Dopo le comunali del 24-25 maggio si è affacciata una lettura quasi automatica: la conferma di una “voglia di destra” nel Paese. È una formula comoda, giornalistica al punto giusto, ma rischia di semplificare più di quanto spieghi.
Le elezioni locali, infatti, raramente restituiscono un messaggio politico univoco. Contano i candidati, le amministrazioni uscenti, le coalizioni civiche, l’astensione differenziale (nel senso che alcuni elettori si rechino alle urne più degli altri). È un terreno in cui il “clima nazionale” incide, ma non domina. Eppure, se la destra ottiene risultati diffusi e coerenti su più territori, un segnale politico di fondo esiste: non tanto un’ondata emotiva, quanto una stabilizzazione della destra nel suo ruolo di forza di governo. Che va al di là del voto stesso ( e della disputa sul chi abbia vinto) e rimanda, come detto, a un processo di legittimazione politico-sociale.
Più che di “voglia di destra”, si potrebbe parlare di una sua normalizzazione: una forza politica che non appare più come alternativa eccezionale, ma come opzione ordinaria dentro il sistema democratico. Una presenza pienamente interna alle istituzioni, capace di adattarsi ai vincoli dell’amministrazione e del governo delle cose, e insieme di influenzarne il baricentro.
Ma qui il punto diventa più interessante e meno rassicurante per le categorie consuete. Non siamo di fronte a una destra “classica” nel senso europeo del termine, quella conservatrice e istituzionale, né a una semplice declinazione del liberalismo politico.
Si tratta piuttosto di una destra più identitaria, leaderistica, con un rapporto diretto e personalizzato con il consenso e con una forte inclinazione a reinterpretare in senso maggioritario gli equilibri tra poteri. Nel caso italiano, inoltre, la sua genealogia politica si intreccia con la storia della destra post-fascista, elemento che continua a pesare nel dibattito pubblico e nella percezione politica.
Apparentemente, questa destra, non è una forza esterna allo stato di diritto, né un corpo estraneo alla democrazia liberale. Tuttavia, si può osservare come alcune proposte di riforma istituzionale e della legge elettorale — in particolare quelle che modificano le condizioni di accesso al premio di maggioranza — tendano a spostare l’asse del sistema politico verso una maggiore centralizzazione del potere. Il punto non è l’eccezione, ma la trasformazione graduale degli equilibri.
Detto altrimenti: il sistema politico italiano appare attraversato da una dinamica più profonda, quella della crescente concentrazione del potere nell’esecutivo, che sembra andare oltre la normale fisiologia politica.
Una tendenza che si riflette nel rapporto tra governo, apparati dello Stato e contropoteri istituzionali, come magistratura e autorità indipendenti, che restano elementi fisiologici ma sempre più al centro del conflitto politico. Si pensi, da ultimo, ai toni da guerre stellari assunti dal referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Senza dimenticare lo sproporzionato interesse – diremmo quasi ossessivo – mostrato dal governo verso le forze di polizia.
E la sinistra? Qui il discorso si fa speculare ma non simmetrico. Una parte significativa del campo progressista appare oscillante tra due poli: da un lato una gestione prevalentemente tecnocratica e amministrativa del consenso, in chiave welfarista; dall’altro la tentazione di inseguire il linguaggio emotivo e semplificato del populismo avversario. Nel primo caso si perde radicamento sociale, puntando sull’assistenzialismo, nel secondo si finisce per legittimare il terreno competitivo dell’avversario, favorendo i colpi bassi mediatici e un clima da ultimi giorni dell’umanità, che non giova alla credibilità delle istituzioni liberali.
Il risultato, per dirla politologicamente, rinvia alla difficoltà strutturale della sinistra di costruire un profilo chiaramente riconoscibile: non solo elettorale, ma culturale e politico. In altre parole, la difficoltà non è soltanto nel “perdere”, ma nel definire con chiarezza su quale idea di democrazia e di liberalismo politico si intenda competere. Il che spiega, come sembra, anche la sconfitta alle comunali.
Su questo sfondo, più che una “voglia di destra” in senso emotivo, emerge un bisogno trasversale di stabilità e prevedibilità. Una sorta di rifugio nello status quo, una domanda di normalità che spesso si traduce nel desiderio che le cose funzionino, più che nel sostegno convinto a un progetto politico.
Questa tendenza si accompagna, come segnalano diversi indicatori demoscopici — in particolare i rapporti Censis sulla situazione sociale del Paese (*) — a una forte disaffezione verso le istituzioni politiche: circa sette italiani su dieci dichiarano infatti di nutrire scarsa fiducia nei confronti di partiti e Parlamento.
Questa situazione può favorire attori politici diversi, ma tende a premiare coloro che appaiono in grado di garantire ordine e coerenza nell’azione di governo. O comunque percepiti come tali: ma, attenzione, contro partiti e parlamento.
Inoltre l’area conservatrice dispone oggi di un ventaglio di figure e sensibilità per tutti gusti, per così dire. Che gli osservatori più malevoli dipingono come una specie di “Famiglia Addams”: un orizzonte politico che va dalla “pragmatica” Giorgia Meloni al politicamente inquietante generale Vannacci, il quale ha peraltro raccolto un consenso non trascurabile a Vigevano, unico collegio in cui si era candidato Futuro Nazionale.
È qui che il problema diventa propriamente liberale. Se la competizione politica si riduce a una rincorsa reciproca sul terreno della semplificazione e della polarizzazione, il rischio non è solo l’alternanza tra schieramenti, ma l’erosione progressiva delle mediazioni che reggono lo stato di diritto: equilibrio tra poteri, qualità del Parlamento, autonomia delle istituzioni.
In questo senso, la questione non è se esista una “voglia di destra” o una “voglia di sinistra”, ma se esista ancora una domanda politica capace di sostenere una democrazia liberale non ridotta a competizione permanente tra leadership evocanti paure, emergenze e nemici, reali o immaginari.
Carlo Gambescia
(*) Per una rapida sintesi giornalistica si veda qui: https://www.lapresse.it/politica/2025/12/05/censis-rapporto-2025-italiani-non-credono-piu-a-partiti-e-non-comprano-piu-giornali/ .




































