mercoledì 1 aprile 2026

Paisà. Italiani e americani: alleati che non si capiscono

 



C’è un film del 1946 che andrebbe riguardato oggi più che mai. “Paisà” di Roberto Rossellini non è un inno retorico agli americani, né una celebrazione ingenua della liberazione. È qualcosa di più scomodo e, proprio per questo, più vero: il racconto di un incontro tra alleati che non riescono davvero a capirsi. Gli americani arrivano, liberano, aiutano. Ma non comprendono fino in fondo il paese che stanno attraversando. E gli italiani, a loro volta, distrutti moralmente da oltre vent’anni di fascismo, non capiscono fino in fondo chi li sta salvando e da che.

Quella distanza — linguistica, culturale, politica — non è un dettaglio. È il cuore del rapporto tra Italia e Stati Uniti. E, a quanto pare, non è mai stata davvero colmata.


 

Oggi riemerge, in forma quasi grottesca, nella vicenda del rifiuto burocratico della base di Sigonella ai bombardieri americani diretti in Medio Oriente. Un rifiuto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha cercato di incorniciare dentro la continuità dell’alleanza: nessuna rottura con Washington, nessun cambio di linea strategica, ma — si è detto — il rispetto delle procedure previste, che richiedono autorizzazioni specifiche per operazioni non già concordate o per missioni che possono esporre direttamente l’Italia a un coinvolgimento militare.  



In altre parole: non un no politico, ma un rinvio tecnico. Non una presa di distanza, ma l’applicazione di regole. Tradotto: amici come prima, ma questa volta no. Senza dirlo davvero.

E l’ambiguità, in politica estera, non è una virtù. È una fuga.

Sia chiaro: gli Stati Uniti di Trump non coincidono con l’America. Confondere le due cose sarebbe un errore grossolano. Esiste una tradizione politica americana — liberal-democratica, multilaterale, consapevole dei limiti della forza — che ha accompagnato la storia dell’Occidente ben oltre le stagioni contingenti. Trump rappresenta piuttosto una rottura, un unicum: una torsione nazionalista e muscolare che semplifica i conflitti e riduce la politica estera a gesto immediato. Criticare Trump, dunque, non significa mettere sotto accusa l’America nel suo insieme. Significa, al contrario, distinguere.



E tuttavia, anche distinguendo, il problema resta. Il modo di agire conta quanto il fine.

Se davvero si ritiene che il regime iraniano sia un problema — e lo è — esistono strumenti che non passano necessariamente per l’escalation militare. Lavoro diplomatico, pressione internazionale, intelligence, sostegno alle opposizioni interne. Strade più lente, meno spettacolari, ma politicamente più intelligenti. Cedere invece alla logica del bombardamento significa accettare una visione semplificata e pericolosa del mondo, che finisce per alimentare proprio ciò che si vorrebbe combattere.

Ma, ancora una volta, il punto non è Washington. Il punto è Roma.



L’Italia di oggi rivendica un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Si dichiara alleata, fedele, coerente. E poi, nei fatti, dice no — ma senza dirlo davvero. Nega l’utilizzo di una base strategica, ma lo fa per via amministrativa, quasi per caso, come se si trattasse di una pratica qualsiasi. Non c’è una posizione politica esplicita. Non c’è una rivendicazione. Non c’è nemmeno un dissenso dichiarato.

C’è solo una scelta che non ha il coraggio di chiamarsi tale.

Il paragone con “l’altra” Sigonella, anno di grazia 1985, allora, diventa inevitabile. Quando Bettino Craxi si oppose agli Stati Uniti, lo fece apertamente, senza nascondersi. Si assunse il rischio di uno scontro, con tutte le sue conseguenze. Si può discutere quella scelta, criticarla, contestualizzarla. Ma non si può negare che fosse una scelta politica.



Oggi, invece, il conflitto non scompare: si dissolve. Si perde nelle pieghe della burocrazia, si traveste da continuità, si presenta come irrilevante. È qui che la differenza diventa tutta a sfavore di chi governa.
Perché un paese è davvero sovrano non quando dice sempre sì o sempre no, ma quando è in grado di dire chiaramente perché dice sì o perché dice no.

Dire: non consentiamo l’uso delle nostre basi perché non condividiamo i metodi adottati. E precisare: non è il riflesso di un pacifismo automatico, spesso incapace di vedere la natura dei regimi con cui si confronta, ma una scelta autonoma e consapevole. Questo sarebbe il comportamento di un alleato adulto. Non un subordinato. Non un opportunista.

E invece resta quella distanza, quella incomprensione che “Paisà” aveva raccontato con lucidità quasi profetica. Allora c’era almeno la chiarezza della liberazione, il dato storico che teneva insieme tutto il resto. Oggi quella chiarezza non c’è più. Restano solo relazioni che si dichiarano solide e si rivelano fragili, alleanze proclamate e decisioni non dette.

Non capire l’America — e non farsi capire — significa questo: scivolare in una terra di mezzo, dove tutto è reversibile, negoziabile, opaco.



Non è un caso che, nella cultura politica della destra italiana, sopravviva ancora oggi l’uso polemico della parola “badogliano”: un’etichetta per indicare chi tradisce, chi tentenna, chi non ha il coraggio della coerenza. È un riflesso antico, che ha colpito nel tempo figure diverse, anche Gianfranco Fini e la stessa Meloni. Ma è anche un riflesso storicamente fragile.

Gli studi di storici, come ad esempio Renzo De Felice, hanno mostrato come la caduta di Mussolini non sia stata un semplice tradimento personale, ma l’esito di un logoramento interno al regime e di una scelta maturata nei vertici dello stato e negli ambienti conservatori. In questo senso, Benito Mussolini non fu solo vittima di una manovra altrui: fu anche parte di una crisi che lo precedeva e che egli stesso non seppe governare. Il cosiddetto “badoglianesimo” non è un incidente esterno al fascismo, ma una delle sue possibili derive.



E forse è proprio qui che il parallelo diventa scomodo. Perché l’ambiguità, il tentennamento, il dire e non dire, non sono sempre segni di debolezza altrui. A volte sono il tratto di chi non riesce a scegliere fino in fondo, di chi lascia che siano altri — ieri il Re, oggi gli equilibri internazionali — a compiere il passo decisivo.

È in questo spazio che si colloca anche la posizione dell’attuale governo  presieduto da Giorgia Meloni: una linea che oscilla tra dichiarata fedeltà all’alleato americano e scelte che non vengono mai rivendicate fino in fondo, tra vicinanza politica e distanza operativa, tra affermazione di sovranità e timore di esercitarla apertamente.

Come in “Paisà”: ci si incontra, si cammina insieme, ma non ci si capisce davvero. Solo che, questa volta, non è un destino tragico. È una responsabilità politica.

 


E c’è un punto che la destra continua a rimuovere: non aver mai fatto davvero i conti con il fascismo significa non aver compreso fino in fondo le ragioni della sua caduta. Un regime che si pensava granitico crollò anche per una crisi interna, per una perdita di direzione, prima ancora che per la pressione esterna.

L’ambiguità, in politica, non è mai neutra. A volte è solo il modo in cui una crisi comincia.

Carlo Gambescia





martedì 31 marzo 2026

Non è la modernità a perquisire Ilaria Salis. È la politica di destra

 


La politica ormai ha raggiunto un livello zero, talmente basso,  al quale non si dovrebbe mai giungere. In Italia, dove la destra, questa destra autoritaria, è andata al potere, si è superato da un pezzo. Il titolo del “Tempo” dedicato alla Salis, anzi al suo assistente, è una tremenda dimostrazione di come la guerra politico-culturale prepari la guerra civile.

L’antefatto. La perquisizione, come modalità umiliante, di un parlamentare – nel nostro caso di un europarlamentare, Ilaria Salis – nella sua stanza d’albergo, è un fatto gravissimo se confermato nei termini in cui è stato riportato. Per occultarlo la destra ha scelto due strade.

La prima è quella di ridurre la perquisizione a un fatto tecnologico, diremmo addirittura all’ atto dovuto tecnologico: quello dell’algoritmo che avrebbe segnalato automaticamente il nominativo, attivando la procedura di controllo. Per carità, sarà pure così. 


 

Però un algoritmo non è un soggetto: non decide, non valuta, non assume responsabilità. È costruito da qualcuno, su criteri stabiliti da qualcuno, dentro un preciso quadro politico e normativo. Parlare di automatismo significa spostare la responsabilità dall’uomo alla macchina, cioè deresponsabilizzare chi quelle regole le ha pensate e chi le applica, anche quando l’attivazione tecnica dell’intervento fosse reale. 

Per dirla alla buona, se scattassero  insieme centomila alert, partirebbero centomila pattuglie?  Siamo seri.  Sarebbe fatta una cernita...  

Il richiamo all’automatismo, all’algoritmo, all’alert non è neutro. La storia europea ci ha già mostrato cosa accade quando la responsabilità si dissolve dentro procedure impersonali. Anche nei momenti più bui del Novecento — si pensi alla Shoah — la violenza non si è presentata sempre come arbitrio esplicito, ma spesso come esecuzione di ordini, come applicazione di regole, come funzionamento di apparati. Nessuno decideva, tutti eseguivano. In questa zona grigia il potere si sottrae al giudizio, trasformando scelte politiche in necessità tecniche. Ovviamente il nostro paragone riguarda i meccanismi di deresponsabilizzazione, non l’equiparazione dei contesti storici.

Ciliegina sulla torta: dietro l’alert — come si dice — non c’è solo l’agente, ma un database europeo condiviso tra gli Stati Schengen, e la destra non vede l’ora di dipingerlo come un vincolo esterno che decide al posto nostro. Così, gente, imparate a credere nell’Europa… Fidatevi del “sano nazionalismo” della destra.



Altro punto fondamentale: non si può chiamare in causa la modernità o il capitalismo come se fossero, in sé, responsabili. Sarebbe una scorciatoia comoda, ma totalmente sbagliata. Sarebbe come sostenere che dietro la Shoah ci sia il taylorismo o l’organizzazione scientifica del lavoro: una confusione tra strumenti e chi li usa. La modernità ha generato anche diritti, garanzie e limiti al potere — tutto ciò che, proprio in quel caso estremo, è stato deliberatamente calpestato e smantellato.

Il punto, allora, non è la tecnica, né l’organizzazione, né il capitalismo in quanto tali. Il punto è l’uso politico che se ne fa: quando strutture nate per rendere più efficiente e trasparente l’azione pubblica vengono piegate a occultare la responsabilità, allora smettono di essere strumenti di progresso e diventano dispositivi di potere. Rinviando alla razionalizzazione che se ne fa, per dirla in termini metapolitici, cioè di regolarità metapolitiche.

In sintesi: l’“obbligo di algoritmo”, diciamo così, sarebbe come attribuire a un meccanismo impersonale responsabilità che sono invece storiche e politiche. Il richiamo alla modernità serve a spostare il fuoco: non più le decisioni, non più chi comanda, ma un sistema astratto che tutto giustificherebbe. È un modo elegante per non chiamare le cose con il loro nome.



La seconda strada è quella di accanirsi sull’assistente parlamentare della Salis, ricordandone la natura di pregiudicato (per reati però chiaramente politici, cioè inseriti in un contesto di conflitto ideologico e sociale e non assimilabili alla criminalità comune), e così mettere in cattiva luce la Salis: una colpa per contiguità, una delegittimazione indiretta che evita accuratamente di entrare nel merito dei fatti. È esattamente ciò che fa “Il Tempo”.

Se questa destra fosse liberale si preoccuperebbe della gravità del comportamento della polizia. E invece che fa? Oltre a giustificare, tecnologicamente, la perquisizione, si accanisce portando acqua al mulino della guerra civile europea, prossima ventura, intesa come radicalizzazione crescente del conflitto politico e simbolico. Che passa proprio attraverso titoli e inchieste a comando di giornali come “Il Tempo”, che non pensano che a ridurre la politica al grado zero di cui sopra.

Il punto, allora, è semplice: non esiste alcun algoritmo che possa sostituire la responsabilità politica. Quando la destra si rifugia nella tecnica, quando trasforma una scelta in un automatismo, sta solo costruendo un alibi.
 


E quando, nello stesso tempo, sposta l’attenzione su figure marginali, su precedenti, su etichette, sta facendo un’operazione ancora più chiara: evitare di rispondere nel merito.

È così che la politica degrada. Non per l’esistenza del conflitto, ma per la fuga dalla responsabilità. Non per la radicalità delle posizioni, ma per l’uso sistematico della delegittimazione.

Non è la modernità a perquisire la Salis. Non è un algoritmo.È una scelta. Politica.

Ed è proprio quando la politica si traveste da tecnica che diventa più difficile da riconoscere e quindi più pericolosa. Perché il problema non è l’abuso in sé, ma la sua normalizzazione.

Carlo Gambescia

lunedì 30 marzo 2026

Il declino del liberalismo e l’ascesa del sovranismo realizzato

 


Può un vero liberale riconoscersi in Trump, Netanyahu, Meloni, Le Pen, Orbán, e in tutta la corte dei miracoli della destra internazionale che calpesta le regole? Può un vero liberale riconoscersi, pur con tutti i distinguo del caso, in una sinistra che in larga parte simpatizza con i dittatori?

Si dirà: dove sono i veri liberali? Giusta domanda.

Si prenda il caso italiano: quattro professori che litigano su tutto, pure sulle virgole; politici, da destra a sinistra, quindi presunti liberali inclusi, che celebrano lo statalismo; elettori indubbiamente spaventati da Trump, che temono il cosiddetto “sovranismo realizzato”, ma che implorano più sicurezza che libertà.

Il vero punto in realtà è l’ascesa del sovranismo realizzato. Che cos’è? Non più una rivendicazione polemica di sovranità contro vincoli esterni, ma la sua traduzione pratica in governo senza limiti effettivi. Un modello in cui il potere esecutivo tende a concentrarsi, i contrappesi vengono aggirati o delegittimati, e il consenso elettorale diventa una sorta di autorizzazione generale a decidere senza vincoli.



Non è l’uscita formale dalle regole, ma il loro svuotamento dall’interno: restano le procedure, si indeboliscono le garanzie; restano le elezioni, si restringono gli spazi di controllo; resta il linguaggio della democrazia, ma cambia la sostanza del potere. Si potrebbe anche parlare di anticamera del fascismo. Del resto, se continuerà così, i confini tra sovranismo realizzato e fascismo si faranno sempre più labili.

Tutto questo si svolge sotto i nostri occhi attraverso un susseguirsi di conflitti e aggressioni che attraversano trasversalmente gli schieramenti: dalla Russia all’Ucraina, dagli Stati Uniti e Israele verso l’Iran, da Israele al Libano e a ciò che viene definito terrorismo secondo il metro di Netanyahu. Su quest’ultimo punto, chi avrebbe mai pensato che il cardinale Pizzaballa fosse un terrorista?

Di fronte a questo scenario, la gente comune evoca — spesso belando — la pace. Un atteggiamento che una parte della sinistra favorisce, e che la destra contrasta in nome di un’idea di Occidente che ha ben poco a che fare con la tradizione liberale.



Risultato: non ci si prepara né a combattere né a trattare. E qui pensiamo soprattutto all’Europa e all’Italia. Su tutto prevale la forza: quella di Trump, di Israele e dei loro alleati, diretti e indiretti. Tra questi ultimi, la Russia e probabilmente anche la Cina, che nella politica aggressiva degli Stati Uniti intravede una giustificazione per regolare, prima o poi, i conti con Taiwan e con chiunque metta in discussione la sua sfera geopolitica, che guarda al Pacifico e giunge fino ai confini dell’India.

Se questo è il quadro, la verità è meno elegante delle categorie con cui amiamo raccontarcelo: il liberalismo non è semplicemente in crisi, è politicamente irrilevante. Non perché manchino i principi, ma perché manca il coraggio di pagarne il prezzo.

E qui conviene essere chiari: il liberalismo, quello vero, non è un generico amore per la libertà, ma una pratica esigente fatta di stato di diritto, limiti al potere, tutela delle minoranze, separazione dei poteri e responsabilità individuale. Tutte cose che funzionano soprattutto quando danno fastidio.



Un vero liberale dovrebbe difendere lo stato di diritto anche quando è scomodo, la libertà anche quando fa paura, e l’equilibrio dei poteri anche quando rallenta l’azione. Oggi accade l’opposto: si invoca la libertà contro gli avversari e la si sacrifica appena diventa un ostacolo ai propri obiettivi. È così che il liberalismo smette di essere una tradizione e diventa una retorica.

Si rifletta. L’etica della responsabilità disgiunta dall’etica dei principi si riduce a esercizio della forza pura e semplice: nel godimento di schiacciare chiunque si frapponga. È lì che la politica smette di essere governo dei limiti e diventa dominio senza regole. Ecco l’essenza del sovranismo realizzato, una specie di realismo criminogeno.

Lo stesso che caratterizzò i fascismi tra le due guerre mondiali del Novecento.

Nel frattempo, il mondo non aspetta. Le autocrazie avanzano senza complessi, le democrazie si muovono in ordine sparso, e l’Occidente — non quello mitologico agitato nei comizi, ma quello fondato su regole e limiti al potere — appare diviso, incerto, talvolta persino complice delle dinamiche che dice di voler contrastare. Non c’è nulla di liberale nella legge del più forte, anche quando a esercitarla sono governi eletti.



Il punto, allora, non è scegliere tra destra e sinistra, tra sicurezza e libertà, tra guerra e pace evocata come una formula magica. Il punto è decidere se il liberalismo debba tornare a essere una pratica esigente o restare una parola di conforto per tempi difficili.

Perché, diciamolo chiaramente: se il liberalismo serve solo quando conviene, non serve più a nulla. E a quel punto, a vincere non sarà né la libertà né la democrazia, ma semplicemente chi ha più forza, meno scrupoli e maggiore capacità di imporre la propria verità.

Cioè il sovranismo realizzato.

Carlo Gambescia

domenica 29 marzo 2026

No Kings in Europa: un equivoco politico

 


La manifestazione No Kings, comprensibile per gli Stati Uniti, le cui origini politiche sono antimonarchiche, non lo è altrettanto per il resto del mondo occidentale.

Si dirà: ma come, Carlo Gambescia, che un giorno sì e uno no parla di pericolo fascista, non si schiera con le masse (più o meno) che ora scendono in piazza?

In effetti, con l’eccezione americana, vediamo un regresso, cioè uno scontro, che può anche essere inevitabile, un po’ in tutto l’Occidente, ma che rappresenta un passo indietro. Rispetto a che cosa? Alla società liberale uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale, che fu il vero banco di prova dei valori nati dalle rivoluzioni democratiche: da quella inglese, passando per quella americana, fino a quella francese, e prolungatisi, per tutto l’Ottocento, nella diffusione delle rivoluzioni liberali, costituzionali e democratiche.

 Qui è però necessario introdurre una distinzione, sulla scia di François Furet, contro la lettura unitaria proposta da Albert Soboul: la modernità politica rivoluzionaria non si sviluppa come un blocco omogeneo, ma conosce al suo interno una frattura, dalla quale emergono esiti divergenti. 

 


Da un lato, quello liberale-democratico (inglese, americano e, in parte, francese); dall’altro, quello giacobino, che troverà nella Rivoluzione russa la sua più compiuta espressione antiliberale.

Le manifestazioni di ieri affondano invece le radici, almeno sul piano simbolico e culturale, in questa seconda diramazione. Non perché i partecipanti si dichiarino esplicitamente giacobini o comunisti, ma perché il linguaggio politico adottato – fortemente polarizzato, ostile alla mediazione istituzionale, incline a rappresentare il conflitto in termini radicali – richiama più quella tradizione che non quella liberale.

Storicamente, del resto, questa frattura interna alla dinamica rivoluzionaria si manifesta già nella Rivoluzione francese, quando alla fase dei diritti e delle garanzie segue una radicalizzazione che mette in discussione gli stessi presupposti del costituzionalismo liberale. È in questa tensione, più che in una continuità lineare, che va cercata la genealogia dei successivi sviluppi rivoluzionari.



Nella manifestazione di ieri, ci si riallaccia dunque, pur senza ammetterlo pubblicamente, sotto l’etichetta No Kings, a quella stessa matrice ideologica giacobino-comunista (semplifichiamo), che storicamente ha concepito la politica come rottura radicale e non come evoluzione istituzionale.

Attenzione: affermare questo non significa schierarsi dalla parte dei “re”, ma, più semplicemente, distinguere fra tradizione liberale e tradizione illiberale. Due filoni che conobbero una momentanea saldatura tra il 1939 e il 1945, di fronte alla prima vera sfida controrivoluzionaria dopo il 1789, per poi tornare a dividersi, o quantomeno a riattivare le loro tensioni originarie. Tensioni che, nonostante la dissoluzione dell’URSS, riemergono oggi anche in movimenti come il “No Kings” europeo, nei quali si possono riconoscere elementi di una tradizione che alla controrivoluzione ha sempre opposto una rivoluzione altrettanto antiliberale.

Se si osservano alcune parole d’ordine ricorrenti nelle piazze europee – per esempio la denuncia indistinta delle “élite”, il rifiuto delle istituzioni rappresentative considerate strutturalmente oppressive, l’uso di simboli e retoriche di rottura radicale, o ancora certe forme di pacifismo radicale che tendono a equiparare ogni uso della forza, senza distinguere tra aggressione e difesa – emerge un immaginario politico che difficilmente si riconduce alla cultura dei diritti e dei limiti del potere propria del liberal-democrazia, che affonda le sue radici nel liberalismo classico.



Ovviamente, su un piano pragmatico, protestare contro la svolta reazionaria mondiale è inevitabile per chiunque sostenga la causa delle libertà dei moderni. Per così dire, si può anche "marciare insieme", tuttavia, è bene sapere che i No Kings europei non parlano la lingua dei Padri fondatori americani, ma si collocano, almeno in parte, in una diversa tradizione politica, meno attenta alla limitazione del potere e più incline alla sua rifondazione radicale.

Carlo Gambescia

sabato 28 marzo 2026

La Lectio in Campidoglio. Operazione Žižek

 


Se per difendere il liberalismo bisogna chiamare Slavoj Žižek, il problema non è Žižek. È il liberalismo.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore – e anche un po’ comico, anzi diciamo tragicomico – nel fatto che a difendere l’Europa liberale venga invitato proprio lui. Non un liberale, non un costituzionalista, non un economista delle istituzioni. Ma un filosofo che da trent’anni vive di paradossi, catastrofi annunciate e scorciatoie teoriche, e che ha sempre designato nel liberalismo il nemico principale. Se questa è la linea di difesa, viene il sospetto che il paziente non stia benissimo.

Lungi dall’essere banale, la Lectio Magistralis romana di Žižek  è stata ospitata dal Comune di Roma e organizzata dal Berggruen Institute Europe, fondazione internazionale dedicata allo studio delle istituzioni democratiche e alla promozione della riflessione critica sulle sfide globali contemporanee.

Anzi, proprio perché interessante, merita di essere presa sul serio. Non per quello che propone – perché lì iniziano i guai – ma per quello che rivela: lo stato di confusione della cultura politica europea, e in particolare di quella che ancora si ostina a dirsi “liberale” – un liberalismo di sinistra, dolciastro, come contraltare a quello di destra, amarissimo, in fuga verso Trump – senza avere più chiaro cosa significhi.



Si rifletta. Il fatto che la Lectio si sia tenuta al Campidoglio, con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri a fare gli onori di casa, è emblematico. È come se si fosse voluto creare un ponte ideale tra un establishment politico in cerca di legittimazione, oscillante tra liberalismo e populismo, una importante istituzione internazionale, e un pensatore che di quel liberalismo è sempre stato un critico severo. Che dire? Operazione Žižek. E non in positivo (contrariamente alle finalità dei promotori). Insomma,  non solo un ospite prestigioso, ma quasi un simbolo delle contraddizioni stesse di chi tenta di difendere un progetto politico in confusione.
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Žižek parte da una constatazione che suona familiare: siamo in una crisi sistemica. L’eco di Antonio Gramsci è evidente: il vecchio muore, il nuovo non nasce. Ma, fedele al suo stile, rilancia: non siamo in un interregno, siamo su un treno che corre verso la catastrofe. Ecologica, tecnologica, militare. A questo punto tira fuori Walter Benjamin e la sua immagine del freno d’emergenza: la rivoluzione non come progresso, ma come tentativo disperato di fermare il disastro.



Fin qui, puro Žižek, vino intellettuale di annata. Il problema nasce quando dalla diagnosi si passa alla terapia. Perché lì il discorso si inceppa e comincia a oscillare tra apocalisse e messianismo.

Da un lato, Žižek descrive un mondo in dissoluzione, immagine condivisibile: Donald Trump come incarnazione di una barbarie populista che trasforma la politica in godimento brutale; Vladimir Putin come profeta di un autoritarismo che nega l’Illuminismo; Israele e Iran come attori di una deriva che cancella ogni residuo di diritto internazionale. Dall’altro lato, individua nell’Europa l’unico possibile argine: l’ultimo spazio capace di pensare l’universalismo, la solidarietà, una forma di politica che non sia pura forza.

Ed ecco il primo paradosso. L’Europa che Žižek difende non è quella reale – quella delle istituzioni, dei compromessi, dei vincoli – ma un’Europa ideale, quasi platonica. Un simbolo più che un sistema politico reale. Il che, detto senza giri di parole, è una posizione comoda: se la realtà fallisce, si assolve l’idea. Un po’ come per il comunismo. Punto sul quale egli tornerà nelle conclusioni della  Lectio.

Ma il problema vero è un altro. Žižek denuncia la fine del diritto internazionale, lo dichiara esplicitamente svuotato di efficacia. Poi, poche righe dopo, propone di arrestare leader globali e portarli davanti a un tribunale internazionale. Qui il corto circuito è evidente: se il diritto internazionale è morto, chi giudica? Con quale autorità? In nome di cosa?



È il riflesso tipico di una certa teoria critica, dalla Scuola di Francoforte in poi (ma si potrebbe risalire a Marx, Nietzsche e Freud, la cosiddetta scuola del sospetto): smontare le condizioni di possibilità di un ordine e, nello stesso tempo, pretendere di usarne gli strumenti. Come dire: la legge non esiste più, applichiamo la legge. È brillante, ma non regge. Anche Lenin, in fondo, non dichiarò finemente di volere impiccare i borghesi alle loro budella? Lenin, altra passione di Žižek.

La stessa ambiguità emerge quando Žižek parla dei nuovi “predatori”, figure che ricordano quelle descritte da Giuliano da Empoli (da lui citato). Leader che violano le regole per ottenere risultati. A suo avviso il caso di Nayib Bukele è emblematico: presidente del Salvador, Bukele ottiene risultati concreti nella riduzione della criminalità e nella sicurezza pubblica, ma lo fa sospendendo liberamente le regole liberaldemocratiche: arresti di massa, stato di eccezione permanente, concentrazione dei poteri.

Žižek sembra criticarlo, ma al tempo stesso lo giustifica. Dice, in sostanza: fa ciò che è necessario. In sintesi, pare di capire, esisterebbe una inevitabile deriva liberale incarnata da leader predatori come Bukele. Il lettore, però, si appunti il concetto: i leader predatori fanno ciò che è necessario. Siamo davanti a una specie di logica inevitabile delle cose.



Ed è qui che il discorso scivola su un terreno che un liberale non può accettare. Perché non siamo più alla denuncia delle degenerazioni del potere, ma alla loro normalizzazione. Il punto non è se questi leader funzionano. È che funzionano proprio perché ignorano, e in modo inevitabile, i limiti. E il liberalismo nasce esattamente per porre quei limiti, non per sospenderli quando diventano scomodi.

Ma non è tutto. Dopo aver criticato il mercato globale e denunciato la deriva autoritaria, come pure l’incapacità delle democrazie di coordinarsi, Žižek lascia cadere la parola inevitabile: comunismo. Non come modello, ma come orizzonte. È una conclusione coerente con il suo percorso, ma politicamente evanescente. Nessuna istituzione, nessun meccanismo, nessuna garanzia: solo una necessità morale. Che però tiene a galla – almeno questa è la nostra interpretazione – grazie alla stessa inevitabilità che produce il leader predatore, però questa volta a fin di bene.

Ecco l’elemento leninista del pensiero di Žižek. Nonostante la critica dell’ideologia – suo cavallo di battaglia da sempre – sul comunismo chiude un occhio: tanto peggio per i fatti… E per quale ragione? Perché è inevitabile. Žižek, ateo di fede… Come Bloch, il filosofo tedesco dell’utopia e della speranza messianica? Forse.



Ma torniamo all’“operazione Žižek”. Siamo davanti a un sintomo. Ci spieghiamo meglio: non si tratta tanto di un discorso sull’Europa, quanto di una cultura in crisi di identità, quella liberale europea, non ipnotizzata da Trump, che però, non riuscendo più a difendere se stessa con i propri strumenti, si affida a chi quei strumenti li ha sempre guardati con sospetto. Si invita un critico del liberalismo a salvare il liberalismo: Žižek. Come chiamare un piromane a spiegare l’uso dell’estintore.

Il risultato è inevitabile. Žižek difende l’Europa, sì. Difende l’Ucraina, senza ambiguità, e questo va riconosciuto. Denuncia le ipocrisie dell’Occidente e le derive autoritarie degli altri blocchi. Ma lo fa usando categorie che finiscono per svuotare ciò che pretende di salvare: universalismo senza istituzioni, decisione senza limiti, critica del mercato senza alternative praticabili. Una difesa che erode le fondamenta.

Il problema, però, non è Žižek. Fa il suo mestiere, e lo fa abbastanza bene. Il problema è chi lo ascolta come se fosse una bussola. Perché Žižek non è una bussola. È un sismografo: registra le scosse, amplifica le contraddizioni, rende visibile ciò che non funziona. Ma non indica la direzione. O se la indica va nella direzione opposta di quella liberale.

 


E una cultura liberale che scambia il rumore della crisi per una teoria della soluzione è, semplicemente, una cultura che ha smesso di pensarsi.

Carlo Gambescia

(*) Qui il disocorso integrale: https://kritica.it/tutti-gli-articoli/slavoj-zizek-e-leuropa-da-difendere-nonostante-le-sue-miserie/ .

venerdì 27 marzo 2026

Magistratura. Il rumore della politica sulla giustizia e l’assenza di cultura liberale

 


Si dirà: dettagli. E invece no. Perché la prima pagina del “Riformista” di oggi non è un dettaglio: è un sintomo. E dice molto del clima che la vittoria dei No ha reso, se possibile, ancora più velenoso.

Quella prima pagina urla “LA RAPPRESAGLIA”: procure “che tornano al lavoro”, indagini, perquisizioni, segnali letti come risposta politica a un voto. Non è solo un titolo. È una chiave di lettura patologica. Un modo “malato”, polticamente malato, di ordinare i fatti dentro una trama intenzionale: qualcuno reagisce, qualcuno colpisce, qualcuno manda messaggi.

Attenzione. Non parliamo di “Libero”, “La Verità”, “Il Giornale”, della corte dei miracoli massmediatica targata destra. Ma di un quotidiano, ripetiamo, che si dice, di nome e di fatto, “riformista”, e che desidera – almeno sulla carta – parlare al mondo, cioè, a tutti. Evitando di sollecitare gli istinti peggiori dell’elettore. O del votante, in caso di referendum,  secondo la precisazione dell'ottimo professor Prisco, costituzionalista (*). 

E invece pare proprio che non sia così.



La cosa è grave perché è esattamente qui che si misura l’assenza di una cultura liberale. La vera malattia della vita pubblica italiana.

Perché una cultura liberale — se esistesse davvero nel nostro dibattito pubblico — imporrebbe una disciplina elementare: distinguere tra fatti e interpretazioni, tra atti e intenzioni, tra coincidenze e disegni. Invece, da almeno trent’anni, facciamo il contrario. Prendiamo sequenze di eventi e le trasformiamo in romanzi. E quei romanzi, puntualmente, diventano armi politiche. O per meglio dire, romanzi criminali.

È un difetto antico, che viene da quella stagione che abbiamo imparato a chiamare Tangentopoli, quando l’azione giudiziaria, a torto o a ragione, si trasformò, per una parte dell’opinione pubblica, in surrogato della politica. Prosegue lungo tutto il ciclo berlusconiano, con la politica percepita sotto assedio che reagisce delegittimando la magistratura. 

Giorgia Meloni, in questo gioco di specchi, somiglia a Roxy Hart di "Chicago", grande musical e  grande pellicola: non la protagonista della storia, ma la ventriloqua del suo avvocato Berlusconi, portata alla ribalta dalle dinamiche che la precedono, più che dalla sua personale iniziativa. Come nella scena musicale del film, il jazz e i riflettori trasformano scandalo e ambizione in applausi, creando una ribalta che non sempre corrisponde al merito reale.



Da allora, il copione non è mai cambiato davvero. Come detto, si è solo aggiornato nei toni. L’ultima prova è stata la battaglia referendaria, tramutata in uno scurrile e violento scontro ideologico, quelle situazioni tremende in cui "l’osservatore- cittadino", diciamo così,  è chiamato a scegliere tra due mali. Nel caso italiano, paradossalmente, il No ha rappresentato il male minore: era il voto che, tra mille limiti, difendeva meglio l’indipendenza della magistratura, esponendosi a critiche e fraintendimenti, piuttosto che cedere alla volgare retorica del “partito dei giudici”.

Del resto oggi siamo al punto in cui ogni inchiesta che sfiori la politica viene immediatamente caricata di un significato sistemico. Non è più un’indagine: è un grido di battaglia. Non è più un fatto: è una trama. E così tutto diventa “rappresaglia” o “resistenza”, a seconda del lato da cui si guarda.



Ma qui sta il nodo: questa lettura permanente in chiave intenzionale non è segno, come spesso si legge sulla stampa di sinistra, di “vigilanza democratica” È il sintomo di una cultura liberale debole, a destra come a sinistra e addirittura al centro, come nel caso del “Riformista”. E il suo contraltare — speculare e opposto — è altrettanto dannoso: vedere nella magistratura un potere salvifico, immune da limiti e da errori.

Una cultura liberale matura e diffusa farebbe tre cose molto semplici, e proprio per questo rarissime nel nostro dibattito pubblico.

Primo: distinguere. Separare i fatti dalle interpretazioni. Le procure indagano, talvolta bene, talvolta male: è il loro mestiere. Non ogni coincidenza temporale implica un disegno politico. Pensarlo sistematicamente significa trasformare la complessità in sospetto organizzato. In presunzione ideologica di colpevolezza politica. Ma delle magistratura.

Secondo: evitare l’idolatria. Difendere le istituzioni senza trasformarle in feticci. I magistrati non sono né sacerdoti della verità né congiurati permanenti. Sono funzionari pubblici, con poteri rilevanti e limiti umani: idee, convinzioni, persino pregiudizi. Come tutti.

Il punto non è negare questa cosa, ma costruire regole e prassi che tengano insieme autonomia e responsabilità. Senza però cedere alla tentazione opposta: quella di politicizzare ogni eccesso. Diciamolo senza ipocrisie: una democrazia liberale matura è disposta, entro certi limiti, persino a sopportare un’ingiustizia, pur di preservare un principio più grande: l’indipendenza del potere giudiziario. Perché un giudice subordinato alla politica sarebbe un male peggiore, per tutti: amici e nemici dei giudici.



Terzo: chiedere alla politica un passo indietro. Non significa arrendersi alla magistratura, ma sottrarle il palcoscenico. Significa smettere di trasformare ogni indagine in un caso politico nazionale. Quando ogni avviso di garanzia diventa una battaglia simbolica, quando si mobilitano retoriche dell’intransigenza difensiva prima ancora di conoscere i fatti, il messaggio che passa è semplice e devastante: non fiducia nelle regole, ma conflitto permanente tra poteri, e di quelli dissolutivi del sistema.

Eppure la via d’uscita sarebbe, ancora una volta, semplice, e proprio per questo politicamente costosa: restituire le indagini alla loro dimensione tecnica e la politica alla sua responsabilità autonoma. Perché il paradosso italiano è tutto qui: mentre si denuncia il “partito dei giudici”, lo si alimenta continuamente, caricando ogni atto giudiziario di un peso politico che da solo non avrebbe.

Una cultura liberale degna di questo nome farebbe l’opposto. Ridimensionerebbe. Raffredderebbe. Non per difendere la magistratura in quanto tale, ma per difendere l’equilibrio tra i poteri, cioè il cuore dello stato di diritto.

Il problema è che la misura, in politica, rende meno. Fa meno rumore. E il rumore, oggi, è diventato la vera moneta del consenso. Basta guardare, su scala globale, a modelli che spingono apertamente verso l’asservimento dei giudici al potere politico. Si pensi solo a personaggio terrificante come Trump. Mentre per Putin, Xi e altri dittatori il problema neppure si pone...

 


Finché non si rompe questo circuito italiano — costruito negli anni, sedimentato nelle abitudini, interiorizzato nel linguaggio — continueremo a oscillare tra due caricature ugualmente sterili: il giudice eroe e il giudice nemico. La giustizia, ora cattedrale laica, ora — con sorprendente disinvoltura — ridotta a tana ideologica d’epoca, tra fantasmi di “Lotta continua” e “Potere operaio”.

Nel frattempo, la cultura liberale resta sullo sfondo: evocata, raramente praticata.

E senza cultura liberale, non c’è equilibrio tra i poteri. C’è solo rumore. E il rumore, alla lunga, non governa: logora.

Carlo Gambescia 

(*) Qui: https://www.metropolisweb.it/2026/03/26/referendum-professor-prisco-riforma-scritta-male-responsabilita-del-centrodestra/ 

giovedì 26 marzo 2026

Il declino del senso della misura (la Santanchè come pretesto)

 


C’è qualcosa di curioso, quasi comico — se non fosse rivelatore — nel modo in cui si è parlato delle “dimissioni” di Daniela Santanchè. Solita telenovela. Come se regista occulto del discorso pubblico italiano fosse diventato Cristiano Malgioglio, abbracciato a Zia Mara: parrucconi, acconciature verticali, cuore in lacrime finte. Tutto molto simpatico, divertente, persino commovente. Ma solo sul “palgo”.

Nel giro di poche ore, il discorso pubblico è oscillato tra due poli opposti: da un lato il Paese sull’orlo del baratro istituzionale, dall’altro il festival della battuta, del meme, della spiritosaggine facile. E non solo sui social: si vedano anche i giornali. “Il Foglio”, ad esempio, sembra ormai indulgere troppo spesso a toni che sacrificano l’analisi a un'arguzia, fin troppo facile:  (Santanchè), “Che la mia cipria ricada su di voi”…  Battute in fondo  non degne di un quotidiano, che si dice di opinione.

Nel mezzo, il vuoto.



Non è solo un problema di stile. È un problema di senso della misura.

Che non è — sia chiaro — moderazione tiepida o equidistanza da salotto buono, né furba scelta mimetica travestita da saggezza popolare. È qualcosa di più esigente: la capacità di proporzionare il giudizio ai fatti, di distinguere tra ciò che è grave e ciò che è solo rumoroso, tra ciò che merita analisi e ciò che merita, al massimo, una scrollata di spalle. L’Italia che soffre: “Mi fa quattro pizze tonno e cipolla”. E quella del presunto rigore della funzione pubblica: “Conosci qualcuno in tribunale?”. Insomma, si piange con un occhio solo.

Il punto è che questo senso della misura non è semplicemente in crisi: è stato progressivamente espulso dal discorso pubblico.

E non per caso.

Il senso della misura è, in fondo, una virtù liberale. Non nel senso partitico, ma culturale: il liberalismo come etica del limite. Limite al potere, alla spesa, ma anche — e soprattutto — al linguaggio. Dire solo ciò che è sostenibile, proporzionato, verificabile.



Non stupisce allora che, venendo meno quella cultura, si sia smarrita anche la misura. Basta guardare come, nel tempo, sono state raccontate e utilizzate le opere pubbliche.

Nel liberalismo classico, l’opera è necessaria: si fa se serve, nei limiti delle risorse, con uno sguardo al lungo periodo. Nessuna ostentazione, nessuna retorica salvifica.

Con il Fascismo, il quadro cambia: l’opera pubblica non deve più solo servire, deve impressionare. È dimostrazione di forza, scenografia del potere. La misura, semplicemente, non è prevista.

La Democrazia Cristiana riporta il sistema su binari più pragmatici: si costruisce molto, spesso utilmente, ma anche dentro una logica di consenso. La misura c’è, ma negoziata, intermittente.



Anche il Centrosinistra degli anni Sessanta spinge sull’intervento pubblico e sulle infrastrutture: una fase espansiva, certo, ma ancora orientata a fini leggibili — modernizzare il Paese più che impressionarlo.

Con Bettino Craxi si apre una fase diversa. L’opera pubblica resta strumento di modernizzazione, ma si carica di un elemento ulteriore: il decisionismo come valore. Non basta più fare, bisogna mostrare di saper fare — e farlo rapidamente. La misura non scompare, ma si comprime.

Con Silvio Berlusconi, questo slittamento si compie: l’opera pubblica diventa soprattutto racconto. Più promessa che realizzazione, più immagine che infrastruttura. Non è l’eccesso materiale a dominare, ma quello simbolico: la misura si perde nella comunicazione.

Negli anni Dieci del nuovo secolo, il centrosinistra e i grillini hanno giocato sul terreno delle opere pubbliche: qualche infrastruttura reale, tante promesse e “slide di powerpoint”. Con l’apporto dei cosiddetti professori, tutto doveva sembrare rigoroso, ma spesso restava più estetica che sostanza. E la misura? Sempre sospesa tra ideologia e spettacolo. Magari salveremmo Monti. E in fondo anche Draghi. Altro stile rispetto a un La Russa…



E con il Presidente del Senato che ieri ha usato la “famiglia nel bosco” come faceva Mattei con i partiti-taxi, arriviamo all’oggi.

Da un lato, la stagione del PNRR: una mobilitazione straordinaria di risorse che, sotto la pressione dell’emergenza, tende a dilatare la nozione stessa di “necessario”. Tutto è prioritario, quindi nulla lo è davvero.

Dall’altro, il ritorno ciclico di opere-bandiera come il Ponte sullo Stretto di Messina: non tanto progetti da valutare, quanto simboli da esibire. Più che infrastrutture, marcatori identitari. Il richiamo al decisionismo — da Mussolini a Craxi — riaffiora, in forme diverse, a destra come a sinistra. Chissà perché proprio con Giorgia Meloni? Ultimo corso, prima dello scioglimento, allievi ufficiali politici di complemento, Scuola di Guerra di via della Scrofa, n. 39, 00186 Roma: intitolato a Giorgio Almirante.

Il filo che tiene insieme queste trasformazioni è sempre lo stesso: quando c’è misura, le opere servono; quando la misura salta, le opere diventano tutto.



E lo stesso accade nel discorso pubblico.

Oggi si parla per segnali, non per proporzioni. Si alza il tono per esistere, non per chiarire. Si passa senza soluzione di continuità dalla tragedia alla barzelletta, dalla denuncia apocalittica alla battuta da cabaret.

Un osservatorio perfetto di questa deriva è Facebook. Lì convivono — spesso nello stesso spazio — analisi che si pretendono profondissime e battute che non pretendono nulla. Il risultato, però, è lo stesso: appiattiscono le differenze, rendono tutto equivalente, consumano il senso delle proporzioni. Un tempo si chiamava qualunquismo. In questo modo si finisce per erodere il liberalismo nel nome di un libertarismo nichilistico. Petroliniano: come Petrolini che, malato grave, al medico che lo trovava meglio rispose: “Bene, così morirò contento”.

Ridiamo di tutto, ci indigniamo per tutto. E così, lentamente, smettiamo di distinguere.

A questo punto, però, una precisazione è necessaria. Perché la perdita del senso della misura viene spesso attribuita — con una certa superficialità — al capitalismo.

È una lettura comoda, ma sbagliata.

 


Il capitalismo, nella sua logica più elementare, è tutt’altro che culto dell’eccesso: è calcolo, selezione, responsabilità. Vive di proporzioni, non di iperboli. Senza misura, non produce sviluppo: produce bolle, sprechi, crisi.

Se oggi il senso della misura appare fuori mercato, non è perché il capitalismo lo abbia eliminato. È perché attorno al capitalismo — nella politica, nei media, nel discorso pubblico — si è sviluppata una sua versione spettacolarizzata: una teatralizzazione in cui tutto deve apparire eccezionale, urgente, definitivo.
Non è il capitalismo a essere senza misura. È il modo in cui lo raccontiamo — e lo usiamo politicamente — ad averla smarrita.

Il punto, allora, non è rimpiangere un’età dell’oro che probabilmente non è mai esistita. È capire che il senso della misura non è un riflesso automatico della democrazia: è una conquista culturale fragile, che va continuamente difesa.

E qui il nodo torna all’incipit: alla “cipria della Santanchè”.

Senza una cultura liberale del limite — del “quanto basta”, del “solo ciò che serve”, del “nei confini del possibile” — la misura non regge. Tra l’altro tema einaudiano per eccellenza. Sicché il limite si trasforma prima in eccezione, poi in nostalgia, infine in fastidio. E di conseguenza una figurina della Santanchè vale quanto un  figurina, per dire, della Boldrini... 



Perché la misura, diciamolo, è scomoda: non entusiasma, non polarizza, non fa spettacolo.

Ma è l’unica che permette di distinguere davvero. E senza distinzioni, non c’è giudizio. Senza giudizio, non c’è politica. Liberale.

Carlo Gambescia