Diciamo pure che il mondo non è ancora pronto per Trump. Noi stessi, a volte, ci troviamo a ragionare con i se e con i ma: se Trump non avesse vinto le elezioni per la seconda volta, se quel proiettile, se al suo posto ora ci fosse ancora Biden, eccetera, eccetera.
Purtroppo, con i se e con i ma le cose non si cambiano. E ora il mondo è diviso — anche qui commettendo un errore di valutazione — tra il Trump buffone e il Trump sociopatico. Senza dimenticare le minimizzazioni-assoluzione della destra.
In realtà, Trump è l’indicibile, che si è riaffacciato ottant’anni dopo la caduta nella polvere dei fascismi. Rappresenta l’improvviso seguito di ciò di cui non si vorrebbe neppure pronunciare il nome.
La spietatezza fatta politica. Il frutto velenoso di un realismo criminogeno che vede negli uomini puri mezzi per fini di potenza.
A parte qualche scalcinato leader terzomondista, neppure la classe dirigente sovietica, tra il 1945 e il 1991, ha saputo dare il peggio di sé in chiave trumpiana, e in pochi anni. Per non parlare dell’intera tradizione politica americana, giustamente orgogliosa di quella Costituzione, che Trump invece calpesta. Qui la sua diversità assoluta.
A prescindere da come si risolverà la crisi iraniana — e non escludiamo il peggio — realismo criminogeno e forza militare sono un pessimo biglietto da visita per un personaggio come Trump. Il ricco magnate americano è la classica mina vagante. E da qui al 2028 può accadere di tutto.
E qui torniamo al concetto di indicibilità. Il solo pensare a una guerra atomica rientra in questo concetto: è un brutto pensiero che si vuole allontanare, come per autodifesa. Di qui l’accusa — che fa il paio con quella di indicibilità — di inconcepibilità, cioè l’idea che la guerra risulti ormai inconcepibile per generazioni politiche e di gente comune, e possa essere auspicata solo da un malato mentale o da un pagliaccio. Trump, per l’appunto.
Di qui l’approccio, per così dire, buonista: non si crede che Trump sia capace di arrivare fino in fondo; si pensa che le prossime elezioni le vinceranno i democratici e che su Trump si chiuderanno le acque della democrazia, e tutto tornerà come prima.
A conferma della sua spregiudicatezza, basta osservare il comportamento che gli analisti hanno battezzato TACO — Trump Always Chickens Out (Trump fa sempre un passo indietro/si tira indietro): anche nei momenti più critici, quando tutti attorno a lui sussurrano avvertimenti e critiche, Trump non mostra il minimo scrupolo: va avanti o, al limite, fa un passo indietro all’ultimo minuto, senza che questo ne smentisca l’audacia né la capacità di destabilizzare. È un gesto che, paradossalmente, rafforza la sua immagine di individuo che si muove al di sopra delle convenzioni, immune al giudizio altrui.
In realtà, l’indicibile, come i Cavalieri dell’Apocalisse, una volta riapparso è difficile da scacciare. Per farla breve, Trump è al tempo stesso il prodotto di un ambiente culturale — quello dell’estrema destra con fortissime propensioni fasciste — che egli stesso ha contribuito a rilanciare. Quindi, per usare un linguaggio che riporta ai tempi del terrorismo italiano, esiste un’“acqua” in cui nuota Trump.
E sbarazzarsi di questa cultura politica — una sorta di anti-1945 come
lezione di libertà — che ha rialzato la testa in tutto l’Occidente non è
affatto semplice. È quella cultura che, in estrema sintesi, afferma che
i fascismi fecero anche cose buone e che, se accontentati per tempo
nelle loro “giuste” richieste territoriali, la guerra non ci sarebbe
stata.
Anche qui riaffiora il piano dell’indicibilità. Non lo si può minimizzare ricorrendo alla versione che colpevolizza la sinistra — ed è anche questa una versione di comodo, in odore di destra — accusandola di non aver voluto storicizzare il fascismo per poi riporlo nell’armadio, come se una tempesta capace di travolgere l’intera modernità liberale fosse frutto di un’opinione come un’altra.
Il lettore ricordi — e lo diciamo da non simpatizzanti di sinistra — che ogni tentativo di rappresentare i fascismi (in particolare quelli di Hitler e Mussolini) come fenomeni storici superati, roba da museo, rischia di aprire le porte a chiunque sia in cerca di rivincite.
Il fatto che in Occidente la sconfitta dei fascismi si sia imposta attraverso una guerra mondiale, mentre il comunismo si sia dissolto da solo, la dice lunga sulla diversa pericolosità di due fenomeni comunque storici. Il che, si badi, non significa attenuare gli orrori dei socialismi reali.
Però, ripetiamo, anche lo stesso concetto di indicibilità di un Trump — e di gente come lui — la dice lunga sulla superiore pericolosità, diciamo così, dei fascismi.
Indicibilità che blocca qualsiasi reazione e provoca la riduzione, di
quella che rappresenta la prima vera minaccia per la civiltà
occidentale dal 1945, alla follia o ai tratti buffoneschi di un
personaggio come Trump.
Non si tratta, beninteso, di una riproposizione meccanica dei fascismi
storici, legati a contesti, istituzioni e forme di mobilitazione oggi in
parte mutate.
Il punto è un altro, ed è più sottile: quando la politica, nel cuore stesso della civiltà liberale, torna a ridursi sistematicamente a forza, a decisione sganciata da limiti, a delegittimazione radicale dell’avversario, ciò che spesso viene liquidato come semplice stile comunicativo rivela invece una trasformazione sostanziale.
In questo senso, la distinzione tra stile e contenuto si fa fragile, perché il linguaggio non si limita a descrivere la realtà politica ma la plasma, la orienta, la restringe. È qui che l’indicibile prende forma: non come ritorno identico del passato, ma come riemersione di quelle condizioni culturali e morali che storicamente hanno reso possibile il fascismo. È su questo terreno che il fenomeno Trump deve essere giudicato.
In un certo senso, rovesciamo qui la celebre lezione di Ludwig Wittgenstein: l’indicibile non è ciò di cui non si può parlare, ma ciò che non si vuole più dire. O che comunque la linea di confine tra “può” e “vuole” sia sempre molto labile. In fondo, non mancano le parole: manca la volontà di usarle.
E lo diciamo senza particolare devozione per Wittgenstein: basti ricordare il celebre alterco con Karl Popper, quando come si racconta, il filosofo dell’indicibile, brandì contro Popper un molto “dicibile” attizzatoio.
Come opporsi a tutto questo? Due pensatori, assai lontani, come Confucio e Gramsci, hanno sostenuto più o meno la stessa cosa: al nome deve corrispondere la cosa (Confucio) e, in questo senso, la verità è rivoluzionaria (Gramsci).
Quindi all’indicibile deve sostituirsi il dicibile. Trump è un fascista. Inutile girarci intorno.
Solo da questa consapevolezza si potrà ripartire. Detto alla buona: decidere il da farsi.
Carlo Gambescia

































