sabato 29 gennaio 2022

Elisabetta Belloni, chi è costei?

 



Si leggano i nomi che seguono:

«Alla guida del DIS si sono succeduti, dal 2007 a oggi, il generale Giuseppe Cucchi, il prefetto Giovanni De Gennaro, l’ambasciatore Giampiero Massolo, il prefetto Alessandro Pansa, il prefetto Gennaro Vecchione e l’attuale Direttore generale, l’ambasciatore Elisabetta Belloni…».
(Dal sito istituzionale: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/chi-siamo/la-nostra-storia.html )

Politicamente parlando sono degli emeriti sconosciuti, il cui nome non è mai stato fatto nelle due precedenti tornate, per così dire, presidenziali” (Napolitano II e Mattarella…I ).

Non si capisce per quale ragione sia stato fatto il nome, da parte di Salvini, e sembra anche di Conte, dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni come candidata alla Presidenza della Repubblica.

Fino a pochi giorni fa nessun italiano era al corrente della sua esistenza, come del resto di quella dei suoi predecessori alla guida del DIS. Una perfetta sconosciuta. Un Carneade, pardon (ci dicono), “una” Carneade.

Comunque sia, il suo curriculum agli Esteri è come dire nella media. A scuola, un tempo si diceva, “senza infamia e senza lode”.

Forse tra i suoi predecessori, il più noto agli italiani è il prefetto Giovanni De Gennaro. Perché non lui allora? Tanto prefetto per prefetto ambasciatore per ambasciatore, l’uno vale l’altro, pardon l’altra.

Si dirà che non è una questione di notorietà. Un Presidente della Repubblica non può essere scelto tra le star cinematografiche. Giustissimo. Tuttavia, non essere noti è sinonimo d’indipendenza? Di “terzietà” come si dice? Oppure di intuito politico? Di visione, eccetera, eccetera? Ma, per dirla alla buona, se uno non è noto, diciamo istituzionalmente noto, come si può conoscere il suo pensiero? Come possiamo sapere, per giunta, se è o non è un fesso, pardon una fessa?

Qui non si tratta di dirigere una prefettura, un dipartimento della Presidenza del Consiglio, o l’ambasciata italiana a Bratislava… La carica di Presidente della Repubblica impone capacità politiche di altissimo livello. Una cosa è fare il funzionario, un’altra il capo dello stato.

Certo, ci si deve fidare del giudizio di Giuseppe Conte e Matteo Salvini…

Vi fidate voi?

Carlo Gambescia

venerdì 28 gennaio 2022

Quirinale. Il giorno del caos, ma non per il centrosinistra

 


Oggi i giornali non aiutano a capire. In linea generale, il caos in atto, come si legge, viene attribuito a Salvini.

È vero. Il leader leghista si agita troppo, propone “un candidato all’ora”. E come osserva “Il Fatto Quotidiano”, per una volta giustamente, sembra essere tornato, più elettrizzato che mai, ai tempi del “Papete”.

Attenzione però. La regola numero uno della politica è  creare divisioni nel campo avversario. Quindi, anche il rilanciare a getto continuo sui nomi, può essere, dal punto vista di vista salviniano, un’ottima idea per dividere il centrosinistra.

Il punto è che il gioco non può durare all’infinito. A un certo punto si deve stringere sul nome di un candidato sul quale possa convergere tutto il centrodestra (452 voti) e una parte dello schieramento di centrosinistra, da un minimo di 50-60 voti (per superare di poco i 505 necessari), fino a un massimo di voti “a salire” (550? 600?) per consolidare politicamente la vittoria.

Questo nome ancora non c’è. O meglio ci sarebbe, come scrivevamo ieri (*), ma Salvini sembra far finta di non capire, o forse non può proprio capire…

Per quale ragione? Perché il leader leghista – qui il suo punto debole – appartiene alla categoria del “politico agitatore” a carattere drammatizzante. Salvini non è un “politico amministratore”, freddo e distaccato nel trattare gli uomini (**). Come tristemente prova l’ autoaffondamento al tempo del governo giallo-rosso.

Ora, il problema, anzi il duplice problema per Salvini, è che oltre ad essere un “politico agitatore”, quindi dalle sole capacità distruttive, nella battaglia per il Quirinale si trova a giocare la sua partita con un centrosinistra che ha tutto da guadagnare dallo stato di caos che il leader della Lega sta creando.

Guadagnare in che senso? Giocando di rimessa. Seguendo una specie di cammino, che per ora può apparire accidentato, ma che può condurre alla conferma di Mattarella al Quirinale, e ovviamente alla permanenza di Draghi a Palazzo Chigi: il che significa, per capirsi, la prosecuzione delle attuali politiche welfariste in tutti i settori, dalla sanità all’economia, come pure, piaccia o meno, delle politiche limitative delle libertà individuali.

Mattarella è il Presidente del welfare, e la difesa del welfare è nell’agenda storica del centrosinistra, recepita attualmente da Draghi, autodefinitosi liberalsocialista.

Di conseguenza, quanto più Salvini si agita, e non stringe, tanto più la conferma al Colle di Mattarella, democristiano di sinistra, si avvicina.

Certo, nel caso, Salvini potrebbe anche far saltare il governo. Dopo di che però dovrà fare i conti con Mattarella rieletto al Quirinale. Attenzione, prima e soprattutto dopo le elezioni politiche. E con un Draghi – parliamo del dopo – politicamente sempre incombente, come possibile candidato al Governo o al Colle, in chiave, come durata, di Presidenza Napolitano bis. Con Mattarella al posto di Napolitano che passa il testimone a Draghi.

La politica, come ogni altro comportamento sociale, è reiterativa: se una cosa ha già funzionato, perché cambiarla?

Salvini, purtroppo per lui e per chiunque auspichi un centrodestra – semplificando – antiwelfarista, rischia di facilitare, con questo suo delirium tremens politico, di un “candidato all’ora”, il progetto conformista del centrosinistra sul Quirinale. Addirittura a lunga scadenza.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/sabino-cassese-un-presidente-della-repubblica-ni-vax/ .

(**) In argomento si veda, chiedendo scusa per l’autocitazione, Carlo Gambescia, Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizioni Il Foglio 2019, pp. 76-84.

giovedì 27 gennaio 2022

Sabino Cassese, un Presidente della Repubblica Ni Vax

 

In Francia i “Normalisti” sono portati in palma di mano. È vero che i nostri cugini vantano tradizioni stataliste, napoleoniche, ma nell’Esagono un tecnico, soprattutto se di alto valore, resta tale. E viene ascoltato e trattato con rispetto dai politici.

Forse esageriamo, perché nessuna società (italiana, francese, tedesca, eccetera), come del resto gli individui, è perfetta, però ieri sera al solo nome di Sabino Cassese, insigne giurista, professore emerito della Normale di Pisa, già allievo della stessa istituzione, è scoppiato il putiferio, soprattutto nei ranghi del centrosinistra.

Lo stesso schieramento che da settimane quasi implora la figura di un Presidente della Repubblica al di sopra della parti.

Ecco, Sabino Cassese, lo abbiamo già scritto (*), avrebbe – e qui il condizionale d’obbligo perché ancora non si conosce la sua risposta a Salvini – tutte le qualità: l’erudizione, l’intelligenza, la prudenza dettata da una consolidata conoscenza delle istituzioni e della storia italiane.

Sarebbe, insomma, un candidato perfetto, e come si spera, un Presidente realmente al di sopra delle parti. Dotato di quel giusto equilibrio politico, anzi diremmo realismo politico, che resta, come prova ad esempio la storica presidenza di Luigi Einaudi, la virtù fondamentale di ogni buon capo dello stato.

Leggiamo, cosa notissima, che non avrebbe più l’età. Infatti Cassese, classe 1935, celebrerà in ottobre (il giorno 20) il suo ottantasettesimo compleanno. Ricordiamo, sommessamente, che con grande soddisfazione del centrosinistra, Giorgio Napolitano fu rieletto, più o meno alla stessa età. E che dopo due anni passò la mano. Quindi la retromarcia resta sempre possibile. Certo – quando si dice il caso – dopo di lui venne eletto Mattarella, altro politico di centrosinistra. Ovviamente, presentato anch’egli come al di sopra delle parti…

E qui veniamo al punto importante della questione. Per il centrosinistra, che si oppone a Cassese, il termine “al di sopra delle parti”, rinvia a un presidente capace di procedere in perfetta sintonia con Palazzo Chigi, dove, ovviamente resterebbe Draghi.

Quanta ipocrisia. Perché si tratta di una scelta politica che tutto è meno che neutrale, dal momento che Draghi esprime una sensibilità di centrosinistra, a sua detta liberalsocialista. Perciò si pretende (cosa che ovviamente non si dice) un raccordo politico tra Palazzo Chigi e il Colle, tutti e due sbilanciati a sinistra, per poter governare con le spalle coperte politicamente. Altro che “terzietà”…

Quanto al fatto che Lega e Forza Italia facciano parte del Governo Draghi, va serenamente riconosciuto che finora le due forze politiche non hanno inciso, se non per qualche dettaglio minore, sulle scelte di fondo di Super Mario.

Anche perché il centrodestra, alla fin fine, condivide lo statalismo del centrosinistra. Come del resto ne apprezza quel welfarismo sanitario che da due anni domina lo scenario politico e sociale italiano. Segnato da politiche antiepidemiche, pardon antipandemiche, che hanno gravemente limitato, e limitano, la libertà dei cittadini. Quindi qualche dubbio si può nutrire sulla sincerità della profferta del centrodestra a Cassese. Probabilmente si vuole solo mettere in imbarazzo il centrosinistra. Oppure, chissà, fare sul serio. Lo scopriremo nelle prossime ore.

Cassese, che conosce bene la natura della partitocrazia italiana come pure le contraddizioni e i difetti della macchina costituzionale e amministrativa, ha mosso in questi due anni critiche ben fondate, ma senza esagerare, proprio al welfarismo sanitario e alla conseguente gestione coercitiva e illiberale dell’epidemia, pardon pandemia.

Sotto tale aspetto, se si accetta l’imbecille linguaggio comunicativo, sposato proprio dal governo Draghi, sulla divisione politica in Pro Vax e No Vax, tra l’altro passivamente accettata dagli stessi No Vax (che effettivamente non brillano per intelligenza), si potrebbe definire Sabino Cassese un Ni Vax.

Attenzione, non nel senso del travisamento, già astutamente messo in atto dai mass media militarizzati e filogovernativi, del Ni Vax come persona esitante o che nutre dubbi rispetto al vaccino anti Covid, cosa che tra l’altro entrerebbe nel novero della normale psicologia umana (anch’essa demonizzata dai mass media di cui sopra). Ma del Ni Vax, come protagonista di una dotta e ragionata difesa del principio di libertà individuale come pure di una ragionevole ma doverosa critica all’ uso improprio della legislazione di emergenza.

Insomma, il centrosinistra teme di perdere con Sabino Cassese al Quirinale la sponda politica, ora ben rappresentata da Mattarella, presidente Pro Vax.

In realtà, Cassese, e chiunque lo conosca sa bene di che pasta è fatto, non farebbe sconti istituzionali a nessuno, proprio come un vero Presidente della Repubblica al di sopra della parti. O comunque sia,  almeno tenterebbe.

E questo non va giù al centrosinistra.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/la-sfida-per-il-quirinale-miseria-e-nobilta-della-politica-italiana/

mercoledì 26 gennaio 2022

Pier Ferdinando Casini al Quirinale?

 


Bella domanda. Che dire di Casini? Anche se ambizioso e forse pure seduttore ( due mogli, in particolare notevole per il nome la seconda, Azzurra Caltagirone, dalla quale poi si è diviso), Pier Ferdinando Casini non può essere paragonato al mitico Bel Ami. Anche se di aspetto fisico molto gradevole come il personaggio di Maupassant, indimenticabile ritratto letterario dello scalatore sociale per eccellenza.

Del resto il curriculum di Casini, bolognese, figlio di una bibliotecaria e di un professore di lettere, è prestigioso. Inutile enumerare gli importantissimi incarichi ricoperti in Italia e all’estero, praticamente tutti. Crediamo, manchino l’Onu e organizzazioni correlate, crediamo…

Solo una noticina al riguardo: parlamentare fin dal 1983, quando entrò in Parlamento nelle liste democristiane all’età di neppure trent’anni, Casini, con 39 anni di “anzianità di servizio”, essendo stato rieletto al Senato nel 2018 per il centrosinistra, è il parlamentare più longevo.

Cosa si può dire di lui? Un saggio amministratore di se stesso, mai imprudente, nonché uno strenuo difensore del centrismo democristiano, in chiave più dorotea che degasperiana (peraltro fu giovanissimo tuttofare di Forlani, quindi imbastì casti connubi andreottiani…) .

Un ottimo navigatore della vita, come provano le sue attentissime scelte politiche: dall’appoggio al governo Berlusconi (1994) a quello Gentiloni (2016), passando per Monti, Letta, Renzi.

Pertanto potrebbe essere il candidato giusto dal punto di vista del minor male possibile, politicamente parlando, per il centrodestra come per il centrosinistra. Certo per ora, sono solo voci. Ovviamente si tratta di una candidatura che può piacere alla gente che piace. Ma questa è un’altra storia… Anche perché l’analisi politica si fa sulle cose come sono e non come dovrebbe essere dal punto di vista filosofico, religioso, morale, eccetera.

C’è però un ostacolo da non sottovalutare. Casini, dal punto di vista anagrafico, 66 anni (67 a dicembre 2022), rimane “giovane” per essere eletto al Quirinale. Nella politica italiana, in particolare dopo Cossiga, alllora cinquantasettenne, il “giovane” viene ritenuto ambizioso a priori, quindi poco affidabile. Dal momento che a 73-74 anni (età che avrebbe Casini alla fine del settennato), in Italia, sempre politicamente parlando, non si va in pensione. Anzi. Insomma, il sessantenne non è benvisto. Un cinquantenne neppure a parlarne.

Quanto stiamo asserendo può apparire bizzarro, tuttavia in Italia l’età media di elezione a Presidente della Repubblica ruota intorno ai 73 anni. Casini invece a quell’età, ripetiamo, potrebbe benissimo tornare a fare politica. Diciamo pure che si tratta di un dato quantitativo con implicazioni qualitative.

Concludendo, Casini ce la può fare? Soprattutto se uniamo alla prudenza e al centrismo, che non dispiace a nessuno, anche l’aspetto fisico gradevole? Cosa, quest’ultima, che nella politica-spettacolo, inutile negarlo, ha il suo valore.

Difficile rispondere. L’età potrebbe essere un ostacolo, ma non insormontabile. Vedremo.

Carlo Gambescia

martedì 25 gennaio 2022

L’Ucraina, Putin e l’attimo fuggente

 


Non è facile prevedere quel che potrà accadere tra Russia e Ucraina. Ma qualche previsione si può fare.

Intanto se ci si passa il linguaggio da “piazzisti” geopolitici, “trattasi” di contenzioso antico che risale al XIII secolo e alle successivi egemonie sull’Ucraina di mongoli, polacchi, russi e comunisti (semplificando).

L’Ucraina è da  sempre terreno di conquista, e in particolare, per i russi. Perché giudicata strategicamente importante dal punto di vista della marcia verso gli Stretti. In direzione del Mediterraneo, verso l’inglobamento panrusso dell’Europa orientale, balcanica e più in generale, storicamente parlando, della sfera appartenuta all’antico Impero Romano d’Oriente. Per capirsi, Bisanzio.

Pura politica di potenza, egemonica: per la Russia l’Ucraina ha sempre costituito un ostacolo geopolitico. Senza ovviamente dimenticare, gli aspetti geoeconomici: un tempo il grano, di cui la Russia zarista fu grande esportatrice, oggi, tra gli altri, il gasdotto russo-ucraino.

In sintesi, tra Russia e Ucraina le cicatrici sono tante e non facilmente rimarginabili. Sotto questo aspetto, comunismo e postcomunismo non rappresentano che il proseguimento di antiche politiche egemoniche che hanno quasi sempre visto l’Ucraina dalla parte dei perdenti.

Come si risolvono le questione egemoniche? Opponendo al nemico una potenza di fuoco superiore. Quindi capace, prima come idea di spaventarlo, poi, se necessario, come fatto, di sconfiggerlo.

Cosa che l’Ucraina da sola non è stata mai in grado di attuare. Di qui, l’importanza di alleati forti: gli ultimi alleati, e per giunta sbagliati e che neppure si ritenevano tali, furono gli eserciti hitleriani.

Al momento dove sono gli alleati forti? L’Europa è latitante, gli Stati Uniti minacciano contromisure economiche, adombrando un possibile intervento militare, che però imporrebbe, per essere credibile come minaccia, massicci trasferimenti, da subito, di truppe e mezzi americani in Europa. In realtà, l’appoggio militare della Nato all’Ucraina, per ora, in termini quantitativi, è semplicemente ridicolo.

A questa politica delle minacce inconcludenti, vanno unite la débâcle afghana degli Stati Uniti e i tentennamenti politici di Biden. Ciò significa che Putin potrebbe essere tentato di risolvere militarmente, invadendo e conquistando l’Ucraina. Secondo gli esperti, la Russia avrebbe le forze necessarie per portare a termine le operazioni di conquista e occupazione, pur incontrando resistenza, al massimo in sette-dieci giorni: una guerra lampo.

Pertanto, non restano che due possibilità, o gli Stati Uniti danno prova di voler fare sul serio, “mobilitando” come si diceva un tempo, oppure abbandonare l’Ucraina al proprio destino.

Nel primo caso, gli Stati Uniti potrebbero impartire un’ istruttiva lezione alla Russia, nel secondo, sarebbe la Russia a impartirla agli Stati Uniti.

A dire il vero, esiste anche una terza via, quella del temporeggiare, sposata dall’Unione europea, che preferisce credere, per nascondere la propria debolezza, che la politica internazionale sia la continuazione del parlamentarismo con gli stessi mezzi. Magari fosse così.

L’ apparente stallo fino a quando potrà durare? Finché farà comodo a Putin. E ovviamente agli americani, che, al momento, pur non ammettendolo pubblicamente, non hanno alcuna voglia di battersi. Sicché perdono tempo in incontri e chiacchiere, come si legge oggi, con “gli alleati europei”. Sotto l’aspetto retorico (ossia “chiacchiere”) rientra anche il tentativo di Macron, brutta copia del generale Charles de Gaulle, di sottoporre a Putin un progetto di “de-escalation”.

Come potrebbe finire allora? Il conflitto tra Russa e Ucraina, come abbiamo detto, dura da secoli. Quanto sta accadendo, potrebbe perciò anche andare avanti per anni, decenni, forse più. Probabilmente, la Russia postcomunista, non si sente più forte come in passato, quindi potrebbe prendere tempo.

Però, il punto è un altro. Quale? Che pur sentendosi debole la Russia potrebbe ritenersi meno debole degli Stati Uniti, soprattutto in termini di compattezza politica, e quindi decidere di attaccare in forze.

Ne consegue che cosa? Che, per minare i ragionamenti egemonici di Putin, la minaccia americana venga percepita dai russi come reale. Il che però, al momento, come spiegato, non sembra possibile.

Perciò, diciamo pure che il destino dell’Ucraina, per ora, è nelle mani di Putin. Che potrebbe cogliere l’attimo fuggente.

Carlo Gambescia

lunedì 24 gennaio 2022

Quirinale. Niente scelte nette, solita minestrina riscaldata…

 


Lo schieramento dei grandi elettori (1009) mostra che il centrosinistra ( 413 voti, Renzi incluso, 45 voti) non ha i voti per eleggere il Presidente della Repubblica, neppure dalla quarta votazione in poi (505). Anche perché al momento non sussistono accordi sul   voto a maggioranza qualificata dei due terzi (673).

Tuttavia, neppure il centrodestra (452 voti) raggiunge la maggioranza assoluta (505). Con i voti di Renzi potrebbe sfiorarla (497). Infatti, al centrodestra mancherebbero solo otto voti, che con lo scrutinio segreto, almeno sulla carta, possono essere conseguiti (*).

Però il problema non è matematico ma politico. Perché, non avendo il centrodestra i voti per proporre un candidato con un chiaro profilo politico diciamo di destra o di centrodestra, dovrebbe convergere su un candidato appetibile per Renzi, quindi con profilo centrista sbilanciato a sinistra. Ovviamente, ammesso e non concesso che nelle urne il centrodestra voti compatto e che si trovino gli otto voti di cui sopra, e magari anche altri, però sempre sbilanciandosi verso la sinistra.

Quanto al centrosinistra, considerando parte dell’alleanza anche il M5s, la base di partenza, 413 voti, rende tutto più difficile. Forse, in teoria potrebbe contare sui voti centristi di Forza Italia (413+ 134 = 547, maggioranza 505). Ma non tutti i forzisti, nel segreto dell’urna, voterebbero per un candidato non di centrodestra. Lo stesso centrosinistra, accettando i voti di Forza Italia,  rischia di perdere non pochi voti alla sua sinistra, ad esempio tra quelli di Leu. Per non parlare degli strepiti del M5s.

Quindi il colpo di forza da parte dei due schieramenti resta piuttosto difficile, se non impossibile. Crediamo perciò che a causa delle variabili Renzi e Forza Italia vada esclusa la vittoria di un candidato con spiccato profilo di centrodestra come di centrosinistra.

Il voto perciò potrebbe convergere su un candidato gradito al centro dei due schieramenti, contenendo in qualche misura le reazioni dei puri e duri del M5s. Per inciso escluderemmo, perché priva dei voti necessari, qualsiasi alleanza tra Lega e M5s, 447 voti in tutto su 505. Oppure di 510 voti con l'aggregazione di  FdI, 5 sopra la maggioranza assoluta, ma con tanti franchi tiratori di segno contrario. Sulla congruenza politica di un'alleanza “presidenziale” del genere sospendiamo il giudizio.

Di conseguenza, realisticamente, al Quirinale potrebbe andare una donna, considerate le concessioni alla moda, però con passato più tecnico che politico. Oppure ascendere un politico (uomo o donna che sia), sempre di centro, che però in passato abbia militato, a turno diciamo, nei due schieramenti. Non molto “giovane” però (nel senso di un sessantenne), perché il "giovane candidato",  dopo l’esperienza Cossiga, viene ritenuto a priori   politicamente ambizioso, dal momento che per lui c’è un “dopo”. Insomma,  gli ex presidenti “giovani” non vanno politicamente in “pensione”. Il che li rende poco affidabili.

Ovviamente, se il solco tra centrodestra e centrosinistra dovesse approfondirsi, l’ipotesi Draghi acquisirebbe consistenza, come pure, nell’evenienza di un rifiuto sul suo nome da parte del centrodestra, l’ipotesi di una conferma di Mattarella.

Infine, nel caso di un rifiuto di quest’ultimo, si andrebbe, per stanchezza e retorica emergenziale verso la vittoria, per così dire, di un “simil-Mattarella”, un cattolico di sinistra, con le stesse credenziali, “al di sopra delle parti”, eccetera, eccetera.

Insomma, niente scelte nette, solita minestrina riscaldata.

Carlo Gambescia

(*) Per un buon quadro “numerico” della situazione si veda qui:https://pagellapolitica.it/blog/show/1408/partiti-e-alleanze-tutti-i-numeri-sugli-elettori-del-presidente-della-repubblica

domenica 23 gennaio 2022

 


Giovanni Grasso consigliere, portavoce e direttore dell’ufficio per la stampa e la comunicazione del Presidente Mattarella, ha postato sulla sua pagina Twitter la foto di un ufficio zeppo di scatoloni, con  la dicitura, “Fine settimana di lavori pesanti”, riferendosi a un trasloco, apparentemente in corso (poi diremo perché), dagli uffici del Quirinale…

I sostenitori di Mattarella, diranno “che peccato!”, gli oppositori, che “era ora!”… Senza però dare, gli uni e gli altri, alcuna importanza alla cosa.

In realtà, per chiunque conosca il linguaggio cifrato e involuto della grande famiglia dei democristiani di sinistra, alla quale appartengono Grasso e Mattarella, intuisce benissimo che gli scatoloni indicano  che il trasloco è solo cominciato. Insomma, mica è finito…

Pertanto Mattarella, pur avendo manifestato il desiderio di passare la mano, potrebbe sempre ripensarci. Inoltre, si rifletta su un punto: dalla foto non si capisce se gli scatoloni, tra l’altro ancora semivuoti, appartengano o meno a Mattarella…

Esageriamo? Il nostro è puro esercizio di “retroscenismo? Vergognoso per ogni studioso serio? Può darsi.Però il linguaggio cifrato dei democristiani di sinistra è innegabile. E viene da lontano.

Quando negli anni Settanta e Ottanta i democristiani con il cuore a sinistra formavano giunte nelle regioni e nei comuni con i comunisti, si difendevamo dicendo che era un modo per democratizzarli, senza per questo negare l’ impegno atlantista, anticomunista, eccetera, eccetera. Moro, maestro in materia, a detta di Kissinger, era politicamente incomprensibile. Il no, era sempre un ni… Insomma, né sì né no.

Nicola Mancino, che, sotto il profilo politico, era, ed è, per De Mita, ciò che Franco Evangelisti era per Andreotti, poteva e può parlare per ore, senza dire nulla di apparentemente significativo.

Pertanto, la sinistra democristiana, che pure vanta personalità dal linguaggio devastante come Rosy Bindi, quando si insinua nei piani alti del potere, dove si decide, dice e non dice. Prevale sempre il nì. Ricorda Santa Madre Chiesa. A questo proposito, moroteismo e andreottismo sono figli della stessa cultura chiesastica, poi ovviamente degenerata negli epigoni di sinistra e destra. Ma questa è un’altra storia.

Concludendo, la domanda è: scatoloni o non scatoloni, Mattarella, va o resta?

Lo capiremo nei prossimi giorni.

Carlo Gambescia