Primo quesito: era davvero il caso di rispolverare Vittorio Emanuele Orlando? Forse serve più a offrire una mano tesa ai critici della democrazia europea – da Trump a Putin – che a illuminare i lettori odierni.
Secondo quesito: che c’entra Orlando con Cacciari, che oggi ne parla sulla “Stampa”? Nulla, una specie di teologo politico (un Mancuso, prima di Mancuso), se non come tuttologo sempre pronto a dispensare giudizi universali, con la stessa disinvoltura con cui si ordina un caffè al bar.
Natalino Irti, che insieme a Cacciari dirige la collana in cui è pubblicato il libro di Orlando (probabilmente motivo del lancio sulla “Stampa”), è un giurista di grande profondità: osserva, analizza e resta al suo posto, con la lucidità e il rigore tipici di un autentico professore universitario. Vale sempre la pena leggerlo con attenzione. Si può non condividere, ma è impossibile non riconoscerne la competenza.
Il libro in questione, Vittorio Emanuele Orlando, La rivoluzione mondiale e il diritto (La nave di Teseo) , il “Presidente della Vittoria, anno di grazia 1918, illumina forse per la sua icasticità, il pensiero di Orlando, un liberale transigente, veramente troppo, soprattutto con la realtà. Si potrebbe parlare di senso per l’opportunità politica. Di realismo politico a quo, incentrato sul presente. Per capirsi all’ appeseament di Chamberlain, contro il realismo di lunga gittata ad quem, di Churchill, che guardava al futuro alla terribile ipotesi di una vittoria di Hitler (**)
Per dirla dottamente in Orlando c’è una tensione costante tra diritto e realtà politica, anche la più brutale. Detta invece alla buona: dalla crisi di fine secolo, quella della cannonate contro la folla di Bava Beccaris, il politico ha la meglio sul professore di diritto pubblico e amminsitrativo.
La sua carriera politica è segnata da scelte che oscillano tra pragmatismo e contraddizione: prima sostegno al reazionario Pelloux, in seguito ministro con il riformista Giolitti, poi appoggio a Mussolini, nonché alla mafia (in un famigerato discorso del 1925, quando i fascisti nonostante il suo apporto alla legge Acerbo); la figuraccia a Parigi, proprio come “Presidente della Vittoria” a rimorchio di Sonnino; la pensione nel 1931 per non giurare come professore universitario, ma nel 1935 la lettera a Mussolini, “ pronto a mettersi al servizio della patria” sull’onda della canagliata all’Etiopia. Nel dopoguerra, oltre ad aver mediato nel 1943 tra il re e Badoglio – un merito non da poco – ignorò però la responsabilità storica della Monarchia, mentre rimase sempre antiamericano, prima contro Wilson poi contro il trattato di pace dopo la Seconda guerra mondiale.
Un momento emblema della sua logica politica è il proclama di Badoglio dell’8 settembre, di cui sembra sia sua infelice espressione “la guerra continua”: una frase che sintetizza il realismo di Orlando, la sua capacità di leggere le carte e agire secondo la realtà del momento, più che secondo ideali astratti. Un realismo, però, ripetiamo schiacciato sul presente.
La rivoluzione mondiale e il diritto mostra come la visione di Orlando di una comunità mondiale servisse soprattutto a indebolire il potere degli Stati Uniti: l’ONU come cavallo di Troia, prospettiva da autentico realista politico, pre-BRICS, più attento al bilancio di potere che ai principi morali universali. All’epoca, questo equilibrio si giocava con l’Unione Sovietica alle porte e la Cina in cammino. E non c'era Trump-Lucky Luciano al potere.
Sicuramente non filo-americano dal 1919, non sorprende, quindi, che Orlando si distinguesse per la strenua opposizione alla ratifica del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, per l’astensione al voto di adesione al Patto Atlantico e per le critiche alla proposta della Comunità europea di difesa (CED). Morì nel 1955, nato nel 1860, lasciando un segno indelebile di realismo politico concentrato sul presente e sui rapporti di forza più che sugli ideali universali.
Che dire? A un personaggio del genere si può mettere in bocca tutto. Di conseguenza, in questo contesto, Cacciari si muove da tuttologo, dispensando teorie e commenti con un entusiasmo contagioso, ma con il rischio di far sembrare la politica un gioco di parole; Irti, al contrario, mantiene la distanza accademica: osserva i rapporti tra diritto e realismo politico, con accenti schmittiani, senza però scendere in piazza, lasciando trasparire la profondità del giudizio, da autentico professore universitario.
La rivoluzione mondiale e il diritto lo restituisce con tutte le sfumature necessarie per comprendere il suo ruolo nella storia italiana e internazionale, mentre Irti e Cacciari ci offrono due prospettive opposte: uno elegante e distaccato, l’altro entusiasta e affollato di digressioni. Da un lato Schmitt, che civettò con Hitler dall’altro un magliaro del pensiero, che vuole vendere un Heidegger uscito da capannoni dei conciari. E sulla “Stampa”, mica sulla “Gazzetta di Voghera”.
E in mezzo? Al centro… Orlando, maestro nel leggere le carte e agire secondo il presente, con tutto il suo pragmatismo e le sue contraddizioni. Come Facta e Salandra, meno fortunati e forse meno bravi e con una vita più breve.
Carlo Gambescia
(*) Prolusione del 1947, tenuta in occasione del ritorno di Orlando in cattedra e poi pubblicata in La rivoluzione mondiale e il diritto, in Id., Scritti giuridici varii (1941–1952), Giuffrè. Milano 1955, pp. 373-435. Ora qui: https://lanavediteseo.eu/portfolio/la-rivoluzione-mondiale-e-il-diritto/ .
(**) Su queste definzioni rinviamo al nostro Il grattacieleo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edziooni Il Foglio, Piombino (LI) 2019, pp. 23-31.





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