C’è un fenomeno politico italiano che merita di essere osservato con attenzione. È la crescita di Roberto Vannacci. I sondaggi ne registrano l’ascesa (*), il suo attivismo politico è ormai incessante e la sua capacità di occupare lo spazio mediatico sembra non conoscere soste. Vannacci dice cose tremende. Ma soprattutto le dice in modo semplice, diretto, perentorio. È un grande semplificatore. Dove la realtà presenta dieci variabili, lui ne individua una. Dove esistono contraddizioni, propone una spiegazione elementare. Dove occorrerebbe discutere, sentenzia. E dove gli altri abbassano la voce, lui la alza.
Ad esempio, Hitler, Mussolini, Stalin, ma anche lo stesso Lenin, furono
grandi semplificatori… La struttura cognitivo-comunicativa del
totalitarismo implica sempre una componente non secondaria di tipo
“semplificatorio”. Oggi un persoanggio come Trump ne è il vessillo più
fulgido (per così dire…).
La capacità di attrazione della semplificazione rende interessante il suo elettorato. Chi può votare uno così?
La domanda, naturalmente, non va intesa in senso morale. Non interessa stabilire se chi vota Vannacci sia più o meno colto, più o meno informato, più o meno democratico. Sarebbe una scorciatoia. E anche i dati socioeconomici disponibili non autorizzano giudizi sommari sulle capacità culturali o cognitive dei suoi elettori.
Interessa capire quale tipo di domanda politica possa incontrare un’offerta come la sua. Anche perché non sappiamo se dietro il consenso a Vannacci esista un “disagio sociale” oggettivo, già dato, che il generale si limita a intercettare. Sappiamo però che esiste una percezione del disagio. E la percezione, in politica, non è mai semplicemente la fotografia della realtà: è anche il risultato di una costruzione.
I mezzi di comunicazione, i social, i partiti, gli opinion leader e gli stessi politici contribuiscono quotidianamente a stabilire che cosa debba essere percepito come problema, quanto debba apparire grave e, soprattutto, chi debba esserne considerato responsabile.
Vannacci è particolarmente efficace proprio in questa operazione. Prende una realtà inevitabilmente complessa e la ricompone in poche proposizioni. Identifica il problema, indica il colpevole, offre una comunità di appartenenza. La sua forza, insomma, non sta soltanto nelle idee che propone, ma nella forma cognitiva attraverso cui le propone. È una politica che rassicura perché riduce l’incertezza.
Qui, però, il problema diventa più grande di Vannacci. Perché se la liberal-democrazia è una forma politica fondata sulla pluralità, sulla mediazione e sul riconoscimento della complessità, la corsa generale alla semplificazione produce un effetto corrosivo che non riguarda soltanto la destra. Riguarda tutti.
La sinistra semplifica quando trasforma la società in una contrapposizione morale fra buoni e cattivi; la destra quando trasforma problemi complessi in questioni di ordine, identità e sicurezza. Il populismo semplifica per definizione. Ma anche la comunicazione politica ordinaria è ormai costretta a comprimere la realtà in formule sempre più brevi, emotive e riconoscibili.
Vannacci porta questa tendenza alle estreme conseguenze: non inventa il conflitto, lo rende permanente; non inventa il linguaggio aggressivo, lo porta a un’intensità superiore.
È forse per questo che può avere successo. Il suo elettore non deve necessariamente credere a tutto ciò che dice. Può anche sapere che esagera, considerare alcune delle sue affermazioni provocatorie o assurde. Ma può riconoscergli qualcosa che oggi vale molto nella politica-spettacolo: la capacità di parlare senza esitazioni, di rompere i tabù, di non correggersi, di non mediare. In altre parole, può votarlo non perché condivida ogni sua semplificazione, ma perché gli piace il modo in cui semplifica il mondo.
Ed è qui che la questione Vannacci cessa di essere, come detto, una questione di destra. Se la sua crescita fosse soltanto il successo personale di un generale prestato alla politica, il problema sarebbe relativamente semplice.
Ma se Vannacci riuscisse a trasformare in consenso stabile la domanda di una politica sempre più semplice, più aggressiva e più identitaria, allora avremmo davanti un fenomeno che riguarda la struttura stessa della liberal-democrazia.
Non sarebbe più soltanto una questione di maggioranza e opposizione. Sarebbe una questione di cultura politica. E, più in generale, di una crescente volatilità dell’elettorato, nel quale il confine fra voto di appartenenza, voto di protesta e ritorno alle urne dall’astensione appare sempre più mobile.
Perché una democrazia liberale può sopportare molti Vannacci. Quello che dovrebbe preoccuparla è una società nella quale, per essere ascoltati, bisogna necessariamente diventare un po’ Vannacci.
E allora la domanda iniziale torna, ma con un significato diverso: chi può votare Vannacci?
Forse, domani, non soltanto chi gli assomiglia.
Forse anche chi oggi vota qualcun altro, ma è già stato convinto che, per governare la complessità, occorra prima di tutto semplificarla.
Volatilità elettorale e semplificazione, allora, marciano insieme.
E questa volta, a guidare la marcia, c’è un generale. Quindi semplificazione può significare radicalizzazione militaristica.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-oggi .
(**) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/futuro-nazionale-analisielettorato-vannacci .
















































