Premessa
C’è una tesi che torna periodicamente nel dibattito politico italiano: i ricchi votano a sinistra. Non tutti, naturalmente. Ma abbastanza da autorizzare l’idea che la sinistra contemporanea sia diventata, almeno nelle sue componenti più culturalmente sofisticate, il partito delle élite.
In realtà, si tratta di quella “robaccia” in cui sguazza una certa stampa organica alla destra. La stessa rappresentazione circola, con variazioni nazionali, in gran parte dell’Occidente. Ma è davvero così? O siamo davanti, più semplicemente, a una delle tante semplificazioni del dibattito politico, nelle quali una suggestione finisce per prendere il posto dei dati? Oppure, se si vuole, a una frettolosa razionalizzazione ex post, buona per populisti di diverso colore politico?
Il caso Trinca
Il caso Jasmine Trinca, esploso nei giorni scorsi alla Mostra del cinema di Venezia, offre un’occasione perfetta per discuterne. L’attrice, intervistata da Movieplayer, ha dichiarato: “Io sono contro il capitalismo, per me la produttività è un film horror”. La frase ha fatto discutere anche perché pronunciata mentre indossava una t-shirt Prada dal prezzo indicato in circa 1.100 euro. Ma qui non ci interessa stabilire se la Trinca sia coerente o incoerente, né tantomeno processarla per il guardaroba (1). Ci interessa un’altra cosa: capire se il suo caso confermi davvero la vecchia storia secondo cui i ricchi voterebbero a sinistra.
La risposta, dal punto di vista metapolitico e sociologico, è molto meno scontata.
Anzitutto bisogna mettersi d’accordo sulle parole. Chi sono i “ricchi”? Quelli che hanno un reddito elevato? Quelli che possiedono un grande patrimonio? Gli imprenditori? I professionisti? I dirigenti? Gli artisti di successo? Oppure le persone molto istruite, che magari non sono affatto ricche ma appartengono alle élite culturali?
Il problema non è secondario. È il problema.
Reddito, patrimonio, istruzione e posizione professionale sono variabili differenti. Possono naturalmente sovrapporsi, ma non sono affatto sinonimi. E una parte considerevole della confusione nasce proprio dal loro accorpamento nella generica categoria dei “ricchi”.
Due studi interessanti
La ricerca comparata più importante in materia è quella di Amory Gethin, Clara Martínez-Toledano e Thomas Piketty, pubblicata nel 2022 sul “Quarterly Journal of Economics”: Brahmin Left Versus Merchant Right: Changing Political Cleavages in 21 Western Democracies, 1948–2020. Gli autori hanno costruito un database basato su oltre 300 elezioni in 21 democrazie occidentali, includendo anche l’Italia (2).
Il risultato è tutt’altro che “i ricchi votano a sinistra”.
Lo studio mostra una trasformazione storica molto importante. Negli anni Cinquanta e Sessanta i partiti socialdemocratici, socialisti e affini erano associati soprattutto agli elettori con basso reddito e bassa istruzione. Successivamente la relazione con l’istruzione si è progressivamente rovesciata: negli anni più recenti la sinistra ha conquistato soprattutto gli elettori altamente istruiti. Ma il reddito racconta una storia diversa: gli elettori ad alto reddito continuano, nel complesso, a essere maggiormente orientati verso la destra.
Ecco dunque il punto che spesso sfugge al dibattito pubblico: la sinistra contemporanea ha conquistato una parte consistente delle élite istruite, non necessariamente delle élite economiche.
Per quanto barocca, la distinzione proposta dagli autori tra “Brahmin Left” (Sinistra brahmanica, cioè degli strati altamente istruiti) e “Merchant Right” (Destra mercantile, maggiormente legata agli elettori economicamente agiati) coglie nel segno. Da una parte, gli strati altamente istruiti, sempre più orientati verso la sinistra; dall’altra, gli elettori economicamente più agiati, che continuano in misura significativa a gravitare verso la destra.
L’importanza dell’istruzione
Non è dunque la ricchezza ad aver spostato la sinistra verso l’alto. È soprattutto l’istruzione. E la differenza è enorme.
Un professore universitario, un giornalista, un magistrato, un medico, un artista o un intellettuale possono appartenere a un’élite culturale senza appartenere, almeno nello stesso senso, a un’élite patrimoniale. Al contrario, un imprenditore o un proprietario immobiliare possono possedere un patrimonio molto consistente senza condividere necessariamente i valori politici delle élite culturali.
La sociologia seria, insomma, non dovrebbe mettere tutto nello stesso sacco. È proprio ciò che rischia di accadere, ad esempio, con la teoria del capitale culturale elaborata da Bourdieu.
Un altro studio particolarmente utile è quello di H. Arndt, R. Lukas, Varieties of Affluence: How Political Attitudes of the Rich Are Shaped by Income or Wealth, pubblicato nel 2020 sull’”European Sociological Review” (3). L’analisi, condotta sulla Germania, distingue precisamente tra reddito, patrimonio ed appartenenza all’élite economica.
Il risultato è significativo: il possesso di maggiore ricchezza patrimoniale è associato a orientamenti più a destra; anche il reddito elevato tende verso destra, sebbene con effetti più deboli e più ambivalenti. Gli stessi autori ricordano inoltre che negli Stati Uniti gli individui ad alto reddito possono essere più conservatori sulle questioni economiche e, contemporaneamente, più liberali su alcune questioni sociali.
Anche qui, dunque, altro che “i ricchi votano a sinistra”.
Dunque il quadro è molto più articolato.
Produttività e capitalismo
La frase della Trinca sul capitalismo può essere criticata sul piano economico: confondere capitalismo e produttività è concettualmente piuttosto avventuroso, perché la produttività non è una prerogativa del capitalismo. Un’economia socialista può essere più o meno produttiva di un’economia capitalistica; la produttività riguarda il rapporto tra quantità di beni e servizi prodotti e quantità di input impiegati. Ma questo è un altro discorso.
Sul piano sociologico, invece, la Trinca è interessante proprio perché rappresenta bene una componente dell’élite culturale contemporanea: una persona di grande successo professionale, inserita nel mondo della cultura e dello spettacolo, che esprime una posizione fortemente critica nei confronti del capitalismo.
Questo però non dimostra che “i ricchi votano a sinistra”.
Dimostra, semmai, qualcosa di diverso: che una parte delle élite culturali può essere politicamente progressista.
Ma confondere l’élite culturale con l’élite economica significa commettere un errore di classificazione. E un errore di classificazione, in sociologia, non diventa più vero perché viene ripetuto mille volte sui social. Fermo restando, purtroppo, che una falsità o una mezza verità, ripetuta per milioni di volte, può finire per diventare una verità acquisita.
Anche i ricchi piangono…
Il caso Trinca ci permette di formulare una domanda ancora più interessante: perché una persona economicamente privilegiata può sostenere idee fortemente egualitarie o anticapitalistiche?
La risposta non deve necessariamente essere l’ipocrisia.
Può trattarsi di interessi materiali, certamente. Ma può trattarsi anche di valori, socializzazione, istruzione, ambiente professionale, esperienze biografiche, identificazione con determinati gruppi sociali e, soprattutto, di quella particolare trasformazione delle fratture politiche che la ricerca comparata ha registrato negli ultimi decenni.
È qui che una lettura rigidamente deterministica della classe sociale come matrice del comportamento politico mostra tutti i suoi limiti.
Non esiste una relazione meccanica tra posizione economica e voto.
Se esistesse, il comportamento elettorale sarebbe semplicissimo: basterebbe conoscere il conto corrente di una persona per sapere come voterà. Ma evidentemente non è così.
E questo vale anche per chi sta in basso nella scala sociale. Non tutti i poveri votano a sinistra, così come non tutti i ricchi votano a destra. Gli elettori economicamente svantaggiati possono votare per la sinistra, per la destra, per il populismo, per l’astensione o cambiare voto da un’elezione all’altra. La loro condizione economica costituisce una variabile rilevante, non un destino politico.
Insomma, anche i ricchi, come i poveri, piangono…
La cattiva sociologia elettorale
Il voto è una scelta individuale, anche quando presenta regolarità statistiche.
Ed è proprio qui che bisogna fare attenzione a una delle tentazioni più frequenti della cattiva sociologia elettorale: trasformare una correlazione di gruppo in una legge sul comportamento del singolo individuo.
Dire che, in una determinata popolazione, gli elettori con reddito elevato hanno una probabilità maggiore di votare per determinati partiti non significa affatto che “i ricchi votano” quei partiti. La prima è una proposizione statistica. La seconda è una caricatura sociologica. Quel tipo di caricatura che oggi sembra piacere enormemente alla destra.
Naturalmente le condizioni sociali contano. Sarebbe sciocco negarlo. Ma contano attraverso combinazioni di fattori che non possono essere ridotte alla ricchezza.
Contano il reddito e il patrimonio, ma anche l’istruzione. Conta la professione, ma anche il luogo in cui si vive. Conta l’età, ma anche la generazione. Contano gli interessi economici, ma anche i valori culturali. Conta la posizione nella struttura sociale, ma conta anche il modo in cui quella posizione viene percepita dall’individuo.
E soprattutto conta il fatto che il conflitto politico contemporaneo non sia più riconducibile soltanto alla vecchia contrapposizione capitale-lavoro.
Il grande mutamento degli ultimi decenni è proprio questo: la frattura economica e quella culturale non si sovrappongono più perfettamente. La sinistra ha perso una parte della sua tradizionale base popolare e ha conquistato quote rilevanti dei ceti altamente istruiti. La destra, nello stesso tempo, ha continuato a raccogliere una quota importante del voto economicamente agiato e ha conquistato, soprattutto attraverso i temi della sicurezza, dell’immigrazione e dell’identità, settori popolari che un tempo appartenevano in misura maggiore alla sinistra.
Questo spostamento riflette, da un lato, la crescente centralità delle questioni culturali e dei diritti civili per una parte dei ceti istruiti; dall’altro, il peso assunto da sicurezza, immigrazione e protezione economica nel voto dei ceti popolari.
È una trasformazione sociologica assai più interessante della battuta “i ricchi votano a sinistra”.
Conclusioni
E allora torniamo alla t-shirt Prada.
Possiamo sorridere dell’accostamento fra una critica radicale al capitalismo e un capo di lusso. Possiamo anche discutere seriamente della concezione del lavoro e della produttività espressa dalla Trinca. Ma trasformare quella scena in una prova sociologica sarebbe un errore.
Una t-shirt non vota. E nemmeno un conto corrente. Votano le persone.
I ricchi, come i poveri, non costituiscono un corpo elettorale unico. Possono condividere alcune caratteristiche sociali e tuttavia divergere profondamente nelle loro scelte politiche.
La sociologia, quando è fatta seriamente, non serve a confermare i nostri pregiudizi. Serve precisamente a complicarli.
E forse la conclusione più semplice è anche quella più difficile da accettare: i ricchi non votano “come ricchi”, così come i poveri non votano “come poveri”. Votano come individui collocati dentro una struttura sociale, certo, ma dotati di interessi, valori, esperienze e orientamenti differenti.
Insomma, la classe sociale può spiegare qualcosa. Ma non spiega tutto. E soprattutto non vota al posto nostro.
Carlo Gambescia
(1) Sul caso Jasmine Trinca si veda intervista a Movieplayer durante la Mostra del cinema di Venezia 2026 (https://www.instagram.com/reel/DdFO1FCtfcy/ ). La t-shirt Prada è stata indicata dalla stampa come avente un prezzo di circa 1.100 euro; non è però prudente assumere che il capo fosse necessariamente di proprietà dell’attrice.
(2) A. Gethin, C. Martínez-Toledano, T. Piketty, Brahmin Left Versus Merchant Right: Changing Political Cleavages in 21 Western Democracies, 1948–2020, “The Quarterly Journal of Economics”, vol. 137, n. 1, 2022, pp. 1–48. DOI: 10.1093/qje/qjab036. Qui: https://academic.oup.com/qje/article/137/1/1/6383014 .
(3) H. Arndt, R. Lukas, Varieties of Affluence: How Political Attitudes of the Rich Are Shaped by Income, Wealth, and Economic Elite Status, “European Sociological Review”, vol. 36, n. 1, 2020, pp. 136–150. Qui: https://academic.oup.com/esr/article/36/1/136/5585947 .