Il mondo dello spettacolo, diciamo dalla nascita di Hollywood in poi, è probabilmente uno dei più competitivi. Una canzone di Morandi, forse presentata a un Sanremo di quarant’anni fa, evoca, a questo proposito: “uno su mille ce la fa”.
Luigi Tenco ce l’aveva fatta, ma non resse psicologicamente lo stress da festival, che voleva vincere; era anarchico solo al cinema. Nel suo biglietto d’addio se la prese, anche giustamente, come tutti i professori giacobini, con il popolo italiano (perché fu escluso dalla giuria popolare), che mandava in finale “Io tu e le rose” e non il suo pezzo, cantato in coppia con Dalida, altra vittima, di lì a qualche anno, della sua fragile natura.
Parliamo di fragilità: quella sensibilità estrema allo stress e alla pressione sociale che alcune persone non riescono a sostenere. Luigi Tenco, come Dalida, pagò questo prezzo, trasformando la propria sofferenza in un gesto estremo e simbolico, un “suicidio altruistico” alla Durkheim, che denuncia un sistema competitivo che premia il talento ma non protegge – si dice – chi lo possiede.
Competitivo. Il punto merita un approfondimento. Nel trattato di un grande sociologo ed economista tedesco, Leopold von Wiese, sono studiate in dettaglio tutte le forme di interazione umana. Dalla sua lettura si intuisce che tra le forme di interazione non cooperative la competizione, in particolare se ricondotta nell’alveo della concorrenza economica, è la meno pericolosa rispetto al conflitto e alla guerra.
Il caso Tenco però ci ricorda come anche una forma di interazione relativamente non distruttiva quale la competizione possa produrre effetti psicologicamente devastanti su soggetti fragili, senza per questo trasformarsi in conflitto aperto.
Ammesso questo, va però nuovamente sottolineato che la competizione, che come visto può essere di ogni tipo, quindi anche canora, con risvolti economici, è una delle forme meno pericolose dell’interazione umana e soprattutto esclude la guerra, che viene ritenuta dagli attori sociali in gioco antieconomica.
Nel 1914 i capitalisti anatemizzati da Lenin temevano la guerra perché avrebbe danneggiato gli affari. Stessa cosa nel 1940, a parte, come nel 1914, i fabbricanti di cannoni, che tuttavia non si sentivano tranquilli, perché la guerra colpiva la diversificazione dei profitti e quindi degli investimenti.
La competizione sul mercato negli ottant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, grazie anche all’intelligenza di molti presidenti americani, ha garantito la pace, nel senso di evitare le due carneficine del 1914 e del 1939.
Quando invece la competizione economica viene delegittimata o compressa in nome di logiche politiche e identitarie, riemerge la tentazione della guerra come strumento di regolazione dei rapporti internazionali.
Con Donald Trump stiamo tornando al 1914. Ma questa è un’altra storia. Una pena al giorno.
Si consideri pure — cosa oggi non sempre sottolineata — che le nostre sono società di massa. E quindi i messaggi sono semplificati. Il che, per tornare a Tenco, potrebbe spiegare la vittoria di “Io tu e le rose” rispetto a un testo più impegnativo come “Ciao amore ciao”. Inoltre il lieto fine – vero cuore delle semplficazione – appaga maggiormente la gente comune. Diciamo il palato grosso.
A tutto questo viene attribuito un valore oppiaceo e demoniaco dai nemici della concorrenza: fascisti, comunisti, anarchici, fondamentalisti di ogni genere, anche di tipo religioso, sempre lì a evocare quel versetto messianico di Isaia secondo cui un giorno “il lupo dimorerà con l’agnello” e “il leopardo si sdraierà accanto al capretto”. Sono le stesse anime belle che, in odio al concetto di competizione, hanno però sposato quello di guerra imperialista e di guerra di classe.
Sappiamo benissimo che quando si parla di competizione e concorrenza economica c’è sempre chi alza la manina per dire: “concorrenza sì, ma leale”. Purtroppo gli uomini sono fallibili, imperfetti, non sempre si può contare sulla loro lealtà. Però una cosa è sicura: il mercato è progresso, la guerra no.
Va anche detto che con troppe regole quella meravigliosa macchina chiamata rivoluzione industriale — che per la prima volta nella storia riuscì in ciò che non erano riuscite le società precedenti, ossia far sì che vi fosse cibo per una popolazione crescente — non vi sarebbe mai stata. E per fortuna, nonostante i nemici della società aperta e i tecnofobici, non ha ancora mollato.
È proprio per questo che la competizione, pur stressante e talvolta crudele sul piano individuale, rimane strutturalmente preferibile alla guerra: seleziona senza distruggere, esclude senza annientare.
Pertanto, ecco il punto: competizione e concorrenza sono sempre preferibili alla guerra.
Un Tenco val ben la pace.
Carlo Gambescia











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