Ogni volta che accade un fatto traumatico — un attentato, una
sparatoria, un evento politico improvviso — il complotto arriva prima
dei fatti. Non dopo: prima.
È successo ancora con l’ultimo episodio che ha coinvolto Donald
Trump: nel giro di poche ore, mentre ancora si cercava di ricostruire
l’accaduto, lo spazio pubblico era già saturo di teorie, sospetti, regie
occulte, ricostruzioni alternative. Il fatto non era ancora chiarito,
ma era già stato narrativamente sequestrato. È il segno del nostro
tempo: il complotto è diventato la forma più rapida di consumo politico
della realtà. Regna il sospetto assoluto su tutto e tutti.
Viviamo, come spesso si legge, nell’epoca della post-verità, cioè in
una fase in cui la distinzione tra fatti e interpretazioni tende a
indebolirsi, e la percezione conta spesso più della verifica. In questo
contesto, non è tanto la verità a sparire, quanto la sua capacità di
orientare il dibattito pubblico, sostituita da narrazioni concorrenti
che si affermano per forza emotiva più che per evidenza.
Ma proprio qui serve una distinzione. E distinguere, oggi, è già una forma di igiene intellettuale.Perché non tutto ciò che è occulto è complotto. Esiste una differenza decisiva tra congiura e complotto.
La congiura appartiene alla storia; il complotto appartiene
all’interpretazione totale della storia. La congiura è un fatto
delimitato: attori identificabili, obiettivi concreti, interessi
specifici, tempi circoscritti. Può essere ricostruita, documentata,
smentita o confermata. È un oggetto dell’indagine storica. La storia
politica ne è piena: dalla Congiura dei Pazzi (1478) alla Congiura delle
polveri da sparo (1605), fino alle molte zone opache della
contemporaneità.
Il complotto, invece, è altro. Non è la spiegazione di un evento
particolare. È una chiave universale di lettura della realtà. Non spiega
un fatto: tende a spiegare tutto.
La differenza è netta: la congiura parte dai fatti e cerca
connessioni; il complotto parte dalla conclusione e seleziona i fatti.
Nel primo caso si indaga, nel secondo si crede. La congiura è un oggetto
della storia. Il complotto è una filosofia della storia.
È una distinzione fondamentale, perché ci evita un errore simmetrico:
pensare che riconoscere l’esistenza delle congiure significhi
legittimare il complottismo. Non è così.
La storia è piena di congiure reali, di depistaggi, di apparati
paralleli, di conflitti sotterranei. Ed è proprio questo il problema: il
complottismo moderno si nutre di questa verità parziale. Prende un
episodio reale e lo trasforma in paradigma universale. Se una volta c’è
stato un depistaggio, allora tutto è depistaggio; se una volta c’è stata
una manipolazione, allora tutto è manipolazione.
È il salto dalla storia alla superstizione politica.
Per essere ancora più chiari: la congiura è noiosa; il complotto è
una tentazione paranoica, una psicologia deviata del sospetto. Non nasce
dal nulla: ha una parentela culturale con quella che Paul Ricœur ha
chiamato “ermeneutica del sospetto”, sviluppata da Karl Marx, Friedrich
Nietzsche e Sigmund Freud. Ma dove loro smascheravano strutture e
meccanismi profondi della realtà, il complottismo immagina sempre e solo
burattinai.
Da questo punto di vista, è interessante il recente libro di Marcello
Veneziani su Marx e Freud. Non è tanto Marx o Freud a essere
“rispolverati”, quanto l’idea che bastino pochi grandi nomi per ordinare
la complessità del reale: una scorciatoia interpretativa che il
complottismo conosce bene, anche quando si presenta in forme semicolte.
Anche il recente lavoro di Aldo Giannuli sul dopoguerra italiano si
inserisce in questa stessa tensione. Va detto con chiarezza: non siamo suoi ammiratori, soprattutto perché in non poche opere ha talvolta
mostrato una certa inclinazione a trasformare il particolare in sistema e
la trama in paradigma generale. Ma il punto non è personale: è
metodologico.
Che nel dopoguerra italiano vi siano state zone opache, apparati
informali e conflitti sotterranei è materia storica. Che da questo si
possa dedurre una teoria generale del potere occulto è un’altra cosa,
come spesso capita a Giannuli, quando teorizzza sulla bontà della sua “metodologia
globale”… Così chiama il complottismo...
Ricapitolando: che le congiure esistano è un fatto storico. Che tutto sia complotto è una superstizione politica.
Il problema del complottismo contemporaneo non è il dubbio ma il
sospetto. Per capirsi: il dubbio è una postura metodica, si muove
dentro le prove, le verifica e accetta anche di essere smentito.
Il sospetto, invece, tende a chiudersi su sé stesso: trasforma ogni
elemento in conferma di una tesi già data. Nel primo caso si cerca la
verità; nel secondo si costruisce un sistema che si autoalimenta.
Il sospetto è una funzione insana dell’intelligenza critica. Il
problema è l’assolutizzazione del dubbio in sospetto permanente: il
momento in cui il dubbio smette di essere metodo e diventa sistema. A
quel punto, per dirne una, George Washington e Hitler finiscono sullo
stesso piano, perché tutto viene ricondotto a un’unica grammatica del
potere occulto e della manipolazione universale. E questo non è realismo
politico, ma irrealismo, ammantato di realismo. Che con la metapolitica
della regolarità non ha nulla a che vedere. Ma questa – una pena al
giorno… – è un’altra storia.
Ma c’è un passaggio ulteriore: il complottismo non è solo una teoria
del sospetto, è anche una forma di catastrofismo permanente, una sorta
di depressione storiografica. Il mondo viene letto come un processo di
decadenza continua, dove ogni evento conferma un peggioramento
irreversibile e ogni istituzione è già, in partenza, corrotta o
svuotata. Non c’è sviluppo, non c’è contingenza, non c’è ambiguità: solo
un presente degradato che scivola inevitabilmente verso un esito già
scritto.
La dimensione è cruciale perché spiega anche la sua forza emotiva: il
complottismo non offre solo una spiegazione del mondo, ma una
narrazione della sua rovina. E in questo senso è una forma di
consolazione negativa: non promette salvezza, ma conferma il sospetto
che la salvezza non sia mai stata possibile.
Ed è qui che il liberalismo mostra la sua distanza più profonda dal complottismo.
Perché il liberalismo non è solo una teoria del governo o
dell’economia, ma anche una teoria implicita della storia: rifiuta
l’idea di un senso unico e discendente degli eventi, così come rifiuta
l’idea di un centro occulto che li governi tutti. La realtà, per la
tradizione liberale, è pluralità di cause, conflitto di interessi,
intreccio di intenzioni e conseguenze non previste. Di qui anche il suo
rifiuto di ogni forma di catastrofismo depressivo.
Da Adam Smith a Friedrich Hayek, fino a Karl Popper, l’idea centrale è
che l’ordine sociale non è il prodotto di una regia, ma di processi
distribuiti e spesso non intenzionali. È proprio questa dispersione
delle cause a rendere il mondo comprensibile senza ridurlo a un unico
schema interpretativo sulla scia di una specie di “soluzione finale”,
proprio di tipo catastrofista.
Il complottismo, al contrario, ha bisogno di una storia compatta,
coerente e chiusa. E quando questa coerenza diventa assoluta, scivola
nella doppia deriva dell’iper-interpretazione del presente e del
catastrofismo strutturale: una depressione storiografica per cui il
mondo non è complesso, ma irrimediabilmente degradato.
Il liberalismo, invece, rifiuta entrambe le tentazioni: sia quella
del controllo totale, sia quella della rovina inevitabile. Il liberale
non ha tempo per deprimersi. Certo la vita è quel che è. Però,
bisogna andare avanti. E questo non perché il liberale sia vittima
di ingenuo ottimismo, ma perché assume un dato di realismo
fondamentale: la storia non ha un centro unico e non ha nemmeno una
direzione obbligata. Nel bene come nel male.
Ed è proprio questa apertura — imperfetta, instabile, ma non
paranoica — a costituire la vera alternativa culturale al complottismo.
Se il complotto è una spiegazione totale e chiusa, il liberalismo è il
riconoscimento di una complessità senza regista. E forse, come detto, è proprio
questa, oggi, la forma più difficile ma anche più necessaria di lucidità
intellettuale.
Del resto il complottista crede di combattere il potere, ma finisce
spesso per attribuirgli una forma ancora più compatta, coerente e
onnipotente di quanto non sia nella realtà.
In nome della lotta contro il Leviatano, finisce per costruirne uno
ancora più ferreo: invisibile, totale, e dunque impossibile da limitare,
come invece sostiene, e giustamente, il liberalismo.
Carlo Gambescia