Le elezioni di midterm sono decisive perché, a metà del mandato presidenziale, verificano il consenso sull’amministrazione in carica e possono riequilibrare i rapporti di forza tra Casa Bianca e Congresso, condizionando per i due anni successivi la capacità del presidente di governare.
Chiude il volume una puntuale e aggiornata bibliografia. Spiccano un paio di volumi di Robert Dahl, teorico di una democrazia compiuta, o quasi, policentrica, pluralista e partecipativa.
Diciamo che Anthony Quattrone è un politologo di sinistra che, però, riesce a conservare la sua indipendenza di giudizio. Come spesso ci piace dire: è uno studioso a guardia dei fatti.
Ma veniamo ai contenuti.Quattrone esordisce con una dichiarazione impegnativa: “L’America non è una democrazia fallita, ma una democrazia difficile. Difficile da governare, difficile da interpretare, difficile da riformare” (p. 5).
Nel senso che i suoi problemi strutturali, oggi emergenti, vengono da lontano. Oggi si parla di polarizzazione, stallo legislativo, sfiducia. In realtà, alla base di tutto questo – tale sembra essere la tesi di Quattrone – c’è una specie di insoluto economico, che paralizza, da sempre ma soprattutto ai nostri giorni, qualsiasi processo sociale rivolto verso l’uguaglianza, non solo formale. Gli Stati Uniti promettono, ma non mantengono.
Di qui lo scoraggiamento, la timidezza politica e la ridotta partecipazione. Di qui le difficoltà di cui sopra. E anche l’esplosione del fenomeno Trump: una specie di Mago di Oz.
Di qui la necessità di favorire la partecipazione e non di penalizzarla. Quattrone porta alcuni esempi locali e quello delle manifestazioni anti-Trump: una grandissima voglia di partecipazione dal basso.
Non solo, però, perché “le elezioni americane non si vincono soltanto con buone idee o programmi coerenti, ma attraverso una combinazione di strategie, risorse, comunicazione, mobilitazione territoriale e capacità di interpretare i bisogni concreti” (p. 41).
Si chiama anche fede nella democrazia e nella partecipazione, diciamo pure nel volontarismo democratico.
Come il lettore avrà notato, non ci siamo occupati dei dettagli, del funzionamento dei meccanismi elettorali e costituzionali. Preferiamo che il lettore li scopra da solo. Anche perché, come osserva Quattrone nella chiusa del libro, questa volta le elezioni di midterm “non diranno se l’America è finita o salvata. Diranno piuttosto come gli americani scelgono di abitare il loro conflitto: come cittadini che accettano regole comuni, o come gruppi che riconoscono solo la legittimità del proprio campo” (p. 69).
In sintesi, il vero punto politologico delle elezioni di midterm non è sapere se vinceranno i buoni o i cattivi, ma se emergeranno forze capaci di intercettare i bisogni concreti della gente e, insieme, di ricostruire un rapporto di fiducia con la partecipazione democratica. Che non consistono soltanto nelle guerre e nelle prepotenze di Trump. I democratici riusciranno a scegliere candidati attendibili e soprattutto unitari?
Resta sperò una speranza (o auspicio, faccia il lettore) – qui siamo pienamente d’accordo con Quattrone – che dal momento che “la resa dei conti è il voto. E una democrazia viva si misura proprio lì: nella capacità di attraversare il conflitto senza spezzarsi” (p. 80).
Infine, per quel che riguarda il libro, non si esclude il ritorno. Per dirla con un grande filosofo del Novecento, Franco Califano, ci sarà un “ritorno”: del resto, come osserva Quattrone, “questo libro offre una mappa interpretativa. Il podcast La politica americana vista da Houston segue il territorio che cambia” (p. 78).
Quindi seguiranno nuove e aggiornate edizioni. Restiamo in attesa delle prossime puntate. Graditissime.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .














































