È il risultato attribuito a Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, nell’ultima rilevazione BiDiMedia del 26 agosto. Otto per cento significa quarto partito italiano, davanti a Forza Italia e alla Lega.
Nello stesso sondaggio Fratelli d’Italia scende al 25,4 per cento e
la Lega precipita al 4,8 (1).
Naturalmente i sondaggi sono sondaggi. Il dato può mutare. Non sono voti e, soprattutto, non sono ancora storia. Ma sarebbe un errore liquidarli come un accidente statistico. Perché il fenomeno Vannacci non è più soltanto quello di un personaggio politico che raccoglie consensi attraverso la provocazione, il linguaggio identitario o la polemica culturale. Sta diventando qualcosa di diverso. Sta diventando un problema per la destra. E forse, più precisamente, il problema della destra.
Anche perché, come abbiamo più volte osservato, il quadro generale della cultura — idee, concetti, immaginario — si è da tempo spostato a destra. E Vannacci, con il suo eloquio "pane al pane, vino al vino", sembra candidato a raccoglierne i frutti.
Per approfondire tutto ciò, bisogna partire da una domanda semplice: che cosa è successo all’elettorato che Giorgia Meloni aveva saputo portare fino a Palazzo Chigi? La risposta più facile sarebbe: una parte di quell’elettorato si sta spostando verso Vannacci. Ma è una risposta ancora troppo elettorale. La questione vera è un’altra: perché quell’elettorato sente oggi il bisogno di cercare una destra ancora più a destra della destra di governo?
Qui comincia il problema.
Giorgia Meloni, prescindendo dalla sincerità della sua conversione democratica, ha costruito il proprio successo anche attraverso una straordinaria operazione di normalizzazione. Ci si muove nell’ambito dell’integrazione passiva nel sistema, ma è pur sempre integrazione.
Si badi bene: Fini invece portò fino in fondo una strategia di integrazione attiva. Con la svolta di Fiuggi del 1995 prese una chiara posizione sul fascismo, assai diversa dalle ambiguità di Giorgia Meloni. Ma proprio quella strategia finì per produrre una trasformazione profonda dell’identità della destra italiana. Le ambiguità, invece, sembrano pagare elettoralmente. Fini oggi si dedica ai barboncini. Giorgia Meloni è sulla cresta dell’onda.Ha trasformato una forza politica di origine missina e di radicamento neofascista, per decenni rimasta ai margini del sistema politico, in una forza di governo. Cosa, come detto, non riuscita a Fini.
Giorgia Meloni ha moderato il linguaggio, rassicurato i mercati, consolidato, o comunque gestito, il rapporto con Washington e con Bruxelles, assunto responsabilità internazionali. In altre parole, ha portato la destra dentro il sistema.
Ma ogni operazione di normalizzazione produce, prima o poi, una domanda: che cosa rimane fuori?
Ed è precisamente nello spazio lasciato libero dalla normalizzazione che può crescere Vannacci.
Il paradosso è evidente. Più Meloni diventa forza di governo, più deve fare i conti con i limiti del governo. Più deve mediare, più una parte del suo elettorato può considerare la mediazione un tradimento. Più diventa istituzionale, più qualcuno può accusarla di non essere più abbastanza radicale.È una vecchia dinamica della destra radicale, ma oggi assume una forma nuova.
Il problema non è soltanto che Vannacci sottrae voti alla Lega. I numeri suggeriscono qualcosa di più: sta costruendo un’offerta politica autonoma. Già a metà agosto una rilevazione Winpoll lo collocava al 7,8 per cento, davanti sia a Forza Italia sia alla Lega.
E c’è un dato ancora più interessante.
Secondo un sondaggio YouTrend, il 53 per cento degli elettori di Fratelli d’Italia sarebbe favorevole all’ingresso di Futuro Nazionale nella coalizione di centrodestra. Tra gli elettori di Lega e Forza Italia, invece, la percentuale scende al 26 per cento (2).
Insomma una parte dell'elettorato di Meloni sembra volere il minaccioso Vannacci dentro il centrodestra. Ma perché?
E qui si vada al programma di Futuro Nazionale. Un tuffo nella letteratura politica ed economica del Ventennio: dal razzismo politico alla centralità dell’identità cristiana; dal nazionalismo economico e dal richiamo all’autosufficienza nazionale alla concezione organica dello Stato; dal culto della Romanità al disprezzo per alcune forme del dissenso; dal militarismo alle espressioni più viete, come “noi tireremo dritto” (3).
Questa è la vera novità.
Certo, non è detto che Giorgia Meloni non possa tuttora permettersi di rappresentare contemporaneamente il governo e la protesta. Insomma, partito di lotta e di governo, come scrivevamo giorni fa (4). Perciò essere contemporaneamente istituzione e opposizione culturale, atlantista e sovranista, europeista pragmatica e critica dell’Europa, conservatrice e populista.
Ora però la situazione sta cambiando.
Alla sua destra è nata una formazione capace di raccogliere consensi: quelle contraddizioni diventano così più difficili da tenere insieme.
Vannacci non deve necessariamente conquistare la maggioranza degli italiani. Gli basta dimostrare che esiste un elettorato che considera Meloni troppo poco radicale.
È una differenza decisiva.
Perché un partito radicale non ha bisogno di sostituire immediatamente il partito maggiore. Può condizionarlo. Può spostare il confine del dicibile. Può costringere gli altri a inseguirlo. Ciò che non è successo con Salvini potrebbe riuscire con Vannacci.
E qui arriviamo al vero punto punto della questione.
Il potere non consiste soltanto nel governare. Consiste anche nel definire ciò che gli altri sono costretti a discutere.
Se Vannacci riesce a fare questo, il suo 8 per cento vale politicamente molto più dell’8 per cento.
Per Giorgia Meloni si apre allora un dilemma quasi insolubile. Se si sposta verso Vannacci, rischia di inseguire la radicalizzazione e di perdere quella parte di elettorato moderato che le ha consentito di diventare forza di governo. Se non si sposta, rischia di lasciare a Vannacci il monopolio della protesta identitaria contro il sistema. Se lo ingloba nella coalizione, lo legittima. Se lo combatte, rischia di trasformarlo nel martire della destra «tradita». Se lo ignora, gli consegna spazio.
Molto dipenderà dalla nuova legge elettorale. Favorirà o no le alleanze? Con Vannacci dentro sarà più facile superare quel 42 per cento dei voti che, secondo il testo approvato dalla Camera, apre al premio di maggioranza? Vedremo.
Comunque sia, siamo davanti al classico problema della destra radicale quando una sua componente arriva al governo: come si può governare senza smettere di essere ciò che ha consentito di arrivare al governo?
Non esiste una risposta facile. E forse non esiste neppure una risposta definitiva.Vannacci potrebbe non essere ancora il futuro della destra italiana. Ma è già diventato il suo specchio. E nello specchio la destra di governo rischia di vedere una cosa che non le piace. Non un avversario. Se stessa, prima dell’integrazione passiva e del pragmatismo moderato.
E forse è proprio questo il motivo per cui il quarto partito fa tanta paura.
Carlo Gambescia
(1) Qui: https://sondaggibidimedia.com/sondaggio-bidimedia-26-agosto-2026/ .
(2) Qui: tica/vannacci-sondaggi-politici-20-agosto-2026/1012615/”>https://quifinanza.it/politica/vannacci-sondaggi-politici-20-agosto-2026/1012615/
.
(3) Qui:: https://futuronazionale.it/programma/ .
(4) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/meloni-il-potere-e-il-passato.html









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