L’habeas corpus è uno dei grandi principi del liberalismo occidentale. Affermatosi nella tradizione costituzionale inglese per impedire gli arresti arbitrari, esso esprime un principio ancora più generale: il corpo della persona non è nella libera disponibilità del potere pubblico.
Ogni limitazione della libertà fisica deve essere giustificata dalla legge e sottoposta al controllo del giudice. È anche alla luce di questo principio che dovrà essere valutata la morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta durante un intervento della polizia a Bologna. Secondo le prime ricostruzioni, Fakir si trovava in stato di agitazione.
Le immagini diffuse in queste ore sono impressionanti. Sembrano mostrare, da un lato, la passività degli operatori del 118 e, dall'altro, l'estrema durezza dell'intervento degli agenti di polizia. Ma in uno Stato di diritto le immagini non fanno prova: non sostituiscono né l'autopsia né il giudizio di un tribunale.
Un principio liberale impone prudenza. Chi pretende di assolvere gli agenti prima delle indagini commette lo stesso errore di chi li condanna senza attendere l’accertamento dei fatti.E tuttavia esiste un altro piano, quello ideologico, della percezione della realtà, che si traduce in comunicazione politica, sul quale è già possibile riflettere.
Negli ultimi anni la destra italiana ha costruito una rappresentazione della società fondata sull’emergenza permanente. Immigrati irregolari, antagonisti, occupanti abusivi, ONG, magistrati, “comunisti”: il nemico cambia continuamente, ma la struttura del discorso resta identica. L’Italia viene rappresentata come una comunità assediata: dentro i puri, fuori gli impuri. Si potrebbe parlare di un manicheismo comunicativo, fondato sulle emozioni più che sul ragionamento e sull’argomentazione.
Qui l’argomento si fa interessante: quando una società si convince di vivere sotto assedio, anche l’uso della forza tende a cambiare natura.
Non è necessario arrivare al grilletto facile (anche se come mostra il caso Roggero…). Basta modificare la cultura dell’intervento.
Negli ultimi decenni, anche attraverso il cinema, le serie televisive e il dibattito sulla sicurezza, si è progressivamente diffusa un’idea dell’intervento di polizia fondata sulla neutralizzazione immediata del soggetto ritenuto pericoloso. Prima lo si domina fisicamente, poi si vedrà.
L’ICE, divenuta con Trump il simbolo della politica muscolare sull’immigrazione — altro grande Mago di Oz della comunicazione politica — è soltanto la punta dell’iceberg di una filosofia più ampia: l’ordine come controllo fisico del corpo prima ancora che come applicazione del diritto.
Una specie di biopolitica reale. Non la biopolitica teorica di Esposito o Agamben, ma la fisicità del controllo sul corpo.
Talvolta si muore perché un’immobilizzazione dura troppo, perché una
tecnica viene applicata male, perché la percezione del pericolo prevale
sulla tutela della persona. Sono vicende che la cronaca, in diversi
Paesi, ha purtroppo documentato più volte.
Naturalmente gli agenti rispondono delle proprie azioni, non dei discorsi dei politici. Ma sarebbe altrettanto ingenuo credere che il linguaggio politico non produca effetti culturali.
Quando l’altro (il migrante, l’occupante, il volontario di una ONG, il magistrato, eccetera) viene rappresentato sempre più spesso come un potenziale nemico, quando la sicurezza diventa l’unico criterio di giudizio, quando ogni richiesta di accertamento viene bollata come ostilità verso le forze dell’ordine, allora il confine tra tutela dell’ordine e cultura della neutralizzazione fisica tende a diventare sempre più sottile, fino quasi a scomparire.
Per questo il problema non riguarda soltanto Bologna. Riguarda il modo
in cui una democrazia, se autenticamente liberale, concepisce il
monopolio della forza.
Lo Stato di diritto non pretende che gli agenti siano infallibili. Pretende qualcosa di molto più importante: che nessuno, nemmeno chi esercita la forza pubblica, sia sottratto al controllo della legge.
Chi difende questo principio non è contro la polizia.
È contro l’idea che la Ragion di Stato possa sostituire lo Stato di diritto.
Carlo Gambescia



































