Dario Antiseri (1940–2026) è stato un filosofo e metodologo, figura centrale della cultura italiana liberale del secondo Novecento. Non un sistematico, ma una macchina per pensare, instancabile nel ragionare e nel chiarire concetti complessi, pur sempre appassionato e generoso, con la sua simpatica inflessione umbra e le sue mani prensili, tese a catturare concetti, in quel gesticolare copioso di chi vuole convincere.
Si badi però, senza avere alcuna ricetta definitiva in tasca (o quasi…). In ogni caso un metodologo rigoroso, un organizzatore di idee, un interprete e promotore corente del razionalismo critico, soprattutto nella versione popperiana.

Laureatosi a Perugia nel 1963, fu professore, oltre che a Roma e Siena, a Padova e alla LUISS di Roma, dove fu anche preside della Facoltà di Scienze Politiche e fondatore-animatore del Centro di metodologia delle scienze sociali. Non pochi i soggiorni all’estero, tra gli altri Oxford, Münster, Vienna. Tuttora ricordato da colleghi, allievi e studenti, di mezzo mondo, per la sua lucidità, rigore e cordialità, capace di rendere la filosofia concreta e dialogante.
Con Giovanni Reale, importante storico della filosofia antica, collaborò in quasi miracolosa sintonia a un celebre manuale per i licei, diviso nei canonici tre volumi: Antiseri rigoroso e metodico, ma anche appassionato; Reale evocativo e narrativo, pur filologo classico impeccabile. Due vulcani: insieme formarono generazioni di studenti capaci di pensare e sentire la filosofia. Piace ricordarne il titolo originale: Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi (1982).
Il suo merito storico è indiscutibile: si pensi ai non pochi pensatori liberali, di varia tendenza micro-archica e an-archica, studiati, o fatti studiare, sempre con occhio critico, da Hayek e Mises a Rothbard (per citarne solo alcuni); fondatore di collane, patrocinatore di iniziative editoriali con quel kamikaze della cultura liberale italiana di Rubettino (Florindo fu suo allievo alla LUISS). Insomma, un grande divulgatore e affabulatore scientifico, che ha introdotto il marziano Karl Popper in Italia, lo ha spiegato e difeso in un contesto ostile: sua è la cura della prima edizione italiana de La società aperta e i suoi nemici (1973-1974), traduttore Renato Pavetto, per i tipi di Armando editore. Roba da quarto movimento corale della Nona di Beethoven… Il solo pensiero ancora ci emoziona.
Antiseri: un vero liberale su Marte, altro che i fascisti pasticcioni di Corrado Guzzanti. Categorie come fallibilismo, critica, società aperta, liberalismo epistemologico. In un Paese incline ai dogmi – idealisti, marxisti o tecnocratici che fossero – Antiseri ha rappresentato una salutare pedagogia contro l’assolutismo cognitivo. O, se si preferisce, il costruttivismo e l’utopia con le mani regolarmente sporche di sangue. Non è poco, perché il concetto di fallibilità è una sana antropologia che può vaccinare dalla malattia totalitaria.
Lo si è accusato di relativismo. E qui va riconosciuto che il liberalismo di Antiseri è rimasto prevalentemente procedurale, fondato sul metodo più che sull’analisi delle strutture del potere, anche se giustamente scomposte secondo i dettami dell’individualismo metodologico (tra l’altro Antiseri fu amico, ammiratore e promotore di Raymond Boudon). Tradotto: il metodo è tutto, dopo di che ognuno può pensarla come vuole. L’importante è dichiararsi fallibili, rifiutare il concetto della ricetta miracolosa.
Come detto, l’errore cognitivo – il dogmatismo, il costruttivismo razionalista – è per lui il nemico principale. Meno centrale, invece, è l’indagine sulle forme ricorrenti dell’autorità, sulle regolarità storiche, che noi denominiamo metapolitiche, con cui il potere si riproduce anche all’interno delle democrazie liberali. In questo senso, Antiseri ha visto bene il problema epistemologico, ma ha guardato meno a fondo le sue conseguenze politiche. Il costruttivismo come errore di conoscenza è chiaro; il costruttivismo come dispositivo stabile di governo, molto meno. La sua fiducia nel metodo, nella critica razionale, nella correzione progressiva degli errori tendeva a sottovalutare il fatto che certi errori, una volta istituzionalizzati, non si correggono: si consolidano.
L’opera di Antiseri mostra una coerenza interna evidente, ma tale coerenza funziona come pedagogia della moderazione, dove relativismo, fallibilismo e liberalismo si combinano per neutralizzare la critica e rendere accettabile l' ordine sociale. Con alcune caratteristiche, però. Il suo relativismo epistemologico, in Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano (2003), rischia di diventare una visione del mondo che, depotenziando il giudizio critico, trasforma fede e ragione in strumenti di pacificazione universale.
Il fallibilismo, elevato a principio morale e politico in Liberi perché fallibili (1995), rischia di trasformare la semplice ricognizione della possibile imperfezione delle conoscenze in fondamento universale della libertà e della tolleranza, ignorando però conflitti di potere e strutture sociali.
La sua idea di razionalità unificata, consolidatasi attraverso lavori come Trattato di metodologia delle scienze sociali (1996), Teoria unificata del metodo (2001), Introduzione alla metodologia della ricerca(2005), sembra sostituire l’analisi dei rapporti sociali e storici con una norma astratta e neutrale, mentre il suo liberalismo aperto al cattolicesimo, come in Liberali. Quelli veri e quelli falsi (1998) e Cattolici a difesa del mercato (2005), rischia di apparire depoliticizzato e pacificato, rendendo il mercato e la convivenza civile spazi naturali e neutri e marginalizzando lo Stato e il conflitto sociale.
È indiscutibile che mercato e metodo non siano fattori secondari nella costruzione della società aperta. Anche sulla fede – intesa, se si vuole, come ginnastica etica individuale – si può persino concedere qualcosa. Ma stato e politico non possono essere annullati insieme. Cadono insieme o non cadono affatto. Più precisamente: lo stato è soltanto una delle forme storicamente assunte dal politico, o meglio da quelle regolarità metapolitiche attraverso cui il potere si organizza, si riproduce e si legittima.
Se si cancella lo stato, il politico non scompare: muta forma. Si privatizza, si personalizza, si informalizza. Riappare sotto altre vesti, spesso meno visibili ma non per questo meno efficaci. In assenza di istituzioni pubbliche capaci di mediare, contenere e rendere responsabile il potere, ciò che resta non è uno spazio neutro regolato dal solo metodo, ma un campo di forze occupato da attori capaci di imporre regole senza doverle giustificare pubblicamente.
Probabilmente Antiseri sapeva benissimo che l’ultima parola sullo Stato l’aveva detta Adam Smith, quando parla di “funzioni politiche riservate allo stato”: difesa nazionale, amministrazione della giustizia e fornitura di opere pubbliche essenziali. Come riflesso - ecco il punto - di regolarità metapolitiche. Probabilmente Antiseri non aveva letto Julien Freund, oppure l’aveva letto e accantonato. Di qui la scelta di un rifugio metodologico, magari, come consolazione, con l’aiuto di Dio.
Questo interesse per la religione non è un capitolo secondario o laterale del pensiero di Antiseri, ma ne rivela anzi il punto di massima coerenza e insieme il suo limite. Il modo in cui Antiseri pensa il cristianesimo come scelta esistenziale sottratta alla confutazione riproduce, sul piano religioso, la stessa strategia adottata sul piano politico: delimitare rigorosamente i confini del discorso razionale per disinnescare il conflitto, neutralizzando il potere non attraverso la sua analisi storica, ma attraverso una sua sospensione metodologica. La fede, come il liberalismo, viene così sottratta allo scontro e ricollocata in uno spazio di compatibilità universale, dove il problema non è più chi governa o con quali dispositivi, ma come si argomenta. È qui che la scelta epistemologica rischia di diventare implicitamente una scelta politica.
Tuttavia, il suo interesse non era solo empatico o teologico, ma epistemologico: mostrare che la fede non è una forma di sapere concorrente alla scienza, bensì una scelta esistenziale razionalmente legittima perché sottratta alla logica della confutazione. In questa chiave ha difeso un cristianesimo non dogmatico, pascaliano, compatibile con il pluralismo e con la società aperta. Anche qui, però, il suo approccio ha privilegiato la chiarificazione dei confini del discorso più che l’analisi delle implicazioni storiche e politiche della religione come forma di potere.
Antiseri è stato dunque un liberale coerente, onesto, mai cinico. Ma anche un liberale che ha creduto che il buon metodo potesse bastare a contenere il cattivo potere. Per capirsi: che il totalitarismo si combattesse tirando i libri in testa ai dittatori. Lo si vada a raccontare a Putin, Trump e sodali. E purtroppo proprio la storia recente suggerisce che non è così semplice.
Antiseri resta una figura importante, necessaria, formativa, ma più come coscienza epistemologica del liberalismo che come suo analista politico. Ha insegnato a pensare meglio; non sempre a vedere più a fondo. Metapoliticamente più a fondo.
Ma solo la pagina bianca resta priva di errori. E Antiseri ha veramente scritto tanto. Troppo, secondo alcuni suoi detrattori. Pettegolezzi dei soliti stitici del pensiero. Anche liberale.
Carlo Gambescia










































