sabato 12 settembre 2026

Oltre la Bonino. Le macerie del liberalismo italiano

 

Vorremmo cogliere l’occasione della scomparsa di Emma Bonino per fare una piccola riflessione sul destino del liberalismo in Italia, ormai ridotto a sparuta schiera.

La Bonino ne è stata un’interessante protagonista più sul piano politico, quello concreto, che su quello ideologico, quello idealistico. Potremmo definirla una liberale di governo, ma in senso alto, quasi giolittiano (di qui anche certe critiche malevole, ma sorvoliamo): una politica riformatrice, capace di fare i conti con la realtà senza per questo rinunciare ai principi. Convinta, soprattutto, che indietro non si torna. La modernità è, per così dire, non negoziabile: o si prende l’intero pacchetto, oppure non si prende nulla.

Ed è proprio questo che distingue il liberale dall’uomo di destra, nelle sue varie versioni. Il conservatore può rimpiangere il mondo di ieri e tentare di recuperarne qualche pezzo. Il liberale, invece, sa che la storia non procede a ritroso. Può discutere le forme della modernità, correggerne gli eccessi, difendere gli individui dalle pretese del potere; ma non può pretendere di cancellarla.

Il che ci porta a un aspetto più generale: il liberalismo italiano è franato da un pezzo. Diciamo che l’ultimo grande interprete fu Luigi Einaudi, studioso ma soprattutto uomo pratico, concreto, attento alle istituzioni e agli effetti reali delle decisioni politiche. Ferma restando, naturalmente, la levatura di Benedetto Croce e di quella tradizione liberal-democratica che nel Novecento avrebbe avuto altri protagonisti.

Il problema è che il liberalismo italiano, prima ancora di perdere i partiti, ha progressivamente perso il suo ambiente.

Nell’Ottocento era stato, prima ancora che un partito organizzato, un clima politico e culturale: una certa idea dello Stato, dell’individuo, della responsabilità, delle libertà civili. Nel Novecento quel retroterra si è progressivamente assottigliato. Prima è venuto meno il liberalismo come cultura politica largamente condivisa; poi quello come forza organizzata; infine, quasi, quello come dottrina capace di parlare alla società. Il fascismo spezzò violentemente quella continuità, mentre nel dopoguerra il liberalismo rimase schiacciato tra i grandi partiti di massa, finendo per affidarsi prima alla collaborazione con la Democrazia cristiana e poi a una funzione politica sempre più minoritaria. Il risultato fu la progressiva perdita di un vero retroterra sociale e culturale.




Oggi esistono fondazioni, istituti e associazioni che continuano a occuparsi di liberalismo, ma in pratica nessuno le incoraggia, a meno che non sterzino a destra o a sinistra, per ingrossare le fila dei vincitori di turno. Il liberalismo, quando non è ridotto a etichetta, sembra avere perso perfino il diritto a una propria autonomia politica.

Sul piano partitico sappiamo di un partitino che da poco ha ripreso a totalizzare percentuali da prefisso telefonico. Del resto, il liberalismo partitico italiano è morto con Berlusconi. Il Cavaliere con il liberalismo c’entrava come Conte Dracula con la Banca del Sangue. Si è visto e capito, forse troppo tardi.

Berlusconi aveva certamente intuito l’esistenza di una domanda di libertà, soprattutto contro l’invadenza dello Stato e contro un sistema politico ingessato. Ma quella domanda venne rapidamente trasformata in altro: in difesa dell’interesse privato, nella furbesca denuncia degli sprechi e del parassitismo statale, nell’idea che il problema fosse soprattutto quello di farsi i fatti propri. Una cosa rispettabilissima, per carità, ma non ancora una cultura liberale.

Il liberalismo è qualcosa di più esigente: riguarda le istituzioni, il diritto, la responsabilità individuale, il pluralismo, la separazione dei poteri. Non basta avere meno Stato; occorre anche avere uno Stato che sappia stare al proprio posto.

Riassumendo: nel Novecento si è verificato in Italia un fenomeno singolare: la progressiva sparizione del liberalismo, prima come prepartito, come lo definì Croce, cioè come ambiente culturale e politico, poi come forma-partito e infine come dottrina capace di espandersi nella società. Una tragedia politica.

Si è cercato, sul piano dottrinario, di innestare qualche pensatore non italiano. Qui si pensi soprattutto a Hayek, Mises e alla scuola austriaca. Ma anche in questo caso il risultato è stato modesto. Non perché quelle idee fossero prive di valore, tutt’altro, ma perché sono rimaste prevalentemente materia per professori, studiosi e militanti di nicchia, un microcosmo già di per sé litigioso.

Inoltre si trattava di pensatori importati tutt’altro che concordi tra loro. Una cosa è importare una dottrina, altra cosa è trasformarla in cultura politica. Il liberalismo non si costruisce a tavolino: non basta mettere insieme qualche teoria economica, qualche principio di libertà e un po’ di antipatia per lo Stato. Sono cose da laboratorio, un mix di desideri e armonie difficile da raggiungere per decreto.

In questo contesto, i radicali di Pannella, Bonino e altri ancora hanno rappresentato l’ultima spiaggia. Un liberalismo di sinistra, per molti aspetti, ma capace di fare i conti con la realtà. E soprattutto capace di tradurre la libertà in battaglie concrete. La loro forza fu proprio questa: non limitarono il liberalismo alla teoria economica, ma lo portarono sul terreno dei diritti civili, della libertà individuale, della laicità dello Stato, dell’obiezione al potere.

In un’Italia che sui diritti civili aveva accumulato ritardi storici, il radicalismo rappresentò qualcosa di molto più serio di una semplice corrente di opinione. Da Cattaneo in poi, la tradizione liberale italiana aveva avuto intuizioni importanti, ma era rimasta spesso priva della forza politica necessaria per trasformarle in senso comune. I radicali riuscirono almeno in parte a colmare quel vuoto.

Il Partito radicale, con tutti i suoi difetti, fu così un piccolo miracolo. Un miracolo che, però, sul piano delle elezioni politiche non si tradusse mai in vittorie eclatanti . Mancava il liberalismo prepartito: quel clima culturale, quella circolazione di idee basiche, quella preparazione dottrinaria che consente a un partito di non essere soltanto una macchina elettorale, ma l’espressione politica di qualcosa che già esiste nella società.

Ecco perché la storia dei radicali è anche la storia dei limiti del liberalismo italiano. Pannella e Bonino potevano anticipare la società, ma non potevano crearla dal nulla. Potevano porre questioni, mobilitare minoranze, costringere il Parlamento a occuparsi di temi rimossi. Ma non potevano inventare una cultura liberale dove quella cultura non aveva più un solido retroterra sociale.

Il sostegno nel 2013 alla candidatura di Bonino alla Presidenza della Repubblica fu forse l’ultimo grande tentativo di portare quella cultura al centro delle istituzioni. Ma anche quella vicenda, per quanto significativa, mostrò un problema antico: la difficoltà del liberalismo italiano a sottrarsi alle logiche della partitocrazia.

E ora? Macerie, solo macerie.

Non è soltanto morto un partito, né è venuta meno una singola corrente politica. È venuta meno una cultura capace di tenere insieme libertà individuale, responsabilità, istituzioni, mercato, pluralismo e modernità. E quando una cultura politica scompare, il vuoto non rimane vuoto a lungo.

È questo, forse, il dato più inquietante. Non tanto che il liberalismo italiano sia ridotto a sparuta schiera, ma che, mentre quella schiera si assottiglia, altri tornano a promettere ordine, identità, protezione e ritorno al passato.

Il problema, allora, non è soltanto la Bonino. È ciò che viene dopo la Bonino.

Perché le macerie del liberalismo italiano non sono semplicemente i resti di una vecchia cultura politica. Sono lo spazio nel quale possono crescere i nuovi autoritarismi.

E questa volta, forse, non avremo nemmeno più i liberali a ricordarci che indietro non si torna.

Carlo Gambescia

venerdì 11 settembre 2026

11 settembre, 25 anni dopo…

 

Sfogliavamo ieri sera alcuni manuali di storia contemporanea. Quasi tutti indicano nell’11 settembre 2001 una linea spartiacque tra il prima e il dopo.

Purtroppo, non tutti gli storici sono d’accordo sui contenuti di quel prima e di quel dopo. A grandi linee, esistono due grandi interpretazioni politiche e culturali. La prima vede nell’attentato alle Torri Gemelle un proditorio attacco agli Stati Uniti, punta di diamante dell’Occidente liberale. La seconda scorge nell’attacco al World Trade Center, simbolo del capitalismo secolarizzante, la giusta punizione per l’arroganza occidentale. Due letture opposte, che rimandano a due modi radicalmente diversi di intendere l’Occidente e la sua storia.

Va poi ricordata una terza posizione, minoritaria ma rumorosa, impregnata di complottismo, secondo la quale dietro l’attentato vi sarebbero stati servizi segreti americani, israeliani e altri apparati pronti a sfruttare l’indignazione mondiale per invadere e guerreggiare in Medio Oriente, fino ai confini dell’India. Una ricostruzione che, più che spiegare l’11 settembre, dice molto sul bisogno di trovare sempre un grande burattinaio dietro la storia.

Il fatto è che da allora il mondo è cambiato. Negli ultimi venticinque anni si sono rafforzati i radicalismi, dentro e fuori l’Occidente. E la pace, invocata ipocritamente da tutti i contendenti, sembra sempre più lontana.

L’11 settembre, comunque lo si interpreti, rappresenta però il momento simbolico del passaggio da un mondo nel quale l’Occidente liberale sembrava aver sconfitto, con il totalitarismo sovietico, il suo principale nemico, a un mondo nel quale i nemici del liberalismo sono tornati numerosi, diversi e spesso ferocemente determinati. L’illusione, maturata dopo il 1989, che la vittoria sul comunismo avesse chiuso la grande partita storica si è rivelata per quello che era: un’illusione.

L’11 settembre non ha creato questo nuovo mondo. Lo ha reso visibile.

E forse è proprio questo il punto che ancora oggi si fatica a comprendere. Il liberalismo non è soltanto un insieme di istituzioni, di libertà economiche e di garanzie individuali. È anche un modo di contenere il conflitto: attraverso il diritto, il limite del potere, il riconoscimento dell’avversario, la possibilità stessa di una convivenza tra uomini che continuano a pensarla diversamente.

 

Quando questi codici vengono rifiutati, dentro o fuori l’Occidente, il conflitto tende invece a radicalizzarsi. L’avversario torna a essere nemico, il nemico diventa assoluto e l’assoluto, prima o poi, chiede di essere combattuto.

Il liberalismo non ha abolito la guerra. Ha fatto qualcosa di più modesto e, proprio per questo, più prezioso: ha cercato di limitarla, privilegiando l’avversario al nemico.

Dal canto suo, l’11 settembre non ha abolito la pace. Ha mostrato quanto sia fragile quando l’avversario torna a essere nemico e il conflitto viene sottratto alla politica, al diritto e al limite.

Forse, dopo venticinque anni, è proprio questo che ancora non abbiamo imparato.

Carlo Gambescia

giovedì 10 settembre 2026

Lazio, figlia di un dio minore

 

 

La Lazio è figlia di un dio minore. Bella, a cominciare dai colori olimpici, ma sfortunata. Di più: qualche volta ha fatto anche del suo peggio per finire male (come nello scandalo del “calcioscommesse”).

Gli storici del calcio (e della Lazio), con la passione per i numeri, attestano un andamento ciclico, con alti e bassi fino agli anni Sessanta, per poi scivolare più volte in serie B, rischiando addirittura la serie C (fine anni Ottanta), con solo due fiammate storiche: gli scudetti della banda Maestrelli e del presidente Cragnotti, nel 1974 e nel 2000.

Cragnotti, di tutta la storia istituzionale della Lazio, è stato probabilmente il presidente che meglio ha capito che il calcio anni Novanta, si globalizzava e si trasformava in spettacolo, costoso, ma spettacolo, con tifosi sparsi per il mondo e conseguenti lucrose commercializzazioni,

 

 

Dopo di che, negli anni Duemila, arrivò Claudio Lotito e le acque si chiusero sulla Lazio. Resta difficile trovare una figura come la sua nella storia laziale. Una specie di arrogante antipresidente. E comunque di vedute ristrette, una specie di antiCragnotti. Con lui la Lazio è tornata a fluttuare. Non rischia la serie B ma neppure la Supercoppa. 

Si potrebbe parlare di aurea mediocritas, se non che il calcio, nonostante tutto, sembra fatto della stessa sostanza dei sogni. Sotto i lauti diritti televisivi e la commercializzazione perfino degli slip dei calciatori, il tifoso continua ad avere il cuore antico. E vuole per i suoi undici eroi il meglio.

Cosa che Claudio Lotito, con il suo cuore da mercante di campagna, non ha mai capito. Quello che pesa tutto sulla bilancia, non spende un soldo più del necessario e continua a comportarsi così anche quando ha fatto i soldi. Lui vende “solide realtà”, così dice.

Pertanto lo sciopero dei tifosi è la giusta nemesi per un personaggio del genere. A cosa approderà è difficile prevedere.

Anche perché l’uomo è fortunato: prese la Lazio per un pugno di dollari; senza costruire uno squadrone, e lavorando su prestiti e svincolati, qualche coppa l’ha arraffata. E ora, dulcis in fundo, una squadra costruita frettolosamente, con gli avanzi del mercato estivo, tra le contestazioni dei tifosi, dopo tre giornate è a nove punti. Con Gattuso che, romanticamente, evoca elmetti e tempeste d’acciaio: una guerra combattuta, però, con quattro soldi, come Lotito comanda. Detto altrimenti: epopea contro ragioneria. I soliti maleducati direbbero: epopea contro tirchieria.

Ovviamente, anche la fortuna non è tutto. Bisogna anche conoscere il calcio. E qui l’ultima parola l’ha detta un tifoso a Radio Sei: “A Loti’ te compri Sarri, poi ce metti cinque euri de benzina? Ma allora tu de carcio non capisce un c… Vattene che è mejo”.

Concordiamo.

Carlo Gambescia

mercoledì 9 settembre 2026

Onda nera. La terza offensiva

 

Ieri sera, con un amico, si discuteva di come fermare l’“onda nera”. Alla stessa ora Marco Damilano, nel minispazio Benedetto Croce — ogni epoca di ferro ha i suoi eroi — disquisiva sulla natura non originale del termine, perché saremmo dinanzi a un fenomeno politico nuovo, eccetera, eccetera. Quindi occorrono nuove coordinate, e così via.

Damilano esemplifica molto bene la crisi della sinistra dinanzi a una situazione che, in realtà, così nuova non è.

Diciamola tutta: cambiare il nome alle cose non cambia la sostanza delle cose.

In fondo Trump, che alcuni osservatori considerano, anche giustamente, il fatto nuovo della politica americana, che cos’è? Un presidente che, sul piano politico e simbolico, recupera e porta nel presente un immaginario populista e nazionalista di matrice sudista. E quindi, in molti suoi atteggiamenti, sembra ragionare come se il vecchio Sud fosse tornato sulla scena. Che c’è di nuovo? Nulla o quasi. Cioè, rispetto ai valori della Costituzione americana, Trump è il primo presidente che li mette apertamente in discussione e tenta di sabotarli. Lo dice, lo ripete, lo dichiara persino con soddisfazione.

Tornando a Damilano, che, se non erro, ha un dottorato in storia contemporanea, andrebbe ricordato che stiamo assistendo alla terza grande offensiva storica contro il liberalismo europeo.

La prima risale al periodo della Restaurazione (1815-1848), quando la controrivoluzione tentò di ricacciare indietro le idee liberali e costituzionali emerse dalla Rivoluzione francese. La seconda si sviluppò tra le due guerre mondiali (1918-1939), con la crisi delle democrazie liberali, l’affermazione dei fascismi e il successo dei comunismi rivoluzionari. La terza rimanda al consolidamento dell’aggressiva Russia putiniana e all’ascesa del trumpismo, dal principio del nuovo secolo in poi. Quindi c'è poco da minimizzare.

Quindi, nulla di nuovo sotto il sole. Si potrebbe giocare con i colori: onda rossobruna, onda rossonera. In realtà, che estrema sinistra ed estrema destra possano giocare di conserva contro la società liberale era già noto al tempo di Weimar. Come del resto era noto il plebiscitarismo interclassista di Napoleone III, che amava presentarsi come l’uomo del popolo, al di sopra delle classi e dei partiti.

Ma si pensi soprattutto al meccanismo vandeano, più volte scattato nella storia: l’alleanza tra nobili, preti e popolo. Non si dimentichi mai il contadino sanfedista del 1799: “Chi tène pane e vvino, ‘e sicuro è giacubbino”. Insomma, che vi fosse una cesura culturale tra l’elettore — semplifichiamo — di destra e quello di sinistra era cosa riconosciuta, senza alcuna vergogna, già allora. Anzi, nelle pittoresche bande armate del cardinale Ruffo, l’analfabetismo poteva persino diventare un titolo di merito.

Da allora la destra va a rimorchio di una specie di controrivoluzione dei somari, che si fa bella della propria somaraggine. Il che spiega anche le polemiche di questi giorni, sull’elettore di destra a suo agio solo tra le superstizioni politiche. E anche oggi la destra se ne fa vanto. Diciamo che in tre secoli la destra ha imparato a fare di necessità virtù.

Alla controrivoluzione — perché dal lazzarone napoletano allo scalmanato attivista dell’AfD di questo, storicamente, si deve parlare — vanno opposti i valori rivoluzionari del liberalismo. E senza mezzi termini. Soprattutto, senza recedere di un passo.

 


Perciò, che fare?

1) Parlare di onda nera controrivoluzionaria, soprattuto nella prospettiva storica a tre fasi che qui abbiamo indicato. Non per giocare cone le etichetta suggestive, ma per ricordare che dietro le molte differenze nazionali, linguistiche e ideologiche esiste una costante: la rivolta contro la società aperta, il pluralismo, il costituzionalismo e l’universalismo dei diritti.

2) Evitare di distinguere troppo disinvoltamente tra una destra che si dice moderata e una destra che si dichiara radicale.
Per capirsi: tra Meloni e Vannacci c’è la stessa differenza che intercorre tra chi entra dalla porta principale e chi preferisce quella di servizio. Cambiano il linguaggio, i tempi, il dosaggio. Ma la direzione di marcia può essere la stessa.

3) L’unica politica valida con questa gente è quella del cordone sanitario. Non significa mettere fuori legge qualcuno. Significa non normalizzare ciò che normale non è: non allearsi, non legittimare culturalmente, non fare da stampella, non inseguire sul loro terreno chi mette in discussione i presupposti della società liberale.



E qui veniamo al punto.

La sinistra continua a cercare parole nuove per descrivere fenomeni vecchi. La destra radicale, invece, spesso fa qualcosa di molto più semplice: prende parole vecchie, paure vecchie e risentimenti vecchi e li rimette in circolazione.

Il liberalismo, se vuole tornare ad essere la spina dorsale dell’Occidente, deve finalmente smettere di vergognarsi di essere liberale. Non deve inventarsi una nuova identità. Deve coltivare e difendere l’antica gioia  per l'Albero della Libertà.

E per fare questo ne serve memoria. Perché l’onda nera, in fondo, non è nuova. Nuova è soltanto la nostra smemoratezza

Carlo Gambescia

martedì 8 settembre 2026

Lettera a Massimo Wertmüller

 


Caro Massimo Wertmüller,

non ce l’ho con te, ci mancherebbe. Sei uno di quegli attori, talvolta relegati in parti di secondo piano, ma che si fanno sentire, lasciano il segno. Per la serie: non esistono piccole parti, e altre banalità del genere. Nel tuo caso però banalità superiore.

Quel che ho scoperto seguendoti sulla pagina Fb, oltre alla tua cultura e capacità di immedesimarti negli altri a larghissimo raggio, dal clochard al timido bastardino “scaricato” sull’autostrada, è il tuo impegno politico, a sinistra.

Non i pannicelli caldi di un Carlo Verdone, ma, come si diceva un tempo, “riforme di struttura” e “fuoriuscita dal capitalismo”. Crediamo che, politicamente parlando, Massimo Wertmüller sia idealmente a metà strada tra il Movimento Cinque Stelle e AVS. Con il Pd c’è invece un rapporto da amante deluso e, per questo, credo, stia sul chi va là.

Di qui, la tua scelta per un campo largo, non banalmente riformista, ma rivoluzionario, unica formula politica per battere questa destra che rischia di impadronirsi dell’Europa e di farne quello spezzatino politico che tanto piace all’autocrazia trumpiana e putiniana.

E tu ne sei così convinto da proporre una specie di vademecum per un futuro governo di sinistra, capace di vincere le elezioni e governare l’Italia. Lo riportiamo sotto (in corsivo):

 

Provo eh…. dunque:
1) pace e confronto, trattativa e mai armi, come dice il Papa sempre, anche nella sua Magnifica humanitas.
2) rispetto per la Natura e per tutte le vite di tutti gli animali su questa terra, come dice San Francesco nel suo Cantico.
3) tornare a Marx, come dice Cacciari.
4) fare delle guerre un tabù, tipo l’incesto per esempio, come diceva Umberto Eco.
5) dare a tutti, da qualsiasi origine si provenga, la possibilità di affermarsi, di realizzare i propri sogni, tassare i plusvalori per ridistribuirli alla comunità e alle sue necessità, come diceva Marx.
6) istituire il salario minimo come dice la civiltà, come dicono i Paesi Bassi e come dice Conte.
7) cambiare sistema economico, abbattere questo capitalismo delle banche e dei titoli di borsa assassino, modificare il profitto come valore alto, condannare il mercato come sistema di vita, vietare il soldo come fine e non come mezzo, come dice il buonsenso e la realtà dei fatti.
Ecco, questo potrebbe essere un umile vademecum, tanto per cominciare eh, per un programma politico vero di sinistra, credo.

Diciamo subito che non sono cose fuori dal mondo. Wertmüller, che ha alle spalle una formazione universitaria in Storia, riassume quello spirito pacifista e anticapitalista che però sembra guardare a una sinistra ottocentesca, come si evince dal “torniamo a Marx”, con innesti post-moderni (Eco), pre-moderni (il Papa) e di cucina politica attuale (Conte).

Lasceremmo da parte Cacciari, che quando parla di ritorno a Marx non spiega mai bene a cosa si riferisca: alla sua interessante teoria del conflitto sociale? Alla critica del capitalismo come rapporto sociale? Alla critica dell’alienazione? Oppure alla concezione della storia come processo orientato dalle sue contraddizioni verso una trasformazione radicale dei rapporti sociali? Perché tra il tavolo con i sindacati e la trasformazione dei rapporti di produzione c’è una bella differenza.

A dire il vero, il punto è come conciliare lo spirito pacifista con l’abbattimento del capitalismo. Io credo che la strada giusta sia quella seguita dalle socialdemocrazie dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra: spesa pubblica e tassazione progressiva. Scelta che, ovviamente, da liberale non condivido, ma considero più realistica, perché non vuole strangolare la gallina dalle uova d’oro.

 



Il problema è che la socialdemocrazia del secondo dopoguerra non ha abbattuto il capitalismo: lo ha riformato, regolato e tassato, cercando di redistribuirne una parte dei frutti. È precisamente questa la differenza tra riformismo e anticapitalismo. Quindi riforma -  ancora meglio sarebbe autoriforma -  e non distruzione del capitalismo.

Ecco, su questo punto ti chiedo dei chiarimenti. Credo necessari.

Un’ultima cosa: “fare delle guerre un tabù, tipo l’incesto per esempio, come diceva Umberto Eco”.

Il semiologo ha contribuito moltissimo allo svecchiamento della cultura italiana. Però – c’è sempre un però – la trasformazione in romanziere ne ha deviato il percorso intellettuale, in particolare negli ultimi anni della sua vita, verso un sapere sconfinante nel tuttologico. Diciamola tutta: si chiama anche faciloneria. Dei professori quando, cognitivamente sazi,  ritengono  di non dover chiedere più nulla alla vita.
 

Ad esempio, a qualsiasi antropologo chiamato a occuparsi dell’origine e della funzione del tabù dell’incesto tremerebbero le vene dei polsi: perché non esiste una teoria univoca, ma una pluralità di interpretazioni antropologiche. Figurarsi, perciò, la trasposizione del tabù dell’incesto a una teoria della guerra.

 


Eco, naturalmente, aveva il diritto di proporre quell’analogia. Ma proprio qui sta il problema: trasferire una categoria antropologica, nata per descrivere una specifica struttura normativa delle società umane, alla guerra richiede una dimostrazione che l’analogia, da sola, non offre.

Un amichevole saluto,

Carlo Gambescia



lunedì 7 settembre 2026

Elezioni tedesche. A proposito di “onda nera”

 

Si sa, i giornali giungono subito alle conclusioni. Questa mattina, a proposito delle elezioni regionali tedesche, si parla già di “onda nera”. Indubbiamente, la schiacciante vittoria dell’AfD rivela, a chi non l’avesse ancora capito, che la politica del gambero europea, cioè l’avanzata di forze che sembrano voler riportare indietro l’orologio della modernità liberale, è a buon punto.

Il prossimo anno si voterà anche in Spagna, Francia, Italia e Polonia. E queste destre, che nulla hanno appreso e nulla hanno dimenticato, si apprestano a fare un solo boccone di quella alleanza antifascista — per dirla senza tanti giri di parole — social-liberale e cristiana che, grosso modo, ha governato l’Europa negli ultimi ottant’anni.

Pertanto, pur ammettendo l’enfatizzazione mediatica, il pericolo c’è. E quel che è più grave è che la Germania — di cui la buonanima di Andreotti temeva persino la riunificazione — fa da battistrada elettorale. Perché, al di là dell’oltre 40 per cento dei voti ottenuti ieri in Sassonia-Anhalt, parliamo ormai della principale forza di opposizione tedesca e, a livello federale, del secondo partito del Paese.

Il dato sconcertante è che, come sta accadendo un po’ ovunque in Europa — ma anche i successi di Trump insegnano — siamo dinanzi a un mix di motivazioni, da parte di eletti ed elettori, che vede l’elettore che sogna una vita tranquilla affidarsi a eletti che tranquilli non sono.

Per capirsi: come cento anni fa una parte degli italiani e dei tedeschi finì per affidarsi a uomini che promettevano ordine, grandezza e benessere. 

 

Ciò che è più grave è che l’estremismo, in particolare quando si rivolge contro le diversità di ogni tipo, viene giudicato da non pochi osservatori come frutto di puro e semplice buon senso.

Detto altrimenti: siamo davanti a un catastrofico rovesciamento di valori. Gli antifascisti direbbero le solite ovvietà, mentre gli estremisti — semplifichiamo — sembrano dispensare perle di saggezza, per giunta vicine all’anima del popolo. Chi ha voglia faccia un giro sui Social, dove l’estrema destra è attivissima, e ne leggerà delle belle.


E che questo avvenga proprio in Germania, il paese da cui partì la “soluzione finale”, rende il fenomeno particolarmente inquietante. Che fare? 

 

 
 
 

 

La prima soluzione è quella del cordone sanitario. Anche se in Germania esistono gli strumenti giuridici, non sarebbe proprio uno scherzo fare fuori un partito certamente incompatibile, per molte sue posizioni, con i principi costituzionali democratici, ma che prende una valanga di voti. E soprattutto il cordone sanitario può isolare un partito, ma non necessariamente il suo elettorato.

La seconda è quella di anticipare le mosse della destra, anche se potrebbe essere tardi, sposandone alcune politiche sul piano dell’ordine pubblico e del trattamento dei migranti.

Nel primo caso saremmo davanti alla logica dell’aut-aut, nel secondo dell’et-et.

Ma qui si apre il vero problema: italianamente potremmo definirla la “questione Meloni”. Cioè: quanto si può adottare delle politiche dell’estrema destra senza finire per legittimarne anche il quadro culturale? E quanto, al contrario, si può difendere il pluralismo senza lasciare scoperti proprio quei problemi — sicurezza, ordine, immigrazione — sui quali la destra radicale costruisce la propria fortuna?

 

La Meloni dice e non dice. Da una parte ha scelto una linea di governo che, soprattutto sul piano internazionale, l’ha portata dentro il campo occidentale ed europeo; dall’altra, sul piano simbolico e culturale, continua a dialogare con la propria storia politica. E la celebrazione di Almirante ne è un esempio tutt’altro che secondario. Vedremo.

Certo, tornando alle élites di Bruxelles, si può sempre prendere tempo. Vivacchiare. Sperando che le cose si mettano a posto da sole. Ma fino a quando? Con Trump e Putin che premono, in modi diversi, ai confini dell’Europa? E che, soprattutto, contribuiscono a mettere in discussione, ciascuno a modo proprio, l’assetto politico e strategico europeo? Ad esempio Putin guarda con interesse alle forze interne, in particolare i partiti che possono contribuire alla sua disgregazione. Insomma, il classico divide et impera.

Una strada che si potrebbe tentare, nell’ambito della strategia del cordone sanitario, sarebbe quella di accertare e rendere pubblici i rapporti, politici, finanziari e organizzativi, tra Mosca e le forze dell’estrema destra europea, quando tali rapporti esistano e siano documentabili.

 

Anche se non c’è peggior sordo di colui che non vuole sentire. Ad esempio, leggevamo questa mattina di molti, simpatizzanti e non, che non riescono a capire la figuraccia di Vannacci con Monti. Ma come, Vannacci, un così bravo oratore?

Questo si ripete sui Social e fa il paio con l’altro, ormai consunto, mitologema: quello secondo cui Putin non avrebbe voluto impegnarsi a fondo con l’Ucraina, altrimenti…

Però, per fare tutto questo, all’Europa serve fegato. E il “fegato” rinvia alla qualità delle élites.

Qui sta il problema più grosso.

Carlo Gambescia

domenica 6 settembre 2026

Feticismo della decadenza

 

Sono più di cinquant’anni che studiamo storia e sociologia. I lettori conoscono il nostro “metodo” metapolitico: abbiamo cercato di sottrarre la metapolitica alle politicizzazioni, di destra come di sinistra, vecchie e nuove, concentrandoci sullo studio delle regolarità, cioè di ciò che tende a ripetersi nella storia, pur senza ripetersi mai esattamente nello stesso modo.

Ci siamo riusciti? Decideranno i posteri. Tanto per usare una frase fatta e concederci un’“ombra” di immortalità: anche le formiche, nel loro piccolo…

Eppure dobbiamo ammettere una cosa che ci capita tuttora: anche studiando a fondo la dinamica dei popoli e delle civiltà, ci si trova spesso davanti a una disposizione dello spirito che gli antichi, e poi la tradizione cristiana, hanno espresso con il cupio dissolvi: il desiderio di essere sciolti dalla vita terrena. San Paolo lo riferisce al desiderio di essere con Cristo; ma, una volta separata dal suo significato religioso, quella formula ha finito per indicare qualcosa di più generale: la tentazione della dissoluzione, il desiderio di sottrarsi alla fatica del vivere e, nei casi estremi, perfino una sorta di tossica attrazione per la propria fine.

È questo secondo significato che qui ci interessa.

E forse è proprio la storia a mostrare quanto sia pericolosa questa disposizione. Non perché le civiltà siano destinate necessariamente a cadere, ma perché gli uomini, quando cominciano a percepire la propria epoca come terminale, possono trasformare la percezione della decadenza in una profezia che si autoavvera.

 

È accaduto più volte. Roma tardoantica conobbe, accanto a grandi capacità di adattamento, una letteratura sempre più ossessionata dalla perdita dell’antica grandezza. Nella Francia dell’Ancien Régime, alla vigilia della Rivoluzione, il sentimento della corruzione delle istituzioni e dell’esaurimento di un mondo contribuì a rendere plausibile l’idea che occorresse rifare tutto dalle fondamenta. E nella Germania del primo Novecento il mito del tramonto dell’Occidente trasformò la crisi della modernità in una vera e propria visione del destino.

Naturalmente, contesti, cause e conseguenze erano diversissimi. Non è questo il punto. Il punto è la ricorrenza di una disposizione mentale: quando una società si convince che il proprio declino sia ormai inevitabile, può smettere di considerare la crisi come un problema da affrontare e cominciare a viverla come un destino da assecondare.

Il problema è che, quasi sempre, ci troviamo davanti a un fenomeno soggettivo: la percezione individuale o collettiva di un certo fenomeno storico, come può essere la decadenza e la caduta di una civiltà. Fenomeni che, nella realtà, tendono a svilupparsi nel corso dei secoli e che non sono necessariamente decisi fin dall’inizio.

Sarà poi compito dello storico stabilirne durata, fasi e conseguenze.

Eppure gli uomini, appena si increspano le acque, sembrano ricadere ogni volta nel feticismo della decadenza. Non parleremmo di fatalismo della decadenza, quanto di feticismo della decadenza: la tendenza a trasformare il declino in un valore, quasi che ciò che tramonta acquisti, proprio per questo, un fascino superiore. La decadenza non viene più semplicemente subita: viene contemplata, celebrata e persino desiderata. Il che romanda a una forma di disfattismo che non facilita la coesione interna: quella stessa coesione che costituisce la materia prima per resistere alla dissoluzione.

Ed è qui che si trova il paradosso.

La dissoluzione storica non è necessariamente un evento improvviso. In genere è un passaggio di testimone, un lento trasferimento di uomini, idee, istituzioni e culture. Ma la convinzione di essere già decaduti può diventare essa stessa una forza dissolutiva.

In altre parole: non è soltanto la decadenza a produrre il feticismo. Talvolta è il feticismo della decadenza a preparare la decadenza.

Noi, Europa e Occidente, stiamo vivendo un periodo storico immerso nel feticismo della decadenza. Il che non significa che la situazione sia rosea. Significa più semplicemente che una parte crescente del nostro immaginario politico e culturale sembra attendere che le acque si richiudano su di noi.

È una differenza importante.

Una civiltà può essere in difficoltà e tuttavia reagire. Può attraversare una crisi profonda e conservare la volontà di sopravvivere. Oppure può convincersi che la crisi sia già una sentenza. Nel secondo caso, la crisi diventa destino.

E il destino, quando viene assunto come inevitabile, finisce spesso per diventare una comoda giustificazione dell’inerzia.

Questo meccanismo non si manifesta soltanto nelle grandi dinamiche storiche. Può emergere anche nei piccoli segnali, nei gesti simbolici attraverso i quali una società rappresenta se stessa.

A volte si tratta di dettagli. Che possono anche muovere al riso il lettore.

Ad esempio, era proprio il caso di invitare a Cernobbio Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale?  E di mettergli accanto Mario

 

 

Monti come  ultimo  difensore dello Stato liberale? Il confronto, naturalmente, c’è stato davvero: Vannacci ha attaccato frontalmente l’attuale modello di integrazione europea, difendendo la centralità della sovranità nazionale e chiedendo un radicale ripensamento dell’Unione; Monti ha contestato duramente le sue posizioni e ha dichiarato di voler combattere fino all’ultima energia il tentativo di ricostruzione della retorica fascista.

Monti non ha sbagliato una virgola. Ma, nella rappresentazione scenica dello scontro, ha finito per ricordare il saccente Francesco Saverio Nitti; Vannacci, invece, il manovriero Benito Mussolini.

Esageriamo?

Forse. Ma certe cose si accettano quando intorno a sé si avverte l’odore di una fuga di gas alla quale, però, non si presta l’attenzione che meriterebbe.

Il gas, si sa, intontisce.

E nel clima da ultimi giorni di Pompei anche un Vannacci, che è il problema, può essere scambiato per la soluzione.
 

È questo il punto che ci interessa. Non il fatto, abbastanza banale, che Vannacci abbia una platea e che una parte dell’opinione pubblica sia attratta dalla sua retorica.

Il fatto significativo è che una figura politica che propone una visione fortemente nazionalista, identitaria e polemica verso l’integrazione europea possa ormai entrare senza particolari difficoltà in uno dei luoghi simbolici dell’establishment economico, politico e culturale italiano.

Il problema, dunque, non è soltanto Vannacci. Il problema è il clima nel quale Vannacci diventa possibile.

E Giorgia Meloni? Fascismo allo stato gassoso.

Oppure, se si preferisce, è lei che ha contribuito a preparare il clima nel quale certe parole, certe immagini e certi atteggiamenti possono progressivamente perdere la loro carica di allarme e diventare materia ordinaria della competizione politica.

Non stiamo parlando del ritorno del fascismo storico.  Come speso ripetiamo non siamo nel 1922 e non c’è alcuna marcia su Roma alle porte.

Stiamo parlando di qualcosa di più sfuggente: della progressiva normalizzazione di una cultura politica nella quale il conflitto tra “noi” e “loro”, la superiorità identitaria, il disprezzo per le mediazioni e la nostalgia per una politica più muscolare possono tornare a essere presentati come rimedi alla crisi.

È precisamente qui che il feticismo della decadenza incontra la politica.

 

Quando una società si convince di essere ormai sul bordo del precipizio, può cominciare a cercare non la soluzione dei propri problemi, ma qualcuno che interpreti il desiderio di precipitare.

Il cupio dissolvi, insomma, può diventare collettivo.

E allora il gas non è più soltanto nell’aria. Lo si respira. E a poco a poco ci si avvelena. Lentamente, quasi dolcemente.

Si muore con il sorriso sulle labbra.

Carlo Gambescia