Antonio Gramsci non era certo un liberale. E tuttavia, nei Quaderni del carcere, aveva compreso un punto decisivo: nessuna forza politica può governare stabilmente limitandosi a raccogliere gli umori del momento. Deve educare, orientare, costruire consenso attorno a un’idea di ordine. Vale a dire una tradizione, nel senso metapolitico del termine.
Quando rinuncia a questa funzione dirigente e si limita ad assecondare gli istinti più immediati, finisce per indebolire proprio quell’ordine che afferma di difendere, trasformandosi in una classe dirigente destinata a tradire anche se stessa pur di conservare il potere, quindi solo dominante.
È quanto sta accadendo, a mio giudizio, con il caso Mario Roggero.
Ormai il gioielliere di Grinzane Cavour ha smesso di essere soltanto il protagonista di una vicenda giudiziaria. È diventato È diventato lo status symbol del cittadino armato che si fa giustizia da sé. Una parte della destra lo presenta come l’uomo che avrebbe fatto ciò che lo Stato non ha saputo fare: rendere giustizia.
Hans Kelsen, uno dei maggiori giuristi e politologi del Novecento, richiamava il celebre episodio evangelico nel quale la folla preferisce Barabba a Gesù, vedendovi un’efficace metafora dei limiti della decisione maggioritaria. Era, per il grande teorico della democrazia, la dimostrazione che una decisione popolare può essere profondamente ingiusta e che la maggioranza non coincide mai automaticamente con la verità. La democrazia resta il miglior metodo politico conosciuto, ma non è una macchina che produce infallibilmente giustizia.
Oggi la domanda che la destra sembra porre è questa: Roggero o lo Stato di diritto? Chi sceglie Roggero sceglie la giustizia emotiva; chi sceglie lo Stato di diritto accetta invece un principio più esigente: la forza legittima appartiene soltanto alle istituzioni. Per dirla in brocardo: dura lex sed lex.
La destra dominante conosce bene, per usare un’immagine cara ad Augusto Del Noce, il “bestione platonico”, vale a dire quella dimensione dell’opinione pubblica che si lascia trascinare dalle passioni più che dalla ragione. Oggi la chiameremmo democrazia emotiva.
È qui che nasce il problema.
Non interessa discutere la sofferenza di chi ha subito una rapina, né minimizzare la paura vissuta in quei momenti. Il punto è un altro: trasformare chi si sostituisce allo Stato nell’esercizio della forza in un modello civile significa mettere in discussione il monopolio legittimo della forza che appartiene allo Stato di diritto. Siamo davanti a un atto diseducativo, per dirla con Gramsci, e demagogico, per dirla con Del Noce e Kelsen.
Attenzione: è una questione che riguarda il liberalismo ben prima
della distinzione fra destra e sinistra. Come abbiamo già osservato (*),
da Hobbes a Locke, da Weber fino alle moderne democrazie
costituzionali, lo Stato esiste proprio perché sottrae ai singoli il
diritto di farsi giustizia da sé. Se questo principio viene incrinato,
non nasce un ordine più forte. Nasce il contrario: una società nella
quale ciascuno tende a diventare giudice, giuria ed esecutore della
propria sentenza.
Ed è qui che emerge il paradosso.
La destra italiana continua a presentarsi come la forza politica della legalità, della sicurezza e dell’ordine. Sforna un decreto sicurezza dopo l’altro. Ma quando celebra Roggero come un eroe politico, introduce nella cultura civile un principio esattamente opposto: l’idea che, quando lo Stato non soddisfa le aspettative individuali, il cittadino possa sostituirsi ad esso.
È l’esatto contrario della cultura dello Stato di diritto.
L’eversione non consiste soltanto nell’assalto ai palazzi del potere. Esiste anche un’eversione culturale, assai più sottile, che delegittima progressivamente le istituzioni, sostituendo il diritto con l’emozione, la legge con la simpatia, il giudizio dei tribunali con quello delle piazze o dei social network.
Naturalmente tutto ciò viene presentato come difesa del popolo. In realtà produce l’effetto opposto: indebolisce lo Stato proprio mentre pretende di rafforzarlo.
Per questo il caso Roggero va ben oltre la cronaca giudiziaria. È il sintomo di una concezione della politica che considera lo Stato un alleato quando conferma le proprie convinzioni e un ostacolo quando le contraddice.
È una concezione che si proclama “legge e ordine”, ma finisce per erodere il fondamento stesso dell’ordine liberale: il primato impersonale della legge.
È qui, ripetiamo, che la destra diventa culturalmente eversiva. Non perché voglia abbattere lo Stato, ma perché ne svuota progressivamente il principio di legittimazione, insegnando che, quando la legge non coincide con il sentimento popolare, può essere sostituita dalla giustizia privata.
È un messaggio devastante. Perché ogni Stato liberale vive anzitutto di una convinzione condivisa: che nessun cittadino, per quanto offeso o indignato, possa arrogarsi il diritto di diventare giudice e carnefice.
La storia italiana dovrebbe averci insegnato che ogni volta che la politica comincia a considerare la giustizia privata moralmente superiore alla giustizia dello Stato, il passo verso la delegittimazione delle istituzioni è già stato compiuto.
E quando le istituzioni perdono autorevolezza, non vince la libertà. Vince soltanto l’arbitrio.
Carlo Gambescia



































