C’è qualcosa di curioso, quasi comico — se non fosse rivelatore — nel modo in cui si è parlato delle “dimissioni” di Daniela Santanchè. Solita telenovela. Come se regista occulto del discorso pubblico italiano fosse diventato Cristiano Malgioglio, abbracciato a Zia Mara: parrucconi, acconciature verticali, cuore in lacrime finte. Tutto molto simpatico, divertente, persino commovente. Ma solo sul “palgo”.
Nel giro di poche ore, il discorso pubblico è oscillato tra due poli opposti: da un lato il Paese sull’orlo del baratro istituzionale, dall’altro il festival della battuta, del meme, della spiritosaggine facile. E non solo sui social: si vedano anche i giornali. “Il Foglio”, ad esempio, sembra ormai indulgere troppo spesso a toni che sacrificano l’analisi a un'arguzia, fin troppo facile: (Santanchè), “Che la mia cipria ricada su di voi”… Battute in fondo non degne di un quotidiano, che si dice di opinione.
Nel mezzo, il vuoto.
Non è solo un problema di stile. È un problema di senso della misura.
Che non è — sia chiaro — moderazione tiepida o equidistanza da salotto buono, né furba scelta mimetica travestita da saggezza popolare. È qualcosa di più esigente: la capacità di proporzionare il giudizio ai fatti, di distinguere tra ciò che è grave e ciò che è solo rumoroso, tra ciò che merita analisi e ciò che merita, al massimo, una scrollata di spalle. L’Italia che soffre: “Mi fa quattro pizze tonno e cipolla”. E quella del presunto rigore della funzione pubblica: “Conosci qualcuno in tribunale?”. Insomma, si piange con un occhio solo.
Il punto è che questo senso della misura non è semplicemente in crisi: è stato progressivamente espulso dal discorso pubblico.
E non per caso.
Il senso della misura è, in fondo, una virtù liberale. Non nel senso partitico, ma culturale: il liberalismo come etica del limite. Limite al potere, alla spesa, ma anche — e soprattutto — al linguaggio. Dire solo ciò che è sostenibile, proporzionato, verificabile.
Non stupisce allora che, venendo meno quella cultura, si sia smarrita anche la misura. Basta guardare come, nel tempo, sono state raccontate e utilizzate le opere pubbliche.
Nel liberalismo classico, l’opera è necessaria: si fa se serve, nei limiti delle risorse, con uno sguardo al lungo periodo. Nessuna ostentazione, nessuna retorica salvifica.
Con il Fascismo, il quadro cambia: l’opera pubblica non deve più solo servire, deve impressionare. È dimostrazione di forza, scenografia del potere. La misura, semplicemente, non è prevista.
La Democrazia Cristiana riporta il sistema su binari più pragmatici: si costruisce molto, spesso utilmente, ma anche dentro una logica di consenso. La misura c’è, ma negoziata, intermittente.
Anche il Centrosinistra degli anni Sessanta spinge sull’intervento pubblico e sulle infrastrutture: una fase espansiva, certo, ma ancora orientata a fini leggibili — modernizzare il Paese più che impressionarlo.
Con Bettino Craxi si apre una fase diversa. L’opera pubblica resta strumento di modernizzazione, ma si carica di un elemento ulteriore: il decisionismo come valore. Non basta più fare, bisogna mostrare di saper fare — e farlo rapidamente. La misura non scompare, ma si comprime.
Con Silvio Berlusconi, questo slittamento si compie: l’opera pubblica diventa soprattutto racconto. Più promessa che realizzazione, più immagine che infrastruttura. Non è l’eccesso materiale a dominare, ma quello simbolico: la misura si perde nella comunicazione.
Negli anni Dieci del nuovo secolo, il centrosinistra e i grillini hanno giocato sul terreno delle opere pubbliche: qualche infrastruttura reale, tante promesse e “slide di powerpoint”. Con l’apporto dei cosiddetti professori, tutto doveva sembrare rigoroso, ma spesso restava più estetica che sostanza. E la misura? Sempre sospesa tra ideologia e spettacolo. Magari salveremmo Monti. E in fondo anche Draghi. Altro stile rispetto a un La Russa…
E con il Presidente del Senato che ieri ha usato la “famiglia nel bosco” come faceva Mattei con i partiti-taxi, arriviamo all’oggi.
Da un lato, la stagione del PNRR: una mobilitazione straordinaria di risorse che, sotto la pressione dell’emergenza, tende a dilatare la nozione stessa di “necessario”. Tutto è prioritario, quindi nulla lo è davvero.
Dall’altro, il ritorno ciclico di opere-bandiera come il Ponte sullo Stretto di Messina: non tanto progetti da valutare, quanto simboli da esibire. Più che infrastrutture, marcatori identitari. Il richiamo al decisionismo — da Mussolini a Craxi — riaffiora, in forme diverse, a destra come a sinistra. Chissà perché proprio con Giorgia Meloni? Ultimo corso, prima dello scioglimento, allievi ufficiali politici di complemento, Scuola di Guerra di via della Scrofa, n. 39, 00186 Roma: intitolato a Giorgio Almirante.
Il filo che tiene insieme queste trasformazioni è sempre lo stesso: quando c’è misura, le opere servono; quando la misura salta, le opere diventano tutto.
E lo stesso accade nel discorso pubblico.
Oggi si parla per segnali, non per proporzioni. Si alza il tono per esistere, non per chiarire. Si passa senza soluzione di continuità dalla tragedia alla barzelletta, dalla denuncia apocalittica alla battuta da cabaret.
Un osservatorio perfetto di questa deriva è Facebook. Lì convivono — spesso nello stesso spazio — analisi che si pretendono profondissime e battute che non pretendono nulla. Il risultato, però, è lo stesso: appiattiscono le differenze, rendono tutto equivalente, consumano il senso delle proporzioni. Un tempo si chiamava qualunquismo. In questo modo si finisce per erodere il liberalismo nel nome di un libertarismo nichilistico. Petroliniano: come Petrolini che, malato grave, al medico che lo trovava meglio rispose: “Bene, così morirò contento”.
Ridiamo di tutto, ci indigniamo per tutto. E così, lentamente, smettiamo di distinguere.
A questo punto, però, una precisazione è necessaria. Perché la perdita del senso della misura viene spesso attribuita — con una certa superficialità — al capitalismo.
È una lettura comoda, ma sbagliata.
Il capitalismo, nella sua logica più elementare, è tutt’altro che culto dell’eccesso: è calcolo, selezione, responsabilità. Vive di proporzioni, non di iperboli. Senza misura, non produce sviluppo: produce bolle, sprechi, crisi.
Se oggi il senso della misura appare fuori mercato, non è perché il
capitalismo lo abbia eliminato. È perché attorno al capitalismo — nella
politica, nei media, nel discorso pubblico — si è sviluppata una sua
versione spettacolarizzata: una teatralizzazione in cui tutto deve
apparire eccezionale, urgente, definitivo.
Non è il capitalismo a essere senza misura. È il modo in cui lo raccontiamo — e lo usiamo politicamente — ad averla smarrita.
Il punto, allora, non è rimpiangere un’età dell’oro che probabilmente non è mai esistita. È capire che il senso della misura non è un riflesso automatico della democrazia: è una conquista culturale fragile, che va continuamente difesa.
E qui il nodo torna all’incipit: alla “cipria della Santanchè”.
Senza una cultura liberale del limite — del “quanto basta”, del “solo ciò che serve”, del “nei confini del possibile” — la misura non regge. Tra l’altro tema einaudiano per eccellenza. Sicché il limite si trasforma prima in eccezione, poi in nostalgia, infine in fastidio. E di conseguenza una figurina della Santanchè vale quanto un figurina, per dire, della Boldrini...
Perché la misura, diciamolo, è scomoda: non entusiasma, non polarizza, non fa spettacolo.
Ma è l’unica che permette di distinguere davvero. E senza distinzioni, non c’è giudizio. Senza giudizio, non c’è politica. Liberale.
Carlo Gambescia







































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