò che conta è la crescita della produttività, la qualità del lavoro, la capacità di investimento del settore privato.

Confondere la contabilità pubblica con la prosperità collettiva è il vecchio vizio di chi guarda lo stato e dimentica il mercato. E un liberale, davanti a questo, dovrebbe riconoscere subito il problema: non è economia di mercato, è contabilità di potere.

O, per dirla alla buona, la “carta canta”?  Certo, dipende solo da cosa le si vuole far dire.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/EN_Notifica-22_04_2026.pdf .

 

(**) Qui in generale: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-euro-indicators/w/2-22042026-ap .

lunedì 27 aprile 2026

Terzo attentato: Trump e il prezzo della radicalizzazione politica

 


Avrebbero tentato di uccidere Joe Biden? 

È una domanda impossibile da dimostrare, ma inevitabile da porsi. Non per indulgere al vizio sterile del controfattuale, ma per capire meglio ciò che sta accadendo oggi negli Stati Uniti. Perché il problema non è soltanto il terzo attentato contro Donald Trump in meno di due anni (*). Il problema è capire che cosa questo dice dell’America.

E qui bisogna evitare due errori speculari. Il primo è assolvere Trump, trattandolo come una semplice vittima del clima politico. Il secondo è considerarlo la prova che l’America è sempre stata questa: un Paese attraversato strutturalmente dalla violenza, dalla pulsione eliminatoria. Non è così. Donald Trump non è l’America. È una sua anomalia. Ed è importante dirlo, soprattutto oggi, per non cadere nella caricatura antiamericana che riduce tutta la storia degli Stati Uniti a una lunga e demoniaca continuità imperiale, aggressiva, violenta.



L’America è anche altro. È l’America che Alexis de Tocqueville aveva saputo cogliere quasi due secoli fa: il pluralismo sociale, la forza delle istituzioni intermedie, la cultura associativa, la capacità di trasformare il conflitto in competizione regolata. Una democrazia rumorosa, contraddittoria, imperfetta, con forti ma sane radici individualistiche,  fondata su un principio decisivo: la legittimità reciproca. L’avversario è avversario, non nemico.

È precisamente questo principio che Trump ha incrinato.

Trump non ha inventato la polarizzazione americana. Sarebbe storicamente falso sostenerlo. Ma l’ha trasformata in metodo di governo. Ha costruito il proprio consenso sulla produzione continua di emergenza: il nemico interno, il nemico esterno, l’invasione, il tradimento, il complotto, le elezioni rubate, lo Stato profondo. Ha politicizzato la paura. E la paura, in politica, produce sempre due effetti: mobilitazione e radicalizzazione.

Richard Hofstadter, storico che i nostri lettori ormai conoscono, lo aveva spiegato con lucidità nel suo celebre saggio sullo “stile paranoide” della politica americana (**). Quella vena di paranoia — l’ossessione del complotto, il senso di accerchiamento, l’immaginazione persecutoria — è sempre esistita negli Stati Uniti. Ma, nelle fasi migliori della democrazia americana, è rimasta una corrente laterale, un margine patologico, non il centro del sistema. Trump ha fatto una cosa nuova: l’ha portata dentro il linguaggio presidenziale. L’ha resa grammatica politica quotidiana. Anzi, per dire meglio: retorica ufficiale dell'intransigenza.



Ed è qui che Trump fa la differenza.

La storia americana conosce bene la violenza politica. L’assassinio di Abraham Lincoln fu il prolungamento armato della guerra civile oltre la pace formale. Quello di John F. Kennedy maturò nell’America febbrile della Guerra fredda e della tensione razziale. Gli omicidi di Martin Luther King Jr. — leader politico e civile del movimento per i diritti civili — e di Robert F. Kennedy — allora candidato alle primarie democratiche — esplosero in un Paese attraversato dalla guerra in Vietnam, dalle rivolte urbane e dalla frattura generazionale. Anche gli attentati falliti appartengono a questa storia: basti pensare a George Wallace, candidato della destra segregazionista democratica, rimasto paralizzato dopo l’attentato del 1972, o al tentato omicidio di Ronald Reagan, che mostrò come la figura presidenziale continuasse a essere, anche nell’America post-Settanta, un bersaglio privilegiato della tensione politica e simbolica.

Ma tutti questi episodi maturarono dentro crisi storiche straordinarie: la guerra civile, la Guerra fredda, il conflitto razziale, il Vietnam e il post-Vietnam, e qui si pensi ai devastanti anni Settanta. Il caso Trump è diverso. Non siamo dentro una guerra civile, né in una guerra mondiale, né in una crisi sistemica comparabile al 1968. Eppure, in meno di due anni, ripetiamo, Trump è stato bersaglio di tre attentati. È questo il dato politicamente nuovo. 



Non significa che Trump sia responsabile della violenza contro di lui. Sarebbe una tesi rozza, moralistica e sbagliata. Significa però che Trump ha contribuito a costruire il clima simbolico dentro cui quella violenza diventa pensabile. Ed è sempre così che funziona. Gli attentati politici non nascono nel vuoto. Arrivano alla fine di una lunga radicalizzazione delle parole. Prima si delegittima, poi si demonizza, poi si costruisce l’idea che l’avversario rappresenti una minaccia esistenziale. E quando la politica diventa guerra simbolica, qualcuno, prima o poi, prova a trasformarla in guerra reale.

Qui sta il punto decisivo. Trump è insieme prodotto e acceleratore della crisi americana. Ma non coincide con l’America. L’America migliore è quella che lo precede e che, con ogni probabilità (si spera), gli sopravviverà: l’America di Tocqueville, non quella dello stile paranoide descritto da Hofstadter. 

La tradizione democratica americana resta più forte delle sue patologie, ma ogni attentato — riuscito o fallito — ricorda che quelle patologie non scompaiono mai del tutto. 

Trump non le ha create. Ha fatto qualcosa di peggio: le ha legittimate. E quando la paranoia entra nel linguaggio del potere, la violenza smette di essere una semplice deviazione. Diventa una possibilità politica. E quando una possibilità politica si ripete tre volte in meno di due anni, forse il problema non è soltanto chi preme il grilletto. Ma chi ha contribuito a rendere pensabile farlo. 

Carlo Gambescia


 

(*)  Donald Trump è stato bersaglio di tre episodi gravi: il più noto il 13 luglio 2024, durante un comizio a Butler, quando fu ferito a un orecchio da un colpo d’arma da fuoco; l' autore dell' attentato venne ucciso dalla polizia. A settembre 2024 un uomo armato fu arrestato nei pressi del suo golf club in West Palm Beach, in quello che le autorità hanno trattato come un tentativo di attentato. Ieri  il terzo episodio,  durante la cena annuale della White House Correspondents' Association, ospitata al Washington Hilton: un uomo armato ha tentato di forzare il perimetro di sicurezza e ha aperto il fuoco prima di essere fermato dagli agenti.

 

(**) Sul testo di Hofstadter, qui : https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/06/lurlo-di-hegseth-quando-il-potere.html .