
C’è qualcosa di curioso nella polemica estiva tra Giorgia Meloni e
Stefano Bonaccini. E non è soltanto la solita rissa tra destra e
sinistra. È il modo nel quale, ancora una volta, la politica italiana
riesce a trasformare una questione seria — il rapporto tra istruzione,
condizioni sociali e comportamento elettorale — in una gara di accuse
reciproche.
Bonaccini ha detto una cosa che, depurata dalla semplificazione
televisiva, non è affatto scandalosa: negli ultimi anni, in diversi
Paesi occidentali, la destra radicale ha ottenuto consensi relativamente
maggiori tra gli elettori con livelli di istruzione più bassi, nelle
aree periferiche e interne e tra alcuni settori socialmente ed
economicamente più vulnerabili. La letteratura politologica sul
cosiddetta “separazione educativa” documenta da tempo questo fenomeno,
pur con differenze significative tra Paesi e partiti.
Bonaccini aggiungeva che questo dovrebbe rappresentare un problema per la sinistra. Non una condanna morale di quegli elettori.
Meloni ha invece preferito la risposta politica più facile: Bonaccini
disprezzerebbe gli elettori di destra, considerandoli ignoranti da
compatire o addirittura da rieducare. E così la discussione è finita
dove finiscono quasi tutte le discussioni politiche contemporanee: non
sui fatti, ma sulle intenzioni attribuite all’avversario.
Peccato.
Perché la storia europea ci mostra che il rapporto tra cultura
politica, istruzione, territorio e mobilitazione popolare è assai più
antico della destra contemporanea.
La Chouannerie francese, per esempio, non fu semplicemente una
rivolta di “ignoranti” contro i Lumi. Fu una reazione complessa alla
Rivoluzione, nella quale religione, monarchia, comunità locali e
tradizioni territoriali si intrecciarono con il rifiuto della leva
militare e della politica rivoluzionaria. In Bretagna e in altre regioni
dell’Occidente francese, una parte consistente delle popolazioni rurali
si mobilitò contro la Repubblica, dando vita a una lunga guerra di
guerriglia che sarebbe proseguita, con fasi alterne, fino al 1800.

Qualcosa di analogo, ma dentro una storia italiana assai diversa,
avvenne nel Regno di Napoli nel 1799. Il sanfedismo non fu un semplice
esercito di fanatici religiosi. Fu un movimento popolare,
prevalentemente rurale, nel quale confluirono la difesa della fede,
delle tradizioni e della monarchia, insieme a reazioni sociali e
territoriali contro la Repubblica napoletana e la presenza francese. Il
cardinale Fabrizio Ruffo riuscì a organizzare e indirizzare quel
movimento nell’azione militare che portò alla caduta della Repubblica e
alla restaurazione borbonica.
Sono fenomeni lontanissimi dalla destra contemporanea e sarebbe
storicamente assurdo sovrapporli. Ma mostrano una costante che ci
interessa: quando una società entra in una fase di trasformazione
profonda, le popolazioni più estranee ai processi di modernizzazione
possono diventare una formidabile riserva di mobilitazione politica
contro ciò che percepiscono come minaccia alla propria comunità, alla
propria religione, al proprio ordine sociale.
È una dinamica che, in forme completamente diverse, ritroviamo anche
nel Novecento. Il fascismo seppe intercettare frustrazioni, paure e
risentimenti prodotti dalla crisi dell’ordine sociale liberale e dalla
trasformazione della società italiana. Lo squadrismo, soprattutto in
alcune realtà urbane e rurali, mise insieme componenti sociali
differenti: reduci, giovani, ceti medi in crisi, elementi marginali e
militanti provenienti da esperienze politiche diverse. E qui si pensi
anche ai Corpi Franchi, attivissimi nell’area germanofona.
Non era, insomma, una rivolta degli “ignoranti”. Era qualcosa di
molto più interessante e inquietante: la capacità di una politica
radicale di trasformare disorientamento sociale, risentimento e paura
della modernizzazione in identità politica. In porcesso di inclusione
per dirla in chiave metapolitica.

Che poi ci siano stati intellettuali, anche grandissimi, schierati a
destra, soprattutto nel Novecento, non muta il problema. Una cosa è la
collocazione politica degli intellettuali; altra cosa è la composizione
sociale dei corpi elettorali e delle masse politicamente mobilitate.
Insomma, sul rapporto tra istruzione e voto alla destra radicale
esiste una consistente letteratura di scienza politica. Essa non
autorizza certo a dire che “gli ignoranti votano a destra”. Sarebbe una
sciocchezza. Esistono laureati che votano a destra e persone con bassi
livelli di istruzione che votano a sinistra. Ma una correlazione
statistica non diventa falsa perché non vale per ogni singolo individuo.
Il punto, dunque, non è l’elettore di destra preso individualmente.
Il punto è la cultura politica che una parte della destra contemporanea
tende a coltivare.
E qui arriviamo all’università.
Studiare non significa necessariamente diventare più intelligenti. E
avere una laurea non è una patente di superiorità morale. Ci
mancherebbe.
L’università, però, dovrebbe insegnare qualcosa di assai più importante: il dubbio metodico.
Significa imparare che prima di affermare una cosa occorre
documentarla; che per ogni tesi esistono argomenti contrari; che una
bibliografia non è un ornamento, ma il riconoscimento dell’esistenza di
una pluralità di interpretazioni; che la realtà sociale è quasi sempre
più complessa della formula con la quale cerchiamo di descriverla.
L’università è, prima di tutto, discorso sul metodo. Anzi, sui
metodi. O per capirsi: scoperta di quanto sia preziosa una bibliografia.

Di qui la comprensione e l’apprezzamento della complessità delle cose
umane.Ed è proprio qui che emerge una differenza culturale.
La destra, ben rappresentata da Giorgia Meloni, coltiva spesso una
forma di romanticismo politico, poco compatibile con il razionalismo
politico.
Il romanticismo politico ama il popolo, la patria, l’identità, le
radici, il destino, il nemico. Il razionalismo politico, invece, diffida
delle grandi parole e domanda: quali sono i dati? Quali sono le
alternative? Quali sono i costi? Quali sono gli effetti non
intenzionali? Quale sarebbe la posizione dell’avversario se avesse
ragione?
Sono due modi diversi di concepire la politica.
Quando Meloni parla delle “conseguenze delle politiche delle sinistre
sulla pelle degli italiani”, per esempio, siamo di fronte soprattutto a
un artificio retorico. È linguaggio da campagna elettorale permanente,
intriso di quell’avventuroso romanticismo politico di cui sopra.

E non è un vizio esclusivo della destra.
Certa sinistra, non tutta, ha coltivato per decenni un analogo
atteggiamento pedagogico: “So io qual è il bene per voi”. Il cittadino
deve essere educato, corretto, rieducato. Deve imparare come vivere,
come parlare, persino come pensare.
Ma la destra non è meno pedagogica quando martella, in tutte le
salse, sull’importanza dell’identità italiana, delle radici,
dell’appartenenza. Cambiano i contenuti. La struttura mentale può
restare la stessa.
E allora la domanda vera non è se gli elettori di destra siano ignoranti.
La domanda è un’altra e più profonda: che rapporto ha la destra con il sapere?
Perché una cosa è dire che molti elettori di destra hanno livelli di
istruzione inferiori alla media. Un’altra è osservare che una cultura
politica può diventare tanto più aggressiva quanto meno accetta la
complessità, il dubbio, il confronto con l’avversario e la possibilità
di avere torto.
Ed è qui che il discorso sull’istruzione incontra quello sul
giornalismo. Non perché un giornalista di destra sia necessariamente
meno colto di un giornalista di sinistra, e nemmeno perché una laurea
garantisca l’accuratezza di ciò che si scrive. Sarebbe una sciocchezza.
Il problema è un altro: riguarda lo stile cognitivo con il quale si affronta la realtà.
Una cultura politica poco incline alla complessità tende a preferire
la certezza alla verifica, il racconto alla documentazione,
l’identificazione del nemico alla ricostruzione dei fatti. E questo vale
anche per il giornalismo.
È qui che possiamo capire perché, nella polemica di questi giorni,
Maurizio Belpietro e Sigfrido Ranucci finiscano, almeno per un momento,
dentro lo stesso ragionamento.
Belpietro appartiene a una tradizione giornalistica fortemente assertiva
e polemica, nella quale la denuncia precede spesso il dubbio. Ranucci
appartiene invece al giornalismo d’inchiesta, che fa della denuncia una
delle proprie cifre professionali.
Sono esperienze giornalistiche molto diverse. Ma proprio per questo
il loro accostamento è istruttivo: entrambi ci ricordano che chi accusa
deve essere disposto, prima o poi, a essere verificato.
Nel 2010 Belpietro denunciò un presunto attentato sotto casa, a
Milano. La vicenda suscitò enorme clamore. Ma l’inchiesta giudiziaria
arrivò poi a una conclusione assai diversa dalla prima rappresentazione
pubblica: la Procura di Milano escluse l’ipotesi di un piano preordinato
per attentare alla vita del giornalista e chiese l’archiviazione del
procedimento contro ignoti, ritenendo che la presenza dell’uomo nel
condominio fosse più probabilmente riconducibile a un tentativo di
furto.

Non abbiamo bisogno di trasformare quella vicenda in ciò che non fu.
Non possiamo dire semplicemente che si trattò di un “finto attentato”:
sarebbe una conclusione più forte di quanto sia necessario sostenere.
Possiamo però ricordare una cosa.
La realtà non è obbligata a rispettare il racconto che ne facciamo.
Ed è precisamente qui che il giornalismo d’inchiesta, la politica e la
cultura liberale si incontrano. Chi accusa deve accettare di essere
sottoposto a verifica. Chi costruisce un racconto deve accettare il
contraddittorio. Chi denuncia un nemico deve accettare che qualcuno gli
domandi: “Le prove?”.
È il principio liberale per eccellenza.
Per questo mi piacerebbe un contraddittorio con Giorgia Meloni. Non
per dirle che gli elettori di destra sono ignoranti. Sarebbe una
caricatura tanto sciocca quanto quella che lei attribuisce a Bonaccini.
Vorrei discutere con lei di un’altra cosa: del rapporto tra politica e
sapere. Perché la cultura non consiste nel possedere una laurea. E
nemmeno nel citare libri. La cultura consiste, prima di tutto, nella
capacità di sapere che si può avere torto. Ma per capire tutto ciò
bisogna saper maneggiare una bibliografia. Una pratica che rinvia agli
studi superiori, completati o meno.
E qui, forse, sta il punto più interessante della polemica.
Non è necessario aver frequentato l’università per essere
intelligenti. Ma è difficile costruire una cultura del dubbio senza aver
imparato, almeno una volta, che ogni affermazione deve fare i conti con
ciò che altri hanno già scritto, studiato e dimostrato.
È questa la differenza tra l’opinione e il sapere.

E forse è anche ciò che manca a una parte della destra italiana: non
la laurea, ma il rispetto per il metodo attraverso il quale si arriva a
sapere qualcosa.
Che ne può sapere Giorgia Meloni, cresciuta politicamente in un
ambiente nel quale, quando arrivava il dubbio, la risposta non era
sempre una bibliografia?
E intanto la destra ha fatto fuori Ranucci.
Carlo Gambescia