domenica 7 giugno 2026

Sliding Doors. Quanto contano davvero gli individui nella storia?

 


Guardando il mondo di oggi, la tentazione del fatalismo è forte.

La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina continua senza una vera prospettiva di soluzione. In Medio Oriente si susseguono bombardamenti, rappresaglie e minacce di escalation. L’Iran continua a sfidare gli Stati Uniti e i loro alleati regionali. Negli Stati Uniti le divisioni politiche si approfondiscono mentre Donald Trump, tra insulti, accuse e provocazioni quotidiane, continua a occupare il centro della scena pubblica. In Europa prevalgono incertezze e divisioni. Ovunque sembra crescere la sensazione che gli eventi stiano sfuggendo al controllo.

Di fronte a questo quadro emerge spontanea una domanda: le cose sarebbero andate diversamente se alla Casa Bianca ci fosse stato un altro presidente? Se invece di Trump ci fosse stato Joe Biden, oppure un qualsiasi altro democratico? E più in generale: quanto contano davvero gli individui nella storia?

La domanda è meno banale di quanto sembri. Da oltre un secolo storici, sociologi e studiosi di metapolitica discutono sul rapporto tra strutture e leadership, tra forze impersonali e decisioni individuali.



Da una parte vi sono coloro che vedono nella storia il prodotto di grandi processi collettivi: l’economia, la tecnologia, i conflitti sociali, la demografia, gli equilibri geopolitici. Da questa prospettiva gli individui contano relativamente poco. I leader sarebbero soltanto interpreti di una sceneggiatura scritta altrove.

Dall’altra parte troviamo la tradizione che attribuisce invece un ruolo decisivo alle personalità storiche. Non soltanto ai grandi statisti, ma anche ai demagoghi, agli avventurieri, ai fanatici e ai cattivi governanti. In questa prospettiva la storia può cambiare direzione perché qualcuno prende una decisione invece di un’altra.

Entrambe le posizioni colgono una parte della verità. Nessuna delle due basta da sola.

 


Le strutture contano. Sarebbe assurdo negarlo. Ad esempio, la crisi dell’ordine internazionale nato dopo la Guerra fredda non è stata inventata da Trump. Le tensioni tra Occidente e Russia non nascono con lui. La crescita della Cina, l’egocentrismo di ampi settori della classe media occidentale, la sfiducia — a tratti infantile — verso le élite, la crisi della globalizzazione e la frammentazione dell’opinione pubblica erano fenomeni già presenti da anni. Ma riconoscere tutto questo non significa affermare che ogni sviluppo fosse inevitabile.

Le strutture delimitano il campo delle possibilità. Gli uomini decidono quale possibilità trasformare in realtà. 

Fermi restando due aspetti non secondari: gli effetti non intenzionali dell’azione umana e la presenza di alcune regolarità metapolitiche — dal ciclo politico alla continua ricostituzione del potere, ad esempio — che operano indipendentemente dalle intenzioni dei singoli. Per non moltiplicare le variabili, li lasciamo qui sullo sfondo.

Potremmo chiamarlo l’effetto Sliding Doors. Nel celebre film una porta della metropolitana si chiude oppure rimane aperta, e da quel dettaglio apparentemente insignificante nascono due vite diverse. La buona storia controfattuale ragiona in modo simile. Non immagina, come dicevamo, mondi fantastici popolati da Napoleoni dotati di armi nucleari o da Cesari con Internet. Si limita a chiedersi che cosa sarebbe accaduto se una variabile plausibile fosse cambiata. Plausibile, il lettore prenda nota.



Qui occorre distinguere tra una controfattualità cattiva e una controfattualità buona. La prima appartiene alla fantasia, quando si immaginano scenari impossibili o altamente improbabili. La seconda appartiene all’analisi storica. Che cosa sarebbe successo se Churchill non fosse diventato primo ministro nel 1940? Se Gorbaciov non fosse arrivato al Cremlino? Se nel 2024 gli americani avessero scelto un presidente diverso da Donald Trump? Va detto che, a livello di senso comune, questa plausibilità sembra un po’ andata perduta… Ma questa è un’altra storia.

Queste domande non servono a riscrivere il passato. Servono a misurare il peso delle decisioni umane.
Prendiamo proprio il caso americano.

 


Sarebbe assurdo attribuire a Trump ogni male del mondo. Le tensioni internazionali, la polarizzazione politica e il declino relativo dell’egemonia americana non dipendono da lui. Sono processi che lo precedono.


Ma sarebbe altrettanto assurdo sostenere che la sua presenza non abbia prodotto effetti specifici.
Un altro presidente avrebbe probabilmente mantenuto un sostegno più coerente all’Ucraina. Avrebbe quasi certamente conservato rapporti più stabili con gli alleati europei. Avrebbe contribuito meno alla delegittimazione delle istituzioni americane. Soprattutto, non avrebbe trasformato l’insulto permanente, il sospetto sistematico e la provocazione continua in una forma ordinaria di comunicazione politica.

La guerra in Ucraina forse non sarebbe terminata. Il Medio Oriente non sarebbe diventato improvvisamente pacifico. Le tensioni con la Cina sarebbero rimaste. Ma il clima internazionale sarebbe probabilmente apparso meno incerto, meno imprevedibile e meno dipendente dagli umori del leader della maggiore potenza mondiale.

Le strutture spiegano l’ascesa di Trump. Trump spiega il modo particolare in cui quella crisi si è manifestata.



Non stiamo parlando di dettagli marginali. Quando la principale potenza mondiale modifica il proprio atteggiamento verso alleati e avversari, le conseguenze si riverberano sull’intero sistema internazionale. Il modo in cui gli Stati Uniti hanno affrontato la guerra in Ucraina, il rapporto con la NATO, la politica commerciale e perfino il linguaggio pubblico globale sono stati influenzati dalla personalità e dallo stile politico del loro presidente.

La storia, infatti, non procede come un treno su un binario obbligato. Assomiglia piuttosto a una rete di sentieri. Alcuni percorsi sono più probabili di altri, ma raramente esiste una sola direzione possibile.

L’esempio classico è quello di Hitler. Nessuno storico serio sostiene che la crisi della Germania di Weimar sia stata creata da lui. Le condizioni economiche, sociali e politiche che favorirono l’ascesa del nazismo esistevano già. Tuttavia la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che la specifica forma assunta dal Terzo Reich non possa essere spiegata senza la personalità di Hitler. La struttura rese possibile il fenomeno; l’uomo contribuì a determinarne il carattere concreto.

 


Lo stesso ragionamento vale, con i dovuti adattamenti, per molte altre figure storiche. Senza Lenin la rivoluzione russa avrebbe avuto gli stessi esiti? Senza Churchill la Gran Bretagna avrebbe reagito nello stesso modo nel 1940? Senza Gorbaciov l’Unione Sovietica sarebbe crollata nelle medesime forme? Nessuno può rispondere con certezza. Ma il semplice fatto che queste domande abbiano senso dimostra che le leadership contano.

Anche l’Italia offre uno spunto interessante.

È possibile che molte delle difficoltà economiche e geopolitiche del Paese sarebbero emerse indipendentemente da chi sedeva a Palazzo Chigi. Tuttavia non è irrilevante che a guidare il governo sia una figura piuttosto che un’altra.

Giorgia Meloni ha indubbiamente consolidato il proprio consenso interno, puntando però su politiche divisive. Sul piano internazionale, però, il bilancio appare meno impressionante di quanto suggerisca la retorica governativa. 

 


Molta enfasi simbolica, numerosi incontri bilaterali, una costante ricerca di visibilità mediatica, ma risultati concreti relativamente modesti. L’Italia sembra talvolta oscillare tra la ricerca di piccoli vantaggi immediati e la costruzione di relazioni privilegiate con questo o quel partner, senza che emerga una vera strategia capace di accrescere il peso politico del Paese nel lungo periodo.

È legittimo domandarsi se una leadership diversa — per esempio quella rappresentata da Mario Draghi — avrebbe puntato maggiormente sul rafforzamento della posizione europea dell’Italia, sulla costruzione di alleanze stabili e su una più ambiziosa strategia internazionale. Non lo sapremo mai. Ma il fatto stesso che il confronto sia plausibile mostra ancora una volta che le persone al comando non sono intercambiabili.

La convinzione che gli individui non contino nulla è, in fondo, una forma di pigrizia intellettuale. Assolve i governanti dai loro errori e trasforma la storia in una macchina automatica. La realtà è più complessa e più interessante.

Le strutture stabiliscono il terreno di gioco. Ma le partite vengono ancora vinte o perse da uomini e donne in carne e ossa. Alcuni allargano gli spazi della libertà, della cooperazione e della pace. Altri alimentano conflitti, rancori e divisioni. Alcuni migliorano le possibilità offerte dalle circostanze. Altri le peggiorano.

Per questo il mondo non sarebbe stato identico senza Trump. Così come non sarebbe stato identico senza Churchill, senza Gorbaciov, senza De Gaulle o senza Hitler.



La storia non è un destino. Non è un binario lungo il quale viaggiamo senza possibilità di scelta.

È una lunga sequenza di Sliding Doors. Le strutture aprono le porte. Gli uomini decidono quali attraversare. E qualche volta, nel bene o nel male, da quella scelta dipende il destino di milioni di persone.

Carlo Gambescia

sabato 6 giugno 2026

Travaglio e Minetti: quando il sospetto diventa sistema

 


Sia subito chiaro: Berlusconi, per il liberalismo italiano, è stato una disgrazia. Però, quando troppo è troppo.

La grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti arriva dopo una vicenda giudiziaria durata anni e relativa a una condanna per abuso d’ufficio. Al di là del merito del provvedimento, colpisce il fatto che la sua figura continui a funzionare come un simbolo politico prima ancora che come una persona. Ed è proprio questo slittamento dal fatto al simbolo che rende interessante il caso.

La vicenda offre uno spunto che va ben oltre il destino personale dell’ex consigliera regionale. Riguarda infatti un modo di fare giornalismo e di interpretare la realtà politica che negli ultimi trent’anni ha trovato in Marco Travaglio il suo rappresentante più noto.

Ripetiamo: Berlusconi non era un santo. E neppure la Minetti è mai stata presentata come una figura esemplare. Ma proprio per questo il caso è interessante. 

 


Quando perfino personaggi percepiti come emblemi di una stagione politica controversa continuano a essere inseguiti da sospetti anche dopo verifiche, smentite e accertamenti, il problema non riguarda più loro. Riguarda chi continua a inseguirli.

Lo storico americano Richard Hofstadter, nel celebre saggio The Paranoid Style in American Politics (ed. it. Adelphi), descriveva una particolare forma mentis. Non una malattia mentale, ma una disposizione culturale. Lo “stile paranoide” consiste nella tendenza a interpretare la realtà come una trama permanente di connessioni nascoste, interessi occulti e colpe mai del tutto provate ma sempre presunte.

In questa prospettiva, l’assenza di prove non diventa una confutazione. Diventa una prova ulteriore. Se non si trova nulla, significa che qualcuno ha nascosto qualcosa. Se le verifiche smentiscono il sospetto, significa che le verifiche sono state insufficienti. Se l’accusa cade, la colpa rimane comunque nell’aria.

 


È un meccanismo intellettuale affascinante perché è praticamente inattaccabile. Ogni smentita viene incorporata nel sistema come conferma.

Per capirsi: dopo Hofstadter, il paragone letterario più immediato è Ahab. Non perché la preda sia gigantesca, ma perché l’ossessione finisce per contare più della balena stessa. A un certo punto non importa più ciò che si trova. Importa soltanto continuare la caccia.

Da anni Travaglio sembra muoversi entro questo schema.Berlusconi non è più un politico o un imprenditore. È diventato il principio esplicativo universale di un’intera epoca. Minetti non è una persona. È un simbolo.



Un capro espiatorio, per dirla con Girard. E i simboli, a differenza delle persone reali, non possono mai essere assolti. Devono continuare a rappresentare il male che si è deciso di combattere. Un simbolo negativo per ogni vero credente, per dirla con Hoffer, per il quale il nemico è una necessità vitale.

Il risultato è un giornalismo che rischia di trasformarsi in una forma di teologia morale, più che in un’indagine sui fatti.

Naturalmente il giornalismo d’inchiesta deve essere ostinato. Senza ostinazione non si scopre nulla. Ma esiste una differenza tra ostinazione e ossessione. La prima cerca fatti. La seconda cerca conferme.

Quando un’inchiesta continua anche dopo che i fatti sembrano aver preso una direzione diversa da quella attesa, si entra in un territorio delicato. Il rischio è che il giornalista finisca per innamorarsi della propria ipotesi più di quanto ami la verità che intende cercare.


 

Ed è qui che la lezione di Hofstadter conserva tutta la sua attualità. Lo stile paranoico non consiste nel vedere complotti inesistenti. Consiste nel non riuscire più a immaginare che, qualche volta, il mondo sia meno complesso, meno oscuro e meno colpevole di quanto si desideri dimostrare.

Forse il caso Minetti non riguarda la Minetti. Riguarda il ritardo con cui una parte del giornalismo italiano accetta che una stagione politica sia finita. E che non tutto ciò che resta debba essere ancora processato. Insomma si fatica ad accettare che il berlusconismo, piaccia o meno sia diventato storia e non più una categoria metafisica buona per spiegare tutto.

Carlo Gambescia

venerdì 5 giugno 2026

D’Annunzio in municipio. La politica come guardaroba del Novecento

 

 


Ci sono notizie che, più che raccontare il presente, sembrano uscite da un magazzino teatrale della storia. Una di queste arriva da Rimini, dove un sindaco ha partecipato alle celebrazioni del 2 giugno indossando la fascia tricolore sopra una camicia nera. Sono seguite le proteste dell’ANPI, le dichiarazioni politiche e il consueto incendio mediatico.

Il sindaco ha rivendicato fieramente la sua appartenenza, definendosi però un dannunziano cresciuto nel mito del superuomo, dell’invincibilità del guerriero. A dire il vero non ricordiamo un D’Annunzio in prêt-à-porter fascista. Ma possiamo sbagliarci.

Ora, che la camicia nera sia un simbolo storicamente legato al fascismo è un dato difficilmente contestabile. Ma forse la domanda interessante non è questa. La domanda è: che cosa significa oggi, nel 2026, presentarsi in pubblico con una camicia nera durante una cerimonia ufficiale della Repubblica?



Chi si aspetta una risposta apocalittica resterà deluso. Non siamo nel 1922 e neppure nel 1944. La democrazia italiana ha difetti enormi, ma non è minacciata da un manipolo di nostalgici in abbigliamento d’epoca. Se c’è qualcosa che colpisce in questi episodi non è la loro forza politica, bensì il loro carattere spettacolare.

A dire il vero, sul punto, il sindaco in camicia nera non ha tutti i torti: più che a Benito Mussolini viene da pensare, come anticipato, a Gabriele D’Annunzio. Alle sue pose, alle sue uniformi, alla sua concezione della politica come rappresentazione scenica. D’Annunzio aveva intuito prima di molti che i simboli possono attirare l’attenzione più delle idee. E che un gesto ben calibrato può occupare per giorni il dibattito pubblico. Cosa forse ancora più grave, perché rischia di riattivare nell’italiano lo spirito marziale (a parole ovviamente).

L’avventura fiumana fu, sotto molti aspetti, un immenso teatro politico: stivaloni, divise, rituali, giacche da domatore di leoni, proclami, saluti, parole d’ordine. Mussolini, che conosceva i suoi polli, espresse solidarietà all’Orbo Veggente ma evitò accuratamente di compromettersi. Fiume fu un’avventura politico-teatrale alla quale Giolitti pose fine con l’intervento dell’esercito. Fu allora, come ricorda Renzo De Felice, che si parlò di una possibile “marcia dannunziana su Roma”. Due anni dopo, la marcia la fece Mussolini. Quando si dice il caso.



D’Annunzio fu una mina vagante. Antiliberale, nazionalista, ostile a molti aspetti della società borghese, influenzò profondamente l’immaginario del fascismo, pur restando una figura autonoma e difficilmente riducibile al successivo regime mussoliniano. Mussolini, una volta conquistato il potere, ebbe l’accortezza di trasformarlo in un monumento vivente, confinandolo tra i lussi e gli ozi del Vittoriale. Prima morto politico, poi morto vero e proprio. Ma l’influenza dannunziana sul fascismo fu importante. E le parole del sindaco in camicia nera lo confermano indirettamente.

Naturalmente il paragone non va preso alla lettera. Ma c’è qualcosa di dannunziano in questo gusto per la provocazione estetica, per il segno visibile, per l’oggetto simbolico che costringe tutti a parlare di sé. La camicia nera, in questo caso, sembra funzionare più come accessorio comunicativo che come manifesto politico.

Resta però una differenza importante. Un privato cittadino può vestirsi come preferisce. Un sindaco che partecipa alle celebrazioni del 2 giugno non rappresenta soltanto se stesso. Rappresenta un’istituzione della Repubblica nata dal referendum del 1946. Ed è per questo che il gesto non può essere considerato neutrale.



Ma, ribadiamo, il punto centrale è forse un altro. Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, una parte della destra continua talvolta a cercare visibilità attraverso simboli ereditati dal Novecento. Non perché quei simboli abbiano ancora una reale capacità di mobilitazione politica, ma perché conservano una straordinaria capacità di provocazione.

E qui piace ricordare l’amico Giano Accame, che volle essere sepolto in camicia nera. In quasi vent’anni di frequentazione non gliela vidi mai indossare. Giano parlava con tutti e leggeva tutto. Lo ricordo ottantenne alla scrivania, con una matita in mano e un volume di storia del Mulino aperto davanti. La sua camicia nera non era una provocazione. Era un gesto privato di fedeltà verso i caduti della Repubblica Sociale, una comunità alla quale, sia pure per un solo giorno e da sedicenne, aveva appartenuto. Un omaggio ai morti, non una sfida ai vivi.

 


Nel caso del sindaco romagnolo il significato sembra invece diverso. Qui la camicia nera appare soprattutto come un messaggio pubblico. Non memoria, ma comunicazione. Non raccoglimento, ma visibilità. Non una reliquia sentimentale, ma un oggetto simbolico destinato a produrre reazioni.


Ed è qui che ritorna D’Annunzio. Non il poeta, non il profeta del fascismo secondo certa pubblicistica frettolosa, ma il grande regista della politica come spettacolo. L’uomo che aveva capito prima di tutti che una divisa, una posa, una parola ben scelta possono occupare il dibattito pubblico molto più di un programma o di un’idea.

Quanto al sindaco in camicia nera, D’Annunzio probabilmente avrebbe sorriso. Non per il contenuto del gesto, ma per la sua efficacia. Da giorni tutti ne parlano. E per un professionista della provocazione estetica non esiste successo più grande.

 


Che malinconia, però. Una Repubblica nata dal referendum del 1946, sopravvissuta al terrorismo, alle stragi, alla guerra fredda, a Tangentopoli e alla rivoluzione digitale, che ancora si divide su una camicia nera.

Non perché quella camicia sia davvero forte. Ma perché la politica italiana continua troppo spesso a cercare nel guardaroba del Novecento le parole che non riesce a trovare nel presente.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/06/04/lanpi-denuncia-alla-cerimonia-del-2-giugno-a-rimini-un-sindaco-in-camicia-nera._fbe13924-9c97-4984-94be-22dd3d477f08.html .

 

giovedì 4 giugno 2026

Quarantaquattro gatti: il 2 giugno tra militarismo e antimilitarismo

 


Un quarto articolo? Già sentiamo i lettori protestare… Ma il 44 per cento di share della parata di ieri, evocato da “Libero”, è uno di quei numeri che fanno subito impressione, perché sembrano dire molto più di quanto in realtà dicano. È un po’ come i “quarantaquattro gatti in fila per sei, con il resto di due”: resta sempre da capire chi sia il famoso “resto di due”. Gli irriducibili del telecomando? I critici professionali della parata? O semplicemente quelli che hanno acceso la TV e poi hanno litigato col telecomando?

Insomma, non potevamo non dire la nostra.

Il punto è che, senza serie storiche solide e comparabili, il numero resta sospeso. E qui la questione diventa seria: i dati Auditel sulla parata del 2 giugno mostrano ascolti significativi, ma non esiste una serie pubblica stabile tale da sostenere l’idea di un trend politico-culturale lineare. In altre parole: dire “44 per cento” senza confronto è come commentare una partita guardando solo il secondo tempo e sostenendo di aver capito tutta la stagione.



Eppure ogni anno si riapre la stessa sceneggiatura. Da un lato una certa destra politica che, davanti ai numeri, vi legge una prova di consenso patriottico quasi plebiscitario. Dall’altro una sinistra che reagisce spesso con il riflesso opposto: se si vede una divisa, allora dev’esserci per forza un problema. In mezzo, come sempre, lo Stato reale che continua a funzionare senza farsi troppe domande sul dibattito televisivo.

Qui però vale una precisazione che sembra banale, ma non lo è: lo Stato non è una ONG. Non vive di buoni sentimenti né di indignazioni selettive. Vive di istituzioni, confini, obblighi internazionali e, quando serve, di Forze armate. Che non sono un simbolo decorativo, ma una funzione. Poi si può discutere su tutto: dimensioni, impieghi, controllo politico. Ma negarne la necessità significa giocare alla politica con le figurine.

La storia della parata del 2 giugno, se la si guarda senza occhiali ideologici, racconta proprio questo: instabilità e adattamento, non ossessione militare. Entra nel cerimoniale nel 1950, quando la Repubblica ha bisogno di darsi una forma visibile. Nel 1976 viene sospesa per il terremoto del Friuli: i militari sono impegnati nei soccorsi, non nella passerella. Nel 1977, in piena stagione di austerità, si riduce ulteriormente la dimensione della celebrazione.

 


Poi segue una fase di forte oscillazione: negli anni successivi la parata non ha una continuità regolare e stabile come oggi, alternando periodi di riduzione, cambi di formato e scelte diverse sulla rappresentazione pubblica dello Stato. Non c’è un’unica traiettoria lineare: proprio questa discontinuità riflette il rapporto non scontato della Repubblica con i propri simboli.

Per oltre un decennio, infatti, la Festa della Repubblica si concentra soprattutto sull’Altare della Patria e su forme più sobrie di celebrazione istituzionale. È solo nel 2000 che Carlo Azeglio Ciampi reintroduce stabilmente la parata, dentro un’idea semplice ma potente: uno Stato senza simboli riconoscibili rischia di diventare una burocrazia senza volto.

E anche dopo il ritorno, non si tratta di una rappresentazione “militarista” continua. Nel 2012, dopo il terremoto dell’Emilia, la parata si riduce drasticamente. Nel 2013 si contrae ulteriormente per ragioni economiche. Nel 2020 e 2021 viene sospesa per la pandemia. Se questa è propaganda bellica, è una propaganda piuttosto intermittente: si interrompe ogni volta che la realtà impone altro.

E allora la contrapposizione destra/sinistra comincia a scricchiolare. Perché la destra legge spesso la parata come prova di forza identitaria, ma dimentica che è stata più volte ridimensionata proprio dalla gestione concreta dello Stato. La sinistra la guarda talvolta come residuo inquietante, ma ignora che senza una capacità di difesa uno Stato non è nemmeno in grado di garantire la propria neutralità democratica.

 


Il punto, alla fine, è semplice e un po’ scomodo: le democrazie non si reggono sulle emozioni. Si reggono su istituzioni che funzionano anche quando non piacciono. E le Forze armate, nel bene e nel male, stanno lì dentro.

Il resto è dibattito da talk show. Dove il 44 per cento diventa un plebiscito o un sospetto, a seconda della convenienza retorica. Ma la storia, quella vera, continua a non partecipare al sondaggio.

Carlo Gambescia

mercoledì 3 giugno 2026

3) La Repubblica dimenticata






Ieri, come ogni 2 giugno, abbiamo assistito alla tradizionale parata lungo i Fori Imperiali. Reparti militari, rappresentanze civili, autorità dello Stato, il sorvolo delle Frecce Tricolori, l’omaggio del Presidente della Repubblica al Milite Ignoto.

Un rituale che si ripete da decenni e che, almeno per un giorno, sembra restituire agli italiani il senso di un’appartenenza comune.

Eppure, osservando le celebrazioni di ieri, è difficile sottrarsi a una domanda: quanti conoscono davvero ciò che stanno celebrando? Viene il sospetto che, per una parte non trascurabile degli italiani, il 2 giugno sia ormai percepito come una gradevole appendice del ponte primaverile più che come il compleanno della Repubblica.

Questo articolo conclude idealmente i due precedenti dedicati alla Festa della Repubblica. Nel primo abbiamo riflettuto sui due Risorgimenti incompiuti — quello ottocentesco e quello resistenziale. Nel secondo sul paradosso di una Repubblica che, pur tra crisi politiche e trasformazioni profonde, ha garantito all’Italia ottant’anni di continuità istituzionale. Resta però una terza questione, forse la più importante: che cosa rimane oggi della memoria storica della Repubblica?



La domanda non è accademica. Una comunità politica non vive soltanto di istituzioni, leggi e procedure. Vive anche di racconti condivisi, simboli, riferimenti storici comuni. Quando questi si indeboliscono, si indebolisce anche la capacità di comprendere il presente.

Da anni le indagini sulla cultura storica degli italiani mostrano segnali poco incoraggianti. Secondo diverse rilevazioni richiamate dal Censis e da istituti di ricerca, quote significative di cittadini non sanno collocare correttamente eventi fondamentali della storia moderna e contemporanea, mentre figure centrali del Risorgimento e della costruzione dello Stato unitario risultano sempre meno familiari alle giovani generazioni. Non si tratta di pretendere che ogni cittadino distingua Mazzini da Cattaneo o Dossetti da Calamandrei. Il problema è più elementare: una quota crescente di italiani fatica perfino a collocare i grandi snodi della propria storia nazionale.



Naturalmente nessuna società può pretendere che tutti i cittadini siano storici. Ma vi è una differenza tra una memoria imperfetta e una memoria svuotata. Nel primo caso si conserva almeno il significato generale degli eventi. Nel secondo rimangono soltanto i rituali. In molti casi la memoria storica sembra essersi ridotta a ciò che resta dopo aver dimenticato quasi tutto.

Molti italiani sanno che il 2 giugno è la Festa della Repubblica. Molti meno ricordano che quel giorno del 1946 non si votò soltanto tra monarchia e repubblica. Si elesse anche l’Assemblea Costituente che avrebbe scritto la Costituzione. Ancora meno conoscono le culture politiche che contribuirono a quel compromesso storico tra cattolici, liberali, azionisti e socialisti democratici, con la partecipazione decisiva anche delle grandi forze della sinistra socialista e comunista. Eppure è lì che si trovano le fondamenta della nostra convivenza civile.

La fragilità della memoria storica produce conseguenze politiche. Una cittadinanza che conosce poco il proprio passato è più esposta a semplificazioni, manipolazioni e revisionismi e assenze simboliche, come quella ieri di Salvini. Non occorre cancellare la storia per cambiarne il significato pubblico. Spesso è sufficiente che essa venga dimenticata. 2 giugno, Festa della Repubblica?  Che sarà mai... Ho altro da fare...



In questo senso, una parte delle destre contemporanee ha intuito una verità politicamente preziosa: per vincere una battaglia culturale non sempre è necessario convincere. Talvolta basta che gli avversari abbiano dimenticato. La battaglia culturale non si combatte soltanto reinterpretando il passato, ma anche approfittando della sua progressiva rimozione.

Quanto meno si conoscono il fascismo, la Resistenza, la nascita della Repubblica e il lavoro della Costituente, tanto più diventa facile ridimensionarne il significato storico e politico.

Non è un caso che negli ultimi anni siano tornate di moda letture indulgenti del Ventennio, tentativi di equiparazione tra fascismo e antifascismo o operazioni simboliche volte a normalizzare figure e tradizioni che la Repubblica nata nel 1946 aveva consegnato alla sconfitta della storia. Del resto, quando il fascismo smette di essere studiato, comincia quasi inevitabilmente a essere banalizzato. E ciò che viene banalizzato finisce spesso per essere assolto. Fenomeni che non nascono dal nulla. Trovano terreno fertile proprio nell’indebolimento della memoria collettiva.





Ciò non significa che la storia debba trasformarsi in una religione civile o in una verità ufficiale sottratta al dibattito. La ricerca storica vive di confronto critico e revisione continua. Ma una cosa è il revisionismo storiografico, che rappresenta il normale progresso della conoscenza; altra cosa è il revisionismo politico che sfrutta l’ignoranza storica per relativizzare fatti ormai accertati.

Per questo il problema della Repubblica italiana non è soltanto istituzionale. È culturale. Ottant’anni dopo la sua nascita, la Repubblica appare abbastanza forte da essere data per scontata e abbastanza vecchia da essere poco conosciuta. È il paradosso delle istituzioni che hanno avuto successo: sopravvivono, ma le ragioni della loro esistenza tendono a essere dimenticate.

Ripetiamo: le feste civili servono precisamente a contrastare questo rischio. Non celebrano ciò che tutti ricordano.

 


Ricordano ciò che una società rischia di dimenticare. Altrimenti accade ciò che già si intravede: cittadini sempre più informati sull’ultima polemica dei social network e sempre meno sulla storia delle istituzioni che garantiscono loro la libertà di polemizzare.

Il 2 giugno dovrebbe essere soprattutto questo: non una parentesi retorica tra una parata e un giorno festivo, ma un’occasione per riflettere sulle origini della nostra liberal-democrazia. Perché una Repubblica può sopravvivere a molte crisi politiche. Più difficile è sopravvivere all’oblio delle proprie ragioni fondative.

E una democrazia che smette di conoscere la propria storia finisce quasi sempre per affidarne il racconto a chi ha interesse a semplificarla, deformarla o addirittura rimpiangerla. È un rischio che la Repubblica italiana non può permettersi. Perché, come spesso ci piace sottolineare, l’oblio, a differenza delle crisi politiche, non fa rumore. Ma spesso produce effetti più duraturi.

Carlo Gambescia



martedì 2 giugno 2026

2) Il 2 giugno e i due Risorgimenti incompiuti

 



Sfogliando le prime pagine dei giornali di oggi, 2 giugno, si coglie una curiosa impressione. La Festa della Repubblica c’è, naturalmente. Le celebrazioni ufficiali pure. Eppure non sembra occupare nel discorso pubblico il posto che le spetterebbe come uno dei momenti fondativi della nazione. In particolare su parte della stampa di destra (“Il Secolo” addirittura ignora l’evento).

In alcuni ambienti culturali e politici, la nascita della Repubblica appare quasi ridotta a una ricorrenza istituzionale, privata della sua portata storica. Come se fosse una data tra le altre e non il giorno in cui gli italiani scelsero il proprio futuro dopo la dittatura e la guerra


Il 2 giugno 1946 non è una data qualsiasi. È il giorno in cui gli italiani scelsero la Repubblica contro una monarchia che aveva accompagnato, sostenuto e legittimato il fascismo fino al 25 luglio 1943, tentando poi di sopravvivere al crollo del regime. È il giorno in cui l’esito politico della Liberazione trovò una consacrazione democratica attraverso il voto popolare. Per questo, sminuire il significato del 2 giugno non è mai un gesto neutrale: significa attenuare la portata storica della rottura che separa l’Italia democratica dall’esperienza totalitaria.

 


Naturalmente la Repubblica non nacque dal nulla. Affondava le proprie radici nella storia nazionale e nella tradizione liberale italiana. Ma proprio qui emerge una questione raramente affrontata: l’Italia contemporanea è figlia di due Risorgimenti. Il primo, ottocentesco, costruì l’unità nazionale e l’indipendenza politica. Il secondo, tra il 1943 e il 1948, ricostruì la libertà politica distrutta dal fascismo e pose le basi della democrazia costituzionale. Il primo fece l’Italia. Il secondo fece la Repubblica.

Entrambi furono eventi fondativi e, al tempo stesso, contestati. Entrambi rimasero in parte incompiuti sul piano della coscienza nazionale. Una parte degli italiani non comprese fino in fondo il significato del Risorgimento, considerandolo un’opera delle élite o un processo estraneo alle tradizioni locali, divisa tra socialismo e forze della reazione.



Anche una parte significativa del mondo cattolico mantenne a lungo un rapporto problematico con quel primo Risorgimento, percepito come un’unificazione imposta dall’alto e segnata dalla questione romana. Nel secondo dopoguerra, il rapporto con la Repubblica e con la Costituzione si è progressivamente consolidato, ma non tutti gli ambienti cattolici hanno compiuto fino in fondo una piena riconciliazione simbolica con l’intero percorso risorgimentale.

Al tempo stesso, una parte degli italiani non ha mai accettato pienamente il significato storico della Repubblica nata dalla Liberazione. Non necessariamente per ostilità alla democrazia, ma per un persistente disagio verso il suo atto fondativo: la sconfitta del fascismo e il ruolo centrale dell’antifascismo.

Qui si trova uno dei nodi della storia italiana. La Repubblica non rappresenta la negazione del Risorgimento, ma il suo completamento democratico. La vera linea di frattura non passa tra Risorgimento e Repubblica, bensì tra due diverse interpretazioni del Risorgimento stesso. Da una parte il filone liberal-costituzionale, quello di Cavour, Giolitti, Einaudi e De Gasperi, che vede nella limitazione del potere, nel pluralismo e nelle istituzioni rappresentative il cuore della vita politica. Dall’altra il filone nazional-statualista, che da alcune premesse crispine arriva nel Novecento alla sua degenerazione fascista.



Non a caso il regime cercò di presentarsi come il vero erede del Risorgimento, contrapponendo il mito della forza e dello Stato alla tradizione parlamentare liberale. Un ruolo decisivo in questa operazione fu svolto da Giovanni Gentile, che tentò di costruire una continuità ideale tra Risorgimento e fascismo, interpretando lo Stato fascista come compimento della storia nazionale iniziata nell’Ottocento. In questa prospettiva, il liberalismo parlamentare appariva una fase incompleta, destinata a essere superata dall’unità politica e morale dello Stato.

Ma il fascismo non fu il compimento del Risorgimento: ne fu la deformazione autoritaria. Dove Cavour vedeva il primato delle istituzioni, Mussolini impose il primato dello Stato. Dove Giolitti praticava il pluralismo, il fascismo introdusse il partito unico. Dove il liberalismo limitava il potere, il fascismo lo concentrava.

La Repubblica democratica nacque anche contro questa appropriazione del Risorgimento: non contro la storia nazionale, ma contro la sua riscrittura autoritaria.

Per questo il 2 giugno può essere letto come il giorno del Secondo Risorgimento. Non perché

cancelli il primo, ma perché ne recupera il nucleo essenziale: libertà politica, rappresentanza, costituzionalismo.

Il problema italiano, forse, è che una parte degli italiani non ha mai amato fino in fondo né il primo né il secondo Risorgimento: il primo perché percepito come troppo liberale o elitario, il secondo perché legato alla rottura antifascista.

Da qui deriva la difficoltà di trasformare il 2 giugno in una festa pienamente condivisa. A differenza del 14 luglio francese o del 4 luglio americano, la Repubblica italiana continua a essere interpretata non solo per ciò che è diventata, ma per il modo in cui è nata.

Eppure proprio questo dovrebbe essere il motivo per celebrarla con maggiore convinzione. Perché la Repubblica non nacque da una semplice transizione istituzionale, ma dalla scelta di abbandonare la dittatura e di ricondurre la storia italiana entro il solco della libertà costituzionale.



Ottant’anni dopo, il punto non è stabilire se quella scelta sia stata giusta: la storia ha già risposto.

Il punto è capire perché una parte degli italiani fatichi ancora a riconoscere che il 2 giugno 1946 non fu solo la nascita della Repubblica, ma la rinascita dell’Italia democratica.

Forse basta tornare alle prime pagine dei giornali di oggi per cogliere il segnale: una ricorrenza importante, ma non ancora pienamente centrale nel discorso pubblico. Non è solo un’impressione. È il sintomo di una difficoltà più profonda: riconoscere fino in fondo il valore simbolico di quella data.

Ottant’anni dopo, la Repubblica continua a essere letta attraverso memorie divise e sensibilità politiche contrapposte. Ma proprio per questo la sua forza non diminuisce: perché non celebra una continuità rassicurante, bensì una scelta storica netta. E ricordarla significa ricordare che la democrazia italiana non è stata un esito inevitabile, ma una conquista.

Una conquista che, ancora oggi, non tutti hanno completamente interiorizzato.

E forse è proprio questo il vero paradosso del 2 giugno: una festa della condivisione democratica che continua a vivere dentro una memoria non ancora del tutto condivisa. Antifascista e liberale al tempo stesso

Carlo Gambescia