Il lettore non salti sulla sedia. Ebbene sì, c’è una cosa che Giorgia Meloni, forse, sta facendo nel modo giusto. E vale la pena dirlo, anche se non cambia il giudizio complessivo sul suo approccio politico, come pure sulle sue radici ideologiche. Che del resto, come vedremo, continuano a pesare anche quando fa la cosa (quasi) giusta. Non ci riferiamo alla “difesa” del Papa, o alla retorica sulla sovranità nazionale. Chiacchiere. Altisonanti paroloni da talk o da social di gente in cerca di candidature politiche. O nella migliore delle ipotesi sfoghi, per quanto nobili, da anime candide della politica.
Di cosa parliamo? Dell’accordo con Volodymyr Zelensky per la cooperazione sulla produzione di droni. Che non è una svolta. Non è una rivoluzione. Non è, almeno per ora, qualcosa di pienamente operativo. È un cantiere. Ma è un cantiere che si muove nella direzione giusta.
Il punto, però, non è l’accordo in sé. Il punto è la scala alla quale lo si rapporta. Qui la nota dolente.
Ci spieghiamo.
L’antefatto. L’Ucraina, nel giro di due anni, è diventata qualcosa di molto diverso da un semplice paese in guerra: una piattaforma industriale e tecnologica di produzione bellica rapida. Produce droni in grandi quantità, li modifica in tempo reale, li integra con sistemi di intelligence e software adattivi. In altre parole: una fabbrica distribuita di guerra leggera.
È questo il dato strutturale che più interessa. E qui sta l’intuizione meloniana — ancora incompleta e probabilmente a rimorchio dei suo informati consiglieri militari — che attraversa anche alcune iniziative europee: agganciarsi a questo modello. Ma il problema è sempre lo stesso: lo si fa in chiave nazionale, o al massimo bilaterale, invece che europea. Un sovranismo stucchevole, che può essere celebrato, come oggi su “La Verità”, soltanto da una cariatide delle idee politiche come Marcello Veneziani.
Un esempio concreto aiuta a chiarire il punto. In parallelo alla cooperazione con Kiev, diversi paesi europei stanno già avviando programmi di sviluppo e acquisizione di sistemi a basso costo e alta adattabilità: dai droni tattici leggeri prodotti in serie crescente fino all’integrazione di tecnologie provenienti da sistemi industriali esterni all’Unione, spesso rapidamente adattati ai contesti operativi.
Il punto non è la singola piattaforma, ma il modello industriale che si sta imponendo: la capacità di produrre sistemi sostituibili, aggiornabili in tempi brevi e con cicli di innovazione molto più rapidi rispetto alla tradizionale industria militare europea .
I droni sono, oggi, il prodotto militare perfetto per un’Europa che non ha più né tempi lunghi né masse militari significative. Costano relativamente poco, si producono in serie, si aggiornano in tempi brevi. E soprattutto hanno ribaltato una regola classica: la quantità è tornata decisiva.
Sciami di sistemi economici, coordinati da software e reti di dati, possono compensare almeno in parte ciò che all’Europa manca: eserciti numericamente robusti e una capacità industriale militare pesante.
Ma attenzione a non farsi illusioni.
L’Europa non è indietro perché non ha i droni. È indietro perché li produce e li organizza come se fosse ancora in tempo di pace. Oggi si muove in ordine sparso. Francia e Germania investono con tempi industriali tradizionali; il Regno Unito sperimenta fuori da una vera cornice comune; l’Italia — e qui entra il punto politico — si muove a metà strada, oscillando tra ambizione nazionale e dipendenza strutturale dal quadro europeo e atlantico.
Nel frattempo, l’Ucraina produce, testa e modifica in tempo reale. Il risultato è una differenza netta: capacità diffuse, ma nessuna massa critica europea.
In termini quantitativi, il divario è evidente: la produzione europea complessiva resta lontana dai livelli dei principali attori del conflitto, con differenze che si misurano ormai non in unità, ma in ordini di grandezza: milioni “pezzi” diciamo, contro centinaia o addirittura migliaia (*).
Ovviamente, i droni non rendono l’Europa autonoma dagli Stati Uniti. Senza intelligence satellitare, senza sistemi di comando avanzati e senza integrazione strategica, restano strumenti efficaci ma incompleti. E tutto questo, oggi, dipende ancora in larga parte dall’ombrello americano.
Pensare che qualche linea produttiva nazionale possa sostituire questo assetto è un’illusione. Di quelle rassicuranti, ma destinate a durare poco.
Eppure, proprio qui si apre lo spazio politico interessante. I droni sono forse l’unico settore in cui l’Europa potrebbe recuperare terreno in tempi relativamente brevi. Non richiedono decenni, né infrastrutture militari pesanti. Richiedono coordinamento, investimenti e scala industriale.
Ed è qui che emerge il limite strutturale del sovranismo europeo, anche nella versione italiana. L’intuizione è spesso corretta, ma resta confinata alla dimensione nazionale. E questo vale anche per Giorgia Meloni: l’idea di rafforzare la cooperazione con l’Ucraina è razionale e coerente con il contesto strategico. Ma rimane dentro una cornice che non produce massa critica europea, cioè il vero problema.
Un’Italia che si muove da sola o in bilaterale fa un passo sensato. Ma un’Europa che costruisse una filiera comune dei droni — produzione, test, standardizzazione e integrazione — sarebbe qualcosa di qualitativamente diverso: un primo embrione di autonomia strategica reale, non solo evocata.
Senza questa scala, anche le buone intuizioni restano mezze risposte. Sul fondo, inevitabilmente, c’è Donald Trump. Non come bersaglio polemico, ma come variabile strutturale. L’Europa ha compreso — con ritardo, ma in modo ormai irreversibile — che l’ombrello americano non è più una certezza automatica. Dipende dagli equilibri politici interni degli Stati Uniti e dalle priorità di Washington.
In questo quadro, Meloni non sta “sfidando” l’America. Sta facendo qualcosa di più sobrio: si sta adattando a un sistema internazionale in cui la continuità della protezione americana non è garantita in ogni scenario.
Non è molto. Ma non è neppure irrilevante.
Certo, i droni non rendono l’Europa indipendente dagli Stati Uniti. Ma rappresentano, forse, il primo terreno concreto su cui l’Europa può smettere di essere militarmente marginale.
E da qualche parte, anche nelle politiche prudenti e imperfette, bisogna pur cominciare.
Carlo Gambescia
(*)
Per un inquadramento tecnico e aggiornato del tema: https://it.euronews.com/my-europe/2026/04/15/guerra-dei-droni-nuova-minaccia-per-la-sicurezza-delleuropa ; https://www.analisidifesa.it/2026/02/droni-e-sicurezza-in-europa/
Entrambi i contributi aiutano a chiarire il punto centrale: la
crescente centralità dei sistemi a basso costo e alta intensità
produttiva nella guerra contemporanea, e il ritardo europeo nella loro
integrazione su scala industriale.










































