Da oltre due secoli i nemici della democrazia liberale ripetono la
stessa accusa: “Se credete davvero nella libertà, dicono, dovete
concederla a tutti. Nessuna esclusione. Nessuna discriminazione. Nessun
limite. Altrimenti siete incoerenti”.
Questa critica accompagna il liberalismo fin dalla sua nascita. Già
dopo la Rivoluzione francese i pensatori controrivoluzionari, come Joseph de Maistre, accusavano i
liberali di predicare una libertà destinata a dissolvere ogni autorità.
Nell’Ottocento l’obiezione fu ripresa dagli anarchici e da una parte
del socialismo rivoluzionario. Nel Novecento sarebbe stata rilanciata
dai fascisti e dai comunisti, convinti che la democrazia liberale fosse
troppo debole per impedire la propria distruzione.
Oggi riaffiora, in forme diverse, nei movimenti e nei partiti
populisti e parafascisti, o comunque in quanti sostengono che il
fascismo “abbia fatto anche cose buone” o ne minimizzano la natura
criminale. Pur muovendo da prospettive molto differenti, tutti finiscono
per rivolgere al liberalismo la medesima obiezione: “Se escludete
qualcuno, siete voi gli illiberali”. Cambiano gli interpreti; il copione
resta sempre lo stesso.
È un’obiezione antica, apparentemente ineccepibile. Eppure
profondamente sbagliata. In questi giorni ne abbiamo avuto due esempi.
Il primo riguarda la vicenda di Marine Le Pen. Sul “Tempo”, Daniele
Capezzone denuncia quello che considera un tentativo della magistratura,
sostenuta dalla politica francese, di impedire alla leader del
Rassemblement National di partecipare alle prossime elezioni.
L’argomento è semplice: in democrazia tutti devono poter concorrere al
giudizio degli elettori.
Il punto, tuttavia, non è la persona di Marine Le Pen, ma la natura
della tradizione politica da cui proviene il suo partito. Il
Rassemblement National discende infatti dal Front National, fondato da
Jean-Marie Le Pen, nel quale confluirono esponenti della destra
nazionalista radicale, anche di matrice collaborazionista e neofascista.
Marine Le Pen ha avviato una strategia di normalizzazione del partito,
ma il dibattito sulla reale discontinuità rispetto a quella tradizione
resta aperto.
Il secondo esempio viene dal ministro della Cultura Alessandro Giuli,
che ha salutato con favore la decisione della Fiera Più libri più
liberi di rinunciare al cosiddetto “patentino antifascista”, sostenendo
che la cultura debba rimanere uno spazio aperto al pluralismo, senza
filtri ideologici.
Due casi diversi, naturalmente. Ma accomunati dalla medesima idea:
una società liberale sarebbe davvero tale solo se rinunciasse a
distinguere tra chi accetta le regole del gioco e chi, invece, intende
abolirle.
È proprio qui che nasce l’equivoco.
La democrazia liberale non è fondata sulla libertà assoluta, bensì
sulla libertà regolata dal diritto. Non garantisce qualunque
comportamento, ma soltanto quelli compatibili con la convivenza civile.
Nessuno pensa che, in nome della libertà individuale, si debba
riconoscere ai criminali il diritto di delinquere. La società si
difende. E lo stesso vale per la criminalità politica.
Perché il fascismo storico non è stato un’opinione politica. È stato
un sistema di criminalità politica organizzata e istituzionalizzata. Lo
squadrismo, gli omicidi politici, la soppressione delle libertà
costituzionali, il Tribunale speciale, il confino, la polizia politica,
le leggi razziali: non furono semplicemente “idee”, ma reati trasformati
in istituzioni dello Stato.
È questa la differenza fondamentale che oggi si tende troppo spesso a
dimenticare. Si finisce così per giudicare il fascismo con un criterio
morale che non applichiamo a nessun’altra forma di criminalità: come se
alcuni delitti potessero essere compensati da qualche opera pubblica o
da presunti meriti amministrativi. Ma nessuno assolve un’organizzazione
criminale perché, incidentalmente, abbia prodotto anche qualche
beneficio.
Nella democrazia liberale esistono gli avversari e i nemici.
Gli avversari possono professare le idee più diverse. Ciò che li
accomuna è il riconoscimento delle regole del gioco liberal-democratico:
cercano il consenso, accettano il pluralismo, rispettano il verdetto
delle urne e i limiti imposti dallo Stato di diritto.
I nemici, invece, considerano la democrazia un semplice strumento.
Partecipano al gioco finché conviene; una volta conquistato il potere,
cambiano le regole, eliminano gli avversari e sopprimono proprio quelle
libertà che hanno consentito loro di vincere. In Italia, l’evoluzione
del Movimento Sociale Italiano e delle sue successive trasformazioni è
stata interpretata da parte della scienza politica come una forma di
“integrazione passiva”: un progressivo inserimento nel sistema
democratico senza una piena elaborazione critica dell’esperienza
fascista.

La storia europea del Novecento lo dimostra con impressionante
chiarezza. Per questo le democrazie liberali hanno sempre previsto
strumenti di autodifesa. La Costituzione italiana vieta la
ricostituzione del partito fascista. La Germania può dichiarare
incostituzionali i partiti che attentano all’ordine democratico e
liberale. Non è una contraddizione del liberalismo. È una delle
condizioni della sua sopravvivenza. Nessun ordinamento giuridico
riconosce il diritto di distruggere se stesso. La democrazia liberale
non fa eccezione.
Karl Popper lo spiegò con una formula divenuta celebre: una
tolleranza illimitata conduce alla scomparsa della tolleranza stessa. Se
una società tollera senza limiti chi vuole distruggerla, finirà
inevitabilmente per essere distrutta.
È il cosiddetto “paradosso della tolleranza”. Ma, a ben vedere, non c’è alcun paradosso. È semplice buon senso politico.
Quando Alessandro Giuli afferma che la cultura deve essere aperta a
tutti, enuncia un principio in sé condivisibile. Ma una manifestazione
culturale non è una piazza pubblica né un servizio universale. È il
frutto della libera iniziativa di soggetti privati che perseguono un
determinato progetto culturale. Anche questa è libertà. Pretendere che
qualsiasi organizzazione debba ospitare chiunque significherebbe negare
proprio quella libertà di associazione che il liberalismo tutela.
Quanto alla politica, nessuno mette in discussione il principio
secondo cui le competizioni elettorali debbano essere aperte. Ma questo
principio non può trasformarsi nel diritto di utilizzare le istituzioni
democratiche per demolire la democrazia stessa.
I nemici del liberalismo conoscono bene questa obiezione. Per questo
insistono da oltre due secoli sulla medesima accusa: se escludete
qualcuno, siete voi gli illiberali.
È vero il contrario. Una democrazia liberale che rinunciasse a
difendersi, in nome di una neutralità assoluta, cesserebbe presto di
essere liberale. Diventerebbe soltanto una società disarmata.
La democrazia liberale non è un patto suicida. Non è tenuta a
consegnare le chiavi di casa a chi è venuto per incendiarla. Difendere
la libertà non significa spalancare la porta ai suoi nemici; significa
impedire che siano loro, un giorno, a chiuderla dall’interno.
Carlo Gambescia