sabato 5 settembre 2026

Vannacci, il fascismo e il gioco liberal-democratico

 


Una precisazione va subito fatta. Ogni ragionamento sulla forza elettorale di Futuro Nazionale è puramente ipotetico.


I sondaggi lo danno quasi all’ 8 per cento. Si parla di una cannibalizzazione della Lega e di Forza Italia. Ma anche Fratelli d’Italia è sotto tiro. Inoltre Vannacci potrebbe rianimare il partito del non voto. 

 Insomma, l’8 per cento per un partito che ha a meno di un anno di vita è un fatto notevole. Ora dando per scontato (ma non troppo) che alle politiche del 2027, graviti intorno al 10 per cento (forse anche al 12), con quali modalità potrebbe condizionare il centro-destra guidato da Giorgia Meloni?

In primo luogo, sul piano elettorale. E qui molto dipenderà dalla nuova legge elettorale, se favorirà o meno le alleanze. Se Giorgia Meloni sarà costretta a far salire a bordo il pittoresco ma aggressivo generale.

In secondo luogo, con un gioco al rialzo sul piano retorico, non tanto con la sinistra, quanto con la destra di Fratelli d’Italia, alla quale Vannacci, se non ancora ufficialmente, attribuisce inclinazioni badogliane, secondo la classica retorica un tempo farinacciana. Di qui il contrasto, enfatizzato da Futuro Nazionale, tra vera destra (Vannacci) e finta destra (Meloni). Insomma il generale ha buone carte da giocare. Può condizionare,  e se si rileverà anche abile manovratore, può mettere all'angolo Meloni & Co. 

In terzo luogo, non si può non rilevare il pericolo un forte condizionamento filorusso sul piano della politica estera, sposando l’idea di pace che piace molto agli italiani, dentro e fuori FdI.

Ad esempio, se Giorgia Meloni non risponde alle domande sul fascismo, Roberto Vannacci non aspetta altro per rivendicarne la grandezza.

E qui la domanda è: può una forza politica, di ispirazione fascista, partecipare al gioco politico liberal-democratico?

No. Il partito del generale Vannacci andrebbe messo fuori legge, ancora saremmo in tempo (Legge Scelba, 25 maggio 1952, contro la riorganizzazione del fascismo; legge Mancino, 25 giugno 1993, contro odio e discriminazione razziale).

Intanto sembra siano partire due inchieste delle Procure  militare e civile di Roma  sulla posizione due ufficiali iscrittisi a Futuro Nazionale, senza le necessarie autorizzazioni.

Giocare sui cavilli, per scoprirsi il meno possibile, può essere una tecnica, dalle antiche origini, ma se usata con lo scopo di difendere il liberalismo in chiave pacifista, confidando nella benevolenza del nemico, si andrà vero il fallimento totale.

Si dirà che  così si rischia di favorire la destra della Meloni, non affidabile anch'essa. Giusto. Però una pena al giorno. Grazie. 

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/09/04/vannacci-in-un-video-su-fb-replica-alle-critiche-me-ne-frego-delle-accuse-e-allalba-vincero_c98fcace-0242-48f8-b838-53745690be86.html .

venerdì 4 settembre 2026

Meloni, il Governo più lungo della Repubblica. Ma è cambiata la mentalità


 
Siamo sinceri: se non fosse per l’impronta mentale, il Governo Meloni sarebbe uno dei tanti governi repubblicani: il più lungo, ma comunque un governicchio. La durata, insomma, non è di per sé una prova di qualità politica.

 Il problema vero di questo governo è altrove. È nello sguardo ossessivamente rivolto alla sicurezza, in tutti gli ambiti: dalla criminalità ai migranti, dal degrado urbano all’ordine pubblico. Una sicurezza che tende a essere perseguita attraverso l’estensione dei controlli, delle interdizioni, delle espulsioni, delle nuove fattispecie di reato. E, soprattutto, con una crescente insofferenza verso quello che viene percepito come il “paracadute” della magistratura, cioè verso i limiti che lo Stato di diritto pone all’azione del potere.

Non è un’impressione campata in aria. Le cosiddette “zone rosse”, introdotte e progressivamente estese dal ministro Piantedosi, consentono di vietare la presenza in determinate aree urbane a soggetti ritenuti pericolosi sulla base dei loro precedenti e dei loro comportamenti. E, più in generale, tra decreti-legge, leggi e altri interventi normativi, da ultimo nell’aprile di quest’anno, il Governo Meloni ha progressivamente ampliato gli strumenti di controllo e repressione: dalle norme sulle occupazioni ai blocchi stradali, dalle nuove fattispecie di reato agli interventi sugli istituti penitenziari, fino alle disposizioni sulla sicurezza delle strutture per migranti.

Presi uno per uno, questi provvedimenti possono naturalmente essere discussi anche se non proprio condivisibili. Presi nel loro insieme, delineano però una precisa idea della politica: la sicurezza come risposta privilegiata alla complessità sociale.

Ed è qui che, sulla sicurezza, affiora l’iceberg della mentalità fascista di questo governo. Perché non semplicemente autoritaria?

In primo luogo, perché l’Italia ha inventato il fascismo, e certe eredità politiche sono dure da superare. In secondo luogo, perché l’idea di sicurezza che anima questa destra rinvia a un’antropologia negativa dell’uomo: l’uomo visto anzitutto come potenziale minaccia, come soggetto da controllare, da sorvegliare, da contenere. Alla quale si somma una sorta di psicopatologia del diverso: dello straniero, del migrante, del marginale, del soggetto che non rientra nell’immagine rassicurante della comunità.

In secondo luogo — ed è forse il punto più grave — perché la diffusione di questa cultura securitaria è favorita, mai come oggi, da un immaginario collettivo nel quale tornano parole d’ordine e categorie che appartengono alla tradizione fascista, ma che vengono riproposte senza necessariamente richiamarla direttamente.

È precisamente qui che la politica diventa metapolitica: razionalizzazione ex post dell’immaginario.

Si rifletta. L’attacco della destra alla woke culture — pur considerando gli eccessi, talvolta ridicoli, della stessa — rinvia anche a questo terzo fattore: si gioca sulla “dimenticanza”. Ma quale restare svegli? Il fascismo è roba di un secolo fa, eccetera, eccetera.

Si vuole smantellare la cattiva memoria storica del fascismo, o comunque quel poco che ancora ne resta. Un partigiano, e non solo in Italia, viene presentato come un reperto preistorico, possibilmente riconducibile al paleocomunismo, e così via. Dalla tragedia si vuole passare all’operetta, e dall’operetta all’avanspettacolo.

Chi parla di antifascismo viene ridicolizzato. L’antifascista è diventato una specie di macchietta: il nonno mezzo rimbambito di una volta, quello che la sparava grossa, non riconosceva i nipoti e viveva ormai fuori dal tempo.

Qui sta il vero pericolo.

Non nel ritorno del fascismo storico, naturalmente. Nessuno sta preparando una marcia su Roma. Il problema è più sottile: è cambiata la mentalità. Si è indebolita la soglia culturale che impediva a certe parole, certe rappresentazioni dell’uomo e certe idee del potere di tornare pienamente rispettabili.

Il virus fascista, insomma, non è tornato come regime. È tornato come possibilità mentale.

Pertanto, suona veramente ridicolo — e questa volta sul serio — magnificare il fatto che il Governo Meloni abbia creato, secondo i dati ufficiali, oltre un milione di posti

di lavoro. 

Ammesso e non concesso che il dato basti da solo a misurare la qualità di un governo, anche le dittature hanno saputo esibire grandi risultati occupazionali. 

Hitler, per esempio, ridusse drasticamente la disoccupazione. Ma lo fece anche attraverso il riarmo, la militarizzazione dell’economia, il lavoro coatto e la distruzione delle libertà sindacali. Il numero dei posti di lavoro, da solo, non dice dunque nulla sulla qualità politica di un regime. E nemmeno di un governo.  

 Carlo Gambescia

giovedì 3 settembre 2026

Tito Boeri: “Salvare lo Stato sociale”. Ma chi salva la produttività?

 

“Salvare lo Stato sociale”. È questo il titolo della quinta edizione del Festival Internazionale dell’Economia di Torino, che si terrà dal 22 al 25 ottobre 2026, sotto la direzione scientifica di Tito Boeri. Non stiamo dunque commentando un Festival già svolto, ma le dichiarazioni di Boeri in occasione della presentazione dell’edizione di quest’anno.

Il tema è importante. E Boeri lo presenta con parole difficilmente contestabili: il welfare state è un tratto distintivo dell’identità europea; protegge dai rischi, riduce la povertà e contiene le disuguaglianze, cercando nello stesso tempo di non scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro. Ma proprio perché lo Stato sociale è sottoposto a molte pressioni, sostiene Boeri, occorre riformarlo per salvarlo (1).

Boeri, del resto, non è un economista dell’estrema sinistra. È, come è noto, un riformista, e la sua stessa riflessione sul welfare insiste da anni sulla necessità di correggerne gli squilibri e renderlo sostenibile. Ed è proprio qui che emerge il paradosso: a un economista più radicalmente redistributivo si potrebbe rimproverare di partire dalla distribuzione; a un riformista come Boeri, invece, si può chiedere di ricordare che, prima ancora di redistribuire la ricchezza, bisogna creare le condizioni perché essa continui a essere prodotta.

Quindi la domanda preliminare che bisognerebbe porsi è questa: con quali risorse salviamo il welfare state?
Un passo indietro. Prima di cominciare il consueto “pippone” sulla produttività — parola che gli economisti pronunciano con la stessa naturalezza con cui il portinaio parla di condominio — conviene spiegare che cosa significhi.

Detta nel modo più semplice possibile, la produttività misura quanto riusciamo a produrre utilizzando una determinata quantità di risorse. Quando parliamo di produttività del lavoro, guardiamo a quanto valore viene prodotto per ogni ora lavorata. L’Istat la definisce, appunto, come il rapporto tra il valore aggiunto e le ore lavorate.

Facciamo un esempio elementare. Se un portinaio, lavorando otto ore, riesce a pulire dieci scale, quella è la sua produttività. Se, grazie a un’attrezzatura migliore, a una diversa organizzazione del lavoro o semplicemente a un metodo più efficiente, nelle stesse otto ore riesce a pulirne quindici, la produttività è aumentata.

Non ha necessariamente lavorato di più. Ha prodotto di più nello stesso tempo.

È questo il punto che spesso si perde nelle discussioni economiche. La crescita di un’economia non dipende soltanto dal numero delle persone che lavorano. Dipende anche dalla capacità di produrre più beni e servizi con le risorse disponibili. E questa capacità dipende dalla tecnologia, dagli investimenti, dall’organizzazione delle imprese, dalle competenze, dal capitale e dalla qualità del lavoro.

Ora possiamo affrontare il problema italiano. E qui i numeri sono poco allegri.

Secondo l’Istat, tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media appena dello 0,3 per cento all’anno. Nello stesso periodo, la media dell’Unione europea a 27 è stata dell’1,5 per cento annuo. Nel 2024, inoltre, la produttività del lavoro italiana è diminuita dell’1,9 per cento, dopo il -2,7 per cento del 2023. (2)

I dati più recenti confermano, però, che non siamo di fronte a una semplice difficoltà congiunturale. Nel decennio 2014-2024, inoltre, la produttività del lavoro è cresciuta in media appena dello 0,3 per cento all’anno. Istat sottolinea inoltre che, negli anni più recenti, sia la produttività totale dei fattori sia l’intensità di capitale hanno fornito un contributo negativo alla dinamica della produttività del lavoro. I dati relativi al 2025, per non parlare di quelli del 2026, sono preliminari.

C’è un dato che rende ancora più evidente il problema. Nel 2024 le ore lavorate sono aumentate del 2,3 per cento, mentre il valore aggiunto è cresciuto soltanto dello 0,4 per cento (un punto  sopra la media del decennio). In parole povere: abbiamo lavorato molto di più, ma prodotto relativamente poco di più. Un dato che aiuta a spiegare la stagnazione dei salari italiani e che, soprattutto, stride parecchio con le ditirambiche dichiarazioni di Giorgia Meloni.



Del resto, come detto non
è soltanto un problema dell’ultimo biennio. L’OCSE osserva che la crescita della produttività del lavoro italiana è debole dalla metà degli anni Novanta e che le prospettive di medio-lungo periodo continuano a essere frenate dalla sua dinamica insufficiente. Tra i problemi strutturali vengono indicati anche la ridotta presenza di imprese di grandi dimensioni, gli ostacoli alla crescita delle aziende, gli oneri regolamentari e fiscali e le carenze nelle capacità manageriali e nell’innovazione (3). Il che, ed è questo il secondo e ultimo inciso, mette seriamente in discussione — per non dire altro — la coerenza di un governo di destra, populisteggiante quanto si vuole, che pretende di finanziare il welfare attraverso una maggiore tassazione dei “ricchi”.

Si rifletta: se il problema strutturale dell’economia italiana è, infatti, la scarsa capacità di crescere, investire, innovare e aumentare la produttività, la risposta non può essere quella di considerare il profitto come una risorsa fiscale da spremere, anziché come uno dei presupposti dell’accumulazione, dell’investimento e della crescita. Qui l’analfabetismo economico di Giorgia Meloni assume dimensioni epocali.

E adesso torniamo al welfare.

Perché lo Stato sociale non è una macchina che produce automaticamente le risorse che distribuisce. Le risorse devono essere prodotte prima di poter essere redistribuite.

 

Pensioni, sanità, scuola, assistenza, trasferimenti: tutto questo richiede denaro pubblico. E il denaro pubblico proviene, direttamente o indirettamente, dalla capacità dell’economia di produrre redditi, valore aggiunto e quindi gettito fiscale.

Se la produttività cresce poco, il problema diventa enorme. Ancora di più quando la popolazione invecchia.

L’Italia si trova infatti davanti a una combinazione particolarmente difficile: meno persone in età lavorativa e più persone anziane, con una spesa pensionistica già elevata e destinata a esercitare forti pressioni sui conti pubblici. È precisamente una delle criticità sottolineate dall’OCSE nel suo ultimo rapporto sull’Italia. E allora la domanda diventa quasi brutale nella sua semplicità: chi pagherà il welfare di domani?

Possiamo aumentare le tasse. Possiamo aumentare il debito. Possiamo ridurre altre spese. Possiamo aumentare l’occupazione. Possiamo lavorare più a lungo. Possiamo combinare tutte queste possibilità.

Ma nessuna di esse elimina il problema fondamentale: bisogna produrre abbastanza ricchezza.

 

 

Ed è qui che la produttività diventa una questione politica, non soltanto economica. Boeri dice giustamente che bisogna “proteggere” lo Stato sociale e che, per salvarlo, occorre riformarlo. Ma se non affrontiamo contemporaneamente la debolezza della produttività, rischiamo di discutere soltanto come distribuire una ricchezza che cresce troppo lentamente.

È curioso, allora, che nella presentazione del Festival la produttività non sembri occupare il posto centrale che meriterebbe. Il programma, che sarà presentato integralmente il 15, comprende naturalmente temi come lavoro, imprese, competitività, innovazione e produttività. Ma la questione è più radicale: la produttività non è semplicemente uno dei capitoli del welfare. È una delle sue condizioni di possibilità.

E qui arriviamo a un altro passaggio delle dichiarazioni di Boeri, decisamente più discutibile. Il welfare sarebbe un tratto distintivo dell’identità europea e, secondo Boeri, ci verrebbe “invidiato da tutto il mondo”. Dietro l’antieuropeismo della nuova amministrazione americana si potrebbe leggere, a suo giudizio, anche una sorta di “invidia” per il welfare europeo, costruito mentre gli Stati Uniti garantivano all’Europa la protezione militare.

Lasciamo perdere, per il momento, la psicologia dell’amministrazione americana. L’idea dell’ “invidia” è un’interpretazione politica, non un dato economico. E può essere discussa.

Molto più interessante è invece la questione che precede tutto il resto: il welfare europeo può essere certamente considerato una grande conquista sociale. Ma non vive di identità. Vive di produttività.

Un sistema previdenziale generoso, una sanità universalistica, una scuola pubblica efficiente, un sistema di assistenza capillare richiedono una base economica sufficientemente solida. Se quella base si restringe, prima o poi anche il welfare entra in crisi.

Perciò il problema non è soltanto come redistribuire la ricchezza. È come produrla. Ed è qui che il discorso sul welfare rischia di capovolgersi.

Perché possiamo passare mesi a discutere di pensioni, sanità, immigrazione, disuguaglianze, trasferimenti e mercato del lavoro. Ma alla fine ritorna sempre la stessa domanda: chi paga?

La risposta non può essere “lo Stato”. Lo Stato non è un produttore magico di ricchezza. È soprattutto un redistributore di risorse che devono essere generate dall’economia.

Il problema italiano, allora, non consiste soltanto nell’avere uno Stato sociale troppo costoso o troppo generoso. Consiste anche nell’avere un’economia che da troppo tempo produce troppo poco aumento di produttività.  Non si può prima imprecare contro il profitto, per poi accendere candele affinché il San Gennaro capitalista  compia l'ennesimo miracolo.

Ed ecco il paradosso. Si vuole salvare lo Stato sociale senza mettere abbastanza al centro la macchina economica che deve finanziarlo. È come preoccuparsi della distribuzione delle razioni senza domandarsi se il forno continui a produrre pane.

Forse, allora, la domanda del Festival di Torino dovrebbe essere leggermente modificata. Non soltanto: "Come salvare lo Stato sociale?" Ma anche: "Come salvare la produttività che deve finanziarlo".  Perché senza produttività, alla lunga, il welfare rischia di diventare una gigantesca discussione sulla redistribuzione della stagnazione (4).

E questa, più che una questione tecnica, è una questione politica. Anzi metapolitica.

Carlo Gambescia

1) Qui: https://askanews.it/2026/09/02/festival-internazionale-delleconomiasalviamo-lo-stato-sociale/ .

2) Istat, Misure di produttività – Anni 1995-2024, 12 dicembre 2025, e Istat, Rapporto annuale 2026 – La situazione del Paese. La produttività del lavoro è cresciuta in media dello 0,3% annuo nel periodo 1995-2024 e nel 2024 è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023. Nel periodo 2015-2025 la crescita media annua è stata appena dello 0,2%; i dati relativi al 2025, per non parlare di quelli del 2026, sono preliminari (https://www.istat.it/comunicato-stampa/misure-di-produttivita-anni-1995-2024/ ).

3) OCSE, Studi economici dell’OCSE: Italia 2026, 23 aprile 2026 . (https://www.oecd.org/it/publications/studi-economici-dell-ocse-italia-2026_fea691db-it.html ).

4) A dire il vero, il programma del Festival 2026 comprende anche incontri dedicati a produttività, competitività, imprese e innovazione. Il programma completo sarà reso disponibile soltanto dal 15 settembre.



mercoledì 2 settembre 2026

Impotenza

 


È terribile la sensazione di impotenza che si prova nel vedere la devastazione del dibattito pubblico italiano.

L’impressione è quella di assistere al dispiegarsi di uno tsunami: lo si vede arrivare, se ne intuisce la forza distruttiva, ma non si sa come fermarlo.

Forse, però, il problema è ancora più grave. Di fatto, i confini tra rappresentazione e percezione della realtà, da un lato, e realtà, dall’altro, sono stati superati da un pezzo. Non ci limitiamo più a discutere della realtà: discutiamo di rappresentazioni della realtà che, una volta costruite politicamente e mediaticamente, finiscono per sostituirla. La realtà, insomma, viene dopo il romanzo.

Prendiamo due esempi. Il primo riguarda la vicenda della tredicenne di Torino. Un uomo di 42 anni, originario del Bangladesh, è stato arrestato con l’accusa di avere costretto una minorenne a subire atti sessuali. Il gip ha ravvisato gravi indizi di colpevolezza, anche sulla base del racconto della ragazza e delle immagini delle telecamere, ma ha disposto per l’indagato l’obbligo di firma, ritenendo non necessaria la custodia cautelare in carcere.

Si può discutere, naturalmente, della decisione del giudice. La si può persino criticare duramente. Ma una cosa è la critica a una decisione giudiziaria; un’altra è trasformare immediatamente un’indagine in una sentenza definitiva, l’accusa in una condanna, gli atti sessuali in “stupro” e, soprattutto, la garanzia dell’indagato in una sorta di ostacolo morale alla giustizia.

È precisamente qui che la rappresentazione comincia a divorare la realtà. Perché lo Stato di diritto non stabilisce che l’indagato sia innocente perché ci piace pensarlo innocente. Stabilisce che egli debba essere considerato innocente fino a una sentenza definitiva. È una differenza elementare, ma decisiva.



E quando anche il Presidente del Consiglio interviene nel dibattito pubblico e mette sotto accusa la decisione del giudice, anche di fatto, il problema non è più soltanto giudiziario. Diventa politico e culturale: la garanzia viene percepita come indulgenza, la prudenza processuale come debolezza, il giudice come nemico della sicurezza.

Il secondo esempio è ancora più istruttivo: la legge elettorale. Il testo approvato alla Camera prevedeva un premio di maggioranza per la coalizione capace di raggiungere il 42 per cento dei voti. Ora, al Senato, il quadro è nuovamente cambiato e si è riaperta la discussione sul ballottaggio, con proposte che prevedono soglie del 40 e perfino del 38 per cento.

E qui arriva il dettaglio politicamente più interessante: quelle percentuali assomigliano terribilmente alle percentuali che i sondaggi attribuiscono oggi alle forze di governo. Una coincidenza che non è sfuggita a diversi commentatori.

Ora, una legge elettorale dovrebbe essere pensata per durare oltre il governo che la approva, oltre la maggioranza parlamentare che la vota e, possibilmente, oltre gli uomini politici che l’hanno concepita. Se invece la soglia elettorale si muove insieme ai sondaggi, siamo davanti a qualcosa di diverso: non più la costruzione di una regola del gioco, ma l’adattamento delle regole del gioco alla situazione del giocatore.

E questo è precisamente il punto. La democrazia liberale presuppone che le regole vengano prima dei risultati. La demagogia fa il contrario: parte dal risultato che si desidera e costruisce intorno a esso il romanzo, la norma, perfino la percezione della realtà.

Oggi questa cosa la chiamiamo “post-verità”. È un termine suggestivo, ma forse troppo nuovo per un fenomeno assai antico. Aristotele aveva già individuato il meccanismo della demagogia: il politico che non si limita a persuadere i cittadini, ma fa leva sulle loro passioni, ne asseconda i desideri e finisce per trasformare ciò che il popolo vuole sentirsi dire in una verità politica.

La post-verità, in fondo, è spesso demagogia più connessione Internet.

E qui torniamo alla sensazione iniziale: l’impotenza. Perché il vero problema non è che esistano cattivi argomenti. La democrazia liberale ha sempre convissuto con la propaganda, la demagogia, la menzogna politica e la manipolazione.

Il problema nasce quando viene meno la distinzione condivisa tra vero e falso, tra fatto e interpretazione, tra accusa e condanna, tra regola e convenienza, tra istituzione e parte politica.

Quando questa distinzione salta, ogni cosa diventa possibile. Un’indagine può diventare una condanna. Una critica a una sentenza può diventare un attacco all’indipendenza della magistratura. Un sondaggio può diventare un criterio per scrivere una legge elettorale. Una maggioranza parlamentare può finire per considerare le istituzioni come strumenti della propria convenienza. E la realtà, lentamente, diventa ciò che il potere riesce a far credere che sia.

È questo, forse, il passaggio più inquietante. Perché la liberal-democrazia non vive soltanto di elezioni. Vive di limiti, procedure, garanzie, istituzioni autonome e, soprattutto, di una distinzione elementare: quella fra il potere e la verità. Una verità di tipo logico. È qui che torna utile uno schema elaborato da un economista dalla cultura enciclopedica, oggi quasi dimenticato: Giuseppe Palomba, attentissimo alle grandi questioni politiche.

Muovendosi da sinistra a destra – scrive Palomba – i contenuti sono sempre più lontani dal ragionamento scientifico o logico. Mentre, muovendosi dall’alto verso il basso, si nota un arricchimento dei valori di verità e delle loro possibilità di enunciazione. Fermo restando che nell’ultima colonna questa proprietà va intesa con segno negativo e quindi come impoverimento progressivo e mistificazione crescente delle deteriori intenzioni di colui che enuncia false sentenze” (*)

Insomma, dalla verità logica alla post-verità. Sarebbe bastato, e basterebbe, aver letto il grandissimo Giuseppe Palomba, accademico, ricercatore inesauribile, capace di vedere ante litteram non pochi dei problemi che oggi attanagliano la vita politica.

 

Quando questa distinzione viene meno, la politica non diventa più forte. Diventa arbitraria. E l’arbitrio, prima o poi, presenta il conto.  Per questo la sensazione di impotenza non è soltanto psicologica. È politica. È la sensazione di chi assiste alla lenta erosione delle regole che rendono possibile una società libera e scopre che, mentre le regole vengono erose, una parte crescente dell’opinione pubblica applaude.

Finirà male.

Carlo Gambescia

(*) Giuseppe Palomba, Lezioni di economia politica, Veschi Editore, Roma (s.d. ma 1976), p. 29. Ma si veda tutto il capitolo I, pp. 19-42.



martedì 1 settembre 2026

Lo spirito di rassegnazione dei russi. Una microstoria del potere

 

Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso impazzavano gli studi sulla vita quotidiana. Sulla scia della  École  des Annales — Bloch, Febvre, Braudel, eccetera — nacquero studi e microstorie sulle non sempre previste incrostazioni secolari di cui si nutriva la vita quotidiana di uomini e donne.

La microstoria è passata di moda da un pezzo e oggi se ne parla molto meno. Peccato. Perché, ad esempio, potrebbe aiutarci a capire qualcosa del sostegno dei russi a Putin, così come prima del sostegno al potere sovietico, dopo quasi settant’anni di comunismo. E, andando ancora più indietro, dei tre secoli di potere dei Romanov.

Che cosa ci insegna, in fondo, lo studio della vita quotidiana? Che i comportamenti umani fondamentali sono fondati sull’invenzione, ma anche sulla ripetizione e sulla mimesi. Le società sono profondamente conservatrici. Anche i comportamenti innovativi, che non sempre vengono percepiti come tali, ma possono essere semplicemente il perseguimento di interessi e passioni umane, hanno bisogno di molto tempo per sedimentarsi ed essere accettati, dopo la conferma dei fatti, come una sorta di migliore dei mondi possibili.

Ora, da questo punto di vista, qual è il lato strutturale profondo della vita politica russa? Quello di una familiarità con la sottomissione al potere politico e sociale, alla quale corrisponde una certa rassegnazione.
Non si tratta, naturalmente, di una caratteristica antropologica eterna del popolo russo. Sarebbe una spiegazione tanto facile quanto sbagliata. Si tratta piuttosto di un’abitudine politica e sociale prodotta dalla lunga ripetizione di determinate forme di potere imbevute di arcaicità, quasi animale.

Per capirsi: dall’istituzionalizzazione della dinastia Romanov fino al 1917 si possono individuare almeno cinque grandi rotture dell’ordine politico: la rivolta di Stenka Razin nel Seicento, quella di Pugačëv nel Settecento, il movimento decabrista del 1825, la rivoluzione del 1905 e infine la crisi rivoluzionaria del 1917, culminata nella presa del potere bolscevica dell’ottobre.



Cinque grandi fratture in quasi tre secoli non significano, naturalmente, assenza di conflitti, rivolte, sommosse e resistenze. Significano però che la struttura politica fondamentale — il potere verticale, concentrato e autoritario — mostrò una straordinaria capacità di riprodursi.

Poi arrivò il Novecento sovietico. Una nuova ideologia, un nuovo regime, una nuova classe dirigente. Ma anche una continuità sorprendente: il monopolio politico, la concentrazione del potere, la subordinazione dell’individuo allo Stato.

La vera grande crisi arrivò tra il 1989 e il 1991, quando entrò in crisi l’intero sistema sovietico e l’Unione Sovietica cessò di esistere.

Ma tra il 1999 e il 2000 accadde qualcosa di altrettanto significativo, anche se di segno opposto: dopo il disordine e la debolezza dello Stato degli anni Novanta, cominciò la ricostruzione di un centro politico forte. Elzin lasciò il potere e Putin ne prese il posto.

Non fu una rivoluzione. Fu, semmai, la ricostruzione dell’autorità verticale.

E qui arriviamo al punto.



Putin, a sua volta, potrebbe anche essere fatto fuori, politicamente o fisicamente. I regimi personali, prima o poi, finiscono. Ma la struttura monopolistica del potere, che si alimenta anche della rassegnazione dei cittadini, potrebbe sopravvivergli.

È questo il punto che, forse, sfugge a molta analisi occidentale della Russia. Ci si concentra sulla personalità di Putin, sulla sua ideologia, sulle sue decisioni, sui suoi apparati. Tutto giusto. Ma si dimentica la sedimentazione storica delle abitudini politiche.

Non significa che i russi siano “naturalmente” autoritari o rassegnati. Significa che una società nella quale per secoli si sono succedute forme di potere fortemente verticali può sviluppare una diversa familiarità con l’autorità rispetto a una società nella quale, per secoli, il potere è stato più frequentemente limitato, contestato e bilanciato.

Banalità? Forse. Ma le banalità della storia, quando durano secoli, cessano di essere banali.
 

 

Ecco perché questo aspetto della lunga durata — non in senso strettamente braudeliano — dovrebbe essere tenuto in considerazione da chiunque cerchi di trattare con la Russia.

Perché un uomo può cadere. Un regime può trasformarsi. Un’ideologia può scomparire.

Ma le abitudini politiche, quando sono sedimentate nella vita quotidiana, possono durare molto più a lungo.

La rassegnazione civile e politica può fare miracoli. Purtroppo.

Carlo Gambescia

lunedì 31 agosto 2026

Destra ignorante? Probabile. Ma soprattutto Grande Semplificatrice

 

Anche le polemiche risentono inevitabilmente della qualità degli interlocutori. Il che spiega, almeno in parte, la pochezza intellettuale della polemica scatenata da Bonaccini sulla destra che non studia e proseguita con toni virulenti dopo la replica di Giorgia Meloni, maestra di vittimismo postdatato.

Sia a destra sia a sinistra, ognuno ha voluto dire la sua. Sicché il livello della polemica è sceso così in basso che, in testa alle ricerche su Google e Google AI, è inevitabilmente finito il quesito sulla laurea di Bonaccini: «Lui che parla tanto è laureato?». No, per la cronaca, Bonaccini non è laureato. Ha frequentato il Liceo Scientifico.
Perciò dovrebbe votare per Giorgia Meloni… O no? Perché il Liceo è comunque già qualcosa.

La faccenda, naturalmente, è molto più seria e molto meno scolastica.

Il problema non è, o comunque non è soltanto, il titolo di studio conseguito. Il problema è la sensibilità verso la cultura, a cominciare dalla cultura politica. E questa non viene automaticamente consegnata insieme alla pergamena di una laurea.

Si può essere laureati e culturalmente rozzi. Si può avere un diploma e possedere una notevole curiosità intellettuale. Si può leggere moltissimo e leggere soltanto ciò che conferma le proprie convinzioni. E, soprattutto, si può studiare non per capire meglio il mondo, ma per trovare argomenti con cui confermare ciò che già si pensa.
Ed è qui che la questione si fa interessante.

Perché sarebbe troppo facile concludere che la destra non studia e la sinistra studia. La realtà è più complicata. La sinistra, mediamente più vicina agli ambienti universitari e alle professioni intellettuali, ha certamente un rapporto più intenso con il sapere organizzato. Ma anche a sinistra lo studio può trasformarsi in una forma di selezione ideologica del sapere: si leggono determinati autori, si frequentano determinati ambienti culturali, si privilegiano determinate interpretazioni e si tende a considerare sospette o irrilevanti quelle che non rientrano nel proprio universo mentale.

Anche questa, in fondo, è una forma di semplificazione.

C’è però un altro elemento che va considerato. La sociologia politica ha da tempo osservato un fenomeno apparentemente paradossale: l’elettore che si “sposta” rispetto alla collocazione politica che, secondo la tradizionale logica di classe, dovrebbe essergli propria.

Il caso più evidente è quello di una parte delle classi popolari che, anziché rivolgersi alla sinistra, finisce per votare a destra, e in particolare per la destra radicale. È un fenomeno che ha precedenti importanti nella storia politica del Novecento, compreso il consenso popolare raccolto dai movimenti fascisti, e che la scienza politica ha studiato a lungo.

Naturalmente, non è possibile ridurre fenomeni storici così diversi a un’unica spiegazione. Ma il problema esiste: perché una parte di chi occupa posizioni sociali subordinate può scegliere politicamente chi non rappresenta necessariamente i suoi interessi economici immediati?

La risposta non sta soltanto nel portafoglio.

Contano l’istruzione, il capitale culturale, i valori, l’identità, il rapporto con l’autorità, la percezione della minaccia e, soprattutto, il modo in cui i problemi politici vengono rappresentati.

L’elettore “dislocato”, dunque, non è necessariamente un ignorante. Sarebbe un errore, oltre che una forma di paternalismo, pensarlo in questi termini. Può essere una persona perfettamente capace di ragionare sui propri interessi, ma che interpreta la propria condizione soprattutto attraverso categorie culturali e identitarie: il declino, la perdita di status, l’immigrazione, la sicurezza, la trasformazione dei costumi, la sensazione di non riconoscersi più nel proprio Paese.

Ed è precisamente qui che la Grande Semplificazione trova il proprio terreno sociale.

Viviamo, del resto, in una società di massa. E la società di massa ha bisogno di semplificare. La politica deve trasformare milioni di esperienze individuali, interessi contraddittori e problemi tecnicamente complessi in parole comprensibili, immagini immediate e formule facilmente comunicabili.

La semplificazione, dunque, non è una prerogativa della destra. È una necessità della politica contemporanea.

Ma non tutte le semplificazioni sono uguali.

La destra contemporanea sembra spingersi più avanti lungo questa strada. La sua comunicazione politica tende a ricondurre la complessità a poche grandi opposizioni immediatamente riconoscibili: italiani e stranieri, popolo ed élite, ordine e disordine, sicurezza e insicurezza, tradizione e decadenza, noi e loro.

È una politica che funziona perché parla direttamente al senso comune. E proprio per questo è potente.

La destra offre una traduzione immediata di problemi spesso enormemente complessi. Alla perdita di sicurezza corrisponde il problema dell’immigrazione. Alla crisi dell’autorità corrisponde il problema della permissività. Alla trasformazione culturale corrisponde il problema della tradizione. Alla perdita di controllo sul proprio ambiente sociale corrisponde il problema dell’élite. Alla paura del futuro corrisponde il bisogno di un ritorno all’ordine.
Non importa, naturalmente, che ciascuno di questi problemi abbia cause molteplici e spesso contraddittorie. Politicamente, ciò che conta è che possa essere ricondotto a una figura riconoscibile.

Un volto. Un nemico. Una causa. Una soluzione. La Grande Semplificazione funziona così.

E qui la storia del Novecento insegna qualcosa che sarebbe imprudente dimenticare. I grandi movimenti politici di massa del secolo scorso non conquistarono il consenso soltanto attraverso programmi economici o sofisticate costruzioni ideologiche. Seppero soprattutto trasformare una realtà sociale complessa in una narrazione elementare: la crisi aveva un responsabile, la comunità aveva un nemico, la nazione aveva bisogno di ordine, il futuro poteva essere ricondotto a una promessa di riscatto.

Il fascismo, naturalmente, fu qualcosa di infinitamente più complesso di una semplice macchina di semplificazione. Ma la sua capacità di costruire una lettura immediata e totalizzante della realtà costituisce un precedente storico che non possiamo ignorare.

Non occorre essere ignoranti per semplificare. Anzi, la semplificazione politica può essere il prodotto di una notevole abilità comunicativa. Chi semplifica deve sapere che cosa eliminare, che cosa conservare e quale emozione associare a ciò che conserva.

Il problema nasce quando la semplificazione non è più uno strumento per rendere comprensibile la realtà, ma diventa un modo per sostituirla.

A quel punto non si spiega più il mondo: lo si riduce.

Ed è forse questo il punto che la polemica tra Bonaccini e Meloni non ha colto. 

Non basta dire che una parte dell’elettorato di destra “non studia”. Bisogna chiedersi perché determinati messaggi politici risultino particolarmente persuasivi presso determinati gruppi sociali.

La risposta non è soltanto nell’ignoranza. È nella combinazione tra capitale culturale, esperienza sociale, valori, percezione delle minacce e offerta politica.

Come detto, la sinistra, naturalmente, non è immune.

Anche la sinistra semplifica. Lo fa però più spesso attraverso categorie ideologiche, morali o culturali; attraverso un sapere selezionato, un linguaggio specialistico e, talvolta, la convinzione che il possesso di un determinato capitale culturale garantisca automaticamente la superiorità delle proprie conclusioni.

La sinistra può studiare di più e, nello stesso tempo, studiare ciò che è in linea con le proprie idee.
Anche questo è un modo di ridurre la complessità.

La differenza è che la destra tende a semplificare attraverso il senso comune, l’identità, l’ordine e la contrapposizione tra «noi» e «loro». La sinistra tende più spesso a farlo attraverso categorie culturali e morali, trasformando talvolta il dissenso in un problema di ignoranza, arretratezza o insufficiente sensibilità.
 

Due modalità diverse di ridurre la complessità.

Ma una cosa resta: la destra, oggi, sembra avere fatto della semplificazione una risorsa politica più sistematica.
E forse proprio qui sta il suo vantaggio sull’elettore “dislocato”: riesce a offrirgli una spiegazione semplice per una condizione che semplice non è.

Non è detto che quella spiegazione sia vera. È sufficiente che sia comprensibile, riconoscibile e politicamente mobilitante.

La Grande Semplificazione non è, dunque, sinonimo di stupidità. È una tecnica politica.

E forse proprio per questo dovremmo preoccuparci meno dei titoli di studio dei politici e un po’ di più della loro capacità — e della loro volontà — di confrontarsi con un mondo che, per fortuna, è assai più complicato dei loro slogan.

Perché una democrazia liberale dovrebbe fare esattamente il contrario: non eliminare la complessità, ma renderla comprensibile senza distruggerla.

Alla fine, la domanda non è chi abbia studiato di più. Ma chi sia disposto a confrontarsi con la complessità

Carlo Gambescia

domenica 30 agosto 2026

Alessandro Di Battista. Un Ben Barka sessant’anni dopo

 


Alessandro Di Battista è ricoverato in gravi condizioni all’Avana, dopo essere stato colpito da un malore a Cuba. La notizia, naturalmente, viene prima di tutto il resto. Prima della politica, prima delle polemiche, prima dei personaggi e dei personaggi costruiti intorno ai personaggi.

Di Battista ha 48 anni e, secondo le notizie più recenti, dopo essere rimasto per alcune ore privo di sensi ha rip
reso conoscenza, ha parlato con i medici ed è stato trasferito all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana. Il governo italiano ha fatto sapere di essere pronto, se le condizioni lo consentiranno, a favorirne il rientro in Italia.

Gli auguriamo, dunque, sinceramente di farcela.

Ma proprio perché la cronaca è anche simbolo, possiamo permetterci una riflessione che prescinda, almeno per un momento, dalla sua vicenda clinica.

Di Battista potrebbe essere definito, con una formula volutamente paradossale, il Ben Barka con sessant’anni di ritardo.

Naturalmente non c’è alcuna equivalenza tra i due uomini. Mehdi Ben Barka, matematico di formazione e di notevole valore, fu uno dei grandi protagonisti del nazionalismo marocchino e della sinistra anticolonialista internazionale. Oppositore di Hassan II, dirigente dell’UNFP(Union Nationale des Forces Populaires), era destinato a svolgere un ruolo centrale nell’organizzazione della Conferenza Tricontinentale. Il 29 ottobre 1965 fu sequestrato a Parigi e da allora scomparve. Le circostanze della sua scomparsa e della sua morte non sono mai state completamente chiarite.

Ma non è della deriva complottista che intendiamo qui parlare. Tra l’altro dietro la sparizione di Ben Barka ci furono, cosa certa, i servizi segreti marocchini, e forse (sembra che lo volessero vivo per interrogarlo) quelli americani. Per Di Battista già si accusa il Mossad. Ancora prima di sapere cosa sia accaduto veramente all’ ex parlamentare Cinque Stelle.

Quindi non è questa la pista che seguiremo. C’è invece un altro punto interessante, diciamo pure impressionistico ma notevole.

Ben Barka partiva dal Terzo mondo per arrivare nel cuore dell’Occidente. Di Battista, sessant’anni dopo, ha compiuto, per certi versi, il percorso inverso: dall’Occidente parlamentare è andato alla ricerca del Terzo mondo, o meglio di ciò che del Terzo mondo è sopravvissuto nell’immaginario anti-imperialista e populista contemporaneo.



C’è qualcosa di profondamente dibattistiano nella scelta di Cuba.

Non soltanto perché Cuba è Cuba. Ma perché Cuba, nell’immaginario politico di Di Battista, rappresenta da sempre qualcosa di più di un Paese: un luogo della memoria rivoluzionaria.

Ed è significativo che il malore lo abbia colpito proprio durante un viaggio destinato alla realizzazione di un reportage. Di Battista era a Cuba per lavoro, per raccontare ancora una volta quel mondo che negli ultimi anni è diventato parte essenziale della sua attività pubblicistica e giornalistica.

È come se la politica, uscita dalla porta, fosse rientrata dalla finestra.

Di Battista aveva lasciato il Parlamento nel 2018, scegliendo di non ricandidarsi. Ma non aveva affatto abbandonato la politica. Aveva semplicemente cambiato il suo modo di praticarla: meno istituzioni, più piazze; meno Parlamento, più reportage; meno partito, più testimonianza; meno rappresentanza, più romanzo politico.



È una trasformazione interessante.

Perché il politico populista contemporaneo, quando perde il luogo istituzionale della politica, rischia di trasformarsi in personaggio politico permanente.

Non deve più conquistare voti. Deve conservare un’identità. Di qui, talvolta, anche l’estremismo politico.

E per conservare un’identità politica servono luoghi, simboli, nemici, cause.

Di Battista li ha cercati soprattutto fuori dall’Occidente liberal-democratico. Cuba, Palestina, America Latina, Russia e altri scenari internazionali sono diventati così non soltanto oggetti di interesse giornalistico, ma anche teatri di una precisa rappresentazione del mondo.

Qui il vero punto. Ripetiamo: la politica non vive soltanto di programmi e interessi: vive anche di immagini. Vive di miti: le “idee-forza” di Georges Sorel, che negli ultimi anni della sua vita guardò con interesse tanto a Lenin quanto a Mussolini. Vive soprattutto della capacità di trasformare un luogo geografico in un luogo politico.
 


Cuba non è soltanto Cuba. È la Rivoluzione. L’Avana non è soltanto l’Avana. È Che Guevara, è Fidel Castro, è la Tricontinentale, è l’anti-imperialismo, è la memoria di un mondo che l’Occidente liberal-democratico ha sconfitto storicamente, ma che non è mai riuscito completamente a cancellare dall’immaginario politico.

E qui ritorna Ben Barka.

Perché c’è una coincidenza storica quasi romanzesca.

Ben Barka stava lavorando alla Conferenza Tricontinentale quando fu sequestrato a Parigi nell’ottobre del 1965. La conferenza si sarebbe poi svolta all’Avana nel gennaio 1966. Ben Barka non vi arrivò mai.

Sessant’anni dopo, un ex parlamentare italiano proveniente dal Movimento 5 Stelle arriva all’Avana come giornalista e reporter.

Non è più il Terzo mondo degli anni Sessanta. Ma una Cuba in profonda crisi economica e sociale, segnata da gravi carenze di energia, acqua, trasporti e beni essenziali.

Non c’è più la Guerra fredda di allora. Non c’è più l’idea di una rivoluzione mondiale imminente. Non c’è più neppure quella fiducia quasi religiosa nella capacità della politica di rifare l’uomo e la società. Ma rimangono i simboli.

Ed è proprio questo che rende la vicenda di Di Battista interessante anche al di là di Di Battista.



Ripetiamo: la politica può morire come ideologia e sopravvivere come immaginario.Forse è questa la vera eredità del Novecento.

Le ideologie hanno perso la loro forza organizzativa, ma continuano a vivere nei luoghi, nei miti, nelle fotografie, nei viaggi, nelle magliette, nei racconti e nelle biografie di coloro che continuano a cercarle.

Di Battista è, sotto questo profilo, un personaggio perfettamente contemporaneo. Non più rivoluzionario, ma turista della rivoluzione. Non più uomo di partito, ma testimone di un mondo politico. Non più parlamentare, ma interprete di una parte dell’immaginario che lo aveva portato in Parlamento.

E forse è proprio questo il paradosso del suo viaggio cubano.

Ben Barka venne inghiottito dalla politica mentre cercava di costruire una nuova politica internazionale. Di Battista, sessant’anni dopo, sembra invece muoversi dentro la storia mentre continua a raccontare l’ultimo teatro simbolico di una politica che la storia ha già in gran parte superato.

 

Ma attenzione: non sappiamo ancora quale sarà l’esito della sua vicenda personale. E dunque non facciamo del suo malore una metafora funebre.

Gli auguriamo semplicemente di tornare a casa.

Poi, se tornerà, potremo discutere ancora di Di Battista, di Cuba, della rivoluzione e di quel curioso fenomeno per cui, nella politica contemporanea, quando finiscono le rivoluzioni cominciano i reportage sulle rivoluzioni finite.

Carlo Gambescia