La storia raramente si ripete. Ma certe configurazioni ritornano. E quando riguardano la guerra suonano inquietanti. Il sistema internazionale di oggi presenta più di una somiglianza con quello che precedette la Prima guerra mondiale: una molteplicità di crisi regionali, rivalità tra grandi potenze, alleanze sempre più fluide, una crescente disponibilità a usare la forza come strumento ordinario della politica.
Il Medio Oriente faceva parte da anni di questo contesto già altamente instabile. Nelle ultime settimane, però, si è prodotto un salto di qualità: gli Stati Uniti guidati da Donald Trump sono entrati direttamente nel confronto con l’Iran, partecipando a una vasta offensiva militare contro il suo apparato strategico. Non siamo più di fronte soltanto a tensioni regionali o a guerre per procura. Una grande potenza militare è intervenuta apertamente, con attacchi su larga scala. È proprio questo tipo di dinamica — escalation locale che coinvolge progressivamente attori sempre più grandi — che nella storia ha spesso trasformato crisi regionali in crisi generali.
Naturalmente la storia non funziona per automatismi. Nessuno può dire se questa crisi porterà davvero a uno scontro più ampio. Per questo è giusto parlare di “momento 1914”: qualcosa, insomma, di non definitivo.
Tuttavia è difficile non vedere come il quadro generale stia cambiando. Negli ultimi trent’anni l’Occidente aveva coltivato una grande illusione: che la globalizzazione economica, il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali potessero progressivamente ridurre il ruolo della forza nelle relazioni tra gli Stati. Si può perciò parlare di un predominio di forze centripete: economiche, di integrazione, di pace. Oggi quella stagione appare chiaramente conclusa. Dalla guerra in Ucraina alle tensioni nel Pacifico, passando per il Medio Oriente, gli equilibri globali sono tornati a essere determinati in larga misura dal rapporto tra potenza militare, interessi strategici e capacità di deterrenza. Si è aperta una fase centrifuga, fatta di guerre potenziali pronte a trasformarsi in guerre reali.
In termini metapolitici si potrebbe dire che i sistemi politici oscillano sempre tra due dinamiche opposte. Da un lato agiscono forze centripete, che tendono a integrare gli spazi politici, a stabilizzare gli equilibri e a rafforzare le istituzioni comuni, soprattutto in chiave economica. Dall’altro emergono forze centrifughe, che spingono verso la frammentazione, la competizione tra potenze e il ritorno della logica della forza. Quando prevalgono le prime si consolidano ordini relativamente stabili; quando prendono il sopravvento le seconde, il sistema internazionale entra in una fase di turbolenza e di conflitto.
Se si guarda alla storia degli ultimi due secoli, il sistema internazionale sembra oscillare tra fasi diverse. Dopo il 1815, con la fine delle guerre napoleoniche e l’avvio del cosiddetto “concerto europeo”, il continente conobbe per quasi un secolo un equilibrio relativamente stabile, fondato sul bilanciamento tra le potenze e su una crescente integrazione economica. Era una fase in cui prevalevano dinamiche centripete. All’inizio del Novecento, però, nazionalismi, rivalità imperiali e crisi regionali riportarono in primo piano le forze centrifughe, fino all’esplosione della guerra nel 1914 e alla lunga stagione dei conflitti mondiali, conclusasi solo nel 1945.
Nel secondo dopoguerra si affermò nuovamente una logica più centripeta: la costruzione delle istituzioni internazionali, l’alleanza occidentale e, soprattutto, il processo di integrazione europea. Con la fine della Guerra fredda nel 1991 questa tendenza sembrò rafforzarsi ulteriormente grazie al riavvio della globalizzazione economica. Oggi, tuttavia, molti segnali indicano un nuovo spostamento dell’equilibrio: la competizione tra grandi potenze, le guerre regionali e il ritorno della politica di potenza suggeriscono che le dinamiche centrifughe stiano nuovamente guadagnando terreno.
Ripetiamo: siamo dinanzi a una precisa regolarità metapolitica, quella tra forze centrifughe e centripete (*). È proprio questo tipo di dinamica — escalation locale che coinvolge progressivamente attori sempre più grandi — che nella storia ha spesso trasformato crisi regionali in crisi generali.
Il meccanismo è antico. Lo si può intravedere già nelle tensioni che precedettero la prima guerra punica, quando rivalità locali finirono per trascinare potenze sempre più grandi nel conflitto. Lo stesso accadde nel mondo greco, dove la divisione ideologica tra polis aristocratiche e democratiche produceva frequenti richieste di aiuto e interventi a catena. Anche la storia cinese offre esempi analoghi: un immenso spazio politico spesso diviso tra più regni, attraversato da guerre ricorrenti e da invasioni provenienti dal nord. In contesti diversi, la logica è sempre simile: crisi locali che, per effetto delle alleanze e delle rivalità, finiscono per allargarsi fino a coinvolgere interi sistemi politici.
Come detto, la lunga stagione della globalizzazione — che, più in generale, si può far risalire alla nascita e allo sviluppo del capitalismo — ha rappresentato nel secondo dopoguerra, in larga parte e al netto della Guerra fredda, una fase dominata da dinamiche centripete: integrazione economica, crescita degli scambi, rafforzamento delle organizzazioni internazionali e, negli anni Sessanta, avvio della “distensione” politica tra i grandi blocchi.
Oggi, invece, stiamo assistendo al ritorno di potenti spinte centrifughe. Le grandi potenze ragionano di nuovo in termini di sicurezza strategica, sfere di influenza e confronto militare. Il mondo multipolare, così spesso celebrato dalle destre ipnotizzate da una geopolitica di chiaro stampo totalitario, è un artificio retorico che minaccia la pace mondiale. Delle due l’una: o coloro che lo sostengono agiscono in cattiva fede, e allora sono mascalzoni, oppure lo fanno in buona fede, e allora sono imbecilli.
Il ritorno di Donald Trump, leader “centrifugo”, alla guida degli Stati Uniti accentua ulteriormente questa tendenza. Trump, dopo più di duecento anni di stabilità culturale nel rapporto tra Europa e Stati Uniti, non concepisce l’Occidente come una comunità politica fondata su valori condivisi e su un ordine internazionale stabile. La sua visione è molto più semplice e diretta: le relazioni tra gli Stati sono rapporti di forza e le alleanze strumenti da utilizzare quando conviene. In questa prospettiva anche il legame transatlantico perde parte della sua dimensione storica e diventa, almeno in parte, una relazione negoziabile.
Per l’Europa questo mutamento rappresenta un problema enorme. L’Unione Europea resta una grande potenza economica — centripeta — ma continua a essere un attore geopolitico incompleto, attraversato da tendenze centrifughe. Non dispone di una politica estera realmente unitaria né di una capacità militare autonoma paragonabile a quella delle grandi potenze. In un mondo che torna a essere regolato dalla competizione strategica, questa debolezza strutturale diventa sempre più evidente. L’Europa è una forza di integrazione economica, ma fatica a trasformarsi in una potenza politica capace di agire nello spazio internazionale come forza di pace.
Dentro questo quadro si colloca anche la politica estera del governo guidato da Giorgia Meloni. La linea ufficiale è quella dell’atlantismo economico e della fedeltà alle alleanze occidentali (forze centripete). Ma nella pratica emerge spesso una certa oscillazione tra la necessità di restare pienamente dentro il sistema occidentale e la tentazione di una retorica sovranista nei confronti dell’Europa (forze centrifughe). Il risultato è una politica estera che appare talvolta più reattiva che strategica: attenta a non rompere gli equilibri esistenti, ma priva di una visione autonoma del ruolo che l’Italia — e, in primo luogo, l’Europa — dovrebbe giocare in un sistema internazionale sempre più turbolento. Non basta barricarsi in casa.
In parte si tratta di un limite strutturale. L’Italia difficilmente può permettersi una linea completamente indipendente. Ma proprio per questo la definizione di una strategia europea più coerente diventa essenziale. Senza un rafforzamento politico e strategico dell’Europa, in chiave centripeta, come forza di pace — nel senso di una difesa dei valori liberali di pace, commercio e integrazione economica mondiale — i singoli Stati membri rischiano di trovarsi sempre più esposti alle pressioni centrifughe delle grandi potenze.
Se la destra di governo si muove con cautela e incertezza, l’opposizione non appare più convincente. Una parte significativa della sinistra reagisce alle crisi internazionali con un pacifismo prevalentemente sentimentale, se si vuole dichiarativo: grandi dichiarazioni, appelli al cessate il fuoco, richiami al dialogo, invocazioni al diritto internazionale. Posizioni moralmente comprensibili, persino nobili, ma spesso prive di una reale analisi dei rapporti di forza che regolano la politica mondiale. Il sistema internazionale non funziona sulla base delle buone intenzioni. Le guerre non scoppiano perché mancano gli appelli alla pace, ma perché entrano in collisione interessi strategici, percezioni di sicurezza e ambizioni di potenza: le cosiddette forze centrifughe.
Per contro, l’integrazione economica, lungo un percorso scalare — dal micro al macro — può assicurare, per così dire, una “pace centripeta”, che non durerà in eterno, ma che per un certo tempo può durare. Il che significa che i sovranismi, in quanto centrifughi, portano solo alla guerra. Perciò non si può essere sovranisti ed evocare la pace, come pure anticapitalisti — quindi contro la globalizzazione — e dichiararsi pacifisti. Il capitalismo è la pace, il nazionalismo la guerra. Non si può essere entrambe le cose insieme. Osservazione che deve valere per la sinistra come per la destra.
Per questo il riferimento al “momento 1914” non va letto come una previsione apocalittica, ma come un avvertimento storico.
All’inizio del Novecento molte élite europee erano convinte che l’interdipendenza economica e la civiltà comune del continente avrebbero reso impossibile una guerra generale. Pochi mesi dopo l’Europa precipitava, spinta da forze centrifughe, nella più grande tragedia della sua storia.
La domanda oggi non è se la storia stia per ripetersi, ma se l’Europa abbia davvero imparato dall’esperienza del 1914. In un mondo in cui le forze centrifughe ritornano a dominare gli equilibri internazionali, il rischio è che la fragilità del continente renda vani i benefici della sua forza economica. La responsabilità dell’Europa è chiara: rafforzare le sue capacità di pace, integrare le politiche comuni e trasformare la sua influenza economica in reale stabilità politica, prima che le tensioni globali la travolgano.
Carlo Gambescia
(*) Rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 voll.









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