venerdì 13 febbraio 2026

La scomparsa di Dario Antiseri: può bastare il metodo contro il potere?

 


Dario Antiseri (1940–2026) è stato un filosofo e metodologo, figura centrale della cultura italiana liberale del secondo Novecento. Non un sistematico, ma una macchina per pensare, instancabile nel ragionare e nel chiarire concetti complessi, pur sempre appassionato e generoso, con la sua simpatica inflessione umbra e le sue mani prensili,  tese a catturare  concetti,  in quel gesticolare copioso di chi vuole convincere.

Si badi però, senza avere alcuna ricetta definitiva in tasca (o quasi…). In ogni caso un metodologo rigoroso, un organizzatore di idee, un interprete e promotore corente del razionalismo critico, soprattutto nella versione popperiana.

Laureatosi a Perugia nel 1963, fu professore, oltre che a Roma e Siena, a Padova e alla LUISS di Roma, dove fu anche preside della Facoltà di Scienze Politiche e fondatore-animatore del Centro di metodologia delle scienze sociali. Non pochi i soggiorni all’estero, tra gli altri Oxford, Münster, Vienna. Tuttora ricordato da colleghi, allievi e studenti, di mezzo mondo, per la sua lucidità, rigore e cordialità, capace di rendere la filosofia concreta e dialogante.

Con Giovanni Reale, importante storico della filosofia antica, collaborò in quasi miracolosa sintonia a un celebre manuale per i licei, diviso nei canonici tre volumi: Antiseri rigoroso e metodico, ma anche appassionato; Reale evocativo e narrativo, pur filologo classico impeccabile. Due vulcani: insieme formarono generazioni di studenti capaci di pensare e sentire la filosofia. Piace ricordarne il titolo originale: Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi (1982).

Il suo merito storico è indiscutibile: si pensi ai non pochi pensatori liberali, di varia tendenza micro-archica e an-archica, studiati, o fatti studiare, sempre con occhio critico, da Hayek e Mises a Rothbard (per citarne solo alcuni); fondatore di collane, patrocinatore di iniziative editoriali con quel kamikaze della cultura liberale italiana di Rubettino (Florindo fu suo allievo alla LUISS). Insomma, un grande divulgatore e affabulatore scientifico, che ha introdotto il marziano Karl Popper in Italia, lo ha spiegato e difeso in un contesto ostile: sua è la cura della prima edizione italiana de La società aperta e i suoi nemici (1973-1974), traduttore Renato Pavetto, per i tipi di Armando editore. Roba da quarto movimento corale della Nona di Beethoven… Il solo pensiero ancora ci emoziona.



Antiseri: un vero liberale su Marte, altro che i fascisti pasticcioni di Corrado Guzzanti. Categorie come fallibilismo, critica, società aperta, liberalismo epistemologico. In un Paese incline ai dogmi – idealisti, marxisti o tecnocratici che fossero – Antiseri ha rappresentato una salutare pedagogia contro l’assolutismo cognitivo. O, se si preferisce, il costruttivismo e l’utopia con le mani regolarmente sporche di sangue. Non è poco, perché il concetto di fallibilità è una sana antropologia che può vaccinare dalla malattia totalitaria.

Lo si è accusato di relativismo. E qui va riconosciuto che il liberalismo di Antiseri è rimasto prevalentemente procedurale, fondato sul metodo più che sull’analisi delle strutture del potere, anche se giustamente scomposte secondo i dettami dell’individualismo metodologico (tra l’altro Antiseri fu amico, ammiratore e promotore di Raymond Boudon). Tradotto: il metodo è tutto, dopo di che ognuno può pensarla come vuole. L’importante è dichiararsi fallibili, rifiutare il concetto della ricetta miracolosa.



Come detto, l’errore cognitivo – il dogmatismo, il costruttivismo razionalista – è per lui il nemico principale. Meno centrale, invece, è l’indagine sulle forme ricorrenti dell’autorità, sulle regolarità storiche, che noi denominiamo metapolitiche, con cui il potere si riproduce anche all’interno delle democrazie liberali. In questo senso, Antiseri ha visto bene il problema epistemologico, ma ha guardato meno a fondo le sue conseguenze politiche. Il costruttivismo come errore di conoscenza è chiaro; il costruttivismo come dispositivo stabile di governo, molto meno. La sua fiducia nel metodo, nella critica razionale, nella correzione progressiva degli errori tendeva a sottovalutare il fatto che certi errori, una volta istituzionalizzati, non si correggono: si consolidano.

L’opera di Antiseri mostra una coerenza interna evidente, ma tale coerenza funziona come pedagogia della moderazione, dove relativismo, fallibilismo e liberalismo si combinano per neutralizzare la critica e rendere accettabile l' ordine sociale. Con alcune caratteristiche, però. Il suo relativismo epistemologico, in Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano (2003),  rischia di diventare una visione del mondo che, depotenziando il giudizio critico, trasforma fede e ragione in strumenti di pacificazione universale.

 


Il fallibilismo, elevato a principio morale e politico in Liberi perché fallibili (1995),  rischia di trasformare la semplice ricognizione della possibile imperfezione delle conoscenze in fondamento universale della libertà e della tolleranza, ignorando però  conflitti di potere e strutture sociali.


La sua idea di razionalità unificata, consolidatasi attraverso lavori come Trattato di metodologia delle scienze sociali (1996), Teoria unificata del metodo (2001), Introduzione alla metodologia della ricerca(2005), sembra sostituire l’analisi dei rapporti sociali e storici con una norma astratta e neutrale, mentre il suo liberalismo aperto al cattolicesimo, come in Liberali. Quelli veri e quelli falsi (1998) e Cattolici a difesa del mercato (2005), rischia di apparire depoliticizzato e pacificato, rendendo il mercato e la convivenza civile spazi naturali e neutri e marginalizzando lo Stato e il conflitto sociale.

 


È indiscutibile che mercato e metodo non siano fattori secondari nella costruzione della società aperta. Anche sulla fede – intesa, se si vuole, come ginnastica etica individuale – si può persino concedere qualcosa. Ma stato e politico non possono essere annullati insieme. Cadono insieme o non cadono affatto. Più precisamente: lo stato è soltanto una delle forme storicamente assunte dal politico, o meglio da quelle regolarità metapolitiche attraverso cui il potere si organizza, si riproduce e si legittima.

Se si cancella lo stato, il politico non scompare: muta forma. Si privatizza, si personalizza, si informalizza. Riappare sotto altre vesti, spesso meno visibili ma non per questo meno efficaci. In assenza di istituzioni pubbliche capaci di mediare, contenere e rendere responsabile il potere, ciò che resta non è uno spazio neutro regolato dal solo metodo, ma un campo di forze occupato da attori capaci di imporre regole senza doverle giustificare pubblicamente.

In questo senso, un liberalismo che rimuove il problema del politico rischia di produrre non l’estinzione del potere, ma la sua metamorfosi in forme opache e personalistiche: un liberalismo senza stato, ma non senza comando; senza diritto pubblico, ma non senza obbedienza. È in questo vuoto che può attecchire ciò che potremmo chiamare, con un neologismo, un "the mob liberalism" (per dirla all'americana): un ordine “liberale” fondato su rapporti di forza privati, fedeltà personali, immunità di fatto, dove il mercato non disciplina il potere ma lo legittima retroattivamente. Un liberalismo alla Lucky Luciano o alla Donald Trump, non come degenerazione accidentale, ma come esito plausibile di una teoria, o meglio dottrina, soprattutto nella sua versione an-archica, che crede  nel valore del metodo (da solo) per neutralizzare il politico.


 



Probabilmente Antiseri sapeva benissimo che l’ultima parola sullo Stato l’aveva detta Adam Smith, quando parla di “funzioni politiche riservate allo stato”: difesa nazionale, amministrazione della giustizia e fornitura di opere pubbliche essenziali. Come riflesso - ecco il punto -  di regolarità metapolitiche. Probabilmente Antiseri non aveva letto Julien Freund, oppure l’aveva letto e accantonato. Di qui la scelta di un rifugio metodologico, magari, come consolazione, con l’aiuto di Dio.


Questo interesse per la religione non è un capitolo secondario o laterale del pensiero di Antiseri, ma ne rivela anzi il punto di massima coerenza e insieme il suo limite. Il modo in cui Antiseri pensa il cristianesimo come scelta esistenziale sottratta alla confutazione riproduce, sul piano religioso, la stessa strategia adottata sul piano politico: delimitare rigorosamente i confini del discorso razionale per disinnescare il conflitto, neutralizzando il potere non attraverso la sua analisi storica, ma attraverso una sua sospensione metodologica. La fede, come il liberalismo, viene così sottratta allo scontro e ricollocata in uno spazio di compatibilità universale, dove il problema non è più chi governa o con quali dispositivi, ma come si argomenta. È qui che la scelta epistemologica rischia di diventare implicitamente una scelta politica.




Tuttavia, il suo interesse non era solo empatico o teologico, ma epistemologico: mostrare che la fede non è una forma di sapere concorrente alla scienza, bensì una scelta esistenziale razionalmente legittima perché sottratta alla logica della confutazione. In questa chiave ha difeso un cristianesimo non dogmatico, pascaliano, compatibile con il pluralismo e con la società aperta. Anche qui, però, il suo approccio ha privilegiato la chiarificazione dei confini del discorso più che l’analisi delle implicazioni storiche e politiche della religione come forma di potere.

Antiseri è stato dunque un liberale coerente, onesto, mai cinico. Ma anche un liberale che ha creduto che il buon metodo potesse bastare a contenere il cattivo potere. Per capirsi: che il totalitarismo si combattesse tirando i libri in testa ai dittatori. Lo si vada a raccontare a Putin, Trump e sodali. E purtroppo proprio la storia recente suggerisce che non è così semplice. 


 

Antiseri resta una figura importante, necessaria, formativa, ma più come coscienza epistemologica del liberalismo che come suo analista politico. Ha insegnato a pensare meglio; non sempre a vedere più a fondo. Metapoliticamente più a fondo.

Ma solo la pagina bianca resta priva di errori. E Antiseri ha veramente scritto tanto. Troppo, secondo alcuni suoi detrattori. Pettegolezzi dei soliti stitici del pensiero. Anche liberale.

Carlo Gambescia

giovedì 12 febbraio 2026

Migranti. Il razzismo come la più alta forma di democrazia

 


Il titolo può apparire provocatorio. Ma come è possibile, si dirà, se la democrazia è l’esatto opposto del razzismo? In realtà, storia e sociologia insegnano che le buone intenzioni non bastano. Perché esistono gli effetti imprevisti delle azioni sociali.

Spiegheremo tutto. Chiediamo al lettore solo un pizzico di pazienza.

Il Parlamento europeo ha approvato nuove regole che rendono più agevole per gli stati membri trasferire migranti verso paesi terzi, anche in assenza di legami diretti con quelle nazioni (Albania, ad esempio). La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha presentato queste proposte e ne ha sostenuto l’approvazione. L’obiettivo dichiarato è la creazione di centri di gestione extraterritoriali: strutture formalmente legali in cui i diritti politici dei migranti vengono sospesi e la loro presenza rigidamente amministrata (*).



Dietro la neutralità istituzionale della Commissione si intravede una logica già sperimentata dai governi più duri sul piano migratorio: la strategia “albanese” di Giorgia Meloni, non è più un’eccezione, ma un modello progressivamente recepito da Bruxelles. Non si tratta di una conversione ideologica, bensì di un adattamento sistemico: la democrazia, inseguendo consenso e paura diffusa, finisce per legittimare pratiche illiberali.


Se ci si passa la battuta: si dice von der Leyen, ma si legge Meloni. La destra non viene più contenuta, viene confermata. I nuovi “centri” per migranti mostrano come una democrazia moderna possa produrre istituzioni illiberali senza colpi di stato né sospensioni costituzionali, ma semplicemente seguendo la volontà popolare e dotandosi di un lessico sufficientemente neutro e di un diritto motorizzato, capace di recepire, in modo elastico, i “desiderata” della gente comune. Che male c’è si dice? Il popolo non è forse sovrano? Ovviamente qualsiasi riferimento all’incessante propaganda razzista, che precede e accompagna tutto questo, è puramente casuale.





Un passo indietro. Ursula von der Leyen non è un’estremista di destra. Non è una sovranista, non è una populista, non è una figura marginale del sistema politico europeo. È, al contrario, una delle sue espressioni più compiute: moderata, istituzionale, tecnocratica, perfettamente integrata nell’establishment dell’Unione. Proprio per questo quanto sta accadendo va preso sul serio, come un vero sintomo politico.

Ripetiamo: quei “centri”, al netto dell’eufemismo, sono strutture di confinamento extraterritoriali. Luoghi in cui persone prive di diritti politici vengono concentrate, trattenute, amministrate. Non spazi di accoglienza, ma di sospensione: dello status giuridico, delle garanzie, della visibilità pubblica. L’aspetto più ripugnante è quello del migrante reso invisibile, che non deve neppure sfiorare il suolo italiano, quasi lo contaminasse fisicamente: razzismo neppure spirituale (come quello evoliano, evocato da generazioni di neofascisti, come “ buono” rispetto a quello nazista, “cattivo”), ma biologico.

 


E tutto questo viene decretato per legge. Quindi, non è illegale dal punto di vista del diritto positivo: lo stesso che permetteva ai giudici nazisti, di spogliare “legalmente” gli ebrei di ogni diritto. Ed è proprio questo il punto decisivo: sono dispositivi pensati per essere legali, compatibili, normalizzabili. Che male c’è? Io giudice, applico il diritto. Nazista.

Se una figura come von der Leyen accetta questo impianto non lo fa per convinzione ideologica. Lo fa per ragioni molto più banali e, insieme, più inquietanti: il consenso elettorale. Una parte consistente dell’opinione pubblica europea, sotto effetto della propaganda razzista, grazie alla quale la destra macina voti su voti, chiede controllo, distanza, esternalizzazione. Chiede che i migranti spariscano dalla vista. 

Proprio come gli ebrei nella Germania nazista. Non dimentichiamo che Hitler prese una montagna di voti. In democrazia, ignorare stabilmente queste domande ha un costo politico. E allora, anche il politico moderato, per sopravvivere, si adatta.

 


Ma è qui che si consuma l’errore classico dell’establishment. Nell’illusione di normalizzare la destra, se ne assumono temi, linguaggi e soluzioni, convinti di svuotarla di forza. È una strategia già vista, e già fallita. L’effetto reale non è la marginalizzazione delle posizioni estreme, ma la loro legittimazione. Quando ciò che ieri era radicale diventa oggi “discutibile”, domani diventa praticabile. La finestra si sposta, e con essa il baricentro del sistema politico.




A rendere il quadro ancora più chiaro è il disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri (**) . Presentato come semplice attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il testo rafforza in realtà una linea già ben visibile: più poteri allo stato per impedire o limitare l’ingresso in acque italiane delle navi che trasportano migranti (chiamalo se vuoi blocco navale: il "Secolo" gongola...), sanzioni e confische contro chi non si adegua, procedure di asilo ed espulsione accelerate. 

 


Soprattutto, il Ddl rende strutturale e giuridicamente “normale” il ricorso a centri di trattenimento in paesi terzi, sul modello albanese (veri e proprie prigioni), trasformando quella che era stata presentata come un’eccezione in una pratica ordinaria.

Ciò che a Bruxelles viene formulato in linguaggio tecnico e apparentemente neutro, a Roma diventa norma operativa: non due politiche diverse, ma la stessa politica, espressa con registri differenti. Ciò che a Bruxelles viene formulato in linguaggio tecnico-istituzionale, a Roma diventa norma operativa. La distanza tra il modello europeo e quello italiano, e viceversa, non è più politica, ma puramente lessicale.

È qui che cade l’illusione consolatoria secondo cui simili politiche sarebbero il frutto di una deriva autoritaria esterna alla democrazia. Al contrario: ne sono un prodotto interno. Non è l’autoritarismo che si impone alla democrazia; è la democrazia che, per non perdere voti, incorpora pratiche autoritarie. Non per errore, ma per una forma di razionalità legata a due precise regolarità metapolitiche: 1) la persistenza del potere, come sua incessante ricostituzione; 2) la presenza del ciclo politico, come conquista, conservazione, perdita del potere.

 


In sintesi: si va verso il popolo per non perdere il potere, faticosamente conquistato. È in questa razionalità di fondo, non in una presunta emergenza sociale-autoritaria, che vanno lette le politiche di esclusione: come scelte pienamente democratiche, orientate alla gestione del consenso e alla riproduzione del potere. Il razzismo come la più alta forma di democrazia. Che male c’è? Lo vuole Dio, pardon il Popolo Sovrano.

Una razionalità che produce esiti irrazionali. Si segua il ragionamento: ci troviamo davanti a un classico effetto imprevisto delle azioni sociali. La democrazia moderna nasce per limitare il potere arbitrario e per accrescere la libertà attraverso il consenso. Ma quando la volontà popolare si sgancia dallo Stato di diritto, quando i diritti diventano negoziabili e subordinati all’umore maggioritario, il meccanismo si rovescia. Ciò che era stato costruito per espandere la libertà finisce per ridurla. Non diciamo nulla di nuovo: sulla tirannia della maggioranza un grande liberale come Tocqueville ha detto tutto. Sono gli uomini ad avere la memoria corta.

I campi per migranti in Paesi terzi, come l’Albania, non sono un’anomalia. Sono la dimostrazione che una democrazia può produrre istituzioni illiberali senza uomini forti né rotture istituzionali. Bastano elezioni regolari, paura diffusa, un lessico sufficientemente neutro, un diritto – per capirsi – umorale.

Quando la democrazia viene ridotta a puro meccanismo di aggregazione delle preferenze, senza ancoraggio a principi indisponibili, senza Stato di diritto, senza quel rispetto liberale per le minoranze e i diritti dell’uomo, non scompare: si trasforma nel suo contrario.

 


Siamo di fronte a un tradimento dei valori liberali e all’esaltazione della democrazia nella sua peggiore forma maggioritaria. Lo vuole il popolo, ecco il mantra. Si chiama anche demagogia. E anche questa non è una novità. Aristotele docet.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: i campi non come eccezione ma come regola.

Ripetiamo: come la più alta forma di democrazia.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://europa.today.it/deep/europa-espellere-migranti-asilo-modello-albania.html .

(**) Qui: https://ageei.eu/immigrazione-ecco-il-ddl-patto-ue-su-migrazione-e-asilo-il-testo/ Per una sintesi giornalistica: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/02/11/via-libera-del-consiglio-dei-ministri-al-ddl-sullimmigrazione_42b9ae8d-b3fc-4d51-99c7-df778c2abb99.html .

mercoledì 11 febbraio 2026

Foibe: la memoria senza responsabilità

 


Ieri si è celebrato il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004. Con discorsi e interventi della premier Meloni, La Russa e altri membri di Fratelli d’Italia e alleati di governo. Si condannano negazionismi e si esalta la memoria nazionale.

In realtà, questa retorica serve soprattutto a dare l’immagine di uno Stato italiano che ricorda le vittime delle foibe e gli esuli giuliano-dalmati, ma ignora sistematicamente la responsabilità storica dell’Italia fascista. Rinvia a una memoria divisa e divisiva.

Sono in gioco due interpretazioni della storia italiana contemporanea. Da una parte coloro che vedono nel 1945 una ingiusta sconfitta, disprezzando, nella sostanza, tutto ciò che verrà dopo: i fascisti e i loro eredi oggi al governo. Dall’altra coloro che scorgono nel 1945 la giusta vittoria delle libertà contro il fascismo, e che invece apprezzano, magari con sfumature politiche diverse, tutto ciò che verrà dopo: una società aperta e liberale.



L’antifascismo non è un valore inventato a tavolino da comunisti, professori, attori e cantanti, come scrive oggi la stampa organica al governo di destra, ma rimanda a un fondatissimo giudizio sulla storia italiana contemporanea.

Perciò non è in gioco il solo silenzio postbellico chiamato in causa in modo ossessivo da Fratelli d’Italia e alleati per attaccare quello che ormai è il capro espiatorio della destra: l’odiata sinistra colpevole di tutti i mali italiani, argomento già motivo conduttore storico del fascismo. C’è dell’altro, perché le violenze contro le minoranze slovene e croate sono documentate e concrete e sono di prova al truce volto oppressivo del fascismo, ieri come oggi.



Negli anni Venti e Trenta, i fascisti italiani perseguitarono le popolazioni slovene e croate residenti in Istria, Dalmazia, Trieste, Gorizia e Fiume. Bruciarono centri culturali: il protosimbolo più eclatante è il rogo della Narodni dom (Casa del popolo) di Trieste nel 1920, compiuto da squadre fasciste alle loro prime prove: cuore della lingua e dell’identità slovena in città. In seguito chiusero scuole e associazioni, imposero la sostituzione di nomi di strade e toponimi, intimidendo chi osava parlare la propria lingua o conservare la propria identità.

Durante la Seconda guerra mondiale, alcuni fascisti collaborarono con i nazisti nei rastrellamenti e nelle deportazioni di civili, intellettuali, ebrei e partigiani, soprattutto nelle aree di confine e durante la Repubblica Sociale Italiana. Queste violenze non erano casuali: si inserivano in un’ideologia più ampia, quella della “vittoria mutilata”, secondo cui l’Italia usciva dalla Prima guerra mondiale tradita e privata di territori che le sarebbero spettati. Quel mito — promosso da nazionalisti e fascisti — servì come giustificazione per aggressioni, annessioni e repressioni delle minoranze, trasformando rancore e frustrazione in un vergognoso vettore politico di violenza e dominio.



C’è un’altra cosa che spesso si dimentica. Dopo la Prima guerra mondiale non era scontato che l’Italia si incamminasse solo sulla strada nazionalista e fascista. Esisteva un filone di interventismo democratico, rappresentato da figure come Gaetano Salvemini, Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi e democratici di vario colore politico, tra cui Guglielmo Ferrero, Alcide De Gasperi, e altri ancora, che proponevano di guardare alla pace e ai nuovi assetti europei come un’opportunità di dialogo e cooperazione con le popolazioni slave e con la nascente Jugoslavia, invece che come rivendicazione nazionalista a qualunque costo.

Un episodio che incarna bene il contrasto tra queste forze e la spinta nazionalista/fascista avvenne nel gennaio 1919 a Milano, quando Bissolati venne contestato e fischiato durante un comizio, con in prima fila gruppi legati ai futuristi e a nazionalisti, che nel successivo 23 marzo, e poi più copiosamente dopo la marcia su Roma confluirono nel fascismo. La frattura interna al fronte interventista stava diventando un conflitto politico aperto, che favoriva l’ascesa delle forze più aggressive e reazionarie.

In sostanza, mentre molti nazionalisti e  non pochi futuristi cavalcavano il mantra della “vittoria mutilata” per alimentare risentimento e rivalse, una parte significativa di democratici vedeva nell’esperienza bellica — e nel dopoguerra — l’opportunità di un’Italia più aperta e dialogante con i popoli vicini. Quella corrente fu progressivamente marginalizzata o schiacciata dai fascisti e dai nazionalisti, e il vuoto lasciato da questa alternativa democratico-riformista contribuì alla deriva autoritaria. Una  frattura politica che ancora oggi pesa come un macigno sulla storia italiana.



Per capire meglio le responsabilità storiche, è utile distinguere i diversi contesti della regione. Durante il fascismo (1922–1943), i fascisti italiani perseguitarono le minoranze slovene e croate, imponendo italianizzazione forzata e violenze fisiche, culminate nella guerra in collaborazione con i nazisti nei rastrellamenti.

In Croazia, sotto Pavelić (1941–1945), il regime ustascia, nella forma cattolicissimo ma di stampo addirittura nazista più che fascista, perseguitò principalmente serbi, rom, ebrei e oppositori politici, mentre gli italiani, va ricordato, intervennero solo in alcune zone di Dalmazia, svolgendo attività di controllo e repressione della resistenza locale, senza essere protagonisti della persecuzione sistematica dei croati stessi.



Quanto ai serbi, durante l’occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943), i fascisti italiani non adottarono una politica di sterminio, come fecero ustascia e nazisti, ma agirono da potenza occupante repressiva, internando civili, collaborando con milizie locali (Cetnici, ad esempio), quando utile, e ricorrendo senza scrupoli alla violenza contro popolazioni considerate ostili.

Infine nei casi di collaborazione italo-tedesca, come nella fase successiva al 25 luglio e all’Armistizio (1943-1945), fascisti italiani affiancarono i nazisti nelle repressioni contro sloveni e croati sospettati di resistenza, contribuendo direttamente a deportazioni e morti. Infine dietro l’eccidio delle foibe si ritrovano come esecutori sloveni, croati, serbi, tutti sotto comando jugoslavo ( i “titini”), mossi più dall’ideologia comunista e dalla conquista dello stato che dall’etnia pura. Tito, futuro presidente a vita della Repubblica, era di origini croate-slovene. Il clima era quello della guerra civile europea: tutti contro tutti, e in mezzo gli innocenti. Purtroppo.



Pertanto tra le vittime delle foibe non tutti erano affiliati al fascismo, e comprendevano individui di ogni età, sesso e professione. Analogamente, gli esuli giuliano-dalmati persero beni e radici per eventi politici al di fuori del loro controllo, confermando la dinamica, nota nella storia delle società in conflitto, per cui le tensioni e le violenze ricadono spesso su soggetti innocenti (“chi semina vento raccoglie tempesta”).

Eppure oggi Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Fratelli d’Italia parlano di memoria nazionale, come se bastasse dichiarare il ricordo per lavarsi la coscienza. Non collegano la tragedia delle foibe alle radici ideologiche italiane, al nazionalismo espansionista, all’ossessione per la “vittoria mutilata” che giustificava violenze e italianizzazione forzata.

Si parla solo della “congiura del silenzio”, facendo finta di ignorare tutto quel che c’è dietro la reazione contro gli italiani. La memoria, per essere seria, non può limitarsi a commemorare chi ha subito, spezzando la catena delle conseguenze, dimenticando chi ha cominciato per primo: in questo caso i fascisti.

E qui ritorniamo al giudizio negativo sulla storia contemporanea dei fascisti dopo Mussolini, come frutto di una sconfitta che deve essere vendicata.



La Meloni e Fratelli d’Italia trasformano il Giorno del Ricordo in uno strumento di legittimazione politica, di un fascismo lavato dai suoi gravissimi peccati, ma non pentito, ignorando, ripetiamo, la responsabilità storica concreta dei fascisti italiani. Usano le foibe come vetrina, senza mai assumersi il peso delle colpe che furono della dittatura fascista.

Questa ipocrisia istituzionale non è solo propaganda: è la continuità di una narrazione di comodo, tutta fascista, che cancella la storia vera e tradisce la memoria delle vittime. Tutte le vittime, italiane e non.

Carlo Gambescia

 

Bibliografia minima

Marina Cattaruzza, L’ Italia e Il Confine Orientale: 1866 – 2006, il Mulino, 2007 (rigoroso); Raoul Pupo, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Editori Laterza, 2021 (grande equilibrio); Jozo Tomasevich, War and Revolution in Yugoslavia 1941–1945: Occupation and Collaboration, Stanford University Press, 2002 (ottocento pagine di ricche ricostruzioni e analisi, mai troppe su un argomento così importante, ma probabilmente sufficienti per scoraggiare la traduzione italiana).

martedì 10 febbraio 2026

Caso Epstein. Le scorie del potere

 


Jeffrey Epstein non era né un filosofo né un politico in senso classico. La sua ossessione era il potere, esercitato attraverso una combinazione ben nota di denaro, sesso e segreti.

Una ricetta antica, che attraversa la storia: dalle corti rinascimentali, dove favori sessuali e debiti finanziari si intrecciano alla ragion di Stato, fino agli apparati novecenteschi fondati sul dossier, sul ricatto e sulla sorveglianza.

Nel corso della sua attività, Epstein costruisce una rete globale di influenze, collegando élite politiche, finanziarie e dell’intrattenimento in un sistema in cui discrezione, ricatto e manipolazione sessuale diventano strumenti di controllo invisibile.

Nonostante ciò, Epstein non riesce mai a consolidare il suo sogno di diventare un “Grande Vecchio” del potere mondiale: un centro incontestato da cui dirigere il mondo dietro le quinte. Muore prima di vedere la sua rete trasformarsi in un impero duraturo.



Un “impero”. Si fa per dire. Perché, a ben guardare, la modernità ( e non solo) è troppo complessa per essere controllata da una sola persona o da un gruppo ristretto. Le monarchie e le oligarchie — o, in termini economici, i monopoli e gli oligopoli — prima o poi commettono un errore.

Si tratta di una regolarità metapolitica: nessuna élite dura per sempre. Esistono imperi millenari, ma non per sempre. Si chiama anche circolazione delle élite. E la storia, come osservava Pareto, è il cimitero delle aristocrazie. Cioè delle classi dirigenti.

Proprio perché, come recita una potente frase attribuita ad Abraham Lincoln, si può ingannare qualcuno per sempre e tutti per qualche tempo, ma non tutti per sempre.

Insomma, le verità tendono sempre a emergere: talvolta lentamente, talvolta in modo traumatico, e talvolta — come nella Seconda guerra mondiale — con l’intervento decisivo della forza militare.

Ovviamente, visto che la carne è debole, diciamo che, come regola generale, cosa che a Lincoln non piacerà, le élite, se vogliono durare, devono mentire il giusto. E comunque sia il meno possibile. E tantomeno sollevare o favorire  polveroni controproducenti. 

Tornando a Espstein, va sottolineato che non sarà né il primo né l’ultimo. Non però nel senso caro alla teoria del complotto.

Quale allora? Le materie tossiche che lascia — scandali, segreti, legami compromettenti — non sono residui inerti di un potere crollato. Sono, piuttosto, una risorsa politica: un arsenale di strumenti che altri possono utilizzare per ottenere influenza, pressione e vantaggi nel gioco globale delle élite. In questo senso, Epstein continua a esercitare un’ombra di potere: non come padrone diretto, ma come fornitore involontario di leve, carte e segreti per chi sappia come impiegarli.



Il sistema liberal-democratico è, in questo quadro, particolarmente sotto tiro. Perché trasformando l’eccezione Epstein nella regola, scambiando la parte per il tutto — tipico atteggiamento di chi sfrutta risorse politiche — si costruisce una rappresentazione del mondo in cui il predatore diventa norma.

Questo mina la fiducia nelle istituzioni, delegittima le regole della società aperta e finisce per normalizzare strategie di manipolazione che dovrebbero restare marginali. Così si apre la porta ai cattivi: ai nemici dell’ordine liberal-democratico.

Un’ultima avvertenza per il lettore. Le rivelazioni più piccanti, i nomi, le liste, i dettagli pruriginosi sono il dito. Per dirla con Pareto, attivano l’istinto delle combinazioni, cioè l’associazione tra fattori oscuri capace di accendere la fantasia.

Possono indignare, divertire o scandalizzare, ma rischiano di distrarre. La luna è altrove: nella necessità umana di razionalizzare il mistero, ovviamente ex post, producendo materiale spesso mitologico da usare come risorsa politica.

In definitiva, concentrarsi solo sullo scandalo significa consumarlo; interrogarsi sui meccanismi metapolitici — la razionalizzazione è una regolarità — che lo rendono possibile significa comprenderlo. Ed è questa, oggi, la posta in gioco.

 


Il “lascito” di Epstein è dunque un ammonimento. Il potere tende sempre a ricostituirsi — un’altra regolarità metapolitica — e si misura anche dalle sue scorie: da ciò che resta quando qualcuno costruisce reti di vulnerabilità e di segreti. In questo senso, Epstein sembra aver vinto, almeno per il momento, in un modo che nessuna condanna postuma può neutralizzare.

La vera sfida è costruire filtri istituzionali e culturali capaci di impedire che i rifiuti del sistema avvelenino l’aria. Più liberalismo, non meno.

Detto altrimenti: è vero che la storia è il cimitero delle aristocrazie, quindi anche di quella liberale. Ma perché avere così fretta?

Carlo Gambescia

lunedì 9 febbraio 2026

“Nemici dell’Italia”: una categoria fascista tornata al governo

 


Carlo e Nello Rosselli furono assassinati a Bagnoles-de-l’Orne in Normandia dai sicari fascisti della Cagoule. Mussolini li aveva definiti “nemici dell’Italia”: la stessa categoria usata per Matteotti e, più in generale, per ogni antifascista. La mano che armò quegli assassini passava per Mussolini, Ciano, Anfuso e altri personaggi minori.

Filippo Anfuso — assolto con una motivazione che oggi suona grottesca, come se un ordine di omicidio potesse mai essere impartito per iscritto — fu il perno dei rapporti tra il ministro degli Esteri Ciano, di cui era capogabinetto, e gli apparati di sicurezza del regime. A Catania gli è stata dedicata una strada. Un suo biografo e difensore instancabile, Nello Musumeci, già missino, è attualmente ministro della Repubblica. Evidentemente, anche lui, oltre che un “fratello” è un “amico dell’Italia” (*).



La categoria dei “nemici” non resta confinata alla propaganda. Nel 1930, con l’entrata in vigore del Codice penale voluto dal guardasigilli Alfredo Rocco, il regime fascista traduce l’idea dello Stato come entità da difendere contro i suoi oppositori sul piano giuridico. Reati contro la “personalità dello Stato”, associazioni sovversive e propaganda antinazionale forniscono così la base normativa per la repressione del dissenso politico, concepito non come legittima opposizione, ma come “minaccia alla Nazione”.

Quando Giorgia Meloni definisce “nemici dell’Italia” cittadini che protestano — in questo caso contro le Olimpiadi invernali — non si tratta di un eccesso verbale, ma di un richiamo a una tradizione politica ben precisa. 

La formula nasce prima del fascismo: durante la Prima guerra mondiale, i nazionalisti la rivolgevano ai neutralisti. Quegli stessi ambienti confluirono senza attrito nel fascismo, che trasformò ogni opposizione in tradimento e identificò lo Stato col regime. 

 


La terminologia del nemico sopravvisse anche al dopoguerra: nel 1948, Missini eletti nel Parlamento repubblicano — facce di bronzo colossali — la usarono per trasmetterla alle nuove generazioni, inclusa Giorgia Meloni; ma ne fecero uso anche democristiani e comunisti per screditarsi a vicenda. Dopo quell’episodio, l’espressione smise di circolare come strumento politico legittimo.


La Meloni, in questo caso, si comporta come un mediocre avvocato che pur di convincere i giudici scambia una parte con il tutto: alcune sparute opposizioni vengono rappresentate come un pericolo generale, attribuendo loro un peso politico e morale che non hanno. La retorica del “nemico dell’Italia” amplifica queste poche voci, trasformandole in un nemico della nazione.

Nella Repubblica sociale italiana questa logica raggiunge il suo esito estremo: tribunali militari straordinari, corti marziali e procedimenti sommari colpiscono oppositori politici, partigiani e presunti “traditori della Patria”. Qui il concetto di “nemico” non serve più solo a delegittimare, ma a giustificare la pena di morte, in un contesto di guerra civile e subordinazione al nazismo (*) .



La gravità non sta solo nelle parole, ma nel silenzio che le circonda. Nessuno osa chiamare questa deriva con il suo nome, come se ricordare fatti storici documentati fosse un’offesa personale alla presidente del Consiglio. Eppure il meccanismo è sempre lo stesso: il governo come “parte sana del Paese”, l’avversario come nemico, il dissenso come minaccia.

È così che una democrazia smette di esserlo: non di colpo, ma per slittamento semantico. Quando l’avversario politico diventa un nemico dell’Italia, il passo successivo non è il confronto, ma la delegittimazione. La storia italiana ci ha già mostrato dove porta questa strada.

Carlo Gambescia

 

(*) Sui Rosselli si veda Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli (1945), Vallecchi, 1973, nuova edizione con appendice sul "Delitto di Bagnoles".

(**) Per un inquadramento storico e giuridico della categoria del “nemico” nel fascismo rinviamo a Lorenzo Tombelli, Opposizione, dissenso politico e repressione penale nel Ventennio fascista,“Osservatorio Costituzionale”, 6/2025, pp. 51-69, con ricca bibliografia in nota, scaricabile qui: https://www.osservatorioaic.it/images/rivista/pdf/2025_6_03_Tombelli.pdf .

domenica 8 febbraio 2026

Il Piano Mattei: Ma 'ndo vai se l’Abissinia non ce l'hai…

 


Il prossimo vertice Italia–Africa a Addis Abeba viene presentato dal governo come un passaggio “storico”. Un summit sul suolo africano, con la partecipazione di Giorgia Meloni come ospite d’onore dell’Unione Africana: un evento carico di forte simbolismo. Va detto subito: Addis Abeba non è solo un nome carico di memoria coloniale per l’Italia – per capirsi “Faccetta Nera/ Bella Abissina…” (che a Mussolini però non piaceva) – è anche la sede dell’Unione Africana, il cuore istituzionale e diplomatico del continente. Ed è proprio questo doppio livello simbolico a rendere l’operazione politicamente ambigua (1).

Da un lato, la cornice multilaterale offre legittimazione e visibilità. Dall’altro, l’insistenza su Mattei, sulla “nuova missione africana” dell’Italia e sulla presunta discontinuità storica rischia di trasformarsi in una messa in scena geopolitica, dove il peso della storia – purissimo metodo Giorgia Meloni – viene più neutralizzato che elaborato.



Il richiamo a Enrico Mattei è, prima ancora che discutibile sul piano politico, un vero e proprio abuso culturale: Mattei era antifascista, partigiano, uomo della Resistenza, portatore di una visione critica dell’ordine economico internazionale, ma non un fanatico dell’autarchia e del “fai da te” a ogni costo. Era un democristiano di sinistra, con una visione dello stato – semplifichiamo – alla La Pira. Non gentiliana, né mussoliniana.

Tolto il velo simbolico, resta la questione decisiva: le risorse.

In quasi due anni dal lancio, i soldi effettivamente stanziati dall’Italia per progetti concreti del Piano Mattei arrivano a circa 600 milioni di euro, principalmente destinati a finanziamenti agevolati per imprese italiane in Africa. Gran parte delle cifre annunciate in comunicati e dichiarazioni riguarda invece garanzie, impegni pluriennali e leva finanziaria, più che spesa pubblica immediata (2).

Tradotti in interventi concreti, 1 miliardo di euro in Africa consente di costruire 15–20 ospedali di medie dimensioni, oppure 8–10 impianti solari da 100 MW, o ancora 200–300 chilometri di autostrada. Interventi utili, ma del tutto insufficienti se rapportati a un continente di 1,4 miliardi di abitanti, con bisogni strutturali enormi.



Il confronto internazionale con i principali investitori chiarisce ulteriormente la sproporzione. L’Unione Europea, con il programma Global Gateway, mira a mobilitare circa 300–400 miliardi di euro di investimenti globali entro il 2027, con una quota significativa destinata all’Africa (3). La Cina ha erogato prestiti e finanziamenti ai governi africani cumulativamente per centinaia di miliardi di dollari tra il 2000 e il 2023, sebbene negli ultimi anni i flussi annuali siano leggermente diminuiti (4). Anche Stati Uniti e Russia mantengono una presenza strategica: gli USA con infrastrutture chiave e accordi commerciali nell’ambito della PGII, la Russia concentrata su energia, materie prime e partnership militari; le cifre sono meno trasparenti e variano progetto per progetto, ma il divario con l’Italia resta evidente (5).

Il paragone interno è ancora più impietoso. Il PNRR italiano mobilita 194 miliardi di euro in cinque anni, circa 39 miliardi l’anno, per una popolazione di circa 60 milioni di persone. Il Piano Mattei, rapportato alla popolazione africana, equivale a meno di 1 euro a persona all’anno. Il solo Superbonus edilizio italiano è costato oltre 120 miliardi: l’equivalente di centinaia di Piani Mattei annuali.



Il punto non è negare la legittimità degli interessi italiani in Africa, pur riconducendoli al ruolo di media potenza, quanto smascherarne la retorica. Non si può parlare di “partnership strategica” quando l’intervento, dal punto di vista economico, è marginale per chi lo riceve e soprattutto funzionale a chi vuole soltanto fare bella figura.

Addis Abeba, sede dell’Unione Africana, diventa così il palcoscenico ideale: grande simbolismo multilaterale, ma pochi miliardi sul tavolo. E il richiamo a Mattei, invece di evocare la rinascita economica dell’Italia antifascista, finisce per diventare solo un’etichetta rassicurante o peggio ancora nostalgica.



Più che una svolta storica, il Piano Mattei appare come una politica simbolica ad alto rendimento interno, con molta enfasi e risorse che, alla prova dei numeri, restano poco più che briciole.

Ma ‘ndo vai / Se l’Abissinia non ce l’hai. E neppure una Lira, anzi un Euro.

Carlo Gambescia

 

(1) Qui: https://www.ilsole24ore.com/art/piano-mattei-oltre-600-milioni-i-primi-progetti-AGb2nOEB?refresh_ce=1 .

(2) Qui: https://www.aics.gov.it/wp-content/uploads/2025/11/ANNUAL_REPORT_2024_AICS%20rev25_WEB.pdf .

(3) Qui: https://www.consilium.europa.eu/it/policies/global-gateway/ .

(4) Qui: https://www.reuters.com/world/chinas-lending-africa-rises-first-time-seven-years-study-shows-2024-08-29/ .

(5) Qui: https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/issue-brief/doing-as-the-romans-do-recommendations-for-the-infrastructure-development-agenda-for-italys-g7-presidency/ ; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/africa-continuita-e-cambiamenti-sotto-trump-2-0-202485; https://aspeniaonline.it/risorse-sanzioni-influenza-le-incognite-russe-in-africa/ .

sabato 7 febbraio 2026

Abitudine alle "trumpate"?

 


C’è una cosa che colpisce subito, più del contenuto stesso del video: il silenzio relativo. Il video – poi ritirato – in cui Donald Trump rilancia una rappresentazione di Barack e Michelle Obama come due scimmie è un fatto di una gravità estrema. Eppure oggi non domina le prime pagine, né in Italia né, con poche eccezioni, nel resto d’Europa. Non come meriterebbe. Ed è già un segnale inquietante.

Non siamo davanti a una provocazione, né a una boutade volgare. Qui siamo davanti alla riattivazione consapevole di uno degli stereotipi più violenti della storia del razzismo occidentale: la deumanizzazione dei neri attraverso l’assimilazione all’animale. Uno strumento simbolico usato per secoli per giustificare schiavitù, segregazione e linciaggi.



Perché allora questa reazione tiepida?

Una prima spiegazione è l’assuefazione. Dopo anni di “trumpate”, l’osceno non scandalizza più. Trump ha spostato così in là l’asticella dell’accettabile che persino l’indecenza più nera rischia di sembrare routine. È la normalizzazione dell’inaccettabile: quando tutto è eccesso, nulla fa più notizia.

La seconda spiegazione è più scomoda: una quota di servilismo mediatico. Trump fa audience, polarizza, divide. E una parte dell’informazione – non tutta, ma una parte – preferisce trattarlo come folklore tossico, non come un problema democratico strutturale. Minimizzare diventa una forma di complicità passiva.

C’è poi l’argomento antiamericano, più pigro: “ma gli Stati Uniti sono razzisti da sempre”. Vero storicamente. Falso politicamente. Perché questa frase non spiega: assolve. La storia americana è attraversata dal razzismo, ma anche da conflitti, rotture e avanzamenti. Nel 1936, alle Olimpiadi di Berlino, nel cuore del teatro della propaganda nazista, un atleta nero americano – Jesse Owens – vinse quattro medaglie d’oro sotto gli occhi furenti del regime hitleriano. Non era un’America perfetta. Ma non era nemmeno condannata a essere solo razzista. La differenza conta. Usare il passato per sminuire il presente significa rinunciare a ogni giudizio morale sul potere.



Con questo video Trump si rivela integralmente per ciò che è: non solo un populista autoritario, ma un leader che utilizza consapevolmente il linguaggio simbolico del razzismo più brutale. Non è una gaffe. È una scelta. L’immaginario evocato è quello storicamente usato da movimenti come il Ku Klux Klan: la riduzione dell’avversario nero a subumano, a caricatura animalesca. Dire che, simbolicamente, quel mondo “sale al potere” non è un’esagerazione retorica: è una lettura politica del messaggio.

Quando parliamo di parallelismo strutturale con il nazismo, intendiamo proprio questo: non un’iperbolica equazione storica, ma parametri formali condivisi. In entrambi i casi la deumanizzazione non è accessoria o incidentale, ma parte integrante della costruzione del messaggio politico. La propaganda non prende di mira argomenti, prende di mira esseri umani, riducendoli a simboli da odiare, a “altro” disumanizzato. Questo non è lo stesso del Terzo Reich in termini di scala storica o processo all' "intenzione" geopolitica: è invece un richiamo alle stesse tecniche di esclusione e di segregazione simbolica che si sono viste nella storia europea del ventesimo secolo.



Il razzismo, prima di diventare politica di stato, diventa linguaggio pubblico.

E infatti i numeri – anche nel dibattito mediatico – non aiutano a dissociare questo fenomeno dal quadro più ampio di normalizzazione. Nel 2023, circa quattro americani su dieci dicono di imbattersi spesso o abbastanza spesso in copertura mediatica che ritengono razzista o insensibile nei confronti dei neri. Allo stesso tempo, una larga maggioranza di adulti neri negli Stati Uniti percepisce la rappresentazione della loro comunità nei media come più negativa o stereotipata rispetto ad altri gruppi (*).



Per l’Italia potrebbe esservi l’attenuante dell’apertura delle olimpiadi invernali che oggi occupa le prime pagine. Però non è così. Pensare che in Italia un video del genere provocherebbe uno scandalo unanime è oggi illusorio. Giornali e media dell’area della destra hanno già usato titoli, immagini e vignette che giocano su stereotipi razziali, soprattutto contro migranti e persone nere: corpi associati al crimine, caricature, allusioni “ironiche” sul colore della pelle. Episodi noti, discussi per qualche giorno e poi rapidamente inghiottiti.

La giustificazione è sempre la stessa: satira, provocazione, libertà di parola. Il risultato è una normalizzazione progressiva: ciò che ieri scandalizzava oggi divide, domani passa. Non siamo all’America di Trump, ma il terreno culturale si sta spostando nella stessa direzione. E quando certi simboli tornano dicibili senza conseguenze, il problema non è più l’eccesso, ma il silenzio che lo accompagna.

Quindi nessuna copertura in prima, o quasi. L’unico che ne parla è Luigi Mascheroni (“Il Giornale”), che prima condanna il video, poi però, per pareggiare maldestramente i conti, sposa la tesi complottista dell’Obamacare. Come per dire, se Trump è razzista, Obama è un comunista. Pietoso.



L’episodio del video non è marginale. 

 È una soglia. Non dice solo qualcosa su Trump. Dice qualcosa sul clima politico che lo rende possibile, tollerabile, perfino negoziabile. 

Ed è questo, più ancora del video, il vero scandalo.
 

Carlo Gambescia

 

 

(*) Qui: https://www.pewresearch.org/short-reads/2023/12/22/black-americans-are-more-likely-than-others-to-say-they-see-problematic-news-coverage-of-black-people/ .