sabato 13 giugno 2026

Pornografia politica


 

Chi ha visto “Pretty Woman” ricorderà una scena all’apparenza secondaria. Prima di inginocchiarsi, Vivian prende un cuscino e lo sistema sotto le ginocchia. È un dettaglio quasi comico, che appartiene a un rapporto esplicitamente commerciale. Nessuno finge che sia altro.

La politica dovrebbe appartenere a un registro diverso. Eppure, negli ultimi giorni, una parte del dibattito pubblico si è concentrata sulle ginocchiere, evocate per ridicolizzare Giorgia Meloni e il suo rapporto con Donald Trump. In precedenza si era parlato di inginocchiatoio. Ma, francamente, se non è zuppa è pan bagnato. Cambia il termine, non il significato. In entrambi i casi non si discute una scelta politica: si costruisce un’allusione.

Qui non interessa difendere la Presidente del Consiglio. Le sue scelte possono e devono essere criticate. Ma un conto è discutere una linea diplomatica, un altro è ricorrere a metafore sessuali per delegittimare un avversario.

 


È quello che potremmo chiamare pornografia politica.

La pornografia politica non consiste semplicemente nell’uso di parole volgari. Consiste nella sostituzione dell’argomento con l’allusione, dell’analisi con l’immagine, della ragione con il riflesso emotivo. Nasce quando le idee escono di scena e restano soltanto i corpi, i gesti, le pose.

Ma la pornografia politica non riguarda soltanto il corpo. Può riguardare anche la memoria pubblica.

Lo si è visto in occasione dell’anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Diversi giornali e commentatori di destra, a partire dal TG1, hanno richiamato l’immagine di Giorgio Almirante che rende omaggio alla salma del leader comunista. Il fatto storico è vero. Nessuno lo contesta. Quell’omaggio ci fu davvero e testimonia un rispetto personale tra avversari che oggi appare quasi archeologico.

Il problema nasce quando quella fotografia viene trasformata in una sorta di certificato morale o politico. Quando un’immagine diventa più importante della storia che dovrebbe rappresentare. Quando la complessità di una biografia, di una cultura politica, di un’intera stagione storica viene condensata in uno scatto destinato a suscitare emozione e consenso. Chiamala se vuoi riabilitazione politica, per giunta istantanea,  di ciò che non  può essere materia di riabilitazione, o meglio ancora di razionalizzazione ex post di un ferrovecchio della repubblica fantoccio di Salò. 



Anche qui siamo davanti a una forma di pornografia politica. Non del corpo, ma della memoria pubblica.

Nel primo caso si sessualizza la politica. Nel secondo si piega la storia alle esigenze dell’emozione.

Entrambe le operazioni producono consenso a basso costo. Entrambe evitano la fatica dell’argomentazione. Entrambe chiedono al pubblico non di capire, ma di reagire.

Se Meloni sarebbe stata troppo accondiscendente verso Trump, occorrerebbe spiegarlo attraverso fatti, decisioni e comportamenti. Se si vuole discutere la figura di Almirante, occorrerebbe confrontarsi con l’intera sua vicenda politica e non soltanto con una istantanea  scattata davanti a una bara.



In una democrazia matura, le immagini dovrebbero accompagnare i ragionamenti, non sostituirli.

Per questo, tra le ginocchiere e la foto del funerale, la differenza è meno grande di quanto sembri. Cambiano i simboli. Non il meccanismo. In entrambi i casi si rinuncia alla complessità in favore dell’effetto.

Quando la politica diventa pornografia, restano soltanto le pose.     

Carlo Gambescia

venerdì 12 giugno 2026

Le due destre. “Ammazza ammazza è tutta ‘na razza”

 


Il titolo non è da editoriale del “Corriere della Sera”. Diciamo pure che è un po’ popolaresco. Eppure ci rimanda a certe battute simpatiche del grande Gigi Proietti, uno straordinario Meo Patacca in un vecchio film storico-comico, dal titolo omonimo, diretto da un regista che avrebbe meritato miglior fortuna, Marcello Ciorciolini.

Però il detto romanesco illustra bene un concetto che svilupperemo nell’articolo che segue. Cioè spiegare quanto sia stretto il rapporto tra la destra di Giorgia Meloni e quella del generale Vannacci. Detto altrimenti: puoi cambiare nomi, bandiere o volti, ma la sostanza non cambia granché. Insomma, “Ammazza ammazza è tutta ‘na razza.”

Veniamo al punto. C’è qualcosa di rivelatore nello scontro avvenuto ieri alla Camera.



La premier avrebbe accusato i parlamentari vicini al generale di essere “utili idioti” della sinistra dopo l’annuncio di possibili convergenze parlamentari con le opposizioni su alcune questioni legate alla difesa europea e al sostegno all’Ucraina (*). Vannacci, dal canto suo, continua a presentarsi come il correttore di rotta di una destra che avrebbe smarrito la propria identità. Mercoledì, ospite da Gruber, ha persino definito il suo gruppo una “sporca dozzina”, rivendicando il ruolo di outsider e di raccoglitore dei delusi provenienti da altre formazioni politiche.

Al di là delle polemiche quotidiane, ciò che colpisce è soprattutto ciò che non viene detto.

Per comprendere il significato dello scontro occorre partire dall’oggetto del contendere. Non si trattava di una questione simbolica o marginale. La polemica è nata attorno alle politiche di difesa, al sostegno all’Ucraina e al rafforzamento della capacità militare europea.

Su questi temi Vannacci e il suo movimento hanno assunto posizioni molto critiche, arrivando a convergere, almeno in parte, con forze politiche che appartengono a schieramenti tradizionalmente opposti.



È stato questo a spingere Meloni ad accusarlo di essere un “utile idiota” della sinistra.

Ma proprio qui emerge l’aspetto più interessante. Giorgia Meloni non ha sostenuto che quelle posizioni fossero incompatibili con i principi della destra democratica o con la collocazione occidentale dell’Italia. Non ha affermato che Vannacci rappresenti una cultura politica estranea al conservatorismo europeo, per non parlare del liberalismo. Ha invece sottolineato che il risultato pratico di quelle scelte sarebbe stato quello di favorire le opposizioni.

La differenza, però, è importante.

Una critica fondata sui principi avrebbe tracciato un confine politico e culturale. Una critica fondata sugli effetti parlamentari traccia invece un confine tattico. Nel primo caso il problema sarebbe la natura delle idee sostenute. Nel secondo caso il problema è il loro impatto sugli equilibri di potere.

Quando una leadership politica considera un avversario interno soprattutto un problema tattico e non un problema di valori, implicitamente ne riconosce la piena appartenenza alla medesima famiglia politica. Il conflitto diventa una lotta per la guida dello stesso campo. Non uno scontro tra visioni alternative della destra.

È qui che emerge una questione più generale.



Da anni una parte della destra europea cerca di rappresentarsi come un universo composto da diverse sensibilità: conservatori, sovranisti, nazionalisti, populisti. Distinzioni reali, certamente. Ma fino a un certo punto.

Quando arrivano i momenti decisivi, le differenze sembrano spesso ridursi a una disputa sulla strategia migliore per conquistare e mantenere il potere. Non si discute se certe parole siano accettabili, ma se siano elettoralmente convenienti. Non si discute se certe pulsioni identitarie siano pericolose, ma se producano consenso.

Per questo la vicenda Vannacci è interessante.

Il generale si propone come interprete di una destra più radicale, più identitaria, più aggressiva sul piano culturale. Meloni, invece, governa e deve tenere insieme rapporti internazionali, vincoli economici e responsabilità istituzionali. Le differenze esistono e sarebbe ingenuo negarle.

Ma la reazione della Meloni suggerisce che tali differenze non riguardino il nucleo fondamentale della legittimità politica reciproca. Vannacci viene criticato perché rischia di indebolire il centrodestra. Non perché rappresenterebbe qualcosa che il centrodestra dovrebbe respingere in nome dei propri principi.




È una dinamica che ricorda molti altri casi europei e americani. I partiti tradizionali spesso contestano le versioni più radicali del proprio campo quando queste diventano concorrenti elettorali. Molto più raramente le contestano in quanto tali.

Da qui nasce un interrogativo che la cultura liberale non dovrebbe smettere di porsi. Dove passa oggi il confine tra una destra conservatrice pienamente inserita nel gioco democratico e una destra che alimenta la polarizzazione permanente, la mobilitazione delle paure identitarie e la politica delle emozioni?

Se questo confine viene definito soltanto dall’utilità elettorale del momento, allora rischia di scomparire. E quando i confini politici scompaiono, restano soltanto i rapporti di forza.

Forse è proprio questo il significato più profondo della polemica tra Meloni e Vannacci. 

 


Non una guerra tra due destre realmente alternative, ma una competizione interna per la guida dello stesso spazio politico. Una competizione nella quale ciò che divide conta meno di ciò che continua a unire.

Ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere. O, detto ancora più alla buona: “Ammazza ammazza è tutta ‘na razza.”

Carlo Gambescia

(*) Qui una sintesi: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/06/11/meloni-una-figura-autorevole-per-lue-tratti-con-mosca.-definiremo_fa51c08a-9d23-46fa-a88e-bd84b24407dc.html

giovedì 11 giugno 2026

Vannacci, l’uomo dell’uniforme e dell’uniformità

 


Abbiamo visto l’ intervista di Roberto Vannacci a Otto e Mezzo. Al di là delle opinioni che ciascuno può nutrire nei confronti del generale, una cosa dovrebbe essere ormai chiara: continuare a considerarlo un semplice fenomeno mediatico significa non capire ciò che sta accadendo.

Vannacci non è più soltanto l’autore di un libro controverso. Non è più soltanto un personaggio televisivo. È un leader politico in formazione. E come tale andrebbe studiato.

La prima cosa che colpisce è la sua capacità argomentativa. Si può – e si deve – dissentire da ogni sua posizione, ma non lo si può liquidare come un improvvisatore. Conosce i dossier, si documenta, padroneggia dati e statistiche, costruisce ragionamenti coerenti. Dietro l’immagine del militare schietto si intravede una preparazione politica e comunicativa che molti suoi avversari continuano a sottovalutare.

La seconda qualità è la padronanza della retorica dell’intransigenza. Quando, durante la trasmissione, ha definito i parlamentari che lo hanno seguito la sua “sporca dozzina”, non ha semplicemente fatto una battuta. Ha lanciato un messaggio politico.

Coloro che studiano seriamente la destra sanno che in quella formula c’è tutto un universo simbolico: l’idea dell’avanguardia, del piccolo gruppo di fedelissimi, della minoranza combattente che sfida il sistema. Non importa essere pochi. Importa essere i migliori, i più coraggiosi, i più determinati. È una retorica antica, ma sempre efficace. E soprattutto è una retorica che porta voti. Vannacci può scalare l’intera destra. Con Tajani, Lupi, Salvini e una Meloni esaurita psichicamente (nonostante le solide strutture di partito), non c’è partita. E con le seconde e terze file neppure a parlarne. Si pensi a un nevrastenico come Gasparri, a un mandarino come Fazzolari, un bronconicciano come Mollicone.



Proprio per questo il problema non è Vannacci. Il problema sono i suoi avversari. Anche durante l’intervista è emersa la difficoltà di una parte della sinistra nel confrontarsi con lui. Si insiste sulle provocazioni, sulle contraddizioni, sulle dichiarazioni passate. Si cerca di coglierlo in fallo. Ma raramente si affrontano le questioni strutturali.

Ad esempio: quale modello economico propone? Quale ruolo attribuisce allo Stato? Quale politica fiscale immagina? Quali costi sociali comporterebbero le sue ricette? Quale visione dei rapporti tra mercato e autorità pubblica sostiene realmente?

Sono interrogativi decisivi. Eppure finiscono spesso in secondo piano.

Così facendo si lascia a Vannacci il monopolio dei temi identitari, che costituiscono il suo terreno ideale. Il risultato è che egli appare come colui che pone problemi concreti, mentre gli avversari sembrano limitarsi a contestarne il linguaggio.

Ma la questione più importante è un’altra.

Vannacci parla continuamente di differenze. Le differenze tra popoli, culture, orientamenti, modi di vivere. Tuttavia il suo non è un elogio del pluralismo. Al contrario.

 


Nella sua visione le differenze esistono, ma non tutte godono dello stesso riconoscimento simbolico. Alcune rappresentano la norma, altre la deviazione dalla norma. Alcune incarnano il modello, altre l’eccezione. Per capirsi dalla classica triade da lui sempre evocata: dio, patria e famiglia.

È qui che emerge il tratto più caratteristico del personaggio politico. Vannacci è un uomo dell’uniforme. E tende a immaginare la società a immagine dell’uniforme.

Non è una scoperta recente. Già in passato avevo osservato come il generale sembrasse trasferire nella vita civile categorie maturate nella sua esperienza professionale. Non si tratta di una colpa né di un’anomalia. Ogni individuo tende a leggere il mondo attraverso le lenti della propria formazione. E quella militare è, per definizione, una formazione fondata sulla disciplina, sulla gerarchia, sul comando e sulla coesione del gruppo.

Naturalmente un esercito non può essere organizzato come un’assemblea permanente. Deve decidere rapidamente, obbedire, coordinare uomini e mezzi. L’efficienza operativa richiede una struttura verticale. È quindi comprensibile che chi abbia trascorso una vita all’interno di quel contesto finisca per considerare l’ordine, l’omogeneità e la compattezza come valori particolarmente importanti.

Il problema nasce quando queste categorie vengono estese all’intera società.

Una società liberal-democratica non è una caserma. Vive di pluralismo, conflitto, differenziazione sociale, molteplicità di stili di vita. La sua forza non deriva dall’uniformità ma dalla capacità di tenere insieme individui, gruppi e visioni del mondo differenti.

Trasferire integralmente nella sfera civile valori pensati per l’organizzazione militare significa correre il rischio di trasformare la diversità in una minaccia anziché in una risorsa.

Da questo punto di vista, il generale appare come il portatore di una concezione della società fondata sull’omogeneità culturale e morale.

Non vuole necessariamente eliminare le differenze. Vuole però ricondurle entro una gerarchia di valori che stabilisce quali identità meritino pieno riconoscimento e quali debbano occupare una posizione subordinata.



Paradossalmente, la difficoltà della sinistra contemporanea non consiste nell’essere troppo liberale. Consiste nell’esserlo troppo poco.

Di fronte a figure come Vannacci, una parte della sinistra sembra aver smarrito il linguaggio classico del liberalismo politico, quello fondato sulla distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, tra cittadinanza e identità, tra diritti individuali e appartenenze collettive.
Si finisce così per accettare il terreno scelto dall’avversario: quello della diversità.

Vannacci parla continuamente di differenze. Differenze etniche, culturali, religiose, sessuali, nazionali. E i suoi oppositori, anziché mettere in discussione la centralità stessa di questa ossessione classificatoria, si limitano spesso a rovesciarne il segno morale. Dove lui vede un problema, essi vedono una risorsa. Ma il paradigma resta lo stesso.

Il liberalismo segue invece una strada diversa.

Non nega le differenze. Semplicemente rifiuta di trasformarle nel principio organizzatore della vita pubblica.

In una società libera, gli individui vengono giudicati innanzitutto come cittadini, non come membri di categorie identitarie. Lo Stato non deve stabilire quali differenze siano normali e quali no. Deve garantire a ciascuno il diritto di vivere secondo le proprie convinzioni, purché compatibili con la libertà altrui.

Da questo punto di vista, il problema di Vannacci non è la sua insistenza sulle differenze. Le differenze esistono e negarlo sarebbe ridicolo. Il problema è il ruolo politico che egli attribuisce ad esse. Nella sua visione, la diversità tende a diventare un criterio per definire gerarchie simboliche, appartenenze privilegiate, identità più legittime di altre.

È qui che riemerge l’uomo dell’uniforme.

 


Ricapitolando: l’uniforme svolge una funzione essenziale nelle organizzazioni militari: riduce le differenze, rafforza la coesione, favorisce la disciplina. Ma una società liberale vive di una logica opposta. Non chiede agli individui di somigliarsi. Chiede loro di convivere pacificamente pur essendo diversi.

Per questa ragione il vero antidoto a Vannacci non è un’altra ideologia identitaria. Non è nemmeno una contro-mobilitazione emotiva.

È il recupero di una cultura politica liberale capace di difendere contemporaneamente l’uguaglianza giuridica, la libertà individuale e il pluralismo sociale.

Una cultura politica che non abbia paura delle differenze ma che, al tempo stesso, si rifiuti di farne il centro della vita pubblica.

La caserma funziona perché riduce le differenze. La società libera funziona perché le tollera. Confondere le due logiche significa esporre la libertà al rischio permanente della disciplina. Militare.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/08/vannacci-il-generale-non-dorme-in-piedi.html .

mercoledì 10 giugno 2026

Da Belfast a Musk. Anatomia della politica emotiva

 


Le violenze scoppiate a Belfast dopo la brutale aggressione di un cittadino britannico da parte di un cittadino sudanese residente nel Regno Unito sono state immediatamente lette secondo schemi contrapposti (*). Per alcuni si tratta della prova del fallimento delle politiche migratorie. Per altri dell’ennesima manifestazione di razzismo e xenofobia.

Entrambe le interpretazioni colgono aspetti reali della vicenda. Ma rischiano di lasciare in ombra un fenomeno più ampio e probabilmente più importante: la crescente centralità delle emozioni nella vita politica contemporanea.

L’aggressione è stata un fatto di cronaca. Le rivolte che ne sono seguite costituiscono un fatto metapolitico. Si pensi ad esempio ad alcune regolarità che vi sono presenti: amico-nemico, inclusione-esclusione, movimento-istituzione. Vi è inoltre un processo di razionalizzazione: tra i due eventi si colloca infatti un passaggio decisivo: la trasformazione di un episodio locale in un simbolo collettivo costruito ex post. Un argomento di battaglia.

Si legga questo passaggio particolarmente significativo dal punto di vista del passaggio alla politica delle emozioni:

“Video diffusi sui social mostrano il sospetto in piedi sopra la vittima insanguinata mentre impugna un coltello e compie movimenti che diversi testimoni hanno interpretato come un tentativo di decapitazione. Nelle immagini, riporta il Daily Mail, si sentono persone urlare: “Sta cercando di tagliargli la testa”. L’aggressione è stata interrotta dall’intervento di alcuni residenti, uno dei quali ha colpito l’assalitore con una mazza da hurling, fermandolo fino all’arrivo della polizia”.

La politica contemporanea funziona sempre più spesso in questo modo. L’apparenza diventa certezza assoluta. Un’immagine, un video, un episodio particolarmente drammatico, le urla della folla, condensano paure, aspettative e risentimenti già presenti nella società. Il singolo evento finisce così per rappresentare qualcosa di molto più grande di se stesso.



Nel caso di Belfast, molti cittadini hanno visto nella violenza dell’aggressione non soltanto l’azione criminale di un individuo, ma la conferma di retorica più ampia riguardante l’immigrazione, la sicurezza e la capacità dello Stato di esercitare il controllo del territorio. Non importa qui stabilire se tale interpretazione sia corretta o meno. Ciò che conta è comprenderne la forza sociale e politica.

La velocità con cui il fatto si è trasformato in mobilitazione collettiva è impressionante. In poche ore le immagini hanno attraversato i social network, alimentando proteste, polemiche e scontri. È la dimostrazione di come il rapporto tra politica e opinione pubblica sia cambiato profondamente.

Un passo indietro. Le emozioni politiche non sono certo una novità. Hanno accompagnato nazionalismi, rivoluzioni, guerre e grandi movimenti di massa dell’età contemporanea. Per gran parte del Novecento, tuttavia, esse venivano filtrate e organizzate da partiti, sindacati, associazioni e giornali. Esistevano corpi intermedi capaci di trasformare il malcontento in programmi, rivendicazioni e strategie politiche. Oggi quel processo appare sempre più debole.

La sequenza dominante non è più: idea, organizzazione, mobilitazione. È diventata: emozione, mobilitazione, interpretazione.

Prima si reagisce. Poi si cerca una spiegazione. Per fare una battuta e per capirsi: un amico, sostiene che nell’incertezza si debba subito menare le mani. Poi, eventualmente si ragiona…

In questo contesto i social network svolgono un ruolo decisivo. Essi premiano ciò che suscita reazioni immediate: indignazione, paura, rabbia, entusiasmo. La visibilità non dipende necessariamente dalla qualità degli argomenti, ma dalla loro capacità di generare coinvolgimento emotivo. Bisogna subito menare le mani…

Non sorprende dunque che le forze populiste abbiano imparato a utilizzare questo ambiente comunicativo con particolare efficacia. La destra radicale britannica ha colto immediatamente il potenziale simbolico degli eventi di Belfast, trasformandoli in un argomento politico contro le attuali politiche migratorie.

 


Ma sarebbe un errore attribuire questo meccanismo esclusivamente alla destra. La politica emotiva attraversa ormai l’intero spettro politico. Cambiano le emozioni mobilitate, non la logica della mobilitazione. Da una parte prevalgono paura, insicurezza e rabbia; dall’altra indignazione morale, allarme democratico e denuncia delle discriminazioni. In entrambi i casi, tuttavia, l’emozione tende a precedere il ragionamento.

La novità più significativa riguarda però la dimensione globale del fenomeno.

Nelle ore successive ai fatti di Belfast è intervenuto anche Elon Musk, che non è nuovo a prese di posizione sulle questioni politiche britanniche. La sua partecipazione al dibattito è significativa non tanto per il contenuto delle sue opinioni quanto per ciò che rappresenta.

 


Un episodio avvenuto in una città dell’Irlanda del Nord diventa immediatamente materia di discussione per una delle figure più influenti del capitalismo tecnologico mondiale. La politica locale viene assorbita in una gigantesca arena comunicativa globale, nella quale attori privati dotati di immense risorse economiche e mediatiche possono contribuire a orientare il dibattito pubblico di paesi diversi dal proprio.

Non siamo più soltanto di fronte all’innocua globalizzazione dell’economia. Assistiamo alla inedita e pericolosa globalizzazione delle emozioni politiche.

Paure, indignazioni e conflitti non restano confinati entro i confini nazionali. Circolano attraverso reti digitali planetarie, vengono amplificati da influencer, commentatori, piattaforme e imprenditori tecnologici, alimentando un flusso continuo di reazioni collettive.

In questo scenario cambia anche la natura del potere. Le vecchie élite dirigenti cercavano di influenzare le decisioni politiche dei governi. Le nuove élite digitali influenzano sempre più spesso gli stati d’animo delle popolazioni. Non governano necessariamente gli Stati, ma contribuiscono a modellare il clima emotivo entro cui la politica si svolge.

Qualcosa che rischia di avere una forza travolgente.

Come fermarle? Difficile dire. Il rischio è quello di contribuire ad accrescere il potere degli Stati, trasformati in dighe capaci di impedire non solo la circolazione delle emozioni ma anche quella delle idee. Da un lato troppo disordine, dall’altro troppo ordine. Problema quasi insolubile. Servirebbe una nuova politica della ragione. Un nuovo Settecento riformatore. Ma come, se sembrano predominare le emozioni?

 




Belfast, dunque, non è soltanto Belfast. È uno dei molti episodi che mostrano una trasformazione più profonda delle democrazie occidentali. Si pensi, qui in Italia, alle forti reazioni collettive e alle polemiche seguite alle morti di Modena. La politica non scompare, ma tende a spostarsi dal terreno delle idee a quello delle emozioni. Il consenso si costruisce sempre meno attraverso programmi e sempre più attraverso simboli, immagini ed eventi capaci di suscitare reazioni immediate.


La questione decisiva non riguarda allora soltanto l’immigrazione, la sicurezza o il multiculturalismo. Riguarda la qualità stessa della vita democratica. Una democrazia liberale può certamente vivere di passioni e sentimenti. Non può però reggersi soltanto su di essi.

Quando l’emozione diventa l’unico linguaggio della politica, il rischio è che ogni fatto si trasformi in un detonatore e ogni detonatore in una nuova occasione di polarizzazione. In quel momento la discussione pubblica smette di cercare soluzioni e si limita a produrre reazioni.

Ed è forse questa la vera lezione che oggi arriva da Belfast: nell’era delle reti globali, i fatti contano ancora, ma contano sempre di più le emozioni che riescono a mettere in movimento. Purtroppo.

Carlo Gambescia

(*) Qui un resoconto dei fatti in lingua italiana: https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/belfast-aggressione-video-sudanese_5g5dQnD8iwynh6HlIrwL7N .


martedì 9 giugno 2026

Vannacci come sintomo

 


Da tempo Roberto Vannacci viene descritto come un fenomeno mediatico. Un generale autore di un libro controverso, capace di suscitare polemiche, dividere l’opinione pubblica e attirare l’attenzione dei media.

Oggi questa definizione non basta più.

Le elezioni comunali appena concluse hanno offerto un’indicazione interessante. Da un lato, si è parlato di un ridimensionamento dell’ “effetto Vannacci”: i ballottaggi non hanno prodotto il terremoto politico che alcuni osservatori avevano previsto e il centrodestra tradizionale ha mostrato di conservare una significativa capacità di tenuta. Dall’altro, tuttavia, sarebbe un errore leggere questo risultato come una sconfitta politica del generale.

Il vero dato è un altro: Vannacci continua a crescere come soggetto autonomo. Non è più soltanto un “autore di successo”, un personaggio televisivo o un europarlamentare capace di attirare l’attenzione dei media. Sta tentando di costruire un partito, una rete territoriale, una classe dirigente e un’identità politica distinta sia dalla Lega sia
da Fratelli d’Italia. E come sta procedendo, per ora? Cercando di attrarre amministratori locali, militanti e persino alcuni parlamentari provenienti dall’area del centrodestra. Non male per un novellino…



La domanda sociologicamente rilevante non è dunque se Vannacci vincerà o perderà una determinata battaglia elettorale. La domanda è perché una figura come la sua riesca a intercettare una quota crescente di consenso.

La spiegazione non va cercata soltanto nelle sue qualità personali. Come tutti i leader populisti contemporanei, Vannacci è al tempo stesso attore e prodotto di un processo storico più ampio. Egli dà voce a segmenti sociali che percepiscono la modernizzazione culturale come una minaccia piuttosto che come una promessa. Immigrazione, identità nazionale, rapporti tra i sessi, ruolo delle minoranze, sovranità nazionale, integrazione europea: su tutti questi temi una parte dell’elettorato avverte una crescente distanza rispetto alle élite politiche, mediatiche e accademiche.

Da questo punto di vista Vannacci non rappresenta una causa, ma un sintomo.

Naturalmente i sintomi possono diventare cause. È ciò che accade quando un malessere diffuso – più percepito che reale – trova una forma organizzata e una leadership riconoscibile. La novità del 2026 è proprio questa: Vannacci sta tentando di trasformare un fenomeno culturale in una presenza politica stabile.



Vi è però un aspetto che raramente viene approfondito e che invece merita attenzione.
 

Vannacci non è soltanto un leader politico. È un generale. E le professioni lasciano sempre una traccia culturale profonda in chi le esercita.

La vita militare educa alla disciplina, alla responsabilità, al senso della missione e alla chiarezza della catena di comando. Sono qualità indispensabili in un esercito. Tuttavia la politica democratica obbedisce a una logica differente. Non vive di ordini e di esecuzione, ma di negoziazione, mediazione, conflitto regolato e continua ricerca del consenso.

Naturalmente nessuno sostiene che un militare non possa diventare un uomo politico. A tale proposito la storia moderna offre numerosi esempi controversi. De Gaulle era certamente un antifascista, ma anche un uomo di forte temperamento decisionista e di concezione gerarchica dello Stato. Franco fu il protagonista di una lunga dittatura militare. Badoglio era un conservatore compromesso con il fascismo, mentre Pétain guidò il regime di Vichy. E questo per limitarsi all’Europa tra le due guerre e nel secondo dopoguerra.

Ovviamente la formazione militare non conduce automaticamente a esiti politici illiberali. La storia offre anche esempi di ufficiali che hanno svolto un ruolo importante nel consolidamento delle istituzioni democratiche, come Eisenhower negli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che la mentalità militare tende fisiologicamente a privilegiare rapporti verticali e gerarchici, mentre la democrazia liberale si fonda su relazioni più orizzontali e pluralistiche.



È proprio qui che si colloca, a mio avviso, il nodo più delicato del fenomeno Vannacci.

Non tanto nelle sue singole dichiarazioni, spesso amplificate dalla polemica giornalistica, quanto nell’immagine di società che emerge dal suo discorso pubblico: una società nella quale l’ordine precede il conflitto, l’autorità precede la mediazione e l’identità collettiva prevale sulle differenze individuali.

Per questa ragione sarebbe semplicistico descriverlo come una minaccia immediata alla democrazia, ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare le implicazioni culturali e politiche del suo successo.

Democrazia e liberalismo non coincidono perfettamente. Una società può continuare a votare regolarmente e, nello stesso tempo, sviluppare una cultura politica meno aperta al pluralismo, al dissenso e alla diversità. Da questo punto di vista il fenomeno Vannacci va osservato con attenzione, perché potrebbe rappresentare non una crisi delle procedure democratiche, bensì un progressivo indebolimento della cultura liberale che le sostiene.
Resta poi il tema della comunicazione politica.

I suoi avversari sembrano spesso non comprendere che il populismo contemporaneo si alimenta anche dell’ostilità che riceve.

Quando un leader viene percepito come vittima dell’establishment mediatico e culturale, ogni attacco rischia di trasformarsi in una conferma della narrazione politica che propone ai suoi potenziali elettori.



È un meccanismo ben noto: il leader si presenta come portavoce del «popolo reale» contro le élite e ogni manifestazione di ostilità viene interpretata dai suoi sostenitori come una prova ulteriore della sua autenticità.

Una prima verifica di questa dinamica potrebbe arrivare già  mercoledì sera, quando Vannacci sarà ospite di Otto e mezzo.

Se il confronto sarà equilibrato, il generale dovrà misurarsi con il merito delle questioni. Se invece una parte del pubblico percepirà ostilità personale, sarcasmo o pregiudizio nei suoi confronti, il risultato potrebbe essere opposto a quello sperato dai suoi critici.

Più il leader appare isolato contro un ambiente percepito come ostile, più rafforza il legame emotivo con i propri sostenitori. È una dinamica che abbiamo osservato molte volte nelle democrazie occidentali contemporanee.
 


Per questa ragione il problema politico posto da Vannacci non si risolve con l’indignazione. Anzi, spesso l’indignazione mediatica finisce per alimentare proprio quel meccanismo vittimario sul quale si fonda una parte rilevante del suo consenso.

Insomma, il problema non è Vannacci in quanto individuo. Il problema è il terreno sociale e culturale che ne rende possibile l’ascesa, senza dimenticare la sua formazione militare.

Concentrarsi esclusivamente sulla sua persona, quella del capopopolo che parla alla pancia degli elettori, significa confondere l’effetto con la causa.

Il vero interrogativo riguarda l’Italia che lo ascolta, lo vota e, in misura crescente, si riconosce nel suo linguaggio politico.

Perché, come suggerisce una lettura metapolitica, i leader non cadono dal cielo: emergono sempre da una domanda sociale che li precede.

Ma proprio per questo, quando quella domanda sociale si raccoglie attorno a figure provenienti da culture professionali fondate sull’autorità, sulla disciplina e sulla gerarchia, il compito degli studiosi e dei cittadini non è né demonizzare né idolatrare. È vigilare. Anche se potrebbe essere già tardi.

 


Concludendo, la democrazia liberale non muore necessariamente per un colpo di Stato. Talvolta si indebolisce lentamente, attraverso il mutamento dei costumi politici, del linguaggio pubblico e delle aspettative collettive. 

È in questa prospettiva che il fenomeno Vannacci merita di essere osservato: non come una curiosità mediatica destinata a svanire, ma come uno dei possibili indicatori delle trasformazioni profonde che attraversano la società italiana.

Carlo Gambescia

lunedì 8 giugno 2026

Il risiko bancario e il liberalismo smarrito

 


In Italia il mercato è una cosa curiosa. Lo si invoca continuamente, ma quasi sempre per gli altri. Lo si celebra nei convegni, nei programmi elettorali e nei discorsi pubblici. Lo si considera la soluzione quando si parla di tasse, di burocrazia, di lavoro o di pensioni. Ma quando la discussione riguarda le grandi banche, le assicurazioni, i centri nevralgici della finanza nazionale, il mercato diventa improvvisamente troppo importante per essere lasciato a se stesso. 

È ciò che sta accadendo in queste settimane attorno a Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca e Assicurazioni Generali. Si moltiplicano le ipotesi di riassetto e le valutazioni di mercato.

 


Banco BPM (nato dalla fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano) guarda a possibili aggregazioni nell’area MPS. Intesa Sanpaolo e BPER Banca (Banca Popolare dell’Emilia-Romagna) osservano il movimento e calibrano strategie difensive e opportunistiche.

Tra i principali azionisti figurano il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), le holding Delfin (eredi Del Vecchio) e Caltagirone, il gruppo assicurativo Unipol, il francese Crédit Agricole e grandi investitori istituzionali internazionali come BlackRock, Vanguard e Amundi, accanto a una quota diffusa di capitale globale.
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Nel caso di Monte dei Paschi di Siena (MPS) il baricentro resta il MEF, affiancato da investitori istituzionali internazionali. Su Mediobanca e Generali pesano soprattutto i due blocchi privati Delfin e Caltagirone, che rappresentano poli di influenza e di contesa strategica tra i due gruppi. In Banco BPM assume rilievo la presenza di Crédit Agricole, mentre in BPER Banca è centrale il ruolo di Unipol.





A questo punto al lettore potrebbe calare la palpebra: troppi nomi, troppe sigle, eccetera. Del resto, come detto, sullo sfondo si muovono grandi azionisti, gruppi finanziari, interessi politici e strategie industriali. Come sempre accade in questi casi, il lessico dominante è quello patriottico: dei «campioni nazionali», degli «asset strategici» e della «sovranità economica». In particolare la destra. Ma anche la sinistra non scherza.

Il patriottismo, in questi casi, diventa il linguaggio di copertura di processi molto concreti di concentrazione del potere economico: l’ultimo rifugio quando il mercato diventa una parola scomoda

L’argomento è noto: in un mondo dominato da colossi americani e cinesi servono operatori più grandi, più forti e più competitivi. Può darsi. Ma un liberale — al di là di nomi e sigle — dovrebbe porsi una domanda preliminare: questa operazione aumenta la concorrenza oppure la riduce? E dunque ragionare per concetti, non solo per il diverso peso delle cordate sopra ricordate. L’errore di tanta stampa economica è quello del romanzo, non del concetto. Che manca quasi sempre.



La questione è meno banale di quanto sembri. Da almeno trent’anni ogni grande concentrazione bancaria viene presentata come una necessità storica. Ogni fusione viene descritta come inevitabile. Ogni aggregazione come un progresso. Eppure il risultato finale è sempre lo stesso: meno operatori, meno centri decisionali autonomi, e una crescente concentrazione del potere economico.

Naturalmente non siamo di fronte a un monopolio. Ma il rischio di un oligopolio è reale: pochi grandi soggetti, sempre più grandi, sempre più interconnessi, sempre più difficili da sfidare. Il cittadino comune probabilmente non vedrà diminuire le commissioni bancarie. Le piccole e medie imprese non si troveranno improvvisamente immerse in un paradiso della concorrenza creditizia. In compenso, assisteremo alla nascita di soggetti considerati troppo grandi per fallire e troppo importanti per essere ignorati dalla politica. Non balene, ma balenotteri bolsi.

Ed è qui che emerge una seconda questione.

La destra italiana ama definirsi liberale. Quando si parla di tasse, di vincoli burocratici o di iniziativa privata, il richiamo al mercato è costante. Quando però si passa alle grandi concentrazioni finanziarie, il linguaggio cambia. Compaiono gli interessi strategici, gli asset nazionali, le regie pubbliche, la mano visibile governativa e gli immancabili campioni nazionali. Il mercato, come spesso accade nella storia italiana, viene cortesemente messo alla porta.

Non si tratta di una prerogativa esclusiva dell’attuale governo. Sarebbe ingeneroso dimenticare che analoghe tentazioni hanno attraversato governi di ogni colore. Da Prodi a Berlusconi, da Monti a Renzi, da Conte a Meloni, il capitalismo italiano è stato costantemente accompagnato, orientato, talvolta guidato da una politica convinta che alcuni settori siano troppo delicati per essere affidati alle sole dinamiche concorrenziali.

Eppure proprio qui emerge una contraddizione interessante. L’attuale maggioranza rivendica spesso una particolare fedeltà ai principi del mercato. Ma il modello che sembra prendere forma assomiglia assai più a una tradizione diversa: quella che vede nello Stato il garante di pochi grandi soggetti economici chiamati a perseguire obiettivi di interesse nazionale. E qui, il lettore — come se invece di avere davanti un articolo avesse un film — potrebbe quasi avvertire l’eco di una marcia lontana, più evocata che dichiarata: parapàparàpappappa



È una tradizione antica. Molto italiana. Una tradizione che non nasce con la Repubblica e che affonda le sue radici in una cultura politica “granitica”, quella del Mare Nostrum, per la quale l’economia deve essere organizzata, coordinata e indirizzata dall’alto. Non siamo, beninteso, nel corporativismo degli anni Trenta. La storia non si ripete mai in modo meccanico. Ma la diffidenza verso la concorrenza diffusa e la preferenza per pochi grandi interlocutori economici costituiscono un tratto ricorrente della vicenda nazionale, che nel Ventennio — dopo un iniziale approccio più aperto — si consolidò in chiave autarchica.

Per certi aspetti, viene da sorridere. Dopo il Piano Mattei per l’Africa, qualcuno potrebbe intravedere il profilo di un Piano Mattei per la finanza: pochi grandi campioni nazionali incaricati di presidiare gli interessi del Paese sotto l’occhio vigile della politica. Una scelta legittima, naturalmente. Ma definirla liberale richiede una certa elasticità semantica.


Vi è infine una quarta questione, forse la più importante. La concentrazione bancaria non significa soltanto concentrazione di capitale. Significa concentrazione di relazioni. In una società complessa il potere non risiede esclusivamente nella proprietà delle risorse economiche. Risiede nelle reti che collegano finanza, assicurazioni, grandi imprese, fondazioni, università, mezzi di comunicazione e istituzioni politiche.

Il problema non è immaginare oscure cospirazioni. Il problema è assai più semplice e, proprio per questo, più serio. Quando diminuisce il numero degli attori rilevanti, diminuisce anche il pluralismo dei centri decisionali. Si restringe la competizione tra élite (e quindi il ricambio). Si riduce la varietà delle strategie possibili. E il capitalismo tende progressivamente a trasformarsi in un sistema di relazioni stabili tra pochi soggetti reciprocamente dipendenti. 

Non è necessariamente un sistema inefficiente. Può perfino apparire ordinato. Ma la storia insegna che ordine e libertà non sono sinonimi.



Per questo la domanda decisiva non è chi vincerà il risiko tra Castagna di Banco BPM, Messina di Intesa Sanpaolo e gli altri protagonisti della partita. La domanda è un’altra: il capitalismo italiano sta diventando più aperto o più chiuso, sotto il peso delle grandi cordate che si muovono attorno a MPS, Mediobanca e Generali, con il ruolo crescente di Francesco Gaetano Francesco Gaetano Caltagirone?

Perché il liberalismo, almeno nella tradizione di Einaudi, non si preoccupava di costruire campioni nazionali. Si preoccupava di impedire che qualcuno diventasse abbastanza forte da non avere più bisogno di competere.
 

Ed è forse questo il vero paradosso dei nostri tempi. Tutti parlano di mercato. Quasi nessuno parla più di concorrenza.

Carlo Gambescia

domenica 7 giugno 2026

Sliding Doors. Quanto contano davvero gli individui nella storia?

 


Guardando il mondo di oggi, la tentazione del fatalismo è forte.

La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina continua senza una vera prospettiva di soluzione. In Medio Oriente si susseguono bombardamenti, rappresaglie e minacce di escalation. L’Iran continua a sfidare gli Stati Uniti e i loro alleati regionali. Negli Stati Uniti le divisioni politiche si approfondiscono mentre Donald Trump, tra insulti, accuse e provocazioni quotidiane, continua a occupare il centro della scena pubblica. In Europa prevalgono incertezze e divisioni. Ovunque sembra crescere la sensazione che gli eventi stiano sfuggendo al controllo.

Di fronte a questo quadro emerge spontanea una domanda: le cose sarebbero andate diversamente se alla Casa Bianca ci fosse stato un altro presidente? Se invece di Trump ci fosse stato Joe Biden, oppure un qualsiasi altro democratico? E più in generale: quanto contano davvero gli individui nella storia?

La domanda è meno banale di quanto sembri. Da oltre un secolo storici, sociologi e studiosi di metapolitica discutono sul rapporto tra strutture e leadership, tra forze impersonali e decisioni individuali.



Da una parte vi sono coloro che vedono nella storia il prodotto di grandi processi collettivi: l’economia, la tecnologia, i conflitti sociali, la demografia, gli equilibri geopolitici. Da questa prospettiva gli individui contano relativamente poco. I leader sarebbero soltanto interpreti di una sceneggiatura scritta altrove.

Dall’altra parte troviamo la tradizione che attribuisce invece un ruolo decisivo alle personalità storiche. Non soltanto ai grandi statisti, ma anche ai demagoghi, agli avventurieri, ai fanatici e ai cattivi governanti. In questa prospettiva la storia può cambiare direzione perché qualcuno prende una decisione invece di un’altra.

Entrambe le posizioni colgono una parte della verità. Nessuna delle due basta da sola.

 


Le strutture contano. Sarebbe assurdo negarlo. Ad esempio, la crisi dell’ordine internazionale nato dopo la Guerra fredda non è stata inventata da Trump. Le tensioni tra Occidente e Russia non nascono con lui. La crescita della Cina, l’egocentrismo di ampi settori della classe media occidentale, la sfiducia — a tratti infantile — verso le élite, la crisi della globalizzazione e la frammentazione dell’opinione pubblica erano fenomeni già presenti da anni. Ma riconoscere tutto questo non significa affermare che ogni sviluppo fosse inevitabile.

Le strutture delimitano il campo delle possibilità. Gli uomini decidono quale possibilità trasformare in realtà. 

Fermi restando due aspetti non secondari: gli effetti non intenzionali dell’azione umana e la presenza di alcune regolarità metapolitiche — dal ciclo politico alla continua ricostituzione del potere, ad esempio — che operano indipendentemente dalle intenzioni dei singoli. Per non moltiplicare le variabili, li lasciamo qui sullo sfondo.

Potremmo chiamarlo l’effetto Sliding Doors. Nel celebre film una porta della metropolitana si chiude oppure rimane aperta, e da quel dettaglio apparentemente insignificante nascono due vite diverse. La buona storia controfattuale ragiona in modo simile. Non immagina, come dicevamo, mondi fantastici popolati da Napoleoni dotati di armi nucleari o da Cesari con Internet. Si limita a chiedersi che cosa sarebbe accaduto se una variabile plausibile fosse cambiata. Plausibile, il lettore prenda nota.



Qui occorre distinguere tra una controfattualità cattiva e una controfattualità buona. La prima appartiene alla fantasia, quando si immaginano scenari impossibili o altamente improbabili. La seconda appartiene all’analisi storica. Che cosa sarebbe successo se Churchill non fosse diventato primo ministro nel 1940? Se Gorbaciov non fosse arrivato al Cremlino? Se nel 2024 gli americani avessero scelto un presidente diverso da Donald Trump? Va detto che, a livello di senso comune, questa plausibilità sembra un po’ andata perduta… Ma questa è un’altra storia.

Queste domande non servono a riscrivere il passato. Servono a misurare il peso delle decisioni umane.
Prendiamo proprio il caso americano.

 


Sarebbe assurdo attribuire a Trump ogni male del mondo. Le tensioni internazionali, la polarizzazione politica e il declino relativo dell’egemonia americana non dipendono da lui. Sono processi che lo precedono.


Ma sarebbe altrettanto assurdo sostenere che la sua presenza non abbia prodotto effetti specifici.
Un altro presidente avrebbe probabilmente mantenuto un sostegno più coerente all’Ucraina. Avrebbe quasi certamente conservato rapporti più stabili con gli alleati europei. Avrebbe contribuito meno alla delegittimazione delle istituzioni americane. Soprattutto, non avrebbe trasformato l’insulto permanente, il sospetto sistematico e la provocazione continua in una forma ordinaria di comunicazione politica.

La guerra in Ucraina forse non sarebbe terminata. Il Medio Oriente non sarebbe diventato improvvisamente pacifico. Le tensioni con la Cina sarebbero rimaste. Ma il clima internazionale sarebbe probabilmente apparso meno incerto, meno imprevedibile e meno dipendente dagli umori del leader della maggiore potenza mondiale.

Le strutture spiegano l’ascesa di Trump. Trump spiega il modo particolare in cui quella crisi si è manifestata.



Non stiamo parlando di dettagli marginali. Quando la principale potenza mondiale modifica il proprio atteggiamento verso alleati e avversari, le conseguenze si riverberano sull’intero sistema internazionale. Il modo in cui gli Stati Uniti hanno affrontato la guerra in Ucraina, il rapporto con la NATO, la politica commerciale e perfino il linguaggio pubblico globale sono stati influenzati dalla personalità e dallo stile politico del loro presidente.

La storia, infatti, non procede come un treno su un binario obbligato. Assomiglia piuttosto a una rete di sentieri. Alcuni percorsi sono più probabili di altri, ma raramente esiste una sola direzione possibile.

L’esempio classico è quello di Hitler. Nessuno storico serio sostiene che la crisi della Germania di Weimar sia stata creata da lui. Le condizioni economiche, sociali e politiche che favorirono l’ascesa del nazismo esistevano già. Tuttavia la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che la specifica forma assunta dal Terzo Reich non possa essere spiegata senza la personalità di Hitler. La struttura rese possibile il fenomeno; l’uomo contribuì a determinarne il carattere concreto.

 


Lo stesso ragionamento vale, con i dovuti adattamenti, per molte altre figure storiche. Senza Lenin la rivoluzione russa avrebbe avuto gli stessi esiti? Senza Churchill la Gran Bretagna avrebbe reagito nello stesso modo nel 1940? Senza Gorbaciov l’Unione Sovietica sarebbe crollata nelle medesime forme? Nessuno può rispondere con certezza. Ma il semplice fatto che queste domande abbiano senso dimostra che le leadership contano.

Anche l’Italia offre uno spunto interessante.

È possibile che molte delle difficoltà economiche e geopolitiche del Paese sarebbero emerse indipendentemente da chi sedeva a Palazzo Chigi. Tuttavia non è irrilevante che a guidare il governo sia una figura piuttosto che un’altra.

Giorgia Meloni ha indubbiamente consolidato il proprio consenso interno, puntando però su politiche divisive. Sul piano internazionale, però, il bilancio appare meno impressionante di quanto suggerisca la retorica governativa. 

 


Molta enfasi simbolica, numerosi incontri bilaterali, una costante ricerca di visibilità mediatica, ma risultati concreti relativamente modesti. L’Italia sembra talvolta oscillare tra la ricerca di piccoli vantaggi immediati e la costruzione di relazioni privilegiate con questo o quel partner, senza che emerga una vera strategia capace di accrescere il peso politico del Paese nel lungo periodo.

È legittimo domandarsi se una leadership diversa — per esempio quella rappresentata da Mario Draghi — avrebbe puntato maggiormente sul rafforzamento della posizione europea dell’Italia, sulla costruzione di alleanze stabili e su una più ambiziosa strategia internazionale. Non lo sapremo mai. Ma il fatto stesso che il confronto sia plausibile mostra ancora una volta che le persone al comando non sono intercambiabili.

La convinzione che gli individui non contino nulla è, in fondo, una forma di pigrizia intellettuale. Assolve i governanti dai loro errori e trasforma la storia in una macchina automatica. La realtà è più complessa e più interessante.

Le strutture stabiliscono il terreno di gioco. Ma le partite vengono ancora vinte o perse da uomini e donne in carne e ossa. Alcuni allargano gli spazi della libertà, della cooperazione e della pace. Altri alimentano conflitti, rancori e divisioni. Alcuni migliorano le possibilità offerte dalle circostanze. Altri le peggiorano.

Per questo il mondo non sarebbe stato identico senza Trump. Così come non sarebbe stato identico senza Churchill, senza Gorbaciov, senza De Gaulle o senza Hitler.



La storia non è un destino. Non è un binario lungo il quale viaggiamo senza possibilità di scelta.

È una lunga sequenza di Sliding Doors. Le strutture aprono le porte. Gli uomini decidono quali attraversare. E qualche volta, nel bene o nel male, da quella scelta dipende il destino di milioni di persone.

Carlo Gambescia