Ieri, come ha notato un arguto amico digitale, il professor Pellicanò, “tutti a parlare della trappola di Tucidide”, evocata da Xi Jinping all’indirizzo di Donald Trump, su come la “motivazione più autentica” della Guerra del Peloponneso “fosse la formidabile potenza conseguita da Atene e l’apprensione che ne derivava per Sparta” (Guerra del Peloponneso, I, 23, trad. di Ezio Savino, I Grandi Libri Garzanti, Milano 1974, p. 17).
Per dirla alla buona: “Caro Trump, cerchiamo di non cadere nella ‘trappola’ dei rilanci di potenza e delle conseguenti sfide militari, eventi che potrebbero portare alla guerra; perciò mettiamoci d’accordo tra noi, a danno di tutti gli altri”.
Però qui, attenzione, non si tratta di pacifismo alla Papa Leone XIV, ma di un buon uso cinese di Tucidide: buon uso non in senso morale. Quello cinese è realismo strategico. La Cina legge Tucidide non per evitare il conflitto in nome della morale, ma per rinviarlo, gestirlo o vincerlo senza combattere, se possibile.
Parliamo di Tucidide, la cui opera è piena di osservazioni realistiche quasi mai pacifiste, a partire, ad esempio, dal dialogo degli ateniesi e dei Meli, tutto improntato a una volontà di potenza (ateniese) che, secondo Tucidide, non può non segnare le relazioni tra gli Stati. Perché il potere avrebbe una sua inevitabile logica riproduttiva (Guerra del Peloponneso, V, 84-116, trad. cit., pp. 372-381).
In realtà, c’è un tratto che distingue la Cina contemporanea dall’Occidente europeo più di quanto spesso si creda: la profondità storica ( e prendiamo atto, soprattutto noi europei, che la storia la abbiamo “inventata”). La Cina continua a ragionare per millenni. Non soltanto la potenza economica o militare. Non il capitalismo di Stato o il controllo tecnologico. Ma il tempo. La capacità di pensare in termini di secoli, non di sondaggi settimanali o cicli elettorali.
È anche per questo che Tucidide continua a essere letto e studiato nelle scuole strategiche cinesi. Non perché sia il profeta della guerra inevitabile — caricatura molto occidentale — ma perché è il grande interprete della permanenza del conflitto nella storia umana. La sua lezione è metapolitica e si appoggia su una precisa regolarità: quella amico-nemico.
La Cina ragiona storicamente. L’Occidente contemporaneo, invece, sempre meno. E in particolare l’Europa, nonostante Mario Draghi, ieri, in occasione della cerimonia di conferimento del premio Carlo Magno, abbia di nuovo messo in guardia contro l’indecisionismo europeo.
Per decenni l’Europa ha coltivato l’idea che la politica potesse
trasformarsi progressivamente in amministrazione razionale dei
conflitti: governance, regolazione, cooperazione multilaterale,
integrazione economica. Una convinzione comprensibile. Dopo due guerre
mondiali, l’Unione Europea ha rappresentato uno dei più straordinari
tentativi di neutralizzazione della guerra nella storia moderna.
Ma lentamente questa cultura politica si è trasformata anche in rimozione del tragico. Come detto, del momento metapolitico: dell’esistenza, piaccia o meno, della dinamica amico-nemico.
Nelle università occidentali, le scienze politiche vengono spesso insegnate come scienze della pace, della mediazione, delle procedure, dell’inclusione. Tutte cose importanti, naturalmente. Ma con una conseguenza paradossale: il conflitto tende a sparire non dalla realtà, bensì dal linguaggio con cui interpretiamo la realtà.
Si parla di resilienza, di governance globale, di dialogo. Molto meno di potenza, antagonismo, interesse, nemico.
Mentre in realtà siamo entrati in una fase in cui personaggi come Xi Jinping, Trump e Vladimir Putin si vanno spartendo il mondo, tentando di confinare un’Europa divisa nella posizione della Cecoslovacchia nel 1938.
Eppure i grandi realisti (sociologici) della tradizione europea — da Vilfredo Pareto a Gaetano Mosca e Roberto Michels — partirebbero probabilmente da una constatazione semplice: il potere non scompare mai. Cambia forma. Cambia linguaggio. Si traveste moralmente. Ma resta.
La politica, insomma, non coincide mai completamente con la pedagogia.
Ed è qui che il richiamo a Tucidide tornerebbe utile anche per noi europei. Perché Tucidide non insegna che la guerra sia inevitabile. Insegna qualcosa di più scomodo: che la pace può esistere solo se si comprende la struttura del conflitto. Solo se si riconosce che gli interessi divergono, che le civiltà competono, che gli Stati cercano sicurezza e potenza anche quando parlano il linguaggio universale dei diritti.
Da questo punto di vista, la cultura strategica cinese appare oggi più realista non solo di quella occidentale, ma soprattutto di quella europea. Non necessariamente più giusta. Non necessariamente più pacifica. Ma certamente meno incline all’illusione che la storia sia terminata.
L’Europa post-1989 ha spesso creduto, anche giustamente, che mercato, diritto
internazionale e interdipendenza economica avrebbero dissolto
progressivamente la logica amico-nemico. Una speranza nobile. Ma forse
anche una forma di ingenuità storica.
Perché mentre l’Occidente insegnava governance globale, gran parte del resto del mondo continuava a studiare imperi, rapporti di forza, sfere d’influenza, deterrenza, guerra.
Ed è qui che anche il liberalismo occidentale dovrebbe forse ritrovare una parte dimenticata di sé.
Il liberalismo autentico non nasce infatti dentro un mondo pacificato.
Nasce dentro guerre civili, conflitti religiosi, competizioni tra
potenze. Thomas Hobbes, John Locke, Alexis de Tocqueville ragionano
tutti, in modi diversi, su una stessa domanda: come preservare libertà e
ordine in un mondo instabile.
Una cultura liberale matura non rimuove il conflitto. Cerca di limitarlo, regolarlo, civilizzarlo. Ma sa anche che esistono momenti in cui la forza torna nella storia.
Riconoscere questo non significa aderire a visioni imperialistiche o belliciste della politica internazionale, come quelle di Trump in questo momento. Non significa idolatrare la guerra. Significa semplicemente prendere atto che le società aperte possono sopravvivere solo se sono capaci anche di difendersi.
Prepararsi alla possibilità della guerra non significa desiderarla. Significa capire che la pace non si mantiene soltanto con le buone intenzioni.
In fondo, il problema dell’Occidente contemporaneo non è l’eccesso di liberalismo. È un liberalismo che talvolta dimentica il realismo politico da cui esso stesso è nato. Un liberalismo che rischia di pensare la pace come condizione naturale della storia, invece che come fragile equilibrio da proteggere.
Eppure ripetiamo il lessico strategico è tornato ovunque: nel Pacifico, in Medio Oriente, nei confini orientali dell’Europa, nelle guerre commerciali, nella competizione tecnologica, nella corsa alle materie prime. È tornata perfino una parola che l’Europa considerava quasi imbarazzante: potenza.
Naturalmente, nulla garantisce che il realismo conduca alla pace. Anzi: la storia suggerisce spesso il contrario.
Comprendere il conflitto non significa dominarlo. Riconoscere il nemico non impedisce la guerra. Talvolta la prepara.
Ma esiste anche il rischio opposto: che una civiltà incapace perfino di nominare il conflitto finisca per subirlo con maggiore impreparazione.
È questo, probabilmente, il buon uso di Tucidide. Non celebrare la guerra, ma ricordare che la politica nasce dentro una storia tragica, non fuori da essa.
E che una società liberale non dovrebbe avere paura della parola “forza”. Dovrebbe avere paura soltanto della forza senza limite, senza diritto, senza controllo.
Perché dimenticare che la forza esiste non rende il mondo più pacifico. Lo rende soltanto più pericoloso.
Dopo Pechino, chi ha vinto? Chi ha perso? Trump sembra cantare vittoria. Xi Jinping appare più riservato.
Sarà pace? Difficile dirlo. Per ora siamo solo davanti a prove tecniche di spartizione del mondo.
Carlo Gambescia





















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