Le violenze scoppiate a Belfast dopo la brutale aggressione di un cittadino britannico da parte di un cittadino sudanese residente nel Regno Unito sono state immediatamente lette secondo schemi contrapposti (*). Per alcuni si tratta della prova del fallimento delle politiche migratorie. Per altri dell’ennesima manifestazione di razzismo e xenofobia.
Entrambe le interpretazioni colgono aspetti reali della vicenda. Ma rischiano di lasciare in ombra un fenomeno più ampio e probabilmente più importante: la crescente centralità delle emozioni nella vita politica contemporanea.
L’aggressione è stata un fatto di cronaca. Le rivolte che ne sono seguite costituiscono un fatto metapolitico. Si pensi ad esempio ad alcune regolarità che vi sono presenti: amico-nemico, inclusione-esclusione, movimento-istituzione. Vi è inoltre un processo di razionalizzazione: tra i due eventi si colloca infatti un passaggio decisivo: la trasformazione di un episodio locale in un simbolo collettivo costruito ex post. Un argomento di battaglia.
Si legga questo passaggio particolarmente significativo dal punto di vista del passaggio alla politica delle emozioni:
“Video diffusi sui social mostrano il sospetto in piedi sopra la vittima insanguinata mentre impugna un coltello e compie movimenti che diversi testimoni hanno interpretato come un tentativo di decapitazione. Nelle immagini, riporta il Daily Mail, si sentono persone urlare: “Sta cercando di tagliargli la testa”. L’aggressione è stata interrotta dall’intervento di alcuni residenti, uno dei quali ha colpito l’assalitore con una mazza da hurling, fermandolo fino all’arrivo della polizia”.
La politica contemporanea funziona sempre più spesso in questo modo. L’apparenza diventa certezza assoluta. Un’immagine, un video, un episodio particolarmente drammatico, le urla della folla, condensano paure, aspettative e risentimenti già presenti nella società. Il singolo evento finisce così per rappresentare qualcosa di molto più grande di se stesso.
Nel caso di Belfast, molti cittadini hanno visto nella violenza dell’aggressione non soltanto l’azione criminale di un individuo, ma la conferma di retorica più ampia riguardante l’immigrazione, la sicurezza e la capacità dello Stato di esercitare il controllo del territorio. Non importa qui stabilire se tale interpretazione sia corretta o meno. Ciò che conta è comprenderne la forza sociale e politica.
La velocità con cui il fatto si è trasformato in mobilitazione collettiva è impressionante. In poche ore le immagini hanno attraversato i social network, alimentando proteste, polemiche e scontri. È la dimostrazione di come il rapporto tra politica e opinione pubblica sia cambiato profondamente.
Un passo indietro. Le emozioni politiche non sono certo una novità. Hanno accompagnato nazionalismi, rivoluzioni, guerre e grandi movimenti di massa dell’età contemporanea. Per gran parte del Novecento, tuttavia, esse venivano filtrate e organizzate da partiti, sindacati, associazioni e giornali. Esistevano corpi intermedi capaci di trasformare il malcontento in programmi, rivendicazioni e strategie politiche. Oggi quel processo appare sempre più debole.
La sequenza dominante non è più: idea, organizzazione, mobilitazione. È diventata: emozione, mobilitazione, interpretazione.
Prima si reagisce. Poi si cerca una spiegazione. Per fare una battuta e per capirsi: un amico, sostiene che nell’incertezza si debba subito menare le mani. Poi, eventualmente si ragiona…
In questo contesto i social network svolgono un ruolo decisivo. Essi premiano ciò che suscita reazioni immediate: indignazione, paura, rabbia, entusiasmo. La visibilità non dipende necessariamente dalla qualità degli argomenti, ma dalla loro capacità di generare coinvolgimento emotivo. Bisogna subito menare le mani…
Non sorprende dunque che le forze populiste abbiano imparato a utilizzare questo ambiente comunicativo con particolare efficacia. La destra radicale britannica ha colto immediatamente il potenziale simbolico degli eventi di Belfast, trasformandoli in un argomento politico contro le attuali politiche migratorie.
Ma sarebbe un errore attribuire questo meccanismo esclusivamente alla destra. La politica emotiva attraversa ormai l’intero spettro politico. Cambiano le emozioni mobilitate, non la logica della mobilitazione. Da una parte prevalgono paura, insicurezza e rabbia; dall’altra indignazione morale, allarme democratico e denuncia delle discriminazioni. In entrambi i casi, tuttavia, l’emozione tende a precedere il ragionamento.
La novità più significativa riguarda però la dimensione globale del fenomeno.
Nelle ore successive ai fatti di Belfast è intervenuto anche Elon Musk, che non è nuovo a prese di posizione sulle questioni politiche britanniche. La sua partecipazione al dibattito è significativa non tanto per il contenuto delle sue opinioni quanto per ciò che rappresenta.
Un episodio avvenuto in una città dell’Irlanda del Nord diventa immediatamente materia di discussione per una delle figure più influenti del capitalismo tecnologico mondiale. La politica locale viene assorbita in una gigantesca arena comunicativa globale, nella quale attori privati dotati di immense risorse economiche e mediatiche possono contribuire a orientare il dibattito pubblico di paesi diversi dal proprio.
Non siamo più soltanto di fronte all’innocua globalizzazione dell’economia. Assistiamo alla inedita e pericolosa globalizzazione delle emozioni politiche.
Paure, indignazioni e conflitti non restano confinati entro i confini nazionali. Circolano attraverso reti digitali planetarie, vengono amplificati da influencer, commentatori, piattaforme e imprenditori tecnologici, alimentando un flusso continuo di reazioni collettive.
In questo scenario cambia anche la natura del potere. Le vecchie élite dirigenti cercavano di influenzare le decisioni politiche dei governi. Le nuove élite digitali influenzano sempre più spesso gli stati d’animo delle popolazioni. Non governano necessariamente gli Stati, ma contribuiscono a modellare il clima emotivo entro cui la politica si svolge.
Qualcosa che rischia di avere una forza travolgente.
Come fermarle? Difficile dire. Il rischio è quello di contribuire ad accrescere il potere degli Stati, trasformati in dighe capaci di impedire non solo la circolazione delle emozioni ma anche quella delle idee. Da un lato troppo disordine, dall’altro troppo ordine. Problema quasi insolubile. Servirebbe una nuova politica della ragione. Un nuovo Settecento riformatore. Ma come, se sembrano predominare le emozioni?
Belfast, dunque, non è soltanto Belfast. È uno dei molti episodi che mostrano una trasformazione più profonda delle democrazie occidentali. Si pensi, qui in Italia, alle forti reazioni collettive e alle polemiche seguite alle morti di Modena. La politica non scompare, ma tende a spostarsi dal terreno delle idee a quello delle emozioni. Il consenso si costruisce sempre meno attraverso programmi e sempre più attraverso simboli, immagini ed eventi capaci di suscitare reazioni immediate.
La questione decisiva non riguarda allora soltanto l’immigrazione, la sicurezza o il multiculturalismo. Riguarda la qualità stessa della vita democratica. Una democrazia liberale può certamente vivere di passioni e sentimenti. Non può però reggersi soltanto su di essi.
Quando l’emozione diventa l’unico linguaggio della politica, il rischio è che ogni fatto si trasformi in un detonatore e ogni detonatore in una nuova occasione di polarizzazione. In quel momento la discussione pubblica smette di cercare soluzioni e si limita a produrre reazioni.
Ed è forse questa la vera lezione che oggi arriva da Belfast: nell’era delle reti globali, i fatti contano ancora, ma contano sempre di più le emozioni che riescono a mettere in movimento. Purtroppo.
Carlo Gambescia
(*) Qui un resoconto dei fatti in lingua italiana: https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/belfast-aggressione-video-sudanese_5g5dQnD8iwynh6HlIrwL7N .









































