C’è una curiosa idea di democrazia che sta prendendo piede, soprattutto tra i populisti, ma non soltanto tra loro: le regole sono sacrosante quando ci consentono di vincere, diventano invece sospette, discutibili, perfino illegittime, quando ci fanno perdere. È una concezione che potremmo definire, con una certa ironia, democratica a giorni alterni. O meglio: democratica finché conviene.
Il problema è serio. Perché quando il riconoscimento delle regole dipende dal risultato, non siamo più di fronte a una semplice controversia politica. Siamo davanti a una crisi dello Stato di diritto. Non tanto perché qualcuno violi apertamente una norma, ma perché comincia a negare il principio che rende possibile la convivenza politica: l’esistenza di regole comuni, valide anche quando non ci piacciono.
Prendiamo la Polonia. Per capire lo scontro in corso bisogna tornare al 2015, quando il partito nazional-conservatore Diritto e Giustizia (PiS) conquistò il governo. Negli otto anni successivi intervenne profondamente sulla magistratura: modificò la composizione del Tribunale costituzionale, trasferì al Parlamento la scelta dei membri togati del Consiglio nazionale della magistratura, rafforzò il controllo politico sulle nomine e introdusse un sistema disciplinare che consentiva di colpire i giudici. La Commissione europea e la Corte di giustizia dell’Unione europea contestarono queste riforme, giudicandole lesive dell’indipendenza della magistratura.
Nel 2023 Donald Tusk tornò al governo promettendo di ripristinare lo Stato di diritto. In concreto, vuole restituire ai giudici la scelta dei loro rappresentanti nel Consiglio della magistratura, correggere le nomine contestate, riformare il Tribunale costituzionale e sottrarre i magistrati ai condizionamenti politici. Ma il presidente Karol Nawrocki, sostenuto dal PiS, ostacola queste iniziative, contestando le nomine e le procedure adottate dalla maggioranza.Il conflitto è arrivato in questi giorni a un nuovo livello di tensione. Tusk sostiene che le istituzioni siano state compromesse dal precedente governo e che occorra intervenire per restaurare l’ordine costituzionale; i suoi avversari accusano invece la maggioranza di voler occupare il Tribunale costituzionale. E qui emerge il problema liberale: si può ripristinare lo Stato di diritto violando, a propria volta, le sue procedure? La denuncia delle precedenti forzature non costituisce una licenza per nuove forzature? Anche chi vuole restaurare la legalità deve rispettarne i limiti?
La nostra risposta è che nessuno può considerarsi dispensato dal rispetto delle regole. Ma occorre distinguere. Una cosa è intervenire per ripristinare l’indipendenza delle istituzioni, un’altra è piegarle al proprio indirizzo politico. La differenza, tuttavia, non può essere stabilita soltanto dalle intenzioni dichiarate: deve risultare dalle procedure adottate e dalle garanzie effettivamente rispettate. Non basta invocare la restaurazione della legalità per essere automaticamente nel giusto. Anche chi combatte gli abusi deve dimostrare di non riprodurli.
Torneremo sul punto. Prima va però aperta una finestra americana. Domani, 3 novembre, negli Stati Uniti si vota per le elezioni di midterm. Donald Trump ha già dichiarato che accetterà i risultati soltanto se le elezioni saranno “oneste”. Una formulazione che, presa isolatamente, potrebbe sembrare persino ragionevole. Chi non vorrebbe elezioni oneste? Il problema è che, nel caso del presidente americano, questa condizione si inserisce in una lunga storia di contestazioni preventive e successive dei risultati elettorali.
Nel 2020 Trump rifiutò di riconoscere la propria sconfitta, sostenendo che il voto fosse stato manipolato. Le sue accuse non trovarono conferma nelle verifiche giudiziarie e istituzionali. Eppure quella contestazione non si esaurì con il passaggio dei poteri. Al contrario, contribuì a delegittimare una parte fondamentale del sistema democratico americano.Adesso, alla vigilia dei midterm, il problema si ripresenta. Non è soltanto una questione di seggi al Congresso, di maggioranze parlamentari o di rapporti tra Casa Bianca e opposizione. È una questione di principio: Trump riconoscerà il risultato anche se dovesse essere sfavorevole ai repubblicani?
La domanda non è peregrina. L’amministrazione ha intrapreso iniziative giudiziarie e politiche che alimentano le preoccupazioni per un possibile ampliamento del controllo federale sulle elezioni. Non si tratta di stabilire in anticipo che ogni iniziativa sia illegittima. Si tratta di osservare con attenzione il rapporto tra potere esecutivo, autorità elettorali e autonomia degli Stati.
Negli Stati Uniti, infatti, le elezioni sono organizzate in larga misura a livello statale. Il presidente non può semplicemente sostituirsi agli amministratori elettorali perché ritiene che il risultato sia politicamente sgradito. E soprattutto non può trasformare il proprio sospetto in una prova.
Non è una preoccupazione soltanto teorica. Le iniziative giudiziarie dell’amministrazione federale in materia elettorale hanno già incontrato il vaglio dei tribunali. Il 1° novembre, per esempio, un giudice federale in Alaska ha respinto una causa del Dipartimento di Giustizia volta a impedire la certificazione di un eventuale successo democratico al Senato. In California, pochi giorni prima, un tribunale aveva respinto una richiesta urgente dell’amministrazione federale relativa alle procedure elettorali. È precisamente questo il senso della separazione dei poteri: neppure il presidente può trasformare il sospetto politico in un titolo per intervenire sull’amministrazione delle elezioni.
Il punto, per Trump, è che la sconfitta elettorale non sembra essere considerata una normale eventualità democratica. Tende piuttosto a diventare un’ingiustizia da correggere, un complotto da smascherare, una decisione da rimettere in discussione. In questa logica il voto è legittimo soltanto quando conferma la volontà del leader.
È una concezione plebiscitaria della democrazia. Il popolo viene evocato continuamente, ma la sua volontà è riconosciuta soltanto quando coincide con quella di chi pretende di rappresentarlo. Se il risultato è diverso, allora il popolo è stato ingannato, manipolato, tradito.
Ma il popolo non è il leader. E la democrazia non è la sua proprietà privata.
E qui torna la domanda di prima. Dobbiamo limitarci a rispettare le procedure, anche quando queste vengono utilizzate per sopprimere le condizioni che le rendono possibili?
Noi riteniamo che la democrazia liberale debba essere anche una democrazia capace di difendersi, una democrazia militante. Non può offrire a chi vuole abolirla gli strumenti per farlo indisturbato. In circostanze estreme, dunque, possono rendersi necessari interventi straordinari, anche in deroga a procedure ordinarie. Ma devono essere sottoposti a condizioni rigorose: necessità effettiva, proporzionalità, temporaneità e controllo giurisdizionale. La difesa della democrazia non può diventare il pretesto per instaurare un potere senza limiti. Altrimenti, in nome della democrazia, si finisce per riprodurre proprio gli abusi che si volevano combattere.
È il dramma antico dello Stato di diritto, che si regge sul complicato equilibrio tra legalità e legittimità.Si rifletta sulla tensione tra la legalità delle norme vigenti e la legittimità dei principi fondamentali sui quali si regge un ordinamento: quando le prime vengono utilizzate per distruggere i secondi, la loro applicazione meccanica può trasformarsi in una forma di complicità. Ma anche la pretesa di salvare i principi scavalcando le norme può aprire la strada all’arbitrio.
La Polonia di Tusk e l’America di Trump ci pongono davanti a questo problema, sebbene in condizioni istituzionali differenti. In entrambi i casi la questione è impedire che la conquista elettorale del potere si trasformi nella conquista delle istituzioni. Ma mentre negli Stati Uniti i tribunali conservano una significativa capacità di opporsi alle iniziative presidenziali, in Polonia la compromissione di una parte della magistratura rende assai più difficile il ripristino degli equilibri costituzionali.
Non possiamo quindi limitarci a invocare il rispetto formale delle regole: la legalità. Dobbiamo anche chiederci a quale ordinamento quelle regole servano e quali libertà siano chiamate a proteggere, cioè interrogarsi sul principio di legittimità. Una cosa è la democrazia liberale, un’altra la democrazia plebiscitaria.
Il populismo è pericoloso perché contiene una tentazione molto semplice: identificare la parte con il tutto. Qui l’essenza del principio plebiscitario: chi vince pretende di incarnare l’intera nazione; chi perde viene rappresentato come un corpo estraneo, un ostacolo, talvolta un nemico. Ma una società liberale è fatta di interessi, opinioni e gruppi diversi. Nessuno può pretendere di esaurirla.
Ed è questa, in fondo, la convinzione che anima la buona battaglia, in Polonia come negli Stati Uniti: difendere la democrazia liberale da chi, dopo aver conquistato il potere, pretende di diventarne padrone.
Carlo Gambescia


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