sabato 15 agosto 2026

LA SICUREZZA COME IDEOLOGIA

 


C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci, da liberali, nella politica italiana di questi anni. la trasformazione progressiva della sicurezza da funzione dello Stato in ideologia di governo.

La distinzione non è accademica. Uno Stato liberale deve garantire la sicurezza perché senza sicurezza non esiste libertà. Ma proprio per questo deve ricordare che la sicurezza è il mezzo attraverso il quale la libertà viene protetta, non il fine politico che può giustificare qualsiasi limitazione della libertà. Ed è qui che, osservando la politica del governo Meloni, iniziano le preoccupazioni.

Dal suo insediamento, il governo ha costruito una vera e propria sequenza di provvedimenti securitari. Dal decreto anti-rave del 2022 al decreto Cutro e al decreto Caivano del 2023, dagli interventi penitenziari del 2024 al vero e proprio decreto sicurezza del 2025, fino al nuovo decreto sulla sicurezza pubblica del 2026, la direzione politica appare sempre più riconoscibile: rafforzare gli strumenti repressivi e, soprattutto, ampliare quelli preventivi. 

 

Presi singolarmente, questi provvedimenti hanno oggetti diversi e non possono essere messi tutti sullo stesso piano. Considerati nel loro insieme, però, raccontano qualcosa di più: la progressiva trasformazione della sicurezza da una funzione dello Stato in una delle principali categorie attraverso cui il governo interpreta e organizza la società.

Pertanto il punto, però, non è fare l’elenco dei provvedimenti. Preso isolatamente, quasi ogni intervento può essere difeso. Chi potrebbe essere contrario alla lotta contro i borseggiatori? Chi potrebbe difendere le occupazioni abusive? Chi potrebbe sostenere che le forze dell’ordine non debbano essere tutelate? Il problema emerge quando, provvedimento dopo provvedimento, la sicurezza smette di essere una politica pubblica e diventa una chiave di lettura della società.



Prendiamo le occupazioni abusive. Rendere più rapido lo sgombero di un immobile occupato significa, in concreto, consentire allo Stato di intervenire più rapidamente per restituire la disponibilità dell’immobile al proprietario. Se si tratta di un’occupazione illegale, non c’è nulla di scandaloso nel voler rendere effettiva la tutela del diritto di proprietà. Ma il punto liberale è un altro: quanto è ampio il potere discrezionale dell’autorità? Quali sono le garanzie per chi viene allontanato? Quali procedure devono essere rispettate? 

La rapidità dell’intervento non può diventare un valore assoluto, perché anche chi viene accusato di aver commesso un abuso conserva diritti che lo Stato deve rispettare.

Lo stesso vale per i controlli nelle stazioni e nelle cosiddette “zone rosse”. Qui il problema è particolarmente delicato perché le nuove disposizioni consentono, in presenza dei presupposti previsti dalla legge, di intervenire preventivamente: non soltanto dopo la commissione di un reato, ma anche sulla base di precedenti, condotte e valutazioni di pericolosità per la sicurezza.

In concreto, ciò può significare che una persona venga allontanata da una determinata area urbana o che, nei casi previsti, le venga vietato di accedervi per un periodo più lungo. 

Ma non si tratta solo di questo. Ad esempio, può capitare a chiunque, anche a noi: stiamo andando a prendere un treno e, all’ingresso della stazione, una pattuglia ci ferma e ci chiede i documenti. Non abbiamo commesso alcun reato, ma siamo sottoposti a un controllo perché ci troviamo in un’area considerata sensibile. Come si diceva nel Medioevo a proposito dell’aria delle città che rendeva liberi, ora tocca alle stazioni, dove evidentemente l’aria ci rende potenziali criminali a prescindere…


È un episodio apparentemente banale, ma proprio per questo rende concreto il problema della discrezionalità preventiva. Non è necessariamente illegittimo: una democrazia può adottare strumenti di prevenzione. Ma proprio perché si tratta di prevenzione, il problema delle garanzie e della discrezionalità dell’autorità diventa centrale.

Perché prevenire un reato è certamente meglio che punirlo dopo che è stato commesso. Ma la prevenzione introduce inevitabilmente un elemento di discrezionalità: non si interviene più soltanto su ciò che una persona ha fatto, ma anche sulla valutazione del rischio che possa fare qualcosa. E quando questo criterio diventa abituale, il confine tra prevenzione e controllo sociale diventa più sottile. È precisamente su questo confine che un liberale dovrebbe mantenere dritto lo sguardo.

Il dato dei controlli è, da questo punto di vista, emblematico. Al 10 agosto 2025, secondo il Dossier Viminale, nelle zone rosse erano state controllate 928.491 persone, delle quali 389.485 straniere; 6.187 erano state allontanate, e tra queste 4.616 erano straniere (*). Sono numeri che il governo può certamente rivendicare come prova della propria attività sul terreno della sicurezza. Ma noi dovremmo porci una domanda elementare: che cosa misura veramente il numero delle persone controllate?

 

Perché una cosa è contare quanti reati sono stati scoperti, quanti criminali sono stati arrestati, quante denunce sono state presentate o quanti procedimenti hanno portato a una condanna. Un’altra è considerare il numero dei controlli come un risultato politico in sé.

Il controllo è uno strumento, non un fine. E se il numero dei controllati diventa una medaglia da esibire, qualcosa nella cultura politica della sicurezza comincia a non funzionare più.
Il problema, dunque, non sono le forze dell’ordine. Il problema è politico e riguarda il modo in cui il potere interpreta la sicurezza e la utilizza nel proprio racconto.

La sicurezza è diventata una delle parole fondamentali attraverso cui il governo descrive la società: sicurezza nelle stazioni, nelle periferie, nelle città, ai confini, nelle manifestazioni. E dietro ogni richiesta di sicurezza tende a comparire una figura che rappresenta una minaccia: il clandestino, il borseggiatore, il giovane violento, l’occupante, l’antagonista, il manifestante radicale, il criminale.

È una micidiale dinamica metapolitica: la paura produce domanda di protezione; la domanda di protezione produce maggiore potere pubblico; il maggiore potere pubblico tende poi a rendere normale ciò che prima sarebbe apparso eccezionale. Non c’è bisogno di una dittatura, né di abolire le elezioni o sospendere la Costituzione. Basta modificare lentamente ciò che una società considera normale.

Ed è qui che arriviamo alla nostra preoccupazione di liberali. Non abbiamo nostalgia di uno Stato assente. Vogliamo uno Stato forte quando deve difendere il cittadino dalla criminalità, dalla violenza e dall’arbitrio. Ma proprio perché vogliamo uno Stato forte, vogliamo anche che sia sottoposto a limiti forti. La sicurezza liberale non è soltanto sicurezza dai criminali. È anche sicurezza dall’arbitrio del potere.

La differenza è decisiva. Una concezione autoritaria tende a dire: più controllo significa più sicurezza. Una concezione liberale risponde: attenzione, perché più controllo significa anche più potere. E il potere, in una democrazia liberale, non deve soltanto essere esercitato. Deve essere limitato.

Per questo troviamo preoccupante l’entusiasmo con cui vengono talvolta celebrati i grandi numeri dei controlli, degli allontanamenti e delle misure preventive. Un governo liberale dovrebbe essere più prudente. Non dovrebbe vantarsi del numero delle persone controllate, ma della propria capacità di garantire la sicurezza senza trasformare il cittadino in un sospetto permanente.

Perché la libertà non è il premio che lo Stato concede ai cittadini quando si sono comportati bene. È il punto di partenza. E la sicurezza, in una democrazia liberale, dovrebbe servire precisamente a proteggerla.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.cybersecitalia.it/wp-content/uploads/2025/08/dossier_viminale_ferragosto_2025_1.pdf . Per il 2026 qui: https://www.avvenire.it/politica/il-viminale-litalia-e-tra-i-luoghi-piu-sicuri-al-mondo-meno-reati-e-sbarchi-in-calo-ma-la-percezione-dei-cittadini-e-diversa_112016 .

venerdì 14 agosto 2026

Stati Uniti. Il golpe senza golpe

 

Tony Quattrone, nel suo ultimo podcast sulla politica americana vista da Houston, affronta una domanda che, detta così, sembra quasi uscita da un romanzo politico: Donald Trump potrebbe arrivare a dichiarare un’emergenza nazionale per rinviare le elezioni di Midterm? (*)

La risposta, naturalmente, non può essere affidata né all’allarmismo né alla rassicurazione di maniera. Il punto interessante è un altro. Perché il problema non è tanto se Trump abbia il potere di rinviare le elezioni: allo stato del diritto americano, il presidente non dispone di questo potere. Il problema è capire fino a dove possa spingersi un presidente che considera le regole elettorali non come un dato istituzionale da rispettare, ma come un terreno politico da conquistare.

Ed è qui che la riflessione di Quattrone diventa particolarmente interessante. Anche per intevenire e sviluppare le sue intuizioni.

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha cercato in vari modi di aumentare il controllo federale sulle procedure elettorali: dal SAVE America Act alle restrizioni sul voto per posta, dalle richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali degli Stati agli ordini esecutivi destinati a intervenire sulle modalità del voto.

 

Il risultato, almeno per ora, è stato tutt’altro che trionfale. Il SAVE America Act non è passato al Senato prima della pausa estiva e i tribunali federali hanno ripetutamente bloccato le iniziative dell’amministrazione. Sul fronte delle liste elettorali, il Dipartimento di Giustizia ha perso 21 cause consecutive nei tentativi di ottenere dai singoli Stati dati dettagliati sui registri elettorali.

Ancora più significativo è il caso del voto per posta. Un giudice federale ha nuovamente bloccato l’ordine dell’amministrazione Trump che avrebbe attribuito al governo federale un ruolo assai più penetrante nella gestione delle schede elettorali. La motivazione è semplice e, proprio per questo, importante: il potere esecutivo non può appropriarsi unilateralmente di competenze che la Costituzione e le leggi affidano agli Stati.
Insomma, gli argini esistono. E resistono.

E ce n’è uno particolarmente importante: il presidente non può prorogare con un atto esecutivo i mandati del Congresso. Il XX Emendamento stabilisce che i mandati di senatori e rappresentanti terminano il 3 gennaio. Rinviare un’elezione, dunque, non significa semplicemente spostare una data sul calendario: significa entrare in collisione con la stessa struttura costituzionale della rappresentanza.

E questo è forse il dato più importante da registrare prima di evocare scenari da golpe. Sul punto cercheremo di andare oltre Quattrone.

 

Perché un colpo di Stato, nel senso classico del termine, presuppone una rottura dell’ordine costituzionale: può assumere la forma dell’uso della forza, della sospensione delle garanzie costituzionali, della neutralizzazione del Parlamento o della conquista dell’apparato statale. Non siamo lì. E non è affatto detto che ci si arrivi.

Ma esiste una forma più sottile di erosione delle garanzie liberali. Una forma che non ha bisogno di carri armati e neppure necessariamente di una dichiarazione esplicita di dittatura.

È il golpe senza golpe.

Il presidente non dice: “Abolisco le elezioni”. Dice piuttosto: “Devo proteggerle”. ad esempio da presunte interferenze cinesi. Non dice: “Impedisco agli elettori di votare”. Dice: “Devo impedire i brogli”. Non dice: “Voglio controllare gli Stati”. Dice: “Devo garantire l’integrità nazionale del voto”. Non dice: “Voglio modificare le regole perché temo di perdere”. Dice: “Voglio rendere le elezioni più sicure”.

È qui che la questione diventa metapolitica.

Perché la democrazia liberale non consiste semplicemente nel fatto che si vota. Consiste nel fatto che chi governa accetta la possibilità di perdere. E soprattutto accetta che le regole della competizione non possano essere modificate unilateralmente dal competitore che dispone già del potere. E magari in corso d’opera…

Questa è una differenza enorme.

Per capirsi: la democrazia maggioritaria dice: governa chi ha la maggioranza. Il liberalismo aggiunge: anche la maggioranza deve essere sottoposta a regole che non può impunemente piegare ai propri interessi.

È il principio dei limiti del potere. E proprio qui l’emergenza diventa una parola pericolosa. Ogni sistema politico conosce situazioni eccezionali. Ma l’emergenza possiede una caratteristica formidabile: tende a trasformare ciò che sarebbe illegittimo in condizioni normali in qualcosa che appare necessario in condizioni straordinarie.

Il problema, allora, non è soltanto ciò che Trump può fare legalmente. È ciò che la politica può cercare di rendere legalmente possibile attraverso l’interpretazione estensiva dei poteri presidenziali.

La sentenza Immigration and Naturalization Service v. Chadha del 1983, richiamata anche nella discussione sulla vicenda e sulla quale torna Quattrone, va letta con cautela. Non attribuisce affatto al presidente un potere speciale sulle elezioni. La sua importanza riguarda piuttosto la separazione dei poteri e, in particolare, i limiti del cosiddetto “legislative veto”, cioè della possibilità del Congresso di intervenire unilateralmente sulle decisioni dell’Esecutivo. Il problema, allora, non è soltanto ciò che Trump può fare legalmente. È anche ciò che la politica può cercare di rendere legalmente possibile attraverso un’interpretazione estensiva dei poteri presidenziali.

Insomma, non basta pronunciare la parola “emergenza” per trasformare il presidente americano in un monarca.

Ed è precisamente questo il punto.

Gli Stati Uniti dispongono ancora di una complessa rete di contrappesi: Congresso, Stati, tribunali, autorità elettorali, partiti, opinione pubblica. E, almeno per ora, questa rete sta funzionando.

Ma non dovremmo commettere l’errore opposto: confondere il funzionamento dei contrappesi con l’assenza del problema. Il problema esiste. Ed è più profondo della persona di Trump.

 

Perché Trump rappresenta, in forma esasperata, una tentazione che attraversa oggi molte democrazie occidentali: la trasformazione della maggioranza elettorale in una sorta di mandato politico assoluto.

Io ho vinto, dunque rappresento il popolo. Se rappresento il popolo, chi mi ostacola ostacola il popolo.
E se mi ostacolano le istituzioni, allora quelle istituzioni possono essere presentate come illegittime, burocratiche, corrotte, manipolate dal nemico.

È il passaggio decisivo. Non occorre abolire formalmente la democrazia. Basta delegittimare progressivamente tutto ciò che impedisce alla maggioranza di diventare potere senza limiti.

Ed è per questo che guarderei meno alla domanda “Trump farà un golpe?” e molto di più a un’altra domanda: quanto può essere deformata una democrazia prima che continui formalmente a esistere, ma abbia smesso di funzionare come democrazia liberale?

Le Midterm, probabilmente, si faranno. I tribunali continueranno a pronunciarsi. Gli Stati continueranno a difendere le proprie competenze. Il Congresso continuerà a rappresentare un ostacolo non irrilevante alle ambizioni presidenziali. Ma proprio per questo la questione merita di essere osservata.

Il vero test di una democrazia non è la possibilità di votare. È la possibilità di perdere dopo aver votato. 

E forse è questa la domanda che le Midterm americane porranno a Trump, ma anche all’America: non se il presidente riuscirà a impedire le elezioni, bensì se sarà ancora disposto ad accettare che le elezioni possano produrre un risultato che non gli piace.


Perché il golpe più pericoloso, nelle democrazie contemporanee, potrebbe non essere quello che arriva con i carri armati.Potrebbe essere quello che arriva accompagnato da un ordine esecutivo, da una dichiarazione d’emergenza e, soprattutto, dalla convinzione di agire in nome del popolo.

Per alcuni oservatori si tratterebbe di una autentica sindrome fascista. 

Qui, come si può intuire, il rischio.

Carlo Gambescia 

 

(*) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=a6Un-NxJij4 .

giovedì 13 agosto 2026

Lavitola, Ranucci e la realtà che supera la fantasia

 


Ci sono vicende politiche e giudiziarie nelle quali la realtà sembra mettersi d’impegno per superare qualsiasi invenzione letteraria. La storia di Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci appartiene, almeno per ora, a questa categoria.

Lavitola si autoaccusa di avere avuto un ruolo nell’organizzazione del presunto attentato. Ranucci, intanto, non commenta. Naturalmente, sul piano giudiziario, occorre distinguere con rigore tra accuse, ricostruzioni investigative e responsabilità accertate. È una distinzione non soltanto doverosa, ma essenziale in una democrazia liberale.

Ma la politica vive anche di ciò che accade prima delle sentenze. E qui il dato politico è difficile da ignorare.

Se, come sostiene l’ipotesi accusatoria, l’attentato fosse stato concepito anche per favorire la carriera politica di Ranucci, ci troveremmo davanti a una vicenda surreale: la simulazione di un’aggressione trasformata in strumento di legittimazione pubblica. Un copione nel quale il confine tra vittima, protagonista e beneficiario dell’operazione diventerebbe terribilmente sottile.

È proprio questo il punto che rende la vicenda politicamente interessante. Non soltanto per ciò che eventualmente accerteranno i magistrati, ma per ciò che rivela sul rapporto contemporaneo fra politica, comunicazione e costruzione del consenso.

L’attentato, vero o simulato che fosse, appartiene infatti a un repertorio politico antico: quello della vittima che diventa simbolo, del pericolo che diventa capitale politico, dell’emozione che precede la verifica dei fatti.

Cambiano i mezzi, ma la logica è sorprendentemente resistente.

E tuttavia c’è un’altra considerazione, forse ancora più inquietante. Che siano colpevoli o innocenti, Lavitola e Ranucci non esauriscono la storia. C’è un altro elemento, molto più silenzioso, che va oltre la vicenda giudiziaria: Il Ranucci mediatico, non il Ranucci essere umano, che non piace alla destra e che, comunque vada questa storia, ne esce colpito.

È questo il paradosso. Una storia nata, secondo l’ipotesi accusatoria, per costruire una carriera politica rischia di produrre l’effetto opposto: distruggere credibilità, alimentare sospetti e trasformare una figura pubblica in un problema politico.

In altre parole, anche quando non sappiamo ancora chi abbia ragione, sappiamo già che qualcuno ha perso. 

 

Nella politica contemporanea non è sempre necessario dimostrare definitivamente la colpevolezza dell’avversario. È sufficiente che il sospetto diventi racconto, che il racconto venga trattato come una verità e che l’immaginario finisca per produrre una realtà politica.

Perciò qui bisogna concentrare lo sguardo sulla Luna, non sul dito. Ranucci può essere, a seconda delle appartenenze politiche, un mostro per la destra e un martire per la sinistra. E proprio per questo sarebbe troppo facile fermarsi al “lo vedi che anche lui” o al “gli sta bene”, oppure al “ Ranucci Santo subito”.

Il problema rinvia a una cattiva cultura politica che va ben oltre Ranucci e Lavitola: quella del sospetto permanente, nella quale l’accusa tende a trasformarsi immediatamente in colpevolezza e la presunzione di innocenza finisce per apparire quasi come un fastidio procedurale.

Non è una questione di destra o di sinistra. È una degenerazione del modo stesso con cui guardiamo all’avversario: prima ancora di sapere se sia colpevole, abbiamo già bisogno che lo sia. Perché la sua colpevolezza conferma il nostro personale racconto sulle origini del male nel mondo.


Ecco che il caso Ranucci-Lavitola diventa interessante non soltanto per ciò che potrà dimostrare un tribunale, ma per ciò che rivela di noi: la crescente difficoltà di distinguere tra sospetto, verità giudiziaria e verità politica.

Il problema, allora, non è soltanto sapere chi ha messo la bomba. È capire perché noi abbiamo così bisogno di sapere, prima ancora delle prove, chi sia il colpevole.

Questione antropologica alla quale giornali e social difficilmente dedicheranno una riga.

Carlo Gambescia

mercoledì 12 agosto 2026

L'elettore di Vannacci


 

C’è un fenomeno politico italiano che merita di essere osservato con attenzione. È la crescita di Roberto Vannacci. I sondaggi ne registrano l’ascesa (*), il suo attivismo politico è ormai incessante e la sua capacità di occupare lo spazio mediatico sembra non conoscere soste. Vannacci dice cose tremende. Ma soprattutto le dice in modo semplice, diretto, perentorio. È un grande semplificatore. Dove la realtà presenta dieci variabili, lui ne individua una. Dove esistono contraddizioni, propone una spiegazione elementare. Dove occorrerebbe discutere, sentenzia. E dove gli altri abbassano la voce, lui la alza.

 

Ma sarebbe un errore considerare la semplificazione una specialità della destra o, peggio ancora, un’esclusiva di Vannacci. La semplificazione è ormai una tendenza generale della politica contemporanea. Destra e sinistra vi partecipano, ciascuna a modo proprio. La complessità ha perso mercato. La politica corre verso formule brevi, parole d’ordine, contrapposizioni nette, identità facilmente riconoscibili. Vannacci, semplicemente, corre più degli altri. E urla più degli altri. Non inventa la semplificazione: la radicalizza.


Ad esempio, Hitler, Mussolini, Stalin, ma anche lo stesso Lenin, furono grandi semplificatori… La struttura cognitivo-comunicativa del totalitarismo implica sempre una componente non secondaria di tipo “semplificatorio”. Oggi un persoanggio come Trump ne è il vessillo più fulgido (per così dire…).

La capacità di attrazione della semplificazione rende interessante il suo elettorato. Chi può votare uno così?

 

Intanto, parte degli elettori non sembra provenire semplicemente da altri partiti di destra. Una quota molto significativa proviene dall’astensione: oltre un terzo dell’attuale elettorato di Futuro Nazionale aveva infatti disertato le urne alle elezioni europee del 2024 (**). È un dato che dovrebbe far riflettere. Vannacci non si limita a spostare voti dentro il campo conservatore: riesce anche a intercettare una quota consistente di elettori che dalla politica si erano già allontanati.

La domanda, naturalmente, non va intesa in senso morale. Non interessa stabilire se chi vota Vannacci sia più o meno colto, più o meno informato, più o meno democratico. Sarebbe una scorciatoia. E anche i dati socioeconomici disponibili non autorizzano giudizi sommari sulle capacità culturali o cognitive dei suoi elettori.

Interessa capire quale tipo di domanda politica possa incontrare un’offerta come la sua. Anche perché non sappiamo se dietro il consenso a Vannacci esista un “disagio sociale” oggettivo, già dato, che il generale si limita a intercettare. Sappiamo però che esiste una percezione del disagio. E la percezione, in politica, non è mai semplicemente la fotografia della realtà: è anche il risultato di una costruzione.

 

I mezzi di comunicazione, i social, i partiti, gli opinion leader e gli stessi politici contribuiscono quotidianamente a stabilire che cosa debba essere percepito come problema, quanto debba apparire grave e, soprattutto, chi debba esserne considerato responsabile.

Vannacci è particolarmente efficace proprio in questa operazione. Prende una realtà inevitabilmente complessa e la ricompone in poche proposizioni. Identifica il problema, indica il colpevole, offre una comunità di appartenenza. La sua forza, insomma, non sta soltanto nelle idee che propone, ma nella forma cognitiva attraverso cui le propone. È una politica che rassicura perché riduce l’incertezza.

Qui, però, il problema diventa più grande di Vannacci. Perché se la liberal-democrazia è una forma politica fondata sulla pluralità, sulla mediazione e sul riconoscimento della complessità, la corsa generale alla semplificazione produce un effetto corrosivo che non riguarda soltanto la destra. Riguarda tutti.

 

La sinistra semplifica quando trasforma la società in una contrapposizione morale fra buoni e cattivi; la destra quando trasforma problemi complessi in questioni di ordine, identità e sicurezza. Il populismo semplifica per definizione. Ma anche la comunicazione politica ordinaria è ormai costretta a comprimere la realtà in formule sempre più brevi, emotive e riconoscibili.

Vannacci porta questa tendenza alle estreme conseguenze: non inventa il conflitto, lo rende permanente; non inventa il linguaggio aggressivo, lo porta a un’intensità superiore.

È forse per questo che può avere successo. Il suo elettore non deve necessariamente credere a tutto ciò che dice. Può anche sapere che esagera, considerare alcune delle sue affermazioni provocatorie o assurde. Ma può riconoscergli qualcosa che oggi vale molto nella politica-spettacolo: la capacità di parlare senza esitazioni, di rompere i tabù, di non correggersi, di non mediare. In altre parole, può votarlo non perché condivida ogni sua semplificazione, ma perché gli piace il modo in cui semplifica il mondo. 

Ed è qui che la questione Vannacci cessa di essere, come detto,  una questione di destra. Se la sua crescita fosse soltanto il successo personale di un generale prestato alla politica, il problema sarebbe relativamente semplice. 

Ma se Vannacci riuscisse a trasformare in consenso stabile la domanda di una politica sempre più semplice, più aggressiva e più identitaria, allora avremmo davanti un fenomeno che riguarda la struttura stessa della liberal-democrazia.

Non sarebbe più soltanto una questione di maggioranza e opposizione. Sarebbe una questione di cultura politica. E, più in generale, di una crescente volatilità dell’elettorato, nel quale il confine fra voto di appartenenza, voto di protesta e ritorno alle urne dall’astensione appare sempre più mobile.

Perché una democrazia liberale può sopportare molti Vannacci. Quello che dovrebbe preoccuparla è una società nella quale, per essere ascoltati, bisogna necessariamente diventare un po’ Vannacci.

 

E allora la domanda iniziale torna, ma con un significato diverso: chi può votare Vannacci?

Forse, domani, non soltanto chi gli assomiglia. 

Forse anche chi oggi vota qualcun altro, ma è già stato convinto che, per governare la complessità, occorra prima di tutto semplificarla. 

Volatilità elettorale e semplificazione, allora, marciano insieme. 

E questa volta, a guidare la marcia, c’è un generale. Quindi semplificazione può significare radicalizzazione militaristica.

 

Carlo Gambescia

 

 (*) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-oggi .

(**) Qui: https://www.ipsos.com/it-it/futuro-nazionale-analisielettorato-vannacci .

martedì 11 agosto 2026

La resa dei conti

 

Di questi tempi, i podcast di Anthony M. Quattrone sulle vicende americane sono preziosi (*). Ora questo lavoro quasi quotidiano del politologo di Houston si è trasformato in un interessante volumetto, dal titolo suggestivo: La resa dei conti. Le elezioni di midterm e la tenuta della democrazia negli Stati Uniti (Amazon Italia, 2026) (**).

Le elezioni di midterm sono decisive perché, a metà del mandato presidenziale, verificano il consenso sull’amministrazione in carica e possono riequilibrare i rapporti di forza tra Casa Bianca e Congresso, condizionando per i due anni successivi la capacità del presidente di governare.

Il testo, meno di cento pagine, si articola in dieci serrati capitoli, tutti dalla lunghezza eseplare. Nei primi sette vengono analizzate le regole, gli attori e i conflitti della politica americana. Gli ultimi tre scavano più a fondo: sulle ragioni della disaffezione, della crisi di fiducia e della polarizzazione emotiva, sugli scenari, sui rischi e sulle possibilità, avanzando infine alcune previsioni, senza per questo profetizzare.

Chiude il volume una puntuale e aggiornata bibliografia. Spiccano un paio di volumi di Robert Dahl, teorico di una democrazia compiuta, o quasi, policentrica, pluralista e partecipativa.

Diciamo che Anthony Quattrone è un politologo di sinistra che, però, riesce a conservare la sua indipendenza di giudizio. Come spesso ci piace dire: è uno studioso a guardia dei fatti.

Ma veniamo ai contenuti.

Quattrone esordisce con una dichiarazione impegnativa: “L’America non è una democrazia fallita, ma una democrazia difficile. Difficile da governare, difficile da interpretare, difficile da riformare” (p. 5).

Nel senso che i suoi problemi strutturali, oggi emergenti, vengono da lontano. Oggi si parla di polarizzazione, stallo legislativo, sfiducia. In realtà, alla base di tutto questo – tale sembra essere la tesi di Quattrone – c’è una specie di insoluto economico, che paralizza, da sempre ma soprattutto ai nostri giorni, qualsiasi processo sociale rivolto verso l’uguaglianza, non solo formale. Gli Stati Uniti promettono, ma non mantengono.

Di qui lo scoraggiamento, la timidezza politica e la ridotta partecipazione. Di qui le difficoltà di cui sopra. E anche l’esplosione del fenomeno Trump: una specie di Mago di Oz.

In qualche misura, per puntare i cannoni critici verso il cielo, Quattrone è più vicino alla posizione di storici critici sociali come Veblen e Wright Mills che a Sombart, arcisicuro che una società consumista, del merito e degli stranieri, come quella americana, non sarebbe mai divenuta socialista (né una dittatura, anche se non lo dice esplicitamente).

Di qui la necessità di favorire la partecipazione e non di penalizzarla. Quattrone porta alcuni esempi locali e quello delle manifestazioni anti-Trump: una grandissima voglia di partecipazione dal basso.

Non solo, però, perché “le elezioni americane non si vincono soltanto con buone idee o programmi coerenti, ma attraverso una combinazione di strategie, risorse, comunicazione, mobilitazione territoriale e capacità di interpretare i bisogni concreti” (p. 41).

Sotto questo aspetto – inflazione, prezzo dei carburanti, affitto,  generi alimentari, eccetera – Quattrone sembra appartenere alla tradizione grassroots, letteralmente “radici dell’erba”, che indica un’azione o un movimento nato spontaneamente dal basso, cioè dai cittadini e dalle comunità locali, anziché essere organizzato o imposto dall’alto.

Si chiama anche fede nella democrazia e nella partecipazione, diciamo pure nel volontarismo democratico. 

Come il lettore avrà notato, non ci siamo occupati dei dettagli, del funzionamento dei meccanismi elettorali e costituzionali. Preferiamo che il lettore li scopra da solo. Anche perché, come osserva Quattrone nella chiusa del libro, questa volta le elezioni di midterm “non diranno se l’America è finita o salvata. Diranno piuttosto come gli americani scelgono di abitare il loro conflitto: come cittadini che accettano regole comuni, o come gruppi che riconoscono solo la legittimità del proprio campo” (p. 69).

In sintesi, il vero punto politologico delle elezioni di midterm non è sapere se vinceranno i buoni o i cattivi, ma se emergeranno forze capaci di intercettare i bisogni concreti della gente e, insieme, di ricostruire un rapporto di fiducia con la partecipazione democratica. Che non consistono soltanto nelle guerre e nelle prepotenze di Trump. I democratici riusciranno a scegliere candidati attendibili e soprattutto unitari?

Il che non significa la fine di ogni questione. Perché, come osserva Quattrone: “Il dato politicamente più rilevante del 2026 potrebbe non essere chi vince, ma come il sistema reagisce alla sconfitta” (p. 76). Trump accetterà, anche se per pochi seggi, una sconfitta, che lo vedrebbe relegato nel ruolo dell’anatra zoppa? Conoscendo il soggetto difficile dire.

Resta sperò una speranza (o auspicio, faccia il lettore) – qui siamo pienamente d’accordo con Quattrone – che dal momento che “la resa dei conti è il voto. E una democrazia viva si misura proprio lì: nella capacità di attraversare il conflitto senza spezzarsi” (p. 80).

Infine, per quel che riguarda il libro, non si esclude il ritorno. Per dirla con un grande filosofo del Novecento, Franco Califano, ci sarà un “ritorno”: del resto, come osserva Quattrone, “questo libro offre una mappa interpretativa. Il podcast La politica americana vista da Houston segue il territorio che cambia” (p. 78).

Quindi seguiranno nuove e aggiornate edizioni. Restiamo in attesa delle prossime puntate. Graditissime.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .

(**) Qui: https://www.amazon.it/stores/author/B0FZ6FT156.

lunedì 10 agosto 2026

La maledizione nazionalista

 


Il dopo-Ceuta

C’è qualcosa di più inquietante del successo elettorale delle destre nazionaliste europee. È il fatto che, per inseguirle, anche una parte del centro politico abbia cominciato ad adottarne il linguaggio, le categorie e, in qualche caso, perfino l’immaginario.

Il dopo-Ceuta lo sta dimostrando.

Non è necessario, infatti, che il migrante venga definito apertamente come un nemico. È sufficiente rappresentarlo come una minaccia permanente alla sicurezza, all’ordine, alla cultura, all’identità nazionale. A quel punto il passaggio dalla questione migratoria alla questione identitaria è già compiuto. Ora si attende l’invasione di Ferragosto…
E il migrante, da persona, diventa simbolo negativo. È questa la vera maledizione nazionalista.

Perché il nazionalismo non ritorna necessariamente nelle forme del passato. Non ha bisogno di uniformi, di saluti romani o di proclami imperiali. Può presentarsi in giacca e cravatta, attraverso dichiarazioni perfettamente rispettabili sulla sicurezza delle frontiere, sulla difesa dell’identità nazionale, sulla necessità di “controllare i flussi”. O addirittura, come ripete spesso Giorgia Meloni, per il bene degli stessi migranti, per salvarli dai nuovi schiavisti.



E come vogliamo definire, allora, i centri modello Albania che il governo italiano vorrebbe trasformare in un paradigma da esportare anche nei Paesi terzi, Ruanda compreso? Fratelli d’Italia presenta ormai apertamente il modello albanese come una soluzione da estendere all’Europa e agli hub di rimpatrio nei Paesi terzi. Naturalmente è tutto per il loro bene.
Perché, si sa, quando lo Stato si prende cura dei migranti, più li porta lontano, più dimostra di volere loro bene.

Il problema non è che queste esigenze siano illegittime. Uno Stato, in linea di principio, ha il diritto di controllare le proprie frontiere. Il problema nasce quando il controllo delle frontiere viene trasformato in una metafisica dell’appartenenza: noi da una parte, gli altri dall’altra.


È allora che la politica torna a funzionare secondo una delle sue più antiche regolarità: la costruzione dell’amico e del nemico politico.

 

Il centro che rincorre la periferia

La questione più interessante, però, riguarda proprio il centro politico.

Un tempo sarebbe stato difficile immaginare che una forza democratica e conservatrice come la CDU tedesca potesse spingersi, sul terreno dell’immigrazione, così vicino ad alcune delle posizioni che la destra radicale ha imposto al dibattito pubblico.

Oggi quella distanza appare molto meno netta.

Naturalmente non significa che CDU e AfD siano la stessa cosa. Sarebbe una sciocchezza. La CDU continua ufficialmente a escludere una collaborazione con l’AfD e Friedrich Merz ha ribadito che tra i due partiti esistono differenze fondamentali.
Significa qualcosa di più sottile: il centro politico comincia a muoversi sul terreno semantico indicato dalla destra radicale.

Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci.

Perché una forza radicale non deve necessariamente conquistare il governo per ottenere una vittoria politica. Può riuscire prima a modificare ciò che gli altri partiti considerano dicibile, pensabile e perfino normale.

Quando ciò accade, la destra radicale ha già prodotto un effetto compositivo sul sistema politico. Il centro non scompare. Ma cambia. Comincia a rincorrere. E quando il centro rincorre la periferia radicale, prima o poi rischia di trasformarsi nella sua versione moderata.

La vecchia malattia europea

Il nazionalismo in Europa sembrava essere stato politicamente ridimensionato dall’integrazione europea.

Dopo due guerre mondiali, dopo Auschwitz e dopo la costruzione delle istituzioni comunitarie, l’idea stessa di una politica europea fondata sulla sovranità nazionale come principio supremo sembrava appartenere a un passato difficilmente riproponibile.

Era una delle grandi lezioni del secondo dopoguerra. Oggi quella lezione appare molto meno solida.

Non perché siano tornati i nazionalismi del Novecento. Sarebbe troppo semplice. Sono tornate, piuttosto, alcune delle forme mentali che li rendevano possibili: la sacralizzazione della frontiera, la paura della contaminazione, la ricerca di un’identità collettiva minacciata, la contrapposizione fra un “noi” autentico e un “loro” estraneo.

Il nazionalismo, insomma, si è modernizzato. E proprio per questo può essere più difficile riconoscerlo.

La maledizione nazionalista, del resto, non riguarda soltanto la politica interna. Quando la nazione torna a essere il criterio supremo della politica, inevitabilmente peggiorano anche le relazioni internazionali.

Il linguaggio della forza, della reciprocità, del vantaggio nazionale e del “prima noi” finisce per sostituire quello della cooperazione.

I segnali, anche fuori dall’Europa, ci sono tutti. Basta pensare a Donald Trump e alla sua concezione delle relazioni internazionali, fortemente improntata alla logica dell'”America First” e della competizione fra interessi nazionali.
Eppure, nonostante l’evidenza, l’Europa sembra non comprendere che il ritorno del nazionalismo non produce soltanto più nazionalismo: produce un mondo più conflittuale, più instabile e, alla fine, più pericoloso per tutti.



Il migrante diventa allora il catalizzatore di una più generale ansia identitaria. Non importa più soltanto da dove venga o perché sia arrivato. Importa che sia percepito come qualcuno che mette in discussione la presunta omogeneità della comunità nazionale: “Ci vogliono sostituire”, “C’è un piano”… Purissima ( e pericolosa) democrazia emotiva.

È il passaggio dalla politica dell’immigrazione alla politica dell’identità. E una volta compiuto quel passaggio, tutto diventa più semplice.

Anche, come detto, costruire il nemico.

L’Europa davanti allo specchio

Il problema, dunque, non è soltanto che le destre radicali possano vincere in Francia o in Germania. In Italia, del resto, non è difficile immaginare che le diverse destre possano prima o poi trovare nuove forme di convergenza. Roberto Vannacci ha già dichiarato la propria disponibilità a un accordo con Meloni in vista delle elezioni del 2027, purché sia fondato su un’intesa programmatica scritta e pubblica.

Il problema è che potrebbero vincere dopo aver già trasformato il modo in cui gli altri partiti parlano della nazione, delle frontiere e degli stranieri.

Se nelle prossime elezioni le forze della destra radicale riuscissero a conquistare il governo o a condizionarlo pesantemente nei due maggiori Paesi dell’Europa continentale, non assisteremmo semplicemente a un cambiamento di maggioranza.

La carta politica europea cambierebbe. E forse cambierebbe anche qualcosa di più importante: l’idea stessa di Europa.

Perché l’Unione europea non è soltanto un insieme di istituzioni, trattati e procedure. È anche una costruzione politica fondata sull’idea che le nazioni europee possano limitare volontariamente una parte della propria sovranità per evitare di tornare prigioniere delle proprie ossessioni nazionali.

Se quella logica venisse sostituita dalla sovranità come principio assoluto, l’Europa non cesserebbe necessariamente di esistere.

Potrebbe però cessare di essere quella che abbiamo conosciuto.

Che fare?

È la domanda più difficile.

Non basta dire che bisogna “combattere la destra”. E nemmeno basta ripetere che bisogna essere più duri sull’immigrazione per sottrarre voti agli estremisti.

Perché quest’ultima strategia contiene un paradosso: per sconfiggere il nazionalismo si finisce per accettarne la grammatica.

Il liberalismo dovrebbe invece recuperare un’idea diversa di comunità politica. Una comunità può avere confini senza trasformare i confini in una religione. Può controllare l’immigrazione senza trasformare il migrante nel simbolo di una minaccia esistenziale. Può difendere le proprie istituzioni senza inventarsi continuamente un nemico.

 

Soprattutto, può riconoscere che l’identità politica europea non nasce dalla purezza, ma dalla pluralità.  È questa, forse, la battaglia politico-culturale decisiva. Perché il vero problema non è che i nazionalisti siano tornati. È che molti di coloro che li avevano combattuti stanno lentamente imparando a parlare come loro, senza più chiamarsi nazionalisti.

E quando una società arriva a questo punto, la maledizione non è più soltanto alle porte. È già dentro casa.

Carlo Gambescia

domenica 9 agosto 2026

Spin Time. Quando lo Stato arriva tredici anni dopo

 

La vicenda di Spin Time, a Roma, merita di essere osservata con qualche cautela.

Soprattutto perché è facilissimo trasformarla nell’ennesimo derby ideologico: da una parte gli “abusivi”, dall’altra i “poveri senza casa”. E, come spesso accade nei derby, la realtà resta fuori dallo stadio.

Spin Time (Labs), letteralmente “laboratori del tempo che scorre”, è un inglesismo creativo che riflette bene il lessico e l’immaginario dei centri sociali contemporanei, grandi produttori, si dice, di socialità spontanea, fuori dai canali istituzionali. La rivincita dei movimenti. O, se si vuole, la trotskista “rivoluzione permanente” senza uso di fucili. A colpi di ludoteca… O di canzonette...

Dicevamo: derby ideologico. C’è infatti tutto un folklore di sinistra che ruota intorno a Spin Time: l’occupazione come pratica di riappropriazione, lo spazio sottratto alla speculazione, la comunità contrapposta all’individuo proprietario, il “diritto alla casa” trasformato in una sorta di diritto alla permanenza nell’immobile occupato. Un linguaggio e un immaginario ormai sedimentati, nei quali l’illegalità tende a essere riqualificata come “conflitto sociale”.

Ma sarebbe un errore pensare che il folklore sia soltanto a sinistra.

Esiste anche un folklore di destra, altrettanto riconoscibile: l’occupante come parassita, il centro sociale come covo politico, la proprietà privata evocata come una sorta di principio metafisico e lo sgombero come prova rituale del ritorno dell’autorità. Anche qui, insomma, la realtà viene rapidamente trasformata in simbolo.



Da una parte il mito dell’occupazione buona; dall’altra il mito dello sgombero risolutivo.

Spin Time è un grande edificio occupato all’Esquilino dal 2013. Nel corso degli anni vi si è formata una comunità di alcune centinaia di persone, insieme ad attività sociali e culturali. L’edificio, però, non appartiene agli occupanti. L’occupazione è dunque priva di titolo giuridico. Punto.

Ma non è l’unico punto.

Perché lo Stato, per tredici anni, ha sostanzialmente convissuto con quella situazione. E qui comincia la storia veramente interessante.

La proprietà ha chiesto la restituzione dell’immobile. Ma qui c’è una storia che merita di essere ricordata: quello stabile era un bene pubblico, sede dell’INPDAP, poi trasferito nel 2004 nell’ambito della dismissione del patrimonio immobiliare pubblico e confluito nel Fondo Immobili Pubblici (FIP), fondo immobiliare riservato a investitori istituzionali e gestito da InvestiRE SGR. Insomma, lo Stato ha trasferito il bene a un fondo immobiliare nell’ambito della dismissione del patrimonio pubblico; oggi il proprietario è il FIP, fondo privato a capitale di investitori istituzionali, nonostante il nome.

Nel 2020 il gip di Roma dispose il sequestro preventivo dell’immobile. Il provvedimento, però, non venne eseguito.
Nel frattempo la situazione si è consolidata, la comunità è cresciuta, l’occupazione è diventata una realtà sociale e politica. Fino al paradosso finale: il Ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire la proprietà per il mancato sgombero, con una somma superiore ai venti milioni di euro.

Dunque: un’occupazione illegale che dura tredici anni e uno Stato che, invece di ristabilire tempestivamente la legalità, finisce per pagare il proprietario perché non l’ha ristabilita.

Non è precisamente un capolavoro di Stato di diritto.

Poi arriva l’incendio. Il 29 luglio, l’edificio viene evacuato e centinaia di persone si ritrovano temporaneamente senza casa. A quel punto il problema, che per anni era stato lasciato sedimentare, esplode in tutta la sua evidenza.

E qui si commette il secondo errore.

Dire che Spin Time è occupato abusivamente è corretto. Ma pensare che questa constatazione esaurisca il problema è semplicemente miope.

Dentro Spin Time non ci sono soltanto militanti politici: ci sono anche famiglie, bambini e persone che hanno costruito lì una parte della propria esistenza. Dopo tredici anni, non si può fingere che il tempo non sia passato. La legalità non è una macchina del tempo.

 

Ma nemmeno il bisogno sociale può trasformarsi automaticamente in un nuovo titolo di proprietà, come sembra pretendere il sindaco Gualtieri.

Ed è precisamente questo il punto che dovrebbe interessare un liberale.

Un liberale serio deve difendere il diritto di proprietà. Altrimenti non è liberale. Ma deve anche pretendere che lo Stato funzioni. Perché la proprietà privata, in uno Stato di diritto, non consiste soltanto nel riconoscimento astratto di un diritto: consiste nella possibilità concreta di esercitarlo.

Se lo Stato lascia che un immobile venga occupato per tredici anni, non sta semplicemente mostrando comprensione per una situazione sociale. Sta creando una zona grigia nella quale il diritto perde progressivamente consistenza.

E tuttavia sarebbe altrettanto poco liberale dire: “adesso sgomberiamo e poi si arrangino”.

 

Perché uno Stato che tutela la proprietà ma non è capace di affrontare l’emergenza abitativa di base produce, alla fine, proprio quelle condizioni sociali che rendono possibile l’occupazione.

La questione, dunque, non è scegliere fra proprietà e diritto alla casa. È pretendere entrambe le cose. Equlibrio non facile, ma necessario.

La proprietà va rispettata. I provvedimenti dell’autorità giudiziaria vanno eseguiti. Gli edifici non possono essere occupati indefinitamente. Ma uno Stato che si rispetti deve anche essere capace di offrire soluzioni abitative basiche a chi, per condizioni economiche e sociali, non riesce ad accedere al mercato.

Altrimenti accade ciò che è accaduto a Spin Time: il privato perde il controllo del proprio bene, gli occupanti rimangono per anni in una condizione di illegalità e lo Stato finisce per pagare tutti.

 

È difficile immaginare una definizione più precisa del fallimento istituzionale. Altro che fallimento del mercato.

E c’è un’ultima considerazione.

La destra tende a vedere in Spin Time soprattutto la prova dell’inesistenza dello Stato. La sinistra tende a vedervi soprattutto la prova dell’ingiustizia sociale.

Probabilmente hanno torto entrambe.

Spin Time dimostra qualcosa di più elementare: quando lo Stato abdica per troppo tempo alle proprie funzioni basilari, la società comincia a organizzarsi autonomamente intorno al vuoto istituzionale. Il “movimento” sembra prevalere sull’ “istituzione”. “Sembra”, perché l’istituzione, proprio perché è tale, prima o poi è chiamata a ripristinare l’ordine istituzionale.

Prima o poi, però, quel vuoto presenta il conto. 

Per fare un esempio eclatante: come finì l’occupazione dannunziana di Fiume, la grande festa della Rivoluzione? A cannonate. Una mezza buffonata.

Perciò mai tirare troppo la corda. Fermarsi sempre un attimo prima che le cose precipitino. Ecco il vero buon senso.

Dicevamo del conto. Certo, a pagarlo, questa volta, rischiano di essere tutti: il proprietario, gli occupanti e, soprattutto, lo Stato.

Che siamo noi.

 

Carlo Gambescia