sabato 30 maggio 2026

Meloni, la burocrazia e la domanda che nessuno vuole porsi

 


All’assemblea di Confindustria, Giorgia Meloni ha nuovamente promesso una burocrazia più leggera. È una promessa che raccoglie applausi immediati. Del resto, chi potrebbe essere favorevole alla burocrazia?
 

Eppure, ogni volta che un governo annuncia una nuova offensiva contro gli apparati amministrativi, bisognerebbe porre una domanda molto semplice: quali competenze dello Stato intende eliminare?

Perché il problema della burocrazia italiana non nasce principalmente da funzionari particolarmente zelanti o da procedure scritte male. Nasce da una contraddizione che la politica coltiva da decenni: si promette meno burocrazia mentre si continua a chiedere allo Stato di fare sempre più cose.
Da questo punto di vista, la questione sollevata da Meloni è reale. Ma proprio per questo merita di essere affrontata fino in fondo.

La burocrazia non è un incidente della modernità. È il prodotto inevitabile della complessità moderna.
Già Max Weber aveva osservato che la burocrazia rappresenta la forma organizzativa più razionale inventata dalle società contemporanee. Ogni procedura, ogni verifica, ogni autorizzazione risponde a una logica precisa. Il problema è che la razionalità della burocrazia è soprattutto interna. Ciò che appare sensato per il singolo ufficio può risultare assurdo per il cittadino o per l’impresa che si trovano ad affrontarne gli effetti.

La burocrazia è spesso razionale dall’interno e irrazionale dall’esterno.



Nessuno costruisce deliberatamente il labirinto amministrativo. Il labirinto emerge dalla somma di migliaia di decisioni apparentemente ragionevoli. Ogni scandalo produce un nuovo controllo. Ogni abuso genera una nuova procedura. Ogni rischio suggerisce una nuova cautela; ogni nuovo bisogno, utile o meno, nuove regole.

Così la burocrazia cresce.
Ma cresce anche per una ragione più profonda: cresce lo Stato.

Qui il dibattito pubblico diventa improvvisamente reticente. Tutti vogliono meno burocrazia, ma quasi tutti vogliono più interventi pubblici. Più controlli, più tutele, più incentivi, più regolazioni, più verifiche, più protezioni. Si chiama anche individualismo protetto o assistito. Sei libero, ma sotto tutela. Per capirsi: cure mediche gratis, quindi vita media più lunga, ma ti dico io – Stato – quale deve essere il tuo peso forma, quali vaccini fare, quali medicine prendere… In sostanza: diritto alla felicità, ma ti dico io come “devi” essere felice. Ti assisto.

Inoltre, ogni nuova funzione attribuita allo Stato richiede però uffici, personale, controlli, procedure e responsabilità. Non esistono pasti gratis amministrativi.

Non a caso, nel suo intervento davanti agli industriali, Meloni ha rivolto una parte delle proprie critiche verso l’eccesso di regolazione proveniente dall’Europa. È una contestazione che contiene una quota significativa di verità. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha prodotto una quantità crescente di norme, obblighi di rendicontazione, procedure di conformità e adempimenti che gravano sulle imprese e contribuiscono ad accrescere i costi dell’attività economica.

 


Anche il PNRR è un buon esempio del paradosso: si critica la burocrazia europea, ma si accettano senza problemi i suoi strumenti quando portano risorse. Eppure ogni euro di fondi europei significa anche procedure, vincoli, rendicontazioni: in altre parole, meno libertà di scelta amministrativa. È difficile immaginare che Adam Smith, come vedremo più avanti, avrebbe visto con favore questa espansione della macchina regolativa.

Per inciso, il PNRR funziona secondo una logica rigidamente temporale. Le risorse devono essere impegnate e spese entro scadenze prestabilite. Questo ha spesso trasformato la programmazione in una corsa alla spesa, con cantieri accelerati e interventi non sempre selezionati in base alla loro effettiva priorità.

In alcuni casi si è affermata persino una sorta di competizione tra governi e amministrazioni europee sulla capacità di spendere più rapidamente i fondi disponibili. Il rischio, come sta accadendo — si pensi alle cervellotiche diramazioni delle linee della metropolitana a Roma — è che la quantità di spesa prevalga sulla qualità delle scelte.

Sarebbe tuttavia un errore considerare la burocratizzazione un’esclusiva di Bruxelles. L’Unione rappresenta piuttosto una manifestazione particolarmente evidente di una tendenza più generale. Ogni grande struttura politica e amministrativa tende infatti ad ampliare progressivamente il proprio raggio d’azione, generando nuove regole, nuovi controlli e nuove competenze.

 

 


In questo senso Bruxelles non costituisce l’eccezione, ma il caso più avanzato di una dinamica che riguarda anche gli Stati nazionali. Del resto, vi è qualcosa di paradossale nel lamentare la burocrazia europea e, contemporaneamente, chiedere all’Unione di occuparsi di un numero crescente di materie: energia, clima, industria, finanza, tecnologia, sicurezza, immigrazione, salute pubblica. Più competenze vengono trasferite a Bruxelles, più apparati regolatori Bruxelles sarà inevitabilmente chiamata a costruire.

Il problema, insomma, non cambia spostandosi da Roma a Bruxelles. Cambia soltanto il livello istituzionale.

Naturalmente la burocrazia non è una prerogativa dello Stato. Le grandi organizzazioni capitalistiche sono spesso altrettanto burocratiche. Chiunque abbia lavorato in una banca internazionale, in una compagnia assicurativa o in una multinazionale conosce bene il peso di controlli, verifiche e autorizzazioni.

Le organizzazioni complesse tendono spontaneamente a burocratizzarsi. La differenza è che l’impresa privata è sottoposta alla disciplina della concorrenza. Se la sua macchina amministrativa diventa troppo costosa, il mercato la punisce. Lo Stato dispone di meccanismi correttivi assai più deboli.

Per questa ragione la riflessione liberale, da Adam Smith in avanti, non si è concentrata soltanto sull’efficienza dell’amministrazione. Si è interrogata soprattutto sui limiti delle competenze statali.



La domanda decisiva non era come gestire meglio ogni attività, ma quali attività dovessero essere effettivamente gestite dal potere pubblico. Nel libro V de La ricchezza delle nazioni, Smith non immaginava uno Stato assente. Gli attribuiva tre funzioni fondamentali: la difesa dai nemici esterni, l’amministrazione della giustizia e la realizzazione di quelle opere pubbliche che l’iniziativa privata non avrebbe convenienza a realizzare. Il punto, per il padre del liberalismo economico, non era abolire lo Stato, ma limitarlo alle sue funzioni essenziali, impedendone l’espansione indefinita. Due secoli e mezzo dopo, il problema sembra essersi rovesciato: non discutiamo più quali siano i limiti dell’azione pubblica; discutiamo soltanto quali nuove funzioni aggiungervi.

Anche le nuove tecnologie vengono spesso presentate come una soluzione miracolosa. La digitalizzazione prima, l’intelligenza artificiale oggi. Eppure l’esperienza degli ultimi vent’anni suggerisce prudenza. Le procedure sono diventate digitali, ma non necessariamente più semplici. Le file agli sportelli si sono ridotte, mentre sono aumentati moduli, credenziali, verifiche e richieste di dati.



L’intelligenza artificiale probabilmente renderà l’amministrazione più efficiente. Ma non è affatto detto che la renderà più piccola. Se il costo di un controllo diminuisce, aumenta la tentazione di moltiplicare i controlli. Se raccogliere dati diventa più facile, si raccoglieranno più dati. Se una procedura può essere svolta in pochi secondi anziché in qualche giorno, la tendenza non sarà necessariamente quella di ridurre le procedure, bensì di estenderle.

La tecnologia può accelerare il labirinto, non necessariamente ridurne le dimensioni. Per questo la promessa di Meloni contiene una verità e una rimozione.

La verità è che la burocrazia italiana rappresenta un freno alla crescita economica e all’iniziativa individuale autentica, non assistita.

La rimozione è che nessuna semplificazione duratura sarà possibile senza affrontare il tema che la politica evita accuratamente: il perimetro dello Stato.

Finché continueremo a chiedere al potere pubblico di occuparsi di tutto, continueremo inevitabilmente a produrre gli apparati necessari a farlo. E continueremo a lamentarci delle conseguenze.

 


La vera domanda, allora, non è come sconfiggere la burocrazia: è quanto Stato desideriamo davvero.

Su questo terreno, molto più che su quello della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale o delle riforme amministrative, si giocherà una parte importante del futuro della libertà individuale nelle società contemporanee. Che, attenzione, non si confonda mai con l’individualismo protetto, che sta alla burocrazia come la libertà individuale sta alla sua forma amministrata e neutralizzata.

Cioè assistita.

Carlo Gambescia

venerdì 29 maggio 2026

Matteotti, i banchi vuoti e la destra che non riesce a chiudere i conti col passato

 


Alla Camera si commemorava Giacomo Matteotti. Non un personaggio qualsiasi della liturgia repubblicana, ma l’uomo che denunciò in Parlamento violenze e brogli fascisti e che per questo venne assassinato. Una figura che dovrebbe unire senza esitazioni una democrazia liberale matura.

E invece no.

Perché al centro della giornata non sono finite le parole ufficiali, la targa commemorativa o il richiamo ai valori parlamentari, ma i banchi semivuoti della maggioranza, soprattutto quelli di Fratelli d’Italia. È inutile fare finta di nulla: le spiegazioni organizzative contano poco. In politica le immagini precedono le giustificazioni. E l’immagine era pessima.

Il problema non è solo quello di una destra che a fatica ha compiuto una piena legittimazione istituzionale e che, almeno nelle sue componenti di governo, pare aver  preso  le distanze da ogni nostalgia eversiva o  fascista nel senso storico del termine. Il problema è un altro: dopo quattro anni di governo esclusivo (diciamo) e a trent’anni dallo “sdoganamento”, una larga parte della destra italiana continua a mostrare una sorprendente difficoltà simbolica nel rapporto con l’antifascismo democratico, cioè con i valori che fondano una Repubblica che proprio in questi giorni compie ottant’anni.



È come se ogni commemorazione di Matteotti venisse percepita non come un doveroso omaggio istituzionale, ma come una specie di processo genealogico. E in effetti lo è. Perché Matteotti rappresenta il punto in cui il fascismo perde qualunque possibile attenuante storica e si mostra per quello che fu: violenza politica allo stato puro, bestiale, contro la libertà parlamentare.

Qui emerge il limite culturale della destra post-missina italiana.

Se trasformazione politica c’è stata, si tratta di un’integrazione passiva, come partecipazione alle elezioni e alla vita parlamentare e ora di governo. Ma l’integrazione emotiva, simbolica, persino antropologica, è rimasta incompleta. Si accetta la democrazia liberale, naturalmente; molto meno si accetta l’universo morale nato dall’antifascismo repubblicano. Non è questione di essere contro tutti i totalitarismi, cosa che va da sé. Qui in Italia c’era Mussolini. Noi il fascismo l’abbiamo inventato, purtroppo. Abbiamo, per così dire, il copyright. E in qualsiasi momento si può precedere alla ristampa del suo libro nero,  magari con qualche piccola revisione e aggiunta.

E anche quando, sul piano istituzionale, si compiono gesti di segno opposto — come la commemorazione ufficiale di Giacomo Matteotti alla Camera nel centenario della sua morte, nel 2024, con la partecipazione della Presidente del Consiglio e parole nette di condanna dello squadrismo fascista — resta l’impressione che si tratti di atti incapaci di produrre un vero consolidamento simbolico.

Come se il livello istituzionale e quello culturale continuassero a procedere su binari paralleli.



Da qui quella permanente esitazione rituale, quel disagio visibile ogni volta che il calendario civile tocca il fascismo, la Resistenza, le leggi razziali, Matteotti. E non è un caso che anche su alcune delle più solenni ricorrenze della memoria repubblicana, come le Fosse Ardeatine, la presenza diretta della Presidente del Consiglio sia stata limitata o comunque non sistematica, segno di un rapporto che resta più affidato alla rappresentanza istituzionale che alla partecipazione simbolica personale.

La destra parla spesso di “processo permanente” orchestrato dalla sinistra. Ma qui il punto non è la caccia alle streghe ideologica. Nessuno pretende abiure quotidiane. Il problema è che, a centodue anni dal delitto Matteotti, basta ancora una commemorazione parlamentare per produrre assenze, impacci e reticenze. E questo dice qualcosa.

E infatti basta una foto di qualche banco vuoto perché riemerga tutto il fascismo non detto della destra italiana.

Come dicevamo, il paradosso è che proprio una forza politica ormai pienamente istituzionalizzata dovrebbe avere interesse a chiudere definitivamente questa ambiguità storica. Invece continua spesso a subirla, talvolta persino a coltivarla ambiguamente, forse per non irritare una parte della propria base identitaria. Del resto l’ elettore italiano sembra avere la memoria corta, troppo ripiegato sul presente. Però così facendo questa destra resta prigioniera di un doppio linguaggio: governativa nei fatti, esitante nei simboli.



Come accennato, la cosa forse più impressionante è il relativo disinteresse del Paese reale.

Sui social e nei giornali si è gridato alla vergogna — giustamente — ma fuori dalla bolla politico-mediatica la vicenda ha prodotto soprattutto distrazione, stanchezza, scrollate di spalle.

L’Italia del 2026 sembra vivere queste polemiche come un rituale automatico, quasi burocratico. Una parte dell’opinione pubblica le legge dentro una chiave sempre più grezza e materialistica — le bollette, il costo della vita, i servizi che scricchiolano diventano il metro unico di giudizio — come se tutto il resto fosse un lusso simbolico.

Ma questo stesso malessere, al di là delle ovvie eccezioni, è in larga misura più percepito che strutturalmente uniforme, e viene spesso amplificato e strumentalizzato da chi ha interesse a delegittimare la liberal-democrazia, trasformando il disagio diffuso in prova generale di sfiducia sistemica.

Ed è qui che la faccenda diventa davvero seria.

Perché l’indifferenza civile verso simboli come Matteotti non segnala maturità democratica, ma semmai impoverimento della memoria pubblica. Una democrazia che non riesce più a indignarsi davvero per l’assenza imbarazzata davanti al nome di Matteotti è una democrazia che lentamente perde il senso storico delle proprie origini.

E del resto, che fare? Non si può delegittimare una destra che governa sulla base del consenso democratico. Ma non si può neppure fingere di non vedere che, strappo dopo strappo, imbarazzo dopo imbarazzo, reticenza dopo reticenza, il paesaggio morale della Repubblica italiana sta cambiando. E forse il dato più inquietante è proprio questo: ci stiamo abituando.

Nel quadro politico si muove anche un progetto di legge elettorale da approvare prima dell’estate, pensato per ridisegnare gli equilibri e consolidare la leadership di Giorgia Meloni nel prossimo ciclo politico. Ma anche questo, a ben vedere, si iscrive nello stesso clima di progressiva assuefazione.



Così, nella stessa giornata, si sono viste due fragilità intrecciate: quella di una destra che continua a faticare a guardare senza ambiguità il proprio passato remoto, e quella di un Paese che quel passato sembra sempre meno disposto a guardare.

E quando memoria e responsabilità civica si indeboliscono insieme, non è mai un buon segno. È il segnale che la democrazia non smette di funzionare, almeno subito, ma inizia a funzionare con meno vigilanza su  di sé.

Carlo Gambescia 


giovedì 28 maggio 2026

Gennaro Sasso o dello snobismo liberale

 


La morte di Gennaro Sasso chiude una stagione della cultura italiana che oggi pare remota quasi quanto il Sacro Romano Impero: quella dei professori che non volevano piacere, non volevano intervenire, non volevano “comunicare”. Volevano pensare. E basta. Per capirsi, l’esatto contrario di Massimo Cacciari.

Sasso fu esattamente questo: un grandissimo filosofo italiano e, insieme, il prodotto quasi perfetto di uno stile intellettuale molto preciso — e molto liberale — che potremmo definire snobismo aristocratico della mente. Qui riprendiamo e ampliamo ( e probabilmente forziamo) quel concetto, di snobismo liberale, così brillantemente intuito da Elena Croce (*).

Non il banale snobismo sociale da salotto romano, tipo “andavamo la sera in Via Veneto”.





Qualcosa di più serio e più radicale. L’idea che il pensiero autentico debba tenersi a distanza dalla politica concreta, dalle passioni collettive, dalla sociologia, dalla democrazia di massa, perfino dalla storia in atto. Il filosofo guarda. Comprende. Smonta. Ma non si sporca le mani. La politica è un mondo inferiore: necessario, certo, ma inferiore. Cacciari, per tornare al nostro esempio, è stato invece parlamentare e sindaco di Venezia.

In questo senso Sasso era un uomo quasi ottocentesco: destra storica e dintorni, a livelli altamente glicemici di elevatezza del mondo dello spirito e delle idee (torneremo a breve sul punto). O meglio: crociano senza essere davvero crociano, azionista senza essere davvero politico, liberale senza alcuna fiducia liberale nella società reale.

L’ intervista del 2013 ad Antonio Gnoli è illuminante (**) . Quando Sasso dice che la filosofia è un’assoluta sterilità e che il pensiero filosofico impedisce di entrare in contatto con il mondo, non sta facendo una battuta paradossale: sta confessando un’intera antropologia intellettuale. Il mondo della politica, della sociologia, dell’economia, delle istituzioni, appartiene per lui a un altro piano. Quasi a un’altra specie.

La politica come rumore inferiore

Qui emerge il punto decisivo. Sasso non era antipolitico nel senso populista contemporaneo. Non disprezzava la politica perché corrotta o inefficiente. La considerava semplicemente troppo bassa rispetto alla purezza della speculazione. La politica naviga a vista , diceva evocando Immanuel Kant; la filosofia invece vive nella tirannia dei concetti.



Non sorprende allora che perfino il suo amatissimo Niccolò Machiavelli finisca, nei suoi libri, quasi sterilizzato filosoficamente: più grande oggetto teoretico che interlocutore civile.

Ed è qui che compare, come accennavamo, quel particolare snobismo liberale tipico di una parte dell’intellettualità italiana del Novecento: una cultura raffinatissima, moralmente severa, spesso laicissima, ma incapace di fare davvero i conti con la politica come tecnica del potere e gestione ordinaria degli interessi.

In fondo, lo stesso Partito d’Azione — che Sasso ricordava con affetto e malinconia — fu questo: una concentrazione impressionante di intelligenze superiori e una quasi totale incapacità di comprendere sociologicamente il paese reale. Molta etica pubblica, pochissima antropologia politica.

Si pensi, più in generale, a figure come Carlo Antoni, Guido Calogero, lo stesso Benedetto Croce: grandi coscienze liberali, ma spesso allergiche alla sociologia, percepita come riduzione positivistica, statistica, “materiale” della vita storica e spirituale.

In filigrana, nel pensiero di Sasso, si intravede come accennato, anche una certa nostalgia per la vecchia “destra storica” liberale conosciuta attraverso Federico Chabod: classi dirigenti oligarchiche quanto si vuole, ma dotate di senso dello stato, disciplina intellettuale e consapevolezza tragica del limite.

 



Non un modello politico da restaurare, bensì uno stile civile perduto. Ed è forse qui che il suo aristocraticismo liberale avrebbe potuto incontrare il realismo metapolitico: l’idea che nella storia ritornino sempre alcune costanti — crisi delle élite, bisogno d’ordine, fragilità della libertà politica — senza che però esse possano mai trasformarsi, alla maniera sociologica, in leggi scientifiche (in senso popperiano però) della società.


Il punto debole di Sasso: le regolarità che non voleva chiamare regolarità

E invece no. Qui il punto è interessante: Sasso aveva una fortissima sensibilità per le regolarità tragiche della storia. I suoi libri sul progresso, sulla decadenza, sul tramonto delle civiltà, sul pessimismo europeo, mostrano un pensatore ossessionato da ciò che ritorna, dalle forme ricorrenti del declino, dalle illusioni periodiche dell’umanità.

Ma attenzione: il suo non era realismo sociologico e neppure realismo metapolitico.

Ed è qui che il confronto diventa interessante e probabilmente per lui irritante.
Perché le regolarità metapolitiche mostrano esattamente ciò che il liberalismo speculativo di Sasso tendeva a rimuovere: il carattere permanente, strutturale, quasi antropologico della dinamica politica.

Le sue analisi della decadenza storica, in realtà, sfioravano continuamente alcune di queste permanenze: la persistenza del potere, il ritorno ciclico delle crisi, la divisione inevitabile tra governanti e governati, la tensione continua tra inclusione ed esclusione, tra consenso e dissenso, tra forze centrifughe e centripete.




Solo che Sasso si fermava un passo prima. Vedeva il tragico, ma diffidava della sistematizzazione sociologica del tragico.

Avrebbe probabilmente guardato con sospetto un quadro teorico fondato su “regolarità” quasi permanenti della condizione politica, perché vi avrebbe intravisto il rischio di trasformare la storia in meccanismo e l’uomo in funzione.

L’antico riflesso idealistico riemergeva sempre: la paura che la sociologia riducesse lo spirito a struttura. Non si dimentichi che l’Antoni, giustiziere idealistico italiano della sociologia, alla Sergio Leone (per non parlare di Croce, che pur rispettava Pareto, e dell’ambiente crociano), fu un altro dei suoi maestri.


E tuttavia — ironia notevole — molte delle sue intuizioni finiscono per confermare proprio ciò che
avrebbe voluto evitare.

Pareto senza sociologia

In questo senso Sasso stava più vicino a Vilfredo Pareto di quanto avrebbe probabilmente ammesso. Solo che Pareto trasformava quelle intuizioni in sociologia delle élite; Sasso invece le sublimava in tragedia filosofica shakespeariana.

La differenza è decisiva.

Per il sociologo “metapolitico” le regolarità servono a capire come funziona il potere. Per Sasso, servivano soprattutto a capire perché ogni costruzione storica finisca per incrinarsi.

 



Il punto, però, è che le società non possono vivere soltanto nella contemplazione tragica del limite. Devono governare il limite. Devono amministrare conflitti, interessi, gerarchie, appartenenze. Devono fare politica. Esiste insomma il problema della decisione politica, che per inciso, non va mai scambiato con il costruttivismo, che invece consiste nell’eccesso di decisionismo politico.

Ed è qui che il suo aristocraticismo liberale mostrava il proprio limite storico. Perché il rifiuto della sociologia e della politica concreta non elimina le regolarità profonde della vita collettiva: semplicemente impedisce di comprenderle operativamente.

La “persistenza del potere”, la dinamica governanti-governati, il ciclo politico, il conflitto amico-nemico, la tensione tra movimento e istituzione: tutte dimensioni, ripetiamo, che Sasso coglieva indirettamente sul piano tragico-filosofico, ma senza volerle trasformare in strumenti di lettura della realtà politica concreta.



Come se capire troppo da vicino il funzionamento reale del potere contaminasse la purezza del pensiero.

 

 

La cittadella filosofica

Qui stava la sua grandezza. E il suo limite.

Perché Sasso possedeva una qualità oggi rarissima: la capacità di pensare contro il proprio tempo senza diventare un propagandista. Non inseguiva il presente. Non produceva opinioni in serie. Non scambiava l’attualità per profondità.

Era un professore nel senso quasi sacrale del termine: appartato, malinconico, disciplinato, ostinatamente fedele alla serietà del concetto.

Ma proprio questa separatezza produceva – ripetiamo – anche una forma di aristocraticismo sterile. La filosofia diventava cittadella. La politica “rumore di fondo”. La sociologia quasi una scienza minore. Per non parlare delle metapolitica nell’accezione del nostro Trattato (***).

Il risultato era una cultura altissima ma spesso incapace di comprendere davvero la dinamica concreta delle società di massa contemporanee.





In fondo, Sasso incarnava perfettamente il dramma di una parte del liberalismo italiano: lucidissimo nel criticare le illusioni della politica, assai meno capace di comprendere che la politica, anche quando mediocre, resta l’unico strumento con cui le società cercano di governare le proprie regolarità profonde.

Il che spiega – e dispiace dirlo – perché oggi, dopo ottant’anni di Repubblica, che giustamente festeggiamo, ci ritroviamo al governo chi sostiene che Mussolini fece anche cose buone…

Ed è forse per questo che, rileggendolo oggi, si prova insieme ammirazione e distanza. Ammirazione per l’intelligenza formidabile, il rigore quasi feroce, la vastità della cultura. Distanza perché il suo mondo — il mondo del professore-filosofo che contempla la storia senza volerla abitare fino in fondo — appare ormai definitivamente tramontato.

Come molte delle civiltà, diciamo, di concetti, che lui stesso aveva studiato così bene.

Carlo Gambescia

 

(*) Elena Croce, Lo snobismo liberale, Adelphi, 1990, 2° edizione.

(**) Qui: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/10/gennaro-sasso.html . Ripresa anche qui: https://www.libertaegiustizia.it/2013/03/12/gennaro-sasso-lesercizio-della-filosofia-e-sterile-ma-non-si-puo-farne-a-meno/ .

(***) Carlo Gambescia, Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 volumi.

mercoledì 27 maggio 2026

Comunali 2026. Voglia di destra?

 


Dopo le comunali del 24-25 maggio si è affacciata una lettura quasi automatica: la conferma di una “voglia di destra” nel Paese. È una formula comoda, giornalistica al punto giusto, ma rischia di semplificare più di quanto spieghi.

Le elezioni locali, infatti, raramente restituiscono un messaggio politico univoco. Contano i candidati, le amministrazioni uscenti, le coalizioni civiche, l’astensione differenziale (nel senso che alcuni elettori si rechino alle urne più degli altri). È un terreno in cui il “clima nazionale” incide, ma non domina. Eppure, se la destra ottiene risultati diffusi e coerenti su più territori, un segnale politico di fondo esiste: non tanto un’ondata emotiva, quanto una stabilizzazione della destra nel suo ruolo di forza di governo.  Che va al di là del voto stesso ( e della disputa sul chi abbia vinto)  e rimanda, come detto, a un processo  di legittimazione politico-sociale. 

Più che di “voglia di destra”, si potrebbe parlare di una sua normalizzazione: una forza politica che non appare più come alternativa eccezionale, ma come opzione ordinaria dentro il sistema democratico. Una presenza pienamente interna alle istituzioni, capace di adattarsi ai vincoli dell’amministrazione e del governo delle cose, e insieme di influenzarne il baricentro.



Ma qui il punto diventa più interessante e meno rassicurante per le categorie consuete. Non siamo di fronte a una destra “classica” nel senso europeo del termine, quella conservatrice e istituzionale, né a una semplice declinazione del liberalismo politico.

Si tratta piuttosto di una destra più identitaria, leaderistica, con un rapporto diretto e personalizzato con il consenso e con una forte inclinazione a reinterpretare in senso maggioritario gli equilibri tra poteri. Nel caso italiano, inoltre, la sua genealogia politica si intreccia con la storia della destra post-fascista, elemento che continua a pesare nel dibattito pubblico e nella percezione politica.

Apparentemente, questa destra, non è una forza esterna allo stato di diritto, né un corpo estraneo alla democrazia liberale. Tuttavia, si può osservare come alcune proposte di riforma istituzionale e della legge elettorale — in particolare quelle che modificano le condizioni di accesso al premio di maggioranza — tendano a spostare l’asse del sistema politico verso una maggiore centralizzazione del potere. Il punto non è l’eccezione, ma la trasformazione graduale degli equilibri.



Detto altrimenti: il sistema politico italiano appare attraversato da una dinamica più profonda, quella  della  crescente concentrazione del potere nell’esecutivo, che sembra andare oltre la normale fisiologia politica.

Una tendenza che si riflette nel rapporto tra governo, apparati dello Stato e contropoteri istituzionali, come magistratura e autorità indipendenti, che restano elementi fisiologici ma sempre più al centro del conflitto politico. Si pensi, da ultimo, ai toni da guerre stellari assunti dal referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Senza dimenticare lo sproporzionato interesse – diremmo quasi ossessivo  – mostrato dal governo verso le forze di polizia.

E la sinistra? Qui il discorso si fa speculare ma non simmetrico. Una parte significativa del campo progressista appare oscillante tra due poli: da un lato una gestione prevalentemente tecnocratica e amministrativa del consenso, in chiave welfarista; dall’altro la tentazione di inseguire il linguaggio emotivo e semplificato del populismo avversario. Nel primo caso si perde radicamento sociale, puntando sull’assistenzialismo, nel secondo si finisce per legittimare il terreno competitivo dell’avversario, favorendo i colpi bassi mediatici e un clima da ultimi giorni dell’umanità, che non giova alla credibilità delle istituzioni liberali.

Il risultato, per dirla politologicamente, rinvia alla difficoltà strutturale della sinistra di costruire un profilo chiaramente riconoscibile: non solo elettorale, ma culturale e politico. In altre parole, la difficoltà non è soltanto nel “perdere”, ma nel definire con chiarezza su quale idea di democrazia e di liberalismo politico si intenda competere. Il che spiega, come sembra, anche la sconfitta alle comunali.

 


Su questo sfondo, più che una “voglia di destra” in senso emotivo, emerge un bisogno trasversale di stabilità e prevedibilità. Una sorta di rifugio nello status quo, una domanda di normalità che spesso si traduce nel desiderio che le cose funzionino, più che nel sostegno convinto a un progetto politico.

Questa tendenza si accompagna, come segnalano diversi indicatori demoscopici — in particolare i rapporti Censis sulla situazione sociale del Paese (*) — a una forte disaffezione verso le istituzioni politiche: circa sette italiani su dieci dichiarano infatti di nutrire scarsa fiducia nei confronti di partiti e Parlamento.

Questa situazione può favorire attori politici diversi, ma tende a premiare coloro che appaiono in grado di garantire ordine e coerenza nell’azione di governo. O comunque percepiti come tali: ma, attenzione, contro partiti e parlamento.

Inoltre l’area conservatrice dispone oggi di un ventaglio di figure e sensibilità per tutti gusti, per così dire. Che gli osservatori più malevoli dipingono come una specie di “Famiglia Addams”: un orizzonte politico che va dalla “pragmatica” Giorgia Meloni al politicamente inquietante generale Vannacci, il quale ha peraltro raccolto un consenso non trascurabile a Vigevano, unico collegio in cui si era candidato Futuro Nazionale.

È qui che il problema diventa propriamente liberale. Se la competizione politica si riduce a una rincorsa reciproca sul terreno della semplificazione e della polarizzazione, il rischio non è solo l’alternanza tra schieramenti, ma l’erosione progressiva delle mediazioni che reggono lo stato di diritto: equilibrio tra poteri, qualità del Parlamento, autonomia delle istituzioni.



In questo senso, la questione non è se esista una “voglia di destra” o una “voglia di sinistra”, ma se esista ancora una domanda politica capace di sostenere una democrazia liberale non ridotta a competizione permanente tra leadership evocanti paure, emergenze e nemici, reali o immaginari.

Carlo Gambescia

 

(*) Per una rapida sintesi giornalistica si veda qui: https://www.lapresse.it/politica/2025/12/05/censis-rapporto-2025-italiani-non-credono-piu-a-partiti-e-non-comprano-piu-giornali/ .

martedì 26 maggio 2026

Leone XIV, l’IA e l’antica diffidenza della Chiesa verso la modernità

 


L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV sull’intelligenza artificiale è destinata a essere salutata da molti come un testo equilibrato, prudente e profondamente umano. 

Già le sentiamo, le “Figlie di Maria”… E in effetti, al di là delle battute, contiene osservazioni condivisibili sui rischi della concentrazione del potere tecnologico, sulla tutela della dignità personale, sulla trasparenza degli algoritmi, sulle conseguenze occupazionali dell’automazione e persino sugli usi militari dell’IA.

Eppure, leggendola, sia pure per sommi capi, è difficile sottrarsi a una sensazione di déjà-vu storico (*).

La Chiesa cattolica, nei secoli, ha spesso guardato con sospetto le grandi trasformazioni della modernità. Non è una novità. Lo fece con il liberalismo politico, con la secolarizzazione, con la società industriale, con la modernità culturale. Lo fece in modo esplicito con il suo celebre Sillabo, che sotto il pontificato di Pio IX condannava molte delle idee caratteristiche del mondo moderno allora nascente.

Oggi il bersaglio non è più la democrazia liberale o l’industrializzazione. È l’intelligenza artificiale.Naturalmente nessuno propone di vietarla. I tempi sono cambiati. Però, se si tornasse indietro con una macchina del tempo a cinquecento anni fa (Galileo docet), chissà…

Altra battutaccia. D’ora in avanti saremo seri.



Battute a parte, il meccanismo intellettuale appare sorprendentemente simile: la nuova tecnologia viene osservata anzitutto attraverso i suoi rischi, le sue distorsioni, i suoi possibili effetti negativi. Le opportunità passano in secondo piano. Il lettore prenda nota del punto specifico.

È una postura che accomuna molti critici contemporanei del capitalismo e della modernità tecnologica. Cambiano le motivazioni, ma il riflesso è spesso lo stesso: frenare, regolare, limitare, controllare.

Il problema è che la storia racconta anche altro.

Leone XIV denuncia la concentrazione del potere nelle mani di pochi attori tecnologici. È un tema reale. Ma la concentrazione del potere non è una patologia dell’intelligenza artificiale. È una costante della storia umana.

Imperi, monarchie, aristocrazie, burocrazie statali, oligarchie economiche, apparati mediatici, partiti di massa: il potere tende sempre a concentrarsi. È una regolarità metapolitica.



Pensare che il problema possa essere risolto attraverso nuove forme di regolazione pubblica significa spesso trasferire potere da un centro a un altro, non eliminarlo. Per questo molte delle proposte avanzate nell’enciclica sembrano convergere verso una soluzione ricorrente: più governance, più organismi internazionali, più controllo pubblico, più regolazione.

In una parola: più controllo sociale.

Ma la storia delle innovazioni racconta una storia diversa. La rivoluzione industriale produsse sfruttamento, disuguaglianze e condizioni di vita spesso drammatiche. Eppure fu il più grande motore di prosperità mai conosciuto dall’umanità. Le ferrovie sconvolsero economie e società. L’elettricità distrusse interi mestieri. L’automobile trasformò città e paesaggi. Internet ha generato nuovi monopoli e nuove dipendenze.

Ma chi vorrebbe davvero tornare indietro?

La storia della tecnologia è una storia di errori, squilibri e concentrazioni di potere. Ma è soprattutto una storia di progresso.



A differenza della visione cattolica, il liberalismo parte da un presupposto diverso: la libertà di sperimentare produce inevitabilmente effetti collaterali, ma è anche la principale fonte dell’innovazione. Se ogni rivoluzione tecnologica fosse stata fermata in attesa di risolvere preventivamente tutte le sue conseguenze negative, molte di esse non sarebbero mai esistite.

In questo senso, il vero punto di divergenza tra Leone XIV e una prospettiva liberale non riguarda l’etica dell’IA. Riguarda il rapporto stesso con il cambiamento.

L’enciclica insiste ripetutamente sulla necessità di quadri normativi, di organismi di vigilanza, di forme di governance internazionale e di controlli etici preventivi. Sono preoccupazioni comprensibili e in parte condivisibili. Tuttavia il baricentro del ragionamento sembra collocarsi all’interno di una logica prudenziale: prima le regole, poi l’innovazione. Prima la tutela, poi la sperimentazione. Prima il controllo, poi la libertà.

Anche qui il lettore prenda appunto.

Il liberalismo, invece, tende a ragionare in modo opposto: prima la libertà, poi gli eventuali correttivi.

Ma la storia dell’innovazione suggerisce che il progresso raramente nasce da organismi di controllo. Nasce piuttosto dalla libertà di tentare, sbagliare, correggere e riprovare. Spesso senza sapere esattamente dove quella ricerca condurrà, ma guidati dalla curiosità, dall’iniziativa individuale e dalla sperimentazione.



Qui torna utile una celebre intuizione di Joseph Schumpeter. Il capitalismo, spiegava, avanza attraverso la “distruzione creatrice”: ogni innovazione rompe equilibri esistenti, distrugge attività economiche, rende obsolete competenze e professioni. È un processo spesso doloroso, ma proprio da quella distruzione emergono nuove possibilità di crescita e di sviluppo.

L’enciclica di Leone XIV sembra invece guardare soprattutto ai costi della distruzione e molto meno alle potenzialità della creazione.

Non è una novità. Come detto, è una posizione che la Chiesa ha spesso assunto nei confronti delle grandi trasformazioni storiche. Una posizione rispettabile, persino utile sotto certi aspetti, perché ricorda ciò che il progresso rischia di travolgere. Ma che spesso finisce per sottovalutare ciò che il progresso rende possibile.



Pertanto, ripetiamo, la vera domanda, non è se l’intelligenza artificiale presenti rischi. Li presenta certamente.
La domanda è un’altra: se avessimo applicato gli stessi criteri di prudenza preventiva a tutte le grandi innovazioni del passato, quante di esse sarebbero mai nate? Probabilmente nessuna.

Ed è per questo che, ancora una volta, la Chiesa appare più vicina alla critica della modernità che alla sua costruzione. Non perché sia nemica della tecnologia in quanto tale, ma perché continua a giudicarla soprattutto per i problemi che può generare e molto meno per le opportunità che può liberare.

È una differenza antica. Da una parte i custodi della prudenza. Dall’altra, i sostenitori della libertà creativa.

La storia economica insegna che le società che hanno prosperato non sono state quelle che hanno eliminato il rischio, ma quelle che hanno imparato a conviverci.

La modernità, piaccia o meno, è stata costruita soprattutto dai sostenitori della libertà creativa.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-05/magnifica-humanitas-intelligenza-artificiale-dottrina-sociale.html .

lunedì 25 maggio 2026

Quando la notizia scivola in fondo pagina…

 


Non diciamo nulla di nuovo. Però.

C’è un piccolo esperimento che chiunque può fare, su una qualsiasi home page di un’agenzia o di un quotidiano. Basta osservare come sono disposte le notizie.

Questa mattina, sulla home page dell’ANSA, una grande fotografia mostra Donald Trump in apertura internazionale. Il titolo riguarda il rinvio della firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran e le tensioni sullo Stretto di Hormuz. Notizia importante, senza dubbio: posizione centrale, massima evidenza.

Poco più in basso compare un’altra notizia che riguarda ancora Trump, ma su un piano diverso: non la geopolitica, bensì la libertà di stampa. Il titolo richiama l’appello del direttore del “New York Times” a resistere agli attacchi del presidente americano.

La notizia c’è. Nessuno l’ha censurata. Nessuno l’ha nascosta. Eppure la differenza è evidente.
Una occupa lo sguardo del lettore. L’altra rischia di restare sullo sfondo. Una è “da apertura”. L’altra è “da scorrimento”.

Qualcuno potrebbe obiettare: semplici questioni di valutazione giornalistica della rilevanza. Ed è vero: ogni redazione costruisce quotidianamente una gerarchia. Non tutte le notizie possono stare in prima fila.

Ma proprio qui emerge il punto.

Se la libertà di stampa è uno dei valori fondativi delle democrazie liberali, perché uno scontro tra il presidente degli Stati Uniti e uno dei principali quotidiani americani non viene considerato una notizia di primo livello?

La questione non riguarda soltanto l’ANSA. Riguarda il funzionamento complessivo dell’informazione contemporanea.

Siamo abituati a pensare alla censura come a un divieto esplicito. Ma nelle democrazie avanzate il meccanismo è più sottile: le notizie vengono pubblicate quasi tutte. Il punto decisivo diventa un altro: quali vengono valorizzate, quali restano in primo piano e quali finiscono ai margini.

Il problema, in altre parole, non è solo ciò che si pubblica, ma la costruzione dell’agenda delle priorità.

Donald Trump non è soltanto il presidente degli Stati Uniti. È anche un interprete di una cultura politica che mostra crescente insofferenza verso alcuni principi del liberalismo costituzionale: autonomia delle istituzioni, limiti del potere esecutivo, pluralismo dell’informazione, ruolo dei corpi intermedi. In questo contesto, diversi osservatori hanno parlato di derive illiberali o autoritarie. Non pochi addirittura di incipiente pericolo di un nuovo fascismo.

Proprio per questo colpisce la relativa debolezza con cui una parte dell’informazione occidentale tende a trattare questi aspetti.

Non si tratta di condividere o meno le posizioni di Trump. Si tratta di riconoscere che, quando un leader politico entra in tensione con l’autonomia della stampa, la questione difficilmente può essere relegata a fatto secondario.

Sia chiaro: questa non è la critica tradizionale della sinistra radicale, che interpreta Trump soprattutto come espressione dell’oligarchia economica o del grande capitale globale. La nostra è un’altra prospettiva: riguarda il rapporto tra potere e libertà. È una critica liberale, non anticapitalista; costituzionale, non identitaria o classista.

Non tutti i ricchi sono oligarchi, così come non tutti gli imprenditori sono nemici della società aperta. La storia occidentale è piena di figure economiche che hanno sostenuto università, ricerca, pluralismo e libertà civili. Si pensi, in Italia, alla figura di Adriano Olivetti. Oppure, negli Stati Uniti, a diversi imprenditori e finanziatori che hanno preso posizione contro derive illiberali.

Lo stesso George Soros, spesso trasformato in bersaglio politico, rappresenta un esempio controverso ma significativo: al di là delle valutazioni di merito, ha destinato risorse ingenti alla promozione di società aperte e istituzioni democratiche.

La distinzione decisiva non passa dal patrimonio, ma dal rapporto con il potere. L’oligarca non è semplicemente il ricco: è colui che utilizza la propria forza economica per indebolire i contrappesi istituzionali o ridurre gli spazi del dissenso.

Per questo, al vero liberale, non preoccupa la ricchezza in sé, ma il suo possibile uso politico contro le garanzie della società aperta.

La libertà non si difende attaccando il liberalismo, ma rafforzandone le istituzioni.

E questo vale anche per l’informazione. Per un’agenzia come l’ANSA, che rappresenta uno dei cardini del sistema informativo italiano, la gerarchia delle notizie non è un dettaglio tecnico: è una forma di responsabilità pubblica. Diremmo addirittura di responsabilità liberale.

Eppure si percepisce una certa cautela. Come se la critica alle tensioni tra politica e stampa, quando riguarda leader popolari, magari democraticamente eletti ma prepotenti, fosse diventata più difficile o meno centrale rispetto al passato.

Non è solo un problema americano. È un problema che riguarda l’Occidente e il suo rapporto con i propri principi.

Per decenni le democrazie liberali hanno indicato la libertà di stampa come uno dei loro tratti distintivi. Oggi, però, sembra emergere una certa esitazione nel difenderla con la stessa nettezza quando viene messa in discussione dall’interno.

È una dinamica che merita attenzione. Perché la libertà di stampa non si indebolisce soltanto quando viene repressa. Può erodersi anche quando smette di essere considerata una priorità.

E quando questo accade, la gerarchia delle notizie non è più soltanto una scelta editoriale. Diventa un indicatore più ampio. Talvolta - oggi sempre più spesso -   anticipa la gerarchia dei valori. E quando i valori liberali finiscono in fondo alla pagina non è solo una notizia. Perché  è in gioco il loro stesso ruolo pubblico come principio e pratica della libertà.

Carlo Gambescia

domenica 24 maggio 2026

Almirante, democratico postumo


Ne abbiamo già scritto ieri, a proposito delle dichiarazioni di Giorgia Meloni su Almirante nel trentottesimo anniversario della sua scomparsa (*). 
 
Un amico ci ha addirittura consigliato di lasciar perdere, perché sarebbe inutile contrastare l’onda lunga di un’Italia sempre più comprensiva verso il fascismo: “Ti fai solo altri nemici, Carlo”.

E invece insistiamo.

Tra le molte apparenti  trasformazioni che attraversano oggi la destra italiana, una delle più interessanti riguarda la memoria di Giorgio Almirante.

A trentotto anni dalla sua scomparsa, numerosi esponenti di Fratelli d’Italia gli hanno reso omaggio. Nulla di sorprendente. Almirante è stato il leader storico del Movimento Sociale Italiano e rappresenta una figura centrale nella genealogia politica della destra postfascista. Sarebbe anzi strano il contrario.



Più interessante è osservare il modo in cui viene ricordato.

Nei messaggi commemorativi di questi giorni, da Giorgia Meloni a Ignazio La Russa e Fabio Rampelli, emerge infatti una rappresentazione sempre più definita: Almirante come uomo delle istituzioni, protagonista della vita parlamentare, figura rispettata dagli avversari, interprete della pacificazione nazionale e, in sostanza, protagonista della maturazione democratica della Repubblica.

È qui che il discorso diventa problematico.

Non perché Almirante debba essere trasformato in una caricatura demoniaca. La storia non è mai un tribunale morale e gli uomini politici sono quasi sempre più complessi delle immagini che ne danno sostenitori e detrattori. Almirante fu certamente un leader politico di rilievo, un parlamentare abile e un protagonista della vita pubblica italiana per diversi decenni.

Ma una cosa è riconoscere il suo ruolo nella storia della Repubblica. Un’altra è riscriverne la collocazione storica in stile romanzo fantasy.

Almirante non fu semplicemente un uomo di destra. Fu un dirigente del fascismo repubblicano, un collaboratore della Repubblica Sociale Italiana e  segretario di redazione  de "La difesa della razza". Dopo la guerra guidò il principale partito neofascista italiano, senza mai compiere una vera rottura ideale con l’esperienza fascista.

 


La sua integrazione nel sistema democratico fu reale. La sua conversione all’antifascismo non ci fu mai.
Sono due fatti distinti che oggi tendono a essere confusi.

La destra contemporanea sembra aver compreso che non è più necessario negare il passato fascista di Almirante. Sarebbe una battaglia impossibile da sostenere sul piano storico. Più efficace è ridurne il peso, relegarlo sullo sfondo e concentrare l’attenzione sull’ultima parte della sua biografia: il parlamentare, il leader politico, l’uomo delle istituzioni.

In questo modo il fascista scompare lentamente dietro il democratico.

È una strategia retorica, una forma di razionalizzazione ex post, a suo modo raffinata. E non riguarda soltanto la figura di Almirante.

In fondo, ogni forza politica cerca di costruirsi una genealogia rispettabile. La sinistra può richiamarsi a Matteotti, Rosselli, Pertini e Berlinguer. I liberali a Croce, Einaudi e Malagodi. La destra postmissina si trova invece davanti a un problema più complesso: il suo principale antenato politico è stato anche un protagonista del fascismo italiano.



Da qui nasce il tentativo di reinterpretarlo.

Il passaggio è sottile ma decisivo. Non si afferma che Almirante non fosse fascista. Si suggerisce che il fascismo, attraverso figure come Almirante, possa essere considerato una delle tradizioni che hanno contribuito alla costruzione della democrazia repubblicana.

Alla costruzione della Repubblica antifascista. È una tesi molto diversa e molto più ambiziosa. E per nulla fondata.

Per questo la questione non riguarda soltanto la memoria di un leader politico scomparso quasi quarant’anni fa. Riguarda la ricostruzione storica delle origini della Repubblica, piaccia o meno, antifascista.

La democrazia italiana ha certamente finito per legittimare il MSI come forza politica. Questo è un fatto storico. Ma dalla legittimazione democratica di un partito non discende automaticamente la democraticità della tradizione da cui esso proviene.

È una distinzione fondamentale.



Un solo esempio basta a mostrare la distanza tra l’Almirante storico e l’Almirante che oggi viene celebrato.

Se davvero Giorgio Almirante fosse stato il precursore della destra democratica che oggi Fratelli d’Italia rivendica, allora occorrerebbe spiegare perché nel 1976 combatté con tanta durezza proprio quella corrente che tentava di trasformare il MSI in una destra conservatrice e pienamente inserita nel sistema politico occidentale.

La scissione di Democrazia Nazionale viene oggi descritta come un’anticipazione delle successive evoluzioni postmissine. Ma Almirante non la salutò come un progresso. La visse come una lacerazione e come un tradimento dell'Idea e della Fiamma. Posizione tuttora rivendicata dall'ala oltranzista del neofascismo italiano.




La memoria attuale di Almirante soffre così di un curioso paradosso. Gli vengono attribuite retrospettivamente idee e obiettivi che furono spesso quelli dei suoi avversari interni. Si celebra come anticipatore della normalizzazione democratica della destra un leader che, quando quella normalizzazione cercò concretamente di prendere forma nel 1976, si schierò dalla parte opposta (**).

Il problema non è ricordare Almirante. È trasformarlo postumo in ciò che non fu mai.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/05/la-destra-di-governo-e-le-sue-radici.html .

(**) Sul punto si veda l’eccellente studio del compianto Giuseppe Parlato, La Fiamma dimezzata. Almirante e la scissione di Democrazia Nazionale, Luni, Milano 2017.