La buona notizia è che Trump ha subito una sonora sconfitta. La meno buona è che i prossimi due anni potrebbero aprire una stagione di conflitto istituzionale dagli esiti tutt’altro che scontati. La partita, insomma, non è finita. Anzi, per certi aspetti, comincia proprio adesso.
Scriviamo nella mattinata italiana di mercoledì 4 novembre 2026. Alle 7:42, nella schermata elettorale della CNN, il quadro è già molto significativo. Al Senato i Democratici risultano in vantaggio con 53 seggi contro 42 repubblicani, con 7 seggi passati di mano. Alla Camera il tabellone segna 224 democratici contro 128 repubblicani, con 27 seggi conquistati sottraendoli agli avversari. Soprattutto, la CNN indica già il controllo democratico di entrambe le Camere. Attenzione però: i numeri visualizzati non rappresentano ancora il conteggio definitivo di tutti i seggi, ma la rete ha già proiettato il cambio di maggioranza in entrambe le assemblee. L’Associated Press ha attribuito ai Democratici il Senato, mentre non ha ancora assegnato definitivamente la Camera; anche Reuters riferisce delle proiezioni dei principali media americani a favore dei Democratici. È dunque questa la situazione che fotografiamo al momento della stesura, non un risultato certificato in ogni sua componente (*).
Trump resta alla Casa Bianca, ma dovrà fare i conti con un Congresso che non sarà più disposto a seguirlo come un vagone agganciato alla locomotiva presidenziale. Gli rimangono gli ultimi due anni di mandato, durante i quali dovrà confrontarsi con maggioranze parlamentari di segno opposto. Non è un dettaglio. Per un presidente abituato a considerare il sostegno del proprio partito come una risorsa quasi scontata, il cambiamento è considerevole.
Che dire? Che Tocqueville e l’amico analista Tony Quattrone hanno colto un aspetto fondamentale della democrazia americana: la sua capacità di reagire alle pretese di concentrazione del potere. Naturalmente non intendiamo sostenere che la democrazia americana sia una macchina perfetta, destinata a vincere sempre e comunque. Sarebbe una lettura ingenua persino di Tocqueville. Nella sua Democrazia in America, il grande osservatore francese non si limitava a celebrare le virtù democratiche degli Stati Uniti: metteva in guardia anche contro la tirannide della maggioranza, il conformismo e la possibile compressione delle libertà individuali. Ma proprio per questo attribuiva tanta importanza alle associazioni, alle autonomie locali, alla partecipazione dei cittadini e alla pluralità della società civile. Insomma, alla capacità di una società di non consegnarsi interamente nelle mani del potere politico.
Una parola merita Tony Quattrone, che conosciamo e stimiamo: le sue analisi della politica americana si distinguono per competenza, conoscenza diretta delle istituzioni e capacità di spiegare senza pontificare. Una modestia rara, in un panorama affollato di tromboni superpagati che spesso confondono il volume della voce con la profondità del pensiero.
È proprio questo il punto. La democrazia americana non coincide con la Casa Bianca, né con il partito che in quel momento governa. Possiede una tradizione di pluralismo, autonomie e contrappesi istituzionali che, quando funzionano, possono impedire la concentrazione del potere. Le elezioni di metà mandato rappresentano uno degli strumenti attraverso i quali gli americani possono esercitare questa funzione di controllo. Non sono un appuntamento ornamentale del sistema costituzionale, ma un’occasione nella quale il presidente e il partito che lo sostiene devono sottoporsi nuovamente al giudizio degli elettori.
Nonostante ciò, i prossimi mesi potrebbero essere difficili. Il nuovo Congresso entrerà in funzione il 3 gennaio 2027. Fino ad allora resterà in carica quello uscente. Con l’insediamento delle nuove Camere, i Democratici potranno esercitare pienamente le prerogative delle maggioranze conquistate. Alla Camera potranno aprire commissioni d’inchiesta, convocare funzionari dell’amministrazione, chiedere documenti e sottoporre a verifica l’operato dell’esecutivo. Al Senato potranno esercitare il potere di conferma sulle nomine presidenziali soggette alla sua approvazione e rendere assai più complicata l’approvazione delle iniziative legislative di Trump.
Si profila dunque un confronto fra poteri. Il presidente conserva il diritto di veto, mentre il Congresso potrà opporre resistenza alle sue iniziative. Per superare un veto presidenziale occorrono i due terzi dei voti in entrambe le Camere: una soglia molto elevata. In assenza di accordi tra i due partiti, il rischio di paralisi legislativa è concreto. Potrebbero risentirne anche l’approvazione delle leggi di stanziamento e il finanziamento delle attività federali. Ovviamente, per avere un quadro più veritiero bisogna aspettare i risultati definitivi.
A questo proposito, una precisazione tecnica, ma necessaria. Si sente parlare dei sessanta voti al Senato come se fossero il numero magico necessario per bloccare le iniziative legislative di Trump. Non è così. I sessanta voti, corrispondenti normalmente ai tre quinti dei senatori in carica, ossia sessanta in un Senato al completo, servono per chiudere il dibattito su molte iniziative legislative, superando il cosiddetto filibuster. Non occorrono sessanta voti per respingere una proposta presidenziale, né per votare contro il presidente. Superato il problema della chiusura del dibattito, per la maggior parte delle decisioni legislative basta la maggioranza semplice. Esistono inoltre procedure particolari, come la riconciliazione di bilancio, soggette a regole differenti. Per le nomine federali, il Senato applica ormai la maggioranza semplice.
E l’impeachment? È possibile che la nuova maggioranza democratica alla Camera prenda in considerazione questa strada. La Camera può mettere sotto accusa il presidente con la maggioranza semplice; per condannarlo e rimuoverlo dall’incarico, tuttavia, servono i due terzi dei senatori presenti. Una soglia che, senza una consistente defezione repubblicana, appare assai difficilmente raggiungibile. Insomma, anche in questo caso non esiste un interruttore costituzionale con il quale spegnere la presidenza Trump.
Il problema maggiore, tuttavia, potrebbe essere politico. Trump ha già cercato di prendere le distanze dalla sconfitta, sostenendo che il risultato non rappresenta un giudizio sulla sua persona, ma una bocciatura dei candidati repubblicani. Eppure, per settimane, aveva invitato gli elettori a considerare le elezioni come un referendum sulla propria presidenza. Adesso che il referendum, almeno nei suoi effetti politici, ha prodotto un risultato negativo, la responsabilità sarebbe degli altri. Una spiegazione piuttosto comoda.
Non sappiamo quale sarà il peso delle componenti più radicali dell’entourage presidenziale, né se finiranno per condizionare ulteriormente le scelte della Casa Bianca. Non possiamo però escludere che, davanti a un Congresso ostile, il presidente scelga la strada dello scontro permanente, cercando di mobilitare direttamente la propria base contro le istituzioni. È un rischio da non sottovalutare.
Ma c’è anche un’altra questione, che riguarda i Democratici. Non devono confondere una vittoria elettorale con un’investitura ideologica. Il voto è stato in larga misura un giudizio negativo sull’operato di Trump, non necessariamente un’adesione entusiastica al programma democratico, tanto meno alle sue componenti più radicali. L’ala sinistra del partito potrebbe essere tentata di intestarsi il risultato, trasformandolo in un mandato per una nuova stagione di radicalizzazione. Sarebbe un errore.
I dati dell’AP Voter Poll sono istruttivi. Circa quattro elettori su dieci dichiarano di aver votato anche per manifestare la propria opposizione a Trump, mentre meno di due su dieci hanno voluto esprimergli sostegno. Circa sette elettori su dieci ritengono inoltre che il Congresso non abbia fatto abbastanza per esercitare un controllo sul presidente. Non siamo dunque davanti a una conversione generale degli americani alla sinistra, ma anche a una significativa richiesta di riequilibrio istituzionale.
E quali sono state le ragioni di una sconfitta tanto pesante? Innanzitutto l’economia. Il costo della vita, l’inflazione, il prezzo della benzina e dei generi alimentari hanno pesato sulla decisione degli elettori. Secondo le rilevazioni degli exit poll di CBS News, la situazione economica è risultata la questione più importante per gli americani, seguita dallo stato della democrazia. Gli elettori hanno avvertito soprattutto il peso delle difficoltà quotidiane: carburante, bollette, alimentari e servizi. Per due elezioni consecutive, la maggioranza ha dichiarato di aver subito conseguenze economiche a causa dell’inflazione.
A questo si aggiungono i dazi commerciali e la guerra in Iran, due questioni che hanno contribuito ad alimentare il malcontento economico e politico. La guerra, in particolare, non risulta popolare: secondo CBS, la maggioranza degli elettori ritiene sbagliata la decisione americana di ricorrere all’azione militare, una posizione presente anche in una parte dell’elettorato repubblicano.
C’è poi la questione della corruzione e dei comportamenti dell’amministrazione. Circa sei elettori su dieci, secondo l’AP Voter Poll, ritengono che Trump privilegi i propri interessi personali rispetto a quelli del Paese. Non proprio un attestato di fiducia. E soprattutto un dato che contrasta con la promessa di un presidente intenzionato a restituire credibilità e autorevolezza alle istituzioni americane.
Un altro elemento interessante riguarda il voto giovanile. Secondo l’indagine dell’Associated Press, circa sette elettori su dieci sotto i trent’anni hanno sostenuto candidati democratici alla Camera. Anche tra gli elettori ispanici i Democratici hanno recuperato terreno: circa sei su dieci hanno votato per candidati democratici. Naturalmente i giovani rappresentano soltanto una parte dell’elettorato e non bisogna trasformare questi dati in una spiegazione esaustiva del risultato. Ma la perdita di consensi tra settori che nel 2024 avevano guardato con maggiore favore a Trump costituisce un segnale politico importante.
Insomma, Trump ha pagato il prezzo di un’economia che non ha mantenuto le promesse, di una politica estera controversa e di una concezione della presidenza che ha alimentato timori sulla concentrazione del potere. Ha inoltre voluto personalizzare le elezioni, invitando gli americani a considerarlo idealmente presente sulla scheda elettorale. Gli elettori hanno accolto l’invito, ma non nel modo che sperava.
Resta la domanda conclusiva: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
Diremmo mezzo pieno, almeno sul piano istituzionale. Gli americani hanno dimostrato che il potere non è una proprietà privata di chi lo esercita e che il voto non serve soltanto a conferire autorità, ma anche a limitarla. Una parte decisiva dell’elettorato ha utilizzato uno strumento costituzionale per modificare i rapporti di forza e riequilibrare le istituzioni. Non è poco.
Il bicchiere, però, è anche mezzo vuoto. La democrazia non si difende una volta per tutte, né basta sconfiggere elettoralmente una maggioranza per garantirne la salute. Adesso toccherà ai Democratici dimostrare di saper vincere senza diventare prigionieri dell’ebbrezza della vittoria. Dovranno difendere le istituzioni, non impadronirsene; esercitare il controllo, non vendicarsi; rispettare le regole, non cambiarle ogni volta che fanno comodo.
Perché il problema, in una democrazia liberale, non è soltanto impedire che un uomo troppo potente pretenda di comandare senza limiti. È impedire che chiunque vinca le elezioni finisca per considerarsi il padrone dello Stato.
Tocqueville, in fondo, continua a parlarci anche per questo. La democrazia americana ha mostrato di possedere ancora importanti anticorpi. Ma gli anticorpi non guariscono da soli: hanno bisogno di cittadini consapevoli, istituzioni indipendenti e politici capaci di accettare il limite.
Altrimenti, fra due anni, potremmo ritrovarci al punto di partenza. E non sarebbe una bella prova di maturità democratica.
Carlo Gambescia
(*) Particolarmente interessanti restano anche i dati sull’affluenza: le prime indicazioni segnalano una maggiore partecipazione elettorale, ma non sono ancora disponibili cifre definitive.
(**) Il riferimento è ad Alexis de Tocqueville, La democrazia in America. Per le analisi di Tony Quattrone si veda il suo intervento: https://www.youtube.com/watch?v=0WLlKsGaGmk&t=464s.
Fonti di controllo:
CNN – Elezioni di midterm 2026; Associated Press – Risultati e analisi delle elezioni; AP Voter Poll – Le motivazioni degli elettori; CBS News – Exit poll 2026; Reuters – La conquista democratica della Camera nelle proiezioni.
















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