“Salvare lo Stato sociale”. È questo il titolo della quinta edizione
del Festival Internazionale dell’Economia di Torino, che si terrà dal 22
al 25 ottobre 2026, sotto la direzione scientifica di Tito Boeri. Non
stiamo dunque commentando un Festival già svolto, ma le dichiarazioni di
Boeri in occasione della presentazione dell’edizione di quest’anno.
Il tema è importante. E Boeri lo presenta con parole difficilmente
contestabili: il welfare state è un tratto distintivo dell’identità
europea; protegge dai rischi, riduce la povertà e contiene le
disuguaglianze, cercando nello stesso tempo di non scoraggiare la
partecipazione al mercato del lavoro. Ma proprio perché lo Stato sociale
è sottoposto a molte pressioni, sostiene Boeri, occorre riformarlo per
salvarlo (1).
Boeri, del resto, non è un economista dell’estrema sinistra. È, come è
noto, un riformista, e la sua stessa riflessione sul welfare insiste
da anni sulla necessità di correggerne gli squilibri e renderlo
sostenibile. Ed è proprio qui che emerge il paradosso: a un economista
più radicalmente redistributivo si potrebbe rimproverare di partire
dalla distribuzione; a un riformista come Boeri, invece, si può chiedere
di ricordare che, prima ancora di redistribuire la ricchezza, bisogna
creare le condizioni perché essa continui a essere prodotta.
Quindi la domanda preliminare che bisognerebbe porsi è questa: con quali risorse salviamo il welfare state?
Un passo indietro. Prima di cominciare il consueto “pippone” sulla
produttività — parola che gli economisti pronunciano con la stessa
naturalezza con cui il portinaio parla di condominio — conviene spiegare
che cosa significhi.
Detta nel modo più semplice possibile, la produttività misura quanto
riusciamo a produrre utilizzando una determinata quantità di risorse.
Quando parliamo di produttività del lavoro, guardiamo a quanto valore
viene prodotto per ogni ora lavorata. L’Istat la definisce, appunto,
come il rapporto tra il valore aggiunto e le ore lavorate.
Facciamo un esempio elementare. Se un portinaio, lavorando otto ore,
riesce a pulire dieci scale, quella è la sua produttività. Se, grazie a
un’attrezzatura migliore, a una diversa organizzazione del lavoro o
semplicemente a un metodo più efficiente, nelle stesse otto ore riesce a
pulirne quindici, la produttività è aumentata.
Non ha necessariamente lavorato di più. Ha prodotto di più nello stesso tempo.
È questo il punto che spesso si perde nelle discussioni economiche.
La crescita di un’economia non dipende soltanto dal numero delle persone
che lavorano. Dipende anche dalla capacità di produrre più beni e
servizi con le risorse disponibili. E questa capacità dipende dalla
tecnologia, dagli investimenti, dall’organizzazione delle imprese, dalle
competenze, dal capitale e dalla qualità del lavoro.
Ora possiamo affrontare il problema italiano. E qui i numeri sono poco allegri.
Secondo l’Istat, tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro
italiana è cresciuta in media appena dello 0,3 per cento all’anno. Nello
stesso periodo, la media dell’Unione europea a 27 è stata dell’1,5 per
cento annuo. Nel 2024, inoltre, la produttività del lavoro italiana è
diminuita dell’1,9 per cento, dopo il -2,7 per cento del 2023. (2)
I dati più recenti confermano, però, che non siamo di fronte a una
semplice difficoltà congiunturale. Nel decennio 2014-2024, inoltre, la produttività del lavoro è cresciuta in media appena dello 0,3 per cento all’anno. Istat sottolinea inoltre che, negli anni più recenti, sia
la produttività totale dei fattori sia l’intensità di capitale hanno
fornito un contributo negativo alla dinamica della produttività del
lavoro. I dati relativi al 2025, per non parlare di quelli del 2026,
sono preliminari.
C’è un dato che rende ancora più evidente il problema. Nel 2024 le
ore lavorate sono aumentate del 2,3 per cento, mentre il valore aggiunto
è cresciuto soltanto dello 0,4 per cento (un punto sopra la media del decennio). In parole povere: abbiamo
lavorato molto di più, ma prodotto relativamente poco di più. Un dato
che aiuta a spiegare la stagnazione dei salari italiani e che,
soprattutto, stride parecchio con le ditirambiche dichiarazioni di
Giorgia Meloni.
Del resto, come detto non è soltanto un problema dell’ultimo biennio.
L’OCSE osserva che la crescita della produttività del lavoro italiana è
debole dalla metà degli anni Novanta e che le prospettive di
medio-lungo periodo continuano a essere frenate dalla sua dinamica
insufficiente. Tra i problemi strutturali vengono indicati anche la
ridotta presenza di imprese di grandi dimensioni, gli ostacoli alla
crescita delle aziende, gli oneri regolamentari e fiscali e le carenze
nelle capacità manageriali e nell’innovazione (3). Il che, ed è questo
il secondo e ultimo inciso, mette seriamente in discussione — per non
dire altro — la coerenza di un governo di destra, populisteggiante
quanto si vuole, che pretende di finanziare il welfare attraverso una
maggiore tassazione dei “ricchi”.
Si rifletta: se il problema strutturale dell’economia italiana è,
infatti, la scarsa capacità di crescere, investire, innovare e aumentare
la produttività, la risposta non può essere quella di considerare il
profitto come una risorsa fiscale da spremere, anziché come uno dei
presupposti dell’accumulazione, dell’investimento e della crescita. Qui
l’analfabetismo economico di Giorgia Meloni assume dimensioni epocali.
E adesso torniamo al welfare.
Perché lo Stato sociale non è una macchina che produce
automaticamente le risorse che distribuisce. Le risorse devono essere
prodotte prima di poter essere redistribuite.
Pensioni, sanità, scuola, assistenza, trasferimenti: tutto questo
richiede denaro pubblico. E il denaro pubblico proviene, direttamente o
indirettamente, dalla capacità dell’economia di produrre redditi, valore
aggiunto e quindi gettito fiscale.
Se la produttività cresce poco, il problema diventa enorme. Ancora di più quando la popolazione invecchia.
L’Italia si trova infatti davanti a una combinazione particolarmente
difficile: meno persone in età lavorativa e più persone anziane, con una
spesa pensionistica già elevata e destinata a esercitare forti
pressioni sui conti pubblici. È precisamente una delle criticità
sottolineate dall’OCSE nel suo ultimo rapporto sull’Italia. E allora la
domanda diventa quasi brutale nella sua semplicità: chi pagherà il
welfare di domani?
Possiamo aumentare le tasse. Possiamo aumentare il debito. Possiamo
ridurre altre spese. Possiamo aumentare l’occupazione. Possiamo lavorare
più a lungo. Possiamo combinare tutte queste possibilità.
Ma nessuna di esse elimina il problema fondamentale: bisogna produrre abbastanza ricchezza.
Ed è qui che la produttività diventa una questione politica, non
soltanto economica. Boeri dice giustamente che bisogna “proteggere” lo
Stato sociale e che, per salvarlo, occorre riformarlo. Ma se non
affrontiamo contemporaneamente la debolezza della produttività,
rischiamo di discutere soltanto come distribuire una ricchezza che
cresce troppo lentamente.
È curioso, allora, che nella presentazione del Festival la
produttività non sembri occupare il posto centrale che meriterebbe. Il
programma, che sarà presentato integralmente il 15, comprende
naturalmente temi come lavoro, imprese, competitività, innovazione e
produttività. Ma la questione è più radicale: la produttività non è
semplicemente uno dei capitoli del welfare. È una delle sue condizioni
di possibilità.
E qui arriviamo a un altro passaggio delle dichiarazioni di Boeri,
decisamente più discutibile. Il welfare sarebbe un tratto distintivo
dell’identità europea e, secondo Boeri, ci verrebbe “invidiato da tutto
il mondo”. Dietro l’antieuropeismo della nuova amministrazione americana
si potrebbe leggere, a suo giudizio, anche una sorta di “invidia” per
il welfare europeo, costruito mentre gli Stati Uniti garantivano
all’Europa la protezione militare.
Lasciamo perdere, per il momento, la psicologia dell’amministrazione
americana. L’idea dell’ “invidia” è un’interpretazione politica, non un
dato economico. E può essere discussa.
Molto più interessante è invece la questione che precede tutto il
resto: il welfare europeo può essere certamente considerato una grande
conquista sociale. Ma non vive di identità. Vive di produttività.
Un sistema previdenziale generoso, una sanità universalistica, una
scuola pubblica efficiente, un sistema di assistenza capillare
richiedono una base economica sufficientemente solida. Se quella base si
restringe, prima o poi anche il welfare entra in crisi.
Perciò il problema non è soltanto come redistribuire la ricchezza. È
come produrla. Ed è qui che il discorso sul welfare rischia di
capovolgersi.
Perché possiamo passare mesi a discutere di pensioni, sanità,
immigrazione, disuguaglianze, trasferimenti e mercato del lavoro. Ma
alla fine ritorna sempre la stessa domanda: chi paga?
La risposta non può essere “lo Stato”. Lo Stato non è un produttore
magico di ricchezza. È soprattutto un redistributore di risorse che
devono essere generate dall’economia.
Il problema italiano, allora, non consiste soltanto nell’avere uno
Stato sociale troppo costoso o troppo generoso. Consiste anche
nell’avere un’economia che da troppo tempo produce troppo poco aumento
di produttività. Non si può prima imprecare contro il profitto, per poi accendere candele affinché il San Gennaro capitalista compia l'ennesimo miracolo.
Ed ecco il paradosso. Si vuole salvare lo Stato sociale senza
mettere abbastanza al centro la macchina economica che deve finanziarlo.
È come preoccuparsi della distribuzione delle razioni senza domandarsi
se il forno continui a produrre pane.
Forse, allora, la domanda del Festival di Torino dovrebbe essere
leggermente modificata. Non soltanto: "Come salvare lo Stato sociale?" Ma
anche: "Come salvare la produttività che deve finanziarlo". Perché
senza produttività, alla lunga, il welfare rischia di diventare una
gigantesca discussione sulla redistribuzione della stagnazione (4).
E questa, più che una questione tecnica, è una questione politica. Anzi metapolitica.
Carlo Gambescia
1) Qui: https://askanews.it/2026/09/02/festival-internazionale-delleconomiasalviamo-lo-stato-sociale/ .
2) Istat, Misure di produttività – Anni 1995-2024, 12 dicembre 2025, e
Istat, Rapporto annuale 2026 – La situazione del Paese. La produttività
del lavoro è cresciuta in media dello 0,3% annuo nel periodo 1995-2024 e
nel 2024 è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023. Nel periodo
2015-2025 la crescita media annua è stata appena dello 0,2%; i dati
relativi al 2025, per non parlare di quelli del 2026, sono preliminari (https://www.istat.it/comunicato-stampa/misure-di-produttivita-anni-1995-2024/ ).
3) OCSE, Studi economici dell’OCSE: Italia 2026, 23 aprile 2026 . (https://www.oecd.org/it/publications/studi-economici-dell-ocse-italia-2026_fea691db-it.html ).
4) A dire il vero, il programma del Festival 2026 comprende anche
incontri dedicati a produttività, competitività, imprese e innovazione.
Il programma completo sarà reso disponibile soltanto dal 15 settembre.