Jeffrey Epstein non era né un filosofo né un politico in senso classico. La sua ossessione era il potere, esercitato attraverso una combinazione ben nota di denaro, sesso e segreti.
Una ricetta antica, che attraversa la storia: dalle corti rinascimentali, dove favori sessuali e debiti finanziari si intrecciano alla ragion di Stato, fino agli apparati novecenteschi fondati sul dossier, sul ricatto e sulla sorveglianza.
Nel corso della sua attività, Epstein costruisce una rete globale di influenze, collegando élite politiche, finanziarie e dell’intrattenimento in un sistema in cui discrezione, ricatto e manipolazione sessuale diventano strumenti di controllo invisibile.
Nonostante ciò, Epstein non riesce mai a consolidare il suo sogno di diventare un “Grande Vecchio” del potere mondiale: un centro incontestato da cui dirigere il mondo dietro le quinte. Muore prima di vedere la sua rete trasformarsi in un impero duraturo.
Un “impero”. Si fa per dire. Perché, a ben guardare, la modernità ( e non solo) è troppo complessa per essere controllata da una sola persona o da un gruppo ristretto. Le monarchie e le oligarchie — o, in termini economici, i monopoli e gli oligopoli — prima o poi commettono un errore.
Si tratta di una regolarità metapolitica: nessuna élite dura per sempre. Esistono imperi millenari, ma non per sempre. Si chiama anche circolazione delle élite. E la storia, come osservava Pareto, è il cimitero delle aristocrazie. Cioè delle classi dirigenti.
Proprio perché, come recita una potente frase attribuita ad Abraham Lincoln, si può ingannare qualcuno per sempre e tutti per qualche tempo, ma non tutti per sempre.
Insomma, le verità tendono sempre a emergere: talvolta lentamente, talvolta in modo traumatico, e talvolta — come nella Seconda guerra mondiale — con l’intervento decisivo della forza militare.
Ovviamente, visto che la carne è debole, diciamo che, come regola generale, cosa che a Lincoln non piacerà, le élite, se vogliono durare, devono mentire il giusto. E comunque sia il meno possibile. E tantomeno sollevare o favorire polveroni controproducenti.
Tornando a Espstein, va sottolineato che non sarà né il primo né l’ultimo. Non però nel senso caro alla teoria del complotto.
Quale allora? Le materie tossiche che lascia — scandali, segreti, legami compromettenti — non sono residui inerti di un potere crollato. Sono, piuttosto, una risorsa politica: un arsenale di strumenti che altri possono utilizzare per ottenere influenza, pressione e vantaggi nel gioco globale delle élite. In questo senso, Epstein continua a esercitare un’ombra di potere: non come padrone diretto, ma come fornitore involontario di leve, carte e segreti per chi sappia come impiegarli.
Il sistema liberal-democratico è, in questo quadro, particolarmente sotto tiro. Perché trasformando l’eccezione Epstein nella regola, scambiando la parte per il tutto — tipico atteggiamento di chi sfrutta risorse politiche — si costruisce una rappresentazione del mondo in cui il predatore diventa norma.
Questo mina la fiducia nelle istituzioni, delegittima le regole della società aperta e finisce per normalizzare strategie di manipolazione che dovrebbero restare marginali. Così si apre la porta ai cattivi: ai nemici dell’ordine liberal-democratico.
Un’ultima avvertenza per il lettore. Le rivelazioni più piccanti, i nomi, le liste, i dettagli pruriginosi sono il dito. Per dirla con Pareto, attivano l’istinto delle combinazioni, cioè l’associazione tra fattori oscuri capace di accendere la fantasia.
Possono indignare, divertire o scandalizzare, ma rischiano di distrarre. La luna è altrove: nella necessità umana di razionalizzare il mistero, ovviamente ex post, producendo materiale spesso mitologico da usare come risorsa politica.
In definitiva, concentrarsi solo sullo scandalo significa consumarlo; interrogarsi sui meccanismi metapolitici — la razionalizzazione è una regolarità — che lo rendono possibile significa comprenderlo. Ed è questa, oggi, la posta in gioco.
Il “lascito” di Epstein è dunque un ammonimento. Il potere tende sempre a ricostituirsi — un’altra regolarità metapolitica — e si misura anche dalle sue scorie: da ciò che resta quando qualcuno costruisce reti di vulnerabilità e di segreti. In questo senso, Epstein sembra aver vinto, almeno per il momento, in un modo che nessuna condanna postuma può neutralizzare.
La vera sfida è costruire filtri istituzionali e culturali capaci di impedire che i rifiuti del sistema avvelenino l’aria. Più liberalismo, non meno.
Detto altrimenti: è vero che la storia è il cimitero delle aristocrazie, quindi anche di quella liberale. Ma perché avere così fretta?
Carlo Gambescia



































