Se si volesse descrivere con precisione il meccanismo retorico e mentale che oggi regola il rapporto tra una destra di governo fascistoide e la magistratura, si potrebbe farlo con un titolo volutamente urticante ma strutturalmente esatto: Hitler dichiarerebbe che la magistratura che assolve gli ebrei è politicizzata. E magari con una foto, con tanto di baffetti, per rendere l’accostamento chiaro a tutti.
E così è stato. Sappiamo che rischiamo di essere accusati di cattivo gusto, e per questo ci scusiamo in anticipo. Anche perché non desideriamo stabilire un’equivalenza storica o morale di fatto tra Hitler e Giorgia Meloni. Lungi da noi.
Quel che invece preme sottolineare è che purtroppo la natura del
meccanismo argomentativo è la medesima: quando il diritto non asseconda
il potere, il diritto viene delegittimato come “politico”. E dunque
illegittimo. Reductio ad Hitlerum? Già sentiamo vociferare i cherubini
del dominante politicamente corretto di destra. Sì, se serve a salvare
la democrazia liberale.
In realtà, nessun eccesso polemico. Parla lo studioso. Ci riferiamo
a una regolarità metapolitica, quella della razionalizzazione ex post.
Si segua il nostro ragionamento. Ogni potere che fatica ad accettare
limiti tende a presentare quei limiti come sabotaggi. Non è il potere a
eccedere: è il diritto a intralciare. È esattamente ciò che sta
accadendo nel dibattito italiano attorno alla magistratura, e il caso
del cittadino algerino evocato da Giorgia Meloni lo mostra con una
chiarezza quasi didattica.
Il fatto, nella sua nudità, è semplice. Il 10 febbraio 2026 il
Tribunale di Roma ha accolto il ricorso di un cittadino algerino,
presente irregolarmente in Italia da molti anni e gravato da numerose
condanne penali. Non si tratta di una figura “innocente”, né di un
simbolo edificante dell’accoglienza. Proprio per questo il caso è
istruttivo.
L’uomo era stato trasferito da un Centro di permanenza per il
rimpatrio in Italia a un centro in Albania, nell’ambito delle nuove
procedure sperimentate dal governo. Quel trasferimento, però, è avvenuto
senza un provvedimento scritto e motivato, e senza le garanzie minime
previste dalla legge.
Il giudice non ha stabilito che quell’uomo non potesse essere espulso
in assoluto, né che dovesse restare in Italia, né che fosse vittima di
un’ingiustizia morale. Ha stabilito una cosa molto più banale e molto
più grave: che lo Stato aveva sbagliato procedura. E per questo ha
condannato il Ministero dell’Interno a un risarcimento simbolico, di
circa 700 euro (*)
Questo è tutto. Nessuna assoluzione ideologica. Nessuna “sentenza
pro-migranti”. Nessuna dichiarazione di guerra alla sovranità nazionale.
Solo diritto amministrativo elementare: il potere pubblico, quando
viola le regole, risponde dei suoi atti. È una lezione noiosa, tecnica,
quasi burocratica. Ma è precisamente su questa noia che si fonda lo
Stato di diritto.
La reazione politica, invece, è stata tutt’altro che noiosa. Giorgia
Meloni ha presentato la vicenda come la prova di una magistratura
politicizzata che ostacolerebbe l’azione del governo sull’immigrazione,
arrivando a far risarcire chi avrebbe dovuto essere espulso. Secondo la
retorica governativa – retorica dell’intransigenza – il giudice non
applica una norma: compie un atto politico. Non esercita un controllo:
sabota una decisione legittima del potere esecutivo. Il fatto giuridico
viene così trasformato in un atto di ostilità (**).
Qui avviene lo slittamento decisivo. Non siamo più davanti a un
disaccordo su una sentenza, cosa legittima in democrazia. Siamo davanti a
una contraffazione del fatto, funzionale a un’idea precisa del potere.
L’errore dello Stato scompare, il diritto diventa un pretesto, e la
magistratura viene descritta come un corpo estraneo che interferisce con
la volontà popolare incarnata dal governo.
È a questo punto che emerge la differenza profonda tra due concezioni del mondo, due antropologie politiche incompatibili.
La prima è quella liberale. È fondata su un presupposto tanto
semplice quanto destabilizzante: l’uomo è fallibile. Proprio per questo
nessun potere può essere assoluto. Il giudice può sbagliare, il politico
può sbagliare, il legislatore può sbagliare. Ma nessuno può impedire
all’altro di esercitare la propria funzione. La libertà non consiste
nell’infallibilità, bensì nella possibilità di essere corretti. Anche – e
soprattutto – quando si ha il potere.
La divisione dei poteri nasce esattamente da qui. Non per rendere
inefficiente il governo, ma per impedire che l’errore umano diventi
dominio incontrollato. In questo quadro, anche una sentenza discutibile
non giustifica mai la subordinazione della magistratura. Perché ciò che
conta non è la perfezione delle decisioni, ma l’autonomia delle
funzioni.
Non solo la destra rischia di mitizzare il potere: talvolta anche la
sinistra invoca un’infallibilità della Costituzione, come se il dettato
scritto fosse sempre superiore alla realtà concreta. Perciò la Carta può
essere cambiata, con una controindicazione però: che difenderla non
significa sostenere qualsiasi provvedimento che accresca il controllo
sul giudice. Il caso della separazione delle carriere dimostra che, pur
sotto la bandiera della Carta, alcune manovre rischiano di subordinare
il giudice al politico. Su questo, il No resta l’unico approccio
coerente con la libertà e la fallibilità dei poteri.
Insomma per dirla con un illustre costituzionalista, Tonino
Carotone, la fallibilità è “ Mondo difficile, vita intensa, felicità a
momenti”, non ci sono risposte definitive. Bisogna avere pazienza e
nutrire sempre diffidenza verso il potere, che è fallibile come tutti
gli altri esseri umani.
Per contro, l’altra visione – la seconda – è radicalmente diversa.
Ed è una visione antica, che ritorna ogni volta che il potere pretende
di coincidere con la verità. È la visione che si ritrova, con modalità
diverse, in Adolf Hitler, in Donald Trump, e oggi, in forma più
istituzionalmente composta ma concettualmente analoga, in Giorgia Meloni
e altri leader celebranti il “dio, patria e famiglia”,
dimenticavamo: con la maiuscola: “Dio, Patria e Famiglia”.
In questa prospettiva il governo incarna il popolo. E poiché il
popolo è sovrano, il governo non può sbagliare. Se viene fermato, non è
perché ha violato una regola, ma perché qualcuno lo sabota. Il giudice
che applica il diritto diventa un nemico. Il limite diventa un abuso. Il
controllo diventa un attentato.
Il parallelo storico è illuminante. Nel XIX secolo Pio IX proclamò il
dogma dell’infallibilità papale: il Papa non poteva sbagliare perché
parlava come vicario di Dio. Oggi l’infallibilità non discende più dal
cielo, ma dal “popolo sovrano”.
Un’ entità mitizzata, emotiva, plebiscitaria, con la bava alla bocca
che legge “Libero”, “La Verità”, “il Giornale”, “Il Tempo”, pende dalle
labbra del Tg1, Tg2, e così via, che frequenta i social identitari per
non dire parafascisti e fascisti, eccetera, eccetera.
Un’entità vociante affiancata, e favorita, dalla massa di
indifferenti per i quali, come si sente spesso ripetere, ” destra
centro, sinistra pari sono”, “per me non cambia nulla”, “io non sono
razzista, però…”.
Nell’insieme (attivo e passivo) una volontà evocata
comunque come fonte di legittimazione assoluta. Cambia la teologia, non
la struttura. Sempre di infallibilità si tratta.
È questo lo scontro reale che il caso dell’algerino porta alla luce. Non
uno scontro sull’immigrazione, ma uno scontro sull’idea stessa di
limite. Da una parte l’antropologia della fallibilità, che accetta
l’errore come prezzo della libertà. Dall’altra l’antropologia
dell’infallibilità, che non tollera freni perché considera il potere
come espressione diretta di una volontà superiore.
In questo quadro, accusare la magistratura di politicizzazione perché
applica il diritto contro lo Stato non è un errore concettuale: è una
strategia coerente. Degna di Hitler. Serve a preparare il terreno a un
controllo del potere giudiziario, a una sua normalizzazione, a una sua
subordinazione. Perché ciò che davvero intralcia non è il singolo
giudice, ma l’idea che qualcuno possa dire no.
Se oggi in Italia resta un luogo in cui l’individuo viene ancora difeso
contro il potere, anche quando è scomodo, quel luogo è la giurisdizione.
Non è eroismo. È funzione costituzionale. Chiamarla politicizzazione
significa aver già scelto da che parte stare: non da quella del diritto,
ma da quella dell’infallibilità del potere.
E questa, nella storia italiana, europea, addirittura mondiale, non è una buona notizia.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.adnkronos.com/cronaca/migrante-espulsione-risarcimento-viminale-sentenza_1htKKcapWkdHmKp7kwYqGs .
(**) Qui: https://www.facebook.com/giorgiameloni.paginaufficiale?ref=embed_page .