Nel rumore dell’attualità americana – tra tensioni istituzionali, interpretazioni aggressive dei poteri esecutivi e la figura ingombrante di Donald Trump – torna una vecchia tentazione: cercare origini rassicuranti, magari nobili, della Costituzione degli Stati Uniti. E, già che ci siamo, trovarle in casa propria.
È una forma curiosa di patriottismo retrospettivo: una specie di “made in Italy costituzionale”, che piacerebbe tanto al Ministro Lollobrigida – sì, il biondo tipo “Gott Mit Uns”, quello che crede nella leggendaria “teoria della sostituzione” – che affiora nel discorso pubblico, soprattutto in ambienti pseudo-sovranisti e neofascisti.
L’idea è semplice: dietro l’America ci saremmo noi. O, meglio, alcune nostre tradizioni politiche: prima fra tutte la Repubblica di Venezia. Peccato che la storia sia meno accomodante.
Attribuire una nascita precisa a un sistema complesso è sempre rischioso. Nel caso americano, il retroterra è noto: Montesquieu, John Locke, il costituzionalismo inglese, le pratiche coloniali. Dentro questo quadro, Venezia circola, quando e se circola, come esempio di stabilità e di equilibrio tra organi. Ma in ogni caso un esempio non è una fonte. È una citazione nel dibattito, non un modello da copiare.
Qui entra in gioco l’intramontabile lezione di Giuseppe Maranini. La costituzione veneziana—frutto di una lunga stratificazione di leggi e consuetudini—non è un sistema rappresentativo (*). È un ordine oligarchico stabilizzato. I contrappesi tra Doge, Senato e Consiglio dei Dieci non servono a dare voce alla società, ma a regolare i rapporti interni a un’élite chiusa, che poi non ci sarebbe nulla di male, per chi abbia letto i pensatori elitisti.
Però a Filadelfia accade altro: la separazione dei poteri nasce come tecnica per contenere il potere in un sistema che, almeno nelle intenzioni, si fonda sulla rappresentanza. Somiglianza formale, dunque, ma logica politica opposta. E cosa principale, assenza di una difesa dell’istanza liberale, consapevole o meno, della limitazione del potere, in favore di tutti, non dei pochi.
Un ulteriore punto di confusione riguarda spesso la stessa nascita del costituzionalismo americano, che viene raccontata come un evento unico e lineare. In realtà, il processo è tutt’altro che compatto.
La Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti appartengono a due piani diversi. La prima è un testo politico e filosofico: afferma principi di legittimità, diritti naturali e giustifica la rottura con la madrepatria. Non costruisce però un assetto istituzionale stabile. La seconda, ratificata in larga parte degli stati tra il 1787 e il 1788 (ultimo il Rhode Island nel 1790), è invece un’opera di ingegneria costituzionale: definisce un sistema di governo, separa i poteri, struttura la federazione.
Tra questi due momenti non c’è continuità automatica, ma una lunga fase di sperimentazione e crisi. Il sistema confederale successivo all’indipendenza si rivela debole e instabile, incapace di garantire coesione politica ed efficacia decisionale. Ci riferiamo in particolare agli Articoli della Confederazione, entrati in vigore nel 1781.
È in questo contesto che maturano passaggi decisivi, come la Annapolis Convention, nel settembre del 1786, convocata proprio per riconoscere l’insufficienza dell’assetto esistente, legato agli Articoli, e per aprire la strada a una revisione più radicale.
Qui si rileva tutta l’importanza di quel monumento di sapienza politica rappresentato dai Federalist Papers, 85 saggi pubblicati tra il 1787 e il 1788, scritti da Alexander Hamilton, John Jay e James Madison, in difesa della Costituzione adottata il 17 settembre 1787 e per propugnarne la ratifica (**).
Ne emerge un quadro tutt’altro che lineare: la costituzione americana non nasce da un atto fondativo unico, ma da una sequenza di aggiustamenti, rotture e compromessi. Principi politici, crisi istituzionali e soluzioni pratiche si intrecciano lungo oltre un decennio, rendendo improprio qualsiasi tentativo di ridurla a un’origine semplice o a una derivazione diretta da modelli precedenti.
In questa storia compare anche Filippo Mazzei, toscano, medico, imprenditore e instancabile tessitore di relazioni tra Europa e America—un “Briatore del Settecento”, se si vuole coglierne l’intraprendenza, ma più precisamente un imprenditore dell’Illuminismo.
Amico di Thomas Jefferson, Mazzei si inserisce nel circuito intellettuale della Virginia rivoluzionaria e anticipa, in alcune formulazioni, temi che confluiranno nella Dichiarazione d’Indipendenza. Ma qui è bene non esagerare. Come ha chiarito Franco Venturi, la sua importanza sta soprattutto nel ruolo di mediatore dell’Illuminismo: un uomo di connessione più che un teorico sistematico, un vettore di idee più che un architetto istituzionale.
Nessun legame con Venezia, nessuna filiazione costituzionale: Mazzei, toscano, di Poggio a Caiano, medico, ma anche produttore e commerciante di vini, lettore onnivoro, scrittore brillante, illuminista, spia e massone, resta un ponte transatlantico. Di sicuro non un cavallo di Troia lagunare (***).
Il successo di queste genealogie “italiane” non è casuale. Risponde a un bisogno identitario: ridurre la complessità della modernità a una linea di discendenza familiare. Se possibile, con un cognome di casa. Ma così si perde il punto essenziale: la modernità politica, soprattutto quella liberale, nasce da ibridazioni, conflitti, traduzioni, non da eredità lineari.
La Repubblica di Venezia è stata un laboratorio politico straordinario e ha alimentato l’immaginario europeo dell’equilibrio istituzionale.
In questo senso, appartiene anche alla preistoria culturale dell’America. Ma tra appartenenza culturale e filiazione diretta c’è una differenza che vale la pena difendere. La Costituzione americana non nasce a Venezia. Al massimo, Venezia è una delle storie che si raccontavano mentre la si scriveva. E questo, a ben vedere, è già abbastanza.
E Donald Trump? Dal momento che a lui della Dichiarazione come della Costituzione non importa nulla, figurarsi se può interessarsi alle origini di ciò che, secondo alcuni osservatori, vuole distruggere.
Carlo Gambescia
(*) Giuseppe Maranini, La Costituzione di Venezia, La Nuova Italia, Firenze, 1927-1931, 2 voll.
(**) Dei Federalist Papers si veda la classica edizione italiana Il Federalista, introduzione di Gaspare Ambrosini, appendici di Guglielmo Negri e Mario D’Addio, Nistri-Lischi, Pisa 1955.
(***) Per il giudizio di Venturi si veda Franco Venturi, Settecento riformatore. I grandi stati dell’Occidente, vol. IV, tomo I, Einaudi, Torino 1984, p. 91. Per una buona monografia, in linea con le tesi del Venturi, si veda Edoardo Tortarolo, Illuminismo e Rivoluzioni. Biografia politica di Filippo Mazzei, Milano, Angeli 1986.



















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