“Mostra i denti il pescecane
e si vede che li ha.
Mackie Messer ha un coltello,
ma vedere non lo fa.”
Con questi celebri versi dell’Opera da tre soldi, Bertolt
Brecht ci ricorda che il potere non si esercita soltanto attraverso la
forza, ma anche attraverso la rappresentazione della forza. Il pescecane
mostra i denti perché deve incutere timore. Mackie Messer, invece, non
ha bisogno di esibire il coltello: basta che tutti sappiano che potrebbe
usarlo.
Anche in politica talvolta funziona così. Prima ancora di cambiare le
leggi, cambia il modo in cui i cittadini percepiscono la realtà. Ed è
precisamente ciò che sta accadendo in Italia.
Negli ultimi giorni il governo guidato da Giorgia Meloni ha compiuto
una serie di mosse apparentemente distinte – la reintroduzione
temporanea dei controlli alle frontiere interne, la richiesta di un
vertice europeo straordinario sull’immigrazione, la proposta di
esportare il modello dei centri realizzati in Albania anche in alcuni
Paesi africani – che, considerate insieme, raccontano una storia
diversa. Non sono semplicemente provvedimenti amministrativi. Sono atti
simbolici. Servono a consolidare nell’opinione pubblica l’idea che
l’Italia e l’Europa siano ormai assediate da una pressione migratoria
eccezionale e permanente.
È qui che, a nostro giudizio, si consuma il vero salto politico del
governo Meloni. Non tanto nelle singole misure, quanto nella costruzione
di un immaginario collettivo in cui l’emergenza non rappresenta più
un’eccezione, ma la condizione normale della vita pubblica.
Queste tre decisioni prese nel loro insieme, non delineano soltanto
una strategia di gestione dei flussi migratori. Disegnano un nuovo
paradigma politico. Il messaggio implicito è semplice: l’Europa sarebbe
ormai sottoposta a una pressione migratoria tanto eccezionale da
giustificare strumenti sempre più straordinari, invasivi e permanenti.
Giorgia Meloni ama presentarsi come una leader pragmatica, estranea
alle ideologie. Eppure, proprio sul terreno dell’immigrazione, il
pragmatismo sembra lasciare progressivamente il posto alla politica
della rappresentazione. L’efficacia concreta delle misure passa in
secondo piano rispetto al loro rendimento simbolico. Più che governare i
flussi, il governo sembra impegnato a governarne la percezione.
Il punto decisivo, tuttavia, non è stabilire se questa
rappresentazione corrisponda o meno alla realtà empirica. Il punto è un
altro: essa diventa la lente attraverso cui la realtà viene
interpretata.
È qui che si manifesta quello che ieri ho definito etnodelirio (*).
L’etnodelirio non consiste nel negare o nell’inventare
l’immigrazione. I fenomeni migratori esistono, da sempre. Diventa
etnodelirio quando l’immigrazione viene trasformata nella spiegazione
universale della crisi economica, dell’insicurezza, del declino
demografico, della perdita d’identità nazionale, della crisi dello Stato
sociale e perfino del futuro della civiltà europea. Quando un solo
fenomeno pretende di spiegare tutto, non siamo più nel campo
dell’analisi, ma dell’ideologia.
Per questo motivo consideriamo fuorviante anche il dibattito, ormai
ossessivo, sui presunti registi delle partenze: trafficanti, governi
ostili, ONG, complotti internazionali. Possono esistere interessi,
strategie e persino interferenze. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma non è
questo il punto politicamente decisivo.
La questione centrale è un’altra: il paradigma interpretativo è
cambiato. L’immigrazione non viene più presentata come un problema
complesso da governare, bensì come una minaccia permanente attorno alla
quale riorganizzare la politica nazionale ed europea.
È questa trasformazione ad avere conseguenze profonde.
Quando una società interiorizza l’idea di vivere in uno stato di
emergenza permanente, ogni misura eccezionale appare naturale. I
controlli diventano ordinari. Le deroghe si normalizzano. Le soluzioni
sperimentali tendono a diventare definitive. L’eccezione smette di
essere un’eccezione.
Dal punto di vista metapolitico, siamo davanti a una dinamica ben
nota. La costruzione del nemico alimenta la razionalizzazione delle
decisioni politiche, mentre la razionalizzazione rafforza ulteriormente
la figura del nemico. È un circuito che si autoalimenta.
Per anni la destra, a partire dall’estrema, ha trovato in Raspail una delirante metafora letteraria dell’Europa assediata (**). Oggi non è più
necessario richiamarla. Quando una presidente del Consiglio presenta
l’immigrazione come l’emergenza permanente attorno alla quale
riorganizzare la politica nazionale ed europea, quella metafora ha ormai
trovato una traduzione politica.
Il paradosso è evidente. La destra accusa da anni la sinistra di
leggere la realtà attraverso lenti ideologiche. Oggi, però, rischia di
cadere nella medesima trappola, trasformando l’immigrazione nella
categoria capace di spiegare tutto: sicurezza, denatalità, crisi
economica, identità nazionale, futuro dell’Europa. È il segno distintivo
di ogni ideologia: quando un solo principio pretende di interpretare
l’intera realtà.
La politica liberale ha sempre cercato di distinguere tra rischio
reale e rischio percepito, tra prudenza e paura, tra governo dei
fenomeni e mobilitazione emotiva dell’opinione pubblica. Oggi quella
distinzione tende ad affievolirsi. La percezione finisce per prevalere
sull’analisi empirica, e la rappresentazione dell’emergenza diventa essa
stessa uno strumento di governo.
Il pescecane continua a mostrare i denti. Ma il coltello di Mackie
Messer resta invisibile. Non perché non esista, bensì perché non è più
necessario esibirlo. Basta convincere l’opinione pubblica che il
pericolo è ovunque e che ogni nuova misura rappresenti l’unica risposta
possibile.
È così che, quasi senza accorgercene, il paradigma della società
aperta lascia spazio al paradigma della società assediata.
E quando un
paradigma si afferma, non cambia soltanto il modo di fare politica.
Cambia, soprattutto, il modo di pensare la realtà.
È questo il risultato più significativo dell’azione del governo
Meloni: non aver ancora trasformato il Paese, ma aver già contribuito a
trasformare il linguaggio con cui il Paese interpreta se stesso e il
mondo che lo circonda.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/giorgia-meloni-e-letnodelirio-come.html .
(**) Qui per un approfondimento del libro di Raspail: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=raspail .