Da tempo Roberto Vannacci viene descritto come un fenomeno mediatico. Un generale autore di un libro controverso, capace di suscitare polemiche, dividere l’opinione pubblica e attirare l’attenzione dei media.
Oggi questa definizione non basta più.
Le elezioni comunali appena concluse hanno offerto un’indicazione interessante. Da un lato, si è parlato di un ridimensionamento dell’ “effetto Vannacci”: i ballottaggi non hanno prodotto il terremoto politico che alcuni osservatori avevano previsto e il centrodestra tradizionale ha mostrato di conservare una significativa capacità di tenuta. Dall’altro, tuttavia, sarebbe un errore leggere questo risultato come una sconfitta politica del generale.
Il vero dato è un altro: Vannacci continua a crescere come soggetto
autonomo. Non è più soltanto un “autore di successo”, un personaggio
televisivo o un europarlamentare capace di attirare l’attenzione dei
media. Sta tentando di costruire un partito, una rete territoriale, una
classe dirigente e un’identità politica distinta sia dalla Lega sia
da Fratelli d’Italia. E come sta procedendo, per ora? Cercando di
attrarre amministratori locali, militanti e persino alcuni parlamentari
provenienti dall’area del centrodestra. Non male per un novellino…
La domanda sociologicamente rilevante non è dunque se Vannacci vincerà o perderà una determinata battaglia elettorale. La domanda è perché una figura come la sua riesca a intercettare una quota crescente di consenso.
La spiegazione non va cercata soltanto nelle sue qualità personali. Come tutti i leader populisti contemporanei, Vannacci è al tempo stesso attore e prodotto di un processo storico più ampio. Egli dà voce a segmenti sociali che percepiscono la modernizzazione culturale come una minaccia piuttosto che come una promessa. Immigrazione, identità nazionale, rapporti tra i sessi, ruolo delle minoranze, sovranità nazionale, integrazione europea: su tutti questi temi una parte dell’elettorato avverte una crescente distanza rispetto alle élite politiche, mediatiche e accademiche.
Da questo punto di vista Vannacci non rappresenta una causa, ma un sintomo.
Naturalmente i sintomi possono diventare cause. È ciò che accade quando un malessere diffuso – più percepito che reale – trova una forma organizzata e una leadership riconoscibile. La novità del 2026 è proprio questa: Vannacci sta tentando di trasformare un fenomeno culturale in una presenza politica stabile.
Vi è però un aspetto che raramente viene approfondito e che invece merita attenzione.
Vannacci non è soltanto un leader politico. È un generale. E le professioni lasciano sempre una traccia culturale profonda in chi le esercita.
La vita militare educa alla disciplina, alla responsabilità, al senso della missione e alla chiarezza della catena di comando. Sono qualità indispensabili in un esercito. Tuttavia la politica democratica obbedisce a una logica differente. Non vive di ordini e di esecuzione, ma di negoziazione, mediazione, conflitto regolato e continua ricerca del consenso.
Naturalmente nessuno sostiene che un militare non possa diventare un uomo politico. A tale proposito la storia moderna offre numerosi esempi controversi. De Gaulle era certamente un antifascista, ma anche un uomo di forte temperamento decisionista e di concezione gerarchica dello Stato. Franco fu il protagonista di una lunga dittatura militare. Badoglio era un conservatore compromesso con il fascismo, mentre Pétain guidò il regime di Vichy. E questo per limitarsi all’Europa tra le due guerre e nel secondo dopoguerra.
Ovviamente la formazione militare non conduce automaticamente a esiti politici illiberali. La storia offre anche esempi di ufficiali che hanno svolto un ruolo importante nel consolidamento delle istituzioni democratiche, come Eisenhower negli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che la mentalità militare tende fisiologicamente a privilegiare rapporti verticali e gerarchici, mentre la democrazia liberale si fonda su relazioni più orizzontali e pluralistiche.
È proprio qui che si colloca, a mio avviso, il nodo più delicato del fenomeno Vannacci.
Non tanto nelle sue singole dichiarazioni, spesso amplificate dalla polemica giornalistica, quanto nell’immagine di società che emerge dal suo discorso pubblico: una società nella quale l’ordine precede il conflitto, l’autorità precede la mediazione e l’identità collettiva prevale sulle differenze individuali.
Per questa ragione sarebbe semplicistico descriverlo come una minaccia immediata alla democrazia, ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare le implicazioni culturali e politiche del suo successo.
Democrazia e liberalismo non coincidono perfettamente. Una società
può continuare a votare regolarmente e, nello stesso tempo, sviluppare
una cultura politica meno aperta al pluralismo, al dissenso e alla
diversità. Da questo punto di vista il fenomeno Vannacci va osservato
con attenzione, perché potrebbe rappresentare non una crisi delle
procedure democratiche, bensì un progressivo indebolimento della cultura
liberale che le sostiene.
Resta poi il tema della comunicazione politica.
I suoi avversari sembrano spesso non comprendere che il populismo contemporaneo si alimenta anche dell’ostilità che riceve.
Quando un leader viene percepito come vittima dell’establishment mediatico e culturale, ogni attacco rischia di trasformarsi in una conferma della narrazione politica che propone ai suoi potenziali elettori.
È un meccanismo ben noto: il leader si presenta come portavoce del «popolo reale» contro le élite e ogni manifestazione di ostilità viene interpretata dai suoi sostenitori come una prova ulteriore della sua autenticità.
Una prima verifica di questa dinamica potrebbe arrivare già mercoledì sera, quando Vannacci sarà ospite di Otto e mezzo.
Se il confronto sarà equilibrato, il generale dovrà misurarsi con il merito delle questioni. Se invece una parte del pubblico percepirà ostilità personale, sarcasmo o pregiudizio nei suoi confronti, il risultato potrebbe essere opposto a quello sperato dai suoi critici.
Più il leader appare isolato contro un ambiente percepito come
ostile, più rafforza il legame emotivo con i propri sostenitori. È una
dinamica che abbiamo osservato molte volte nelle democrazie occidentali
contemporanee.
Per questa ragione il problema politico posto da Vannacci non si risolve con l’indignazione. Anzi, spesso l’indignazione mediatica finisce per alimentare proprio quel meccanismo vittimario sul quale si fonda una parte rilevante del suo consenso.
Insomma, il problema non è Vannacci in quanto individuo. Il problema è il terreno sociale e culturale che ne rende possibile l’ascesa, senza dimenticare la sua formazione militare.
Concentrarsi esclusivamente sulla sua persona, quella del capopopolo che parla alla pancia degli elettori, significa confondere l’effetto con la causa.
Il vero interrogativo riguarda l’Italia che lo ascolta, lo vota e, in misura crescente, si riconosce nel suo linguaggio politico.
Perché, come suggerisce una lettura metapolitica, i leader non cadono dal cielo: emergono sempre da una domanda sociale che li precede.
Ma proprio per questo, quando quella domanda sociale si raccoglie attorno a figure provenienti da culture professionali fondate sull’autorità, sulla disciplina e sulla gerarchia, il compito degli studiosi e dei cittadini non è né demonizzare né idolatrare. È vigilare. Anche se potrebbe essere già tardi.
Concludendo, la democrazia liberale non muore necessariamente per un colpo di Stato. Talvolta si indebolisce lentamente, attraverso il mutamento dei costumi politici, del linguaggio pubblico e delle aspettative collettive.
È in questa prospettiva che il fenomeno Vannacci merita di essere osservato: non come una curiosità mediatica destinata a svanire, ma come uno dei possibili indicatori delle trasformazioni profonde che attraversano la società italiana.
Carlo Gambescia










































