mercoledì 22 luglio 2026

Violenza. L’universalismo selettivo di Giorgia Meloni

 


Ci sono principi che valgono sempre. E ci sono principi che valgono soltanto quando convengono.

La dichiarazione con la quale Giorgia Meloni ha preso le distanze dal video di matrice vannacciana realizzato con l’intelligenza artificiale appartiene, purtroppo, alla seconda categoria.

Giorgia Meloni afferma che la violenza, in qualunque forma si manifesti, debba essere sempre respinta. Un’affermazione condivisibile. Anzi, uno dei cardini della cultura liberale. La politica deve misurarsi con le idee, con il consenso e con il voto, non con l’intimidazione, l’odio o la demonizzazione dell’avversario.


Il problema è che quel “sempre” dura appena poche righe.

Dopo  aver preso le distanze dal video, Meloni sposta infatti il bersaglio polemico sulla sinistra e su quanti chiedono di accertare eventuali responsabilità delle forze dell’ordine. La condanna della violenza diventa così il preludio di un’accusa politica. Non un principio universale, ma un’arma dialettica.

 


È una tecnica retorica ben nota: si parte da una premessa difficilmente contestabile per arrivare a una conclusione di parte.

Naturalmente, nessuno può negare quanto accaduto a Bologna. Se manifestanti hanno aggredito agenti di polizia, devastato beni pubblici o trasformato una protesta in guerriglia urbana, dovranno risponderne davanti alla legge. In uno Stato di diritto la violenza politica non cambia natura a seconda del colore ideologico di chi la esercita.

Ma proprio perché siamo in uno Stato di diritto, lo stesso principio deve valere anche per chi detiene il monopolio legittimo della forza.

 

 


Quando emergono dubbi sull’operato delle forze dell’ordine, chiedere un accertamento rigoroso dei fatti non significa delegittimare la polizia. Significa, al contrario, prendere sul serio il principio secondo cui nessun potere, nemmeno quello esercitato in uniforme, può sottrarsi al controllo della legge. La forza pubblica trae la propria legittimazione proprio dal fatto di essere sottoposta alla legge e al giudizio della magistratura.

Eppure è proprio qui che il ragionamento della premier mostra la sua natura selettiva. Ogni critica agli apparati dello Stato viene facilmente assimilata a una delegittimazione delle forze dell’ordine, quasi che domandare trasparenza equivalga a schierarsi con i violenti.

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione.

Gli incidenti di Bologna sono stati rapidamente trasformati in un processo politico al sindaco Matteo Lepore. Dalla responsabilità penale dei singoli si è passati quasi automaticamente alla responsabilità politica dell’amministrazione cittadina. È un meccanismo ormai ricorrente: il reato individuale diventa il sintomo di una presunta complicità ideologica della sinistra. Non si discutono soltanto i fatti; si costruisce un capo d’imputazione politico.

 


La cronaca diventa metapolitica. L’episodio serve a consolidare l’immagine del nemico. Il sindaco non è più soltanto un amministratore chiamato a gestire una situazione complessa: diventa il simbolo di una cultura politica ritenuta indulgente verso il disordine. È il passaggio dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva.

Le contraddizioni, però, non finiscono qui.

Negli ultimi anni la destra ha costruito una parte rilevante della propria identità sulla sicurezza: decreti sicurezza, inasprimenti di pena, retorica dell’emergenza, continua evocazione del nemico interno. Una cultura politica che tende a privilegiare la neutralizzazione del conflitto rispetto alla sua regolazione giuridica.

Nello stesso tempo, quando Mario Roggero, il gioielliere che uccise due rapinatori in fuga, è stato trasformato da una parte della destra in un simbolo della “gente perbene”, non si è levato con la stessa forza il richiamo al principio fondamentale dello Stato di diritto: nessuno può amministrare da sé la giustizia. 

 


Così come, nei casi più controversi riguardanti l’uso della forza pubblica, il riflesso del governo è stato quasi sempre quello della difesa preventiva degli apparati, accompagnata dall’accusa di voler delegittimare la polizia.

È qui che l’universalismo proclamato dalla premier si incrina nuovamente.

La violenza sembra essere davvero intollerabile quando proviene dagli avversari politici. Diventa invece un problema da contestualizzare, da ridimensionare o da tacere quando riguarda gli apparati dello Stato, i propri alleati o una narrazione politica fondata sulla sicurezza.

Il punto, allora, non è il video di Vannacci. La sua condanna era doverosa. Il punto è un altro.

In politica le parole contano, ma contano ancora di più i criteri con cui vengono applicate. Se un principio morale vale soltanto contro gli altri, cessa di essere un principio. Diventa propaganda.


La democrazia liberale vive di responsabilità individuali. Le democrazie illiberali, invece, tendono a ragionare per colpe collettive: il manifestante diventa “la sinistra”, il poliziotto diventa “lo Stato”, il sindaco diventa il mandante morale del disordine. È il ritorno della politica delle appartenenze assolute, nella quale il nemico non è più chi commette un illecito, ma chi appartiene al campo avversario.

Lo Stato di diritto non si difende chiedendo fiducia incondizionata nelle istituzioni. Si difende pretendendo che chiunque eserciti il potere — un ministro, un agente di polizia o lo stesso presidente del Consiglio — accetti di essere giudicato secondo le medesime regole che pretende di imporre ai cittadini.

Perché la forza senza controllo genera arbitrio. E la legalità selettiva non è legalità: è soltanto politica travestita da principio.

Carlo Gambescia

martedì 21 luglio 2026

La guerra civile delle parole

 


Ci sono titoli che informano. E ci sono titoli che arruolano.

Quello pubblicato oggi da “La Verità” appartiene senza dubbio alla seconda categoria: “L’Italia sta con Roggero. La sinistra sta con Fakir”. E risparmio ai lettori i titoli degli altri giornali di destra, in linea, o quasi, con quello del quotidiano diretto da Belpietro.

A questo tipo di giornalismo, ma il discorso potrebbe essere esteso ai social, non interessa stabilire chi abbia ragione. Non interessa distinguere vicende profondamente diverse. Non interessa attendere il lavoro della magistratura. L’obiettivo è un altro: dividere il Paese in due campi contrapposti.

È una tecnica politica antica quanto la politica stessa. Una vera e propria regolarità metapolitica: prima si costruiscono due identità incompatibili; poi si convince ciascuna che l’altra rappresenti una minaccia esistenziale. Da quel momento ogni mediazione appare come un tradimento.

Non è più il confronto tra idee. È la sostituzione del giudizio con l’appartenenza.



Roggero e Fakir diventano così due simboli. Il primo dell’Italia che avrebbe il diritto di farsi giustizia da sé. Il secondo dell’Italia che, in linea con il romanzo criminale della destra, difenderebbe sempre e comunque il delinquente contro le forze dell’ordine.

Ma le cose non stanno così.

Si può ritenere che Mario Roggero abbia diritto a tutte le garanzie dello Stato di diritto senza trasformarlo in un eroe nazionale. E si può chiedere che sia fatta piena luce sulla morte di Abderrahim Fakir senza per questo giustificare i suoi eventuali comportamenti precedenti.

È precisamente questa la differenza tra una democrazia liberale e una democrazia plebiscitaria.

Verso la quale, purtroppo, ci stiamo incamminando, un giorno dopo l’altro. Sembra di rivivere l’atmosfera dell’Europa dopo la Prima guerra mondiale, quando la politica smise progressivamente di essere competizione fra avversari per trasformarsi in lotta contro nemici. Allora vinsero i fascismi. E oggi, non solo in Italia, riemergono culture politiche che di quei fascismi conservano il culto dell’appartenenza, del nemico e della mobilitazione permanente. Una prospettiva inquietante.



Lo Stato di diritto non distribuisce assoluzioni o condanne in base alla simpatia che suscitano le persone coinvolte. Giudica i fatti. Tutti i fatti. E li giudica secondo la legge.

La nuova comunicazione populista, con un inquietante passato alle spalle (in ogni fascismo c’è una forte componente populista), ha bisogno di abolire le sfumature. Ogni vicenda deve essere ridotta a uno scontro tra amici e nemici. Chi chiede prudenza diventa un complice. Chi invoca il diritto viene dipinto come un ingenuo. Chi pretende che sia un giudice, e non un titolo di giornale, a stabilire le responsabilità viene accusato di stare dalla parte sbagliata.

È un meccanismo che produce consenso nel breve periodo, ma avvelena il tessuto civile.

Perché, poco alla volta, convince i cittadini che non esistano più istituzioni comuni, bensì soltanto tifoserie contrapposte. Non esistono magistrati, ma giudici «dei nostri» o «dei loro». Non esistono poliziotti che servono la Repubblica, ma poliziotti da usare come argomento politico. Non esistono cittadini uguali davanti alla legge, ma categorie di persone cui applicare diritti diversi.



La conseguenza è una sorta di guerra civile simbolica (per ora): non si combatte con le armi, ma con le parole, con le immagini, con i titoli. Tuttavia ogni guerra civile, prima di diventare materiale, nasce quasi sempre da una progressiva disumanizzazione dell’avversario.

Per questo il problema non è soltanto un titolo di giornale. O gli spropositi dei social. Il problema è la cultura politica che quei titoli, quei post e quei commenti esprimono. Una cultura che non cerca di persuadere, ma di mobilitare; non di comprendere, ma di dividere.

I liberali dovrebbero essere i primi a respingere questa deriva, da qualunque parte provenga. Perché la libertà non muore soltanto quando lo Stato diventa autoritario. Muore anche quando una società smette di riconoscersi in un diritto comune e si divide definitivamente in tribù politiche incapaci di considerarsi ancora parte della stessa comunità civile.

Carlo Gambescia

lunedì 20 luglio 2026

Bologna e la cultura della neutralizzazione fisica

 


L’habeas corpus è uno dei grandi principi del liberalismo occidentale. Affermatosi nella tradizione costituzionale inglese per impedire gli arresti arbitrari, esso esprime un principio ancora più generale: il corpo della persona non è nella libera disponibilità del potere pubblico. 

Ogni limitazione della libertà fisica deve essere giustificata dalla legge e sottoposta al controllo del giudice. È anche alla luce di questo principio che dovrà essere valutata la morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta durante un intervento della polizia a Bologna. Secondo le prime ricostruzioni, Fakir si trovava in stato di agitazione.

Le immagini diffuse in queste ore sono impressionanti. Sembrano mostrare, da un lato, la passività degli operatori del 118 e, dall'altro, l'estrema durezza dell'intervento degli agenti di polizia. Ma in uno Stato di diritto le immagini non fanno prova: non sostituiscono né l'autopsia né il giudizio di un tribunale.

Un principio liberale impone prudenza. Chi pretende di assolvere gli agenti prima delle indagini commette lo stesso errore di chi li condanna senza attendere l’accertamento dei fatti.

E tuttavia esiste un altro piano, quello ideologico, della percezione della realtà, che si traduce in comunicazione politica, sul quale è già possibile riflettere.



Negli ultimi anni la destra italiana ha costruito una rappresentazione della società fondata sull’emergenza permanente. Immigrati irregolari, antagonisti, occupanti abusivi, ONG, magistrati, “comunisti”: il nemico cambia continuamente, ma la struttura del discorso resta identica. L’Italia viene rappresentata come una comunità assediata: dentro i puri, fuori gli impuri. Si potrebbe parlare di un manicheismo comunicativo, fondato sulle emozioni più che sul ragionamento e sull’argomentazione.

Qui l’argomento si fa interessante: quando una società si convince di vivere sotto assedio, anche l’uso della forza tende a cambiare natura.

Non è necessario arrivare al grilletto facile (anche se come mostra il caso Roggero…). Basta modificare la cultura dell’intervento.

Negli ultimi decenni, anche attraverso il cinema, le serie televisive e il dibattito sulla sicurezza, si è progressivamente diffusa un’idea dell’intervento di polizia fondata sulla neutralizzazione immediata del soggetto ritenuto pericoloso. Prima lo si domina fisicamente, poi si vedrà.



L’ICE, divenuta con Trump il simbolo della politica muscolare sull’immigrazione — altro grande Mago di Oz della comunicazione politica — è soltanto la punta dell’iceberg di una filosofia più ampia: l’ordine come controllo fisico del corpo prima ancora che come applicazione del diritto.

Una specie di biopolitica reale. Non la biopolitica teorica di Esposito o Agamben, ma la fisicità del controllo sul corpo.
Talvolta si muore perché un’immobilizzazione dura troppo, perché una tecnica viene applicata male, perché la percezione del pericolo prevale sulla tutela della persona. Sono vicende che la cronaca, in diversi Paesi, ha purtroppo documentato più volte.



Naturalmente gli agenti rispondono delle proprie azioni, non dei discorsi dei politici. Ma sarebbe altrettanto ingenuo credere che il linguaggio politico non produca effetti culturali.

Quando l’altro (il migrante, l’occupante, il volontario di una ONG, il magistrato, eccetera) viene rappresentato sempre più spesso come un potenziale nemico, quando la sicurezza diventa l’unico criterio di giudizio, quando ogni richiesta di accertamento viene bollata come ostilità verso le forze dell’ordine, allora il confine tra tutela dell’ordine e cultura della neutralizzazione fisica tende a diventare sempre più sottile, fino quasi a scomparire.


Per questo il problema non riguarda soltanto Bologna. Riguarda il modo in cui una democrazia, se autenticamente liberale, concepisce il monopolio della forza.


Lo Stato di diritto non pretende che gli agenti siano infallibili. Pretende qualcosa di molto più importante: che nessuno, nemmeno chi esercita la forza pubblica, sia sottratto al controllo della legge.

Chi difende questo principio non è contro la polizia.

È contro l’idea che la Ragion di Stato possa sostituire lo Stato di diritto.

Carlo Gambescia

domenica 19 luglio 2026

Barabba o Gesù? Roggero o lo Stato di diritto?

 



Antonio Gramsci non era certo un liberale. E tuttavia, nei Quaderni del carcere, aveva compreso un punto decisivo: nessuna forza politica può governare stabilmente limitandosi a raccogliere gli umori del momento. Deve educare, orientare, costruire consenso attorno a un’idea di ordine. Vale a dire una tradizione, nel senso metapolitico del termine.

Quando rinuncia a questa funzione dirigente e si limita ad assecondare gli istinti più immediati, finisce per indebolire proprio quell’ordine che afferma di difendere, trasformandosi in una classe dirigente destinata a tradire anche se stessa pur di conservare il potere, quindi solo dominante.

È quanto sta accadendo, a mio giudizio, con il caso Mario Roggero.

Ormai il gioielliere di Grinzane Cavour ha smesso di essere soltanto il protagonista di una vicenda giudiziaria. È diventato È diventato lo status symbol del cittadino armato che si fa giustizia da sé. Una parte della destra lo presenta come l’uomo che avrebbe fatto ciò che lo Stato non ha saputo fare: rendere giustizia.

Hans Kelsen, uno dei maggiori giuristi e politologi del Novecento, richiamava il celebre episodio evangelico nel quale la folla preferisce Barabba a Gesù, vedendovi un’efficace metafora dei limiti della decisione maggioritaria. Era, per il grande teorico della democrazia, la dimostrazione che una decisione popolare può essere profondamente ingiusta e che la maggioranza non coincide mai automaticamente con la verità. La democrazia resta il miglior metodo politico conosciuto, ma non è una macchina che produce infallibilmente giustizia.



Oggi la domanda che la destra sembra porre è questa: Roggero o lo Stato di diritto? Chi sceglie Roggero sceglie la giustizia emotiva; chi sceglie lo Stato di diritto accetta invece un principio più esigente: la forza legittima appartiene soltanto alle istituzioni. Per dirla in brocardo: dura lex sed lex.

La destra dominante conosce bene, per usare un’immagine cara ad Augusto Del Noce, il “bestione platonico”, vale a dire quella dimensione dell’opinione pubblica che si lascia trascinare dalle passioni più che dalla ragione. Oggi la chiameremmo democrazia emotiva.

È qui che nasce il problema.

Non interessa discutere la sofferenza di chi ha subito una rapina, né minimizzare la paura vissuta in quei momenti. Il punto è un altro: trasformare chi si sostituisce allo Stato nell’esercizio della forza in un modello civile significa mettere in discussione il monopolio legittimo della forza che appartiene allo Stato di diritto. Siamo davanti a un atto diseducativo, per dirla con Gramsci, e demagogico, per dirla con Del Noce e Kelsen.



Attenzione: è una questione che riguarda il liberalismo ben prima della distinzione fra destra e sinistra. Come abbiamo già osservato (*), da Hobbes a Locke, da Weber fino alle moderne democrazie costituzionali, lo Stato esiste proprio perché sottrae ai singoli il diritto di farsi giustizia da sé. Se questo principio viene incrinato, non nasce un ordine più forte. Nasce il contrario: una società nella quale ciascuno tende a diventare giudice, giuria ed esecutore della propria sentenza.
Ed è qui che emerge il paradosso.

La destra italiana continua a presentarsi come la forza politica della legalità, della sicurezza e dell’ordine. Sforna un decreto sicurezza dopo l’altro. Ma quando celebra Roggero come un eroe politico, introduce nella cultura civile un principio esattamente opposto: l’idea che, quando lo Stato non soddisfa le aspettative individuali, il cittadino possa sostituirsi ad esso.

È l’esatto contrario della cultura dello Stato di diritto.



L’eversione non consiste soltanto nell’assalto ai palazzi del potere. Esiste anche un’eversione culturale, assai più sottile, che delegittima progressivamente le istituzioni, sostituendo il diritto con l’emozione, la legge con la simpatia, il giudizio dei tribunali con quello delle piazze o dei social network.

Naturalmente tutto ciò viene presentato come difesa del popolo. In realtà produce l’effetto opposto: indebolisce lo Stato proprio mentre pretende di rafforzarlo.

Per questo il caso Roggero va ben oltre la cronaca giudiziaria. È il sintomo di una concezione della politica che considera lo Stato un alleato quando conferma le proprie convinzioni e un ostacolo quando le contraddice.

È una concezione che si proclama “legge e ordine”, ma finisce per erodere il fondamento stesso dell’ordine liberale: il primato impersonale della legge.

È qui, ripetiamo, che la destra diventa culturalmente eversiva. Non perché voglia abbattere lo Stato, ma perché ne svuota progressivamente il principio di legittimazione, insegnando che, quando la legge non coincide con il sentimento popolare, può essere sostituita dalla giustizia privata.



È un messaggio devastante. Perché ogni Stato liberale vive anzitutto di una convinzione condivisa: che nessun cittadino, per quanto offeso o indignato, possa arrogarsi il diritto di diventare giudice e carnefice.

La storia italiana dovrebbe averci insegnato che ogni volta che la politica comincia a considerare la giustizia privata moralmente superiore alla giustizia dello Stato, il passo verso la delegittimazione delle istituzioni è già stato compiuto.

E quando le istituzioni perdono autorevolezza, non vince la libertà. Vince soltanto l’arbitrio.

Carlo Gambescia

 

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/07/caso-roggero-la-destra-che-difende-il.html

sabato 18 luglio 2026

Per il Comune di Fiumicino Giacomo Matteotti è “divisivo”

 


Oggi giornali e social danno ampio spazio a Roggero, ieri entrato in carcere. La destra chiede la grazia. La sinistra balbetta. Ce ne siamo già occupati (*). 

Eppure, mentre l’attenzione pubblica si concentra su questo caso, stanno accadendo quasi inosservati fatti forse ancora più significativi. Piccoli episodi che, presi singolarmente, sembrano irrilevanti, ma che insieme raccontano un cambiamento profondo. Uno di questi viene da Fiumicino, un comune alle porte di Roma, ottantamila abitanti.

La famosa metafora del Titanic, per molti anni estesa alla società occidentale per evidenziarne la fragilità, quando invece, politicamente parlando, la società liberale appariva ancora solida, oggi rischia di trasformarsi in realtà. L’iceberg prossimo venturo si chiama populismi illiberali, autoritarismo, nostalgie fasciste. Verrà la morte della società liberale e avrà gli occhiacci di qualche nuovo Mussolini.

È qualcosa che sta accadendo sotto i nostri occhi, eppure pochi sembrano rendersi conto della catastrofe, dell’affondamento prosimo venturo del Titanic.



Dicevamo, c’è un episodio significativo. Si dirà: un dettaglio, un particolare. Riguarda, come anticipato, Fiumicino, governato da una giunta di destra presieduta da Mario Baccini, classico clerico-moderato di destra. Già ministro con Berlusconi. Un politico di lungo corso. Che oggi governa la cittadina, un tempo dei pescatori, con Fratelli d’Italia e i suoi alleati.

C’è una formula che sintetizza bene quanto accaduto nel suo Consiglio comunale: l’antifascismo in soffitta, il fascismo in salotto.

Naturalmente nessuno ha rivalutato il fascismo. Nessuno ha pronunciato parole di nostalgia. Anzi, il sindaco Mario Baccini ha riconosciuto senza esitazioni che Giacomo Matteotti fu “un parlamentare coraggioso”, “difensore della legalità”, assassinato dopo aver denunciato le violenze che accompagnarono l’affermazione del fascismo. Proprio per questo la vicenda assume un significato ancora più interessante.



Che cosa è accaduto? La maggioranza che sostiene Baccini – nella quale, come detto, Fratelli d’Italia rappresenta la forza principale – ha infatti respinto la mozione che chiedeva semplicemente di intitolare uno spazio pubblico a Matteotti. La motivazione? Non la figura del deputato socialista, bensì il carattere “divisivo” del testo della mozione (**).

Può darsi. Non avendo ancora a disposizione il testo integrale della proposta, è corretto sospendere il giudizio su questo punto. Se davvero la mozione fosse stata trasformata in un manifesto politico contro gli avversari di oggi, la critica sarebbe comprensibile. Ma allora sarebbe opportuno renderla pubblica. Perché, fino a prova contraria, ciò che i cittadini vedono è un’altra cosa: una maggioranza che riconosce la grandezza di Matteotti e, subito dopo, gli nega l’intitolazione di una piazza. È la differenza tra l’omaggio rituale e il riconoscimento civile.

Per decenni la Repubblica italiana ha costruito una memoria civile condivisa attorno ad alcune figure: i fratelli Cervi, don Minzoni, Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli. Figure che appartenevano non alla sinistra o alla destra, ma al patrimonio costituzionale della nazione.





Oggi questo patrimonio sembra non bastare più. È qui che affiora l’iceberg.

Il problema non è che Matteotti venga criticato. Il problema è che la sua memoria venga considerata potenzialmente “divisiva”. Quando perfino l’antifascismo liberale e socialista di Matteotti rischia di diventare materia di controversia, significa che il baricentro simbolico di una parte della destra italiana si è spostato.

Mario Baccini incarna una lunga tradizione democristiana. Di destra, però. Una tradizione che nella vecchia Balena Bianca non aveva mai avuto grande voce. Ed è proprio qui il punto.

La Democrazia Cristiana ebbe certamente mille ambiguità, ma non avrebbe mai avuto esitazioni nel collocare Matteotti tra i padri morali della Repubblica. Oggi, invece, anche un esponente di quella tradizione finisce per adottare un linguaggio che tende a “neutralizzare” la memoria antifascista, trasformandola in un possibile fattore di divisione. È difficile immaginare che una simile posizione avrebbe trovato spazio nella cultura politica di Alcide De Gasperi.


 


È un cambiamento culturale, prima ancora che politico.

Si dirà: è soltanto una piazza.

No. Le piazze, le vie, i monumenti costituiscono il lessico simbolico di una comunità. Dicono ai cittadini quali esempi meritano di essere ricordati. Se persino Giacomo Matteotti diventa un nome da maneggiare con cautela, allora qualcosa è cambiato nel modo in cui una parte della destra interpreta la storia nazionale.

L’antifascismo non viene abolito. Sarebbe impossibile. Più semplicemente viene spostato in soffitta: rispettato formalmente, ma privato della sua funzione pubblica. Nel frattempo entra in salotto un diverso atteggiamento culturale: quello secondo cui il problema non è più il fascismo storico, bensì l’eccesso di memoria antifascista.

È questa la vera lezione della vicenda di Fiumicino.

Siamo davanti a un progressivo raffreddamento dell’antifascismo come linguaggio civile condiviso. E quando ciò accade, non si modifica soltanto il calendario delle commemorazioni: si sposta, quasi impercettibilmente, il confine della memoria repubblicana.

I grandi cambiamenti culturali raramente si annunciano con clamore. Si manifestano attraverso piccoli spostamenti simbolici, quasi invisibili ai più. È proprio allora che l’iceberg è ormai davanti alla prua.

Purtroppo il Titanic liberale sta affondando. Lentamente, ma sta affondando.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/07/caso-roggero-la-destra-che-difende-il.html .

(**) Qui una sintesi della vicenda: https://www.fiumicino-online.it/articoli/politica/fiumicino-scontro-sullintitolazione-a-matteotti-il-consiglio-boccia-la-mozione .

 

venerdì 17 luglio 2026

Caso Roggero. La destra che difende il disordine

 


Perché la destra, che da sempre si presenta come il partito della legge e dell’ordine, finisce oggi per difendere il disordine? È una domanda che il caso di Mario Roggero ripropone con forza.

Quale disordine? Quello di un cittadino che, dopo avere subito una rapina, decide di sostituirsi allo stato, inseguendo e uccidendo due rapinatori e ferendone  un terzo. 

Un gesto che la magistratura ha ritenuto non riconducibile alla legittima difesa, ma a un duplice omicidio volontario. In uno stato di diritto nessuno può essere contemporaneamente vittima, giudice ed esecutore della pena.



Eppure proprio la destra, invece di ribadire questo principio elementare, chiede la grazia per Roggero. È qui che emerge il vero paradosso politico. Chi rivendica ogni giorno il primato della legalità, dell’autorità dello stato e delle forze dell’ordine, finisce per legittimare la più antica forma di disordine: la giustizia privata.

Esistono principi sui quali una società liberale dovrebbe essere unita. Il primo è il divieto assoluto di farsi giustizia da soli. Non perché si debbano nutrire simpatie per i delinquenti, ma perché il diritto nasce proprio per impedire che ciascuno diventi arbitro della vita e della morte altrui. Se questo principio viene meno, non resta la giustizia: resta la vendetta.

Non è un’idea di sinistra. È uno dei pilastri della civiltà liberale. Thomas Hobbes spiegava che gli uomini escono dallo stato di natura proprio per sottrarre la forza ai singoli e concentrarla nello Stato. John Locke, pur più attento alla tutela dei diritti individuali, riteneva che fosse la legge, e non la vendetta personale, a garantire la libertà. Perfino Adam Smith, troppo spesso ridotto a teorico del mercato, considerava tra i primi doveri dello stato l’amministrazione della giustizia e la protezione della società. Senza ordine pubblico non esistono né libertà né mercato.



È curioso che proprio una parte della destra sembri dimenticare questa lezione. L’ordine pubblico non consiste nell’incoraggiare i cittadini a trasformarsi in giustizieri della notte. Al contrario, consiste nell’affermare che il monopolio dell’uso legittimo della forza appartiene esclusivamente allo stato. Le forze dell’ordine esistono esattamente per questo: impedire che la violenza privata sostituisca la legge.

Per questa ragione la richiesta di grazia avanzata nei confronti di Roggero assume un significato che va oltre il destino personale del condannato. Diventa un messaggio culturale e di grande valore simbolico. Significa sostenere che, in determinate circostanze, il cittadino possa riappropriarsi del diritto di punire. Ma è proprio questo il diritto che lo stato moderno ha sottratto ai singoli per porre fine alla spirale della vendetta privata.



Ha fatto bene il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, almeno finora, a non dare seguito alle pressioni per concedere la grazia. Per inciso, ennesimo autogol di Nordio…

Non si tratta di assolvere i rapinatori né di sottovalutare la paura e la rabbia di chi subisce un crimine. Si tratta di difendere un principio che precede ogni appartenenza politica: il monopolio statale della forza legittima. È il fondamento della convivenza civile.

Qui, ripetiamo, emerge una contraddizione sulla quale la destra dovrebbe interrogarsi seriamente. Da un lato esalta lo stato, l’autorità, le forze dell’ordine; dall’altro, quando l’emotività prevale, sembra indulgere verso una concezione della giustizia che appartiene a un mondo precedente allo stato. È una regressione culturale. La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione degli sceriffi, ma dalla certezza che nessuno possa trasformarsi in giudice ed esecutore della pena.



La metapolitica insegna che ogni civiltà si regge su un nucleo di principi simbolici – diciamo pure una “tradizione” – prima ancora che giuridici. Uno di questi – per quel che riguarda l’Occidente moderno – è che la forza non appartiene ai privati, ma all’ordinamento. Quando questo principio viene relativizzato, si apre una breccia destinata ad allargarsi. Oggi riguarda un gioielliere. Domani potrebbe riguardare chiunque ritenga di avere una ragione sufficiente per sostituirsi ai tribunali.

La destra ama ripetere che senza ordine non esiste libertà. È vero. Ma l’ordine non è la licenza di uccidere il colpevole. È il contrario: è il limite che la legge impone anche a chi avrebbe le migliori ragioni per vendicarsi. La civiltà comincia precisamente dove finisce la vendetta.



Per questo il caso Roggero non divide soltanto colpevolisti e innocentisti. 

Divide due idee di società. 

Da una parte quella dello stato di diritto, nel quale anche il colpevole è giudicato secondo la legge. 

Dall’altra quella della giustizia privata, che affida alle emozioni e alla forza il compito di ristabilire l’ordine. 

Ma la storia dell’Occidente insegna che, ogni volta che la vendetta prende il posto della giustizia, a perdere sono tutti, anche gli onesti.

Carlo Gambescia

giovedì 16 luglio 2026

“Badogliani”. Le parole come spie rosse

 


Le parole hanno una memoria. Non sono mai semplici strumenti di comunicazione. Portano con sé una storia, una cultura politica, un universo simbolico. Per questo meritano attenzione.

Certe parole sono spie rosse che si accendono e indicano una possibile situazione di pericolo.

Commentando i parlamentari del centrodestra che hanno votato contro l’emendamento sulle preferenze, Roberto Vannacci li ha definiti “badogliani”. Qualcuno potrebbe liquidare l’espressione come una battuta polemica. Sarebbe un errore.

“Badogliano” non è sinonimo di trasformista o di voltagabbana. È una parola che nasce nel lessico del fascismo repubblicano e viene poi custodita dalla tradizione neofascista. Indica il traditore per eccellenza: colui che, dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943, abbandonò Mussolini per seguire il re e il governo Badoglio. Non appartiene al vocabolario del liberalismo, né del conservatorismo democratico europeo. Appartiene a una precisa memoria politica: quella fascista.

Qualcuno potrebbe obiettare che una parola non basta a definire un uomo. È vero. Ma è altrettanto vero che le parole raramente sono casuali. Soprattutto quando si inseriscono in un quadro più ampio.

Vannacci, del resto, non è nuovo a un linguaggio identitario che presenta numerosi elementi riconducibili alla tradizione neofascista. Nel successo de Il mondo al contrario e nelle ripetute dichiarazioni sull’immigrazione, sull’identità nazionale e sulle minoranze emerge una concezione della politica che privilegia l’appartenenza rispetto al pluralismo.
Nel 2023 sostenne che una cittadina italiana di origine africana non rappresenterebbe i tratti somatici “tipici” dell’italianità.

In più occasioni ha evocato il rischio della “sostituzione etnica”, espressione divenuta centrale nella retorica della destra radicale europea. Ha inoltre mostrato interesse per la “remigrazione”, parola d’ordine che negli ultimi anni ha trovato spazio soprattutto negli ambienti dell’estrema destra continentale. E, quasi a completare il quadro, ha spesso contrapposto i “veri italiani” a quanti, pur essendo cittadini, non condividerebbero identità, valori o tradizioni della nazione.



Non si tratta di episodi isolati. È un lessico ricorrente che rinvia a una medesima famiglia politico-culturale. In questo quadro, anche la vicenda parlamentare di questi giorni viene letta attraverso la stessa lente. Non parlamentari che esercitano liberamente il mandato garantito dall’articolo 67 della Costituzione, ma “badogliani”. Non dissenso politico, ma tradimento. Non una fisiologica divergenza interna a una maggioranza, ma un’infedeltà da marchiare.

È un linguaggio che sposta la competizione democratica dal confronto fra avversari alla contrapposizione fra fedeli e traditori. Per il costituzionalismo liberale il parlamentare rappresenta la Nazione e vota secondo coscienza. Può sostenere o contrastare il governo senza essere trasformato in un nemico interno. Nelle culture politiche di matrice neofascista, fondate sul primato della comunità organica, della disciplina e della fedeltà assoluta, il dissenso tende invece a essere interpretato come slealtà.

C’è poi un piccolo paradosso. Mentre Vannacci denunciava i presunti “badogliani” della maggioranza, il suo movimento, Futuro Nazionale, finiva per votare insieme a Fratelli d’Italia. 

 


La politica conserva sempre una certa dose di ironia. Alla Marcia su Roma sembra immancabilmente affiancarsi un 25 Luglio. O, più semplicemente, una buona dose di opportunismo. E in questo caso, per fortuna ancora dentro le regole della democrazia parlamentare, verrebbe quasi da parlare di una riedizione, da parte di Giorgia Meloni, dell’andreottiana “politica dei due forni”: sul piano simbolico lascia spazio alla competizione identitaria con Vannacci; su quello parlamentare ne accoglie i voti quando risultano utili. In altre parole: usare, secondo convenienza, tanto i “badogliani” quanto gli antibadogliani. 

Nulla di scandaloso, naturalmente. Ma abbastanza per ricordare che la radicalità del linguaggio non coincide sempre con quella dei comportamenti. Il che però non significa che non si debba prestare la giusta attenzione all’accensione delle spie rosse.

 


Nel caso di Vannacci è sufficiente osservare la continuità del suo lessico, dei suoi riferimenti simbolici e della sua concezione della politica.

Da questo punto di vista, “badogliani” non è una semplice invettiva. È una parola che riemerge da una precisa tradizione politica, quella fascista. E le tradizioni, anche quando cambiano nome, finiscono quasi sempre per riconoscersi dal lessico.

Le parole hanno una memoria. E raccontano più di quanto chi le pronuncia vorrebbe. Per questo, ripetiamo, quando si accende una spia rossa, conviene sempre fermarsi a guardare da dove proviene quella luce.

Carlo Gambescia