C’è un numero che, più degli altri, racconta la politica italiana di questi giorni: 8 per cento.
È il risultato attribuito a Futuro Nazionale, il partito di Roberto
Vannacci, nell’ultima rilevazione BiDiMedia del 26 agosto. Otto per
cento significa quarto partito italiano, davanti a Forza Italia e alla
Lega.
Nello stesso sondaggio Fratelli d’Italia scende al 25,4 per cento e
la Lega precipita al 4,8 (1).
Naturalmente i sondaggi sono sondaggi. Il dato può mutare. Non sono voti
e, soprattutto, non sono ancora storia. Ma sarebbe un errore liquidarli
come un accidente statistico. Perché il fenomeno Vannacci non è più
soltanto quello di un personaggio politico che raccoglie consensi
attraverso la provocazione, il linguaggio identitario o la polemica
culturale. Sta diventando qualcosa di diverso. Sta diventando un
problema per la destra. E forse, più precisamente, il problema della
destra.
Anche perché, come abbiamo più volte osservato, il quadro generale
della cultura — idee, concetti, immaginario — si è da tempo spostato a
destra. E Vannacci, con il suo eloquio "pane al pane, vino al vino",
sembra candidato a raccoglierne i frutti.
Attenzione: l’uomo politico è tutt’altro che stupido. È verissimo che
non conosce ancora a fondo la politica, che è compromesso, mediazione,
eccetera, ma, come ogni buon sciamano, sa maneggiare molto bene le forze
pre-politiche: quelle che parlano alla pancia degli elettori. In
sintesi, forse Vannacci non conosce la politica-politicante, ma conosce
benissimo le passioni che alimentano la politica-pura, quella che evoca
non la mediazione, ma la distruzione del nemico.
Infine sembra essere un buon organizzatore. In breve tempo, poco più che tre anni, ha sedotto e abbandonato Salvini, conquistato un seggio europeo e tirato su da zero un partito, Futuro Nazionale, con tanto di quadri e diramazioni parlamentari, periferiche e locali. Non è poco. Che poi le sue idee siano reazionarie è un'altra questione: c'è il reazionario cretino e il reazionario se non intelligente astuto. Si pensi in altro ambito ovviamente, a un personaggio apparentemente pittoresco come Totò Reina.
Per approfondire tutto ciò, bisogna partire da una domanda semplice:
che cosa è successo all’elettorato che Giorgia Meloni aveva saputo
portare fino a Palazzo Chigi? La risposta più facile sarebbe: una parte
di quell’elettorato si sta spostando verso Vannacci. Ma è una risposta
ancora troppo elettorale. La questione vera è un’altra: perché
quell’elettorato sente oggi il bisogno di cercare una destra ancora più a
destra della destra di governo?
Qui comincia il problema.
Giorgia Meloni, prescindendo dalla sincerità della sua conversione
democratica, ha costruito il proprio successo anche attraverso una
straordinaria operazione di normalizzazione. Ci si muove nell’ambito
dell’integrazione passiva nel sistema, ma è pur sempre integrazione.
Si badi bene: Fini invece portò fino in fondo una strategia di
integrazione attiva. Con la svolta di Fiuggi del 1995 prese una chiara
posizione sul fascismo, assai diversa dalle ambiguità di Giorgia Meloni.
Ma proprio quella strategia finì per produrre una trasformazione
profonda dell’identità della destra italiana. Le ambiguità, invece,
sembrano pagare elettoralmente. Fini oggi si dedica ai barboncini.
Giorgia Meloni è sulla cresta dell’onda.
Ha trasformato una forza politica di origine missina e di radicamento
neofascista, per decenni rimasta ai margini del sistema politico, in
una forza di governo. Cosa, come detto, non riuscita a Fini.
Giorgia Meloni ha moderato il linguaggio, rassicurato i mercati,
consolidato, o comunque gestito, il rapporto con Washington e con
Bruxelles, assunto responsabilità internazionali. In altre parole, ha
portato la destra dentro il sistema.
Ma ogni operazione di normalizzazione produce, prima o poi, una domanda: che cosa rimane fuori?
Ed è precisamente nello spazio lasciato libero dalla normalizzazione che può crescere Vannacci.
Il paradosso è evidente. Più Meloni diventa forza di governo, più
deve fare i conti con i limiti del governo. Più deve mediare, più una
parte del suo elettorato può considerare la mediazione un tradimento.
Più diventa istituzionale, più qualcuno può accusarla di non essere più
abbastanza radicale.
È una vecchia dinamica della destra radicale, ma oggi assume una forma nuova.
Il problema non è soltanto che Vannacci sottrae voti alla Lega. I
numeri suggeriscono qualcosa di più: sta costruendo un’offerta politica
autonoma. Già a metà agosto una rilevazione Winpoll lo collocava al 7,8
per cento, davanti sia a Forza Italia sia alla Lega.
E c’è un dato ancora più interessante.
Secondo un sondaggio YouTrend, il 53 per cento degli elettori di
Fratelli d’Italia sarebbe favorevole all’ingresso di Futuro Nazionale
nella coalizione di centrodestra. Tra gli elettori di Lega e Forza
Italia, invece, la percentuale scende al 26 per cento (2).
Insomma una parte dell'elettorato di Meloni sembra volere il minaccioso Vannacci dentro il centrodestra. Ma perché?
Perché, forse, la pancia di Fratelli d'Italia, a differenza della stanza dei bottoni, che sembra esitare, non lo considera affatto un corpo estraneo. Lo
considera, piuttosto, la parte della destra che la destra di governo non
può più essere. Una destra dura e pura, nella quale possono riemergere
senza più pudori temi e suggestioni della tradizione radicale e
neofascista.
E qui si vada al programma di Futuro Nazionale. Un tuffo nella
letteratura politica ed economica del Ventennio: dal razzismo politico
alla centralità dell’identità cristiana; dal nazionalismo economico e
dal richiamo all’autosufficienza nazionale alla concezione organica
dello Stato; dal culto della Romanità al disprezzo per alcune forme del
dissenso; dal militarismo alle espressioni più viete, come “noi tireremo
dritto” (3).
Questa è la vera novità.
Certo, non è detto che Giorgia Meloni non possa tuttora permettersi
di rappresentare contemporaneamente il governo e la protesta. Insomma,
partito di lotta e di governo, come scrivevamo giorni fa (4). Perciò
essere contemporaneamente istituzione e opposizione culturale,
atlantista e sovranista, europeista pragmatica e critica dell’Europa,
conservatrice e populista.
Ora però la situazione sta cambiando.
Alla sua destra è nata una formazione capace di raccogliere consensi:
quelle contraddizioni diventano così più difficili da tenere insieme.
Vannacci non deve necessariamente conquistare la maggioranza degli
italiani. Gli basta dimostrare che esiste un elettorato che considera
Meloni troppo poco radicale.
È una differenza decisiva.
Perché un partito radicale non ha bisogno di sostituire
immediatamente il partito maggiore. Può condizionarlo. Può spostare il
confine del dicibile. Può costringere gli altri a inseguirlo. Ciò che
non è successo con Salvini potrebbe riuscire con Vannacci.
E qui arriviamo al vero punto punto della questione.
Il potere non consiste soltanto nel governare. Consiste anche nel definire ciò che gli altri sono costretti a discutere.
Se Vannacci riesce a fare questo, il suo 8 per cento vale politicamente molto più dell’8 per cento.
Per Giorgia Meloni si apre allora un dilemma quasi insolubile. Se
si sposta verso Vannacci, rischia di inseguire la radicalizzazione e di
perdere quella parte di elettorato moderato che le ha consentito di
diventare forza di governo. Se non si sposta, rischia di lasciare a
Vannacci il monopolio della protesta identitaria contro il sistema. Se
lo ingloba nella coalizione, lo legittima. Se lo combatte, rischia di
trasformarlo nel martire della destra «tradita». Se lo ignora, gli
consegna spazio.
Molto dipenderà dalla nuova legge elettorale. Favorirà o no le
alleanze? Con Vannacci dentro sarà più facile superare quel 42 per cento
dei voti che, secondo il testo approvato dalla Camera, apre al premio
di maggioranza? Vedremo.
Comunque sia, siamo davanti al classico problema della destra
radicale quando una sua componente arriva al governo: come si può
governare senza smettere di essere ciò che ha consentito di arrivare al
governo?
Non esiste una risposta facile. E forse non esiste neppure una risposta definitiva.
Vannacci potrebbe non essere ancora il futuro della destra italiana.
Ma è già diventato il suo specchio. E nello specchio la destra di
governo rischia di vedere una cosa che non le piace. Non un avversario.
Se stessa, prima dell’integrazione passiva e del pragmatismo moderato.
E forse è proprio questo il motivo per cui il quarto partito fa tanta paura.
Carlo Gambescia
(1) Qui: https://sondaggibidimedia.com/sondaggio-bidimedia-26-agosto-2026/ .
(2) Qui: tica/vannacci-sondaggi-politici-20-agosto-2026/1012615/”>https://quifinanza.it/politica/vannacci-sondaggi-politici-20-agosto-2026/1012615/
.
(3) Qui:: https://futuronazionale.it/programma/ .
(4) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/meloni-il-potere-e-il-passato.html