martedì 6 dicembre 2022

Un tetto alle stupidaggini

 


Oggi i principali giornali di sinistra aprono sadicamente sulle critiche della Banca d’Italia alla legge di bilancio. Invece quelli di destra, in particolare “Libero” e “La Verità”, pubblicano, con grande evidenza le foto osè di “Lady Soumahoro” (*). Parliamo degli stessi cialtroni, Belpietro, Sallusti, Feltri, che in nome della libertà difendevano le allegre seratine private del Cavaliere.

Questa, la qualità, scadentissima, del discorso pubblico in Italia. E sui social è ancora peggio.

Ma il problema, più grosso, rinvia all’impossibilità di impostare il discorso pubblico sul piano dei grandi principi liberali. In sede di Consiglio dei Ministri o di Governo Ombra il nostro articolo, nella sua versione cartacea, verrebbe appallottolato e gettato nel cestino. Carlo Gambescia è un pazzo, un dottrinario.

Perfetto, continuate allora a farvi del male…

Si prenda la questione del tetto al contante. La Banca d’Italia ha detto no all’innalzamento, perché incrementerebbe l’ evasione. Il governo invece è per il sì, perché la pensa in modo contrario.

Come stanno le cose? Le scarse indagini in materia, a causa delle difficoltà di misurazione, ci dicono che non esistono prove in un senso come nell’altro.

Fabrizio Balassone, in audizione, perciò ha bleffato: non c’è ancora base osservativa per un giudizio finale. Il che per un alto funzionario della Banca d’Italia è grave. Quanto alla Meloni, si può dire che ha sfiorato il ridicolo, dal momento che i poveri, se effettivamente sono poveri, non hanno preoccupazioni di pagamenti in contanti a cinque o diecimila euro.

Ma il vero problema non è la polemica sull’innalzamento o meno, ma la difficoltà, come dicevamo, di porre il discorso pubblico su saldi binari liberali.

Cosa vogliamo dire? Che in un paese liberale non deve esistere nessun tetto al contante. Già discutere e vietare, come accade, è segno di inimicizia, a dir poco, verso i principi di libertà e di libero scambio. Eventualmente, se proprio necessario, si potrebbe proporre un tetto alle stupidaggini stataliste.

Per inciso, la digitalizzazione, cioè la moneta elettronica, contrariamente a quanto si dice (sempre Balassone), non rimanda alla modernità in quanto tale, dal momento che si tratta di uno strumento, che può essere usato contro il cittadino e i principi di libertà. Diritti di cittadinanza e  di  libertà, ecco  due grandi conquiste vere  - queste sì -  dei moderni.

Insomma, la vera modernità è rappresentata dal libero scambio che negli ultimi secoli ha rivoluzionato, e in meglio, le nostre vite. Sicché sganciare la digitalizzazione della moneta dai principi del libero scambio e dalla libertà di scelta, che ne è il presupposto, come nel caso del tetto o dell’eliminazione del contante per legge, significa regredire verso l’assolutismo dei regimi preliberali. Di andare contro la modernità, perché sarebbe lo stato a decidere, come hai tempi di Luigi XIV, quale forma di moneta usare (digitale o meno), non il cittadino.

Del resto, cosa ancora più grave, si tratta di un mentalità statalista molto diffusa, che va oltre la classe politica, arroccata a destra come a sinistra su posizioni stataliste e fiscaliste. Infatti un recente sondaggio ha mostrato che oltre il 60 per cento degli italiani, puro esempio di masochismo, è favorevole al tetto.

Si è detto – Balassone, pare – che senza tetto al contante si rischia di facilitare la crescita del lavoro nero. Altra stupidaggine.

Il lavoro nero, come tutte le forme di “contrabbando”, o se si preferisce di mercati “non ufficiali” di merci e lavoro, sorge per un problema di squilibrio costi-profitti a livello di singole imprese. Questione che è alla base dell’inevitabile incapacità dei mercati “ufficiali” di rispondere ai bisogni dei consumatori in base ai prezzi di mercato.

Detto altrimenti: quanto più è elevato il costo del lavoro e quanto più alta è la pressione fiscale, tanto più crescono le forme di mercato “non ufficiali”, che colmano il divario tra domanda e offerta causato dall’ incapacità dei “mercati ufficiali” di tenere il passo nei termini, ripetiamo, di legge della domanda e dell’offerta.

Pertanto il vero e solo problema non è il tetto al contante, ma quello di dare un taglio netto al costo del lavoro e alla pressione fiscale. Solo così si fare “emergere” il nero. Affidandosi, ripetiamo, alle legge della domanda e dell’offerta.

Certo, sempre meglio, giocare sul consenso sicuro. Sulla felicità degli stronzi (pardon). Cioè, esporre le “forme” di “Lady Soumahoro” e indicare al popolo bue gli evasori fiscali come capro espiatorio.

Qui si dovrebbe aprire il tremendo discorso sul lavaggio collettivo del cervello a proposito dell’ obbligo fiscale, addirittura tramutato, da tutti i governi di destra e sinistra, in dovere etico. Di qui l’inevitabile, ma non meno odioso, elogio delle tracciabilità come conquista finale della modernità. Capito i difensori della libertà ? Tracciabilità sì… Libero scambio no.

Che poi la destra faccia le sanatorie e la sinistra le cancelli non cambia i termini della questione: l’evasione fiscale è una forma di autodifesa da una soffocante pressione tributaria. Ma questa è un’altra storia…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/ .

lunedì 5 dicembre 2022

Elly Schlein, Giorgia Meloni e la radicalizzazione politica

 


La politica è soggetta a contraccolpi. Però molto particolari. Per fare un esempio, i processi di radicalizzazione non danno mai vita a opposti processi, per capirsi, di “moderazione”. Qui la particolarità.

Infatti, si tratta di una dinamica politica basata sulla logica del colpo su colpo. Si potrebbe parlare di corsa al rialzo politico. O se si preferisce di una spirale degli eventi che conduce alla crescita dell’odio politico. Un fenomeno attentamente studiato da Guglielmo Ferrero (*).

Di regola, quando superati i limiti di realtà, cioè quello che realmente si può ottenere all’interno di un determinato contesto politico, le crescenti e opposte radicalizzazioni possono causare guerre, anche civili, e rivoluzioni.

In genere i leader, politicamente radicali, si nutrono di una visione falsata della realtà. Per ideologia e forma mentis sono portati a enfatizzare solo alcuni aspetti della realtà, a inventarne altri, e soprattutto a non ascoltare nessun consiglio politico di moderazione.

Il radicalismo politico, di cui il Novecento europeo è ricco di esempi (ad esempio le rivoluzioni russe, la guerra civile spagnola, caduta delle democrazie parlamentari in Italia e Germania), rappresenta un nemico temibile e difficile da combattere perché parla alla “pancia” e non alla “ragione”. Gioca sull’emotività e sul senso di angoscia e insicurezza, che da individuale si trasforma in collettivo, dilagando e distruggendo, come un fiume in piena, tutto ciò che trova sulla sua strada.

Fin qui la teoria. Per la pratica, un ottimo esempio di “contraccolpo radicalizzante”, è rappresentato dalla candidatura di Elly Schlein, su posizioni di sinistra accesa, alla segreteria del Partito democratico. Si tratta infatti di una risposta alla radicalizzazione che si è avuta a destra con l’ascesa governativa di Giorgia Meloni, su posizioni altrettanto accese, ma di destra e all’insegna del dio-patria-famiglia.

Quale triade oppone invece la Schlein? “Diseguaglianze, clima e precarietà” (**). Perciò, come si può capire siamo agli antipodi ideologici. Insomma, per la serie (sociologica), a mitologia si oppone mitologia. E nessuno visse felice e contento…

Quel che però è più minaccioso, resta l’assenza totale del senso di realtà. La Schlein, sottolinea, neppure si trattasse di asportare chrirugicamente un tumore maligno, la necessità di “ cambiare il modello di sviluppo neoliberista che si è rivelato insostenibile”.

Ora, a parte il costruttivismo pericolosissimo (“Facciamo questo, facciamo quello, che ci vuole?”), parlare di “modello di sviluppo neoliberista” nell’Europa di oggi, welfarista e semisocialista, rimanda a una specie di schizofrenico sdoppiamento della personalità. Come da manuale da psichiatria il paziente sente voci e scorge ombre e fili che si allungano intorno a lui. Una situazione imbarazzante e penosa. Eppure questa è, la patologicamente romantica narrazione politica di Elly Schlein.

Ma dove sono i liberali e i liberisti? Se non – dispiace dirlo – nel suo malato cervello politico… L’Europa, di oggi, è saldamente socialdemocratica e liberalsocialista. Se esiste un modello di sviluppo è quello lassista-assistenzialista che porta direttamente alla crisi fiscale dello stato, per troppi tributi e troppa spesa pubblica. Una politica quest’ultima condivisa, anche dalle destre, cosiddette sovraniste. Con un’unica differenza: lo sciovinismo welfarista, ossia del welfare solo per gli europei, ovviamente articolato secondo le varie formule nazionali, pronte a escludere i migranti.

Del resto, per rimanere in Italia, Giorgia Meloni nutre la stessa antipatia, per non dire odio, come si può evincere da numerose sue dichiarazioni, verso il “modello di sviluppo neoliberista”.

Siamo perciò davanti a un pericoloso processo di radicalizzazione politica, che vede prevalere a destra a come a sinistra una specie di schizofrenico gioco al rialzo. Che, se nessuno fermerà in tempo, rischia di condurre ciò che resta dell’Europa liberal-democratica, poco in verità, alla completa rovina.

O se si preferisce, per dirla con un grande economista, al manicomio del mondo.

Carlo Gambescia

(*) Per una rapida sintesi del suo pensiero al riguardo si veda la nostra Introduzione a Bogdan Raditsa, Colloqui con Guglielmo Ferrero. Seguiti da Due Discorsi di Guglielmo Ferrero , Edizioni il Foglio 2022 ( https://www.ibs.it/colloqui-con-guglielmo-ferrero-seguiti-libro-bogdan-raditsa-guglielmo-ferrero/e/9788876069215?inventoryId=465599249&queryId=6155b03244e5b948b88da4942e4ebbc1 ) .

(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/12/04/pd-schlein-parte-da-noi-una-storia-nuova_37ec261f-da1e-4a96-ab4f-f4676210aa12.html .

domenica 4 dicembre 2022

Giorgia Meloni e il mito di Enrico Mattei

 


Il petrolio, sul quale si è abbattuta nella seconda metà del Novecento una specie di leggenda nera, piaccia o meno, rimanda a un mercato oligopolistico, fondato su grandissimi investimenti di capitale, come pure sulla necessità di garantire continuità sulle estrazioni, lo stoccaggio, eccetera.

Un processo economico che viene imposto dal vincolante rapporto tra dimensioni aziendali, produttive e redditività, che a sua volta rinvia inevitabilmente a imprese integrate verticalmente (dall’estrazione alla vendita), di grande estensione, quindi capaci di economie di scala, e di conseguenti tagli sui costi ( però alle condizioni di cui sopra: gigantismo e oligopolismo).

Per questa ragione, prettamente economica, entrare nel mercato petrolifero non è mai stato uno scherzo. E in termini oggettivi.

Sono questioni tecniche note economisti e storici dell’economia, ovviamente quando non contagiati dall’ anticapitalismo.

A questo pensavamo leggendo “ultima” di Giorgia Meloni, su un “Piano Mattei” per l’Africa.

Un passo indietro. Enrico Mattei, democristiano di sinistra, il primo dei grandi corruttori (per sua stessa ammissione: “Uso i partiti, come taxi, per i miei scopi, pago e scendo”), fu il classico megalomane, però con i soldi pubblici, quindi a carico dei contribuenti italiani. “Finanziò” tutti i partiti, non solo le varie correnti democristiane. Un mito e un esempio per tutti i tangentisti che sono venuti dopo.

Mattei, ingegnere ad honorem, cercò di entrare negli anni Cinquanta del secolo scorso, senza alcuna imponente struttura produttiva alle spalle, nel mercato internazionale del petrolio, allora nelle mani di olandesi, francesi, britannici, americani. Come? Acquistando petrolio a costi elevati per l’Italia nel mondo arabo, e non solo (anche in Persia ad esempio), promettendo ricche royalty e mazzette a emiri, dittatori, politici e funzionari corrotti. Perché, così si diceva, in questo modo si favoriva l’indipendenza energetica dell’Italia. Bel modo! Indebitandosi in Italia e all’Estero. E in che maniera poi…

In pratica, Mattei, commise due grandissimi errori: 1) quello di favorire in Italia, in chiave pseudo autarchica, l’estrazione di un petrolio, a costi elevatissimi e 2) quello di comprarlo all’estero a costi altrettanto elevati. Uno spendi e spandi, ripetiamo, a carico del contribuente italiano, a partire dalla pompa, perché i famosi tributi che tuttora gravano su un litro di benzina, rimandano in particolare al fascismo ma anche alla lista della spesa per gli emiri inventata da Enrico Mattei. Gli emiri, da anni si sono messi in proprio, ma le accise sono rimaste sul groppone degli italiani.

Ovviamente, un personaggio del genere ha sempre attirato le simpatie di tutti gli spostati politici, in particolare dei terzomondisti, degli anticapitalisti di vario colore, quindi anche dei neofascisti.

Nel Movimento Sociale – e qui veniamo alla Meloni – Mattei era una specie di mito, perché aveva salvato l’antieconomico baraccone fascista Agip, inclusi molti funzionari messi lì da Mussolini, metamorfizzandolo nell’Eni: una specie di multinazionale, però pubblica, esperta in liste della spesa a spese dei contribuenti, se ci si perdona il gioco di parole.

Il che spiega, perché Giorgia Meloni, fedele alla leggenda dell’indomito Mattei, una specie di Mussolini democristiano (l’uomo tra l’altro figlio di un carabiniere era autoritario), oggi parli di “piano Mattei” per l’Africa, in chiave ovviamente antimigranti. Tutto fa brodo.

Il punto è che Mattei forniva liste della spesa, non piani Marshall. Si noti, per inciso, come la Meloni si sia ben guardata dal denominarlo, più giustamente, in quest'ultimo modo. Perché? Forse per smarcarsi da Berlusconi (che qualche anno fa ne aveva proposto uno). Oppure, più semplicemente, per un riflesso antiamericano, favorito dalla leggenda che furono le “Sette Sorelle” a farlo fuori. Il che, se vero (cosa tuttora da provare), fu un errore: si doveva avere pazienza, perché un grande corruttore come Mattei prima o poi sarebbe entrato nel mirino della magistratura.

Il succo del nostro discorso qual è? Che i neo missini di Fratelli d’Italia sono tuttora legati a una cultura dell’autarchia, antioccidentale, anticapitalista e terzomondista. Della quale Mattei nel dopoguerra fu il mitico emblema, o almeno così lo videro e continuano a vederlo i nemici dell’Occidente.

Carlo Gambescia

sabato 3 dicembre 2022

“Fascismo infinito”, un libro inutile

 


Francesco Borgonovo è un cultore, con modalità poligrafiche, del politicamente corretto di destra.

La nostra affermazione può sorprendere, perché Borgonovo è dipinto come un acerrimo nemico del politicamente corretto di sinistra. Quindi occorre fare un passo indietro.

Che cos’è il politicamente corretto di destra? Semplicissimo. Consiste nell’ accusare ogni governo di sinistra di aspirare all’instaurazione di un regime di tipo totalitario. Pertanto, qualsiasi cosa faccia la sinistra, viene automaticamente ricondotta a un progetto orwelliano contro la famiglia, contro la scuola, contro l’economia, contro la cultura, eccetera, eccetera. Ça va sans dire  che  il fantasma del fascismo agitato ritualmente  dalla sinistra  è liquidato  come  un’accusa strumentale  per impedire alla destra di governare. Così Borgonovo, quotidianamente, sulla “Verità”, di cui è vicedirettore.

Se il politicamente corretto di sinistra raccoglie una serie di prescrizioni, quindi ha un contenuto socialmente positivo, il politicamente corretto di destra, si può compendiare in una serie di netti rifiuti, quindi ha contenuto negativo. Ad esempio, no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, no all’eutanasia e al suicidio assistito, no alla cultura di genere, no ai migranti e così via.

Il politicamente corretto di destra, per usare un gioco di parole reagisce non agisce. Per parlare difficile è apofatico: come se una bella signora da noi invitata a cena, davanti al menù, non dicesse ciò che le piace ma solo quello che non le piace.

Insomma, il politicamente corretto di destra non contiene una sola indicazione positiva, nel senso di risolvere problemi posti da inevitabili trasformazioni culturali e sociali che non possono essere ignorate.  O peggio ancora anatemizzate  –  qui massima attenzione – nei termini di un archeologico dio-patria-famiglia dato per scontato come “il” modello vincolante di buona vita. Una triade minacciata dal progetto “totalitario” di Letta e di Macron.

Proprio in questi giorni è uscito un altro libro di Borgonovo Fascismo infinito (Lindau), il quarto per quest’anno, il cui sottotitolo, L’ossessione per il pericolo nero che ci impedisce di vedere il nuovo regime, si annoda in modo perfetto al politicamente corretto di destra.

Ciò che è tragicomico in un volume del genere è che forse ingenuamente, forse per ignoranza (spesso a un certo punto l’intellettuale o presunto tale smette di studiare), si riportano alcune citazioni sull’uso dilatato del concetto di fascismo all’interno del politicamente corretto di sinistra, riprese da Alain de Benoist e Costanzo Preve (quest’ultimo scomparso nel 2013), che non sono mai stati amici del liberalismo. Due intellettuali, per bene e di pregio, che però reagiscono, magari in modo enciclopedico, ma non agiscono. Nel senso che nel loro pensiero, per parlare di nuovo difficile, la pars destruens prevale nettamente sulla pars construens.

Per capirsi, Borgonovo, Alain de Benoist, Preve (magari il primo, due o tre gradini sotto), hanno ragione quando parlano di uso strumentale dell’antifascismo da parte della sinistra, ma hanno torto quando oppongono al politicamente corretto di sinistra il politicamente corretto di destra, cioè o l’arretratissima triade dio-patria-famiglia (Borgonovo) o le dotte vaghezze di un comunitarismo, identitario o meno, al di là della destra e della sinistra ( Alain de Benoist e Preve).

Riassumendo: dietro il politicamente corretto di sinistra, c’è comunque la volontà di proporre soluzioni, che si possono condividere o meno. Dietro il politicamente corretto di destra si scorge o l’antiquata tesi del  blocco d’ordine o le fantasmagorie con ricaduta, volente o nolente,  rossobruna: sono idee che ogni vero liberale non può assolutamente condividere.

Pertanto l’accusa della destra alla sinistra di voler delegittimare la destra parlando di “fascismo infinito”, finisce per essere indebolita dalla delegittimazione apofatica della sinistra da parte della destra. Per dirla con un grande filosofo romano del Novecento, Franco Califano, “ammazza ammazza è tutta una razza”. Il che è tragicomico.

Insomma, Borgonovo e  il suo prefatore Buttafuoco  non sono onesti intellettualmente. Lo sarebbero se al politicamente corretto di sinistra si rispondesse valorizzando la causa del principi liberali, uscendo così dal circolo vizioso della delegittimazione apofatica e delle banalità reazionarie.

Perché non basta gridare al lupo totalitario, al “regime”, eccetera, occorre invece una visione liberale della politica e della società. Proprio ciò che manca a Borgonovo (e al suo prefatore). Ragion per cui Fascismo infinito è un libro inutile. E forse anche pericoloso, perché spiana politicamente la strada ai neo-missini di Fratelli d’Italia.

Un’area politica, quella missina, che in realtà non ha mai fatto conti con il fascismo, non quello “infinito” ma quello di Mussolini. Un mondo, fin dai suoi inizi postbellici, per dirla con un eccellente storico come Roberto Chiarini, che si è integrato passivamente nel sistema liberal-democratico, se non addirittura di controvoglia. E che quindi non ha  perso il riflesso carnivoro.

Carlo Gambescia

venerdì 2 dicembre 2022

Corte Costituzionale, stato di diritto e obbligo vaccinale

 


Il potere dei giudici, nella sua più alta espressione, quella delle corti costituzionali, è neutrale o no?

Neutrale, per essere chiari, nel senso di indipendenza dal potere politico. Parliamo di un potere giuridico di sindacato, non politico quindi, sulla costituzionalità delle leggi.

Spostiamo ora il piano di lettura dal diritto alla sociologia. I giudici sono indipendenti anche dalle opinioni politiche? Che sono personali e impersonali al tempo stesso. Dal momento che i giudici, uomini in carne e ossa, non vivono nel vuoto sociale pneumatico. Hanno opinioni che si formano attraverso l’interazione con altri uomini: letture, conversazioni, frequentazioni, eccetera.

Diciamo allora che la “politicità” (come influsso sociologico delle pubblica opinione) della Corte Costituzionale è indiretta, quella degli organi politici è diretta. La prima è tacita, la seconda espressa.

Dove vogliamo andare a parare con questo giro di parole? Presto detto. La Corte Costituzionale ha ritenuto inammissibili e non fondate le questioni poste da cinque uffici giudiziari sull’obbligo di vaccino per il personale sanitario, scolastico e over cinquanta.

Qui una sintesi delle valutazioni:

“La Corte ha ritenuto inammissibili e non fondate le questioni poste da cinque uffici giudiziari. La Corte ha in particolare ritenuto inammissibile, per ragioni processuali, la questione relativa alla impossibilità, per gli esercenti le professioni sanitarie che non abbiamo adempiuto all’obbligo vaccinale, di svolgere l’attività lavorativa, quando non implichi contatti interpersonali. Sono state ritenute invece non irragionevoli, né sproporzionate, le scelte del legislatore adottate in periodo pandemico sull’obbligo vaccinale del personale sanitario. Ugualmente non fondate, infine, sono state ritenute le questioni proposte con riferimento alla previsione che esclude, in caso di inadempimento dell’obbligo vaccinale e per il tempo della sospensione, la corresponsione di un assegno a carico del datore di lavoro per chi sia stato sospeso; e ciò, sia per il personale sanitario, sia per il personale scolastico. È quanto rende noto l’Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale, in attesa del deposito delle sentenze”. (*)

Si può condividere questa decisione?

Sul piano formale non fa una piega. Perché è frutto di una procedura a tutela dei cittadini, tesa a far valere il diritto di appello dei medesimi. Il fatto che poi si sia davanti a una “sentenza” avversa non significa che il governo delle leggi sul governo degli uomini non abbia funzionato sotto il profilo procedurale della garanzia, per così dire, di appello.

Sul piano sostanziale invece le cose stanno diversamente, perché il giudizio sottende una valutazione politica sulla gravità della crisi epidemica e sulla conseguente necessità di decreti e relativi obblighi. In generale ciò significa che sul piano della pubblica opinione, quanto più i giudici ritengono grave l’entità di una certa crisi sociale tanto più sono portati a giustificare le decisioni del governo tese a contrastarla. Ovviamente vale anche il contrario.

In particolare, nel caso esaminato dalla Corte Costituzionale, i giudici  hanno evidentemente ritenuto l’epidemia così grave, al punto di sacrificare, pur di contrastarla, con l'obbligo vaccinale,  alcuni fondamentali diritti individuali di libertà .

La Corte Costituzionale, tempio, come talvolta si legge, dello stato di diritto e del neutrale governo delle leggi sul governo degli uomini, ha sposato una causa politica, Quale? Per citare Cicerone quella della Salus populi suprema lex esto (“Il bene del popolo sia la legge suprema”). Detto altrimenti: dinanzi a un temuto pericolo collettivo, l’individuo e i suoi diritti devono scomparire.

Piaccia o meno, ma la legge è amministrata da uomini, che, come anticipato, hanno idee personali. Non sono superuomini, capaci di resettare il cervello.

Pertanto la neutralità del diritto non può che saggiamente ridursi al rispetto della procedure. Il che ha permesso – e non è poco – a coloro che ritenevano la situazione non così grave, o comunque i diritti dei singoli superiori a qualsiasi temuto pericolo collettivo, di appellarsi liberamente eccetera, eccetera.

Lo stato di diritto, che è procedura ripetiamo, oltre non può andare. Probabilmente altri giudici costituzionali, con opinioni “no vax”, per usare un polemico termine giornalistico, avrebbero invece accolto le questioni poste.

Esistono alternative allo stato di diritto? No. Anche perché non esistono alternative alla natura umana, che riflette, come è noto, opinioni, pregiudizi, simpatie, antipatie, eccetera.

Però, lo stato di diritto, questa magnifica invenzione perfezionata dai moderni, garantisce una parità procedurale, formale, qualcosa che è “ al di sopra” alle opinioni degli uomini, sconosciuta al di fuori dell’Occidente liberale. Su questo fenomeno, noto come razionalizzazione-formalizzazione-neutralizzazione del diritto, Max Weber ha scritto pagine seminali.

Pertanto, la scelta di fondo è tra l’accettare la decisione finale dei giudici costituzionali, salvaguardando il sistema-stato di diritto, oppure indulgere in una protesta, basata sulla difesa assoluta dei diritti individuali, anche giusta sul piano etico, ma che mina le basi sociali del sistema-stato di diritto,

Alla fin fine si tratta di una questione di consenso condiviso sulle regole, nonché di prudente uso dei diritti individuali, come pure del potere politico e giudiziario, nel quadro dello stato di diritto. Ma anche di comprensione dei limiti che caratterizzano la natura umana.

Nessuno è perfetto. Giudici inclusi.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2022/12/01/covid-consulta-salva-lobbligo-del-vaccino_53b71ebf-862f-4c61-9588-702f4725b119.html .

giovedì 1 dicembre 2022

Il romanticismo politico di Pasolini

 


Cominciamo dalla fine. Innanzitutto, fine, perché si sta concludendo l’anno del centenario pasoliniano (1922-2022). In secondo luogo, perché chi desideri capire qualcosa sul Pasolini intellettuale, non può che iniziare da Salò o le 120 giornate di Sodoma, ultimo film girato, oggi recuperabile su YouTube (*).

Se si spoglia il film dalla sovrastruttura spettacolare, diciamo dalle immagini in perfetto modernismo sadomaso, diremmo quasi calligrafico, che all’epoca provocarono sequestri e problemi giudiziari, si può cogliere, diremmo sociologicamente, il Pasolini intellettuale.

Con questo termine indichiamo il ruolo sociale storico dell’ intellettuale come giudice della modernità. Perciò il termine recupera, assemblando, il Pasolini scrittore, poeta, regista, artista e quant’altro.

Salò racchiude un’ interessante metafora sul potere e i suoi tremendi abusi, che però, come vedremo, resta sospesa a metà. Qui comunque l’interesse del film.

Veniamo subito al punto. Pasolini è un intellettuale romantico, quindi anticapitalista, che accetta senza battere ciglio l’equazione borghesia-fascismo. Come si può facilmente scoprire dall’estrazione sociale dei quattro protagonisti. In questo modo, per Pasolini, lo sbocco naturale della modernità capitalistica, a direzione borghese, è in una specie di macchina spersonalizzante che fagocita gli esseri umani. Come prova il duro inquadramento e sfruttamento fisico degli altri giovani protagonisti, fascisti o meno, da parte di borghesi fascisti e capitalisti.

In qualche misura Pasolini è un luddista romantico, che però non si propone di distruggere come agli inizi del capitalismo le macchine che sottraggono lavoro agli operai. Pasolini vuole invece usarle contro il capitalismo stesso. Sicché la “macchina cinematografica”, dopo la macchina per scrivere, secondo una specie di processo scalare, non è altro che lo strumento di un modernismo tecnico, utilitaristico, per abbattere il modernismo capitalista tout court.

Sotto questo aspetto la tecnologia cinematografica a sfondo sadomaso del film, non è altro che l’occasione per impiccare il capitalismo con la corda fornita dal capitalismo stesso. E in particolare dalla macchina delle macchine: l’industria cinematografica con le sue potenti tecniche espressive, che Pasolini mette al sevizio del suo romanticismo politico o se si preferisce del suo modernismo reazionario: moderno nei mezzi,  reazionario o comunque ambiguo nei  fini anti-individualistici.

In qualche misura – e nessuno se n’è accorto – Salò è un film reazionario: di un’ antimodernità assoluta, perché riduce la modernità borghese e liberale a una specie di “fasciolibertinismo” di massa. In cui il fascismo, come sosteneva Del Noce, filosofo cattolico conservatore, al quale Pasolini non dispiaceva, non era che la prima fase “sacrale”, di un processo totalitario, che attraverso la società dei consumi, che ne rappresentava la fase “profana”, tramutava gli uomini, e in particolare le masse, in impersonali soggetti e oggetti di piacere.

Dicevamo di Salò come metafora di un potere che abusa. Purtroppo il processo cognitivo pasoliniano, come anticipato, si ferma a metà strada, perché il suo romanticismo politico antimoderno gli impedisce di comprendere la natura liberale della società moderna. E quindi le sue enormi potenzialità. Certo, anche limiti, che però possono essere contrastati, solo se si crede nell’individuo e nella sue forza  creativa.

Potenzialità che egli nega al liberalismo, ma non al marxismo, illudendosi così di salvarsi in corner.

In realtà il marxismo è vissuto da Pasolini romanticamente, in chiave idealizzata e anti-individualistica (di qui il suo “reazionarismo”). La società post liberale è concepita come una nuova storia dell’umanità, una nuova fase che deve succedere alla preistoria capitalistica, borghese e inevitabilmente fascista. Qui Pasolini sposa una visione parareligiosa, comune anche ad altri intellettuali marxisti che lo conduce a confidare nella forza salvifica del partito, come benefica entità olistica.

Perciò in Pasolini manca assolutamente una moderna teoria dell’individuo: il soggetto è visto da Pasolini come una specie di schiavo di una struttura sociale oggettiva, ripetiamo, marxisticamente giudicata come preistorica.

Il punto è piuttosto complicato, ricco di ambiguità e sfumature, difficile da spiegare, anche per ragioni di spazio.

Comunque sia, in sintesi, Pasolini sembra muoversi tra preistoria e storia, aderendo a un visione evolutiva, diciamo marxista, e antistoria, come negazione del ruolo, spesso inconsapevole, dell’individuo nella storia tout court. Di sicuro Pasolini aveva letto il Marchese de Sade ma non Adam Smith.

Di conseguenza, il suo approccio alla realtà sociale è olistico: ingloba l’individuo nel tutto sociale. Di qui la sua incomprensione delle moderne rivoluzione liberali ridotte a mediocri tributarie del capitalismo, sentina di vizi per dirla all’antica. Di qui, ripetiamo, il suo “reazionarismo” che si nutre di un romanticismo politico marxista, tutto pasoliniano. Questa la sua cifra individuale, diremmo personale, di intellettuale collettivo.

Insomma, Pasolini è un intellettuale romantico, un modernista reazionario, che vuole usare gli strumenti della modernità contro la modernità. Un olista che riduce l’individuo al rango di sfruttatore e di sfruttato, come si mostra in Salò, persino in chiave fin troppo didattica (**).

Questo atteggiamento, romantico-olista, giornalisticamente racchiuso nella formuletta, oggi dai foschi colori populisti e complottisti, del “Pasolini che denuncia il Palazzo”, è molto apprezzato da intellettuali e movimenti antisistemici anticapitalisti e antiliberali. Come pure da certo autolesionismo culturale portato a rinnegare sistematicamente la tradizione liberale e borghese dell’Occidente.

Concludendo, per dirla in chiave giornalistica, Pasolini intellettuale fasciocomunista? Parliamone.

Carlo Gambescia

(*) Qui:
https://www.youtube.com/watch?v=AbSCQM5mkBQ. Sembra anche, come si legge, in versione integrale.

(**) Per un approfondimento del pensiero “sociologico” pasoliniano rinviamo al nostro Sociologi per caso, Edizioni Il Foglio 2016, cap. IX (“Pasolini, Berlinguer e la sociologia dell’austerità”).

mercoledì 30 novembre 2022

La solita legge di bilancio…

 


Un modesto consiglio a chi abbia voglia di immergersi nella lettura della legge di bilancio (*): nulla di nuovo, non c’è spallata.

Non si trova un’idea capace di provare la diversità del governo Meloni, dichiaratamente di destra, rispetto ai precedenti governi, alcuni emergenziali, altri di centrosinistra. Insomma, la solita legge di bilancio.

È bene essere chiari ( tanto, nemico più, nemico meno): il vero problema non è quello di estendere i limiti per l’uso del POS a sessanta euro o a cinquemila euro per l’impiego del contante (art. 69). Oppure di cambiare il nome alla tassa sugli extraprofitti in contributo di solidarietà (art. 28). O ancora di azzerare le pendenze con il fisco sotto i mille euro (tutto il Titolo III, artt. 22-48).

Il vero problema, come abbiamo sempre scritto, è di mentalità: mentalità “statalista”. Il governo Meloni, come i precedenti, anche se “eletto dal popolo” come si proclama ai quattro venti, di libero mercato e di libertà economica proprio non ne vuole sapere. Non è un governo liberale. E spieghiamo perché.

Per la semplice ragione che resta imprigionato all’interno di un logica di scambio sociale di tipo welfarista: un taglio qui, un incremento lì, e così via, secondo la solita logica redistributiva da governo Prodi, come a proposito del taglio del cuneo fiscale: robaccia socialdemocratica. Si può parlare del solito trade off, per usare il liguaggio di coloro che hanno studiato alla London School of Economics. In realtà, un mercato delle vacche sociali, se ci si perdona la caduta di stile, che rinvia all’ operato di un onnivoro stato liberalsocialista o socialdemocratico, intoccabile nel suo impianto, ma saccheggiato di volta in volta da governi di predoni politici di destra e di sinistra a caccia di consensi.

Solo qualche spunto.

Si noti subito l’ occhiuto atteggiamento del governo Meloni verso le criptovalute (artt. 30-36), giudicate, non come una normale forma di investimento, che andrebbe lasciata crescere liberamente, anche con morti e feriti come il primo capitalismo, e non giudicata invece come una specie di cavallo di troia della peggiore speculazione secondo la raffinata visione della scuola socialista e fascista.

Solo per dire un’altra: la legge di bilancio va a colpire perfino i compratori sulle piattaforme digitali (art. 26). Si vuole sapere tutto, anche a costo stroncare una nuova forma di libero mercato.

Si dice che si deve lasciare “governare il governo”. Certo. Ma questa legge di bilancio comprova le peggiori previsioni sulla sua natura statalista. Ripetiamo: identica a quella dei governi precedenti. Per capirsi: novità zero. Poco importa che i predoni siano di destra o di sinistra. Il punto è che non sono liberali.

Un ultimo fondamentale esempio: il lettore non si faccia ingannare dalle chiacchiere, tradotte in articoli di legge, sulla flat tax (art. 13). Siamo davanti a una modestissima rimodulazione fiscale alla luce – si faccia attenzione – del principio di progressività. Principio ormai sancito dalle costituzioni welfariste, inclusa quella italiana all’ art. 53. Che più o meno recita così: ciò che i cittadini sono tenuti a versare deve essere proporzionale all’ aumentare delle loro possibilità economiche, ossia della base imponibile.

Detto altrimenti, il tributo cresce con il crescere del reddito. Principio che andrebbe invece radicalmente soppresso, tornando al principio di proporzionalità, che prevede che il tributo dovuto dal cittadino resti costante e non muti, qualunque sia la base imponibile.

Ecco l’ autentica rivoluzione. Ecco ciò che può provare la natura liberale di un governo.

Il vero veleno del principio di progressività è nel suo agganciamento alla spesa pubblica. Scelta sulla quale, a parte gli ultimi moicani liberali della scienza delle finanze, si preferisce tacere. Insomma, il re è nudo, ma non si deve dire.

Il veleno è nel fatto che più aumenta la spesa pubblica, più la progressività sociale dei tributi si estende.

Qui la vera funzione distruttiva di ogni attività economica della progressività: il dato è psicologico. Più ci impegna nel migliorare le proprie condizioni, più si viene spinti, da un fisco onnivoro, a lavorare meno. Perché impegnarsi se poi si viene derubati dal fisco?

Guai però a denunciare questa situazione. Mai turbare il sonno del contribuente che continua a credere di godere di servizi gratuiti, che invece paga profumatamente. Spesso due volte, pagando il professionista privato, perché i servizi pubblici sono inaffidabili e malfunzionanti.

Invece il ritorno al principio di proporzionalità andrebbe a recidere il cancro spesa pubblica alla radice.

Dal momento che in assenza di entrate crescenti dovute al principio di progressività, i governi “spenderecci”, per dirla con un grande economista liberale dell’Ottocento, ci penserebbero bene a spendere e spandere.

Apriamo un inciso. Sotto questo aspetto, anche le imposte indirette sono da preferire alle dirette. Però a una precisa condizione: non devono anticipare né posticipare la legge della domanda e dell’offerta di beni, ma assecondarla. Insomma, non come avviene per l’ Iva, tributo indiretto e proporzionale per eccellenza, sottoposto invece a frequenti ritocchi, per alcuni terroristici. “Rimodulazioni” che, di fatto, hanno tramutato l’Iva in  tributo di tipo progressivo. Se ci si passa l’espressione: una presa in giro del contribuente. Chiuso inciso.

Già vediamo l’economista e il politico, welfaristi fino alla cima dei capelli a prescindere dal colore politico, scuotere la testa, classificandoci tra i pazzi furiosi: “Come? Il principio di progressività? È un principio di giustizia sociale redistributiva guai a toccarlo! Chi è contro questo principio è dalla parte dei ricchi! ”.

Atteggiamento questo, condiviso dai governi di destra e di sinistra, che spiega perfettamente per quale ragione Giorgia Meloni, in perfetta linea con i precedenti governi, parli impunemente di una legge di bilancio “ in favore dei poveri”.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/documents/1669740961467_LEGGE.pdf