venerdì 6 marzo 2026

Trump, la guerra all' Iran e la Post-Verità

 


I primi giorni di guerra comprovano come la fuga dalla realtà sia diventata uno dei tratti più inquietanti della comunicazione politica contemporanea, soprattutto in Occidente.

Non si tratta solo della guerra, ma di come la guerra viene dipinta. Nelle ultime settimane l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha aperto una crisi regionale di enorme portata, con il rischio concreto di un conflitto più ampio, capace di andare oltre il Medio Oriente. Eppure, nel dibattito pubblico che accompagna questi eventi, soprattutto sui social ma ormai anche nei media tradizionali, circola una quantità impressionante di narrazioni assurde, spiegazioni infantili, teorie improvvisate.

È il segno di una regressione del discorso politico. Con l’irruzione di Donald Trump la politica internazionale ha conosciuto una trasformazione profonda: la legittimazione di una comunicazione che non sente più il bisogno di mantenere un rapporto serio con i fatti.



Il trumpismo ha mostrato che nell’universo social la politica può funzionare anche senza il vincolo della realtà. Non si tratta più di interpretare gli eventi, ma di costruire storie emotive e identitarie che prescindono da essi. Alcuni studiosi parlano di Post-Verità: una condizione in cui i fatti pesano meno delle emozioni e delle narrazioni che rafforzano identità e appartenenze.

Non si tratta semplicemente di menzogne, fenomeno antico quanto la politica, o di propaganda di guerra, nel senso del classico studio di Marc Bloch; riguarda piuttosto la progressiva marginalizzazione della verità come conoscenza basata su evidenze, relazioni causali e metodi scientifici, e della sua rilevanza nel dibattito pubblico. 

Siamo davanti a una regressione antropologica. La guerra diventa così una trama da racconto elementare: dietro ogni evento ci sarebbe una cabala nascosta, un complotto familiare, una spiegazione semplice che sostituisce la complessità metapolitica.



In questi giorni circola, per esempio, la teoria secondo cui la politica americana verso Israele e il MedioOriente si spiegherebbe attraverso relazioni familiari o religiose legate alla famiglia di Trump. 

È un modo arcaico e quasi infantile di leggere la politica internazionale. Le guerre tra stati non nascono più da genealogie o matrimoni, come nell’Europa dinastica dei Borboni e degli Asburgo o in alcune vicende del tardo Impero romano. Sono il prodotto di decisioni politiche, conflitti di potere, interessi nazionali, paure collettive e rappresentazioni ideologiche. Ridurre tutto a storie di famiglia significa semplicemente abbandonare la realtà. E credono a queste stupidaggini barba di professori.


In questo clima di regressione cognitiva anche il discorso politico europeo mostra segnali preoccupanti. Quando Giorgia Meloni afferma che “non siamo in guerra”, la frase può essere formalmente corretta sul piano giuridico: non c’è dichiarazione… Ma politicamente suona come una negazione dell’evidenza. Quando una potenza come gli Stati Uniti, senza alcuna dichiarazione ufficiale, aggredisce militarmente direttamente l’Iran e l’intero Medio Oriente – una “botta” dalla quale sarà difficile riprendersi – sostenere che non siamo in guerra significa parlare come se il pubblico fosse composto da bambini.




Non è necessario essere formalmente belligeranti per essere immersi in una crisi dalle dimensioni e conseguenze inquietanti. L’Europa è già dentro questa crisi, simbolicamente, economicamente, strategicamente e militarmente. Negarlo è una forma di auto-illusione politica.

Il problema però è più profondo dei singoli leader. Le democrazie liberali vivono dentro uno spazio informativo completamente aperto, dove qualsiasi narrazione può circolare e acquisire visibilità. Questo produce un paradosso: proprio la libertà dell’ambiente comunicativo permette la proliferazione di teorie deliranti, semplificazioni brutali e ricostruzioni fantasiose.

Nei sistemi autoritari come Russia o Cina questo problema non esiste, perché la comunicazione pubblica è rigidamente controllata fin dal livello dei social. Non è più vera, ma è coerente e disciplinata. Le democrazie liberali invece pagano il prezzo della libertà: un universo  informativo dove la realtà compete continuamente con la fantasia.

Il risultato è una progressiva infantilizzazione del discorso pubblico. Questioni estremamente complesse — guerre regionali, equilibrio nucleare, mercati energetici, competizione tra potenze — vengono raccontate attraverso categorie primitive: buoni e cattivi, complotti, tradimenti, narrazioni tribali. È una sorta di ritorno all’età della pietra della comunicazione politica: tecnologia sofisticatissima e linguaggio politico arcaico.



Il vero rischio non è rappresentato da un singolo leader o da una singola dichiarazione, ma dall’erosione della razionalità pubblica. La politica moderna funzionava perché esisteva almeno un presupposto implicito condiviso: i fatti esistono, e il conflitto politico riguarda la loro interpretazione. O “razionalizzazione”. Che è cosa bene diversa dall’ inventare di sana pianta. Per capirsi, una cosa è dire, il marinaio greco cercava di ingraziarsi Poseidone con i sacrifici (razionalizzazione di un fatto), un’ altra è dire che non è vero che il marinaio greco cercava di ingraziarsi Poseidone, eccetera (Post-Verità, come negazione di un fatto).

Oggi questa premessa vacilla. I fatti stessi diventano oggetto di disputa, oppure vengono sostituiti da retoriche rigide  ed  emotive che non hanno alcun rapporto con la realtà.

Quando questo accade, la democrazia liberale entra in una zona pericolosa. Senza una base minima di realtà condivisa il dibattito pubblico smette di essere uno spazio di deliberazione e diventa una giungla di leggende metropolitane concorrenti.



E nelle giungle, come è noto, non prevale chi ha ragione: prevale semplicemente chi urla più forte. Unitamente al possesso della clava più grossa.

Tra le molte storielle che circolano in questi giorni ce n’è una particolarmente rivelatrice: quella secondo cui Donald Trump porterebbe la libertà in Iran, come Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, grandi leader liberali, la riportarono giustamente in Europa. Impartendo ai fascisti una lezione storica.

Come può un fascista come Trump impartire lezioni ad altri fascisti? E soprattutto preoccuparsi della libertà del tribolato popolo iraniano?

Post-Verità, null’altro che Post-Verità. O se si preferisce, come dicevamo, una fantasia consolatoria, chiaro segno di infantilismo politico. E storico.

Carlo Gambescia

giovedì 5 marzo 2026

“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”. Iran, i fatti

 


Nonostante il polverone mediatico (la “guerra mondiale”), tipico dei conflitti, che possono alternare ai silenzi il rumore delle false notizie, vanno sottolineati alcuni fatti.

Il primo: l’Iran non ha alcuna probabilità di vincere la guerra. Se resterà in vita il regime teocratico sarà solo perché gli Stati Uniti, e neppure Israele, vorranno che sia così. Una teocrazia depotenziata, addomesticata, obbediente e riverente agli Stati Uniti. Delle libertà interne, a Donald Trump, da buon autocrate, non importa nulla. Se la vedano gli iraniani, se possono o vogliono. Problema interno.



Il secondo: l’inconsistenza europea, divisa su tutto, priva di coraggio e onore, incapace di qualsiasi scelta netta tra guerra o pace. Per Trump, l’Iran è anche un test: se l’Europa cede sull’Iran, cederà su tutto: Ucraina, Groenlandia, tariffe e quant’altro. Non è solo Medio Oriente: è anche un test di subordinazione politica. Test, diciamo pure, già superato. I nazionalismi, vedi posizione della Spagna, o il servilismo, vedi posizione dell’Italia, non portano da nessuna parte.

Il terzo: Russia e Cina, al di là delle dichiarazioni ufficiali, hanno abbandonato l’Iran al suo destino. Il metodo Trump piace alle dittature. Le democrazie liberali sono giudicate corrotte e deboli. Potremmo parlare, in senso ideale, di un nuovo patto - non scritto ovviamente - sul modello del Molotov–Ribbentrop, tra dittatori (o aspiranti tali), che vede Trump da una parte e Vladimir Putin e Xi Jinping dall’altra. Con l’Europa, divisa come detto, prossimo boccone del re che risiede a Mosca o Pechino.



Il quarto: questa guerra può perderla solo Trump. In qualche misura è un test per il presidente. Riuscirà a imporre la guerra ai suoi oppositori? Riteniamo che sia sua intenzione, magari per abbassare il termometro delle sfide interne, non allungare troppo i tempi del conflitto. Il che significa: o un uso più intenso della forza militare, o un accomodamento con l’autocrazia iraniana dopo averla messa con le spalle al muro. Chi si aspetta un mea culpa di Trump è completamente fuori strada.

Il quinto: il pacifismo ha perso un’altra volta, mostrando tutta la sua inadeguatezza. Quando il nemico ti indica come tale, si può anche essere San Francesco, ma al nemico non importa, perché ha buone ragioni (ovviamente dal suo punto di vista) per distruggerti. Anzi, la tua bontà, o volontà di pace, viene vista o come un segno di debolezza, o come un cattivo esempio per tutti gli altri. E quanto più parli di pace, tanto più sei odiato.



In sintesi, questa guerra può perderla solo Trump. Il destino militare dell’Iran è segnato.

Invitiamo i lettori a concentrarsi su questa dinamica, segnata da questi cinque fatti, e non sulle conseguenze a breve - droni, Borsa, petrolio, stretto di Hormuz, terrorismo, smorfiette politiche - che passano e spariscono dinanzi a una vittoria totale (o quasi) di Trump in Iran.



Quanto agli imbecilli mondiali, tra i quali purtroppo alcuni liberali, che tifano Trump, perché, direttamente o indirettamente, starebbe riportando la libertà in Iran, rispondiamo con Tacito: “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.

Carlo Gambescia

mercoledì 4 marzo 2026

Guerra e liberalismo

 


Guerra. Il liberalismo ha sempre ricevuto due accuse. I fascisti imputavano al liberalismo di non saper fare la guerra, perché i capitalisti - difesi dai liberali - non ne sarebbero stati capaci: sempre pronti a vendersi pur di evitare le tempeste d’acciaio. I marxisti, al contrario, accusavano di muovere guerra solo per difendere gli sporchi interessi dei capitalisti e per impadronirsi di nuove colonie, schiavizzando popoli che invece aspiravano al socialismo.

E i liberali che cosa dicevano di se stessi? Che la guerra porta solo rovine e che è sempre meglio farne a meno. Quanto alle accuse di imperialismo, come provano i dibattiti parlamentari di fine Ottocento, molti liberali avrebbero fatto volentieri a meno di conquiste militari all’estero. Più che di colonie messe a ferro e fuoco, si ragionava in termini di protettorati, o - se si preferisce - di egemonia economica. Valgano per  tutti, come prova,  gli scritti di Pareto e di altri liberali europei.



Sono posizioni, soprattutto quelle critiche, ancora vive oggi, quando si parla di guerre per il petrolio (a sinistra) o di guerre troppo blande e condotte di malavoglia (a destra). Quanto ai liberali, sono praticamente allo sbando, come mostra la posizione europea, dove ancora si scorgono tracce di liberalismo, prima di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, ora a quella statunitense-israeliana all’Iran.

Si chiama anche passività politica. Non c’entra il laissez-faire, che è una dottrina dell’azione limitata; qui siamo davanti a qualcosa di diverso: l’inerzia travestita da prudenza. Da una parte l’Europa liberale vorrebbe tirarsi fuori, restare a guardare; dall’altra vorrebbe intervenire, ma senza pagare il prezzo delle decisioni, senza perdite e senza rischi. Nell’attesa di decidere - e per di più in ordine sparso - pratica ciò che sa fare meglio: rinviare. Confida che Donald Trump e Benjamin Netanyahu mettano fine al più presto alla guerra. E che le cose, insomma, si sistemino da sole.



Si dirà: meglio così, l’Europa ha altro di cui occuparsi: pensioni, sanità, transizioni ecologiche… tutti problemi fondamentali… Diciamo allora la verità: il liberalismo, se si esclude la fase ottocentesca delle rivoluzioni nazional-liberali (i vari Risorgimenti), non ha mai mostrato una particolare propensione per la guerra. Le due guerre mondiali furono, la prima, un tragico deragliamento dell’equilibrio europeo; la seconda, una scelta obbligata di sopravvivenza.

Il liberalismo ama i commerci, la scienza, il buon vivere, la cultura, i viaggi. Tutte cose che, per durare, vanno però difese. E difese prima che qualcuno si proponga di farne man bassa.



Ciò non significa che la guerra all’Iran sia una guerra giusta o giustificata. Significa piuttosto che solo un’Europa armata fino ai denti avrebbe potuto incidere davvero sugli eventi, se non impedirli. Un’Europa unita e militarmente temuta avrebbe avuto maggior voce in capitolo nelle trattative, nei processi di secolarizzazione sociale e politica, lungo vie diplomatiche che richiedono bastone e carota, evitando - se non necessarie - soluzioni radicali. Ma così non è stato.

Da questo punto di vista, i giretti di cortile di Giorgia Meloni sono un esempio lampante della passività europea. Non essere né pro né contro Trump e Netanyahu significa, in concreto, lasciare loro la strada libera.



Quanto alla postura della Meloni, non è liberale. È attendista in senso classico: aspettare che il vincitore si chiarisca per schierarsi al momento opportuno. Una logica che in Italia conosciamo bene e che evoca, più che il liberalismo, il realismo muscolare di Benito Mussolini quando fiutava l’aria prima di decidere. Non un’aquila, dunque: piuttosto un calcolo da retrobottega geopolitico.

Chiamala, se vuoi, avvoltoio.

Carlo Gambescia

martedì 3 marzo 2026

Iran. Trump e l’ onda fascista

 


Titolo forte? Come disse una volta Vittorio Feltri di Hitler: titolo, severo ma giusto.

Ora però argomentiamo.

Intanto, ecco cosa accade quando il nazionalismo antiliberale conquista il potere. Non un generico patriottismo, ma un nazionalismo parafascista: fascista come mentalità, nel senso di esprimere una volontà di potenza che non riconosce limiti esterni, né giuridici né politici.

L’imperialismo, in questa prospettiva, non è altro che la prosecuzione del nazionalismo con mezzi più radicali: quando la potenza non si accontenta più di affermarsi simbolicamente o per via indiretta, ma pretende di tradursi in dominio diretto.

Se Donald Trump si dice pronto a inviare truppe in Iran, non c’è da stupirsi. Altro che “cortile di casa”… Altro che “dottrina” Monroe… Si tratta di altro: a Trump di chi comandi in Iran non importa nulla. Ciò che conta è la docilità verso Washington. Tutto qui, altro che Trump difensore della libertà…

È logica interna del nazionalismo di potenza. Come lo scorpione della favola, Trump non può non pungere: non perché sia irrazionale, ma perché quella è la sua natura politica.

Affogherà? È possibile. Ma quando? Difficile dire.  Il nazionalismo di potenza è storicamente autodistruttivo: tende ad allargare il conflitto oltre le proprie capacità di controllo. Perciò  il punto, per ora, è la traiettoria. Sulla quale al momento  non si scorgono  grossi ostacoli.



Scrivere che è come se fosse andato per la seconda volta Adolf Hitler al potere, ma negli Stati Uniti, non significa equiparare contesti storici incomparabili. Significa individuare una struttura politica comune: l’idea che la legittimità derivi dalla forza, che il diritto internazionale sia un intralcio, che la guerra preventiva sia uno strumento normale di politica estera. È questo il tratto fascista come mentalità.

Una democrazia liberale classica non si muove così. Può reagire con forza quando è aggredita — come avvenne contro la Germania nazista — ma non assume la guerra come dimostrazione permanente di superiorità.

Per comprendere l’attuale fase bisogna tornare alla crisi finanziaria del 2007–2008. La recessione globale non produsse soltanto effetti economici: delegittimò l’idea stessa di globalizzazione come processo pacifico di integrazione. Da allora si è formata un’ondata nazionalista crescente, che ha rimesso in circolazione parole d’ordine tipiche degli anni Venti e Trenta del Novecento.

In meno di un ventennio, una destra che non aveva mai interiorizzato la lezione del 1945 è tornata centrale. Una destra ostile al liberalismo, incline al rapporto pragmatico con i regimi autoritari ( si veda la sfortunata sorte dell’Ucraina), e convinta che il prestigio internazionale si misuri sulla capacità di intimidire. Di imporre il rispetto.



In questo quadro, l’Iran non è un semplice “caso”, ma il banco di prova di una strategia dimostrativa, lontana da qualsiasi logica liberale. Non si tratta principalmente di petrolio — gli Stati Uniti, secondo la percezione nazionalista di Trump, si ritengono quasi autosufficienti — né di mera convenienza economica. È questione di rispetto.

Inoltre sulla sua strada Trump ha trovato in Netanyahu un alleato efficace, anch’egli guidato da un marcato nazionalismo. Dio li fa… e poi li accoppia. E si noti: come per Trump con la storia americana, anche per Netanyahu non c’è un legame profondo con l’Israele storicamente liberale, riformista, laico e democratico, che, al punto in cui siamo, resta più un ideale di riferimento che una realtà politica dominante.

Il nazionalismo di potenza concepisce l’ordine internazionale come gerarchia. La guerra preventiva diventa allora uno strumento pedagogico: serve a ricordare chi comanda. L’economia conta, certo, ma subordinata alla supremazia politica.

Il problema è che questo tipo di politica tende a moltiplicare i fronti. Quando la legittimità si fonda sulla forza, la forza deve essere periodicamente ribadita. E così l’onda cresce.

Siamo nel punto più alto di questa onda nazionalista, anzi fascista, quantomeno come mentalità. Non perché il mondo liberale sia moralmente debole, ma perché fatica a tradurre il proprio universalismo in decisione politica coesa. Fuori dai commerci e dal dialogo si muove male. E di questo approfittano i suoi nemici. Si confida sui mercati.  Ma Mussolini e Hitler furono piegati dalle bombe azionarie o dalle  bombe vere? 



Un nazionalismo di potenza e di rispetto può essere contenuto solo da una leadership capace di coniugare forza e legalità, interesse nazionale e ordine internazionale. Oggi nel mondo liberal-democratico questa figura non si vede.

La guerra in Iran si fermerà quando la logica della dimostrazione avrà raggiunto il suo scopo, e probabilmente neppure se i costi dovessero farsi superiori ai benefici percepiti. La dinamica nazionalista è cieca, se non viene interrotta, è destinata a portare a termine il lavoro a ogni costo, o comunque sia, come per forza di gravità politica riaffiorerà altrove.



Insomma, l’Iran subirà l’aggressione finché Trump lo riterrà necessario. In questa scala della potenza, la Russia è un gradino sotto gli Stati Uniti. Tuttavia anche l’Ucraina sarà coinvolta fino a quando il Cremlino stabilirà che è sufficiente. Funziona così.

Si chiama nazionalismo di potenza e di rispetto. Promette grandezza, produce instabilità. Invoca sicurezza, moltiplica i fronti.

E quando si consolida come metodo di governo, il conflitto non è più un’eccezione: diventa la normalità.

Il che spiega l’apparente caos in cui viviamo. Che, attenzione. è tale solo per chi non abbia capito la logica nazionalista che muove Trump e altri leader come lui.

Carlo Gambescia

lunedì 2 marzo 2026

Quando la mafia spiega e quando serve solo per fare propaganda

 


Si potrebbe personalizzare la prima pagina de “Il Tempo” di oggi come un duello a distanza con il suo direttore. Ma sarebbe un errore.

Il problema non è chi colpisce chi. È come si colpisce, e soprattutto che cosa si smette di capire quando si colpisce in un certo modo.

Il termine “mafioso”, applicato alla politica, può essere una cosa seria. Oppure una scorciatoia pigra. Dipende dall’uso che se ne fa.

Chiamare “mafioso” un leader politico può avere senso se serve a descrivere una forma del potere: comando personale, fedeltà al capo, disprezzo delle regole, decisione senza responsabilità. In questo caso la metafora non assolve e non demonizza: spiega. Dice come si governa quando la politica smette di essere istituzione – si pensi allo stato di diritto – e torna puro rapporto di forza. È l’uso che abbiamo cercato di farne nel nostro articolo di ieri (*).



Un passo indietro. Per metodo liberale, in questo senso, non si intende una postura morale o un’etichetta identitaria, ma un insieme di dispositivi: limiti al potere, separazione delle funzioni, responsabilità delle decisioni, controllo pubblico degli effetti. Il liberalismo, insomma, non dice chi deve comandare, ma come e fino a dove può farlo.

Diverso è il caso in cui “mafioso” diventa una specie di avviso: come il teschio che campeggia ancora sugli sportelli delle centraline elettriche, simbolo di pericolo, paura e minaccia. O peggio ancora, anatema o rito apotropaico. Il leader nemico è il boss, punto. Il lettore è rassicurato: i cattivi stanno da una parte, i buoni dall’altra. Non c’è più nulla da capire, solo da applaudire o da indignarsi. Che c’è di liberale in questo rifiuto del ragionare? Nulla.



La politica viene così trattata come cronaca nera, come “romanzo criminale”: titoli a effetto, facce in prima pagina, linguaggio penale applicato al conflitto politico. Il risultato non è l’analisi del potere, ma la distribuzione di colpe come volantini.

In questo senso “Il Tempo” è interessante non per ciò che denuncia, ma per il modo in cui costruisce il conflitto politico: come imputazione permanente.

Le figure che lo animano – a partire dal suo direttore, Daniele Capezzone – contano meno per ciò che sono che per la funzione che svolgono. La funzione di tradurre la politica in accusa, il dissenso in colpa, la complessità in verdetto. Non è una questione personale: è una grammatica pubblica. Ed è singolare che questa grammatica venga praticata proprio da chi condanna, a giorni alterni, la politicizzazione della magistratura.

C’è però un distinguo interessante. Questa retorica che sembra aggressiva è in realtà tranquillizzante, perché solleva il lettore dalla fatica di capire come il potere funziona davvero. Qui emergono i limiti di un certo liberalismo che applaude Trump, che è tutto, tranne che liberale. Il paradosso è evidente.



Chi urla al “capomafia” crede di delegittimare il potere. In realtà lo protegge. Perché lo trasforma in mostro, quando invece è molto più pericoloso come modello normale, replicabile, esportabile.

Il potere davvero inquietante non è quello che appare criminale. È quello che funziona benissimo senza più regole, presentandosi come decisionismo, efficienza, forza. Un potere che proprio così produce risultati criminali. È qui che la metafora mafiosa diventa utile: non per insultare, ma per mostrare che cosa resta della politica quando spariscono limiti, mediazioni e responsabilità. Cioè quando sparisce l’approccio liberale.



Usare la mafia come randello serve a poco. Usarla come strumento analitico è scomodo. Perché costringe a riconoscere che quel modo di comandare non è un’eccezione, ma una tentazione permanente. Che cos’è, in fondo, il metodo liberale, se non il ragionare su come limitare il potere?

La domanda, allora, è semplice e brutale:

vogliamo capire come funziona il potere, o limitarci a dargli un nome che ci faccia sentire dalla parte giusta? Chi sceglie la seconda strada fa titoli. Chi sceglie la prima lavora sui problemi.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/lattacco-alliran-di-lucky-lucianotrump.html .

domenica 1 marzo 2026

L’attacco all’Iran di Lucky Luciano–Trump: anatomia di un potere senza freni

 




Si dirà, ma come Carlo Gambescia che si picca di essere uno studioso obiettivo di metapolitica usa una terminologia da foglietto politico di quart’ordine, prendendo le mosse dall’attacco all’Iran e dal modo in cui esso è stato condotto?

La risposta è semplice: non ogni analisi del potere deve assumere la forma dell’equilibrio notarile. Quando il potere si degrada, anche il linguaggio che lo descrive deve rinunciare all’eufemismo.

Purtroppo più passa il tempo e più ci convinciamo che Trump si muova come un boss mafioso. O, per limitarsi alla storia moderna, con la spietatezza di Hitler: nessuna remora, solo una volontà di potenza assoluta.



Il paragone non è storico né morale, ma tipologico: riguarda le forme elementari del comando, non l’identità dei regimi o l’esito dei processi storici.

Trump è un vero criminale. Nel senso politico del termine: chi riduce il potere a pura relazione di forza, svuotando procedure, limiti e responsabilità. Detto altrimenti sventolare la Carta della Nazioni Unite davanti agli occhi di Trump non serve a nulla. Che cos’è il Board per la Palestina che si è inventato? Se non una specie di cartello di Las Vegas tra le varie famiglie mafiose, da lui controllato?

Come si possa definirlo un liberale, come capita qui in Italia, è cosa francamente incomprensibile: il solo pensare che possa esserlo rappresenta una minaccia per la civiltà occidentale così come finora concepita. Del resto, quando mai Trump si è definito liberale? Né nel senso americano – non sia mai, i liberal sono i suoi peggiori nemici – né in quello dei liberali europei.



Il modo di procedere con l’Iran, coadiuvato da un personaggio inquietante come Netanyahu, che sembra dare il peggio di sé contribuendo a riattivare nel mondo un antisemitismo mai del tutto spento, ricorda quello di un potente boss mafioso che in un attimo passa dalle minacce ai fatti, incurante di tutto il resto. Immortalato al cinema da Joe Pesci.

Non si tratta di un giudizio morale sugli Stati Uniti, ma della descrizione di un metodo: minaccia personalizzata, azione improvvisa, disprezzo per le mediazioni.

Dopo Maduro, Khamenei è il secondo dittatore a cadere. Minimo spreco di vite americane sul territorio, massimo risultato sul piano politico, perché è stato eliminato fisicamente un nemico.

“Cadere” va inteso in senso politico-strategico, non come valutazione giuridica o come accertamento storico definitivo.

 


Non c’è di che alzare le braccia. Trump ha trovato la quadratura del cerchio: né chiacchiere né distintivo, solo la potenza geometrica della forza armata degli Stati Uniti, che la mafia, fortunatamente, non ha mai avuto a disposizione.

Il metodo Lucky Luciano–Trump sembra funzionare. Si noti anche lo sprezzante appello al popolo iraniano: “Ora liberatevi da soli”. Ogni “Famiglia”, questa è la truce filosofia del boss mafioso, deve fare da sola pulizia in casa propria.

Il che non significa che non ci saranno conseguenze disastrose, soprattutto sul piano economico, per quello che due volte imbecilli geopolitici di destra (una perché geopolitici, due perché di destra) chiamano un ordine multipolare.


 


Un ordine  che in realtà esiste solo nelle esercitazioni in classe, perché a comandare sono sempre gli stessi: Russia, Cina e Stati Uniti, questi ultimi con alcune lunghezze di vantaggio. 

Di tripolarismo si parlava già sessant’anni fa: nessuna novità.  Ma quale mondo multipolare...

Sulla carta si possono individuare anche cento tipi di civiltà, ma poi a comandare e a contare davvero sono in pochi. La metapolitica spiega molto bene perché.

Si noti, a tale proposito, il silenzio dell’Europa, disposta a pagare il pizzo – protezionismo subito e consegna di Zelensky “a quelli di Broccolino”, cioè ai russi – pur di tirare avanti.

Il riferimento al “pizzo” è metaforico, ma la dinamica è reale: asimmetria di potere e accettazione forzata delle condizioni imposte.
 

Per non parlare di Giorgia Meloni, costretta ai sorrisetti di circostanza, come i parenti poveri alle feste dei parenti ricchi, quando – ovviamente – vengono invitati. Lei che mette al primo posto la Nazione (con tanto di maiuscola)…

Lucky Luciano–Trump vince. Inutile negarlo. E lo diciamo pubblicamente: la prossima tappa sarà la Groenlandia. La previsione non è profezia, ma deduzione strategica: quando la forza non incontra deterrenza, tende naturalmente ad avanzare.

 


Sarà inutile protestare, perché l’Europa, e a maggior ragione gli Stati europei, non dispongono di una forza militare – missili puntati sulle città americane, per capirci – in grado di preoccupare Trump. Per il quale, come per ogni criminale, da Hitler a Lucky Luciano, solo la forza conta.

La cosa che più dispiace è vedere calpestate le libertà americane e la Costituzione scritta più antica del mondo. Gli Stati Uniti hanno una storia e una tradizione di libertà che Trump, unico presidente nella storia repubblicana, sta insozzando.

La critica nasce proprio dalla consapevolezza storica di quella tradizione, non da un atteggiamento ostile verso gli Stati Uniti in quanto tali.

Esistevano forze oscure, ben interpretate da Richard Hofstadter – razzismo, complottismo, populismo, fondamentalismo religioso – che Trump riesce a tenere insieme quasi in modo magico.

“Magico” non in senso irrazionale, ma sociologico: come capacità di mobilitare paure diffuse in forma coerente.

 


L’uomo Trump, proprio come Hitler, ha carisma. Con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Non solo Hitler, però. Si tratta di un carisma particolare. Dicevamo di Lucky Luciano, boss astuto e dotato di un ascendente superiore, sotto questo profilo, persino a quello di Al Capone. Il carisma appartiene anche ai capi mafiosi, che governano con la paura e con un ascendente che affonda nella psiche degli uomini, in quell’istinto delle combinazioni, anche psichiche, che porta sempre a credere che ci sia qualcuno al quale piegarsi.

La mafia parla di “rispetto”. E Trump è uomo di rispetto. Il rispetto qui non è virtù morale, ma riconoscimento forzato di una superiorità di potere. Qui il carisma spurio di Trump. Uno che minaccia di deportare qualsiasi oppositore, da De Niro all’uomo delle pulizie messicano, impone rispetto.

La mafia italo-americana, pur non essendo mai sparita, nel tempo ha ricevuto duri colpi da giudici e federali. Contro Trump, i federali sono stati addomesticati e i giudici sembrano avviati sulla stessa strada.

Sarà difficile liberarsi di lui, anche perché dietro di lui c’è la famiglia: cioè gente che la pensa come lui, altrettanto ambiziosa e spietata.

 


Si dovrebbe mettere insieme una squadra di “intoccabili”: poliziotti che non hanno paura e non si vendono. Ma negli Stati Uniti l’opposizione democratica è divisa. L’Europa ama la libertà ma militarmente non esiste. Russia e Cina sono armate, ma nemiche della libertà.

È una corsa al più cattivo. E Lucky Luciano–Trump, oggi, è il più cattivo di tutti.

Carlo Gambescia

sabato 28 febbraio 2026

Da Piombino a Trump: quando l’avversario viene liquidato come un criminale

 


Tutto parte da un episodio che, preso da solo, potrebbe sembrare una boutade, a Piombino, città Medaglia d’oro della Resistenza e piccola-grande patria del mio amico editore Gordiano Lupi, un consigliere comunale di Fratelli d’Italia, sui Social, commentando i fatti di Torino, ha definito l’antifascismo una “mafia”. Parola pesante, non scelta a caso. Non un insulto generico, ma un’accusa precisa: l’antifascismo come potere occulto, intimidatorio, illegittimo e violento.

Non è un incidente isolato. Lo stesso schema discorsivo circola da tempo in gruppi come il Blocco Studentesco, dove l’antifascismo viene descritto come una sorta di apparato repressivo che controlla scuole, università, cultura. La sostanza è sempre la stessa: non più una tradizione politica pluralista e costituzionale, ma una devianza criminale.



Qui il punto non è difendere ogni pratica o ogni soggetto che si richiami all’antifascismo. Il punto è un altro, più profondo e più inquietante: lo slittamento dalla critica politica alla criminalizzazione identitaria.

In sintesi: “Non condivido le tue idee, perché tu sei un mafioso”. “Non ti rispondo, perché tu non sei un legittimo interlocutore”. Discorso chiuso.

Lo stesso meccanismo lo vediamo all’opera sul fronte delle migrazioni. Il migrante non può delinquere: è il delinquente. Spaccia, ruba, violenta, sempre, comunque, per definizione. Così come l’antifascista non è un cittadino impegnato ma un mafioso, il migrante non è una persona ma un problema penale ambulante.

Questo doppio registro produce un effetto micidiale: espelle simbolicamente intere categorie da una cittadinanza morale reinventata. Non sono più “bravi cittadini italiani”. Anzi, sono qualcosa che disturba, che contamina. E qui affiora, neppure troppo sotto traccia, un lessico che pensavamo sepolto: sangue, purezza, “inquinamento” razziale.



Non è un caso se queste ossessioni riemergono anche nella cultura popolare, non solo italiana. Il cinema americano, soprattutto quando è impegnato, ha antenne sensibili. Il film “Una battaglia dopo l’altra”, tratto da un romanzo di Thomas Pynchon, scrittore visionario (ma talvolta a pensar male…), con Leonardo DiCaprio e Sean Penn, racconta un’America in cui certa élite WASP — soprattutto quando occupa posizioni di potere — percepisce il migrante e il militante antifascista come “avvelenatori del sangue americano”. Non avversari, non nemici politici, ma corpi estranei.

Ed è qui che Piombino smette di essere una periferia politica italiana e diventa una tappa di un percorso più ampio. Perché lo stesso schema retorico domina oggi la scena politica statunitense, incarnato in modo brutale da Donald Trump.

Nel suo linguaggio pubblico l’oppositore non sbaglia mai: è criminale, è pazzo, è degenerato. Il dissenso non è un diritto, è una patologia. Non sorprende, allora, che persino un attore come De Niro venga simbolicamente “deportato” a parole (per ora), insultato per il suo presunto basso QI, ridotto a caricatura. Non è una misura di governo, certo. Ma è un segnale culturale potentissimo: chi dissente va umiliato.



Ma ci sono anche le misure di governo. La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti attacca Donald Trump — notizia di oggi — perché la sua offensiva contro lo jus soli puzza di selezione etnica, non di sicurezza. Dietro il linguaggio “legale” sull’immigrazione riemerge la difesa WASP della purezza del sangue, travestita da ordine pubblico. Non è solo uno scontro politico, ma uno strappo simbolico: chi nasce negli Stati Uniti non è più automaticamente “americano” se il sangue non è quello giusto.

C’è però un’osservazione ulteriore da fare: il nuovo autoritarismo non nasce con i carri armati, ma con il vocabolario. Prima si ridefiniscono le parole, poi le persone. Prima si trasforma l’avversario in criminale, poi diventa naturale escluderlo, punirlo, zittirlo.

Si pensi al concetto di antifascismo. Il trucco retorico è semplice (e un po’ vecchiotto): 1)si prende un concetto storico e costituzionale; 2) lo si svuota del contesto; 3) lo si trasforma in un attore occulto che censura, esclude, punisce.

Risultato: non si discute più del fascismo, ma dell’antifascismo come problema. È uno slittamento semantico deliberato.



L’antifascismo può essere pluralista, conflittuale, in alcuni gruppi anche violento — come ogni cultura politica viva — ma chiamarlo “mafia” è un abuso concettuale. La mafia è un’organizzazione criminale segreta; l’antifascismo è una tradizione pubblica, inscritta nella nascita della Repubblica e nella Costituzione. E non nasce nel 1943, come suggerisce certa retorica neofascista, che punta, abusandone, sul mantra complottista dei mafiosi italo-americani sbarcati in Sicilia con gli Alleati, ma già nel 1919, in parallelo con l’ascesa del fascismo, segnata fin dall’inizio da violenze e distruzioni, che spinsero all’esilio non pochi italiani, di estrazione operaia e borghese. Altri invece finirono negli artigli del Tribunale Speciale fascista, altri ancora assassinati. Confondere mafia e antifascismo non chiarisce un bel nulla : serve solo a delegittimare.

I nuovi fascismi — in Europa come negli Stati Uniti — riattivano un copione già visto. Parlano di popolo sano, di nemico interno, di purezza da difendere, di repressione come igiene sociale. La differenza è che oggi tutto questo passa attraverso talk show, social network, consigli comunali. È normalizzato.



Non aiuta una cornice politica che tende a legittimare un discorso pubblico polarizzato, conflittuale e moralizzante, nel quale frasi come “antifascismo = mafia” trovano terreno fertile. Un terreno sul quale Giorgia Meloni, ad esempio, si muove con grande abilità.

Ecco perché l’uscita di Piombino non è folklore locale. È un sintomo grave. È il punto in cui il discorso politico smette di confrontarsi con le idee e comincia a schedare moralmente le persone: antifascista uguale mafioso, migrante uguale criminale, oppositore uguale pazzo.

Quando una democrazia accetta questo slittamento, ha già fatto un passo decisivo verso qualcosa di diverso da sé. Non serve evocare il ritorno del Ventennio. Basta osservare come si ridefinisce il confine tra “noi” e “loro” — e prendere atto, senza illusioni, che certi fantasmi non tornano mai in uniforme. Tornano parlando a nome del popolo, e pretendendo che chi non fa parte del coro venga liquidato come un criminale.



Partire da Piombino, oggi, significa capire molto più dell’Italia. Significa capire dove sta andando l’Occidente. E non è una direzione rassicurante.

Carlo Gambescia