Carlo Pompei ha il merito di porre con assoluta chiarezza alcune questioni fondamentali. Come qui:
“La morte del giornalismo. Chi coltiva il dubbio si ritrova sempre solo, poiché non offre il conforto di quelle risposte facili che l’opinione pubblica e chi la manipola richiedono per sopire l’inquietudine. È il prezzo da pagare per non partecipare all’occultamento della verità operato soprattutto da chi dovrebbe svelarla, preferendo la sicurezza di categorie obsolete alla fatica di analizzarne di nuove”.
Verissimo. Ringraziamo l’amico Carlo Pompei per la stimolante osservazione. Però proprio qui si apre un problema.
Dubitare è ritenuto sinonimo di intelligenza, autonomia, spirito critico. Nel giornalismo, in particolare, il dubbio viene giustamente presentato come la condizione essenziale del mestiere: non credere mai alla prima versione, verificare, interrogare, sospendere il giudizio.
Il che è vero. Ma solo fino a un certo punto. Perché intorno al dubbio si è prodotto un equivoco profondo: si tende a considerarlo una via naturale verso la verità. Come se bastasse dubitare per avvicinarsi al vero. Ma tra dubbio e verità non esiste alcun canale diretto di comunicazione. Il dubbio non produce verità. Al massimo apre uno spazio di ricerca. La verità, semmai, nasce dalla prova, dalla verifica, dal metodo. Verità, attenzione, nel senso di come sono andate o stanno le cose. Niente di trascendentale.
Il punto è che non esiste il dubbio. Esistono diversi tipi di dubbio; confonderli è il primo errore. Si noti il lento degradare:
Cartesio: dubito per fondare; Zola: dubito per verificare; Nietzsche: dubito per relativizzare; Goebbels: dubitare per manipolare.
Ma procediamo per gradi.
C’è il dubbio metodico di Cartesio che sospende il giudizio per cercare un fondamento più solido: dubitare per ricostruire. Però, attenzione, Cartesio porta il dubbio fino a conseguenze radicali, ma senza voler rompere con la fede cristiana del suo tempo. Dopo il cogito (se dubito, allora penso; e se penso, esisto), infatti introduce l’esistenza di Dio come garanzia della verità e della ragione. Su questo punto le analisi di Augusto Del Noce restano imprescindibili. Il dubbio di Cartesio è un dubbio controllato: critico, ma non apertamente distruttivo verso l’ordine religioso e morale del suo tempo. O comunque, ciò che qui più interessa, verso lo stesso contesto (in senso lato) che rende possibile l’esercizio del dubbio. Sul punto torneremo più avanti.
C’è il dubbio critico, che appartiene al lavoro giornalistico e trova una delle sue espressioni più alte nell’inchiesta di Émile Zola durante l’Affaire Dreyfus, quando il dubbio sulla verità ufficiale divenne strumento di giustizia. Altro esempio: nei Pentagon Papers, il dubbio giornalistico smontò la narrazione pubblica sulla Guerra del Vietnam. In questi casi dubitare era un dovere civile.
C’è poi il dubbio scettico-relativizzante, che trova una formulazione radicale in Friedrich Nietzsche, quando afferma che non esistono fatti ma solo interpretazioni. Qui il dubbio non serve più a cercare un fondamento, ma a mostrare che ogni verità è situata, prospettica, storicamente condizionata. È una forma di scetticismo potente, che ha alimentato gran parte del pensiero contemporaneo e, indirettamente, molte versioni del costruttivismo: fenomeno cognitivo che scorge nella realtà sociale il prodotto di costruzioni culturali, linguistiche e interpretative, più che qualcosa di interamente oggettivo o dato una volta per tutte. E su quest’ultimo punto si pensi alla “circostanza” , come orizzonte esistenziale, individuata da Ortega.
E infine c’è il dubbio politico-strategico: quello che non cerca il vero, ma produce incertezza per orientare o paralizzare il giudizio pubblico. È il dubbio usato politicamente, dalle macchine propagandistiche del Novecento fino alle contemporanee strategie di disinformazione: non convincere che una versione sia vera, ma far credere che nessuna verità sia davvero accertabile. È la logica che richiama il principio attribuito a Joseph Goebbels: non conta tanto dimostrare il vero, quanto rendere confuso il confine tra vero e falso.
Ed è forse questa la forma più politica del dubbio. Già Socrate aveva fatto del dubbio uno strumento di ricerca, con evidenti ricadute politiche: interrogare le certezze, smontare le opinioni, esporre le contraddizioni. Ma proprio per questo fu percepito come politicamente pericoloso dalla polis di Atene. Il potere tollera il dubbio finché non mette in discussione le sue fondamenta.
Il dubbio politico-strategico tende perciò a strutturarsi in sospetto sistematico. Il che non sempre è bene. Ad esempio durante la Rivoluzione francese, nel tempo del Terrore, il sospetto generalizzato divenne criterio politico. Qui il dubbio non serviva più a cercare il vero, ma a individuare il nemico. Il dubbio trasformato in sistema genera paura, non conoscenza. E sul punto anche il fenomeno dello stalinismo dice molto: quando tutto può essere interpretato come prova contro qualcuno, la verità diventa irrilevante.
Come pure il fenomeno contemporaneo della “post-verità”, dove l’eccesso di versioni, retoriche narrative e manipolazioni finisce spesso per produrre sfiducia generale: non si nega soltanto una verità, ma si diffonde l’idea che nessuna verità sia davvero verificabile. Ed è proprio in questo clima che spesso prosperano anche il complottismo e le narrazioni paranoiche: se nulla è accertabile, allora tutto può essere sospettato.
La politica ha sempre avuto con il dubbio un rapporto ambiguo. Lo teme quando rafforza il controllo critico sul potere; lo usa quando serve a delegittimare l’avversario. Non a caso molte strategie contemporanee di comunicazione non cercano di convincere che qualcosa sia vero, ma di insinuare che nulla sia davvero verificabile. Non costruiscono verità alternative: erodono il terreno stesso della verità.
Ed è qui che anche il giornalismo rischia di sbagliare.
Perché il compito del giornalista non è coltivare il dubbio come stato permanente, ma attraversarlo. Dubitare è uno strumento: un mezzo non un fine. Se il dubbio diventa postura permanente, il giornalismo smette di informare e comincia a produrre rumore.
Il problema, allora, non è se dubitare. È sapere quando dubitare.
Dubitare di un’ipotesi fragile è un dovere. Se un governo giustifica una guerra con prove opache — come accadde con le presunte armi di distruzione di massa nella Guerra in Iraq — il dubbio giornalistico è necessario. Se il potere produce versioni contraddittorie dei fatti, il compito dell’informazione è verificare, interrogare, smontare.
Ma dubitare di un fatto solidamente verificato con la stessa intensità significa confondere il rigore con il relativismo. Mettere sullo stesso piano la documentazione storica dell’Olocausto e il negazionismo, o la realtà dello sbarco sulla Luna e le teorie del complotto che lo negano, non è esercizio del dubbio: è sospensione arbitraria dei criteri di prova. Insomma, come spesso ci piace dire, mettere sullo stesso piano Washington e Hitler non è esercizio di dubbio: è perdita del senso della differenza tra prova e arbitrio.
Allo stesso modo, è legittimo criticare gli effetti storici del capitalismo o i limiti delle democrazie liberali; meno legittimo è negare un dato storico difficilmente contestabile: che le società fondate sullo stato di diritto, sulle libertà individuali e sulla libertà economica abbiano prodotto livelli di benessere, innovazione scientifica e mobilità sociale senza precedenti nella storia umana. Chiamale, se vuoi, società aperte.
In questi casi la falsa equidistanza produce un effetto perverso: non rende il dibattito più aperto, ma rende i fatti più fragili. Una società in cui i fatti devono continuamente difendersi come semplici opinioni è una società in cui il dubbio smette di essere metodo e diventa ideologia.
Qui è decisiva la distinzione tra critica e negazione dei criteri di prova, spesso alimentata anche da una fallacia genetica: rifiutare una tesi non per ciò che dice, ma per la sua origine o per chi la esprime. Ad esempio considerare propaganda l’espressione “il fascismo non è un’opinione come un’altra”, perché sulle labbra degli antifascisti, resta molto pericoloso dal momento che riabilita una ideologia che ha più a che fare con la criminalità che con la politica.
Il fascismo non è un’opinione come le altre perché non appartiene al normale gioco democratico delle idee, ma a una forma storica che ha prodotto soppressione delle libertà, violenza politica e guerra, un nemico della società aperta. Non è quindi una posizione tra le altre, ma un oggetto storico documentato e sottoposto a giudizio critico.
In questo senso, liberalismo e fascismo non sono simmetrici rispetto ai criteri della democrazia: il primo ne costituisce uno dei presupposti storici e teorici, il secondo una sua negazione. In sintesi: società aperta contro società chiusa. Quando si appiattiscono tutte le posizioni sul piano della semplice opinione, si finisce per trasformare anche ciò che fonda la società aperta in una tesi tra le altre, costretta a giustificare continuamente la propria evidenza, proprio dinanzi ai sostenitori della società chiusa.
Per farla breve: troppo poco dubbio produce conformismo. Troppo dubbio produce paralisi. Il dubbio selettivo produce manipolazione. Solo il dubbio metodico produce conoscenza. Probabilmente si dovrebbe tornare a Cartesio, integrandolo con Locke e Hume: il dubbio come metodo, radicato nell’esperienza e consapevole dei suoi limiti, non come sospensione totale del giudizio.
E forse è questa la distinzione che oggi andrebbe recuperata: il dubbio è una virtù solo quando ha misura, direzione e criterio. Altrimenti non apre alla verità. Apre soltanto all’indistinzione.
E quando tutto diventa dubbio, niente è più conoscibile.
Carlo Gambescia


























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