La vicenda di Spin Time, a Roma, merita di essere osservata con qualche cautela.
Soprattutto perché è facilissimo trasformarla nell’ennesimo derby
ideologico: da una parte gli “abusivi”, dall’altra i “poveri senza
casa”. E, come spesso accade nei derby, la realtà resta fuori dallo
stadio.
Spin Time (Labs), letteralmente “laboratori del tempo che scorre”, è
un inglesismo creativo che riflette bene il lessico e l’immaginario dei
centri sociali contemporanei, grandi produttori, si dice, di socialità
spontanea, fuori dai canali istituzionali. La rivincita dei movimenti.
O, se si vuole, la trotskista “rivoluzione permanente” senza uso di
fucili. A colpi di ludoteca… O di canzonette...
Dicevamo: derby ideologico. C’è infatti tutto un folklore di sinistra
che ruota intorno a Spin Time: l’occupazione come pratica di
riappropriazione, lo spazio sottratto alla speculazione, la comunità
contrapposta all’individuo proprietario, il “diritto alla casa”
trasformato in una sorta di diritto alla permanenza nell’immobile
occupato. Un linguaggio e un immaginario ormai sedimentati, nei quali
l’illegalità tende a essere riqualificata come “conflitto sociale”.
Ma sarebbe un errore pensare che il folklore sia soltanto a sinistra.
Esiste anche un folklore di destra, altrettanto riconoscibile:
l’occupante come parassita, il centro sociale come covo politico, la
proprietà privata evocata come una sorta di principio metafisico e lo
sgombero come prova rituale del ritorno dell’autorità. Anche qui,
insomma, la realtà viene rapidamente trasformata in simbolo.
Da una parte il mito dell’occupazione buona; dall’altra il mito dello sgombero risolutivo.
Spin Time è un grande edificio occupato all’Esquilino dal 2013. Nel
corso degli anni vi si è formata una comunità di alcune centinaia di
persone, insieme ad attività sociali e culturali. L’edificio, però, non
appartiene agli occupanti. L’occupazione è dunque priva di titolo
giuridico. Punto.
Ma non è l’unico punto.
Perché lo Stato, per tredici anni, ha sostanzialmente convissuto con
quella situazione. E qui comincia la storia veramente interessante.
La proprietà ha chiesto la restituzione dell’immobile. Ma qui c’è una
storia che merita di essere ricordata: quello stabile era un bene
pubblico, sede dell’INPDAP, poi trasferito nel 2004 nell’ambito della
dismissione del patrimonio immobiliare pubblico e confluito nel Fondo
Immobili Pubblici (FIP), fondo immobiliare riservato a investitori
istituzionali e gestito da InvestiRE SGR. Insomma, lo Stato ha
trasferito il bene a un fondo immobiliare nell’ambito della dismissione
del patrimonio pubblico; oggi il proprietario è il FIP, fondo privato a
capitale di investitori istituzionali, nonostante il nome.

Nel 2020 il gip di Roma dispose il sequestro preventivo dell’immobile. Il provvedimento, però, non venne eseguito.
Nel frattempo la situazione si è consolidata, la comunità è cresciuta,
l’occupazione è diventata una realtà sociale e politica. Fino al
paradosso finale: il Ministero dell’Interno è stato condannato a
risarcire la proprietà per il mancato sgombero, con una somma superiore
ai venti milioni di euro.
Dunque: un’occupazione illegale che dura tredici anni e uno Stato
che, invece di ristabilire tempestivamente la legalità, finisce per
pagare il proprietario perché non l’ha ristabilita.
Non è precisamente un capolavoro di Stato di diritto.
Poi arriva l’incendio. Il 29 luglio, l’edificio viene evacuato e
centinaia di persone si ritrovano temporaneamente senza casa. A quel
punto il problema, che per anni era stato lasciato sedimentare, esplode
in tutta la sua evidenza.
E qui si commette il secondo errore.
Dire che Spin Time è occupato abusivamente è corretto. Ma pensare che
questa constatazione esaurisca il problema è semplicemente miope.
Dentro Spin Time non ci sono soltanto militanti politici: ci sono
anche famiglie, bambini e persone che hanno costruito lì una parte della
propria esistenza. Dopo tredici anni, non si può fingere che il tempo
non sia passato. La legalità non è una macchina del tempo.
Ma nemmeno il bisogno sociale può trasformarsi automaticamente in un
nuovo titolo di proprietà, come sembra pretendere il sindaco Gualtieri.
Ed è precisamente questo il punto che dovrebbe interessare un liberale.
Un liberale serio deve difendere il diritto di proprietà. Altrimenti
non è liberale. Ma deve anche pretendere che lo Stato funzioni. Perché
la proprietà privata, in uno Stato di diritto, non consiste soltanto nel
riconoscimento astratto di un diritto: consiste nella possibilità
concreta di esercitarlo.
Se lo Stato lascia che un immobile venga occupato per tredici anni,
non sta semplicemente mostrando comprensione per una situazione sociale.
Sta creando una zona grigia nella quale il diritto perde
progressivamente consistenza.
E tuttavia sarebbe altrettanto poco liberale dire: “adesso sgomberiamo e poi si arrangino”.
Perché uno Stato che tutela la proprietà ma non è capace di
affrontare l’emergenza abitativa di base produce, alla fine, proprio
quelle condizioni sociali che rendono possibile l’occupazione.
La questione, dunque, non è scegliere fra proprietà e diritto alla
casa. È pretendere entrambe le cose. Equlibrio non facile, ma
necessario.
La proprietà va rispettata. I provvedimenti dell’autorità giudiziaria
vanno eseguiti. Gli edifici non possono essere occupati
indefinitamente. Ma uno Stato che si rispetti deve anche essere capace
di offrire soluzioni abitative basiche a chi, per condizioni economiche
e sociali, non riesce ad accedere al mercato.
Altrimenti accade ciò che è accaduto a Spin Time: il privato perde il
controllo del proprio bene, gli occupanti rimangono per anni in una
condizione di illegalità e lo Stato finisce per pagare tutti.
È difficile immaginare una definizione più precisa del fallimento istituzionale. Altro che fallimento del mercato.
E c’è un’ultima considerazione.
La destra tende a vedere in Spin Time soprattutto la prova
dell’inesistenza dello Stato. La sinistra tende a vedervi soprattutto la
prova dell’ingiustizia sociale.
Probabilmente hanno torto entrambe.
Spin Time dimostra qualcosa di più elementare: quando lo Stato abdica
per troppo tempo alle proprie funzioni basilari, la società comincia a
organizzarsi autonomamente intorno al vuoto istituzionale. Il
“movimento” sembra prevalere sull’ “istituzione”. “Sembra”, perché
l’istituzione, proprio perché è tale, prima o poi è chiamata a
ripristinare l’ordine istituzionale.
Prima o poi, però, quel vuoto presenta il conto.
Per fare un esempio
eclatante: come finì l’occupazione dannunziana di Fiume, la grande festa
della Rivoluzione? A cannonate. Una mezza buffonata.
Perciò mai tirare troppo la corda. Fermarsi sempre un attimo prima che le cose precipitino. Ecco il vero buon senso.
Dicevamo del conto. Certo, a pagarlo, questa volta, rischiano di
essere tutti: il proprietario, gli occupanti e, soprattutto, lo Stato.
Che siamo noi.
Carlo Gambescia