Il linguaggio politico è diventato sempre più feroce.
Per la destra esiste ormai un unico blocco da combattere: dai No Tav al sindaco di Bologna, fino alla sinistra istituzionale, ritenuta corresponsabile del declino del Paese e amica dei fondamentalisti islamici.
Per la sinistra, invece, siamo già sulla soglia di una deriva autoritaria: il fascismo starebbe tornando, magari con altri simboli e altri strumenti, ma con la stessa vocazione illiberale.
L’avversario è diventato il nemico. Non cambia soltanto il lessico. Cambia l’idea stessa della politica. Se l’altro non è più un interlocutore ma un pericolo pubblico, il compromesso diventa tradimento, il dialogo debolezza, la mediazione complicità.
Le prossime campagne elettorali rischiano di aggravare ulteriormente questa tendenza. Nel 2027 si voterà in Francia, Spagna e Polonia; successivamente toccherà alla Germania e alla Gran Bretagna. Tutto lascia prevedere un’ulteriore escalation di slogan, demonizzazioni reciproche e mobilitazioni emotive. Come se l’Europa intera fosse entrata in una campagna elettorale permanente.
È come assistere a due film diversi proiettati sullo stesso schermo.
Da una parte una società che sembra prepararsi allo scontro finale; dall’altra una popolazione che organizza le ferie, accompagna i figli al mare, discute del campionato e sceglie il ristorante per Ferragosto.
Questa apparente contraddizione ci ha fatto tornare alla mente una delle serie televisive sociologicamente più intelligenti mai realizzate: “I Soprano”.
Tony Soprano e i suoi uomini potevano decidere l’eliminazione di un rivale, organizzare un regolamento di conti, assistere a un omicidio e, poche ore dopo, rientrare a casa, sedersi a tavola con la famiglia, preoccuparsi del rendimento scolastico dei figli o della salute della madre.
Non era semplice ipocrisia. Era qualcosa di più profondo: la capacità
di separare rigidamente gli universi morali, di vivere
contemporaneamente dentro codici etici incompatibili senza avvertirne il
conflitto o la dissonanza.
Naturalmente non sto paragonando la politica italiana alla mafia. Sarebbe una caricatura.
Il paragone riguarda invece un meccanismo antropologico e sociologico, diciamo pure metapolitico: la dissociazione tra il linguaggio del conflitto e la normalità della vita quotidiana.
Oggi assistiamo a qualcosa di sorprendentemente simile.
Si può trascorrere l’intera giornata sui social o nei talk show accusando gli avversari di voler distruggere la democrazia, di essere traditori della patria, fascisti, comunisti, servi di potenze straniere o complici della criminalità. Poi la battaglia verbale finisce, si chiude il computer, si prenotano le vacanze, si esce a cena con gli amici e si torna alla vita di sempre.
Come se nulla fosse. È qui che la metapolitica può forse offrire una chiave interpretativa.
Erving Goffman ci ha insegnato che ogni individuo interpreta ruoli differenti a seconda del contesto. Norbert Elias ha mostrato come il processo di civilizzazione non elimini la violenza, ma la trasformi e la disciplini. Carl Schmitt, dal canto suo, sosteneva che la distinzione fra amico e nemico costituisce il criterio specifico del politico.
Oggi queste tre intuizioni sembrano intrecciarsi in modo inquietante.
La politica spettacolarizza il conflitto; i media lo amplificano; i social lo rendono permanente. E, nello stesso tempo, la vita quotidiana continua come se quella rappresentazione fosse soltanto una fiction.
Ma la storia suggerisce prudenza. Le parole non sono mai innocenti. Non perché provochino automaticamente la violenza, ma perché contribuiscono a definire ciò che una società considera pensabile, accettabile, perfino legittimo. Quando l’avversario viene sistematicamente descritto come un nemico assoluto, qualcuno finirà inevitabilmente per chiedersi se non sia il caso di trattarlo come tale.
Non accade sempre. Ma accade. Ed è proprio questa possibilità che dovrebbe preoccuparci.
Esiste una celebre battuta, tradizionalmente attribuita a Karl Kraus, secondo cui esistono situazioni “disperate, ma non serie”. Forse descrive perfettamente il nostro tempo.
Ci comportiamo come se fossimo alla vigilia di uno scontro epocale tra il Bene e il Male. Poi arriva agosto, si chiudono i computer, si preparano le valigie e ci si mette in coda verso il mare.
La guerra civile resta confinata nei post, nei talk show, nei titoli dei giornali.
Il problema è che la storia insegna anche un’altra cosa: finché il nemico resta confinato nel linguaggio, la democrazia liberale può ancora difendersi. Il problema comincia quando qualcuno decide che le parole non bastano più.
Carlo Gambescia




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