venerdì 2 ottobre 2026

Il fascismo dopo il fascismo. L’antropologia di Marcello Veneziani

 

Cominciamo dall’articolo che Marcello Veneziani pubblica oggi, 2 ottobre 2026, su “La Verità”. L’argomento è l’integrazione degli immigrati e il punto di partenza è la conoscenza della lingua italiana: la lingua viene indicata come l’elemento decisivo, la "premessa indispensabile", addirittura l’unico vero strumento attraverso il quale il migrante può integrarsi.

La lingua, naturalmente, conta. Anzi, conta moltissimo. Senza una lingua comune la comunicazione diventa difficile e senza comunicazione l'integrazione è più complicata. Ma è proprio questa priorità  che  merita attenzione. Perché anche nella più piccola parola è possibile intravedere una concezione molto più ampia dell'integrazione: l'idea che entrare nella società significhi innanzitutto entrare nella sua comunità culturale, si badi culturale, di civiltà.
 

Ed è precisamente qui che comincia il problema.

Non discuteremo dunque la ricetta linguistica di Veneziani. Ci interessa ciò che l’articolo lascia intravedere dietro la questione linguistica: un’idea dell’uomo e della società. A destra, soprattutto se estrema, gonfiando il torace, parlano di Weltanschauung…

Per verificarlo prenderemo in esame soprattutto la produzione giornalistica di Veneziani, in particolare quella pubblicata su “La Verità”, seguendo un ordine concettuale e non cronologico. Per inciso, parlare di “evoluzione” del pensiero di Veneziani sarebbe forse troppo: nel suo caso, più che un’evoluzione, sembra trattarsi di una variazione sul tema.

Nulla di estensivo, ma quel tanto che basta per intercettare la Weltanschauung di Veneziani. Ciò che non cambia. E questo non perché i suoi libri siano irrilevanti per un’analisi del genere, ma per una ragione metodologica: Veneziani è, essenzialmente, un giornalista. Lo è per formazione, per mestiere e per vocazione. E il giornalista, diversamente dal professore, deve arrivare subito alla conclusione. Non dispone del lusso della lunga dimostrazione accademica, delle cautele preliminari, delle parentesi e delle note a piè di pagina. Il giornalista deve colpire il bersaglio.

Veneziani, fatte le debite proporzioni, è forse il più compiuto rappresentante della cultura giornalistica di destra italiana. Una specie di Montanelli spiegato al popolo: naturalmente non per la statura, per la storia o per la qualità letteraria, che appartengono a un’altra stagione e a un altro personaggio, ma per quella capacità tutta giornalistica di trasformare in linguaggio corrente una determinata visione del mondo. Del resto Veneziani ha lavorato al "Giornale" con Montanelli e Feltri e oggi è editorialista de "La Verità" e di "Panorama".

Ed è proprio questa immediatezza che ci interessa.

Perché sotto il fumo di una produzione sterminata — migranti, scuola, famiglia, lingua, patria, tradizione, Europa, liberalismo, sinistra, modernità — possiamo provare a cercare ciò che rimane costante. Non l’opinione del giorno, ma l’idea dell’uomo che ritorna.

E la prima cosa che ritorna è la comunità.

Il 7 marzo 2023 Veneziani pubblica su “La Verità” La rivoluzione necessaria: da individui a comunità. Il titolo, in questo caso, dice già quasi tutto. Il primo problema dell’Italia sarebbe che “non riusciamo ad essere una comunità”; la soluzione viene indicata esplicitamente nel passaggio “da individui a comunità” (1).

Da individui a comunità. Non è una semplice preferenza lessicale. È una scelta antropologica.

Lo si vede ancora meglio nell’articolo pubblicato il 2 giugno 2023, Un Paese senza “spirito repubblicano”. Qui Veneziani definisce l’amor patrio come “amore di comunità, di popolo, di nazione e di tradizione, di paesaggio e di linguaggio, di vita insieme e di territori, con un confine”. Alla cittadinanza astratta contrappone la concretezza dell’appartenenza (2).

Ecco allora che l’articolo di oggi sulla lingua non è più soltanto un articolo sulla lingua. La lingua diventa appartenenza.



Ed è un tema che Veneziani coltiva da sempre, fin da quando si laureò con una tesi su Julius Evola, grandissimo cultore della Tradizione (con la maiuscola), radicale nemico della modernità e, sotto sotto, più vicino al nazionalsocialismo che al fascismo. Nel testo Sovrani, ma sul serio, pubblicato l’11 giugno 2019 (tratto dal suo libro Lettera agli italiani, 2015), definisce l’italiano “il segno vivente e parlante della nostra identità” e parla esplicitamente di “sovranità linguistica” (3).

Nulla di scandaloso, naturalmente. Una nazione ha una lingua, una cultura ha una memoria, una società possiede tradizioni. Il problema nasce quando questi elementi diventano il criterio attraverso il quale l’individuo viene riconosciuto come appartenente.

E qui il filo nero comincia a diventare interessante.

Perché alla comunità segue la tradizione. Alla tradizione segue la patria. Alla patria segue la verticalità. E alla verticalità, inevitabilmente, l’autorità.

Il 10 maggio 2017, in un’intervista di Francesco Borgonovo pubblicata da La Verità, Siamo malati di politicamente corretto. E pure gravi, Veneziani parla della demolizione del “legame verticale tra padri e figli” e mette sullo stesso piano il padre, la patria e il “santo padre”, cioè tutto ciò che, a suo giudizio, appartiene alla dimensione verticale. Il leaderismo viene definito la “trasfigurazione del padre nella politica”. E alla domanda se sia possibile recuperare il padre perduto, la risposta è netta: “Occorrerebbe recuperare la dimensione verticale dell’esistenza” (4).

Questa frase va presa sul serio. Non perché chi parla di autorità, padre, patria o tradizione sia per ciò stesso fascista. Sarebbe una sciocchezza. Sono categorie presenti in tradizioni politiche e culturali assai diverse.
Ma perché ci obbliga a porre una domanda più seria: che idea dell’uomo c’è dietro questa insistenza sulla verticalità?

Un individuo autonomo, fallibile, che costruisce liberamente i propri legami?

Oppure un individuo che trova la propria compiutezza nell’appartenenza a qualcosa che lo precede: famiglia, patria, tradizione, comunità?

La differenza non è da poco.

Nel primo caso l’individuo viene prima della comunità politica. Nel secondo la comunità tende a precedere l’individuo e a fornirgli identità, senso e collocazione.

Ed è precisamente qui che compare il fascismo. Non il fascismo come regime. Non il fascismo come partito. Non il fascismo di Mussolini da museo. Ma il fascismo come antropologia.

Il fascismo storico non fu soltanto una dittatura: fu anche una concezione dell’uomo e della società fortemente polemica nei confronti dell’individualismo liberale e orientata verso la nazione, la comunità, l’autorità, la gerarchia, la tradizione e la mobilitazione collettiva, portate a una sintesi politica radicalmente antiliberale.

La domanda, allora, non è se Veneziani voglia oggi restaurare il fascismo. Non lo dimostrano questi testi. La domanda è un’altra: possono sopravvivere alcuni tratti di un’antropologia dopo che è scomparso il regime politico che li aveva portati alle loro estreme conseguenze?

È qui che Veneziani diventa un caso di studio interessante.

Il 5 dicembre 2024, in D’Annunzio rivoluzionario e conservatore a modo suo, Veneziani ricostruisce la genealogia della rivoluzione conservatrice italiana attraverso nazione, popolo, tradizione, mobilitazione, ritualità politica e mito. E, parlando del rapporto fra D’Annunzio e fascismo, scrive: “non si tratta di stabilire se D’Annunzio sia stato o no fascista ma di riconoscere che il fascismo è stato dannunziano”, “profondamente e superficialmente dannunziano, nella visione, nei riti, nel linguaggio e nelle pose” (5).

Veneziani, insomma, conosce benissimo questa genealogia culturale. Ed è proprio per questo che possiamo porre la questione con maggiore precisione.

Non cerchiamo il fascismo nelle dichiarazioni di fedeltà a Mussolini. Cerchiamo le categorie antropologiche che il fascismo storico aveva fatto proprie. E una di queste categorie è certamente la polemica contro l’individuo liberale, odiatissimo dal Vate. E soprattutto demonizzato da Julius Evola.

Il 9 maggio 2026 Veneziani pubblica su “La Verità” Ma liberali per far cosa? Qui dichiara senza ambiguità: “non sono liberale”. E mette sotto accusa “l’individualismo”, “il relativismo”, “il nichilismo”, il consumismo, il capitalismo globale, la “crisi del sacro e della comunità”. La libertà viene difesa, ma come condizione e non come fine; e Veneziani afferma che ogni società ha bisogno di “libertà e di autorità, di ordine e di pluralismo” (6).

Anche qui: nulla di fascista preso isolatamente.

Criticare il liberalismo è perfettamente legittimo. Criticare l’individualismo è perfettamente legittimo. Pensare che la libertà debba confrontarsi con responsabilità e limiti è perfettamente legittimo.

 


Ma quando queste affermazioni vengono accostate, come in un disegno ricorrente, alla necessità di passare “da individui a comunità”, alla centralità della tradizione, all’amor patrio inteso come appartenenza comunitaria, alla lingua come segno dell’identità e alla “dimensione verticale dell’esistenza”, non sono più soltanto le singole parole a interessarci: è la loro combinazione.

E allora arriviamo al 25 aprile.

Il 25 aprile 2019 Veneziani pubblica Perché non celebro il 25 aprile. Tra le ragioni addotte vi è il fatto che la festa non renderebbe onore a coloro che diedero la vita per la patria; più avanti Veneziani difende la memoria di coloro che rimasero fascisti fino alla fine e morirono, scrive, per la loro “fedeltà a un’idea, a uno Stato e a una Nazione” (7).

Anche qui bisogna essere precisi. Veneziani riconosce che l’antifascismo fu “una pagina di dignità, fierezza e libertà quando il fascismo era imperante”. Dunque non possiamo ridurre il testo alla formula “Veneziani riabilita il fascismo”. Sarebbe una caricatura.

Ma resta un elemento che attraversa anche questo testo: la fedeltà all’idea, allo Stato, alla Nazione, alla patria come criteri di valutazione dell’esperienza umana.

E dunque eccoci di nuovo all’uomo.

L’uomo di Marcello Veneziani appare sempre meno come l’individuo liberale che entra in relazione con altri individui e sempre più come un essere che riceve la propria identità da legami che lo precedono.

È una concezione rispettabile? Certamente. C’ è un’intera scuola sociologica che premette la società all’individuo. 

È una concezione liberale? Questo è assai più difficile sostenerlo. È una concezione che presenta consonanze con quella critica antiliberale e comunitaria che il fascismo storico fece propria? Questo è precisamente il punto.

Noi non sosteniamo che Veneziani sia un fascista. Sosteniamo qualcosa di più preciso: che nella sua produzione giornalistica ricompare con notevole continuità un’antropologia nella quale l’appartenenza viene prima dell’autonomia, la comunità prima dell’individuo, la tradizione prima della scelta e la verticalità prima dell’orizzontalità liberale. 

E qui il titolo comincia a spiegarsi.

Il fascismo può essere morto come regime e continuare a costituire un problema come antropologia. Non perché ogni conservatore sia fascista. Non perché ogni patriota sia fascista. Non perché ogni critica dell’individualismo sia fascista. E neppure perché ogni richiamo alla tradizione debba far scattare l’allarme. Ma perché esiste una differenza decisiva fra chi considera la comunità una libera costruzione di individui associati e chi considera l’individuo una parte di una comunità che lo precede e gli assegna identità, senso e posto nel mondo.

È questa differenza che Veneziani ci costringe a guardare.

E allora l’articolo di oggi sulla lingua acquista un significato diverso. Non è la lingua in sé a interessarci. È ciò che la lingua rappresenta quando diventa l’unico elemento dell’integrazione: il passaggio dell’individuo dentro una comunità già costituita, con la sua lingua, la sua memoria, la sua identità e i suoi codici di appartenenza. Una gabbia d’acciaio che, politicamente parlando, ha una storia assai più lunga di quella della modernità descritta da Max Weber.

La questione, dunque, non è più l’immigrazione. E nemmeno Veneziani. La questione è quale uomo vogliamo mettere al centro della società.

Un uomo che deve essere integrato nella comunità? Come impone la “Tradizione”. Oppure un uomo che, proprio perché individuo libero e fallibile, può costruire comunità senza dover prima diventare ciò che la comunità pretende che egli sia? Come auspica il liberalismo.

Qui passa una delle frontiere fondamentali fra liberalismo e antiliberalismo.

E qui, forse, si comprende finalmente che cosa cercavamo sotto il fumo degli articoli di Marcello Veneziani.
 

Non una nostalgia politica. Non una tessera del fascismo da esibire come prova. Ma una concezione dell’uomo che il fascismo storico portò alle estreme conseguenze politiche. Veneziani non lo fa, e sarebbe intellettualmente scorretto sostenerlo.

Ma proprio per questo la questione è più sottile: quanto può allontanarsi dal liberalismo un’antropologia che considera l’individuo incompleto senza comunità, la libertà insufficiente senza autorità, il presente smarrito senza tradizione e la società disorientata senza verticalità?

La risposta, allora, non sta in una dichiarazione di fede né in un’etichetta politica. Sta nelle parole. E le parole, nel caso di Veneziani, sono molte. Ma quando le mettiamo in fila, cominciano a parlare: lingua, identità, tradizione, patria, comunità, autorità, verticalità. A questo punto il fumo si dirada. E ciò che resta non è il fascista. È il problema di un’antropologia che, per molti suoi tratti, il fascismo storico ha fatto propria.

Carlo Gambescia

 

Ricordiamo che la data indicata è quella del giorno di pubblicazione dell’ articolo sul sito ufficiale di Marcello Veneziani: https://www.marcelloveneziani.com/. Di regola, il giorno dopo la pubblicazione su “La Verità”.

(1) https://www.marcelloveneziani.com/saggi/la-rivoluzione-necessaria-da-individui-a-comunita-2/ 

(2) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/un-paese-senza-spirito-repubblicano/ . (3) https://www.marcelloveneziani.com/il-giornalista/sovrani-ma-sul-serio/ .
(4) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/malati-politicamente-corretto-pure-gravi/ .
(5) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dannunzio-rivoluzionario-e-conservatore-a-modo-suo/ .
(6) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ma-liberali-per-far-cosa/ .
( 7) https://www.marcelloveneziani.com/articoli/perche-non-celebro-il-25-aprile/ .


giovedì 1 ottobre 2026

Briscola, letto e figli: la grande sociologia di “Libero”

 




Perfetto. Abbiamo finalmente trovato la causa della crisi demografica italiana: lo smartphone. Una volta si giocava a briscola, ci si annoiava e, finita la partita, si tornava a casa dalla moglie. Bastava spegnere la radio, poi il televisore, e il gioco era fatto. 

Oggi, invece, ci portiamo il cellulare sotto le lenzuola e, “scrollando scrollando”, ci addormentiamo. Lo sostiene Lucia Esposito, responsabile delle pagine culturali di “Libero”, in un  corsivo, diciamo così, che, naturalmente, va preso anche per quello che è: un pezzo d’umore, una provocazione, una strizzata d’occhio al lettore. Benissimo. 

Ma un corsivo è un corsivo, naturalmente: può scherzare, semplificare, perfino esagerare. Ma proprio per questo è interessante vedere quali idee si nascondono dietro l’ironia o presunta tale.

La teoria, comunque, ha il pregio della semplicità, anzi del semplicismo: meno briscola, meno noia, meno figli.

Peccato che non sia sociologia. È nostalgia con il mazzo di carte in mano.

Quella società nella quale gli uomini giocavano a briscola e le donne aspettavano a casa non era soltanto più “relazionale”. Era una società di ruoli molto più rigidi, di minore autonomia femminile, di matrimonio come norma sociale e di sessualità fortemente incanalata dentro il matrimonio.


E per chi cercava un’alternativa non è che ci fosse esattamente un paradiso della libertà: c’erano anche le case chiuse, dove le donne che vi lavoravano vivevano una condizione di subordinazione e sfruttamento. Insomma, non proprio il modello antropologico da rimpiangere.

Ma c’è un problema ancora più grosso. Perché mai la “crisi demografica” dovrebbe avere come risposta automatica: fate più figli?

 Che l’Italia stia invecchiando e che nascano pochi bambini è un fatto demografico. Che questo debba necessariamente essere considerato una catastrofe nazionale è invece un giudizio. E non è affatto un assioma liberale. Può essere una preoccupazione legittima; non è una legge della natura.

Soprattutto, non possiamo far finta di non vedere che in una parte della destra la preoccupazione demografica si accompagna alla paura della cosiddetta “sostituzione”. Cioè all’idea che, se gli italiani fanno meno figli e arrivano più immigrati, non ci si limiti a cambiare composizione della popolazione: si perda addirittura la propria civiltà. 

 


Ma questa è una vecchia idea, e anche piuttosto pericolosa: confonde una popolazione con una cultura, il sangue con la civiltà, la demografia con l’identità. La cultura, per fortuna, è molto più mobile della genealogia biologica ( o forse è più opportuno parlare di pedigree…).

Alla domanda che prima o poi arriva sempre — “Ma allora ci estinguiamo?” — si può rispondere con molta semplicità: fisicamente, può darsi. Culturalmente, non è affatto detto. 

Perché le culture non si trasmettono soltanto attraverso la riproduzione biologica ( a proposito come si chiamava quel tale con i baffetti, in divisa fissato con la purezza razziale? Adenoid Hynkel, sì è lui, quello che aveva come amico Bonito Napoloni…).

 

Le culture passano attraverso libri, scuole, lingue, istituzioni, opere, idee, traduzioni, persone. Le vie della cultura sono infinite e spesso imprevedibili. Una parte decisiva della cultura greca arrivò all’Occidente latino anche attraverso il mondo arabo-islamico medievale, che tradusse, studiò e trasmise opere della filosofia e della scienza greche. La cultura, insomma, non chiede il certificato di nascita a chi la eredita.

E allora forse sarebbe il caso di smetterla con la “teoria della sostituzione”, vecchio arnese del pensiero identitario, e tornare a una concezione più liberale della società.

I figli sono una scelta, non un servizio patriottico.

 

Una società libera può aiutare chi desidera avere figli, rimuovere ostacoli economici e sociali, favorire la formazione di famiglie. Ma non può trasformare la natalità in un dovere verso la nazione, né la diminuzione della popolazione in una minaccia esistenziale.

Quanto alla briscola, lasciamola dov’è. È probabilmente più divertente della teoria demografica che dovrebbe salvare l’Italia.

E, soprattutto, non scambiamo la sopravvivenza biologica di una popolazione per la sopravvivenza di una civiltà. Una civiltà muore quando smette di generare idee, non semplicemente quando genera meno figli.

Carlo Gambescia

mercoledì 30 settembre 2026

Energia. Il mercato, come la verità, presenta sempre il conto

 



La prima pagina del “Secolo d’Italia” non lascia molti dubbi sul modo in cui intende raccontare la nuova iniziativa di Eni: “Tocca alle bollette”. Dopo il tetto a benzina e gasolio, arrivano gli sconti anche per luce e gas. E il governo applaude.

Dal primo ottobre Plenitude, società del gruppo Eni, offrirà per due anni un prezzo bloccato e uno sconto del 30 per cento sui corrispettivi di luce e gas rispetto alla propria principale offerta a prezzo fisso. Eni dichiara inoltre che manterrà invariati i prezzi della materia prima, facendosi carico dei recenti aumenti dei costi di approvvigionamento.

Benissimo. Se un’impresa decide di praticare uno sconto, il consumatore può soltanto esserne contento. E se altre imprese rispondono con offerte concorrenti, tanto meglio. È precisamente uno dei modi attraverso i quali il mercato funziona: un’impresa cerca di conquistare clienti, le altre reagiscono e il consumatore sceglie.

Il problema nasce quando da una promozione commerciale si pretende di ricavare una filosofia economica.

Il prezzo dell’energia non è un’opinione. E non è nemmeno una variabile che possa essere cancellata con un comunicato stampa. Dietro il prezzo ci sono i costi di produzione e di approvvigionamento, quelli della rete, le imposte, gli oneri e, naturalmente, le condizioni internazionali dell’offerta.

Se una parte del prezzo dipende da oneri e imposte che la politica considera eccessivi, si può discutere — anzi, si dovrebbe discutere — se ridurli. Se dipende dai costi della rete, si può discutere come renderli più efficienti. Se dipende invece dal costo della materia prima, bisogna fare i conti con il mercato dell’energia e con le condizioni internazionali.

Quello che diventa più discutibile è confondere il prezzo con il problema.

Un prezzo elevato può essere sgradito. Può perfino essere socialmente pesante. Ma il prezzo svolge anche una funzione: comunica che una determinata risorsa è diventata più costosa o più scarsa. Se lo si comprime artificialmente, quell’informazione non scompare. Viene semplicemente trasferita altrove.

Per capirsi: se si mantiene basso un prezzo rispetto ai costi sottostanti, la differenza deve finire da qualche parte: nei margini dell’impresa, nella fiscalità generale, nei sussidi pubblici o negli investimenti rinviati. Il prezzo non scompare: cambia semplicemente indirizzo.

 

Qualcuno, però, sembra aver trovato la soluzione definitiva. “Domani” ironizza sulla Meloni che vorrebbe intestarsi la riduzione dei prezzi e la paragona, sia pure implicitamente, a Mr. Wolf, il celebre “risolutore di problemi” di “Pulp Fiction”.

La battuta è spiritosa. Ma forse è più efficace di quanto pensino quelli di “Domani”. Perché, se Meloni fosse davvero Mr. Wolf, avrebbe risolto il problema. “Jimmie, si può avere una tazza di caffè?”. E via, si mette ordine.

Peccato che il mercato non sia Jimmie e che il prezzo dell’energia non sia un cadavere da far sparire nel bagagliaio. Per poi andare a colazione con una bella ragazza, sfrecciando via con una automobile sportiva.

Il punto, infatti, non è chi riesca a intestarsi uno sconto, un tetto o una trattativa. Il punto è dove finisca il costo che quello sconto o quel tetto non fanno più apparire nel prezzo.

Si può intervenire sugli oneri e sulle imposte (cosa più giusta il assoluto), quando siano eccessivi o distorsivi. Si può favorire la concorrenza, aumentare l’offerta, rimuovere gli ostacoli che impediscono ai prezzi di scendere. Ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di lasciare che il prezzo trovi il proprio equilibrio, non quello di sostituire quell’equilibrio con una successione di interventi politici e commerciali.

Perché il mercato non garantisce che l’equilibrio sia quello desiderato da tutti. Un equilibrio può essere alto oppure basso. Può essere persino doloroso. Ma costituisce un’informazione. E quell’informazione non andrebbe oscurata troppo a lungo.

C’è poi una cosa che il mercato fa, quando gli si lascia spazio: si muove. I prezzi salgono, attirano nuova offerta; scendono, modificano consumi e investimenti; le imprese competono, riducono margini, cercano clienti, cambiano prodotti e contratti. Non è una macchina perfetta e non produce miracoli. Ma produce segnali.

Il vero obiettivo, dunque, non dovrebbe essere impedire al prezzo di trovare il proprio punto di equilibrio. Dovrebbe essere rimuovere, per quanto possibile, gli ostacoli che gli impediscono di trovarlo.

 

Gli sconti sono piacevoli. I prezzi bassi ancora di più. Ma uno sconto non è necessariamente un nuovo equilibrio di mercato. È, appunto, uno sconto.

E allora lasciamo pure che Meloni faccia Mr. Wolf, seppure male… Lasciamo che Eni faccia Eni e che le altre compagnie facciano concorrenza.

Il mercato, come la verità, può essere rinviato. Ma prima o poi presenta il conto.

Carlo Gambescia


martedì 29 settembre 2026

Reggio Calabria. Vannacci c’è

 

Se si dà un’occhiata alle prime pagine, da destra a sinistra, è tutta una corsa al ridimensionamento di Vannacci (*) Troppo tardi. Vannacci c’è. E, purtroppo, può dare fastidio.

Intendiamoci subito. A Reggio Calabria il centrodestra ha vinto, e anche largamente. Fabio Roscioli ha ottenuto il 51,02 per cento, contro il 36,59 di Frank Benedetto, candidato del campo largo. Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, si è fermato al 10,94 per cento, con 8.226 voti. L’affluenza, poi, è stata bassissima: 22,34 per cento, contro il 49,40 delle politiche del 2022 (**).

Dunque, nessuna vittoria di Vannacci, nonostante il generale canti vittoria.
Ma neppure, attenzione, nessuna sua irrilevanza. Si rifletta.

Primo. L’affluenza. È talmente bassa che sarebbe azzardato sostenere che il 10,94 per cento rappresenti la consistenza elettorale nazionale di Futuro Nazionale. Ma sarebbe altrettanto azzardato sostenere il contrario, ossia che un’affluenza più elevata avrebbe necessariamente ridotto o aumentato il suo risultato. Non lo sappiamo. Sappiamo però una cosa: in una consultazione alla quale ha partecipato poco più di un elettore su cinque degli aventi diritto, Vannacci è riuscito a portare alle urne, direttamente o indirettamente attraverso il proprio candidato, oltre ottomila elettori. E il suo partito, alla prima prova elettorale con il proprio simbolo, ha superato il dieci per cento.

Secondo. La città. Reggio Calabria non è precisamente un territorio nel quale la destra partisse da zero. Il centrodestra ha conservato il seggio con oltre il 51 per cento e ha mostrato una notevole capacità di mobilitazione. Ma proprio per questo il 10,94 per cento di Futuro Nazionale merita attenzione. Giannetta, infatti, non era un candidato estraneo alla destra: era stato capogruppo regionale di Forza Italia ed è passato a Futuro Nazionale. Il problema, dunque, non è soltanto quanto Vannacci possa prendere. È quanto possa togliere.

Terzo. Spazio politico. Il dato di Reggio Calabria non va trasformato in un risultato nazionale che non è. Ed è questo il punto che sembra sfuggire alla fretta con cui, da una parte e dall’altra, si cerca di archiviare il risultato reggino. Una formazione collocata alla destra della destra di governo, in un collegio fortemente caratterizzato dalla presenza del centrodestra, ha raccolto più di un voto valido su dieci. Non ha conquistato il seggio. Ma ha dimostrato di poter contendere consensi proprio nello spazio politico nel quale Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega dovrebbero sentirsi più al sicuro.

Quarto. Legge elettorale. A Reggio ha funzionato la logica dell’uninominale: chi arriva primo prende il seggio, gli altri restano a mani vuote. Così, l’11 per cento di Futuro Nazionale non si è trasformato in alcuna rappresentanza. In un sistema proporzionale, invece, una percentuale di questo ordine, se confermata su scala nazionale e superata l’eventuale soglia di accesso, si tradurrebbe in seggi. Non è dunque corretto dire che il proporzionale “favorirebbe Vannacci”: semplicemente, trasformerebbe più fedelmente i voti in rappresentanza. L’uninominale, al contrario, costringe una forza come la sua a fare qualcosa di assai più difficile: arrivare prima. E questo, a Reggio Calabria, non è accaduto. Il dato politico, tuttavia, rimane: l’11 per cento non ha prodotto un deputato, ma ha prodotto un elettorato.


Vannacci, del resto, non ha mai nascosto l’ambizione. Prima del voto aveva definito Reggio Calabria “la nostra Sassonia”, dichiarando di voler fare meglio dell’AfD in Sassonia. E pochi mesi prima, entrando nel gruppo europeo ESN, fondato dall’AfD, aveva dichiarato: “Mi riconosco totalmente nei principi e negli ideali di questo gruppo”.Non è un dettaglio.

L’AfD è oggi una delle principali formazioni dell’estrema destra europea; in Germania è stata oggetto di classificazioni come partito di destra estremista da parte degli apparati di sicurezza di alcuni Länder. Ma, al di là delle definizioni, per noi conta soprattutto ciò che Vannacci dice di sé: non una vaga simpatia, ma una dichiarata convergenza politica e ideale.

E qui Reggio Calabria introduce una questione ancora più antica.


C’è qualcosa, nella storia politica italiana, che rende periodicamente disponibile uno spazio per la destra radicale. Non è una tara antropologica degli italiani, naturalmente. E non esiste una linea retta che conduca dal fascismo a Vannacci. Sarebbe una sciocchezza storica prima ancora che sociologica.

 

Ma una persistenza c’è. Almeno dal 1922, con la Marcia su Roma e la conseguente presa del potere da parte di Mussolini; e poi, soprattutto, nel 1924, quando gli italiani votarono in massa per la Lista Nazionale guidata dai fascisti. E qui va ricordato un dato spesso trascurato: il Listone ottenne il 64,9 per cento dei voti, ben oltre il 25 per cento richiesto dalla legge Acerbo per far scattare il premio di maggioranza. Il premio trasformò quella maggioranza elettorale in una schiacciante maggioranza parlamentare, ma non fu esso a produrre il consenso elettorale fascista. Le elezioni, naturalmente, si svolsero in un clima di violenza e intimidazione squadrista. L'Italia però  premio l'estremismo.

Inoltre, mai dimenticare che nel 1970, proprio a Reggio Calabria, una protesta nata da una questione territoriale concreta — la scelta di Catanzaro come capoluogo regionale — si trasformò in una rivolta durata mesi, con barricate, scontri, attentati, morti e feriti. La rivolta non nacque come movimento neofascista: alle sue origini c’erano ragioni locali e sociali assai più complesse. Ma l’estrema destra seppe rapidamente cavalcarla. Il MSI, inizialmente contrario ai moti, finì per sostenerli apertamente; Ciccio Franco, sindacalista della CISNAL, ne diventò uno dei principali leader al grido di “Boia chi molla”.

Alle elezioni del 1972 Franco sarebbe stato eletto senatore del MSI proprio nel collegio di Reggio Calabria. La rivolta, dunque, non fu soltanto una pagina di ordine pubblico: diventò una straordinaria occasione di insediamento politico per la destra neofascista. Un estremismo tuttora vivo. Perfino “monumentalizzato”.

Cinquantasei anni dopo non siamo naturalmente nel 1970. E Vannacci non è Ciccio Franco. La storia non si ripete mai in fotocopia. Ma sarebbe curioso sostenere che non esista alcuna relazione tra una società nella quale periodicamente emergono domande di ordine, identità, appartenenza, autorità e contrapposizione al nemico e la capacità di una destra radicale di intercettarle.

Forse è questa la vera “tara” italiana: la ricorrente disponibilità di una parte dell’elettorato a cercare nella destra radicale una risposta a ciò che le forze politiche tradizionali non riescono, o non vogliono, rappresentare.

E qui torniamo a Vannacci. Perché il suo discorso non è soltanto quello dell’uomo che vuole raccogliere voti alla destra della destra. È un discorso che mette insieme identità nazionale, immigrazione, ordine, famiglia tradizionale, rifiuto del Green Deal, ostilità verso le politiche di genere, stop agli aiuti militari a Kiev e una concezione fortemente conflittuale del rapporto fra identità politiche. Sono temi che il suo stesso partito rivendica apertamente.

Il punto, allora, non è stabilire se Vannacci abbia “sfondato” a Reggio Calabria. Non lo ha fatto.

Il punto è che c’è. Esiste elettoralmente.

E la sinistra? Grazie, domanda di riserva.

Carlo Gambescia

 

(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/09/28/suppletive-vince-roscioli-il-centrodestra-mantiene-le-posizioni-a-reggio-calabria_a63e6693-4c61-4c65-82d4-be0b74ae1210.html

lunedì 28 settembre 2026

L’AI e il vecchio vizio dell’uomo

 


Diciamolo subito: qui Donald Trump c’entra poco. O meglio, c’entra quanto basta per offrirci un punto di partenza. Di fronte ai timori per uno sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, il presidente americano ha detto di non preoccuparsene troppo e ha paragonato l’AI alla Rivoluzione industriale. Al di là della posizione di Trump, che qui ci interessa relativamente, il paragone offre uno spunto interessante: ogni grande innovazione tende a suscitare, insieme alle speranze, anche la paura (*).

Perché? La domanda è meno tecnologica di quanto sembri. Riguarda l’uomo. Abbiamo già affrontato l’argomento in chiave impressionistica (**). Oggi andiamo più a fondo.

Nel Trattato di metapolitica abbiamo individuato tre universali della condizione umana: l’universale delle passioni persistenti e dei problemi ricorrenti, quello del pluralismo antropologico-culturale e quello dei processi di associazione e dissociazione. Non si tratta di tre regole che prescrivono agli uomini come comportarsi, ma di condizioni di fondo entro le quali le azioni individuali e collettive possono assumere forme diverse (***).

La paura del nuovo appartiene precisamente a questo terreno. Ma occorre fare una precisazione, per evitare un equivoco. Il rapporto tra vecchio e nuovo non è un quarto universale della condizione umana. Se lo fosse, dovremmo aggiungerlo allo schema del Trattato. È piuttosto una figura compositiva, cioè una configurazione ricorrente che emerge dall’interazione dei tre universali.

Le passioni persistenti e i problemi ricorrenti ci espongono all’incertezza; il pluralismo antropologico-culturale fa sì che gli uomini non reagiscano tutti nello stesso modo di fronte a essa; i processi di associazione e dissociazione producono infine aggregazioni, contrapposizioni e orientamenti diversi. È dalla loro combinazione che può emergere, in determinate circostanze storiche, la contrapposizione fra ciò che conosciamo e ciò che ancora non conosciamo: fra il vecchio e il nuovo.

Il vecchio rassicura non necessariamente perché sia migliore, ma perché lo conosciamo. Il nuovo inquieta non necessariamente perché sia peggiore, ma perché ancora non sappiamo bene che cosa sia.

Ed ecco comparire il misoneismo, cioè la diffidenza verso ciò che è nuovo e non familiare. Ma, accanto al misoneismo, troviamo il suo contrario: l’attrazione per l’innovazione, propria di coloro che vedono nella novità non soltanto una minaccia, ma una possibilità.

Non siamo dunque davanti a uomini semplicemente razionali contrapposti a uomini irrazionali. Siamo davanti a una polarizzazione. Gli stessi esseri umani possono avere paura di alcune innovazioni e desiderarne altre. E, soprattutto, una parte degli uomini può vedere nella novità ciò che la maggioranza ancora non vede. E come la storia mostra spesso gli essere umani alla libertà preferiscono la sicurezza.

È proprio qui che la storia dell’innovazione diventa interessante.

Pensiamo alla Prima rivoluzione industriale. Se ogni innovazione fosse stata sottoposta preventivamente a una quantità di regole e regolette concepite per proteggere l’ordine esistente, quella grande trasformazione difficilmente avrebbe potuto svilupparsi nella forma che conosciamo. Le macchine, le fabbriche, le nuove forme del lavoro e della produzione suscitarono paure, resistenze e conflitti. Eppure quella trasformazione finì per cambiare la società molto più profondamente di quanto i suoi contemporanei potessero immaginare.

Naturalmente, non ne consegue che ogni innovazione sia buona e ogni resistenza cattiva. Sarebbe una conclusione infantile. Ogni innovazione può produrre conseguenze impreviste e l’intelligenza artificiale non fa eccezione. La prudenza, quando è rivolta a rischi concreti, è una cosa; la paura del nuovo in quanto nuovo è un’altra. Il problema nasce quando le due cose vengono confuse.

La storia ci mostra infatti un altro fenomeno curioso: la minoranza che inizialmente ama il nuovo può diventare la maggioranza di domani. Ciò che appariva strano diventa normale; ciò che sembrava rischioso diventa familiare; ciò che sembrava superfluo diventa indispensabile.

È accaduto con l’elettricità, con l’automobile, con il telefono, con la televisione, con il computer, con Internet. Prima arriva la novità, poi la diffidenza, quindi l’abitudine. Infine, quasi senza accorgercene, ci chiediamo come potessimo vivere senza quella novità.

Ma proprio quando una innovazione è stata assorbita dalla società, il meccanismo ricomincia. Compare qualcosa di nuovo e ricompare la paura.

È qui che il caso dell’intelligenza artificiale diventa interessante per chi si occupa dell’uomo, prima ancora che della tecnologia. L’AI può essere straordinariamente utile oppure produrre rischi seri: questo dovrà essere verificato caso per caso. Ma la reazione che suscita appartiene a una storia molto più antica della tecnologia digitale.

Ogni volta che qualcosa di nuovo altera un equilibrio consolidato, si ripropone una configurazione che possiamo ricondurre ai nostri tre universali: problemi ricorrenti, pluralità delle reazioni umane, processi di associazione e dissociazione. Il contenuto cambia, la configurazione può ripresentarsi.

Questo è anche il motivo per cui non abbiamo bisogno di trasformare il vecchio e il nuovo in un nuovo universale. Il vecchio e il nuovo sono una delle possibili figure attraverso cui gli universali della condizione umana si combinano storicamente. Domani la stessa struttura potrebbe assumere un’altra forma, attorno a un’altra innovazione, a un’altra paura, a un altro conflitto.

E forse proprio qui sta il punto.

 La controversia sull’intelligenza artificiale, dunque, non riguarda soltanto l’intelligenza artificiale. Riguarda anche noi.

Siamo animali prudenti, ma anche animali innovatori. Amiamo la sicurezza delle cose conosciute e, nello stesso tempo, siamo capaci di costruire cose che non sono mai esistite prima. Temiamo il cambiamento e poi ci adattiamo al cambiamento. Ci lamentiamo della velocità della trasformazione e, una volta che la trasformazione è compiuta, spesso non vorremmo più tornare indietro.



Qualcuno potrebbe obiettare che l’intelligenza artificiale rappresenti qualcosa di radicalmente nuovo nella storia umana e che, proprio per questo, i precedenti storici non siano più utilizzabili. Ma confondere la novità dell’innovazione con la novità delle reazioni umane sarebbe un errore. L’uomo è antico. Può cambiare radicalmente ciò con cui abbiamo a che fare, senza per questo cambiare necessariamente il modo in cui gli esseri umani reagiscono all’incertezza, al rischio e alla novità. È precisamente questa distinzione fra il contenuto storico, che può essere nuovo, e la configurazione antropologica, che può ripresentarsi, a rendere possibile il confronto con il passato.

Concludendo il vecchio contro il nuovo non è un quarto universale della condizione umana. È una delle figure ricorrenti che la condizione umana può produrre.

E forse è proprio per questo che continua a ripresentarsi. Il vecchio rassicura perché lo conosciamo. Il nuovo inquieta perché non sappiamo ancora che cosa diventerà. Poi, lentamente, il nuovo diventa vecchio. E ricominciamo ad avere paura di qualcos’altro.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/27/axios-trump-terra-cena-privata-alla-casa-bianca-con-il-ceo_aca63136-c974-4a3f-8c66-63ee65195ce2.html

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/09/lai-e-la-superstizione-del-salto.html. 

(***) C. Gambescia, Trattato di Metapolitica, Il Foglio, 2023, 2 voll.

domenica 27 settembre 2026

Fiorello. Il conformismo della risata

 


Diciamolo subito: nulla di personale. Fiorello ci è perfino simpatico. Il problema, semmai, è capire perché piaccia così tanto. Perché il fenomeno Fiorello, più ancora del personaggio, merita qualche riflessione.

Fiorello fa ridere. Ride di tutto e di tutti, in modo trasversale, prendendo in giro politici, personaggi dello spettacolo, giornalisti, colleghi, luoghi comuni. Ma senza quasi mai spingersi davvero oltre. Non è la comicità sciatta e spesso volgare del Bagaglino, ma neppure quella feroce e politicamente orientata di Crozza. Non cerca il colpo basso e nemmeno, di norma, quello che lascia il pubblico con qualche imbarazzo di troppo.

Ha dunque una comicità tutta sua? Sì, probabilmente. Ma è proprio questa comicità che ci interessa.

Fiorello rappresenta, a nostro avviso, una forma di comicità media. Media non nel senso di mediocre professionalmente: tutt’altro. I tempi sono quelli giusti, la mimica funziona, l’imitazione è riconoscibile, il mestiere c’è tutto. Media nel senso sociologico: una comicità che si colloca esattamente all’altezza del pubblico medio, ne intercetta i riferimenti, ne asseconda le aspettative e soprattutto non gli chiede uno sforzo particolare.


Prendiamo il lancio del suo nuovo programma. Fiorello ha giocato con lo spot di Brad Pitt, trasformando in materiale comico un tormentone pubblicitario già ampiamente conosciuto. È un esempio quasi perfetto del meccanismo: non occorre spiegare molto, perché il pubblico possiede già il codice. Di qui l’intuizione immediata. Basta evocarlo, deformarlo un poco, e la risata arriva.

È una comicità a basso costo cogntivo. Non perché sia povera di mezzi, ma perché costa poco allo spettatore. Non gli chiede di cambiare prospettiva, di mettere in discussione una convinzione, di seguire un ragionamento. Gli chiede semplicemente di riconoscere qualcosa che conosce già e di ridere.

Fiorello, in questo senso, non distrugge il consenso: lo attraversa. Può scherzare su tutti proprio perché raramente trasforma la battuta in un vero conflitto. La sua trasversalità è anche la sua forza. Destra e sinistra, politica e spettacolo, personaggi celebri e gente comune: tutti possono diventare oggetto della battuta. Ma, una volta riso, tutto torna al proprio posto.

Qualcuno, in modo malevolo, la potrebbe chiamare comicità democristiana. Non è proprio così.

Il punto è che Fiorello fa ridere senza mettere quasi mai il pubblico in difficoltà. Non è poco. Nella società di massa è moltissimo.Perché la risata è anche un fenomeno sociale. Ridere insieme significa riconoscersi. Basta una citazione, un’imitazione, un tormentone, un gesto. Ci si intende al volo. E quando tutti ridono della stessa cosa, per qualche secondo si crea una piccola comunità del consenso.

Potremmo chiamarlo il conformismo della risata.

Non è necessariamente conformismo politico o ideologico. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, forse più interessante: un conformismo del gusto, del riferimento culturale, della battuta che sappiamo già come interpretare. Ridiamo perché sappiamo già che cosa dobbiamo trovare divertente. Comicità intuitiva da tweet. Con un bolla enorme però. In qualche misura Fiorello riflette il mondo social. Però senza hater.

C’è tuttavia una controindicazione: la sua comicità scivola come l’acqua. Rinfresca, diverte, accompagna piacevolmente una serata. Ma dura poco. Finita la risata, non rimane necessariamente una domanda, un dubbio, una prospettiva diversa. Non c’è quasi mai un secondo tempo della battuta.

Naturalmente non è obbligatorio che la comicità debba far pensare. Una battuta non è una lezione di sociologia, e sarebbe persino ridicolo pretendere che ogni comico debba consegnarci, insieme alla risata, una teoria della società.

Ma proprio qui sta il punto. Non stiamo chiedendo a Fiorello di fare filosofia. Stiamo osservando che cosa succede quando una comicità così poco conflittuale diventa una forma di intrattenimento di massa.

Il risultato è una comicità intuitiva che non divide, non scandalizza, non mette in discussione. Soprattutto, non rischia quasi nulla.

Si ride di tutto, dunque. Ma quando si può ridere davvero di tutto, senza che nulla lasci il segno, viene anche il sospetto che non si stia ridendo poi di molto.

È la differenza tra la comicità che prende in giro la realtà e quella che semplicemente la accompagna.

Fiorello accompagna. Accompagna benissimo, per carità. È un ottimo accompagnatore. Ma non ci porta necessariamente da qualche parte.

E qui torna la società di massa. Perché il successo di Fiorello non dice soltanto qualcosa su Fiorello. Dice qualcosa anche su noi spettatori. Ci piace una comicità che riconosciamo immediatamente che non ci obbliga a schierarci, che non ci mette in imbarazzo e che, soprattutto, finisce esattamente dove è cominciata. Una risata, e via.

Come detto è una comicità senza conseguenze. E proprio per questo può diventare una comicità perfettamente conforme alla mediocrità di massa. Non mediocre perché fatta male. Al contrario. Il grande talento di Fiorello consiste nel farci ridere tutti insieme senza costringerci, quasi mai, a chiederci perché stiamo ridendo.


 

E così la risata diventa conformista non perché qualcuno ce la imponga, ma perché ci trova già d’accordo.

Una specie di conformismo spontaneo. Un’ appendice moderna al Discorso sulla servitù volontaria del grande Étienne de La Boétie.

Che, come tutti i conformismi riusciti, ha almeno un vantaggio: non sembra nemmeno conformismo.

Carlo Gambescia

sabato 26 settembre 2026

Eni ha votato a destra

 

 Anche Eni, a quanto pare, ha votato a destra. Non sappiamo se abbia depositato la scheda nell’urna, ma alla pompa di benzina sì: dal 28 settembre Enilive fisserà per trenta giorni un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 per il gasolio, con possibilità di proroga fino a fine anno. Circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali. Palazzo Chigi ha subito ringraziato l’azienda per il «lodevole atto di attenzione all’Italia».


Una domanda, però, sorge spontanea: da quando in qua un’impresa formalmente privata, ma controllata di fatto dallo Stato attraverso il Tesoro e Cassa depositi e prestiti, si occupa di calmierare i prezzi per conto del governo?

La versione ufficiale parla di una scelta autonoma di Eni, motivata dalla crisi geopolitica, dalla riduzione dell’offerta internazionale di prodotti raffinati e dalla situazione delle raffinerie europee. Tutto rispettabile. Ma, alla luce della coincidenza temporale, qualche sospetto viene. Proprio mentre il governo riduce drasticamente lo sconto sulle accise sul gasolio, passando da 12,2 a 6,1 centesimi al litro, arriva il tetto Eni.

Insomma, più che un gesto spontaneo di solidarietà, viene da pensare a un’intesa Eni-governo. Un accordo sottobanco? Non abbiamo le prove per dirlo. Ma la tempistica è abbastanza eloquente da autorizzare almeno una domanda. E quando – ripetiamo – di mezzo c’è una società nella quale lo Stato, attraverso Cassa depositi e prestiti e il Tesoro, mantiene una partecipazione rilevante, la domanda non è peregrina.


 
 
Il problema, tuttavia, è un altro. Il prezzo non è una cattiveria capitalistica da domare. È un segnale. Dentro quel prezzo ci sono il petrolio, la raffinazione, il trasporto, la scarsità, il rischio geopolitico, le imposte e, naturalmente, le decisioni degli operatori. Se lo si blocca artificialmente, si può dare un sollievo temporaneo al consumatore, ma non si risolve nessuna delle cause che lo hanno fatto salire.

E poi c’è un particolare che dovrebbe far riflettere i sostenitori del provvedimento. Il tetto riguarda la rete Enilive, non la benzina italiana. A fine 2025 Eni disponeva di 3.982 stazioni di servizio in Italia, con 5,54 milioni di tonnellate vendute sulla rete. 
 
 La misura, dunque, riguarda una parte importante del mercato, ma non tutto il mercato. Gli altri operatori continueranno a fissare i propri prezzi. Quindi, semplificando molto, circa un quinto del mercato della distribuzione stradale è interessato direttamente dal tetto Eni. Non è dunque una misura per «gli automobilisti italiani» in generale: è una misura applicata alla rete Enilive.

Anzi, se il prezzo Eni sarà sensibilmente inferiore a quello dei concorrenti, gli automobilisti avranno un incentivo a spostarsi verso le stazioni Enilive. Nulla di scandaloso: è precisamente ciò che dovrebbe accadere in un mercato concorrenziale. Il paradosso è che una scelta commerciale perfettamente legittima rischia di essere trasformata in una specie di politica pubblica dei prezzi.

Ed eccoci alla questione liberale. Se il governo vuole davvero aiutare gli automobilisti, perché non intervenire direttamente dove ha il potere di farlo, cioè sulla fiscalità? Meno accise, meno oneri, più concorrenza nella distribuzione, meno ostacoli alla produzione e alla raffinazione. Non si chiede alle imprese di vendere a un prezzo politicamente gradito: si fa in modo che possano competere e che il consumatore possa scegliere.

In altre parole, un governo liberale non dovrebbe chiedere al mercato di comportarsi come lo Stato. Dovrebbe togliere allo Stato tutto ciò che impedisce al mercato di funzionare.

È questa la differenza tra una politica liberale e il dirigismo, anche quando il dirigismo arriva – così si declama – con buone intenzioni e con il logo del cane a sei zampe.

E qui concediamoci una piccola soddisfazione. Oggi “Libero” titola in prima pagina: «Così si fa: tetto massimo alla benzina». Che ottimo esempio di «liberismo selvaggio», di cui un tempo sembrava fosse portatore… Per imitare, solo per oggi, il fin troppo pittoresco linguaggio di Feltri, il padre fondatore: ma andate a «cagare».

Perché il punto non è stabilire se 1,99 euro siano tanti o pochi. Il punto è molto più semplice: chi deve decidere il prezzo, il mercato o il Palazzo? Una domanda, diciamo così, pasoliniana

Carlo Gambescia