lunedì 9 marzo 2026

Petrolio tra panico e realtà

 


Neppure dieci giorni di guerra e già si parla di crisi petrolifera. Già l’automobilista è in panico: “ E so’ du’ euro”. Come se non si sapesse che le crisi economiche seguono cicli più lunghi, quelli dei bilanci, dal consumatore alle grandi imprese transnazionali. Quindi qual è la realtà? Oltre alle solite lamentazioni da individualista protetto, pure alla pompa?

Il prezzo della benzina, in realtà, non nasce alla pompa ma nei mercati globali del greggio, dove le aspettative geopolitiche vengono immediatamente incorporate nelle quotazioni del Brent Crude (il greggio del Mare del Nord che funge da principale prezzo di riferimento mondiale). Tuttavia, tra percezioni di rischio amplificate e reazioni politiche dettate dall’ansia elettorale, queste oscillazioni tendono spesso a essere sovrastimate.

Va detto con chiarezza: la guerra è reale e drammatica, ma non è colpa dei mercati né dei petrolieri. Questi ultimi vogliono pompare barili, non bombe. Eppure la retorica politica tende a scaricare tutte le colpe su di loro, mentre chi ha effettivamente scatenato conflitti parla di difendere il consumatore.



Ciò che impedisce una comprensione di come funziona un mercato è la molla moralistica che, nelle democrazie dove si vota regolarmente e i governi ne dipendono, si combina con quella elettorale: guai perdere voti. Primum vivere.

Che cosa accade allora? Che ai tentativi di “speculazione” – se proprio vogliamo usare questo termine – dei consumatori, precipitatisi in massa presso le pompe di benzina per riempire i serbatoi, risponde, come regolarmente capita quando aumenta la domanda, l’aumento del prezzo alla pompa.

Poi interviene la politica. E la situazione peggiora. Anche in Italia si asseconda la solita caccia al benzinaio nemico del popolo. Non solo: neppure dieci giorni di guerra (10/360 di un bilancio annuale), già si parla di tassazione dei sovraprofitti, indicando al popolo il petroliere vampiro, dopo avere crocifisso, come detto, il suo homunculus: il benzinaio.



In realtà l’industria petrolifera è un’industria ad altissima intensità di capitale: impianti, piattaforme, raffinerie, trasporti. Costi fissi enormi che devono essere ripartiti su grandi volumi di produzione. Quando la domanda cala, questi costi pesano di più sui volumi venduti e i margini si comprimono.

Certo, anche tenendo conto del fatto che organizzazioni come l’OPEC possono talvolta coordinare riduzioni della produzione e che i mercati finanziari del petrolio amplificano le oscillazioni attraverso contratti futures legati al Brent Crude, la sostanza economica non cambia di molto. L’economia, infatti, non si basa sul rifiuto di vendere ma sulla cessione dei beni. Si può trattenere l’offerta per un po’, certo. Ma prima o poi il petrolio deve essere venduto, perché solo la vendita consente di recuperare gli enormi capitali investiti.



Se è così, non è forse più razionale lasciare che sia l’equilibrio tra domanda e offerta a fare il suo lavoro, invece di inseguire ogni oscillazione dei prezzi con allarmi politici e improvvisate campagne contro gli “speculatori”?

Precisiamo che le nostre sono le osservazioni di un sociologo dell’economia, non di un economista puro: i comportamenti politici e sociali influenzano la percezione dei mercati più di quanto non facciano i fondamentali economici. Sociologo liberale diciamo. Quanto all’approccio lo si può chiamare metapolitico.

Quindi cosa fare invece in queste situazioni? Tenere i nervi saldi (pensiamo ai politici) e giocare di rimessa: se i prezzi aumentano, i consumi diminuiscono. E basta un poco di pazienza perché offerta e domanda riportino i prezzi verso l’equilibrio.

Per capirsi: la benzina, seguendo le leggi del mercato, costerebbe molto meno di quanto costa oggi. Inoltre, cosa non secondaria, se  il prezzo è elevato è soprattutto per via della tassazione, particolarmente pesante in paesi come l’Italia e in Europa, dove le imposte rappresentano circa il 55–60% del prezzo finale, comprimendo il margine reale dei produttori e incidendo direttamente sul portafoglio dei consumatori.

 


Così stanno le cose. Il resto è la solita liturgia statalista: caccia allo speculatore, al benzinaio e al petroliere vampiro. Per dirla con un grande economista romano del Novecento: tutto il resto è noia.

O individualismo protetto. Dallo Stato.

Carlo Gambescia

domenica 8 marzo 2026

Europa. Momento 1914

 


La storia raramente si ripete. Ma certe configurazioni ritornano. E quando riguardano la guerra suonano inquietanti. Il sistema internazionale di oggi presenta più di una somiglianza con quello che precedette la Prima guerra mondiale: una molteplicità di crisi regionali, rivalità tra grandi potenze, alleanze sempre più fluide, una crescente disponibilità a usare la forza come strumento ordinario della politica.

Il Medio Oriente faceva parte da anni di questo contesto già altamente instabile. Nelle ultime settimane, però, si è prodotto un salto di qualità: gli Stati Uniti guidati da Donald Trump sono entrati direttamente nel confronto con l’Iran, partecipando a una vasta offensiva militare contro il suo apparato strategico. Non siamo più di fronte soltanto a tensioni regionali o a guerre per procura. Una grande potenza militare è intervenuta apertamente, con attacchi su larga scala. È proprio questo tipo di dinamica — escalation locale che coinvolge progressivamente attori sempre più grandi — che nella storia ha spesso trasformato crisi regionali in crisi generali.

Naturalmente la storia non funziona per automatismi. Nessuno può dire se questa crisi porterà davvero a uno scontro più ampio. Per questo è giusto parlare di “momento 1914”: qualcosa, insomma, di non definitivo.



Tuttavia è difficile non vedere come il quadro generale stia cambiando. Negli ultimi trent’anni l’Occidente aveva coltivato una grande illusione: che la globalizzazione economica, il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali potessero progressivamente ridurre il ruolo della forza nelle relazioni tra gli Stati. Si può perciò parlare di un predominio di forze centripete: economiche, di integrazione, di pace. Oggi quella stagione appare chiaramente conclusa. Dalla guerra in Ucraina alle tensioni nel Pacifico, passando per il Medio Oriente, gli equilibri globali sono tornati a essere determinati in larga misura dal rapporto tra potenza militare, interessi strategici e capacità di deterrenza. Si è aperta una fase centrifuga, fatta di guerre potenziali pronte a trasformarsi in guerre reali.

In termini metapolitici si potrebbe dire che i sistemi politici oscillano sempre tra due dinamiche opposte. Da un lato agiscono forze centripete, che tendono a integrare gli spazi politici, a stabilizzare gli equilibri e a rafforzare le istituzioni comuni, soprattutto in chiave economica. Dall’altro emergono forze centrifughe, che spingono verso la frammentazione, la competizione tra potenze e il ritorno della logica della forza. Quando prevalgono le prime si consolidano ordini relativamente stabili; quando prendono il sopravvento le seconde, il sistema internazionale entra in una fase di turbolenza e di conflitto.

Se si guarda alla storia degli ultimi due secoli, il sistema internazionale sembra oscillare tra fasi diverse. Dopo il 1815, con la fine delle guerre napoleoniche e l’avvio del cosiddetto “concerto europeo”, il continente conobbe per quasi un secolo un equilibrio relativamente stabile, fondato sul bilanciamento tra le potenze e su una crescente integrazione economica. Era una fase in cui prevalevano dinamiche centripete. All’inizio del Novecento, però, nazionalismi, rivalità imperiali e crisi regionali riportarono in primo piano le forze centrifughe, fino all’esplosione della guerra nel 1914 e alla lunga stagione dei conflitti mondiali, conclusasi solo nel 1945.



Nel secondo dopoguerra si affermò nuovamente una logica più centripeta: la costruzione delle istituzioni internazionali, l’alleanza occidentale e, soprattutto, il processo di integrazione europea. Con la fine della Guerra fredda nel 1991 questa tendenza sembrò rafforzarsi ulteriormente grazie al riavvio della globalizzazione economica. Oggi, tuttavia, molti segnali indicano un nuovo spostamento dell’equilibrio: la competizione tra grandi potenze, le guerre regionali e il ritorno della politica di potenza suggeriscono che le dinamiche centrifughe stiano nuovamente guadagnando terreno.

Ripetiamo: siamo dinanzi a una precisa regolarità metapolitica, quella tra forze centrifughe e centripete (*). È proprio questo tipo di dinamica — escalation locale che coinvolge progressivamente attori sempre più grandi — che nella storia ha spesso trasformato crisi regionali in crisi generali.

Il meccanismo è antico. Lo si può intravedere già nelle tensioni che precedettero la prima guerra punica, quando rivalità locali finirono per trascinare potenze sempre più grandi nel conflitto. Lo stesso accadde nel mondo greco, dove la divisione ideologica tra polis aristocratiche e democratiche produceva frequenti richieste di aiuto e interventi a catena. Anche la storia cinese offre esempi analoghi: un immenso spazio politico spesso diviso tra più regni, attraversato da guerre ricorrenti e da invasioni provenienti dal nord. In contesti diversi, la logica è sempre simile: crisi locali che, per effetto delle alleanze e delle rivalità, finiscono per allargarsi fino a coinvolgere interi sistemi politici.



Come detto, la lunga stagione della globalizzazione — che, più in generale, si può far risalire alla nascita e allo sviluppo del capitalismo — ha rappresentato nel secondo dopoguerra, in larga parte e al netto della Guerra fredda, una fase dominata da dinamiche centripete: integrazione economica, crescita degli scambi, rafforzamento delle organizzazioni internazionali e, negli anni Sessanta, avvio della “distensione” politica tra i grandi blocchi.

Oggi, invece, stiamo assistendo al ritorno di potenti spinte centrifughe. Le grandi potenze ragionano di nuovo in termini di sicurezza strategica, sfere di influenza e confronto militare. Il mondo multipolare, così spesso celebrato dalle destre ipnotizzate da una geopolitica di chiaro stampo totalitario, è un artificio retorico che minaccia la pace mondiale. Delle due l’una: o coloro che lo sostengono agiscono in cattiva fede, e allora sono mascalzoni, oppure lo fanno in buona fede, e allora sono imbecilli.

Il ritorno di Donald Trump, leader “centrifugo”, alla guida degli Stati Uniti accentua ulteriormente questa tendenza. Trump, dopo più di duecento anni di stabilità culturale nel rapporto tra Europa e Stati Uniti, non concepisce l’Occidente come una comunità politica fondata su valori condivisi e su un ordine internazionale stabile. La sua visione è molto più semplice e diretta: le relazioni tra gli Stati sono rapporti di forza e le alleanze strumenti da utilizzare quando conviene. In questa prospettiva anche il legame transatlantico perde parte della sua dimensione storica e diventa, almeno in parte, una relazione negoziabile.



Per l’Europa questo mutamento rappresenta un problema enorme. L’Unione Europea resta una grande potenza economica — centripeta — ma continua a essere un attore geopolitico incompleto, attraversato da tendenze centrifughe. Non dispone di una politica estera realmente unitaria né di una capacità militare autonoma paragonabile a quella delle grandi potenze. In un mondo che torna a essere regolato dalla competizione strategica, questa debolezza strutturale diventa sempre più evidente. L’Europa è una forza di integrazione economica, ma fatica a trasformarsi in una potenza politica capace di agire nello spazio internazionale come forza di pace.

Dentro questo quadro si colloca anche la politica estera del governo guidato da Giorgia Meloni. La linea ufficiale è quella dell’atlantismo economico e della fedeltà alle alleanze occidentali (forze centripete). Ma nella pratica emerge spesso una certa oscillazione tra la necessità di restare pienamente dentro il sistema occidentale e la tentazione di una retorica sovranista nei confronti dell’Europa (forze centrifughe). Il risultato è una politica estera che appare talvolta più reattiva che strategica: attenta a non rompere gli equilibri esistenti, ma priva di una visione autonoma del ruolo che l’Italia — e, in primo luogo, l’Europa — dovrebbe giocare in un sistema internazionale sempre più turbolento. Non basta barricarsi in casa.

 


In parte si tratta di un limite strutturale. L’Italia difficilmente può permettersi una linea completamente indipendente. Ma proprio per questo la definizione di una strategia europea più coerente diventa essenziale. Senza un rafforzamento politico e strategico dell’Europa, in chiave centripeta, come forza di pace — nel senso di una difesa dei valori liberali di pace, commercio e integrazione economica mondiale — i singoli Stati membri rischiano di trovarsi sempre più esposti alle pressioni centrifughe delle grandi potenze.

Se la destra di governo si muove con cautela e incertezza, l’opposizione non appare più convincente. Una parte significativa della sinistra reagisce alle crisi internazionali con un pacifismo prevalentemente sentimentale, se si vuole dichiarativo: grandi dichiarazioni, appelli al cessate il fuoco, richiami al dialogo, invocazioni al diritto internazionale. Posizioni moralmente comprensibili, persino nobili, ma spesso prive di una reale analisi dei rapporti di forza che regolano la politica mondiale. Il sistema internazionale non funziona sulla base delle buone intenzioni. Le guerre non scoppiano perché mancano gli appelli alla pace, ma perché entrano in collisione interessi strategici, percezioni di sicurezza e ambizioni di potenza: le cosiddette forze centrifughe.

 


Per contro, l’integrazione economica, lungo un percorso scalare — dal micro al macro — può assicurare, per così dire, una “pace centripeta”, che non durerà in eterno, ma che per un certo tempo può durare. Il che significa che i sovranismi, in quanto centrifughi, portano solo alla guerra. Perciò non si può essere sovranisti ed evocare la pace, come pure anticapitalisti — quindi contro la globalizzazione — e dichiararsi pacifisti. Il capitalismo è la pace, il nazionalismo la guerra. Non si può essere entrambe le cose insieme. Osservazione che deve valere per la sinistra come per la destra.

Per questo il riferimento al “momento 1914” non va letto come una previsione apocalittica, ma come un avvertimento storico.

 


All’inizio del Novecento molte élite europee erano convinte che l’interdipendenza economica e la civiltà comune del continente avrebbero reso impossibile una guerra generale. Pochi mesi dopo l’Europa precipitava, spinta da forze centrifughe, nella più grande tragedia della sua storia.

La domanda oggi non è se la storia stia per ripetersi, ma se l’Europa abbia davvero imparato dall’esperienza del 1914. In un mondo in cui le forze centrifughe ritornano a dominare gli equilibri internazionali, il rischio è che la fragilità del continente renda vani i benefici della sua forza economica. La responsabilità dell’Europa è chiara: rafforzare le sue capacità di pace, integrare le politiche comuni e trasformare la sua influenza economica in reale stabilità politica, prima che le tensioni globali la travolgano.

Carlo Gambescia

(*) Rinviamo al nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 voll.

sabato 7 marzo 2026

Quando la politica diventa sacra: la foto che racconta la terribile America di Trump

 


La fotografia è semplice, ma il suo significato è enorme. Nello Studio Ovale della White House un presidente degli Stati Uniti siede alla scrivania mentre un gruppo di pastori evangelicali (*) lo circonda, gli impone le mani e prega su di lui. Non è una scena privata. È un gesto pubblico, politico, quasi liturgico. In apparenza potrebbe sembrare solo uno dei tanti episodi della religiosità americana. In realtà l’immagine dice qualcosa di molto più profondo sul radicale mutamento della politica negli Stati Uniti.

È vero che non si tratta di un fatto completamente senza precedenti. Presidenti come Ronald Reagan, George W. Bush e, in modo più discreto, Barack Obama hanno avuto rapporti stretti con leader religiosi e in alcune occasioni sono stati fotografati durante momenti di preghiera. Ma l’alleanza tra Donald Trump e la destra evangelicale rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso. Qui non siamo più davanti alla semplice presenza della religione nello spazio pubblico. Assistiamo piuttosto a una forma di sacralizzazione del potere politico. Qualcosa che ha sapore di pre-moderno. Che accade nella patria della modernità politica. Infatti non ci stancheremo mai di ricordare che la Costituzione americana è la costituzione scritta più antica del mondo.



Perciò per comprendere perché questa immagine sia così significativa bisogna tornare alla tradizione politica americana. Gli Stati Uniti sono nati in una società profondamente religiosa, ma i fondatori erano ossessionati da un problema: evitare che il potere politico diventasse potere religioso. Nei saggi raccolti nel Federalist ricorre continuamente l’idea che nessun potere debba diventare assoluto e che l’equilibrio istituzionale sia la sola garanzia della libertà. Insomma i Padri fondatori, molto attenti alla laicità politica, probabilmente avrebbero guardato una scena del genere con parecchio stupore. Soprattutto James Madison, che sulla separazione tra religione e politica era quasi maniacale. Non meno significativa è l’osservazione di Alexis de Tocqueville, che nell’Ottocento individuò uno dei segreti della democrazia americana proprio nella separazione tra religione e governo. Negli Stati Uniti la religione era potente nella società, scriveva Tocqueville nella Democrazia in America, ma rimaneva esterna allo stato. Ed era proprio questa distanza a proteggerla dalla corruzione del potere.

Per oltre due secoli questo equilibrio ha complessivamente funzionato, pur attraversando momenti di forte tensione. La religione ha continuato a influenzare la cultura americana, ma senza pretendere di consacrare direttamente l’autorità politica. La svolta arriva nel tardo Novecento con la mobilitazione politica dell’evangelicalismo conservatore. Movimenti come la Moral Majority fondata dal predicatore Jerry Falwell trasformarono milioni di credenti in un blocco elettorale organizzato e disciplinato. La religione entrava così nella politica non più soltanto come fonte di valori morali, ma come identità militante.



Con Trump questo processo ha raggiunto un livello nuovo. L’alleanza tra il leader politico e il mondo evangelicale non è soltanto elettorale. Assume, ripetiamo, una dimensione simbolica e quasi sacrale. La scena dei pastori che pregano nello Studio Ovale non è semplicemente una fotografia devozionale: è una “riteologizzazione” della politica, interpretata come lotta tra il bene e il male. È la rappresentazione visiva di un potere che si incarna in un uomo, inviato da Dio, che – semplificando – rimetterà le cose a posto. Cioè ricristianizzerà la nazione americana.

Ma Trump chi è? Come abbiamo più volte scritto: una specie di Lucky Luciano, un gangster politico. Che c’entra con Dio e con la religione? Nulla. Però tutto ciò fa il gioco della sua volontà di potenza: un desiderio di affermazione, di dominio e di grandezza che anima leader e movimenti che si autoproclamano storici. In qualche misura, come scrivevamo ieri, la Post-Verità del gaglioffo si sposa alla Verità assoluta dei fanatici religiosi (**). 

Le democrazie liberali hanno sempre cercato di limitare questa pulsione, costruendo sistemi di controllo reciproco tra i poteri: il famoso governo delle leggi e non degli uomini. Di conseguenza, quando l’autorità politica si presenta come strumento di una missione religiosa, i limiti istituzionali tendono a indebolirsi. Il leader non appare più semplicemente come un attore politico sottoposto a regole e critiche: diventa il rappresentante di un disegno superiore. Del resto a Lucky Luciano-Trump fa comodo (ovviamente fino a quando riterrà la cosa utile ai suoi disegni di potenza) poter contare, anche sul piano elettorale – fino a quando si voterà ancora negli Stati Uniti – sui voti di questa destra religiosa: si parla di milioni di persone che hanno votato per lui.



La volontà di potenza di un gangster politico – un fascista se si preferisce – ha perciò incontrato l’integralismo religioso. L’integralismo, in qualsiasi tradizione religiosa si manifesti, ha una caratteristica precisa: considera la verità religiosa come fonte diretta dell’ordine politico. Non si limita a ispirare valori; pretende di orientare lo stato. Quando un leader politico forte trova in questa visione una legittimazione, ancora più forte, il potere assume facilmente il linguaggio “al quadrato” della missione. Come detto, il conflitto politico non appare più come un confronto tra interessi o visioni diverse della società, ma come una lotta tra verità e errore, tra bene e male.

E la destra religiosa non si rende conto che Trump – per dirla alla buona – è un mascalzone? Non necessariamente. Perché si ritiene che le vie del Signore siano infinite e che possano servirsi anche di un Lucky Luciano, debitamente assistito dai suoi consulenti religiosi. Vedi la già famosa foto nello Studio Ovale.



Le conseguenze non riguardano soltanto la politica interna americana. L’alleanza tra la destra evangelicale e il potere politico ha avuto effetti decisivi anche sulla politica estera degli Stati Uniti, soprattutto nei rapporti con lo Stato di Israele. Per una parte significativa dell’evangelicalismo conservatore Israele non è soltanto un alleato strategico. È un elemento centrale di una lettura profetica ed escatologica della storia: il ritorno degli ebrei nella loro terra viene interpretato come un passaggio necessario della storia sacra.

Per capirsi: il sostegno della destra evangelicale americana a Israele non nasce necessariamente da una simpatia per l’ebraismo come religione, ma da una specifica lettura profetica della storia. In questa visione il ritorno degli ebrei nello Stato di Israele è un passaggio necessario del piano divino che prepara gli eventi finali dell’Apocalisse e, alla fine dei tempi, la conversione degli ebrei al cristianesimo.

Ne deriva un rapporto paradossale: sostegno politico molto forte allo Stato di Israele, ma non necessariamente all’ebraismo in quanto tale. Del resto, nonostante le fantasie della propaganda antisemita, una larga parte degli ebrei americani continua a votare per i democratici.

Non sorprende quindi che leader come Benjamin Netanyahu abbiano coltivato rapporti strettissimi con il mondo evangelicale americano. Qui la convergenza tra teologia apocalittica, identità politica e strategia internazionale diventa particolarmente potente. Netanyahu non è semplicemente un leader israeliano: è un super-nazionalista, un corpo estraneo totale al sionismo tradizionale (si pensi al nazionalismo integrale del francese Maurras, che tra l’altro era antisemita), che ha trasformato l’alleanza con la destra evangelicale americana in uno strumento di potere politico senza precedenti, consolidata sotto la presidenza di Trump.



È uno dei paradossi più curiosi della politica contemporanea: una parte del sostegno più fervente a Israele proviene da ambienti religiosi che, nella propria visione teologica della fine dei tempi, immaginano proprio in Israele uno degli scenari decisivi della conversione finale degli ebrei al cristianesimo. Ancora una volta la politica dimostra di non essere fatta solo di interessi materiali, ma anche di miti religiosi, narrazioni escatologiche e identità collettive.

Ma proprio qui emerge il rischio più serio. Quando la politica assume il linguaggio della missione religiosa, la democrazia liberale può essere percepita come un ostacolo morale. Il pluralismo, i diritti civili, la separazione tra stato e religione vengono interpretati non come principi di libertà, ma come manifestazioni di un ordine culturale ostile alla fede. In questo quadro la laicità dello stato rischia di essere letta come una forma di ateismo imposto.

Il problema diventa ancora più grave se si guarda al contesto internazionale. Quando una grande potenza politica comincia a parlare il linguaggio della missione religiosa, entra inevitabilmente nello stesso terreno ideologico degli altri integralismi. Che si tratti di cristianesimo politico, di islam politico o di altre forme di fondamentalismo, la logica è sorprendentemente simile: la politica viene interpretata come strumento di una verità assoluta. In un’area esplosiva come il Medio Oriente, segnata dalle tensioni tra Israele, il mondo arabo e l’Iran, questo tipo di visione rischia di trasformare conflitti geopolitici complessi in scontri di civiltà o addirittura in guerre sacralizzate.



Per questo  la  fotografia nello Studio Ovale non è un dettaglio folcloristico. È un segnale politico e simbolico di grande portata. Si noti anche il valore di aperta sfida nel tagliare i ponti con il passato. Per oltre due secoli la tradizione americana ha cercato di mantenere una linea sottile ma decisiva: religione forte nella società, potere politico laico. Quando quella linea si  indebolisce o spezza , il rischio non riguarda solo gli Stati Uniti. Riguarda l’equilibrio stesso della modernità politica.

Perché quando il potere torna a cercare una consacrazione religiosa, la politica smette di essere uno spazio di confronto tra cittadini e tende a diventare il terreno di una missione. E quando i leader politici cominciano a credere davvero che "Dio" sia dalla loro parte nel corso della storia, la storia rischia di trasformarsi in un inferno.

Ed è quel che sta accadendo.

Carlo Gambescia

 

(*) Nell'articolo si usa il termine evangelicale (da “evangelical”) per distinguere la tradizione religiosa e politica americana da quella degli evangelici italiani, più moderata e meno politicizzata. Questa scelta serve a chiarire subito al lettore la differenza culturale e storica tra i due fenomeni.

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/trump-la-guerra-all-iran-e-la-post.html

venerdì 6 marzo 2026

Trump, la guerra all' Iran e la Post-Verità

 


I primi giorni di guerra comprovano come la fuga dalla realtà sia diventata uno dei tratti più inquietanti della comunicazione politica contemporanea, soprattutto in Occidente.

Non si tratta solo della guerra, ma di come la guerra viene dipinta. Nelle ultime settimane l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha aperto una crisi regionale di enorme portata, con il rischio concreto di un conflitto più ampio, capace di andare oltre il Medio Oriente. Eppure, nel dibattito pubblico che accompagna questi eventi, soprattutto sui social ma ormai anche nei media tradizionali, circola una quantità impressionante di narrazioni assurde, spiegazioni infantili, teorie improvvisate.

È il segno di una regressione del discorso politico. Con l’irruzione di Donald Trump la politica internazionale ha conosciuto una trasformazione profonda: la legittimazione di una comunicazione che non sente più il bisogno di mantenere un rapporto serio con i fatti.



Il trumpismo ha mostrato che nell’universo social la politica può funzionare anche senza il vincolo della realtà. Non si tratta più di interpretare gli eventi, ma di costruire storie emotive e identitarie che prescindono da essi. Alcuni studiosi parlano di Post-Verità: una condizione in cui i fatti pesano meno delle emozioni e delle narrazioni che rafforzano identità e appartenenze.

Non si tratta semplicemente di menzogne, fenomeno antico quanto la politica, o di propaganda di guerra, nel senso del classico studio di Marc Bloch; riguarda piuttosto la progressiva marginalizzazione della verità come conoscenza basata su evidenze, relazioni causali e metodi scientifici, e della sua rilevanza nel dibattito pubblico. 

Siamo davanti a una regressione antropologica. La guerra diventa così una trama da racconto elementare: dietro ogni evento ci sarebbe una cabala nascosta, un complotto familiare, una spiegazione semplice che sostituisce la complessità metapolitica.



In questi giorni circola, per esempio, la teoria secondo cui la politica americana verso Israele e il MedioOriente si spiegherebbe attraverso relazioni familiari o religiose legate alla famiglia di Trump. 

È un modo arcaico e quasi infantile di leggere la politica internazionale. Le guerre tra stati non nascono più da genealogie o matrimoni, come nell’Europa dinastica dei Borboni e degli Asburgo o in alcune vicende del tardo Impero romano. Sono il prodotto di decisioni politiche, conflitti di potere, interessi nazionali, paure collettive e rappresentazioni ideologiche. Ridurre tutto a storie di famiglia significa semplicemente abbandonare la realtà. E credono a queste stupidaggini barba di professori.


In questo clima di regressione cognitiva anche il discorso politico europeo mostra segnali preoccupanti. Quando Giorgia Meloni afferma che “non siamo in guerra”, la frase può essere formalmente corretta sul piano giuridico: non c’è dichiarazione… Ma politicamente suona come una negazione dell’evidenza. Quando una potenza come gli Stati Uniti, senza alcuna dichiarazione ufficiale, aggredisce militarmente direttamente l’Iran e l’intero Medio Oriente – una “botta” dalla quale sarà difficile riprendersi – sostenere che non siamo in guerra significa parlare come se il pubblico fosse composto da bambini.




Non è necessario essere formalmente belligeranti per essere immersi in una crisi dalle dimensioni e conseguenze inquietanti. L’Europa è già dentro questa crisi, simbolicamente, economicamente, strategicamente e militarmente. Negarlo è una forma di auto-illusione politica.

Il problema però è più profondo dei singoli leader. Le democrazie liberali vivono dentro uno spazio informativo completamente aperto, dove qualsiasi narrazione può circolare e acquisire visibilità. Questo produce un paradosso: proprio la libertà dell’ambiente comunicativo permette la proliferazione di teorie deliranti, semplificazioni brutali e ricostruzioni fantasiose.

Nei sistemi autoritari come Russia o Cina questo problema non esiste, perché la comunicazione pubblica è rigidamente controllata fin dal livello dei social. Non è più vera, ma è coerente e disciplinata. Le democrazie liberali invece pagano il prezzo della libertà: un universo  informativo dove la realtà compete continuamente con la fantasia.

Il risultato è una progressiva infantilizzazione del discorso pubblico. Questioni estremamente complesse — guerre regionali, equilibrio nucleare, mercati energetici, competizione tra potenze — vengono raccontate attraverso categorie primitive: buoni e cattivi, complotti, tradimenti, narrazioni tribali. È una sorta di ritorno all’età della pietra della comunicazione politica: tecnologia sofisticatissima e linguaggio politico arcaico.



Il vero rischio non è rappresentato da un singolo leader o da una singola dichiarazione, ma dall’erosione della razionalità pubblica. La politica moderna funzionava perché esisteva almeno un presupposto implicito condiviso: i fatti esistono, e il conflitto politico riguarda la loro interpretazione. O “razionalizzazione”. Che è cosa bene diversa dall’ inventare di sana pianta. Per capirsi, una cosa è dire, il marinaio greco cercava di ingraziarsi Poseidone con i sacrifici (razionalizzazione di un fatto), un’ altra è dire che non è vero che il marinaio greco cercava di ingraziarsi Poseidone, eccetera (Post-Verità, come negazione di un fatto).

Oggi questa premessa vacilla. I fatti stessi diventano oggetto di disputa, oppure vengono sostituiti da retoriche rigide  ed  emotive che non hanno alcun rapporto con la realtà.

Quando questo accade, la democrazia liberale entra in una zona pericolosa. Senza una base minima di realtà condivisa il dibattito pubblico smette di essere uno spazio di deliberazione e diventa una giungla di leggende metropolitane concorrenti.



E nelle giungle, come è noto, non prevale chi ha ragione: prevale semplicemente chi urla più forte. Unitamente al possesso della clava più grossa.

Tra le molte storielle che circolano in questi giorni ce n’è una particolarmente rivelatrice: quella secondo cui Donald Trump porterebbe la libertà in Iran, come Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, grandi leader liberali, la riportarono giustamente in Europa. Impartendo ai fascisti una lezione storica.

Come può un fascista come Trump impartire lezioni ad altri fascisti? E soprattutto preoccuparsi della libertà del tribolato popolo iraniano?

Post-Verità, null’altro che Post-Verità. O se si preferisce, come dicevamo, una fantasia consolatoria, chiaro segno di infantilismo politico. E storico.

Carlo Gambescia

giovedì 5 marzo 2026

“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”. Iran, i fatti

 


Nonostante il polverone mediatico (la “guerra mondiale”), tipico dei conflitti, che possono alternare ai silenzi il rumore delle false notizie, vanno sottolineati alcuni fatti.

Il primo: l’Iran non ha alcuna probabilità di vincere la guerra. Se resterà in vita il regime teocratico sarà solo perché gli Stati Uniti, e neppure Israele, vorranno che sia così. Una teocrazia depotenziata, addomesticata, obbediente e riverente agli Stati Uniti. Delle libertà interne, a Donald Trump, da buon autocrate, non importa nulla. Se la vedano gli iraniani, se possono o vogliono. Problema interno.



Il secondo: l’inconsistenza europea, divisa su tutto, priva di coraggio e onore, incapace di qualsiasi scelta netta tra guerra o pace. Per Trump, l’Iran è anche un test: se l’Europa cede sull’Iran, cederà su tutto: Ucraina, Groenlandia, tariffe e quant’altro. Non è solo Medio Oriente: è anche un test di subordinazione politica. Test, diciamo pure, già superato. I nazionalismi, vedi posizione della Spagna, o il servilismo, vedi posizione dell’Italia, non portano da nessuna parte.

Il terzo: Russia e Cina, al di là delle dichiarazioni ufficiali, hanno abbandonato l’Iran al suo destino. Il metodo Trump piace alle dittature. Le democrazie liberali sono giudicate corrotte e deboli. Potremmo parlare, in senso ideale, di un nuovo patto - non scritto ovviamente - sul modello del Molotov–Ribbentrop, tra dittatori (o aspiranti tali), che vede Trump da una parte e Vladimir Putin e Xi Jinping dall’altra. Con l’Europa, divisa come detto, prossimo boccone del re che risiede a Mosca o Pechino.



Il quarto: questa guerra può perderla solo Trump. In qualche misura è un test per il presidente. Riuscirà a imporre la guerra ai suoi oppositori? Riteniamo che sia sua intenzione, magari per abbassare il termometro delle sfide interne, non allungare troppo i tempi del conflitto. Il che significa: o un uso più intenso della forza militare, o un accomodamento con l’autocrazia iraniana dopo averla messa con le spalle al muro. Chi si aspetta un mea culpa di Trump è completamente fuori strada.

Il quinto: il pacifismo ha perso un’altra volta, mostrando tutta la sua inadeguatezza. Quando il nemico ti indica come tale, si può anche essere San Francesco, ma al nemico non importa, perché ha buone ragioni (ovviamente dal suo punto di vista) per distruggerti. Anzi, la tua bontà, o volontà di pace, viene vista o come un segno di debolezza, o come un cattivo esempio per tutti gli altri. E quanto più parli di pace, tanto più sei odiato.



In sintesi, questa guerra può perderla solo Trump. Il destino militare dell’Iran è segnato.

Invitiamo i lettori a concentrarsi su questa dinamica, segnata da questi cinque fatti, e non sulle conseguenze a breve - droni, Borsa, petrolio, stretto di Hormuz, terrorismo, smorfiette politiche - che passano e spariscono dinanzi a una vittoria totale (o quasi) di Trump in Iran.



Quanto agli imbecilli mondiali, tra i quali purtroppo alcuni liberali, che tifano Trump, perché, direttamente o indirettamente, starebbe riportando la libertà in Iran, rispondiamo con Tacito: “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.

Carlo Gambescia

mercoledì 4 marzo 2026

Guerra e liberalismo

 


Guerra. Il liberalismo ha sempre ricevuto due accuse. I fascisti imputavano al liberalismo di non saper fare la guerra, perché i capitalisti - difesi dai liberali - non ne sarebbero stati capaci: sempre pronti a vendersi pur di evitare le tempeste d’acciaio. I marxisti, al contrario, accusavano di muovere guerra solo per difendere gli sporchi interessi dei capitalisti e per impadronirsi di nuove colonie, schiavizzando popoli che invece aspiravano al socialismo.

E i liberali che cosa dicevano di se stessi? Che la guerra porta solo rovine e che è sempre meglio farne a meno. Quanto alle accuse di imperialismo, come provano i dibattiti parlamentari di fine Ottocento, molti liberali avrebbero fatto volentieri a meno di conquiste militari all’estero. Più che di colonie messe a ferro e fuoco, si ragionava in termini di protettorati, o - se si preferisce - di egemonia economica. Valgano per  tutti, come prova,  gli scritti di Pareto e di altri liberali europei.



Sono posizioni, soprattutto quelle critiche, ancora vive oggi, quando si parla di guerre per il petrolio (a sinistra) o di guerre troppo blande e condotte di malavoglia (a destra). Quanto ai liberali, sono praticamente allo sbando, come mostra la posizione europea, dove ancora si scorgono tracce di liberalismo, prima di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, ora a quella statunitense-israeliana all’Iran.

Si chiama anche passività politica. Non c’entra il laissez-faire, che è una dottrina dell’azione limitata; qui siamo davanti a qualcosa di diverso: l’inerzia travestita da prudenza. Da una parte l’Europa liberale vorrebbe tirarsi fuori, restare a guardare; dall’altra vorrebbe intervenire, ma senza pagare il prezzo delle decisioni, senza perdite e senza rischi. Nell’attesa di decidere - e per di più in ordine sparso - pratica ciò che sa fare meglio: rinviare. Confida che Donald Trump e Benjamin Netanyahu mettano fine al più presto alla guerra. E che le cose, insomma, si sistemino da sole.



Si dirà: meglio così, l’Europa ha altro di cui occuparsi: pensioni, sanità, transizioni ecologiche… tutti problemi fondamentali… Diciamo allora la verità: il liberalismo, se si esclude la fase ottocentesca delle rivoluzioni nazional-liberali (i vari Risorgimenti), non ha mai mostrato una particolare propensione per la guerra. Le due guerre mondiali furono, la prima, un tragico deragliamento dell’equilibrio europeo; la seconda, una scelta obbligata di sopravvivenza.

Il liberalismo ama i commerci, la scienza, il buon vivere, la cultura, i viaggi. Tutte cose che, per durare, vanno però difese. E difese prima che qualcuno si proponga di farne man bassa.



Ciò non significa che la guerra all’Iran sia una guerra giusta o giustificata. Significa piuttosto che solo un’Europa armata fino ai denti avrebbe potuto incidere davvero sugli eventi, se non impedirli. Un’Europa unita e militarmente temuta avrebbe avuto maggior voce in capitolo nelle trattative, nei processi di secolarizzazione sociale e politica, lungo vie diplomatiche che richiedono bastone e carota, evitando - se non necessarie - soluzioni radicali. Ma così non è stato.

Da questo punto di vista, i giretti di cortile di Giorgia Meloni sono un esempio lampante della passività europea. Non essere né pro né contro Trump e Netanyahu significa, in concreto, lasciare loro la strada libera.



Quanto alla postura della Meloni, non è liberale. È attendista in senso classico: aspettare che il vincitore si chiarisca per schierarsi al momento opportuno. Una logica che in Italia conosciamo bene e che evoca, più che il liberalismo, il realismo muscolare di Benito Mussolini quando fiutava l’aria prima di decidere. Non un’aquila, dunque: piuttosto un calcolo da retrobottega geopolitico.

Chiamala, se vuoi, avvoltoio.

Carlo Gambescia

martedì 3 marzo 2026

Iran. Trump e l’ onda fascista

 


Titolo forte? Come disse una volta Vittorio Feltri di Hitler: titolo, severo ma giusto.

Ora però argomentiamo.

Intanto, ecco cosa accade quando il nazionalismo antiliberale conquista il potere. Non un generico patriottismo, ma un nazionalismo parafascista: fascista come mentalità, nel senso di esprimere una volontà di potenza che non riconosce limiti esterni, né giuridici né politici.

L’imperialismo, in questa prospettiva, non è altro che la prosecuzione del nazionalismo con mezzi più radicali: quando la potenza non si accontenta più di affermarsi simbolicamente o per via indiretta, ma pretende di tradursi in dominio diretto.

Se Donald Trump si dice pronto a inviare truppe in Iran, non c’è da stupirsi. Altro che “cortile di casa”… Altro che “dottrina” Monroe… Si tratta di altro: a Trump di chi comandi in Iran non importa nulla. Ciò che conta è la docilità verso Washington. Tutto qui, altro che Trump difensore della libertà…

È logica interna del nazionalismo di potenza. Come lo scorpione della favola, Trump non può non pungere: non perché sia irrazionale, ma perché quella è la sua natura politica.

Affogherà? È possibile. Ma quando? Difficile dire.  Il nazionalismo di potenza è storicamente autodistruttivo: tende ad allargare il conflitto oltre le proprie capacità di controllo. Perciò  il punto, per ora, è la traiettoria. Sulla quale al momento  non si scorgono  grossi ostacoli.



Scrivere che è come se fosse andato per la seconda volta Adolf Hitler al potere, ma negli Stati Uniti, non significa equiparare contesti storici incomparabili. Significa individuare una struttura politica comune: l’idea che la legittimità derivi dalla forza, che il diritto internazionale sia un intralcio, che la guerra preventiva sia uno strumento normale di politica estera. È questo il tratto fascista come mentalità.

Una democrazia liberale classica non si muove così. Può reagire con forza quando è aggredita — come avvenne contro la Germania nazista — ma non assume la guerra come dimostrazione permanente di superiorità.

Per comprendere l’attuale fase bisogna tornare alla crisi finanziaria del 2007–2008. La recessione globale non produsse soltanto effetti economici: delegittimò l’idea stessa di globalizzazione come processo pacifico di integrazione. Da allora si è formata un’ondata nazionalista crescente, che ha rimesso in circolazione parole d’ordine tipiche degli anni Venti e Trenta del Novecento.

In meno di un ventennio, una destra che non aveva mai interiorizzato la lezione del 1945 è tornata centrale. Una destra ostile al liberalismo, incline al rapporto pragmatico con i regimi autoritari ( si veda la sfortunata sorte dell’Ucraina), e convinta che il prestigio internazionale si misuri sulla capacità di intimidire. Di imporre il rispetto.



In questo quadro, l’Iran non è un semplice “caso”, ma il banco di prova di una strategia dimostrativa, lontana da qualsiasi logica liberale. Non si tratta principalmente di petrolio — gli Stati Uniti, secondo la percezione nazionalista di Trump, si ritengono quasi autosufficienti — né di mera convenienza economica. È questione di rispetto.

Inoltre sulla sua strada Trump ha trovato in Netanyahu un alleato efficace, anch’egli guidato da un marcato nazionalismo. Dio li fa… e poi li accoppia. E si noti: come per Trump con la storia americana, anche per Netanyahu non c’è un legame profondo con l’Israele storicamente liberale, riformista, laico e democratico, che, al punto in cui siamo, resta più un ideale di riferimento che una realtà politica dominante.

Il nazionalismo di potenza concepisce l’ordine internazionale come gerarchia. La guerra preventiva diventa allora uno strumento pedagogico: serve a ricordare chi comanda. L’economia conta, certo, ma subordinata alla supremazia politica.

Il problema è che questo tipo di politica tende a moltiplicare i fronti. Quando la legittimità si fonda sulla forza, la forza deve essere periodicamente ribadita. E così l’onda cresce.

Siamo nel punto più alto di questa onda nazionalista, anzi fascista, quantomeno come mentalità. Non perché il mondo liberale sia moralmente debole, ma perché fatica a tradurre il proprio universalismo in decisione politica coesa. Fuori dai commerci e dal dialogo si muove male. E di questo approfittano i suoi nemici. Si confida sui mercati.  Ma Mussolini e Hitler furono piegati dalle bombe azionarie o dalle  bombe vere? 



Un nazionalismo di potenza e di rispetto può essere contenuto solo da una leadership capace di coniugare forza e legalità, interesse nazionale e ordine internazionale. Oggi nel mondo liberal-democratico questa figura non si vede.

La guerra in Iran si fermerà quando la logica della dimostrazione avrà raggiunto il suo scopo, e probabilmente neppure se i costi dovessero farsi superiori ai benefici percepiti. La dinamica nazionalista è cieca, se non viene interrotta, è destinata a portare a termine il lavoro a ogni costo, o comunque sia, come per forza di gravità politica riaffiorerà altrove.



Insomma, l’Iran subirà l’aggressione finché Trump lo riterrà necessario. In questa scala della potenza, la Russia è un gradino sotto gli Stati Uniti. Tuttavia anche l’Ucraina sarà coinvolta fino a quando il Cremlino stabilirà che è sufficiente. Funziona così.

Si chiama nazionalismo di potenza e di rispetto. Promette grandezza, produce instabilità. Invoca sicurezza, moltiplica i fronti.

E quando si consolida come metodo di governo, il conflitto non è più un’eccezione: diventa la normalità.

Il che spiega l’apparente caos in cui viviamo. Che, attenzione. è tale solo per chi non abbia capito la logica nazionalista che muove Trump e altri leader come lui.

Carlo Gambescia