Domani è il 2 giugno, Festa della Repubblica. Ottant’anni di vita.
Tuttavia ogni generazione italiana sembra convinta di vivere la crisi
definitiva della Repubblica. È successo negli anni del terrorismo,
durante Tangentopoli, nella crisi finanziaria del 2011, perfino durante
la pandemia e oggi, nell’epoca della polarizzazione aggressiva e
permanente. Eppure una domanda storica merita di essere posta: quanto
durano realmente le moderne repubbliche?
L’interrogativo è meno banale di quanto sembri. L’opinione comune
sembra abituata a considerare la repubblica come una forma politica
naturale e stabile. La storia moderna, diciamo postcostituzionale,
suggerisce invece il contrario. Se osserviamo gli ultimi due secoli,
scopriamo che la regola è la fragilità; la durata rappresenta
l’eccezione.
La Francia costituisce forse il laboratorio più istruttivo. Dalla
Rivoluzione del 1789 a oggi ha conosciuto cinque repubbliche, due
imperi, restaurazioni monarchiche e regimi autoritari. La Prima
Repubblica, nata nel 1792, sopravvisse appena fino al 1804, quando
Napoleone si proclamò imperatore. La Seconda Repubblica durò soltanto
quattro anni, dal 1848 al 1852. La Terza Repubblica riuscì invece a
resistere per settant’anni, fino alla sconfitta militare del 1940. La
Quarta Repubblica ebbe vita assai più breve, dal 1946 al 1958, logorata
dall’instabilità politica e dalle guerre coloniali. Solo la Quinta
Repubblica, fondata da Charles de Gaulle nel 1958, ha garantito una
continuità istituzionale che dura ancora oggi.

Anche la storia spagnola appare significativa. La Prima Repubblica
sopravvisse meno di un anno, tra il 1873 e il 1874. La Seconda
Repubblica, proclamata nel 1931, si concluse nel 1939 con la vittoria
franchista nella guerra civile. Dopodiché si dovette attendere la morte
di Franco e gli anni della transizione democratica: le prime libere
elezioni si ebbero nel 1977, la nuova Costituzione nel 1978.
Il Portogallo offre una vicenda non meno istruttiva. La Prima
Repubblica, nata nel 1910, si presentò come un grande progetto di
modernizzazione liberale e laica. Tuttavia non riuscì a consolidarsi e
nel 1926 cedette il passo alla dittatura militare dalla quale sarebbe
poi emerso il lungo regime di Salazar. Soltanto con la Rivoluzione dei
Garofani del 1974 il Paese sarebbe tornato alla democrazia.
Nell’Europa centrale il destino delle repubbliche fu spesso ancora
più accidentato. La Prima Repubblica austriaca, nata nel 1918 sulle
ceneri dell’Impero asburgico, crollò negli anni Trenta sotto il peso
della radicalizzazione politica e dell’autoritarismo. Dopo la Seconda
guerra mondiale, l’Austria diede vita alla Seconda Repubblica (dal
1945), costruita su basi costituzionali stabili e su un sistema di
democrazia consensuale che, pur attraversando conflitti sociali e
politici, ha garantito una notevole continuità istituzionale fino a
oggi.
In Germania la Repubblica di Weimar, considerata da molti una delle
costituzioni più avanzate del suo tempo, non sopravvisse alla
combinazione di crisi economica, polarizzazione ideologica e
delegittimazione reciproca delle forze politiche. Nel 1933 il regime
hitleriano pose fine all’esperimento repubblicano.
Neppure la caduta delle autocrazie garantisce necessariamente il successo della forma repubblicana.
La Russia del 1917 ne è una dimostrazione. Il crollo dello zarismo
sembrò aprire la strada a una repubblica democratica, ma il nuovo ordine
politico non riuscì a consolidarsi e fu travolto nel giro di pochi mesi
dalla rivoluzione bolscevica. Dopo il 1991, la Federazione Russa ha
assunto formalmente una struttura repubblicana, ma nel corso della fase
post-sovietica il sistema politico si è progressivamente concentrato
attorno al potere esecutivo, fino a configurare, sotto la leadership di
Vladimir Putin, una forma di repubblica solo parzialmente competitiva,
con forti limiti al pluralismo effettivo.
Se allarghiamo lo sguardo all’Europa orientale e all’America Latina,
il quadro diventa ancora più eloquente. Colpi di Stato, dittature,
guerre civili, occupazioni straniere e rotture dell’ordine
costituzionale hanno accompagnato la storia di molte repubbliche. La
continuità istituzionale che oggi tendiamo a dare per scontata è stata,
in realtà, una conquista rara e spesso precaria.
Persino gli Stati Uniti, il più longevo esperimento repubblicano
della modernità, non sembrano immuni da tensioni profonde. Dopo oltre
due secoli e mezzo di vita costituzionale, la crescente polarizzazione
politica, la contestazione delle procedure elettorali e la difficoltà di
riconoscere piena legittimità all’avversario hanno spinto molti
studiosi a interrogarsi sullo stato di salute della democrazia americana
sotto Donald Trump. La longevità, da sola, non garantisce la stabilità.
Vista da questa prospettiva, la Repubblica italiana appare sotto una luce diversa.
Dal referendum del 1946 sono trascorsi ottant’anni. In questo periodo
l’Italia ha conosciuto il terrorismo politico, la strategia della
tensione, il tentato golpe Borghese, crisi economiche, Tangentopoli, il
collasso dei partiti che avevano governato il dopoguerra, la nascita di
nuove forze politiche, l’ondata populista e una pandemia globale. Eppure
il quadro costituzionale è rimasto in piedi. Nessun colpo di Stato
riuscito. Nessuna sospensione delle libertà fondamentali. Nessuna
interruzione dell’ordine democratico.
Naturalmente non mancano i problemi. La partecipazione politica
diminuisce. La fiducia nelle istituzioni resta fragile. La
frammentazione del sistema politico continua a produrre instabilità. Le
acque, anche oggi, sono tutt’altro che tranquille.
Ma proprio qui emerge il paradosso italiano.
Per decenni abbiamo descritto la nostra Repubblica come fragile,
incompiuta, precaria. La metapolitica suggerisce invece una conclusione
diversa: l’Italia è stata molto più stabile di quanto gli italiani amino
raccontare.
Perché?
Una prima risposta riguarda la Costituzione del 1948. Frutto
dell’incontro tra culture politiche differenti, essa fu progettata non
per massimizzare l’efficienza decisionale, ma per impedire la
concentrazione del potere. La sua complessa architettura di pesi e
contrappesi ha spesso rallentato l’azione politica, ma ha anche reso
estremamente difficile qualsiasi rottura dell’ordine democratico.
Una seconda risposta riguarda il pluralismo della società italiana.
Partiti, sindacati, autonomie locali, associazioni, magistratura,
Presidenza della Repubblica, organizzazioni economiche e società civile
hanno costituito una fitta rete di mediazioni capace di assorbire
conflitti che altrove avrebbero potuto assumere forme più distruttive.
C’è però una spiegazione ancora più profonda, che rinvia al paradosso delle repubbliche.
Nel nostro Trattato di metapolitica abbiamo definito
“persistenza della dinamica tra inclusività ed esclusività politica” una
delle regolarità fondamentali della vita associata. Ogni società
distingue tra chi appartiene e chi non appartiene, tra gruppi inclusi e
gruppi esclusi. Nessuna comunità politica può sottrarsi a questa
dinamica. Ciò che cambia è il modo in cui essa viene gestita.
Qui si apre una distinzione decisiva, spesso trascurata: quella tra
repubblica e democrazia liberale. Non tutte le repubbliche sono
liberali. Esistono repubbliche che mantengono forme elettive ma limitano
pluralismo e alternanza reale del potere. In tali casi la forma
repubblicana sopravvive come struttura, mentre il contenuto liberale si
svuota, dando luogo a sistemi di democrazia controllata o a regimi
fortemente esecutivo-centrici.
In Occidente questa ambiguità si è già manifestata in forme diverse:
la Francia del Direttorio, la Seconda Repubblica nella sua fase finale,
la Prima Repubblica portoghese e la Quarta Repubblica francese mostrano
come una repubblica possa restare formalmente tale mentre perde capacità
di mediazione del conflitto politico, scivolando verso instabilità
cronica e delegittimazione reciproca.
Un fenomeno del genere si sta oggi
estendendo all’Europa populista che sembra privilegiare il nazionalismo
rispetto al liberalismo. In sintesi: inclusione senza libertà, inclusione del
simile rispetto al diverso. Lo sciovinismo welfarista ne è un chiaro
esempio.
Accanto a questi casi vanno distinti gli scenari di collasso della
forma repubblicana in condizioni eccezionali. La Repubblica Sociale
Italiana e il regime di Vichy non rappresentano infatti repubbliche
“degenerate” in senso proprio, ma esiti della disintegrazione statale in
contesto bellico: strutture prive di piena sovranità, subordinate a
potenze occupanti, nelle quali la forma istituzionale sopravvive più
come etichetta che come realtà politica autonoma. Lo sciovinismo
welfarista è un chiaro esempio.
Le repubbliche raramente muoiono per un singolo evento. Cadono quando
una parte significativa della società smette di riconoscersi nelle
regole comuni. Quando il conflitto politico travolge la fedeltà alle
istituzioni. Quando gli avversari cessano di essere avversari e tornano a
essere nemici.
Come accennato nemmeno quella americana, che a lungo abbiamo considerato il
paradigma della stabilità istituzionale. La crescente polarizzazione
politica, la delegittimazione reciproca tra schieramenti, la
trasformazione dell’avversario in una figura quasi esistenziale più che
politica, sono segnali che indicano una fragilità più profonda: quella
della tenuta delle regole condivise.
Il punto non è evocare scenari di crollo imminente, ma riconoscere un
fatto più sottile e insieme più inquietante: le democrazie liberali
occidentali non sono minacciate solo dall’esterno, ma da un logoramento
interno della fiducia reciproca che rende possibile la convivenza
politica. Quando questa fiducia si indebolisce, la repubblica non crolla
all’improvviso: si svuota lentamente, perdendo capacità di trasformare
il conflitto in competizione regolata.
In fondo, aveva ragione Tocqueville, e prima di lui Montesquieu,
quando osservava che la stabilità delle istituzioni dipende meno dalle
leggi che dai costumi e dalle abitudini civiche dei cittadini. Le
costituzioni possono essere scritte in pochi mesi; le culture politiche
richiedono generazioni e generazioni.
E da questo punto di vista ottant’anni possono essere pochi…
Carlo Gambescia