Carlo e Nello Rosselli furono assassinati a Bagnoles-de-l’Orne in Normandia dai sicari fascisti della Cagoule. Mussolini li aveva definiti “nemici dell’Italia”: la stessa categoria usata per Matteotti e, più in generale, per ogni antifascista. La mano che armò quegli assassini passava per Mussolini, Ciano, Anfuso e altri personaggi minori.
Filippo Anfuso — assolto con una motivazione che oggi suona grottesca, come se un ordine di omicidio potesse mai essere impartito per iscritto — fu il perno dei rapporti tra il ministro degli Esteri Ciano, di cui era capogabinetto, e gli apparati di sicurezza del regime. A Catania gli è stata dedicata una strada. Un suo biografo e difensore instancabile, Nello Musumeci, già missino, è attualmente ministro della Repubblica. Evidentemente, anche lui, oltre che un “fratello” è un “amico dell’Italia” (*).
La categoria dei “nemici” non resta confinata alla propaganda. Nel 1930, con l’entrata in vigore del Codice penale voluto dal guardasigilli Alfredo Rocco, il regime fascista traduce l’idea dello Stato come entità da difendere contro i suoi oppositori sul piano giuridico. Reati contro la “personalità dello Stato”, associazioni sovversive e propaganda antinazionale forniscono così la base normativa per la repressione del dissenso politico, concepito non come legittima opposizione, ma come “minaccia alla Nazione”.
Quando Giorgia Meloni definisce “nemici dell’Italia” cittadini che protestano — in questo caso contro le Olimpiadi invernali — non si tratta di un eccesso verbale, ma di un richiamo a una tradizione politica ben precisa.
La formula nasce prima del fascismo: durante la Prima guerra mondiale, i nazionalisti la rivolgevano ai neutralisti. Quegli stessi ambienti confluirono senza attrito nel fascismo, che trasformò ogni opposizione in tradimento e identificò lo Stato col regime.
La terminologia del nemico sopravvisse anche al dopoguerra: nel 1948, Missini eletti nel Parlamento repubblicano — facce di bronzo colossali — la usarono per trasmetterla alle nuove generazioni, inclusa Giorgia Meloni; ma ne fecero uso anche democristiani e comunisti per screditarsi a vicenda. Dopo quell’episodio, l’espressione smise di circolare come strumento politico legittimo.
La Meloni, in questo caso, si comporta come un mediocre avvocato che pur di convincere i giudici scambia una parte con il tutto: alcune sparute opposizioni vengono rappresentate come un pericolo generale, attribuendo loro un peso politico e morale che non hanno. La retorica del “nemico dell’Italia” amplifica queste poche voci, trasformandole in un nemico della nazione.
Nella Repubblica sociale italiana questa logica raggiunge il suo esito estremo: tribunali militari straordinari, corti marziali e procedimenti sommari colpiscono oppositori politici, partigiani e presunti “traditori della Patria”. Qui il concetto di “nemico” non serve più solo a delegittimare, ma a giustificare la pena di morte, in un contesto di guerra civile e subordinazione al nazismo (*) .
La gravità non sta solo nelle parole, ma nel silenzio che le circonda. Nessuno osa chiamare questa deriva con il suo nome, come se ricordare fatti storici documentati fosse un’offesa personale alla presidente del Consiglio. Eppure il meccanismo è sempre lo stesso: il governo come “parte sana del Paese”, l’avversario come nemico, il dissenso come minaccia.
È così che una democrazia smette di esserlo: non di colpo, ma per slittamento semantico. Quando l’avversario politico diventa un nemico dell’Italia, il passo successivo non è il confronto, ma la delegittimazione. La storia italiana ci ha già mostrato dove porta questa strada.
Carlo Gambescia
(*) Sui Rosselli si veda Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli (1945), Vallecchi, 1973, nuova edizione con appendice sul "Delitto di Bagnoles".
(**) Per un inquadramento storico e giuridico della categoria del “nemico” nel fascismo rinviamo a Lorenzo Tombelli, Opposizione, dissenso politico e repressione penale nel Ventennio fascista,“Osservatorio Costituzionale”, 6/2025, pp. 51-69, con ricca bibliografia in nota, scaricabile qui: https://www.osservatorioaic.it/images/rivista/pdf/2025_6_03_Tombelli.pdf .





































