La fotografia è semplice, ma il suo significato è enorme. Nello Studio Ovale della White House un presidente degli Stati Uniti siede alla scrivania mentre un gruppo di pastori evangelicali (*) lo circonda, gli impone le mani e prega su di lui. Non è una scena privata. È un gesto pubblico, politico, quasi liturgico. In apparenza potrebbe sembrare solo uno dei tanti episodi della religiosità americana. In realtà l’immagine dice qualcosa di molto più profondo sul radicale mutamento della politica negli Stati Uniti.
È vero che non si tratta di un fatto completamente senza precedenti. Presidenti come Ronald Reagan, George W. Bush e, in modo più discreto, Barack Obama hanno avuto rapporti stretti con leader religiosi e in alcune occasioni sono stati fotografati durante momenti di preghiera. Ma l’alleanza tra Donald Trump e la destra evangelicale rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso. Qui non siamo più davanti alla semplice presenza della religione nello spazio pubblico. Assistiamo piuttosto a una forma di sacralizzazione del potere politico. Qualcosa che ha sapore di pre-moderno. Che accade nella patria della modernità politica. Infatti non ci stancheremo mai di ricordare che la Costituzione americana è la costituzione scritta più antica del mondo.
Perciò per comprendere perché questa immagine sia così significativa bisogna tornare alla tradizione politica americana. Gli Stati Uniti sono nati in una società profondamente religiosa, ma i fondatori erano ossessionati da un problema: evitare che il potere politico diventasse potere religioso. Nei saggi raccolti nel Federalist ricorre continuamente l’idea che nessun potere debba diventare assoluto e che l’equilibrio istituzionale sia la sola garanzia della libertà. Insomma i Padri fondatori, molto attenti alla laicità politica, probabilmente avrebbero guardato una scena del genere con parecchio stupore. Soprattutto James Madison, che sulla separazione tra religione e politica era quasi maniacale. Non meno significativa è l’osservazione di Alexis de Tocqueville, che nell’Ottocento individuò uno dei segreti della democrazia americana proprio nella separazione tra religione e governo. Negli Stati Uniti la religione era potente nella società, scriveva Tocqueville nella Democrazia in America, ma rimaneva esterna allo stato. Ed era proprio questa distanza a proteggerla dalla corruzione del potere.
Per oltre due secoli questo equilibrio ha complessivamente funzionato, pur attraversando momenti di forte tensione. La religione ha continuato a influenzare la cultura americana, ma senza pretendere di consacrare direttamente l’autorità politica. La svolta arriva nel tardo Novecento con la mobilitazione politica dell’evangelicalismo conservatore. Movimenti come la Moral Majority fondata dal predicatore Jerry Falwell trasformarono milioni di credenti in un blocco elettorale organizzato e disciplinato. La religione entrava così nella politica non più soltanto come fonte di valori morali, ma come identità militante.
Con Trump questo processo ha raggiunto un livello nuovo. L’alleanza tra il leader politico e il mondo evangelicale non è soltanto elettorale. Assume, ripetiamo, una dimensione simbolica e quasi sacrale. La scena dei pastori che pregano nello Studio Ovale non è semplicemente una fotografia devozionale: è una “riteologizzazione” della politica, interpretata come lotta tra il bene e il male. È la rappresentazione visiva di un potere che si incarna in un uomo, inviato da Dio, che – semplificando – rimetterà le cose a posto. Cioè ricristianizzerà la nazione americana.
Ma Trump chi è? Come abbiamo più volte scritto: una specie di Lucky Luciano, un gangster politico. Che c’entra con Dio e con la religione? Nulla. Però tutto ciò fa il gioco della sua volontà di potenza: un desiderio di affermazione, di dominio e di grandezza che anima leader e movimenti che si autoproclamano storici. In qualche misura, come scrivevamo ieri, la Post-Verità del gaglioffo si sposa alla Verità assoluta dei fanatici religiosi (**).
Le democrazie liberali hanno sempre cercato di limitare questa pulsione, costruendo sistemi di controllo reciproco tra i poteri: il famoso governo delle leggi e non degli uomini. Di conseguenza, quando l’autorità politica si presenta come strumento di una missione religiosa, i limiti istituzionali tendono a indebolirsi. Il leader non appare più semplicemente come un attore politico sottoposto a regole e critiche: diventa il rappresentante di un disegno superiore. Del resto a Lucky Luciano-Trump fa comodo (ovviamente fino a quando riterrà la cosa utile ai suoi disegni di potenza) poter contare, anche sul piano elettorale – fino a quando si voterà ancora negli Stati Uniti – sui voti di questa destra religiosa: si parla di milioni di persone che hanno votato per lui.
La volontà di potenza di un gangster politico – un fascista se si preferisce – ha perciò incontrato l’integralismo religioso. L’integralismo, in qualsiasi tradizione religiosa si manifesti, ha una caratteristica precisa: considera la verità religiosa come fonte diretta dell’ordine politico. Non si limita a ispirare valori; pretende di orientare lo stato. Quando un leader politico forte trova in questa visione una legittimazione, ancora più forte, il potere assume facilmente il linguaggio “al quadrato” della missione. Come detto, il conflitto politico non appare più come un confronto tra interessi o visioni diverse della società, ma come una lotta tra verità e errore, tra bene e male.
E la destra religiosa non si rende conto che Trump – per dirla alla buona – è un mascalzone? Non necessariamente. Perché si ritiene che le vie del Signore siano infinite e che possano servirsi anche di un Lucky Luciano, debitamente assistito dai suoi consulenti religiosi. Vedi la già famosa foto nello Studio Ovale.
Le conseguenze non riguardano soltanto la politica interna americana. L’alleanza tra la destra evangelicale e il potere politico ha avuto effetti decisivi anche sulla politica estera degli Stati Uniti, soprattutto nei rapporti con lo Stato di Israele. Per una parte significativa dell’evangelicalismo conservatore Israele non è soltanto un alleato strategico. È un elemento centrale di una lettura profetica ed escatologica della storia: il ritorno degli ebrei nella loro terra viene interpretato come un passaggio necessario della storia sacra.
Per capirsi: il sostegno della destra evangelicale americana a Israele non nasce necessariamente da una simpatia per l’ebraismo come religione, ma da una specifica lettura profetica della storia. In questa visione il ritorno degli ebrei nello Stato di Israele è un passaggio necessario del piano divino che prepara gli eventi finali dell’Apocalisse e, alla fine dei tempi, la conversione degli ebrei al cristianesimo.
Ne deriva un rapporto paradossale: sostegno politico molto forte allo Stato di Israele, ma non necessariamente all’ebraismo in quanto tale. Del resto, nonostante le fantasie della propaganda antisemita, una larga parte degli ebrei americani continua a votare per i democratici.
Non sorprende quindi che leader come Benjamin Netanyahu abbiano coltivato rapporti strettissimi con il mondo evangelicale americano. Qui la convergenza tra teologia apocalittica, identità politica e strategia internazionale diventa particolarmente potente. Netanyahu non è semplicemente un leader israeliano: è un super-nazionalista, un corpo estraneo totale al sionismo tradizionale (si pensi al nazionalismo integrale del francese Maurras, che tra l’altro era antisemita), che ha trasformato l’alleanza con la destra evangelicale americana in uno strumento di potere politico senza precedenti, consolidata sotto la presidenza di Trump.
È uno dei paradossi più curiosi della politica contemporanea: una parte del sostegno più fervente a Israele proviene da ambienti religiosi che, nella propria visione teologica della fine dei tempi, immaginano proprio in Israele uno degli scenari decisivi della conversione finale degli ebrei al cristianesimo. Ancora una volta la politica dimostra di non essere fatta solo di interessi materiali, ma anche di miti religiosi, narrazioni escatologiche e identità collettive.
Ma proprio qui emerge il rischio più serio. Quando la politica assume il linguaggio della missione religiosa, la democrazia liberale può essere percepita come un ostacolo morale. Il pluralismo, i diritti civili, la separazione tra stato e religione vengono interpretati non come principi di libertà, ma come manifestazioni di un ordine culturale ostile alla fede. In questo quadro la laicità dello stato rischia di essere letta come una forma di ateismo imposto.
Il problema diventa ancora più grave se si guarda al contesto internazionale. Quando una grande potenza politica comincia a parlare il linguaggio della missione religiosa, entra inevitabilmente nello stesso terreno ideologico degli altri integralismi. Che si tratti di cristianesimo politico, di islam politico o di altre forme di fondamentalismo, la logica è sorprendentemente simile: la politica viene interpretata come strumento di una verità assoluta. In un’area esplosiva come il Medio Oriente, segnata dalle tensioni tra Israele, il mondo arabo e l’Iran, questo tipo di visione rischia di trasformare conflitti geopolitici complessi in scontri di civiltà o addirittura in guerre sacralizzate.
Per questo la fotografia nello Studio Ovale non è un dettaglio folcloristico. È un segnale politico e simbolico di grande portata. Si noti anche il valore di aperta sfida nel tagliare i ponti con il passato. Per oltre due secoli la tradizione americana ha cercato di mantenere una linea sottile ma decisiva: religione forte nella società, potere politico laico. Quando quella linea si indebolisce o spezza , il rischio non riguarda solo gli Stati Uniti. Riguarda l’equilibrio stesso della modernità politica.
Perché quando il potere torna a cercare una consacrazione religiosa, la politica smette di essere uno spazio di confronto tra cittadini e tende a diventare il terreno di una missione. E quando i leader politici cominciano a credere davvero che "Dio" sia dalla loro parte nel corso della storia, la storia rischia di trasformarsi in un inferno.
Ed è quel che sta accadendo.
Carlo Gambescia
(*) Nell'articolo si usa il termine evangelicale (da “evangelical”) per distinguere la tradizione religiosa e politica americana da quella degli evangelici italiani, più moderata e meno politicizzata. Questa scelta serve a chiarire subito al lettore la differenza culturale e storica tra i due fenomeni.
(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/trump-la-guerra-all-iran-e-la-post.html .

_-_02.jpg)
.jpg)

.jpg)























%20-%20Copia.png)

.png)








