lunedì 14 settembre 2026

L’Intelligenza Artificiale e il nuovo conformismo

 

Da qualche giorno circola una previsione piuttosto apocalittica: l’Intelligenza Artificiale sarebbe destinata a distruggerci, forse addirittura nel giro di pochi mesi. 

Siamo davanti a una delle solite forme di stupidità umana. Non perché l’AI non presenti rischi, anche seri, ma perché trasformare una tecnologia nuova in una minaccia apocalittica, prima ancora di averne compreso gli effetti, significa rinunciare all’analisi per affidarsi all’allarme. Calcisticamente: Heidegger 2 Popper 0. Prima ancora di scendere in campo. Classica vittoria a tavolino.

Anche la paura dell’AI può diventare, insomma, una forma di conformismo: un conformismo anti-tecnologico che trasforma una questione complessa in una parola d’ordine.

E qui va fatto un passo indietro. Un passo metapolitico, diciamo.



Prima ancora di ragionare sull’intelligenza artificiale, occorre ragionare sul conformismo che rischia di accompagnarne la discussione. Viviamo infatti in un’epoca che non fa che parlarci di libertà, individualità, autenticità e autodeterminazione. È quello che potremmo chiamare un “individualismo protetto”: l’individuo viene celebrato, purché sia adeguatamente protetto, rassicurato e, quando occorre, ricondotto entro i confini del pensiero rispettabile.

Eppure, proprio mentre celebriamo l’individuo, cresce una curiosa pressione a pensarla tutti allo stesso modo.

È il paradosso del nuovo conformismo. Non ci viene necessariamente detto che cosa dobbiamo pensare. Ci viene spiegato, più elegantemente, quali siano le opinioni rispettabili, quali quelle accettabili e quali invece meritino almeno un supplemento di vergogna.

Il vecchio conformista aveva paura dell’autorità. Il nuovo ha paura dell’isolamento. Non necessariamente del carcere o della censura: gli basta essere considerato arretrato, impresentabile, dalla parte sbagliata della storia. Prima ancora della censura arriva così l’autocensura. Però, a dire il vero, come insegnò più di quattrocento anni fa, Étienne de La Boétie si chiama anche “servitù volontaria. La peggiore, perché si è schiavi “dentro”. 

Pertanto, il conformismo in sé, non è un fenomeno totalmente nuovo. Ogni società produce conformismo. La novità sta nel fatto che oggi esso può presentarsi come il suo contrario: emancipazione, progresso, apertura mentale. O come contrario del contrario: sottomissione, reazione, chiusura mentale. Oggi chi dissente non viene necessariamente confutato. Viene classificato. E una volta classificato, non occorre più discutere con lui.

 
 

Ma attenzione a non commettere un gravissimo errore: quello di confondere il pluralismo con il relativismo. Una società liberale non deve pretendere che tutti condividano le medesime idee. Può però pretendere che tutti rispettino alcune regole fondamentali: Stato di diritto, separazione dei poteri, libertà di espressione, pluralismo, legittimità dell’opposizione e possibilità dell’alternanza.

Questi principi non sono opinioni tra le altre. Sono le condizioni che permettono alle opinioni diverse di confrontarsi senza trasformare l’avversario in un nemico.

È qui che assume significato la non negoziabilità dei valori liberali. Non si tratta di imporre un pensiero unico liberale, come sostengono i suoi detrattori, ma di difendere le condizioni istituzionali che rendono possibile il dissenso. Un liberale e un socialista, un conservatore e un progressista possono pensarla diversamente su quasi tutto. Non possono però pretendere, una volta conquistato il potere, di impedire all’altro di tornare a governare.

Il conformismo vuole uniformare le opinioni. Il liberalismo, al contrario, chiede un accordo sulle regole proprio per lasciare libere le opinioni di divergere.

Ecco perché il liberalismo non è relativismo. Non tutte le idee sono equivalenti dal punto di vista politico. Una società liberale può tollerare – fino a un certo punto – anche l’opinione illiberale, finché essa rimane un’opinione e non diventa il progetto concreto di distruggere le condizioni della libertà.


Vale per la politica e, in fondo, anche per la tecnologia. Si possono discutere seriamente rischi, limiti e conseguenze dell’intelligenza artificiale. Ma quando una questione complessa viene ridotta a “l’AI ci distruggerà” oppure “l’AI risolverà tutto”, abbiamo già rinunciato a pensare.

Detto altrimenti: prima ancora di chiederci che cosa farà l’AI a noi, dovremmo chiederci che cosa il conformismo sta facendo al nostro modo di ragionare sull’AI. Perché anche la paura del futuro, quando diventa una parola d’ordine, può trasformarsi in una comoda rinuncia al pensiero critico.

 

La libertà, in fondo, non consiste nel vivere in una società nella quale nessuno ci contraddice, ma nel poter essere contraddetti senza smettere di essere liberi.

Altrimenti, sì, saremmo tutti liberi. Ma liberi di pensarla tutti allo stesso modo.

Carlo Gambescia

domenica 13 settembre 2026

Il saggio. I ricchi votano a sinistra? Il caso Trinca


Premessa

C’è una tesi che torna periodicamente nel dibattito politico italiano: i ricchi votano a sinistra. Non tutti, naturalmente. Ma abbastanza da autorizzare l’idea che la sinistra contemporanea sia diventata, almeno nelle sue componenti più culturalmente sofisticate, il partito delle élite.

In realtà, si tratta di quella “robaccia” in cui sguazza una certa stampa organica alla destra. La stessa rappresentazione circola, con variazioni nazionali, in gran parte dell’Occidente. Ma è davvero così? O siamo davanti, più semplicemente, a una delle tante semplificazioni del dibattito politico, nelle quali una suggestione finisce per prendere il posto dei dati? Oppure, se si vuole, a una frettolosa razionalizzazione ex post, buona per populisti di diverso colore politico?

Il caso Trinca

Il caso Jasmine Trinca, esploso nei giorni scorsi alla Mostra del cinema di Venezia, offre un’occasione perfetta per discuterne. L’attrice, intervistata da Movieplayer, ha dichiarato: “Io sono contro il capitalismo, per me la produttività è un film horror”. La frase ha fatto discutere anche perché pronunciata mentre indossava una t-shirt Prada dal prezzo indicato in circa 1.100 euro. Ma qui non ci interessa stabilire se la Trinca sia coerente o incoerente, né tantomeno processarla per il guardaroba (1). Ci interessa un’altra cosa: capire se il suo caso confermi davvero la vecchia storia secondo cui i ricchi voterebbero a sinistra.

La risposta, dal punto di vista metapolitico e sociologico, è molto meno scontata.

Anzitutto bisogna mettersi d’accordo sulle parole. Chi sono i “ricchi”? Quelli che hanno un reddito elevato? Quelli che possiedono un grande patrimonio? Gli imprenditori? I professionisti? I dirigenti? Gli artisti di successo? Oppure le persone molto istruite, che magari non sono affatto ricche ma appartengono alle élite culturali?

Il problema non è secondario. È il problema.

Reddito, patrimonio, istruzione e posizione professionale sono variabili differenti. Possono naturalmente sovrapporsi, ma non sono affatto sinonimi. E una parte considerevole della confusione nasce proprio dal loro accorpamento nella generica categoria dei “ricchi”.

Due studi interessanti

La ricerca comparata più importante in materia è quella di Amory Gethin, Clara Martínez-Toledano e Thomas Piketty, pubblicata nel 2022 sul “Quarterly Journal of Economics”: Brahmin Left Versus Merchant Right: Changing Political Cleavages in 21 Western Democracies, 1948–2020. Gli autori hanno costruito un database basato su oltre 300 elezioni in 21 democrazie occidentali, includendo anche l’Italia (2).

Il risultato è tutt’altro che “i ricchi votano a sinistra”.

Lo studio mostra una trasformazione storica molto importante. Negli anni Cinquanta e Sessanta i partiti socialdemocratici, socialisti e affini erano associati soprattutto agli elettori con basso reddito e bassa istruzione. Successivamente la relazione con l’istruzione si è progressivamente rovesciata: negli anni più recenti la sinistra ha conquistato soprattutto gli elettori altamente istruiti. Ma il reddito racconta una storia diversa: gli elettori ad alto reddito continuano, nel complesso, a essere maggiormente orientati verso la destra.

Ecco dunque il punto che spesso sfugge al dibattito pubblico: la sinistra contemporanea ha conquistato una parte consistente delle élite istruite, non necessariamente delle élite economiche.

Per quanto barocca, la distinzione proposta dagli autori tra “Brahmin Left” (Sinistra brahmanica, cioè degli strati altamente istruiti) e “Merchant Right” (Destra mercantile, maggiormente legata agli elettori economicamente agiati) coglie nel segno. Da una parte, gli strati altamente istruiti, sempre più orientati verso la sinistra; dall’altra, gli elettori economicamente più agiati, che continuano in misura significativa a gravitare verso la destra.

L’importanza dell’istruzione

Non è dunque la ricchezza ad aver spostato la sinistra verso l’alto. È soprattutto l’istruzione. E la differenza è enorme.

Un professore universitario, un giornalista, un magistrato, un medico, un artista o un intellettuale possono appartenere a un’élite culturale senza appartenere, almeno nello stesso senso, a un’élite patrimoniale. Al contrario, un imprenditore o un proprietario immobiliare possono possedere un patrimonio molto consistente senza condividere necessariamente i valori politici delle élite culturali.

La sociologia seria, insomma, non dovrebbe mettere tutto nello stesso sacco. È proprio ciò che rischia di accadere, ad esempio, con la teoria del capitale culturale elaborata da Bourdieu.

Un altro studio particolarmente utile è quello di H. Arndt, R. Lukas, Varieties of Affluence: How Political Attitudes of the Rich Are Shaped by Income or Wealth, pubblicato nel 2020 sull’”European Sociological Review” (3). L’analisi, condotta sulla Germania, distingue precisamente tra reddito, patrimonio ed appartenenza all’élite economica.

Il risultato è significativo: il possesso di maggiore ricchezza patrimoniale è associato a orientamenti più a destra; anche il reddito elevato tende verso destra, sebbene con effetti più deboli e più ambivalenti. Gli stessi autori ricordano inoltre che negli Stati Uniti gli individui ad alto reddito possono essere più conservatori sulle questioni economiche e, contemporaneamente, più liberali su alcune questioni sociali.

Anche qui, dunque, altro che “i ricchi votano a sinistra”.

Dunque il quadro è molto più articolato.

Produttività e capitalismo

La frase della Trinca sul capitalismo può essere criticata sul piano economico: confondere capitalismo e produttività è concettualmente piuttosto avventuroso, perché la produttività non è una prerogativa del capitalismo. Un’economia socialista può essere più o meno produttiva di un’economia capitalistica; la produttività riguarda il rapporto tra quantità di beni e servizi prodotti e quantità di input impiegati. Ma questo è un altro discorso.

Sul piano sociologico, invece, la Trinca è interessante proprio perché rappresenta bene una componente dell’élite culturale contemporanea: una persona di grande successo professionale, inserita nel mondo della cultura e dello spettacolo, che esprime una posizione fortemente critica nei confronti del capitalismo.

Questo però non dimostra che “i ricchi votano a sinistra”.

Dimostra, semmai, qualcosa di diverso: che una parte delle élite culturali può essere politicamente progressista.

Ma confondere l’élite culturale con l’élite economica significa commettere un errore di classificazione. E un errore di classificazione, in sociologia, non diventa più vero perché viene ripetuto mille volte sui social. Fermo restando, purtroppo, che una falsità o una mezza verità, ripetuta per milioni di volte, può finire per diventare una verità acquisita.

Anche i ricchi piangono…

Il caso Trinca ci permette di formulare una domanda ancora più interessante: perché una persona economicamente privilegiata può sostenere idee fortemente egualitarie o anticapitalistiche?

La risposta non deve necessariamente essere l’ipocrisia.

Può trattarsi di interessi materiali, certamente. Ma può trattarsi anche di valori, socializzazione, istruzione, ambiente professionale, esperienze biografiche, identificazione con determinati gruppi sociali e, soprattutto, di quella particolare trasformazione delle fratture politiche che la ricerca comparata ha registrato negli ultimi decenni.

È qui che una lettura rigidamente deterministica della classe sociale come matrice del comportamento politico mostra tutti i suoi limiti.

Non esiste una relazione meccanica tra posizione economica e voto.

Se esistesse, il comportamento elettorale sarebbe semplicissimo: basterebbe conoscere il conto corrente di una persona per sapere come voterà. Ma evidentemente non è così.

E questo vale anche per chi sta in basso nella scala sociale. Non tutti i poveri votano a sinistra, così come non tutti i ricchi votano a destra. Gli elettori economicamente svantaggiati possono votare per la sinistra, per la destra, per il populismo, per l’astensione o cambiare voto da un’elezione all’altra. La loro condizione economica costituisce una variabile rilevante, non un destino politico.

Insomma, anche i ricchi, come i poveri, piangono…

La cattiva sociologia elettorale

Il voto è una scelta individuale, anche quando presenta regolarità statistiche.

Ed è proprio qui che bisogna fare attenzione a una delle tentazioni più frequenti della cattiva sociologia elettorale: trasformare una correlazione di gruppo in una legge sul comportamento del singolo individuo.

Dire che, in una determinata popolazione, gli elettori con reddito elevato hanno una probabilità maggiore di votare per determinati partiti non significa affatto che “i ricchi votano” quei partiti. La prima è una proposizione statistica. La seconda è una caricatura sociologica. Quel tipo di caricatura che oggi sembra piacere enormemente alla destra.

Naturalmente le condizioni sociali contano. Sarebbe sciocco negarlo. Ma contano attraverso combinazioni di fattori che non possono essere ridotte alla ricchezza.

Contano il reddito e il patrimonio, ma anche l’istruzione. Conta la professione, ma anche il luogo in cui si vive. Conta l’età, ma anche la generazione. Contano gli interessi economici, ma anche i valori culturali. Conta la posizione nella struttura sociale, ma conta anche il modo in cui quella posizione viene percepita dall’individuo.

E soprattutto conta il fatto che il conflitto politico contemporaneo non sia più riconducibile soltanto alla vecchia contrapposizione capitale-lavoro.

Il grande mutamento degli ultimi decenni è proprio questo: la frattura economica e quella culturale non si sovrappongono più perfettamente. La sinistra ha perso una parte della sua tradizionale base popolare e ha conquistato quote rilevanti dei ceti altamente istruiti. La destra, nello stesso tempo, ha continuato a raccogliere una quota importante del voto economicamente agiato e ha conquistato, soprattutto attraverso i temi della sicurezza, dell’immigrazione e dell’identità, settori popolari che un tempo appartenevano in misura maggiore alla sinistra.

Questo spostamento riflette, da un lato, la crescente centralità delle questioni culturali e dei diritti civili per una parte dei ceti istruiti; dall’altro, il peso assunto da sicurezza, immigrazione e protezione economica nel voto dei ceti popolari.

È una trasformazione sociologica assai più interessante della battuta “i ricchi votano a sinistra”.

Conclusioni

E allora torniamo alla t-shirt Prada.

Possiamo sorridere dell’accostamento fra una critica radicale al capitalismo e un capo di lusso. Possiamo anche discutere seriamente della concezione del lavoro e della produttività espressa dalla Trinca. Ma trasformare quella scena in una prova sociologica sarebbe un errore.

Una t-shirt non vota. E nemmeno un conto corrente. Votano le persone.

I ricchi, come i poveri, non costituiscono un corpo elettorale unico. Possono condividere alcune caratteristiche sociali e tuttavia divergere profondamente nelle loro scelte politiche.

La sociologia, quando è fatta seriamente, non serve a confermare i nostri pregiudizi. Serve precisamente a complicarli.

E forse la conclusione più semplice è anche quella più difficile da accettare: i ricchi non votano “come ricchi”, così come i poveri non votano “come poveri”. Votano come individui collocati dentro una struttura sociale, certo, ma dotati di interessi, valori, esperienze e orientamenti differenti.

Insomma, la classe sociale può spiegare qualcosa. Ma non spiega tutto. E soprattutto non vota al posto nostro.

Carlo Gambescia

(1) Sul caso Jasmine Trinca si veda intervista a Movieplayer durante la Mostra del cinema di Venezia 2026 (https://www.instagram.com/reel/DdFO1FCtfcy/ ). La t-shirt Prada è stata indicata dalla stampa come avente un prezzo di circa 1.100 euro; non è però prudente assumere che il capo fosse necessariamente di proprietà dell’attrice.

(2) A. Gethin, C. Martínez-Toledano, T. Piketty, Brahmin Left Versus Merchant Right: Changing Political Cleavages in 21 Western Democracies, 1948–2020, “The Quarterly Journal of Economics”, vol. 137, n. 1, 2022, pp. 1–48. DOI: 10.1093/qje/qjab036. Qui: https://academic.oup.com/qje/article/137/1/1/6383014 .

(3) H. Arndt, R. Lukas, Varieties of Affluence: How Political Attitudes of the Rich Are Shaped by Income, Wealth, and Economic Elite Status, “European Sociological Review”, vol. 36, n. 1, 2020, pp. 136–150. Qui: https://academic.oup.com/esr/article/36/1/136/5585947 .

sabato 12 settembre 2026

Oltre la Bonino. Le macerie del liberalismo italiano

 

 

Vorremmo cogliere l’occasione della scomparsa di Emma Bonino per fare una piccola riflessione sul destino del liberalismo in Italia, ormai ridotto a sparuta schiera.

La Bonino ne è stata un’interessante protagonista più sul piano politico, quello concreto, che su quello ideologico, quello idealistico. Potremmo definirla una liberale di governo, ma in senso alto, quasi giolittiano (del resto anche lei, come Giolitti, era della provincia di Cuneo, tosto comune medievale, libero e armato): una politica riformatrice, capace di fare i conti con la realtà (di qui le critiche malevole, sulle quali sorvoliamo), senza per questo rinunciare ai principi. Convinta, soprattutto, che indietro non si torna. La modernità è, per così dire, non negoziabile: o si prende l’intero pacchetto, oppure non si prende nulla.

Ed è proprio questo che distingue il liberale dall’uomo di destra, nelle sue varie versioni. Il conservatore può rimpiangere il mondo di ieri e tentare di recuperarne qualche pezzo. Il liberale, invece, sa che la storia non procede a ritroso. Può discutere le forme della modernità, correggerne gli eccessi, difendere gli individui dalle pretese del potere; ma non può pretendere di cancellarla.

Il che ci porta a un aspetto più generale: il liberalismo italiano è franato da un pezzo. Diciamo che l’ultimo grande interprete fu Luigi Einaudi, studioso ma soprattutto uomo pratico, concreto, attento alle istituzioni e agli effetti reali delle decisioni politiche. Ferma restando, naturalmente, la levatura di Benedetto Croce e di quella tradizione liberal-democratica che nel Novecento avrebbe avuto altri protagonisti.

Il problema è che il liberalismo italiano, prima ancora di perdere i partiti, ha progressivamente perso il suo ambiente.

Nell’Ottocento era stato, prima ancora che un partito organizzato, un clima politico e culturale: una certa idea dello Stato, dell’individuo, della responsabilità, delle libertà civili. Nel Novecento quel retroterra si è progressivamente assottigliato. Prima è venuto meno il liberalismo come cultura politica largamente condivisa; poi quello come forza organizzata; infine, quasi, quello come dottrina capace di parlare alla società. Il fascismo spezzò violentemente quella continuità, mentre nel dopoguerra il liberalismo rimase schiacciato tra i grandi partiti di massa, finendo per affidarsi prima alla collaborazione con la Democrazia cristiana e poi a una funzione politica sempre più minoritaria. Il risultato fu la progressiva perdita di un vero retroterra sociale e culturale.




Oggi esistono fondazioni, istituti e associazioni che continuano a occuparsi di liberalismo, ma in pratica nessuno le incoraggia, a meno che non sterzino a destra o a sinistra, per ingrossare le fila dei vincitori di turno. Il liberalismo, quando non è ridotto a etichetta, sembra avere perso perfino il diritto a una propria autonomia politica.

Sul piano partitico sappiamo di un partitino che da poco ha ripreso a totalizzare percentuali da prefisso telefonico. Del resto, il liberalismo partitico italiano è morto con Berlusconi. Il Cavaliere con il liberalismo c’entrava come Conte Dracula con la Banca del Sangue. Si è visto e capito, forse troppo tardi.

Berlusconi aveva certamente intuito l’esistenza di una domanda di libertà, soprattutto contro l’invadenza dello Stato e contro un sistema politico ingessato. Ma quella domanda venne rapidamente trasformata in altro: in difesa dell’interesse privato, nella furbesca denuncia degli sprechi e del parassitismo statale, nell’idea che il problema fosse soprattutto quello di farsi i fatti propri. Una cosa rispettabilissima, per carità, ma non ancora una cultura liberale.

Il liberalismo è qualcosa di più esigente: riguarda le istituzioni, il diritto, la responsabilità individuale, il pluralismo, la separazione dei poteri. Non basta avere meno Stato; occorre anche avere uno Stato che sappia stare al proprio posto.

Riassumendo: nel Novecento si è verificato in Italia un fenomeno singolare: la progressiva sparizione del liberalismo, prima come prepartito, come lo definì Croce, cioè come ambiente culturale e politico, poi come forma-partito e infine come dottrina capace di espandersi nella società. Una tragedia politica.

Si è cercato, sul piano dottrinario, di innestare qualche pensatore non italiano. Qui si pensi soprattutto a Hayek, Mises e alla scuola austriaca. Ma anche in questo caso il risultato è stato modesto. Non perché quelle idee fossero prive di valore, tutt’altro, ma perché sono rimaste prevalentemente materia per professori, studiosi e militanti di nicchia, un microcosmo già di per sé litigioso.

Inoltre si trattava di pensatori importati tutt’altro che concordi tra loro. Una cosa è importare una dottrina, altra cosa è trasformarla in cultura politica. Il liberalismo non si costruisce a tavolino: non basta mettere insieme qualche teoria economica, qualche principio di libertà e un po’ di antipatia per lo Stato. Sono cose da laboratorio, un mix di desideri e armonie difficile da raggiungere per decreto.

In questo contesto, i radicali di Pannella, Bonino e altri ancora hanno rappresentato l’ultima spiaggia. Un liberalismo di sinistra, per molti aspetti, ma capace di fare i conti con la realtà. E soprattutto capace di tradurre la libertà in battaglie concrete. La loro forza fu proprio questa: non limitarono il liberalismo alla teoria economica, ma lo portarono sul terreno dei diritti civili, della libertà individuale, della laicità dello Stato, dell’obiezione al potere.

In un’Italia che sui diritti civili aveva accumulato ritardi storici, il radicalismo rappresentò qualcosa di molto più serio di una semplice corrente di opinione. Da Cattaneo in poi, la tradizione liberale italiana aveva avuto intuizioni importanti, ma era rimasta spesso priva della forza politica necessaria per trasformarle in senso comune. I radicali riuscirono almeno in parte a colmare quel vuoto.

Il Partito radicale, con tutti i suoi difetti, fu così un piccolo miracolo. Un miracolo che, però, sul piano delle elezioni politiche non si tradusse mai in vittorie eclatanti . Mancava il liberalismo prepartito: quel clima culturale, quella circolazione di idee basiche, quella preparazione dottrinaria che consente a un partito di non essere soltanto una macchina elettorale, ma l’espressione politica di qualcosa che già esiste nella società.

Ecco perché la storia dei radicali è anche la storia dei limiti del liberalismo italiano. Pannella e Bonino potevano anticipare la società, ma non potevano crearla dal nulla. Potevano porre questioni, mobilitare minoranze, costringere il Parlamento a occuparsi di temi rimossi. Ma non potevano inventare una cultura liberale dove quella cultura non aveva più un solido retroterra sociale.

Il sostegno nel 2013 alla candidatura di Bonino alla Presidenza della Repubblica fu forse l’ultimo grande tentativo di portare quella cultura al centro delle istituzioni. Ma anche quella vicenda, per quanto significativa, mostrò un problema antico: la difficoltà del liberalismo italiano a sottrarsi alle logiche della partitocrazia.

E ora? Macerie, solo macerie.

Non è soltanto morto un partito, né è venuta meno una singola corrente politica. È venuta meno una cultura capace di tenere insieme libertà individuale, responsabilità, istituzioni, mercato, pluralismo e modernità. E quando una cultura politica scompare, il vuoto non rimane vuoto a lungo.

È questo, forse, il dato più inquietante. Non tanto che il liberalismo italiano sia ridotto a sparuta schiera, ma che, mentre quella schiera si assottiglia, altri tornano a promettere ordine, identità, protezione e ritorno al passato.

Il problema, allora, non è soltanto la Bonino. È ciò che viene dopo la Bonino.

Perché le macerie del liberalismo italiano non sono semplicemente i resti di una vecchia cultura politica. Sono lo spazio nel quale possono crescere i nuovi autoritarismi.

E questa volta, forse, non avremo nemmeno più i liberali a ricordarci che indietro non si torna.

Carlo Gambescia

venerdì 11 settembre 2026

11 settembre, 25 anni dopo…

 

Sfogliavamo ieri sera alcuni manuali di storia contemporanea. Quasi tutti indicano nell’11 settembre 2001 una linea spartiacque tra il prima e il dopo.

Purtroppo, non tutti gli storici sono d’accordo sui contenuti di quel prima e di quel dopo. A grandi linee, esistono due grandi interpretazioni politiche e culturali. La prima vede nell’attentato alle Torri Gemelle un proditorio attacco agli Stati Uniti, punta di diamante dell’Occidente liberale. La seconda scorge nell’attacco al World Trade Center, simbolo del capitalismo secolarizzante, la giusta punizione per l’arroganza occidentale. Due letture opposte, che rimandano a due modi radicalmente diversi di intendere l’Occidente e la sua storia.

Va poi ricordata una terza posizione, minoritaria ma rumorosa, impregnata di complottismo, secondo la quale dietro l’attentato vi sarebbero stati servizi segreti americani, israeliani e altri apparati pronti a sfruttare l’indignazione mondiale per invadere e guerreggiare in Medio Oriente, fino ai confini dell’India. Una ricostruzione che, più che spiegare l’11 settembre, dice molto sul bisogno di trovare sempre un grande burattinaio dietro la storia.

Il fatto è che da allora il mondo è cambiato. Negli ultimi venticinque anni si sono rafforzati i radicalismi, dentro e fuori l’Occidente. E la pace, invocata ipocritamente da tutti i contendenti, sembra sempre più lontana.

L’11 settembre, comunque lo si interpreti, rappresenta però il momento simbolico del passaggio da un mondo nel quale l’Occidente liberale sembrava aver sconfitto, con il totalitarismo sovietico, il suo principale nemico, a un mondo nel quale i nemici del liberalismo sono tornati numerosi, diversi e spesso ferocemente determinati. L’illusione, maturata dopo il 1989, che la vittoria sul comunismo avesse chiuso la grande partita storica si è rivelata per quello che era: un’illusione.

L’11 settembre non ha creato questo nuovo mondo. Lo ha reso visibile.

E forse è proprio questo il punto che ancora oggi si fatica a comprendere. Il liberalismo non è soltanto un insieme di istituzioni, di libertà economiche e di garanzie individuali. È anche un modo di contenere il conflitto: attraverso il diritto, il limite del potere, il riconoscimento dell’avversario, la possibilità stessa di una convivenza tra uomini che continuano a pensarla diversamente.

 

Quando questi codici vengono rifiutati, dentro o fuori l’Occidente, il conflitto tende invece a radicalizzarsi. L’avversario torna a essere nemico, il nemico diventa assoluto e l’assoluto, prima o poi, chiede di essere combattuto.

Il liberalismo non ha abolito la guerra. Ha fatto qualcosa di più modesto e, proprio per questo, più prezioso: ha cercato di limitarla, privilegiando l’avversario al nemico.

Dal canto suo, l’11 settembre non ha abolito la pace. Ha mostrato quanto sia fragile quando l’avversario torna a essere nemico e il conflitto viene sottratto alla politica, al diritto e al limite.

Forse, dopo venticinque anni, è proprio questo che ancora non abbiamo imparato.

Carlo Gambescia

giovedì 10 settembre 2026

Lazio, figlia di un dio minore

 

 

La Lazio è figlia di un dio minore. Bella, a cominciare dai colori olimpici, ma sfortunata. Di più: qualche volta ha fatto anche del suo peggio per finire male (come nello scandalo del “calcioscommesse”).

Gli storici del calcio (e della Lazio), con la passione per i numeri, attestano un andamento ciclico, con alti e bassi fino agli anni Sessanta, per poi scivolare più volte in serie B, rischiando addirittura la serie C (fine anni Ottanta), con solo due fiammate storiche: gli scudetti della banda Maestrelli e del presidente Cragnotti, nel 1974 e nel 2000.

Cragnotti, di tutta la storia istituzionale della Lazio, è stato probabilmente il presidente che meglio ha capito che il calcio anni Novanta, si globalizzava e si trasformava in spettacolo, costoso, ma spettacolo, con tifosi sparsi per il mondo e conseguenti lucrose commercializzazioni,

 

 

Dopo di che, negli anni Duemila, arrivò Claudio Lotito e le acque si chiusero sulla Lazio. Resta difficile trovare una figura come la sua nella storia laziale. Una specie di arrogante antipresidente. E comunque di vedute ristrette, una specie di antiCragnotti. Con lui la Lazio è tornata a fluttuare. Non rischia la serie B ma neppure la Supercoppa. 

Si potrebbe parlare di aurea mediocritas, se non che il calcio, nonostante tutto, sembra fatto della stessa sostanza dei sogni. Sotto i lauti diritti televisivi e la commercializzazione perfino degli slip dei calciatori, il tifoso continua ad avere il cuore antico. E vuole per i suoi undici eroi il meglio.

Cosa che Claudio Lotito, con il suo cuore da mercante di campagna, non ha mai capito. Quello che pesa tutto sulla bilancia, non spende un soldo più del necessario e continua a comportarsi così anche quando ha fatto i soldi. Lui vende “solide realtà”, così dice.

Pertanto lo sciopero dei tifosi è la giusta nemesi per un personaggio del genere. A cosa approderà è difficile prevedere.

Anche perché l’uomo è fortunato: prese la Lazio per un pugno di dollari; senza costruire uno squadrone, e lavorando su prestiti e svincolati, qualche coppa l’ha arraffata. E ora, dulcis in fundo, una squadra costruita frettolosamente, con gli avanzi del mercato estivo, tra le contestazioni dei tifosi, dopo tre giornate è a nove punti. Con Gattuso che, romanticamente, evoca elmetti e tempeste d’acciaio: una guerra combattuta, però, con quattro soldi, come Lotito comanda. Detto altrimenti: epopea contro ragioneria. I soliti maleducati direbbero: epopea contro tirchieria.

Ovviamente, anche la fortuna non è tutto. Bisogna anche conoscere il calcio. E qui l’ultima parola l’ha detta un tifoso a Radio Sei: “A Loti’ te compri Sarri, poi ce metti cinque euri de benzina? Ma allora tu de carcio non capisce un c… Vattene che è mejo”.

Concordiamo.

Carlo Gambescia

mercoledì 9 settembre 2026

Onda nera. La terza offensiva

 

Ieri sera, con un amico, si discuteva di come fermare l’“onda nera”. Alla stessa ora Marco Damilano, nel minispazio Benedetto Croce — ogni epoca di ferro ha i suoi eroi — disquisiva sulla natura non originale del termine, perché saremmo dinanzi a un fenomeno politico nuovo, eccetera, eccetera. Quindi occorrono nuove coordinate, e così via.

Damilano esemplifica molto bene la crisi della sinistra dinanzi a una situazione che, in realtà, così nuova non è.

Diciamola tutta: cambiare il nome alle cose non cambia la sostanza delle cose.

In fondo Trump, che alcuni osservatori considerano, anche giustamente, il fatto nuovo della politica americana, che cos’è? Un presidente che, sul piano politico e simbolico, recupera e porta nel presente un immaginario populista e nazionalista di matrice sudista. E quindi, in molti suoi atteggiamenti, sembra ragionare come se il vecchio Sud fosse tornato sulla scena. Che c’è di nuovo? Nulla o quasi. Cioè, rispetto ai valori della Costituzione americana, Trump è il primo presidente che li mette apertamente in discussione e tenta di sabotarli. Lo dice, lo ripete, lo dichiara persino con soddisfazione.

Tornando a Damilano, che, se non erro, ha un dottorato in storia contemporanea, andrebbe ricordato che stiamo assistendo alla terza grande offensiva storica contro il liberalismo europeo.

La prima risale al periodo della Restaurazione (1815-1848), quando la controrivoluzione tentò di ricacciare indietro le idee liberali e costituzionali emerse dalla Rivoluzione francese. La seconda si sviluppò tra le due guerre mondiali (1918-1939), con la crisi delle democrazie liberali, l’affermazione dei fascismi e il successo dei comunismi rivoluzionari. La terza rimanda al consolidamento dell’aggressiva Russia putiniana e all’ascesa del trumpismo, dal principio del nuovo secolo in poi. Quindi c'è poco da minimizzare.

Quindi, nulla di nuovo sotto il sole. Si potrebbe giocare con i colori: onda rossobruna, onda rossonera. In realtà, che estrema sinistra ed estrema destra possano giocare di conserva contro la società liberale era già noto al tempo di Weimar. Come del resto era noto il plebiscitarismo interclassista di Napoleone III, che amava presentarsi come l’uomo del popolo, al di sopra delle classi e dei partiti.

Ma si pensi soprattutto al meccanismo vandeano, più volte scattato nella storia: l’alleanza tra nobili, preti e popolo. Non si dimentichi mai il contadino sanfedista del 1799: “Chi tène pane e vvino, ‘e sicuro è giacubbino”. Insomma, che vi fosse una cesura culturale tra l’elettore — semplifichiamo — di destra e quello di sinistra era cosa riconosciuta, senza alcuna vergogna, già allora. Anzi, nelle pittoresche bande armate del cardinale Ruffo, l’analfabetismo poteva persino diventare un titolo di merito.

Da allora la destra va a rimorchio di una specie di controrivoluzione dei somari, che si fa bella della propria somaraggine. Il che spiega anche le polemiche di questi giorni, sull’elettore di destra a suo agio solo tra le superstizioni politiche. E anche oggi la destra se ne fa vanto. Diciamo che in tre secoli la destra ha imparato a fare di necessità virtù.

Alla controrivoluzione — perché dal lazzarone napoletano allo scalmanato attivista dell’AfD di questo, storicamente, si deve parlare — vanno opposti i valori rivoluzionari del liberalismo. E senza mezzi termini. Soprattutto, senza recedere di un passo.

 


Perciò, che fare?

1) Parlare di onda nera controrivoluzionaria, soprattuto nella prospettiva storica a tre fasi che qui abbiamo indicato. Non per giocare cone le etichetta suggestive, ma per ricordare che dietro le molte differenze nazionali, linguistiche e ideologiche esiste una costante: la rivolta contro la società aperta, il pluralismo, il costituzionalismo e l’universalismo dei diritti.

2) Evitare di distinguere troppo disinvoltamente tra una destra che si dice moderata e una destra che si dichiara radicale.
Per capirsi: tra Meloni e Vannacci c’è la stessa differenza che intercorre tra chi entra dalla porta principale e chi preferisce quella di servizio. Cambiano il linguaggio, i tempi, il dosaggio. Ma la direzione di marcia può essere la stessa.

3) L’unica politica valida con questa gente è quella del cordone sanitario. Non significa mettere fuori legge qualcuno. Significa non normalizzare ciò che normale non è: non allearsi, non legittimare culturalmente, non fare da stampella, non inseguire sul loro terreno chi mette in discussione i presupposti della società liberale.



E qui veniamo al punto.

La sinistra continua a cercare parole nuove per descrivere fenomeni vecchi. La destra radicale, invece, spesso fa qualcosa di molto più semplice: prende parole vecchie, paure vecchie e risentimenti vecchi e li rimette in circolazione.

Il liberalismo, se vuole tornare ad essere la spina dorsale dell’Occidente, deve finalmente smettere di vergognarsi di essere liberale. Non deve inventarsi una nuova identità. Deve coltivare e difendere l’antica gioia  per l'Albero della Libertà.

E per fare questo ne serve memoria. Perché l’onda nera, in fondo, non è nuova. Nuova è soltanto la nostra smemoratezza

Carlo Gambescia

martedì 8 settembre 2026

Lettera a Massimo Wertmüller

 


Caro Massimo Wertmüller,

non ce l’ho con te, ci mancherebbe. Sei uno di quegli attori, talvolta relegati in parti di secondo piano, ma che si fanno sentire, lasciano il segno. Per la serie: non esistono piccole parti, e altre banalità del genere. Nel tuo caso però banalità superiore.

Quel che ho scoperto seguendoti sulla pagina Fb, oltre alla tua cultura e capacità di immedesimarti negli altri a larghissimo raggio, dal clochard al timido bastardino “scaricato” sull’autostrada, è il tuo impegno politico, a sinistra.

Non i pannicelli caldi di un Carlo Verdone, ma, come si diceva un tempo, “riforme di struttura” e “fuoriuscita dal capitalismo”. Crediamo che, politicamente parlando, Massimo Wertmüller sia idealmente a metà strada tra il Movimento Cinque Stelle e AVS. Con il Pd c’è invece un rapporto da amante deluso e, per questo, credo, stia sul chi va là.

Di qui, la tua scelta per un campo largo, non banalmente riformista, ma rivoluzionario, unica formula politica per battere questa destra che rischia di impadronirsi dell’Europa e di farne quello spezzatino politico che tanto piace all’autocrazia trumpiana e putiniana.

E tu ne sei così convinto da proporre una specie di vademecum per un futuro governo di sinistra, capace di vincere le elezioni e governare l’Italia. Lo riportiamo sotto (in corsivo):

 

Provo eh…. dunque:
1) pace e confronto, trattativa e mai armi, come dice il Papa sempre, anche nella sua Magnifica humanitas.
2) rispetto per la Natura e per tutte le vite di tutti gli animali su questa terra, come dice San Francesco nel suo Cantico.
3) tornare a Marx, come dice Cacciari.
4) fare delle guerre un tabù, tipo l’incesto per esempio, come diceva Umberto Eco.
5) dare a tutti, da qualsiasi origine si provenga, la possibilità di affermarsi, di realizzare i propri sogni, tassare i plusvalori per ridistribuirli alla comunità e alle sue necessità, come diceva Marx.
6) istituire il salario minimo come dice la civiltà, come dicono i Paesi Bassi e come dice Conte.
7) cambiare sistema economico, abbattere questo capitalismo delle banche e dei titoli di borsa assassino, modificare il profitto come valore alto, condannare il mercato come sistema di vita, vietare il soldo come fine e non come mezzo, come dice il buonsenso e la realtà dei fatti.
Ecco, questo potrebbe essere un umile vademecum, tanto per cominciare eh, per un programma politico vero di sinistra, credo.

Diciamo subito che non sono cose fuori dal mondo. Wertmüller, che ha alle spalle una formazione universitaria in Storia, riassume quello spirito pacifista e anticapitalista che però sembra guardare a una sinistra ottocentesca, come si evince dal “torniamo a Marx”, con innesti post-moderni (Eco), pre-moderni (il Papa) e di cucina politica attuale (Conte).

Lasceremmo da parte Cacciari, che quando parla di ritorno a Marx non spiega mai bene a cosa si riferisca: alla sua interessante teoria del conflitto sociale? Alla critica del capitalismo come rapporto sociale? Alla critica dell’alienazione? Oppure alla concezione della storia come processo orientato dalle sue contraddizioni verso una trasformazione radicale dei rapporti sociali? Perché tra il tavolo con i sindacati e la trasformazione dei rapporti di produzione c’è una bella differenza.

A dire il vero, il punto è come conciliare lo spirito pacifista con l’abbattimento del capitalismo. Io credo che la strada giusta sia quella seguita dalle socialdemocrazie dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra: spesa pubblica e tassazione progressiva. Scelta che, ovviamente, da liberale non condivido, ma considero più realistica, perché non vuole strangolare la gallina dalle uova d’oro.

 



Il problema è che la socialdemocrazia del secondo dopoguerra non ha abbattuto il capitalismo: lo ha riformato, regolato e tassato, cercando di redistribuirne una parte dei frutti. È precisamente questa la differenza tra riformismo e anticapitalismo. Quindi riforma -  ancora meglio sarebbe autoriforma -  e non distruzione del capitalismo.

Ecco, su questo punto ti chiedo dei chiarimenti. Credo necessari.

Un’ultima cosa: “fare delle guerre un tabù, tipo l’incesto per esempio, come diceva Umberto Eco”.

Il semiologo ha contribuito moltissimo allo svecchiamento della cultura italiana. Però – c’è sempre un però – la trasformazione in romanziere ne ha deviato il percorso intellettuale, in particolare negli ultimi anni della sua vita, verso un sapere sconfinante nel tuttologico. Diciamola tutta: si chiama anche faciloneria. Dei professori quando, cognitivamente sazi,  ritengono  di non dover chiedere più nulla alla vita.
 

Ad esempio, a qualsiasi antropologo chiamato a occuparsi dell’origine e della funzione del tabù dell’incesto tremerebbero le vene dei polsi: perché non esiste una teoria univoca, ma una pluralità di interpretazioni antropologiche. Figurarsi, perciò, la trasposizione del tabù dell’incesto a una teoria della guerra.

 


Eco, naturalmente, aveva il diritto di proporre quell’analogia. Ma proprio qui sta il problema: trasferire una categoria antropologica, nata per descrivere una specifica struttura normativa delle società umane, alla guerra richiede una dimostrazione che l’analogia, da sola, non offre.

Un amichevole saluto,

Carlo Gambescia