giovedì 23 aprile 2026

Biagio De Giovanni e il riformismo che non c'è mai stato

 


La morte di Biagio De Giovanni (1931-2026) è una di quelle occasioni tristi che, se prese sul serio, obbligano a guardare non tanto a un uomo, quanto a una mancanza. In questo caso: l’assenza, lunga un secolo, di un vero riformismo di sinistra in Italia.

Per ragioni di sintesi, forziamo un po’ il pensiero – complesso e articolato – di Biagio De Giovanni. Nessuno è perfetto. Ma proprio questa forzatura aiuta a mettere a fuoco un punto più generale.

Iniziamo da un parallelo che a prima vista potrebbe apparire azzardato:  con Antonio Labriola ( 1843-1904). In realtà   aiuta a evidenziare un punto molto interessante. 

Labriola sta all’inizio: costruisce un marxismo teoricamente sofisticato, antidogmatico, persino aperto. Ma proprio per questo politicamente inafferrabile. Non riformista, non rivoluzionario in senso operativo: più interessato alla “concezione materialistica della storia” che alla sua traduzione istituzionale. Il risultato è un pensiero alto, ma senza una sincera accettazione della tecnica politica liberale.



De Giovanni sta alla fine. E qui il gioco si fa più interessante. Perché nei suoi libri – da Hegel e il tempo storico della società borghese a Marx filosofo, passando per La nottola di Minerva e Elogio della sovranità politica – il problema non è più fondare il marxismo, ma sopravvivere alla sua crisi. Lo stato di diritto è accettato senza riserve, la dimensione europea è riconosciuta come orizzonte inevitabile, la sovranità politica viene recuperata come argine al disordine. Tutto giusto. Ma manca sempre qualcosa. O meglio: manca il sì pieno al capitalismo come struttura da governare, non solo da criticare. È qui che il riformismo si spezza. Perché il riformismo, se vuole essere tale, deve accettare il mercato come dato, non come colpa originaria.



De Giovanni resta, per così dire, a metà del guado: istituzionalmente riformista, culturalmente no. E questa scissione attraversa anche l’esperienza del “Centauro”, negli anno Ottanta del secolo scorso: rivista di cui fu promotore, con Roberto Esposito, Giacomo Marramao, Angelo Bolaffi, Umberto Curi nonché Massimo Cacciari (ma senza santificarlo). E qui si pensi a una generazione che ha pensato benissimo la crisi, un po’ meno la gestione della normalità. Se non ne termini di un mugugno continuo, come l’ultimissimo Cacciari…

Il punto, allora, è più generale e meno consolatorio. Tra Labriola e De Giovanni non c’è solo la storia del marxismo italiano. C’è la storia di una sinistra che o pensa troppo in grande per sporcarsi con le riforme, oppure, quando accetta le riforme, le pensa senza mai legittimare fino in fondo il mondo che dovrebbe riformare. Il risultato è sotto gli occhi: niente vera socialdemocrazia, niente tradizione riformista stabile, sempre un passo indietro rispetto al momento in cui bisognerebbe dire che quello è il terreno e lì si gioca la partita. Tra l’altro sono punti colti dallo stesso De Giovanni nell’ importante postfazione alle opere filosofiche di Labriola, in chiave, diremmo illuminante, però con tesi non sviluppate fino in fondo e soprattutto tradotte in sana pratica pratica politica. Ma questo, si dirà, non è compito dei filosofi.  Giusto. Anzi meglio così. Forse.

 


Si può però aggiungere, con poca indulgenza, un altro tratto comune che illumina questo limite: una certa inclinazione al pacifismo, o almeno una diffidenza strutturale verso il conflitto come momento costitutivo della politica. In Antonio Labriola la guerra resta sullo sfondo delle grandi dinamiche storiche: spiegata, ma non assunta come problema politico autonomo.

In Biagio De Giovanni, invece, il primato del diritto e dell’Europa tende a ridurre la forza a residuo, più che a condizione permanente. È un pacifismo colto, istituzionale, ma proprio per questo esposto: senza pensare la politica come sviluppo della potenza, piaccia o meno, anche lo stato di diritto rischia di restare disarmato, in tutti i sensi. E personaggi come Donald Trump, sono liquidati come pazzi. Mentre sono il prolungamento di una politica di potenza e sanno perfettamente ciò che vogliono: sottomettere gli altri. Ovviamente, come anticipato, qui sviluppiamo, probabilmente forziamo il pensiero di De Giovanni, che non era assolutamente un filosofo che pensava per tweet.

Il primo, a parlarmene con grande equilibrio fu Costanzo Preve, nonostante l’eccesso di zuccheri nel sangue in una trattoria romana, dinanzi – però era luglio – a una carbonara fumante… Ricordo Costanzo sempre con affetto.

Quanto alla cosiddetta “teoria italiana”, De Giovanni vi partecipa da posizione laterale ma interna. Con Roberto Esposito e altri condivide la centralità di categorie come conflitto, comunità, vita; ma, a differenza loro, non abbandona mai davvero la forma-Stato. 

 


Sulla “biopolitica”, che non sottovalutava, nutriva dubbi. Se quella stagione spinge verso una decostruzione del politico, De Giovanni prova a trattenerla entro un quadro istituzionale più classico. Ancora una volta: nel mezzo. E ancora una volta, è proprio quel “mezzo” – né rottura né piena adesione – a segnare il suo limite.

Chi è il “Croce” di De Giovanni? La tentazione è cercarlo e non trovarlo. Perché Benedetto Croce, nel caso di Labriola, fa una cosa brutale ma chiarissima: chiude i conti con Marx e apre a un liberalismo coerente. Nel secondo Novecento italiano, questa operazione non riesce a nessuno fino in fondo. Non per mancanza di intelligenza, ma per una sorta di ritegno teorico: il capitalismo si critica meglio di quanto lo si accetti. Antica malattia…

E allora sì: ognuno ha il Croce che si merita. E la sinistra italiana, più che non averlo trovato (anche perché, ripetiano, non era proprio facile da trovare), forse non ha mai davvero voluto trovarlo.

 Si rifletta: il liberalismo coerente di Benedetto Croce è il primato della libertà come principio etico-politico, non subordinato all’economia né a fini ultimi della storia, magari solo materialistici o all'opposto trascendenti in senso metafisico-religioso.
 


Croce accetta il mercato come dimensione dell’utile da governare, senza demonizzarlo né sacralizzarlo. E riconosce nelle istituzioni liberali il quadro stabile del conflitto, non un passaggio provvisorio verso altro. E talvolta alla guerra come a una triste necessità. E qui sarebbe utile tornare a leggere, la sua corposa “Filosofia dello spirito", racchiusa in quattro epici volumi. Oggi quasi dimenticati. Quasi.

Probabilmente l’unico filosofo, proveniente da sinistra, capace di fare il grande salto – addirittura fino a Berlusconi, forse troppo – fu Lucio Colletti, che però aveva una buona preparazione di filosofia della scienza.  Detto modernamente, da metodologo.

 


Ovviamente bollato, da quelli rimasti sulla riva del Pci-Pds-Pd come un volgare traditore. Colletti, nemico di dio e dei nemici di dio. Che tristezza.

Il paradosso finale è quasi ironico, se non fosse malinconico: il marxismo italiano nasce filosofico con Labriola e finisce filosofico con De Giovanni. In mezzo, la politica resta sospesa. Non perché manchi la teoria, ma perché manca la decisione di abitare fino in fondo il terreno su cui si dice di voler intervenire.

E senza quella decisione, il riformismo non è difficile: è semplicemente impossibile.

Carlo Gambescia

mercoledì 22 aprile 2026

Mosca attacca. Italia non isolata ma irrilevante

 


Gli insulti russi fanno rumore. Ma il problema dell’Italia non è il rumore che arriva da fuori: è il vuoto che si sente dentro.

C’è un equivoco di fondo nel dibattito pubblico italiano: l’idea che il problema sia l’isolamento. Non è così. L’Italia non è isolata. È peggio: rischia di diventare irrilevante.

Gli attacchi esterni — dalle uscite di Donald Trump alle dichiarazioni provenienti da Mosca — fanno rumore, ma non spiegano il punto. Le grandi potenze parlano sempre sopra le righe. Il problema non è che ci criticano. Il problema è che noi non abbiamo una linea abbastanza chiara e credibile da rendere quelle critiche irrilevanti.

In Europa, la situazione è ancora più evidente. L’Italia non è fuori dai giochi, ma è sempre meno al centro delle decisioni che contano. Non perché esista una congiura, ma perché la politica estera non si improvvisa: si costruisce con alleanze, coerenza e capacità di proposta. Se al posto di questo si offre una postura identitaria, si finisce per contare meno proprio dove si decide di più. Si alza la voce, si suona la fanfara dei bersaglieri, ma subito dopo, dietro l’angolo, si tirano via gli scarponi e si asciuga il sudore e si massaggiano i piedi gonfi. Roba da “musicarello” anni Sessanta…



Anche i dettagli, a volte, parlano chiaro. Il rifiuto, da parte della famiglia di Enrico Mattei, pare un nipote, di legare il proprio nome al cosiddetto “Piano Mattei” non è solo una questione simbolica. È un segnale politico: la distanza fra una tradizione capace di muoversi nel mondo — con pragmatismo, ma anche con una visione liberale e non puramente oppositiva — e l’uso contemporaneo di quel nome come etichetta da scatola di pelati.

Qui sta il nodo: il nazionalismo, di per sé, non è una soluzione. Non lo è mai stato automaticamente, neppure per stati dotati di grande potenza. Nel caso italiano diventa qualcosa di più problematico: un nazionalismo senza potenza, cioè senza gli strumenti economici, militari e diplomatici per sostenerlo. E quando manca la potenza, il nazionalismo non rafforza: compensa. Diventa retorica.

La storia italiana dovrebbe insegnarlo. I governi liberali tra il 1870 e il 1914, anzi 1915, lo sapevano bene: evitarono posture guerriere (con eccezioni note, da Crispi agli interventisti antidemocratici).



Anche la stagione democristiana si mosse dentro questa consapevolezza. Più tardi, Craxi ne offrì una versione in parte mimetica. Il fascismo, invece, rappresentò esattamente il contrario: la pretesa di affermare una grandezza sproporzionata rispetto alle risorse reali del paese. Non è solo una questione morale, ma analitica: quando l’ambizione eccede la capacità, la politica di potenza scivola nella caricatura.

E qui arriviamo al punto più scomodo. Una parte della destra italiana non ha mai fatto davvero i conti con questa lezione. Non sul piano rituale delle dichiarazioni, ma su quello sostanziale: capire che senza capacità reale, la politica di potenza diventa una finzione. E che quella capacità, per un paese che l’ha perduta nel IV-V secolo dopo Cristo, non si ricostruisce nello spazio di una legislatura.

Per questo l’alternativa non è tra debolezza e nazionalismo. L’alternativa è un’altra, ed è sotto gli occhi di tutti, anche se oggi sembra passata di moda: multilateralismo, integrazione economica, cooperazione tra Stati, difesa concreta della società aperta. Non un universalismo ingenuo, ma una strategia. Non la retorica dell’Occidente, ma la sua pratica: stato di diritto, credibilità internazionale, capacità di costruire regole condivise.



Su questi terreni, il governo italiano appare in difficoltà. Sulla guerra: posizione allineata ma non incisiva. Sulla pace: nessuna proposta autonoma. Sui diritti: una credibilità indebolita da politiche interne che parlano un linguaggio diverso da quello che si pretende di difendere fuori.

Il risultato è un paradosso: si invoca la sovranità, ma si perde capacità di incidere; si cerca il riconoscimento, ma si ottiene diffidenza; si alza la voce, ma il volume non sostituisce il peso.

Il nazionalismo, in queste condizioni, non è una strategia. È un riflesso. E i riflessi possono anche rassicurare. Ma non spostano nulla.

Se c’è un rischio oggi, non è che l’Italia venga esclusa.  È che, semplicemente, smetta di contare: esserci, ma senza più essere visibile.  Qualcosa di cui si può fare  a meno.

Carlo Gambescia

martedì 21 aprile 2026

“Apologia di reato” (contro l’umanità). Il “Secolo d’Italia” e la propaganda della “pericolosità”: quando la sicurezza diventa un alibi

 


C’è un punto in cui il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a costruirla. La prima pagina del “Secolo d’Italia” sta esattamente lì: non informa, ma produce un romanzo criminale, assorbendo una retorica dell’intransigenza verso il migrante. E lo fa attraverso una parola chiave – “altissima pericolosità sociale” – che sembra tecnica, neutra, quasi scientifica. E invece non lo è.

Nel diritto, la pericolosità sociale è una categoria precisa, circoscritta, sottoposta a criteri e verifiche. Qui invece diventa un’etichetta indistinta, buona per tutto: una formula che trasforma persone concrete in una massa astratta e minacciosa. Ma chi sono, esattamente, questi soggetti rinchiusi nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Gjader, in Albania? Quali reati hanno commesso? Con quali sentenze definitive? Su questo, il titolo tace. E il silenzio, in questi casi, non è una dimenticanza: è una scelta.



Perché dire “pericolosi” senza specificare significa spostare il discorso dal diritto alla percezione. Non conta più ciò che è accertato, ma ciò che è suggerito. È un meccanismo antico: si costruisce una categoria vaga, la si carica emotivamente, e la si usa per legittimare politiche eccezionali.

Attenzione: il dato delle “536 persone transitate” è cumulativo e non descrive la realtà effettiva del centro di Gjader: i monitoraggi indipendenti indicano numeri molto più contenuti, con presenze nell’ordine di poche decine e picchi intorno alle 90 unità. Si tratta inoltre di trasferimenti dai CPR italiani, caratterizzati da elevato ricambio e frequenti rientri in Italia per mancanza di base legale o per condizioni di vulnerabilità. Più che un modello consolidato, emerge dunque una struttura limitata nei numeri e ancora controversa sul piano giuridico e dei diritti fondamentali. (*)

Di più: si potrebbe parlare, in senso critico e non letterale, di una forma di “normalizzazione dell’eccezione”. Non si celebra un illecito codificato, ma qualcosa di più sottile: la progressiva accettazione dell’idea che lo svilimento delle garanzie fondamentali della persona migrante — dal diritto alla libertà personale (attraverso la detenzione amministrativa), al diritto di difesa effettiva, fino al diritto d’asilo e al principio di non-respingimento — possa essere considerata un esito funzionale del sistema. In questo quadro, ciò che dovrebbe costituire un limite giuridico diventa un ostacolo gestionale, e la sua riduzione finisce per essere rivendicata come successo politico.



Il messaggio è: funziona. Il centro è operativo, le procedure vanno avanti, i rimpatri si fanno. Fine della discussione. Ma “funzionare” rispetto a cosa? Se il parametro è la riduzione delle garanzie, la detenzione amministrativa esternalizzata, l’allontanamento fisico e simbolico dal territorio nazionale, allora sì: funziona. Ma è esattamente qui che il discorso diventa problematico, perché trasforma una questione di diritti fondamentali in una questione di efficienza.

Inciso: lo stesso problema si è visto, in forme estreme, quando la razionalizzazione amministrativa della “gestione del nemico” diventa sistema. Per comprenderne la logica profonda — senza forzature e senza equivalenze improprie — può essere utile guardare a rappresentazioni limite del Novecento.

Ad esempio, il film “La zona di interesse” (2023) mostra proprio la coesistenza tra normalità quotidiana e dispositivo di annientamento, mentre figure storiche come Rudolf Höß, suo protagonista, realmente esistito, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, ricordano quanto la burocratizzazione dell’“indesiderabile” possa produrre effetti radicali quando si svincola da ogni argine giuridico e morale.

Il punto non è stabilire analogie dirette, ma cogliere una continuità di logiche: quando il diritto smette di essere limite e diventa strumento puro di gestione, il rischio di deriva è strutturale.



Ed è difficile non vedere certa “disinvoltura” – a voler essere indulgenti – sul piano etico-politico nel rivendicare come successo ciò che, da un altro punto di vista, appare come una progressiva cancellazione delle garanzie. Non si tratta di stabilire equivalenze storiche, ma di riconoscere una continuità di mentalità: l’idea che il soggetto “problematico” possa essere neutralizzato attraverso dispositivi giuridici eccezionali è un tratto che attraversa anche le esperienze illiberali del Novecento, pur in contesti profondamente diversi.

Il passaggio più rivelatore non è nemmeno nel merito, ma nel tono: “smentite le sinistre”. Ecco il vero cuore del titolo. Non importa cosa accade nel centro, ma chi vince: il premio va alla migliore (si fa per dire) “scenggiatura”. Il che, altro inciso, dovrebbe suggerire alle sinistra di battere sull’etica dei principi piuttosto che su quella dei mezzi. Rradotto: si gettano al vento i soldi dei cittadini, eccetera, eccetera. Il che non è falso, ma non è il nodo della questione.

Un problema complesso — diritto d’asilo, detenzione amministrativa, standard europei — viene ridotto a uno scontro ideologico fra tifoserie opposte: destra contro sinistra. La logica è binaria, semplificata, perfetta per la mobilitazione identitaria. Ma devastante per la qualità del dibattito pubblico.

Perché quando tutto diventa scontro, sparisce la domanda più scomoda: è giusto?



C’è inoltre un altro passaggio, meno esplicito ma decisivo: il richiamo implicito all’Europa. Per anni il mantra è stato “ce lo chiede l’Europa” come vincolo esterno. Ora il meccanismo si ribalta: l’Europa diventa il campo in cui esportare modelli restrittivi, quasi a dire “dovrebbero farlo tutti”.

È un rovesciamento interessante: da limite a legittimazione. Ma anche qui il rischio è evidente. L’Europa dei diritti viene reinterpretata come Europa della sicurezza, e il confine tra le due cose si fa sempre più sottile.

In questo quadro si inserisce anche il decreto sicurezza “stoppato” dal Presidente Mattarella. La norma, fortemente problematica sul piano etico e giuridico, che prevedeva incentivi economici agli avvocati per favorire l’accettazione del rimpatrio, sollevava un problema evidente: non solo giuridico, ma etico.

Perché introduceva un elemento di distorsione nel rapporto fiduciario tra difensore e assistito. Tradotto: il rischio che l’interesse del cliente fosse contaminato da un incentivo esterno. Chiamarla “norma corruttiva” è forte, ma il punto resta: si stava scivolando su un terreno di alterazione strutturale delle garanzie difensive. Un tozzo di pane gettato ai giovani avvocati, abbigliati, talvolta e non tutti, da immobiliaristi dei diritto.



Alla radice di tutto questo c’è una rappresentazione precisa: il migrante come corpo estraneo, da gestire più che da integrare. Non necessariamente dichiarata in termini espliciti, ma operativa nelle politiche.

L’esternalizzazione dei centri, la retorica della pericolosità, la riduzione delle garanzie: tutto converge verso un obiettivo implicito: rendere il problema lontano dallo sguardo pubblico. Non solo fuori dal territorio, ma fuori dall’orizzonte simbolico. In una parola: rendere il migrante invisibile.

Si potrebbe obiettare: chi legge il “Secolo d’Italia?” Pochi aficionados, certo. Però non è questo il punto.



Il punto è che quel linguaggio non resta confinato lì. Filtra, si diffonde, si normalizza. Diventa senso comune. E quando certe categorie — “pericolosità”, “efficienza”, “sicurezza” — si stabilizzano, smettono di essere interrogate.

E a quel punto hanno già vinto. Con il consenso degli italiani. E si può essere contro la volontà del popolo sovrano?

Carlo Gambescia

(*) Si vedano i monitoraggi dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Albania: detenzione e monitoraggio indipendente, disponibili su https://www.asgi.it/allontamento-espulsione/albania-detenzione-monitoraggio-ravolo-asilo-immigrazione/, nonché i report e le analisi dell’European Council on Refugees and Exiles (ECRE), consultabili su https://ecre.org, che evidenziano criticità giuridiche e operative del sistema di esternalizzazione dei centri di trattenimento.

lunedì 20 aprile 2026

Barcellona e la sinistra internazionale: la vendetta della metapolitica

 


A Barcellona, sotto il segno di Pedro Sánchez e di Luiz Inácio Lula da Silva, la sinistra internazionale ha messo in scena qualcosa che, a prima vista, appare familiare: una mobilitazione globale in difesa della democrazia contro un’avversità percepita come sistemica, ricondotta alle politiche e alla figura di Donald Trump.

Fin qui, nulla di sorprendente. La politica ha sempre bisogno di semplificazioni per orientarsi e mobilitare. E del resto il ruolo politico di Trump e delle reti che lo sostengono contribuisce in modo rilevante a questa dinamica, anche se per alcuni osservatori resta aperto il problema di quanto essa sia personale e quanto strutturale.

E tuttavia, fermarsi a questo livello significherebbe perdere il punto più interessante. Perché ciò che si è visto a Barcellona non è soltanto un evento politico, ma la riattivazione di una regolarità più profonda: la dinamica amico–nemico che, al di là delle intenzioni dichiarate, continua a strutturare il campo politico.

Ogni volta che si costruisce un “noi” – in questo caso, la comunità dei difensori della democrazia – si delinea inevitabilmente anche un “loro”. Non è una deviazione, è una costante. È, per così dire, la vendetta della metapolitica: le narrazioni universalistiche, nel momento in cui diventano azione organizzata, producono confini, polarizzazioni, appartenenze. Tutta la gamma delle regolarità metapolitiche.



Da qui nasce una domanda inevitabile: che cosa dovrebbe fare la sinistra? Tacere, per evitare la polarizzazione? Non organizzarsi, per non alimentare il conflitto? Sarebbe una conclusione piuttosto paradossale. Il punto, più realisticamente, è che in una fase internazionale segnata dalla distruttiva logica di potenza valorizzata dal trumpismo globale, lo spazio del riformismo si restringe drasticamente. Non per scelta deliberata, ma per effetto del contesto. Quando il conflitto si intensifica, le posizioni intermedie tendono a essere percepite come deboli, e la pressione verso una maggiore chiarezza identitaria diventa quasi inevitabile.

Per riformismo, in questa prospettiva, non si intende un generico moderatismo, ma una linea liberale precisa: più mercato come strumento di crescita e mobilità sociale, più stato di diritto come garanzia delle regole, meno statalismo redistributivo fine a se stesso. Un riformismo che punta su istituzioni solide, libero scambio e responsabilità fiscale, piuttosto che su espansioni indiscriminate della spesa e del controllo pubblico all’insegna della spirale tassa e spendi.

Barcellona, in questo senso, è un laboratorio. Tuttavia la risposta progressista non prende la forma di un riformismo aggiornato, ma di una mobilitazione più netta, a tratti identitaria. Lo si è visto nei toni di alcuni interventi, soprattutto statunitensi, come quelli del governatore Tim Walz o nei contributi di Bernie Sanders, dove la critica a Trump assume i tratti di una contrapposizione quasi esistenziale (*).

 


Certo, questo può scuotere i cuori. Ma per andare dove? Verso una nuova ondata di socialismo illiberale globale, che a parole parla di libertà e nei fatti tende a un’estensione crescente del controllo sociale? Su queste tematiche, per chi scrive, l’ultima parola resta quella di Orwell. Ma qui il punto non è una formula conclusiva: è il rischio che, quando la politica si assolutizza, anche le categorie morali tendano a irrigidirsi.

Infine non sono mancati richiami simbolici forti, come in Walz,  perfino alla memoria delle Brigate internazionali della guerra civile spagnola: la Lincoln, ad esempio, animata da volontari americani. Segno che il lessico del conflitto tende a riemergere anche sul piano storico-immaginario. Potrebbero essere suggestivi, ma segnalano soprattutto come il linguaggio del conflitto tenda a riattivarsi anche sul piano simbolico, con effetti che non sono mai del tutto innocui quando si passa dalla memoria alla politica.

Per fare un esempio, dentro questo clima, temi come l’ecologia, la lotta alle disuguaglianze, la regolazione delle piattaforme digitali o la tassazione dei grandi patrimoni vengono progressivamente ricondotti a una cornice più ampia, meno riformista e più oppositiva. La critica alle “oligarchie” economiche si intreccia con una diffidenza crescente verso il mercato, mentre riaffiorano accenti statalisti e, talvolta, una polemica ambigua contro la meritocrazia.

 


Anche sul piano europeo e italiano, la dinamica non è molto diversa: la presenza di figure come Elly Schlein segnala una sinistra impegnata a ridefinirsi, ma dentro un contesto che la spinge verso una maggiore radicalità discorsiva. Non è soltanto una scelta ideologica: è una risposta a un ambiente competitivo, ma in chiave di delegittimazione reciproca, che premia la nettezza più della mediazione.

In questo quadro rientra anche il tema ambientale.

Il cambiamento climatico è un problema reale, non negoziabile sul piano scientifico; ma una parte dell’ecologismo di sinistra tende a trasformarlo in una piattaforma totalizzante, quasi moralistica, che finisce per irrigidire il dibattito e produrre risposte più simboliche che efficaci. È una postura che, paradossalmente, si specchia nell’antiecologismo altrettanto ideologico di una parte della destra: due estremi che si alimentano a vicenda. Un approccio riformista dovrebbe invece riportare la questione dentro logiche di innovazione, incentivi e regolazione intelligente, evitando sia la negazione sia la radicalizzazione.

Ed è qui che il nodo diventa politico. Una transizione ecologica efficace richiede mercato, investimenti, concorrenza, capacità di mobilitare capitale e tecnologia. In altre parole, richiede capitalismo, non la sua demonizzazione. Una sinistra che si colloca su posizioni apertamente anticapitaliste rischia di trovarsi disarmata proprio sul terreno su cui vorrebbe essere più incisiva.

 


Il risultato complessivo è un effetto di radicalizzazione reciproca: il trumpismo globale comprime lo spazio del riformismo, e la risposta progressista tende a spostarsi su posizioni più marcate, alimentando ulteriormente la polarizzazione.


E invece servirebbe un passo indietro: la “ritrasformazione” del nemico in avversario. Cioè di dovrebbe tornare alla logica politica del confronto tra avversari che si riconoscono come legittimi.

Sarà difficile. Perché, purtroppo, in questo gioco di azioni e reazioni, entrano in scena anche gli effetti compositivi: iniziative nate per difendere la democrazia possono finire per accentuare le divisioni; discorsi fondati sull’inclusione possono irrigidire le appartenenze; mobilitazioni contro il conflitto possono rilanciarlo in forme più nette.


Da qui anche un timore che non può essere liquidato con leggerezza: che la sconfitta di Trump o delle destre radicali, qualora si verificasse, non produca automaticamente una fase di stabilizzazione, ma apra nuove linee di frattura. Non necessariamente una “guerra civile mondiale”, espressione che resta eccessiva, ma certamente un aumento delle tensioni interne alle democrazie, dove blocchi politici sempre più distanti faticano a riconoscersi come interlocutori legittimi. Per capirsi, siamo sicuri che Trump – come molto leader europei suoi seguaci – accetti una sconfitta elettorale.



Barcellona, dunque, non segna tanto la nascita compiuta di una nuova internazionale progressista, quanto il ritorno, anche a sinistra, di una politica che accetta – magari senza dirlo apertamente – la logica del conflitto delegittimante come elemento costitutivo.

Mentre si proclama la difesa della democrazia e della pace, riaffiora una verità meno rassicurante: che la politica, anche nelle sue forme più universalistiche, continua a essere attraversata da regolarità profonde, difficili da eludere. E tra queste, una delle più persistenti resta la tensione tra logiche di amico–nemico e tentativi, sempre instabili, di ricondurre il conflitto dentro forme riconoscibili di competizione politica.



Visto che si è  accennato alla guerra civile spagnola: il 18 luglio 1936 ci fu la sollevazione dei militari contro la Repubblica, il 19 luglio il governo repubblicano ordinò di distribuire le armi ai sindacati. Azione e reazione, reazione a azione. Non è facile sottrarsi a una logica del genere.

Eppure, è proprio qui che la politica riaffiora nella sua struttura più dura, difficile da addomesticare con le buone intenzioni.

Carlo Gambescia

(*) Su questi aspetti si veda l’interessante intervento di Anthony M. Quattrone: https://www.youtube.com/watch?v=O_d0PCXEUkI&t=78s .

domenica 19 aprile 2026

La manifestazione di Milano: Italiani, brava gente... Fino a prova contraria

 


La manifestazione di Milano della Lega sembra confermare, ancora una volta, un vecchio luogo comune nazionale: “italiani, brava gente”. Fino a prova contraria, appunto. Perché sotto la superficie rassicurante riaffiora qualcosa di più profondo del semplice scontro politico: un tratto patologico che riguarda gli italiani, ma anche gli uomini in generale.

Del resto, a Milano, su invito di Salvini, erano presenti esponenti di primo piano dell’estrema destra europea, come Jordan Bardella, Geert Wilders e la greca Afroditi Latinopoulou. Con il consueto vezzo di definirsi “patrioti”, come se il termine potesse essere rivendicato in esclusiva politica.

Non erano nemmeno numerosi, in Piazza del Duomo. Ma questo dato, in sé, dice poco o nulla: nell’attuale alta volatilità dell’elettorato di destra, basta un innesco minimo perché la mobilitazione si accenda o si spenga rapidamente.

Si potranno pure criticare le contromanifestazioni degli “antifa”, talvolta dai risvolti violenti. Ma l’evocazione del “modello Albania”, con centri di permanenza trasformati in carceri “modello”, insieme al ritorno diffuso, come se fosse la cosa più nornale del mondo,   di termini come “remigrazione” — un tempo confinati nell’immaginario dei gruppuscoli neonazisti — segnala un salto di qualità.



Dopo ottant’anni di liberalismo, benessere e tolleranza, ci si aspetterebbe altro. E invece no.

Gli uomini sono quel che sono: animali abitudinari, inclini a diffidare di ciò che rompe l’ordine delle proprie consuetudini. L’altro — soprattutto se portatore di abitudini e culture diverse — turba queste “sane abitudini”. La storia italiana offre esempi tutt’altro che marginali: le Leggi razziali fasciste mostrano quanto rapidamente anche una società apparentemente integrata possa scivolare nella persecuzione della diversità quando il potere politico decide di legittimarla.

E, più in generale, basta guardare a un caso emblematico del Novecento come la Shoah per capire fin dove può arrivare questa dinamica quando viene radicalizzata.



Si tratta, in origine, di una disposizione quasi fisiologica, che nel tempo è stata contenuta dall’addolcimento dei costumi, dalle leggi, e anche da quella cultura woke tanto odiata dalla destra. Una cultura che ha indubbi limiti — talvolta moralistica, talvolta incline all’eccesso — ma che non può essere messa sullo stesso piano delle ideologie che giustificano la discriminazione: semmai, ne rappresenta una reazione, a tratti scomposta, ma non per questo equiparabile.

Anche perché, sul piano analitico, l’equiparazione finisce per cancellare la differenza tra un dispositivo di correzione culturale — per quanto discutibile nei suoi eccessi pedagogici — e una logica strutturata di esclusione.

Il problema nasce quando questa fisiologia viene politicizzata.

La destra, soprattutto quando affonda le radici nella tradizione fascista, intercetta queste paure e le trasforma in qualcosa di più: una patologia. Ciò che prima era contenuto — magari più per conformismo che per convinzione — dai “buoni costumi” della tolleranza, oggi riemerge e si legittima pubblicamente, in manifestazioni scandite da slogan tanto volgari quanto superflui, come “padroni a casa nostra”.

Sia chiaro: la patologia razzista non è una reazione al woke. È piuttosto una recidiva, che si nutre del meccanismo del capro espiatorio, antico quanto le società umane, con radici che affondano anche nel mito.



Il liberalismo, con i suoi principi di libertà e tolleranza, ha storicamente rappresentato un argine. Ma quell’argine oggi appare indebolito, mentre correnti di pensiero anti-illuministe riacquistano forza, facendo leva sugli istinti meno nobili.

Il problema, dunque, non è l’“antifa”, come sostiene oggi Marcello Veneziani — cantore di un fascismo solo apparentemente addomesticato — ma il “fa”: una visione che da sempre si oppone all’idea di un’unità del genere umano.

Sono tempi in cui “Il Giornale”, fondato da Indro Montanelli, arriva a celebrare figure come Pierre Drieu La Rochelle, pensatore fascista e collaborazionista.

Tempi in cui un avventuriero politico come il generale Roberto Vannacci giudica persino troppo morbida la manifestazione di Milano. Ed è proprio questa sua protervia a renderlo pericoloso: perché intercetta e radicalizza una domanda di autorità che non è affatto marginale. Dopo Meloni e Salvini, potrebbe rappresentare un’ulteriore deriva, più esplicita e meno mediata.

 


Vannacci ricorda, per stile e postura, quei militari che guidarono le leghe fasciste francesi negli anni Trenta, per poi mettersi al servizio di Vichy e dei nazisti.

Non sono solo brutti tempi. Sono tempi in cui certe parole tornano a circolare con troppa disinvoltura. E quando le parole cambiano, di solito non è mai un dettaglio.

Carlo Gambescia


sabato 18 aprile 2026

Trump e la razionalità dell’azzardo: governare l’incertezza (senza dominarla)

 


Apre, chiude, richiude, riapre. Sul blocco dello Stretto di Hormuz si stanno accumulando, in queste ore, analisi rapide, prese di posizione prevedibili e un discreto rumore di fondo. È comprensibile: la materia è urgente, le implicazioni immediate, la tentazione di semplificare quasi irresistibile. Come direbbe il carissimo amico Carlo Pompei, moderno Pasquino, “tocca legge le peggiori mignottate”. E ci scusiamo  per il francesismo, sia pure in senso lato.

Il punto, però, è un altro: questo rumore non è solo inevitabile, è anche fuorviante. Perché tende a trasformare decisioni complesse in caricature psicologiche — “Trump pazzo”, “riaprite i manicomi” — oppure in schemi ideologici già pronti. Passi per la gente comune, che spesso non ha strumenti per capire né voglia di applicarsi, ma non per studiosi e opinionisti, ufficialmente di alto livello. E deputati a “comprendere” per professione.



In questo articolo proviamo a fare altro. Non sarà una lettura facile, perché l’obiettivo è uscire da queste scorciatoie e provare a entrare nel meccanismo delle decisioni: capire in che senso scelte che appaiono azzardate, perfino folli, possano essere, allo stesso tempo, coerenti e profondamente problematiche.

Il percorso richiede di sospendere alcune categorie abituali, di rinunciare a spiegazioni immediate e di seguire un filo che passa per la teoria dell’azione, per la formazione delle aspettative e per il modo in cui gli attori cercano di influenzarsi reciprocamente in condizioni di incertezza.

Non è, dunque, un testo “facile”. Ma non lo è neppure la posta in gioco, che rinvia a questioni che sono, prima ancora che politiche, chiaramente metapolitiche.



Se si guarda oltre la superficie degli eventi, ciò che emerge non è soltanto una crisi regionale o un confronto tra potenze, ma una modalità specifica di esercizio del potere: una razionalità che non si limita a operare entro coordinate date, ma interviene sulle condizioni stesse entro cui gli altri attori decidono.

Capire questa logica — e i suoi limiti — è il nostro obiettivo.

 

C’è un metodo nella “follia”…

La prima mossa, per orientarsi, consiste nel prendere sul serio la possibilità che decisioni ampiamente percepite come “azzardate” non siano affatto prive di razionalità. Al contrario, possono essere lette come espressione di una razionalità precisa, che non punta a ridurre l’incertezza, ma a utilizzarla.

Se si adotta una prospettiva altra: quella dell’ individualismo metodologico, il punto di partenza è semplice: non esistono “sistemi” che agiscono, ma attori che decidono sulla base di credenze, aspettative e valutazioni circa il comportamento altrui. In questo quadro, il problema, per il singolo attore, non è soltanto scegliere i mezzi più efficaci rispetto a un fine, ma intervenire sulle condizioni entro cui gli altri attori formano le proprie scelte.

È qui che si colloca la razionalità dell’azzardo.



Che non consiste nell’abbandono del calcolo, bensì nel suo spostamento: invece di operare in un contesto prevedibile, l’attore introduce elementi di imprevedibilità per modificare le aspettative altrui. L’incertezza non è un ostacolo da ridurre, ma una risorsa da impiegare.
Le decisioni di Donald Trump possono essere lette in questa chiave. Non tanto come deviazioni impulsive da una razionalità standard, quanto come tentativi di rendere più difficile il calcolo degli altri attori — in primo luogo dell’Iran, ma non solo — costringendoli a rivedere le proprie strategie.

In questo senso, il potere non si manifesta soltanto nella capacità di imporre una volontà, ma nella possibilità di alterare le aspettative su cui gli altri basano le proprie decisioni. Rendere il contesto meno prevedibile significa, spesso, indurre maggiore cautela, spingere verso strategie difensive, restringere lo spazio d’azione altrui.

Volontà di potenza e prudenza politica

È a questo livello che la razionalità dell’azzardo si collega a quella che, in termini operativi, si può chiamare volontà di potenza: non impulso cieco al dominio, ma capacità di espandere il proprio spazio d’azione modificando quello degli altri.



L’azzardo, in questa prospettiva, diventa una tecnica: introduco incertezza, gli altri ricalcolano in modo più prudente, e così facendo mi aprono margini ulteriori. Non si tratta di uscire dalle regole del gioco, ma di intervenire sulle condizioni entro cui il gioco si svolge.

Il contrasto con la tradizione della prudenza politica è, a questo punto, evidente. Figure come Talleyrand costruivano la propria efficacia sulla stabilizzazione delle aspettative: rendere prevedibili le mosse, evitare rotture, mantenere aperti i margini di negoziazione. Il principio del quieta non movere esprime esattamente questa logica.

E tuttavia, la grande tradizione liberale e realista non è mai stata pura gestione dell’esistente. In Winston Churchill, come in Cavour, la prudenza convive con una forma di azzardo calcolato: entrare in guerra contro Hitler o avviare il processo di unificazione italiana non significa evitare il rischio, ma assumerlo entro un quadro strategico che resta, per quanto possibile, controllato.



È qui che emerge una differenza cruciale con l’approccio di Trump. Nel caso della prudenza realista, l’azzardo è uno strumento eccezionale, inserito in una strategia che mira comunque a ricostruire condizioni di prevedibilità. Nel caso della razionalità dell’azzardo, invece, l’incertezza tende a diventare una leva sistematica.

Non è una differenza morale. È una differenza di struttura.

I limiti della razionalità

Tutto questo, tuttavia, non equivale a dire che tale razionalità sia priva di limiti. Al contrario, il suo punto critico emerge con particolare chiarezza proprio in contesti come quello dello Stretto di Hormuz. Qui, l’elevato numero di attori coinvolti e l’intensità delle loro interazioni fanno sì che ogni aumento di incertezza generi una moltiplicazione di risposte individuali, ciascuna razionale dal punto di vista di chi la compie.



Il risultato complessivo non è deciso da un singolo attore, ma dall’intreccio di queste reazioni. Ed è proprio in questo intreccio che emergono quelli che, in termini metapolitici, possiamo chiamare effetti compositivi: esiti che non derivano da un’intenzione unitaria, ma dalla combinazione delle azioni individuali.

Il problema, dunque, non è che l’incertezza venga utilizzata come risorsa strategica. È che, una volta introdotta, essa non resta sotto il controllo di chi l’ha prodotta. Nel caso di Trump, è qui che la razionalità dell’azzardo mostra il suo limite strutturale: l’incertezza si propaga, diventa oggetto delle decisioni altrui, si trasforma.

In questo senso, essa non è l’opposto della razionalità politica, ma una sua radicalizzazione. Presuppone attori capaci di calcolo, ma accetta — e in parte ricerca — condizioni in cui il calcolo diventa più difficile per tutti.



Resta, infine, una questione aperta, che nessuna teoria può risolvere in anticipo, perché rinvia a un nodo classico, insieme politico e metapolitico (*): fino a che punto è possibile modificare le aspettative altrui senza perdere il controllo sugli effetti complessivi — cioè sugli effetti compositivi — delle proprie azioni?

È in questo scarto — tra intenzione e risultato, tra calcolo e interazione — che si misura oggi la portata reale delle decisioni in corso.

Carlo Gambescia

 

(*) Ovviamente sulle questioni teoriche, qui  poste, rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, due volumi: https://www.torrossa.com/it/resources/an/5660428 Qui per l’edizione cartacea: https://www.amazon.it/s?k=Carlo+Gambescia+Trattato+di+metapolitica&__mk_it_IT=ÅMÅŽÕ .

venerdì 17 aprile 2026

Trump e Meloni: il sovranismo alla prova della realtà

 


Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump si incrina. Non è un dettaglio, è un sintomo. Che ne sarà allora dell’“internazionale sovranista” (oggi i “fascisti”, tra di loro si chiamano e si fanno chiamare così): stessi nemici, stessi linguaggi, stessa idea di politica.

In sintesi, come ora spiegheremo, siamo al cospetto di una conflitto fra sovranismo e realtà.

Chi vincerà? Difficile dirlo. Parliamo, purtroppo, di un fronte in apparenza compatto contro liberalismo, globalizzazione, élite. Che però – ed è questo il punto interessante – si sta scontrando con la realtà: Iran, Israele, Ucraina, basi militari, alleanze. Improvvisamente ognuno torna a fare quello che gli stati fanno da sempre, cioè difendere i propri interessi. Per dirla in chiave metapolitica: muoversi secondo una volontà di potenza insita nei processi ricostitutivi del potere.

Fine dell’illusione? Diciamo che, per ora, il sovranismo sembra funzionare finché rimane romanzo popolare, qualcosa “di pancia”; se si preferisce, per dirla in chiave cine-letteraria, una sorta di “”romanzo criminale: una banda che si immagina sistema.



Quando diventa governo – il cosiddetto sovranismo realizzato – si trasforma in politica estera. E la politica estera non ha amici ideologici, ma vincoli. Così, alla prima crisi seria, i sovranisti “realizzati” scoprono di essere semplicemente nemici di qualsiasi internazionale, anche di quella sovranista.

Questa frattura non nasce dal nulla. Si inserisce in un clima più ampio: anni di delegittimazione del liberalismo, spesso condotta con una leggerezza sorprendente. Il liberalismo è stato ridotto a caricatura: élite, mercato, perdita di identità, debolezza. Come già accaduto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, ma si potrebbe risalire fino al pensiero controrivoluzionario dell’Ottocento.

Attaccato in modo ingiusto. Si pensi, in non pochi casi, ai figli irriconoscenti verso un padre che probabilmente li ha solo viziati. Certo, lo si è attaccato, in parte con ragioni dette male, grossolane o dette a metà. Il risultato è stato un progressivo indebolimento della sua legittimità. E quando si toglie dal tavolo un sistema imperfetto ma funzionante, non resta il vuoto: resta un mondo più competitivo, più frammentato, più esposto alla logica della forza. È esattamente quello che stiamo vedendo: leader che parlano di guerra con crescente disinvoltura, e la praticano, alleanze che reggono finché convengono, equilibri sempre più instabili.



Dentro questo scenario, anche chi ha costruito il proprio consenso contro il “globalismo” si trova a fare i conti con ciò che ha contribuito a indebolire. Giorgia Meloni non segue Donald Trump sull’Iran, prende le distanze su altri dossier, mantiene una linea su Kiev: non per incoerenza, ma per necessità. Governare significa stare dentro un sistema di vincoli che il romanzo criminale sovranista tende a rimuovere, e quei vincoli hanno un nome preciso: ordine liberale internazionale.

A questo punto la domanda torna inevitabile: valeva la pena alzare i toni, evocare conflitti, delegittimare quel sistema — contraddittorio ma capace di tenere insieme commercio, cooperazione e una riduzione della guerra — per ritrovarsi in un contesto più instabile?
Emblematici di questo errore sono i pernacchi – se ci si passa l’espressione – verso Biden. Insulti politicamente miopi: perché l’amministrazione Biden ha rappresentato, pur con tutti i suoi limiti, un tentativo di stabilizzazione dell’ordine internazionale liberale, oggi invece più esposto a logiche conflittuali e competitive. 



Certo, il liberalismo non è innocente, non è perfetto, non promette la pace eterna. Ma ha fatto qualcosa di molto concreto: ha messo le briglie alla guerra, l’ha resa più costosa, meno frequente, meno legittima, e ha creato uno spazio in cui il conflitto non era l’unico linguaggio disponibile. E quando è stato davvero messo alla prova, ha dimostrato anche altro: di sapersi difendere e di saper vincere, come nella lotta contro i totalitarismi del Novecento, dal nazifascismo in poi. Ecco la grande lezione del 1945. Che, quando si dice il caso, Trump, Meloni e altri leader sovranisti fingono di non ricordare o addirittura ignorano, confidando nella cattiva memoria dei figli ingrati di cui sopra.

In realtà, la lezione del 1945 non è un dettaglio storico, è un dato politico: il liberalismo non solo limita la guerra, ma quando serve sa combatterla.

Criticarlo è legittimo, anzi necessario; ma c’è una differenza tra criticare e delegittimare. Perché quando un sistema viene eroso senza un’alternativa credibile – cosa, tra l’altro, non facile da individuare, se si sottovalutano le differenze tra il prima e il dopo del liberalismo – non si apre uno spazio neutro: si apre uno spazio che qualcuno riempie, di solito con strumenti più semplici e più duri: forza, identità, contrapposizione.



In questo senso la rottura tra Giorgia Meloni e Donald Trump rischia di essere più di un episodio, che si ricomponga o meno. Perché, a prescindere da tutto, rappresenta il momento in cui il romanzo criminale sovranista si scontra con il mondo reale. E il mondo reale è sempre meno ideologico e più duro. Come insegna la metapolitica, e senza fare sconti. Quindi, per dirla poeticamente, la frattura è nel destino di ogni sovranismo, di ogni nazionalismo, di ogni fascismo. Perché inevitabilmente frantuma le briglie liberali. 

Se c’è una morale, è questa: il liberalismo non elimina la guerra, ma è finora l’unico sistema che ha dimostrato di saperla limitare senza doverla esaltare e che, quando necessario, ha saputo anche difendersi con successo.

E non è poco,  visto com’è andata ogni volta che abbiamo provato a fare a meno del liberalismo.

Carlo Gambescia