lunedì 9 febbraio 2026

“Nemici dell’Italia”: una categoria fascista tornata al governo

 


Carlo e Nello Rosselli furono assassinati a Bagnoles-de-l’Orne in Normandia dai sicari fascisti della Cagoule. Mussolini li aveva definiti “nemici dell’Italia”: la stessa categoria usata per Matteotti e, più in generale, per ogni antifascista. La mano che armò quegli assassini passava per Mussolini, Ciano, Anfuso e altri personaggi minori.

Filippo Anfuso — assolto con una motivazione che oggi suona grottesca, come se un ordine di omicidio potesse mai essere impartito per iscritto — fu il perno dei rapporti tra il ministro degli Esteri Ciano, di cui era capogabinetto, e gli apparati di sicurezza del regime. A Catania gli è stata dedicata una strada. Un suo biografo e difensore instancabile, Nello Musumeci, già missino, è attualmente ministro della Repubblica. Evidentemente, anche lui, oltre che un “fratello” è un “amico dell’Italia” (*).



La categoria dei “nemici” non resta confinata alla propaganda. Nel 1930, con l’entrata in vigore del Codice penale voluto dal guardasigilli Alfredo Rocco, il regime fascista traduce l’idea dello Stato come entità da difendere contro i suoi oppositori sul piano giuridico. Reati contro la “personalità dello Stato”, associazioni sovversive e propaganda antinazionale forniscono così la base normativa per la repressione del dissenso politico, concepito non come legittima opposizione, ma come “minaccia alla Nazione”.

Quando Giorgia Meloni definisce “nemici dell’Italia” cittadini che protestano — in questo caso contro le Olimpiadi invernali — non si tratta di un eccesso verbale, ma di un richiamo a una tradizione politica ben precisa. 

La formula nasce prima del fascismo: durante la Prima guerra mondiale, i nazionalisti la rivolgevano ai neutralisti. Quegli stessi ambienti confluirono senza attrito nel fascismo, che trasformò ogni opposizione in tradimento e identificò lo Stato col regime. 

 


La terminologia del nemico sopravvisse anche al dopoguerra: nel 1948, Missini eletti nel Parlamento repubblicano — facce di bronzo colossali — la usarono per trasmetterla alle nuove generazioni, inclusa Giorgia Meloni; ma ne fecero uso anche democristiani e comunisti per screditarsi a vicenda. Dopo quell’episodio, l’espressione smise di circolare come strumento politico legittimo.


La Meloni, in questo caso, si comporta come un mediocre avvocato che pur di convincere i giudici scambia una parte con il tutto: alcune sparute opposizioni vengono rappresentate come un pericolo generale, attribuendo loro un peso politico e morale che non hanno. La retorica del “nemico dell’Italia” amplifica queste poche voci, trasformandole in un nemico della nazione.

Nella Repubblica sociale italiana questa logica raggiunge il suo esito estremo: tribunali militari straordinari, corti marziali e procedimenti sommari colpiscono oppositori politici, partigiani e presunti “traditori della Patria”. Qui il concetto di “nemico” non serve più solo a delegittimare, ma a giustificare la pena di morte, in un contesto di guerra civile e subordinazione al nazismo (*) .



La gravità non sta solo nelle parole, ma nel silenzio che le circonda. Nessuno osa chiamare questa deriva con il suo nome, come se ricordare fatti storici documentati fosse un’offesa personale alla presidente del Consiglio. Eppure il meccanismo è sempre lo stesso: il governo come “parte sana del Paese”, l’avversario come nemico, il dissenso come minaccia.

È così che una democrazia smette di esserlo: non di colpo, ma per slittamento semantico. Quando l’avversario politico diventa un nemico dell’Italia, il passo successivo non è il confronto, ma la delegittimazione. La storia italiana ci ha già mostrato dove porta questa strada.

Carlo Gambescia

 

(*) Sui Rosselli si veda Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli (1945), Vallecchi, 1973, nuova edizione con appendice sul "Delitto di Bagnoles".

(**) Per un inquadramento storico e giuridico della categoria del “nemico” nel fascismo rinviamo a Lorenzo Tombelli, Opposizione, dissenso politico e repressione penale nel Ventennio fascista,“Osservatorio Costituzionale”, 6/2025, pp. 51-69, con ricca bibliografia in nota, scaricabile qui: https://www.osservatorioaic.it/images/rivista/pdf/2025_6_03_Tombelli.pdf .

domenica 8 febbraio 2026

Il Piano Mattei: Ma 'ndo vai se l’Abissinia non ce l'hai…

 


Il prossimo vertice Italia–Africa a Addis Abeba viene presentato dal governo come un passaggio “storico”. Un summit sul suolo africano, con la partecipazione di Giorgia Meloni come ospite d’onore dell’Unione Africana: un evento carico di forte simbolismo. Va detto subito: Addis Abeba non è solo un nome carico di memoria coloniale per l’Italia – per capirsi “Faccetta Nera/ Bella Abissina…” (che a Mussolini però non piaceva) – è anche la sede dell’Unione Africana, il cuore istituzionale e diplomatico del continente. Ed è proprio questo doppio livello simbolico a rendere l’operazione politicamente ambigua (1).

Da un lato, la cornice multilaterale offre legittimazione e visibilità. Dall’altro, l’insistenza su Mattei, sulla “nuova missione africana” dell’Italia e sulla presunta discontinuità storica rischia di trasformarsi in una messa in scena geopolitica, dove il peso della storia – purissimo metodo Giorgia Meloni – viene più neutralizzato che elaborato.



Il richiamo a Enrico Mattei è, prima ancora che discutibile sul piano politico, un vero e proprio abuso culturale: Mattei era antifascista, partigiano, uomo della Resistenza, portatore di una visione critica dell’ordine economico internazionale, ma non un fanatico dell’autarchia e del “fai da te” a ogni costo. Era un democristiano di sinistra, con una visione dello stato – semplifichiamo – alla La Pira. Non gentiliana, né mussoliniana.

Tolto il velo simbolico, resta la questione decisiva: le risorse.

In quasi due anni dal lancio, i soldi effettivamente stanziati dall’Italia per progetti concreti del Piano Mattei arrivano a circa 600 milioni di euro, principalmente destinati a finanziamenti agevolati per imprese italiane in Africa. Gran parte delle cifre annunciate in comunicati e dichiarazioni riguarda invece garanzie, impegni pluriennali e leva finanziaria, più che spesa pubblica immediata (2).

Tradotti in interventi concreti, 1 miliardo di euro in Africa consente di costruire 15–20 ospedali di medie dimensioni, oppure 8–10 impianti solari da 100 MW, o ancora 200–300 chilometri di autostrada. Interventi utili, ma del tutto insufficienti se rapportati a un continente di 1,4 miliardi di abitanti, con bisogni strutturali enormi.



Il confronto internazionale con i principali investitori chiarisce ulteriormente la sproporzione. L’Unione Europea, con il programma Global Gateway, mira a mobilitare circa 300–400 miliardi di euro di investimenti globali entro il 2027, con una quota significativa destinata all’Africa (3). La Cina ha erogato prestiti e finanziamenti ai governi africani cumulativamente per centinaia di miliardi di dollari tra il 2000 e il 2023, sebbene negli ultimi anni i flussi annuali siano leggermente diminuiti (4). Anche Stati Uniti e Russia mantengono una presenza strategica: gli USA con infrastrutture chiave e accordi commerciali nell’ambito della PGII, la Russia concentrata su energia, materie prime e partnership militari; le cifre sono meno trasparenti e variano progetto per progetto, ma il divario con l’Italia resta evidente (5).

Il paragone interno è ancora più impietoso. Il PNRR italiano mobilita 194 miliardi di euro in cinque anni, circa 39 miliardi l’anno, per una popolazione di circa 60 milioni di persone. Il Piano Mattei, rapportato alla popolazione africana, equivale a meno di 1 euro a persona all’anno. Il solo Superbonus edilizio italiano è costato oltre 120 miliardi: l’equivalente di centinaia di Piani Mattei annuali.



Il punto non è negare la legittimità degli interessi italiani in Africa, pur riconducendoli al ruolo di media potenza, quanto smascherarne la retorica. Non si può parlare di “partnership strategica” quando l’intervento, dal punto di vista economico, è marginale per chi lo riceve e soprattutto funzionale a chi vuole soltanto fare bella figura.

Addis Abeba, sede dell’Unione Africana, diventa così il palcoscenico ideale: grande simbolismo multilaterale, ma pochi miliardi sul tavolo. E il richiamo a Mattei, invece di evocare la rinascita economica dell’Italia antifascista, finisce per diventare solo un’etichetta rassicurante o peggio ancora nostalgica.



Più che una svolta storica, il Piano Mattei appare come una politica simbolica ad alto rendimento interno, con molta enfasi e risorse che, alla prova dei numeri, restano poco più che briciole.

Ma ‘ndo vai / Se l’Abissinia non ce l’hai. E neppure una Lira, anzi un Euro.

Carlo Gambescia

 

(1) Qui: https://www.ilsole24ore.com/art/piano-mattei-oltre-600-milioni-i-primi-progetti-AGb2nOEB?refresh_ce=1 .

(2) Qui: https://www.aics.gov.it/wp-content/uploads/2025/11/ANNUAL_REPORT_2024_AICS%20rev25_WEB.pdf .

(3) Qui: https://www.consilium.europa.eu/it/policies/global-gateway/ .

(4) Qui: https://www.reuters.com/world/chinas-lending-africa-rises-first-time-seven-years-study-shows-2024-08-29/ .

(5) Qui: https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/issue-brief/doing-as-the-romans-do-recommendations-for-the-infrastructure-development-agenda-for-italys-g7-presidency/ ; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/africa-continuita-e-cambiamenti-sotto-trump-2-0-202485; https://aspeniaonline.it/risorse-sanzioni-influenza-le-incognite-russe-in-africa/ .

sabato 7 febbraio 2026

Abitudine alle "trumpate"?

 


C’è una cosa che colpisce subito, più del contenuto stesso del video: il silenzio relativo. Il video – poi ritirato – in cui Donald Trump rilancia una rappresentazione di Barack e Michelle Obama come due scimmie è un fatto di una gravità estrema. Eppure oggi non domina le prime pagine, né in Italia né, con poche eccezioni, nel resto d’Europa. Non come meriterebbe. Ed è già un segnale inquietante.

Non siamo davanti a una provocazione, né a una boutade volgare. Qui siamo davanti alla riattivazione consapevole di uno degli stereotipi più violenti della storia del razzismo occidentale: la deumanizzazione dei neri attraverso l’assimilazione all’animale. Uno strumento simbolico usato per secoli per giustificare schiavitù, segregazione e linciaggi.



Perché allora questa reazione tiepida?

Una prima spiegazione è l’assuefazione. Dopo anni di “trumpate”, l’osceno non scandalizza più. Trump ha spostato così in là l’asticella dell’accettabile che persino l’indecenza più nera rischia di sembrare routine. È la normalizzazione dell’inaccettabile: quando tutto è eccesso, nulla fa più notizia.

La seconda spiegazione è più scomoda: una quota di servilismo mediatico. Trump fa audience, polarizza, divide. E una parte dell’informazione – non tutta, ma una parte – preferisce trattarlo come folklore tossico, non come un problema democratico strutturale. Minimizzare diventa una forma di complicità passiva.

C’è poi l’argomento antiamericano, più pigro: “ma gli Stati Uniti sono razzisti da sempre”. Vero storicamente. Falso politicamente. Perché questa frase non spiega: assolve. La storia americana è attraversata dal razzismo, ma anche da conflitti, rotture e avanzamenti. Nel 1936, alle Olimpiadi di Berlino, nel cuore del teatro della propaganda nazista, un atleta nero americano – Jesse Owens – vinse quattro medaglie d’oro sotto gli occhi furenti del regime hitleriano. Non era un’America perfetta. Ma non era nemmeno condannata a essere solo razzista. La differenza conta. Usare il passato per sminuire il presente significa rinunciare a ogni giudizio morale sul potere.



Con questo video Trump si rivela integralmente per ciò che è: non solo un populista autoritario, ma un leader che utilizza consapevolmente il linguaggio simbolico del razzismo più brutale. Non è una gaffe. È una scelta. L’immaginario evocato è quello storicamente usato da movimenti come il Ku Klux Klan: la riduzione dell’avversario nero a subumano, a caricatura animalesca. Dire che, simbolicamente, quel mondo “sale al potere” non è un’esagerazione retorica: è una lettura politica del messaggio.

Quando parliamo di parallelismo strutturale con il nazismo, intendiamo proprio questo: non un’iperbolica equazione storica, ma parametri formali condivisi. In entrambi i casi la deumanizzazione non è accessoria o incidentale, ma parte integrante della costruzione del messaggio politico. La propaganda non prende di mira argomenti, prende di mira esseri umani, riducendoli a simboli da odiare, a “altro” disumanizzato. Questo non è lo stesso del Terzo Reich in termini di scala storica o processo all' "intenzione" geopolitica: è invece un richiamo alle stesse tecniche di esclusione e di segregazione simbolica che si sono viste nella storia europea del ventesimo secolo.



Il razzismo, prima di diventare politica di stato, diventa linguaggio pubblico.

E infatti i numeri – anche nel dibattito mediatico – non aiutano a dissociare questo fenomeno dal quadro più ampio di normalizzazione. Nel 2023, circa quattro americani su dieci dicono di imbattersi spesso o abbastanza spesso in copertura mediatica che ritengono razzista o insensibile nei confronti dei neri. Allo stesso tempo, una larga maggioranza di adulti neri negli Stati Uniti percepisce la rappresentazione della loro comunità nei media come più negativa o stereotipata rispetto ad altri gruppi (*).



Per l’Italia potrebbe esservi l’attenuante dell’apertura delle olimpiadi invernali che oggi occupa le prime pagine. Però non è così. Pensare che in Italia un video del genere provocherebbe uno scandalo unanime è oggi illusorio. Giornali e media dell’area della destra hanno già usato titoli, immagini e vignette che giocano su stereotipi razziali, soprattutto contro migranti e persone nere: corpi associati al crimine, caricature, allusioni “ironiche” sul colore della pelle. Episodi noti, discussi per qualche giorno e poi rapidamente inghiottiti.

La giustificazione è sempre la stessa: satira, provocazione, libertà di parola. Il risultato è una normalizzazione progressiva: ciò che ieri scandalizzava oggi divide, domani passa. Non siamo all’America di Trump, ma il terreno culturale si sta spostando nella stessa direzione. E quando certi simboli tornano dicibili senza conseguenze, il problema non è più l’eccesso, ma il silenzio che lo accompagna.

Quindi nessuna copertura in prima, o quasi. L’unico che ne parla è Luigi Mascheroni (“Il Giornale”), che prima condanna il video, poi però, per pareggiare maldestramente i conti, sposa la tesi complottista dell’Obamacare. Come per dire, se Trump è razzista, Obama è un comunista. Pietoso.



L’episodio del video non è marginale. 

 È una soglia. Non dice solo qualcosa su Trump. Dice qualcosa sul clima politico che lo rende possibile, tollerabile, perfino negoziabile. 

Ed è questo, più ancora del video, il vero scandalo.
 

Carlo Gambescia

 

 

(*) Qui: https://www.pewresearch.org/short-reads/2023/12/22/black-americans-are-more-likely-than-others-to-say-they-see-problematic-news-coverage-of-black-people/ .

venerdì 6 febbraio 2026

Sicurezza uguale libertà: la scorciatoia autoritaria del “Secolo d’Italia”

 


Mentre iniziamo a scrivere, sentiamo l’inutilità di questo articolo. Ormai si legge sempre meno, e poi, politica… “Signora mia, so’ tutti uguali”. Oppure: “Eh, però ‘sta Meloni, signora mia, non governa male”… “Da quando c’è lei, mi ritrovo più soldi in busta paga”…

Noi invece sfidiamo il lettore: provi a trovare, anche nei prossimi giorni, su giornali, social o dovunque, qualcuno che si prenda la briga di criticare la prima pagina del “Secolo d’Italia”, quotidiano con radici storiche nella destra missina e oggi editato dalla Fondazione Alleanza Nazionale, che lo colloca ben vicino a Fratelli d’Italia.

Eppure oggi c’è una frase che spicca: “Sicurezza è libertà”.

Non è solo uno slogan infelice. È qualcosa di peggio: una falsificazione concettuale che cancella, con un tratto di penna, tre secoli di dibattito politico liberale: da Locke a Constant, da Mill a Berlin – buttati nel cestino con un titolo da cartellone elettorale. Però lo stesso giornale qualche giorno fa rivendicava i diritti di proprietà della destra su Tolkien, scrittore sopravvalutato, proprio lui, il cantore di un tradizionalismo da calendario dell’Avvento.



Nella tradizione liberale – quella vera, non quella evocata a uso ornamentale, tipo Forza Italia a direzione Tajani – sicurezza e libertà non coincidono mai. Stanno in tensione. Si limitano a vicenda. Ed è proprio questa tensione a rendere la politica un terreno tragico, complesso, discutibile. Dove c’è identità perfetta tra le due, non c’è liberalismo: c’è obbedienza al capo, al partito unico, eccetera, eccetera.

Dire che “la sicurezza è libertà” significa abolire il problema invece di affrontarlo. È la scorciatoia autoritaria per eccellenza.

Il sottotitolo – puro melonismo manipolatorio – chiarisce il quadro: “Tuteliamo i cittadini e difendiamo chi ci difende”. Qui la semantica è già tutta politica. I “cittadini” non sono un insieme plurale di soggetti portatori di diritti, ma un corpo indistinto da proteggere. “Chi ci difende” non è sottoposto al controllo democratico, bensì elevato a figura sacrale, sottratta al conflitto.



È la classica retorica dell’assedio: dentro l’ordine, fuori il caos. Tuttavia quando lo stato si dipinge come fortezza, il diritto diventa una opzione e la libertà una concessione.

L’editoriale insiste: non sono misure spot, ma un tassello coerente di una strategia. Ed è vero. Proprio per questo preoccupano. Non siamo davanti a un’emergenza, ma a una normalizzazione dell’eccezione. Ieri il governo ha varato un pacchetto sicurezza che amplia i poteri repressivi sulle manifestazioni, ordine pubblico e immigrazione. In parallelo torna l’ipotesi del “blocco navale” nel Mediterraneo: respingimenti, esternalizzazione, chiusura preventiva delle rotte. La sicurezza diventa così non una tutela dei diritti, ma una tecnica di esclusione,  con tanto di “kit antieccessi” per la polizia, nel caso qualche poliziotto si dimentichi di essere gentile. 

 


La destra, oggi al governo, opera in modo più sobrio ed efficace: non sospende la Costituzione, la svuota per accumulo. Non grida, non marcia, non proclama. Decreta. E proprio per questo pericolo di svuotamento si deve votare NO al prossimo referendum sulla divisione della carriere (*).  

Questa destra normalizza l’eccezione, trasforma misure straordinarie in prassi ordinaria.

Qui il lascito politico-culturale che discende dalla cultura dei fascisti dopo Mussolini: non un regime nel senso classico del termine, ma una tecnica di governo. Chiamarlo in altro modo serve solo a tranquillizzare le coscienze.


Del resto anche le immagini parlano. La leader isolata, decisionista. I ministri in posa istituzionale, la bandiera alle spalle. In basso, le piazze, le opposizioni, liquidate come “chiacchiere”.

La gerarchia simbolica è evidente: lo stato governa, la società disturba; l’ordine decide, il dissenso rumoreggia. 

 


È una visione profondamente illiberale, che riduce il conflitto politico a fastidio e il pluralismo a intralcio.

 

Qui non c’è il sospetto verso il potere, che è il cuore del liberalismo. Non c’è il principio di proporzionalità. Non c’è la tutela delle minoranze. Non c’è l’idea che la libertà valga anche per chi sbaglia, disturba, protesta. C’è solo un messaggio netto: la libertà è il premio per coloro che si comportano bene. Chi non rientra nello schema viene rieducato, represso o escluso.

Chiamarlo realismo è un insulto all’intelligenza. È opportunismo autoritario travestito da buonsenso.

Voto finale: zero in liberalismo.

Carlo Gambescia

 

(*) Ne abbiamo già parlato qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/la-svizzera-sotto-accusa-e-la-giustizia.html

giovedì 5 febbraio 2026

Il tritacarne Epstein

 


Il nome di Jeffrey Epstein non indica più solo un uomo. Funziona come dispositivo politico: un tritacarne simbolico che macina nomi, relazioni e mezze frasi, producendo un effetto chiaro: delegittimare indistintamente le élite.

Il meccanismo è noto. Non serve un’accusa formale, non serve una prova, talvolta non serve nemmeno un fatto. Basta la prossimità: aver incontrato, conosciuto, frequentato. I cosiddetti files infiniti — continuamente evocati, mai davvero chiusi — tengono aperta una sospensione permanente del giudizio. Tutti potenzialmente colpevoli, nessuno realmente giudicato (*).

Non è giustizia: è clima politico.

Questa atmosfera velenosa alimenta un odio che non si ferma alla “classe dirigente” in senso sociologico, ma si estende al sistema liberal-democratico nel suo complesso, percepito come corrotto, autoreferenziale, irriformabile. Ed è qui che destra e sinistra populista, pur partendo da concezioni diverse, finiscono per convergere, dando il peggio di se stesse. Questi sono i tempi, brutti tempi all’insegna dell’autolesionismo.



La destra usa Epstein per dire: il sistema è marcio, serve l’uomo forte che faccia pulizia, senza mediazioni né garanzie. La sinistra populista lo usa per dire: il denaro è il male in sé, va colpito come principio ordinatore, redistribuito, punito.

Due soluzioni diverse, un’identica emozione politica: il risentimento. Si chiama anche “democrazia emotiva”. O meglio ancora “democrazia rabbiosa”.

A questo punto vale la pena porsi una domanda volutamente provocatoria, ma non peregrina: non si farebbe prima a fare i nomi di chi non c’è? Ammesso e non concesso che il solo aver conosciuto Epstein costituisca un capo d’imputazione — cosa che in uno stato di diritto non è — perché non chiedersi chi, pur essendo potente, ricco, influente, non compare in questa velenosa sagra della caccia a chi ha sfruttato minorenni? Qui non si tratta di ipotetici comportamenti da adulti consenzienti, ma di vittime effettivamente minorenni, documentate nei procedimenti giudiziari.



Colpisce, per esempio, che figure regolarmente additate come simboli del potere globale, quindi a priori corrottissime (secondo il populismo trasversale) — da George Soros ad Angela Merkel, da Mario Draghi a Barack Obama, fino a George W. Bush, Al Gore, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen — non risultano nei flight logs ufficiali né avere alcun legame noto con Jeffrey Epstein, per quanto emerge dalle informazioni pubblicamente disponibili (**). Non si vuole assolvere nessuno, ma mostrare come l’accusa selettiva funziona: spesso ciò che cattura l’indignazione non è ciò che accade realmente, ma ciò che il sentimento pubblico sceglie di attaccare.

Il punto, infatti, non è Epstein. Il punto è ciò che attraverso Epstein si vuole colpire: il denaro come criterio di merito delle società moderne.

Per capire meglio,  facciamo un passo indietro. Metapolitico.

Nelle società premoderne la legittimazione si fondava sul valore militare, in quelle moderne sul valore economico. Entrambi comportano costi enormi: la ferocia per il primo, la corruzione per il secondo. Non esiste un mondo senza prezzo: demonizzare il denaro senza considerare il principio che sostiene la società significa ignorare il costo reale del cambiamento, aprendo la porta a ordini alternativi basati sulla forza e sull’obbedienza.



Demonizzare il denaro come tale — non le sue degenerazioni, ma il suo ruolo strutturale, evocando un mondo perfetto, magari basato sul baratto, come nelle società arcaiche — non significa abolire il merito: significa sostituirlo. 

E storicamente, quando il merito economico viene delegittimato senza alternative istituzionali credibili, se non l’età della pietra, torna quello fondato sulla forza, sull’obbedienza, sulla capacità di imporsi. Una società neandertaliana

Questo non è un elogio o biasimo di questo o quel principio di merito. È una constatazione sgradevole, come tale di  fatto:  ogni ordine sociale ha un prezzo, e fingere il contrario è il primo passo verso forme di violenza politica più esplicite.



Il paradosso finale è dunque questo: quanto più Epstein viene usato come clava simbolica contro il denaro e le élite, tanto più si prepara il terreno per una politica fondata non sulla trasparenza, ma sulla punizione; non sul diritto, ma sulla forza. Il tritacarne non produce giustizia. Produce solo appetito per la ferocia successiva.

Carlo Gambescia

(*) Il Dipartimento di Giustizia USA ha reso pubblici milioni di pagine di documenti sul caso Epstein/Maxwell, con oltre 3–3,5 milioni già disponibili e fino a 5–6 milioni identificati ( https://www.justice.gov/opa/media/1426091/dl ).

(**) Per chiarire: i cosiddetti flight logs di Epstein, ossia i registri di volo dei suoi aeromobili privati, sono acquisiti come prove ufficiali nel procedimento USA v. Ghislaine Maxwell (imprenditrice e figura pubblica britannica, condannata per aver aiutato Jeffrey Epstein nel traffico sessuale di minorenni) e indicano contatti operativi effettivi verificabili. Basta fare una ricerca selettiva per nominativo (qui: https://www.justice.gov/epstein). Ovviamente si impongono pazienza, capacità di lavoro e buona fede: Cioè va sempre distinta la citazione di un nome importante in un discorso (si pensi a due appassionati di calcio che discutono di giocatori che non conoscono, ma che entrano nel discorso) da un contatto reale. Per capirsi: nelle versioni ufficiali dei registri che sono state diffuse compaiono alcuni nomi noti — ad esempio Bill Clinton, Donald Trump, Alan Dershowitz, il principe Andrew, Itzhak Perlman o Chris Tucker — ma molti dei nomi che circolano su social o liste “virali” non corrispondono ai flight logs originali. Solo i flight logs costituiscono materiale giudiziario concreto; tutto il resto rimane aleatorio, utile più a creare spettacolo che a chiarire responsabilità.

mercoledì 4 febbraio 2026

Vannacci non è una folcloristica deviazione. È un punto di arrivo

 


La scissione di Roberto Vannacci, il carismatico generale, non segnala una frattura improvvisa nella destra italiana. Al contrario, ne rende finalmente visibile la traiettoria.

Vannacci non arriva dal nulla: è l’espressione più esplicita di un processo lungo trent’anni, che dal 1994 a oggi ha spostato progressivamente l’asse della destra italiana verso posizioni più radicali, sul piano simbolico, culturale e politico.

Se si osserva la sequenza nel suo insieme, badando ai leader effettivi — Berlusconi (1994-2011), Bossi e la Lega Nord (1989-2013), Fini (Alleanza Nazionale, 1995-2009), Lega per Salvini (2017-2019) e Meloni (2012-2026) — emerge una continuità fatta di slittamenti successivi, non una serie di rotture. Una dinamica che scorge in Vannacci (2023-2026) una specie di punto di arrivo. Ogni leader normalizza un lessico, un’immagine del potere e una cultura politica che il precedente aveva preparato.



Gianfranco Fini appare come un corpo estraneo, non come un anello mancante. Il suo tentativo di “democratizzare” la destra — tardivo e incompleto — si colloca controcorrente rispetto al movimento reale del campo politico.

Fini prova a portare la destra dentro un orizzonte liberal-democratico quando le condizioni politiche e culturali vanno già in direzione opposta. Viene così schiacciato dal processo che cerca di correggere: l’uomo sbagliato nel momento giusto, o forse il momento sbagliato per l’uomo giusto.

La malinconica parabola di Futuro e Libertà per l’Italia (2010-2015) non interrompe la deriva della destra italiana; ne conferma piuttosto la forza.



Berlusconi inaugura il ciclo presentandosi come campione della libertà e del mercato. Ma nella pratica il berlusconismo governa attraverso uno statalismo selettivo: lo Stato non arretra, cambia destinatari. Non un capitalismo concorrenziale, bensì un uso proprietario del potere pubblico. Le istituzioni restano in piedi, ma diventano strumenti di protezione normativa e rendita. Il liberalismo è più linguaggio che ethos, lessico di legittimazione più che cultura della libertà responsabile.

Questa origine segna tutto ciò che segue. Una destra democratica nasce quando accetta regole che possono danneggiarla, riconosce il conflitto come istituzionale e l’avversario come legittimo. La destra italiana post-1994 nasce invece contro lo stato liberale: il potere è da difendere, la legge è percepita come ostacolo personale o di parte. Da qui, la progressiva delegittimazione delle istituzioni e dell’interesse pubblico.



Differenziare Bossi da Salvini è cruciale. Mentre il leader storico della Lega manteneva un profilo relativamente moderato e politico ( comunque tentava), Salvini radicalizza azione e linguaggio, trasformando l’identità nazionale in arma di pressione e polarizzazione. Con lui la destra abbandona l’impianto fintoliberal-populista e assume apertamente tratti nazionalisti e sovranisti.

Il governo gialloverde (2018-2019) rappresenta lo spartiacque: non tanto per le singole politiche, quanto per ciò che diventa legittimo dire e pensare: confini come ossessione identitaria, nemico interno come collante politico, sicurezza come valore centrale, stato di diritto come variabile negoziabile. Lo stato non è più solo favore selettivo: diventa strumento politico diretto.

Con Giorgia Meloni questa cultura politica entra stabilmente nelle istituzioni. Non più rottura, ma normalizzazione: governo responsabile, disciplinato, sobrio nel linguaggio, ma con un orizzonte chiaro: nazione, ordine, autorità, tradizione. L’estremismo non è più spettacolare, ma amministrativo e quindi più pervasivo.





In questo contesto diventa possibile il “fenomeno” Vannacci, emerso nell’estate del 2023. Qui le spinte più radicali della destra si mostrano in forma visibile: rivendicative, rumorose, e orientate all’identità come gerarchia sociale. La sua uscita dalla Lega non rompe la traiettoria, la chiarisce: in queste ore l’estremismo viene provvosoriamente collocato ai margini per rendere il finto centro più presentabile. Probabilmente la destra lo attaccherà, ma lingua e finalità sono identiche.

Un precedente storico “vannacciano”, seppure di origime missina, si intravede già nel 1995 con Pino Rauti e la Fiamma Tricolore, nati dalla scissione interna al Movimento Sociale Italiano contro la “svolta di Fiuggi” di Fini. Rauti rappresentava una destra identitaria prematura rispetto al processo in corso, rivendicando identità e gerarchie, anticipando dinamiche oggi pienamente visibili.

 


Discorso che può essere esteso alle microformazioni politiche a destra di Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. In questa prospettiva, può essere utile ricorrere alla distinzione concettuale tra fascismo come regime e fascismo come movimento. Che permette di leggere la tensione tra regimisti e movimentisti, anche dopo il 1994, come una sorta di deriva dei continenti: masse ideali che si spostano, si avvicinano o si fratturano nel tempo, generando, o comunque muovendosi all’interno di quello che potremmo definire un “fascismo 2.0”, come punto di arrivo della dinamica involutiva qui descritta da Berlusconi a Vannacci.

Come recita una specie di Ecclesiaste politico: c’è un tempo per ogni cosa, e un tempo per ogni attività sotto il cielo. Ora potrebbe essere il tempo del generale Vannacci: l’uomo giusto nel momento giusto.
 

Il giudizio su Vannacci va collocato in questa dinamica più ampia, prescindendo dai possibili risultati elettorali. La sua rilevanza sta nel ruolo di indicatore politico: prova fino a che punto il discorso pubblico e istituzionale si è spostato su posizioni sempre più radicali.

Letta così, la parabola Berlusconi-Vannacci è coerente: in Italia non si è mai consolidata una destra pienamente democratica, capace di interiorizzare liberalismo, stato di diritto, alternanza e regole istituzionali. Il consenso ha sempre contato più delle norme.

 


La scissione di Vannacci non segnala una crisi della destra italiana, ma la sua “maturazione” interna. Dopo trent’anni, il percorso è completo: dal populismo proprietario al nazionalismo identitario, dal mercato come slogan allo Stato come strumento di comando, dal consenso al disciplinamento. Con Vannacci, si ritorna a una pericolosa logica di appartenenza definita dai tratti somatici: “Gli italiani sono di pelle bianca e hanno tratti tipicamente caucasici; chi ha i tratti del Centrafrica e la pelle nera non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani" (*). 


Non una radicalizzazione improvvisa, ma una involuzione coerente. Verso, ripetiamo, una specie di fascismo 2.0. Perché, cosa che non va mai dimenticata, l’Italia ha per così dire il triste primato di aver inventato il fascismo. E sono cose che in termini di continuità storica possono pesare nella cultura politica di un paese, soprattutto quando cultura di massa.

Esageriamo? Valuti il lettore.

Comunque sia, Vannacci non è un incidente di percorso: ma il portato di un processo che risale al 1994 e che difficilmente si fermerà qui.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.la7.it/intanto/video/roberto-vannacci-torna-a-parlare-di-tratti-somatici-la-mia-frase-non-e-offensiva-e-dirlo-non-e-reato-16-08-2024-554985 .

martedì 3 febbraio 2026

Quando scendere in piazza diventa un crimine

 


La differenza tra dittatura e democrazia si coglie in modo quasi sperimentale osservando che cosa accade quando la gente scende in piazza. In una dittatura la grande manifestazione, specie se potenzialmente conflittuale, non è ammessa: al primo assembramento intervengono le forze dell’ordine e i manifestanti vengono dispersi, imprigionati o eliminati fisicamente. La manifestazione non è un diritto ma un crimine politico: l’assembramento in sé è percepito come una minaccia al potere e viene represso immediatamente, senza mediazioni né scrupoli.

Un esempio immediato è rappresentato dalle proteste nelle piazze iraniane contro il regime teocratico, di cui ci arrivano persino alcune rare foto e video

Ma la lista è lunga.

Nella Germania nazista, dopo il 1933, scioperi e proteste furono cancellati con l’intervento di Gestapo e SS, tra arresti, campi di concentramento ed eliminazioni fisiche; nell’URSS, qualsiasi protesta spontanea era classificata come contro-rivoluzionaria e repressa con l’esercito, come nel massacro di Novočerkassk del 1962 sotto il regime di Chruščëv, con morti occultati come segreti di Stato; nella Cina del 1989, a Piazza Tiananmen, una grande mobilitazione studentesca fu schiacciata dai carri armati e rimossa dalla memoria ufficiale; nel Cile di Pinochet manifestare significava esporsi a carcere, tortura o sparizione forzata. Inutile, parlare della Russia putiniana, che come ai tempi dello Zar, deporta gli oppositori in Siberia (solo che a quei tempi, i deportati, potevano lavorare, addirittura insegnare, e portarsi dietro la famiglia), quando non li avvelena; dell’Italia fascista, con il suo tribunale speciale e la polizia onnipotente; della Spagna sotto Franco, che ancora all’inizio degli anni Settanta fucilava gli oppositori.



Nelle democrazie liberali, al contrario, la piazza è riconosciuta come spazio legittimo di conflitto: si manifesta liberamente e i conflitti violenti vengono, come si dice, “contenuti”. Proprio per questo la morte di un manifestante o di un civile diventa un grosso problema morale, giuridico e d’immagine. Negli Stati Uniti, nel 1970, la Guardia Nazionale uccise quattro studenti alla Kent State University durante le proteste contro la guerra in Vietnam, provocando uno shock nazionale, scioperi di massa e una grave crisi di legittimità; nello stesso anno, alla Jackson State, la polizia uccise due studenti afroamericani, episodio meno ricordato ma discusso come fallimento democratico; nel 2020 la morte di George Floyd, pur non avvenuta durante una manifestazione, innescò la più vasta ondata di proteste dai tempi dei diritti civili, con processi, condanne e un danno d’immagine enorme per le istituzioni. Esistono poi casi-limite, esempi “negativi” che mostrano come anche le democrazie possano avvicinarsi pericolosamente alla logica autoritaria: il Bloody Sunday del 1972 a Derry, con tredici manifestanti uccisi (quattordici in totale per le ferite successive) dall’esercito britannico; la repressione della manifestazione algerina a Parigi nel 1961, con decine di morti; il tormentato Sessantotto in Italia e in Europa, il G8 di Genova del 2001, con la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz e a Bolzaneto. Ma proprio qui sta la differenza decisiva: in tutti questi casi la violenza non è stata normalizzata, bensì seguita da scandali, inchieste, processi, condanne internazionali, scuse ufficiali, memoria conflittuale.



Le democrazie liberali non sono innocenti, ma sono costrette a rendere conto; le dittature non sono più violente, sono semplicemente irresponsabili. Dove la morte in piazza viene rimossa o addirittura celebrata, il potere si rafforza; dove diventa un problema pubblico permanente, il potere si incrina. Ed è in questa incrinatura, non nell’assenza di conflitto, che passa la linea di demarcazione tra dittatura e democrazia.

Per farla breve: il conflitto, talvolta anche violento, è parte integrante della democrazia liberale. Ovviamente, per chiunque abbia radici fasciste, o comunque autoritarie, si tratta di un concetto difficile, se non impossibile, da capire.

Si dirà: ma se poi la violenza di piazza si trasforma in terrorismo, o comunque sembra avere radici terroristiche? E un rischio che le democrazie liberali, se tali, devono correre. Anche perché sono capaci di avere la mano ferma, quando però realmente necessario, come nell’Italia degli Anni di Piombo. E non è certo questo il caso della manifestazione torinese di sabato scorso. Che la destra prova a far passare per terrorismo.

È proprio a partire da quest’ultima osservazione che si può capire ciò che sta accadendo oggi negli Stati Uniti e ciò che rischia di accadere in Italia.



Nell’America di Donald Trump si assiste a una crescente criminalizzazione dell’opposizione che prova a manifestare, a una retorica securitaria che tende a equiparare il dissenso al terrorismo e a una gestione dell’ordine pubblico sempre meno orientata al contenimento e sempre più alla deterrenza politica. Quando gli oppositori vengono delegittimati prima ancora di scendere in piazza, il terreno democratico comincia a cedere.

In Italia, dopo i fatti di Torino, il governo, ha subito parlato di “terrorismo” annunciando nuove misure restrittive sull’ordine pubblico: il rischio non è l’autoritarismo compiuto, ma lo slittamento culturale, l’idea che la piazza sia di per sé sospetta e che il conflitto sociale debba essere prevenuto più che governato. Perché – ecco il succo del discorso – chiunque manifesti è portatore sano del germe terrorista. È sempre così che si comincia: non abolendo la democrazia, ma svuotandola, un provvedimento alla volta, un linguaggio alla volta, una piazza alla volta.



In fondo, la differenza teorica tra dittatura e democrazia è lampante. Nella dittatura la piazza è illegittima per definizione, la violenza è preventiva e totale e i morti non parlano, né oggi né domani: vengono cancellati, rimossi, assorbiti dal silenzio del potere. Nella democrazia, al contrario, la piazza è legittima, la violenza dovrebbe restare un’eccezione e quando avviene produce fratture, scandali, problemi morali, giuridici e mediatici che il potere non può semplicemente archiviare.

È qui che il verbo “contenere” diventa decisivo: contenere il conflitto significa riconoscerlo come parte del gioco democratico, accettare che il dissenso esista e debba essere governato; eliminarlo, invece, significa negare il gioco stesso. Il passaggio più insidioso avviene quando una parte dei cittadini finisce per sostenere misure repressive sempre più dure: non perché il conflitto sia davvero scomparso o perché l’ordine sia in pericolo assoluto, ma perché il consenso viene costruito attraverso la paura, la semplificazione e la criminalizzazione dell’avversario. È in questa manipolazione del consenso, prima ancora che nelle leggi o nei manganelli, che una democrazia comincia a smettere di riconoscersi come tale.



Del resto, cosa ci si può aspettare da un presidente americano come Donald Trump, che considera lo stato di diritto un ostacolo al proprio potere? E da una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni, che non solo non affronta il passato fascista, ma sembra volerlo ignorare del tutto?

Non sorprende quindi che negli Stati Uniti e in Italia la retorica dell’ordine, della minaccia interna e dell’emergenza permanente raccolga consensi crescenti. 

Ciò che sorprende, semmai, è vedere una sinistra – soprattutto in Italia – che, invece di smontare questo meccanismo, spesso lo imita, facendo il verso alla destra sul terreno securitario e contribuendo, forse inconsapevolmente, allo svuotamento culturale della democrazia liberale che afferma di voler difendere.

Carlo Gambescia

 

Bibliografia minima

Katia Pilati, Movimenti sociali e azioni di protesta, Il Mulino, 2018 ( guida abbastanza aggiornata e comunque completa); Ralf Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità. Saggio sulla politica della libertà, Laterza, 1989 (un piccolo classico); Charles Tilly, Conflitto e democrazia in Europa, 1650 - 2000, Bruno Mondadori, 2007 (eccellente cavalcata tra storia comparata e sociologia).