venerdì 7 agosto 2026

Cesare De Lollis. Quando la letteratura diventa patrimonio di un popolo

 


Confessiamo un debito personale. Leggemmo Cervantes reazionario e altri scritti d’ispanistica di Cesare De Lollis (1863-1928) molti anni fa. Non siamo riusciti a ritrovarlo nella nostra biblioteca (un poco babelica), quindi andremo a braccio. Non ricordiamo più ogni passaggio, ma ricordiamo perfettamente l’impressione che ci lasciò: quella di un libro che, parlando di letteratura, poneva in realtà una domanda molto più ampia. Una domanda che oggi definiremmo di cultura politica.

Un passo indietro. Chi era Cesare De Lollis? Fu un filologo, critico letterario e studioso delle letterature romanze, un comparatista ante litteram, tra i maggiori esperti italiani di letteratura spagnola e francese, docente all’Università di Roma e intellettuale di orientamento liberale, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce.

Fu anche uno studioso, tuttora citato, di Cristoforo Colombo e delle sue imprese. Notevole anche il suo Taccuino di guerra (postumo): appunti sofferti di un neutralista che non rinunciò all’adempimento di quello che allora si definiva il “dovere” di ogni italiano. Infine, per un approfondimento scientifico, rinviamo al Fondo De Lollis, presso la Biblioteca Alessandrina, porto di mare – così la ricordiamo – dei nostri lontani anni universitari (*).

Ma torniamo alla domanda: quando una grande opera diventa patrimonio di un popolo? Problema, per inciso, romantico o preromantico, quasi ucciso o trascurato dalla filologia positivista di fine Ottocento, che pure incise, attraverso D’Ovidio e altri, sulla formazione di De Lollis. Il quale, tuttavia, non rimase prigioniero di quel paradigma. La riflessione estetica di Croce sembra avergli dischiuso un nuovo orizzonte teorico entro il quale tornare a interrogarsi sul rapporto tra il capolavoro, la storia e la coscienza di un popolo.

La recente ripubblicazione del volume, per i tipi di Solfanelli (**), offre così l’occasione per tornare su questo interrogativo, che conserva un’attualità sorprendente.

Il titolo, come è già stato notato, può trarre in inganno. Il termine “reazionario” non va letto in senso politico, bensì letterario. De Lollis mostra come Cervantes, pur demolendo il romanzo cavalleresco con il Don Chisciotte, rimanga profondamente legato a un’idea classica dell’arte e della composizione. È un Cervantes molto diverso da quello trasformato, nel Novecento, nel simbolo della modernità assoluta.

Ma il punto che più ci colpì non era questo.

Era il confronto, implicito ma costante, con Manzoni: una sorta di sottotesto. A Manzoni De Lollis dedicò una raccolta di studi assai interessante, Alessandro Manzoni e gli storici francesi della Restaurazione (1926), uscita due anni dopo Cervantes reazionario (1924): un lavoro che, a nostro giudizio, non è inferiore ai successivi studi sull’argomento di Adolfo Omodeo.

Naturalmente De Lollis non sostiene che I Promessi sposi siano un romanzo popolare nel senso commerciale o sociologico del termine. L’Italia dell’Ottocento era ancora largamente  non alfabetizzata. Sarebbe un anacronismo attribuirgli una simile tesi.

La differenza è un’altra. Nel Don Chisciotte il popolo entra nella rappresentazione. Nei Promessi sposi gli umili diventano il centro morale della storia. Renzo e Lucia non sono semplici figure di contorno, ma i protagonisti attraverso i quali viene giudicato il comportamento dei potenti, degli intellettuali e delle istituzioni.

È qui che, a nostro avviso, De Lollis tocca un problema destinato ad accompagnare tutta la cultura europea: il rapporto tra letteratura e nazione.

Una grande opera non diventa nazionale soltanto perché è scritta in una determinata lingua. Lo diventa quando riesce a offrire a una comunità un’immagine condivisa di se stessa. Ma nessun capolavoro diventa patrimonio di un popolo spontaneamente. Occorrono la scuola, la lingua, l’editoria, la critica, il teatro, la memoria collettiva. È l’incontro tra il genio dell’autore e le istituzioni culturali a trasformare un libro in un classico nazionale.

Da questo punto di vista Manzoni rappresenta un caso quasi unico nella nostra storia. Non si limita a scrivere un capolavoro. Contribuisce, pur nei limiti di un tempo caratterizzato dall’analfabetismo, a costruire una lingua comune, un immaginario comune e perfino una comune educazione sentimentale. È difficile trovare un altro scrittore italiano che abbia esercitato un’influenza tanto profonda sulla formazione della coscienza nazionale.

Cervantes appartiene invece a un’altra stagione della civiltà europea. La sua Spagna è ancora quella della monarchia universale, spada della Chiesa controriformista, non della nazione moderna. Il Don Chisciotte fotografa magnificamente un mondo che tramonta, ma non sembra proporsi il compito di costruire una coscienza nazionale nel senso moderno del termine.

Naturalmente oggi il romanzo di Cervantes è diventato patrimonio universale. Ma questa è la sua storia successiva, non necessariamente la sua destinazione originaria. Del resto, il passaggio da una grande opera nazionale a un classico universale costituisce uno dei capitoli più affascinanti della storia della cultura europea. Basterebbe pensare a Dante o allo stesso Manzoni. Ma questa è un’altra storia.

È forse questo il punto che rende ancora feconda la lezione di De Lollis. Non si limita a interpretare due scrittori.

 

Ci invita a riflettere su una questione che oggi, nell’epoca dei social network e degli algoritmi, è persino più urgente: esiste ancora una letteratura capace di parlare contemporaneamente agli uomini colti e al popolo? O la frammentazione dei pubblici ha reso impossibile quella funzione unificante che, in Italia, Manzoni riuscì a svolgere?

La vera attualità di De Lollis è probabilmente questa: aver intuito che il destino di un’opera non dipende soltanto dal suo valore estetico, ma anche dalla sua capacità di diventare una forma di vita collettiva.

Vale la pena rileggere De Lollis. Non soltanto perché ci restituisce un grande Cervantes e un grande Manzoni, ma perché ci ricorda un’idea di nazione che il liberalismo italiano aveva saputo elaborare prima che il Novecento la trasformasse, troppo spesso, in un mito identitario. E qui si aprirebbe la questione gramsciana del nazional-popolare, sconfinata anche a destra tra gli eterni illusi di un fascismo rivoluzionario. Un mito costruttivista che accomuna tutti i totalitarismi. A destra come a sinistra. Ma basta così: una pena al giorno.

Oggi, sull’onda nera dei sovranismi, siamo abituati a discutere di identità nazionale quasi esclusivamente in termini politici. De Lollis ci ricorda invece che, prima ancora della politica, esiste una nazione costruita dalla lingua, dalla memoria e dalla letteratura. Una nazione come civiltà condivisa, non come destino biologico; come costruzione culturale, non come appartenenza tribale.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/29863/fondo-cesare-de-lollis-casalincontrada-1863-1928 .

(**) Qui: https://www.edizionisolfanelli.it/cervantesreazionario.htm .

giovedì 6 agosto 2026

Lazio. Lotito, i tifosi e il paradosso liberale del mercato

 


Il crollo degli abbonamenti della Lazio viene generalmente letto come una protesta contro Claudio Lotito. Ed è certamente così. Ma fermarsi alla cronaca significa perdere l’aspetto più interessante della vicenda: la sua dimensione metapolitica.

Una comunità sta scegliendo di rinunciare, almeno temporaneamente, a un bene al quale è profondamente legata. Per un tifoso la Lazio non è un semplice spettacolo sportivo. È identità, memoria, appartenenza. Rinunciare allo stadio non è una scelta indifferente. È un sacrificio.

Da questo punto di vista, il boicottaggio degli abbonamenti rappresenta una forma di azione tipicamente liberale. Nessuno pretende l’intervento dello Stato. Nessuno invoca divieti o commissariamenti. Nessuno ricorre alla coercizione. Si utilizza invece uno degli strumenti più efficaci di una società libera: la libertà di scegliere se acquistare oppure no.

Il mercato, in questo caso, diventa anche una forma di comunicazione. Il mancato abbonamento non è una sentenza giuridica, ma un segnale economico e simbolico di grande forza.

Attenzione, però. È proprio qui che si nasconde un rischio metapolitico. Una cosa è esercitare la libertà di non acquistare. Altra cosa è sostenere che, poiché la maggioranza dei tifosi contesta Lotito, egli abbia perso ogni titolo a guidare la società.

Questo passaggio trasformerebbe una protesta liberale in una pretesa populista.


In una società libera il consenso è importante, ma non cancella i diritti. Lotito può risultare impopolare, ma resta il proprietario della Lazio. Il diritto di proprietà non dipende dagli umori della folla. Ciò non significa che la proprietà sia sottratta a ogni giudizio sociale. Significa soltanto che, in una società libera, il dissenso non si traduce automaticamente in espropriazione.

 

Esiste il potere fondato sulle regole (legalità) e quello fondato sul riconoscimento sociale (legittimità). Quando quest’ultimo si indebolisce, il primo può continuare a esistere, ma diventa più fragile. La crisi della legittimazione non elimina il potere; ne modifica le condizioni di esercizio.

Per capirsi: Lotito può restare pienamente legittimato sul piano legale, ma perdere progressivamente il consenso dei tifosi. Le due dimensioni non coincidono. Il diritto gli consente di governare la società; il venir meno del consenso rende però quel governo sempre più difficile.

È qui che il caso Lazio supera il calcio.

Viviamo in un’epoca in cui ogni perdita di consenso tende a essere interpretata come una delegittimazione assoluta. È la logica plebiscitaria che attraversa la politica, i media, le università e perfino il mondo dello sport. Chi non è più amato dovrebbe automaticamente farsi da parte.

Il liberalismo insegna invece una lezione diversa. Le regole vengono prima degli umori collettivi. Ma insegna anche che il mercato, quando è davvero libero, possiede una capacità di correzione che nessuna imposizione dall’alto può sostituire.

 


Se i tifosi dellaLazio stanno davvero parlando attraverso il loro portafoglio, meritano di essere ascoltati. Non perché incarnino una fantomatica volontà popolare infallibile, ma perché stanno utilizzando uno strumento coerente con una società aperta: la libera scelta.

La loro protesta non produce automaticamente un nuovo presidente. Produce qualcosa di diverso e, forse, di più importante: ricorda che, anche nel calcio, il potere può essere giuridicamente saldo e socialmente indebolito. E che il mercato, senza bisogno di slogan o decreti, è spesso il primo luogo nel quale una comunità manifesta il proprio consenso o il proprio dissenso.

Se una via d’uscita esiste, è probabile che passi ancora una volta dal mercato: dall’eventuale ingresso di investitori, italiani o stranieri, disposti a rilevare la società a condizioni ritenute soddisfacenti dalle parti.



 

Sarebbe una soluzione perfettamente coerente con i principi di una società libera: nessuna espropriazione, nessun plebiscito, nessuna scorciatoia, ma il libero incontro tra domanda e offerta.

Quanto all’azionariato popolare, pur rappresentando un’idea suggestiva e in alcuni contesti praticabile, difficilmente appare, almeno oggi e nelle condizioni del calcio italiano, la formula più adatta per governare una grande società calcistica chiamata a operare in un mercato globale, competitivo e caratterizzato da decisioni che richiedono rapidità, ingenti capitali e responsabilità chiaramente individuabili.

Il liberalismo non garantisce il lieto fine. Garantisce però che anche i conflitti più aspri possano trovare una soluzione senza violare le regole. Ed è già molto.

Carlo Gambescia

mercoledì 5 agosto 2026

Ritrovato il corpo del marito del ministro Roccella. La domanda che ogni liberale deve porsi

 

Questa vicenda suscita anzitutto un sentimento di umana partecipazione. La morte, poi improvvisa, di una persona cara appartiene a quella sfera del dolore che dovrebbe restare estranea alle polemiche politiche.

Proprio per questo, la domanda che segue non riguarda né il ministro né la sua famiglia. Riguarda lo Stato.

In una democrazia liberale il problema non consiste soltanto nel giudicare la bontà di una decisione pubblica, ma nel verificare se essa derivi da regole generali applicabili a tutti.

Per oltre un mese, secondo quanto riportato dalle cronache, sono stati impiegati sommozzatori provenienti da diverse regioni, robot subacquei, sonar, droni, specialisti della topografia applicata al soccorso, oltre al coordinamento costante di Prefettura, Vigili del fuoco, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Un’operazione complessa, costosa e tecnologicamente sofisticata.

La questione non è se tutto questo fosse giusto. La questione è: in base a quale criterio?

Un liberale diffida delle decisioni pubbliche prive di una regola generale. Non perché sospetti sempre un abuso, ma perché sa che, per quanto umanamente possibile, il primo dovere dello Stato di diritto è rendere prevedibile il proprio operato. L’azione pubblica non dovrebbe dipendere dalle persone coinvolte, bensì da criteri oggettivi, conoscibili e verificabili.

Esiste un protocollo che stabilisca per quanto tempo debbano proseguire le ricerche di un disperso in un lago? Esistono parametri tecnici che indichino quando sia giustificato continuare a impiegare uomini e mezzi, e quando invece l’operazione debba essere ridimensionata? Oppure tutto viene lasciato alla valutazione discrezionale delle autorità competenti?

Non è una questione secondaria.

Il liberalismo non si limita a denunciare i privilegi come il populismo. Va oltre. Si chiede se le istituzioni operino secondo regole impersonali oppure attraverso decisioni che, pur animate dalle migliori intenzioni, restano affidate alla discrezionalità.

Qualcuno potrebbe obiettare che le condizioni del lago di Vico – il fondale limaccioso, la visibilità quasi nulla, la profondità – giustificavano un intervento così lungo e complesso. È un’ipotesi del tutto plausibile. Ma se è così, tanto meglio.


 
Sarebbe utile che le autorità lo rendessero pubblico, illustrando i criteri tecnici adottati e chiarendo se essi valgano per ogni cittadino che si trovi nelle medesime condizioni.

Non stiamo sostenendo che vi sia stato un privilegio. Stiamo sostenendo qualcosa di diverso: in uno Stato liberale, anche quando una decisione è giusta, i criteri che la determinano devono essere conoscibili e applicabili in generale.

Perché il punto non è Luigi Cavallari. Il punto è un altro.

In uno Stato liberale la fiducia dei cittadini non nasce dall’idea che le istituzioni agiscano sempre bene. Nasce dalla certezza che esse agiscano secondo regole uguali, trasparenti e controllabili. Non basta che una decisione sia corretta; occorre anche che sia giustificabile in termini generali.

È questa la differenza tra uno Stato amministrato dalla benevolenza e uno Stato retto dal diritto. Tra il governo umorale degli uomini e il governo prevedibile delle leggi.

Uno Stato liberale non pretende amministratori migliori degli altri. Pretende che anche i migliori siano vincolati da criteri generali, astratti e impersonali. Non regole per governare la società, ma regole per governare il potere. È questa la differenza tra il costruttivismo, nelle sua varie declinazioni (populista, socialista, fascista, welfarista, eccetera) e il liberalismo.

 

Quando le regole cedono il passo alle persone, la politica torna inevitabilmente a prevalere sul diritto. Ed è allora che lo Stato di diritto comincia lentamente a trasformarsi nello Stato della discrezionalità.

Si badi bene: il liberalismo non domanda allo Stato di essere più generoso, più efficiente o più compassionevole. Gli domanda qualcosa di molto più difficile: essere impersonale.

Le persone passano. Le regole restano.

Ed è sulle regole, non sulle persone, che un liberale misura la qualità di una democrazia.

Carlo Gambescia

martedì 4 agosto 2026

Elogio del moderato. L’ultima specie in via di estinzione

 


Un tempo essere chiamati “estremisti” era un insulto. Oggi l’insulto è diventato “moderato”. È un cambiamento che dice molto sul tempo in cui viviamo.

C’è una categoria di persone che oggi sembra non avere più diritto di cittadinanza, soprattutto sui social: i moderati. Quasi una specie politica in via di estinzione.

Non importa se siano di centrodestra, di centrosinistra o semplicemente liberali. Basta che rifiutino il linguaggio dell’odio, la ricerca del nemico, la politica ridotta a tifo da stadio. Nel migliore dei casi vengono liquidati come “equidistanti”. Più spesso come pavidi, servi, complici del sistema, buonisti, centristi senza idee.

Nel Novecento gli estremismi hanno individuato nel moderato il loro nemico privilegiato. Nel 1936 Abel Bonnard, futuro ministro del regime di Vichy, pubblicò Les Modérés, una violenta requisitoria contro il moderatismo parlamentare e contro chi rifiutava gli assoluti della politica. 

 

Ma, sull’altro versante, Lenin aveva già dedicato un intero libro a demolire Karl Kautsky, il principale teorico del socialismo democratico: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (1918). Il titolo è già un programma. Per Lenin, Kautsky non era semplicemente un avversario: era un traditore. Per Bonnard il moderato impediva la rinascita della nazione; per Lenin impediva la rivoluzione proletaria. Cambiavano gli ideali assoluti, ma non la struttura mentale. In entrambi i casi il moderato diventava il nemico da abbattere.

Quanto all’oggi, il fatto curioso è che viviamo nell’epoca in cui tutti parlano di “buon senso”, ma nessuno sembra apprezzare la moderazione.

Eppure il moderato è diventato il bersaglio preferito degli estremismi.

 Le nuove destre hanno compiuto un’operazione politico-culturale di grande efficacia. Hanno imparato a presentare come semplici scelte di buon senso decisioni che modificano profondamente l’equilibrio tra libertà e autorità. Non parlano di limitare i diritti, ma di garantire la sicurezza. Non parlano di rafforzare il potere esecutivo, ma di rendere lo Stato più efficiente. Non parlano di legittimare una cultura della giustizia privata, ma di tutelare “chi si difende”. Così il radicalismo si traveste da moderazione.

 

Ma sarebbe un errore credere che il problema riguardi soltanto la destra.

Anche una parte della sinistra ha progressivamente abbandonato il terreno del liberalismo per rifugiarsi nella politica delle identità, della contrapposizione morale e della delegittimazione dell’avversario. Ancora più grave, ha spesso finito per combattere la destra sul terreno scelto dalla destra, accettandone il linguaggio e, con esso, le categorie interpretative.

Pensiamo all’immigrazione.

La domanda non è più se esista davvero un’invasione. Si discute soltanto come gestirla. La cornice interpretativa è ormai data per scontata. Chi riesce a imporre le parole con cui descriviamo la realtà finisce quasi sempre per orientare anche le soluzioni. È qui la vera vittoria.

Così però il moderato si ritrova senza casa.

Per la destra è un buonista. Per una parte della sinistra è un tiepido. Per entrambe rappresenta un ostacolo, perché rifiuta la logica amico-nemico sulla quale prosperano tutte le ideologie.

Qui, però, occorre sgombrare il campo da un equivoco. Il moderato non è colui che sta sempre nel mezzo. Non è il professionista del compromesso. Non è il politico che cerca una mediazione su tutto.

Al contrario. Il moderato liberale non è moderato sui principi. È moderato nei mezzi. Perché sa che nella politica democratica il problema non è soltanto scegliere il bene, ma impedire che qualcuno pretenda di possederlo interamente. La radice degli estremismi sta spesso qui: nella pretesa di elevare una parte a totalità, un’identità a destino, un interesse particolare a verità universale. È il pars pro toto: una fallacia argomentativa che diventa, quando entra nella politica, una tentazione autoritaria.

Sulla libertà individuale, sullo Stato di diritto, sulla separazione dei poteri, sul pluralismo e sul rifiuto della violenza politica non transige. Non cerca un compromesso tra democrazia e autoritarismo, tra diritto e arbitrio. Sarebbe una contraddizione. E lo si è visto con la guerra in Ucraina.

Da tempo settori estremisti, di destra e di sinistra, accusano chi sostiene Kiev di essere un guerrafondaio. Come se aiutare un Paese aggredito significasse amare la guerra.

È vero il contrario. Il moderato può detestare la guerra e, proprio per questo, ritenere che uno Stato aggredito abbia il diritto di difendersi e che le democrazie abbiano il dovere di sostenerlo. Non perché la guerra sia un valore, ma perché la libertà lo è. La pace è un bene prezioso, ma non qualsiasi pace. Esiste anche la pace della resa, dell’occupazione, della rinuncia alla propria indipendenza. Chiamarla pace non la rende giusta.

È qui che gli estremismi non comprendono il moderato. Per loro ogni questione è assoluta. Ogni dissenso è un tradimento. Ogni avversario è un nemico.

Il moderato, invece, sa che la politica democratica vive di limiti, di equilibrio, di istituzioni e di dubbi. Sa che nessuna maggioranza è infallibile e che anche il governo che condivide deve essere controllato. Diffida delle soluzioni definitive e degli uomini della Provvidenza.

 

 

Per questo oggi il moderato appare quasi una figura fuori dal tempo. In realtà è l’esatto contrario.

In un’epoca in cui tutti chiedono fedeltà assoluta a una bandiera, a un leader o a una causa, il moderato continua a difendere la libertà più difficile di tutte: quella di pensare con la propria testa.

Ed è forse proprio questa, oggi, la forma più autentica di radicalismo liberale.

Carlo Gambescia

 


lunedì 3 agosto 2026

Albania, Rwanda, Uganda. L’Europa e la politica dell’altrove

 


C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’ultima proposta del governo Meloni: immaginare nuovi centri di rimpatrio in Uganda e Rwanda, dopo l’esperimento albanese. Non tanto per la fattibilità del progetto – tutta da verificare – quanto per ciò che esso rivela sul piano simbolico.

Le idee politiche, infatti, sono spesso più importanti delle politiche stesse.

Da qualche anno, con l’avanzata della destre, e soprattutto ora, dopo il “romanzo criminale” di Ceuta, l’Europa sembra avere scoperto una nuova geografia morale. I migranti non devono più essere accolti, identificati, integrati o eventualmente rimpatriati secondo le procedure ordinarie. Devono essere spostati. Sempre più lontano. Prima in Albania. Poi in Rwanda. Ora si parla di Uganda.



Come se il problema potesse essere risolto semplicemente cambiando continente.

È quella che potremmo definire la politica dell’altrove: la convinzione che basti allontanare un problema perché esso cessi di esistere.

Un’idea apparentemente pragmatica che, osservata da vicino, rivela una componente quasi magica: ciò che non vediamo più sembra cessare di esistere.

Naturalmente non è così.
Le migrazioni sono fenomeni sociali, economici, demografici e geopolitici. Il migrante non è un pacco postale da spedire in un altro Stato. Spostare le persone non significa eliminare le cause che le hanno fatte partire, né quelle che continueranno a spingerne altre a muoversi.



Eppure questa illusione geografica esercita un fascino crescente sulla politica europea. Non a caso Giorgia Meloni rivendica di esserne l’apripista, proponendo il “modello Albania” come la nuova frontiera della politica migratoria europea. Se davvero fosse così, la questione non riguarderebbe più soltanto il governo italiano. Riguarderebbe un continente che sta progressivamente sostituendo la cultura dell’asilo con quella dell’esternalizzazione, trasformando la distanza geografica in una presunta soluzione politica.

Ed è qui che la memoria storica dovrebbe aiutarci.

Non per costruire paragoni grossolani o moralisticamente rassicuranti. Nessuna persona seria potrebbe equiparare i centri in Albania, Uganda o Rwanda ai campi di sterminio nazisti. Sarebbe un’assurdità storica e una banalizzazione del male.

Ma la storia serve anche a riconoscere la ricorrenza delle idee.



Come ha mostrato Christopher R. Browning ne Le origini della soluzione finale, nel 1940 il regime nazista riprese e sviluppò il cosiddetto Piano Madagascar, già circolante in precedenza in ambienti antisemiti europei. Esso prevedeva la deportazione di circa quattro milioni di ebrei europei nell’isola di Madagascar, trasformata in un immenso territorio di confinamento sotto amministrazione tedesca. Il progetto presupponeva però la sconfitta della Gran Bretagna e l’acquisizione del controllo della sua flotta mercantile, indispensabile per trasportare un numero così elevato di deportati. Il piano non fu mai realizzato, perché si preferirono soluzioni più radicali. Inoltre esso appartiene a un contesto storico e morale incomparabile con quello attuale (*).

Tuttavia testimonia un’idea-forza: la convinzione che un problema umano possa essere risolto trasferendo gli esseri umani altrove. Prima il Madagascar. Oggi Albania, Rwanda, Uganda.

Cambiano radicalmente i fini, i mezzi, il contesto storico e il giudizio morale. Ma resta sorprendentemente simile una certa grammatica simbolica: l’idea che l’umanità indesiderata possa essere amministrata come una questione di logistica.



Le idee hanno una storia. Sopravvivono ai regimi che le hanno generate. Si trasformano, cambiano linguaggio, trovano nuove giustificazioni, ma continuano talvolta a riprodurre la stessa struttura mentale.

Per questo non è necessario evocare il fascismo come una clava polemica. Basta ricordare che esso fu alleato del nazismo e che nel 1938 introdusse in Italia le leggi razziali. È un dato storico. Altrettanto storico è che alcune categorie di pensiero – la difesa ossessiva della comunità etnica, la paura della contaminazione, l’idea che la soluzione consista nell’allontanamento dell’altro – non sono scomparse con il 1945. Possono riemergere, in forme democratiche e giuridicamente legittime, ogni volta che la politica sostituisce l’analisi con l’ossessione identitaria.

Ed è precisamente qui che si manifesta ciò che da tempo definiamo etnodelirio.

 

L’etnodelirio non consiste soltanto nell’esagerare il problema migratorio. Consiste soprattutto nel trasformarlo nella chiave interpretativa universale della politica, fino al punto di immaginare che ogni soluzione passi attraverso l’espulsione, la separazione o l’esternalizzazione (**).


A dire il vero il dato forse più significativo è un altro.

Questa visione non appartiene più esclusivamente alla destra radicale.

L’esternalizzazione delle frontiere, gli accordi con Paesi terzi, la deterrenza come principio generale, la sicurezza elevata a criterio supremo stanno diventando il nuovo senso comune europeo. Governi conservatori, liberali e socialdemocratici, pur con intensità diverse, sembrano muoversi nella stessa direzione.



Non significa solo che abbiano tutti torto. Significa qualcosa di più interessante e, forse, di più preoccupante. Che il paradigma culturale è cambiato.

L’Europa che per decenni aveva costruito la propria legittimazione internazionale sul linguaggio dei diritti umani, dell’asilo e della protezione, cioè sul senso ideale della vittoria delle democrazie sul nazifascismo nel 1945, sta progressivamente sostituendo quel lessico con quello della deterrenza, del contenimento e della distanza.

Arretra l’umanitarismo arretra. Avanza l’ossessione securitaria.

È un cambiamento che attraversa governi, istituzioni, opinioni pubbliche e media.  Come ogni mutamento culturale, precede e orienta le decisioni politiche.

 

Le epidemie ideologiche non si riconoscono perché tutti gridano gli stessi slogan. Si riconoscono quando avversari politici diversi finiscono per parlare la stessa lingua. È allora che un’idea smette di essere un’opinione e diventa un clima culturale.

Ed è proprio questo il punto che dovrebbe preoccuparci: il suo carattere pre-assuntivo, il fatto cioè che preceda e prepari la pratica politica, rendendola prima pensabile e poi accettabile. Molto più dei singoli centri in Albania, Uganda o Rwanda. Perché quei centri non nascono dal nulla: sono il prodotto visibile di una trasformazione più profonda del modo in cui l’Europa immagina sé stessa e il proprio rapporto con l’altro.

Carlo Gambescia

 

(*) Christopher R. Browning, Le origini della soluzione finale, Il Saggiatorei, Milano 2007. Invece per una rapida sintesi qui:https://www.shalom.it/roma-ebraica/una-improbabile-a-terra-promessaa-b1110211/ .

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/giorgia-meloni-e-letnodelirio-come.html .

domenica 2 agosto 2026

Il pescecane, Mackie Messer e il paradigma dell’assedio

 


“Mostra i denti il pescecane
e si vede che li ha.
Mackie Messer ha un coltello,
ma vedere non lo fa.”

Con questi celebri versi dell’Opera da tre soldi, Bertolt Brecht ci ricorda che il potere non si esercita soltanto attraverso la forza, ma anche attraverso la rappresentazione della forza. Il pescecane mostra i denti perché deve incutere timore. Mackie Messer, invece, non ha bisogno di esibire il coltello: basta che tutti sappiano che potrebbe usarlo.

Anche in politica talvolta funziona così. Prima ancora di cambiare le leggi, cambia il modo in cui i cittadini percepiscono la realtà. Ed è precisamente ciò che sta accadendo in Italia.

Negli ultimi giorni il governo guidato da Giorgia Meloni ha compiuto una serie di mosse apparentemente distinte – la reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne, la richiesta di un vertice europeo straordinario sull’immigrazione, la proposta di esportare il modello dei centri realizzati in Albania anche in alcuni Paesi africani – che, considerate insieme, raccontano una storia diversa. Non sono semplicemente provvedimenti amministrativi. Sono atti simbolici. Servono a consolidare nell’opinione pubblica l’idea che l’Italia e l’Europa siano ormai assediate da una pressione migratoria eccezionale e permanente.



È qui che, a nostro giudizio, si consuma il vero salto politico del governo Meloni. Non tanto nelle singole misure, quanto nella costruzione di un immaginario collettivo in cui l’emergenza non rappresenta più un’eccezione, ma la condizione normale della vita pubblica.

Queste tre decisioni prese nel loro insieme, non delineano soltanto una strategia di gestione dei flussi migratori. Disegnano un nuovo paradigma politico. Il messaggio implicito è semplice: l’Europa sarebbe ormai sottoposta a una pressione migratoria tanto eccezionale da giustificare strumenti sempre più straordinari, invasivi e permanenti.

Giorgia Meloni ama presentarsi come una leader pragmatica, estranea alle ideologie. Eppure, proprio sul terreno dell’immigrazione, il pragmatismo sembra lasciare progressivamente il posto alla politica della rappresentazione. L’efficacia concreta delle misure passa in secondo piano rispetto al loro rendimento simbolico. Più che governare i flussi, il governo sembra impegnato a governarne la percezione.

Il punto decisivo, tuttavia, non è stabilire se questa rappresentazione corrisponda o meno alla realtà empirica. Il punto è un altro: essa diventa la lente attraverso cui la realtà viene interpretata.

 


È qui che si manifesta quello che ieri ho definito etnodelirio (*).

L’etnodelirio non consiste nel negare o nell’inventare l’immigrazione. I fenomeni migratori esistono, da sempre. Diventa etnodelirio quando l’immigrazione viene trasformata nella spiegazione universale della crisi economica, dell’insicurezza, del declino demografico, della perdita d’identità nazionale, della crisi dello Stato sociale e perfino del futuro della civiltà europea. Quando un solo fenomeno pretende di spiegare tutto, non siamo più nel campo dell’analisi, ma dell’ideologia.

Per questo motivo consideriamo fuorviante anche il dibattito, ormai ossessivo, sui presunti registi delle partenze: trafficanti, governi ostili, ONG, complotti internazionali. Possono esistere interessi, strategie e persino interferenze. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma non è questo il punto politicamente decisivo.

La questione centrale è un’altra: il paradigma interpretativo è cambiato. L’immigrazione non viene più presentata come un problema complesso da governare, bensì come una minaccia permanente attorno alla quale riorganizzare la politica nazionale ed europea.

È questa trasformazione ad avere conseguenze profonde.

Quando una società interiorizza l’idea di vivere in uno stato di emergenza permanente, ogni misura eccezionale appare naturale. I controlli diventano ordinari. Le deroghe si normalizzano. Le soluzioni sperimentali tendono a diventare definitive. L’eccezione smette di essere un’eccezione.



Dal punto di vista metapolitico, siamo davanti a una dinamica ben nota. La costruzione del nemico alimenta la razionalizzazione delle decisioni politiche, mentre la razionalizzazione rafforza ulteriormente la figura del nemico. È un circuito che si autoalimenta.

Per anni la destra, a partire dall’estrema, ha trovato in Raspail una  delirante metafora letteraria dell’Europa assediata (**). Oggi non è più necessario richiamarla. Quando una presidente del Consiglio presenta l’immigrazione come l’emergenza permanente attorno alla quale riorganizzare la politica nazionale ed europea, quella metafora ha ormai trovato una traduzione politica.

Il paradosso è evidente. La destra accusa da anni la sinistra di leggere la realtà attraverso lenti ideologiche. Oggi, però, rischia di cadere nella medesima trappola, trasformando l’immigrazione nella categoria capace di spiegare tutto: sicurezza, denatalità, crisi economica, identità nazionale, futuro dell’Europa. È il segno distintivo di ogni ideologia: quando un solo principio pretende di interpretare l’intera realtà.



La politica liberale ha sempre cercato di distinguere tra rischio reale e rischio percepito, tra prudenza e paura, tra governo dei fenomeni e mobilitazione emotiva dell’opinione pubblica. Oggi quella distinzione tende ad affievolirsi. La percezione finisce per prevalere sull’analisi empirica, e la rappresentazione dell’emergenza diventa essa stessa uno strumento di governo.

Il pescecane continua a mostrare i denti. Ma il coltello di Mackie Messer resta invisibile. Non perché non esista, bensì perché non è più necessario esibirlo. Basta convincere l’opinione pubblica che il pericolo è ovunque e che ogni nuova misura rappresenti l’unica risposta possibile.

È così che, quasi senza accorgercene, il paradigma della società aperta lascia spazio al paradigma della società assediata. 

 


E quando un paradigma si afferma, non cambia soltanto il modo di fare politica. Cambia, soprattutto, il modo di pensare la realtà.

È questo il risultato più significativo dell’azione del governo Meloni: non aver ancora trasformato il Paese, ma aver già contribuito a trasformare il linguaggio con cui il Paese interpreta se stesso e il mondo che lo circonda.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/giorgia-meloni-e-letnodelirio-come.html . 
 

(**) Qui per un approfondimento del libro di Raspail: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=raspail .

sabato 1 agosto 2026

Giorgia Meloni e l'etnodelirio come tecnica di governo

 

Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per descrivere non più la realtà, ma l’immaginazione politica di chi le pronuncia. “Invasione”, “emergenza”, “assedio”, “difesa dei confini”. Da anni il lessico pubblico italiano ruota attorno a questi concetti, anche quando i fatti raccontano una storia assai più complessa.

L’ultima decisione del governo di sospendere temporaneamente il regime di libera circolazione con la Spagna nei collegamenti marittimi e aerei, in seguito agli sbarchi a Ceuta, si inserisce perfettamente in questa dinamica.

Per capirsi: La “sospensione di Schengen” è anzitutto una costruzione linguistica: sul piano giuridico si tratta della temporanea reintroduzione dei controlli alle frontiere interne, non della chiusura dei confini, come ammette perfino Giorgia Meloni. Ma la forza simbolica dell’espressione "sospensione" contribuisce a trasformare una misura amministrativa in una rappresentazione politica dell’emergenza. 

Naturalmente, nessuno nega che uno Stato abbia il diritto di controllare le proprie frontiere. Né che Schengen preveda, in circostanze eccezionali, la possibilità di reintrodurre controlli temporanei. Il problema è un altro. Ogni limitazione della libertà di circolazione dovrebbe rispondere a un principio elementare del liberalismo: quello della proporzionalità.



Ed è qui che sorgono i dubbi.

Le immagini provenienti da Ceuta mostrano migliaia di persone che tentano di raggiungere l’enclave spagnola. È una situazione seria. Ma è anche vero che molti migranti sono stati rapidamente respinti o ricondotti in territorio marocchino, mentre altri sono stati trasferiti nei centri di accoglienza spagnoli. Dov’è, allora, la minaccia concreta e immediata per l’Italia tale da giustificare una misura che coinvolge i rapporti con uno dei principali partner europei?

La risposta sembra trovarsi meno nella cronaca che nella metapolitica.



Ogni scelta di governo tende a essere giustificata attraverso un sistema di argomenti che la presenta come inevitabile, necessaria, perfino salvifica. È un processo fisiologico di razionalizzazione. Ma quando la giustificazione si allontana eccessivamente dalla realtà empirica, il rischio è quello di costruire una rappresentazione ideologica dei fatti che, a seconda della situazione storica, può assumere i caratteri di un autentico delirio ideologico, nel quale il rapporto con i fatti si spezza e ogni evento viene piegato a confermare una narrazione precostituita.

Detto altrimenti, può assumere i tratti di una sorta di patologia della percezione politica – in senso metaforico non clinico – nella quale il principio di realtà viene progressivamente sostituito dal principio di conferma ideologica. A quel punto i fatti non servono più a comprendere il mondo, ma soltanto a legittimare decisioni già prese. L’enfasi sulla “minaccia” non deriva tanto dalla consistenza empirica dell’evento quanto dalla necessità metapolitica di alimentare la distinzione amico-nemico e di legittimare politiche eccezionali.

È ciò che potremmo chiamare etnodelirio.

Non si tratta semplicemente di xenofobia, né soltanto di nazionalismo. L’etnodelirio consiste nella tendenza a interpretare qualsiasi fenomeno migratorio come una minaccia esistenziale all’identità della comunità nazionale. La sicurezza smette di essere una questione amministrativa e diventa una categoria simbolica. Il migrante non è più una persona che attraversa una frontiera, ma il segno tangibile di una presunta dissoluzione della civiltà.

Come accennavamo è  in questo quadro che anche una misura temporanea assume un significato politico molto più ampio del suo contenuto tecnico.




Per rafforzare la coesione interna è necessario rendere permanente la percezione di una minaccia esterna. Cioè serve un nemico. Non importa tanto la consistenza oggettiva del pericolo. Conta la sua rappresentazione. La politica, da questo punto di vista, produce molta più sicurezza percepita che sicurezza reale.

Torniamo così al punto iniziale. Il linguaggio si fa sempre più drammatico: “difendere i confini”, “proteggere la Nazione”, “fermare i trafficanti”. Espressioni che nessuno contesterebbe in astratto, ma che finiscono per fondere fenomeni profondamente diversi — immigrazione, criminalità organizzata, terrorismo, identità nazionale — in un unico romanzo criminale, emotivamente potente.

Si può parlare di effetto compositivo: una successione di episodi relativamente circoscritti e non legati tra di loro, che, attraverso la loro continua ripetizione comunicativa, costruisce nell’opinione pubblica l’impressione di vivere in uno stato di emergenza permanente.





La cittadinanza tende così a trasformarsi in folla. E, come osservava Gustave Le Bon, la folla non ragiona: reagisce per suggestione, amplifica le emozioni, cerca simboli e capi da acclamare o da demonizzare. E, per riprendere il titolo di un noto libro sulla Germania nazista, finisce per vivere nella condizione in cui “tutti gridavano: Heil! Heil!”: non perché la storia si ripeta, ma perché la psicologia delle masse conserva sorprendenti regolarità.

Così però la politica smette di governare gli eventi e comincia a governare le percezioni emotive della realtà: la folla non ragiona, reagisce; non valuta, si contagia; non cerca la verità, ma conferme alle proprie paure.

 


Il paradosso è che uno dei pilastri della costruzione europea, la libertà di circolazione, viene presentato come un lusso da sospendere non appena l’opinione pubblica manifesta inquietudine. In questo modo il principio liberale si trasforma in una concessione revocabile, subordinata alle oscillazioni del consenso.

È una dinamica che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto. Perché le libertà non vengono quasi mai abolite di colpo. Come ci capita spesso di osservare, vengono gradualmente ridimensionate: ogni volta per una ragione apparentemente convincente; ogni volta, “solo temporaneamente”; ogni volta, “per motivi di sicurezza”.



L’etnodelirio non consiste dunque nel controllare una frontiera. Consiste nel fare della frontiera il centro della politica. Quando l’identità etnica o nazionale diventa il criterio dominante attraverso cui interpretare ogni problema sociale, economico o internazionale, il rischio è quello di sostituire l’analisi con la mobilitazione emotiva.

È una scorciatoia che produce consenso. Ma raramente produce buon governo. E, soprattutto, allontana la politica dalla sua funzione essenziale: affrontare la realtà per quella che è, non per quella che conviene rappresentare.

Carlo Gambescia