lunedì 29 giugno 2026

Il caso Roccella e la pietà a singhiozzo

 


Ora tocca al marito del ministro Eugenia Roccella, Luigi Cavallari, scomparso tragicamente dopo un tuffo nel lago di Vico. E, come ormai accade quasi per riflesso condizionato, i social si sono trasformati nel solito tribunale senza regole: insulti, sarcasmi, allusioni, perfino commenti di compiacimento. Un repertorio che, purtroppo, non sorprende più nessuno.

La destra reagisce con indignazione. Si legga il post di Gorgia Meloni su Fb.

Davanti alla morte, il rispetto dovrebbe precedere ogni appartenenza politica. Esistono momenti nei quali l’avversario cessa di essere tale e torna a essere semplicemente una persona, con una famiglia, degli affetti, una storia.

 


Il problema, tuttavia, è un altro.

La stessa destra che oggi denuncia la barbarie della feccia “rossa” non sempre ha mostrato uguale sensibilità quando, sui medesimi social, bersaglio dell’odio erano altri: un politico di sinistra, un magistrato, un giornalista, un intellettuale. Si pensi alle campagne d’odio contro Laura Boldrini, – il “capro espiatorio” di Giorgia Meloni, quando la Bodrini era Presidente della Camera – per anni trasformata in un bersaglio permanente del risentimento politico online, agli insulti contro magistrati e cronisti considerati «nemici del popolo» o alle periodiche irrisioni della memoria di Carlo Giuliani.




Né, a dire il vero, la sinistra può rivendicare una qualche superiorità morale. Anche da quella parte, negli anni, si sono visti auguri di morte, esultanze per le disgrazie degli avversari, campagne d’odio, irrisioni e disumanizzazioni del nemico politico.

È un’indignazione a corrente alternata. O, se si preferisce, un uso a singhiozzo dei social e dei grandi principi. 

 


Perfino Omero viene arruolato nella polemica. In un editoriale su “Libero” si evocano la “civiltà occidentale” e l’incontro tra Achille e Priamo, quasi a ricordarci che davanti alla morte ogni inimicizia dovrebbe tacere.

Peccato che, poche righe dopo, la tragedia privata venga nuovamente ricondotta alla contrapposizione tra «noi» e «loro», tra la destra civile e la feccia progressista. Quando anche l’Iliade diventa un’arma di parte, significa che il tifo tribale è riuscito a colonizzare persino la pietà.

Si invoca la decenza quando si è colpiti e la si dimentica quando a essere colpito è il campo avverso. Si chiedono regole quando si è vittime e si invoca la libertà d’espressione quando a eccedere sono i propri sostenitori.



Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva degradazione del discorso pubblico. Non si combattono più idee, programmi o interessi contrapposti. Si combattono persone. E poiché le persone sono state trasformate in nemici, si arriva a desiderarne la rovina, la malattia e persino la morte. E quando la politica si trasforma in antropologia le cose rischiano sempre di finire male.

Chi scrive ha spesso definito questa deriva “cultura di Weimar”. Una formula forse severa, ma non priva di fondamento. Come ha mostrato Nolte, nella Germania tra le due guerre il confronto politico degenerò progressivamente in una lotta morale ed esistenziale tra nemici assoluti. L’avversario non era più qualcuno con cui competere, ma qualcuno da delegittimare, da espellere simbolicamente dalla comunità politica e, in prospettiva, dalla società stessa.

Naturalmente, l’Italia del 2026 non è la Germania degli anni Venti del secolo scorso. Oggi le armi sono le tastiere e non le squadre paramilitari. Ma la logica è inquietantemente simile: la demonizzazione dell’altro, la delegittimazione reciproca, l’incapacità di riconoscere all’avversario una pari dignità umana e politica.

 


I social non hanno creato questa malattia. L’hanno però amplificata, accelerata e resa quotidiana. Hanno dato voce non tanto al dissenso, che è il sale della liberal-democrazia, quanto al risentimento e alla convinzione che esistano persone la cui sofferenza sia politicamente meritata. Di più: ideologicamente meritata. Insomma, un clima da guerre di religione. Da notte di San Bartolomeo.

Ecco perché il problema non è soltanto la barbarie di qualche utente anonimo che oggi insulta il marito di un ministro. Il problema è una cultura politica che si scandalizza solo quando l’odio colpisce i propri e tace quando investe gli altri.

 


La civiltà liberale, invece, comincia esattamente dal rifiuto di questo doppio standard. Se si difende la dignità dei morti, la si difende sempre. Se si condanna l’odio, lo si condanna anche quando proviene dalla propria parte. Si chiama anche onestà intellettuale.

Diversamente, non resta che un tifo tribale, destinato a erodere, giorno dopo giorno, le basi stesse della convivenza democratica. E la storia insegna che quando il dibattito pubblico si trasforma in una guerra tra nemici assoluti, le conseguenze, prima o poi, arrivano sempre.

Carlo Gambescia

domenica 28 giugno 2026

Il Trono e l’Altare. La tentazione americana

 


Mentre in Italia ci si attarda sulle nostalgie di Vannacci, Alemanno e dintorni, e un fascismo da bar riesce persino a mettere in ridicolo l’antifascismo, liquidandolo come una specie di comico”patentino”, negli Stati Uniti si sta consumando una vicenda di ben altra portata storica. Di essa, però, la stampa italiana parla pochissimo.

La Commissione per la Libertà Religiosa istituita da Donald Trump un anno fa ha emesso il suo verdetto in 224 pagine (per ora si dice allo stato di bozza, in realtà il tono del testo è dogmatico): basta, o quasi, con la separazione tra Stato e Chiesa (semplifichiamo, così il lettore italiano capisce). Detto altrimenti: il fondamentalismo cristiano americano intravede una storica occasione di avvicinarsi al potere. Altro che libertà religiosa… (*).

Le proposte della Commissione non si limitano a difendere la libertà di culto. Esse delineano un vero e proprio programma di riabilitazione pubblica del fatto religioso: nuova interpretazione della separazione tra Chiesa e Stato, task force federali, sportelli governativi per le denunce di discriminazione religiosa, giudici selezionati per la loro sensibilità in materia, abolizione delle norme che tengono le Chiese lontane dalla politica elettorale e perfino medaglie presidenziali per gli eroi della libertà religiosa. Non è ancora una religione civile di Stato. Ma è certamente un invito a riportare la religione nel cuore della legittimazione politica.



Colpisce, cone accennato, anche un altro aspetto. Quando la Commissione parla di “religione”, si riferisce quasi esclusivamente al cristianesimo conservatore americano. Le testimonianze raccolte riguardano soprattutto credenti cristiani che si ritengono discriminati per le loro posizioni sull’aborto, sull’identità di genere o sui vaccini.

L’unica altra questione religiosa esplicitamente menzionata è l’antisemitismo, che viene indicato come un fenomeno da combattere con particolare energia. Delle altre fedi religiose, delle loro eventuali discriminazioni o delle loro rivendicazioni, nel rapporto vi è ben poca traccia. La libertà religiosa, insomma, sembra avere un perimetro piuttosto preciso.

Del resto la composizione della Commissione è istruttiva: teologi, vescovi, rabbini ortodossi, giuristi e attivisti della destra religiosa, quasi tutti appartenenti al mondo del cristianesimo conservatore e del trumpismo culturale. Più che un campione del pluralismo americano, essa appare come il laboratorio intellettuale di una possibile religione civile conservatrice.

Ora facciamo un passo indietro. Tocqueville ammirava l’America perché era riuscita in un’impresa che in Europa era parsa impossibile: conciliare una società profondamente religiosa con uno Stato rigorosamente non confessionale. La fede era forte proprio perché non governava. E lo Stato era libero proprio perché non pretendeva di parlare in nome di Dio. Il lettore prenda nota del punto.



Una delle più grandi invenzioni politiche dell’Occidente moderno è stata infatti la separazione tra la salvezza dell’anima e il governo degli uomini. Lo Stato ha smesso di indicare la via del Paradiso e la religione ha rinunciato a impadronirsi del potere temporale. Da questo reciproco disarmo è nato il liberalismo.

Come detto, gli Stati Uniti sono sempre stati un Paese profondamente religioso, forse il più religioso dell’Occidente. Ma proprio per questo i Padri fondatori diffidarono dell’unione tra fede e potere. Il Primo Emendamento della Costituzione proibisce al Congresso di istituire una religione ufficiale e, nello stesso tempo, tutela il libero esercizio del culto. La formula era semplice e geniale: nessuna Chiesa di Stato e nessuno Stato di Chiesa. Sapevano che una religione protetta dal governo finisce per trasformarsi in un’ideologia di Stato e che un governo investito di una missione religiosa tende a considerare i propri avversari non semplicemente come avversari, ma come reprobi. Come nemici.

Per due secoli e mezzo l’America ha vissuto dentro questo paradosso fecondo: una società religiosa e uno Stato laico. Nessuna Chiesa ufficiale, nessuna fede di Stato, nessun governante autorizzato a parlare in nome di Dio. Ripetiamo: non è un caso che i fondatori della Repubblica americana abbiano voluto uno Stato senza religione ufficiale e una religione senza protezione ufficiale. Avevano imparato dalla storia europea che quando il Trono e l’Altare si stringono troppo, a perdere è quasi sempre la libertà.



Oggi qualcosa sembra cambiare.

In buona sostanza la Commissione per la Libertà Religiosa istituita da Donald Trump non si limita infatti a difendere la libertà di culto, che nessun liberale potrebbe contestare. Essa si propone di reinterpretare il significato stesso della separazione tra Chiesa e Stato.

Del resto Trump non ha dichiarato che, per essere grande, l’America deve essere “una nazione sotto Dio”: Il che significa solo una cosa che il problema non è la religione. Il problema è la politica.

Il potere non si accontenta mai di amministrare. Aspira sempre a una consacrazione morale. Come insegna la metapolitica, il potere razionalizza: ha necessità di una giustificazione ideologica. Cerca una missione, una legittimazione superiore, un linguaggio che lo elevi al di sopra delle ordinarie contese umane. La religione, o almeno il suo vocabolario, offre tutto questo. E Trump, che tra l’altro non è proprio il tipo “Casa e Chiesa”, ne approfitta politicamente. Le religione, per dirla dottamente, come “instrumentum regni”.

E qui fa capolino un vecchio e caro amico: Machiavelli. “Debbe adunque uno principe avere gran cura che non gli esca mai di bocca cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione” (Il Principe, XVIII).



La storia insegna che il Trono ha sempre cercato l’Altare. Talvolta è stata la religione a impadronirsi della politica; più spesso è stata la politica a servirsi della religione. Il risultato è stato quasi sempre il medesimo: meno libertà per i credenti e meno libertà per i non credenti.

Naturalmente nessuno pensa che gli Stati Uniti siano sul punto di diventare una teocrazia. Però, come spesso ripetiamo, le società libere raramente muoiono per un colpo di Stato. Più spesso cambiano lentamente, attraverso piccole revisioni simboliche, nuove interpretazioni giuridiche, mutamenti culturali che finiscono per apparire naturali.

Il rischio, oggi, non è la nascita di una religione di Stato. È qualcosa di più sottile: che la neutralità religiosa dello Stato venga progressivamente sostituita da una preferenza politica e culturale per una determinata concezione religiosa del mondo.

E sarebbe un errore considerare la vicenda americana una curiosità d’oltreoceano. Le idee politiche viaggiano. E le formule di legittimazione del potere viaggiano ancora più rapidamente. Le destre europee potrebbero essere tentate di apprendere la lezione di Trump, cioè di trasformare il cristianesimo in una religione civile, in un simbolo identitario, in un linguaggio di appartenenza e di esclusione.



Il cristianesimo, da fede universale e nutrimento per l’interiorità, rischia così di ridursi a un marcatore politico e culturale. Non importa tanto credere in Dio, quanto dichiarare di appartenere a una determinata civiltà e di opporsi a un’altra. Ma quando la religione cessa di essere una via alla trascendenza (per il credente) e diventa uno strumento di mobilitazione politica, non si rafforza la fede: si sacralizza la politica.

Il liberalismo nasce precisamente per impedire questo esito. Non perché sia ostile alla religione, ma perché diffida del potere. Sa che nessun uomo e nessun governo possono pretendere di possedere il monopolio del bene. E sa, soprattutto, che quando il Principe comincia a parlare il linguaggio della salvezza, la libertà è già entrata in una zona di pericolo.

Le società libere non hanno bisogno di un Dio di Stato e neppure di uno Stato che parli in nome di Dio. Hanno bisogno di cittadini liberi di credere, di non credere e di dissentire. Perché quando il Trono cerca l’Altare, è quasi sempre la libertà a pagare il conto.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.justice.gov/religious-liberty-commission/resources (pagina);
https://www.justice.gov/religious-liberty-commission/media/1450071/dl?inline (sintesi);
https://www.justice.gov/religious-liberty-commission/media/1449896/dl?inline (testo completo.

sabato 27 giugno 2026

Il termometro del Leviatano

 


Chi non soffre il caldo? Da sempre gli uomini cercano riparo dall’afa, dal gelo, dalle alluvioni e dalle altre intemperie della natura. La novità non è il caldo. La novità è che anche il caldo è diventato una questione politica.

Leggevamo nei giorni scorsi l’ultimo bollettino della Banca Centrale Europea (4/ 2026), che certifica, negli ultimi anni, una crescente presenza dell’intervento pubblico nell’economia. Il fenomeno non riguarda però soltanto l’economia. Esso investe ormai ogni aspetto della vita sociale. Anche il caldo.

Di fronte all’ondata di afa che ha investito l’Europa e l’Italia, il dibattito, complice l’allarmismo mediatico, si è immediatamente spostato sul terreno politico. Si invocano piani straordinari, ordinanze, tutele, protocolli, aiuti, interventi pubblici. Il cittadino si aspetta che lo Stato lo protegga non soltanto dalle minacce tradizionali, ma persino dagli effetti delle variazioni climatiche e meteorologiche.



Non interessa qui discutere se il fenomeno dipenda in misura maggiore dall’anticiclone africano, dal cambiamento climatico o da una combinazione di fattori. Interessa piuttosto osservare come qualsiasi evento naturale venga ormai interpretato come un problema che richiede una risposta politica.

L’unica conseguenza certa è l’ulteriore estensione della logica assistenziale. Si diffonde l’idea che ogni rischio debba essere eliminato e che ogni disagio debba essere compensato dall’intervento pubblico. Ma una società che non accetta più alcun margine di rischio è una società destinata a domandare sempre più Stato.

Eppure ogni richiesta di protezione ha un prezzo. Non soltanto economico. Ogni nuova tutela produce regole, controlli, procedure, apparati amministrativi. 

 


In altre parole, restringe, sia pure gradualmente, gli spazi dell’autonomia individuale. Per dirla metapoliticamente: si verifica una concentrazione di potere, eccessiva e nelle mani ovviamente di pochi.

Il vecchio Leviatano di Hobbes nasceva per proteggere gli uomini dalla guerra civile e dalla morte violenta. Quello contemporaneo sembra invece chiamato a proteggerli da ogni possibile disagio, perfino dal sole di giugno. Così il caldo si trasforma in una sorta di epidemia politica. Proliferano le cellule dello Stato Amministrativo, che promettono di ridurre il rischio e finiscono per estendere il proprio potere.

Il termometro non misura soltanto la temperatura. Misura anche, simbolicamente, l’espansione del Leviatano.

Carlo Gambescia

venerdì 26 giugno 2026

Costituente e memoria repubblicana

 



Fa una certa impressione vedere Ignazio La Russa celebrare gli ottant’anni dell’Assemblea Costituente. Non solo perché ricopra la seconda carica dello Stato: anzi, proprio per questo è del tutto naturale che lo faccia. Colpisce piuttosto il fatto che a rendere omaggio alla Costituente sia un uomo politico proveniente da una tradizione che, nel 1946, non avrebbe potuto riconoscersi in quell’evento.

Come interpretare questo fatto? È il segno di una definitiva riconciliazione nazionale? Oppure siamo entrati in quella “notte in cui tutte le vacche sono nere”, evocata da Hegel, nella quale le differenze storiche finiscono per dissolversi fino a diventare indistinguibili?



Chi scrive propende per una terza interpretazione. Fin dai tempi di Berlusconi, l’Italia sembra aver avviato un processo di progressiva integrazione della tradizione postfascista – nel senso dei fascisti dopo Mussolini – dentro il racconto della democrazia repubblicana. Non si tratta di riabilitare il fascismo storico, sconfitto nel 1945, ma di ricondurre anche i suoi eredi politici entro il perimetro della legittimità democratica.

Si dirà che la politica è l’arte del possibile e che le democrazie vivono anche di compromessi. La destra oggi al governo discende da quella tradizione; gli italiani l’hanno legittimata con il voto; pretendere che resti per sempre ai margini della memoria repubblicana sarebbe poco realistico. Da questo punto di vista, la celebrazione della Costituente da parte dei suoi esponenti appare quasi inevitabile.



Un dettaglio, tuttavia, merita attenzione. Alla cerimonia era presente anche il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che non è intervenuta. Come detto a rappresentare la maggioranza è stato Ignazio La Russa, a cui si attribuisce una collezione privata di busti del Duce. È probabilmente inutile esercitarsi nella dietrologia. Resta il dato politico: è stato il principale esponente della tradizione postmissina a rendere omaggio, a nome delle istituzioni, all’Assemblea Costituente.

Resta però un nodo storico che non dovrebbe essere rimosso. L’Assemblea Costituente nacque dalla sconfitta del fascismo e dalla crisi irreversibile della monarchia che lo aveva accompagnato. La cultura politica dei costituenti era profondamente antifascista, ben prima che il divieto di ricostituzione del partito fascista trovasse espressione nelle disposizioni transitorie e finali della Costituzione. L’antifascismo non fu un elemento accessorio: fu il terreno comune che rese possibile la nascita della Repubblica.



Oggi, ottant’anni dopo, assistiamo a qualcosa di nuovo. Anche la tradizione politica che per decenni è rimasta estranea a quel patto tende a farlo proprio, presentandosi come una delle eredi legittime della Costituzione.
Come abbiamo visto si tratta di un processo che può essere letto in due modi: come compimento della riconciliazione nazionale, oppure come segno di un progressivo appannamento della memoria storica. In ogni caso, ignorarlo sarebbe un errore.

La domanda, allora, non è se Ignazio La Russa abbia il diritto di celebrare la Costituente. Ce l’ha, e negarlo sarebbe assurdo. Il punto è un altro: quando anche una tradizione politica nata fuori da quel patto ne rivendica l’eredità, l’antifascismo resta ancora il fondamento identitario della Repubblica oppure diventa soltanto uno dei suoi capitoli storici?



Perché è vero che integrazione vi è stata, ma per larga parte degli storici si tratta di integrazione essenzialmente passiva: gli eredi del neofascismo non hanno imposto i propri simboli alla Repubblica, hanno piuttosto assunto,  però con riserva mentale, quelli della Repubblica.  

Mattarella ieri ha parlato della Costituzione come di un patto di amicizia e fraternità. Bene. Ma se nella memoria pubblica finiscono per convivere senza più distinzioni i costituenti, le Brigate Nere e la Decima MAS, allora la tentazione di Hegel torna a farsi sentire: la notte in cui tutte le vacche sono nere. 

Di nome e di fatto.

Carlo Gambescia

giovedì 25 giugno 2026

Due parole su Alemanno

 


Ci ha fatto pena Alemanno ieri. All’uscita dal carcere, più cronisti che seguaci. Mancavano soprattutto quelli che hanno fatto carriera con lui e che oggi, ormai potenti e vezzeggiati, stanno dalla parte di Giorgia Meloni ma che, se il vento dovesse cambiare, si dichiarerebbero immediatamente alemanniani o vannacciani di ferro.

A giudicare dalle immagini televisive, c’era un pugno di irriducibili, avanti con gli anni, nostalgici di quel fascismo-movimento, sociale, rivoluzionario, sansepolcrista. Molto idealizzato insomma. Il mito romantico del fascismo immenso e rosso.



Ci ha fatto pena l’uomo: appariva provato. Il “camerata” molto meno.

Di Alemanno non bisogna mai dimenticare che, all’interno di Alleanza Nazionale, fu l’interprete più coerente dell’ala sociale. Sembra che ora si sia messo con Vannacci. Qui va ricordato un libro-intervista del 2002, quando era il brillante ministro dell’Agricoltura, dedicato alla destra sociale. In quelle pagine sembrava aver sposato la causa di un normale welfarismo all’interno dello stato liberale, attenuando gli aspetti anticapitalisti, antiamericani e terzomondisti di certo fascismo sansepolcrista. L’introduzione di Giano Accame, intellettuale del dialogo e della mediazione, con la sua “retorica della transigenza”,  aiutava molto in questa direzione (*).



Come si dice, però, una rondine non fa primavera. E Alemanno sembra oggi tornato sui propri passi, riscoprendo Vannacci.

Il generale all'uscita ieri non c’era. E già questo è un segnale che, soprattutto a destra, marca simbolicamente una differenza. A nostro avviso la coabitazione sarà difficile e probabilmente non durerà.

Vannacci sembra rappresentare una destra dell’ordine, dell’autorità e della disciplina nazionale. Alemanno, cresciuto alla scuola di Rauti, di cui è genero, continua invece a muoversi entro la tradizione della destra sociale e movimentista, per la quale il fascismo fu soprattutto una rivoluzione incompiuta. I giudizi storici sottintesi sono differenti. Da una parte prevale la nostalgia dell’ordine e della forza dello stato; dall’altra il mito di una rivoluzione sociale tradita.

Si confrontano, in altre parole, il lato militarista e il lato rivoluzionario di una stessa tradizione politica. Una sorta di amicizia politica tra Graziani e Farinacci. Il primo portò a casa la pelle; il secondo finì fucilato. Entrambi furono a Salò.

Che il dibattito sulla destra italiana rischi oggi di ridursi all’asse Alemanno-Vannacci dice molto della povertà politica del momento. Anzi, per dirla tutta, del vicolo cieco nel quale si è cacciata l’Italia.



E se il futuro della destra dovesse davvero giocarsi tra un Alemanno inteschiato, un Vannacci inamidato che sembra uscito or ora da Palazzo Venezia, e i loro rapporti con Giorgia Meloni, il problema non sarebbe soltanto la destra. Sarebbe la conferma che la politica italiana non riesce più a produrre altro che varianti dello stesso passato.

E la sinistra? Continua a credere che tutto ciò sia un problema della destra. Balla sulle casse di dinamite.

Carlo Gambescia

 

(*) Sul punto, e come utile introduzione alle varie anime della destra, rinviamo al nostro, Retorica della transigenza. Giano Accame attrvaerso i suoi libri, Edizioni Il Foglio, 2019.

mercoledì 24 giugno 2026

Bob Dylan, Giorgia Meloni e la crisi del liberalismo

 


Ieri concludevamo osservando che il fenomeno da spiegare non è soltanto Giorgia Meloni. È soprattutto l’Italia. O, più in generale, l’Occidente. Non è lei ad aver cambiato gli italiani. Sono gli italiani – e con loro una parte crescente dell’Occidente – a essere cambiati. Lei, semplicemente, lo ha capito prima di altri (*). E ora, addirittura, lo rivendica.

L’intervento della presidente del Consiglio alla Festa della “Verità” sembra confermare questa impressione. A un certo punto Meloni  ci ha fatto pensare  a  Bob Dylan: "The Times They Are A-Changin'". I tempi stanno cambiando. Il nostro  potrebbe  sembrare  un vezzo culturale. In realtà contiene una precisa idea della politica. Il mondo, secondo Meloni, è entrato in una fase nuova e chi continua a leggerlo con le categorie di ieri è destinato a non comprenderlo (**). E' una tesi che più volte ribadisce nell'intervista.



La domanda, tuttavia, è un’altra: verso dove stanno cambiando i tempi?

Perché il cambiamento, di per sé, non è un valore. C’è un cambiamento che si chiama reazione. Non pochi liberali commettono l’errore di identificare il cambiamento con il progresso. Si è quasi dato per scontato che la storia procedesse nella direzione di una crescente affermazione della libertà individuale, del mercato, del costituzionalismo, della democrazia rappresentativa. Era, in fondo, la convinzione diffusasi dopo il 1989, quando la caduta del comunismo sembrò sancire la vittoria definitiva della modernità liberale.

Ma la storia non è una scala che sale sempre verso l’alto. Conosce avanzate e ritirate. Il liberalismo non è il punto d’arrivo inevitabile della civiltà occidentale. È una conquista storica. E, come tutte le conquiste storiche, può essere consolidata oppure lentamente erosa.

 


L’Europa lo ha già sperimentato almeno due volte. Dopo il Congresso di Vienna, tra il 1815 e il 1830, la Restaurazione cercò di contenere l’eredità della Rivoluzione francese, riaffermando il principio d’autorità contro le aspirazioni liberali e costituzionali. Ancora più drammatica fu la stagione compresa tra il 1918 e il 1945, quando la crisi dello Stato liberale aprì la strada ai fascismi, al nazionalsocialismo e ad altre forme di autoritarismo. In entrambi i casi una parte consistente dell’opinione pubblica finì per considerare la libertà un lusso e l’ordine una necessità.



Naturalmente non stiamo dicendo che l’Occidente stia tornando agli anni Trenta, anche se alcuni segnali sono preoccupanti. Sarebbe tuttavia superficiale non cogliere che da almeno quindici anni stiamo attraversando una nuova crisi della modernità liberale.

Le sue radici sono profonde. L’11 settembre ha riportato la sicurezza al centro della politica. La crisi finanziaria del 2008 ha incrinato la fiducia nelle élite economiche e nella globalizzazione. La crisi migratoria del 2015, con l’arrivo in Europa di oltre un milione di richiedenti asilo e la diffusa percezione che gli Stati stessero perdendo il controllo delle proprie frontiere, ha rilanciato le questioni dell’identità nazionale, della sovranità e della sicurezza. Brexit e il primo mandato di Donald Trump non hanno creato questa corrente; ne hanno accelerato la legittimazione politica, rendendo evidente un mutamento culturale che era già in atto.


 


Da allora il lessico pubblico è cambiato. Si parla meno di diritti universali e più di interessi nazionali; meno di integrazione e più di confini; meno di apertura e più di protezione; meno di rappresentanza e più di governabilità. È una trasformazione culturale prima ancora che politica.

È dentro questa cornice che va collocata Giorgia Meloni. L’errore di molti suoi avversari consiste nel pensare che sia stata lei a cambiare gli italiani. È probabilmente vero il contrario. Meloni ha intercettato una domanda che già cresceva nella società. Non l’ha inventata. Le ha dato un linguaggio, una direzione politica e una rappresentanza.
 

Da questo punto di vista la nostra citazione di Bob Dylan assume  un valore ironico.

Negli anni Sessanta quella canzone accompagnava una stagione di emancipazione, di contestazione e di ampliamento delle libertà. Oggi Giorgia Meloni  intercetta un cambiamento ma  di segno opposto: il ritorno della nazione, dell’autorità, della sicurezza, del realismo politico. Le stesse parole. Un’altra epoca.

 


Anche la battuta secondo cui “la politica estera non è Temptation Island” va letta in questa prospettiva. Non è soltanto un’uscita spiritosa. È il rifiuto, una volta al governo,  della politica ridotta a spettacolo emotivo e l’affermazione di una concezione fondata sugli interessi, sui rapporti di forza, sulla continuità dello Stato. Una concezione che molti giudicheranno discutibile, ma che appare coerente con il clima culturale del nostro tempo. 

Si rifletta:  Giorgia Meloni più che con Trump vuole ricucire con il trumpismo;  diciamo la cultura politica che ora governa il mondo da Washington. E nella quale si riconosce. 

Ed è forse proprio questa coerenza a costituire uno dei principali punti di forza di Meloni. Mentre molti avversari continuano a combattere le battaglie della stagione precedente, lei parla il linguaggio della nuova fase storica. Può piacere oppure no. Ma è difficile negare che abbia compreso il mutamento prima di altri.

Resta però una distinzione essenziale, che un liberale non dovrebbe mai dimenticare. Comprendere un cambiamento non significa approvarlo.

Che una domanda sociale esista non significa che sia giusta. Il popolo non ha sempre ragione, così come non hanno sempre ragione le élite. La democrazia non garantisce automaticamente il progresso della libertà. Può produrre avanzamenti civili, ma anche regressioni. La storia europea lo insegna con sufficiente chiarezza.



Il compito dell’analista metapolitico è capire perché milioni di persone stiano cambiando orientamento.

Il compito del liberale è più ingrato: continuare a difendere una società aperta anche quando una parte crescente dell’opinione pubblica sembra preferire protezione, appartenenza e autorità. Bob Dylan aveva ragione: i tempi cambiano. Ma la storia europea insegna che non sempre cambiano nella direzione della libertà.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/06/gli-italiani-vogliono-la-meloni.html .

 (**) Qui l’intervista: https://www.facebook.com/reel/1063355923287023

martedì 23 giugno 2026

Gli italiani vogliono la Meloni…

 


Quando ogni mattina facciamo rassegna stampa, si ha spesso l’impressione che i giornali vadano in ordine sparso. Polemiche, retroscena, dichiarazioni, sondaggi: ciascuno sembra raccontare un Paese diverso. Eppure, osservando con un minimo di distacco l’insieme del panorama informativo, emerge una linea di fondo piuttosto chiara. Al di là delle fisiologiche differenze editoriali, sembra crescere una certa fiducia nei confronti di Giorgia Meloni.

La destra, naturalmente, la sostiene. Una parte della stampa di centro appare nel complesso favorevole all’azione del governo. La stampa di sinistra continua invece a criticarla con durezza. Ma il dato più interessante non riguarda i giornali. Riguarda gli italiani.

I sondaggi, ormai da molti mesi, confermano una sostanziale tenuta, se non  addirittura crescita, del consenso verso Fratelli d’Italia e mostrano come le preoccupazioni degli italiani siano soprattutto la sicurezza, l’immigrazione, il costo della vita, la pressione fiscale, il lavoro e la stabilità politica. Temi sui quali il governo, piaccia o no, ha costruito gran parte della propria comunicazione.
 

Al contrario, le grandi battaglie identitarie della sinistra sembrano mobilitare soprattutto un elettorato già convinto, senza riuscire ad allargare significativamente il proprio consenso.



L’antifascismo è un valore fondante, ma continuare a farne il principale terreno dello scontro politico significa probabilmente combattere la battaglia di ieri. Deve essere uno “dei” temi, non il tema. Così come continuare a presentare politiche fiscali espansive o un ambientalismo percepito come penalizzante per famiglie e imprese rischia di allontanare proprio quell’elettorato moderato che decide le elezioni.

È forse questa la ragione principale per cui Giorgia Meloni continua a crescere. Non perché abbia risolto tutti i problemi del Paese. Non li ha risolti. Ma perché riesce a dare l’impressione di parlare delle cose che gli italiani percepiscono – si badi percepiscono – come più importanti. È una differenza fondamentale.

Ieri sera abbiamo rivisto "Vogliamo i colonnelli". È una satira, certo. Ma verso la conclusione vi è una battuta che continua a colpire. Il ministro dell’Interno, del governo golpista osserva che una svolta autoritaria non ha bisogno di manifestarsi all’improvviso: può avanzare lentamente, quasi senza che i cittadini se ne accorgano, presentandosi come un progressivo rafforzamento della legge e dell’ordine.

Naturalmente il paragone non riguarda l’Italia di oggi, che per ora resta una democrazia pienamente pluralista. Ma quella battuta contiene un’intuizione più generale: le democrazie possono cambiare gradualmente, modificando gli equilibri tra libertà, sicurezza e potere senza che ogni singolo passaggio venga percepito come decisivo.



In questo quadro, Giorgia Meloni sta dimostrando una notevole abilità, ed è inutile negarlo. Chi la sottovaluta continua probabilmente a non capire perché vinca.

La leader di Fratelli d’Italia possiede una qualità politica che molti suoi avversari sembrano aver smarrito: sa leggere il Paese reale, che è un impasto di percezioni, che possono essere errate perché frutto di una democrazia “emotivizzata”.

La Meloni osserva gli umori dell’opinione pubblica, ne intercetta e spesso ne moltiplica paure, aspettative e desideri e li traduce in un linguaggio semplice, comprensibile, raramente ideologico, vicino al vivere quotidiano. È questa, in fondo, la tecnica politica: capire prima degli altri dove si sta spostando l’elettorato e accompagnarne il movimento senza dare l’impressione di inseguirlo.

Meloni, da questo punto di vista, dimostra una notevole disciplina. Assorbe le critiche come una spugna, evita quasi sempre reazioni impulsive, lascia che gli avversari consumino le proprie energie nella polemica quotidiana e continua, ostinatamente, lungo la strada che si è prefissata. Può piacere oppure no. Ma siamo davanti a una professionista della politica. E lo diciamo con amarezza liberale.

Anche gli episodi che avrebbero potuto indebolirla finiscono spesso per produrre l’effetto opposto. Persino gli attacchi ricevuti da Donald Trump hanno contribuito, almeno in parte, a rafforzarne l’immagine nazionale. Nelle democrazie contemporanee accade spesso che un leader, quando viene percepito come bersaglio di pressioni esterne, finisca per consolidare il proprio consenso interno. E Meloni si è rapidamente mossa per ricucire il rapporto, senza rinunciare a presentarsi come una leader capace di parlare con tutti.



Nel frattempo anche il terreno elettorale sembra evolvere in una direzione favorevole al centrodestra. La discussione su una nuova legge elettorale, orientata a rafforzare la governabilità attraverso un premio di maggioranza, potrebbe rendere ancora più difficile il compito delle opposizioni. E vi è poi la questione Roberto Vannacci. Se resterà nell’area del centrodestra contribuirà probabilmente ad allargarne il bacino elettorale; se invece dovesse scegliere un percorso autonomo, una legge costruita per privilegiare le coalizioni potrebbe comunque ridurne l’incidenza parlamentare. In entrambi i casi, Giorgia Meloni sembra muoversi con l’obiettivo di evitare la dispersione del voto alla sua destra, dimostrando ancora una volta di considerare la tecnica politica importante almeno quanto la propaganda.

La vita dell’italiano medio, del resto, in questi quattro anni non è cambiata radicalmente. Non c’è stato il miracolo economico. Ma non si è neppure verificata quella deriva economica che molti avevano annunciato. Sul piano della percezione, invece, il governo è riuscito a presentarsi come garante della sicurezza e dell’ordine, mentre sull’immigrazione ha costruito una narrazione che continua a raccogliere consenso anche al di fuori dell’elettorato tradizionale della destra.



Quanto alla politica estera, l’Italia continua sostanzialmente a vivacchiare, come spesso è accaduto nella sua storia repubblicana. Meloni ha aggiunto un forte attivismo personale: viaggi, incontri, iniziative in Africa, presenza costante sulla scena internazionale. Molta comunicazione, certamente. Ma anche la consapevolezza che, nella politica contemporanea, la percezione dei risultati conta spesso quasi quanto i risultati stessi.

L’errore che continua a commettere una parte della sinistra è credere che sia Giorgia Meloni ad aver cambiato gli italiani. È probabilmente vero anche il contrario. La società italiana è cambiata negli ultimi quindici anni. L’invecchiamento demografico, la crisi economica, l’immigrazione, la perdita di fiducia nelle élite, il desiderio di maggiore sicurezza e di governi stabili hanno modificato profondamente la domanda politica. C’è in lei – il che può apparire in contrasto con il professionismo politico – un elemento di infantilismo, che piace a un popolo bambino. Si pensi alla giornata di ieri trascorsa con gli  Alpini, felice come una bambina. Pura melensa  retorica da Vecchio scarpone… Eppure…



 

Il merito di Giorgia Meloni — dal suo punto di vista, naturalmente — è stato quello di comprenderlo prima degli altri. Non ha creato quella domanda. L’ha intercettata e ovviamente vi ha lavorato sopra. E, grazie a una tecnica politica tutt’altro che improvvisata, è riuscita a darle una rappresentanza credibile.

Ecco perché la vera questione  non è se Giorgia Meloni vincerà ancora. La questione è un’altra: quanti italiani continuano a desiderare esattamente il tipo di politica che lei offre?

Se la risposta è “molti”, allora il fenomeno da spiegare non è soltanto Giorgia Meloni.

È, soprattutto, l’Italia.

Carlo Gambescia