Se per difendere il liberalismo bisogna chiamare Slavoj Žižek, il problema non è Žižek. È il liberalismo.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore – e anche un po’ comico, anzi diciamo tragicomico – nel fatto che a difendere l’Europa liberale venga invitato proprio lui. Non un liberale, non un costituzionalista, non un economista delle istituzioni. Ma un filosofo che da trent’anni vive di paradossi, catastrofi annunciate e scorciatoie teoriche, e che ha sempre designato nel liberalismo il nemico principale. Se questa è la linea di difesa, viene il sospetto che il paziente non stia benissimo.
Lungi dall’essere banale, la Lectio Magistralis romana di Žižek è stata ospitata dal Comune di Roma e organizzata dal Berggruen Institute Europe, fondazione internazionale dedicata allo studio delle istituzioni democratiche e alla promozione della riflessione critica sulle sfide globali contemporanee.
Anzi, proprio perché interessante, merita di essere presa sul serio. Non per quello che propone – perché lì iniziano i guai – ma per quello che rivela: lo stato di confusione della cultura politica europea, e in particolare di quella che ancora si ostina a dirsi “liberale” – un liberalismo di sinistra, dolciastro, come contraltare a quello di destra, amarissimo, in fuga verso Trump – senza avere più chiaro cosa significhi.
Si rifletta. Il fatto che la Lectio si sia tenuta al Campidoglio,
con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri a fare gli onori di casa, è
emblematico. È come se si fosse voluto creare un ponte ideale tra un
establishment politico in cerca di legittimazione, oscillante tra
liberalismo e populismo, una importante istituzione internazionale, e un
pensatore che di quel liberalismo è sempre stato un critico severo. Che
dire? Operazione Žižek. E non in positivo (contrariamente alle finalità dei promotori). Insomma, non solo un ospite prestigioso, ma quasi un simbolo delle
contraddizioni stesse di chi tenta di difendere un progetto politico in
confusione.
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Žižek parte da una constatazione che suona familiare: siamo in una crisi
sistemica. L’eco di Antonio Gramsci è evidente: il vecchio muore, il
nuovo non nasce. Ma, fedele al suo stile, rilancia: non siamo in un
interregno, siamo su un treno che corre verso la catastrofe. Ecologica,
tecnologica, militare. A questo punto tira fuori Walter Benjamin e la
sua immagine del freno d’emergenza: la rivoluzione non come progresso,
ma come tentativo disperato di fermare il disastro.
Fin qui, puro Žižek, vino intellettuale di annata. Il problema nasce quando dalla diagnosi si passa alla terapia. Perché lì il discorso si inceppa e comincia a oscillare tra apocalisse e messianismo.
Da un lato, Žižek descrive un mondo in dissoluzione, immagine condivisibile: Donald Trump come incarnazione di una barbarie populista che trasforma la politica in godimento brutale; Vladimir Putin come profeta di un autoritarismo che nega l’Illuminismo; Israele e Iran come attori di una deriva che cancella ogni residuo di diritto internazionale. Dall’altro lato, individua nell’Europa l’unico possibile argine: l’ultimo spazio capace di pensare l’universalismo, la solidarietà, una forma di politica che non sia pura forza.
Ed ecco il primo paradosso. L’Europa che Žižek difende non è quella reale – quella delle istituzioni, dei compromessi, dei vincoli – ma un’Europa ideale, quasi platonica. Un simbolo più che un sistema politico reale. Il che, detto senza giri di parole, è una posizione comoda: se la realtà fallisce, si assolve l’idea. Un po’ come per il comunismo. Punto sul quale egli tornerà nelle conclusioni della Lectio.
Ma il problema vero è un altro. Žižek denuncia la fine del diritto internazionale, lo dichiara esplicitamente svuotato di efficacia. Poi, poche righe dopo, propone di arrestare leader globali e portarli davanti a un tribunale internazionale. Qui il corto circuito è evidente: se il diritto internazionale è morto, chi giudica? Con quale autorità? In nome di cosa?
È il riflesso tipico di una certa teoria critica, dalla Scuola di Francoforte in poi (ma si potrebbe risalire a Marx, Nietzsche e Freud, la cosiddetta scuola del sospetto): smontare le condizioni di possibilità di un ordine e, nello stesso tempo, pretendere di usarne gli strumenti. Come dire: la legge non esiste più, applichiamo la legge. È brillante, ma non regge. Anche Lenin, in fondo, non dichiarò finemente di volere impiccare i borghesi alle loro budella? Lenin, altra passione di Žižek.
La stessa ambiguità emerge quando Žižek parla dei nuovi “predatori”, figure che ricordano quelle descritte da Giuliano da Empoli (da lui citato). Leader che violano le regole per ottenere risultati. A suo avviso il caso di Nayib Bukele è emblematico: presidente del Salvador, Bukele ottiene risultati concreti nella riduzione della criminalità e nella sicurezza pubblica, ma lo fa sospendendo liberamente le regole liberaldemocratiche: arresti di massa, stato di eccezione permanente, concentrazione dei poteri.
Žižek sembra criticarlo, ma al tempo stesso lo giustifica. Dice, in sostanza: fa ciò che è necessario. In sintesi, pare di capire, esisterebbe una inevitabile deriva liberale incarnata da leader predatori come Bukele. Il lettore, però, si appunti il concetto: i leader predatori fanno ciò che è necessario. Siamo davanti a una specie di logica inevitabile delle cose.
Ed è qui che il discorso scivola su un terreno che un liberale non può accettare. Perché non siamo più alla denuncia delle degenerazioni del potere, ma alla loro normalizzazione. Il punto non è se questi leader funzionano. È che funzionano proprio perché ignorano, e in modo inevitabile, i limiti. E il liberalismo nasce esattamente per porre quei limiti, non per sospenderli quando diventano scomodi.
Ma non è tutto. Dopo aver criticato il mercato globale e denunciato la deriva autoritaria, come pure l’incapacità delle democrazie di coordinarsi, Žižek lascia cadere la parola inevitabile: comunismo. Non come modello, ma come orizzonte. È una conclusione coerente con il suo percorso, ma politicamente evanescente. Nessuna istituzione, nessun meccanismo, nessuna garanzia: solo una necessità morale. Che però tiene a galla – almeno questa è la nostra interpretazione – grazie alla stessa inevitabilità che produce il leader predatore, però questa volta a fin di bene.
Ecco l’elemento leninista del pensiero di Žižek. Nonostante la critica dell’ideologia – suo cavallo di battaglia da sempre – sul comunismo chiude un occhio: tanto peggio per i fatti… E per quale ragione? Perché è inevitabile. Žižek, ateo di fede… Come Bloch, il filosofo tedesco dell’utopia e della speranza messianica? Forse.
Ma torniamo all’“operazione Žižek”. Siamo davanti a un sintomo. Ci spieghiamo meglio: non si tratta tanto di un discorso sull’Europa, quanto di una cultura in crisi di identità, quella liberale europea, non ipnotizzata da Trump, che però, non riuscendo più a difendere se stessa con i propri strumenti, si affida a chi quei strumenti li ha sempre guardati con sospetto. Si invita un critico del liberalismo a salvare il liberalismo: Žižek. Come chiamare un piromane a spiegare l’uso dell’estintore.
Il risultato è inevitabile. Žižek difende l’Europa, sì. Difende l’Ucraina, senza ambiguità, e questo va riconosciuto. Denuncia le ipocrisie dell’Occidente e le derive autoritarie degli altri blocchi. Ma lo fa usando categorie che finiscono per svuotare ciò che pretende di salvare: universalismo senza istituzioni, decisione senza limiti, critica del mercato senza alternative praticabili. Una difesa che erode le fondamenta.
Il problema, però, non è Žižek. Fa il suo mestiere, e lo fa abbastanza bene. Il problema è chi lo ascolta come se fosse una bussola. Perché Žižek non è una bussola. È un sismografo: registra le scosse, amplifica le contraddizioni, rende visibile ciò che non funziona. Ma non indica la direzione. O se la indica va nella direzione opposta di quella liberale.
E una cultura liberale che scambia il rumore della crisi per una teoria della soluzione è, semplicemente, una cultura che ha smesso di pensarsi.
Carlo Gambescia
(*) Qui il disocorso integrale: https://kritica.it/tutti-gli-articoli/slavoj-zizek-e-leuropa-da-difendere-nonostante-le-sue-miserie/ .














































