La domanda, tuttavia, non è del tutto insensata. Non per i capelli, naturalmente, ma per quello che la cura dell’immagine può raccontarci del rapporto fra individuo e potere. Una cosa è curare il proprio aspetto, diritto elementare di chiunque; un’altra è fare della propria persona il centro permanente della rappresentazione politica. Soprattutto quando si ama presentarsi come una donna interamente assorbita dalla missione di servire l’Italia. Qui la curiosità del parrucchiere lascia il posto a quella del sociologo e del metapolitico.
Prendiamo Angela Merkel. Per anni l’ex cancelliera tedesca ha mantenuto uno stile riconoscibile, senza trasformare il guardaroba nel protagonista della scena. Anche Ursula von der Leyen ha costruito una propria immagine, relativamente stabile. Non proponiamo modelli da santificare. Lungi da noi l’idea fascio comunista (semplifichiamo) di istituire un ministero della sobrietà, magari con un censore ufficiale dei consumi: una specie di protezione civile del trucco e parrucco. Ci interessa altro: la capacità di non fare della propria persona il centro permanente della rappresentazione politica.
La sobrietà non consiste nel vestirsi di grigio o nel presentarsi con l’aria di chi ha appena perso una discussione con lo specchio. Consiste nel non aver bisogno di occupare ogni centimetro della scena per ricordare agli altri che esistiamo. Naturalmente anche la discrezione può diventare una strategia d’immagine. In politica persino la modestia si vende bene, purché sia confezionata con cura. Ma c’è una differenza fra servirsi della propria immagine e diventare servi della propria immagine.La politica contemporanea, del resto, non aiuta. Il leader deve governare, comunicare, apparire, replicare, occupare lo schermo e alimentare il racconto della propria persona. Non basta prendere decisioni: bisogna mostrare continuamente di prenderle. Non basta stare al governo: bisogna apparire come se si fosse sempre in campagna elettorale. Il protagonista rischia così di dimenticare che il pubblico non è stato convocato per ammirarlo, ma per giudicarlo. E l’applauso, spiace dirlo, non è un certificato di buona amministrazione. Come una bella fotografia non è una politica pubblica.
Non è una questione di vanità femminile. Gli uomini politici sanno essere altrettanto vanitosi, narcisisti e ossessionati dalla propria immagine. Talvolta riescono persino a trasformare una cravatta in una dichiarazione di guerra. Il problema è il rapporto con la propria rappresentazione: quando la cura dell’immagine diventa una necessità permanente, possiamo domandarci se non risponda anche a un bisogno di conferma, alla difficoltà di tollerare il confronto o alla necessità di dimostrare continuamente la propria superiorità.
Qui entra in gioco Alfred Adler, con le sue riflessioni sul sentimento d’inferiorità e sui tentativi di compensazione. La vulgata ha poi consegnato alla storia il cosiddetto complesso di Napoleone, simbolo di chi cercherebbe nella grandezza una rivincita sulle proprie presunte insufficienze. Peccato che la statura dell’imperatore sia stata a lungo deformata dalla propaganda britannica e dalle differenze fra i sistemi di misura. Anche la leggenda, insomma, ha bisogno di qualche centimetro supplementare.
Non sosteniamo che ogni ambizione sia una compensazione, né che ogni persona insicura sia destinata a diventare un tiranno domestico. Sarebbe una spiegazione da psicologia spicciola. Possiamo però osservare un tipo umano tutt’altro che raro: quello per cui la competizione non è più un mezzo, ma un fine. Non basta vincere: occorre che gli altri perdano. Non basta comandare: occorre che tutti sappiano chi comanda. Non basta avere ragione: occorre che nessuno osi sostenere il contrario. Insomma, bisogna avere sempre un nemico. Senza nemici, che gusto c’è a sentirsi superiori?
Il punto non è la statura del corpo, ma quella dell’ambizione. La compensazione non ha bisogno di tacchi, spalline imbottite o extension. Può servirsi del prestigio, della ricchezza, del controllo, della fedeltà pretesa e dell’umiliazione dell’avversario. E soprattutto di quella sicurezza che deve essere confermata ogni giorno, perché non riesce a reggersi da sola.
Ecco perché certi capi frequentano volentieri persone che non siano in grado di contraddirli. Non servono necessariamente degli stupidi: bastano subordinati prudenti, dipendenti o intimiditi, capaci di capire quando tacere, quando applaudire e quando ridere alla battuta del capo. Il vantaggio è evidente: nessuna sorpresa. Lo svantaggio è che non si impara nulla. Chi ha bisogno di sentirsi superiore preferisce spesso un consenso mediocre a un dissenso intelligente. Il primo gratifica, il secondo costringe a pensare. E pensare, in certe corti, è già una forma di insubordinazione. Il Cavaliere docet.
Così tutti invocano il merito, purché il meritevole non sia troppo indipendente; tutti proclamano la lealtà, purché non venga confusa con la franchezza; tutti vogliono collaboratori capaci, purché non siano tanto capaci da mettere in discussione il capo. È la sindrome del sovrano circondato da cortigiani, aggiornata alle esigenze della comunicazione contemporanea. Cambiano i costumi, non le abitudini. E il re, naturalmente, è sempre nudo. Solo che oggi dispone di un ufficio stampa.
Non possiamo attribuire a Giorgia Meloni un complesso d’inferiorità sulla base di una fotografia o di un’acconciatura. Non disponiamo degli elementi per formulare una diagnosi, e non è questo il mestiere della sociologia, tanto meno della metapolitica. Possiamo però osservare il gusto della competizione, la tendenza a trasformare il confronto in una prova di forza e il modo in cui viene rappresentata l’autorità. Quanto spazio resta, in questa concezione, per il rispetto di chi dissente?
Il rispetto degli altri è meno spettacolare della conquista del consenso. Richiede di accettare che gli altri non siano una nostra appendice, che possano avere ragione e che non siano obbligati a riconoscerci superiori. Chi concepisce la politica come una competizione senza fine rischia invece di scambiare il consenso per ammirazione, il dissenso per slealtà e il compromesso per debolezza. Si pensi a Trump, animato da una volontà di potenza che non sembra dipendere da una statura fisica particolarmente modesta. Il problema, evidentemente, non si misura in centimetri. Si proclama di lavorare per tutti, ma si finisce per chiedere a tutti di riconoscere la centralità di uno solo.
Torniamo allora ai capelli. Il parrucchiere della premier ha parlato di schiariture, onde più strutturate e crescita dei capelli. Non sappiamo se Meloni ricorra alle extension, e sarebbe scorretto trasformare un sospetto fotografico in una certezza. Resta però una domanda meno frivola: quanto conta la costruzione dell’immagine nella vita di chi governa?
Un presidente del Consiglio ha responsabilità gravose, appuntamenti istituzionali, viaggi, dossier da studiare e decisioni da prendere. Non chiediamo certo che si presenti in pubblico come se avesse trascorso la notte in un archivio ministeriale. Non siamo moralisti da sagrestia, né sostenitori di una nuova austerità tricologica. Curare il proprio aspetto non significa trascurare il lavoro. Ma quando una leader ama rappresentarsi come una persona che vive soltanto per l’Italia, possiamo interrogarci sul rapporto fra il lavoro per il Paese e la continua rappresentazione di sé come persona che lavora per il Paese.
Sono due cose differenti. La prima riguarda ciò che si fa; la seconda, ciò che si vuole che gli altri vedano. E la politica dello spettacolo prospera proprio quando la seconda finisce per sostituire la prima.
Alla fine, dunque, la domanda iniziale rimane senza risposta. Giorgia Meloni si fa le extension? Non lo sappiamo. Ma siamo partiti dai capelli per arrivare al potere: non alla presunta vanità di una donna, bensì al bisogno di rappresentarsi continuamente; non alla lunghezza di una chioma, ma alla difficoltà di accettare i propri limiti; non a un’acconciatura, ma a un modo di concepire l’autorità come competizione permanente.
Governare un Paese non significa dimostrare ogni giorno di essere più forti, più determinati e più indispensabili degli altri. Significa assumersi responsabilità, accettare controlli e riconoscere il dissenso. Nessuno governa per diritto di superiorità personale. Il potere democratico, a differenza di quello dei cortigiani, dovrebbe saper vivere senza specchi deformanti.
E se proprio vogliamo concludere con una domanda da parrucchiere, eccola: quanto tempo dedica Giorgia Meloni a costruire l’immagine della propria importanza e quanto a fare qualcosa che renda davvero importante la sua azione di governo?
Perché lo specchio può anche restituirci l’immagine di una statista. Ma non basta atteggiarsi a statista per entrare nella storia. A volte, si finisce soltanto nella cronaca. Nera.
Carlo Gambescia
















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