Le parole che Donald Trump avrebbe rivolto a Giorgia Meloni hanno suscitato indignazione. E comprensibilmente. Nessun capo di governo gradisce essere rappresentato come qualcuno che “implora” una fotografia o cerca la benevolenza di un leader straniero.
Che cosa si saranno detti, mentre venivano ritratti in quella foto che ha fatto il giro del mondo, ora anche per altre ragioni? È plausibile che Meloni abbia spiegato a Trump che sull’Iran gli avrebbe dato una mano volentieri, ma che ha le mani legate dalla Costituzione e dal contropotere della sinistra, ancora forte in Italia. E che ci vuole tempo, c’è il Papa, ci sono gli equilibri politici e istituzionali da rispettare.
Se davvero Trump ragiona come ha spesso mostrato di ragionare, difficilmente queste argomentazioni devono averlo impressionato. Un uomo che non sembra nutrire particolare rispetto né per i vincoli costituzionali né per le mediazioni politiche potrebbe aver interpretato quelle spiegazioni come il linguaggio della debolezza. Forse avrà pensato: ecco una leader che cerca di prendere tempo, che invoca ostacoli e giustificazioni. E alla prima occasione avrebbe tradotto pubblicamente questa impressione nell’immagine di una Meloni implorante che gli avrebbe fatto pena. Che la storia della fotografia sia vera o inventata conta relativamente. Conta piuttosto ciò che Trump potrebbe aver pensato di Giorgia Meloni.
Ma forse la questione più interessante non riguarda Trump. Riguarda il modo in cui interpretiamo la politica.
Molti commentatori hanno descritto l’episodio come il tradimento di un’amicizia politica. Altri vi hanno visto la prova dell’inaffidabilità del presidente americano. Entrambe le letture colgono un aspetto del problema, ma rischiano di mancare il punto essenziale. E lasciamo perdere i commenti di parte che hanno presentato Meloni come un’eroina nazionale.
Trump, e lo diciamo da sempre, non è un politico che ragiona in termini di amicizia. Ragiona in termini di forza.
Da decenni costruisce i propri rapporti sulla base dell’utilità, della convenienza, della posizione occupata dagli interlocutori nella gerarchia del potere. Chi è forte viene trattato come forte. Chi appare debole viene trattato come debole. È una logica brutale, ma non particolarmente misteriosa.
La domanda da porsi è allora un’altra: siamo sicuri che questa logica sia così estranea a Giorgia Meloni?
Non si tratta di stabilire improbabili equivalenze morali o
caratteriali. I due leader sono diversi per storia, temperamento e
contesto. Tuttavia condividono una concezione della politica che
attribuisce grande importanza ai rapporti di forza reali.
L’esempio più evidente, almeno in Italia, è forse il rapporto con Silvio Berlusconi.
Per anni Meloni mostrò verso il fondatore di Forza Italia una deferenza che appariva naturale: Berlusconi era il leader del centrodestra, l’uomo che decideva candidature, alleanze e destini politici. Quando però i rapporti di forza si sono ribaltati e Fratelli d’Italia è diventato il partito egemone della coalizione, anche il linguaggio e gli atteggiamenti sono cambiati. Non si trattava più del capo da rispettare, ma dell’alleato costretto a prendere atto della nuova realtà. “Gli chiesi tre ministeri e lei mi rise in faccia”, questo raccontò un Cavaliere sconsolato e già molto malato. Fenomeno questo, dei rapporti di forza, che, naturalmente, non riguarda soltanto Meloni ma gran parte della politica democratica.
Naturalmente questo non prova nulla sul piano psicologico. Non sappiamo come Meloni avrebbe trattato Trump se i rapporti di forza fossero stati invertiti. Le analisi controfattuali possono essere esercizi intellettualmente utili, ma non costituiscono prove storiche.
Tuttavia il precedente berlusconiano suggerisce qualcosa di più interessante: che anche Meloni, come Trump, tende a leggere la politica anzitutto come un sistema di rapporti di forza.
Ed è qui che emerge il paradosso.
Per anni una parte della destra ha ammirato in Trump il realismo, la capacità di ignorare le convenzioni diplomatiche e di parlare il linguaggio della potenza. Quando però quel medesimo linguaggio viene applicato a un leader amico, l’ammirazione lascia il posto allo scandalo.
Eppure Trump non ha infranto le regole del proprio universo politico. Le ha semplicemente applicate.
La politica fondata sulla forza possiede indubbi vantaggi. È spesso più lucida delle retoriche moralistiche. Vede il mondo per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse. Ma presenta anche un costo inevitabile: nel regno della forza non esistono gratitudini permanenti, riconoscenze eterne o amicizie garantite.
Esistono soltanto equilibri provvisori.
La storia italiana offre tuttavia anche esempi diversi. Dopo la vittoria del 1948, De Gasperi scelse di coinvolgere i partiti laici nel governo pur potendo rivendicare una posizione di netta superiorità politica ed elettorale. Allo stesso modo Moro promosse prima l’apertura ai socialisti e poi il dialogo con il PCI non perché costretto dalla debolezza, ma perché concepiva la politica anche come integrazione degli avversari e costruzione di un ordine condiviso.
I rapporti di forza contano sempre. Nessuna politica può prescinderne. Ma non esauriscono tutte le possibili grammatiche della politica. Accanto alla politica come esclusione esiste anche la politica come inclusione; accanto alla logica dell’amico utile e dell’alleato subordinato esiste la ricerca di equilibri più ampi e duraturi.
Trump appartiene quasi esclusivamente alla prima tradizione. È una tradizione che privilegia la forza, la convenienza immediata e la gerarchia. E quando si guarda il mondo soltanto attraverso questa lente, chiunque invochi vincoli costituzionali, mediazioni politiche o equilibri istituzionali finisce facilmente per apparire debole.
È una lezione che Giorgia Meloni conosce bene. Ed è probabilmente la stessa lezione che Lucky Luciano, pardon, Donald Trump ha voluto impartirle, nel modo più trumpiano possibile.
Carlo Gambescia





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