La visita di Giorgia Meloni al PizzAut di Monza, nel giorno del Primo Maggio, è una buona notizia. E conviene dirlo subito, senza riflessi pavloviani da opposizione permanente (*).
PizzAut è una delle esperienze sociali più intelligenti nate in Italia negli ultimi anni. Il progetto ideato da Nico Acampora ha trasformato la ristorazione in uno spazio di inclusione concreta per ragazzi nello spettro autistico: non assistenza, non beneficenza, non pietà organizzata, ma lavoro autentico, salario vero, responsabilità non di facciata (**).
Ed è proprio questo il punto decisivo. PizzAut non è la negazione del mercato. È la dimostrazione che il mercato, quando funziona come spazio aperto di scambio e riconoscimento reciproco, può essere uno straordinario strumento di emancipazione. Qui non c’è l’assistito santificato, ma il lavoratore duro e puro; non il beneficiario con la mano tesa, ma il protagonista che morde quella mano. Non la fragilità incartapecorita da proteggere, ma la persona da abilitare ed elevare. È un modello liberale: restituisce autonomia, non dipendenza.
E tuttavia, proprio qui si apre il nodo politico. La politica non si misura nei gesti simbolici, per quanto sinceri o apprezzabili. Si misura nella coerenza dello sguardo sull’umano.
Lo sguardo della destra italiana, oggi incarnata da Giorgia Meloni, mostra una contraddizione evidente. Sa riconoscere la fragilità quando è disciplinata, produttiva, integrabile, quando può essere raccontata come storia di riscatto e soprattutto di ordine. Ma fatica a riconoscere la dignità delle fragilità che disturbano, eccedono, spiazzano o semplicemente non si lasciano normalizzare: il migrante irregolare, il marginale improduttivo, il detenuto dimenticato, il manifestante conflittuale, ma anche chi vive identità sessuali o forme di vita non riconducibili all’orizzonte conservatore della famiglia e della sessualità. Figure diverse, ma accomunate da un dato: raramente entrano nella grammatica pubblica della dignità, molto più spesso in quella del controllo o della tolleranza condizionata.
Ecco perché qualche maligno potrebbe dire che Giorgia Meloni sia approdata a Monza seguendo il richiamo di una logica da “vippaio” politico-mediatico. La “pizza etica”, ormai, è diventata un segno dei tempi: piace al Papa, al Presidente della Repubblica, a conduttori, attori e cantanti. E allora si va anche per presenza: perché l’importante non è solo esserci, ma esserci dove conviene essere visti
Evitiamo però il processo alle intenzioni. Anche perché non è una questione di bontà o cattiveria personale. Sarebbe una semplificazione infantile. Giorgia Meloni non è Donald Trump: non ne ha la brutalità esibita, né il gusto quasi diabolico della trasgressione permanente. Ma proprio per questo il punto è più sottile. Dentro la sua disciplina istituzionale resta una tendenza precisa: una concezione selettiva dell’umanità, in cui il riconoscimento passa per conformità, utilità, compatibilità. Sei degno se sei integrabile nell’ordine. Se lo metti in discussione, l’accoglienza si restringe e il linguaggio si irrigidisce.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui e assolvere la sinistra per contrasto.
Perché anche la sinistra porta con sé una deformazione speculare. Se la destra seleziona l’umanità, la sinistra spesso tende ad amministrarla. Protegge, accompagna, tutela, sostiene — tutte cose necessarie — ma troppo spesso immobilizza l’individuo dentro una condizione permanente di dipendenza. È la tentazione paternalistica della cultura socialdemocratica: trasformare la vulnerabilità in identità politica e il welfare in una pedagogia infinita della protezione. Un buonismo strutturale, sentimentale e burocratico insieme: meno duro della destra, ma non sempre più emancipante.
E così, paradossalmente, destra e sinistra finiscono per convergere: entrambe faticano a pensare la vulnerabilità come libertà. La destra la accetta se conforme. La sinistra la protegge fino a neutralizzarne il rischio.
Il liberalismo, nella sua versione migliore, dice altro: non selezionare, non “paternalizzare”, ma abilitare. Creare condizioni perché l’individuo possa stare nel mondo da sé, con dignità, responsabilità e autonomia.
È questo che rende PizzAut un’esperienza politicamente interessante: rompe sia la tentazione identitaria della destra sia quella assistenzialista della sinistra. Dice alla destra che la dignità non dipende dalla conformità. Dice alla sinistra che l’emancipazione non coincide con la protezione. È, in senso pieno, una pratica liberale.
E ricorda una verità elementare: la dignità umana non è un premio per chi funziona bene, né una concessione dello Stato. È un presupposto. Non si assegna. Per parlare difficile è qualcosa di ex ante.
Per questo, ripetiamo, la visita di Giorgia Meloni a PizzAut è insieme una buona notizia e una contraddizione. Una buona notizia, perché riconosce un’esperienza virtuosa. Una contraddizione, perché quella stessa idea di dignità raramente viene estesa a chi non è ordinato, integrato, presentabile.
Ed è qui che si misura una cultura politica: non da come celebra chi ce l’ha fatta, ma da come guarda chi ancora arranca, devia, sbaglia, reclama. È facile applaudire l’inclusione quando è ordinata e commovente. Più difficile riconoscerla dove c’è conflitto, disordine, fallimento. Ma è proprio lì che la democrazia liberale smette di essere scenografia e diventa sostanza.
Carlo Gambescia
(*) Qui una sintesi informativa sulla visita: : https://www.agi.it/politica/news/2026-05-01/primo-maggio-premier-meloni-da-pizzaut-36852488/ .
(**) Qui il sito ufficiale di PizzAut: https://www.pizzaut.it/chi-siamo/ .




















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