venerdì 12 aprile 2024

Tirarsi i morti in faccia




"Lei", Giorgia Meloni, come al solito tace, però evidentemente, ha consentito a “chi di dovere”, come si dice in burocratese, di intervenire.

Attenzione, parliamo di un partito, Fratelli d’Italia, che ogni giorno fa uscire il mattinale, una velina alla quale parlamentari e membri del partito devono attenersi nelle dichiarazioni pubbliche. Quindi nulla è mai casuale.

 

Qui il testo uscito sul sito di Fratelli d’Italia (*):

« “È davvero increscioso che quarantasei anni dopo, non si riesca ancora a riconoscere con spirito di pacificazione nazionale la strage di Acca Larenzia. Ho appreso, già da due giorni, che tra i libri finalisti del Premio Strega è stato ammesso un testo di Valentina Mira, ‘Dalla stessa parte mi troverai’, che prova a banalizzare l’atroce mattanza avvenuta nel quartiere Tuscolano il 7 gennaio 1978. Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, lasciati esanimi sul selciato con la sola ‘colpa’ di essere militanti del Movimento sociale italiano, così come Stefano Recchioni, ucciso qualche ora dopo negli scontri che si scatenarono davanti la sezione, meritano il rispetto di tutti gli italiani. Purtroppo, invece, c’è qualcuno a sinistra, evidentemente foraggiato da un circo mediatico intriso di ideologia, che continua a considerare i ragazzi di destra dei morti di serie b”. Lo dichiara in una nota il senatore Raffaele Speranzon, vicecapogruppo vicario di Fratelli d’Italia. “La verità storica viene ancora una volta strumentalizzata e offesa, questa volta per meri fini letterari e commerciali, infangando quella cultura del ricordo che vuole rendere omaggio alle tante vittime di quegli anni bui, di cui in troppi si riempiono la bocca, ma evidentemente solo in occasione delle ricorrenze”, aggiunge il vice capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Augusta Montaruli. “A parti inverse, se qualche autore di destra avesse affrontato con lo stesso sdegno la morte di ragazzi innocenti di sinistra, si sarebbe giustamente agitato un vespaio di polemiche. Duole allora dover constatare che certi salotti culturali italiano, evidentemente, non sono ancora maturi per affrontare la violenza politica senza incrostazioni ideologiche di sinistra. Vergogna”, conclude in una nota il senatore Paolo Marcheschi, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Cultura (*) ».

Alcune osservazioni.

In primo luogo, di tipo politico: che un partito che si definisce conservatore e democratico difenda, al di là dei giri di parole, più o meno nobili, l’immagine di un partito antidemocratico e reazionario illumina i legami politici, mai dissolti tra il Movimento Sociale e Fratelli d’Italia. Si finisca con l’ipocrisia che il Movimento Sociale sedeva in parlamento e che quindi era democratico come tutti gli altri! Sì, lo era  per diritto  "sedutivo".  Il Movimento Sociale  era invece un partito di cattivi maestri. Si vada a leggere la stampa missina, di partito e dintorni, se ne scopriranno delle belle. Era un partito neofascista, altro che democratico! Fratelli d’Italia, ideologicamente parlando, non ha mai rotto i ponti con il suo passato. Insomma, fatto revisionismo. E ora  ha  il coraggio di parlare dell'altrui revisionismo...

In secondo luogo, osservazioni di tipo umanitario. Si dice che quei ragazzi erano come tutti gli altri. Giusto. Allora perché Fratelli d’Italia, non ha mai preso le difese, e non in modo generico, dei ragazzi di sinistra, nome per nome, caduti per mano neofascista? Non erano anche loro come tutti gli altri? Si parla di pacificazione, ma in realtà, nulla si è dimenticato, nulla si è perdonato. Come prova lo stesso linguaggio, venato di disprezzo, delle dichiarazioni appena lette: “circo mediatico intriso di ideologia”, “meri fini letterari e commerciali”, “salotti culturali”, “incrostazioni ideologiche di sinistra”. E, si ricordi, dal disprezzo all’odio, e dall’odio alla pratica dell’odio, il passo è breve. Altro che umanitarismo…

In terzo luogo, osservazioni di tipo libertario. Perché un partito deve intromettersi nella vita culturale e decidere chi debba andare in finale o meno al “Premio Strega”? Anche qui Fratelli d’Italia rivela la stessa visione politicizzata della cultura, “partidaria”, come avrebbe detto Ortega, che animava il Movimento Sociale e il fascismo. Il fatto, che anche la sinistra – certa sinistra marxista, non tutta – sia altrettanto “partidaria”, non può essere accettato come scusante. Su questa equivalenza  tra estremismi di destra e sinistra  torneremo  tra breve.

In definitiva, il punto è che la cultura che ha animato il Movimento Sociale e che continua ad animare Fratelli d’Italia ( l’esperienza di Alleanza nazionale, nel bene e nel male, è stata bypassata da un pezzo) è sempre quella della “nobilità della sconfitta”, dell’ “aristocrazia delle anime”, degli “ esuli in patria”. Una cultura che continua a rifiutare la sconfitta e la lezione del 1945. Qui, ripetiamo, il punto vero.

Ci scusiamo in anticipo per l’impennata intellettuale. Si pensi alla cultura dei fascisti dopo Mussolini, sospesa fra tradizionalismo e nazionalismo, che ha comunque continuato a muoversi nell’alveo della cultura della “tentazione fascista” (Kunnas). Una cultura che privilegia l’uso della violenza politica: dell’azione per l’azione, del bel gesto, dell’esteta armato, eccetera, eccetera.

Sorel, pensatore non banale ma dalla parte della violenza anarcoide, rivendicato da Mussolini, fa il paio con Lenin, il lucido teorico della violenza proletaria, rivendicato da Gramsci. Il quale, parliamo di Gramsci, da giovane non restò insensibile al fascino di Sorel. Il serpente piumato di mitra e pistole dell’estremismo finisce sempre per mordersi la coda.

E qui torniamo sulla questione dell' equivalenza. La violenza, teorizzata a inizio Novecento da Sorel e Lenin, resta alla base della violenza degli anni Settanta, violenza che accomunerà il terrorismo di destra e di sinistra.  E tutta la successiva e furibonda retorica  su chi abbia cominciato per primo.  Oggi ritocca a Fratelli d'Italia. Domani ai Proletari d'Italia. E così via.

Si potrebbe addirittura individuare un lungo filo rosso-nero. Quando si parla di fascio-comunismo non si sbaglia. Esistono legami: e l’uso sistematico della violenza risolutiva è tra questi. Ad esempio, agli arditi fascisti si opposero gli arditi del popolo. E cosi via. 

Perciò si dovrebbe discutere  di  queste genealogie intellettuali e politiche  non delle improbabili pacificazioni tra cattivi maestri.

Comunismo e fascismo: non c’è nulla da salvare. Finché non si sarà capito questo, si continuerà  a discutere  vanamente  su chi abbia premuto per primo il grilletto. E, cosa ancora più triste,  a tirarsi in faccia  i rispettivi morti.

Carlo Gambescia

giovedì 11 aprile 2024

Patto su migrazione e asilo. Complimenti, sinceri, al Partito Democratico

 


Il Partito Democratico italiano, a differenza dei socialdemocratici tedeschi, ha votato contro il nuovo Patto su migrazione e asilo. I nostri complimenti, sinceri.

Si tratta di dieci testi (*) che sono animati da una sola idea: che ogni straniero di qualsiasi età, che tenti di entrare in Italia e in Europa, in via clandestina, sia pericoloso in quanto tale. Di qui una serie di misure che recepiscono l’idea della criminalizzazione del clandestino.

Semplificando, per il diritto europeo, d’ora in poi, esisteranno tre categorie di persone: l’europeo assistito, il turista a pagamento, il clandestino imbottito o di tritolo o di droga. Quest’ultimo, assimilato preventivamente al criminale, è trattato come un’entità fisica, materiale di scarto, per giunta velenoso, da schedare, misurare, imprigionare. Migranti come Terra dei fuochi…

Si crea così, una sorta di apartheid penale, sociologica e sociale, basata sulla mitologia razzista del clandestino come nemico giurato della razza bianca. Dietro il quale si nasconderebbe addirittura un progetto di devastazione etnica, avviato dall’alto, da forze oscure e sconosciute… I soliti incappucciati, tipici dell’immaginario delle destre. Si legga, dal nuovo Patto, precisamente qui. Un passo veramente illuminante sull’ideologia di questi “signori”.

“Nonostante l’introduzione delle necessarie misure preventive, non può essere escluso che si verifichi una situazione di crisi o di forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo, dovuta a circostanze al di fuori del controllo dell’Unione e dei suoi Stati membri. Tale situazione eccezionale può includere arrivi in massa di cittadini di paesi terzi e di apolidi nel territorio di uno o più Stati membri, o una situazione di strumentalizzazione di migranti da parte di un paese terzo o di un attore non statale ostile con l’obiettivo di destabilizzare lo Stato membro o l’Unione” (**).

Al di là delle singole misure, pur discutibili, una velenosa poltiglia ideologica di questo tipo non poteva e non può essere votata.

Si tratta di una specie di capitolazione ufficiale alle leggende metropolitane un tempo messe in giro dai gruppetti neonazisti. Che però – ecco il lato grave della cosa – ora sono recepite dalle destre penetrate nella stanza dei bottoni e travasate nel nuovo Patto su migrazione e asilo. Con l’ausilio, in Europa, cosa ancora più grave, dei Popolari, cioè i democristiani europei, quelli che fino a qualche anno fa discettavano sull’essere umano come nobilissima “imago dei”.

Esageriamo? Si legga il Taylor (L’Europa delle grandi potenze). Nell’Ottocento, in piena età liberale, quindi intorno alla fine degli  anni Settanta, si girava per l’Europa e per il mondo, senza alcun passaporto. Si partiva dalla sera alla mattina, e,  se lo si possedeva, con un sacchetto di monete in tasca. Ecco la tradizione che oggi si deve recuperare.

In certi momenti storici, quando si deve essere di qua o di là, anche chi, come il sottoscritto, non condivida   idee  e programmi  del Partito Democratico,  non può che schierarsi con chiunque mostri di avere il coraggio di dire no a un distillato legislativo del peggiore complottismo politico.

Si ricordi una cosa fondamentale. Il problema dei migranti (e dei migranti clandestini) può essere affrontato secondo varie modalità politiche e organizzative. La nostra ricetta ad esempio è diversa da quella del Partito Democratico (***).

Però quel che va assolutamente evitato, pur nella diversità degli approcci, è il perverso collegamento tra complottismo e questioni organizzative. Un  velenoso combinato disposto ideologico  rivolto a diffondere e moltiplicare tra la gente il classico argomento emotivo del grande complotto contro la razza bianca.

Da anni, soprattutto a destra, si sono sposate le tesi della “teoria della sostituzione”: qualcuno nell’ombra tramerebbe per distruggere la razza bianca. E i clandestini, volenti o nolenti, sarebbero parte di questo processo. Cioè la componente umana,  come si legge nel passo citato, di una “strumentalizzazione da parte di un paese terzo o di un attore non statale ostile”.  

“Attore non statale ostile”, capito?  Detto altrimenti: Organizzazioni Non Governative (ONG) più  ricconi come il "semita" Soros. Materiali argomentativi da Mein Kampf.   

Complottismo elevato a regolamento europeo. Insomma tramutato in norma, routine, normalità.   Come si poteva  votare questa robaccia?

Ancora complimenti al Partito Democratico.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20240408IPR20290/nuovo-patto-su-migrazione-e-asilo-via-libera-del-parlamento-europeo .

(**) Qui, p. 4: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-9-2023-0127-AM-131-131_IT.pdf . Il corsivo è nostro.

(***) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/03/migranti-una-proposta-liberale.html; https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/03/migranti-e-rischio-sociale.html .

mercoledì 10 aprile 2024

Compagni di partito...

 


Leggevamo ieri sul “Foglio” del genetliaco (sessant’anni) di Gian Marco Chiocci, direttore del Tg1, anno II della Rivoluzione fratellista. Festeggiato, urbi et orbi, nella verdoniana Villa dei Quintili (vi girò “Compagni di scuola”).  Il tutto in stile matrimonio ai Castelli.  Giorgia Meloni non c’era, però c’era Nunzia De Girolamo. A ciascuno il suo. Anzi la sua…

L’estensore anonimo, esperto in vippai, se la cava ricorrendo alla paleolitica nomenclatura delle prove tecniche di nuova Dc.

Non ce la sentiamo di sottoscrivere. Non ci convince ad esempio la provenienza di questi nuovi democristiani. Uno di costoro un tempo era in quota Alemanno, genero di Rauti e leader della destra sociale. Un tipetto, allora ventenne, da “sasso… buca… buca con acqua…”.

Altre figure di giornalisti e politici, accorse in massa sul set di Verdone, provengono sempre dalla stessa destra dura. Un po’ dannunziana, un po’ squadrista, un po’ arruffapopoli, un po’ affamata. Una rimpatriata insomma. Non compagni di scuola, ma di partito e dintorni.

I democristiani, quelli del cosiddetto regime , prima erano tutti professori di provenienza Fuci (anni Quaranta e Cinquanta), poi manager pubblici (anni Sessanta e Settanta), infine tangentisti (anni Ottanta). Quel che però conta dal punto di vista analitico resta l’assenza di un profilo di base dal manganello facile.

Il democristiano (Fuci, manager,tangentista) non era un prodotto antisistemico. Borghese, piccolo piccolo magari, ma antifascista. Non odiava, non si sentiva superiore come il classico repubblichimo sconfitto. Non sognava la spallata finale. In principio era il Verbo De Gasperi. Quei diccì si confessarono regolarmente fino all’ultimo giorno.

Il democristiano rimase nell’animo boy scout. Missini e post missini, malgrado gli sforzi, hanno tuttora un fare violento, a cominciare dal linguaggio. Che sarà rimasto dell’antica antropologia squadrista? La cosa andrebbe approfondita, non liquidata dando per scontato il godereccio finale da Bisanzio democristiana.

Pertanto se regime sarà, sarà non alieno dalle mollezze, ma sempre con il dito sul grilletto. Una cosa alla Ettore Muti, che amava le dive dei telefoni bianchi e la pistola tedesca che teneva sotto il cuscino.

Ovviamente, i tempi sono cambiati, o comunque consigliano il basso profilo. Giorgia Meloni, vieta al “bad guy” di una volta di parlare. Gli conta perfino le vocali. Quindi feste e torte, bella, o quasi, gente: quel tanto che basta per far scrivere ai cronisti della nuova Dc. Una coccardina mediatica che tutto sommato fa comodo. Profuma di normalizzazione.

Il democristiano, pelato e con gli occhiali, non faceva e non fa paura a nessuno. L’ex militante, anticapitalista, antiamericano, antiliberale invece può ancora spaventare.

Pertanto, ripetiamo, feste sì, ma senza esagerare, una via di mezzo tra la “Grande Bellezza” e “Vogliamo i colonnelli”. Tra il “Ballo Ballo” della Carrà, di Sorrentino, e il “Vecchio scarpone” delle contesse di Monicelli.

Oggi l’onorevole Tritoni, ha dismesso il cappello piumato tipo Vaira Moretto. Ora è attento alla fashion maschile. Veste sportewear, con puntate nello streetwear e nel bohemian chic. Senza dimenticare uno stile classico ma sofisticato, a cominciare dalle scarpe Oxford. Poi un filino di barba, di abbronzatura, fisico tonico, l’occhio neocolonialista  che si perde  nelle sterminate  savane del conto corrente.  

Per dirla sempre con Verdone (altro film però): “Un bel giorno senza dire niente a nessuno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana”. Pardon meloniana… In rotta per dove? Villa dei Quintili…

Carlo Gambescia

martedì 9 aprile 2024

Papa Francesco vuole più stato

 


Il papa può dire ciò che desidera. Ci mancherebbe altro. Come ogni altro attore sociale è libero di esprimere opinioni. Che ovviamente possono avere un contenuto dogmatico. Ma, attenzione, solo per i suoi fedeli e per chi ritiene che tali principi siano giusti e condivisibili.

In realtà, al di là del dibattito delle idee, il papa, su alcune tematiche (ad esempio maternità surrogata, interruzione di gravidanza, suicidio assistito) vuole, molto semplicemente, più diritto pubblico, meno diritto privato. Reputa, in ultima istanza, che l’individuo, sia incapace di conoscenza e debba essere protetto da se stesso, attraverso un’occhiuta attività giuspubblicistica. Detto altrimenti: vuole più stato, ovviamente al servizio della “sua causa”.

Il concetto che qui desideriamo sviluppare è quello del “più stato”. Se il lettore avrà la pazienza di seguire fino in fondo il nostro ragionamento, potrà capire il significato dell' incipit.

Possono le opinioni essere trasformate in leggi? E, se sì, con quali conseguenze?
 

Non pochi ritengono che dove regna il potere della maggioranza sia cosa buona e giusta tradurre le opinioni maggioritarie in legge. Di conseguenza in un paese di cattolici osservanti le leggi avranno contenuto cattolico. In un paese di non cattolici le leggi avranno contenuto differente, e così via.

Semplice, no? Però chi tutelerà le minoranze cattoliche in un paese non cattolico e viceversa? Come salvaguardare insieme i diritti delle minoranze e delle maggioranze. Infatti esiste un fenomeno molto pericoloso che si chiama tirannia (della maggioranza) della pubblica opinione. Come può essere evitato?

Intanto accettando il presupposto liberale, che  il corpo sia proprietà dell’individuo e non di una qualche entità superiore (dallo stato a dio). Di conseguenza,   si deve consentire che l’individuo ne faccia uso come meglio crede.

Tutto risolto allora? No. Perché il pericolo risiede in quel “si deve consentire”, concetto che implica: 1) un assenso pubblico, nel senso di regolamentazione da parte della legge, quindi dello stato, del diritto in oggetto ( cioè di disporre liberamente del proprio corpo), oppure 2) un assenso tacito, nel senso di una materia libera da qualsiasi forma di regolamentazione; detto altrimenti viene permesso tutto ciò che non è vietato dalla legge. Insomma, in quest’ultimo caso, ci si affida all’interazione tra ciò che viene prodotto dal costumi, dal buon senso, dall’esperienza individuale.

Mentre nel primo caso avremo un profluvio di leggi, norme e regolamenti, quindi la dittatura del diritto pubblico, nel secondo caso liberi contratti tra privati consenzienti,  quindi lo sviluppo di un diritto privato sulla base dei liberi bisogni (cattolici o laici, per così dire) delle persone.

Per capirsi: non voglio mettere all’incanto il mio corpo? Benissimo, non c’è alcun obbligo contrario. Voglio invece disporne? Posso, perché non c’è alcun divieto.

E per quale ragione ciò è possibile? Perché esiste la forma contratto tra privati.

Le norme dei contratti implicano il principio della buona fede dei contraenti, nonché una serie di regole che rinviano alla teoria generale del contratto o negozio giuridico tra privati: qualcosa di generale, non di particolare.

Non si può regolare tutto nel più piccolo dettaglio come pretendono i sostenitori del diritto pubblico, figurarsi poi quando si tratta di contenuti morali non condivisi. Purtroppo i parlamenti si sono ridotti ad essere l’anticamera dello statalismo: non più grandi dibattiti ideali su questioni generalissime, ma solo una minuziosissima contabilità, contrattata dei diritti sociali dei più lillipuziani gruppi sociali. Ma questa è un’altra storia. Una pena al giorno.

Il contratto fra privati elimina alla radice qualsiasi questione di contenuti e divisioni. Pertanto il papa è gli altri opinionisti, anche di idee contrarie, come tutti gli altri cittadini,  possono pure dibattere, ma restando rigorosamente nell’ambito morale. Va però assolutamente evitato il “salto” legislativo. Per dirla in altro modo: dal punto di vista della libertà dell’individuo le opinioni non possono essere trasformate in diritto pubblico. Perciò ampio dibattito, ma poi sarà l’individuo a decidere, sulla base del diritto privato,se firmare quel “certo” contratto, per così dire.

Qui però nasce un problema. Ovviamente chi ritiene che l’individuo debba essere difeso da se stesso, punta a trasformare tutto il diritto privato in diritto pubblico. Sicché inevitabilmente il diritto pubblico si trasforma nel braccio armato di una qualche morale (di stato o di dio).

Naturalmente nessuno nega il rischio che l’individuo possa essere indotto in errore ( limiti cognitivi, sbagli di valutazione, cattivi consigli, fragilità varie, eccetera) però la posta in gioco è troppo alta dal punto di vista della libertà individuale. Nel senso che se si privilegia l’idea di proteggere l’individuo da se stesso, si accetta la possibilità che altre entità ( stato o dio) decidano al suo posto per proteggerlo.

L’individuo, a parte il caso di evidenti minorazioni psichiche, deve essere lasciato libero di sbagliare dal punto di vista delle varie dottrine morali. L’ attività cognitiva è segnata da un processo di prove ed errori, insuccessi e successi.

Se si interviene sull’individuo sopprimendo gli insuccessi, si influisce sul processo di selezione sociale degli individui più adatti: l’individualismo protetto non esiste in quanto individualismo, perché è un individualismo spurio, di diritto pubblico, mentre l’individualismo puro rinvia direttamente al diritto privato, all’individuo in quanto tale.

Pertanto, e concludiamo, quando il Papa proclama la necessità “di un divieto universale della gestazione per altri, nota come maternità surrogata” (*) vuole più diritto pubblico, meno diritto privato. E dove non c’è diritto privato, non c’è libertà, e dove non c’è libertà, l’individuo non può pensare, esprimersi, agire liberalmente.

Di conseguenza quanto più un divieto si fa universale tanto più l’entità che decide al posto dell’individuo si fa tirannica. Che poi sia lo stato o dio, o lo stato a farsi braccio armato di dio è la stessa cosa.

Carlo Gambescia

(*) Per una sintesi: https://it.euronews.com/salute/2024/01/08/papa-francesco-chiede-un-divieto-universale-della-maternita-surrogata-pratica-spregevole .

lunedì 8 aprile 2024

Il ritorno del Mambretti

 


Per alcuni il perché del successo sociologico del Cavaliere  non è stato ancora  chiarito. C’è chi si butta sul complottismo, chi sull’alta politologia.

Di sicuro sarà difficile trovare la risposta nelle centosessanta pagine apologetiche (incluso un breve inedito di Berlusconi sulla libertà) scritte da Paolo Del Debbio, noto inforchettatore da talk populista, con aspirazioni un tempo di serio scienziato sociale. E oggi forse di parlamentare europeo in quota Forza Italia (*).

In realtà parlare addirittura  di mistero sociologico è un’ esagerazione. Si rifletta. Un imprenditore televisivo, ridanciano, scende politica, si dichiara liberale ma al tempo stesso sdogana la destra dalle radici fasciste, commettendo lo stesso errore sociologico dei liberali “storici”.

Quale errore? Quando i liberali cooptarono nelle elezioni del 1921 i fascisti nei blocchi nazionali, portandone 35 alla camera. Il che concesse quel premio di legalità, cioè di apparente rispettabilità, che consentì a Mussolini di agguantare nel 1922, blandendo e minacciando, il governo dell’Italia.

Se oggi una ex fascistella governa l’Italia da Palazzo Chigi, la colpa è di Berlusconi, perché per primo scoperchiò il famoso tombino che permise ai neofascisti di uscire dalle fogne. Ma quale mistero sociologico? La sociologia di Berlusconi è la sociologia di un battistrada politico dell’estrema destra.

Detto altrimenti: Berlusconi,  ridendo e scherzando, ha conservato le televisioni, ha fregato gli italiani promettendo tutto a tutti, ha consentito all’estrema destra di mettere un piedino poi diventato piedone nella politica italiana.

Riassumendo: gli errori del Cavaliere  furono politici ed esistenziali.

In parte politici, come il non aver rovesciato l’Italia come un calzino,   in "nome della libertà",  quando ebbe i voti in parlamento per farlo,  principalmente tra il 2001 e il 2005.

In parte esistenziali, legati alla sua natura di bon vivant di provincia.

Berlusconi, milanesissimo per carità, pur avendo dimostrato di avere qualità imprenditoriali, rimase per tutta la vita una specie di Mambretti, di Moriondo, di Panozzo : un personaggio, della provincia tra il comasco e il varesotto, invidiato dagli amici per le tante donne, che sembra uscito da uno dei  brumosi racconti di Piero Chiara.

E proprio per questo risulterà  simpatico a non  pochi elettori: con quel suo modo di fare da bravo giocatore di biliardo, mezzo chansonnier, mezzo play boy, capace pure di fare i soldi, magari cadendo  in qualche impiccetto. Insomma  “uno di noi”, quando volte lo si è detto e scritto.  Svelato il mistero.

In realtà il Cavaliere ha combinato solo guai. Le corporazioni italiane sono ancora tutte lì. E Giorgia Meloni, che, cinguettante, lo intervistava sul parco di Atreju, ora si  è  impadronita  della stanza dei bottoni.

E nonostante ciò, Del Debbio dipinge Berlusconi come una specie di Winston Churchill. Sì, un Churchill che giocava a biliardo con Hitler.

Capito? Così va il mondo. Del Debbio celebra il ritorno del Mambretti.

Un’ultima notazione. Negli anni Novanta, per l’esattezza 1995, vennero raccolti in un libro gli scritti di Ezio Tarantelli, economista, ucciso a colpi di mitraglietta da due brigatisti rossi, nel parcheggio della Facoltà di Economia e commercio de “La Sapienza”. Aveva appena fatto lezione. Il titolo del volume era bellissimo: La forza delle idee. Scritti di economia e politica.

Ecco, per dirla brutalmente, che c’entra la forza delle idee di Ezio Tarantelli con il mondo del Mambretti?

Carlo Gambescia

(*) Paolo Del Debbio, In nome della libertà. La forza delle idee di Silvio Berlusconi , Piemme 2024.

domenica 7 aprile 2024

Eugenio Scalfari o dell’eterogenesi dei fini

 


Ieri, sei aprile, la sinistra ha celebrato i cento anni di Eugenio Scalfari, scomparso nel 2022. Questa mania dei compleanni post mortem, anche se indorata con la scusa del centenario, è un’ usanza ridicola, come gli appalusi ai funerali.  Una persona quando è morta è morta. C’è poco da applaudire o celebrare.  Non si  è a teatro. La morte merita rispetto.

Ma non è questo il punto. Chi era Eugenio Scalfari? Per gli amici il più grande giornalista del XX secolo, per i nemici un voltagabbana epocale.

In realtà Eugenio Scalfari resta innanzitutto un arciprofessore di educazione civica:  un teorico dell’italiano nuovo, secondo la frase attribuita a Massimo D’Azeglio. “ L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli italiani”.

Scalfari fu un severissimo costruttivista politico e sociale. Il che spiega perché fu prima fascista, poi liberale di sinistra, infine socialista. Sempre però con un’idea giacobina nella testa: fare tabula rasa, trasformare gli italiani, ricostruirli moralmente anche a pedate se necessario. Scalfari sognava l'italiano perfetto.  Voleva trasformare  cafoni, guappi  e lazzari,  in  cittadini modello,  come  tentarono  i martiri della   rivoluzione napoletana del 1799.

“La Repubblica”, il quotidiano da lui fondato, era ed è una specie di catechismo del comportamento civico di sinistra. Spopolò, e non è una leggenda, tra le professoresse di sinistra. Che ne commentavano gli articoli in classe.

Oggi “Repubblica” continua nella sua opera, però gli italiani votano a destra. Qualcosa non ha funzionato: nel giornale, nella sinistra, nell’Italia in generale.

Probabilmente la colpa è di ciò che si può definire il didascalismo pedagogico-politico tipico di Scalfari e di certo giornalismo di sinistra, totalmente convinto di avere in tasca le chiavi della storia e del progresso. Un giornalismo antipatico e saccente sempre pronto a sottolineare con la matita rossa e blu gli errori altrui, tacendo sui propri. Perché così imponeva e impone, come da contratto, il senso della storia.

Un giornalismo da caccia al refuso morale, poi degenerato, negli anni Novanta nell’antiberlusconismo, padre di rimbalzo dell’esagitato populismo di sinistra.

Ci spieghiamo meglio. L’articolo di “Repubblica”, letto in classe da almeno due generazioni di professoresse, diciamo a fin di bene (la riforma degli italiani, eccetera), ha prodotto il male degli ex studenti che, non paghi del galateo civico scalfariano, hanno poi votato in massa il truculento Grillo.

Si chiamano effetti perversi delle azioni sociali. Un filosofo sociale tedesco parlò di eterogenesi dei fini. Cioè le buone intenzioni non bastano. Insomma, i fini realizzati sono sempre diversi da quelli che gli individui si propongono.

In sintesi: Scalfari arcinemico del populismo di destra, ha favorito la rinascita del populismo di sinistra. Che a sua volta, ha scatenato la rivincita del populismo di destra.

Detto alla buona: uno compra “Repubblica”, adora Scalfari perché vuole riformare l’Italia, e si ritrova con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Che ci sarà mai da celebrare?

Carlo Gambescia

sabato 6 aprile 2024

Il mondo delle grandi potenze

 


Che cosa caratterizza una grande potenza? Sul piano materiale, le risorse che possono alimentare il più a lungo possibile le capacità militari. Pensiamo ad esempio a risorse naturali, competenze tecnologiche, forza demografica, doti organizzative.


Sul piano ideale,  l’intensità della volontà di potenza, cioè di essere potenti,  nel senso della capacità di sottomettere gli alleati e di piegare gli avversari e i nemici.

Per limitarsi al Novecento, quindi agli esempi più conosciuti e vicini a noi, l’Italia fascista nutriva, sul piano ideale, nei suoi quadri politici, una grande volontà di potenza, ma era priva di risorse materiali. La Germania hitleriana, parliamo sempre e solo dei quadri politici, invece disponeva  sia  della volontà di potenza sia delle risorse, quindi possedeva in pieno le caratteristiche ideali e materiali che contrassegnano  una grande potenza. E come tale si comportò.

Va sottolineato che la natura del sistema politico (risorsa materiale-organizzativa) può favorire o meno lo sviluppo della potenza.

Ad esempio, nelle democrazie, la classe politica non decide da sola: va ascoltata la pubblica opinione e rispettate le scelte elettorali. Quindi le democrazie (forma di governo in  cui il potere risiede, e non solo in linea di principio, nel popolo non facilitano lo sviluppo della potenza. Anzi posso addirittura limitarlo.

Per contro le autocrazie (forma di governo in cui un singolo ritiene un potere assoluto) non devono rendere conto all’elettore. Quindi possono procedere spedite nei loro progetti di potenza.

Ci spieghiamo meglio: è vero che a governare sono sempre in pochi – anche dove il potere è assoluto, esiste comunque una classe politica raccolta intorno all’autocrate – però è altrettanto vero che nelle democrazie, le élite politiche trovano maggiori ostacoli nel portare a effetto le decisioni inerenti alla fase ascendente del ciclo politico, cioè alla conquista e conservazione del potere (quella discendente rinvia alla sua perdita). Mentre nelle autocrazie regna sovrana l’obbedienza. O comunque il silenzio. E chi tace acconsente.

Sotto questo aspetto la Russia può essere definita una grande potenza che riunisce in sé forze ideali e materiali. Per contro gli Stati Uniti possono essere definiti una grande potenza, però manchevole di forze ideali. Alle grandi risorse materiali non unisce (o unisce in modo limitato) alcuna forza ideale o volontà di potenza.

Quanto all’Europa, al momento non costituisce una grande potenza. O se lo è, si tratta di una potenza di rango inferiore, dalle discrete risorse materiali ma priva di risorse ideali. In Europa la volontà di potenza a livello diffuso è morta nel 1914.

La Cina può invece essere messa sullo stesso piano della Russia. Siamo davanti a un’altra grande potenza che riunisce in sé forze materiali e ideali. Con potenziale demografico addirittura superiore alla Russia. Grande potenza, quindi, ma per ora, come detto, in chiave passiva. Si limita alle grandi esercitazioni militare intorno all’isola di Taiwan. La Russia, come prova l'aggressione all'Ucraina, è invece  ben oltre.

India, America Latina, mondo islamico sono un esempio invece di mancata o assente integrazione tra risorse materiali e ideali: pseudo-potenze che quando hanno le risorse materiali (America Latina) non hanno volontà di potenza. Oppure quando hanno la volontà di potenza non hanno le risorse materiali (mondo Islamico). Oppure non hanno l’una né l’altra (India).

Probabilmente il nostro quadro  semplifica troppo una situazione mondale ricca invece di sfumature, storiche, culturali, economiche e sociali. Però crediamo renda bene l’idea che l’unica grande potenza con la volontà e la capacità di essere tale  sia la Russia. Nel senso si badi, di volontà di potenza attiva, come attesta la guerra di conquista dell’Ucraina.  Quella della Cina invece, per ora, in assenza di guerre di conquista,  cioè di  vere e proprie imprese militari, è  una  volontà di potenza passiva, allo stato  basico: c'è ma deve manifestarsi, aspetta la buona occasione.  

In Occidente, infine, come detto, difetta  proprio la volontà di potenza ( né attiva né  passiva). E per fare una politica dell'equilibrio, diciamo ottocentesca,  non deve esservi squilibrio, come oggi,  tra le grandi potenze, proprio  sul piano, ripetiamo,  della  fusione  tra risorse materiali e ideali. Fusione non facile da conseguire per tutti, come detto.

Si lasci stare l’andamento alterno della guerra contro l’Ucraina e si sorvoli sulle dichiarazioni politico-propagandistiche di Putin a proposito della sua volontà di pace e giustizia che ricordano quelle di Hitler negli anni Trenta, dopo ogni colpo di mano.

Putin, per così dire “ci va piano”, perché per ora sta saggiando, per gradi, a piccoli passi, le reazioni dell’Occidente euro-americano. L'autocrazia  russa  non ha problemi, come invece le democrazia, di coesione interna, quindi può aspettare, come Hitler con Francia e Inghilterra, nel 1939-1940, che Stati Uniti ed Europa si auto-affondino. Però rispetto al 1939, gli Stati Uniti oggi sono parte del gioco.

Si rifletta su un punto. In caso di attacco alla Nato non ci sarà alcuna grande potenza terza capace di intervenire per gettare sul piatto della bilancia tutta la sua forza, come gli Stati Uniti nel 1941.

Allora il Giappone venne fermato, proprio dagli Stati Uniti. Chi fermerà oggi la Cina? Come potranno gli Stati Uniti difendersi su due fronti da una manovra a tenaglia Russia-Cina?
 

L’insularità, dopo la caduta della Francia,  salvò la Gran Bretagna dagli artigli di Hitler, ma grazie anche all’aiuto americano. L’insularità salverà gli Stati Uniti, per così dire, senza l’aiuto “americano”? In assenza di una potenza terza, come furono gli Stati Uniti per la Gran Bretagna?  Dopo la caduta dell'Europa? Di cui la Russia, al momento, può fare solo un boccone in pochi giorni?

Deve essere invece chiara una cosa: la Russia ha una netta volontà di potenza, frutto di fusione tra risorse ideali e materiali, che manca, esclusa la Cina, agli Stati Uniti, all’Europa e alle altre nazioni.

Che poi Putin, possa o meno, per ragioni anagrafiche, di salute, di capacità personale, non realizzare i progetti di potenza non ha la minima importanza, dal momento che la volontà di potenza in Russia è diffusa e condivisa dalle élite politiche e dirigenti. La stoffa dei dirigenti politici del Cremlino è la stessa. Si potrebbe parlare di un vero e proprio blocco politico animato da una inestinguibile volontà di potenza, come portato di una buona fusione tra risorse ideali e materiali.

L’Occidente, proprio perché privo di volontà di potenza, crede erroneamente, o peggio ancora si illude, proiettando l'immagine dolciastra che ha di se stesso  sul  nemico, che anche la Russia  ne  sia priva . E che, prima o poi,  un accordo si troverà, magari a spese dell’Ucraina.  Per la serie, se ci si passa la battuta, "e vissero tutti felici e contenti...".

In questo modo si rischia di incoraggiare la Russia ad alzare la posta, dal momento che la remissività dell’Occidente, può solo aumentare l’appetito russo, che vede i suoi obiettivi di potenza a portata di mano.  Una debolezza che può far crescere anche  la "fame"  cinese. Una Cina che non accetterà alcuna alleanza con l’Occidente euro-americano,  perché ne fiuta la fragilità,  e si prepara a colpire gli Stati Uniti, approfittando della  caduta europea.

Perciò si accantonino  tutte le stupidaggini geopolitiche sul mondo multipolare, la diversità, il pluriverso, e altre romanticherie. Utopie politiche, impossibili da  costruire a tavolino.  E che comunque sia,  cosa molto sospetta,  sono usate dalla propaganda russa e  anti-occidentale per dividere e accalappiare  gli anti-sistemici di destra e sinistra. In realtà,  oggi, le uniche grandi potenze dotate di una effettiva volontà di potenza sono la Russia e la Cina. E le due interessate ne sono perfettamente consapevoli. 

L’Occidente euro-americano è ancora in tempo per recuperare la sua volontà di potenza e battersi ad armi pari in questa sfida tripolare? 

Purtroppo non è un obiettivo che può essere perseguito in tempi brevi. Le risorse materiali esisterebbero, mancano quelle ideali. Che  però per imporsi richiedono tempi  lunghi. 

Siamo quindi  pessimisti.

Carlo Gambescia