All’assemblea di Confindustria, Giorgia Meloni ha nuovamente promesso
una burocrazia più leggera. È una promessa che raccoglie applausi
immediati. Del resto, chi potrebbe essere favorevole alla burocrazia?
Eppure, ogni volta che un governo annuncia una nuova offensiva contro gli apparati amministrativi, bisognerebbe porre una domanda molto semplice: quali competenze dello Stato intende eliminare?
Perché il problema della burocrazia italiana non nasce principalmente
da funzionari particolarmente zelanti o da procedure scritte male.
Nasce da una contraddizione che la politica coltiva da decenni: si
promette meno burocrazia mentre si continua a chiedere allo Stato di
fare sempre più cose.
Da questo punto di vista, la questione sollevata da Meloni è reale. Ma
proprio per questo merita di essere affrontata fino in fondo.
La burocrazia non è un incidente della modernità. È il prodotto inevitabile della complessità moderna.
Già Max Weber aveva osservato che la burocrazia rappresenta la forma
organizzativa più razionale inventata dalle società contemporanee. Ogni
procedura, ogni verifica, ogni autorizzazione risponde a una logica
precisa. Il problema è che la razionalità della burocrazia è soprattutto
interna. Ciò che appare sensato per il singolo ufficio può risultare
assurdo per il cittadino o per l’impresa che si trovano ad affrontarne
gli effetti.
La burocrazia è spesso razionale dall’interno e irrazionale dall’esterno.
Nessuno costruisce deliberatamente il labirinto amministrativo. Il labirinto emerge dalla somma di migliaia di decisioni apparentemente ragionevoli. Ogni scandalo produce un nuovo controllo. Ogni abuso genera una nuova procedura. Ogni rischio suggerisce una nuova cautela; ogni nuovo bisogno, utile o meno, nuove regole.
Così la burocrazia cresce.
Ma cresce anche per una ragione più profonda: cresce lo Stato.
Qui il dibattito pubblico diventa improvvisamente reticente. Tutti vogliono meno burocrazia, ma quasi tutti vogliono più interventi pubblici. Più controlli, più tutele, più incentivi, più regolazioni, più verifiche, più protezioni. Si chiama anche individualismo protetto o assistito. Sei libero, ma sotto tutela. Per capirsi: cure mediche gratis, quindi vita media più lunga, ma ti dico io – Stato – quale deve essere il tuo peso forma, quali vaccini fare, quali medicine prendere… In sostanza: diritto alla felicità, ma ti dico io come “devi” essere felice. Ti assisto.
Inoltre, ogni nuova funzione attribuita allo Stato richiede però uffici, personale, controlli, procedure e responsabilità. Non esistono pasti gratis amministrativi.
Non a caso, nel suo intervento davanti agli industriali, Meloni ha rivolto una parte delle proprie critiche verso l’eccesso di regolazione proveniente dall’Europa. È una contestazione che contiene una quota significativa di verità. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha prodotto una quantità crescente di norme, obblighi di rendicontazione, procedure di conformità e adempimenti che gravano sulle imprese e contribuiscono ad accrescere i costi dell’attività economica.
Anche il PNRR è un buon esempio del paradosso: si critica la burocrazia europea, ma si accettano senza problemi i suoi strumenti quando portano risorse. Eppure ogni euro di fondi europei significa anche procedure, vincoli, rendicontazioni: in altre parole, meno libertà di scelta amministrativa. È difficile immaginare che Adam Smith, come vedremo più avanti, avrebbe visto con favore questa espansione della macchina regolativa.
Per inciso, il PNRR funziona secondo una logica rigidamente temporale. Le risorse devono essere impegnate e spese entro scadenze prestabilite. Questo ha spesso trasformato la programmazione in una corsa alla spesa, con cantieri accelerati e interventi non sempre selezionati in base alla loro effettiva priorità.
In alcuni casi si è affermata persino una sorta di competizione tra governi e amministrazioni europee sulla capacità di spendere più rapidamente i fondi disponibili. Il rischio, come sta accadendo — si pensi alle cervellotiche diramazioni delle linee della metropolitana a Roma — è che la quantità di spesa prevalga sulla qualità delle scelte.
Sarebbe tuttavia un errore considerare la burocratizzazione un’esclusiva di Bruxelles. L’Unione rappresenta piuttosto una manifestazione particolarmente evidente di una tendenza più generale. Ogni grande struttura politica e amministrativa tende infatti ad ampliare progressivamente il proprio raggio d’azione, generando nuove regole, nuovi controlli e nuove competenze.
In questo senso Bruxelles non costituisce l’eccezione, ma il caso più avanzato di una dinamica che riguarda anche gli Stati nazionali. Del resto, vi è qualcosa di paradossale nel lamentare la burocrazia europea e, contemporaneamente, chiedere all’Unione di occuparsi di un numero crescente di materie: energia, clima, industria, finanza, tecnologia, sicurezza, immigrazione, salute pubblica. Più competenze vengono trasferite a Bruxelles, più apparati regolatori Bruxelles sarà inevitabilmente chiamata a costruire.
Il problema, insomma, non cambia spostandosi da Roma a Bruxelles. Cambia soltanto il livello istituzionale.
Naturalmente la burocrazia non è una prerogativa dello Stato. Le grandi organizzazioni capitalistiche sono spesso altrettanto burocratiche. Chiunque abbia lavorato in una banca internazionale, in una compagnia assicurativa o in una multinazionale conosce bene il peso di controlli, verifiche e autorizzazioni.
Le organizzazioni complesse tendono spontaneamente a burocratizzarsi. La differenza è che l’impresa privata è sottoposta alla disciplina della concorrenza. Se la sua macchina amministrativa diventa troppo costosa, il mercato la punisce. Lo Stato dispone di meccanismi correttivi assai più deboli.
Per questa ragione la riflessione liberale, da Adam Smith in avanti, non si è concentrata soltanto sull’efficienza dell’amministrazione. Si è interrogata soprattutto sui limiti delle competenze statali.
La domanda decisiva non era come gestire meglio ogni attività, ma quali attività dovessero essere effettivamente gestite dal potere pubblico. Nel libro V de La ricchezza delle nazioni, Smith non immaginava uno Stato assente. Gli attribuiva tre funzioni fondamentali: la difesa dai nemici esterni, l’amministrazione della giustizia e la realizzazione di quelle opere pubbliche che l’iniziativa privata non avrebbe convenienza a realizzare. Il punto, per il padre del liberalismo economico, non era abolire lo Stato, ma limitarlo alle sue funzioni essenziali, impedendone l’espansione indefinita. Due secoli e mezzo dopo, il problema sembra essersi rovesciato: non discutiamo più quali siano i limiti dell’azione pubblica; discutiamo soltanto quali nuove funzioni aggiungervi.
Anche le nuove tecnologie vengono spesso presentate come una soluzione miracolosa. La digitalizzazione prima, l’intelligenza artificiale oggi. Eppure l’esperienza degli ultimi vent’anni suggerisce prudenza. Le procedure sono diventate digitali, ma non necessariamente più semplici. Le file agli sportelli si sono ridotte, mentre sono aumentati moduli, credenziali, verifiche e richieste di dati.
L’intelligenza artificiale probabilmente renderà l’amministrazione più efficiente. Ma non è affatto detto che la renderà più piccola. Se il costo di un controllo diminuisce, aumenta la tentazione di moltiplicare i controlli. Se raccogliere dati diventa più facile, si raccoglieranno più dati. Se una procedura può essere svolta in pochi secondi anziché in qualche giorno, la tendenza non sarà necessariamente quella di ridurre le procedure, bensì di estenderle.
La tecnologia può accelerare il labirinto, non necessariamente ridurne le dimensioni. Per questo la promessa di Meloni contiene una verità e una rimozione.
La verità è che la burocrazia italiana rappresenta un freno alla crescita economica e all’iniziativa individuale autentica, non assistita.
La rimozione è che nessuna semplificazione duratura sarà possibile senza affrontare il tema che la politica evita accuratamente: il perimetro dello Stato.
Finché continueremo a chiedere al potere pubblico di occuparsi di tutto, continueremo inevitabilmente a produrre gli apparati necessari a farlo. E continueremo a lamentarci delle conseguenze.
La vera domanda, allora, non è come sconfiggere la burocrazia: è quanto Stato desideriamo davvero.
Su questo terreno, molto più che su quello della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale o delle riforme amministrative, si giocherà una parte importante del futuro della libertà individuale nelle società contemporanee. Che, attenzione, non si confonda mai con l’individualismo protetto, che sta alla burocrazia come la libertà individuale sta alla sua forma amministrata e neutralizzata.
Cioè assistita.
Carlo Gambescia






































