Nel giorno della nascita di Oriana Fallaci, Giorgia Meloni ha voluto ricordare la grande giornalista fiorentina con un post dedicato al “destino dell’Occidente”. Un omaggio legittimo, naturalmente. Ma anche un testo che lascia perplessi e merita qualche riflessione.
L’Occidente evocato dalla premier è una “civiltà” fondata su valori comuni, su un’eredità condivisa, su un sentimento di appartenenza che dovrebbe precedere ogni altra differenza. È un Occidente identitario, quasi una comunità spirituale e, per alcuni critici, persino etnoculturale, se si guardano le sue politiche migratorie, da custodire e difendere.
Ma è davvero questa la sua essenza? Dipende da cosa intendiamo per Occidente.
Se per Occidente si intende una categoria geografica o una lunga vicenda storica, allora esso è stato tutto e il contrario di tutto: Atene e l’Inquisizione, la Magna Charta e il colonialismo, la Dichiarazione dei diritti e il fascismo. Vi si trovano libertà e dispotismo, tolleranza e persecuzione, universalismo e nazionalismo.
Se invece, come crediamo, per Occidente si intende la sua stagione più alta e creativa, quella inaugurata dalla modernità, allora il discorso cambia. L’Occidente è l’invenzione politica dell’Illuminismo e del liberalismo. È il momento in cui alcuni valori antichi – la dignità della persona, il valore della ragione, la limitazione della violenza – vengono trasformati in istituzioni: diritti individuali, separazione dei poteri, libertà di coscienza, pluralismo, governo limitato. Il pensiero si fa diritto. Anzi, Stato di diritto.
Non si dimentichi mai: l’Occidente moderno non è una tribù. È un metodo di convivenza.
La sua grandezza non consiste nell’aver prodotto un’identità compatta, ma nell’aver reso possibile il dissenso. Non nell’aver creato un popolo omogeneo, ma nell’aver istituzionalizzato il conflitto. Non nell’aver chiesto agli uomini a quale civiltà appartenessero, ma quali libertà dovessero essere garantite a ciascuno di essi.
Alla “più grande esperienza di libertà della storia”, come osserva Giorgia Meloni, si deve però dare un nome e un cognome: l’Illuminismo liberale.
Pertanto, per un liberale, l’Occidente o sarà questo oppure non sarà.
Da qui nasce una certa perplessità di fronte al richiamo meloniano alla “consapevolezza di appartenere a una stessa civiltà”. L’appartenenza, in sé, non è un valore liberale. Lo diventa soltanto quando non soffoca la libertà individuale, il pluralismo delle idee, il diritto al dissenso.
In fondo, il liberalismo diffida sempre delle identità troppo compatte. Sa che le comunità possono diventare oppressive, che le tradizioni possono trasformarsi in dogmi, che la ricerca dell’unità può facilmente degenerare in conformismo. L’organicismo, soprattutto se politico, è sempre in agguato.
E qui emerge anche un altro punto.
La tradizione politica dalla quale proviene Giorgia Meloni ha avuto storicamente un rapporto a dir poco difficile con l’Illuminismo e con il liberalismo. Ha guardato con sospetto l’individualismo, l’universalismo dei diritti, il cosmopolitismo, preferendo categorie come comunità, nazione, identità e radici.
Secondo alcuni osservatori sarebbe giunto il momento di prendere atto della “conversione” liberal-democratica della destra italiana, quantomeno sul piano istituzionale.
In realtà, resta aperta una domanda culturale: si tratta di una piena adesione alla filosofia liberale o, piuttosto, di un adattamento alle regole del gioco imposte dalla modernità occidentale? Questo è il vero punto.
La destra meloniana sembra aver imparato a parlare la lingua della democrazia liberale; resta da capire se la consideri la propria madrelingua o una necessaria lingua franca.
Quanto a Oriana Fallaci, forse anche lei meriterebbe un po’ più di prudenza nelle appropriazioni postume. Perché la Fallaci dell’ultima stagione, quella dello scontro di civiltà, non esaurisce la sua figura.
C’era anche una Fallaci libertaria, individualista, insofferente verso ogni ortodossia e ogni conformismo, di destra o di sinistra.
Troppo irregolare, in definitiva, per essere arruolata senza residui in qualsiasi pantheon politico.
E forse proprio qui sta la lezione più autentica dell’Occidente liberale: nessuna identità collettiva, per quanto nobile, vale più della libertà degli individui che la compongono.
Carlo Gambescia




































