mercoledì 26 agosto 2026

Che vogliono i popoli?

 


Siamo davanti a una domanda che è insorta tardi nella storia. Diciamo che è un portato della modernità. Di qui, prima l’Illuminismo, pedagogicamente più guardingo, poi il Romanticismo, con la sua metafisica dei popoli: il popolo, da oggetto della storia, si è trasformato in soggetto.

Il XX secolo ha visto cristallizzarsi la metafisica romantica in due grandi sottospecie: la dottrina razziale, fondata sulla disuguaglianza, e il socialismo, nelle sue diverse diramazioni, fondato sull’uguaglianza sociale e sulla trasformazione delle masse in soggetto della storia.

Il popolo è stato così messo al centro della storia. Di qui l’enfatizzazione del concetto di rivoluzione come fenomeno di popolo. Si noti che perfino nazisti e fascisti descrivevano i loro movimenti come nazional-popolari, dunque rivoluzionari: una concezione della mobilitazione popolare che, per vie assai diverse e con finalità opposte, non fu estranea neppure alla riflessione di Gramsci.

L’unica grande tradizione moderna che ha mantenuto una diffidenza sistematica verso la sacralizzazione politica del popolo resta il liberalismo. E forse proprio per questa ragione – per essere stato poco “popolare” – è stato progressivamente emarginato.

Oggi i liberali, che mettevano e mettono in guardia contro i pericoli della “tirannia della maggioranza”, sono giudicati nemici del popolo e amici, come spesso si legge, del “capitalismo selvaggio”. Schumpeter parlava invece di “distruzione creatrice”: il capitalismo come forza capace di dissolvere continuamente vecchi equilibri e di crearne di nuovi. Un ruolo che lo stesso Marx, sia pure in termini completamente diversi, riconosceva alla borghesia nei riguardi dell’ordine sociale tradizionale.

Se al tempo della Rivoluzione industriale ci fossero state le regole di oggi, forse saremmo ancora qui a discutere di clima, scacchi e limiti dello sviluppo: “Splendida primavera, Lord Bradbury… Certo, giudice Salinger. Ora vedrà che splendida mossa”.

Oggi tutti i movimenti politici si dicono amici del popolo. E il popolo che pensa?

Il popolo continua a comportarsi, per certi aspetti, come nel passato premoderno: sembra non voler comandare né ubbidire. Però vuole qualcosa, non si sa bene che cosa, e lo pretende.

La politica si è tramutata in una specie di rincorsa a presentarsi – pensiamo ai politici – come “amici del popolo”. Una spirale demagogica, già individuata e funzionante nel mondo greco, diviso per tutta la sua storia in due grandi fazioni, popolare e oligarchica.

Una vecchia ferita che sembra oggi riaprirsi quando si evocano fantasmagoriche fratture tra popolo ed élites. Cioè quando si dà per scontato che il motore della storia sia il popolo, e non le élites, come hanno invece mostrato, con argomenti diversi, Mosca, Pareto e Michels.

Come accennato, il presente rifiuto del liberalismo rinvia, si dice, alla sua natura elitaria. Il che, in parte, è vero, fermo restando che esistono élites capaci ed élites incapaci. E l’élite liberale, prima di trasformarsi nel braccio ideologico del welfare state, ha dato prova di essere capacissima.

Si badi bene: la storia non ha visto un pugno di liberali costruire a tavolino la società liberale. Si può dire, anzi, che la pratica abbia preceduto l’ideologia. Locke non si definiva liberale, come del resto Montesquieu e Smith. E si potrebbe andare avanti almeno fino al tardo XIX secolo.

Pertanto, se neppure i liberali sapevano di essere tali, figurarsi il popolo, di solito propenso ad accettare l’opinione dell’ultimo che ha parlato.

Ed è qui che il discorso torna all’oggi.

Prendiamo una questione apparentemente banale come l’aumento della benzina. Sale il prezzo e immediatamente parte la gara politica a interpretare il malcontento: il governo deve intervenire, lo Stato deve proteggere, qualcuno deve pagare, qualcuno deve restituire al popolo ciò che il mercato gli avrebbe tolto.

Ma chi ha chiesto tutto questo? Il popolo?

In realtà non lo sappiamo. Sappiamo però che qualcuno, nelle élites politiche, si incarica immediatamente di parlare a suo nome.

Ed è qui che si manifesta una delle forme contemporanee della demagogia: non più soltanto promettere al popolo ciò che vuole, ma decidere preventivamente che cosa il popolo vuole e poi offrirglielo come risposta politica.

Il popolo diventa così, nello stesso tempo, il destinatario e il pretesto della demagogia.

Il populismo non inventa il popolo. Inventa la sua rappresentazione politica. E quanto più la politica si proclama “popolare”, tanto più diventa difficile capire che cosa il popolo pensi davvero.

Forse la domanda iniziale resta dunque la più difficile: che vogliono i popoli?

Una cosa, forse, la sappiamo. Non necessariamente vogliono governare. Non necessariamente vogliono comandare. E nemmeno, probabilmente, vogliono essere governati meno.

Vogliono. E basta. Il problema comincia – ripetiamo – quando qualcuno si presenta a nome del popolo e pretende di sapere che cosa vuole.

Carlo Gambescia

martedì 25 agosto 2026

Difterite e migranti: la nuova caccia alle streghe

 

C’è un giornalismo che racconta ciò che accade. E ce n’è un altro che, prima ancora di raccontarlo, decide che cosa il lettore deve temere.

È il giornalismo allarmistico. Non è detto che inventi le notizie. Il meccanismo è più sottile: seleziona, enfatizza, semplifica, collega e infine drammatizza. La notizia resta vera, almeno in parte. Ma il suo significato viene alterato dal modo in cui viene confezionata.

La prima pagina della “Verità” che accompagna queste riflessioni offre un esempio quasi didattico. Il titolo principale proclama: “La difterite l’hanno portata i migranti”. Sopra, però, il sottotitolo parla di un dato assai più circoscritto: prima del 2022, in Europa, si registravano pochi casi; successivamente le infezioni sono aumentate e gli studi epidemiologici hanno evidenziato che molti contagi potrebbero essere avvenuti lungo le rotte migratorie.

Ma la stessa documentazione scientifica mostra un quadro più complesso, nel quale entrano anche la circolazione del batterio nei Paesi d’origine, il livello di vaccinazione e le condizioni di sovraffollamento incontrate durante il viaggio e nei centri di accoglienza (*).

Notate la trasformazione: da una spiegazione epidemiologica articolata si passa a “l’hanno portata”. Da una formulazione prudente, che prende in considerazione una possibile dinamica di trasmissione, si passa a una responsabilità formulata come certezza. Da un fenomeno epidemiologico, neutralmente affettivo, si passa a un soggetto collettivo ad alto rischio affettivo: i migranti.

È qui che comincia il giornalismo allarmistico. Non quando si dà una notizia sgradita, ma quando si costruisce, attraverso il titolo e la selezione delle informazioni, una relazione immediata fra paura, colpa e nemico. Il lettore non viene più invitato a capire. Viene invitato a reagire.

E il fenomeno non riguarda soltanto la "Verità", né soltanto una parte politica. Cambiano i nemici, cambiano le parole d’ordine, cambiano le sensibilità ideologiche, ma il meccanismo può essere sorprendentemente simile. Il giornalismo militante tende a trasformare la complessità in una storia moralmente semplice: qualcuno è colpevole, qualcuno è vittima, qualcuno deve essere accusato.

Il problema è che la realtà sociale non funziona così. La società moderna è fatta di cause multiple, effetti indiretti, probabilità, responsabilità distribuite, fenomeni che si sovrappongono. Il buon giornalismo dovrebbe proprio fare questo: rallentare la nostra reazione istintiva, introdurre distinzioni, verificare i nessi causali, mettere le informazioni in ordine.

 

Il cattivo giornalismo fa esattamente il contrario: prende un fenomeno complesso e lo riduce a una formula. Poi trasforma la formula in titolo. E infine trasforma il titolo in indignazione.

La prima pagina della "Verità" mostra bene anche un secondo elemento: la continuità dell’allarme. Migranti, malattie, guerre, magistratura, televisione, woke, terremoti, sicurezza. Ogni giorno deve esserci qualcosa che minaccia qualcuno. Il giornale diventa così una sorta di sirena permanente. E una sirena che suona in continuazione finisce per produrre un effetto paradossale: non informa più sul pericolo, costruisce una condizione permanente di pericolo.

È quella che potremmo chiamare la politica dell’allarme. O anche “democrazia emotiva”. Il lettore viene educato a pensare che dietro ogni fatto ci sia un’aggressione, dietro ogni fenomeno un responsabile, dietro ogni responsabilità un nemico. Il mondo non è più un insieme di problemi da comprendere, ma una successione di emergenze da fronteggiare.

È la logica della caccia alle streghe trasferita nel sistema dell’informazione. La caccia alle streghe, naturalmente, non richiede più streghe. Richiede soltanto un meccanismo attraverso il quale un gruppo venga identificato come causa del male e, soprattutto, venga trasformato in un oggetto permanente di sospetto.

 

Che fare, allora? L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero e quella di stampa. E questa libertà deve valere anche per il giornalismo che non ci piace, che consideriamo fazioso o perfino irresponsabile. Il problema va dunque affrontato anzitutto sul terreno professionale, culturale e politico, non attraverso una nuova fattispecie penale buona per mettere a tacere il giornale di turno.

Perché oggi potrebbe essere la "Verità". Domani potrebbe essere un giornale progressista. Dopodomani un sito populista, una televisione, un influencer. Il principio liberale deve essere più importante del bersaglio contingente.

Il vero antidoto, insomma, non è uno Stato che decide quali titoli siano leciti. È un sistema dell’informazione nel quale il lettore impari a riconoscere la differenza fra una notizia e la sua messa in scena.

Il problema è che questo antidoto richiede tempo, mentre l’allarme è velocissimo. Un titolo come “La difterite l’hanno portata i migranti” richiede due secondi per essere letto e produce immediatamente un’emozione. Spiegare invece che cosa significhino i dati epidemiologici, distinguere fra origine dell’infezione, luogo della trasmissione e responsabilità collettiva, valutare le modalità di contagio e i limiti degli studi richiede molto più tempo.

Ma c’è di più. Il titolo non è soltanto la confezione della notizia: può diventare la notizia stessa. Una parte crescente dell’informazione viene consumata attraverso titoli, notifiche, post e frammenti condivisi sui social. Il lettore può reagire a una formulazione senza avere mai letto l’articolo che dovrebbe sostenerla.

In questo modo la mediazione giornalistica rischia di trasformarsi in una macchina per produrre reazioni prima ancora che conoscenza. Una spia che si accende in continuazione.

Ed è qui che il problema diventa politico, nel senso più ampio del termine. Una democrazia liberale ha bisogno di cittadini capaci di discutere fatti controversi senza trasformare ogni controversia in un conflitto fra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, amici e nemici. Ha bisogno di informazione, ma anche di tempo, distinzione e proporzione.

 

Purtroppo il giornalismo contemporaneo, stretto tra social network e algoritmi, sembra sottoposto a una tentazione potentissima: sostituire la comprensione con la reazione.

Ed è forse questa, oggi, la forma più moderna della caccia alle streghe: non inventare necessariamente il pericolo, ma prendere un pericolo reale, semplificarlo, attribuirgli un volto e consegnarlo al pubblico già trasformato in un nemico.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2311981 . 

lunedì 24 agosto 2026

Meloni. Il potere e il passato

 

Giorgia Meloni ha ormai imparato a parlare da presidente del Consiglio. Il problema è capire se abbia imparato anche a pensare fino in fondo da presidente del Consiglio. L’intervista concessa al “New York Times” di Roger Cohen, al netto dell’impostazione dell’intervistatore, offre qualche elemento per dubitarne.

Non perché Meloni si sia improvvisamente scoperta fascista. Il problema è più sottile e, proprio per questo, più interessante: la Meloni di governo appare assai più moderata della Meloni militante, della Meloni “di lotta”, per usare una distinzione che richiama l’antica formula comunista del “partito di lotta e di governo”. Ma questo non significa che sia altrettanto lontana dalla cultura politica, dalla memoria e, soprattutto, dal temperamento che hanno formato la giovane dirigente della destra post-missina.

È lei stessa, del resto, a rivendicare questa continuità. Dice di essere diventata la persona che è grazie agli anni della militanza giovanile e racconta di avere imparato a difendere le proprie idee proprio a Colle Oppio, nell’ambiente della destra post-missina. Non presenta quella stagione come un errore giovanile da archiviare, ma come una parte costitutiva della propria biografia. E qui cominciano le ambiguità.

Alla domanda sul fascismo, Meloni non sceglie la strada più semplice e più netta. Non dice che fu una dittatura da condannare senza appello. Parla di un periodo “particolarmente complesso” e aggiunge che, se ci fossimo trovati dentro quella storia, probabilmente l’avremmo vista diversamente.

 


È una risposta che dice molto. La storia può certamente essere contestualizzata. Ma contestualizzare non significa sospendere il giudizio. E soprattutto un capo di governo della Repubblica italiana potrebbe tranquillamente distinguere fra la comprensione storica di un fenomeno e il suo giudizio politico. Meloni, invece, rimane ancora una volta in mezzo al guado.

Per capirsi: un conto è lo studio storico del fascismo, che Renzo De Felice contribuì a sottrarre alla caricatura ideologica; altro conto è l’uso politico di De Felice come se la complessità storica dovesse tradursi in una sorta di assoluzione, quasi con formula piena.


 

Lo stesso accade quando Cohen le ricorda Giorgio Almirante. Meloni non prende le distanze dalla figura del fondatore del Movimento Sociale Italiano e autore, in gioventù, di scritti razzisti e antisemiti. Preferisce ricordarne la capacità di combattere “con dignità” una battaglia partendo da una posizione marginale. Nulla di tutto questo basta per trasformare Meloni in una fascista. Ma basta per porre una domanda: quanto è davvero compiuta la rottura della destra meloniana con la propria genealogia politica?

Il punto, però, è che la genealogia non spiega tutto. C’è anche qualcosa, come accennavamo, di più personale, nel senso politico del termine: un temperamento autoritario che sembra accompagnare Meloni da molto prima che arrivasse a Palazzo Chigi.

Non usiamo il termine “autoritario” come diagnosi psicologica, né come sinonimo di fascista. Mi riferisco a una disposizione politica che emerge dal carattere, dalla formazione e dall’educazione militante: una forte inclinazione alla verticalità, alla disciplina, alla contrapposizione fra chi appartiene e chi sta fuori, fra chi difende la comunità e chi la minaccia, fra chi combatte e chi, implicitamente, non combatte abbastanza.

È un tratto che non scompare semplicemente perché si indossa il tailleur istituzionale. Può essere disciplinato, moderato, persino messo al servizio delle istituzioni. Ma resta riconoscibile. E in Meloni lo si ritrova nella tendenza a personalizzare lo scontro politico, nell’insistenza sulla forza dell’autorità, nella rappresentazione della politica come campo di battaglia e nella frequente contrapposizione fra una “gente” autentica e gli avversari, gli apparati, i poteri che quella gente pretenderebbe di rappresentare o condizionare. La sinistra è delegittimata in modo sistematico. Non è un avversario: è il nemico, anzi un mucchio di rovine fumanti sulle quali spargere il sale del sarcasmo.

 

Semplificando molto, Giorgia Meloni non sembra liberale neppure nel temperamento. Anche alcuni episodi della sua biografia personale sembrano rimandare a una concezione molto netta della responsabilità e della colpa. A tredici anni, secondo quanto ha raccontato lei stessa, decise di non vedere più suo padre. Non è naturalmente questo a fare di lei una persona “non liberale”. Ma, se essere liberali significa anche riconoscere il principio della seconda chance, della possibilità di ricominciare dopo l’errore, è difficile non vedere, almeno sul piano simbolico, una certa distanza da quella sensibilità. Chi sbaglia paga. Tolleranza zero. Punto.

Qui sta forse la parte meno rassicurante della sua trasformazione. Meloni ha imparato a governare meglio di quanto abbia imparato a liberarsi completamente di una certa idea della politica. Ha certamente cambiato molte cose. La giovane che nel 2014 parlava di uscita dall’euro oggi difende la disciplina fiscale europea. La leader che guardava con diffidenza alle istituzioni europee ha utilizzato i fondi europei e si è mossa dentro l’architettura comunitaria. La presidente del Consiglio sostiene l’Ucraina e ribadisce l’importanza dell’unità dell’Occidente.

 

E perfino con Donald Trump, che pure considera un interlocutore naturale su immigrazione e cultura woke, Meloni rivendica di non decidere la politica italiana sulla base dei rapporti personali. L’unità dell’Occidente, dice, rimane per lei un valore fondamentale. Qui c’è una Meloni istituzionale. Ed è giusto riconoscerlo.

Ma c’è anche l’altra Meloni. Quella dell’“orgoglio” nazionale, dell’Italia che non deve essere “sottomessa”, che deve smettere di essere la “ruota di scorta” di Francia e Germania e tornare a sedersi al tavolo di quelli che decidono. Quella che preferisce parlare di “nazione” anziché di Repubblica. Anche qui, nulla di scandaloso in sé. L’orgoglio nazionale non è fascismo. Il patriottismo non è fascismo. La difesa dei confini non è fascismo. Persino il conservatorismo nazionale, in una democrazia liberale, è perfettamente legittimo.

Però una cosa è il patriottismo civile di una Repubblica di cittadini; altra cosa è l’idea della nazione come comunità identitaria, costruita attorno a una tradizione, a un’appartenenza e a una memoria selezionata. E una cosa è l’autorità dello Stato liberale, sottoposta alla legge e ai contrappesi istituzionali; altra cosa è una concezione della politica nella quale l’autorità tende a diventare un valore in sé, perché chi governa si presenta come interprete diretto della volontà di una comunità nazionale.

È qui che la Meloni istituzionale, o di governo, e la Meloni di lotta entrano maggiormente in tensione. La prima deve rispettare regole, procedure, alleanze e contrappesi. La seconda è cresciuta in una cultura politica nella quale il conflitto, la militanza, la fedeltà, l’identità e la gerarchia hanno avuto un peso non secondario. La distanza dal fascismo storico è netta. La distanza da una certa concezione autoritaria della politica, alimentata anche da una precisa formazione caratteriale e militante, appare invece meno netta.

Lo si vede anche sull’immigrazione. Da una parte la retorica dei confini, dell’emergenza e della difesa dell’identità; dall’altra la necessità concreta di programmare ogni anno l’ingresso di decine e decine di migliaia di lavoratori stranieri, perché l’economia italiana ne ha bisogno. Meloni sa perfettamente che l’Italia non può fare a meno dell’immigrazione. Ma continua a presentarla soprattutto come una questione identitaria e politica. È la sua capacità di tenere insieme cose diverse: pragmatismo amministrativo e nazionalismo identitario, europeismo e sovranismo, atlantismo e simpatia per Trump, modernizzazione istituzionale e memoria post-missina.

Il problema, dunque, non è il fascismo nascosto dietro l’angolo. Pericolo che comunque non va ignorato. È qualcosa di più contemporaneo e, per certi aspetti, più difficile da riconoscere: la possibilità che una cultura politica fortemente identitaria e un temperamento incline all’autorità riescano a convivere perfettamente con il linguaggio, le procedure e le alleanze della democrazia liberale.


 

E allora la questione della fiducia va rovesciata. Non dobbiamo chiederci se possiamo “fidarci” della Meloni. In una democrazia non ci si fida dei politici come ci si fida di un amico. Li si giudica, li si controlla, li si critica e, quando necessario, li si manda a casa. Soprattutto, li si giudica non soltanto sulla base dei risultati concreti, ma anche sulla concezione del potere che emerge dalle loro parole e dai loro comportamenti.

Qui, però, c’è un problema che riguarda non soltanto Meloni, ma gli italiani. Gli italiani vogliono stabilità. Nella lunga storia italiana, soprattutto nei momenti di crisi e di disordine, il bisogno di sicurezza e di stabilità ha spesso prevalso sull’aspirazione alla libertà politica. Ovviamente, tra la sottomissione al Longobardo, per quieto vivere, e il rifiuto dell’Italia liberale, che faticosamente stava cambiando gli italiani, c’è un abisso. Mussolini non fu certo un nuovo Rotari. Ma, per una parte degli italiani, rappresentò ciò che Rotari può simboleggiare nella memoria semplificata della storia: l’ordine dopo il disordine.

Meloni è al governo da quasi quattro anni e può rivendicare una stabilità che, nella storia repubblicana, non è affatto ordinaria. E forse proprio per questo una parte consistente dell’opinione pubblica non vuole più sentir parlare di fascismo e antifascismo. Pure questioni di storia longobarda…

Ma è giusto che sia così?

È comprensibile che l’elettore comune sia più interessato allo stipendio, alle bollette, alla sicurezza, agli ospedali e alla stabilità del governo che alle genealogie ideologiche della destra italiana. La politica deve occuparsi della vita presente, non soltanto dei fantasmi del passato. Rotari e Mussolini pari sono… Ma una democrazia non vive soltanto di crescita economica e stabilità governativa. Vive anche di memoria, istituzioni e limiti al potere.

Ecco perché il problema è capire se la destra italiana abbia davvero compiuto quella maturazione culturale che la trasformazione istituzionale sembra suggerire. E qui, francamente, l’intervista al “New York Times” lascia più dubbi di quanti ne risolva. Al massimo, contando anche gli anni del MSI in Parlamento, si può parlare di una lunga cultura politica dell’integrazione passiva: la democrazia liberale accettata come mezzo, più che come fine.

La Meloni governante è cambiata. La Meloni di lotta non è scomparsa. E non è neppure necessario che scompaia: nessuno può pretendere che un politico rinunci alla propria biografia. Ma una cosa è conservare la memoria di ciò che si è stati; altra cosa è conservare, insieme a quella memoria, una certa idea della politica, dell’autorità e della comunità nazionale.

È su questo terreno che Meloni deve ancora dimostrare fino in fondo di essere diventata una liberale di governo. Non perché debba rinnegare il proprio passato. 

 

Ma perché governare una Repubblica liberale significa accettare che l’autorità politica non è mai un valore assoluto, che la nazione non viene  prima dei cittadini e che chi governa non è il proprietario della comunità che pretende di rappresentare.

La vera rottura con il passato, insomma, non si misura soltanto nelle alleanze internazionali, nei rapporti con Bruxelles o nella prudenza dei conti pubblici. Si misura soprattutto nel rapporto con il potere.

Ed è proprio lì che la Meloni di oggi, nonostante tutto il cammino percorso, lascia numerosi e gravi interrogativi aperti.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui:
https://www.facebook.com/scioperodelledonne/photos/-meloni-lintervista-integrale-sul-new-york-times-di-roger-cohennew-york-times-21/1502364381930488/(tradotta);
 

https://www.nytimes.com/2026/08/21/world/europe/italy-giorgia-meloni-interview-profile.html?eafs_enabled=false (in lingua originale)

domenica 23 agosto 2026

Extraprofitti. Quando il profitto diventa una colpa

 

La notizia sembra quasi costruita per suscitare un riflesso pavloviano: sei Paesi dell’Unione europea, Italia compresa, chiedono un quadro europeo per tassare gli “extraprofitti” delle compagnie petrolifere, i cui guadagni sarebbero aumentati vertiginosamente a causa della guerra in Medio Oriente (*).

La proposta arriva da Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna. Dunque non da un fronte politico omogeneo. Ci sono governi di centrodestra, governi di coalizione e governi di centrosinistra.Ma il dato politicamente interessante è che il centrodestra europeo, Italia compresa, non appare affatto estraneo alla cultura dell’extraprofittismo fiscale. Anzi.

Del resto, la cosiddetta “destra liberista” contiene una contraddizione storica che meriterebbe di essere presa sul serio: la tradizione conservatrice della destra nasce dalla difesa dell’ordine, dell’autorità, della comunità e della tradizione; il liberalismo economico, invece, dalla valorizzazione dell’individuo, del mercato e della libera concorrenza. Possono certamente incontrarsi, e nella storia si sono incontrati. E si stanno incontrando, magari a fatica, come nel caso di Milei in Argentina, ma non sono la stessa cosa. E quando le destre arrivano al governo tendono spesso a privilegiare protezione, interesse nazionale, intervento pubblico e redistribuzione rispetto alla libertà economica. La “retorica” del mercato, insomma, può sopravvivere; la “cultura” del mercato, molto meno.

Il “liberismo selvaggio” è, prima ancora che una categoria economica, una formula polemica della pubblicistica antiliberale, largamente utilizzata da “Le Monde diplomatique”. Senza pretendere di risalire alle battaglie ottocentesche di Robert Peel e Richard Cobden contro le Corn Laws e per il libero commercio, basta ricordare che il mercato, già allora, si affermava contro la protezione degli interessi costituiti. È una lezione che, a quanto pare, la destra contemporanea tende spesso a dimenticare.

Del resto Reagan e Thatcher furono certamente conservatori sul piano politico e culturale, ma introdussero nella destra una forte discontinuità sul terreno economico. La cultura del mercato che sostenevano era, infatti, in tensione con molte delle tradizionali diffidenze conservatrici verso l’individualismo economico, il grande capitale e la mobilità sociale prodotta dalla concorrenza. Il mercato, per sua natura, non conserva: seleziona, trasforma, mette in discussione gerarchie e rendite. In questo senso è “progressivo”, non perché sia progressista in senso politico, ma perché è una forza di cambiamento. E a riconsocerlo furono proprio Marx-Engels nel Manifesto.

Qui sta il problema. La destra può certamente governare un’economia di mercato. Ma quando pretende di essere liberista, dovrebbe prima fare i conti con questa contraddizione: il mercato non è conservatore. E, soprattutto, non è uno strumento al servizio della conservazione.

In sintesi, prima che liberisti, si deve essere liberali, nel senso di scorgere nel mercato una forza oggettiva di cambiamento.

Insomma, un extraprofitto non è necessariamente un profitto illecito. È, innanzitutto, un profitto che supera un determinato livello considerato “normale” o “equo”. Ma chi stabilisce quale sia il profitto normale? E soprattutto: sulla base di quale criterio economico?

Se il prezzo internazionale del petrolio aumenta per effetto di una guerra, le imprese che possiedono o commerciano petrolio possono evidentemente guadagnare di più. Ma questo, di per sé, non dimostra alcuna speculazione. Il prezzo è anche il risultato della scarsità, del rischio, delle aspettative e delle condizioni internazionali del mercato. È, in fondo, il meccanismo elementare del capitalismo.

Quando aumenta la domanda o diminuisce l’offerta, i prezzi salgono. E quando salgono i prezzi, qualcuno guadagna. Naturalmente qualcuno perde. È proprio questa la funzione del sistema dei prezzi: trasmettere informazioni sulla scarsità delle risorse e orientare investimenti e consumi.

Se invece ogni aumento straordinario dei profitti viene considerato una colpa da correggere fiscalmente, si introduce un principio assai curioso: il rischio rimane privato, mentre il profitto straordinario diventa pubblico.

Quando un investimento va male, l’impresa paga. Quando va bene oltre le aspettative, arriva lo Stato a reclamare una parte del risultato perché considerato eccessivo.

Non è esattamente un incentivo irresistibile a investire.Soprattutto in un settore come quello energetico, nel quale gli investimenti richiedono capitali enormi, tempi lunghi e sono esposti a rischi geopolitici, tecnologici e normativi. Se l’imprenditore sa che le perdite saranno integralmente sue, mentre i guadagni giudicati “eccessivi” potranno essere colpiti da una tassazione straordinaria, il calcolo economico cambia. E cambia anche il rapporto con il rischio.

 

Naturalmente, questo non significa che qualsiasi profitto debba essere considerato intoccabile. Il mercato non è una religione e l’impresa non è moralmente innocente per definizione. Come detto, se esistono cartelli, monopoli, abuso di posizione dominante o manipolazioni dei prezzi, lo Stato deve intervenire. Ma deve intervenire contro il comportamento anticoncorrenziale, non contro il profitto in quanto tale.

È una differenza decisiva.


Perché altrimenti si finisce per trasformare una categoria economica in una categoria morale: profitto normale, il bene; profitto troppo alto, il male.

Ma “troppo” rispetto a che cosa? È questo il punto che spesso scompare nel dibattito politico.

E c’è una seconda contraddizione. Gli stessi governi europei chiedono alle imprese energetiche investimenti, sicurezza degli approvvigionamenti, innovazione e capacità di affrontare una transizione energetica costosissima. Poi, quando le condizioni del mercato producono profitti superiori alle attese quei medesimi profitti vengono trattati come una sorta di bottino da recuperare attraverso la fiscalità.

È difficile non vedere una certa schizofrenia.

Ma la questione è ancora più interessante se guardiamo alla politica. Per anni una parte consistente della destra europea ha rimproverato alla sinistra la diffidenza verso il mercato, l’impresa e il profitto. Poi, una volta arrivata al governo, scopre la comodità politica della redistribuzione fiscale. L’extraprofitto diventa così una parola magica: non occorre più spiegare perché si vuole tassare. Basta definirlo “extraprofitto”. E il gioco è fatto. Il termine contiene già il giudizio morale.

E’ un meccanismo tipicamente populista: prima si individua qualcuno che guadagna “troppo”, poi si trasforma quel guadagno in una colpa, infine si propone allo Stato di intervenire per ristabilire una non meglio precisata “giustizia”. E non è un meccanismo ignoto alle ideologie totalitarie del Novecento: fascismo, nazismo e comunismo hanno, in forme profondamente diverse, subordinato l’attività economica e il profitto a un superiore interesse politico, nazionale o collettivo.
Ma il capitalismo non conosce una misura naturale del profitto. Conosce profitti e perdite, rischio e rendimento, domanda e offerta, concorrenza e investimento.

Il resto, come si è detto, è politica.

E forse è proprio questo il punto che una parte della destra europea non ha ancora capito. Si può essere conservatori, nazionalisti, sovranisti, securitari, persino populisti. Ma tutto questo non significa possedere una cultura economica capitalistica. Anzi, talvolta accade esattamente il contrario.

La tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, dunque, non è soltanto una questione fiscale. È un piccolo, significativo test culturale.

Quando il profitto diventa una colpa, il problema non è più quanto tassarlo. È capire quanto sia ancora capitalista la cultura economica di chi lo vuole tassare.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/08/22/sei-paesi-ue-chiedono-tassa-su-extraprofitti-compagnie-petrolifere-anche-litalia_19935ede-e715-4432-8561-90de00e522c3.html .

sabato 22 agosto 2026

Woke. L’insostenibile pesantezza delle parole

 

Giuseppe Conte non ha detto nulla di particolarmente originale. Il suo rifiuto del woke rinvia a un conflitto antico, che ha accompagnato la storia della sinistra, e non solo in Italia: quello tra sogni e bisogni.

Per capirsi: da una parte la sinistra dura, di classe, attenta al lavoro, ai salari, alla redistribuzione; dall’altra una sinistra più borghese, concentrata sui diritti civili, sulle identità, sul riconoscimento delle differenze. Conte oggi strizza l’occhio alla prima, ridimensionando fortemente la seconda.

Il problema è che il woke, di cui si discute tanto, è soprattutto un’etichetta. All’origine indicava, nell’inglese afroamericano, l’idea di rimanere vigili di fronte alle discriminazioni e alle ingiustizie razziali. L’espressione “stay woke” è attestata almeno dagli anni Trenta del secolo scorso, per poi assumere nel tempo significati più ampi, fino a comprendere le più varie forme di disuguaglianza e di discriminazione.



Oggi, anche per effetto della sua trasformazione in un’etichetta polemica, il termine è diventato un contenitore nel quale può finire di tutto, dal diritto alla pausa caffè al diritto a non essere offesi dalle parole altrui.
Ed è qui che la questione diventa meritevole di approfondimento.

Una parte del woke contemporaneo può essere letta come una trasformazione delle battaglie per i diritti in una domanda di protezione, riconoscimento e tutela da parte dello Stato. Quello che era nato come richiesta di libertà davanti al potere rischia così di trasformarsi in richiesta di protezione attraverso il potere.



In altri termini: il woke, nella sua versione welfarista, finisce per entrare nella logica stessa del welfare state. Più si moltiplicano le categorie da proteggere, le sensibilità da tutelare, le identità da riconoscere e le offese da sanzionare, più si amplia il perimetro dell’intervento pubblico.

E più si amplia il perimetro dello Stato, più l’individualismo di matrice liberale rischia di trasformarsi nel suo contrario: un individualismo dipendente dalla protezione dello Stato.

Ecco allora una possibile formula: meno Stato, meno woke.

Ma attenzione. Non significa meno libertà, meno diritti, meno rispetto per le minoranze. Significa esattamente il contrario: riportare la questione dei diritti dentro la tradizione liberale, dove il compito dello Stato è soprattutto quello di garantire a tutti la stessa libertà davanti alla legge, non quello di trasformarsi nel grande tutore delle differenze individuali.

Conte si rende conto del senso di questo passaggio? Non crediamo.

Perché dietro la sua rivalutazione della sinistra dei bisogni rimane infatti il vecchio riflesso statalista: se l’individuo ha un bisogno, lo Stato deve intervenire; se una categoria è svantaggiata, lo Stato deve proteggerla; se una condizione sociale è considerata ingiusta, lo Stato deve correggerla.

Cambia il linguaggio, ma il principio rimane.

Il vero problema, allora, non è scegliere tra i sogni del woke e i bisogni della sinistra. È capire se l’individuo debba essere libero davanti allo Stato oppure protetto dallo Stato.

 La prima è la tradizione – ripetiamo – del liberalismo. La seconda, comunque la si chiami, è statalismo.


 

E forse il woke avrebbe un senso soltanto se tornasse a essere una battaglia per il diritto, non per una proliferazione indefinita di diritti: per lo Stato di diritto, non per un’espansione indefinita del welfare state.

Perché il diritto, nella tradizione liberale, serve innanzitutto a limitare il potere.
I diritti, quando vengono trasformati in pretese illimitate di protezione, rischiano invece di moltiplicarlo.

E alla fine, dietro l’insostenibile pesantezza di tante parole, resta una domanda molto semplice: quanto Stato vogliamo sopra di noi?

Carlo Gambescia

venerdì 21 agosto 2026

MPS, il patriottismo bancario e il mercato

 

C’è qualcosa di curioso nella nuova partita di Monte dei Paschi di Siena. Per difendersi dall’offerta di Intesa Sanpaolo, MPS non si limita a difendersi: rilancia. Il piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio punta infatti su una doppia operazione, Banco BPM e Banca Generali, per costruire un polo alternativo e preservare l’autonomia del Monte. Il Consiglio di amministrazione ha detto sì, con quattro astensioni. Ora la partita passa agli azionisti.

Nulla di scandaloso, naturalmente. Anzi. È il capitalismo: un’impresa cerca di crescere, un’altra cerca di comprarla, gli azionisti valutano le offerte, i consigli di amministrazione elaborano strategie. Vince chi convince il mercato. O almeno dovrebbe. Perché proprio qui comincia la parte interessante.

Da qualche tempo, infatti, intorno a MPS aleggia una parola apparentemente innocente: italianità. Una parola che in politica piace molto. E che in economia, quando viene usata con troppa disinvoltura, può diventare pericolosa. MPS è una banca italiana. Intesa è una banca italiana. Banco BPM è una banca italiana. Anche Generali è italiana. Dunque, se MPS fosse acquisita da Intesa, l’Italia non verrebbe certo invasa da una potenza straniera. Eppure il problema viene spesso raccontato come se il destino del Monte coincidesse con quello della patria.

Ma una banca quotata non è un monumento nazionale. Non è il Colosseo. Non è il Quirinale. E neppure, per quanto possa dispiacere ai senesi, un bene culturale da tutelare. È un’impresa. E in una società liberale le imprese hanno una proprietà, degli azionisti, dei manager e soprattutto un mercato nel quale devono dimostrare di saper stare in piedi.

Il punto, dunque, non è stabilire se MPS debba restare “indipendente”. La domanda seria è un’altra: indipendente per fare cosa? Perché l’indipendenza di un’impresa non è un valore assoluto. Se un’offerta viene giudicata conveniente dagli azionisti, impedirla in nome di una superiore ragione nazionale significa sottrarre agli stessi proprietari il diritto di decidere del proprio patrimonio.

E qui c’è un altro piccolo paradosso. MPS è stata progressivamente privatizzata ed è ormai pienamente inserita nel mercato internazionale dei capitali, pur conservando lo Stato una partecipazione residua. Il capitale straniero, dunque, non è affatto fuori dalla porta del Monte: è già dentro la banca, attraverso la presenza di investitori istituzionali internazionali nel suo azionariato.

Il vero “straniero”, semmai, compare quando si discute dell’eventuale acquisizione: e anche qui la questione è meno semplice di quanto suggerisca la retorica dell’italianità, perché l’operazione contestata è proposta da Intesa Sanpaolo, cioè da un’altra grande banca italiana. Nel frattempo, nella partita su Banco BPM, MPS dovrebbe confrontarsi con Crédit Agricole, grande gruppo bancario francese e principale azionista di BPM. Lo straniero, insomma, non è un’invasione alle porte: come detto, è già una componente fisiologica del capitalismo bancario europeo.

 

Lo Stato, tuttavia, non è ancora completamente uscito dal capitale e conserva una partecipazione residua. Ma soprattutto conserva strumenti pubblicistici per intervenire sulla sorte della banca: i cosiddetti poteri speciali del Governo (golden power), nei casi e nei limiti previsti dalla legge, consentono al Governo di imporre prescrizioni o, in determinate circostanze, opporsi a operazioni societarie quando siano in gioco interessi essenziali o strategici dello Stato. Non significa che lo Stato possa semplicemente impedire l’ingresso di un “compratore straniero”, nel caso Crédit Agricole: sarebbe una caricatura della norma. Significa però che, anche dopo la privatizzazione, il mercato non è completamente sottratto all’intervento pubblico.

E dunque, quando si parla di “italianità” del Monte, bisognerebbe prima chiarire di quale italianità stiamo parlando: quella della sede legale, del marchio, dei dipendenti, del management oppure quella degli azionisti? Perché nel capitalismo finanziario contemporaneo il capitale non porta il passaporto. E se lo Stato ha scelto di privatizzare MPS, non può poi trasformare la nazionalità della banca in un criterio superiore a quello con cui gli stessi azionisti valutano il proprio investimento.


Naturalmente MPS ha tutto il diritto di proporre un’alternativa. È precisamente ciò che dovrebbe fare un amministratore delegato. Ma allora lasciamo che sia il mercato a giudicare. E qui il discorso diventa più sottile. Perché la questione non è se MPS debba vincere o Intesa debba vincere. La questione è chi debba decidere chi vince. Gli azionisti oppure la politica? Il mercato oppure il “sistema Paese”? La convenienza economica oppure l’italianità elevata a categoria economica?

 Sono domande meno innocenti di quanto possano sembrare.

  

MPS, del resto, viene da una storia che dovrebbe indurre alla prudenza. Per anni il Monte è stato considerato troppo importante per essere lasciato al mercato. Poi è arrivato il dissesto, è arrivato lo Stato, sono arrivati miliardi di denaro pubblico, è arrivato il risanamento e infine la privatizzazione. Ora che il Monte è tornato protagonista del risiko bancario, sarebbe curioso scoprire che la privatizzazione significa soltanto questo: lo Stato ha progressivamente lasciato la proprietà, ma conserva strumenti pubblicistici per condizionare le operazioni che riguardano la banca in nome dell’interesse nazionale. Non è una nazionalizzazione, naturalmente. È qualcosa di più sofisticato: il capitale è privato, ma lo Stato conserva una porta d’ingresso nella partita quando ritiene in gioco un interesse strategico. Sarebbe una privatizzazione alquanto originale.

Il paradosso, allora, è quasi perfetto: si invoca l’“italianità” di MPS proprio mentre si pretende che una società privatizzata si comporti come se fosse ancora un bene pubblico. Ma una banca non diventa nuovamente pubblica perché alla politica piace la sua bandiera.

Non è detto, naturalmente, che l’operazione Lovaglio sia destinata a fallire. Al contrario, potrebbe essere una strategia industriale intelligente. Ma proprio per questo va giudicata per quello che è: una strategia industriale, non una missione patriottica. E sarà una partita tutt’altro che semplice.

Da una parte c’è Banco BPM, dove pesa soprattutto la posizione di Crédit Agricole, primo azionista con il 29,3%. Dall’altra Banca Generali e gli interessi di Generali, che ne controlla il 51,5%. 

Sul tavolo, inoltre, ci sono Delfin, Caltagirone e gli altri grandi azionisti, chiamati a valutare quale delle diverse strategie possa creare più valore. E poi c’è Intesa, che non resterà certamente a guardare: la sua offerta su MPS, originariamente valorizzata in circa 30,6 miliardi di euro. Insomma, altro che tutela dell’italianità di MPS. 

Qui siamo davanti a una partita di mercato che, con il progetto Lovaglio, punta a creare un gruppo bancario e finanziario da circa 70 miliardi di euro, nella quale ciascun soggetto cercherà, legittimamente, di massimizzare il proprio interesse.

Ed è giusto così.

Il problema nasce quando pretendiamo che il mercato funzioni liberamente soltanto finché produce il risultato che ci piace. Se Intesa compra MPS, qualcuno griderà alla perdita dell’autonomia nazionale. Se MPS riuscirà a comprare Banco BPM e Banca Generali, qualcuno parlerà di grande operazione italiana. Ma il liberale dovrebbe diffidare di entrambe le retoriche. Il mercato non ha una patria. Ha regole. E quelle regole devono valere per tutti.

Se l’offerta di Intesa è migliore, MPS deve poter essere acquistata. Se quella di Lovaglio è migliore, MPS deve poter resistere e costruire il proprio polo. Se gli azionisti preferiscono una terza soluzione, dovranno essere liberi di sceglierla. Il resto è politica. E quando la politica comincia a spiegare al mercato quale sarebbe il risultato “giusto”, il mercato, per definizione, comincia a non essere più tanto libero.

È questo il vero punto della vicenda MPS. Non difendere una banca italiana da un’altra banca italiana o straniera che sia.  Ma difendere il mercato dalla tentazione della politica di stabilire, prima ancora che il mercato abbia parlato, chi abbia il diritto di vincere. 

Perché il patriottismo bancario può anche essere una buona bandiera. Ma non è una buona teoria economica.

Carlo Gambescia

giovedì 20 agosto 2026

Da Tersite a Belpietro

 


Quasi tremila anni fa, nell’Iliade, Omero mise in scena Tersite. È una figura sorprendentemente moderna. Tersite non è un filosofo e neppure semplicemente uno stupido. Qualcosa da dire ce l’ha. Accusa Agamennone di avidità, di accumulare privilegi mentre gli Achei combattono e muoiono, e invita i guerrieri a tornarsene a casa (Iliade, Libro II, vv.198-297)

Il problema è come lo dice. Tersite insulta, provoca, esagera. Le sue parole sono disordinate e Omero sottolinea che parla per suscitare il riso degli Achei. Non costruisce un’argomentazione: costruisce una scena. Non cerca di convincere: cerca di eccitare l’assemblea.

È difficile non pensare a Tersite leggendo la prima pagina odierna della “Verità”: I soldi per tagliare le accise se li mangiano Zelensky & C.

 

È un titolo perfetto. Non perché sia perfetto giornalisticamente, ma perché è quasi un piccolo manuale di ciò che sta diventando una parte del giornalismo contemporaneo.

La notizia riguarda un’indagine che coinvolge persone vicine allo staff del presidente ucraino. Il titolo compie però immediatamente un salto: dalle responsabilità individuali evocate dall’indagine passa a Zelensky, da Zelensky alla guerra in Ucraina e dalla guerra direttamente alle tasche degli italiani.

Tutto in una riga.

Nessuna distinzione, nessun passaggio intermedio. E soprattutto nessuna domanda. Il lettore non deve capire. Deve indignarsi. Ecco il punto.

Invece il titolo giornalistico dovrebbe essere una porta d’ingresso verso una notizia. Qui diventa invece una conclusione anticipata, confezionata per essere fotografata, rilanciata e consumata sui social.

Il giornalismo dovrebbe fare una cosa che l’ambiente dei social tende a rendere sempre più difficile: distinguere. Un fatto da un’opinione, una responsabilità individuale da una responsabilità politica, un’inchiesta da una sentenza, un sospetto da una prova, una correlazione da una causa.

Dovrebbe restituire al lettore il contesto che il frammento mediatico gli sottrae.

Il giornalismo tersiteo fa il contrario. Prende la complessità, la comprime; prende una vicenda, la personalizza; prende una questione, trova un colpevole; prende un problema, lo trasforma in uno scandalo.

Tersite, in fondo, faceva qualcosa di simile. Non era privo di argomenti. Era privo della disciplina dell’argomentazione.

E questa distinzione è fondamentale. Perché una parte decisiva della civiltà occidentale è nata anche dal tentativo di sottrarre la parola pubblica alla pura forza dell’urlo. Da Socrate a Platone, da Aristotele in poi, la filosofia occidentale ha cercato di sottoporre la parola pubblica alla prova della ragione, del dialogo e dell’argomentazione. Secolo dopo secolo abbiamo costruito l’idea che una società libera abbia bisogno di cittadini capaci di giudicare.

Adesso rischiamo di tornare indietro.Non perché siano tornati gli analfabeti. Ma perché anche persone istruite vengono quotidianamente educate a reagire prima di pensare.

E non è soltanto una responsabilità della destra.

La destra ha certamente coltivato con particolare efficacia il linguaggio del nemico, dell’emergenza, dello scandalo. Ha capito che nella politica contemporanea il titolo conta spesso più dell’argomento.

Ma la sinistra non scherza. Anche una parte della sinistra ha sostituito l’argomentazione con l’indignazione, la discussione con la delegittimazione morale dell’avversario. Cambiano i bersagli, non sempre il metodo. Un esempio recente è il caso Ranucci. Di fronte alle critiche rivolte al conduttore di “Report”, una parte dell’area progressista ha reagito trasformando la critica al giornalista in un attacco al giornalismo d’inchiesta e, per questa via, alla libertà di stampa. È una scorciatoia morale: invece di discutere nel merito ciò che un giornalista fa o dice, si delegittima chi lo critica. Cambiano gli schieramenti, ma il meccanismo è curiosamente lo stesso.

Il problema, dunque, non è soltanto “La Verità”. Quel titolo è un caso di scuola. Il problema è una trasformazione più generale dello spazio pubblico: la tersitizzazione della parola politica e giornalistica.

Il giornalismo che insegue i social rischia di dimenticare ciò che lo distingue dai social: il tempo della verifica, il contesto, la complessità, la possibilità di dire che una cosa è più complicata di come appare.

Perché un articolo che ricostruisce una guerra richiede storia, geopolitica, economia, diritto internazionale. Un titolo come “Se li mangiano Zelensky & C” richiede sette parole. E quelle sette parole sono immediatamente condivisibili.

Il giornalismo non informa più un pubblico: rischia di addestrarlo a reagire.

Tersite aveva un’assemblea davanti a sé. Il Tersite contemporaneo ha l’algoritmo.

Ma c’è una differenza. Nell’Iliade, Tersite viene zittito da Odisseo con un colpo di scettro sulla schiena e cacciato dall’assemblea tra le risate degli Achei. Noi, invece, non lo cacciamo affatto. Ci sguazziamo dentro. Abbiamo trasformato il tersitismo da comportamento da censurare in una tecnica di comunicazione da premiare: più provoca, più semplifica, più indigna, più circola.

E qui sta il paradosso finale. Abbiamo alle spalle quasi tremila anni di filosofia, di diritto, di scienza, di libertà di stampa, di discussione pubblica. Abbiamo costruito la democrazia liberale proprio nel tentativo di sostituire alla forza la parola e alla parola l’argomentazione.

E alla fine siamo riusciti, attraverso uno smartphone, a riscoprire Tersite.

Ciò significa che la storia certamente procede, ma non sempre in avanti.

Carlo Gambescia