La destra italiana ha un problema con la libertà. E forse Gianfranco Miglio, storico, politologo e filosofo della politica, lo aveva capito. Però procediamo per gradi.
Libertà, non con quella che la destra proclama nei comizi, ma con quella praticata da chi non le obbedisce, contesta il governo e si permette persino di manifestare senza chiedere il permesso politico a Giorgia Meloni. Il caso di Youssef Siher, il ricercatore rimesso in libertà dalla gip di Milano Tiziana Landoni, offre un esempio significativo di questa contraddizione. Che cosa resta del liberalismo di una destra che sembra concepire la legalità come sinonimo di obbedienza?
La gip non ha convalidato il fermo di Siher e ha respinto la richiesta di custodia cautelare in carcere. Non lo ha proclamato innocente una volta per tutte: l’inchiesta prosegue. Ma, sulla base degli elementi esaminati, ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per le misure richieste. Quanto ai messaggi contestati, secondo le ricostruzioni dell’ordinanza, i toni aspri e le espressioni volgari non bastavano a dimostrare un’incitazione alla violenza o un progetto concreto di sovvertimento dell’ordine costituito. Siher avrebbe evocato forme di protesta pacifica, comprese azioni di disobbedienza civile, non indicato le devastazioni di Milano come un modello da imitare.
Apriti cielo. Giorgia Meloni ha definito la decisione “vergognosa”, presentandola come una mortificazione del lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti. Matteo Salvini è arrivato a evocare la responsabilità personale del giudice nel caso di nuovi episodi di violenza. Insomma, se domani qualcuno commette un reato, la colpa sarà anche di chi oggi non lo ha messo in carcere. Una concezione del diritto davvero curiosa: il magistrato dovrebbe rispondere non soltanto delle proprie decisioni, ma persino delle condotte future di persone che non può tenere preventivamente in galera per soddisfare le aspettative della politica.
Naturalmente, una decisione giudiziaria si può criticare. Nessun magistrato è infallibile e nessuna ordinanza è sottratta alla discussione pubblica. Ma una cosa è contestare le motivazioni di un provvedimento, un’altra è delegittimare chi lo ha firmato, trasformandolo in un nemico politico. La differenza non è sottile: si chiama Stato di diritto. E, se qualcuno se ne fosse dimenticato, lo Stato di diritto vale soprattutto quando le decisioni dei giudici non ci piacciono. Così è.
Il punto, però, è un altro. La destra sembra non distinguere più fra disobbedienza civile, disordine pubblico e violenza politica. Tutto finisce nello stesso sacco, purché serva a evocare l’emergenza e a invocare una stretta repressiva. Ma la disobbedienza civile non è una parola in codice per giustificare qualsiasi illegalità. È una forma di protesta che nasce dal conflitto fra la coscienza individuale e una legge o una decisione politica ritenuta ingiusta. Si può discuterne, contestarne le ragioni, giudicarla imprudente o persino sbagliata. Non si può, però, trasformarla automaticamente in una prova di eversione.
Soprattutto, non si possono confondere una manifestazione, l’occupazione di uno spazio, il rifiuto di collaborare con un provvedimento e la devastazione di negozi o l’aggressione alle persone.
La Comune di Parigi (1871) e l’assalto al Palazzo d’Inverno (1917) appartengono alla storia delle rivoluzioni; le vetrine spaccate e le aggressioni (2026) appartengono alla cronaca dei reati . Chi sostiene che ogni protesta radicale conduca inevitabilmente alla violenza e alla sovversione delle istituzioni non difende l’ordine: usa la paura per restringere lo spazio della libertà. E chi sostiene il contrario, cioè che ogni violenza sia giustificata dalla nobiltà della causa, non è meno lontano dal liberalismo.
A questo punto entra in scena un nome che dovrebbe mettere in imbarazzo una certa destra: Gianfranco Miglio. Nel 1993 Mondadori pubblicò un volume intitolato Disobbedienza civile, che riuniva Miglio e Henry David Thoreau. Non si tratta di una coincidenza ornamentale. Miglio aveva sostenuto la disobbedienza fiscale contro l’ISI, l’imposta straordinaria sugli immobili introdotta nel 1992. La sua era una battaglia politica concreta, condotta contro una misura dello Stato che giudicava ingiusta. Si poteva condividere o meno quella posizione; resta il fatto che un autorevole esponente della destra italiana rivendicava la disobbedienza civile come strumento di lotta politica.
E allora? Miglio era un irresponsabile nemico della legalità? Un sovversivo da mettere in galera? Oppure la disobbedienza civile è una possibilità che una società liberale deve saper distinguere dalla violenza, anche quando la protesta prende di mira il governo e le sue politiche? La domanda è semplice. Le risposte della destra che ci governa, invece, sembrano aver smarrito ogni misura.
Chi era Thoreau? Henry David Thoreau, nel saggio Resistance to Civil Government, pubblicato nel 1849 e divenuto poi noto come Civil Disobedience, aveva sostenuto che la coscienza individuale non può essere subordinata ciecamente alla legge, soprattutto quando lo Stato si rende complice di un’ingiustizia. Rifiutando di pagare le imposte per protestare contro la schiavitù e la guerra contro il Messico, Thoreau affermava il diritto del cittadino di non collaborare con un potere che giudica ingiusto. Non l’apologia dell’illegalità, dunque, ma la rivendicazione della responsabilità morale dell’individuo di fronte allo Stato.
Siamo davanti a uno dei maggiori teorici americani della coscienza individuale contro lo Stato. Per capirsi, Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo, concepiva invece la libertà individuale all’interno della superiore unità etica dello Stato. Non si tratta di ridurre la sua filosofia alla semplice obbedienza passiva: il punto è proprio che, nella concezione gentiliana, individuo e Stato non costituiscono due realtà autonome e contrapposte. Due universi politici opposti. E se Thoreau sta dalla parte di Miglio e Bossi — semplifichiamo — Gentile rappresenta assai meglio una concezione autoritaria della politica. Giorgia Meloni lo abbia letto o meno, il problema è tutto qui. Gentile, per fascisti e neofascisti, era come il latte della mamma…
Sul piano politico potremmo anche dire: Bossi contro Salvini. Il primo, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, aveva fatto della ribellione fiscale e della contestazione dello Stato centrale una bandiera. Il secondo, oggi, partecipa a un governo che invoca la massima severità contro chi contesta l’autorità pubblica. Le idee, si sa, cambiano; qualche volta si evolvono, altre volte si accomodano sulle poltrone.
C’è poi una questione più generale. Una democrazia liberale non pretende che i cittadini siano sempre d’accordo con il governo, né che manifestino soltanto quando e come fa comodo alla maggioranza. La democrazia vive di conflitto regolato, di opposizione, di dissenso. Il limite è la legge, certo, ma la legge non è un feticcio: si interpreta, si discute, si modifica, si sottopone al controllo dei giudici. È proprio questo che distingue il liberalismo dall’autoritarismo. Nel primo, il potere incontra limiti; nel secondo, i limiti diventano ostacoli da rimuovere e chi li difende viene sospettato di tradimento.
La reazione al caso Siher rivela dunque qualcosa che va oltre una singola ordinanza. Rivela una concezione della politica nella quale l’ordine pubblico tende a diventare il criterio supremo, mentre le garanzie individuali sono tollerate soltanto finché non intralciano il potere. Una concezione nella quale la magistratura è lodata quando condanna e attaccata quando assolve, o quando semplicemente non dispone la misura cautelare desiderata. Una concezione, infine, che tratta il dissenso come un problema di polizia prima ancora che come una realtà fisiologica della vita democratica.
Fisiologica. Cosa che questa destra che ci governa non capirà mai. E diciamo pure per ragioni genealogiche. Non basta proclamarsi liberali, sventolare il tricolore e pronunciare qualche parola sulla libertà per esserlo davvero. Il liberalismo si riconosce dal modo in cui si tratta chi dissente, da quanto spazio si lascia all’individuo, da quanto si accetta che il potere venga limitato anche quando la limitazione risulta scomoda.
La destra italiana farebbe bene a rileggersi Miglio, prima di impartire lezioni di legalità agli altri. E a ricordare che la disobbedienza civile non è un’invenzione dei nemici della democrazia: è una delle questioni con cui la democrazia liberale deve fare i conti, senza confondere il dissenso con il reato e il reato con la rivoluzione.
Questa non è democrazia liberale. È il suo contrario. Chiamalo, se vuoi, fascismo. Con tanto di bandiera tricolore.
Sono un americano nato a New York, che ha trascorso circa cinquant’anni in Italia e oggi vive a Houston, in Texas. Ho lavorato per 47 anni nell’amministrazione pubblica americana e nella NATO, occupandomi soprattutto di risorse umane, organizzazioni complesse e leadership. Ho un dottorato in Management e ho tenuto lezioni e seminari presso università italiane, anche in qualità di visiting professor.
Non solo, però… Non fare il modesto.
Dal 2015 al 2017 sono stato Chair, cioè responsabile nazionale, dei Democrats Abroad in Italia, l’organizzazione del Partito Democratico americano che rappresenta e mobilita gli elettori democratici residenti all’estero. Oggi seguo attivamente la politica americana e conduco il podcast su YouTube La politica americana vista da Houston, dedicato soprattutto al pubblico italiano (*).
Un podcast che mi ha permesso di scoprirti e apprezzarti. Non è facile trovare in giro analisi così interessanti, obiettive e sintetiche.
Non esageriamo. Comunque, ho anche pubblicato diversi lavori, tra cui Leading in Complexity, sulla leadership nelle organizzazioni internazionali, e La Resa dei Conti, dedicato alle elezioni americane del 2026 e alla tenuta della democrazia statunitense.
Certo, ho recensito anche quest’ultimo saggio (**). È davvero interessante e lo consiglio agli amici lettori.
Sono felice che questa intervista sia, per così dire, «cartacea», perché sto arrossendo. E così non mi si vede.
L’elogio è meritato. Pronto? Partiamo dal quadro storico. In un saggio del 1964, tuttora interessante, lo storico Richard Hofstadter parlava di uno “stile paranoide” della politica americana. In che cosa il trumpismo, inteso come fenomeno che va ben oltre la persona di Trump, riprende quella tradizione? E in che cosa, invece, se ne discosta?
Hofstadter aveva individuato una tradizione ricorrente nella politica americana: la convinzione che forze occulte, élite corrotte o nemici interni controllino il potere e minaccino la nazione.
Questa visione non appartiene esclusivamente alla destra. Anche in alcune frange della sinistra anticapitalista troviamo narrazioni secondo cui ristrette élite economiche e finanziarie controllerebbero ogni aspetto della vita politica e sociale. Naturalmente, criticare il potere economico non significa, di per sé, adottare uno stile paranoide.
La differenza fondamentale è che queste correnti sono rimaste relativamente marginali nel Partito Democratico, mentre il trumpismo ha portato una visione analoga al centro del Partito Repubblicano, conquistandone la leadership e condizionandone profondamente il linguaggio politico.
Un incubo politico…
Le conseguenze si sono estese ben oltre la politica. Pensiamo al movimento antivaccinista e alla diffusione di teorie complottiste sulla pandemia, sui vaccini e sulle istituzioni sanitarie. La sfiducia sistematica nella scienza e nella medicina ha avuto conseguenze anche gravi sulla salute pubblica. Naturalmente, il movimento antivaccinista non nasce con Trump e non appartiene esclusivamente alla destra, ma ha trovato in alcuni ambienti del trumpismo un importante spazio di amplificazione e legittimazione politica.
Trump non ha inventato questa tradizione, ma l’ha trasformata in uno strumento di mobilitazione elettorale e di esercizio del potere, amplificato da un ecosistema mediatico e digitale senza precedenti.
Veniamo alle elezioni di metà mandato. I sondaggi danno indicazioni, ma tra intenzioni di voto e risultati effettivi c’è di mezzo una campagna elettorale. Che cosa dobbiamo aspettarci?
I sondaggi indicano difficoltà significative per Trump e i Repubblicani, soprattutto tra gli indipendenti, i moderati e alcuni gruppi di elettori che avevano contribuito alla sua vittoria nel 2024. Ma un sondaggio nazionale non elegge il Congresso: contano i singoli collegi, l’affluenza e la distribuzione geografica del voto.
Quanto conta lo zoccolo duro del trumpismo? E quanto può ancora pesare la sua capacità di recuperare gli elettori più fluttuanti, facendo leva sull’identità, sull’appartenenza e sul rapporto personale con il leader?
Lo zoccolo duro trumpiano rimane consistente e motivato, ma non è sufficiente, da solo, a garantire la maggioranza. Trump conserva una notevole capacità di mobilitazione identitaria; tuttavia, l’inflazione, il costo della vita e l’insoddisfazione economica possono pesare più della fedeltà personale.
I Democratici hanno opportunità concrete alla Camera, mentre la battaglia per il Senato presenta difficoltà maggiori. Saranno decisivi gli elettori indipendenti e, soprattutto, l’affluenza alle urne: sia la capacità dei Democratici di mobilitare il proprio elettorato, sia l’eventuale astensione di una parte degli elettori trumpiani, delusi da alcune promesse non mantenute o semplicemente meno motivati a votare in assenza di Trump sulla scheda elettorale.
È possibile che Trump rifiuti un verdetto elettorale sfavorevole? E che cosa potrebbe accadere se la contestazione del voto degenerasse in uno scontro istituzionale? Qui mi viene in mente Fort Sumter, il forte di Charleston dal cui bombardamento, nell’aprile 1861, prese avvio la guerra civile americana. Il paragone è certamente impegnativo, forse persino improprio…
Trump ha già dimostrato nel 2020 di essere disposto a contestare una sconfitta elettorale. Non possiamo quindi escludere nuovi tentativi di delegittimazione del voto. Ma occorre distinguere una contestazione politica da una crisi costituzionale.
Puoi chiarire il concetto?
Le elezioni congressuali sono amministrate dagli Stati e il presidente non ha il potere di annullarle unilateralmente. Il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027.
Il paragone con Fort Sumter mi sembra effettivamente impegnativo. Non credo che ci troviamo alla vigilia di una guerra civile paragonabile a quella del 1861.
Certo. Qualche volta mi piace provocare… Quali sono, oggi, i limiti istituzionali e sociali che potrebbero impedire a una crisi politica di trasformarsi in una crisi dell’ordine costituzionale?
Il rischio più concreto è quella della crisi di legittimità istituzionale, eventualmente accompagnata da intimidazioni e violenze politiche. Non dobbiamo però dimenticare un elemento incoraggiante: nel 2020 numerosi politici, amministratori elettorali e funzionari repubblicani hanno difeso lo Stato di diritto, resistendo alle pressioni di Trump. Anche molti giudici federali nominati dallo stesso Trump hanno emesso decisioni contrarie alle sue posizioni. Questo è avvenuto anche alla Corte Suprema: nel febbraio 2026, per esempio, i giudici Gorsuch e Barrett, entrambi nominati da Trump, hanno contribuito alla maggioranza che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti attraverso una legge sui poteri economici d’emergenza.
Insomma, pesi e contrappesi…
Certo. Sono esempi importanti di autonomia della magistratura e di funzionamento dei contrappesi costituzionali. Le istituzioni americane hanno saputo funzionare anche grazie a persone che hanno anteposto il rispetto della legge alla fedeltà di partito. Questa rimane, a mio giudizio, una delle ragioni più concrete per avere fiducia nella tenuta della democrazia americana.
Proviamo a guardare l’altra America. Mi tracci un ritratto sociologico e politico di quanti si oppongono a Trump. Quali gruppi sociali, tradizioni culturali e orientamenti politici compongono questa America?
È un’America molto più articolata di quanto spesso si immagini. Comprende afroamericani, una parte importante degli elettori ispanici e asiatico-americani, giovani, donne, sindacalisti, professionisti urbani, ma anche moderati e conservatori che rifiutano il trumpismo.
Un esempio significativo viene dai distretti scolastici, dove i tentativi di mettere al bando libri o di introdurre interferenze ideologiche o religiose nell’insegnamento delle scienze hanno favorito, in diverse comunità, coalizioni trasversali, che definirei laiche, dal centrodestra alla sinistra radicale, in difesa della scuola pubblica e del metodo scientifico.
Un esempio recente della possibilità di dialogo viene dal Texas. Durante un incontro pubblico trasmesso dalla CNN, James Talarico, candidato democratico al Senato, ha risposto a un’elettrice cattolica contraria all’aborto riconoscendo che potevano rimanere divisi su quella questione morale, ma trovare un terreno comune nella riduzione delle gravidanze indesiderate, nell’assistenza sanitaria e nella tutela della vita e della dignità umana. Non è necessario essere d’accordo su tutto per lavorare insieme su obiettivi condivisi.
Vorrei capire meglio: siamo di fronte a una coalizione dotata di una propria identità oppure a un insieme di opposizioni che si ritrovano unite contro Trump, ma che potrebbero dividersi una volta venuto meno il collante del nemico comune?
Le alleanze di cui parlavo sopra non devono essere confuse con un’identità politica comune. Molti conservatori oggi si schierano accanto ai Democratici per difendere le istituzioni, senza per questo condividere le politiche economiche e sociali della sinistra. Una volta venuto meno Trump, queste coalizioni potrebbero ridursi considerevolmente.
E il buon Bernie che ne pensa?
Bernie Sanders continua a ricordare ai Democratici la necessità di rappresentare i lavoratori e le fasce più deboli della popolazione. È una visione che non coincide necessariamente con quella economica della destra moderata.
E qual è la tua opinione?
A mio giudizio, i Democratici devono essere consapevoli di questa distinzione: alleanze ampie per difendere la democrazia, i diritti civili e lo Stato di diritto, senza pretendere un’impossibile uniformità sulle questioni economiche, sulla redistribuzione della ricchezza e sull’uguaglianza sociale. Si può condividere la difesa delle regole democratiche e continuare a confrontarsi, anche duramente, sulle scelte politiche.
So benissimo che rischio di esagerare, ma veniamo ai Democratici. Se guardiamo al Novecento, troviamo personalità come Woodrow Wilson, Franklin D. Roosevelt e, in un contesto molto diverso, Barack Obama. Esistono oggi figure capaci di esprimere una visione politica riconoscibile e di costruire una coalizione altrettanto ampia?
Non credo sia utile cercare oggi un nuovo Roosevelt o un nuovo Obama. Le grandi leadership emergono da condizioni storiche particolari.
Touché…
Il Partito Democratico dispone di figure interessanti, ma non ha ancora espresso una leadership nazionale universalmente riconosciuta.
Non esiste però il rischio che il Partito Democratico si radicalizzi, allargando la distanza fra la propria componente più progressista e gli elettori moderati? Prendiamo Zohran Mamdani: la sua proposta politica può contribuire a rinnovare e ampliare il consenso democratico oppure rischia di accentuarne le divisioni? Correggimi, naturalmente, se la mia lettura è sbagliata.
Su Mamdani, come per Bernie Sanders, inviterei a distinguere le etichette ideologiche dal contenuto concreto delle proposte. Molte idee considerate radicali, quando vengono esaminate nel merito, riguardano esigenze molto pratiche: il costo degli alloggi, l’accesso alla sanità, i trasporti pubblici e la tutela dei lavoratori.
Del resto, la storia americana ci insegna che grandi riforme sociali, come quelle del New Deal di Roosevelt o, più recentemente, la riforma sanitaria di Obama, possono diventare nel tempo conquiste consolidate, standard minimi sotto i quali una società non dovrebbe più scendere. Ciò che ieri appariva radicale può diventare domani un diritto considerato normale.
Buona osservazione. Apprezzo il tuo senso storico. E anche sociologico. In una parola, metapolitico. Inclusione ed esclusione sono regolarità metapolitiche. E il welfare, anche minimale, è un veicolo di inclusione sociale.
In fondo, Mamdani sta cercando di dimostrare anche un’altra cosa: chi vuole fare politica da sinistra deve saper amministrare bene la cosa pubblica. Non serve una particolare ideologia per riparare una buca nell’asfalto, sistemare un marciapiede o garantire che un edificio residenziale rispetti le norme di sicurezza e igiene. Servono competenza, efficienza e responsabilità amministrativa.
Naturalmente, non tutte le sue proposte sono automaticamente trasferibili al resto degli Stati Uniti. Ma il confronto tra progressisti e moderati dovrebbe riguardare l’efficacia delle politiche, i loro costi e i risultati concreti, non semplicemente le etichette.
Allora, qual è il vero rischio per i Democratici?
Il vero rischio non è avere una componente progressista forte, ma trasformare le differenze interne in divisioni insanabili. Una coalizione ampia può condividere obiettivi fondamentali pur discutendo sugli strumenti per raggiungerli.
E i Repubblicani? La trasformazione del partito sotto Trump è reversibile? Oppure il trumpismo ha modificato così profondamente la base elettorale, la classe dirigente e il linguaggio politico repubblicano da rendere difficile un ritorno alla normale alternanza?
Il trumpismo ha trasformato profondamente il Partito Repubblicano: composizione elettorale, linguaggio, classe dirigente e rapporto con le istituzioni. Il vecchio conservatorismo repubblicano, favorevole al libero commercio e all’internazionalismo americano, è stato in larga misura sostituito dal nazionalismo populista.
Non considero però questa trasformazione irreversibile. I partiti americani sono organizzazioni adattive e cambiano quando le sconfitte elettorali o le contraddizioni interne rendono necessario cambiare.
Oggi la fedeltà personale a Trump prevale spesso sulla competenza e sull’autonomia politica. Tuttavia, cominciano a emergere contraddizioni tra alcune promesse fondamentali del movimento MAGA e le scelte dell’amministrazione. Penso alla guerra in Iran, contestata anche da esponenti della destra trumpiana che avevano creduto alla promessa di evitare nuovi conflitti, e alle difficoltà nel contenere il costo della vita. Anche il sostegno finanziario all’Argentina di Milei, pur attraverso strumenti di credito e non donazioni, solleva interrogativi sulla coerenza con il principio America First. Sono tensioni che potrebbero mettere alla prova la fedeltà di una parte dell’elettorato repubblicano.
Interessante. Arthur M. Schlesinger Jr., nel suo The Cycles of American History, interpretava la storia americana attraverso l’alternanza fra fasi di attivismo pubblico e fasi di prevalenza degli interessi privati. Possiamo ancora leggere la politica americana attraverso questa chiave? Oppure il trumpismo sta alterando le condizioni stesse che rendevano possibile il movimento ciclico della politica statunitense?
Schlesinger interpretava la storia americana attraverso cicli politici caratterizzati dall’alternanza tra intervento pubblico e prevalenza degli interessi privati. È una chiave di lettura ancora interessante, ma elaborata in un’epoca in cui i cambiamenti politici e sociali seguivano ritmi diversi.
Non distruggermi un mito storiografico, che risale a quando ero studente e leggevo avidamente i tre volumi di The Age of Roosevelt, tradotti e pubblicati nella bellissima collana di storia americana del Mulino.
Purtroppo, oggi Internet, i social media e, sempre più, l’intelligenza artificiale accelerano la circolazione delle idee, la mobilitazione politica e la trasformazione del consenso. Forse, però, i cicli non sono scomparsi: si sono accorciati e sono diventati meno prevedibili.
Ma c’è anche qualcosa di più profondo: stiamo forse ridefinendo, su scala globale, il confine stesso tra interessi privati e bene pubblico. Pensiamo al potere delle grandi piattaforme tecnologiche, che appartengono a soggetti privati ma influenzano aspetti fondamentali della vita collettiva. La distinzione tradizionale tra pubblico e privato diventa sempre meno netta.
Rimane però una condizione fondamentale: qualunque sia la durata dei cicli e comunque si ridefinisca il rapporto tra pubblico e privato, l’alternanza politica richiede il riconoscimento delle regole democratiche e della legittimità delle elezioni.
Concludiamo. Tony, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Quali ragioni concrete abbiamo per essere ottimisti sul futuro della democrazia americana? E quali, invece, dovrebbero indurci a non abbassare la guardia?
Direi mezzo pieno, e non soltanto per la solidità delle istituzioni americane.
Sono fiducioso soprattutto perché ho visto la reazione di tanti americani che per troppo tempo erano rimasti a guardare e che oggi, dopo aver tollerato gli eccessi del trumpismo, hanno cominciato a mobilitarsi in difesa della scuola pubblica, dei diritti civili e dello Stato di diritto.
Vedo un sentimento democratico ancora profondamente vivo nella società americana, capace di attraversare le appartenenze politiche.
Il vecchio Tocqueville aveva visto giusto… E sul piano mondiale?
Vedo anche la persistenza di un internazionalismo americano che non è necessariamente quello imperiale delle grandi strategie geopolitiche. È un’apertura al mondo che nasce dalla società stessa. Anche oggi, mentre assistiamo alle retate dell’ICE e alla retorica contro gli immigrati, milioni di cittadini e residenti americani sono nati all’estero. Mantengono legami familiari, culturali e affettivi con praticamente ogni angolo del pianeta. L’America continua a essere una società profondamente connessa al resto del mondo.
Tu stesso sei la prova vivente di questa apertura al mondo…
Certo. Naturalmente, non sottovaluto i pericoli: la normalizzazione della menzogna politica, la delegittimazione degli avversari e l’erosione della fiducia nelle istituzioni.
Ma la democrazia americana non vive soltanto a Washington. Vive nelle comunità locali, nelle scuole, nelle associazioni e nei cittadini che decidono di non rimanere indifferenti.
Per questo sono fiducioso. La democrazia non è garantita per sempre, ma il sentimento democratico degli americani è tutt’altro che spento.
I risultati elettorali in Serbia e in Brasile sono incoraggianti. Oggi tocca agli israeliani pronunciarsi sul futuro di Benjamin Netanyahu. E il 3 novembre saranno gli americani a votare per le elezioni di metà mandato, un passaggio importante per misurare la tenuta politica di Donald Trump. Quattro situazioni diverse, ma una domanda comune: la democrazia liberale è ancora in grado di arginare la destra illiberale?
In Serbia, la lista sostenuta dal movimento studentesco ha ottenuto circa il 52,7 per cento dei voti, sconfiggendo il campo politico di Aleksandar Vučić. In Brasile, Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro con il 51,79 per cento, contro il 48,21. Due risultati che dimostrano come l’alternanza democratica sia ancora possibile, persino in società attraversate da profonde divisioni. Ma attenzione: vincere le elezioni non significa automaticamente essere liberali. E sconfiggere un avversario autoritario non equivale ad aver risolto i problemi del proprio Paese.
Del movimento studentesco serbo sappiamo ancora troppo poco per attribuirgli una precisa identità politica. La protesta contro la corruzione e l’autoritarismo può unire forze assai diverse, destinate magari a dividersi quando si tratterà di governare. Quanto a Lula, non è un liberale: appartiene alla sinistra e attribuisce allo Stato un ruolo economico e sociale importante. Ma non è neppure il comunista che certa propaganda di destra vorrebbe farci credere. Le parole hanno un significato, anche quando la semplificazione ideologica suggerisce di dimenticarlo.
Possiamo dunque salutare la sconfitta del bolsonarismo, ammiratore delle dittature militari, senza sottoscrivere il programma di Lula. Così come possiamo augurarci una svolta democratica in Serbia senza consegnare preventivamente una patente liberale ai vincitori. La democrazia dell’alternanza non è un assegno in bianco: chi conquista il potere deve rispettare le istituzioni, le minoranze, la libertà di stampa e il diritto degli avversari di diventare maggioranza. Rispettare le istituzioni, il lettore prenda nota.
In Israele, dove si vota oggi, la possibile sconfitta di Netanyahu aprirebbe una fase nuova, ma non necessariamente una stagione liberale. I suoi oppositori non costituiscono un blocco omogeneo e dovrebbero dimostrare di saper affrontare le responsabilità politiche, istituzionali e strategiche che attendono il Paese. Anche qui, dunque, prudenza. La fine di un governo non è ancora la soluzione dei problemi che quel governo lascia in eredità.
E poi ci sono gli Stati Uniti. Le elezioni di metà mandato del 3 novembre diranno se gli elettori intendono limitare il potere di Trump, mettendo eventualmente in discussione la maggioranza repubblicana al Congresso. Ma sarebbe un errore considerare automaticamente liberale qualsiasi vittoria democratica. Nel Partito democratico si confrontano infatti moderati e progressisti, questi ultimi spesso favorevoli a un ampliamento dell’intervento pubblico, alla regolazione dei prezzi e a programmi sociali molto estesi. Il problema del costo della vita è reale; non altrettanto convincenti sono sempre le ricette proposte per affrontarlo. Tassare maggiormente i ricchi, moltiplicare i sussidi o imporre prezzi amministrati non basta, da solo, a rendere più efficiente un’economia. Talvolta si ottiene il risultato opposto: si restringe la concorrenza, si alterano gli incentivi e si rinviano i problemi.
Non c’è equivalenza fra il progressismo statalista e una destra che indebolisce i contrappesi istituzionali, personalizza il potere e guarda con simpatia alle autocrazie. Ma un liberale non può rinunciare alla critica del dirigismo soltanto perché il dirigismo viene proposto in nome della giustizia sociale. La libertà economica non è un lusso da concedere quando le emergenze sono finite. È una componente della società libera, purché accompagnata dallo Stato di diritto, dalla concorrenza e dalla tutela dei diritti individuali. E anche qui il lettore prenda nota.
C’è poi un banco di prova che non ammette troppe ambiguità: l’Ucraina. Difenderne l’indipendenza dall’aggressione russa significa difendere non soltanto il diritto internazionale, ma anche l’idea di un Occidente liberaldemocratico che non sacrifica la libertà sull’altare degli interessi geopolitici o della convenienza economica. Chi invoca la sovranità nazionale per il proprio Paese e la nega all’Ucraina quando si tratta di resistere a Mosca ha un’idea assai selettiva della libertà. E chi, a destra come a sinistra, guarda con indulgenza al regime di Putin dovrebbe spiegare come conciliare questa indulgenza con i valori che dichiara di difendere.
Ecco il nostro dilemma. Oggi arginare le destre illiberali è una priorità politica. Lo diciamo con il cuore, perché con la mente sappiamo quanto sia difficile. Ma se per fermarle ci affidiamo senza riserve a forze che promettono più Stato, più protezione e più spesa senza interrogarsi sui costi, rischiamo di passare dalla padella alla brace. Non basta cambiare gli inquilini del potere: occorre anche impedire che il potere delle Stato continui ad allargarsi.
Il problema, allora, non è soltanto chi sconfigge chi. È perché il liberalismo abbia smesso di rappresentare, su scala internazionale, un’alternativa politica riconoscibile. Dove sono le forze capaci di difendere insieme il mercato, la responsabilità individuale, i diritti civili, la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto? Dove sono i liberali che non si vergognino di parlare di concorrenza e proprietà, ma neppure esitino a denunciare le tentazioni autoritarie della destra? E dove sono quelli disposti a criticare lo statalismo della sinistra senza trasformarsi negli apologeti del nazionalismo e del razzismo verso i migranti?
Non basta dirsi moderati. Non basta dichiararsi antifascisti. E non basta neppure definirsi liberali: bisogna dimostrarlo quando la libertà costa, quando il mercato scontenta interessi protetti, quando il potere promette sicurezza in cambio di obbedienza e quando il proprio schieramento pretende indulgenza.
Le destre illiberali vogliono cittadini che obbediscano; le sinistre stataliste rischiano di voler cittadini che dipendano. Quante volte abbiamo parlato di pericoloso individualismo assistito? Che la destra interpreta in chiave nazionalista e la sinistra in chiave internazionalista. Stato o Superstato, sempre di Stato si tratta.
E i liberali? Se continuano a tacere, a dividersi o a cercare riparo sotto le bandiere altrui, non potranno lamentarsi quando nessuno sentirà più la loro mancanza. La democrazia può sopravvivere anche senza una forte rappresentanza liberale. Ma, senza liberali disposti a difenderla fino in fondo, rischia di conservare le urne e perdere la libertà.
La vicenda della storica Michela Ponzani, alla quale Ignazio La Russa ha annunciato di voler fare causa, merita una riflessione. Perché si deve andare oltre la disputa sulle parole pronunciate in televisione. Troppo facile.
Il problema non è soltanto stabilire se Ponzani abbia ricostruito correttamente ogni dettaglio del “Giovedì nero” di Milano, il 12 aprile 1973. Il problema è capire come mai il rapporto con il passato neofascista sia diventato, per una parte della politica e dell’opinione pubblica italiana, una questione quasi irrilevante. È questa la normalizzazione che dovrebbe preoccuparci. Qui il vero punto dolente.
Quel giorno, durante una manifestazione dell’estrema destra organizzata dal FUAN, l’organizzazione universitaria del Movimento Sociale Italiano, una bomba a mano uccise l’agente Antonio Marino, ventiduenne. Per l’omicidio furono condannati in via definitiva i neofascisti Vittorio Loi e Maurizio Murelli. La Russa, allora dirigente milanese del Fronte della Gioventù, non fu condannato per quei fatti. Non confondiamo, dunque, responsabilità penali e responsabilità politiche. Ma non facciamo nemmeno finta che la seconda questione scompaia soltanto perché non esiste la prima. La ricostruzione di Ponzani può essere discussa e verificata; il diritto di discutere il passato politico di un uomo pubblico non è invece negoziabile .
La Russa ha annunciato di voler ricorrere alle vie giudiziarie e ha disposto, secondo quanto riferito dal suo portavoce, il monitoraggio delle dichiarazioni di altri soggetti. Un “dettaglio”, diciamo così, che ha provocato il nostro intervento di oggi. Come non mettere alla prova il Panopticon legale evocato dal Presidente La Russa? (*)
Ma torniamo sul punto. È legittimo tutelare la propria reputazione. Ma è proprio qui che si manifesta il problema politico: la vicenda rischia di essere ridotta alla correttezza di una frase televisiva, mentre rimane sullo sfondo la questione più importante, cioè il rapporto dell’attuale presidente del Senato con una tradizione politica che non ha mai reciso in modo inequivocabile tutti i legami con il fascismo.
Non siamo, del resto, davanti a un passato confinato nell’adolescenza. Nel 1992 una fotografia ritrasse La Russa accanto a un’immagine di Mussolini, davanti alla quale era deposto un mazzo di fiori. Nel febbraio 2023, ormai presidente del Senato, dichiarò di conservare il busto del Duce ricevuto dal padre: “Non lo butterò mai”, spiegò, aggiungendo che avrebbe conservato anche un busto di Mao Tse-tung, se lo avesse ricevuto in dono (**). Sono episodi diversi, da contestualizzare, non prove automatiche di una responsabilità penale o di un’identità politica immutabile. Ma liquidarli come innocue curiosità biografiche sarebbe altrettanto superficiale. Ci obbligano a interrogarci sulla continuità dei simboli, dei riferimenti e delle giustificazioni.
Non si tratta di sostenere che ogni ex missino sia rimasto fascista, né di identificare meccanicamente Fratelli d’Italia con il regime mussoliniano. Si tratta di capire quanto sia stata profonda la rottura culturale con quella tradizione. La normalizzazione, infatti, non richiede che il passato venga negato. È sufficiente che venga reso irrilevante.
Il busto del Duce diventa un ricordo familiare, la fotografia una curiosità, le ambiguità sull’antifascismo un tratto del personaggio. Tutto viene spiegato, relativizzato, archiviato. Alla fine, non resta più nulla da discutere. Se non una specie di gossip alla portata di tutti. Per capirsi: nell’Italia repubblicana, le vicende private della famiglia reale inglese sono seguitissime… I il pettegolezzo ingoia l’idea arcaica di monarchia rifiutata nelle urne. Certo, tanti anni fa. Però…
Il fascismo è impresentabile? Nessun problema, i fascisti, a quanto pare, possono diventare presentabilissimi, purché indossino la giacca giusta e occupino la poltrona giusta.
Naturalmente, la responsabilità non è soltanto della destra. Riguarda anche i mezzi d’informazione e un’opinione pubblica incline a consumare le polemiche senza interrogarsi sulle continuità storiche che le alimentano. Non sarebbe corretto affermare che nessuno abbia criticato l’iniziativa contro Ponzani: le reazioni dell’opposizione e di altri soggetti pubblici dimostrano il contrario. Ma la domanda resta: perché la discussione rischia di concentrarsi sulla querela, sulla libertà di espressione e sul consueto scontro fra maggioranza e opposizione, senza affrontare con altrettanta decisione il processo di normalizzazione del neofascismo?
È qui che entra in gioco la presidenza del Senato. L’elezione di La Russa è legalmente valida: il 13 ottobre 2022 ottenne 116 voti, superando la maggioranza richiesta (***). Ma la legalità della procedura non esaurisce il giudizio politico sulla legittimità di chi viene eletto a una carica tanto rappresentativa. Non stiamo parlando di invalidare un’elezione o di inventare requisiti giuridici inesistenti. Parliamo di legittimità politica in senso sostanziale: della coerenza fra chi ricopre una funzione istituzionale e i valori storici e costituzionali che quella funzione dovrebbe incarnare.
Da questo punto di vista, riteniamo politicamente non legittimata, sul piano simbolico e storico, una presidenza del Senato affidata a una personalità che non ha sciolto in modo convincente le ambiguità del proprio rapporto con il fascismo. È un giudizio politico, non una contestazione della validità costituzionale della sua elezione. La Repubblica italiana non è una democrazia senza memoria: è nata dalla sconfitta del fascismo, dalla Resistenza e dalla scelta di fondare la convivenza civile sulla libertà, sul pluralismo e sul rifiuto della dittatura.
Eppure la carica sembra diventare uno scudo. La Russa è presidente del Senato; dunque, si potrebbe pensare, la questione è chiusa. La sua ascesa istituzionale viene implicitamente presentata come la dimostrazione che il passato sia stato superato e che agli italiani non importi più nulla. Ma il successo politico non equivale a una riconciliazione storica. Dimostra soltanto che si è conquistato il potere. Scambiare le due cose significa confondere la vittoria politica con il superamento culturale di una tradizione.
Non chiediamo processi alle intenzioni né patenti ideologiche distribuite da un tribunale dell’antifascismo. Chiediamo che il passato possa essere discusso senza intimidazioni, che le affermazioni siano verificate e che chi ricopre le più alte cariche della Repubblica sappia rispondere alle domande scomode senza trasformarle automaticamente in attentati alla propria reputazione.
Il problema dell’Italia non è che tutti siano diventati fascisti. È che, per una parte crescente del Paese, non sembra più così importante sapere che cosa sia stato il fascismo, che cosa ne sopravviva e quanto sia stata davvero profonda la rottura con quel passato. La memoria è una fatica; la normalizzazione è molto più comoda. E quando la comodità prende il posto della memoria, non è il passato a essere superato: siamo noi a smettere di interrogarlo.
Dobbiamo ringraziare Roberto Russano per i molteplici stimoli racchiusi nel suo fine e documentato saggio Il nichilismo giuridico nel pensiero di Natalino Irti. Un’analisi critica, pubblicato su "Il Corriere metapolitico" (settembre 2026, n. 26, anno VIII, pp. 161-195), rivista diretta da Aldo La Fata.
Il saggio rinvia principalmente alla trilogia irtiana sulla crisi del diritto e sulle possibili vie di fuga teoriche (diciamo così): 1) Nichilismo giuridico (Editori Laterza, 2004; 2) Il salvagente della forma, Editori Laterza, 2007): 3) Diritto senza verità, Editori Laterza, 2011).
Russano ci offre una ghiotta occasione per riflettere su un pensatore, non semplicemente su un autore o un professore. E soprattutto su una domanda fondamentale: che cosa rimane del diritto quando vengono meno i suoi presunti fondamenti assoluti? E quali conseguenze dobbiamo attenderci quando la volontà umana diventa l’ultima istanza della produzione normativa?
Una piccola premessa. Non ci interessa arruolare Natalino Irti (1936-2026) fra i liberali, né, per converso, liquidarlo come un pensatore illiberale. La sua riflessione sul nichilismo giuridico non coincide con un programma politico. Il problema che affronta è filosofico: come pensare il diritto in una modernità nella quale nessun fondamento trascendente sembra più in grado di orientare e giustificare le decisioni umane? Una questione che possiamo condividere o contestare senza trasformarla in una tessera di partito.
Russano (nella foto) sembra contestare tanto Kelsen quanto la rielaborazione irtiana. Il suo argomento, per come emerge dal saggio, è che il volontarismo finisca per compromettere la possibilità di un fondamento etico del diritto, aprendo la strada al relativismo e al prevalere della forza. Il richiamo a Trasimaco e Callicle, fino a Nietzsche, serve a individuare una genealogia di questa concezione. Se la norma dipende dalla volontà e la volontà non riconosce criteri superiori, che cosa impedisce alla parte più forte di imporre le proprie decisioni?
L’obiezione merita attenzione. Ma conviene distinguere i problemi. La validità di una norma, la sua giustizia e la forza necessaria a farla rispettare non sono la stessa cosa. Confonderle non aiuta né a comprendere Irti né a criticare Kelsen.
La questione della Grundnorm, la norma fondamentale kelseniana, è decisiva. Kelsen non la concepisce come una norma positiva né come un principio morale trascendente: è il presupposto teorico che permette di interpretare l’ordinamento come un sistema unitario di norme valide. Una sorta di pace concettuale, o di armistizio, tra gli uomini. Irti, invece, cerca di spingersi oltre, riconducendo la norma fondamentale alla volontà individuale. Secondo la ricostruzione criticata da Russano, è qui che il giurista abruzzese ritiene di poter integrare la costruzione kelseniana, colmandone una lacuna.
Russano contesta proprio questo passaggio. Qui, per dirla con Nietzsche, nasce la tragedia. Del diritto.
La sua preoccupazione è che il diritto, ricondotto alla volontà, finisca per dipendere dai rapporti di forza, senza più disporre di un criterio etico adeguato a distinguere ciò che è giusto da ciò che viene semplicemente imposto. Non è una questione secondaria. Resta però da dimostrare che l’immanenza conduca necessariamente al relativismo e che il relativismo debba tradursi nel dominio del più forte. Fra queste proposizioni non esiste alcun automatismo.
Qui ci permettiamo una considerazione. La rinuncia a un fondamento trascendente non comporta necessariamente la rinuncia a giudicare le norme. Possiamo riconoscere la storicità delle istituzioni e, nello stesso tempo, distinguere fra ordinamenti che tutelano la libertà individuale e ordinamenti che organizzano la dominazione. I diritti, la separazione dei poteri, l’uguaglianza davanti alla legge e i limiti costituzionali non devono essere presentati come verità cadute dal cielo. Possiamo considerarli acquisizioni storiche, fragili e sempre esposte alla regressione, senza per questo farne un falò delle vanità umane.
Prendere atto, insomma, che il costituzionalismo liberale e lo Stato di diritto, come ogni altro fenomeno umano, hanno un inizio e una fine. Il che, però, non significa che siano tutti uguali, né che la loro possibile fine debba lasciarci indifferenti. La contingenza non è una condanna, così come la storicità non è una giustificazione. Se queste istituzioni sono nate, possono anche tramontare; ma proprio perché non sono garantite da alcuna provvidenza storica, spetta agli uomini comprenderne il valore, difenderle e, quando necessario, correggerle. Senza farne idoli, ma anche senza scambiarne la fragilità per una buona ragione per rinunciarvi.
Detto altrimenti, e qui rispondiamo a Russano: mai confondere l’assenza di verità assolute con l’assenza di criteri politici per giudicare il potere.
C’è poi un aspetto di Irti (nella foto sotto) che ci ha sempre incuriosito. Il nichilismo non viene accolto soltanto come una condizione da registrare con malinconia, ma anche come una possibilità da assumere senza rimpianti. Scrive Irti: «Esso non è rinuncia, ma accettazione; non è inerte angoscia, ma serena fraternità col divenire» (Nichilismo giuridico, cit.,p. 148) Qui ci sembra di avvertire una tonalità nietzschiana, una sorta di gaia scienza del diritto. Non intendiamo identificare Irti con Nietzsche: ci interessa piuttosto questo tentativo di trasformare la crisi dei fondamenti in un’occasione di affermazione, anziché in una lamentazione sulle certezze perdute.
Ma possiamo davvero essere così sereni? Il filosofo può accettare la contingenza delle norme; il cittadino, invece, ha bisogno di sapere quali siano i propri diritti, quali obblighi debba rispettare e quali limiti incontrino i poteri pubblici. La gaiezza nichilistica non è ancora una garanzia istituzionale, e diremmo costituzionale, della libertà. L’accettazione del divenire non risolve il problema di come convivere nel divenire.
È a questo punto che possiamo introdurre, senza forzature, qualche considerazione metapolitica. Nel nostro Trattato di metapolitica abbiamo individuato alcune regolarità ricorrenti della vita politica, a cominciare dalla persistenza del potere. Il diritto non si produce nel vuoto: le volontà individuali entrano in rapporti di conflitto, dispongono di risorse differenti e operano entro istituzioni che possono limitarle oppure favorirle. Il costituzionalismo liberale si confronta precisamente con questo problema. La persistenza del potere non significa che debba sempre prevalere il più forte; significa che il problema di chi decide, in quali condizioni e con quali limiti non scompare per il solo fatto di aver rinunciato a un fondamento trascendente.
C’è inoltre la questione degli effetti compositivi. Le azioni individuali, una volta aggregate, possono produrre conseguenze diverse da quelle intenzionalmente perseguite. Una concezione giuridica nata per liberare la volontà individuale da fondamenti imposti dall’esterno potrebbe, in determinate condizioni, contribuire a indebolire le garanzie comuni, lasciando il singolo più esposto alle volontà altrui. Ma anche il tentativo opposto, quello di imporre un fondamento etico indiscutibile, potrebbe tradursi nella pretesa di dirigere dall’alto le scelte individuali. Non sono esiti necessari, ma possibilità da considerare quando passiamo dalle costruzioni teoriche alla realtà delle istituzioni.
Il punto, insomma, non è stabilire chi abbia definitivamente ragione fra i difensori della trascendenza del diritto e i propugnatori della sua immanenza. È capire quali problemi ciascuna posizione riesca a risolvere e quali lasci aperti. La tensione fra volontà e istituzione, fra innovazione e stabilità dell’ordinamento, non si elimina con una dichiarazione filosofica. È una dinamica ricorrente della vita politica, destinata a ripresentarsi in forme differenti.
Per questo non faremo di Irti un liberale inconsapevole, né di Russano un avversario della libertà. Il primo ci costringe a prendere sul serio la crisi dei fondamenti; il secondo richiama l’attenzione sui rischi di una volontà priva di un criterio etico superiore. Possiamo discutere entrambe le posizioni senza trasformare la controversia in uno scontro fra appartenenze ideologiche precostituite.
Resta, tuttavia, il problema liberale. Come difendere la libertà individuale senza ricorrere necessariamente a un fondamento metafisico assoluto e senza ridurre il diritto alla volontà di chi riesce a imporsi? Non pretendiamo di risolvere qui una questione tanto impegnativa. Ci basta ricordare che la storicità delle istituzioni non le rende tutte equivalenti e che la consapevolezza del carattere contingente delle norme non ci esonera dal giudicarle.
Irti ha avuto il merito di guardare in faccia il nichilismo giuridico, cercando di sottrarlo alla nostalgia e alla disperazione. Russano ci invita a non sottovalutare il prezzo teorico di questa operazione. La metapolitica, dal canto suo, ci ricorda che il potere persiste e che le conseguenze delle azioni umane non coincidono necessariamente con le intenzioni di chi le compie.
Possiamo dunque accettare il divenire senza trasformarlo in un idolo. E possiamo riconoscere la storicità del diritto senza concludere che tutto si equivalga. La gaia scienza, ammesso che sia davvero questa la tonalità di Irti, può forse liberarci dalla nostalgia dei fondamenti perduti. Non ci dispensa, però, dal compito meno gaio di comprendere come si formi il potere, come lo si limiti e come si difenda la libertà.
Perché una cosa è fare pace con l’assenza di verità assolute. Un’altra è fare pace con la volontà del più forte.