domenica 18 gennaio 2026

Groenlandia. Quando il politicamente impensabile diventa negoziabile

 


Oggi le prime pagine si concentrano sui nuovi dazi minacciati da Trump ai paesi europei che inviano truppe in Groenlandia.

Inoltre, in particolare la stampa di destra, si ignora o si dà poco risalto alla manifestazione popolare tenutasi ieri a Copenaghen contro le mire espansionistiche di Trump.

Di più: non viene preso in considerazione un altro fatto interessante. Quale? Che una delegazione bipartisan del Congresso degli Stati Uniti è volata a Copenaghen per rassicurare Danimarca e Groenlandia (*).

La cosa in sé non è una cattiva notizia. Significa che esistono ancora contropoteri, anticorpi istituzionali, una politica estera che non si riduce alla voce del presidente di turno. Ma proprio per questo è anche una notizia inquietante. Una liberal-democrazia con più di duecento anni di storia alle spalle non dovrebbe mai trovarsi nella condizione di dover spiegare ai propri alleati che non intende acquisire territori altrui.

Non dovrebbe essere necessario ricordare che il diritto internazionale non è un’opinione, né che la sovranità è un valore negoziabile in qualunque momento.



Se ciò accade, il problema non è solo chi pronuncia certe parole, ma il fatto che esse risultino abbastanza credibili da richiedere una smentita ufficiale o quasi.

Il dato citato dalla senatrice repubblicana Lisa Murkowski — circa il 75 per cento degli americani contrario all’idea che gli Stati Uniti “acquisiscano” la Groenlandia — è politicamente rilevante, ma non risolutivo.

Mostra che l’espansionismo non gode di un consenso democratico solido; non elimina però il punto centrale: oggi un leader eletto può parlare impunemente di annessione territoriale come se si fosse a Vienna, anno di grazia 1815, o ancora prima al tempo dei Trattati di Westfalia (Münster e Osnabrück), anno di grazia 1648. O addirittura ancora più indietro nei secoli, fino alla “stato caserma” degli Assiri, circa tremila anni fa…

Cioè, cosa grave, questo linguaggio non viene immediatamente espulso dal perimetro del dicibile.

Qui sta lo slittamento più pericoloso. Non il bellicismo praticato, ma il bellicismo normalizzato come ipotesi. Non la violazione del diritto, ma la sua trasformazione in fastidio procedurale.



Come scrivevamo, è la geopolitica ridotta a grammatica della necessità: un territorio “serve”, è “strategico”, “non può essere lasciato ad altri”. La lezione di Tucidide non è mai stata così attuale (**).

La missione bipartisan del Congresso va allora letta anche come una forma di diplomazia correttiva. Per gli Stati Uniti non è un fatto del tutto inedito, ma ogni suo precedente segnala una crisi di credibilità dell’esecutivo.

È accaduto negli anni Settanta, quando parlamentari americani incontrarono alleati europei e asiatici per rassicurarli sulla continuità degli impegni statunitensi durante il declino della presidenza Nixon e il trauma del Vietnam.

È riaccaduto negli anni Ottanta, dopo lo scandalo Iran-Contra, quando il Congresso dovette ribadire che la politica estera non era diventata un affare personale della Casa Bianca.

Ed è accaduto più recentemente durante il primo mandato di Trump, con delegazioni inviate in Europa e nell’area NATO per garantire che gli Stati Uniti non avrebbero dismesso unilateralmente le loro alleanze.

Attenzione però: in tutti questi casi l’oggetto della rassicurazione era la fedeltà.

Fedeltà agli accordi, alle alleanze, alle regole del gioco.

 


Il caso della Groenlandia segna un passaggio ulteriore e più inquietante. Qui non si tratta di assicurare che Washington non abbandonerà un alleato, ma di chiarire che non intende appropriarsene. Per fare una battuta, quello del Congresso è tardivo contro-putinismo spiegato al popolo.

Siamo davanti a una soglia simbolica diversa, che dice molto sul mutamento del linguaggio del potere: quando una democrazia liberale deve precisare di non avere mire territoriali, significa che l’idea stessa della conquista militare è rientrata nel campo del politicamente pensabile e soprattutto praticabile.

Il punto, allora, non è solo Trump.

Trump è un acceleratore, certamente importante, di un fatto strutturale, che concerne anche l’opposizione a Trump. 

Ci spieghiamo meglio: il problema è una cultura politica che ha smesso di considerare certi tabù come tali. Li difende solo ex post, quando il danno simbolico è già stato fatto.

 


Prima si assiste passivamente o quasi alla riemersione dell’indicibile. Poi si manda una delegazione a spiegare che non è proprio così, eccetera, eccetera. In questo modo - come quando il veleno penetra lentamente in  un corpo umano -  le democrazie non crollano di colpo, ma si logorano: quando ciò che un tempo era impensabile diventa discutibile, e ciò che era illegittimo diventa negoziabile. La demcorazia muore lentamente per intossicazione cronica...

Stiamo assistendo alla velenosa  normalizzazione di una politica estera che al “dolce commercio”, teorizzato dalla cultura illuminista (commercio che tra l’altro sta subendo una seria militarizzazione), sostituisce l’antico bellicismo assiro.

 


La cosa più grave è che il nuovo Tiglath-Pileser III (parliamo di un sovrano vissuto circa tremila anni fa) avrebbe alle spalle la più antica costituzione scritta liberale. Che infatti, il “neo-assiro” Trump regolarmente calpesta. E anche con piacere.

Si pensi all’improvviso risveglio di un mostro preistorico. Un Jurassic Park che però non vedremo solo al cinema (***).

Detto altrimenti: la Groenlandia, in questa storia, è solo il luogo. Il problema è la bussola.

In sintesi: il problema non è solo Trump. È che il linguaggio della conquista è tornato accettabile, e questo è il vero allarme per la liberal-democrazia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/groenlandia-in-migliaia-a-copenaghen-contro-trump-ce-anche-delegazione-del-congresso-usa_7DJ00ZqtkHROAGDVRplckc .

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/quando-serve-un-territorio-la.html .

(***) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/caracas-trump-contro-il-liberalismo.html .

sabato 17 gennaio 2026

Trump, il nemico principale

 


Intanto vi segnalo il notevole articolo di Giacomo Brotto (*), molto più giovane di chi scrive, ma ultimo moicano di un liberalismo forse mai esistito almeno qui in Italia, di sicuro dopo Cavour.

Anche Giolitti lo fu, però in modo fin troppo più pragmatico. Il che lo rese indifeso dinanzi al fascismo. Croce ci raccontò lealmente l’Italia liberale e provò a vaccinare gli italiani anni dallo stato etico con i pennacchi dei carabinieri. Non vi riuscì.

Gentile si perse, cercando l’alba liberale nell’imbrunire del fascismo: una fosca tragedia anche personale. De Gasperi ritentò. Ma gli italiani, tuttora imbevuti di fascismo, non ascoltarono. Da ultimi, quattro o cinque professori liberali, che, sebbene per poche ore, bevvero alla fonte della giovinezza inquinata di Berlusconi. E per poco non si avvelenarono. Dopo di che, fine delle trasmissioni (liberali).



Cosa vogliamo dire? Che il liberalismo in Italia oggi è ridotto a Renzi e altri imbonitori. Ha ragione Brotto.

De resto come potrebbe un vero liberale schierarsi dalla parte di Trump, Meloni, Le Pen e di tutta quella variopinta congrega di fascisti? Un guazzabuglio di fascisti che si dicono conservatori e di conservatori che si comportano come fascisti. Tra Orbán e Milei da una parte e Reagan e la Thacher dall’altra, corre la stessa differenza assoluta che passa tra Bombolo, al secolo Franco Lechner, e Marcello Mastroianni.

Su un punto non conveniamo con Brotto (almeno così ci pare): l’ordine internazionale liberale, costi quelche costi, va difeso con la forza, proprio quella forza che Trump e altri briganti, come lui, sparsi per il globo, usano senza porsi alcuno scrupolo morale. Certo serve un salto cognitivo-politico che sfiora il miracolo.

Ma come si può restare con le mani in mano, aspettando Godot (si fa per dire), dopo ciò che ha dichiarato Trump? A proposito della superiorità morale della sua persona, su ogni forma di diritto, a partire da quello internazionale? Trump ci riporta indietro a un concezione autocratica del potere, al principio, attribuito a Ulpiano dell’imperatore legibus solutus (sciolto dalle leggi). Una cosa terribile. Serve un salto quantico.

Come quest’uomo sia potuto uscire fuori da una cultura politica, pesi e contrappesi costituzionali che ha nel Federalist, il punto più nobile, è uno di quei misteri storici che riportano all’impossibilità di spiegare il perché del male nel mondo. Sono cose che accadono. Povere quelle epoche in cui appare l’autocrate.



Ovviamente, si può, anzi si deve combatterlo. Il che implica, ripetiamo, se l’ordine liberale vuole sopravvivere, come accadde con Hitler e Mussolini,  il ricorso alla forza. I principi morali, piccoli o grandi che siano, se vi si crede, vanno difesi con la spada.

Si dirà, puntando il dito: ma come anche l’ordine liberale è legibus solutus? E lo stato di diritto? La non violazione della sovranità nazionale recepita dal diritto internazionale? Eccetera, eccetera?

La differenza è tutta qui: la forza liberale non si fonda sull’arbitrio di un uomo, ma su una decisione politica, all’insegna dell’idem sentire, temporanea e revocabile, assunta per difendere le regole comuni, non per sospenderle definitivamente.



Purtroppo come scrive Brotto, a proposito dell’azione militare di Trump contro Maduro, va prima recuperata (questo lo diciamo noi) la capacità di “un’azione militare e di intelligence tremendamente efficace”, però politicamente non “tossica”: sanatrice, capace di mettere l’Europa e l’Occidente al riparo, o addirittura nella condizione di avere la meglio sulle forze del male.

Una parola sola: riarmo. Morale, militare. Un’Europa magari più piccola, ma militarmente unita e armata fino ai denti. I violenti capiscono e temono solo la forza delle armi. E l’Europa ha le risorse economiche per avviare una transizione ai missili. Altro che le foglioline di insalata biologica.

Il diritto internazionale liberale va difeso con la forza. Su questo dovrebbe esserci unità di intenti. Il che allo stato dei fatti sembra difficile. Solo un esempio. Il mondo è attraversato da venti di guerra e Giorgia Meloni, la fascistella che fa campagna elettorale per Orbán, che fa? Si alza presto e va al mercato giapponese con il canestrello a vendere le uova: “ Le voi Signo’? Ova fresche, Signo’!”



Un quadro internazionale ad alto rischio di infiammabilità. E lo è ogni volta di più che si approva l’operato di Trump, il “liberatore” del Venezuela, e della destra internazionale che lo affianca servilmente. La medaglia Nobel della Machado, da lei donata a Trump, grida vendetta.

Pertanto, inutile ora dividersi sulla necessità di portare o meno la libertà al Venezuela e all’ Iran, ci si penserà dopo. E per una semplice ragione: il nemico principale dell’Occidente, non è  più Putin (che ovviamente resta nemico), ma è Trump. Un cancro politico che corrode dall’interno l’ordine liberale. Va asportato o quanto meno “chemioterapizzato”.

 


Di conseguenza, la Groenlandia, sulla difesa della quale, le forze residue della libertà in Francia, Gran Bretagna, Germania e di chiunque in Europa si riconosca nei principi liberali, devono concentrarsi, può diventare il punto di rinascita o di caduta dell’ordine liberale che ha garantito ottant’anni di pace.

Così stanno le cose.


Trump, una specie di mostro ripugnante, che sembra uscito dal ciclo di Cthulhu di Lovecraft, è il nemico principale dell’Occidente liberale. Non ci stancheremo mai di ripeterlo.

La Groenlandia sarà il banco di prova. Il nostro nuovo sbarco in Normandia, senza truppe americane questa volta.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.rimbrotto.it/politica/piccoli-principi-morali/ .

venerdì 16 gennaio 2026

Quando “serve” un territorio: la grammatica nascosta della volontà di potenza

 


Ci sono parole che sembrano innocue, quasi tecniche, e che invece fanno già metà del lavoro politico. Una di queste è il verbo “servire”. Quando diciamo che un territorio “serve”, che “è necessario”, che “è strategico”, non stiamo semplicemente descrivendo una realtà: stiamo già adottando un punto di vista. Quello di chi può permettersi di decidere.

È da questo slittamento, apparentemente neutro, che nasce quel diffuso potere cognitivo della geopolitica contemporanea: una pseudo-disciplina che normalizza la forza, trasforma la prepotenza in razionalità e la volontà di potenza in buon senso.

Un esempio recente e istruttivo di questa grammatica discorsiva è offerto dai molti articoli dedicati alla rinnovata centralità strategica della Groenlandia (*)

Sono tanti, anzi troppi i titoli e analisi che spiegano perché la Groenlandia sia diventata centrale: rotte artiche, basi militari, risorse minerarie, rare o meno, competizione tra grandi potenze. Nessun errore fattuale, tutto giusto. Siamo però allo stesso livello delle tabelline: 1×2 = 2; 2×2= 4; 3×2 = 6; e così via. Tutti ripetono le stesse cose a pappagallo. Si pensi a una specie di vasca cogntiva in cui nuotiamo tutti, dal professore, che risiede all’ultimo piano, al portinaio che fa capolino dalla sua guardiola.



Il punto critico sta altrove: nel passaggio quasi impercettibile dalla descrizione alla normalizzazione. Quando si dice che una potenza “ha bisogno” di un territorio, quando si suggerisce che “serve” a qualcuno, si compie già una scelta di campo simbolica. Si adotta, magari senza volerlo, il linguaggio del potere che rivendica.

Dire che “tutti vogliono la Groenlandia” significa guardare il mondo dal punto di vista di chi può volerla. Le grandi potenze entrano in scena come attori razionali, portatori di interessi legittimi; ciò che resta fuori quadro è la domanda decisiva: chi decide? E con quale diritto?

Questa struttura discorsiva, che parte dalla pretesa ovvietà dell’aggressione, non è nuova. Anche a Hitler, nel 1939, Danzica “serviva”. Serviva per ragioni strategiche, etniche, simboliche; serviva a ricucire un’ingiustizia storica, a ristabilire un equilibrio violato. Nessuna di queste ragioni era inventata. Eppure, prese insieme, non costituivano una necessità storica: erano la razionalizzazione di una volontà di potenza già decisa. Di un’aggressione per l’appunto. Il problema non è il paragone storico — che riguarda contesti incomparabili — ma la forma del ragionamento, che è sorprendentemente resistente nel tempo. Atene non era la Germania hitleriana, eppure, come racconta Tucidide nel discorso ai Meli, non lasciò alcun dubbio sulla sua logica di potere.



Quando la geopolitica viene raccontata come un elenco di “bisogni” delle grandi potenze, la sovranità degli altri scompare, cioè la sovranità di chi non ha sufficiente forza per opporsi. Diventa un dettaglio, un vincolo fastidioso, un fattore secondario rispetto alla presunta razionalità degli interessi strategici. Che però rinviano, per semplificare, ai prepotenti. In questo schema, non conta se un territorio è abitato, se ha una storia, se porta con sé una memoria culturale: conta solo ciò che rappresenta nel gioco di forza globale. O per dirla meglio dei prepotenti globali.

È qui che Trump entra in scena,  non come causa, ma come sintomo. Trump non inventa questa mentalità; la radicalizza e la rende esplicita. Dice ad alta voce ciò che il discorso dominante suggerisce sottovoce. Se una cosa “serve”, perché non prenderla? Se è strategica, perché lasciarla ad altri? Se rafforza la sicurezza nazionale, perché perdere tempo con procedure, alleanze, sovranità altrui? Siamo dinanzi all’elogio del prepotente, del realismo politico criminogeno, che gode del male che commette, In questo senso, al netto dei catastrofici risultati, Hitler viene considerato uno statista migliore di Churchill.

Il lettore presti attenzione perché siamo davanti a tre  tipi di realismo politico: (1) il realismo politico del prepotente; (2) il realismo inevitabile che prende atto del male necessario, che può essere quello di Churchill, che capiva le sofferenze che avrebbe inflitto al popolo britannico (ma anche tedesco), opponendosi a Hitler, quindi non poteva godere del male che avrebbe commesso; (3) il realismo politico standard, accademico diciamo, che prende semplicemente atto della dinamica degli interessi, e pertanto Hitler e Churchill pari sono. Come lo sono Trump e Macron, Putin e Merz, e così via (**).

 


La Groenlandia, in questa storia, diventa uno spazio quasi vuoto: una pedina, una piattaforma, una riserva. Ma non è né vuota né neutra. È abitata, ha istituzioni, una relazione complessa con la Danimarca. Il che può essere preso in considerazione  solo dal realismo del male necessario (2), che si oppone al progetto egemonico di altri perché non può farne a meno, in nome della storia, dei valori, delle istituzioni. Ovviamente anche queste sono razionalizzazioni ex post, ma  non è detto che siano sempre e solo e  fandonie. Ma questa per ora è un'altra storia. 

Per contro, parlare della Groenlandia solo come nudo oggetto di competizione tra Stati Uniti, Cina, Russia ed Europa significa riprodurre una logica di potenza. Il che è già implicito nel realismo standard (3), che però proprio perché ammette che i territori contano solo per ciò che offrono, risulta permeabile al realismo criminogeno (1). Di qui la scontata normalizzazione del criminale politico.

Non si tratta di un’adesione morale, ma di un’abitudine cognitiva: ci si limita a pensare il mondo come lo pensano i più forti.


 

Ci spieghiamo meglio. Questo realismo diffuso ( che si presenta come standard ma che in realtà è criminogeno) non favorisce Trump perché lo approva, ma perché lo dipinge come ragionevole. Lo inserisce in una cornice di normalità o quasi in cui le sue pretese appaiono come una versione rozza, ma coerente, di un discorso già ampiamente accettato. Il rischio non è la propaganda, ma qualcosa di più sottile: la trasformazione della volontà di potenza in buon senso geopolitico. Cioè avviene, come detto, il passaggio dal realismo politico criminogeno al realismo politico standard. Un realismo politico standard che però ha recepito le ragioni del realismo criminogeno, le ha normalizzate.

Il che spiega articoli come quello citato all’inizio e tanti altri articoli dello stesso tenore. 


La storia insegna che le peggiori avventure politiche non iniziano con l’irrazionalità, ma con l’eccesso di buone ragioni. È così che la forza smette di apparire per quello che è. E quando la politica viene raccontata solo dal punto di vista di chi può prendersi ciò che vuole, il problema non è più Trump. È il nostro modo di pensare il mondo

Carlo Gambescia

 

(*) Per un esempio di  questo  modo di raccontare la geopolitica, si veda  articolo che segue — ben scritto nel suo genere — sui motivi per cui “tutti vogliono la Groenlandia”: https://www.agi.it/estero/news/2026-01-15/tre-motivi-per-cui-tutti-vogliono-la-groenlandia-35103785/ .

(**) Abbiamo trattato a fondo queste tematiche nel nostro Il grattacielo e il formichiere, Sociologia del realismo politico, Edizioni Il Foglio, 2019.

giovedì 15 gennaio 2026

I falsi amici del liberalismo

 


Questo innamoramento di certi liberali per un Trump, tiranno in casa sua, ma che porterebbe la libertà in Venezuela e Iran, lascia veramente senza parole. Puro occasionalismo storico, che nasce da un atavico odio verso la sinistra, che si vuole sconfiggere anche alleandosi con il diavolo. Come fu contro il “bolscevismo”.

Ma la “sinistra Ztl”, come la chiama ironicamente la destra, non ha nulla di leninista. Il welfarismo per quanto indigesto è una variante riformista non rivoluzionaria di certo socialismo comunque democratico. È nel sistema non fuori del sistema. In sintesi:  Beveridge non è Stalin, che assaltava treni,  la Schlein, per quanto antipatica, non è una brigatista irriducibile.

Di  conseguenza  perché accreditare una destra razzista, reazionaria e internazionale –  dal momento che  il  fenomeno purtroppo è mondiale – presunta paladina della libertà. Una destra che edifica all’interno lo stato di polizia e allo stesso tempo evoca la liberazione dei popoli dalle dittature. E che è quanto di peggio potesse capitare,  per rovinare definitivamente qualsiasi vera aspirazione liberale. Una specie di pietra tombale.

Trump, Milei, Meloni, Orbán non sono anomalie locali né semplici leader “illiberali”. Sono i falsi amici del liberalismo.



A dirla tutta, con minime varianti nazionali rinviano tutti allo stesso paradigma, che liberale non è: l’idea che la libertà possa essere difesa solo comprimendola, che lo stato di diritto sia un intralcio anziché una garanzia, che il comando debba sostituire il conflitto regolato. Agendo così, essi – insieme ai liberali che li sostengono – non si comportano da traditori accidentali del liberalismo, ma da suoi necrofori consapevoli.

Dopo l’alleanza con i fascisti dei cosiddetti conservatori liberali, tra le due guerre novecentesche in Italia, Germania, Francia e ovunque si subisse il fascino per il decisionismo dell’uomo forte, siamo di nuovo dinanzi a ciò che si può chiamare l’ubriacatura liberale per la forza.

Una forza, attenzione, giocata contro un liberalismo che si rende complice, come fu in Italia con Mussolini, di chi disprezza il liberalismo, se non a parole, di sicuro nei fatti.

Si può fare qualcosa per frenare questa corsa verso l’abisso? Che ogni vero liberale non può che temere? 

La sinistra non aiuta, perché ha scambiato la critica del potere con una postura morale permanente: pacifista per principio, statalista per riflesso, incapace di distinguere tra libertà e protezione.



E il mondo cattolico? Appare diviso e subalterno, prigioniero di una fedeltà geopolitica che gli impedisce di esercitare qualsiasi funzione critica autonoma. Leone XIV, per dirne solo una, non ha speso una parola sull’uccisione di Renée Nicole Good, la madre di tre figli uccisa da un agente dell’ICE, gente di Trump dal grilletto fin troppo facile.

Della destra abbiamo detto. Pertanto ogni vero liberale, che ha a cuore la libertà, non ha alleati. Non può che sentirsi solo. Anche perché – e questa è la vera tragedia del liberalismo, una autentica maledizione – la gente comune, la si chiami pure massa, non sa cosa farsene della libertà, soprattutto nelle sue forme più alte, di parola e di pensiero.

In Occidente l’astensionismo di massa e l’analfabetismo storico non sono semplici dati sociologici: sono sintomi. Segnalano una frattura profonda tra libertà formale e capacità reale di esercitarla. La partecipazione democratica presuppone conoscenza, tempo, distanza critica; ma tutto ciò entra in conflitto con una società che vive nell’immediatezza e delega allo stato la gestione dell’insicurezza, salvo poi invocare una libertà senza vincoli.

 


Si vive l’attimo e si condivide una specie di individualismo protetto, che punta a coniugare il massimo dello statalismo con il massimo della libertà: la quadratura del cerchio. Sono questioni a monte, come si diceva un tempo. Questioni che prescindono dall’invenzione dei social e dalla rivoluzione comunicativa digitale.


Purtroppo la libertà, la vera libertà, fatta di conoscenza e cultura, è per pochi. E’ frutto di una scelta, prima inconsapevole, almeno fino all’Ottocento, poi sempre più consapevole. Ma non per tutti, Anzi per pochi. Dal momento che il liberale, anche quando non sapeva di esserlo, era visto come un “signore”. Perché si diceva, soprattutto il “popolo”: “sono i ricchi, o comunque chi non ha bisogno di lavorare, che possono occuparsi di politica”. Il che ci riporta all’Illuminismo, alle minoranze creative, a un certo liberalismo aristocratico, quantomeno nella forma. Che, nonostante tutto, risultava antipatico. 
 
Un filone, amato e odiato sempre dal popolo, che percorre tutta la storia del liberalismo, dal disperato studio di Locke, Montesquieu, Hume, Smith, Tocqueville, fino ai liberali tristi del secolo scorso (*).

Il liberalismo – ripetiamolo – è una pratica ma anche un’idea. Che, quando e se viene tradotta politicamente, ciò avviene, come per tutte le cose, attraverso l’adattamento alla realtà. Il costruttivismo, anche quando minimo, paga sempre pegno alla realtà. Nessuno è perfetto, insomma. E il liberale vero lo sa bene. E diffida del demagogo.


Il momento più alto raggiunto dal liberalismo – diciamo come consapevolezza di sé – rinvia alla Seconda guerra mondiale, al conflitto contro il totalitarismo, che in qualche misura poteva ricollegarsi al più antico conflitto dei liberali, senza saperlo, contro lo Stato assoluto, tra l’inizio dell’età moderna e la Rivoluzione francese.

La lezione liberale del 1945 è una grande lezione di libertà all’insegna di una pace recuperata, del ritorno ai commerci, alle istituzioni dello Stato di diritto, al multilateralismo diplomatico.

Se anche questa lezione viene rinnegata, come sta accadendo, allora il liberalismo rischia di essere di sconfitto non dai suoi nemici storici, ma dai suoi falsi amici. 

Come può un vero liberale essere dalla parte di Trump che vuole prendersi la Groenlandia con la forza, come Putin con l’Ucraina?

Si rifletta. Se così fosse, per un’idea nata contro il potere assoluto, questa sarebbe la sconfitta più amara.

 

Carlo Gambescia

(*) Sul punto rinviamo al nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio 2012.

mercoledì 14 gennaio 2026

Acca Larenzia. La strategia emotiva con cui Fratelli d’Italia normalizza il fascismo

 


C’è un errore diffuso nel leggere la strategia della memoria di Fratelli d’Italia: pensare che il partito di governo stia semplicemente “sdoganando” il fascismo. In realtà sta facendo qualcosa di più sottile e più efficace. Non lo riabilita: lo normalizza. Non lo difende: lo assorbe.

E lo fa attraverso una duplice politica della memoria, divisa tra ritualità identitaria interna e costruzione di una nuova memoria nazionale condivisa. Una divisione del lavoro simbolico che consente, da un lato, di conservare il nucleo militante, dall’altro di renderne l’eredità politicamente presentabile.

Il primo pilastro di questa strategia è la commemorazione di Acca Larenzia. Non un momento di lutto civile, né una richiesta di verità storica condivisa, ma un rito politico chiuso, che si ripete identico a se stesso da quasi cinquant’anni. Saluti romani, “presente”, schieramenti, simboli: una liturgia che non dialoga con la Repubblica, ma la sospende.



La strage del 7 gennaio 1978 resta, sul piano storico, torbida e irrisolta. Stefano Recchioni fu probabilmente ucciso da un colpo esploso da un carabiniere; gli altri due giovani missini caddero sotto il fuoco di un gruppo armato la cui collocazione politica non è mai stata definitivamente chiarita. Eppure questa complessità non è mai diventata domanda di giustizia o di chiarimento istituzionale.

È stata trasformata in mito vittimologico. Non una tragedia italiana, ma “i nostri morti”.

Non una ferita della Repubblica, ma un’offesa subita da una comunità politica che continua a percepirsi separata dallo Stato. Qui la memoria non serve a elaborare: serve a marcare l’identità.

Accanto a questo primo livello, se ne sviluppa un secondo, apparentemente opposto e in realtà complementare. È la memoria nazionale, sentimentale, inclusiva, messa in scena al cimitero del Verano: bandiera piegata, bambini, canti, Mameli, i caduti di tutte le guerre, le missioni di pace, la lotta alla mafia. Qui non c’è simbologia fascista esplicita, non c’è sfida, non c’è rottura. C’è la nazione come comunità emotiva.

Il passaggio è rivelatore: “Intonare Il mio canto libero di Lucio Battisti davanti all’altorilievo realizzato dalla mamma di Stefano Recchioni per suo figlio… ha fatto vibrare il muro del Sacrario”. Tra bandiere e canti, Stefano Recchioni diventa parte di un racconto nazionale più che di una storia politica.



Il militante missino, morto, come detto, in uno scontro politico violentissimo – viene sottratto al suo contesto storico e ricollocato in uno spazio emotivo nazionale, accanto ai caduti delle guerre, alle missioni di pace, agli “eroi italiani”. La distinzione scompare. Non c’è più differenza tra chi è morto per la Repubblica e chi militava in un’organizzazione, il Movimento Sociale Italiano, che della Repubblica riconosceva solo quella Sociale, l’ultima di Mussolini, sotto tutela nazista.

La memoria di Acca Larenzia, ripetiamo, viene qui traslata in emozione condivisa: Recchioni tra i caduti di tutte le guerre.

Qui sta il nodo decisivo. Il fascismo non viene riabilitato come progetto politico: viene depoliticizzato come esperienza storica.

Non più regime, responsabilità, scelta. Ma dolore, affetto, sacrificio, famiglia, figli. Non più un nemico della Repubblica, ma un frammento della sua genealogia emotiva.



Questa non è una semplice operazione retorica. È una forma di egemonia emotiva. Poiché imporre una revisione storica è più complicato, almeno per ora, si costruisce un regime degli affetti condivisi. Il conflitto politico viene disciolto nella commozione, la responsabilità storica nella partecipazione sentimentale. Non si chiede adesione ideologica, ma sintonia emotiva. Non di pensare allo stesso modo, ma di sentire insieme.

In questo dispositivo un ruolo centrale lo svolge Fabio Rampelli. Non una figura marginale, ma uno dei dirigenti storici di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Camera dei deputati, architetto, uomo di apparato e di cultura politica, cresciuto nella tradizione missina e oggi pienamente integrato nella gestione istituzionale del potere.

Rampelli non è un nostalgico folcloristico: è un mediatore culturale consapevole, capace di tradurre e ricomporre accezioni differenti di uno stesso linguaggio simbolico. Un linguaggio che, al netto delle sue riformulazioni, resta quello tipico del fascismo: il linguaggio delle idee senza parole. Come osservava Furio Jesi in Cultura di destra (Garzanti, 1979), la destra fascista non ha bisogno di concetti articolati né di dottrine coerenti: le sue idee viaggiano attraverso simboli, gesti, rituali, liturgie, capaci di aggirare la razionalità e di parlare direttamente all’inconscio mitologico della comunità (*).



Sotto questo aspetto il lavoro di mediazione non consiste nel prendere le distanze da quel linguaggio, ma nel ricodificarlo: depotenziarlo sul piano esplicito e rilanciarlo su quello emotivo. Il mito non scompare, viene reso presentabile. Si traduce in un linguaggio anestetizzante di emozioni condivise – lutto, appartenenza, rispetto, memoria – che sospende il giudizio critico e costruisce consenso non attraverso l’argomentazione, ma attraverso l’identificazione affettiva. È qui che si gioca l’egemonia: non nella persuasione razionale, ma nella normalizzazione sentimentale di un immaginario che resta intatto nella sua struttura profonda.

Il che spiega la sua doppia presenza. Rampelli partecipa alla commemorazione “istituzionale”, non apertamente fascista, al Verano, l’11 gennaio. Ma, pur mantenendo una distanza formale dalle celebrazioni dei “duri e puri”, è presente anche ad Acca Larenzia, il giorno 7, anniversario dell’uccisione dei tre attivisti missini, in una manifestazione distinta da quella apertamente nostalgica, ma inserita nello stesso perimetro simbolico. Accompagnato, nelle due manifestazioni, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Regione Lazio, trasformando così la sua presenza in un gesto politico-istituzionale calibrato. Attenzione però: non è ambiguità personale: è strategia. Ovviamente, conoscendo la struttura verticale di Fratelli d’Italia, condivisa in alto.



Acca Larenzia resta il luogo della fedeltà e della memoria militante; il Verano diventa lo spazio della tradizione nazionale, della pedagogia emotiva, della costruzione dell’egemonia. Rampelli incarna il passaggio dalla micro-cultura di partito alla macro-cultura della nazione: non rinnega il nucleo identitario, diciamo fascista, lo rende compatibile con il nuovo linguaggio dello Stato che va plasmando Fratelli d’Italia, partito, che nulla ha rinnegato, nulla ha dimenticato.

Il radicalismo non viene negato: viene messo al riparo. La sua eredità, però, viene diluita nella memoria comune. Intesa come fatto emozionale.

Ma una memoria che include tutto senza distinguere, tra ragione e assemblearismo emotivo, neutralizza. E una democrazia che rinuncia a giudicare la propria storia, in nome dell’emozione condivisa, smette lentamente di sapere perché esiste.

Carlo Gambescia

(*) Del seminale libro di Jesi si veda la nuova edizione accresciuta Cultura di destra.Con tre inediti e un’intervista, a cura di A. Cavalletti, Nottetempo, Roma 2011. Jesi probabilmente, nonostante i lavoro successivi di altri, resta lo studioso che ha saputo individuare, con maggior precisione e in tempi non sospetti, le radici mitologiche, o se si preferisce mitopoietiche, della destra fascista. Si veda, come propedeutica al suo approccio in argomento, F. Jesi, Mito, ISEDI, Milano 1973 (e successive edizioni) .

martedì 13 gennaio 2026

Iran. Il ritorno del mito di Mossadeq

 


Certo Occidente, lo stesso Occidente che piange per Maduro, apprezza Putin e in fondo all’anima non disdegna le maniere forti di Trump verso l’Unione europea, ha riscoperto Mossadeq proprio nei giorni in cui l’Iran, sceso in piazza, avrebbe bisogno di ben altro aiuto.

Chi era Mossadeq? Un uomo politico formatosi in Europa che divenne Primo Ministro tra il 1951 e il 1953. Inizialmente non malvisto dagli americani:  “Time” lo mise in copertina come uomo dell’anno nel gennaio 1952.  Mossadeq  però  puntò  sulla nazionalizzazione  del petrolio, misura giudicata come ostile  - si era in piena Guerra fredda -  e fu deposto con un colpo di Stato organizzato da americani e britannici. Dopo di che il potere tornò allo scià Mohammad Reza Pahlavi, a sua volta deposto nel 1979, dopo un progressivo disimpegno americano che finì per spianare la strada al regime degli ayatollah, permettendogli di prendere il potere, consolidarsi e trascinare l’Iran in una sorta di nuovo Medioevo politico e civile.





Pertanto, secondo la versione dei nemici dell’Occidente, soprattutto interni (**), se si fosse lasciato governare Mossadeq non ci sarebbe stato Khomeini. Si tratta di una lettura fortemente semplificata, che tende a ignorare un dato tutt’altro che secondario: la possibile deriva nazionalista, militarista e potenzialmente bellicista che avrebbe comunque potuto prendere forma in Iran. Un Paese che pullulava di generali, molti dei quali guardavano a Mosca come a un interlocutore naturale (***). E, ripetiamo, durante la Guerra fredda.

Qual è il punto? Che le intenzioni politiche, da sole, non bastano. Il potere non conosce vuoti. Mossadeq, una volta estromessi britannici e americani, si sarebbe con ogni probabilità trovato nella condizione di dover cercare nuovi appoggi internazionali, con il rischio concreto di un avvicinamento all’Unione Sovietica. Anche perché il petrolio - di cui, paradossalmente, la Russia non aveva particolare bisogno, ma lo stesso si poteva dire degli americani - non si estrae da solo: richiede tecnologie e competenze tecniche che l’Iran dell’epoca non possedeva. Nella migliore delle ipotesi, un Iran guidato da Mossadeq avrebbe potuto barcamenarsi fra i non allineati, una scelta che difficilmente avrebbe migliorato in modo significativo le sue prospettive tecnologiche, istituzionali e riformistiche.

 


Si pensi, ad esempio, alla redistribuzione delle terre, o riforma agraria, cavallo di battaglia di Mossadeq: senza l’impresa capitalistica, senza una borghesia di moderni proprietari - alla Cavour, per intendersi -  si  rischiava di non incidere realmente sulla condizione di arretratezza economica e culturale del mondo contadino. Lo dimostra, per tutti, la sorte dell’abolizione della servitù della gleba in Russia.

Va inoltre ricordato che il clero sciita, proprio perché diffidente verso i processi di modernizzazione, soprattutto sul piano culturale, fu ostile a Mossadeq così come lo sarebbe stato, in seguito, allo Scià. Non per ragioni contingenti, ma per una opposizione di principio a qualsiasi processo di secolarizzazione.



Ecco perché eleggere Mossadeq a campione delle libertà iraniane, cancellate da Stati Uniti e Gran Bretagna, significa, dal punto di vista dell’argomentazione storica, rischiare di scambiare la parte per il tutto. Il problema dell’Iran novecentesco non fu tanto la breve parentesi rappresentata da Mossadeq, quanto il ruolo strutturale giocato dal clero sciita, sistematicamente contrario a ogni forma di modernizzazione, a prescindere dal colore politico dei governi. Una realtà che, ancora oggi, è sotto gli occhi di tutti.

Di qui l’importanza del ruolo che potrebbe giocare l’Occidente nell’abbattimento del regime teocratico. Ma come? Ricorrendo ai modi spicci di Trump? A una trattativa — scelta spesso preferita dagli europei — per favorire la transizione dal regime teocratico a un regime laico? Ma di che tipo? E con quali classi dirigenti? Certamente non sarà innalzando il “santino” Mossadeq che l’Iran risolverà i suoi problemi.

Mossadeq, come detto, è un simbolo, probabilmente suo malgrado, ma lo è soprattutto per una parte dell’opinione pubblica occidentale tradizionalmente ostile all’Occidente stesso. La stessa che tende a indulgere verso figure come Maduro, a guardare con ambiguità a Trump o, più in generale, a coltivare una fascinazione per l’uomo forte. Ciò che Mossadeq non era. Ed è anche per questo che perse la sua battaglia: una battaglia che però, se vinta, avrebbe potuto favorire l’ascesa di militari terzomondisti e filo-sovietici. Sarebbe bastato tutto questo per sgominare il clero sciita? Ecco la vera domanda da porsi.



Valga per tutti l’esempio della Turchia: un Paese a maggioranza sunnita, passato attraverso una profonda modernizzazione autoritaria di stampo laico durante la stagione kemalista, e che oggi, anche a causa dell’ambiguità politica del suo leader e dell’assenza di una solida borghesia liberale, mostra evidenti segni di rifondamentalizzazione. Segno che neppure un Islam sunnita, quando la modernizzazione resta incompleta e fragile, è immune da derive religiose radicali.

L’Islam fondamentalista è difficile da estirpare. E lo sciismo, proprio perché minoritario, ha storicamente mostrato una maggiore propensione all’estremismo politico, sebbene anche il sunnismo presenti correnti radicali e violente. Qui sta il vero problema. Forse, almeno nel breve periodo, insuperabile.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://content.time.com/time/magazine/0,9263,7601520107,00.html .

 

(**) Per fare un esempio italiano, si pensi a figure politiche dal forte tono folcloristico ma nello stesso tempo percepite come potenzialmente minacciose, come Alessandro Di Battista. Si veda qui: https://alessandrodibattista.substack.com/p/iran-diritti-umani-e-menzogne-democratiche .

 

(***)Una biografia utile per comprendere i limiti politici e strutturali dell’esperienza di Mossadeq è E Abrahamian, The Coup: 1953, the CIA, and the Roots of Modern U.S.-Iranian Relations, New Press, New York 2013, che documenta l’isolamento progressivo del Primo Ministro, la pressione dei militari e il ruolo crescente delle forze filo-sovietiche nel biennio 1952–53.

lunedì 12 gennaio 2026

La “piazza costituente iraniana”: una tesi da discutere

 


L’articolo di Gianluca Eramo (*) sulla crisi iraniana è intelligente, colto, ambizioso (**). Ha un pregio non comune nel dibattito corrente: prende sul serio la storia lunga dell’Iran e rifiuta letture improvvisate, emozionali o puramente mediatiche. La sua idea di una “piazza costituente permanente”, che dal 1906 attraversa tutto il Novecento iraniano fino alle proteste odierne, è suggestiva e, per molti aspetti, fondata. Così come è fondata la denuncia del tradimento ricorrente delle élite, monarchiche prima e teocratiche poi, capaci di sequestrare l’energia sociale per trasformarla in nuove forme di dominio.

Proprio perché il quadro è alto e ben argomentato, vale però la pena interrogarsi sui suoi presupposti teorici. Il rischio, a mio avviso, è quello di un “giacobinismo democratico inconsapevole”: una fiducia quasi morale — per così dire pre-assuntiva — nella piazza come soggetto costituente in sé, e di una lettura della storia iraniana come marcia incompiuta ma necessaria verso un esito democratico. Un approccio che tende a trascurare alcune regolarità metapolitiche, come forme di comportamento politico ricorrenti (***).  Cercherò di formulare  alcune critiche, evitando  di cadere  nell’ errore comtiano  di ricondurre la realtà entro schemi rigidi o autosufficienti. Accusa che di solito si rivolge alla metapolitica. Del resto nessuno è perfetto.  

Il primo punto critico riguarda la contrapposizione netta tra popolo ed élite. In Eramo la piazza appare costantemente come depositaria di un’istanza autentica di libertà, mentre l’élite è sempre traditrice, sequestratrice, parassitaria. È una struttura narrativa potente, ma teoricamente fragile.

La storia, e quella iraniana in particolare, mostra che le rivoluzioni non vengono solo tradite dall’alto: spesso vengono rese possibili dal basso. Il 1979 non fu soltanto il sequestro di una rivoluzione pluralista da parte del clero, ma anche l’esito di una mobilitazione di massa che accettò – se non altro per assenza di alternative – la soluzione teocratica. Alla fine purtroppo sono sempre le élite politiche a prevalere, a prescindere dal colore politico. E questa è una chiara regolarità metapolitica: quella della divisione in governanti e governati. Che non può prescindere da un’altra regolarità metapolitica, quel dell’inevitabile passaggio dal movimento all’istituzione, pena il dissolvimento politico o la trasformazione in setta (del movimento). Insomma ogni potere costituente si tramuta inevitabilmente in costituito. Se mi si consente una battuta si nasce rivoluzionari e si muore carabinieri.



Qui pesa l’assenza di una categoria decisiva della scienza politica italiana: quella di rivoluzione passiva, formulata da Vincenzo Cuoco e ripresa poi da Gramsci (in chiave forse troppo deterministica). In Iran, più che una rivoluzione tradita (tesi ex post, razionalizzante la sconfitta politica, altra regolarità), abbiamo assistito, privilegiando  analiticamente il lato dei contenuti regressivi rispetto allo schema moderno, a una rivoluzione passiva in cui una parte significativa della società ha interiorizzato un ordine che prometteva riscatto, identità e protezione rifiutando la soluzione, diciamo così, liberale, attiva, moderna, forse perché percepita come troppo radicale o come effetto non previsto dell’ insufficienza delle élite “liberali”. Di qui il passaggio movimento-istituzione, pur che sia istituzione. L’inevitabile ritorno allo stato di quiete. O di inerzia se si preferisce.
Detto altrimenti, assolvere la piazza per principio significa rinunciare a capire certa passività sociale-inerziale, e come e perché certe forme di dominio attecchiscono e altre no. Significa non capire la causa della triste fine dei martiri liberali napoletani del 1799.

Il secondo nodo è una sorta di teleologia democratica. L’Iran di Eramo sembra portare dentro di sé, sin dal 1906, un destino democratico continuamente rinviato ma mai negato. È una lettura affascinante, ma rischia di trasformare la storia in un tribunale morale. Le piazze desiderano la libertà; da ciò non discende automaticamente la capacità di produrla in forma istituzionale. La storia non “si fa” da sola. Senza organizzazione, leadership, strategia e soprattutto senza una forma statuale alternativa, le rivolte restano tali: potenti, generose, spesso eroiche, ma politicamente fragili. Le Primavere arabe dovrebbero aver insegnato qualcosa.Altra regolarità metapolitica: il potere tende sempre a ricostituirsi. Il che va tenuto in considerazione.



Il terzo punto riguarda il rimosso della modernizzazione dall’alto. La stagione pahlaviana viene giustamente criticata per il suo autoritarismo, ma liquidarla solo come tradimento significa eludere una questione centrale: in società non borghesi, prive di una solida infrastruttura istituzionale e societaria, i processi di modernizzazione sono spesso stati avviati da stati forti, talvolta brutali. Il “momento Atatürk” non è una soluzione normativa, ma un problema storico che non può essere semplicemente cancellato. Condannare ogni verticalità del potere e al tempo stesso invocare uno stato post-teocratico stabile è una contraddizione che andrebbe affrontata. Non si può ignorare il momento centripeto, della centralizzazione, rispetto al momento centrifugo, della dissoluzione. Tra l’altro la storia della Persia, e non dal 1906, è un succedersi di momenti centripeti e centrifughi. Altra regolarità metapolitica che, a dire il vero, ritroviamo ovunque, e che indica che il ruolo dello stato, piaccia o meno, non può essere ignorato ma neppure enfatizzato.

Questione che si ricollega al modello implicito della rivoluzione borghese. L’Iran non è, e non è mai stato, una società borghese nel senso europeo del termine. Il bazar – attore centrale anche oggi – non è la borghesia rivoluzionaria del 1789: è corporativo, prudente, orientato alla prevedibilità più che alla trasformazione radicale. Quando chiude, non proclama la sovranità popolare: segnala una crisi di governabilità. È una differenza cruciale. Le rivoluzioni non nascono solo nelle piazze; si consolidano quando i mercati cessano di funzionare come tali e quando lo stato perde la capacità di garantire un minimo di ordine prevedibile.  Sicché al momento centrofugo segue quindi il momento centripeto. E così via. Nulla è defintivo.



Detto questo, l’avvertimento finale di Eramo è condivisibile: nessuna scorciatoia, nessun “regime change” eterodiretto, nessun uomo forte calato dall’alto. Su questo non ci sono alternative credibili. Ma proprio per questo è necessario temperare l’epica della piazza con una metapolitica del potere, più disincantata, come analitica delle regolarità. Il regime iraniano non cadrà per inerzia storico-democratica: pur non esssendo una fortezza, non è  neppure un castello di carte. E, anche ammesso che lo sia,  nessuno può escludere il rischio  di un ritorno della teocrazia: il che può spiegarsi in termini di persistenza del ciclo politico (di un ininterrotto susseguirsi di nascite e dissoluzioni delle unità politiche), altra regolarità.

Quanto al fatto che, tra nemici della liberal-democrazia, la contesa degenererebbe probabilmente in una lotta aperta su chi debba comandare, mentre noi liberali continuiamo a discutere di piazze, élite,  stato e mercato, forse accade proprio perché siamo liberali. E perché, nel bene e nel male, diffidiamo delle soluzioni semplici. Anche – e soprattutto – quando parlano il linguaggio della libertà.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.npwj.org/it/chi-siamo/team/gianluca-eramo/ .

(**) Qui: https://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/5130-la-piazza-tradita-l-anelito-democratico-iraniano-dal-1906-al-collasso-del-2026# .

(***) Chi volesse seguire più da vicino questo filo argomentativo può trovare un’esposizione sistematica nel mio Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 voll.