mercoledì 12 agosto 2026

L'elettore di Vannacci


 

C’è un fenomeno politico italiano che merita di essere osservato con attenzione. È la crescita di Roberto Vannacci. I sondaggi ne registrano l’ascesa (*), il suo attivismo politico è ormai incessante e la sua capacità di occupare lo spazio mediatico sembra non conoscere soste. Vannacci dice cose tremende. Ma soprattutto le dice in modo semplice, diretto, perentorio. È un grande semplificatore. Dove la realtà presenta dieci variabili, lui ne individua una. Dove esistono contraddizioni, propone una spiegazione elementare. Dove occorrerebbe discutere, sentenzia. E dove gli altri abbassano la voce, lui la alza.

 

Ma sarebbe un errore considerare la semplificazione una specialità della destra o, peggio ancora, un’esclusiva di Vannacci. La semplificazione è ormai una tendenza generale della politica contemporanea. Destra e sinistra vi partecipano, ciascuna a modo proprio. La complessità ha perso mercato. La politica corre verso formule brevi, parole d’ordine, contrapposizioni nette, identità facilmente riconoscibili. Vannacci, semplicemente, corre più degli altri. E urla più degli altri. Non inventa la semplificazione: la radicalizza.


Ad esempio, Hitler, Mussolini, Stalin, ma anche lo stesso Lenin, furono grandi semplificatori… La struttura cognitivo-comunicativa del totalitarismo implica sempre una componente non secondaria di tipo “semplificatorio”. Oggi un persoanggio come Trump ne è il vessillo più fulgido (per così dire…).

La capacità di attrazione della semplificazione rende interessante il suo elettorato. Chi può votare uno così?

 

Intanto, parte degli elettori non sembra provenire semplicemente da altri partiti di destra. Una quota molto significativa proviene dall’astensione: oltre un terzo dell’attuale elettorato di Futuro Nazionale aveva infatti disertato le urne alle elezioni europee del 2024 (**). È un dato che dovrebbe far riflettere. Vannacci non si limita a spostare voti dentro il campo conservatore: riesce anche a intercettare una quota consistente di elettori che dalla politica si erano già allontanati.

La domanda, naturalmente, non va intesa in senso morale. Non interessa stabilire se chi vota Vannacci sia più o meno colto, più o meno informato, più o meno democratico. Sarebbe una scorciatoia. E anche i dati socioeconomici disponibili non autorizzano giudizi sommari sulle capacità culturali o cognitive dei suoi elettori.

Interessa capire quale tipo di domanda politica possa incontrare un’offerta come la sua. Anche perché non sappiamo se dietro il consenso a Vannacci esista un “disagio sociale” oggettivo, già dato, che il generale si limita a intercettare. Sappiamo però che esiste una percezione del disagio. E la percezione, in politica, non è mai semplicemente la fotografia della realtà: è anche il risultato di una costruzione.

 

I mezzi di comunicazione, i social, i partiti, gli opinion leader e gli stessi politici contribuiscono quotidianamente a stabilire che cosa debba essere percepito come problema, quanto debba apparire grave e, soprattutto, chi debba esserne considerato responsabile.

Vannacci è particolarmente efficace proprio in questa operazione. Prende una realtà inevitabilmente complessa e la ricompone in poche proposizioni. Identifica il problema, indica il colpevole, offre una comunità di appartenenza. La sua forza, insomma, non sta soltanto nelle idee che propone, ma nella forma cognitiva attraverso cui le propone. È una politica che rassicura perché riduce l’incertezza.

Qui, però, il problema diventa più grande di Vannacci. Perché se la liberal-democrazia è una forma politica fondata sulla pluralità, sulla mediazione e sul riconoscimento della complessità, la corsa generale alla semplificazione produce un effetto corrosivo che non riguarda soltanto la destra. Riguarda tutti.

 

La sinistra semplifica quando trasforma la società in una contrapposizione morale fra buoni e cattivi; la destra quando trasforma problemi complessi in questioni di ordine, identità e sicurezza. Il populismo semplifica per definizione. Ma anche la comunicazione politica ordinaria è ormai costretta a comprimere la realtà in formule sempre più brevi, emotive e riconoscibili.

Vannacci porta questa tendenza alle estreme conseguenze: non inventa il conflitto, lo rende permanente; non inventa il linguaggio aggressivo, lo porta a un’intensità superiore.

È forse per questo che può avere successo. Il suo elettore non deve necessariamente credere a tutto ciò che dice. Può anche sapere che esagera, considerare alcune delle sue affermazioni provocatorie o assurde. Ma può riconoscergli qualcosa che oggi vale molto nella politica-spettacolo: la capacità di parlare senza esitazioni, di rompere i tabù, di non correggersi, di non mediare. In altre parole, può votarlo non perché condivida ogni sua semplificazione, ma perché gli piace il modo in cui semplifica il mondo. 

Ed è qui che la questione Vannacci cessa di essere, come detto,  una questione di destra. Se la sua crescita fosse soltanto il successo personale di un generale prestato alla politica, il problema sarebbe relativamente semplice. 

Ma se Vannacci riuscisse a trasformare in consenso stabile la domanda di una politica sempre più semplice, più aggressiva e più identitaria, allora avremmo davanti un fenomeno che riguarda la struttura stessa della liberal-democrazia.

Non sarebbe più soltanto una questione di maggioranza e opposizione. Sarebbe una questione di cultura politica. E, più in generale, di una crescente volatilità dell’elettorato, nel quale il confine fra voto di appartenenza, voto di protesta e ritorno alle urne dall’astensione appare sempre più mobile.

Perché una democrazia liberale può sopportare molti Vannacci. Quello che dovrebbe preoccuparla è una società nella quale, per essere ascoltati, bisogna necessariamente diventare un po’ Vannacci.

 

E allora la domanda iniziale torna, ma con un significato diverso: chi può votare Vannacci?

Forse, domani, non soltanto chi gli assomiglia. 

Forse anche chi oggi vota qualcun altro, ma è già stato convinto che, per governare la complessità, occorra prima di tutto semplificarla. 

Volatilità elettorale e semplificazione, allora, marciano insieme. 

E questa volta, a guidare la marcia, c’è un generale. Quindi semplificazione può significare radicalizzazione militaristica.

 

Carlo Gambescia

 

 (*) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-oggi .

(**) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/futuro-nazionale-analisielettorato-vannacci .

martedì 11 agosto 2026

La resa dei conti

 

Di questi tempi, i podcast di Anthony M. Quattrone sulle vicende americane sono preziosi (*). Ora questo lavoro quasi quotidiano del politologo di Houston si è trasformato in un interessante volumetto, dal titolo suggestivo: La resa dei conti. Le elezioni di midterm e la tenuta della democrazia negli Stati Uniti (Amazon Italia, 2026) (**).

Le elezioni di midterm sono decisive perché, a metà del mandato presidenziale, verificano il consenso sull’amministrazione in carica e possono riequilibrare i rapporti di forza tra Casa Bianca e Congresso, condizionando per i due anni successivi la capacità del presidente di governare.

Il testo, meno di cento pagine, si articola in dieci serrati capitoli, tutti dalla lunghezza eseplare. Nei primi sette vengono analizzate le regole, gli attori e i conflitti della politica americana. Gli ultimi tre scavano più a fondo: sulle ragioni della disaffezione, della crisi di fiducia e della polarizzazione emotiva, sugli scenari, sui rischi e sulle possibilità, avanzando infine alcune previsioni, senza per questo profetizzare.

Chiude il volume una puntuale e aggiornata bibliografia. Spiccano un paio di volumi di Robert Dahl, teorico di una democrazia compiuta, o quasi, policentrica, pluralista e partecipativa.

Diciamo che Anthony Quattrone è un politologo di sinistra che, però, riesce a conservare la sua indipendenza di giudizio. Come spesso ci piace dire: è uno studioso a guardia dei fatti.

Ma veniamo ai contenuti.

Quattrone esordisce con una dichiarazione impegnativa: “L’America non è una democrazia fallita, ma una democrazia difficile. Difficile da governare, difficile da interpretare, difficile da riformare” (p. 5).

Nel senso che i suoi problemi strutturali, oggi emergenti, vengono da lontano. Oggi si parla di polarizzazione, stallo legislativo, sfiducia. In realtà, alla base di tutto questo – tale sembra essere la tesi di Quattrone – c’è una specie di insoluto economico, che paralizza, da sempre ma soprattutto ai nostri giorni, qualsiasi processo sociale rivolto verso l’uguaglianza, non solo formale. Gli Stati Uniti promettono, ma non mantengono.

Di qui lo scoraggiamento, la timidezza politica e la ridotta partecipazione. Di qui le difficoltà di cui sopra. E anche l’esplosione del fenomeno Trump: una specie di Mago di Oz.

In qualche misura, per puntare i cannoni critici verso il cielo, Quattrone è più vicino alla posizione di storici critici sociali come Veblen e Wright Mills che a Sombart, arcisicuro che una società consumista, del merito e degli stranieri, come quella americana, non sarebbe mai divenuta socialista (né una dittatura, anche se non lo dice esplicitamente).

Di qui la necessità di favorire la partecipazione e non di penalizzarla. Quattrone porta alcuni esempi locali e quello delle manifestazioni anti-Trump: una grandissima voglia di partecipazione dal basso.

Non solo, però, perché “le elezioni americane non si vincono soltanto con buone idee o programmi coerenti, ma attraverso una combinazione di strategie, risorse, comunicazione, mobilitazione territoriale e capacità di interpretare i bisogni concreti” (p. 41).

Sotto questo aspetto – inflazione, prezzo dei carburanti, affitto,  generi alimentari, eccetera – Quattrone sembra appartenere alla tradizione grassroots, letteralmente “radici dell’erba”, che indica un’azione o un movimento nato spontaneamente dal basso, cioè dai cittadini e dalle comunità locali, anziché essere organizzato o imposto dall’alto.

Si chiama anche fede nella democrazia e nella partecipazione, diciamo pure nel volontarismo democratico. 

Come il lettore avrà notato, non ci siamo occupati dei dettagli, del funzionamento dei meccanismi elettorali e costituzionali. Preferiamo che il lettore li scopra da solo. Anche perché, come osserva Quattrone nella chiusa del libro, questa volta le elezioni di midterm “non diranno se l’America è finita o salvata. Diranno piuttosto come gli americani scelgono di abitare il loro conflitto: come cittadini che accettano regole comuni, o come gruppi che riconoscono solo la legittimità del proprio campo” (p. 69).

In sintesi, il vero punto politologico delle elezioni di midterm non è sapere se vinceranno i buoni o i cattivi, ma se emergeranno forze capaci di intercettare i bisogni concreti della gente e, insieme, di ricostruire un rapporto di fiducia con la partecipazione democratica. Che non consistono soltanto nelle guerre e nelle prepotenze di Trump. I democratici riusciranno a scegliere candidati attendibili e soprattutto unitari?

Il che non significa la fine di ogni questione. Perché, come osserva Quattrone: “Il dato politicamente più rilevante del 2026 potrebbe non essere chi vince, ma come il sistema reagisce alla sconfitta” (p. 76). Trump accetterà, anche se per pochi seggi, una sconfitta, che lo vedrebbe relegato nel ruolo dell’anatra zoppa? Conoscendo il soggetto difficile dire.

Resta sperò una speranza (o auspicio, faccia il lettore) – qui siamo pienamente d’accordo con Quattrone – che dal momento che “la resa dei conti è il voto. E una democrazia viva si misura proprio lì: nella capacità di attraversare il conflitto senza spezzarsi” (p. 80).

Infine, per quel che riguarda il libro, non si esclude il ritorno. Per dirla con un grande filosofo del Novecento, Franco Califano, ci sarà un “ritorno”: del resto, come osserva Quattrone, “questo libro offre una mappa interpretativa. Il podcast La politica americana vista da Houston segue il territorio che cambia” (p. 78).

Quindi seguiranno nuove e aggiornate edizioni. Restiamo in attesa delle prossime puntate. Graditissime.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .

(**) Qui: https://www.amazon.it/stores/author/B0FZ6FT156.

lunedì 10 agosto 2026

La maledizione nazionalista

 


Il dopo-Ceuta

C’è qualcosa di più inquietante del successo elettorale delle destre nazionaliste europee. È il fatto che, per inseguirle, anche una parte del centro politico abbia cominciato ad adottarne il linguaggio, le categorie e, in qualche caso, perfino l’immaginario.

Il dopo-Ceuta lo sta dimostrando.

Non è necessario, infatti, che il migrante venga definito apertamente come un nemico. È sufficiente rappresentarlo come una minaccia permanente alla sicurezza, all’ordine, alla cultura, all’identità nazionale. A quel punto il passaggio dalla questione migratoria alla questione identitaria è già compiuto. Ora si attende l’invasione di Ferragosto…
E il migrante, da persona, diventa simbolo negativo. È questa la vera maledizione nazionalista.

Perché il nazionalismo non ritorna necessariamente nelle forme del passato. Non ha bisogno di uniformi, di saluti romani o di proclami imperiali. Può presentarsi in giacca e cravatta, attraverso dichiarazioni perfettamente rispettabili sulla sicurezza delle frontiere, sulla difesa dell’identità nazionale, sulla necessità di “controllare i flussi”. O addirittura, come ripete spesso Giorgia Meloni, per il bene degli stessi migranti, per salvarli dai nuovi schiavisti.



E come vogliamo definire, allora, i centri modello Albania che il governo italiano vorrebbe trasformare in un paradigma da esportare anche nei Paesi terzi, Ruanda compreso? Fratelli d’Italia presenta ormai apertamente il modello albanese come una soluzione da estendere all’Europa e agli hub di rimpatrio nei Paesi terzi. Naturalmente è tutto per il loro bene.
Perché, si sa, quando lo Stato si prende cura dei migranti, più li porta lontano, più dimostra di volere loro bene.

Il problema non è che queste esigenze siano illegittime. Uno Stato, in linea di principio, ha il diritto di controllare le proprie frontiere. Il problema nasce quando il controllo delle frontiere viene trasformato in una metafisica dell’appartenenza: noi da una parte, gli altri dall’altra.


È allora che la politica torna a funzionare secondo una delle sue più antiche regolarità: la costruzione dell’amico e del nemico politico.

 

Il centro che rincorre la periferia

La questione più interessante, però, riguarda proprio il centro politico.

Un tempo sarebbe stato difficile immaginare che una forza democratica e conservatrice come la CDU tedesca potesse spingersi, sul terreno dell’immigrazione, così vicino ad alcune delle posizioni che la destra radicale ha imposto al dibattito pubblico.

Oggi quella distanza appare molto meno netta.

Naturalmente non significa che CDU e AfD siano la stessa cosa. Sarebbe una sciocchezza. La CDU continua ufficialmente a escludere una collaborazione con l’AfD e Friedrich Merz ha ribadito che tra i due partiti esistono differenze fondamentali.
Significa qualcosa di più sottile: il centro politico comincia a muoversi sul terreno semantico indicato dalla destra radicale.

Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.

Perché una forza radicale non deve necessariamente conquistare il governo per ottenere una vittoria politica. Può riuscire prima a modificare ciò che gli altri partiti considerano dicibile, pensabile e perfino normale.

Quando ciò accade, la destra radicale ha già prodotto un effetto compositivo sul sistema politico. Il centro non scompare. Ma cambia. Comincia a rincorrere. E quando il centro rincorre la periferia radicale, prima o poi rischia di trasformarsi nella sua versione moderata.

La vecchia malattia europea

Il nazionalismo in Europa sembrava essere stato politicamente ridimensionato dall’integrazione europea.

Dopo due guerre mondiali, dopo Auschwitz e dopo la costruzione delle istituzioni comunitarie, l’idea stessa di una politica europea fondata sulla sovranità nazionale come principio supremo sembrava appartenere a un passato difficilmente riproponibile.

Era una delle grandi lezioni del secondo dopoguerra. Oggi quella lezione appare molto meno solida.

Non perché siano tornati i nazionalismi del Novecento. Sarebbe troppo semplice. Sono tornate, piuttosto, alcune delle forme mentali che li rendevano possibili: la sacralizzazione della frontiera, la paura della contaminazione, la ricerca di un’identità collettiva minacciata, la contrapposizione fra un “noi” autentico e un “loro” estraneo.

Il nazionalismo, insomma, si è modernizzato. E proprio per questo può essere più difficile riconoscerlo.

La maledizione nazionalista, del resto, non riguarda soltanto la politica interna. Quando la nazione torna a essere il criterio supremo della politica, inevitabilmente peggiorano anche le relazioni internazionali.

Il linguaggio della forza, della reciprocità, del vantaggio nazionale e del “prima noi” finisce per sostituire quello della cooperazione.

I segnali, anche fuori dall’Europa, ci sono tutti. Basta pensare a Donald Trump e alla sua concezione delle relazioni internazionali, fortemente improntata alla logica dell'”America First” e della competizione fra interessi nazionali.
Eppure, nonostante l’evidenza, l’Europa sembra non comprendere che il ritorno del nazionalismo non produce soltanto più nazionalismo: produce un mondo più conflittuale, più instabile e, alla fine, più pericoloso per tutti.



Il migrante diventa allora il catalizzatore di una più generale ansia identitaria. Non importa più soltanto da dove venga o perché sia arrivato. Importa che sia percepito come qualcuno che mette in discussione la presunta omogeneità della comunità nazionale: “Ci vogliono sostituire”, “C’è un piano”… Purissima ( e pericolosa) democrazia emotiva.

È il passaggio dalla politica dell’immigrazione alla politica dell’identità. E una volta compiuto quel passaggio, tutto diventa più semplice.

Anche, come detto, costruire il nemico.

L’Europa davanti allo specchio

Il problema, dunque, non è soltanto che le destre radicali possano vincere in Francia o in Germania. In Italia, del resto, non è difficile immaginare che le diverse destre possano prima o poi trovare nuove forme di convergenza. Roberto Vannacci ha già dichiarato la propria disponibilità a un accordo con Meloni in vista delle elezioni del 2027, purché sia fondato su un’intesa programmatica scritta e pubblica.

Il problema è che potrebbero vincere dopo aver già trasformato il modo in cui gli altri partiti parlano della nazione, delle frontiere e degli stranieri.

Se nelle prossime elezioni le forze della destra radicale riuscissero a conquistare il governo o a condizionarlo pesantemente nei due maggiori Paesi dell’Europa continentale, non assisteremmo semplicemente a un cambiamento di maggioranza.

La carta politica europea cambierebbe. E forse cambierebbe anche qualcosa di più importante: l’idea stessa di Europa.

Perché l’Unione europea non è soltanto un insieme di istituzioni, trattati e procedure. È anche una costruzione politica fondata sull’idea che le nazioni europee possano limitare volontariamente una parte della propria sovranità per evitare di tornare prigioniere delle proprie ossessioni nazionali.

Se quella logica venisse sostituita dalla sovranità come principio assoluto, l’Europa non cesserebbe necessariamente di esistere.

Potrebbe però cessare di essere quella che abbiamo conosciuto.

Che fare?

È la domanda più difficile.

Non basta dire che bisogna “combattere la destra”. E nemmeno basta ripetere che bisogna essere più duri sull’immigrazione per sottrarre voti agli estremisti.

Perché quest’ultima strategia contiene un paradosso: per sconfiggere il nazionalismo si finisce per accettarne la grammatica.

Il liberalismo dovrebbe invece recuperare un’idea diversa di comunità politica. Una comunità può avere confini senza trasformare i confini in una religione. Può controllare l’immigrazione senza trasformare il migrante nel simbolo di una minaccia esistenziale. Può difendere le proprie istituzioni senza inventarsi continuamente un nemico.

 

Soprattutto, può riconoscere che l’identità politica europea non nasce dalla purezza, ma dalla pluralità.  È questa, forse, la battaglia politico-culturale decisiva. Perché il vero problema non è che i nazionalisti siano tornati. È che molti di coloro che li avevano combattuti stanno lentamente imparando a parlare come loro, senza più chiamarsi nazionalisti.

E quando una società arriva a questo punto, la maledizione non è più soltanto alle porte. È già dentro casa.

Carlo Gambescia

domenica 9 agosto 2026

Spin Time. Quando lo Stato arriva tredici anni dopo

 

La vicenda di Spin Time, a Roma, merita di essere osservata con qualche cautela.

Soprattutto perché è facilissimo trasformarla nell’ennesimo derby ideologico: da una parte gli “abusivi”, dall’altra i “poveri senza casa”. E, come spesso accade nei derby, la realtà resta fuori dallo stadio.

Spin Time (Labs), letteralmente “laboratori del tempo che scorre”, è un inglesismo creativo che riflette bene il lessico e l’immaginario dei centri sociali contemporanei, grandi produttori, si dice, di socialità spontanea, fuori dai canali istituzionali. La rivincita dei movimenti. O, se si vuole, la trotskista “rivoluzione permanente” senza uso di fucili. A colpi di ludoteca… O di canzonette...

Dicevamo: derby ideologico. C’è infatti tutto un folklore di sinistra che ruota intorno a Spin Time: l’occupazione come pratica di riappropriazione, lo spazio sottratto alla speculazione, la comunità contrapposta all’individuo proprietario, il “diritto alla casa” trasformato in una sorta di diritto alla permanenza nell’immobile occupato. Un linguaggio e un immaginario ormai sedimentati, nei quali l’illegalità tende a essere riqualificata come “conflitto sociale”.

Ma sarebbe un errore pensare che il folklore sia soltanto a sinistra.

Esiste anche un folklore di destra, altrettanto riconoscibile: l’occupante come parassita, il centro sociale come covo politico, la proprietà privata evocata come una sorta di principio metafisico e lo sgombero come prova rituale del ritorno dell’autorità. Anche qui, insomma, la realtà viene rapidamente trasformata in simbolo.



Da una parte il mito dell’occupazione buona; dall’altra il mito dello sgombero risolutivo.

Spin Time è un grande edificio occupato all’Esquilino dal 2013. Nel corso degli anni vi si è formata una comunità di alcune centinaia di persone, insieme ad attività sociali e culturali. L’edificio, però, non appartiene agli occupanti. L’occupazione è dunque priva di titolo giuridico. Punto.

Ma non è l’unico punto.

Perché lo Stato, per tredici anni, ha sostanzialmente convissuto con quella situazione. E qui comincia la storia veramente interessante.

La proprietà ha chiesto la restituzione dell’immobile. Ma qui c’è una storia che merita di essere ricordata: quello stabile era un bene pubblico, sede dell’INPDAP, poi trasferito nel 2004 nell’ambito della dismissione del patrimonio immobiliare pubblico e confluito nel Fondo Immobili Pubblici (FIP), fondo immobiliare riservato a investitori istituzionali e gestito da InvestiRE SGR. Insomma, lo Stato ha trasferito il bene a un fondo immobiliare nell’ambito della dismissione del patrimonio pubblico; oggi il proprietario è il FIP, fondo privato a capitale di investitori istituzionali, nonostante il nome.

Nel 2020 il gip di Roma dispose il sequestro preventivo dell’immobile. Il provvedimento, però, non venne eseguito.
Nel frattempo la situazione si è consolidata, la comunità è cresciuta, l’occupazione è diventata una realtà sociale e politica. Fino al paradosso finale: il Ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire la proprietà per il mancato sgombero, con una somma superiore ai venti milioni di euro.

Dunque: un’occupazione illegale che dura tredici anni e uno Stato che, invece di ristabilire tempestivamente la legalità, finisce per pagare il proprietario perché non l’ha ristabilita.

Non è precisamente un capolavoro di Stato di diritto.

Poi arriva l’incendio. Il 29 luglio, l’edificio viene evacuato e centinaia di persone si ritrovano temporaneamente senza casa. A quel punto il problema, che per anni era stato lasciato sedimentare, esplode in tutta la sua evidenza.

E qui si commette il secondo errore.

Dire che Spin Time è occupato abusivamente è corretto. Ma pensare che questa constatazione esaurisca il problema è semplicemente miope.

Dentro Spin Time non ci sono soltanto militanti politici: ci sono anche famiglie, bambini e persone che hanno costruito lì una parte della propria esistenza. Dopo tredici anni, non si può fingere che il tempo non sia passato. La legalità non è una macchina del tempo.

 

Ma nemmeno il bisogno sociale può trasformarsi automaticamente in un nuovo titolo di proprietà, come sembra pretendere il sindaco Gualtieri.

Ed è precisamente questo il punto che dovrebbe interessare un liberale.

Un liberale serio deve difendere il diritto di proprietà. Altrimenti non è liberale. Ma deve anche pretendere che lo Stato funzioni. Perché la proprietà privata, in uno Stato di diritto, non consiste soltanto nel riconoscimento astratto di un diritto: consiste nella possibilità concreta di esercitarlo.

Se lo Stato lascia che un immobile venga occupato per tredici anni, non sta semplicemente mostrando comprensione per una situazione sociale. Sta creando una zona grigia nella quale il diritto perde progressivamente consistenza.

E tuttavia sarebbe altrettanto poco liberale dire: “adesso sgomberiamo e poi si arrangino”.

 

Perché uno Stato che tutela la proprietà ma non è capace di affrontare l’emergenza abitativa di base produce, alla fine, proprio quelle condizioni sociali che rendono possibile l’occupazione.

La questione, dunque, non è scegliere fra proprietà e diritto alla casa. È pretendere entrambe le cose. Equlibrio non facile, ma necessario.

La proprietà va rispettata. I provvedimenti dell’autorità giudiziaria vanno eseguiti. Gli edifici non possono essere occupati indefinitamente. Ma uno Stato che si rispetti deve anche essere capace di offrire soluzioni abitative basiche a chi, per condizioni economiche e sociali, non riesce ad accedere al mercato.

Altrimenti accade ciò che è accaduto a Spin Time: il privato perde il controllo del proprio bene, gli occupanti rimangono per anni in una condizione di illegalità e lo Stato finisce per pagare tutti.

 

È difficile immaginare una definizione più precisa del fallimento istituzionale. Altro che fallimento del mercato.

E c’è un’ultima considerazione.

La destra tende a vedere in Spin Time soprattutto la prova dell’inesistenza dello Stato. La sinistra tende a vedervi soprattutto la prova dell’ingiustizia sociale.

Probabilmente hanno torto entrambe.

Spin Time dimostra qualcosa di più elementare: quando lo Stato abdica per troppo tempo alle proprie funzioni basilari, la società comincia a organizzarsi autonomamente intorno al vuoto istituzionale. Il “movimento” sembra prevalere sull’ “istituzione”. “Sembra”, perché l’istituzione, proprio perché è tale, prima o poi è chiamata a ripristinare l’ordine istituzionale.

Prima o poi, però, quel vuoto presenta il conto. 

Per fare un esempio eclatante: come finì l’occupazione dannunziana di Fiume, la grande festa della Rivoluzione? A cannonate. Una mezza buffonata.

Perciò mai tirare troppo la corda. Fermarsi sempre un attimo prima che le cose precipitino. Ecco il vero buon senso.

Dicevamo del conto. Certo, a pagarlo, questa volta, rischiano di essere tutti: il proprietario, gli occupanti e, soprattutto, lo Stato.

Che siamo noi.

 

Carlo Gambescia 



 




sabato 8 agosto 2026

Guccini e la guerra demenziale dell’immaginario

 

 

Che esista un immaginario comune, soprattutto nelle società aperte, è un dato di fatto. Si può essere di destra o di sinistra, liberali o socialisti, conservatori o progressisti, e tuttavia condividere una canzone, un film, un romanzo, un attore, un artista. Non c’è nulla di strano. Anzi, è probabilmente una delle caratteristiche più belle della cultura nelle società libere: non avere frontiere politiche rigidamente sorvegliate.

Si può essere di destra e amare Guccini. E si può essere di sinistra e ascoltare Battisti. Si può leggere un autore senza sottoscriverne l’ideologia, amare un film senza condividere la visione del mondo del regista, emozionarsi per una canzone senza preoccuparsi della tessera politica dell’autore.

Il problema nasce quando si comincia a fare la conta.

A chi appartengono i pensatori? Quanti intellettuali abbiamo noi? E quanti voi? Quale schieramento può vantare i filosofi più importanti, gli scrittori più grandi, gli artisti più prestigiosi? È un gioco non soltanto abbastanza infantile, ma anche culturalmente poco intelligente.

Perché la cultura non è un campionato di calcio. E soprattutto non è un bottino di guerra.

La cultura è, prima di tutto, una questione di immaginario. E l’immaginario, per sua natura, è poroso, ambiguo, trasversale. Non rispetta i confini che la politica traccia sulle proprie mappe. Perciò, come accennato, può accadere così che un ragazzo di destra ascolti Guccini e che uno di sinistra ascolti Battisti. Non è una contraddizione. È la normalità di una società pluralista.

Il punto, dunque, non è stabilire se Guccini sia di destra o di sinistra. Il punto è che Guccini è Guccini.

E non c’è bisogno di trasformarlo in un militante postumo di qualcosa.

Qui la destra italiana mostra talvolta un curioso complesso d’inferiorità nei confronti della sinistra. Avendo per lungo tempo considerato la cultura un terreno prevalentemente occupato dall’avversario, sente spesso il bisogno di recuperare. E così comincia la ricerca degli “spiriti della vigilia”, dei precursori, degli intellettuali “in realtà” di destra, degli artisti che “non erano poi così di sinistra”.

Il risultato è una specie di shopping culturale retroattivo.

Ma una cultura non si costruisce facendo l’inventario dei nomi che possono essere arruolati. E soprattutto non si conquista sottraendo all’avversario, uno alla volta, gli autori che possono essere utili alla propria genealogia.

La sinistra, naturalmente, non è innocente. Anzi, qualche volta esagera nell’allargarsi, o al contrario nel considerare proprio patrimonio esclusivo tutto ciò che, per decenni, ha abitato il suo immaginario. Sulla sua intrusività basterebbe ricordare gli amori trasversali (a destra) di Massimo Cacciari per il pensiero della crisi.
Oppure, per tornare alla destra, si pensi al rapporto privilegiato con Pasolini della destra «libertaria» degli anni di Fini e di Alleanza Nazionale. E qui si pensi all’instant book, uscito all’epoca di Luciano Lanna, Il fascista libertario: un cioccolatino pasoliniano. Nuova Nonna Speranza di una destra postgozzaniana.

Pasolini, peraltro, è un caso quasi perfetto di questa curiosa schizofrenia culturale. Negli anni Sessanta il Msi poteva liquidarlo con l’insulto omofobo allora abituale; qualche decennio dopo, una parte della destra avrebbe scoperto il “Pasolini di destra”. Come se un autore, per essere finalmente apprezzabile, dovesse prima cambiare casacca.

Non funziona così. E non funziona neppure con Guccini.

Francesco Guccini non può essere ricondotto seriamente a una qualunque ideologia conservatrice, tanto meno a quella fascista. La sua storia, le sue canzoni, il suo immaginario appartengono ad altra tradizione politica e culturale.

Ma proprio per questo la sua popolarità può tranquillamente attraversare i confini politici. Un ragazzo di destra può ascoltarlo, emozionarsi e persino riconoscersi in una sua canzone. Non per questo Guccini diventa di destra.

È esattamente la stessa cosa che accade quando un uomo di sinistra ascolta Battisti. Non c’è bisogno di dichiarare Battisti «di sinistra» per giustificare l’ascolto.

La cultura, per fortuna, non chiede il certificato elettorale.

Il tentativo di contendersi l’artista di turno, magari ancora caldo, è dunque qualcosa di più di una semplice sciocchezza. È il sintomo di una politica che non riesce più a distinguere tra appropriazione e comprensione.

Si comprende un autore quando lo si legge, lo si ascolta, lo si studia, anche quando non lo si condivide.
Ci si appropria di un autore quando lo si usa come trofeo contro l’avversario.

E qui sta la differenza.Una destra culturalmente sicura di sé non dovrebbe avere bisogno di dimostrare continuamente di possedere più filosofi, più scrittori e più artisti della sinistra. Dovrebbe semplicemente produrre idee, libri, opere, linguaggi. Una cultura non si eredita per decreto e non si conquista con le rivendicazioni identitarie.

Quanto alla sinistra, dovrebbe smettere di considerare ogni artista che abbia abitato il proprio immaginario come una proprietà privata.

Perché alla fine l’immaginario comune è precisamente questo: comune. Perciò è una guerra demenziale perché combatte per conquistare ciò che, per sua natura, non può appartenere a nessuno.

L’immaginario è uno degli spazi nei quali una società divisa politicamente può ancora riconoscersi senza diventare uguale. Ed è forse proprio questa la sua funzione più importante: permettere agli individui di avere qualcosa in comune senza dover appartenere alla stessa parte. In questo senso, grazie all’immaginario comune, l’avversario, anche politico, non diverrà mai nemico assoluto.

Perciò, ripetiamo, sul caso Guccini, la domanda “è nostro o vostro?” è semplicemente sbagliata.

Guccini non è della destra. Ma non è neppure proprietà demaniale della sinistra. È di chi lo ascolta. E soprattutto è della cultura italiana, che è una cosa infinitamente più grande e più interessante di una destra e di una sinistra intente a contendersene i pezzi come se fossero figurine dei calciatori.

Quanto alla destra, dopo la Rai, adesso vuole prendersi anche Guccini.

Insaziabile.

Carlo Gambescia



venerdì 7 agosto 2026

Cesare De Lollis. Quando la letteratura diventa patrimonio di un popolo

 


Confessiamo un debito personale. Leggemmo Cervantes reazionario e altri scritti d’ispanistica di Cesare De Lollis (1863-1928) molti anni fa. Non siamo riusciti a ritrovarlo nella nostra biblioteca (un poco babelica), quindi andremo a braccio. Non ricordiamo più ogni passaggio, ma ricordiamo perfettamente l’impressione che ci lasciò: quella di un libro che, parlando di letteratura, poneva in realtà una domanda molto più ampia. Una domanda che oggi definiremmo di cultura politica.

Un passo indietro. Chi era Cesare De Lollis? Fu un filologo, critico letterario e studioso delle letterature romanze, un comparatista ante litteram, tra i maggiori esperti italiani di letteratura spagnola e francese, docente all’Università di Roma e intellettuale di orientamento liberale, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce.

Fu anche uno studioso, tuttora citato, di Cristoforo Colombo e delle sue imprese. Notevole anche il suo Taccuino di guerra (postumo): appunti sofferti di un neutralista che non rinunciò all’adempimento di quello che allora si definiva il “dovere” di ogni italiano. Infine, per un approfondimento scientifico, rinviamo al Fondo De Lollis, presso la Biblioteca Alessandrina, porto di mare – così la ricordiamo – dei nostri lontani anni universitari (*).

Ma torniamo alla domanda: quando una grande opera diventa patrimonio di un popolo? Problema, per inciso, romantico o preromantico, quasi ucciso o trascurato dalla filologia positivista di fine Ottocento, che pure incise, attraverso D’Ovidio e altri, sulla formazione di De Lollis. Il quale, tuttavia, non rimase prigioniero di quel paradigma. La riflessione estetica di Croce sembra avergli dischiuso un nuovo orizzonte teorico entro il quale tornare a interrogarsi sul rapporto tra il capolavoro, la storia e la coscienza di un popolo.

La recente ripubblicazione del volume, per i tipi di Solfanelli (**), offre così l’occasione per tornare su questo interrogativo, che conserva un’attualità sorprendente.

Il titolo, come è già stato notato, può trarre in inganno. Il termine “reazionario” non va letto in senso politico, bensì letterario. De Lollis mostra come Cervantes, pur demolendo il romanzo cavalleresco con il Don Chisciotte, rimanga profondamente legato a un’idea classica dell’arte e della composizione. È un Cervantes molto diverso da quello trasformato, nel Novecento, nel simbolo della modernità assoluta.

Ma il punto che più ci colpì non era questo.

Era il confronto, implicito ma costante, con Manzoni: una sorta di sottotesto. A Manzoni De Lollis dedicò una raccolta di studi assai interessante, Alessandro Manzoni e gli storici francesi della Restaurazione (1926), uscita due anni dopo Cervantes reazionario (1924): un lavoro che, a nostro giudizio, non è inferiore ai successivi studi sull’argomento di Adolfo Omodeo.

Naturalmente De Lollis non sostiene che I Promessi sposi siano un romanzo popolare nel senso commerciale o sociologico del termine. L’Italia dell’Ottocento era ancora largamente  non alfabetizzata. Sarebbe un anacronismo attribuirgli una simile tesi.

La differenza è un’altra. Nel Don Chisciotte il popolo entra nella rappresentazione. Nei Promessi sposi gli umili diventano il centro morale della storia. Renzo e Lucia non sono semplici figure di contorno, ma i protagonisti attraverso i quali viene giudicato il comportamento dei potenti, degli intellettuali e delle istituzioni.

È qui che, a nostro avviso, De Lollis tocca un problema destinato ad accompagnare tutta la cultura europea: il rapporto tra letteratura e nazione.

Una grande opera non diventa nazionale soltanto perché è scritta in una determinata lingua. Lo diventa quando riesce a offrire a una comunità un’immagine condivisa di se stessa. Ma nessun capolavoro diventa patrimonio di un popolo spontaneamente. Occorrono la scuola, la lingua, l’editoria, la critica, il teatro, la memoria collettiva. È l’incontro tra il genio dell’autore e le istituzioni culturali a trasformare un libro in un classico nazionale.

Da questo punto di vista Manzoni rappresenta un caso quasi unico nella nostra storia. Non si limita a scrivere un capolavoro. Contribuisce, pur nei limiti di un tempo caratterizzato dall’analfabetismo, a costruire una lingua comune, un immaginario comune e perfino una comune educazione sentimentale. È difficile trovare un altro scrittore italiano che abbia esercitato un’influenza tanto profonda sulla formazione della coscienza nazionale.

Cervantes appartiene invece a un’altra stagione della civiltà europea. La sua Spagna è ancora quella della monarchia universale, spada della Chiesa controriformista, non della nazione moderna. Il Don Chisciotte fotografa magnificamente un mondo che tramonta, ma non sembra proporsi il compito di costruire una coscienza nazionale nel senso moderno del termine.

Naturalmente oggi il romanzo di Cervantes è diventato patrimonio universale. Ma questa è la sua storia successiva, non necessariamente la sua destinazione originaria. Del resto, il passaggio da una grande opera nazionale a un classico universale costituisce uno dei capitoli più affascinanti della storia della cultura europea. Basterebbe pensare a Dante o allo stesso Manzoni. Ma questa è un’altra storia.

È forse questo il punto che rende ancora feconda la lezione di De Lollis. Non si limita a interpretare due scrittori.

 

Ci invita a riflettere su una questione che oggi, nell’epoca dei social network e degli algoritmi, è persino più urgente: esiste ancora una letteratura capace di parlare contemporaneamente agli uomini colti e al popolo? O la frammentazione dei pubblici ha reso impossibile quella funzione unificante che, in Italia, Manzoni riuscì a svolgere?

La vera attualità di De Lollis è probabilmente questa: aver intuito che il destino di un’opera non dipende soltanto dal suo valore estetico, ma anche dalla sua capacità di diventare una forma di vita collettiva.

Vale la pena rileggere De Lollis. Non soltanto perché ci restituisce un grande Cervantes e un grande Manzoni, ma perché ci ricorda un’idea di nazione che il liberalismo italiano aveva saputo elaborare prima che il Novecento la trasformasse, troppo spesso, in un mito identitario. E qui si aprirebbe la questione gramsciana del nazional-popolare, sconfinata anche a destra tra gli eterni illusi di un fascismo rivoluzionario. Un mito costruttivista che accomuna tutti i totalitarismi. A destra come a sinistra. Ma basta così: una pena al giorno.

Oggi, sull’onda nera dei sovranismi, siamo abituati a discutere di identità nazionale quasi esclusivamente in termini politici. De Lollis ci ricorda invece che, prima ancora della politica, esiste una nazione costruita dalla lingua, dalla memoria e dalla letteratura. Una nazione come civiltà condivisa, non come destino biologico; come costruzione culturale, non come appartenenza tribale.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/29863/fondo-cesare-de-lollis-casalincontrada-1863-1928 .

(**) Qui: https://www.edizionisolfanelli.it/cervantesreazionario.htm .

giovedì 6 agosto 2026

Lazio. Lotito, i tifosi e il paradosso liberale del mercato

 


Il crollo degli abbonamenti della Lazio viene generalmente letto come una protesta contro Claudio Lotito. Ed è certamente così. Ma fermarsi alla cronaca significa perdere l’aspetto più interessante della vicenda: la sua dimensione metapolitica.

Una comunità sta scegliendo di rinunciare, almeno temporaneamente, a un bene al quale è profondamente legata. Per un tifoso la Lazio non è un semplice spettacolo sportivo. È identità, memoria, appartenenza. Rinunciare allo stadio non è una scelta indifferente. È un sacrificio.

Da questo punto di vista, il boicottaggio degli abbonamenti rappresenta una forma di azione tipicamente liberale. Nessuno pretende l’intervento dello Stato. Nessuno invoca divieti o commissariamenti. Nessuno ricorre alla coercizione. Si utilizza invece uno degli strumenti più efficaci di una società libera: la libertà di scegliere se acquistare oppure no.

Il mercato, in questo caso, diventa anche una forma di comunicazione. Il mancato abbonamento non è una sentenza giuridica, ma un segnale economico e simbolico di grande forza.

Attenzione, però. È proprio qui che si nasconde un rischio metapolitico. Una cosa è esercitare la libertà di non acquistare. Altra cosa è sostenere che, poiché la maggioranza dei tifosi contesta Lotito, egli abbia perso ogni titolo a guidare la società.

Questo passaggio trasformerebbe una protesta liberale in una pretesa populista.


In una società libera il consenso è importante, ma non cancella i diritti. Lotito può risultare impopolare, ma resta il proprietario della Lazio. Il diritto di proprietà non dipende dagli umori della folla. Ciò non significa che la proprietà sia sottratta a ogni giudizio sociale. Significa soltanto che, in una società libera, il dissenso non si traduce automaticamente in espropriazione.

 

Esiste il potere fondato sulle regole (legalità) e quello fondato sul riconoscimento sociale (legittimità). Quando quest’ultimo si indebolisce, il primo può continuare a esistere, ma diventa più fragile. La crisi della legittimazione non elimina il potere; ne modifica le condizioni di esercizio.

Per capirsi: Lotito può restare pienamente legittimato sul piano legale, ma perdere progressivamente il consenso dei tifosi. Le due dimensioni non coincidono. Il diritto gli consente di governare la società; il venir meno del consenso rende però quel governo sempre più difficile.

È qui che il caso Lazio supera il calcio.

Viviamo in un’epoca in cui ogni perdita di consenso tende a essere interpretata come una delegittimazione assoluta. È la logica plebiscitaria che attraversa la politica, i media, le università e perfino il mondo dello sport. Chi non è più amato dovrebbe automaticamente farsi da parte.

Il liberalismo insegna invece una lezione diversa. Le regole vengono prima degli umori collettivi. Ma insegna anche che il mercato, quando è davvero libero, possiede una capacità di correzione che nessuna imposizione dall’alto può sostituire.

 


Se i tifosi dellaLazio stanno davvero parlando attraverso il loro portafoglio, meritano di essere ascoltati. Non perché incarnino una fantomatica volontà popolare infallibile, ma perché stanno utilizzando uno strumento coerente con una società aperta: la libera scelta.

La loro protesta non produce automaticamente un nuovo presidente. Produce qualcosa di diverso e, forse, di più importante: ricorda che, anche nel calcio, il potere può essere giuridicamente saldo e socialmente indebolito. E che il mercato, senza bisogno di slogan o decreti, è spesso il primo luogo nel quale una comunità manifesta il proprio consenso o il proprio dissenso.

Se una via d’uscita esiste, è probabile che passi ancora una volta dal mercato: dall’eventuale ingresso di investitori, italiani o stranieri, disposti a rilevare la società a condizioni ritenute soddisfacenti dalle parti.



 

Sarebbe una soluzione perfettamente coerente con i principi di una società libera: nessuna espropriazione, nessun plebiscito, nessuna scorciatoia, ma il libero incontro tra domanda e offerta.

Quanto all’azionariato popolare, pur rappresentando un’idea suggestiva e in alcuni contesti praticabile, difficilmente appare, almeno oggi e nelle condizioni del calcio italiano, la formula più adatta per governare una grande società calcistica chiamata a operare in un mercato globale, competitivo e caratterizzato da decisioni che richiedono rapidità, ingenti capitali e responsabilità chiaramente individuabili.

Il liberalismo non garantisce il lieto fine. Garantisce però che anche i conflitti più aspri possano trovare una soluzione senza violare le regole. Ed è già molto.

Carlo Gambescia