Ieri, come ogni 2 giugno, abbiamo assistito alla tradizionale parata lungo i Fori Imperiali. Reparti militari, rappresentanze civili, autorità dello Stato, il sorvolo delle Frecce Tricolori, l’omaggio del Presidente della Repubblica al Milite Ignoto.
Un rituale che si ripete da decenni e che, almeno per un giorno, sembra restituire agli italiani il senso di un’appartenenza comune.
Eppure, osservando le celebrazioni di ieri, è difficile sottrarsi a una domanda: quanti conoscono davvero ciò che stanno celebrando? Viene il sospetto che, per una parte non trascurabile degli italiani, il 2 giugno sia ormai percepito come una gradevole appendice del ponte primaverile più che come il compleanno della Repubblica.
Questo articolo conclude idealmente i due precedenti dedicati alla Festa della Repubblica. Nel primo abbiamo riflettuto sui due Risorgimenti incompiuti — quello ottocentesco e quello resistenziale. Nel secondo sul paradosso di una Repubblica che, pur tra crisi politiche e trasformazioni profonde, ha garantito all’Italia ottant’anni di continuità istituzionale. Resta però una terza questione, forse la più importante: che cosa rimane oggi della memoria storica della Repubblica?
La domanda non è accademica. Una comunità politica non vive soltanto di istituzioni, leggi e procedure. Vive anche di racconti condivisi, simboli, riferimenti storici comuni. Quando questi si indeboliscono, si indebolisce anche la capacità di comprendere il presente.
Da anni le indagini sulla cultura storica degli italiani mostrano segnali poco incoraggianti. Secondo diverse rilevazioni richiamate dal Censis e da istituti di ricerca, quote significative di cittadini non sanno collocare correttamente eventi fondamentali della storia moderna e contemporanea, mentre figure centrali del Risorgimento e della costruzione dello Stato unitario risultano sempre meno familiari alle giovani generazioni. Non si tratta di pretendere che ogni cittadino distingua Mazzini da Cattaneo o Dossetti da Calamandrei. Il problema è più elementare: una quota crescente di italiani fatica perfino a collocare i grandi snodi della propria storia nazionale.
Naturalmente nessuna società può pretendere che tutti i cittadini siano storici. Ma vi è una differenza tra una memoria imperfetta e una memoria svuotata. Nel primo caso si conserva almeno il significato generale degli eventi. Nel secondo rimangono soltanto i rituali. In molti casi la memoria storica sembra essersi ridotta a ciò che resta dopo aver dimenticato quasi tutto.
Molti italiani sanno che il 2 giugno è la Festa della Repubblica. Molti meno ricordano che quel giorno del 1946 non si votò soltanto tra monarchia e repubblica. Si elesse anche l’Assemblea Costituente che avrebbe scritto la Costituzione. Ancora meno conoscono le culture politiche che contribuirono a quel compromesso storico tra cattolici, liberali, azionisti e socialisti democratici, con la partecipazione decisiva anche delle grandi forze della sinistra socialista e comunista. Eppure è lì che si trovano le fondamenta della nostra convivenza civile.
La fragilità della memoria storica produce conseguenze politiche. Una cittadinanza che conosce poco il proprio passato è più esposta a semplificazioni, manipolazioni e revisionismi e assenze simboliche, come quella ieri di Salvini. Non occorre cancellare la storia per cambiarne il significato pubblico. Spesso è sufficiente che essa venga dimenticata. 2 giugno, Festa della Repubblica? Che sarà mai... Ho altro da fare...
In questo senso, una parte delle destre contemporanee ha intuito una verità politicamente preziosa: per vincere una battaglia culturale non sempre è necessario convincere. Talvolta basta che gli avversari abbiano dimenticato. La battaglia culturale non si combatte soltanto reinterpretando il passato, ma anche approfittando della sua progressiva rimozione.
Quanto meno si conoscono il fascismo, la Resistenza, la nascita della Repubblica e il lavoro della Costituente, tanto più diventa facile ridimensionarne il significato storico e politico.
Non è un caso che negli ultimi anni siano tornate di moda letture indulgenti del Ventennio, tentativi di equiparazione tra fascismo e antifascismo o operazioni simboliche volte a normalizzare figure e tradizioni che la Repubblica nata nel 1946 aveva consegnato alla sconfitta della storia. Del resto, quando il fascismo smette di essere studiato, comincia quasi inevitabilmente a essere banalizzato. E ciò che viene banalizzato finisce spesso per essere assolto. Fenomeni che non nascono dal nulla. Trovano terreno fertile proprio nell’indebolimento della memoria collettiva.
Ciò non significa che la storia debba trasformarsi in una religione civile o in una verità ufficiale sottratta al dibattito. La ricerca storica vive di confronto critico e revisione continua. Ma una cosa è il revisionismo storiografico, che rappresenta il normale progresso della conoscenza; altra cosa è il revisionismo politico che sfrutta l’ignoranza storica per relativizzare fatti ormai accertati.
Per questo il problema della Repubblica italiana non è soltanto istituzionale. È culturale. Ottant’anni dopo la sua nascita, la Repubblica appare abbastanza forte da essere data per scontata e abbastanza vecchia da essere poco conosciuta. È il paradosso delle istituzioni che hanno avuto successo: sopravvivono, ma le ragioni della loro esistenza tendono a essere dimenticate.
Ripetiamo: le feste civili servono precisamente a contrastare questo rischio. Non celebrano ciò che tutti ricordano.
Ricordano ciò che una società rischia di dimenticare. Altrimenti accade ciò che già si intravede: cittadini sempre più informati sull’ultima polemica dei social network e sempre meno sulla storia delle istituzioni che garantiscono loro la libertà di polemizzare.
Il 2 giugno dovrebbe essere soprattutto questo: non una parentesi retorica tra una parata e un giorno festivo, ma un’occasione per riflettere sulle origini della nostra liberal-democrazia. Perché una Repubblica può sopravvivere a molte crisi politiche. Più difficile è sopravvivere all’oblio delle proprie ragioni fondative.
E una democrazia che smette di conoscere la propria storia finisce quasi sempre per affidarne il racconto a chi ha interesse a semplificarla, deformarla o addirittura rimpiangerla. È un rischio che la Repubblica italiana non può permettersi. Perché, come spesso ci piace sottolineare, l’oblio, a differenza delle crisi politiche, non fa rumore. Ma spesso produce effetti più duraturi.
Carlo Gambescia































