domenica 29 marzo 2026

No Kings in Europa: un equivoco politico

 


La manifestazione No Kings, comprensibile per gli Stati Uniti, le cui origini politiche sono antimonarchiche, non lo è altrettanto per il resto del mondo occidentale.

Si dirà: ma come, Carlo Gambescia, che un giorno sì e uno no parla di pericolo fascista, non si schiera con le masse (più o meno) che ora scendono in piazza?

In effetti, con l’eccezione americana, vediamo un regresso, cioè uno scontro, che può anche essere inevitabile, un po’ in tutto l’Occidente, ma che rappresenta un passo indietro. Rispetto a che cosa? Alla società liberale uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale, che fu il vero banco di prova dei valori nati dalle rivoluzioni democratiche: da quella inglese, passando per quella americana, fino a quella francese, e prolungatisi, per tutto l’Ottocento, nella diffusione delle rivoluzioni liberali, costituzionali e democratiche.

 Qui è però necessario introdurre una distinzione, sulla scia di François Furet, contro la lettura unitaria proposta da Albert Soboul: la modernità politica rivoluzionaria non si sviluppa come un blocco omogeneo, ma conosce al suo interno una frattura, dalla quale emergono esiti divergenti. 

 


Da un lato, quello liberale-democratico (inglese, americano e, in parte, francese); dall’altro, quello giacobino, che troverà nella Rivoluzione russa la sua più compiuta espressione antiliberale.

Le manifestazioni di ieri affondano invece le radici, almeno sul piano simbolico e culturale, in questa seconda diramazione. Non perché i partecipanti si dichiarino esplicitamente giacobini o comunisti, ma perché il linguaggio politico adottato – fortemente polarizzato, ostile alla mediazione istituzionale, incline a rappresentare il conflitto in termini radicali – richiama più quella tradizione che non quella liberale.

Storicamente, del resto, questa frattura interna alla dinamica rivoluzionaria si manifesta già nella Rivoluzione francese, quando alla fase dei diritti e delle garanzie segue una radicalizzazione che mette in discussione gli stessi presupposti del costituzionalismo liberale. È in questa tensione, più che in una continuità lineare, che va cercata la genealogia dei successivi sviluppi rivoluzionari.



Nella manifestazione di ieri, ci si riallaccia dunque, pur senza ammetterlo pubblicamente, sotto l’etichetta No Kings, a quella stessa matrice ideologica giacobino-comunista (semplifichiamo), che storicamente ha concepito la politica come rottura radicale e non come evoluzione istituzionale.

Attenzione: affermare questo non significa schierarsi dalla parte dei “re”, ma, più semplicemente, distinguere fra tradizione liberale e tradizione illiberale. Due filoni che conobbero una momentanea saldatura tra il 1939 e il 1945, di fronte alla prima vera sfida controrivoluzionaria dopo il 1789, per poi tornare a dividersi, o quantomeno a riattivare le loro tensioni originarie. Tensioni che, nonostante la dissoluzione dell’URSS, riemergono oggi anche in movimenti come il “No Kings” europeo, nei quali si possono riconoscere elementi di una tradizione che alla controrivoluzione ha sempre opposto una rivoluzione altrettanto antiliberale.

Se si osservano alcune parole d’ordine ricorrenti nelle piazze europee – per esempio la denuncia indistinta delle “élite”, il rifiuto delle istituzioni rappresentative considerate strutturalmente oppressive, l’uso di simboli e retoriche di rottura radicale, o ancora certe forme di pacifismo radicale che tendono a equiparare ogni uso della forza, senza distinguere tra aggressione e difesa – emerge un immaginario politico che difficilmente si riconduce alla cultura dei diritti e dei limiti del potere propria del liberal-democrazia, che affonda le sue radici nel liberalismo classico.



Ovviamente, su un piano pragmatico, protestare contro la svolta reazionaria mondiale è inevitabile per chiunque sostenga la causa delle libertà dei moderni. Per così dire, si può anche "marciare insieme", tuttavia, è bene sapere che i No Kings europei non parlano la lingua dei Padri fondatori americani, ma si collocano, almeno in parte, in una diversa tradizione politica, meno attenta alla limitazione del potere e più incline alla sua rifondazione radicale.

Carlo Gambescia

sabato 28 marzo 2026

La Lectio in Campidoglio. Operazione Žižek

 


Se per difendere il liberalismo bisogna chiamare Slavoj Žižek, il problema non è Žižek. È il liberalismo.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore – e anche un po’ comico, anzi diciamo tragicomico – nel fatto che a difendere l’Europa liberale venga invitato proprio lui. Non un liberale, non un costituzionalista, non un economista delle istituzioni. Ma un filosofo che da trent’anni vive di paradossi, catastrofi annunciate e scorciatoie teoriche, e che ha sempre designato nel liberalismo il nemico principale. Se questa è la linea di difesa, viene il sospetto che il paziente non stia benissimo.

Lungi dall’essere banale, la Lectio Magistralis romana di Žižek  è stata ospitata dal Comune di Roma e organizzata dal Berggruen Institute Europe, fondazione internazionale dedicata allo studio delle istituzioni democratiche e alla promozione della riflessione critica sulle sfide globali contemporanee.

Anzi, proprio perché interessante, merita di essere presa sul serio. Non per quello che propone – perché lì iniziano i guai – ma per quello che rivela: lo stato di confusione della cultura politica europea, e in particolare di quella che ancora si ostina a dirsi “liberale” – un liberalismo di sinistra, dolciastro, come contraltare a quello di destra, amarissimo, in fuga verso Trump – senza avere più chiaro cosa significhi.



Si rifletta. Il fatto che la Lectio si sia tenuta al Campidoglio, con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri a fare gli onori di casa, è emblematico. È come se si fosse voluto creare un ponte ideale tra un establishment politico in cerca di legittimazione, oscillante tra liberalismo e populismo, una importante istituzione internazionale, e un pensatore che di quel liberalismo è sempre stato un critico severo. Che dire? Operazione Žižek. E non in positivo (contrariamente alle finalità dei promotori). Insomma,  non solo un ospite prestigioso, ma quasi un simbolo delle contraddizioni stesse di chi tenta di difendere un progetto politico in confusione.
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Žižek parte da una constatazione che suona familiare: siamo in una crisi sistemica. L’eco di Antonio Gramsci è evidente: il vecchio muore, il nuovo non nasce. Ma, fedele al suo stile, rilancia: non siamo in un interregno, siamo su un treno che corre verso la catastrofe. Ecologica, tecnologica, militare. A questo punto tira fuori Walter Benjamin e la sua immagine del freno d’emergenza: la rivoluzione non come progresso, ma come tentativo disperato di fermare il disastro.



Fin qui, puro Žižek, vino intellettuale di annata. Il problema nasce quando dalla diagnosi si passa alla terapia. Perché lì il discorso si inceppa e comincia a oscillare tra apocalisse e messianismo.

Da un lato, Žižek descrive un mondo in dissoluzione, immagine condivisibile: Donald Trump come incarnazione di una barbarie populista che trasforma la politica in godimento brutale; Vladimir Putin come profeta di un autoritarismo che nega l’Illuminismo; Israele e Iran come attori di una deriva che cancella ogni residuo di diritto internazionale. Dall’altro lato, individua nell’Europa l’unico possibile argine: l’ultimo spazio capace di pensare l’universalismo, la solidarietà, una forma di politica che non sia pura forza.

Ed ecco il primo paradosso. L’Europa che Žižek difende non è quella reale – quella delle istituzioni, dei compromessi, dei vincoli – ma un’Europa ideale, quasi platonica. Un simbolo più che un sistema politico reale. Il che, detto senza giri di parole, è una posizione comoda: se la realtà fallisce, si assolve l’idea. Un po’ come per il comunismo. Punto sul quale egli tornerà nelle conclusioni della  Lectio.

Ma il problema vero è un altro. Žižek denuncia la fine del diritto internazionale, lo dichiara esplicitamente svuotato di efficacia. Poi, poche righe dopo, propone di arrestare leader globali e portarli davanti a un tribunale internazionale. Qui il corto circuito è evidente: se il diritto internazionale è morto, chi giudica? Con quale autorità? In nome di cosa?



È il riflesso tipico di una certa teoria critica, dalla Scuola di Francoforte in poi (ma si potrebbe risalire a Marx, Nietzsche e Freud, la cosiddetta scuola del sospetto): smontare le condizioni di possibilità di un ordine e, nello stesso tempo, pretendere di usarne gli strumenti. Come dire: la legge non esiste più, applichiamo la legge. È brillante, ma non regge. Anche Lenin, in fondo, non dichiarò finemente di volere impiccare i borghesi alle loro budella? Lenin, altra passione di Žižek.

La stessa ambiguità emerge quando Žižek parla dei nuovi “predatori”, figure che ricordano quelle descritte da Giuliano da Empoli (da lui citato). Leader che violano le regole per ottenere risultati. A suo avviso il caso di Nayib Bukele è emblematico: presidente del Salvador, Bukele ottiene risultati concreti nella riduzione della criminalità e nella sicurezza pubblica, ma lo fa sospendendo liberamente le regole liberaldemocratiche: arresti di massa, stato di eccezione permanente, concentrazione dei poteri.

Žižek sembra criticarlo, ma al tempo stesso lo giustifica. Dice, in sostanza: fa ciò che è necessario. In sintesi, pare di capire, esisterebbe una inevitabile deriva liberale incarnata da leader predatori come Bukele. Il lettore, però, si appunti il concetto: i leader predatori fanno ciò che è necessario. Siamo davanti a una specie di logica inevitabile delle cose.



Ed è qui che il discorso scivola su un terreno che un liberale non può accettare. Perché non siamo più alla denuncia delle degenerazioni del potere, ma alla loro normalizzazione. Il punto non è se questi leader funzionano. È che funzionano proprio perché ignorano, e in modo inevitabile, i limiti. E il liberalismo nasce esattamente per porre quei limiti, non per sospenderli quando diventano scomodi.

Ma non è tutto. Dopo aver criticato il mercato globale e denunciato la deriva autoritaria, come pure l’incapacità delle democrazie di coordinarsi, Žižek lascia cadere la parola inevitabile: comunismo. Non come modello, ma come orizzonte. È una conclusione coerente con il suo percorso, ma politicamente evanescente. Nessuna istituzione, nessun meccanismo, nessuna garanzia: solo una necessità morale. Che però tiene a galla – almeno questa è la nostra interpretazione – grazie alla stessa inevitabilità che produce il leader predatore, però questa volta a fin di bene.

Ecco l’elemento leninista del pensiero di Žižek. Nonostante la critica dell’ideologia – suo cavallo di battaglia da sempre – sul comunismo chiude un occhio: tanto peggio per i fatti… E per quale ragione? Perché è inevitabile. Žižek, ateo di fede… Come Bloch, il filosofo tedesco dell’utopia e della speranza messianica? Forse.



Ma torniamo all’“operazione Žižek”. Siamo davanti a un sintomo. Ci spieghiamo meglio: non si tratta tanto di un discorso sull’Europa, quanto di una cultura in crisi di identità, quella liberale europea, non ipnotizzata da Trump, che però, non riuscendo più a difendere se stessa con i propri strumenti, si affida a chi quei strumenti li ha sempre guardati con sospetto. Si invita un critico del liberalismo a salvare il liberalismo: Žižek. Come chiamare un piromane a spiegare l’uso dell’estintore.

Il risultato è inevitabile. Žižek difende l’Europa, sì. Difende l’Ucraina, senza ambiguità, e questo va riconosciuto. Denuncia le ipocrisie dell’Occidente e le derive autoritarie degli altri blocchi. Ma lo fa usando categorie che finiscono per svuotare ciò che pretende di salvare: universalismo senza istituzioni, decisione senza limiti, critica del mercato senza alternative praticabili. Una difesa che erode le fondamenta.

Il problema, però, non è Žižek. Fa il suo mestiere, e lo fa abbastanza bene. Il problema è chi lo ascolta come se fosse una bussola. Perché Žižek non è una bussola. È un sismografo: registra le scosse, amplifica le contraddizioni, rende visibile ciò che non funziona. Ma non indica la direzione. O se la indica va nella direzione opposta di quella liberale.

 


E una cultura liberale che scambia il rumore della crisi per una teoria della soluzione è, semplicemente, una cultura che ha smesso di pensarsi.

Carlo Gambescia

(*) Qui il disocorso integrale: https://kritica.it/tutti-gli-articoli/slavoj-zizek-e-leuropa-da-difendere-nonostante-le-sue-miserie/ .

venerdì 27 marzo 2026

Magistratura. Il rumore della politica sulla giustizia e l’assenza di cultura liberale

 


Si dirà: dettagli. E invece no. Perché la prima pagina del “Riformista” di oggi non è un dettaglio: è un sintomo. E dice molto del clima che la vittoria dei No ha reso, se possibile, ancora più velenoso.

Quella prima pagina urla “LA RAPPRESAGLIA”: procure “che tornano al lavoro”, indagini, perquisizioni, segnali letti come risposta politica a un voto. Non è solo un titolo. È una chiave di lettura patologica. Un modo “malato”, polticamente malato, di ordinare i fatti dentro una trama intenzionale: qualcuno reagisce, qualcuno colpisce, qualcuno manda messaggi.

Attenzione. Non parliamo di “Libero”, “La Verità”, “Il Giornale”, della corte dei miracoli massmediatica targata destra. Ma di un quotidiano, ripetiamo, che si dice, di nome e di fatto, “riformista”, e che desidera – almeno sulla carta – parlare al mondo, cioè, a tutti. Evitando di sollecitare gli istinti peggiori dell’elettore. O del votante, in caso di referendum,  secondo la precisazione dell'ottimo professor Prisco, costituzionalista (*). 

E invece pare proprio che non sia così.



La cosa è grave perché è esattamente qui che si misura l’assenza di una cultura liberale. La vera malattia della vita pubblica italiana.

Perché una cultura liberale — se esistesse davvero nel nostro dibattito pubblico — imporrebbe una disciplina elementare: distinguere tra fatti e interpretazioni, tra atti e intenzioni, tra coincidenze e disegni. Invece, da almeno trent’anni, facciamo il contrario. Prendiamo sequenze di eventi e le trasformiamo in romanzi. E quei romanzi, puntualmente, diventano armi politiche. O per meglio dire, romanzi criminali.

È un difetto antico, che viene da quella stagione che abbiamo imparato a chiamare Tangentopoli, quando l’azione giudiziaria, a torto o a ragione, si trasformò, per una parte dell’opinione pubblica, in surrogato della politica. Prosegue lungo tutto il ciclo berlusconiano, con la politica percepita sotto assedio che reagisce delegittimando la magistratura. 

Giorgia Meloni, in questo gioco di specchi, somiglia a Roxy Hart di "Chicago", grande musical e  grande pellicola: non la protagonista della storia, ma la ventriloqua del suo avvocato Berlusconi, portata alla ribalta dalle dinamiche che la precedono, più che dalla sua personale iniziativa. Come nella scena musicale del film, il jazz e i riflettori trasformano scandalo e ambizione in applausi, creando una ribalta che non sempre corrisponde al merito reale.



Da allora, il copione non è mai cambiato davvero. Come detto, si è solo aggiornato nei toni. L’ultima prova è stata la battaglia referendaria, tramutata in uno scurrile e violento scontro ideologico, quelle situazioni tremende in cui "l’osservatore- cittadino", diciamo così,  è chiamato a scegliere tra due mali. Nel caso italiano, paradossalmente, il No ha rappresentato il male minore: era il voto che, tra mille limiti, difendeva meglio l’indipendenza della magistratura, esponendosi a critiche e fraintendimenti, piuttosto che cedere alla volgare retorica del “partito dei giudici”.

Del resto oggi siamo al punto in cui ogni inchiesta che sfiori la politica viene immediatamente caricata di un significato sistemico. Non è più un’indagine: è un grido di battaglia. Non è più un fatto: è una trama. E così tutto diventa “rappresaglia” o “resistenza”, a seconda del lato da cui si guarda.



Ma qui sta il nodo: questa lettura permanente in chiave intenzionale non è segno, come spesso si legge sulla stampa di sinistra, di “vigilanza democratica” È il sintomo di una cultura liberale debole, a destra come a sinistra e addirittura al centro, come nel caso del “Riformista”. E il suo contraltare — speculare e opposto — è altrettanto dannoso: vedere nella magistratura un potere salvifico, immune da limiti e da errori.

Una cultura liberale matura e diffusa farebbe tre cose molto semplici, e proprio per questo rarissime nel nostro dibattito pubblico.

Primo: distinguere. Separare i fatti dalle interpretazioni. Le procure indagano, talvolta bene, talvolta male: è il loro mestiere. Non ogni coincidenza temporale implica un disegno politico. Pensarlo sistematicamente significa trasformare la complessità in sospetto organizzato. In presunzione ideologica di colpevolezza politica. Ma delle magistratura.

Secondo: evitare l’idolatria. Difendere le istituzioni senza trasformarle in feticci. I magistrati non sono né sacerdoti della verità né congiurati permanenti. Sono funzionari pubblici, con poteri rilevanti e limiti umani: idee, convinzioni, persino pregiudizi. Come tutti.

Il punto non è negare questa cosa, ma costruire regole e prassi che tengano insieme autonomia e responsabilità. Senza però cedere alla tentazione opposta: quella di politicizzare ogni eccesso. Diciamolo senza ipocrisie: una democrazia liberale matura è disposta, entro certi limiti, persino a sopportare un’ingiustizia, pur di preservare un principio più grande: l’indipendenza del potere giudiziario. Perché un giudice subordinato alla politica sarebbe un male peggiore, per tutti: amici e nemici dei giudici.



Terzo: chiedere alla politica un passo indietro. Non significa arrendersi alla magistratura, ma sottrarle il palcoscenico. Significa smettere di trasformare ogni indagine in un caso politico nazionale. Quando ogni avviso di garanzia diventa una battaglia simbolica, quando si mobilitano retoriche dell’intransigenza difensiva prima ancora di conoscere i fatti, il messaggio che passa è semplice e devastante: non fiducia nelle regole, ma conflitto permanente tra poteri, e di quelli dissolutivi del sistema.

Eppure la via d’uscita sarebbe, ancora una volta, semplice, e proprio per questo politicamente costosa: restituire le indagini alla loro dimensione tecnica e la politica alla sua responsabilità autonoma. Perché il paradosso italiano è tutto qui: mentre si denuncia il “partito dei giudici”, lo si alimenta continuamente, caricando ogni atto giudiziario di un peso politico che da solo non avrebbe.

Una cultura liberale degna di questo nome farebbe l’opposto. Ridimensionerebbe. Raffredderebbe. Non per difendere la magistratura in quanto tale, ma per difendere l’equilibrio tra i poteri, cioè il cuore dello stato di diritto.

Il problema è che la misura, in politica, rende meno. Fa meno rumore. E il rumore, oggi, è diventato la vera moneta del consenso. Basta guardare, su scala globale, a modelli che spingono apertamente verso l’asservimento dei giudici al potere politico. Si pensi solo a personaggio terrificante come Trump. Mentre per Putin, Xi e altri dittatori il problema neppure si pone...

 


Finché non si rompe questo circuito italiano — costruito negli anni, sedimentato nelle abitudini, interiorizzato nel linguaggio — continueremo a oscillare tra due caricature ugualmente sterili: il giudice eroe e il giudice nemico. La giustizia, ora cattedrale laica, ora — con sorprendente disinvoltura — ridotta a tana ideologica d’epoca, tra fantasmi di “Lotta continua” e “Potere operaio”.

Nel frattempo, la cultura liberale resta sullo sfondo: evocata, raramente praticata.

E senza cultura liberale, non c’è equilibrio tra i poteri. C’è solo rumore. E il rumore, alla lunga, non governa: logora.

Carlo Gambescia 

(*) Qui: https://www.metropolisweb.it/2026/03/26/referendum-professor-prisco-riforma-scritta-male-responsabilita-del-centrodestra/ 

giovedì 26 marzo 2026

Il declino del senso della misura (la Santanchè come pretesto)

 


C’è qualcosa di curioso, quasi comico — se non fosse rivelatore — nel modo in cui si è parlato delle “dimissioni” di Daniela Santanchè. Solita telenovela. Come se regista occulto del discorso pubblico italiano fosse diventato Cristiano Malgioglio, abbracciato a Zia Mara: parrucconi, acconciature verticali, cuore in lacrime finte. Tutto molto simpatico, divertente, persino commovente. Ma solo sul “palgo”.

Nel giro di poche ore, il discorso pubblico è oscillato tra due poli opposti: da un lato il Paese sull’orlo del baratro istituzionale, dall’altro il festival della battuta, del meme, della spiritosaggine facile. E non solo sui social: si vedano anche i giornali. “Il Foglio”, ad esempio, sembra ormai indulgere troppo spesso a toni che sacrificano l’analisi a un'arguzia, fin troppo facile:  (Santanchè), “Che la mia cipria ricada su di voi”…  Battute in fondo  non degne di un quotidiano, che si dice di opinione.

Nel mezzo, il vuoto.



Non è solo un problema di stile. È un problema di senso della misura.

Che non è — sia chiaro — moderazione tiepida o equidistanza da salotto buono, né furba scelta mimetica travestita da saggezza popolare. È qualcosa di più esigente: la capacità di proporzionare il giudizio ai fatti, di distinguere tra ciò che è grave e ciò che è solo rumoroso, tra ciò che merita analisi e ciò che merita, al massimo, una scrollata di spalle. L’Italia che soffre: “Mi fa quattro pizze tonno e cipolla”. E quella del presunto rigore della funzione pubblica: “Conosci qualcuno in tribunale?”. Insomma, si piange con un occhio solo.

Il punto è che questo senso della misura non è semplicemente in crisi: è stato progressivamente espulso dal discorso pubblico.

E non per caso.

Il senso della misura è, in fondo, una virtù liberale. Non nel senso partitico, ma culturale: il liberalismo come etica del limite. Limite al potere, alla spesa, ma anche — e soprattutto — al linguaggio. Dire solo ciò che è sostenibile, proporzionato, verificabile.



Non stupisce allora che, venendo meno quella cultura, si sia smarrita anche la misura. Basta guardare come, nel tempo, sono state raccontate e utilizzate le opere pubbliche.

Nel liberalismo classico, l’opera è necessaria: si fa se serve, nei limiti delle risorse, con uno sguardo al lungo periodo. Nessuna ostentazione, nessuna retorica salvifica.

Con il Fascismo, il quadro cambia: l’opera pubblica non deve più solo servire, deve impressionare. È dimostrazione di forza, scenografia del potere. La misura, semplicemente, non è prevista.

La Democrazia Cristiana riporta il sistema su binari più pragmatici: si costruisce molto, spesso utilmente, ma anche dentro una logica di consenso. La misura c’è, ma negoziata, intermittente.



Anche il Centrosinistra degli anni Sessanta spinge sull’intervento pubblico e sulle infrastrutture: una fase espansiva, certo, ma ancora orientata a fini leggibili — modernizzare il Paese più che impressionarlo.

Con Bettino Craxi si apre una fase diversa. L’opera pubblica resta strumento di modernizzazione, ma si carica di un elemento ulteriore: il decisionismo come valore. Non basta più fare, bisogna mostrare di saper fare — e farlo rapidamente. La misura non scompare, ma si comprime.

Con Silvio Berlusconi, questo slittamento si compie: l’opera pubblica diventa soprattutto racconto. Più promessa che realizzazione, più immagine che infrastruttura. Non è l’eccesso materiale a dominare, ma quello simbolico: la misura si perde nella comunicazione.

Negli anni Dieci del nuovo secolo, il centrosinistra e i grillini hanno giocato sul terreno delle opere pubbliche: qualche infrastruttura reale, tante promesse e “slide di powerpoint”. Con l’apporto dei cosiddetti professori, tutto doveva sembrare rigoroso, ma spesso restava più estetica che sostanza. E la misura? Sempre sospesa tra ideologia e spettacolo. Magari salveremmo Monti. E in fondo anche Draghi. Altro stile rispetto a un La Russa…



E con il Presidente del Senato che ieri ha usato la “famiglia nel bosco” come faceva Mattei con i partiti-taxi, arriviamo all’oggi.

Da un lato, la stagione del PNRR: una mobilitazione straordinaria di risorse che, sotto la pressione dell’emergenza, tende a dilatare la nozione stessa di “necessario”. Tutto è prioritario, quindi nulla lo è davvero.

Dall’altro, il ritorno ciclico di opere-bandiera come il Ponte sullo Stretto di Messina: non tanto progetti da valutare, quanto simboli da esibire. Più che infrastrutture, marcatori identitari. Il richiamo al decisionismo — da Mussolini a Craxi — riaffiora, in forme diverse, a destra come a sinistra. Chissà perché proprio con Giorgia Meloni? Ultimo corso, prima dello scioglimento, allievi ufficiali politici di complemento, Scuola di Guerra di via della Scrofa, n. 39, 00186 Roma: intitolato a Giorgio Almirante.

Il filo che tiene insieme queste trasformazioni è sempre lo stesso: quando c’è misura, le opere servono; quando la misura salta, le opere diventano tutto.



E lo stesso accade nel discorso pubblico.

Oggi si parla per segnali, non per proporzioni. Si alza il tono per esistere, non per chiarire. Si passa senza soluzione di continuità dalla tragedia alla barzelletta, dalla denuncia apocalittica alla battuta da cabaret.

Un osservatorio perfetto di questa deriva è Facebook. Lì convivono — spesso nello stesso spazio — analisi che si pretendono profondissime e battute che non pretendono nulla. Il risultato, però, è lo stesso: appiattiscono le differenze, rendono tutto equivalente, consumano il senso delle proporzioni. Un tempo si chiamava qualunquismo. In questo modo si finisce per erodere il liberalismo nel nome di un libertarismo nichilistico. Petroliniano: come Petrolini che, malato grave, al medico che lo trovava meglio rispose: “Bene, così morirò contento”.

Ridiamo di tutto, ci indigniamo per tutto. E così, lentamente, smettiamo di distinguere.

A questo punto, però, una precisazione è necessaria. Perché la perdita del senso della misura viene spesso attribuita — con una certa superficialità — al capitalismo.

È una lettura comoda, ma sbagliata.

 


Il capitalismo, nella sua logica più elementare, è tutt’altro che culto dell’eccesso: è calcolo, selezione, responsabilità. Vive di proporzioni, non di iperboli. Senza misura, non produce sviluppo: produce bolle, sprechi, crisi.

Se oggi il senso della misura appare fuori mercato, non è perché il capitalismo lo abbia eliminato. È perché attorno al capitalismo — nella politica, nei media, nel discorso pubblico — si è sviluppata una sua versione spettacolarizzata: una teatralizzazione in cui tutto deve apparire eccezionale, urgente, definitivo.
Non è il capitalismo a essere senza misura. È il modo in cui lo raccontiamo — e lo usiamo politicamente — ad averla smarrita.

Il punto, allora, non è rimpiangere un’età dell’oro che probabilmente non è mai esistita. È capire che il senso della misura non è un riflesso automatico della democrazia: è una conquista culturale fragile, che va continuamente difesa.

E qui il nodo torna all’incipit: alla “cipria della Santanchè”.

Senza una cultura liberale del limite — del “quanto basta”, del “solo ciò che serve”, del “nei confini del possibile” — la misura non regge. Tra l’altro tema einaudiano per eccellenza. Sicché il limite si trasforma prima in eccezione, poi in nostalgia, infine in fastidio. E di conseguenza una figurina della Santanchè vale quanto un  figurina, per dire, della Boldrini... 



Perché la misura, diciamolo, è scomoda: non entusiasma, non polarizza, non fa spettacolo.

Ma è l’unica che permette di distinguere davvero. E senza distinzioni, non c’è giudizio. Senza giudizio, non c’è politica. Liberale.

Carlo Gambescia

mercoledì 25 marzo 2026

Post-referendum. Segnali di vita

 


C’è un momento — ed è sempre meno retorico di quanto sembri — in cui le parole d’ordine smettono di fare scena e cominciano a fare danni. Giorgia Meloni ora ne sa qualcosa. Ma non è di un Presidente del Consiglio, che non ha mai partecipato alla cerimonia annuale delle Fosse Ardeatine, che oggi desideriamo parlare. Ma di altro. Che cosa? 

Per dirla con il grande Franco Battiato, “Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire/Le luci fanno ricordare/Le meccaniche celesti/Rumori che fanno sottofondo per le stelle/Lo spazio cosmico si sta ingrandendo/E le galassie si allontanano”.

Forse il Maestro intendeva qualcosa di più profondo, però ci si conceda una piccola licenza metapolitica.

E quali sarebbero le “luci”?

Il voto referendario le ha messe in mostra: parole come “sovranità”, “popolo”, “decisione” scendono dal palco e si mettono giacca e cravatta, diventano norme, procedure, architetture istituzionali. Tradotto: diventano realtà. E lì, improvvisamente, il consenso si fa meno generoso, più selettivo, più sospettoso. In una parola: adulto. Nonostante una campagna urlata. O forse proprio perché urlata.



Il referendum va letto anche così. Non solo come derby tra tifoserie — anche se la politica italiana, si sa, preferisce sempre la curva Sud alla biblioteca — ma come un segnale metapolitico: uno di quelli che non fanno rumore, ma che potrebbero spostare gli equilibri.

Per quattro anni il sovranismo sembra aver funzionato abbastanza bene come linguaggio. Semplice, evocativo, quasi terapeutico: prometteva di rimettere il volante nelle mani “del popolo”, di chiudere con i vincoli esterni, di restituire alla politica il primato perduto. Una retorica potente. Anche in Europa. E che ora con Trump sta spadroneggiando negli Stati Uniti. Che però fa paura e per questo riflettere. Ovviamente in chi abbia la testa per riflettere.

Perciò potrebbe arrivare il conto. Perché nasce il problema, che non è solo quello del “sovranismo realizzato”, ma di ogni progetto di governo quando da linguaggio deve diventare macchina operativa, regole del gioco. Non si è più all’opposizione del mondo: si deve procedere alla sua razionalizzazione governativa. E razionalizzare, trasformare l’ideologia in macchina, per presentare la macchina come razionalizzazione dell’ideologia, è molto più complicato che protestare, perché fa prendere meno voti.

Guardiamo all’estero. La torsione della democrazia americana imposta da Donald Trump e l’emergere di modelli sempre più autoritari in Europa orientale ci mostrano cosa succede quando il paradigma sovranista (o se si preferisce criptofascista) si prende tutto lo spazio che può. Non è più questione di intenzioni, ma di effetti: equilibrio dei poteri, autonomia delle istituzioni, ruolo delle garanzie. Insomma, tutte quelle cose noiose che però impediscono alla democrazia di diventare un monologo. Con buona pace dei sovranisti.

 




Ed è qui che scatta qualcosa di interessante. Chiamiamolo, senza troppa fantasia ma con una certa precisione, “riflesso liberal democratico”. Una parte dell’elettorato — minoritaria, silenziosa, spesso istruita (sì, esiste ancora) — smette di chiedersi “da che parte sto” e comincia a chiedersi “che succede se questa roba passa davvero?” Nei giorni scorsi abbiamo parlato di 400.000 persone come le uniche in grado di votare con cognizione di causa (1). Ebbene potrebbe essere di più.

Potrebbe essere in atto un cambio di posizione notevole. Meno richiamo identitario, più attenzione alle conseguenze delle decisioni politiche. Meno slogan, più soglie di rischio. Non è eroico, non è epico, ma è terribilmente razionale. Ed è probabilmente questo che abbiamo visto nel voto: non una rivolta, ma un rallentamento. Un “andiamoci piano”.

Il 69% degli elettori ha dichiarato che sulla propria decisione di voto ha pesato di più il giudizio nel merito della riforma, contro il 28% che ha agito con la volontà di dare un segnale politico. Va anche riconosciuto che la componente di voto politico è però più marcata tra chi ha votato No (34%) rispetto agli elettori del Sì (21%). A questo si aggiunga che una larga parte dei giovani — incluso il 61% degli elettori tra i 18 e i 34 anni — ha votato No contro la riforma della magistratura (2).

Ora dare una riposta definitiva se si tratti o meno di voto riflessivo – diciamo liberal-democratico – resta difficile dire.

Però tra il “conservatorismo costituzionale”, puro e semplice, e la “prudenza liberale”, attenta alle rispetto delle regole del gioco, come l’ equilibrio tra i poteri, sembra aprirsi uno spazio che potremmo chiamare di realismo civico-liberale: una zona di prudenza critica in cui l’elettore non segue né l’onda emotiva né l’ideologia di partito, ma valuta le conseguenze istituzionali delle proprie scelte.



In altre parole, non si tratta semplicemente di conservatorismo per inerzia né di attivismo progressista: è un atteggiamento che pesa i rischi di sbilanciare equilibri consolidati, di minare controlli e contrappesi, e agisce come una sorta di assicurazione sul buon funzionamento del sistema liberal-democratico. In questo senso, anche il voto No dei giovani può essere letto non solo come dissenso social, diciamo “post-grillino”, come frettolosamente liquidato oggi da Giuliano Ferrara. Ma come manifestazione di una responsabilità civica “riflessiva”, che privilegia la stabilità e la tutela delle regole rispetto a spinte ideologiche o slogan immediati.

Diciamo pure bicchiere mezzo pieno. Perché sembra comunque emergere qualcosa di più semplice e, se vogliamo, di più nobile: una cautela metapolitica, nel senso di una preoccupazione per il sistema liberal-democratico come fatto sistemico. Ripetiamo:  forse qualcosa si muove, forse siamo più di quattrocentomila.

Pertanto il punto non è stabilire chi ha vinto. È capire cosa è successo sotto la superficie. E sotto la superficie si è mosso qualcosa: un elettorato che distingue tra il fascino della parola e il peso delle sue conseguenze, cioè della sua razionalizzazione. Che non si fa incantare facilmente quando la politica passa dalla poesia alla prosa dei governi.



In sintesi: sembra che il sovranismo, o criptofascismo, quando resta slogan, divida. Quando invece diventa ingegneria istituzionale, seleziona. E — dettaglio non irrilevante — spesso perde pezzi per strada.”
 

Resta la domanda finale, quella che brucia più delle altre: chi intercetta questo elettorato? 

La sinistra? Difficile, se continua a parlare una lingua che questo elettore non riconosce più come propria. 

Una nuova offerta liberal democratica? Possibile. Ma al momento, più che una forza politica, sembra una categoria dello spirito. E di pochi, per giunta litigiosi.

E qui il paradosso, molto italiano: esiste una domanda senza offerta. Un elettorato senza casa. Che vota più per evitare un esito che per costruirne uno.

Segnali di vita, sì. Ma anche — per restare sobri — segnali di solitudine politica.

Carlo Gambescia

 

(1) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/quanti-elettori-avranno-davvero-letto.html .

(2) Qui: https://www.youtrend.it/2026/03/23/referendum-giustizia-2026-risultati/ . Per i risultati definitivi: https://elezioni.interno.gov.it/risultati/20260322/referendum/scrutini/italia/01 .

martedì 24 marzo 2026

Non per virtù, ma per paura: così il No ha fermato (per ora) la deriva italiana

 


Subito due cose.

La prima è che è stato respinto un tentativo di dividere e ricondurre la magistratura sotto l’ala del governo.

La seconda è che questa destra, legata, bene o male, a Trump, fa paura agli italiani. Cosa che non è affatto sbagliata.

Che poi tutti coloro che hanno votato  No – tra i quali il sottoscritto – siano sinceri difensori della democrazia liberale, della divisione dei poteri, dello Stato di diritto, è un altro discorso.

Lo dimostra un Landini che esalta la democrazia diretta come base di ripartenza per un governo delle sinistre in stile fronte popolare. Ma lo stesso vale anche per il fronte del Sì, come prova Belpietro, che ringhia contro la Repubblica delle toghe rosse, facendo di tutta l’erba un fascio.



Ovviamente, quei giudici – pochi, per la verità – che cantano “Bella Ciao” per celebrare la vittoria del No non aiutano.

Ma così è.
 

Fermo restando che è sempre meglio qualche “toga rossa” che una magistratura requirente asservita all’Esecutivo. L’equilibrio dei poteri vale “Bella Ciao”,  che poi è anche un bel canto di libertà. Parere personale.

Dicevamo di Trump.

Il suo liberalismo delinquenziale – e lo diciamo da liberali convinti – ha fatto paura agli elettori italiani. Nonostante i silenzi del TG1, vedere giudici in manette, oppositori democratici uccisi in mezzo alla strada, migranti trattati come lebbrosi politici, il disimpegno verso l’Ucraina, le carezze a Putin e, infine, guerre e bombe a piacere, ha prodotto nell’elettore italiano – almeno da gennaio, quando il Sì era in vantaggio – il tipico dietrofront.



Di fronte a quello che per alcuni può chiamarsi il “sovranismo realizzato” dell’alleato americano di Giorgia Meloni, e per altri un fascismo – sia pure di nuovo conio – di nuovo in marcia come il Golia di Borgese, una parte dell’elettorato ha reagito.

E dato che in Italia in qualche famiglia si ricorda ancora il nonno, il fratello del nonno, il primo amore della nonna, esiliati o morti nel gelo in Russia, ci si è chiesti: “Ma questa  - Giorgia Meloni -  che dice che il fascismo è roba vecchia – non è che invece abbia interessi in ditta?”
Di qui la vittoria del No, contro quelli che – nei fuori onda – sostengono che Mussolini abbia fatto anche cose buone.



Ora, cosa accadrà?

È inutile farsi illusioni su possibili alternative liberali. Il Paese è diviso: circa 15 milioni di No contro 13 milioni di Sì. Si parla di una differenza di 2 milioni di voti. Ed è accomunato, sul piano politico, da un comune e odioso lessico populista, che vede una destra autoritaria, e per alcuni con propensioni fasciste, combattere contro una sinistra giustizialista, e viceversa.

Perché, si badi bene, molti a sinistra continuano a vedere nel giudice un amico del popolo, in stile Marat. Il che, con l’equilibrio dei poteri, non c’entra nulla.

Però, ripetiamo – cosa che la destra fatica a capire per vizioso  riflesso anticomunista – un pugno di toghe di sinistra val bene la messa della separazione dei poteri. Li si lasci pure inneggiare alla “Costituzione più bella del mondo”: l’importante è che i poteri restino separati. E se lo prescrive la Costituzione - come è  -  la Carta è bella anche per noi. Che avremmo voluto una Repubblica  - articolo 1 -   fondata sulla libertà. 



In questo contesto storico e politico, discutere di un anno di governo in più o in meno è cosa secondaria. Può avere un senso solo rispetto a una questione di fondo: la riforma elettorale caldeggiata dalla destra, che penalizza la sinistra e punta, in chiave maggioritaria, al rafforzamento dell’Esecutivo, almeno in Parlamento.

Meloni probabilmente andrà avanti, proprio per evitare che, sulla scia del fallimento referendario, possa perdere le elezioni del 2027. Si tratta di legge ordinaria e in Parlamento ha i numeri per farla passare. Fermo restando che la Corte costituzionale può annullare una legge elettorale se viola rappresentanza, uguaglianza del voto o ragionevolezza. E questa cosa, che alla destra non entra in testa, si chiama stato di diritto.

Quindi il governo deve sopravvivere almeno fino all’approvazione di una nuova legge elettorale favorevole alla destra. 

Disunirsi, in questo momento, significa perdere le elezioni. Quindi obtorto collo la Meloni, seppure politicamente azzoppata (ha interrotto la striscia vincente), va sostenuta dai suoi per ragioni di sopravvivenza.  O almeno così dovrebbe essere.  Il suicidio politico talvolta è all'ordine del giorno.



Ovviamente, la sinistra – che, anche se non lo dice, strizza l’occhio a una sorta di fronte popolare, peraltro rissoso – non è assolutamente pronta a governare in chiave riformista.

Questa mattina la sinistra è euforica come certi studenti di medicina che, al quarto tentativo, superano l’esame di anatomia patologica: "Miracolo, miracolo!"

Come si intuisce, e non da oggi, manca una vera alternativa liberale.

Per inciso, coloro che scorgono nella vittoria del No un risveglio degli elettori liberali di Forza Italia e della Lega prendono un grosso granchio: si tratta invece di un curioso mix di populismo giudiziario e di eredità, ora contestata, del “povero nonno”, il Cavaliere Silvio Berlusconi. Di cui però si evita di togliere il ritratto che tuttora troneggia in sala da pranzo: “Aveva i suoi difetti, ma era tanto bravo”…

Probabilmente i veri liberali, amici sinceri della separazione dei poteri – come chi scrive – si sono dovuti turare il naso e saltare contro Nordio, all’insegna dell’imbecille “chi non salta, eccetera eccetera”.

E di questo abbiamo vergogna.

Ma una vergogna più grande dovrebbe averla chi, in nome di un malinteso realismo politico, continua a legarsi – direttamente o indirettamente – a modelli come quello trumpiano.

 


Perché, alla fine, è proprio lì che il cerchio si chiude: un elettorato che magari non è liberale, che magari è contraddittorio, che magari canta “Bella Ciao” senza crederci fino in fondo, ma che, messo davanti all’idea concreta di un potere senza contrappesi, ha detto no.

Non per virtù. Per paura. E, in questo caso, è stata una paura salutare.

 

Carlo Gambescia

lunedì 23 marzo 2026

Quel 46 per cento… Vince chi urla di più: il vero esito del referendum

 


Non c’è da gioire sul dato di ieri sull’affluenza: un 46 per cento. E per una ragione molto semplice: è una classica vittoria di Pirro.

Perché, cari lettori, qual è il vero obiettivo di questo referendum? Certo, una grande affluenza. Ma in che senso? Misurare la capacità di mobilitazione delle masse elettorali. Una battaglia brutale, a colpi dei più volgari slogan, per spingere l’elettore a uscire di casa e andare a votare. Mai come in passato, questo è lo scopo, neppure troppo nascosto, di una destra e di una sinistra sempre meno liberali e sempre più inclini a una torsione plebiscitaria.

Il fatto nuovo, soprattutto degli ultimi trent’anni, è che questo voto sembra premiare non idee o ragioni, ma soltanto chi sa farsi sentire di più. La campagna elettorale ha raggiunto livelli non comparabili con quelli del passato. Siamo davanti a un unicum. E questo non è un segnale di vitalità democratica: è il rumore che copre la sostanza. Siamo davanti a una vera svolta. Ovviamente negativa.







Va anticipato che l’istituto del referendum — ammesso e non concesso che sia pienamente compatibile con la democrazia liberale — si presta facilmente a deformazioni plebiscitarie, soprattutto in contesti poveri di informazione e ricchi di propaganda. Più che uno strumento di decisione razionale, diventa così un amplificatore dello scontro ideologico: una vera e propria democrazia degli urlatori.

Tanto più se, come mostrano i nostri calcoli (*), solo una quota estremamente ridotta dell’elettorato dispone davvero degli strumenti culturali e informativi per orientarsi consapevolmente: nell’ordine di più o meno 400 mila individui su circa 50 milioni di aventi diritto. In queste condizioni, la qualità della decisione non può che cedere alla forza della mobilitazione.

I partiti lo sanno benissimo e forzano la mano. Giocano sporco. Di qui il ricorso sistematico agli insulti, alle scene madri, all’appello ai riflessi più bassi dell’elettorato.



Si chiama democrazia emotiva.E non è un incidente. È il riflesso di un clima più generale.

La nostra società — al di là delle retoriche sulla “cura” e sul “siate bravi” — resta profondamente permeata da una estetica della violenza: una violenza innanzitutto simbolica, diffusa, normalizzata, resa quasi invisibile dalla sua continua esposizione.

Basta guardare alla produzione culturale di massa. Anche opere nate sotto il segno dell’ambiguità e del chiaroscuro vengono piegate a una logica di intensificazione emotiva e spettacolare. Il recente adattamento televisivo di un romanzo di Tobino ne è un esempio: non più introspezione, ma deformazione, fino a lambire il registro horror. Non è un dettaglio: è il segno di un immaginario che, per catturare attenzione, deve alzare costantemente la soglia della tensione.



È la stessa logica che ritroviamo nella politica.

Una violenza diffusa, molecolare, che attraversa i rapporti quotidiani — spesso proprio nei contesti più fragili — e che contribuisce a creare un clima pubblico vulcanico. Ma con una particolarità: è una violenza senza rischio.

Ed è qui che il discorso si allarga. Perché gli stessi leader che, sul piano interno, alimentano un linguaggio da guerra civile simbolica, sul piano internazionale mostrano spesso un atteggiamento opposto. Il registro cambia: dalla spavalderia si passa alla cautela, quando non al silenzio.

Non è un caso isolato, ma una dinamica ricorrente: la retorica aggressiva funziona soprattutto dove non costa nulla.
 

In questo senso, è esemplare il caso della leader giapponese rimasta sostanzialmente silente di fronte alla pesante ironia di Trump sull’attacco a Pearl Harbor — un po’ come fare una battuta sull’11 settembre a un americano seduto accanto.
Episodi analoghi hanno riguardato anche altri leader europei.



Detto alla buona: forti con i deboli, deboli con i forti. Una dinamica che si riflette, amplificata, anche nella politica interna: si urla contro il vicino e si tace davanti al potente. Una violenza senza rischio, che compensa con l’eccesso verbale la propria irrilevanza.

Limiti della liberal-democrazia?

Più semplicemente, limiti umani. L’uomo è antico. E non è una scoperta recente che, quando il popolo decide senza filtri, la linea di confine tra democrazia e demagogia tende a dissolversi rapidamente. Il liberalismo, semmai, è stato il tentativo moderno — sempre fragile — di contenerne gli effetti.



Quel 46 per cento di affluenza registrato ieri sera — elevato rispetto a consultazioni referendarie recenti e significativo anche se confrontato con le ultime politiche — indica già un vincitore implicito: la logica della mobilitazione urlata.

Per questo, al di là dell’esito tecnico del referendum, il vero risultato è già scritto: non conterà chi ha ragione, ma chi ha gridato di più.

E ogni volta che accade, la democrazia liberale perde un pezzo, senza che quasi nessuno se ne accorga.


 


Perché il passaggio non è improvviso, ma graduale: prima si alza la voce, poi si abbassa il livello, infine si smette di distinguere.

E a quel punto, non resta più molto da difendere.

 

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/quanti-elettori-avranno-davvero-letto.html .