La manifestazione No Kings, comprensibile per gli Stati Uniti, le cui origini politiche sono antimonarchiche, non lo è altrettanto per il resto del mondo occidentale.
Si dirà: ma come, Carlo Gambescia, che un giorno sì e uno no parla di pericolo fascista, non si schiera con le masse (più o meno) che ora scendono in piazza?
In effetti, con l’eccezione americana, vediamo un regresso, cioè uno scontro, che può anche essere inevitabile, un po’ in tutto l’Occidente, ma che rappresenta un passo indietro. Rispetto a che cosa? Alla società liberale uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale, che fu il vero banco di prova dei valori nati dalle rivoluzioni democratiche: da quella inglese, passando per quella americana, fino a quella francese, e prolungatisi, per tutto l’Ottocento, nella diffusione delle rivoluzioni liberali, costituzionali e democratiche.
Qui è però necessario introdurre una distinzione, sulla scia di François Furet, contro la lettura unitaria proposta da Albert Soboul: la modernità politica rivoluzionaria non si sviluppa come un blocco omogeneo, ma conosce al suo interno una frattura, dalla quale emergono esiti divergenti.
Da un lato, quello liberale-democratico (inglese, americano e, in parte, francese); dall’altro, quello giacobino, che troverà nella Rivoluzione russa la sua più compiuta espressione antiliberale.
Le manifestazioni di ieri affondano invece le radici, almeno sul piano simbolico e culturale, in questa seconda diramazione. Non perché i partecipanti si dichiarino esplicitamente giacobini o comunisti, ma perché il linguaggio politico adottato – fortemente polarizzato, ostile alla mediazione istituzionale, incline a rappresentare il conflitto in termini radicali – richiama più quella tradizione che non quella liberale.
Storicamente, del resto, questa frattura interna alla dinamica rivoluzionaria si manifesta già nella Rivoluzione francese, quando alla fase dei diritti e delle garanzie segue una radicalizzazione che mette in discussione gli stessi presupposti del costituzionalismo liberale. È in questa tensione, più che in una continuità lineare, che va cercata la genealogia dei successivi sviluppi rivoluzionari.
Nella manifestazione di ieri, ci si riallaccia dunque, pur senza ammetterlo pubblicamente, sotto l’etichetta No Kings, a quella stessa matrice ideologica giacobino-comunista (semplifichiamo), che storicamente ha concepito la politica come rottura radicale e non come evoluzione istituzionale.
Attenzione: affermare questo non significa schierarsi dalla parte dei “re”, ma, più semplicemente, distinguere fra tradizione liberale e tradizione illiberale. Due filoni che conobbero una momentanea saldatura tra il 1939 e il 1945, di fronte alla prima vera sfida controrivoluzionaria dopo il 1789, per poi tornare a dividersi, o quantomeno a riattivare le loro tensioni originarie. Tensioni che, nonostante la dissoluzione dell’URSS, riemergono oggi anche in movimenti come il “No Kings” europeo, nei quali si possono riconoscere elementi di una tradizione che alla controrivoluzione ha sempre opposto una rivoluzione altrettanto antiliberale.
Se si osservano alcune parole d’ordine ricorrenti nelle piazze europee – per esempio la denuncia indistinta delle “élite”, il rifiuto delle istituzioni rappresentative considerate strutturalmente oppressive, l’uso di simboli e retoriche di rottura radicale, o ancora certe forme di pacifismo radicale che tendono a equiparare ogni uso della forza, senza distinguere tra aggressione e difesa – emerge un immaginario politico che difficilmente si riconduce alla cultura dei diritti e dei limiti del potere propria del liberal-democrazia, che affonda le sue radici nel liberalismo classico.
Ovviamente, su un piano pragmatico, protestare contro la svolta reazionaria mondiale è inevitabile per chiunque sostenga la causa delle libertà dei moderni. Per così dire, si può anche "marciare insieme", tuttavia, è bene sapere che i No Kings europei non parlano la lingua dei Padri fondatori americani, ma si collocano, almeno in parte, in una diversa tradizione politica, meno attenta alla limitazione del potere e più incline alla sua rifondazione radicale.
Carlo Gambescia











































