Le immagini che arrivano da Ceuta documentano migliaia di persone che tentano di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola in Marocco. È una notizia. Ed è giusto che venga pubblicata.
Meno comprensibile è il modo in cui larga parte della stampa italiana ha scelto di raccontarla. Più che descrivere un episodio della lunga e tormentata storia delle migrazioni nel Mediterraneo, molti giornali sembrano aver trovato la conferma di una tesi già pronta: l’Europa è sotto assedio, i confini stanno cedendo, la linea dura è l’unica risposta possibile. Non è la prima volta.
Da anni il fenomeno migratorio viene presentato come una sorta di invasione permanente. Le immagini precedono i numeri, l’emozione sostituisce l’analisi e il singolo episodio diventa la prova definitiva di una teoria generale.
Naturalmente nessuno può negare che esista un problema migratorio. Sarebbe sciocco. Così come sarebbe sciocco ignorare le difficoltà delle forze di polizia chiamate a operare in situazioni spesso molto rischiose.
Il punto è un altro.
Ogni società deve confrontarsi con i fenomeni migratori. Che sono il sale della storia umana. Ma una cosa è il confronto, cioè il ragionare” (meglio se a mente fredda), altra cosa è trasformarle nella principale risorsa simbolica della politica.
È qui che nasce la nostra amarezza.
Non tanto per la propaganda della destra, che (fino a un certo punto) appartiene alla fisiologia della competizione politica, quanto per il fatto che essa sembra trovare un terreno sempre più favorevole. La sicurezza è diventata la categoria attraverso la quale si interpretano fenomeni tra loro diversissimi: immigrazione, ordine pubblico, proteste sociali, occupazioni, dissenso.
Si pensi ai No Tav. O agli ambientalisti più radicali. O a certe manifestazioni degenerare in scontri con la polizia.
Ogni volta il rischio è lo stesso: la tensione cresce, le immagini diventano spettacolo, il conflitto si radicalizza e, alla fine, il dibattito pubblico non riguarda più le ragioni del conflitto, ma soltanto la necessità di reprimerlo.
Non occorre immaginare oscure regie. La metapolitica insegna che gli effetti politici non coincidono necessariamente con le intenzioni degli attori. Talvolta è sufficiente che un clima si consolidi perché esso produca conseguenze favorevoli a chi fonda il proprio consenso sulla promessa di garantire ordine e sicurezza.
È proprio a questo punto che la cronaca lascia il posto all’analisi metapolitica. Perché ciò che osserviamo a Ceuta non è un fatto isolato, ma l’espressione di regolarità che ritornano, indipendentemente dagli attori e dalle epoche storiche.
Nel Trattato di metapolitica abbiamo individuato due regolarità che aiutano a comprendere fenomeni come quello di Ceuta. La prima è la persistenza della dinamica politica amico-nemico. Ogni potere, in misura diversa, tende a delimitare un “noi” e un “loro”, trasformando differenze e conflitti in appartenenze contrapposte.
Oggi il migrante diventa il principale candidato a incarnare il ruolo del “nemico pubblico”, non necessariamente perché rappresenti il problema più grave, ma perché svolge efficacemente una funzione simbolica di coesione politica.
La seconda regolarità è la persistenza della razionalizzazione, o giustificazione ideologica, dei fenomeni politici. Una volta individuato il nemico, occorre spiegare perché esso rappresenti una minaccia e perché determinate politiche — chiusura delle frontiere, inasprimento delle norme, ricorso permanente all’emergenza — siano non solo opportune, ma inevitabili. Le immagini di Ceuta entrano così in una specie di romanzo criminale che non descrive semplicemente i fatti: li organizza, li seleziona e li interpreta in modo da confermare una precisa visione del mondo.
In altre parole, la regolarità amico-nemico fornisce la materia prima della mobilitazione politica; la razionalizzazione ideologica la trasforma in consenso. È questo passaggio che consente alla propaganda di apparire come semplice buon senso.
Il problema, però, è ancora più profondo.
Quando questa razionalizzazione ideologica diventa il linguaggio comune anche di chi dovrebbe contrastarla, la vittoria culturale è già stata ottenuta. La discussione non riguarda più quale politica migratoria sia più efficace o più compatibile con i principi liberali. Si discute soltanto di quale grado di severità adottare.
Ed è forse questo il segno più evidente del tempo che stiamo vivendo.
Non tanto il successo elettorale della destra, che, come detto, può appartenere all’alternanza democratica, quanto la progressiva egemonia di un lessico politico nel quale libertà, pluralismo e garantismo sembrano dover continuamente giustificare la propria esistenza, mentre sicurezza, emergenza ed eccezione vengono percepite come categorie naturali.
È una trasformazione culturale prima ancora che politica. Di qui, come dicevamo prima, la nostra amarezza.
Ed è per questo che le immagini di Ceuta dovrebbero preoccuparci non soltanto per ciò che mostrano, ma soprattutto per il modo in cui vengono utilizzate.
Perché la propaganda più efficace non è quella che convince tutti.
È quella che riesce a far sì che anche i suoi avversari finiscano per discutere il mondo usando le sue stesse parole.
Carlo Gambescia































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