Ieri, vedendo su RaiPlay La macchinazione di David Grieco, con Massimo Ranieri nella parte di Pier Paolo Pasolini, ci è tornata in mente una curiosa costante della vita politica italiana: quando un personaggio diventa troppo importante per essere lasciato alla propria biografia, intorno alla sua morte comincia a svilupparsi un romanzo. E il romanzo, di regola criminale, spesso finisce per essere più importante dei fatti.
Una prova? A cinquantuno anni dalla morte dello scrittore, la Procura di Roma ha riaperto le indagini. Non è la prima volta che accade: precedenti iniziative non hanno prodotto risultati decisivi. Ma riaprire un’indagine non significa confermare un complotto. Significa, più semplicemente, verificare se esistano elementi nuovi.
Il film, originato da un libro, uscito nel 2016, per parlare difficile, è paradigmatico. Perché, suo malgrado, rappresenta il meglio (o il peggio) del romanzo complottista. Per capirsi: il film di Grieco (ma anche il libro) sta ai romanzi di Victor Hugo, paradigma del romanzo romantico ottocentesco, come un manuale del complottismo sta alla sua materia.
Grieco ricostruisce gli ultimi mesi di Pasolini e propone una trama che intreccia il furto del negativo di Salò, la criminalità romana e presunti interessi politico-finanziari. Non è una ricostruzione neutrale, naturalmente. Ma non è questo che interessa qui. Il film costituisce piuttosto un ottimo punto di partenza per riflettere su un fenomeno che va ben oltre il caso Pasolini: la mitopoiesi politica, ovvero la trasformazione di una vicenda storica in una narrazione destinata a soddisfare bisogni ideologici.
Pasolini fu assassinato nella notte tra il primo e il due novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Aveva cinquantatré anni. Per il delitto venne condannato Pino Pelosi, allora minorenne. La vicenda giudiziaria, tuttavia, non ha mai placato le controversie, e le successive ricostruzioni hanno continuato ad alimentare interrogativi.Inutile ricordare che a dubitare in principio fu il Verbo Fallaci Oriana, nonna nel freezer anti-islamista dei Belpietro, Feltri, Capezzone, Cerno, eccetera, che con un colpo di bacchetta magica trasformò le baracchette dell’Idroscalo di Ostia in lussuose garçonnière.
La prima cosa da fare, dunque, è separare i fatti dalle ipotesi. Non sappiamo con certezza se Pasolini sia stato vittima di una rapina degenerata, di un ricatto, di un’aggressione premeditata o di una dinamica criminale più complessa. Non sappiamo neppure se la sua morte sia stata il risultato di una macchinazione politica. Sappiamo però che frequentava ambienti marginali, nei quali prostituzione, violenza e criminalità potevano intrecciarsi. E sappiamo che la sua condizione omosessuale, in una società ancora retrograda e profondamente ostile all’omosessualità, poteva renderlo particolarmente vulnerabile.
È un punto che merita di essere considerato senza moralismi. Pasolini non se l’è cercata. La frequentazione di ragazzi di borgata non costituisce una giustificazione della violenza, né trasforma la vittima in responsabile del proprio assassinio. Se una persona viene ricattata, aggredita o rapinata perché costretta a vivere la propria sessualità in condizioni di clandestinità, o comunque di libertà socialmente condizionata, la responsabilità ricade sui criminali e sulla società che contribuisce a produrre quella clandestinità, o una specie di regime di semilibertà.
La storia offre diversi esempi di omosessuali celebri morti violentemente. Federico García Lorca fu fucilato dai franchisti nel 1936, in un contesto di repressione politica e culturale nel quale la sua omosessualità costituiva anche un elemento di stigmatizzazione. Harvey Milk, politico gay di San Francisco, venne assassinato nel 1978 da un ex collega. Matthew Shepard, giovane americano, fu torturato e ucciso nel 1998 in un delitto d’odio omofobico.
E poi c’è un precedente assai più lontano: Johann Joachim Winckelmann (nel ritratto), il grande storico dell’arte tedesco, assassinato a Trieste nel 1768 da Francesco Arcangeli, conosciuto durante il soggiorno in albergo. Anche la sua vita privata, e in particolare la sua omosessualità, ha alimentato successive ricostruzioni. Ma sarebbe sbagliato trasformarla automaticamente nel movente dell’assassinio: la spiegazione più accreditata rimane quella del furto.Pasolini appartiene a questa dolorosa storia, ma non necessariamente alla stessa tipologia criminale.
Occorre evitare, infatti, un automatismo: non ogni omosessuale assassinato è stato ucciso per la propria omosessualità. La storia non si lascia ridurre a un’unica spiegazione, nemmeno quando questa spiegazione appare moralmente rassicurante. Il compito della sociologia, e diciamolo, della ricerca metapolitica, consiste proprio nel distinguere le circostanze, le cause e le interpretazioni.
È qui che comincia il romanzo Pasolini.
La morte del poeta ha prodotto una quantità impressionante di ricostruzioni. La Banda della Magliana, i servizi segreti, il potere politico-finanziario, il furto delle bobine di Salò, i misteri di Petrolio: ogni elemento è stato inserito, prima o dopo, in una trama più vasta. Pasolini sarebbe stato eliminato perché sapeva troppo, perché denunciava il potere, perché stava per rivelare segreti inconfessabili. In alcune versioni, addirittura, avrebbe consapevolmente preparato la propria morte, trasformandola in un sacrificio destinato a garantirgli l’immortalità.
Un inciso: Pasolini, in Io so, articolo uscito sul “Corriere della Sera”, nel 1974, sosteneva di conoscere i nomi dei responsabili di alcuni dei più oscuri delitti politici italiani, precisando però di non avere prove. Si può uccidere uno scrittore che, non avendo le prove, non può fare male a nessuno? Scrittore per giunta famoso? E soprattutto: quanto può pesare una denuncia pubblica quando non è accompagnata da elementi verificabili? Il problema non è negare che Pasolini potesse sapere qualcosa. È evitare che il suo “io so” venga trasformato, dopo la morte, in una certificazione retroattiva di ogni ipotesi complottista.
Ripetiamo: il film di Grieco si colloca in questo universo interpretativo. Il regista, che aveva conosciuto Pasolini personalmente, propone una ricostruzione nella quale il delitto non appare come un episodio isolato, ma come l’esito di una complessa trama criminale e politica, che risalirebbe addirittura alla morte di Enrico Mattei, dipinto come una specie di Pisacane del petrolio italiano. Quello di «Era trecento, giovani e forti, eccetera…».È una tesi che può essere discussa, naturalmente. Il problema nasce quando l’ipotesi diventa certezza e quando la certezza viene utilizzata per costruire un’identità politica.
Perché il complottismo non è soltanto una spiegazione alternativa dei fatti. È anche una forma di compensazione psicologica e ideologica. La realtà, con le sue banalità, le sue casualità, le sue violenze e le sue contraddizioni, spesso non soddisfa il nostro bisogno di ordine. Un delitto può essere il risultato di una rapina, di un ricatto, di una lite o di una combinazione di circostanze. Ma una simile spiegazione appare troppo modesta quando la vittima è un intellettuale che abbiamo trasformato in profeta.
Il grande uomo non può morire per una ragione volgare. Deve essere eliminato dal potere. La sua morte deve avere un significato superiore. E se questo significato non emerge dai fatti, bisogna costruirlo.
Pasolini, del resto, era particolarmente adatto a diventare un santo laico. Comunista, omosessuale, poeta, regista, polemista, critico feroce della società borghese e della modernizzazione, era un personaggio che consentiva a molti di riconoscersi in una parte della sua biografia. La sinistra anticapitalista poteva rivendicare il suo odio per il consumismo. La sinistra movimentista poteva celebrarne la radicalità. Una certa destra antiborghese e anticapitalista poteva appropriarsi della sua critica alla modernità, alla società dei consumi e all’omologazione.
Pasolini diventava così un patrimonio comune di gruppi che, in vita, difficilmente avrebbero condiviso le sue posizioni nel loro complesso.
Ma il santo laico presenta un inconveniente: deve essere purificato. Le contraddizioni diventano dettagli, le ambiguità vengono attenuate, le posizioni scomode rimosse. L’uomo viene sostituito dal simbolo. Il poeta diventa un profeta, il profeta un martire, il martire una proprietà collettiva.
È una forma di appropriazione postuma. E, come spesso accade, l’appropriazione procede attraverso una selezione interessata della memoria.
Non è necessario essere pasoliniani per riconoscere il valore di Pasolini. Ogni volta che passiamo per via dei Monti Tiburtini, prima del Pertini, quell’ultimo pezzo di periferia sauvage, sotto l’azzurro speciale e misericordioso del cielo romano, non possiamo non pensare al Pasolini, già poeta e scrittore di talento, costretto a trasferirsi a Roma da Casarsa, dopo lo “scandalo di Ramuscello”, l’espulsione dal PCI e la perdita dell’insegnamento. L’omofobia provinciale e quella comunista contribuirono, paradossalmente, a fare la fortuna letteraria di Pasolini. Roma gli offrì ciò che il Friuli gli aveva negato: un ambiente nel quale trasformare la marginalità in materia artistica.
Anzi, forse proprio chi non ne condivide molte posizioni può restituirgli qualcosa della sua individualità. Pasolini non era un santino, non era un manifesto, non era un personaggio costruito per soddisfare le esigenze della sinistra radicale o della destra nostalgica. Era un intellettuale contraddittorio, capace di intuizioni straordinarie e di giudizi discutibili, di provocazioni illuminanti e di nostalgie problematiche. Quel che si dice un artista completo (e non sono mai stati molti), capace di trasmigrare dalla poesia al cinema, dal romanzo alla critica artistica e musicale.
Il problema del martire è che non può più essere contraddetto. La sua morte diventa una garanzia morale. Chi lo celebra si sente dalla parte della verità; chi ne mette in discussione il mito rischia di essere accusato di tradimento, insensibilità o complicità con il potere.
Ecco una regolarità metapolitica che meriterebbe di essere osservata con maggiore attenzione: la mitopoiesi del martire trasforma una vicenda individuale in uno strumento di legittimazione collettiva: una razionalizzazione ad usum delphini, nella quale il morto viene sottratto alla storia e restituito alla politica.
La morte non viene più ricordata per ciò che è stata, ma per ciò che deve significare. In questo processo, il complottismo svolge una funzione decisiva. Elimina la casualità, riduce l’incertezza, individua un nemico e assegna alla vittima un ruolo superiore. Il delitto diventa una rappresentazione morale nella quale il potere è sempre colpevole, il martire sempre innocente e i suoi celebratori sempre dalla parte giusta.
Pasolini merita di essere ricordato senza bisogno di trasformarlo in un santo. La sua morte fu tragica, la sua condizione omosessuale lo rese vulnerabile in una società ancora arcaica, che non sapeva accettarla, e il suo assassinio rimane circondato da interrogativi. Ma proprio per questo dovremmo restituirlo alla storia, anziché consegnarlo alla mitologia.
Perché il martire appartiene a chi lo celebra, mentre l’uomo appartiene a se stesso. E il rispetto per i morti comincia, qualche volta, dal rifiuto di inventare loro una seconda vita.
In fondo, anche Pasolini avrebbe probabilmente diffidato di una società capace di trasformare ogni contraddizione in una certezza ideologica. Ma forse è proprio questo il destino dei profeti: essere celebrati soprattutto da coloro che, se fossero ancora vivi, avrebbero continuato a insultare.
Carlo Gambescia









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