sabato 21 marzo 2026

Era proprio il caso di rispolverare Orlando? E che c’entra Cacciari?

 


Primo quesito: era davvero il caso di rispolverare Vittorio Emanuele Orlando? Forse serve più a offrire una mano tesa ai critici della democrazia europea – da Trump a Putin – che a illuminare i lettori odierni.

Secondo quesito: che c’entra Orlando con Cacciari, che oggi ne parla sulla “Stampa”? Nulla, una specie di teologo politico (un Mancuso, prima di Mancuso), se non come tuttologo sempre pronto a dispensare giudizi universali, con la stessa disinvoltura con cui si ordina un caffè al bar.

Natalino Irti, che insieme a Cacciari dirige la collana in cui è pubblicato il libro di Orlando (probabilmente motivo del lancio sulla “Stampa”), è un giurista di grande profondità: osserva, analizza e resta al suo posto, con la lucidità e il rigore tipici di un autentico professore universitario. Vale sempre la pena leggerlo con attenzione. Si può non condividere, ma è impossibile non riconoscerne la competenza.



Il libro in questione, Vittorio Emanuele Orlando, La rivoluzione mondiale e il diritto (La nave di Teseo) , il “Presidente della Vittoria, anno di grazia 1918, illumina forse per la sua icasticità, il pensiero di Orlando, un liberale transigente, veramente troppo, soprattutto con la realtà. Si potrebbe parlare di senso per l’opportunità politica. Di realismo politico a quo, incentrato sul presente. Per capirsi all’ appeseament di Chamberlain, contro il realismo di lunga gittata ad quem, di Churchill, che guardava al futuro alla terribile ipotesi di una vittoria di Hitler (**)

Per dirla dottamente in Orlando c’è una tensione costante tra diritto e realtà politica, anche la più brutale. Detta invece alla buona: dalla crisi di fine secolo, quella della cannonate contro la folla di Bava Beccaris, il politico ha la meglio sul professore di diritto pubblico e amminsitrativo.

 


La sua carriera politica è segnata da scelte che oscillano tra pragmatismo e contraddizione: prima sostegno al reazionario Pelloux, in seguito ministro con il riformista Giolitti, poi appoggio a Mussolini, nonché alla mafia (in un famigerato discorso del 1925, quando i fascisti nonostante il suo apporto alla legge Acerbo); la figuraccia a Parigi, proprio come “Presidente della Vittoria” a rimorchio di Sonnino; la pensione nel 1931 per non giurare come professore universitario, ma nel 1935 la lettera a Mussolini, “ pronto a mettersi al servizio della patria” sull’onda della  canagliata all’Etiopia. Nel dopoguerra, oltre ad aver mediato nel 1943 tra il re e Badoglio – un merito non da poco – ignorò però la responsabilità storica della Monarchia, mentre rimase sempre antiamericano, prima contro Wilson poi contro il trattato di pace dopo la Seconda guerra mondiale.

Un momento emblema della sua logica politica è il proclama di Badoglio dell’8 settembre, di cui sembra sia sua infelice espressione “la guerra continua”: una frase che sintetizza il realismo di Orlando, la sua capacità di leggere le carte e agire secondo la realtà del momento, più che secondo ideali astratti. Un realismo, però, ripetiamo schiacciato sul presente.

 


La rivoluzione mondiale e il diritto mostra come la visione di Orlando di una comunità mondiale servisse soprattutto a indebolire il potere degli Stati Uniti: l’ONU come cavallo di Troia, prospettiva da autentico realista politico, pre-BRICS, più attento al bilancio di potere che ai principi morali universali. All’epoca, questo equilibrio si giocava con l’Unione Sovietica alle porte e la Cina in cammino. E non c'era Trump-Lucky Luciano al potere.

Sicuramente non filo-americano dal 1919, non sorprende, quindi, che Orlando si distinguesse per la strenua opposizione alla ratifica del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, per l’astensione al voto di adesione al Patto Atlantico e per le critiche alla proposta della Comunità europea di difesa (CED). Morì nel 1955, nato nel 1860, lasciando un segno indelebile di realismo politico concentrato sul presente e sui rapporti di forza più che sugli ideali universali.

Che dire? A un personaggio del genere si può mettere in bocca tutto. Di conseguenza, in questo contesto, Cacciari si muove da tuttologo, dispensando teorie e commenti con un entusiasmo contagioso, ma con il rischio di far sembrare la politica un gioco di parole; Irti, al contrario, mantiene la distanza accademica: osserva i rapporti tra diritto e realismo politico, con accenti schmittiani, senza però scendere in piazza, lasciando trasparire la profondità del giudizio, da autentico professore universitario.

 


Orlando resta così una figura di realismo politico incentrato sul presente, capace di muoversi tra diritto, opportunità e potere, ma senza slancio senza futuro, come mostra questo volume.

La rivoluzione mondiale e il diritto lo restituisce con tutte le sfumature necessarie per comprendere il suo ruolo nella storia italiana e internazionale, mentre Irti e Cacciari ci offrono due prospettive opposte: uno elegante e distaccato, l’altro entusiasta e affollato di digressioni. Da un lato Schmitt, che civettò con Hitler dall’altro un magliaro del pensiero, che vuole vendere un Heidegger uscito da capannoni dei conciari. E sulla “Stampa”, mica sulla “Gazzetta di Voghera”.

E in mezzo? Al centro… Orlando, maestro nel leggere le carte e agire secondo il presente, con tutto il suo pragmatismo e le sue contraddizioni. Come Facta e Salandra, meno fortunati e forse meno bravi e con una vita più breve.

 


Si chiama anche liberalismo di destra. Lo stesso che oggi sta dalla parte di Giorgia Meloni. Come dopo la Marcia su Roma si mise a disposizione di Mussolini.

Carlo Gambescia

 

 

(*) Prolusione del 1947, tenuta in occasione del ritorno di Orlando in cattedra e poi pubblicata in La rivoluzione mondiale e il diritto, in Id., Scritti giuridici varii (1941–1952), Giuffrè. Milano 1955, pp. 373-435. Ora qui: https://lanavediteseo.eu/portfolio/la-rivoluzione-mondiale-e-il-diritto/ .

(**) Su queste definzioni rinviamo al nostro Il grattacieleo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edziooni Il Foglio, Piombino (LI) 2019, pp. 23-31.

venerdì 20 marzo 2026

La scomparsa del padre della Lega: Bossi, l’ inizio di tutto

 


Con la morte di Umberto Bossi è scattato il rito stanco e prevedibile della santificazione: l’uomo, il padre, il combattente politico. Il copione è noto: si levigano gli spigoli, si attenuano le responsabilità, si trasforma una figura divisiva in un pezzo di memoria condivisa. Ma qui il punto non è la memoria. È la rimozione.

Perché Bossi non è stato solo un protagonista della Seconda Repubblica: è stato uno dei principali agenti, probabilmente il primo, di trasformazione del linguaggio politico italiano. Ha reso dicibile ciò che prima non lo era. Ha legittimato un pessimo registro politico che non è più mutato.

E quando il linguaggio cambia, prima o poi cambia anche la politica.


Bossi è stato qualcosa di più, e di meno: il prodotto e al tempo stesso il motore di un risveglio populista che ha segnato una cesura nello stile della politica italiana: il passaggio dalla retorica della transigenza alla retorica dell’intransigenza. Forma che poi si rivelata essere sostanza populista. Come detto, Bossi non unico responsabile, ma primo grande sdoganatore.

 


La sua cifra non era solo politica, ma culturale e morale: un populismo che legittimava la semplificazione brutale, la delegittimazione dell’avversario, la riduzione del conflitto a scontro identitario. I suoi non erano semplici slogan: erano maleodoranti “palle di merda”, così mi disse un caro amico giornalista, all’epoca pronto a imbracciare il fucile contro il leghismo “antiunitario” .

Perciò non è solo ciò che Umberto Bossi ha detto, ma come lo ha detto: un lessico che mescola insulto, minaccia e identità, e che ha finito per ridefinire i confini stessi del discorso politico.

Basti pensare a espressioni come “Roma ladrona”, vero marchio di fabbrica e costruzione di un nemico morale e territoriale, all’invenzione dell’idea forza della “Padania” e al richiamo costante alla “secessione” o alla “Padania libera”, più come leva di mobilitazione che come progetto politico concreto; fino alle iperboli più aggressive — “abbiamo il cappio pronto”, “fucili pronti” — che evocano un immaginario di giustizia sommaria e di conflitto quasi militare, passando per l’uso divisivo di termini come “terroni” e per il celebre “ce l’ho duro”, emblema di un vero e proprio “celodurismo” elevato a stile politico; il tutto dentro uno schema martellante, quello del “Nord che produce” contrapposto al “Sud che spreca”, che trasforma una questione economica complessa in una semplificazione morale e identitaria di grande efficacia comunicativa.



A lungo, inoltre, il fenomeno Bossi è stato frainteso — quando non sottovalutato — anche da chi avrebbe dovuto coglierne per primo la portata.

Una parte consistente della sinistra, già attraversata da proprie pulsioni populiste, non ha visto — o non ha voluto vedere — il veleno che si stava inoculando nel discorso pubblico: la riduzione della politica a invettiva, l’erosione della legittimità dell’avversario, la trasformazione del conflitto in delegittimazione morale.  Del resto si tratta di un populismo che tuttora marchia larga parte della sinistra.

Quanto ai liberali italiani, il loro errore è stato diverso ma non meno grave: troppo spesso schiacciati su posizioni di destra e animati da una certa presunzione elitaria, hanno creduto di poter governare o incanalare il fenomeno.



La parabola di Gianfranco Miglio, per un periodo ideologo della Lega Nord, resta esemplare di questa illusione, come poi ammise lo stesso professore.

Così come la scelta di alcuni intellettuali liberali di sostenere Silvio Berlusconi, convinti di poter dare forma “razionale” a un’onda che, in realtà, sfuggiva per sua natura a ogni razionalizzazione. Tra questi, figure come Giuliano Urbani, Marcello Pera, Antonio Martino: nomi diversi, storie diverse, ma accomunati dall’idea — rivelatasi fallace — che il populismo potesse essere addomesticato dall’interno.

In questo senso, Umberto Bossi ha socchiuso una porta. Silvio Berlusconi l’ha aperta, trasformando la politica in narrazione permanente e personalizzata. Beppe Grillo l’ha spalancata, portando a compimento la radicalizzazione anti-istituzionale del discorso pubblico. Con lui rinasce – perché già il fascismo ne fece largo uso – l’intransigente retorica contro lo stato di diritto, il parla mento, le regole della democrazie liberale.

 


Come accennato un episodio simbolico resta quello della corda agitata in Parlamento da un deputato leghista negli anni Novanta: un gesto che evocava la forca per i “traditori”. Non fu una semplice provocazione folkloristica, ma un segnale preciso di sdoganamento della violenza simbolica. E Bossi non lo condannò mai davvero. Anche questo fa parte della sua eredità.

Il risultato di queste tre ondate non è stato tanto l’episodico rafforzamento della Lega di Matteo Salvini,  tuttora  buon maestro nel dire l'indicibile, quanto l’emersione di una forza capace di capitalizzarne gli effetti: Fratelli d’Italia e la leadership di Giorgia Meloni.



Qui sta il salto qualitativo. Non siamo più nella logica togliattiana del “partito di lotta e di governo”, ma in una dinamica più ambigua e, per certi versi, più insidiosa: una politica che si presenta simultaneamente come forza d’ordine e come interprete del disordine.

È una strategia che ha precedenti storici ben noti: la capacità, già sperimentata nel ciclo 1919-1926, di parlare a entrambe le pulsioni — quella anti-sistemica e quella securitaria — tenendole insieme in una sintesi apparentemente stabile.

Rispetto a Bossi, Berlusconi e Grillo, Giorgia Meloni aggiunge un elemento decisivo: la disciplina del linguaggio e la gestione accorta dell’ambiguità. Dove Bossi urlava, lei calibra. Dove Grillo rompeva, lei ricompone, almeno in superficie. Ma la logica di fondo resta: spostare progressivamente i confini del discorso pubblico, rendendo normale ciò che prima era impensabile.

 

Se un nuovo fascismo, un giorno, dovesse affacciarsi, non sarà fatto di clamore o urla, ma di silenzi e di consensi assuefatti: una trasformazione lenta, quasi invisibile, che affonda le radici in un clima di assuefazione politica inaugurato più di quarant’anni fa.
Ecco perché la santificazione postuma di Bossi non è solo indulgente: è politicamente miope. 

Non si tratta di giudicare un uomo, ma di capire un processo. Umberto Bossi ha aperto una frattura nel discorso pubblico che altri hanno allargato, raffinato, reso sistema.

Oggi ne vediamo gli effetti nella forma più compiuta: una politica capace di alimentare il conflitto mentre si presenta come sua soluzione, di evocare il disordine mentre promette ordine.

In questo quadro, vale la pena ricordare che i post-fascisti oggi al governo non furono affatto estranei, all’epoca di Tangentopoli, a quel clima di radicalizzazione: molti missini – a partire da Fini e dai sui colonnelli – si trovarono immersi, insieme a settori della sinistra populista, in una piazza trasversale e giustizialista, il cui simbolo resta il lancio delle monetine contro Bettino Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael.



Sembra che tra quella folla eterogenea, difficilmente riconducibile a un solo colore politico, non mancassero presenze provenienti anche dall’area missina, a conferma di un passaggio in cui indignazione, giustizia e pulsione plebiscitaria finirono per sovrapporsi.

Anche questo fu Tangentopoli: non solo un momento di necessario repulisti, ma anche l’emersione di una forma di populismo giudiziario, in cui la piazza anticipava — e talvolta sostituiva — il giudizio politico.



In questo senso, l’eredità di Bossi non è un ricordo. È un percioloso dispositivo ancora attivo.

Ignorarlo — o peggio, edulcorarlo — non è un errore di memoria. È un errore di analisi. E, come spesso accade, gli errori di analisi si pagano.

Carlo Gambescia

giovedì 19 marzo 2026

Referendum 22-23 marzo: parlare ai sordi

 


Domenica e lunedì si vota sulla separazione delle carriere nella magistratura. E, puntuale, il dibattito si è incanalato nei soliti binari: da un lato le tifoserie politiche, dall’altro i tecnicismi giuridici. Non se ne può più. Meglio, allora, essere stringati (o quasi).

Siamo refrattari sia alla tesi dei “riformisti” sui treni che passano una volta sola, sia a quella dei custodi dell’esistente, per i quali ogni mutamento coincide immancabilmente con una minaccia. .



Peccato che il punto decisivo sia altrove. Si discute infatti come se il nodo fosse esclusivamente quello della terzietà del giudice, garantita dalla separazione tra magistratura requirente e giudicante. Ma è davvero questa la questione centrale? In realtà, la distinzione tecnica esiste ed è chiara, ma non risolve il problema principale: assicurare che la magistratura eserciti il proprio potere con reale autonomia e senza pressioni esterne.

A ben vedere, la questione decisiva non è interna alla magistratura, bensì riguarda il suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. Non è un problema tecnico, ma sociologico — se si vuole, metapolitico.

Un corpo unitario, dotato di una dinamica centripeta, è strutturalmente più forte di un corpo diviso, attraversato da logiche centrifughe. Dividere la magistratura significa inevitabilmente ridurne la capacità di resistenza nei confronti degli altri due poteri, il legislativo e soprattutto l’esecutivo.



E qui sta il nodo che spesso sfugge: un giudice può essere davvero “terzo” rispetto al giudicando solo se, prima ancora, è in grado di essere terzo rispetto agli altri poteri dello Stato. Se questa condizione viene meno, la terzietà processuale rischia di diventare una formula vuota.

Possibile che non si colga questo nesso? Sembra di parlare ai sordi.

Il punto, allora, non è schierarsi nelle consuete contrapposizioni. La destra, in questa partita, sembra perseguire — più o meno esplicitamente — un obiettivo di riequilibrio dei poteri attraverso forme di controllo sulla magistratura, che finiscono per tradursi in un suo progressivo indebolimento. La sinistra, dal canto suo, tende a opporsi evocando garanzie e principi, ma raramente mette a fuoco fino in fondo la dimensione strutturale del problema: il rapporto di forza tra poteri.



Per queste ragioni – diciamo metapolitiche e di realistica sociologia liberale – chi scrive voterà no.

Non per adesione alle ragioni del partito per il no, ma per una considerazione elementare: nella storia dei poteri, ogni intervento sulla loro struttura produce conseguenze concrete. Dividere un organo che oggi opera con relativa autonomia può avere l’effetto, inatteso o non voluto, di comprometterne l’efficienza senza garantire necessariamente maggiore indipendenza o controllo.

Il resto — le nobili intenzioni, le dispute tecniche, le dichiarazioni di principio — appartiene al repertorio delle giustificazioni, che spesso arrivano dopo, quando gli effetti nefasti  sono già visibili.

Carlo Gambescia

mercoledì 18 marzo 2026

Trump e limiti interpretativi della politologia contemporanea

 


Uno dei limiti della politologia contemporanea, di cui Gianfranco Pasquino è un tipico rappresentante, è la tendenza a voler interpretare l’irrazionale esclusivamente con le categorie del razionale. Semplificando: la guerra è irrazionale, la pace razionale.

Ci spieghiamo meglio.

Nell’editoriale su “Domani”, pur di colpire, anche giustamente per carità, la destra trumpiana, Pasquino sottolinea il seguente punto:

“Si continua a non capire quale sia l’obiettivo della guerra contro l’Iran, non il regime change, non la distruzione degli impianti nucleari e nemmeno la decapitazione della leadership degli ayatollah. E se il fine era la costruzione di un nuovo ordine mondiale, ora sembra piuttosto che siamo solo alla sua disarticolazione” (*) .



A parte che l’Iran potrebbe avere i giorni contati, data la sproporzione di forze — tale da lasciare a Teheran margini molto ridotti, come la Polonia nel 1939 — il vero punto è un altro: una certa politologia di impianto kantiano (e sia detto con il massimo rispetto per un grandissimo filosofo come Immanuel Kant) tende a leggere la guerra — cioè l’irruzione dell’irrazionale — attraverso le categorie della pace, cioè del razionale.

Ora, ammesso e non concesso che la guerra sia necessaria ( questa la tesi di Pasquino), essa dovrebbe comunque avere uno scopo — la costruzione di un ordine, se non pacifico, almeno stabilizzato. E, da come si comporta Donald Trump , non si individua alcun metodo, nel senso di uno schema mezzi-fini di razionalità rispetto allo scopo o al valore, per dirla con Max Weber.

Da qui l’implicita conclusione: rovesciando Shakespeare Trump sarebbe un folle senza metodo.



Ma è proprio questo il punto problematico.

In realtà, la razionalità analitica — comparativa, storica, concettuale — può descrivere e interpretare anche ciò che, nella sua origine, non è razionale. In altre parole: si può comprendere razionalmente l’irrazionale, senza per questo ridurlo a razionalità.

E qui la domanda è: davvero le grandi guerre della storia sono sempre state guidate da scopi chiari e coerenti? Cioè c’era sempre un metodo nella follia dei grandi della storia?

Napoleone Bonaparte, quando partì per l’Egitto, aveva un disegno strategico compiuto? E quando invase la Russia? Adolf Hitler, nel cancellare la Polonia o nel dichiarare guerra agli Stati Uniti dopo Pearl Harbor, seguiva una razionalità mezzi-fini coerente, oppure una dinamica che finiva per travolgere anche i suoi stessi calcoli? E che dire di Benito Mussolini che subito si accodò?



C’è una categoria che aiuta a leggere questi processi: la volontà di potenza.

Un concetto che rinvia, certo, a Friedrich Nietzsche, ma che qui può essere intesa in senso storico-politico: come impulso all’espansione, alla sopraffazione, alla distruzione degli ostacoli. Un impulso che, una volta dispiegato, non segue necessariamente un piano razionale, ma può produrre — ex post — effetti anche strutturati: imperi, equilibri, nuovi ordini.

Dall’Impero assiro a quello romano, fino al Reich hitleriano, la storia mostra come la potenza, una volta messa in moto, tenda a eccedere gli scopi iniziali ( ammesso e non concesso che sempre vi siano).

Si dirà che tra Assiri e Romani esistono differenze “culturali” enormi. Certo. Ma le guerre puniche mostrano come anche Roma — popolo non di marinai, costretto a costruire una flotta ex novo — sia entrata in una dinamica di escalation che ha portato alla distruzione totale di Cartagine. Un esito difficilmente riducibile a un semplice calcolo razionale iniziale.

In questo senso, la volontà di potenza non è caos puro, ma una logica propria: una logica espansiva, cumulativa, che può produrre ordine solo dopo aver generato distruzione. Qui la razionalità-volontà di potenza, diciamo così, che invece sfugge a Pasquino.

Metodologicamente, restiamo dentro la cornice schumpeteriana della “distruzione creatrice”. Solo che, in questo caso, la dinamica non passa per la concorrenza economica — versione civilizzata del conflitto — ma per la sua forma più nuda: la guerra. Si potrebbe chiamare in causa anche certo realismo politico in forma estrema, o, se si vuole, criminogeno.



Alla luce di ciò, le dichiarazioni brutali e periodiche di Trump possono apparire “folli” solo se giudicate esclusivamente con il metro di una razionalità kantiano-weberiana, basata, in particolare nel caso del grande filosofo, sulla distinzione guerra (irrazionale)/ pace (razionale).

Un metodo, in realtà, c’è. Ed è quello di rimuovere — progressivamente e senza troppi vincoli — gli ostacoli che si frappongono lungo il cammino.

“Fanno il deserto e lo chiamano pace”, per dirla con Tacito.

Come fermare un attore che non risponde pienamente alla logica della razionalità kantiano-weberiana, basata sull’di pace, ma che ha comunque una sua razionalità, esplicitata dalla guerra-volontà di potenza?



Le opzioni, storicamente, sono due: o si arresta da sé, per esaurimento o errore; oppure viene fermato da una forza superiore, altrettanto determinata.

Per ora, il mondo — e l’Europa in particolare — sembra confidare nella prima ipotesi.

 

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/una-guerra-senza-prospettive-non-ce-metodo-nella-follia-di-trump-iaenss5y .

martedì 17 marzo 2026

Non solo lottizzazione: il fascista intelligente e il mito rurale di Linea Verde

 


Fascisti intelligenti? Suona come un ossimoro, eppure qualcuno c’è. Ma il lettore dovrà avere pazienza: partiamo da un casus belli.

Quando si guarda Linea Verde, nell’edizione domenicale e nei suoi format derivati, sembra di assistere a un Paese che non esiste più — e forse non è mai esistito. Un’Italia perfetta, solare, morigerata, ferma nell’autosufficienza delle proprie tradizioni: madonne, processioni, sagre, microaziende familiari, e campi di grano così curati che neanche un set cinematografico.

Un’Italia che non sbaglia mai un colpo perché, semplicemente, non si muove. Nulla contro il folklore: è bello, è identità, è patrimonio. Il problema non è il racconto della tradizione: è la sua trasformazione in paradigma. 

 


Un’estetica monocromatica che ripete, puntuale, tutte le domeniche, lo stesso messaggio: autosussistenza, radici, ritorno alla terra, moralità rurale. Una sorta di catechismo identitario servito ogni domenica mattina, dove il mondo moderno è un ospite raro e quasi indesiderato. Del tipo Saperi e Sapori, cavallo di battaglia culturale, dell’ultimo Pino Rauti, ormai leone spelacchiato.

Con un piccolo paradosso, che già rivela l’intelligenza di un “manovratore” ( di cui a breve parleremo), che a nostro avviso si scorge sopra o tra gli autori del programma: quando “Linea Verde“ osa affacciarsi sul globale, lo fa scegliendo proprio ciò che la destra denuncia come “radical chic”. Niente filiere produttive internazionali, niente logistica, niente scienza agronomica: solo prodotti di nicchia, spezie gourmet, eccellenze da bistrot. Destra chic, alle orecchiette gourmet? Probabile.



In ogni caso, una globalizzazione anestetizzata, digeribile. Quella che non sporca le mani e non incrina il mito dell’autosufficienza. L’esotico sì, ma purché resti una decorazione: un cucchiaino di curcuma, non un mondo.

E qui entra in scena la sociologia delle comunicazione ( e della cultura). Perché questa narrazione non nasce oggi. Non è neutra, non è spontanea. Ha una genealogia precisa: ruralismo identitario, comunità armoniosa, culto della terra e dell’autarchia. Tasselli già visti nel Novecento, dalle riviste di Strapaese alla “battaglia del grano”.

Attenzione, non stiamo dicendo che Linea Verde sia un programma fascista, sarebbe grottesco. Stiamo dicendo che attinge a quegli immaginari, li ripulisce, li addolcisce, li serve in versione domenicale: a milioni di italiani affetti da una pericolosa nostalgia canaglia.



La sostanza, però, resta: l’idea che il futuro possa essere raccontato come un ritorno all’origine. E qui conviene ricordarlo chiaramente: Linea Verde non  sempre è stata così.

Chi ha qualche anno di memoria televisiva sa bene che il programma — nelle diverse edizioni, dai tempi di Federico Fazzuoli fino alle stagioni condotte da Patrizio Roversi — non proponeva un’Italia immobile, musealizzata, patriarcale. Raccontava territori, sì, ma li attraversava con un’idea di modernità diffusa: innovazione agricola, trasformazioni delle filiere, rapporto fra locale e globale, l’Italia che produceva e sperimentava.

Quello di oggi non è un “DNA originario” del format: è una svolta culturale precisa, un cambio di registro. E come tutti i cambi di registro, va analizzato, discusso, contestualizzato.

A questo punto, più che cercare un responsabile diretto, conviene guardare al clima culturale in cui queste scelte maturano. Le trasformazioni dei linguaggi televisivi raramente nascono dal nulla: riflettono orientamenti, sensibilità, visioni del Paese che circolano — spesso in modo discreto — tra chi progetta e indirizza il servizio pubblico. Figure ibride, a metà tra dirigente e intellettuale, capaci di muoversi tra amministrazione e immaginario, contano più di quanto appaia. Non sempre firmano i programmi, ma contribuiscono a definirne il tono, l’orizzonte e i limiti impliciti, indicando — se non imponendo — i conduttori giusti: simpatici, buffi e fedeli come carlini.



In questo senso, il nome di Angelo Mellone, scrittore, giornalista e tante altre cose, di cui nessuno nega la brillantezza, è stato spesso associato, nel dibattito pubblico, a una certa idea di racconto nazionale: sobrio, identitario, apparentemente neutro e proprio per questo efficace. Non è questione di attribuire paternità dirette — operazione spesso fuorviante — quanto di cogliere una consonanza.

Attualmente, Angelo Mellone è Direttore dell’Intrattenimento Day Time della RAI, con responsabilità sulla programmazione quotidiana e sui principali contenitori diurni. Più che firmare singoli programmi, incide sulla linea editoriale e sul clima culturale dei palinsesti. Non è un dettaglio che questa traiettoria trovi anche ulteriori riconoscimenti istituzionali, come la nomina a consigliere dell’Istituto Centrale per la Grafica da parte del ministro Alessandro Giuli. Ciò segnala come questo tipo di sensibilità non resti confinato nei palinsesti, ma tenda a diventare criterio più generale di indirizzo culturale.

In questo senso, più che ai propagandisti urlanti, viene in mente una figura come Alessandro Pavolini, uomo di grande cultura e fondatore delle Brigate Nere — non per i contenuti espliciti, sarebbe un paragone fuori scala — ma per il ruolo culturale: quello di chi lavora sull’immaginario, sulla narrazione, sul clima simbolico. Non comanda direttamente: prepara il terreno. Quando una visione è chiara, non ha bisogno di imporsi. Le basta circolare. 



Qualcuno potrebbe obiettare, con un’alzata di spalle ironica: “E va bene, adesso tocca alla destra, che male c’è?”. Forse. 

Oppure, come fa la sinistra, si grida alla lottizzazione, dopo averla a lungo praticata?  Ipocriti.

Ma è anche la dimostrazione che il programma non è neutro: la sensibilità culturale cambia a seconda di chi tiene in mano la macchina del racconto. Il servizio pubblico, così, rischia di ridursi a un’alternanza di narrazioni, più che a uno spazio realmente plurale (ammesso e non concesso che una mutazione del genere sia possibile. Ma questa è un’altra storia…).

Del resto non è neppure un fenomeno solo italiano. In tutta Europa, il conservatorismo culturale si traveste sempre più spesso da nostalgia rurale: radici, comunità, autenticità, prodotti del territorio. È un linguaggio che funziona, tranquillizza, promette stabilità mentre la modernità corre.

Eppure, se oggi abbiamo risolto — per la prima volta nella storia — il problema dell’alimentazione di una popolazione crescente, non è grazie ai borghi “autentici”. È merito della modernità: tecnologia, scienza, mercati globali, divisione del lavoro. In una parola: apertura. 



E allora si torna alla domanda cruciale: perché un programma del servizio pubblico propone una sola narrazione dell’agricoltura? Dov’è la modernità? Dov’è il racconto dell’Italia che innova, sperimenta, esporta, importa, e si muove dentro reti globali? Per quale ragione  la RAI sembra convinta che il futuro del Paese sia sempre e comunque una foto in seppia?

La riposta può non piacere. Ma come abbiamo visto esistono — pochi ma influenti — quelli che potremmo chiamare fascisti intelligenti: abili nel plasmare cultura e immagine con una freddezza che lascia senza fiato.

Carlo Gambescia

lunedì 16 marzo 2026

L’ Anticristo dei miliardari. Fondamentalismi globali e paura della libertà

 


Ieri abbiamo parlato del viaggio romano di Peter Thiel, il miliardario della Silicon Valley che ha scelto la città dei papi per tenere una conferenza sull’Anticristo (*). Oggi vale la pena tornare sull’argomento, per approfondire proprio questo punto. Non tanto per discutere di teologia, quanto per capire che cosa rivela, sul piano politico e culturale, questa nuova retorica apocalittica.

Nella sua conferenza romana, Thiel ha sostenuto che l’Anticristo potrebbe presentarsi non come un tiranno brutale, ma come un leader capace di promettere pace e sicurezza globale. Un potere che, in nome della lotta contro le grandi paure contemporanee — guerra nucleare, crisi climatiche, tecnologie fuori controllo — riuscirebbe a imporre un ordine mondiale totalitario. In questa prospettiva, il pericolo non sarebbe il caos, ma un potere troppo forte che, in nome della salvezza dell’umanità, finirebbe per sopprimere la libertà (**).

Quella del potere mondiale è una ricorrente ossessione del pensiero politico occidentale. Anche il liberalismo diffida di un’autorità universale troppo forte, perché teme la concentrazione del potere e la fine dei contrappesi. La differenza è che, mentre i liberali vedono in questo rischio un problema istituzionale da limitare con regole e pluralismo, le correnti apocalittiche — cui si richiama anche Peter Thiel — lo interpretano in chiave teologica: il governo mondiale non sarebbe solo pericoloso, ma il possibile segno dell’avvento dell’Anticristo. E così facendo moltiplicano le paure che dichiarono di combattere.  Quando si dice il caso...

Però il punto interessante non è tanto la tesi teologica ma il clima culturale che la rende plausibile.

Da alcuni anni assistiamo infatti a un ritorno globale del pensiero apocalittico. Non riguarda soltanto l’Occidente. Nel mondo islamico il linguaggio escatologico è presente da sempre nella propaganda dei movimenti radicali. Ma sempre più spesso un linguaggio simile riemerge anche nel discorso politico occidentale, sia in ambienti evangelici americani sia in settori del cattolicesimo tradizionalista.

A questo punto emerge un fenomeno sociologicamente interessante: i fondamentalismi non nascono mai isolati. Tendono a rafforzarsi reciprocamente. Il radicalismo islamico alimenta la paura identitaria in Occidente; la risposta occidentale assume a sua volta forme sempre più religiose e apocalittiche.

Il risultato è una sorta di specchio ideologico: mondi che si dichiarano nemici finiscono per parlare lo stesso linguaggio politico, fatto di destino, scontro finale e verità assolute. Così il fondamentalismo islamico e quello occidentale finiscono per diventare alleati involontari nello stesso clima di radicalizzazione globale: dagli ambienti apocalittici vicini a figure come Peter Thiel fino ai populismi politici incarnati da leader come Donald Trump o alle visioni religiose del potere promosse da figure come Ali Khamenei, guida del fondamentalismo sciita, e da leader sunniti del jihadismo globale come Osama bin Laden.  Oggi scomparsi.

 


Ma proprio qui conviene fare un passo indietro 

Se vogliamo parlare seriamente di Bene e Male nella storia, conviene liberarsi delle metafore apocalittiche.

Il male non è un simbolo teologico. È un fatto concreto. Fare del male significa cambiare la vita delle persone in peggio. Fare del bene significa cambiarla in meglio. Bene e male, nella storia, sono realtà molto più semplici di quanto suggeriscano le narrazioni apocalittiche.

Adolf Hitler ha cambiato in peggio la vita di centinaia di milioni di persone. Le sue decisioni politiche hanno prodotto guerra, persecuzione, genocidio e distruzione. Il male storico si manifesta così: attraverso azioni che devastano la vita degli esseri umani.

Allo stesso modo il bene si manifesta in modo altrettanto concreto. Scienziati, inventori, imprenditori e riformatori che hanno migliorato la condizione umana — da Louis Pasteur a Thomas Edison — hanno cambiato la vita delle persone in meglio, allungando la vita, riducendo la sofferenza e ampliando le possibilità individuali.

In questo senso anche il capitalismo moderno, con tutti i suoi difetti, ha rappresentato uno dei più potenti strumenti storici di miglioramento delle condizioni di vita. Ha creato innovazione, mobilità sociale e opportunità individuali su una scala senza precedenti.

 


Questo ci porta a un’altra questione: quella delle élite.

Nel dibattito pubblico si tende a contrapporre due caricature. Da un lato l’elitismo progressista, spesso accusato di vivere in una bolla culturale: l’elitismo “al caviale”. Dall’altro l’elitismo identitario e tradizionalista che riscopre religione e gerarchia: l’elitismo “al rosario”.

Entrambi hanno un problema comune: tendono a guardare con sospetto la società aperta e la complessità della democrazia liberale.Ma esiste un terzo tipo di elitismo, molto più importante nella storia della modernità: l’elitismo liberale.L’elitismo liberale non è una casta chiusa che rivendica privilegi. È il risultato della libertà sociale, del lasciar fare, lasciar passare. In una società aperta emergono inevitabilmente persone più capaci, più inventive, più intraprendenti. Non perché appartengano a una classe superiore, ma perché la libertà permette al talento di emergere.
 


È l’elitismo della competenza, dell’innovazione, dell’iniziativa individuale: nessun potere mondiale, solo il potere della libertà e dell’intelligenza, poteri che spesso, senza che gli stessi individui lo sappiano (si scopre sempre dopo), fruttifica in un mondo migliore.

E,  ripetiamo, è proprio questo tipo di élite che ha alimentato lo sviluppo della modernità: scienziati, imprenditori, ingegneri, riformatori politici, innovatori culturali.

Il linguaggio apocalittico produce invece l’effetto opposto. Trasforma la politica in una battaglia metafisica tra Bene e Male, in cui ogni avversario diventa un nemico assoluto.

 


Quando accade questo, la politica smette di essere razionale. E quando  ciò accade la libertà diventa la prima vittima. Di qui il proliferare di paure, dittature, guerre.

Il paradosso è evidente. Nel momento in cui si proclama di voler salvare la civiltà occidentale, si finisce per abbandonare proprio ciò che ha reso possibile la modernità: la fiducia nella libertà umana e nella società aperta.

Forse il vero pericolo non è l’Anticristo evocato nelle conferenze dei miliardari. Il pericolo è quando la politica torna a parlare il linguaggio delle crociate.

 

Carlo Gambescia



(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/thiel-roma-il-miliardario-lanticristo-e.html .

(**) Qui una sintesi giornalistica: https://www.globalbankingandfinance.com/thiels-secretive-rome-conference-draws-church-attention/ .

domenica 15 marzo 2026

Thiel a Roma. Il miliardario, l’Anticristo e la tentazione illiberale

 


Il viaggio romano di Peter Andreas Thiel - cattolico, tedesco naturalizzato americano, imprenditore della Silicon Valley, cofondatore di PayPal e finanziatore di Palantir Technologies -  ha suscitato grande interesse negli ambienti politici e religiosi. Non è comune vedere un miliardario del mondo tech approdare nella città dei papi per discutere dell’Anticristo davanti a un pubblico selezionato. Ciò che potrebbe sembrare curioso rivela, in realtà, un fenomeno più profondo: l’incontro tra una parte del cattolicesimo tradizionalista, com ampie chiusure reazionarie, e nuovi capitali provenienti dall’innovazione tecnologica americana.

Sul piano materiale la questione è semplice. L’arcaismo cattolico – che per anni hanno avuto molte idee e pochi mezzi – sta trovando finanziatori. Tra questi figura appunto Thiel, imprenditore miliardario, politicamente vicino a Donald Trump e influente in diversi ambienti intellettuali conservatori e reazionari statunitensi. Che lo faccia per convinzione religiosa, per interesse culturale o per calcolo politico è secondario. Il punto è che il denaro può aiutare a cambiare il peso delle idee. Come disse Anna Magnani al giovane e allampanato Federico Fellini: “Anche tu sei il solito intellettuale moro di fame in cerca di fortuna a Roma. E questo è il momento dei cattolici felliniani (nel senso della Magnani).

Insomma, correnti marginali possono improvvisamente dotarsi di reti, riviste, conferenze e piattaforme intellettuali.



Sul piano intellettuale, Thiel non è tanto un autore sistematico quanto un imprenditore-pensatore che interviene soprattutto con saggi, conferenze e interviste. Il suo libro più noto, Zero to One, scritto con Blake Masters (*), è dedicato alle startup e all’innovazione e difende l’idea dell’imprenditore capace di creare qualcosa di radicalmente nuovo. Il che è idea sanissima.

Però, già da studente, aveva mostrato un orientamento polemico e fortemente conservatore con The Diversity Myth, un attacco al multiculturalismo nelle università americane (**). Alcune delle sue affermazioni più discusse si trovano però in saggi e interventi pubblici: in uno scritto del 2009 dichiarò di non ritenere più compatibili libertà e democrazia, segnalando una diffidenza radicale verso la democrazia di massa. Diffidenza che può anche essere condivisa, però non nel senso di un ritorno alla ruota quadrata.

Diciamo che si riconosce in una versione reazionaria del pensiero di Leo Strauss, importante filosofo conservatore, più citato che letto. E che alcuni interpretano, tra i quali - sembra - Thiel  come nemico della democrazia liberale, cosa non del tutto vera (***). Strauss è uno di quei pensatori abissali. Ma non per finta, come il nostro Cacciari. Vi si trova di tutto. Di qui le varie interpretazioni.

Tuttavia non si contrasta il conformismo di massa ritornando all’antica idea della religione come forma di controllo sociale, magari con l’aiutino dell’algoritimo.



Anche perché sul piano teorico, Thiel si richiama spesso ad alcuni autori molto diversi tra loro. Il primo è René Girard, teorico del desiderio mimetico, ma in chiave antilacaniana, o antiScuola di Francoforte, da cui Thiel ricava una visione della politica come dinamica di rivalità e capri espiatori a fronte di masse sottomesse. Un altro riferimento è Carl Schmitt, giurista della decisione sovrana e critico radicale del liberalismo parlamentare, ipnotizzato dalla marcia del Leviatano nazista. Non mancano poi suggestioni provenienti da autori della modernità scientifica come Francesco Bacone (Francis Bacon), celebrato come teorico del potere della conoscenza e della tecnica. Il risultato è una miscela intellettuale singolare: teologia del conflitto, critica della democrazia liberale e fiducia nella potenza trasformativa della tecnologia, come prolungamento di un sacro digitalizzato esteso al contro sociale di masse instupidite dai consumi.

Idea, come dicevamo, antica quanto Machiavelli e il Gorgia platonico, che Thiel digitalizza in chiave Vecchio Testamento, tornando all’attacco, come un Donoso rapstar, del liberalismo.

Perciò il nodo non è soltanto economico. È anche dottrinale e politico.

Una parte del cattolicesimo tradizionalista oppone alla gerarchia impersonale dello Stato sociale un’altra gerarchia: quella degli uomini investiti di valori sacri. E sia detto, neppure mica tanto per inciso, il vero liberalismo deve tenersi alla larga da entrambi. Le masse sono quel che sono, ma non possono essere ammanettate per altri quattromilacinquecento anni. In pratica Thiel, a proposito di gestione delle masse dall’alto, oppone all’individualismo protetto del welfare state un individualismo protetto da una gerarchia sacralizzata e guidata dall’élite, influenzata da valori tradizionalisti.



La società, in questa visione, non è una rete di individui uguali davanti alla legge, ma un ordine morale, sacralizzato, fondato su verità superiori e incarnato da élite legittimate dalla tradizione e dalla religione. E qui, come dice giustamente l’amico, Aldo La Fata, quando il tradizionalismo si trasforma in programma politico, addirittura di governo, non è più tale.

Ne deriva una svalutazione dell’individuo come unità politica autonoma. Il liberalismo ha costruito il suo edificio sull’idea opposta: che la società sia composta da individui titolari di diritti, e che il potere politico debba essere limitato proprio per proteggere questa pluralità. Il cattolicesimo reazionario, invece, tende a liquidare questa centralità dell’individuo. Ciò che conta non è la libertà personale, ma l’ordine morale-sacrale della comunità.

In questo quadro entra in scena la tecnologia. Per gli imprenditori della Silicon Valley essa è, naturalmente, un mezzo per produrre ricchezza. Ma, come dicevamo, per alcune correnti politiche e culturali può diventare anche qualcos’altro: uno strumento di controllo sociale. Non è un caso che Thiel abbia investito in aziende come Palantir Technologies, specializzate nell’analisi di grandi masse di dati e utilizzate da governi e apparati di sicurezza. Tecnologie di questo tipo possono essere presentate come strumenti di efficienza amministrativa, ma portano con sé una domanda inevitabile: chi controlla chi?

Il risultato è una combinazione singolare. Da un lato un pensiero politico che diffida dell’individualismo liberale e rivaluta la gerarchia. Dall’altro strumenti tecnologici che rendono sempre più penetrante la capacità di osservazione e di intervento delle istituzioni. La miscela non è priva di implicazioni.



Sul piano ecclesiale, questa convergenza potrebbe produrre effetti inattesi. I tradizionalisti cattolici sono spesso descritti come generali senza truppe: molto rumorosi sul piano intellettuale, ma socialmente minoritari. Tuttavia il sostegno di reti finanziarie e culturali potrebbe cambiare il quadro. Non è impossibile che una parte di questi ambienti, rafforzata da nuovi alleati e nuovi mezzi, imbocchi una strada di progressiva separazione dal cattolicesimo ufficiale. In altre parole, da minoranza marginale potrebbero trasformarsi in una piccola ma organizzata contro-élite religiosa.

In questo contesto, Leone XIV rappresenta la linea di equilibrio della Chiesa, che cerca di contenere e dialogare con i tradizionalisti senza cedere a estremismi; eppure, la convergenza tra miliardari come Thiel, tecnologia e correnti cattoliche reazionarie potrebbe creare uno spazio parallelo, un laboratorio di influenza culturale e politica che rischia di sfuggere al controllo diretto di un papa fin troppo compassato.

Si dice infine che Thiel sia un libertario. Può darsi. Ma il libertarismo, quando radicalizza l’idea di libertà individuale fino a farne un assoluto, rischia di diventare politicamente impolitico. Non costruisce istituzioni: le usa. E quando si tratta di costruire un ordine sociale concreto può finire per allearsi con qualunque forza disponibile. In questo senso il libertarismo può diventare occasionalista: disposto a vendere l’anima al diavolo pur di vedere realizzato un progetto. Diciamo  pure che l'Anticristo evocato da Thiel rischia di tornare al mittente.

La vicinanza politica di Thiel a Donald Trump suggerisce proprio questa contraddizione. Un libertarismo che proclama la sovranità dell’individuo ma si ritrova a sostenere leadership politiche fortemente personalistiche. È una libertà che ricorda più l’individualismo anarchico di un boss come Lucky Luciano che la libertà civile pensata da teorici del liberalismo come Alexis de Tocqueville, Raymond Aron o Isaiah Berlin, solo per fare tre nomi.



Naturalmente non siamo di fronte a un nuovo sistema politico già formato. Piuttosto a un crocevia di idee, capitali e ambizioni. Un miliardario della tecnologia che discute di Anticristo a Roma e annuncia la fine della democrazia liberale. E che, in questo senso, segnala qualcosa di interessante: l’emergere di una convergenza tra critica religiosa alla modernità, potere tecnologico e crescente disincanto verso il liberalismo.

Un’ultima cosa. E’ morto Habermas. I mass media lo definiscono filosofo liberale. Grave errore Habermas era un difensore dell’individualismo protetto. Un socialista liberale. Habermas e Thiel, pur agli antipodi, condividono un destino comune: entrambi sfidano il liberalismo, l’uno difendendo l’individuo attraverso regole collettive e dialogo pubblico, l’altro plasmando il potere privato con logiche tecnologiche e religiose. Nemici speculari di un stesso mondo liberale.

Carlo Gambescia

(*) P. Thiel e B. Masters, Da zero a uno. I segreti delle startup, ovvero come si costruisce il futuro, Rizzoli, 2023.

(**) P. A. Thiel, D. O. Sacks, The Diversity Myth Multiculturalism and Political Intolerance on Campus, Indipendent Institute 1995.

(***) Sul punto si legga. P. A. Thiel, Il momento straussiano, a cura di A. Venanzoni, Liberilibri, 2025.