La morte di Carlo Ginzburg ha spinto molti studiosi a ricordarne il contributo alla microstoria. Ed è giusto. In un mondo intellettuale spesso attratto dalle grandi teorie e dalle spiegazioni generali, Ginzburg ci ha insegnato il valore delle piccole cose. Degli indizi. Delle tracce apparentemente insignificanti che, se interpretate correttamente, permettono di cogliere mutamenti più profondi.
Del resto la sua storia storia induttiva può essere l’altro versante della storia deduttiva che rimanda alla regolarità metapolitiche. Si chiama anche integrazione metodologica.
Perciò La sua lezione resta attuale. Forse più attuale di quanto sembri.
Prendiamo una notizia di oggi, rilanciata in particolare dalla stampa i destra: la disponibilità delle istituzioni europee a utilizzare centri di rimpatrio situati fuori dai confini dell’Unione, secondo una logica che molti hanno associato all’esperienza italo-albanese.
Si parla di “Return Hubs”, espressione dall’inglese rassicurante e burocraticamente elegante, che ha il pregio di rendere digeribile ciò che in italiano suonerebbe in modo ben più diretto: centri di trattenimento e di rimpatrio collocati fuori dal territorio dell’Unione.
Perciò il tema viene presentato come una questione tecnica. Si parla di immigrazione illegale, di procedure, di accordi internazionali, di efficacia dei rimpatri. Tutte questioni legittime. Ma uno storico formato alla scuola di Ginzburg potrebbe essere tentato di porre una domanda diversa. Qual è l’indizio?
L’indizio non consiste semplicemente nell’esistenza di procedure di rimpatrio. Gli stati hanno sempre controllato le frontiere e regolato l’ingresso degli stranieri. La novità è un’altra. Il migrante irregolare non viene soltanto identificato, trattenuto o eventualmente rimpatriato. Viene trasferito in uno spazio esterno alla comunità politica europea, in luoghi concepiti proprio per separare fisicamente la gestione del fenomeno migratorio dalla vita quotidiana delle società che lo percepiscono come problema.
Naturalmente questa scelta può essere giustificata in termini di efficienza amministrativa o di cooperazione internazionale. Sarebbe ingenuo negarlo. Tuttavia, come insegnano gli storici delle mentalità, le istituzioni non producono soltanto effetti pratici. Producono anche rappresentazioni simboliche. Definiscono chi appartiene a uno spazio sociale e chi ne resta ai margini. È in questo senso che i Return Hubs possono essere letti come un indizio.
In sintesi: l’indizio è che il migrante non deve soltanto essere eventualmente respinto. Deve essere collocato altrove. Fuori dallo spazio europeo. Fuori dalla percezione quotidiana delle società europee. Fuori campo.
Non si tratta semplicemente di controllare una frontiera. Si tratta di rendere invisibile una presenza.
Ginzburg, a quanto pare, non si è occupato dei migranti contemporanei. I suoi studi riguardavano altri mondi: eretici, inquisitori, streghe, ebrei, contadini, dissidenti. Eppure tutta la sua opera ruota intorno a una domanda fondamentale: che cosa ci raccontano gli archivi e le istituzioni riguardo a coloro che si trovano ai margini della società?
Nel celebre Il formaggio e i vermi, Ginzburg restituì voce a un mugnaio del Cinquecento. In altre opere inseguì le tracce di individui dimenticati dalla grande storia. Non era attratto dai potenti. Era attratto da coloro che i potenti descrivevano, giudicavano, classificavano.
Per questo, ripetiamo, la sua lezione può essere ancora utile.
Che cosa ci dice, infatti, l’istituzione dei Return Hubs sul modo in cui l’Europa guarda oggi allo straniero?
La risposta più semplice è che essa riflette una crescente esigenza di controllo dei flussi migratori. Probabilmente è vero. Ma forse non è tutta la verità.
Come detto, gli storici sanno che le trasformazioni delle mentalità collettive si manifestano spesso attraverso dettagli amministrativi apparentemente marginali. Una circolare, un censimento, una pratica burocratica, una categoria giuridica possono rivelare molto più di un discorso ufficiale.
A voler allargare lo sguardo alla sociologia, il fenomeno richiama alcune intuizioni di Erving Goffman, studioso forse meno celebrato oggi di Michel Foucault, ma particolarmente attento alla gestione sociale della visibilità. Goffman mostrò come le società tendano a collocare individui e categorie considerate problematiche in spazi separati dalla normale interazione quotidiana. Non necessariamente per perseguitarli, ma per ridurne la presenza simbolica e pubblica.
In questa prospettiva, la questione dei Return Hubs non riguarda soltanto il controllo amministrativo dei flussi migratori. Riguarda anche il modo in cui una collettività definisce ciò che deve restare sulla scena e ciò che può essere trasferito dietro le quinte. Il punto, sociologicamente parlando, non è soltanto l’esclusione, ma la produzione istituzionale dell’invisibilità.
L’indizio che oggi emerge è l’affermarsi di una sensibilità che sembra sempre meno orientata all’integrazione del diverso e sempre più orientata alla sua rimozione dallo spazio sociale visibile. Quindi non all’inclusione ma all’esclusione. Qui, per inciso, il ricongiungimento di micro e macro storia. Indizio (Return Hubs) + regolarità metapolitica (inclusione-esclusione)
Naturalmente non siamo ancora di fronte alle persecuzioni del Novecento. La storia non si ripete. Le analogie meccaniche producono quasi sempre cattiva storia e cattiva politica.
Tuttavia sarebbe ingenuo dimenticare che l’Europa del secolo scorso ha conosciuto forme diverse di esclusione. Ebrei, zingari, oppositori politici, dissidenti religiosi, stranieri: categorie differenti accomunate dall’essere considerate estranee alla comunità. Quindi potenziali nemici. Qui altra regolarità: quella amico-nemico.
Oggi nessuno parla di razza. Nessuno parla sfacciatamente di purezza etnica. Il linguaggio è quello della sicurezza, dell’efficienza amministrativa, della gestione dei flussi. Ma proprio per questo vale la pena interrogarsi sugli indizi.
Perché una civiltà rivela qualcosa di sé non soltanto da chi accoglie o respinge, ma anche da chi decide di non vedere.
Forse è qui che la lezione di Ginzburg conserva tutta la sua forza. Le grandi trasformazioni storiche non si annunciano sempre con manifesti ideologici o parole d’ordine solenni. Talvolta emergono attraverso piccoli segnali. Attraverso decisioni tecniche. Attraverso dettagli che sembrano irrilevanti. Attraverso gli effetti imprevedibile delle azioni individuali. Via “micro” diciamo.
I Return Hubs, come anticipato, potrebbero essere uno di questi dettagli.
Non dimostrano l’esistenza di una nuova ideologia razziale. Ma suggeriscono qualcosa di diverso: il passaggio da una politica che si interrogava su come integrare lo straniero a una politica che tende sempre più a collocarlo altrove. Pe renderlo invisibile.
Se Ginzburg fosse ancora tra noi, probabilmente non partirebbe dalle dichiarazioni dei governi o dai comunicati di Bruxelles.
Cercherebbe invece il Menocchio del XXI secolo. Un migrante concreto, con un nome, una storia, una famiglia, una voce. E si chiederebbe quali tracce della sua esperienza resteranno negli archivi prodotti da coloro che oggi ne decidono il destino.
Perché, come ci ha insegnato, è spesso nelle piccole cose che si nasconde il significato delle grandi.
Carlo Gambescia




















%20_%20X.png)






%20Institut%20ILIADE.png)










