La prima parola che viene in mente è disgusto. Non per il gesto di Salim El Koudri – la cui gravità resta assoluta – ma per il modo in cui una parte del dibattito pubblico vi si è gettata sopra come un avvoltoio politico.
La stampa di destra spara a zero contro un giovane disturbato, trasformandolo immediatamente nel simbolo perfetto della barbarie migratoria. Quella di sinistra invece tace, oppure balbetta qualche spiegazione welfarista quasi con vergogna, come se tentare di comprendere significasse automaticamente giustificare.
Eppure una società liberale dovrebbe saper fare entrambe le cose: condannare un atto e insieme comprenderne le cause. Perché spiegare non significa assolvere. Significa sottrarre il reale alla propaganda.
Il punto centrale, infatti, non è il terrorismo. Né l’immigrazione in quanto tale. Il punto è la distruzione della cultura del rischio nelle società occidentali.
L’Occidente moderno è diventato grande proprio perché fondato sul rischio: economico, esistenziale, sociale. Libertà significava anche incertezza. Mobilità sociale significava possibilità di riuscire, ma anche possibilità di fallire. Il liberalismo non prometteva felicità garantita: prometteva opportunità dentro un mondo imperfetto. Diciamo un cammino verso…
Detto altrimenti: il liberalismo, ai suoi inizi, non prometteva la felicità, ma il diritto a cercarla. Il celebre “pursuit of happiness” americano indicava un cammino dentro una società libera, non la garanzia della realizzazione personale. Oggi invece l’Occidente tende a trasformare la ricerca della felicità in pretesa di felicità dovuta.
Di più: destra e sinistra, seppure in forme diverse, sembrano alimentare la stessa patologia culturale: l’individualismo assistito.
La destra nazionalista trasforma il cittadino in un soggetto impaurito da proteggere contro ogni minaccia esterna. La sinistra universalista trasforma invece il migrante in una specie di neonato morale da accompagnare permanentemente. Entrambi rifiutano la realtà fondamentale della vita liberale: il rischio.
Chi arriva in Occidente ha il diritto di arrivarci. È un principio liberale prima ancora che umanitario. Gli individui devono essere liberi di cercare altrove condizioni migliori di vita. Ma proprio per questo occorre dire con chiarezza che l’integrazione non è una promessa automatica di felicità sociale.
Ci si può laureare, impegnare, studiare, essere intelligenti, e tuttavia non trovare subito il lavoro desiderato. Talvolta neppure un lavoro. Il merito esiste, ma non opera in modo perfetto. La vita sociale contiene frustrazione, ritardi, sconfitte, esclusioni. Una civiltà liberale seria dovrebbe educare anche a questo. Come recitava una vecchia canzone: “Bisogna saper perdere”. Ecco.
Invece l’Occidente contemporaneo distribuisce aspettative assolute. Tutto e subito: riconoscimento, successo, integrazione, realizzazione personale. Quando queste promesse si infrangono, il fallimento non viene più vissuto come parte normale dell’esistenza, ma come un torto subito.
Del resto, nella vita pubblica contemporanea, l’iperbole verbale è ovunque. Chi scrive, vivendo a Roma, dopo aver visto la distruzione dell’alberata di via Barletta per costruire poche centinaia di metri di una discutibile metropolitana, ha perfino evocato “l’ira degli dei” contro il sindaco. Sono espressioni esasperate, simboliche, che talvolta appartengono al linguaggio emotivo della vita quotidiana.
Il problema nasce quando alla frustrazione individuale si sommano fragilità psichiche, isolamento e incapacità di accettare il rischio, il limite, il fallimento. È lì che, in casi estremi, può prodursi il passaggio all’atto.
Da quanto emerge, Salim El Koudri era un soggetto già psicologicamente vulnerabile. Ma invece di affrontare il problema nella sua concretezza umana, politica e clinica, il dibattito preferisce trasformarlo in un mostro ideologico. Perché oggi l’Occidente non sa più integrare: sa solo santificare o demonizzare.
Ripetiamo, per chi non abbia ancora capito: la destra vede nel migrante un criminale potenziale. La sinistra un eterno minore da proteggere. Nessuno lo tratta come un individuo adulto, libero e responsabile.
Certo, le comunità migranti non sono tutte uguali. Alcune sono più solide, integrate e strutturate di altre, aperte al mondo o se chiuse, comunque rispettose dell’altrui diversità. Ma trasformare un singolo gesto criminale nella prova di una presunta “stimmatologia islamica” significa abbandonare l’analisi sociologica e metapolitica per entrare nella propaganda identitaria, se non proprio fascista. Anche perché il problema centrale non è una specifica cultura religiosa, ma il modo in cui l’Occidente contemporaneo produce aspettative assolute e individui sempre meno capaci di accettare il fallimento.
E rischiamo in futuro di vederne delle belle (si fa per dire) anche da altri segmenti sociali, inclusi quei giovani uomini occidentali bianchi che, dentro le stesse dinamiche di frustrazione, isolamento e aspettative disallineate, possono anch’essi trasformare il disagio in gesto distruttivo.
Qui – e non ci stancehremo mai di ripeterlo – emerge la vera contraddizione occidentale: una civiltà nata sulla cultura del rischio è diventata una società terrorizzata dal rischio stesso. E una società che teme il rischio finisce inevitabilmente per odiare la libertà.
Per questo il problema non si risolve né respingendo tutti né accogliendo tutti dentro un sistema assistenziale e infantilizzante. La risposta liberale è diversa: libertà di movimento, libertà individuale, integrazione aperta, ma dentro una cultura adulta della responsabilità e dell’incertezza.
Perché vivere in una società libera significa anche sapere che non tutto sarà garantito, che il successo non è automatico, che il fallimento può esistere senza trasformarsi in vendetta contro il mondo.
Alla base del terribile gesto di Salim non c’è una strategia politica coerente, ma l’incontro esplosivo tra fragilità individuale e una società che ha smesso di educare al limite, all’attesa, alla possibilità della sconfitta.
Difendere Salim El Koudri non significa assolverlo. Significa rifiutare la trasformazione di un gesto tragico in propaganda identitaria. E soprattutto capire che una civiltà incapace di insegnare il rischio finirà inevitabilmente per produrre individui incapaci di sopportare il fallimento.
Carlo Gambescia


















































%20Video%20Facebook.png)
