mercoledì 12 dicembre 2018

Riflessioni
A proposito di cultura populista…

Fonte:  https://www.corriere.it/cultura/17_maggio_02/saggio-carocci-mussolini-giustizia-liberta-marco-bresciani-1eb41132-2f59-11e7-88d3-be5206e98599.shtml

Esiste la cultura populista?  Diciamo subito che il concetto di cultura, modernamente inteso,   è  un’invenzione degli antropologi e dei sociologi.  Discende in linea retta dallo storicismo tedesco dell’ottocento, per confluire, filtrato dall’evoluzionismo etnologico britannico, nell’alveo della moderna antropologia culturale e sociale.
Un esempio classico di trait d’union   tra le  propaggini dello storicismo tedesco e l’antropologia è rappresentato dal celebre lavoro di  Ruth Benedict  sui modelli di cultura,  dove Spengler, viene esteso e  applicato allo studio dei nativi americani. 
Che c’entra tutto questo con la cultura populista?  La divisione tra cultura alta,  delle élite,  e cultura bassa, del popolo, ovviamente è antichissima,  però la sua formalizzazione  risale a storicisti, antropologi e sociologi.
Il populismo oggi imperversante,  probabilmente senza neppure saperlo, affonda le  radici ideologiche nel brodo culturale dell’Ottocento, dove storicismo ed evoluzionismo, approfondirono e ratificarono la divisione tra cultura alta  e cultura bassa.  Sotto questo aspetto il populismo punta sulla rivalutazione della cultura bassa (quindi accettando, suo malgrado,  la partizione evoluzionista),  incanalandola però nell’alveo di  una tradizione vivente, racchiusa negli usi  e costumi popolari,  tipica dello  storicismo romantico.
Pertanto di post-moderno - come invece spesso si legge -  nei movimenti populisti c’è veramente poco.  C’è invece  il richiamo all’idea di tradizione o cultura  vivente, inquadrata politicamente, come eterna  fonte di saggezza e buonsenso popolare. Una visione che ad esempio  ci  riporta a un giurista romantico come  Savigny,  ovviamente per chi oggi  abbia  la pazienza di andare a rileggerlo. 
Non per niente, un  populista come Salvini  e  i suoi alleati  pentastellati  parlano  di “buonsenso al governo ”,  andando a pescare, senza saperlo, nell’immaginario  romantico. I critici come gli apologeti queste cose però dovrebbero saperle...
Ora, un approccio del genere che trasforma il concetto di sovranità popolare, che pure è base legittima delle  liberal-democrazie contemporanee,  da formula  costituzionale  in   giudizio di  valore, facendo coincidere popolo e verità, è molto pericoloso. Perché, il vox populi, vox Dei (come vedremo, secolarizzato),  non ammette, per i singoli cittadini,  quel diritto di replica  che è l’altro  pilastro sul quale poggiano le liberal-democrazie. Diciamo,  il pilastro liberale.    
In Italia, il  populismo fascista, prendendo spunto dalla rapsodica megalomania mazziniana, si incaponì sulla visione del  popolo  come  entità metafisica, addirittura divina:  idea totalizzante,  che  -  come insegna la sociologia delle  istituzioni - una volta   calata nella realtà,   si trasformò inevitabilmente  in fatto e fattore organizzativo.
Sicché Mussolini, via Gentile,  immanentizzò  Mazzini  in termini di Stato Etico, nonché,  ancora  più prosaicamente, in Stato di Polizia: come si può tuttora evincere  dalla  famigerata coppia di carabinieri, onnipresente nelle  foto d’epoca,  che accompagna,  ammanettati, al confino, oppositori politici  - i singoli, di cui sopra -  privati del diritto di replica.  Meraviglie di un altro stato  dove il buonsenso era al governo...
Pertanto  -  per rispondere alla domanda iniziale -  la cultura populista esiste,  eccome. E può far danni. Molti danni.

Carlo Gambescia 
                 

martedì 11 dicembre 2018

La tesi del governo populista come male minore
Scudo contro scudo



Ancora oggi, tra gli storici,   mancano  spiegazioni univoche sull’atteggiamento conciliante dei  governi liberaldemocratici verso  il  fascismo e il nazionalsocialismo.  A dire il vero,  l’ascesa di  Mussolini in Italia fu  facilitata dalla connivenza di una classe politica che fino  ad allora si era dichiarata  liberale e riformista.  In Germania, fu  la stessa cosa.  Ma anche  i governi  stranieri, come ad esempio  quello britannico,  assunsero in seguito verso le dittature di  Mussolini e Hitler  un atteggiamento di benevola attesa se non proprio di tolleranza.
All’epoca,  si sostenne in Italia, come altrove,  che due regimi anticomunisti,  fortemente  sociali e protezionisti  avrebbero fatto da scudo al dilagare della rivoluzione comunista, che aveva vinto in Russia. Il liberalismo, da solo non ce l’avrebbe mai fatta.
Si chiama   tesi dello scudo, ripresa  da  non pochi storici.   In realtà,  siamo davanti a  un argomento che torna regolarmente  in politica  e che  si basa sulla logica del male minore:   meglio il fascismo che il comunismo;  meglio  Vichy che può frenare l’impeto tedesco, che una Francia totalmente occupata; meglio la Repubblica di  Mussolini, per le stesse ragioni;  meglio De Gasperi che Togliatti;   meglio l’accordo con i comunisti di Berlinguer, che la lotta armata e la rivoluzione. E così via.
Oggi, tra i  membri delle élite, non solo politiche, molti ricorrono alla tesi dello scudo per difendere la legittimità politica del governo populista.  In questi  giorni ci si sente  ripetere, con tono condiscendente,  che  sono preferibili  i populisti al governo che i  populisti nelle strade,  come in Francia.  La prova, politicamente vivente,  di questo atteggiamento rinunciatario è  rappresentata  dalla foto del Presidente della Repubblica Mattarella  che  firma senza battere ciglio il Decreto-Sicurezza. Perché?  Per evitare, si è sottolineato al Colle,   la caduta del governo giallo-verde e i populisti nelle  piazze come in Francia. Insomma,  si preferito  un presunto  male minore a un presunto male maggiore.
Purtroppo,  il termine “presunto” rappresenta la chiave  per capire il senso della politica dello scudo e i suoi pericoli.  Perché, se ci si passa l’espressione,  il  calarsi le braghe  non sempre paga.  Dipende da quanto la percezione del male minore sia vicina alla realtà. Quindi la domanda oggi è: i populisti al governo sono  realmente il male minore?
A nostro avviso, no. E le motivazioni le abbiamo più volte ricordate.  Possiamo  riassumerle, ricordando   la natura profondamente antisistemica ( antiliberale e anticapitalista) del Movimento Cinque Stelle e della Lega. Quest’ultimo partito rivela addirittura connotazioni fasciste e razziste. Purtroppo, triste constatazione,  siamo sempre  di  meno a indicare il pericolo di un grave  fraintendimento della natura autoritaria se non dittatoriale del governo giallo-verde.  
D'altra parte, non è una novità.  Agli italiani, come altre volte nella storia unitaria, viene indicato uno scudo, dietro cui  essi  poi  sperano di trovare riparo.  E sembra che, anche oggi,  lo abbiano trovato, e  in massa.    Scudo?   Da che cosa? Da un sistema, fondato sull’Europa, sulla liberal-democrazia e sulla libertà di mercato? Sistema  che ha garantito settant’anni di pace, benessere e sviluppo?
Come si può osservare, la tesi dello scudo, poggia su una grave contraddizione. Quale?  Che il male maggiore viene designato  nel sistema liberal-democratico, dal quale il populismo, si dice,  dovrebbe difenderci.  Siamo dinanzi al  rovesciamento totale di una  logica che invece vede, e giustamente,  nel sistema liberal-democratico, lo scudo  contro le involuzioni autoritarie.
Ciò  però significa  che  siamo allo scudo contro scudo: populismo vs liberalismo.  Ovvero,  nella sgradevole situazione di  non poter  ricordare alla gente  che il sistema liberal-democratico, in realtà non è scudo, ma, più semplicemente, è.  
Cosa vogliamo dire?  Che  una volta caduto,  non c’è ritorno,  se non, come  già accaduto, a carissimo prezzo.  Perciò, dover ricordare che il liberalismo è,   significa che forse è già caduto o sta per cadere. 
Carlo Gambescia 

                
                

lunedì 10 dicembre 2018

I fascisti sociologici di Matteo Salvini
Anche gli ebrei rompevano le palle…


Sabato a Roma, nella bella  Piazza del Popolo dello struscio,  non c’erano romani in festa a caccia di regali,  ma  i fascisti. Attenzione,  non  quelli  pseudo-rivoluzionari,  i sansepolcristi  e i “socializzatori”  di Salò,  bensì i fascisti (come dire?) sociologici:  la  piccola borghesia, gretta,  razzista e incivile che odia la cultura  e che invidia chi è appena  sopra . Gli stessi  piccoli borghesi  che di Mussolini  apprezzavano (allora) e rimpiangono (oggi)  i treni in orario e le provvidenze sociali. Quelli  che tuttora  evocano legge e ordine, nonostante  siano  i primi  a infrangere le regole. Prontissimi a gettare alle ortiche la divisa nel caso di un nuovo Otto Settembre.  Prima la famiglia, anzi prima se stessi. Altro,  che   "Prima gli Italiani"...
Brutta gente. Che purtroppo  Salvini è riuscito a intercettare e rivitalizzare.
Il clou della manifestazione? Quando il giostraio, facendo esplodere la piazza,  ha urlato: “Ci sono quelli che fuori dei supermercati ti rompono le palle e  se non gli dai due euro ti rigano la macchina: ma ora bastaaaa!!!” (“Il Messaggero”,  9/12/18, p.  13).
Capito? Questo è il livello. 
Il fascismo durò vent’anni grazie a gente così.  Capace solo  di ricevere  e prendere, salvo poi dare un calcio all’amato Duce, appena le cose  inevitabilmente precipitarono.  Intorno  al pifferaio magico in camicia nera rimasero  solo pochi e  disperati romantici politici. E pure qualche criminale.
Non crediamo però  che i figli e i nipoti degli  ultra-fascisti di Salò, sabato fossero in piazza con Salvini.  C’erano, i figli e i  nipoti  dell’Italia del facile consenso: un fascismo sociologico,   pronto a seguire  il capo quando il vento è in poppa, per  poi  tradirlo  appena le cose si mettono male.    
A proposito del consenso al fascismo, gli storici più acuti, sviluppando l'intuizione di  Renzo De Felice,    parlano, in chiave sociologica,  di  “fascismo regime”, quello dei piccoli borghesi, ignoranti e gretti,  per distinguerlo dal fascismo-movimento, quello, semplificando,  dei matti politici…
Ciò non toglie però, che ignoranti  e  matti,  furbi e ingenui,  nel 1938, tutti insieme  plaudirono e levarono il calice  alle  leggi razziali.   Perché anche gli ebrei  “rompevano le palle”.

Carlo Gambescia   

     

sabato 8 dicembre 2018

 Oggi  i gilet gialli scendono di nuovo in piazza
La rivoluzione non è un pranzo di gala



A qualche anima bella  potrà dispiacere,  ma  non  apparteniamo alla categoria dei piagnoni borghesi. Abbiamo invece sempre apprezzato l'ironia di Pareto  sulla borghesia  pseudo-umanitaria dei suoi tempi  che credeva  che i  carabinieri  potessero difendere i suoi beni senza spargimenti di sangue.
Figurarsi perciò  se le foto diffuse ieri degli  studenti francesi in ginocchio  e disarmati dalla polizia  ci hanno turbato. È il minimo.  Macron  è fin troppo  paziente. La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao (che ne capiva...).  Probabilmente quei ragazzi, sembra armati di spranghe, non lo hanno mai  letto..
L’unico problema in certi frangenti pre-rivoluzionari  è  quello rappresentato  dalla fedeltà e dalla compattezza  delle forze armate e della forze di polizia. Che però - attenzione -  discende da un  idem sentire de republica  in grado  di  unire  ideologicamente  élite, capaci proprio per questo motivo, infondendo certezza  negli apparati di sicurezza,   di andare fino in fondo.
E qui nascono i problemi. Perché, e non solo in Francia, le élite, contrariamente al ritratto  di comodo  - politicamente comodo -  confezionato  per e  dai  movimenti populisti, sono disunite e pronte  a cedere    all' avanzata populista.  Il caso italiano è da manuale.  
Per quale ragione?  Anzi ragioni?
In primo luogo,  tra le élite prevale  l’idea che tutti i conflitti sociali possono essere ricondotti nell’alveo della ragione istituzionale.  Non si capisce che questo atteggiamento, certamente apprezzabile,  vale solo per i conflitti sociali intrasistemici.  Il populismo, vezzeggiato dai media, si pone invece come  forza radicalmente  antisistemica.  Quindi  patteggiare con i populisti  non serve
In secondo luogo, si è persa memoria, credendo erroneamente  di essere immunizzati per sempre, di ciò che fu la tentazione fascista nella prima metà del Novecento, e in particolare è andato smarrito il ricordo  dei suoi frutti più  velenosi  tra le due guerre. Il populismo, ne  fu una componente fondamentale. Quindi  patteggiare con i populisti è come patteggiare con i fascisti.
In terzo luogo,  e qui la responsabilità maggiore è dei mass media, e di riflesso delle élite, curiosamente però  presentate come nemiche del popolo, si lascia che  circoli una percezione totalmente erronea della realtà: quella  di un popolo che protesta perché immiserito e ridotto alla fame. Basterebbe fare  una passeggiata   - per non parlare dei dati statistici -   per capire che le cose non stanno così.   Eppure,  si dà credito alla vulgata pauperista.  E per prime, sembrano credervi quelle stesse élite ( o parte di esse), ripetiamo, presentate  invece come nemiche de popolo. Quindi intenerirsi, fino al punto di patteggiare, psicologicamente con i populisti, significa accettare una visione falsa della società attuale e favorirne la dissoluzione.
Oggi a Parigi e in Francia,  che ancora per  una volta nella sua storia  parla al mondo, i gilet gialli scendono  in piazza.  Serve fermezza, come con gli studenti. Bisogna mettere questa gente  in ginocchio, in particolare   i manifestanti violenti: far loro capire che  la rivoluzione non è un pranzo di gala.  E che potrebbero non tornare a casa  dai loro cari. E poiché la  loro situazione socio-economica non è disperata, come viene dipinta,  la fermezza, ancora  prima di  usare  mezzi  più duri,  potrebbe favorire la desistenza e il ritorno all'ordine.  La dissuasione, o force de trappe "pretoriana", non funziona con chi non ha più  nulla da perdere,  mentre può  funzionare, ed egregiamente, con appassionati di grigliate, bocce e isterici da tastiera.  
Se unite le élite francesi vinceranno,  se divise sono condannate a perdere.  In tutti e due i casi possono però rappresentare un esempio  per quelle nazioni dove il populismo non ha ancora vinto.  E forse, anche dove ha vinto, o  quasi, come in Italia.  Dove invece, oggi, si manifesta in   favore del governo populista,  proprio come in Venezuela. Ma questa è un'altra storia... 

Carlo Gambescia
                    

venerdì 7 dicembre 2018

Riflessioni
La verità sulle tasse




L’uso  leva fiscale da parte del potere politico si perde nella notte dei tempi. Però uno dei principi fondamentali della libertà dei  moderni, che grosso modo risale, concettualmente, alle rivoluzioni democratiche (britanniche,  americana e  francese), rimanda al no taxation without  representation dei coloni americani ribellatisi alla corona  inglese. In sintesi: nuove  tasse possono essere approvate solo con il voto del popolo, o comunque dei suoi rappresentanti, liberamente eletti.
Si tratta di un principio liberal-democratico  che non ha precedenti nella storia e probabilmente  proprio per questa ragione  è  tuttora  inviso ai governanti, da sempre affamati di denaro pubblico, ieri per fare le guerre,  oggi per costruire il consenso, senza troppi morti e mutilati. 
Infatti, le democrazie welfariste  sulle tasse e sul meccanismo del do ut des con i diversi gruppi sociali  hanno costruito la loro fortuna politica.  Due, i  principi-base propugnati  per favorire l’obbedienza sociale  : 1) attraverso le  tasse si proteggono socialmente i cittadini; 2) attraverso le tasse  si toglie al ricco per dare al povero.
Il punto però  è che la crescita della pressione tributaria, se non supportata da una crescita, pari se non superiore del Pil (per semplificare), si risolve nell’impoverimento generale o nella distruzione delle classi produttive ed economicamente creative.  Certo, si possono  anche  recuperare  con la frusta tutti i mancati introiti da evasione fiscale, ma se un’economia non cresce, non cresce… E perciò  non resta altro che la divisione sociale  della triplice fame e della triplice miseria.
Purtroppo, il principio dell’approvazione delle nuove tasse da parte del popolo è  stato aggirato attraverso la sostituzione degli  ideali liberali di uno  stato  con funzioni  ridotte  con quelli socialisti dello stato provvidenza. Al principio della rappresentazione si è sostituito quello della protezione da ogni tipo di rischio. Pertanto il principio difeso dai coloni americano è mutato così:  more taxation, more protection.
Si capisce benissimo, come, sotto questo aspetto,  ogni tentativo di protesta fiscale, venga oggi visto e giudicato dal potere  un atto eversivo  - attenzione -  di un ordine sociale e politico rivolto alla protezione totale  del cittadino: quindi per il suo bene (del cittadino).  Chiunque invochi  il principio della representation è subito liquidato come  incivile:  un asociale   che non capisce i fondamenti “morali” del more protection. E qui va spiegato un fatto politicamente curioso.
I cittadini si sono talmente immedesimati nella parte in commedia, che, se e quando protestano, evocano, al tempo stesso,   meno tasse e  più protezione sociale. Il che è impossibile,  come detto,  se non cresce il Pil. E perché il Pil cresca, è necessario che una parte,  delle risorse produttive,  sia  sottratta al fisco. Il che  avviene o  in modo legale, attraverso la riduzione della pressione fiscale, o illegale attraverso l’evasione fiscale, che di regola però vede volatilizzarsi i capitali  verso altri lidi più remunerativi.  Come è normale che sia, dal momento che, piaccia o meno,  la verità economica si vendica sempre.
Il punto però  è che resta difficile tornare indietro politicamente.  E quindi ridurre la pressione fiscale. Per quale ragione?  Perché, per  chi gestisce i fondi pubblici sarebbe come tagliare le radici dell’albero sul quale è  comodamente seduto.  Sicché, nessun politico  ha  voglia  né  coraggio di spiegare  in modo chiaro  ai cittadini che protezione sociale e pressione tributaria crescono di pari passo.   
Ovviamente, la politica  si auto-giustifica, o evocando  capri espiatori: l’evasore, il banchiere, il miliardario,  tutte persone, bollate come egoiste che, secondo la vulgata welfarista,  si sottraggono al more protection.  Oppure, si salva in corner,  aumentando a dismisura  il debito  pubblico, pur di mantenere   a galla,  una specie di titanic welfarista, comunque destinato a sprofondare nei debiti e nel fiscalismo. 
Allora qual è la verità sulle tasse?  Che in Italia, gli unici che, negli  ultimi venticinque anni,  hanno tentato timidamente di prendere posizione al  riguardo, opponendosi all'andazzo, sono stati i professori di Monti.  Quasi tutti processati in piazza.

Carlo Gambescia

giovedì 6 dicembre 2018

Auto, arriva l’ecotassa
Come costruire pessime vetture elettriche a "chilometro zero"...

La politica  antipolitica dei populisti  è   schizofrenica:  il governo populista italiano  con un emendamento alle legge di bilancio ha  introdotto una ecotassa sull'acquisto delle automobili ad alimentazione "classica", per forzare il passaggio alle vetture elettriche,  il cui acquisto  verrebbe  invece favorito attraverso ingenti  sgravi fiscali (*).  In Francia, dove per le stesse ragioni, di “transizione ecologica”,  Macron, che però è liberale, ha, da ultimo,  aumentato il prezzo del carburante per  il diesel,  i gilet gialli sono in scesa in piazza.
Chissà se i consumatori italiani si renderanno conto della gravità di questo emendamento e faranno altrettanto. Ne dubitiamo. Ormai sembra prevalere, e non solo in Italia, un atteggiamento schizofrenico: se una misura  è proposta dai populisti è buona, se invece, lo stesso provvedimento,  è avanzato dai liberali, allora è cattivo. Se non è schizofrenia politica questa…   
Ma c’è anche un altro aspetto, che rinvia alle conseguenze, tutte interne al mercato italiano, della schizofrenia  populista. Che, per dirla alla buona,  si può sintetizzare così:  come farsi del male da soli. 
Un provvedimento del genere, che è di tipo dirigista (anche se a prima vista  può non sembrare), porterà con sé, inevitabilmente,  una  serie di misure  per favorire, al tempo stesso,  la costruzione italiana di macchine elettriche e  la conservazione dei posti di lavoro: dal momento che il governo populista dovrà tacitare in qualche modo imprenditori e maestranze del settore inquinante (per così dire),  che appena appresa la  notizia  hanno iniziato a protestare.
Perché  -  si faccia attenzione -  il principale problema di politica economica in queste situazioni  è rappresentato dalla riconversione che, se attuata in ambito concorrenziale, stanti le rigidità del mercato italiano,   spingerà il consumatore a comprare, perché più convenienti, automobili elettriche  fabbricate altrove.  Con una inevitabile ricaduta nell'immediato in termini di profitti e occupazione. Di qui, il ricorso preventivo a  misure protezionistiche:  scelte che sono in perfetta sintonia con l’antieuropeismo e il  nazionalismo (propugnato)  dal governo populista che per Dna ha sposato la causa del  “comprare italiano”.  E se ne vanta.  Così  avremo -  se le avremo -  poche e mediocri, trabant elettriche a  “chilometro zero”.  
Interventismo statale  e protezionismo vanno di pari passo.  Con la scusa di proteggere il lavoro e le imprese italiane - ecco un tipico esempio di effetto perverso delle azioni sociali -   si rischia di rafforzare   quelle  rendite parassitarie  difese invece  dai sindacati degli imprenditori e dei lavoratori, due potenti lobby sociali  che soprattutto in Italia hanno tradizioni (come dire?) di  vista corta: il famoso uovo oggi invece della gallina domani.  Sicché,  per tutti, alla fine, pagheranno i consumatori che dovranno comprarsi dei cessi (pardon).
Si rifletta allora su un fatto importante:  come una misura fiscale, apparentemente presentata come innocua, rischi invece di causare un colossale riorientamento in chiave protezionista dell’economia italiana. E in peggio. 
 Carlo Gambescia

mercoledì 5 dicembre 2018

Troppo tardi per lamentarsi dei toni da Bar Sport
Salvini?
Un giostraio al potere





Ci si lamenta, come oggi Battista sul “Corriere della Sera”, dei toni da Bar  Sport di  Matteo Salvini, che proprio ieri  ha mandato a quel paese il procuratore capo di Torino, Armando Spataro.  
Diciamo che è troppo tardi per  storcere il naso, ora che il più  bravo del Bar Sport è  Vice Presidente del Consiglio, e per giunta  adorato da quella stessa “gente” aizzata per decenni   contro “la casta” dalle pagine dei principali quotidiani italiani. Quelli a grande tiratura proprio come il “Corriere”: giornaloni, per  dirla tutta, che  nei toni  hanno preceduto,e di gran lunga, la canea Social.  
Ci si dovrebbe invece interrogare sulle ragioni della caduta della deferenza politica. Probabilmente - cosa del resto nota -  Tangentopoli,  fu  il momento topico   in cui  per la prima volta nella storia della Repubblica vennero messi  sotto processo e polverizzati  per via giudiziaria,  a furor di media e popolo, i partiti  moderati e riformisti  che avevano governato l’Italia fino ad allora.  
Con Tangentopoli,  la formula magica  “uomini politici uguale ladri”, da sempre apprezzata dall’italiano collettivo, diventò da argomento antipolitico, politico. Il “piove, governo ladro”, venne legittimato. E in pompa magna.  Con gravissimi effetti di ricaduta sull’antropologia politica e culturale degli eletti e degli elettori.
Pertanto,  è inutile lamentarsi se un personaggio come Salvini che, se non avesse sfondato con la politica  si sarebbe sistemato come giostraio, con l'hobby magari del tifo estremo,  appaia  oggi  ai suoi elettori come il più bravo del Bar Sport.
Esiste una via d’uscita?   I corsi di galateo politico, possono avere senso,    quando  il mondo intorno - insomma, la società -  si mostra  capace  di apprezzare le buone maniere istituzionali,  la sobrietà di parola, la prudenza politica, e  così via.
L'esatto contrario dell’ Italia di oggi  che  si è tramutata in un  gigantesco Bar Sport.  Dove vince  il politico dalla battuta facile e dall’insulto gratuito. Quel politico che,  come da contratto, riesca a provare,  con applicazione sistematica,  di non nutrire rispetto per nessuno.  Pertanto Salvini, che eccelle nel genere,  continuerà a comportarsi  da rozzo  giostraio. Tra applausi ed evviva. Perché dovrebbe cambiare?
La deferenza politica, che rinvia all’idea di rispetto tra le persone, e più in generale alla socializzazione diffusa  del principio di autorità, nelle democrazie è sempre in pericolo, dal momento che il principio di sovranità ha radici in un popolo che invece sembra gradire i modi spicci e le scorciatoie demagogiche. 
Di riflesso,  quanto più si vezzeggia il popolo tanto più si favoriscono  i personaggi come Matteo Salvini. Non lo diciamo noi,  ma forse il primo sociologo della storia, un certo Aristotele, assai diffidente dei risvolti demagogici della democrazia. Pertanto, nei governanti, occorre prudenza e anche stile istituzionale.  Proprio ciò che è mancato dal 1992 in poi.
Sicché ci ritroviamo con un giostraio al potere. E capotifoso.

Carlo Gambescia