martedì 19 maggio 2026

In difesa di Salim El Koudri. Migrazione, cultura del rischio e infantilismo politico dell’Occidente

 


La prima parola che viene in mente è disgusto. Non per il gesto di Salim El Koudri – la cui gravità resta assoluta – ma per il modo in cui una parte del dibattito pubblico vi si è gettata sopra come un avvoltoio politico.

La stampa di destra spara a zero contro un giovane disturbato, trasformandolo immediatamente nel simbolo perfetto della barbarie migratoria. Quella di sinistra invece tace, oppure balbetta qualche spiegazione welfarista quasi con vergogna, come se tentare di comprendere significasse automaticamente giustificare.

Eppure una società liberale dovrebbe saper fare entrambe le cose: condannare un atto e insieme comprenderne le cause. Perché spiegare non significa assolvere. Significa sottrarre il reale alla propaganda.



Il punto centrale, infatti, non è il terrorismo. Né l’immigrazione in quanto tale. Il punto è la distruzione della cultura del rischio nelle società occidentali.

L’Occidente moderno è diventato grande proprio perché fondato sul rischio: economico, esistenziale, sociale. Libertà significava anche incertezza. Mobilità sociale significava possibilità di riuscire, ma anche possibilità di fallire. Il liberalismo non prometteva felicità garantita: prometteva opportunità dentro un mondo imperfetto. Diciamo un cammino verso…



Detto altrimenti: il liberalismo, ai suoi inizi, non prometteva la felicità, ma il diritto a cercarla. Il celebre “pursuit of happiness” americano indicava un cammino dentro una società libera, non la garanzia della realizzazione personale. Oggi invece l’Occidente tende a trasformare la ricerca della felicità in pretesa di felicità dovuta.

Di più: destra e sinistra, seppure in forme diverse, sembrano alimentare la stessa patologia culturale: l’individualismo assistito.

La destra nazionalista trasforma il cittadino in un soggetto impaurito da proteggere contro ogni minaccia esterna. La sinistra universalista trasforma invece il migrante in una specie di neonato morale da accompagnare permanentemente. Entrambi rifiutano la realtà fondamentale della vita liberale: il rischio.



Chi arriva in Occidente ha il diritto di arrivarci. È un principio liberale prima ancora che umanitario. Gli individui devono essere liberi di cercare altrove condizioni migliori di vita. Ma proprio per questo occorre dire con chiarezza che l’integrazione non è una promessa automatica di felicità sociale.

Ci si può laureare, impegnare, studiare, essere intelligenti, e tuttavia non trovare subito il lavoro desiderato. Talvolta neppure un lavoro. Il merito esiste, ma non opera in modo perfetto. La vita sociale contiene frustrazione, ritardi, sconfitte, esclusioni. Una civiltà liberale seria dovrebbe educare anche a questo. Come recitava una vecchia canzone: “Bisogna saper perdere”. Ecco.

Invece l’Occidente contemporaneo distribuisce aspettative assolute. Tutto e subito: riconoscimento, successo, integrazione, realizzazione personale. Quando queste promesse si infrangono, il fallimento non viene più vissuto come parte normale dell’esistenza, ma come un torto subito.



Del resto, nella vita pubblica contemporanea, l’iperbole verbale è ovunque. Chi scrive, vivendo a Roma, dopo aver visto la distruzione dell’alberata di via Barletta per costruire poche centinaia di metri di una discutibile metropolitana, ha perfino evocato “l’ira degli dei” contro il sindaco. Sono espressioni esasperate, simboliche, che talvolta appartengono al linguaggio emotivo della vita quotidiana.

Il problema nasce quando alla frustrazione individuale si sommano fragilità psichiche, isolamento e incapacità di accettare il rischio, il limite, il fallimento. È lì che, in casi estremi, può prodursi il passaggio all’atto.

Da quanto emerge, Salim El Koudri era un soggetto già psicologicamente vulnerabile. Ma invece di affrontare il problema nella sua concretezza umana, politica e clinica, il dibattito preferisce trasformarlo in un mostro ideologico. Perché oggi l’Occidente non sa più integrare: sa solo santificare o demonizzare.



Ripetiamo, per chi non abbia ancora capito: la destra vede nel migrante un criminale potenziale. La sinistra un eterno minore da proteggere. Nessuno lo tratta come un individuo adulto, libero e responsabile.

Certo, le comunità migranti non sono tutte uguali. Alcune sono più solide, integrate e strutturate di altre, aperte al mondo o se chiuse, comunque rispettose dell’altrui diversità. Ma trasformare un singolo gesto criminale nella prova di una presunta “stimmatologia islamica” significa abbandonare l’analisi sociologica e metapolitica per entrare nella propaganda identitaria, se non proprio fascista. Anche perché il problema centrale non è una specifica cultura religiosa, ma il modo in cui l’Occidente contemporaneo produce aspettative assolute e individui sempre meno capaci di accettare il fallimento. 

E rischiamo in futuro di vederne delle belle (si fa per dire) anche da altri segmenti sociali, inclusi quei giovani uomini occidentali bianchi che, dentro le stesse dinamiche di frustrazione, isolamento e aspettative disallineate, possono anch’essi trasformare il disagio in gesto distruttivo.





Qui – e non ci stancehremo mai di ripeterlo – emerge la vera contraddizione occidentale: una civiltà nata sulla cultura del rischio è diventata una società terrorizzata dal rischio stesso. E una società che teme il rischio finisce inevitabilmente per odiare la libertà.

Per questo il problema non si risolve né respingendo tutti né accogliendo tutti dentro un sistema assistenziale e infantilizzante. La risposta liberale è diversa: libertà di movimento, libertà individuale, integrazione aperta, ma dentro una cultura adulta della responsabilità e dell’incertezza.

Perché vivere in una società libera significa anche sapere che non tutto sarà garantito, che il successo non è automatico, che il fallimento può esistere senza trasformarsi in vendetta contro il mondo.



Alla base del terribile gesto di Salim non c’è una strategia politica coerente, ma l’incontro esplosivo tra fragilità individuale e una società che ha smesso di educare al limite, all’attesa, alla possibilità della sconfitta.

Difendere Salim El Koudri non significa assolverlo. Significa rifiutare la trasformazione di un gesto tragico in propaganda identitaria. E soprattutto capire che una civiltà incapace di insegnare il rischio finirà inevitabilmente per produrre individui incapaci di sopportare il fallimento.

Carlo Gambescia

lunedì 18 maggio 2026

“Beato il paese che non ha bisogno di eroi”

 


Il titolo può apparire scontato, fa molto immaginario di sinistra. Però, come il lettore capirà seguendo il nostro ragionamento, sono in gioco questioni che lo giustificano ampiamente.

Ma veniamo al dunque. I fatti di sabato a Modena non sono rimasti confinati alla cronaca. Non ci restano quasi mai, ormai. Nel giro di poche ore, l’episodio è stato assorbito dentro un gigantesco tritacarne simbolico che ha trasformato un fatto concreto in un’arena politica: sicurezza, immigrazione, violenza urbana, polarizzazione, sfiducia nello  stato, paura collettiva, desiderio di punizione. È il destino contemporaneo degli eventi traumatici ad alta visibilità: durano pochi minuti nella realtà e settimane nell’immaginario, fino a sedimentare nella psiche collettiva per un tempo indefinito.

Il dibattito ha preso subito diverse direzioni.



La prima è quella securitaria, che piace alla destra. Una parte della politica e dei media ha interpretato quanto accaduto come prova dell’insicurezza crescente delle città europee: controlli insufficienti, ordine pubblico fragile, rischio permanente. Dentro questo schema tutto si collega rapidamente: immigrazione, degrado urbano, perdita di controllo, vulnerabilità delle società aperte.

La seconda lettura è quasi opposta, diremmo di sinistra: non il deficit di repressione, ma il deterioramento del clima sociale generale. Qui Modena viene presentata come sintomo di una società elettrica, nervosa, incapace di contenere simbolicamente il conflitto. Una società nella quale ogni episodio diventa immediatamente assoluto, emotivamente totalizzante, interpretato attraverso categorie estreme.



E, in effetti, è proprio questo il punto più interessante. La nostra percezione collettiva non guarda più gli eventi direttamente: li filtra attraverso archetipi mediatici già pronti. Bastano poche immagini confuse, urla, persone che corrono, e nella mente collettiva compaiono immediatamente altri scenari: Nizza, terrorismo, stragi urbane, caos incontrollato. Non importa che il caso sia diverso: l’immaginario lavora per associazioni emotive, non per precisione analitica.

Qui emerge un elemento decisivo: il bisogno di purezza.

Non si tratta soltanto di una semplificazione cognitiva o letteraria, ma di una vera e propria trasformazione del conflitto sociale in categoria morale assoluta. Gli eventi non vengono più letti lungo un continuum di cause, responsabilità e contesti, ma vengono immediatamente ricondotti a una alternativa netta: bene contro male, ordine contro caos, innocenti contro colpevoli. La complessità viene espulsa perché percepita come ambiguità, e l’ambiguità come minaccia. La purezza, in questo senso, è una scorciatoia morale: rende dicibile ciò che altrimenti richiederebbe incertezza, dubbio, interpretazione (che, si  badi, devono sempre preludere alla decisione, e non sfociare nel nulla).



Dentro questo meccanismo emerge poi una figura centrale: “Luca, l’eroe”. L’uomo che interviene, aiuta, reagisce. La sua trasformazione simbolica è stata quasi istantanea. È comprensibile: nelle società impaurite l’eroe civile svolge una funzione psicologica decisiva. Introduce un principio d’ordine dentro il caos, rassicura, produce identificazione morale. E anche qui riemerge la stessa logica di purezza: l’azione deve essere immediata, netta, risolutiva. Bianco o nero, ancora una volta.

Ma proprio qui nasce l’ambiguità. Perché la celebrazione dell’eroe rischia rapidamente di trasformarsi in un’altra cosa: una pedagogia implicita della giustizia privata. Per questo si sente ripetere:“Attenzione: chiamarlo eroe non significa invitare a farsi giustizia da soli”. Formula prudente, ma rivelatrice.

Significa che il problema è già percepito, perché il confine simbolico è sottilissimo.

Un conto è dire: “ha aiutato”. Un altro: “ha bloccato”. Ma quando, nella sua stessa intervista, Luca racconta di aver “neutralizzato” l’aggressore, il linguaggio cambia ulteriormente. “Neutralizzare” non appartiene più al lessico civile ordinario: è un verbo militare, operativo, da polizia o da thriller urbano. Non indica soltanto l’interruzione di un’azione violenta; suggerisce l’eliminazione di una minaccia.

 


E le parole contano. Perché non descrivono soltanto i fatti: modellano emotivamente il modo in cui la società li interpreta. Il cittadino che interviene non viene più percepito semplicemente come qualcuno che soccorre o protegge, ma come colui che ristabilisce l’ordine contro un nemico.


Ed è qui che emerge una contraddizione meno innocente di quanto sembri. Da un lato, una tradizione liberale e individualista non può che valorizzare giustamente l’iniziativa del singolo: la capacità di intervenire, assumersi responsabilità, non restare passivi davanti al pericolo. In questo senso la figura di chi agisce non è un’anomalia, ma una forma estrema di cittadinanza attiva.

Dall’altro lato, però, esiste un principio altrettanto liberale — spesso dimenticato nel rumore dell’emergenza — che riguarda il monopolio legittimo della forza, o se si  preferisce lo stato di diritto. Senza questa cornice, l’autonomia individuale rischia di scivolare in una somma di micro-sovranità conflittuali: ognuno diventa giudice della minaccia e della risposta adeguata.

Il che può anche essere giusto in astratto (ognuno è giudice del proprio bene, ci mancherebbe…), ma in concreto? Qui non si tratta di tasse, già gravose, di odiosi servizi sociali, resi obbligatori, di uno stucchevole politicamene corretto di stampo welfarista, ma di vita o di morte. Non c’è spazio per i paradossi dei professori libertari.

 


È dentro questa tensione che si colloca il caso di Modena e la figura di “Luca”. Non tra eroismo e giustizia privata come alternative morali, ma tra due esigenze entrambe moderne: la libertà del singolo di agire quando la situazione lo impone e la necessità di non trasformare quell’azione in un modello normativo.

Perché una società liberale non vive solo di individui che reagiscono. Vive anche di istituzioni che rendono quella reazione eccezionale, non necessaria, non imitabile come regola implicita. Il bisogno di purezza non deve prevalere sulla ragione. Qui entra in gioco il ruolo meditato delle istituzioni.

In questa prospettiva, la frase attribuita a Bertolt Brecht — “beato il paese che non ha bisogno di eroi” — non nega il valore dell’azione individuale. Dice qualcosa di più sottile: che una società sana non si misura dal numero di eroi che produce, ma dal fatto che non debba continuamente invocarli.

 


Una società liberale non si misura dalla sua capacità di produrre eroi, ma dalla sua capacità di rendere irrilevante la loro necessità.Quando l’eroe diventa una figura attesa, invocata o imitabile, significa che il confine tra cittadinanza e giustizia si è già incrinato.

Il problema, allora, non è “Luca”. È il fatto che, sempre più spesso, una società complessa abbia bisogno di semplificarsi moralmente per poter reagire.

E la purezza — quella del bene contro il male, dell’azione giusta contro la minaccia assoluta — è la forma più elegante di questa semplificazione.

Carlo Gambescia

domenica 17 maggio 2026

Trump, un “bastardo” dell’ordine globale: la politica internazionale come cinema pulp

 


Non partiamo subito da Trump. Occorre fare una premessa. Metodologica diciamo.

C’è un’immagine che il cinema contemporaneo ha reso più istruttiva di molti trattati di scienza politica: quella dei “bastardi” che agiscono dentro e contro un ordine costituito.


 In “Bastardi senza gloria”, Quentin Tarantino, reinventore del pulp al cinema, non racconta la storia come sequenza ordinata di eventi, ma come spazio di rottura: un mondo in cui le regole non spariscono, ma diventano intermittenti, manipolabili, reversibili.

Questa non è solo estetica cinematografica. È una forma brutale di realismo politico, da noi definito criminogeno (*): quando l’ordine, in termini soprattutto di aspettative, perde coerenza e la politica si tramuta in una pratica di degradazione simbolica dell’avversario, ormai percepito non più come concorrente ma come nemico assoluto, la cui umiliazione procura consenso, piacere e identità.


 

Quanto alla parola bastardo – e qui già vediamo il politologo medio inarcare il sopracciglio – storicamente indicava un figlio nato fuori dal matrimonio, spesso senza riconoscimento legale o sociale. Quindi una persona “ai margini”, senza status pieno. Da lì, per estensione, il termine ha preso un valore morale negativo: qualcuno considerato “irregolare”, “senza scrupoli”, “fuori dalle regole”.

Col tempo il significato si è spostato quasi del tutto sul piano caratteriale: oggi, quando si dice che qualcuno “si comporta come un bastardo”, non si sta facendo un’analisi genealogica… ma si sta dicendo che agisce in modo duro, egoista, crudele o deliberatamente scorretto.



È in questa chiave, amplificata da Tarantino, che si può leggere una parte della politica internazionale contemporanea: non come sistema di regole condivise, ma come campo in cui alcuni attori – i bastardi… – ne sospendono selettivamente la vincolatività. Non sono esterni all’ordine. Ne sono pienamente dentro. E proprio per questo lo deformano.

Chiamiamoli senza eufemismi: “bastardi dell’ordine globale”. Non in senso morale, ma strutturale. Attori che non aboliscono le regole: le trattano come strumenti reversibili. Distruggendo tutto un quadro di aspettative collettive.

E qui finalmente veniamo a Donald Trump. Al riguardo si può osservare una traiettoria politica che molti hanno interpretato — con categorie diverse, tra cui quella di Hofstadter sulle derive paranoidi della politica americana, quindi fuori dalle regole, per collegarci a quanto detto sopra. Si pensi a una visione del mondo, prima marginale, segnata da sospetto sistemico, semplificazione radicale dei conflitti e lettura fortemente personalizzata degli attori internazionali, ora purtroppo al comando.

 


Il punto non è la semplice conflittualità diplomatica, ma la riduzione dell’impegno internazionale a dispositivo contingente: alleanze contrattabili, continuità strategica subordinata al vantaggio immediato.

In questa prospettiva, diversi critici leggono le scelte trumpiane di politica estera come parte di una ridefinizione selettiva degli impegni globali: il sostegno all’Ucraina nel conflitto con la Russia percepito come variabile negoziabile; il Medio Oriente come spazio di deleghe e pressioni intermittenti; l’area indo-pacifica e Taiwan come banco di prova della credibilità della deterrenza americana. Non si tratta di singoli episodi, ma di una logica complessiva di intervento selettivo e discontinuità strategica. Per dirla in modo brutale, con Biden, membro a pieno titolo del “mainstream” riformista e democratico,  non saremmo a questo punto.

Il punto non è la durezza della politica estera — elemento costante della storia internazionale — ma il suo diventare intermittente, caso per caso, senza una struttura stabile di vincoli percepiti come duraturi.

 


Qui si tocca il nodo centrale: l’erosione dell’idea liberale di ordine internazionale, fondata sulla prevedibilità degli impegni, sulla credibilità delle alleanze e sulla continuità delle regole.

Quando questa prevedibilità si indebolisce, l’ordine non scompare: si svuota dall’interno. Le istituzioni restano, ma perdono densità normativa; la cooperazione sopravvive, ma diventa instabile e condizionata.

È qui che la metafora di Tarantino smette di essere ornamentale e diventa descrittiva. In un mondo “pulp”, non esistono più attori incaricati di custodire le regole: esistono attori che entrano nella scena e la riscrivono mentre si svolge.

Questa logica non è esclusiva. La si ritrova, con intensità diverse, in leadership che hanno fatto del rapporto strumentale con le regole internazionali una componente stabile della propria politica estera: dalla Russia di Vladimir Putin nella ridefinizione unilaterale degli equilibri territoriali, alla Cina nella gestione selettiva delle norme del commercio globale e della proiezione nel Pacifico, fino a diverse leadership occidentali che hanno praticato interventi militari o disimpegni senza piena continuità multilaterale.



I “bastardi dell’ordine globale”, tra i quali oggi Trump primeggia, sono questo: non eccezioni, ma modalità interne di funzionamento di un sistema che ha perso parte della sua coerenza liberale. Non distruggono l’ordine: lo rendono intermittente. In questo senso per Trump, abbiano anche parlato di liberalismo alla Lucky Luciano: cogli l’attimo e schiaccia l’avversario, meglio se con le cattive (**).

Il punto decisivo non è morale, ma strutturale. Un ordine internazionale vive di fiducia negli impegni. Quando questa fiducia si incrina, il sistema non collassa: si trasforma in un ambiente più fluido, competitivo e opportunistico, ma anche più instabile e meno prevedibile.

Ed è qui che emerge il tratto più inquietante: non la fine delle regole, ma la loro applicazione selettiva. Non il caos, ma un ordine che funziona a intermittenza.

 


Come in un film di Tarantino, la storia continua. Ma non promette più coerenza. Solo intensità.

E in un mondo in cui le regole valgono solo quando conviene farle valere, non sono i custodi dell’ordine a scrivere la storia, ma quelli che hanno smesso di prenderlo sul serio.

Carlo Gambescia

(*) Carlo Gambescia, Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizioni il Foglio, 2019, pp. 41-49.

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/02/donald-trump-e-il-liberalismo-alla.html .



sabato 16 maggio 2026

Sub, morte e libertà

 


La tragedia delle Maldive, dove cinque italiani hanno perso la vita durante un’immersione in una grotta sottomarina, ha già prodotto il consueto coro: più controlli, più verifiche, più regole, più protocolli. Indagini, allarmi meteo, limiti di profondità, responsabilità organizzative, standard internazionali. Tutto legittimo, fin qui. Ma il punto interessante è un altro.

Ogni tragedia contemporanea sembra ormai generare automaticamente una domanda di tutela pubblica. È come se la morte fosse diventata uno scandalo amministrativo. Qualcosa che, in presenza di uno stato “mediamente” efficiente si sente dire, non dovrebbe più accadere.



Ed è qui che emerge il vero nodo culturale: l’individualismo assistito.

L’individuo contemporaneo vuole essere libero nei desideri ma protetto nelle conseguenze. Vuole l’avventura senza il rischio, l’autonomia senza responsabilità, la scelta senza prezzo da pagare. E quando il prezzo arriva — incidente, fallimento, tragedia — ecco l’immediata invocazione del Padre Pubblico.

Naturalmente il dolore per le vittime è reale. E merita rispetto. Stiamo parlando di persone preparate, colte, esperte: docenti universitari, ricercatori, subacquei con esperienza internazionale. Proprio questo, però, rende il caso ancora più significativo.

Quei cinque italiani non stavano attraversando la strada sulle strisce pedonali. Stavano scegliendo liberamente un’attività estrema. E probabilmente il quadro era ancora più complesso di quanto apparso inizialmente. 

 


Le ricostruzioni parlano infatti di forti correnti, condizioni meteorologiche avverse, perfino di un’allerta meteo diramata dalle autorità locali. Si discute inoltre dell’eventuale superamento dei limiti di profondità previsti per le immersioni turistiche.

Tutti elementi che, se confermati, rendono la vicenda ancora più tragica ma anche più chiara sul piano del principio: quei subacquei non ignoravano il rischio. Lo avevano accettato. Il rischio non era un incidente collaterale: era parte integrante dell’esperienza.

Ed è qui che una società liberale dovrebbe avere il coraggio di essere coerente. Perché se ogni comportamento rischioso deve essere preventivamente neutralizzato dallo stato, allora la libertà sopravvive solo come parola retorica. 

 


Dietro il paternalismo contemporaneo si nasconde infatti una convinzione molto precisa: lo stato sa sempre meglio dell’individuo ciò che è bene per lui. E dunque deve proteggerlo non soltanto dai criminali o dalle truffe, ma anche da sé stesso.

È una logica apparentemente umanitaria, ma profondamente illiberale.

Questa mentalità non nasce dal nulla. È il prodotto di almeno tre grandi processi storici: una cultura politico-intellettuale che ha progressivamente trasformato lo stato in tutore morale della società; il trauma delle guerre mondiali novecentesche, che ha alimentato la domanda di sicurezza collettiva; e infine l’espansione del welfare state, che ha abituato gli individui a delegare sempre più responsabilità all’apparato pubblico.

Non è soltanto una derivazione della cultura politica di sinistra né una semplice deformazione paternalistica del welfare moderno. È qualcosa di più profondo: uno svuotamento progressivo delle conquiste liberali della modernità.



Oggi questa logica “a piovra” attraversa quasi interamente destra e sinistra, accomunate dalla stessa tentazione assistenzialistica e protettiva. Non a caso, persino del fascismo sopravvive ancora, nella memoria orale di molti italiani, un ricordo indulgente legato alle sue politiche sociali e alle misure “in favore dei lavoratori”. Segno che la domanda di protezione spesso prevale sulla domanda di libertà.

Il punto qual è? Ripetiamo: non esiste libertà senza possibilità di errore. E non esiste libertà senza possibilità di danno, di fallimento, perfino di morte. Chi sceglie davvero si espone sempre a qualcosa.
 

Si rifletta. Le grandi esplorazioni, l’alpinismo, il volo, la navigazione oceanica, la speleologia, le immersioni profonde: tutta la storia moderna dell’uomo è anche storia di individui che hanno accettato il rischio.

Talvolta vincendo. Talvolta perdendo.

Ora però sembra prevalere una mentalità diversa: quella di una società che pretende sicurezza assoluta. Una società che considera intollerabile qualunque evento non sterilizzabile, non regolabile, non assicurabile.

 


Così ogni tragedia diventa il pretesto per restringere ulteriormente gli spazi dell’autonomia individuale. Basta leggere i giornali di oggi: nuovi divieti, nuovi patentini, nuove autorizzazioni, nuove procedure, nuove figure di controllo. Sempre in nome del bene. Non sia mai…

Del resto, una società che considera inaccettabile perfino il rischio scelto liberamente è una società che ha ormai trasformato la sicurezza nel valore supremo. E quando la sicurezza diventa il valore supremo, la libertà sopravvive solo in forma amministrativamente autorizzata.

È il trionfo dell’individualismo assistito: individui psicologicamente narcisisti ma politicamente dipendenti.

Naturalmente, come detto, uno stato deve perseguire frodi, omissioni, truffe, irresponsabilità criminali. Se emergeranno violazioni concrete, ne risponderanno i responsabili. Ma altra cosa è trasformare ogni attività rischiosa in materia di tutela paternalistica.


Perché vivere significa esporsi. E la morte non è un errore eliminabile per decreto.

Una civiltà che vuole mettere in sicurezza tutto finirà inevitabilmente per commissariare la vita stessa.

Il problema non è che alcuni uomini scendano troppo in profondità. Il problema è una società che non tollera più la profondità del rischio.

Carlo Gambescia



venerdì 15 maggio 2026

Xi, Trump e il buon uso di Tucidide

 


Ieri, come ha notato un arguto amico digitale, il professor Pellicanò, “tutti a parlare della trappola di Tucidide”, evocata da Xi Jinping all’indirizzo di Donald Trump, su come la “motivazione più autentica” della Guerra del Peloponneso “fosse la formidabile potenza conseguita da Atene e l’apprensione che ne derivava per Sparta” (Guerra del Peloponneso, I, 23, trad. di Ezio Savino, I Grandi Libri Garzanti, Milano 1974, p. 17).

Per dirla alla buona: “Caro Trump, cerchiamo di non cadere nella ‘trappola’ dei rilanci di potenza e delle conseguenti sfide militari, eventi che potrebbero portare alla guerra; perciò mettiamoci d’accordo tra noi, a danno di tutti gli altri”.





Però qui, attenzione, non si tratta di pacifismo alla Papa Leone XIV, ma di un buon uso cinese di Tucidide: buon uso non in senso morale. Quello cinese è realismo strategico. La Cina legge Tucidide non per evitare il conflitto in nome della morale, ma per rinviarlo, gestirlo o vincerlo senza combattere, se possibile.

Parliamo di Tucidide, la cui opera è piena di osservazioni realistiche quasi mai pacifiste, a partire, ad esempio, dal dialogo  degli ateniesi e dei Meli, tutto improntato a una volontà di potenza (ateniese) che, secondo Tucidide, non può non segnare le relazioni tra gli Stati. Perché il potere avrebbe una sua inevitabile logica riproduttiva (Guerra del Peloponneso, V, 84-116, trad. cit., pp. 372-381).



In realtà, c’è un tratto che distingue la Cina contemporanea dall’Occidente europeo più di quanto spesso si creda: la profondità storica ( e prendiamo atto, soprattutto noi europei, che la storia la abbiamo “inventata”). La Cina continua a ragionare per millenni. Non soltanto la potenza economica o militare. Non il capitalismo di Stato o il controllo tecnologico. Ma il tempo. La capacità di pensare in termini di secoli, non di sondaggi settimanali o cicli elettorali.

È anche per questo che Tucidide continua a essere letto e studiato nelle scuole strategiche cinesi. Non perché sia il profeta della guerra inevitabile — caricatura molto occidentale — ma perché è il grande interprete della permanenza del conflitto nella storia umana. La sua lezione è metapolitica e si appoggia su una precisa regolarità: quella amico-nemico.

La Cina ragiona storicamente. L’Occidente contemporaneo, invece, sempre meno. E in particolare l’Europa, nonostante Mario Draghi, ieri, in occasione della cerimonia di conferimento del premio Carlo Magno, abbia di nuovo messo in guardia contro l’indecisionismo europeo.



Per decenni l’Europa ha coltivato l’idea che la politica potesse trasformarsi progressivamente in amministrazione razionale dei conflitti: governance, regolazione, cooperazione multilaterale, integrazione economica. Una convinzione comprensibile. Dopo due guerre mondiali, l’Unione Europea ha rappresentato uno dei più straordinari tentativi di neutralizzazione della guerra nella storia moderna.
 

Ma lentamente questa cultura politica si è trasformata anche in rimozione del tragico. Come detto, del momento metapolitico: dell’esistenza, piaccia o meno, della dinamica amico-nemico.

Nelle università occidentali, le scienze politiche vengono spesso insegnate come scienze della pace, della mediazione, delle procedure, dell’inclusione. Tutte cose importanti, naturalmente. Ma con una conseguenza paradossale: il conflitto tende a sparire non dalla realtà, bensì dal linguaggio con cui interpretiamo la realtà.

Si parla di resilienza, di governance globale, di dialogo. Molto meno di potenza, antagonismo, interesse, nemico.



Mentre in realtà siamo entrati in una fase in cui personaggi come Xi Jinping, Trump e Vladimir Putin si vanno spartendo il mondo, tentando di confinare un’Europa divisa nella posizione della Cecoslovacchia nel 1938.

Eppure i grandi realisti (sociologici) della tradizione europea — da Vilfredo Pareto a Gaetano Mosca e Roberto Michels — partirebbero probabilmente da una constatazione semplice: il potere non scompare mai. Cambia forma. Cambia linguaggio. Si traveste moralmente. Ma resta.

La politica, insomma, non coincide mai completamente con la pedagogia.

Ed è qui che il richiamo a Tucidide tornerebbe utile anche per noi europei. Perché Tucidide non insegna che la guerra sia inevitabile. Insegna qualcosa di più scomodo: che la pace può esistere solo se si comprende la struttura del conflitto. Solo se si riconosce che gli interessi divergono, che le civiltà competono, che gli Stati cercano sicurezza e potenza anche quando parlano il linguaggio universale dei diritti.

 


Da questo punto di vista, la cultura strategica cinese appare oggi più realista non solo di quella occidentale, ma soprattutto di quella europea. Non necessariamente più giusta. Non necessariamente più pacifica. Ma certamente meno incline all’illusione che la storia sia terminata.

L’Europa post-1989 ha spesso creduto, anche giustamente, che mercato, diritto internazionale e interdipendenza economica avrebbero dissolto progressivamente la logica amico-nemico. Una speranza nobile. Ma forse anche una forma di ingenuità storica.
 

Perché mentre l’Occidente insegnava governance globale, gran parte del resto del mondo continuava a studiare imperi, rapporti di forza, sfere d’influenza, deterrenza, guerra.

 


Ed è qui che anche il liberalismo occidentale dovrebbe forse ritrovare una parte dimenticata di sé.
Il liberalismo autentico non nasce infatti dentro un mondo pacificato. Nasce dentro guerre civili, conflitti religiosi, competizioni tra potenze. Thomas Hobbes, John Locke, Alexis de Tocqueville ragionano tutti, in modi diversi, su una stessa domanda: come preservare libertà e ordine in un mondo instabile.
 

Una cultura liberale matura non rimuove il conflitto. Cerca di limitarlo, regolarlo, civilizzarlo. Ma sa anche che esistono momenti in cui la forza torna nella storia.

Riconoscere questo non significa aderire a visioni imperialistiche o belliciste della politica internazionale, come quelle di Trump in questo momento. Non significa idolatrare la guerra. Significa semplicemente prendere atto che le società aperte possono sopravvivere solo se sono capaci anche di difendersi.

Prepararsi alla possibilità della guerra non significa desiderarla. Significa capire che la pace non si mantiene soltanto con le buone intenzioni.

 


In fondo, il problema dell’Occidente contemporaneo non è l’eccesso di liberalismo. È un liberalismo che talvolta dimentica il realismo politico da cui esso stesso è nato. Un liberalismo che rischia di pensare la pace come condizione naturale della storia, invece che come fragile equilibrio da proteggere.

Eppure ripetiamo il lessico strategico è tornato ovunque: nel Pacifico, in Medio Oriente, nei confini orientali dell’Europa, nelle guerre commerciali, nella competizione tecnologica, nella corsa alle materie prime. È tornata perfino una parola che l’Europa considerava quasi imbarazzante: potenza.

Naturalmente, nulla garantisce che il realismo conduca alla pace. Anzi: la storia suggerisce spesso il contrario.

Comprendere il conflitto non significa dominarlo. Riconoscere il nemico non impedisce la guerra. Talvolta la prepara.

Ma esiste anche il rischio opposto: che una civiltà incapace perfino di nominare il conflitto finisca per subirlo con maggiore impreparazione.

 


È questo, probabilmente, il buon uso di Tucidide. Non celebrare la guerra, ma ricordare che la politica nasce dentro una storia tragica, non fuori da essa.

E che una società liberale non dovrebbe avere paura della parola “forza”. Dovrebbe avere paura soltanto della forza senza limite, senza diritto, senza controllo.

Perché dimenticare che la forza esiste non rende il mondo più pacifico. Lo rende soltanto più pericoloso.

Dopo Pechino, chi ha vinto? Chi ha perso? Trump sembra cantare vittoria. Xi Jinping appare più riservato.

Sarà pace? Difficile dirlo. Per ora siamo solo davanti a prove tecniche di spartizione del mondo.

Carlo Gambescia

giovedì 14 maggio 2026

Senato. La Meloni e le Opposizioni: la verità ritagliata

 


Nel confronto al Senato di ieri, Giorgia Meloni ha rivendicato risultati positivi su salari, occupazione, debito e tasse. L’opposizione ha risposto evocando salari insufficienti, pressione fiscale elevata, sanità in difficoltà e impoverimento del ceto medio.

Chi aveva ragione? Entrambi. E proprio questo è il problema.

La politica contemporanea — non soltanto italiana — vive sempre più dentro una selezione accurata dei dati. Non necessariamente nella falsificazione. Sarebbe persino troppo facile. Il punto è più sofisticato: si scelgono i numeri migliori per sostenere un romanzo politico deciso in partenza.

Il governo ricorda che l’occupazione è aumentata. Ed è vero. L’opposizione replica che i salari reali italiani restano tra i più deboli d’Europa. Ed è altrettanto vero.

 


Il governo sottolinea che non vi è stato alcun tracollo dei conti pubblici, nonostante le profezie catastrofiche degli ultimi anni. Vero anche questo. L’opposizione osserva che il debito rimane gigantesco e che la pressione fiscale continua a essere elevata. Di nuovo: vero.

È il trionfo della verità ritagliata. Una politica ridotta a montaggio statistico: ciascuno prende il dato compatibile con il proprio elettorato, lo illumina, lo ripete, lo trasforma in identità.

Naturalmente, tutto questo non significa affatto sostenere che “sono tutti uguali”. È la scorciatoia preferita dell’antipolitica, e spesso anche dei fascisti, oltre che il rifugio mentale di chi non vuole distinguere più nulla. Le differenze tra governi esistono, eccome. Le idee contano. Le culture politiche pure. E perfino gli stili di leadership producono conseguenze concrete.



E infatti una differenza va riconosciuta: negli ultimi anni la destra italiana ha mostrato una certa capacità di intervento soprattutto sul terreno della sicurezza, dell’ordine pubblico e del controllo. Non è necessariamente un merito, né una colpa in sé (fermo però restando che “questa” destra, per i suoi natali ideologici, resta pericolosa). È però l’unico ambito nel quale si è vista una direzione politica relativamente coerente e una disponibilità concreta a esercitare il potere senza troppe esitazioni.

Direzione politica: il lettore prenda appunto. Al contrario, sulle grandi riforme economiche e liberali — concorrenza, privatizzazioni, semplificazione — il coraggio è rimasto assai più limitato, se non del tutto assente.

Ma proprio per questo occorre pretendere di più, tanto dalla destra quanto dalla sinistra E qui parliamo, pur sapendo che molti considereranno queste parole prediche inutili (questa l’abbiamo già sentita…) .





Un governo liberale serio — e in Italia la parola “liberale” viene spesso usata, da Buttafuoco a Landini, come furba decorazione retorica o peggio ancora come insulto — dovrebbe avere il coraggio della realtà prima ancora che della propaganda. Dovrebbe dire che l’occupazione cresce ma resta fragile; che i salari recuperano qualcosa dopo anni difficili ma rimangono bassi; che il debito pubblico continua a rappresentare un problema storico; che la produttività italiana ristagna da decenni; che uno Stato lento e corporativo soffoca energie economiche e civili.

E soprattutto dovrebbe comportarsi di conseguenza. Invece, da molti anni, destra e sinistra sembrano accomunate da una medesima prudenza conservatrice. 

La destra parla di mercato ma raramente affronta davvero rendite, corporazioni, burocrazie e monopoli sgraditi ai consumatori. Solo per fare esempi persino banali, ma assai significativi: la difesa quasi sacrale di tassisti e gestori degli stabilimenti balneari da parte di una coalizione che ama definirsi liberale è diventata comica, anzi tragicomica. Siamo molto lontani dall’immagine dell’imprenditore manchesteriano disposto a competere senza protezioni: qui, al contrario, si difendono spesso categorie economicamente garantite e scarsamente contendibili.



Per contro, la sinistra denuncia le disuguaglianze ma spesso difende apparati inefficienti soltanto perché pubblici o parapubblici. Si oppone ai privilegi, salvo poi considerare intoccabile qualunque struttura statale esistente, anche quando produce sprechi, immobilismo o servizi mediocri. Come se il semplice fatto di essere “pubblico” bastasse automaticamente a renderlo equo ed efficiente.

Così il dibattito resta inchiodato a una guerra di cifre, mentre le grandi riforme vengono continuamente rinviate.

 


L’Italia avrebbe bisogno, al contrario, di una stagione autenticamente liberale: liberalizzazioni nei servizi, concorrenza reale, semplificazione amministrativa, privatizzazioni intelligenti dove lo Stato gestisce male, tutela delle libertà economiche ma anche di quelle civili. Meno protezione delle rendite, più mobilità sociale. Meno paternalismo politico, più responsabilità individuale.

Certo, i tempi non sono favorevoli. In tutta Europa cresce la domanda di protezione, controllo, intervento statale: la paura produce consenso più facilmente della libertà. È comprensibile

 


Esiste poi, assai diffuso, il fenomeno dell’individualismo protetto. Cioè di una richiesta di libertà economica e sociale, accompagnata però dall’aspettativa costante che sia lo stato — o le corporazioni — a ridurre i rischi e assorbire i costi delle scelte individuali.

Insomma non è momento facile ma una classe politica dovrebbe servire anche a indicare una direzione, non soltanto a inseguire gli umori del momento.

Ecco, come dicevamo, serve una direzione politica capace di tenere insieme sicurezza e libertà, responsabilità e mobilità sociale. Non una politica costruita sulla ricerca permanente di un nemico o sulla distribuzione infinita di protezioni corporative, ma un’idea di società aperta, dinamica e adulta.

 


Prima o poi, da qualche parte, bisognerà pur ricominciare a dirlo: una società aperta non si costruisce selezionando statistiche favorevoli. Si costruisce accettando la complessità della realtà e assumendosene il costo politico.

Carlo Gambescia

mercoledì 13 maggio 2026

Il caso Kante: l’indignazione non basta

 


Le immagini vengono prima dei fatti. O detto altrimenti: nelle democrazie digitali, piaccia o meno, le immagini diventano i fatti.

Il caso di Diala Kante esplode così: un uomo di origine africana immobilizzato da più agenti davanti ai figli in lacrime. Non sappiamo ancora tutto. Non conosciamo ogni dettaglio della sequenza precedente. Ma sappiamo abbastanza per cogliere qualcosa di più profondo del singolo episodio: il mutamento del clima politico e morale del Paese.

Perché le istituzioni non agiscono mai nel vuoto. Agiscono dentro un’atmosfera culturale. E dopo quattro anni di governo della destra quell’atmosfera è cambiata.

Ecco il punto essenziale. Con l’arrivo a Palazzo Chigi di una destra che continua a mantenere con il proprio passato postfascista un rapporto ambiguo — talvolta rimosso, talvolta rivendicato simbolicamente — il linguaggio pubblico si è progressivamente irrigidito. Sicurezza, controllo, ordine, identità nazionale, difesa dei confini: tutto questo non è soltanto propaganda elettorale. Produce effetti concreti nella percezione collettiva del potere e nella legittimazione sociale della forza.



Il punto non è sostenere banalmente che “siamo tornati al fascismo”. Le analogie storiche meccaniche servono soprattutto a evitare di capire il presente. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che il fascismo appartenga a un museo morto e disinnescato. In Italia esiste ancora una continuità culturale profonda: diffidenza verso il pluralismo, culto dell’autorità, insofferenza verso il dissenso, bisogno di ordine, retorica identitaria, sospetto verso il diverso. Non servono manganelli e olio di ricino perché riaffiori una mentalità autoritaria. Basta un lento slittamento della sensibilità collettiva.

È qui che le immagini di Milano diventano politicamente rilevanti. Non perché dimostrino automaticamente una colpa penale degli agenti — quello spetta ai magistrati — ma perché mostrano una forza pubblica che appare sicura della propria legittimazione culturale. Ed è questo il punto decisivo: la forza non viene soltanto esercitata, viene esibita.

 


Che magnifico trofeo!  Tre  agenti sopra un uomo davanti ai figli terrorizzati. È impossibile non vedere in quella scena qualcosa che va oltre il semplice fermo. E infatti il dibattito è esploso immediatamente attorno al tema del razzismo, della stigmatizzazione sociale, dell’abuso di potere.

Massimo Wertmuller, intervenendo sui social, ha scritto una frase molto bella: “L’indignazione dovrebbe essere un tratto naturale dell’essere umano, soprattutto quando costui/ei è perbene, come un braccio o uno starnuto” (*).

Giustissimo. Al netto dell’ironia ruvida della formula, il punto è vero. Una società che non prova più indignazione davanti alla sproporzione della forza pubblica è una società che lentamente si abitua all’umiliazione come normalità.

Ma, ricordiamo a Wertmuller, che l’indignazione è soltanto l’inizio, non il punto d’arrivo. Da sola rischia persino di diventare una forma di consumo morale: ci si scandalizza, si condivide, si prende posizione, e tutto finisce lì. La politica liberal-democratica dovrebbe invece trasformare l’emozione in analisi, l’empatia in cultura delle garanzie, la reazione istintiva in controllo razionale del potere.

Perché il problema non è soltanto indignarsi davanti all’abuso. Il problema è non perdere quell’abitudine liberale a diffidare spontaneamente della forza quando supera il limite: la sola ricetta capace di impedire che l’abuso diventi normale. Solo in un contesto del genere può avere senso il bellissimo rilievo di Wertmuller.



Qui, allora, il problema non è solo la destra. Il problema è anche la reazione automatica della sinistra.

Una parte della sinistra contemporanea sembra incapace di fare altro che oscillare fra l’indignazione morale e la richiesta pubblica di scuse. Come se il compito principale fosse dimostrare continuamente la propria purezza etica.

Il lungo post di Marco Pacciotti, della Direzione nazionale del Pd, ripreso oggi da Wertmuller, è sincero, civile, perfino generoso. Contiene osservazioni corrette sul contributo economico e sociale degli immigrati in Italia (**). Ma rivela anche un riflesso tipico del progressismo contemporaneo: la necessità di trasformare immediatamente ogni vittima in simbolo pedagogico positivo.

Kante allora non è più semplicemente un cittadino che forse ha subito un abuso; deve diventare il “buon immigrato”, l’imprenditore virtuoso, l’artigiano integrato, quasi che la sua dignità dipendesse dal curriculum morale.



Ed è qui che qualcosa non funziona.

In uno stato liberale una persona non dovrebbe meritare rispetto perché produce ricchezza, crea gioielli interculturali o rappresenta un esempio riuscito d’integrazione. O comunque non solo. Dovrebbe meritarlo e basta. Anche se fosse disoccupato, antipatico, arrabbiato o politicamente scorretto. I diritti non si concedono per merito.

La sinistra moralistica finisce invece spesso per muoversi dentro una logica paternalistica: chiede scusa, si commuove, certifica virtù civili, trasforma la politica in terapia pubblica. Ma così facendo rischia di depoliticizzare il problema reale, che non è la bontà individuale di Kante bensì il rapporto sempre più squilibrato tra cittadino e autorità.



Ed è qui che il liberalismo dovrebbe tornare a fare il suo mestiere storico: diffidare del potere. Sempre. Soprattutto quando il potere si ammanta di sicurezza, emergenza e protezione identitaria.

Perché la differenza tra una democrazia liberale e una società che scivola lentamente verso forme illiberali non si misura dall’assenza della forza. Si misura dal limite che quella forza è costretta a riconoscere  in se stessa.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.facebook.com/massimowertmuller

(**) Il post di Marco Pacciotti, ripreso da Wertmuller, è qui: https://www.facebook.com/mpacciotti .