sabato 25 aprile 2026

Antropologia del 25 aprile

 


In teoria, dopo ottantun anni, il 25 aprile dovrebbe essere una festa civile pacificata. Attenzione: pacificata non significa neutralizzata, né tantomeno riconciliata col fascismo. Alla La Russa & Co., per capirsi.

Non significa indulgenza verso la dittatura, né pietà politica per i suoi protagonisti, molti dei quali finirono come spesso finiscono i dittatori: travolti dalla violenza che avevano alimentato. Significa qualcosa di più semplice e più profondo: che una democrazia matura dovrebbe aver interiorizzato senza residui il giorno della propria liberazione. 

Una festa comune, insomma, non perché tutti abbiano ragione, ma perché su alcune cose — la libertà meglio della dittatura, lo Stato di diritto meglio dell’arbitrio — non si dovrebbe più discutere.

In Italia, la Festa della Liberazione continua invece a essere percepita da una parte non piccola degli italiani come una ricorrenza divisiva.

 


Il dato è interessante proprio perché appare contraddittorio. Secondo un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera, solo il 58% degli italiani dichiara di sentirsi davvero coinvolto dalle festività civili come il 25 aprile e il 2 giugno: il restante 42% si colloca in una zona di tiepidezza, distanza o disinteresse. E un’altra rilevazione di YouTrend mostra che, se il 60% degli italiani respinge l’idea che il 25 aprile sia una festa divisiva, resta pur sempre un 30% che la considera tale, una quota troppo ampia per essere liquidata come marginale. 

Il paradosso è tutto qui: la maggioranza riconosce il valore storico della Liberazione, ma una minoranza robusta continua a viverla come una data politicamente marcata, quasi “di parte” (*).

Del resto il Censis descrive da anni una società italiana sempre più frammentata, individualizzata in senso familistico, sfiduciata, meno capace di riconoscersi in simboli comuni. Una società che vive nel presente “corto”, nel qui e ora, nella fatica di trasformare il passato in memoria condivisa. In un paese così, anche le feste civili si raffreddano. Restano nel calendario, ma perdono temperatura morale. Non vengono negate. Vengono svuotate (**).



Qui il problema non è storico. È antropologico.

Pertanto c’è un primo fattore più generale, però quasi universale: la memoria corta degli uomini. Il passato è duro da coltivare.

La memoria è un lavoro; l’oblio, invece, è spontaneo. Le società dimenticano perfino i propri traumi maggiori, e spesso lo fanno con sorprendente rapidità.

Dopo le Rivoluzioni inglesi del Seicento, che avevano decapitato un re, pensionato un altro e ridefinito i rapporti tra sovranità e legge, l’Inghilterra ritrovò presto la via della normalizzazione monarchica: il trauma si fece istituzione, poi abitudine. Dopo la Rivoluzione francese, che aveva abbattuto troni, aristocrazie e certezze secolari, la Francia si consegnò in pochi anni al mito di Napoleone Bonaparte: la rivoluzione divorata dalla gloria imperiale, la libertà trasfigurata in potenza.

Perfino il Terrore fu rapidamente assorbito nel grande romanzo (per alcuni criminale) napoleonico. E lo stesso vale per il Novecento: dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa ricostruì e dimenticò quasi alla stessa velocità; le guerre balcaniche, che negli anni Novanta sembravano il ritorno della guerra civile nel cuore del continente, sono già oggi archeologia emotiva (Ucraina a parte). La stessa pandemia del 2020 è stata archiviata con una rapidità quasi brutale. La memoria costa fatica. L’oblio, al contrario, è sempre a buon mercato. 

Ma in Italia questo processo si intreccia con una storia politica specifica.

 


L’Italia non è soltanto un paese che ha conosciuto il fascismo. È il paese che lo ha inventato. Benito Mussolini non è stato una parentesi aliena: non è venuto da Marte, ma un prodotto politico nazionale, nato dentro la nostra storia, la nostra cultura politica, le nostre classi dirigenti, perfino dentro le nostre paure collettive. Questo conta. Perché significa che il fascismo, per l’Italia, non è mai stato solo il male dell’altro: è stato anche, per molti anni, il male di casa.


Ed è qui che il 25 aprile si complica: celebra una liberazione dalla dittatura, certo, ma celebra anche una sconfitta interna. Non solo la fine di un regime, ma la sconfitta di una parte del paese che in quel regime, sbagliando, aveva creduto, per paura, abitudine, opportunismo, convinzione. Gli uomini sono fatti così.

Dentro questa lunga ombra si colloca anche il presente. Fratelli d’Italia non nasce nel vuoto pneumatico, ma dentro una genealogia politica che passa attraverso il Movimento Sociale Italiano. Questa continuità non implica identità piena col fascismo storico, ma implica una eredità simbolica mai recisa del tutto. Ed è significativo che proprio questa area politica governi oggi il paese: non perché abbia restaurato il fascismo, anche se la venatura autoritaria del governo Meloni non può assolutamente essere presa sottogamba, ma perché testimonia che una parte rilevante dell’Italia non sente più quel passato come una frattura morale assoluta.

O più probabilmente non l’ha mai sentita. E nel tempo questa eredità si è ingrossata.



Ma c’è anche una responsabilità opposta, e riguarda la sinistra. Per anni ha difeso giustamente la nostra Costituzione come Carta antifascista. Verissimo. Ma una costituzione non sta in piedi solo perché è antifascista. Una costituzione vive perché istituisce un ordine politico e giuridico: limita il potere, separa i poteri, garantisce diritti, costruisce lo Stato di diritto. La nostra regge anche per questo. Le costituzioni moderne non nascono dall’antifascismo, ma da una lunga tradizione liberale europea, poi integrata e trasformata dalle culture democratiche del Novecento. Se si racconta la libertà solo come liberazione dal fascismo, e non anche come edificazione storica di un ordine liberale, si lascia scoperto il fondamento. E in questo senso la Costituzione è prima di tutto un concetto. Liberale. Ovviamente non astratto, perché si incarna in precise istituzioni.

E allora nasce la domanda più scomoda: perché in Italia il fascismo è ricordato come male assoluto, ma il liberalismo fatica ancora a essere riconosciuto come bene necessario?

 


Forse è qui il nodo dell’antropologia italiana. Una memoria corta, una genealogia nazionale irrisolta, una pedagogia politica incompleta. Il risultato è che il 25 aprile continua a essere sentito come divisivo, quando non dovrebbe esserlo affatto. Perché liberarsi da una dittatura non divide: libera. Ma gli uomini, e gli italiani forse un po’ più degli altri, hanno uno strano talento per dimenticare perfino ciò che li ha salvati.

Carlo Gambescia

(*) Qui (2023): https://www.corriere.it/politica/23_maggio_07/sondaggio-25-aprile-2-giugno-dividono-italiani-solo-58percento-si-sente-coinvolto-705316aa-ecf9-11ed-ba41-36c5c16312cc.shtml ; https://www.tpi.it/sondaggi/sondaggi-politici-elettorali-oggi-25-aprile-2023-202304251004715/ .
 

(**) Da ultimo, si veda il Rapporto 2025: https://www.censis.it/evento/59-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese-2025/

venerdì 24 aprile 2026

Venezia, gli Stati Uniti, la Luna e tu. Il mito italiano della Costituzione americana

 


Nel rumore dell’attualità americana – tra tensioni istituzionali, interpretazioni aggressive dei poteri esecutivi e la figura ingombrante di Donald Trump – torna una vecchia tentazione: cercare origini rassicuranti, magari nobili, della Costituzione degli Stati Uniti. E, già che ci siamo, trovarle in casa propria.

È una forma curiosa di patriottismo retrospettivo: una specie di “made in Italy costituzionale”, che piacerebbe tanto al Ministro Lollobrigida – sì, il biondo tipo “Gott Mit Uns”, quello che crede nella leggendaria “teoria della sostituzione” – che affiora nel discorso pubblico, soprattutto in ambienti pseudo-sovranisti e neofascisti.

L’idea è semplice: dietro l’America ci saremmo noi. O, meglio, alcune nostre tradizioni politiche: prima fra tutte la Repubblica di Venezia. Peccato che la storia sia meno accomodante.



Attribuire una nascita precisa a un sistema complesso è sempre rischioso. Nel caso americano, il retroterra è noto: Montesquieu, John Locke, il costituzionalismo inglese, le pratiche coloniali. Dentro questo quadro, Venezia circola, quando e se circola, come esempio di stabilità e di equilibrio tra organi. Ma in ogni caso un esempio non è una fonte. È una citazione nel dibattito, non un modello da copiare.

Qui entra in gioco l’intramontabile lezione di Giuseppe Maranini. La costituzione veneziana—frutto di una lunga stratificazione di leggi e consuetudini—non è un sistema rappresentativo (*). È un ordine oligarchico stabilizzato. I contrappesi tra Doge, Senato e Consiglio dei Dieci non servono a dare voce alla società, ma a regolare i rapporti interni a un’élite chiusa, che poi non ci sarebbe nulla di male, per chi abbia letto i pensatori elitisti.



Però a Filadelfia accade altro: la separazione dei poteri nasce come tecnica per contenere il potere in un sistema che, almeno nelle intenzioni, si fonda sulla rappresentanza. Somiglianza formale, dunque, ma logica politica opposta. E cosa principale, assenza di una difesa dell’istanza liberale, consapevole o meno, della limitazione del potere, in favore di tutti, non dei pochi.

Un ulteriore punto di confusione riguarda spesso la stessa nascita del costituzionalismo americano, che viene raccontata come un evento unico e lineare. In realtà, il processo è tutt’altro che compatto.

La Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti appartengono a due piani diversi. La prima è un testo politico e filosofico: afferma principi di legittimità, diritti naturali e giustifica la rottura con la madrepatria. Non costruisce però un assetto istituzionale stabile. La seconda, ratificata in larga parte degli stati tra il 1787 e il 1788 (ultimo il Rhode Island nel 1790), è invece un’opera di ingegneria costituzionale: definisce un sistema di governo, separa i poteri, struttura la federazione.

Tra questi due momenti non c’è continuità automatica, ma una lunga fase di sperimentazione e crisi. Il sistema confederale successivo all’indipendenza si rivela debole e instabile, incapace di garantire coesione politica ed efficacia decisionale. Ci riferiamo in particolare agli Articoli della Confederazione, entrati in vigore nel 1781.

È in questo contesto che maturano passaggi decisivi, come la Annapolis Convention, nel settembre del 1786, convocata proprio per riconoscere l’insufficienza dell’assetto esistente, legato agli Articoli, e per aprire la strada a una revisione più radicale.

 


Qui si rileva tutta l’importanza di quel monumento di sapienza politica rappresentato dai Federalist Papers, 85 saggi pubblicati tra il 1787 e il 1788, scritti da Alexander Hamilton, John Jay e James Madison, in difesa della Costituzione adottata il 17 settembre 1787 e per propugnarne la ratifica (**).

Ne emerge un quadro tutt’altro che lineare: la costituzione americana non nasce da un atto fondativo unico, ma da una sequenza di aggiustamenti, rotture e compromessi. Principi politici, crisi istituzionali e soluzioni pratiche si intrecciano lungo oltre un decennio, rendendo improprio qualsiasi tentativo di ridurla a un’origine semplice o a una derivazione diretta da modelli precedenti.

In questa storia compare anche Filippo Mazzei, toscano, medico, imprenditore e instancabile tessitore di relazioni tra Europa e America—un “Briatore del Settecento”, se si vuole coglierne l’intraprendenza, ma più precisamente un imprenditore dell’Illuminismo.

Amico di Thomas Jefferson, Mazzei si inserisce nel circuito intellettuale della Virginia rivoluzionaria e anticipa, in alcune formulazioni, temi che confluiranno nella Dichiarazione d’Indipendenza. Ma qui è bene non esagerare. Come ha chiarito Franco Venturi, la sua importanza sta soprattutto nel ruolo di mediatore dell’Illuminismo: un uomo di connessione più che un teorico sistematico, un vettore di idee più che un architetto istituzionale.

 


Nessun legame con Venezia, nessuna filiazione costituzionale: Mazzei, toscano, di Poggio a Caiano, medico, ma anche produttore e commerciante di vini, lettore onnivoro, scrittore brillante, illuminista, spia e massone, resta un ponte transatlantico. Di sicuro non un cavallo di Troia lagunare (***).

Il successo di queste genealogie “italiane” non è casuale. Risponde a un bisogno identitario: ridurre la complessità della modernità a una linea di discendenza familiare. Se possibile, con un cognome di casa. Ma così si perde il punto essenziale: la modernità politica, soprattutto quella liberale, nasce da ibridazioni, conflitti, traduzioni, non da eredità lineari.

La Repubblica di Venezia è stata un laboratorio politico straordinario e ha alimentato l’immaginario europeo dell’equilibrio istituzionale.



In questo senso, appartiene anche alla preistoria culturale dell’America. Ma tra appartenenza culturale e filiazione diretta c’è una differenza che vale la pena difendere. La Costituzione americana non nasce a Venezia. Al massimo, Venezia è una delle storie che si raccontavano mentre la si scriveva. E questo, a ben vedere, è già abbastanza.

E Donald Trump? Dal momento che a lui della Dichiarazione come della Costituzione non importa nulla, figurarsi se può interessarsi alle origini di ciò che, secondo alcuni osservatori, vuole distruggere.

Carlo Gambescia

(*) Giuseppe Maranini, La Costituzione di Venezia, La Nuova Italia, Firenze, 1927-1931, 2 voll.

(**) Dei Federalist Papers si veda la classica edizione italiana Il Federalista, introduzione di Gaspare Ambrosini, appendici di Guglielmo Negri e Mario D’Addio, Nistri-Lischi, Pisa 1955.

(***) Per il giudizio di Venturi si veda Franco Venturi, Settecento riformatore. I grandi stati dell’Occidente, vol. IV, tomo I, Einaudi, Torino 1984, p. 91. Per una buona monografia, in linea con le tesi del Venturi, si veda Edoardo Tortarolo, Illuminismo e Rivoluzioni. Biografia politica di Filippo Mazzei, Milano, Angeli 1986.

giovedì 23 aprile 2026

Biagio De Giovanni e il riformismo che non c'è mai stato

 


La morte di Biagio De Giovanni (1931-2026) è una di quelle occasioni tristi che, se prese sul serio, obbligano a guardare non tanto a un uomo, quanto a una mancanza. In questo caso: l’assenza, lunga un secolo, di un vero riformismo di sinistra in Italia.

Per ragioni di sintesi, forziamo un po’ il pensiero – complesso e articolato – di Biagio De Giovanni. Nessuno è perfetto. Ma proprio questa forzatura aiuta a mettere a fuoco un punto più generale.

Iniziamo da un parallelo che a prima vista potrebbe apparire azzardato:  con Antonio Labriola ( 1843-1904). In realtà   aiuta a evidenziare un punto molto interessante. 

Labriola sta all’inizio: costruisce un marxismo teoricamente sofisticato, antidogmatico, persino aperto. Ma proprio per questo politicamente inafferrabile. Non riformista, non rivoluzionario in senso operativo: più interessato alla “concezione materialistica della storia” che alla sua traduzione istituzionale. Il risultato è un pensiero alto, ma senza una sincera accettazione della tecnica politica liberale.



De Giovanni sta alla fine. E qui il gioco si fa più interessante. Perché nei suoi libri – da Hegel e il tempo storico della società borghese a Marx filosofo, passando per La nottola di Minerva e Elogio della sovranità politica – il problema non è più fondare il marxismo, ma sopravvivere alla sua crisi. Lo stato di diritto è accettato senza riserve, la dimensione europea è riconosciuta come orizzonte inevitabile, la sovranità politica viene recuperata come argine al disordine. Tutto giusto. Ma manca sempre qualcosa. O meglio: manca il sì pieno al capitalismo come struttura da governare, non solo da criticare. È qui che il riformismo si spezza. Perché il riformismo, se vuole essere tale, deve accettare il mercato come dato, non come colpa originaria.



De Giovanni resta, per così dire, a metà del guado: istituzionalmente riformista, culturalmente no. E questa scissione attraversa anche l’esperienza del “Centauro”, negli anno Ottanta del secolo scorso: rivista di cui fu promotore, con Roberto Esposito, Giacomo Marramao, Angelo Bolaffi, Umberto Curi nonché Massimo Cacciari (ma senza santificarlo). E qui si pensi a una generazione che ha pensato benissimo la crisi, un po’ meno la gestione della normalità. Se non ne termini di un mugugno continuo, come l’ultimissimo Cacciari…

Il punto, allora, è più generale e meno consolatorio. Tra Labriola e De Giovanni non c’è solo la storia del marxismo italiano. C’è la storia di una sinistra che o pensa troppo in grande per sporcarsi con le riforme, oppure, quando accetta le riforme, le pensa senza mai legittimare fino in fondo il mondo che dovrebbe riformare. Il risultato è sotto gli occhi: niente vera socialdemocrazia, niente tradizione riformista stabile, sempre un passo indietro rispetto al momento in cui bisognerebbe dire che quello è il terreno e lì si gioca la partita. Tra l’altro sono punti colti dallo stesso De Giovanni nell’ importante postfazione alle opere filosofiche di Labriola, in chiave, diremmo illuminante, però con tesi non sviluppate fino in fondo e soprattutto tradotte in sana pratica pratica politica. Ma questo, si dirà, non è compito dei filosofi.  Giusto. Anzi meglio così. Forse.

 


Si può però aggiungere, con poca indulgenza, un altro tratto comune che illumina questo limite: una certa inclinazione al pacifismo, o almeno una diffidenza strutturale verso il conflitto come momento costitutivo della politica. In Antonio Labriola la guerra resta sullo sfondo delle grandi dinamiche storiche: spiegata, ma non assunta come problema politico autonomo.

In Biagio De Giovanni, invece, il primato del diritto e dell’Europa tende a ridurre la forza a residuo, più che a condizione permanente. È un pacifismo colto, istituzionale, ma proprio per questo esposto: senza pensare la politica come sviluppo della potenza, piaccia o meno, anche lo stato di diritto rischia di restare disarmato, in tutti i sensi. E personaggi come Donald Trump, sono liquidati come pazzi. Mentre sono il prolungamento di una politica di potenza e sanno perfettamente ciò che vogliono: sottomettere gli altri. Ovviamente, come anticipato, qui sviluppiamo, probabilmente forziamo il pensiero di De Giovanni, che non era assolutamente un filosofo che pensava per tweet.

Il primo, a parlarmene con grande equilibrio fu Costanzo Preve, nonostante l’eccesso di zuccheri nel sangue in una trattoria romana, dinanzi – però era luglio – a una carbonara fumante… Ricordo Costanzo sempre con affetto.

Quanto alla cosiddetta “teoria italiana”, De Giovanni vi partecipa da posizione laterale ma interna. Con Roberto Esposito e altri condivide la centralità di categorie come conflitto, comunità, vita; ma, a differenza loro, non abbandona mai davvero la forma-Stato. 

 


Sulla “biopolitica”, che non sottovalutava, nutriva dubbi. Se quella stagione spinge verso una decostruzione del politico, De Giovanni prova a trattenerla entro un quadro istituzionale più classico. Ancora una volta: nel mezzo. E ancora una volta, è proprio quel “mezzo” – né rottura né piena adesione – a segnare il suo limite.

Chi è il “Croce” di De Giovanni? La tentazione è cercarlo e non trovarlo. Perché Benedetto Croce, nel caso di Labriola, fa una cosa brutale ma chiarissima: chiude i conti con Marx e apre a un liberalismo coerente. Nel secondo Novecento italiano, questa operazione non riesce a nessuno fino in fondo. Non per mancanza di intelligenza, ma per una sorta di ritegno teorico: il capitalismo si critica meglio di quanto lo si accetti. Antica malattia…

E allora sì: ognuno ha il Croce che si merita. E la sinistra italiana, più che non averlo trovato (anche perché, ripetiano, non era proprio facile da trovare), forse non ha mai davvero voluto trovarlo.

 Si rifletta: il liberalismo coerente di Benedetto Croce è il primato della libertà come principio etico-politico, non subordinato all’economia né a fini ultimi della storia, magari solo materialistici o all'opposto trascendenti in senso metafisico-religioso.
 


Croce accetta il mercato come dimensione dell’utile da governare, senza demonizzarlo né sacralizzarlo. E riconosce nelle istituzioni liberali il quadro stabile del conflitto, non un passaggio provvisorio verso altro. E talvolta alla guerra come a una triste necessità. E qui sarebbe utile tornare a leggere, la sua corposa “Filosofia dello spirito", racchiusa in quattro epici volumi. Oggi quasi dimenticati. Quasi.

Probabilmente l’unico filosofo, proveniente da sinistra, capace di fare il grande salto – addirittura fino a Berlusconi, forse troppo – fu Lucio Colletti, che però aveva una buona preparazione di filosofia della scienza.  Detto modernamente, da metodologo.

 


Ovviamente bollato, da quelli rimasti sulla riva del Pci-Pds-Pd come un volgare traditore. Colletti, nemico di dio e dei nemici di dio. Che tristezza.

Il paradosso finale è quasi ironico, se non fosse malinconico: il marxismo italiano nasce filosofico con Labriola e finisce filosofico con De Giovanni. In mezzo, la politica resta sospesa. Non perché manchi la teoria, ma perché manca la decisione di abitare fino in fondo il terreno su cui si dice di voler intervenire.

E senza quella decisione, il riformismo non è difficile: è semplicemente impossibile.

Carlo Gambescia

mercoledì 22 aprile 2026

Mosca attacca. Italia non isolata ma irrilevante

 


Gli insulti russi fanno rumore. Ma il problema dell’Italia non è il rumore che arriva da fuori: è il vuoto che si sente dentro.

C’è un equivoco di fondo nel dibattito pubblico italiano: l’idea che il problema sia l’isolamento. Non è così. L’Italia non è isolata. È peggio: rischia di diventare irrilevante.

Gli attacchi esterni — dalle uscite di Donald Trump alle dichiarazioni provenienti da Mosca — fanno rumore, ma non spiegano il punto. Le grandi potenze parlano sempre sopra le righe. Il problema non è che ci criticano. Il problema è che noi non abbiamo una linea abbastanza chiara e credibile da rendere quelle critiche irrilevanti.

In Europa, la situazione è ancora più evidente. L’Italia non è fuori dai giochi, ma è sempre meno al centro delle decisioni che contano. Non perché esista una congiura, ma perché la politica estera non si improvvisa: si costruisce con alleanze, coerenza e capacità di proposta. Se al posto di questo si offre una postura identitaria, si finisce per contare meno proprio dove si decide di più. Si alza la voce, si suona la fanfara dei bersaglieri, ma subito dopo, dietro l’angolo, si tirano via gli scarponi e si asciuga il sudore e si massaggiano i piedi gonfi. Roba da “musicarello” anni Sessanta…



Anche i dettagli, a volte, parlano chiaro. Il rifiuto, da parte della famiglia di Enrico Mattei, pare un nipote, di legare il proprio nome al cosiddetto “Piano Mattei” non è solo una questione simbolica. È un segnale politico: la distanza fra una tradizione capace di muoversi nel mondo — con pragmatismo, ma anche con una visione liberale e non puramente oppositiva — e l’uso contemporaneo di quel nome come etichetta da scatola di pelati.

Qui sta il nodo: il nazionalismo, di per sé, non è una soluzione. Non lo è mai stato automaticamente, neppure per stati dotati di grande potenza. Nel caso italiano diventa qualcosa di più problematico: un nazionalismo senza potenza, cioè senza gli strumenti economici, militari e diplomatici per sostenerlo. E quando manca la potenza, il nazionalismo non rafforza: compensa. Diventa retorica.

La storia italiana dovrebbe insegnarlo. I governi liberali tra il 1870 e il 1914, anzi 1915, lo sapevano bene: evitarono posture guerriere (con eccezioni note, da Crispi agli interventisti antidemocratici).



Anche la stagione democristiana si mosse dentro questa consapevolezza. Più tardi, Craxi ne offrì una versione in parte mimetica. Il fascismo, invece, rappresentò esattamente il contrario: la pretesa di affermare una grandezza sproporzionata rispetto alle risorse reali del paese. Non è solo una questione morale, ma analitica: quando l’ambizione eccede la capacità, la politica di potenza scivola nella caricatura.

E qui arriviamo al punto più scomodo. Una parte della destra italiana non ha mai fatto davvero i conti con questa lezione. Non sul piano rituale delle dichiarazioni, ma su quello sostanziale: capire che senza capacità reale, la politica di potenza diventa una finzione. E che quella capacità, per un paese che l’ha perduta nel IV-V secolo dopo Cristo, non si ricostruisce nello spazio di una legislatura.

Per questo l’alternativa non è tra debolezza e nazionalismo. L’alternativa è un’altra, ed è sotto gli occhi di tutti, anche se oggi sembra passata di moda: multilateralismo, integrazione economica, cooperazione tra Stati, difesa concreta della società aperta. Non un universalismo ingenuo, ma una strategia. Non la retorica dell’Occidente, ma la sua pratica: stato di diritto, credibilità internazionale, capacità di costruire regole condivise.



Su questi terreni, il governo italiano appare in difficoltà. Sulla guerra: posizione allineata ma non incisiva. Sulla pace: nessuna proposta autonoma. Sui diritti: una credibilità indebolita da politiche interne che parlano un linguaggio diverso da quello che si pretende di difendere fuori.

Il risultato è un paradosso: si invoca la sovranità, ma si perde capacità di incidere; si cerca il riconoscimento, ma si ottiene diffidenza; si alza la voce, ma il volume non sostituisce il peso.

Il nazionalismo, in queste condizioni, non è una strategia. È un riflesso. E i riflessi possono anche rassicurare. Ma non spostano nulla.

Se c’è un rischio oggi, non è che l’Italia venga esclusa.  È che, semplicemente, smetta di contare: esserci, ma senza più essere visibile.  Qualcosa di cui si può fare  a meno.

Carlo Gambescia

martedì 21 aprile 2026

“Apologia di reato” (contro l’umanità). Il “Secolo d’Italia” e la propaganda della “pericolosità”: quando la sicurezza diventa un alibi

 


C’è un punto in cui il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a costruirla. La prima pagina del “Secolo d’Italia” sta esattamente lì: non informa, ma produce un romanzo criminale, assorbendo una retorica dell’intransigenza verso il migrante. E lo fa attraverso una parola chiave – “altissima pericolosità sociale” – che sembra tecnica, neutra, quasi scientifica. E invece non lo è.

Nel diritto, la pericolosità sociale è una categoria precisa, circoscritta, sottoposta a criteri e verifiche. Qui invece diventa un’etichetta indistinta, buona per tutto: una formula che trasforma persone concrete in una massa astratta e minacciosa. Ma chi sono, esattamente, questi soggetti rinchiusi nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Gjader, in Albania? Quali reati hanno commesso? Con quali sentenze definitive? Su questo, il titolo tace. E il silenzio, in questi casi, non è una dimenticanza: è una scelta.



Perché dire “pericolosi” senza specificare significa spostare il discorso dal diritto alla percezione. Non conta più ciò che è accertato, ma ciò che è suggerito. È un meccanismo antico: si costruisce una categoria vaga, la si carica emotivamente, e la si usa per legittimare politiche eccezionali.

Attenzione: il dato delle “536 persone transitate” è cumulativo e non descrive la realtà effettiva del centro di Gjader: i monitoraggi indipendenti indicano numeri molto più contenuti, con presenze nell’ordine di poche decine e picchi intorno alle 90 unità. Si tratta inoltre di trasferimenti dai CPR italiani, caratterizzati da elevato ricambio e frequenti rientri in Italia per mancanza di base legale o per condizioni di vulnerabilità. Più che un modello consolidato, emerge dunque una struttura limitata nei numeri e ancora controversa sul piano giuridico e dei diritti fondamentali. (*)

Di più: si potrebbe parlare, in senso critico e non letterale, di una forma di “normalizzazione dell’eccezione”. Non si celebra un illecito codificato, ma qualcosa di più sottile: la progressiva accettazione dell’idea che lo svilimento delle garanzie fondamentali della persona migrante — dal diritto alla libertà personale (attraverso la detenzione amministrativa), al diritto di difesa effettiva, fino al diritto d’asilo e al principio di non-respingimento — possa essere considerata un esito funzionale del sistema. In questo quadro, ciò che dovrebbe costituire un limite giuridico diventa un ostacolo gestionale, e la sua riduzione finisce per essere rivendicata come successo politico.



Il messaggio è: funziona. Il centro è operativo, le procedure vanno avanti, i rimpatri si fanno. Fine della discussione. Ma “funzionare” rispetto a cosa? Se il parametro è la riduzione delle garanzie, la detenzione amministrativa esternalizzata, l’allontanamento fisico e simbolico dal territorio nazionale, allora sì: funziona. Ma è esattamente qui che il discorso diventa problematico, perché trasforma una questione di diritti fondamentali in una questione di efficienza.

Inciso: lo stesso problema si è visto, in forme estreme, quando la razionalizzazione amministrativa della “gestione del nemico” diventa sistema. Per comprenderne la logica profonda — senza forzature e senza equivalenze improprie — può essere utile guardare a rappresentazioni limite del Novecento.

Ad esempio, il film “La zona di interesse” (2023) mostra proprio la coesistenza tra normalità quotidiana e dispositivo di annientamento, mentre figure storiche come Rudolf Höß, suo protagonista, realmente esistito, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, ricordano quanto la burocratizzazione dell’“indesiderabile” possa produrre effetti radicali quando si svincola da ogni argine giuridico e morale.

Il punto non è stabilire analogie dirette, ma cogliere una continuità di logiche: quando il diritto smette di essere limite e diventa strumento puro di gestione, il rischio di deriva è strutturale.



Ed è difficile non vedere certa “disinvoltura” – a voler essere indulgenti – sul piano etico-politico nel rivendicare come successo ciò che, da un altro punto di vista, appare come una progressiva cancellazione delle garanzie. Non si tratta di stabilire equivalenze storiche, ma di riconoscere una continuità di mentalità: l’idea che il soggetto “problematico” possa essere neutralizzato attraverso dispositivi giuridici eccezionali è un tratto che attraversa anche le esperienze illiberali del Novecento, pur in contesti profondamente diversi.

Il passaggio più rivelatore non è nemmeno nel merito, ma nel tono: “smentite le sinistre”. Ecco il vero cuore del titolo. Non importa cosa accade nel centro, ma chi vince: il premio va alla migliore (si fa per dire) “scenggiatura”. Il che, altro inciso, dovrebbe suggerire alle sinistra di battere sull’etica dei principi piuttosto che su quella dei mezzi. Rradotto: si gettano al vento i soldi dei cittadini, eccetera, eccetera. Il che non è falso, ma non è il nodo della questione.

Un problema complesso — diritto d’asilo, detenzione amministrativa, standard europei — viene ridotto a uno scontro ideologico fra tifoserie opposte: destra contro sinistra. La logica è binaria, semplificata, perfetta per la mobilitazione identitaria. Ma devastante per la qualità del dibattito pubblico.

Perché quando tutto diventa scontro, sparisce la domanda più scomoda: è giusto?



C’è inoltre un altro passaggio, meno esplicito ma decisivo: il richiamo implicito all’Europa. Per anni il mantra è stato “ce lo chiede l’Europa” come vincolo esterno. Ora il meccanismo si ribalta: l’Europa diventa il campo in cui esportare modelli restrittivi, quasi a dire “dovrebbero farlo tutti”.

È un rovesciamento interessante: da limite a legittimazione. Ma anche qui il rischio è evidente. L’Europa dei diritti viene reinterpretata come Europa della sicurezza, e il confine tra le due cose si fa sempre più sottile.

In questo quadro si inserisce anche il decreto sicurezza “stoppato” dal Presidente Mattarella. La norma, fortemente problematica sul piano etico e giuridico, che prevedeva incentivi economici agli avvocati per favorire l’accettazione del rimpatrio, sollevava un problema evidente: non solo giuridico, ma etico.

Perché introduceva un elemento di distorsione nel rapporto fiduciario tra difensore e assistito. Tradotto: il rischio che l’interesse del cliente fosse contaminato da un incentivo esterno. Chiamarla “norma corruttiva” è forte, ma il punto resta: si stava scivolando su un terreno di alterazione strutturale delle garanzie difensive. Un tozzo di pane gettato ai giovani avvocati, abbigliati, talvolta e non tutti, da immobiliaristi dei diritto.



Alla radice di tutto questo c’è una rappresentazione precisa: il migrante come corpo estraneo, da gestire più che da integrare. Non necessariamente dichiarata in termini espliciti, ma operativa nelle politiche.

L’esternalizzazione dei centri, la retorica della pericolosità, la riduzione delle garanzie: tutto converge verso un obiettivo implicito: rendere il problema lontano dallo sguardo pubblico. Non solo fuori dal territorio, ma fuori dall’orizzonte simbolico. In una parola: rendere il migrante invisibile.

Si potrebbe obiettare: chi legge il “Secolo d’Italia?” Pochi aficionados, certo. Però non è questo il punto.



Il punto è che quel linguaggio non resta confinato lì. Filtra, si diffonde, si normalizza. Diventa senso comune. E quando certe categorie — “pericolosità”, “efficienza”, “sicurezza” — si stabilizzano, smettono di essere interrogate.

E a quel punto hanno già vinto. Con il consenso degli italiani. E si può essere contro la volontà del popolo sovrano?

Carlo Gambescia

(*) Si vedano i monitoraggi dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Albania: detenzione e monitoraggio indipendente, disponibili su https://www.asgi.it/allontamento-espulsione/albania-detenzione-monitoraggio-ravolo-asilo-immigrazione/, nonché i report e le analisi dell’European Council on Refugees and Exiles (ECRE), consultabili su https://ecre.org, che evidenziano criticità giuridiche e operative del sistema di esternalizzazione dei centri di trattenimento.

lunedì 20 aprile 2026

Barcellona e la sinistra internazionale: la vendetta della metapolitica

 


A Barcellona, sotto il segno di Pedro Sánchez e di Luiz Inácio Lula da Silva, la sinistra internazionale ha messo in scena qualcosa che, a prima vista, appare familiare: una mobilitazione globale in difesa della democrazia contro un’avversità percepita come sistemica, ricondotta alle politiche e alla figura di Donald Trump.

Fin qui, nulla di sorprendente. La politica ha sempre bisogno di semplificazioni per orientarsi e mobilitare. E del resto il ruolo politico di Trump e delle reti che lo sostengono contribuisce in modo rilevante a questa dinamica, anche se per alcuni osservatori resta aperto il problema di quanto essa sia personale e quanto strutturale.

E tuttavia, fermarsi a questo livello significherebbe perdere il punto più interessante. Perché ciò che si è visto a Barcellona non è soltanto un evento politico, ma la riattivazione di una regolarità più profonda: la dinamica amico–nemico che, al di là delle intenzioni dichiarate, continua a strutturare il campo politico.

Ogni volta che si costruisce un “noi” – in questo caso, la comunità dei difensori della democrazia – si delinea inevitabilmente anche un “loro”. Non è una deviazione, è una costante. È, per così dire, la vendetta della metapolitica: le narrazioni universalistiche, nel momento in cui diventano azione organizzata, producono confini, polarizzazioni, appartenenze. Tutta la gamma delle regolarità metapolitiche.



Da qui nasce una domanda inevitabile: che cosa dovrebbe fare la sinistra? Tacere, per evitare la polarizzazione? Non organizzarsi, per non alimentare il conflitto? Sarebbe una conclusione piuttosto paradossale. Il punto, più realisticamente, è che in una fase internazionale segnata dalla distruttiva logica di potenza valorizzata dal trumpismo globale, lo spazio del riformismo si restringe drasticamente. Non per scelta deliberata, ma per effetto del contesto. Quando il conflitto si intensifica, le posizioni intermedie tendono a essere percepite come deboli, e la pressione verso una maggiore chiarezza identitaria diventa quasi inevitabile.

Per riformismo, in questa prospettiva, non si intende un generico moderatismo, ma una linea liberale precisa: più mercato come strumento di crescita e mobilità sociale, più stato di diritto come garanzia delle regole, meno statalismo redistributivo fine a se stesso. Un riformismo che punta su istituzioni solide, libero scambio e responsabilità fiscale, piuttosto che su espansioni indiscriminate della spesa e del controllo pubblico all’insegna della spirale tassa e spendi.

Barcellona, in questo senso, è un laboratorio. Tuttavia la risposta progressista non prende la forma di un riformismo aggiornato, ma di una mobilitazione più netta, a tratti identitaria. Lo si è visto nei toni di alcuni interventi, soprattutto statunitensi, come quelli del governatore Tim Walz o nei contributi di Bernie Sanders, dove la critica a Trump assume i tratti di una contrapposizione quasi esistenziale (*).

 


Certo, questo può scuotere i cuori. Ma per andare dove? Verso una nuova ondata di socialismo illiberale globale, che a parole parla di libertà e nei fatti tende a un’estensione crescente del controllo sociale? Su queste tematiche, per chi scrive, l’ultima parola resta quella di Orwell. Ma qui il punto non è una formula conclusiva: è il rischio che, quando la politica si assolutizza, anche le categorie morali tendano a irrigidirsi.

Infine non sono mancati richiami simbolici forti, come in Walz,  perfino alla memoria delle Brigate internazionali della guerra civile spagnola: la Lincoln, ad esempio, animata da volontari americani. Segno che il lessico del conflitto tende a riemergere anche sul piano storico-immaginario. Potrebbero essere suggestivi, ma segnalano soprattutto come il linguaggio del conflitto tenda a riattivarsi anche sul piano simbolico, con effetti che non sono mai del tutto innocui quando si passa dalla memoria alla politica.

Per fare un esempio, dentro questo clima, temi come l’ecologia, la lotta alle disuguaglianze, la regolazione delle piattaforme digitali o la tassazione dei grandi patrimoni vengono progressivamente ricondotti a una cornice più ampia, meno riformista e più oppositiva. La critica alle “oligarchie” economiche si intreccia con una diffidenza crescente verso il mercato, mentre riaffiorano accenti statalisti e, talvolta, una polemica ambigua contro la meritocrazia.

 


Anche sul piano europeo e italiano, la dinamica non è molto diversa: la presenza di figure come Elly Schlein segnala una sinistra impegnata a ridefinirsi, ma dentro un contesto che la spinge verso una maggiore radicalità discorsiva. Non è soltanto una scelta ideologica: è una risposta a un ambiente competitivo, ma in chiave di delegittimazione reciproca, che premia la nettezza più della mediazione.

In questo quadro rientra anche il tema ambientale.

Il cambiamento climatico è un problema reale, non negoziabile sul piano scientifico; ma una parte dell’ecologismo di sinistra tende a trasformarlo in una piattaforma totalizzante, quasi moralistica, che finisce per irrigidire il dibattito e produrre risposte più simboliche che efficaci. È una postura che, paradossalmente, si specchia nell’antiecologismo altrettanto ideologico di una parte della destra: due estremi che si alimentano a vicenda. Un approccio riformista dovrebbe invece riportare la questione dentro logiche di innovazione, incentivi e regolazione intelligente, evitando sia la negazione sia la radicalizzazione.

Ed è qui che il nodo diventa politico. Una transizione ecologica efficace richiede mercato, investimenti, concorrenza, capacità di mobilitare capitale e tecnologia. In altre parole, richiede capitalismo, non la sua demonizzazione. Una sinistra che si colloca su posizioni apertamente anticapitaliste rischia di trovarsi disarmata proprio sul terreno su cui vorrebbe essere più incisiva.

 


Il risultato complessivo è un effetto di radicalizzazione reciproca: il trumpismo globale comprime lo spazio del riformismo, e la risposta progressista tende a spostarsi su posizioni più marcate, alimentando ulteriormente la polarizzazione.


E invece servirebbe un passo indietro: la “ritrasformazione” del nemico in avversario. Cioè di dovrebbe tornare alla logica politica del confronto tra avversari che si riconoscono come legittimi.

Sarà difficile. Perché, purtroppo, in questo gioco di azioni e reazioni, entrano in scena anche gli effetti compositivi: iniziative nate per difendere la democrazia possono finire per accentuare le divisioni; discorsi fondati sull’inclusione possono irrigidire le appartenenze; mobilitazioni contro il conflitto possono rilanciarlo in forme più nette.


Da qui anche un timore che non può essere liquidato con leggerezza: che la sconfitta di Trump o delle destre radicali, qualora si verificasse, non produca automaticamente una fase di stabilizzazione, ma apra nuove linee di frattura. Non necessariamente una “guerra civile mondiale”, espressione che resta eccessiva, ma certamente un aumento delle tensioni interne alle democrazie, dove blocchi politici sempre più distanti faticano a riconoscersi come interlocutori legittimi. Per capirsi, siamo sicuri che Trump – come molto leader europei suoi seguaci – accetti una sconfitta elettorale.



Barcellona, dunque, non segna tanto la nascita compiuta di una nuova internazionale progressista, quanto il ritorno, anche a sinistra, di una politica che accetta – magari senza dirlo apertamente – la logica del conflitto delegittimante come elemento costitutivo.

Mentre si proclama la difesa della democrazia e della pace, riaffiora una verità meno rassicurante: che la politica, anche nelle sue forme più universalistiche, continua a essere attraversata da regolarità profonde, difficili da eludere. E tra queste, una delle più persistenti resta la tensione tra logiche di amico–nemico e tentativi, sempre instabili, di ricondurre il conflitto dentro forme riconoscibili di competizione politica.



Visto che si è  accennato alla guerra civile spagnola: il 18 luglio 1936 ci fu la sollevazione dei militari contro la Repubblica, il 19 luglio il governo repubblicano ordinò di distribuire le armi ai sindacati. Azione e reazione, reazione a azione. Non è facile sottrarsi a una logica del genere.

Eppure, è proprio qui che la politica riaffiora nella sua struttura più dura, difficile da addomesticare con le buone intenzioni.

Carlo Gambescia

(*) Su questi aspetti si veda l’interessante intervento di Anthony M. Quattrone: https://www.youtube.com/watch?v=O_d0PCXEUkI&t=78s .

domenica 19 aprile 2026

La manifestazione di Milano: Italiani, brava gente... Fino a prova contraria

 


La manifestazione di Milano della Lega sembra confermare, ancora una volta, un vecchio luogo comune nazionale: “italiani, brava gente”. Fino a prova contraria, appunto. Perché sotto la superficie rassicurante riaffiora qualcosa di più profondo del semplice scontro politico: un tratto patologico che riguarda gli italiani, ma anche gli uomini in generale.

Del resto, a Milano, su invito di Salvini, erano presenti esponenti di primo piano dell’estrema destra europea, come Jordan Bardella, Geert Wilders e la greca Afroditi Latinopoulou. Con il consueto vezzo di definirsi “patrioti”, come se il termine potesse essere rivendicato in esclusiva politica.

Non erano nemmeno numerosi, in Piazza del Duomo. Ma questo dato, in sé, dice poco o nulla: nell’attuale alta volatilità dell’elettorato di destra, basta un innesco minimo perché la mobilitazione si accenda o si spenga rapidamente.

Si potranno pure criticare le contromanifestazioni degli “antifa”, talvolta dai risvolti violenti. Ma l’evocazione del “modello Albania”, con centri di permanenza trasformati in carceri “modello”, insieme al ritorno diffuso, come se fosse la cosa più nornale del mondo,   di termini come “remigrazione” — un tempo confinati nell’immaginario dei gruppuscoli neonazisti — segnala un salto di qualità.



Dopo ottant’anni di liberalismo, benessere e tolleranza, ci si aspetterebbe altro. E invece no.

Gli uomini sono quel che sono: animali abitudinari, inclini a diffidare di ciò che rompe l’ordine delle proprie consuetudini. L’altro — soprattutto se portatore di abitudini e culture diverse — turba queste “sane abitudini”. La storia italiana offre esempi tutt’altro che marginali: le Leggi razziali fasciste mostrano quanto rapidamente anche una società apparentemente integrata possa scivolare nella persecuzione della diversità quando il potere politico decide di legittimarla.

E, più in generale, basta guardare a un caso emblematico del Novecento come la Shoah per capire fin dove può arrivare questa dinamica quando viene radicalizzata.



Si tratta, in origine, di una disposizione quasi fisiologica, che nel tempo è stata contenuta dall’addolcimento dei costumi, dalle leggi, e anche da quella cultura woke tanto odiata dalla destra. Una cultura che ha indubbi limiti — talvolta moralistica, talvolta incline all’eccesso — ma che non può essere messa sullo stesso piano delle ideologie che giustificano la discriminazione: semmai, ne rappresenta una reazione, a tratti scomposta, ma non per questo equiparabile.

Anche perché, sul piano analitico, l’equiparazione finisce per cancellare la differenza tra un dispositivo di correzione culturale — per quanto discutibile nei suoi eccessi pedagogici — e una logica strutturata di esclusione.

Il problema nasce quando questa fisiologia viene politicizzata.

La destra, soprattutto quando affonda le radici nella tradizione fascista, intercetta queste paure e le trasforma in qualcosa di più: una patologia. Ciò che prima era contenuto — magari più per conformismo che per convinzione — dai “buoni costumi” della tolleranza, oggi riemerge e si legittima pubblicamente, in manifestazioni scandite da slogan tanto volgari quanto superflui, come “padroni a casa nostra”.

Sia chiaro: la patologia razzista non è una reazione al woke. È piuttosto una recidiva, che si nutre del meccanismo del capro espiatorio, antico quanto le società umane, con radici che affondano anche nel mito.



Il liberalismo, con i suoi principi di libertà e tolleranza, ha storicamente rappresentato un argine. Ma quell’argine oggi appare indebolito, mentre correnti di pensiero anti-illuministe riacquistano forza, facendo leva sugli istinti meno nobili.

Il problema, dunque, non è l’“antifa”, come sostiene oggi Marcello Veneziani — cantore di un fascismo solo apparentemente addomesticato — ma il “fa”: una visione che da sempre si oppone all’idea di un’unità del genere umano.

Sono tempi in cui “Il Giornale”, fondato da Indro Montanelli, arriva a celebrare figure come Pierre Drieu La Rochelle, pensatore fascista e collaborazionista.

Tempi in cui un avventuriero politico come il generale Roberto Vannacci giudica persino troppo morbida la manifestazione di Milano. Ed è proprio questa sua protervia a renderlo pericoloso: perché intercetta e radicalizza una domanda di autorità che non è affatto marginale. Dopo Meloni e Salvini, potrebbe rappresentare un’ulteriore deriva, più esplicita e meno mediata.

 


Vannacci ricorda, per stile e postura, quei militari che guidarono le leghe fasciste francesi negli anni Trenta, per poi mettersi al servizio di Vichy e dei nazisti.

Non sono solo brutti tempi. Sono tempi in cui certe parole tornano a circolare con troppa disinvoltura. E quando le parole cambiano, di solito non è mai un dettaglio.

Carlo Gambescia