
Cominciamo dall’articolo che Marcello Veneziani pubblica oggi, 2 ottobre 2026, su “La Verità”. L’argomento è l’integrazione degli immigrati e il punto di partenza è la conoscenza della lingua italiana: la lingua viene indicata come l’elemento decisivo, la "premessa indispensabile", addirittura l’unico vero strumento attraverso il quale il migrante può integrarsi.
La lingua, naturalmente, conta. Anzi, conta moltissimo. Senza una lingua comune la comunicazione diventa difficile e senza comunicazione l'integrazione è più complicata. Ma è proprio questa priorità che merita attenzione. Perché anche nella più piccola parola è possibile intravedere una concezione molto più ampia dell'integrazione: l'idea che entrare nella società significhi innanzitutto entrare nella sua comunità culturale, si badi culturale, di civiltà.
Ed è precisamente qui che comincia il problema.
Non discuteremo dunque la ricetta linguistica di Veneziani. Ci interessa ciò che l’articolo lascia intravedere dietro la questione linguistica: un’idea dell’uomo e della società. A destra, soprattutto se estrema, gonfiando il torace, parlano di Weltanschauung…

Per verificarlo prenderemo in esame soprattutto la produzione giornalistica di Veneziani, in particolare quella pubblicata su “La Verità”, seguendo un ordine concettuale e non cronologico. Per inciso, parlare di “evoluzione” del pensiero di Veneziani sarebbe forse troppo: nel suo caso, più che un’evoluzione, sembra trattarsi di una variazione sul tema.
Nulla di estensivo, ma quel tanto che basta per intercettare la Weltanschauung di Veneziani. Ciò che non cambia. E questo non perché i suoi libri siano irrilevanti per un’analisi del genere, ma per una ragione metodologica: Veneziani è, essenzialmente, un giornalista. Lo è per formazione, per mestiere e per vocazione. E il giornalista, diversamente dal professore, deve arrivare subito alla conclusione. Non dispone del lusso della lunga dimostrazione accademica, delle cautele preliminari, delle parentesi e delle note a piè di pagina. Il giornalista deve colpire il bersaglio.
Veneziani, fatte le debite proporzioni, è forse il più compiuto rappresentante della cultura giornalistica di destra italiana. Una specie di Montanelli spiegato al popolo: naturalmente non per la statura, per la storia o per la qualità letteraria, che appartengono a un’altra stagione e a un altro personaggio, ma per quella capacità tutta giornalistica di trasformare in linguaggio corrente una determinata visione del mondo. Del resto Veneziani ha lavorato al "Giornale" con Montanelli e Feltri e oggi è editorialista de "La Verità" e di "Panorama".

Ed è proprio questa immediatezza che ci interessa.
Perché sotto il fumo di una produzione sterminata — migranti, scuola, famiglia, lingua, patria, tradizione, Europa, liberalismo, sinistra, modernità — possiamo provare a cercare ciò che rimane costante. Non l’opinione del giorno, ma l’idea dell’uomo che ritorna.
E la prima cosa che ritorna è la comunità.
Il 7 marzo 2023 Veneziani pubblica su “La Verità” La rivoluzione necessaria: da individui a comunità. Il titolo, in questo caso, dice già quasi tutto. Il primo problema dell’Italia sarebbe che “non riusciamo ad essere una comunità”; la soluzione viene indicata esplicitamente nel passaggio “da individui a comunità” (1).
Da individui a comunità. Non è una semplice preferenza lessicale. È una scelta antropologica.
Lo si vede ancora meglio nell’articolo pubblicato il 2 giugno 2023, Un Paese senza “spirito repubblicano”. Qui Veneziani definisce l’amor patrio come “amore di comunità, di popolo, di nazione e di tradizione, di paesaggio e di linguaggio, di vita insieme e di territori, con un confine”. Alla cittadinanza astratta contrappone la concretezza dell’appartenenza (2).
Ecco allora che l’articolo di oggi sulla lingua non è più soltanto un articolo sulla lingua. La lingua diventa appartenenza.
Ed è un tema che Veneziani coltiva da sempre, fin da quando si laureò con una tesi su Julius Evola, grandissimo cultore della Tradizione (con la maiuscola), radicale nemico della modernità e, sotto sotto, più vicino al nazionalsocialismo che al fascismo. Nel testo Sovrani, ma sul serio, pubblicato l’11 giugno 2019 (tratto dal suo libro Lettera agli italiani, 2015), definisce l’italiano “il segno vivente e parlante della nostra identità” e parla esplicitamente di “sovranità linguistica” (3).
Nulla di scandaloso, naturalmente. Una nazione ha una lingua, una cultura ha una memoria, una società possiede tradizioni. Il problema nasce quando questi elementi diventano il criterio attraverso il quale l’individuo viene riconosciuto come appartenente.
E qui il filo nero comincia a diventare interessante.
Perché alla comunità segue la tradizione. Alla tradizione segue la patria. Alla patria segue la verticalità. E alla verticalità, inevitabilmente, l’autorità.
Il 10 maggio 2017, in un’intervista di Francesco Borgonovo pubblicata da La Verità, Siamo malati di politicamente corretto. E pure gravi, Veneziani parla della demolizione del “legame verticale tra padri e figli” e mette sullo stesso piano il padre, la patria e il “santo padre”, cioè tutto ciò che, a suo giudizio, appartiene alla dimensione verticale. Il leaderismo viene definito la “trasfigurazione del padre nella politica”. E alla domanda se sia possibile recuperare il padre perduto, la risposta è netta: “Occorrerebbe recuperare la dimensione verticale dell’esistenza” (4).

Questa frase va presa sul serio. Non perché chi parla di autorità, padre, patria o tradizione sia per ciò stesso fascista. Sarebbe una sciocchezza. Sono categorie presenti in tradizioni politiche e culturali assai diverse.
Ma perché ci obbliga a porre una domanda più seria: che idea dell’uomo c’è dietro questa insistenza sulla verticalità?
Un individuo autonomo, fallibile, che costruisce liberamente i propri legami?
Oppure un individuo che trova la propria compiutezza nell’appartenenza a qualcosa che lo precede: famiglia, patria, tradizione, comunità?
La differenza non è da poco.
Nel primo caso l’individuo viene prima della comunità politica. Nel secondo la comunità tende a precedere l’individuo e a fornirgli identità, senso e collocazione.
Ed è precisamente qui che compare il fascismo. Non il fascismo come regime. Non il fascismo come partito. Non il fascismo di Mussolini da museo. Ma il fascismo come antropologia.
Il fascismo storico non fu soltanto una dittatura: fu anche una concezione dell’uomo e della società fortemente polemica nei confronti dell’individualismo liberale e orientata verso la nazione, la comunità, l’autorità, la gerarchia, la tradizione e la mobilitazione collettiva, portate a una sintesi politica radicalmente antiliberale.
La domanda, allora, non è se Veneziani voglia oggi restaurare il fascismo. Non lo dimostrano questi testi. La domanda è un’altra: possono sopravvivere alcuni tratti di un’antropologia dopo che è scomparso il regime politico che li aveva portati alle loro estreme conseguenze?

È qui che Veneziani diventa un caso di studio interessante.
Il 5 dicembre 2024, in D’Annunzio rivoluzionario e conservatore a modo suo, Veneziani ricostruisce la genealogia della rivoluzione conservatrice italiana attraverso nazione, popolo, tradizione, mobilitazione, ritualità politica e mito. E, parlando del rapporto fra D’Annunzio e fascismo, scrive: “non si tratta di stabilire se D’Annunzio sia stato o no fascista ma di riconoscere che il fascismo è stato dannunziano”, “profondamente e superficialmente dannunziano, nella visione, nei riti, nel linguaggio e nelle pose” (5).
Veneziani, insomma, conosce benissimo questa genealogia culturale. Ed è proprio per questo che possiamo porre la questione con maggiore precisione.
Non cerchiamo il fascismo nelle dichiarazioni di fedeltà a Mussolini. Cerchiamo le categorie antropologiche che il fascismo storico aveva fatto proprie. E una di queste categorie è certamente la polemica contro l’individuo liberale, odiatissimo dal Vate. E soprattutto demonizzato da Julius Evola.

Il 9 maggio 2026 Veneziani pubblica su “La Verità” Ma liberali per far cosa? Qui dichiara senza ambiguità: “non sono liberale”. E mette sotto accusa “l’individualismo”, “il relativismo”, “il nichilismo”, il consumismo, il capitalismo globale, la “crisi del sacro e della comunità”. La libertà viene difesa, ma come condizione e non come fine; e Veneziani afferma che ogni società ha bisogno di “libertà e di autorità, di ordine e di pluralismo” (6).
Anche qui: nulla di fascista preso isolatamente.
Criticare il liberalismo è perfettamente legittimo. Criticare l’individualismo è perfettamente legittimo. Pensare che la libertà debba confrontarsi con responsabilità e limiti è perfettamente legittimo.
Ma quando queste affermazioni vengono accostate, come in un disegno ricorrente, alla necessità di passare “da individui a comunità”, alla centralità della tradizione, all’amor patrio inteso come appartenenza comunitaria, alla lingua come segno dell’identità e alla “dimensione verticale dell’esistenza”, non sono più soltanto le singole parole a interessarci: è la loro combinazione.
E allora arriviamo al 25 aprile.
Il 25 aprile 2019 Veneziani pubblica Perché non celebro il 25 aprile. Tra le ragioni addotte vi è il fatto che la festa non renderebbe onore a coloro che diedero la vita per la patria; più avanti Veneziani difende la memoria di coloro che rimasero fascisti fino alla fine e morirono, scrive, per la loro “fedeltà a un’idea, a uno Stato e a una Nazione” (7).
Anche qui bisogna essere precisi. Veneziani riconosce che l’antifascismo fu “una pagina di dignità, fierezza e libertà quando il fascismo era imperante”. Dunque non possiamo ridurre il testo alla formula “Veneziani riabilita il fascismo”. Sarebbe una caricatura.

Ma resta un elemento che attraversa anche questo testo: la fedeltà all’idea, allo Stato, alla Nazione, alla patria come criteri di valutazione dell’esperienza umana.
E dunque eccoci di nuovo all’uomo.
L’uomo di Marcello Veneziani appare sempre meno come l’individuo liberale che entra in relazione con altri individui e sempre più come un essere che riceve la propria identità da legami che lo precedono.
È una concezione rispettabile? Certamente. C’ è un’intera scuola sociologica che premette la società all’individuo.
È una concezione liberale? Questo è assai più difficile sostenerlo. È una concezione che presenta consonanze con quella critica antiliberale e comunitaria che il fascismo storico fece propria? Questo è precisamente il punto.
Noi non sosteniamo che Veneziani sia un fascista. Sosteniamo qualcosa di più preciso: che nella sua produzione giornalistica ricompare con notevole continuità un’antropologia nella quale l’appartenenza viene prima dell’autonomia, la comunità prima dell’individuo, la tradizione prima della scelta e la verticalità prima dell’orizzontalità liberale.
E qui il titolo comincia a spiegarsi.
Il fascismo può essere morto come regime e continuare a costituire un problema come antropologia. Non perché ogni conservatore sia fascista. Non perché ogni patriota sia fascista. Non perché ogni critica dell’individualismo sia fascista. E neppure perché ogni richiamo alla tradizione debba far scattare l’allarme. Ma perché esiste una differenza decisiva fra chi considera la comunità una libera costruzione di individui associati e chi considera l’individuo una parte di una comunità che lo precede e gli assegna identità, senso e posto nel mondo.

È questa differenza che Veneziani ci costringe a guardare.
E allora l’articolo di oggi sulla lingua acquista un significato diverso. Non è la lingua in sé a interessarci. È ciò che la lingua rappresenta quando diventa l’unico elemento dell’integrazione: il passaggio dell’individuo dentro una comunità già costituita, con la sua lingua, la sua memoria, la sua identità e i suoi codici di appartenenza. Una gabbia d’acciaio che, politicamente parlando, ha una storia assai più lunga di quella della modernità descritta da Max Weber.
La questione, dunque, non è più l’immigrazione. E nemmeno Veneziani. La questione è quale uomo vogliamo mettere al centro della società.
Un uomo che deve essere integrato nella comunità? Come impone la “Tradizione”. Oppure un uomo che, proprio perché individuo libero e fallibile, può costruire comunità senza dover prima diventare ciò che la comunità pretende che egli sia? Come auspica il liberalismo.
Qui passa una delle frontiere fondamentali fra liberalismo e antiliberalismo.
E qui, forse, si comprende finalmente che cosa cercavamo sotto il fumo degli articoli di Marcello Veneziani.
Non una nostalgia politica. Non una tessera del fascismo da esibire come prova. Ma una concezione dell’uomo che il fascismo storico portò alle estreme conseguenze politiche. Veneziani non lo fa, e sarebbe intellettualmente scorretto sostenerlo.
Ma proprio per questo la questione è più sottile: quanto può allontanarsi dal liberalismo un’antropologia che considera l’individuo incompleto senza comunità, la libertà insufficiente senza autorità, il presente smarrito senza tradizione e la società disorientata senza verticalità?
La risposta, allora, non sta in una dichiarazione di fede né in un’etichetta politica. Sta nelle parole. E le parole, nel caso di Veneziani, sono molte. Ma quando le mettiamo in fila, cominciano a parlare: lingua, identità, tradizione, patria, comunità, autorità, verticalità. A questo punto il fumo si dirada. E ciò che resta non è il fascista. È il problema di un’antropologia che, per molti suoi tratti, il fascismo storico ha fatto propria.
Carlo Gambescia
Ricordiamo che la data indicata è quella del giorno di pubblicazione dell’ articolo sul sito ufficiale di Marcello Veneziani: https://www.marcelloveneziani.com/. Di regola, il giorno dopo la pubblicazione su “La Verità”.
(1) https://www.marcelloveneziani.com/saggi/la-rivoluzione-necessaria-da-individui-a-comunita-2/
(2) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/un-paese-senza-spirito-repubblicano/ . (3) https://www.marcelloveneziani.com/il-giornalista/sovrani-ma-sul-serio/ .
(4) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/malati-politicamente-corretto-pure-gravi/ .
(5) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dannunzio-rivoluzionario-e-conservatore-a-modo-suo/ .
(6) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ma-liberali-per-far-cosa/ .
( 7) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/perche-non-celebro-il-25-aprile/ .



































