Si può essere di destra e amare Guccini. E si può essere di sinistra e ascoltare Battisti. Si può leggere un autore senza sottoscriverne l’ideologia, amare un film senza condividere la visione del mondo del regista, emozionarsi per una canzone senza preoccuparsi della tessera politica dell’autore.
Il problema nasce quando si comincia a fare la conta.A chi appartengono i pensatori? Quanti intellettuali abbiamo noi? E quanti voi? Quale schieramento può vantare i filosofi più importanti, gli scrittori più grandi, gli artisti più prestigiosi? È un gioco non soltanto abbastanza infantile, ma anche culturalmente poco intelligente.
Perché la cultura non è un campionato di calcio. E soprattutto non è un bottino di guerra.
La cultura è, prima di tutto, una questione di immaginario. E l’immaginario, per sua natura, è poroso, ambiguo, trasversale. Non rispetta i confini che la politica traccia sulle proprie mappe. Perciò, come accennato, può accadere così che un ragazzo di destra ascolti Guccini e che uno di sinistra ascolti Battisti. Non è una contraddizione. È la normalità di una società pluralista.
Il punto, dunque, non è stabilire se Guccini sia di destra o di sinistra. Il punto è che Guccini è Guccini.E non c’è bisogno di trasformarlo in un militante postumo di qualcosa.
Qui la destra italiana mostra talvolta un curioso complesso d’inferiorità nei confronti della sinistra. Avendo per lungo tempo considerato la cultura un terreno prevalentemente occupato dall’avversario, sente spesso il bisogno di recuperare. E così comincia la ricerca degli “spiriti della vigilia”, dei precursori, degli intellettuali “in realtà” di destra, degli artisti che “non erano poi così di sinistra”.
Il risultato è una specie di shopping culturale retroattivo.
Ma una cultura non si costruisce facendo l’inventario dei nomi che possono essere arruolati. E soprattutto non si conquista sottraendo all’avversario, uno alla volta, gli autori che possono essere utili alla propria genealogia.
Oppure, per tornare alla destra, si pensi al rapporto privilegiato con Pasolini della destra «libertaria» degli anni di Fini e di Alleanza Nazionale. E qui si pensi all’instant book, uscito all’epoca di Luciano Lanna, Il fascista libertario: un cioccolatino pasoliniano. Nuova Nonna Speranza di una destra postgozzaniana.
Pasolini, peraltro, è un caso quasi perfetto di questa curiosa schizofrenia culturale. Negli anni Sessanta il Msi poteva liquidarlo con l’insulto omofobo allora abituale; qualche decennio dopo, una parte della destra avrebbe scoperto il “Pasolini di destra”. Come se un autore, per essere finalmente apprezzabile, dovesse prima cambiare casacca.
Non funziona così. E non funziona neppure con Guccini.Francesco Guccini non può essere ricondotto seriamente a una qualunque ideologia conservatrice, tanto meno a quella fascista. La sua storia, le sue canzoni, il suo immaginario appartengono ad altra tradizione politica e culturale.
Ma proprio per questo la sua popolarità può tranquillamente attraversare i confini politici. Un ragazzo di destra può ascoltarlo, emozionarsi e persino riconoscersi in una sua canzone. Non per questo Guccini diventa di destra.
È esattamente la stessa cosa che accade quando un uomo di sinistra ascolta Battisti. Non c’è bisogno di dichiarare Battisti «di sinistra» per giustificare l’ascolto.
La cultura, per fortuna, non chiede il certificato elettorale.
Il tentativo di contendersi l’artista di turno, magari ancora caldo, è dunque qualcosa di più di una semplice sciocchezza. È il sintomo di una politica che non riesce più a distinguere tra appropriazione e comprensione.
Si comprende un autore quando lo si legge, lo si ascolta, lo si studia, anche quando non lo si condivide.
Ci si appropria di un autore quando lo si usa come trofeo contro l’avversario.
Quanto alla sinistra, dovrebbe smettere di considerare ogni artista che abbia abitato il proprio immaginario come una proprietà privata.
Perché alla fine l’immaginario comune è precisamente questo: comune. Perciò è una guerra demenziale perché combatte per conquistare ciò che, per sua natura, non può appartenere a nessuno.
L’immaginario è uno degli spazi nei quali una società divisa politicamente può ancora riconoscersi senza diventare uguale. Ed è forse proprio questa la sua funzione più importante: permettere agli individui di avere qualcosa in comune senza dover appartenere alla stessa parte. In questo senso, grazie all’immaginario comune, l’avversario, anche politico, non diverrà mai nemico assoluto.
Perciò, ripetiamo, sul caso Guccini, la domanda “è nostro o vostro?” è semplicemente sbagliata.
Quanto alla destra, dopo la Rai, adesso vuole prendersi anche Guccini.
Insaziabile.
Carlo Gambescia











































