giovedì 4 giugno 2026

Quarantaquattro gatti: il 2 giugno tra militarismo e antimilitarismo

 


Un quarto articolo? Già sentiamo i lettori protestare… Ma il 44 per cento di share della parata di ieri, evocato da “Libero”, è uno di quei numeri che fanno subito impressione, perché sembrano dire molto più di quanto in realtà dicano. È un po’ come i “quarantaquattro gatti in fila per sei, con il resto di due”: resta sempre da capire chi sia il famoso “resto di due”. Gli irriducibili del telecomando? I critici professionali della parata? O semplicemente quelli che hanno acceso la TV e poi hanno litigato col telecomando?

Insomma, non potevamo non dire la nostra.

Il punto è che, senza serie storiche solide e comparabili, il numero resta sospeso. E qui la questione diventa seria: i dati Auditel sulla parata del 2 giugno mostrano ascolti significativi, ma non esiste una serie pubblica stabile tale da sostenere l’idea di un trend politico-culturale lineare. In altre parole: dire “44 per cento” senza confronto è come commentare una partita guardando solo il secondo tempo e sostenendo di aver capito tutta la stagione.



Eppure ogni anno si riapre la stessa sceneggiatura. Da un lato una certa destra politica che, davanti ai numeri, vi legge una prova di consenso patriottico quasi plebiscitario. Dall’altro una sinistra che reagisce spesso con il riflesso opposto: se si vede una divisa, allora dev’esserci per forza un problema. In mezzo, come sempre, lo Stato reale che continua a funzionare senza farsi troppe domande sul dibattito televisivo.

Qui però vale una precisazione che sembra banale, ma non lo è: lo Stato non è una ONG. Non vive di buoni sentimenti né di indignazioni selettive. Vive di istituzioni, confini, obblighi internazionali e, quando serve, di Forze armate. Che non sono un simbolo decorativo, ma una funzione. Poi si può discutere su tutto: dimensioni, impieghi, controllo politico. Ma negarne la necessità significa giocare alla politica con le figurine.

La storia della parata del 2 giugno, se la si guarda senza occhiali ideologici, racconta proprio questo: instabilità e adattamento, non ossessione militare. Entra nel cerimoniale nel 1950, quando la Repubblica ha bisogno di darsi una forma visibile. Nel 1976 viene sospesa per il terremoto del Friuli: i militari sono impegnati nei soccorsi, non nella passerella. Nel 1977, in piena stagione di austerità, si riduce ulteriormente la dimensione della celebrazione.

 


Poi segue una fase di forte oscillazione: negli anni successivi la parata non ha una continuità regolare e stabile come oggi, alternando periodi di riduzione, cambi di formato e scelte diverse sulla rappresentazione pubblica dello Stato. Non c’è un’unica traiettoria lineare: proprio questa discontinuità riflette il rapporto non scontato della Repubblica con i propri simboli.

Per oltre un decennio, infatti, la Festa della Repubblica si concentra soprattutto sull’Altare della Patria e su forme più sobrie di celebrazione istituzionale. È solo nel 2000 che Carlo Azeglio Ciampi reintroduce stabilmente la parata, dentro un’idea semplice ma potente: uno Stato senza simboli riconoscibili rischia di diventare una burocrazia senza volto.

E anche dopo il ritorno, non si tratta di una rappresentazione “militarista” continua. Nel 2012, dopo il terremoto dell’Emilia, la parata si riduce drasticamente. Nel 2013 si contrae ulteriormente per ragioni economiche. Nel 2020 e 2021 viene sospesa per la pandemia. Se questa è propaganda bellica, è una propaganda piuttosto intermittente: si interrompe ogni volta che la realtà impone altro.

E allora la contrapposizione destra/sinistra comincia a scricchiolare. Perché la destra legge spesso la parata come prova di forza identitaria, ma dimentica che è stata più volte ridimensionata proprio dalla gestione concreta dello Stato. La sinistra la guarda talvolta come residuo inquietante, ma ignora che senza una capacità di difesa uno Stato non è nemmeno in grado di garantire la propria neutralità democratica.

 


Il punto, alla fine, è semplice e un po’ scomodo: le democrazie non si reggono sulle emozioni. Si reggono su istituzioni che funzionano anche quando non piacciono. E le Forze armate, nel bene e nel male, stanno lì dentro.

Il resto è dibattito da talk show. Dove il 44 per cento diventa un plebiscito o un sospetto, a seconda della convenienza retorica. Ma la storia, quella vera, continua a non partecipare al sondaggio.

Carlo Gambescia

mercoledì 3 giugno 2026

3) La Repubblica dimenticata






Ieri, come ogni 2 giugno, abbiamo assistito alla tradizionale parata lungo i Fori Imperiali. Reparti militari, rappresentanze civili, autorità dello Stato, il sorvolo delle Frecce Tricolori, l’omaggio del Presidente della Repubblica al Milite Ignoto.

Un rituale che si ripete da decenni e che, almeno per un giorno, sembra restituire agli italiani il senso di un’appartenenza comune.

Eppure, osservando le celebrazioni di ieri, è difficile sottrarsi a una domanda: quanti conoscono davvero ciò che stanno celebrando? Viene il sospetto che, per una parte non trascurabile degli italiani, il 2 giugno sia ormai percepito come una gradevole appendice del ponte primaverile più che come il compleanno della Repubblica.

Questo articolo conclude idealmente i due precedenti dedicati alla Festa della Repubblica. Nel primo abbiamo riflettuto sui due Risorgimenti incompiuti — quello ottocentesco e quello resistenziale. Nel secondo sul paradosso di una Repubblica che, pur tra crisi politiche e trasformazioni profonde, ha garantito all’Italia ottant’anni di continuità istituzionale. Resta però una terza questione, forse la più importante: che cosa rimane oggi della memoria storica della Repubblica?



La domanda non è accademica. Una comunità politica non vive soltanto di istituzioni, leggi e procedure. Vive anche di racconti condivisi, simboli, riferimenti storici comuni. Quando questi si indeboliscono, si indebolisce anche la capacità di comprendere il presente.

Da anni le indagini sulla cultura storica degli italiani mostrano segnali poco incoraggianti. Secondo diverse rilevazioni richiamate dal Censis e da istituti di ricerca, quote significative di cittadini non sanno collocare correttamente eventi fondamentali della storia moderna e contemporanea, mentre figure centrali del Risorgimento e della costruzione dello Stato unitario risultano sempre meno familiari alle giovani generazioni. Non si tratta di pretendere che ogni cittadino distingua Mazzini da Cattaneo o Dossetti da Calamandrei. Il problema è più elementare: una quota crescente di italiani fatica perfino a collocare i grandi snodi della propria storia nazionale.



Naturalmente nessuna società può pretendere che tutti i cittadini siano storici. Ma vi è una differenza tra una memoria imperfetta e una memoria svuotata. Nel primo caso si conserva almeno il significato generale degli eventi. Nel secondo rimangono soltanto i rituali. In molti casi la memoria storica sembra essersi ridotta a ciò che resta dopo aver dimenticato quasi tutto.

Molti italiani sanno che il 2 giugno è la Festa della Repubblica. Molti meno ricordano che quel giorno del 1946 non si votò soltanto tra monarchia e repubblica. Si elesse anche l’Assemblea Costituente che avrebbe scritto la Costituzione. Ancora meno conoscono le culture politiche che contribuirono a quel compromesso storico tra cattolici, liberali, azionisti e socialisti democratici, con la partecipazione decisiva anche delle grandi forze della sinistra socialista e comunista. Eppure è lì che si trovano le fondamenta della nostra convivenza civile.

La fragilità della memoria storica produce conseguenze politiche. Una cittadinanza che conosce poco il proprio passato è più esposta a semplificazioni, manipolazioni e revisionismi e assenze simboliche, come quella ieri di Salvini. Non occorre cancellare la storia per cambiarne il significato pubblico. Spesso è sufficiente che essa venga dimenticata. 2 giugno, Festa della Repubblica?  Che sarà mai... Ho altro da fare...



In questo senso, una parte delle destre contemporanee ha intuito una verità politicamente preziosa: per vincere una battaglia culturale non sempre è necessario convincere. Talvolta basta che gli avversari abbiano dimenticato. La battaglia culturale non si combatte soltanto reinterpretando il passato, ma anche approfittando della sua progressiva rimozione.

Quanto meno si conoscono il fascismo, la Resistenza, la nascita della Repubblica e il lavoro della Costituente, tanto più diventa facile ridimensionarne il significato storico e politico.

Non è un caso che negli ultimi anni siano tornate di moda letture indulgenti del Ventennio, tentativi di equiparazione tra fascismo e antifascismo o operazioni simboliche volte a normalizzare figure e tradizioni che la Repubblica nata nel 1946 aveva consegnato alla sconfitta della storia. Del resto, quando il fascismo smette di essere studiato, comincia quasi inevitabilmente a essere banalizzato. E ciò che viene banalizzato finisce spesso per essere assolto. Fenomeni che non nascono dal nulla. Trovano terreno fertile proprio nell’indebolimento della memoria collettiva.





Ciò non significa che la storia debba trasformarsi in una religione civile o in una verità ufficiale sottratta al dibattito. La ricerca storica vive di confronto critico e revisione continua. Ma una cosa è il revisionismo storiografico, che rappresenta il normale progresso della conoscenza; altra cosa è il revisionismo politico che sfrutta l’ignoranza storica per relativizzare fatti ormai accertati.

Per questo il problema della Repubblica italiana non è soltanto istituzionale. È culturale. Ottant’anni dopo la sua nascita, la Repubblica appare abbastanza forte da essere data per scontata e abbastanza vecchia da essere poco conosciuta. È il paradosso delle istituzioni che hanno avuto successo: sopravvivono, ma le ragioni della loro esistenza tendono a essere dimenticate.

Ripetiamo: le feste civili servono precisamente a contrastare questo rischio. Non celebrano ciò che tutti ricordano.

 


Ricordano ciò che una società rischia di dimenticare. Altrimenti accade ciò che già si intravede: cittadini sempre più informati sull’ultima polemica dei social network e sempre meno sulla storia delle istituzioni che garantiscono loro la libertà di polemizzare.

Il 2 giugno dovrebbe essere soprattutto questo: non una parentesi retorica tra una parata e un giorno festivo, ma un’occasione per riflettere sulle origini della nostra liberal-democrazia. Perché una Repubblica può sopravvivere a molte crisi politiche. Più difficile è sopravvivere all’oblio delle proprie ragioni fondative.

E una democrazia che smette di conoscere la propria storia finisce quasi sempre per affidarne il racconto a chi ha interesse a semplificarla, deformarla o addirittura rimpiangerla. È un rischio che la Repubblica italiana non può permettersi. Perché, come spesso ci piace sottolineare, l’oblio, a differenza delle crisi politiche, non fa rumore. Ma spesso produce effetti più duraturi.

Carlo Gambescia



martedì 2 giugno 2026

2) Il 2 giugno e i due Risorgimenti incompiuti

 



Sfogliando le prime pagine dei giornali di oggi, 2 giugno, si coglie una curiosa impressione. La Festa della Repubblica c’è, naturalmente. Le celebrazioni ufficiali pure. Eppure non sembra occupare nel discorso pubblico il posto che le spetterebbe come uno dei momenti fondativi della nazione. In particolare su parte della stampa di destra (“Il Secolo” addirittura ignora l’evento).

In alcuni ambienti culturali e politici, la nascita della Repubblica appare quasi ridotta a una ricorrenza istituzionale, privata della sua portata storica. Come se fosse una data tra le altre e non il giorno in cui gli italiani scelsero il proprio futuro dopo la dittatura e la guerra


Il 2 giugno 1946 non è una data qualsiasi. È il giorno in cui gli italiani scelsero la Repubblica contro una monarchia che aveva accompagnato, sostenuto e legittimato il fascismo fino al 25 luglio 1943, tentando poi di sopravvivere al crollo del regime. È il giorno in cui l’esito politico della Liberazione trovò una consacrazione democratica attraverso il voto popolare. Per questo, sminuire il significato del 2 giugno non è mai un gesto neutrale: significa attenuare la portata storica della rottura che separa l’Italia democratica dall’esperienza totalitaria.

 


Naturalmente la Repubblica non nacque dal nulla. Affondava le proprie radici nella storia nazionale e nella tradizione liberale italiana. Ma proprio qui emerge una questione raramente affrontata: l’Italia contemporanea è figlia di due Risorgimenti. Il primo, ottocentesco, costruì l’unità nazionale e l’indipendenza politica. Il secondo, tra il 1943 e il 1948, ricostruì la libertà politica distrutta dal fascismo e pose le basi della democrazia costituzionale. Il primo fece l’Italia. Il secondo fece la Repubblica.

Entrambi furono eventi fondativi e, al tempo stesso, contestati. Entrambi rimasero in parte incompiuti sul piano della coscienza nazionale. Una parte degli italiani non comprese fino in fondo il significato del Risorgimento, considerandolo un’opera delle élite o un processo estraneo alle tradizioni locali, divisa tra socialismo e forze della reazione.



Anche una parte significativa del mondo cattolico mantenne a lungo un rapporto problematico con quel primo Risorgimento, percepito come un’unificazione imposta dall’alto e segnata dalla questione romana. Nel secondo dopoguerra, il rapporto con la Repubblica e con la Costituzione si è progressivamente consolidato, ma non tutti gli ambienti cattolici hanno compiuto fino in fondo una piena riconciliazione simbolica con l’intero percorso risorgimentale.

Al tempo stesso, una parte degli italiani non ha mai accettato pienamente il significato storico della Repubblica nata dalla Liberazione. Non necessariamente per ostilità alla democrazia, ma per un persistente disagio verso il suo atto fondativo: la sconfitta del fascismo e il ruolo centrale dell’antifascismo.

Qui si trova uno dei nodi della storia italiana. La Repubblica non rappresenta la negazione del Risorgimento, ma il suo completamento democratico. La vera linea di frattura non passa tra Risorgimento e Repubblica, bensì tra due diverse interpretazioni del Risorgimento stesso. Da una parte il filone liberal-costituzionale, quello di Cavour, Giolitti, Einaudi e De Gasperi, che vede nella limitazione del potere, nel pluralismo e nelle istituzioni rappresentative il cuore della vita politica. Dall’altra il filone nazional-statualista, che da alcune premesse crispine arriva nel Novecento alla sua degenerazione fascista.



Non a caso il regime cercò di presentarsi come il vero erede del Risorgimento, contrapponendo il mito della forza e dello Stato alla tradizione parlamentare liberale. Un ruolo decisivo in questa operazione fu svolto da Giovanni Gentile, che tentò di costruire una continuità ideale tra Risorgimento e fascismo, interpretando lo Stato fascista come compimento della storia nazionale iniziata nell’Ottocento. In questa prospettiva, il liberalismo parlamentare appariva una fase incompleta, destinata a essere superata dall’unità politica e morale dello Stato.

Ma il fascismo non fu il compimento del Risorgimento: ne fu la deformazione autoritaria. Dove Cavour vedeva il primato delle istituzioni, Mussolini impose il primato dello Stato. Dove Giolitti praticava il pluralismo, il fascismo introdusse il partito unico. Dove il liberalismo limitava il potere, il fascismo lo concentrava.

La Repubblica democratica nacque anche contro questa appropriazione del Risorgimento: non contro la storia nazionale, ma contro la sua riscrittura autoritaria.

Per questo il 2 giugno può essere letto come il giorno del Secondo Risorgimento. Non perché

cancelli il primo, ma perché ne recupera il nucleo essenziale: libertà politica, rappresentanza, costituzionalismo.

Il problema italiano, forse, è che una parte degli italiani non ha mai amato fino in fondo né il primo né il secondo Risorgimento: il primo perché percepito come troppo liberale o elitario, il secondo perché legato alla rottura antifascista.

Da qui deriva la difficoltà di trasformare il 2 giugno in una festa pienamente condivisa. A differenza del 14 luglio francese o del 4 luglio americano, la Repubblica italiana continua a essere interpretata non solo per ciò che è diventata, ma per il modo in cui è nata.

Eppure proprio questo dovrebbe essere il motivo per celebrarla con maggiore convinzione. Perché la Repubblica non nacque da una semplice transizione istituzionale, ma dalla scelta di abbandonare la dittatura e di ricondurre la storia italiana entro il solco della libertà costituzionale.



Ottant’anni dopo, il punto non è stabilire se quella scelta sia stata giusta: la storia ha già risposto.

Il punto è capire perché una parte degli italiani fatichi ancora a riconoscere che il 2 giugno 1946 non fu solo la nascita della Repubblica, ma la rinascita dell’Italia democratica.

Forse basta tornare alle prime pagine dei giornali di oggi per cogliere il segnale: una ricorrenza importante, ma non ancora pienamente centrale nel discorso pubblico. Non è solo un’impressione. È il sintomo di una difficoltà più profonda: riconoscere fino in fondo il valore simbolico di quella data.

Ottant’anni dopo, la Repubblica continua a essere letta attraverso memorie divise e sensibilità politiche contrapposte. Ma proprio per questo la sua forza non diminuisce: perché non celebra una continuità rassicurante, bensì una scelta storica netta. E ricordarla significa ricordare che la democrazia italiana non è stata un esito inevitabile, ma una conquista.

Una conquista che, ancora oggi, non tutti hanno completamente interiorizzato.

E forse è proprio questo il vero paradosso del 2 giugno: una festa della condivisione democratica che continua a vivere dentro una memoria non ancora del tutto condivisa. Antifascista e liberale al tempo stesso

Carlo Gambescia


lunedì 1 giugno 2026

1) Se ottant’anni vi sembran pochi: il paradosso della Repubblica italiana (e delle Repubbliche)

 


Domani è il 2 giugno, Festa della Repubblica. Ottant’anni di vita.

Tuttavia ogni generazione italiana sembra convinta di vivere la crisi definitiva della Repubblica. È successo negli anni del terrorismo, durante Tangentopoli, nella crisi finanziaria del 2011, perfino durante la pandemia e oggi, nell’epoca della polarizzazione aggressiva e permanente. Eppure una domanda storica merita di essere posta: quanto durano realmente le moderne repubbliche?

L’interrogativo è meno banale di quanto sembri. L’opinione comune sembra abituata a considerare la repubblica come una forma politica naturale e stabile. La storia moderna, diciamo postcostituzionale, suggerisce invece il contrario. Se osserviamo gli ultimi due secoli, scopriamo che la regola è la fragilità; la durata rappresenta l’eccezione.

La Francia costituisce forse il laboratorio più istruttivo. Dalla Rivoluzione del 1789 a oggi ha conosciuto cinque repubbliche, due imperi, restaurazioni monarchiche e regimi autoritari. La Prima Repubblica, nata nel 1792, sopravvisse appena fino al 1804, quando Napoleone si proclamò imperatore. La Seconda Repubblica durò soltanto quattro anni, dal 1848 al 1852. La Terza Repubblica riuscì invece a resistere per settant’anni, fino alla sconfitta militare del 1940. La Quarta Repubblica ebbe vita assai più breve, dal 1946 al 1958, logorata dall’instabilità politica e dalle guerre coloniali. Solo la Quinta Repubblica, fondata da Charles de Gaulle nel 1958, ha garantito una continuità istituzionale che dura ancora oggi.



Anche la storia spagnola appare significativa. La Prima Repubblica sopravvisse meno di un anno, tra il 1873 e il 1874. La Seconda Repubblica, proclamata nel 1931, si concluse nel 1939 con la vittoria franchista nella guerra civile. Dopodiché si dovette attendere la morte di Franco e gli anni della transizione democratica: le prime libere elezioni si ebbero nel 1977, la nuova Costituzione nel 1978.

Il Portogallo offre una vicenda non meno istruttiva. La Prima Repubblica, nata nel 1910, si presentò come un grande progetto di modernizzazione liberale e laica. Tuttavia non riuscì a consolidarsi e nel 1926 cedette il passo alla dittatura militare dalla quale sarebbe poi emerso il lungo regime di Salazar. Soltanto con la Rivoluzione dei Garofani del 1974 il Paese sarebbe tornato alla democrazia.

Nell’Europa centrale il destino delle repubbliche fu spesso ancora più accidentato. La Prima Repubblica austriaca, nata nel 1918 sulle ceneri dell’Impero asburgico, crollò negli anni Trenta sotto il peso della radicalizzazione politica e dell’autoritarismo. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Austria diede vita alla Seconda Repubblica (dal 1945), costruita su basi costituzionali stabili e su un sistema di democrazia consensuale che, pur attraversando conflitti sociali e politici, ha garantito una notevole continuità istituzionale fino a oggi.

In Germania la Repubblica di Weimar, considerata da molti una delle costituzioni più avanzate del suo tempo, non sopravvisse alla combinazione di crisi economica, polarizzazione ideologica e delegittimazione reciproca delle forze politiche. Nel 1933 il regime hitleriano pose fine all’esperimento repubblicano.
 

Neppure la caduta delle autocrazie garantisce necessariamente il successo della forma repubblicana.

La Russia del 1917 ne è una dimostrazione. Il crollo dello zarismo sembrò aprire la strada a una repubblica democratica, ma il nuovo ordine politico non riuscì a consolidarsi e fu travolto nel giro di pochi mesi dalla rivoluzione bolscevica. Dopo il 1991, la Federazione Russa ha assunto formalmente una struttura repubblicana, ma nel corso della fase post-sovietica il sistema politico si è progressivamente concentrato attorno al potere esecutivo, fino a configurare, sotto la leadership di Vladimir Putin, una forma di repubblica solo parzialmente competitiva, con forti limiti al pluralismo effettivo.

Se allarghiamo lo sguardo all’Europa orientale e all’America Latina, il quadro diventa ancora più eloquente. Colpi di Stato, dittature, guerre civili, occupazioni straniere e rotture dell’ordine costituzionale hanno accompagnato la storia di molte repubbliche. La continuità istituzionale che oggi tendiamo a dare per scontata è stata, in realtà, una conquista rara e spesso precaria.

Persino gli Stati Uniti, il più longevo esperimento repubblicano della modernità, non sembrano immuni da tensioni profonde. Dopo oltre due secoli e mezzo di vita costituzionale, la crescente polarizzazione politica, la contestazione delle procedure elettorali e la difficoltà di riconoscere piena legittimità all’avversario hanno spinto molti studiosi a interrogarsi sullo stato di salute della democrazia americana sotto Donald Trump. La longevità, da sola, non garantisce la stabilità.

Vista da questa prospettiva, la Repubblica italiana appare sotto una luce diversa.



Dal referendum del 1946 sono trascorsi ottant’anni. In questo periodo l’Italia ha conosciuto il terrorismo politico, la strategia della tensione, il tentato golpe Borghese, crisi economiche, Tangentopoli, il collasso dei partiti che avevano governato il dopoguerra, la nascita di nuove forze politiche, l’ondata populista e una pandemia globale. Eppure il quadro costituzionale è rimasto in piedi. Nessun colpo di Stato riuscito. Nessuna sospensione delle libertà fondamentali. Nessuna interruzione dell’ordine democratico.

Naturalmente non mancano i problemi. La partecipazione politica diminuisce. La fiducia nelle istituzioni resta fragile. La frammentazione del sistema politico continua a produrre instabilità. Le acque, anche oggi, sono tutt’altro che tranquille.

Ma proprio qui emerge il paradosso italiano.

Per decenni abbiamo descritto la nostra Repubblica come fragile, incompiuta, precaria. La metapolitica suggerisce invece una conclusione diversa: l’Italia è stata molto più stabile di quanto gli italiani amino raccontare.

Perché?

Una prima risposta riguarda la Costituzione del 1948. Frutto dell’incontro tra culture politiche differenti, essa fu progettata non per massimizzare l’efficienza decisionale, ma per impedire la concentrazione del potere. La sua complessa architettura di pesi e contrappesi ha spesso rallentato l’azione politica, ma ha anche reso estremamente difficile qualsiasi rottura dell’ordine democratico.

Una seconda risposta riguarda il pluralismo della società italiana. Partiti, sindacati, autonomie locali, associazioni, magistratura, Presidenza della Repubblica, organizzazioni economiche e società civile hanno costituito una fitta rete di mediazioni capace di assorbire conflitti che altrove avrebbero potuto assumere forme più distruttive.



C’è però una spiegazione ancora più profonda, che rinvia al paradosso delle repubbliche.

Nel nostro Trattato di metapolitica abbiamo definito “persistenza della dinamica tra inclusività ed esclusività politica” una delle regolarità fondamentali della vita associata. Ogni società distingue tra chi appartiene e chi non appartiene, tra gruppi inclusi e gruppi esclusi. Nessuna comunità politica può sottrarsi a questa dinamica. Ciò che cambia è il modo in cui essa viene gestita.

Qui si apre una distinzione decisiva, spesso trascurata: quella tra repubblica e democrazia liberale. Non tutte le repubbliche sono liberali. Esistono repubbliche che mantengono forme elettive ma limitano pluralismo e alternanza reale del potere. In tali casi la forma repubblicana sopravvive come struttura, mentre il contenuto liberale si svuota, dando luogo a sistemi di democrazia controllata o a regimi fortemente esecutivo-centrici.

In Occidente questa ambiguità si è già manifestata in forme diverse: la Francia del Direttorio, la Seconda Repubblica nella sua fase finale, la Prima Repubblica portoghese e la Quarta Repubblica francese mostrano come una repubblica possa restare formalmente tale mentre perde capacità di mediazione del conflitto politico, scivolando verso instabilità cronica e delegittimazione reciproca. 

 Un fenomeno del genere si sta oggi estendendo all’Europa populista che sembra privilegiare il nazionalismo rispetto al liberalismo. In sintesi: inclusione senza libertà,  inclusione del simile rispetto al diverso. Lo sciovinismo welfarista ne è un chiaro esempio.

 


Accanto a questi casi vanno distinti gli scenari di collasso della forma repubblicana in condizioni eccezionali. La Repubblica Sociale Italiana e il regime di Vichy non rappresentano infatti repubbliche “degenerate” in senso proprio, ma esiti della disintegrazione statale in contesto bellico: strutture prive di piena sovranità, subordinate a potenze occupanti, nelle quali la forma istituzionale sopravvive più come etichetta che come realtà politica autonoma. Lo sciovinismo welfarista è un chiaro esempio.

Le repubbliche raramente muoiono per un singolo evento. Cadono quando una parte significativa della società smette di riconoscersi nelle regole comuni. Quando il conflitto politico travolge la fedeltà alle istituzioni. Quando gli avversari cessano di essere avversari e tornano a essere nemici.

Come accennato nemmeno quella americana, che a lungo abbiamo considerato il paradigma della stabilità istituzionale. La crescente polarizzazione politica, la delegittimazione reciproca tra schieramenti, la trasformazione dell’avversario in una figura quasi esistenziale più che politica, sono segnali che indicano una fragilità più profonda: quella della tenuta delle regole condivise.

Il punto non è evocare scenari di crollo imminente, ma riconoscere un fatto più sottile e insieme più inquietante: le democrazie liberali occidentali non sono minacciate solo dall’esterno, ma da un logoramento interno della fiducia reciproca che rende possibile la convivenza politica. Quando questa fiducia si indebolisce, la repubblica non crolla all’improvviso: si svuota lentamente, perdendo capacità di trasformare il conflitto in competizione regolata.

 


In fondo, aveva ragione Tocqueville, e prima di lui Montesquieu, quando osservava che la stabilità delle istituzioni dipende meno dalle leggi che dai costumi e dalle abitudini civiche dei cittadini. Le costituzioni possono essere scritte in pochi mesi; le culture politiche richiedono generazioni e generazioni.

E da questo punto di vista ottant’anni possono essere pochi…

Carlo Gambescia

domenica 31 maggio 2026

Dopo Morin: oltre la complessità, gli effetti inattesi dell’azione sociale

 


Con la morte di Edgar Morin si chiude una delle ultime grandi biografie intellettuali del Novecento europeo. Sociologo, filosofo e teorico della complessità, Morin ha attraversato quasi un secolo di storia lasciando un’opera vastissima, difficilmente riconducibile a una singola disciplina.

Si fa prima a elencare gli ambiti che non ha esplorato che quelli ai quali ha dedicato le sue ricerche. È stato, nel senso più alto del termine, un intellettuale enciclopedico: un erede dell’Illuminismo che ha attraversato i confini del sapere con curiosità inesauribile, consegnando ai lettori circa un centinaio di volumi.

Sotto questo aspetto c’è forse soltanto un altro intellettuale francese contemporaneo, però con fama di maudit e collocato all’estremo opposto dello spettro politico, che possa competere con lui per ampiezza e prolificità: Alain de Benoist. La prolificità, quando alla base c’è una grande volontà di sapere, non fa rima con la politicità di un pensiero. Almeno così crediamo.

Non vorremmo però ricordarlo attraverso le formule, spesso trite, che inevitabilmente torneranno in questi giorni: il “pensiero complesso”, l'”intellettuale planetario”, il “maestro della transdisciplinarità”. C’è un aspetto della sua riflessione che ci ha sempre colpito più di altri e che, da sociologo e studioso di metapolitica, continuiamo a considerare il suo contributo più interessante, quantomeno pieno di sorprese.

Pensiamo all’idea che gli uomini producano effetti che sfuggono alle loro intenzioni e che finiscano per retroagire su di essi.

Gli individui costruiscono istituzioni, organizzazioni, idee, credenze collettive. Ma queste ultime, una volta create, acquistano una loro autonomia relativa e cominciano a influenzare gli stessi individui che le hanno generate. La società produce gli uomini e gli uomini producono la società in un processo circolare che non conosce un punto di partenza assoluto. Sembra una banalità, ma non tutti, a cominciare dai protagonisti della controversia tra olisti e individualisti, sono d’accordo. E poi è davvero un punto di partenza? Per andare dove?



Qui sta il problema. Perché siamo davanti a una delle grandi questioni della sociologia, all’epoca intuita da Simmel, quando parlò di distinzione tra forma (ciò che permane nelle società, le forme relazionali) e contenuto (ciò che cambia, i contenuti storici), con l’individuo, al centro, come parte agente essenziale. In sintesi, titolo di un suo famoso studio ( o quasi): la cultura come conflitto tra forma e contenuto, tra vita e più che vita (qui fa capolino anche Nietzsche).

Per questa ragione, leggendo Morin, ci è capitato spesso di pensare, non tanto e non solo a Simmel quanto a Raymond Boudon, che ai giorni nostri ha magnificamente approfondito queste tematiche. A prima vista i due sembrano appartenere a universi teorici lontanissimi. Morin è il teorico delle interdipendenze, delle emergenze, dei sistemi complessi. Boudon è il sociologo dell’individualismo metodologico e dell’analisi dei meccanismi sociali.

Eppure entrambi si confrontano con lo stesso problema, che è alla base della visione interattiva del sociale appena ricordata: come spiegare il fatto che l’aggregazione di milioni di comportamenti individuali produca risultati che nessuno aveva previsto o desiderato?

La differenza è nel modo di affrontare la questione.



Morin insiste sulla complessità dei sistemi sociali. Le azioni individuali si intrecciano, si combinano, generano effetti emergenti che sfuggono al controllo degli attori. Cause ed effetti si rincorrono continuamente. Il sistema retroagisce sugli individui e li trasforma.

Boudon, invece, prova a ricostruire il percorso che conduce dalle azioni individuali agli esiti collettivi. Nel suo celebre Effets pervers et ordre social mostra come comportamenti perfettamente ragionevoli possano produrre conseguenze indesiderate. Ad esempio, ogni famiglia investe nell’istruzione dei figli per migliorarne le opportunità. Ma se tutti fanno la stessa cosa, il vantaggio relativo si riduce e il titolo di studio perde parte del suo valore distintivo. Nessuno lo voleva, eppure accade.

Sono quelli che Boudon chiama “effetti perversi” o “effetti compositivi”: risultati collettivi che emergono dall’interazione di comportamenti individualmente sensati.



Se dovessimo scegliere tra i due approcci, restiamo dalla parte di Boudon. Non perché la società sia meno complessa di quanto pensasse Morin. Sarebbe difficile sostenerlo. Ma perché una teoria sociologica non dovrebbe limitarsi a ricordarci che il mondo è complesso. Dovrebbe anche aiutarci a spiegare come e perché determinati fenomeni si producono.

Da questo punto di vista, gli strumenti analitici di Boudon ci sembrano ancora oggi più robusti. La nozione di complessità rischia talvolta di trasformarsi in una descrizione generale del reale: vera, ma difficile da verificare e da tradurre in ricerca empirica. Gli effetti compositivi, invece, obbligano il sociologo a individuare passaggi, meccanismi, concatenazioni causali.

Se ci si passa la battuta, gli effetti compositivi vivono e lottano insieme a noi, e probabilmente continueranno a farlo ancora per molto tempo. Per questo rappresentano anche un fattore metapolitico.


In altre parole, una regolarità della vita sociale della quale lo studioso deve tenere conto se vuole evitare l’errore costruttivista. 

 


Un errore che Pareto e Mosca avevano già individuato quando assegnavano alle scienze sociali, tra gli altri compiti, quello di smascherare le illusioni dell’ingegneria sociale e le promesse delle utopie politiche. Forme di utopia applicata che il Novecento avrebbe successivamente mostrato in tutta la loro pericolosità e che ancora oggi non possono essere considerate definitivamente sconfitte.

Quindi attenzione a non trasformare la complessità in feticcio ideologico. Come per ogni grande pensiero, Morin va distinto dai moriniani. Il che non diminuisce l’importanza di Morin. Al contrario.

In un’epoca dominata dalla ricerca ossessiva dei colpevoli, delle regie occulte e delle intenzioni nascoste, Morin ci ricorda una verità elementare: molte delle realtà sociali che ci circondano non sono state progettate da nessuno. Nascono dall’intreccio di azioni individuali, di adattamenti reciproci, di conseguenze inattese.



Forse il modo migliore per ricordarlo non è ripetere che tutto è complesso. È riprendere una delle sue intuizioni più interessanti, discuterla criticamente e svilupparla attraverso le intuizioni di Boudon. Il che rientra pienamente nelle competenze della metapolitica.

Concludendo, le idee vive servono a questo. Non a essere commemorate, ma a essere messe alla prova. E su questo punto Morin sarebbe probabilmente d’accordo. E anche Boudon.

Carlo Gambescia

 

Letture

Edgar Morin , Sociologie, Fayard, Paris 1984;
–  La Méthode. 3. La Connaissance de la connaissance, Éditions du Seuil, Paris 1986;
– Introduction à la pensée complexe, Éditions Sociales Françaises, Paris 1990.

Raymond Boudon, L’Inégalité des chances. La mobilité sociale dans les sociétés industrielles, Armand Colin, Paris 1973;
Effets pervers et ordre social, Presses Universitaires de France, Paris 1977;
– La Logique du social. Introduction à l’analyse sociologique, Hachette, Paris 1979.

Le opere di Morin e Boudon sono reperibili sul mercato italiano nei cataloghi, tra gli altri, di Raffaello Cortina Editore e del Mulino.