Anche le polemiche risentono inevitabilmente della qualità degli
interlocutori. Il che spiega, almeno in parte, la pochezza intellettuale
della polemica scatenata da Bonaccini sulla destra che non studia e
proseguita con toni virulenti dopo la replica di Giorgia Meloni, maestra
di vittimismo postdatato.
Sia a destra sia a sinistra, ognuno ha voluto dire la sua. Sicché il
livello della polemica è sceso così in basso che, in testa alle ricerche
su Google e Google AI, è inevitabilmente finito il quesito sulla laurea
di Bonaccini: «Lui che parla tanto è laureato?». No, per la cronaca,
Bonaccini non è laureato. Ha frequentato il Liceo Scientifico.
Perciò dovrebbe votare per Giorgia Meloni… O no? Perché il Liceo è comunque già qualcosa.
La faccenda, naturalmente, è molto più seria e molto meno scolastica.
Il problema non è, o comunque non è soltanto, il titolo di studio
conseguito. Il problema è la sensibilità verso la cultura, a cominciare
dalla cultura politica. E questa non viene automaticamente consegnata
insieme alla pergamena di una laurea.
Si può essere laureati e culturalmente rozzi. Si può avere un diploma
e possedere una notevole curiosità intellettuale. Si può leggere
moltissimo e leggere soltanto ciò che conferma le proprie convinzioni.
E, soprattutto, si può studiare non per capire meglio il mondo, ma per
trovare argomenti con cui confermare ciò che già si pensa.
Ed è qui che la questione si fa interessante.
Perché sarebbe troppo facile concludere che la destra non studia e la
sinistra studia. La realtà è più complicata. La sinistra, mediamente
più vicina agli ambienti universitari e alle professioni intellettuali,
ha certamente un rapporto più intenso con il sapere organizzato. Ma
anche a sinistra lo studio può trasformarsi in una forma di selezione
ideologica del sapere: si leggono determinati autori, si frequentano
determinati ambienti culturali, si privilegiano determinate
interpretazioni e si tende a considerare sospette o irrilevanti quelle
che non rientrano nel proprio universo mentale.
Anche questa, in fondo, è una forma di semplificazione.
C’è però un altro elemento che va considerato. La sociologia politica
ha da tempo osservato un fenomeno apparentemente paradossale:
l’elettore che si “sposta” rispetto alla collocazione politica che,
secondo la tradizionale logica di classe, dovrebbe essergli propria.
Il caso più evidente è quello di una parte delle classi popolari che,
anziché rivolgersi alla sinistra, finisce per votare a destra, e in
particolare per la destra radicale. È un fenomeno che ha precedenti
importanti nella storia politica del Novecento, compreso il consenso
popolare raccolto dai movimenti fascisti, e che la scienza politica ha
studiato a lungo.
Naturalmente, non è possibile ridurre fenomeni storici così diversi a
un’unica spiegazione. Ma il problema esiste: perché una parte di chi
occupa posizioni sociali subordinate può scegliere politicamente chi non
rappresenta necessariamente i suoi interessi economici immediati?
La risposta non sta soltanto nel portafoglio.
Contano l’istruzione, il capitale culturale, i valori, l’identità, il
rapporto con l’autorità, la percezione della minaccia e, soprattutto,
il modo in cui i problemi politici vengono rappresentati.
L’elettore “dislocato”, dunque, non è necessariamente un ignorante.
Sarebbe un errore, oltre che una forma di paternalismo, pensarlo in
questi termini. Può essere una persona perfettamente capace di ragionare
sui propri interessi, ma che interpreta la propria condizione
soprattutto attraverso categorie culturali e identitarie: il declino, la
perdita di status, l’immigrazione, la sicurezza, la trasformazione dei
costumi, la sensazione di non riconoscersi più nel proprio Paese.
Ed è precisamente qui che la Grande Semplificazione trova il proprio terreno sociale.
Viviamo, del resto, in una società di massa. E la società di massa ha
bisogno di semplificare. La politica deve trasformare milioni di
esperienze individuali, interessi contraddittori e problemi tecnicamente
complessi in parole comprensibili, immagini immediate e formule
facilmente comunicabili.
La semplificazione, dunque, non è una prerogativa della destra. È una necessità della politica contemporanea.
Ma non tutte le semplificazioni sono uguali.
La destra contemporanea sembra spingersi più avanti lungo questa
strada. La sua comunicazione politica tende a ricondurre la complessità a
poche grandi opposizioni immediatamente riconoscibili: italiani e
stranieri, popolo ed élite, ordine e disordine, sicurezza e insicurezza,
tradizione e decadenza, noi e loro.
È una politica che funziona perché parla direttamente al senso comune. E proprio per questo è potente.
La destra offre una traduzione immediata di problemi spesso
enormemente complessi. Alla perdita di sicurezza corrisponde il problema
dell’immigrazione. Alla crisi dell’autorità corrisponde il problema
della permissività. Alla trasformazione culturale corrisponde il
problema della tradizione. Alla perdita di controllo sul proprio
ambiente sociale corrisponde il problema dell’élite. Alla paura del
futuro corrisponde il bisogno di un ritorno all’ordine.
Non importa, naturalmente, che ciascuno di questi problemi abbia cause
molteplici e spesso contraddittorie. Politicamente, ciò che conta è che
possa essere ricondotto a una figura riconoscibile.
Un volto. Un nemico. Una causa. Una soluzione. La Grande Semplificazione funziona così.
E qui la storia del Novecento insegna qualcosa che sarebbe imprudente
dimenticare. I grandi movimenti politici di massa del secolo scorso non
conquistarono il consenso soltanto attraverso programmi economici o
sofisticate costruzioni ideologiche. Seppero soprattutto trasformare una
realtà sociale complessa in una narrazione elementare: la crisi aveva
un responsabile, la comunità aveva un nemico, la nazione aveva bisogno
di ordine, il futuro poteva essere ricondotto a una promessa di
riscatto.
Il fascismo, naturalmente, fu qualcosa di infinitamente più complesso
di una semplice macchina di semplificazione. Ma la sua capacità di
costruire una lettura immediata e totalizzante della realtà costituisce
un precedente storico che non possiamo ignorare.
Non occorre essere ignoranti per semplificare. Anzi, la
semplificazione politica può essere il prodotto di una notevole abilità
comunicativa. Chi semplifica deve sapere che cosa eliminare, che cosa
conservare e quale emozione associare a ciò che conserva.
Il problema nasce quando la semplificazione non è più uno strumento
per rendere comprensibile la realtà, ma diventa un modo per sostituirla.
A quel punto non si spiega più il mondo: lo si riduce.
Ed è forse questo il punto che la polemica tra Bonaccini e Meloni non ha colto.
Non basta dire che una parte dell’elettorato di destra “non studia”.
Bisogna chiedersi perché determinati messaggi politici risultino
particolarmente persuasivi presso determinati gruppi sociali.
La risposta non è soltanto nell’ignoranza. È nella combinazione tra
capitale culturale, esperienza sociale, valori, percezione delle minacce
e offerta politica.
Come detto, la sinistra, naturalmente, non è immune.
Anche la sinistra semplifica. Lo fa però più spesso attraverso
categorie ideologiche, morali o culturali; attraverso un sapere
selezionato, un linguaggio specialistico e, talvolta, la convinzione che
il possesso di un determinato capitale culturale garantisca
automaticamente la superiorità delle proprie conclusioni.
La sinistra può studiare di più e, nello stesso tempo, studiare ciò che è in linea con le proprie idee.
Anche questo è un modo di ridurre la complessità.
La differenza è che la destra tende a semplificare attraverso il
senso comune, l’identità, l’ordine e la contrapposizione tra «noi» e
«loro». La sinistra tende più spesso a farlo attraverso categorie
culturali e morali, trasformando talvolta il dissenso in un problema di
ignoranza, arretratezza o insufficiente sensibilità.
Due modalità diverse di ridurre la complessità.
Ma una cosa resta: la destra, oggi, sembra avere fatto della semplificazione una risorsa politica più sistematica.
E forse proprio qui sta il suo vantaggio sull’elettore “dislocato”:
riesce a offrirgli una spiegazione semplice per una condizione che
semplice non è.
Non è detto che quella spiegazione sia vera. È sufficiente che sia comprensibile, riconoscibile e politicamente mobilitante.
La Grande Semplificazione non è, dunque, sinonimo di stupidità. È una tecnica politica.
E forse proprio per questo dovremmo preoccuparci meno dei titoli di
studio dei politici e un po’ di più della loro capacità — e della loro
volontà — di confrontarsi con un mondo che, per fortuna, è assai più
complicato dei loro slogan.
Perché una democrazia liberale dovrebbe fare esattamente il
contrario: non eliminare la complessità, ma renderla comprensibile senza
distruggerla.
Alla fine, la domanda non è chi abbia studiato di più. Ma chi sia disposto a confrontarsi con la complessità
Carlo Gambescia