Si dirà: dettagli. E invece no. Perché la prima pagina del
“Riformista” di oggi non è un dettaglio: è un sintomo. E dice molto del
clima che la vittoria dei No ha reso, se possibile, ancora più velenoso.
Quella prima pagina urla “LA RAPPRESAGLIA”: procure “che tornano al
lavoro”, indagini, perquisizioni, segnali letti come risposta politica a
un voto. Non è solo un titolo. È una chiave di lettura patologica. Un
modo “malato”, polticamente malato, di ordinare i fatti dentro una trama
intenzionale: qualcuno reagisce, qualcuno colpisce, qualcuno manda
messaggi.
Attenzione. Non parliamo di “Libero”, “La Verità”, “Il Giornale”,
della corte dei miracoli massmediatica targata destra. Ma di un
quotidiano, ripetiamo, che si dice, di nome e di fatto, “riformista”, e
che desidera – almeno sulla carta – parlare al mondo, cioè, a tutti.
Evitando di sollecitare gli istinti peggiori dell’elettore. O del votante, in caso di referendum, secondo la precisazione dell'ottimo professor Prisco, costituzionalista (*).
E invece pare proprio che non sia così.
La cosa è grave perché è esattamente qui che si misura l’assenza di
una cultura liberale. La vera malattia della vita pubblica italiana.
Perché una cultura liberale — se esistesse davvero nel nostro
dibattito pubblico — imporrebbe una disciplina elementare: distinguere
tra fatti e interpretazioni, tra atti e intenzioni, tra coincidenze e
disegni. Invece, da almeno trent’anni, facciamo il contrario. Prendiamo
sequenze di eventi e le trasformiamo in romanzi. E quei romanzi,
puntualmente, diventano armi politiche. O per meglio dire, romanzi
criminali.
È un difetto antico, che viene da quella stagione che abbiamo
imparato a chiamare Tangentopoli, quando l’azione giudiziaria, a torto o
a ragione, si trasformò, per una parte dell’opinione pubblica, in
surrogato della politica. Prosegue lungo tutto il ciclo berlusconiano,
con la politica percepita sotto assedio che reagisce delegittimando la
magistratura.
Giorgia Meloni, in questo gioco di specchi, somiglia a
Roxy Hart di "Chicago", grande musical e grande pellicola: non la protagonista della storia, ma la
ventriloqua del suo avvocato Berlusconi, portata alla ribalta dalle
dinamiche che la precedono, più che dalla sua personale iniziativa. Come
nella scena musicale del film, il jazz e i riflettori trasformano
scandalo e ambizione in applausi, creando una ribalta che non sempre
corrisponde al merito reale.

Da allora, il copione non è mai cambiato davvero. Come detto, si è
solo aggiornato nei toni. L’ultima prova è stata la battaglia
referendaria, tramutata in uno scurrile e violento scontro ideologico,
quelle situazioni tremende in cui "l’osservatore- cittadino", diciamo così, è chiamato a
scegliere tra due mali. Nel caso italiano, paradossalmente, il No ha
rappresentato il male minore: era il voto che, tra mille limiti,
difendeva meglio l’indipendenza della magistratura, esponendosi a
critiche e fraintendimenti, piuttosto che cedere alla volgare retorica
del “partito dei giudici”.
Del resto oggi siamo al punto in cui ogni inchiesta che sfiori la
politica viene immediatamente caricata di un significato sistemico. Non è
più un’indagine: è un grido di battaglia. Non è più un fatto: è una
trama. E così tutto diventa “rappresaglia” o “resistenza”, a seconda del
lato da cui si guarda.
Ma qui sta il nodo: questa lettura permanente in chiave intenzionale
non è segno, come spesso si legge sulla stampa di sinistra, di
“vigilanza democratica” È il sintomo di una cultura liberale debole, a
destra come a sinistra e addirittura al centro, come nel caso del
“Riformista”. E il suo contraltare — speculare e opposto — è
altrettanto dannoso: vedere nella magistratura un potere salvifico,
immune da limiti e da errori.
Una cultura liberale matura e diffusa farebbe tre cose molto
semplici, e proprio per questo rarissime nel nostro dibattito pubblico.
Primo: distinguere. Separare i fatti dalle interpretazioni. Le
procure indagano, talvolta bene, talvolta male: è il loro mestiere. Non
ogni coincidenza temporale implica un disegno politico. Pensarlo
sistematicamente significa trasformare la complessità in sospetto
organizzato. In presunzione ideologica di colpevolezza politica. Ma
delle magistratura.
Secondo: evitare l’idolatria. Difendere le istituzioni senza
trasformarle in feticci. I magistrati non sono né sacerdoti della verità
né congiurati permanenti. Sono funzionari pubblici, con poteri
rilevanti e limiti umani: idee, convinzioni, persino pregiudizi. Come
tutti.
Il punto non è negare questa cosa, ma costruire regole e prassi che tengano
insieme autonomia e responsabilità. Senza però cedere alla tentazione
opposta: quella di politicizzare ogni eccesso. Diciamolo senza
ipocrisie: una democrazia liberale matura è disposta, entro certi
limiti, persino a sopportare un’ingiustizia, pur di preservare un
principio più grande: l’indipendenza del potere giudiziario. Perché un
giudice subordinato alla politica sarebbe un male peggiore, per tutti:
amici e nemici dei giudici.

Terzo: chiedere alla politica un passo indietro. Non significa
arrendersi alla magistratura, ma sottrarle il palcoscenico. Significa
smettere di trasformare ogni indagine in un caso politico nazionale.
Quando ogni avviso di garanzia diventa una battaglia simbolica, quando
si mobilitano retoriche dell’intransigenza difensiva prima ancora di
conoscere i fatti, il messaggio che passa è semplice e devastante: non
fiducia nelle regole, ma conflitto permanente tra poteri, e di quelli dissolutivi del sistema.
Eppure la via d’uscita sarebbe, ancora una volta, semplice, e proprio
per questo politicamente costosa: restituire le indagini alla loro
dimensione tecnica e la politica alla sua responsabilità autonoma.
Perché il paradosso italiano è tutto qui: mentre si denuncia il “partito
dei giudici”, lo si alimenta continuamente, caricando ogni atto
giudiziario di un peso politico che da solo non avrebbe.
Una cultura liberale degna di questo nome farebbe l’opposto.
Ridimensionerebbe. Raffredderebbe. Non per difendere la magistratura in
quanto tale, ma per difendere l’equilibrio tra i poteri, cioè il cuore
dello stato di diritto.
Il problema è che la misura, in politica, rende meno. Fa meno rumore.
E il rumore, oggi, è diventato la vera moneta del consenso. Basta
guardare, su scala globale, a modelli che spingono apertamente verso
l’asservimento dei giudici al potere politico. Si pensi solo a
personaggio terrificante come Trump. Mentre per Putin, Xi e altri
dittatori il problema neppure si pone...
Finché non si rompe questo circuito italiano — costruito negli anni,
sedimentato nelle abitudini, interiorizzato nel linguaggio —
continueremo a oscillare tra due caricature ugualmente sterili: il
giudice eroe e il giudice nemico. La giustizia, ora cattedrale laica,
ora — con sorprendente disinvoltura — ridotta a tana ideologica d’epoca,
tra fantasmi di “Lotta continua” e “Potere operaio”.
Nel frattempo, la cultura liberale resta sullo sfondo: evocata, raramente praticata.
E senza cultura liberale, non c’è equilibrio tra i poteri. C’è solo rumore. E il rumore, alla lunga, non governa: logora.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.metropolisweb.it/2026/03/26/referendum-professor-prisco-riforma-scritta-male-responsabilita-del-centrodestra/