Ogni epoca ha il suo nemico pubblico. Negli anni Settanta era il terrorismo politico. Negli anni Novanta il teppismo da stadio. Oggi, almeno secondo una parte della maggioranza, il nuovo spettro sarebbe il “terrorismo di piazza”.
L’espressione, già usata da un sindacato di polizia (FSP, già UGL), ora rilanciata dalla Lega, richiama le violenze di gruppi organizzati che trasformano alcune manifestazioni in vere e proprie azioni di guerriglia urbana: assalti ai cantieri, incendi, devastazioni, aggressioni alle forze dell’ordine. Il riferimento implicito è soprattutto ad alcune frange del movimento No Tav e, più in generale, ai gruppi antagonisti responsabili di episodi di violenza. Ma la questione va ben oltre la cronaca.
La domanda è semplice: serve davvero un nuovo reato?
Dal punto di vista giuridico, il nostro ordinamento dispone già di un ampio arsenale repressivo. Danneggiamento, devastazione e saccheggio, violenza o resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto di oggetti atti a offendere, interruzione di pubblico servizio: chi devasta un cantiere o incendia un mezzo delle forze dell’ordine è già perseguibile e rischia pene severe.
Perché allora introdurre una nuova fattispecie penale?
La risposta politica è altrettanto semplice: rafforzare l’effetto deterrente e trasmettere all’opinione pubblica un messaggio di fermezza. È una scelta che, in forme diverse, governi di ogni colore hanno adottato quando hanno percepito una crescita del conflitto sociale.
E qui si impone una riflessione ulteriore. Le leggi non producono soltanto effetti repressivi. Producono anche effetti simbolici. In una democrazia liberale il diritto svolge certamente una funzione repressiva, ma esercita anche una funzione pedagogica e simbolica, contribuendo a definire ciò che una comunità considera legittimo o illegittimo. E, prima ancora delle leggi, sono le parole a contribuire a costruire la rappresentazione della realtà politica.
La proposta di introdurre la categoria del “terrorismo di piazza” offre però uno spunto metapolitico più generale. Richiama infatti quella che, nel Trattato di metapolitica, abbiamo definito la regolarità della razionalizzazione (o giustificazione ideologica) dei fenomeni politici. Nessun potere si limita ad agire: tende sempre a giustificare le proprie scelte attraverso categorie che appaiano razionali, necessarie e socialmente condivisibili. Il linguaggio, come detto più volte, è uno dei principali strumenti di questa razionalizzazione (*).
Così il “teppismo” diventa “guerriglia urbana”; la “guerriglia urbana” si trasforma in “terrorismo urbano”; infine compare il “terrorismo di piazza”. Non si tratta soltanto di un mutamento lessicale. Ogni nuova definizione contribuisce a rappresentare un fenomeno come sempre più eccezionale e minaccioso, rendendo più accettabile, agli occhi dell’opinione pubblica, l’adozione di strumenti repressivi più incisivi.
Le parole, in questo senso, costituiscono la principale forma di legittimazione simbolica del potere.
Come si consolida il potere? Prima cambia il linguaggio; poi cambia il
modo in cui la società interpreta i fatti e, di conseguenza, il consenso
verso determinate scelte legislative.
È una costante della politica. Cambiano le ideologie, cambiano i regimi, cambiano gli obiettivi, ma resta la stessa regolarità metapolitica: il potere tende a razionalizzare se stesso, presentando come necessarie, inevitabili o moralmente superiori le proprie decisioni. Il che spiega la persistenza della giustificazione ideologica dei fenomeni politici a livello comportamentale
Naturalmente nessuna democrazia liberale può tollerare che gruppi organizzati trasformino il diritto di manifestare in un’occasione di violenza. Lo Stato ha il dovere di garantire l’ordine pubblico, tutelare i cittadini e perseguire chi commette reati. Su questo non dovrebbero esistere ambiguità.
La questione, tuttavia, è un’altra. Quando una categoria giuridica nasce soprattutto come categoria simbolica, il rischio è che finisca per modificare il modo stesso in cui viene percepito il dissenso.
Non significa che una manifestazione pacifica possa essere automaticamente assimilata al terrorismo. Sarebbe un’affermazione priva di fondamento. Significa però riconoscere che il linguaggio istituzionale contribuisce a delimitare lo spazio della legittimità politica. Se ogni conflitto sociale viene progressivamente interpretato attraverso la lente della sicurezza, il dissenso rischia di apparire non più come una componente fisiologica della democrazia, ma come un problema di ordine pubblico. E quest’ultima tendenza sembra caratterizzare una parte della destra contemporanea, particolarmente incline a leggere il conflitto sociale soprattutto come un problema di ordine pubblico.
Si immagini una trasformazione lenta, quasi impercettibile. Ogni emergenza giustifica un piccolo spostamento dell’equilibrio; ogni piccolo spostamento appare ragionevole. Ma la somma di molti spostamenti può alterare profondamente il rapporto tra libertà e autorità.
Per questo il vero tema non è la Lega, né il movimento No Tav. Il vero tema è il rapporto, sempre delicato nelle democrazie liberali, tra sicurezza e libertà.
La sicurezza è un bene essenziale. Ma anche la libertà lo è. Una democrazia matura non rinuncia a reprimere la violenza; evita però di trasformare, anche solo simbolicamente, il dissenso in una categoria sospetta.
È qui che, a nostro avviso, si manifesta il grave errore della destra. Perché il potere tende anzitutto a legittimare se stesso attraverso le parole. Ed è proprio quando il linguaggio precede il diritto che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e restringimento delle libertà può diventare più sottile di quanto si immagini.
Carlo Gambescia
(*) Carlo Gambescia, Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, vol. I, pp. 145-171, voll. II, pp. 157-186.










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