lunedì 1 giugno 2026

Se ottant’anni vi sembran pochi: il paradosso della Repubblica italiana (e delle Repubbliche)

 


Domani è il 2 giugno, Festa della Repubblica. Ottant’anni di vita.

Tuttavia ogni generazione italiana sembra convinta di vivere la crisi definitiva della Repubblica. È successo negli anni del terrorismo, durante Tangentopoli, nella crisi finanziaria del 2011, perfino durante la pandemia e oggi, nell’epoca della polarizzazione aggressiva e permanente. Eppure una domanda storica merita di essere posta: quanto durano realmente le moderne repubbliche?

L’interrogativo è meno banale di quanto sembri. L’opinione comune sembra abituata a considerare la repubblica come una forma politica naturale e stabile. La storia moderna, diciamo postcostituzionale, suggerisce invece il contrario. Se osserviamo gli ultimi due secoli, scopriamo che la regola è la fragilità; la durata rappresenta l’eccezione.

La Francia costituisce forse il laboratorio più istruttivo. Dalla Rivoluzione del 1789 a oggi ha conosciuto cinque repubbliche, due imperi, restaurazioni monarchiche e regimi autoritari. La Prima Repubblica, nata nel 1792, sopravvisse appena fino al 1804, quando Napoleone si proclamò imperatore. La Seconda Repubblica durò soltanto quattro anni, dal 1848 al 1852. La Terza Repubblica riuscì invece a resistere per settant’anni, fino alla sconfitta militare del 1940. La Quarta Repubblica ebbe vita assai più breve, dal 1946 al 1958, logorata dall’instabilità politica e dalle guerre coloniali. Solo la Quinta Repubblica, fondata da Charles de Gaulle nel 1958, ha garantito una continuità istituzionale che dura ancora oggi.



Anche la storia spagnola appare significativa. La Prima Repubblica sopravvisse meno di un anno, tra il 1873 e il 1874. La Seconda Repubblica, proclamata nel 1931, si concluse nel 1939 con la vittoria franchista nella guerra civile. Dopodiché si dovette attendere la morte di Franco e gli anni della transizione democratica: le prime libere elezioni si ebbero nel 1977, la nuova Costituzione nel 1978.

Il Portogallo offre una vicenda non meno istruttiva. La Prima Repubblica, nata nel 1910, si presentò come un grande progetto di modernizzazione liberale e laica. Tuttavia non riuscì a consolidarsi e nel 1926 cedette il passo alla dittatura militare dalla quale sarebbe poi emerso il lungo regime di Salazar. Soltanto con la Rivoluzione dei Garofani del 1974 il Paese sarebbe tornato alla democrazia.

Nell’Europa centrale il destino delle repubbliche fu spesso ancora più accidentato. La Prima Repubblica austriaca, nata nel 1918 sulle ceneri dell’Impero asburgico, crollò negli anni Trenta sotto il peso della radicalizzazione politica e dell’autoritarismo. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Austria diede vita alla Seconda Repubblica (dal 1945), costruita su basi costituzionali stabili e su un sistema di democrazia consensuale che, pur attraversando conflitti sociali e politici, ha garantito una notevole continuità istituzionale fino a oggi.

In Germania la Repubblica di Weimar, considerata da molti una delle costituzioni più avanzate del suo tempo, non sopravvisse alla combinazione di crisi economica, polarizzazione ideologica e delegittimazione reciproca delle forze politiche. Nel 1933 il regime hitleriano pose fine all’esperimento repubblicano.
 

Neppure la caduta delle autocrazie garantisce necessariamente il successo della forma repubblicana.

La Russia del 1917 ne è una dimostrazione. Il crollo dello zarismo sembrò aprire la strada a una repubblica democratica, ma il nuovo ordine politico non riuscì a consolidarsi e fu travolto nel giro di pochi mesi dalla rivoluzione bolscevica. Dopo il 1991, la Federazione Russa ha assunto formalmente una struttura repubblicana, ma nel corso della fase post-sovietica il sistema politico si è progressivamente concentrato attorno al potere esecutivo, fino a configurare, sotto la leadership di Vladimir Putin, una forma di repubblica solo parzialmente competitiva, con forti limiti al pluralismo effettivo.

Se allarghiamo lo sguardo all’Europa orientale e all’America Latina, il quadro diventa ancora più eloquente. Colpi di Stato, dittature, guerre civili, occupazioni straniere e rotture dell’ordine costituzionale hanno accompagnato la storia di molte repubbliche. La continuità istituzionale che oggi tendiamo a dare per scontata è stata, in realtà, una conquista rara e spesso precaria.

Persino gli Stati Uniti, il più longevo esperimento repubblicano della modernità, non sembrano immuni da tensioni profonde. Dopo oltre due secoli e mezzo di vita costituzionale, la crescente polarizzazione politica, la contestazione delle procedure elettorali e la difficoltà di riconoscere piena legittimità all’avversario hanno spinto molti studiosi a interrogarsi sullo stato di salute della democrazia americana sotto Donald Trump. La longevità, da sola, non garantisce la stabilità.

Vista da questa prospettiva, la Repubblica italiana appare sotto una luce diversa.



Dal referendum del 1946 sono trascorsi ottant’anni. In questo periodo l’Italia ha conosciuto il terrorismo politico, la strategia della tensione, il tentato golpe Borghese, crisi economiche, Tangentopoli, il collasso dei partiti che avevano governato il dopoguerra, la nascita di nuove forze politiche, l’ondata populista e una pandemia globale. Eppure il quadro costituzionale è rimasto in piedi. Nessun colpo di Stato riuscito. Nessuna sospensione delle libertà fondamentali. Nessuna interruzione dell’ordine democratico.

Naturalmente non mancano i problemi. La partecipazione politica diminuisce. La fiducia nelle istituzioni resta fragile. La frammentazione del sistema politico continua a produrre instabilità. Le acque, anche oggi, sono tutt’altro che tranquille.

Ma proprio qui emerge il paradosso italiano.

Per decenni abbiamo descritto la nostra Repubblica come fragile, incompiuta, precaria. La metapolitica suggerisce invece una conclusione diversa: l’Italia è stata molto più stabile di quanto gli italiani amino raccontare.

Perché?

Una prima risposta riguarda la Costituzione del 1948. Frutto dell’incontro tra culture politiche differenti, essa fu progettata non per massimizzare l’efficienza decisionale, ma per impedire la concentrazione del potere. La sua complessa architettura di pesi e contrappesi ha spesso rallentato l’azione politica, ma ha anche reso estremamente difficile qualsiasi rottura dell’ordine democratico.

Una seconda risposta riguarda il pluralismo della società italiana. Partiti, sindacati, autonomie locali, associazioni, magistratura, Presidenza della Repubblica, organizzazioni economiche e società civile hanno costituito una fitta rete di mediazioni capace di assorbire conflitti che altrove avrebbero potuto assumere forme più distruttive.



C’è però una spiegazione ancora più profonda, che rinvia al paradosso delle repubbliche.

Nel nostro Trattato di metapolitica abbiamo definito “persistenza della dinamica tra inclusività ed esclusività politica” una delle regolarità fondamentali della vita associata. Ogni società distingue tra chi appartiene e chi non appartiene, tra gruppi inclusi e gruppi esclusi. Nessuna comunità politica può sottrarsi a questa dinamica. Ciò che cambia è il modo in cui essa viene gestita.

Qui si apre una distinzione decisiva, spesso trascurata: quella tra repubblica e democrazia liberale. Non tutte le repubbliche sono liberali. Esistono repubbliche che mantengono forme elettive ma limitano pluralismo e alternanza reale del potere. In tali casi la forma repubblicana sopravvive come struttura, mentre il contenuto liberale si svuota, dando luogo a sistemi di democrazia controllata o a regimi fortemente esecutivo-centrici.

In Occidente questa ambiguità si è già manifestata in forme diverse: la Francia del Direttorio, la Seconda Repubblica nella sua fase finale, la Prima Repubblica portoghese e la Quarta Repubblica francese mostrano come una repubblica possa restare formalmente tale mentre perde capacità di mediazione del conflitto politico, scivolando verso instabilità cronica e delegittimazione reciproca. 

 Un fenomeno del genere si sta oggi estendendo all’Europa populista che sembra privilegiare il nazionalismo rispetto al liberalismo. In sintesi: inclusione senza libertà,  inclusione del simile rispetto al diverso. Lo sciovinismo welfarista ne è un chiaro esempio.

 


Accanto a questi casi vanno distinti gli scenari di collasso della forma repubblicana in condizioni eccezionali. La Repubblica Sociale Italiana e il regime di Vichy non rappresentano infatti repubbliche “degenerate” in senso proprio, ma esiti della disintegrazione statale in contesto bellico: strutture prive di piena sovranità, subordinate a potenze occupanti, nelle quali la forma istituzionale sopravvive più come etichetta che come realtà politica autonoma. Lo sciovinismo welfarista è un chiaro esempio.

Le repubbliche raramente muoiono per un singolo evento. Cadono quando una parte significativa della società smette di riconoscersi nelle regole comuni. Quando il conflitto politico travolge la fedeltà alle istituzioni. Quando gli avversari cessano di essere avversari e tornano a essere nemici.

Come accennato nemmeno quella americana, che a lungo abbiamo considerato il paradigma della stabilità istituzionale. La crescente polarizzazione politica, la delegittimazione reciproca tra schieramenti, la trasformazione dell’avversario in una figura quasi esistenziale più che politica, sono segnali che indicano una fragilità più profonda: quella della tenuta delle regole condivise.

Il punto non è evocare scenari di crollo imminente, ma riconoscere un fatto più sottile e insieme più inquietante: le democrazie liberali occidentali non sono minacciate solo dall’esterno, ma da un logoramento interno della fiducia reciproca che rende possibile la convivenza politica. Quando questa fiducia si indebolisce, la repubblica non crolla all’improvviso: si svuota lentamente, perdendo capacità di trasformare il conflitto in competizione regolata.

 


In fondo, aveva ragione Tocqueville, e prima di lui Montesquieu, quando osservava che la stabilità delle istituzioni dipende meno dalle leggi che dai costumi e dalle abitudini civiche dei cittadini. Le costituzioni possono essere scritte in pochi mesi; le culture politiche richiedono generazioni e generazioni.

E da questo punto di vista ottant’anni possono essere pochi…

Carlo Gambescia

domenica 31 maggio 2026

Dopo Morin: oltre la complessità, gli effetti inattesi dell’azione sociale

 


Con la morte di Edgar Morin si chiude una delle ultime grandi biografie intellettuali del Novecento europeo. Sociologo, filosofo e teorico della complessità, Morin ha attraversato quasi un secolo di storia lasciando un’opera vastissima, difficilmente riconducibile a una singola disciplina.

Si fa prima a elencare gli ambiti che non ha esplorato che quelli ai quali ha dedicato le sue ricerche. È stato, nel senso più alto del termine, un intellettuale enciclopedico: un erede dell’Illuminismo che ha attraversato i confini del sapere con curiosità inesauribile, consegnando ai lettori circa un centinaio di volumi.

Sotto questo aspetto c’è forse soltanto un altro intellettuale francese contemporaneo, però con fama di maudit e collocato all’estremo opposto dello spettro politico, che possa competere con lui per ampiezza e prolificità: Alain de Benoist. La prolificità, quando alla base c’è una grande volontà di sapere, non fa rima con la politicità di un pensiero. Almeno così crediamo.

Non vorremmo però ricordarlo attraverso le formule, spesso trite, che inevitabilmente torneranno in questi giorni: il “pensiero complesso”, l'”intellettuale planetario”, il “maestro della transdisciplinarità”. C’è un aspetto della sua riflessione che ci ha sempre colpito più di altri e che, da sociologo e studioso di metapolitica, continuiamo a considerare il suo contributo più interessante, quantomeno pieno di sorprese.

Pensiamo all’idea che gli uomini producano effetti che sfuggono alle loro intenzioni e che finiscano per retroagire su di essi.

Gli individui costruiscono istituzioni, organizzazioni, idee, credenze collettive. Ma queste ultime, una volta create, acquistano una loro autonomia relativa e cominciano a influenzare gli stessi individui che le hanno generate. La società produce gli uomini e gli uomini producono la società in un processo circolare che non conosce un punto di partenza assoluto. Sembra una banalità, ma non tutti, a cominciare dai protagonisti della controversia tra olisti e individualisti, sono d’accordo. E poi è davvero un punto di partenza? Per andare dove?



Qui sta il problema. Perché siamo davanti a una delle grandi questioni della sociologia, all’epoca intuita da Simmel, quando parlò di distinzione tra forma (ciò che permane nelle società, le forme relazionali) e contenuto (ciò che cambia, i contenuti storici), con l’individuo, al centro, come parte agente essenziale. In sintesi, titolo di un suo famoso studio ( o quasi): la cultura come conflitto tra forma e contenuto, tra vita e più che vita (qui fa capolino anche Nietzsche).

Per questa ragione, leggendo Morin, ci è capitato spesso di pensare, non tanto e non solo a Simmel quanto a Raymond Boudon, che ai giorni nostri ha magnificamente approfondito queste tematiche. A prima vista i due sembrano appartenere a universi teorici lontanissimi. Morin è il teorico delle interdipendenze, delle emergenze, dei sistemi complessi. Boudon è il sociologo dell’individualismo metodologico e dell’analisi dei meccanismi sociali.

Eppure entrambi si confrontano con lo stesso problema, che è alla base della visione interattiva del sociale appena ricordata: come spiegare il fatto che l’aggregazione di milioni di comportamenti individuali produca risultati che nessuno aveva previsto o desiderato?

La differenza è nel modo di affrontare la questione.



Morin insiste sulla complessità dei sistemi sociali. Le azioni individuali si intrecciano, si combinano, generano effetti emergenti che sfuggono al controllo degli attori. Cause ed effetti si rincorrono continuamente. Il sistema retroagisce sugli individui e li trasforma.

Boudon, invece, prova a ricostruire il percorso che conduce dalle azioni individuali agli esiti collettivi. Nel suo celebre Effets pervers et ordre social mostra come comportamenti perfettamente ragionevoli possano produrre conseguenze indesiderate. Ad esempio, ogni famiglia investe nell’istruzione dei figli per migliorarne le opportunità. Ma se tutti fanno la stessa cosa, il vantaggio relativo si riduce e il titolo di studio perde parte del suo valore distintivo. Nessuno lo voleva, eppure accade.

Sono quelli che Boudon chiama “effetti perversi” o “effetti compositivi”: risultati collettivi che emergono dall’interazione di comportamenti individualmente sensati.



Se dovessimo scegliere tra i due approcci, restiamo dalla parte di Boudon. Non perché la società sia meno complessa di quanto pensasse Morin. Sarebbe difficile sostenerlo. Ma perché una teoria sociologica non dovrebbe limitarsi a ricordarci che il mondo è complesso. Dovrebbe anche aiutarci a spiegare come e perché determinati fenomeni si producono.

Da questo punto di vista, gli strumenti analitici di Boudon ci sembrano ancora oggi più robusti. La nozione di complessità rischia talvolta di trasformarsi in una descrizione generale del reale: vera, ma difficile da verificare e da tradurre in ricerca empirica. Gli effetti compositivi, invece, obbligano il sociologo a individuare passaggi, meccanismi, concatenazioni causali.

Se ci si passa la battuta, gli effetti compositivi vivono e lottano insieme a noi, e probabilmente continueranno a farlo ancora per molto tempo. Per questo rappresentano anche un fattore metapolitico.


In altre parole, una regolarità della vita sociale della quale lo studioso deve tenere conto se vuole evitare l’errore costruttivista. 

 


Un errore che Pareto e Mosca avevano già individuato quando assegnavano alle scienze sociali, tra gli altri compiti, quello di smascherare le illusioni dell’ingegneria sociale e le promesse delle utopie politiche. Forme di utopia applicata che il Novecento avrebbe successivamente mostrato in tutta la loro pericolosità e che ancora oggi non possono essere considerate definitivamente sconfitte.

Quindi attenzione a non trasformare la complessità in feticcio ideologico. Come per ogni grande pensiero, Morin va distinto dai moriniani. Il che non diminuisce l’importanza di Morin. Al contrario.

In un’epoca dominata dalla ricerca ossessiva dei colpevoli, delle regie occulte e delle intenzioni nascoste, Morin ci ricorda una verità elementare: molte delle realtà sociali che ci circondano non sono state progettate da nessuno. Nascono dall’intreccio di azioni individuali, di adattamenti reciproci, di conseguenze inattese.



Forse il modo migliore per ricordarlo non è ripetere che tutto è complesso. È riprendere una delle sue intuizioni più interessanti, discuterla criticamente e svilupparla attraverso le intuizioni di Boudon. Il che rientra pienamente nelle competenze della metapolitica.

Concludendo, le idee vive servono a questo. Non a essere commemorate, ma a essere messe alla prova. E su questo punto Morin sarebbe probabilmente d’accordo. E anche Boudon.

Carlo Gambescia

 

Letture

Edgar Morin , Sociologie, Fayard, Paris 1984;
–  La Méthode. 3. La Connaissance de la connaissance, Éditions du Seuil, Paris 1986;
– Introduction à la pensée complexe, Éditions Sociales Françaises, Paris 1990.

Raymond Boudon, L’Inégalité des chances. La mobilité sociale dans les sociétés industrielles, Armand Colin, Paris 1973;
Effets pervers et ordre social, Presses Universitaires de France, Paris 1977;
– La Logique du social. Introduction à l’analyse sociologique, Hachette, Paris 1979.

Le opere di Morin e Boudon sono reperibili sul mercato italiano nei cataloghi, tra gli altri, di Raffaello Cortina Editore e del Mulino.

sabato 30 maggio 2026

Meloni, la burocrazia e la domanda che nessuno vuole porsi

 


All’assemblea di Confindustria, Giorgia Meloni ha nuovamente promesso una burocrazia più leggera. È una promessa che raccoglie applausi immediati. Del resto, chi potrebbe essere favorevole alla burocrazia?
 

Eppure, ogni volta che un governo annuncia una nuova offensiva contro gli apparati amministrativi, bisognerebbe porre una domanda molto semplice: quali competenze dello Stato intende eliminare?

Perché il problema della burocrazia italiana non nasce principalmente da funzionari particolarmente zelanti o da procedure scritte male. Nasce da una contraddizione che la politica coltiva da decenni: si promette meno burocrazia mentre si continua a chiedere allo Stato di fare sempre più cose.
Da questo punto di vista, la questione sollevata da Meloni è reale. Ma proprio per questo merita di essere affrontata fino in fondo.

La burocrazia non è un incidente della modernità. È il prodotto inevitabile della complessità moderna.
Già Max Weber aveva osservato che la burocrazia rappresenta la forma organizzativa più razionale inventata dalle società contemporanee. Ogni procedura, ogni verifica, ogni autorizzazione risponde a una logica precisa. Il problema è che la razionalità della burocrazia è soprattutto interna. Ciò che appare sensato per il singolo ufficio può risultare assurdo per il cittadino o per l’impresa che si trovano ad affrontarne gli effetti.

La burocrazia è spesso razionale dall’interno e irrazionale dall’esterno.



Nessuno costruisce deliberatamente il labirinto amministrativo. Il labirinto emerge dalla somma di migliaia di decisioni apparentemente ragionevoli. Ogni scandalo produce un nuovo controllo. Ogni abuso genera una nuova procedura. Ogni rischio suggerisce una nuova cautela; ogni nuovo bisogno, utile o meno, nuove regole.

Così la burocrazia cresce.
Ma cresce anche per una ragione più profonda: cresce lo Stato.

Qui il dibattito pubblico diventa improvvisamente reticente. Tutti vogliono meno burocrazia, ma quasi tutti vogliono più interventi pubblici. Più controlli, più tutele, più incentivi, più regolazioni, più verifiche, più protezioni. Si chiama anche individualismo protetto o assistito. Sei libero, ma sotto tutela. Per capirsi: cure mediche gratis, quindi vita media più lunga, ma ti dico io – Stato – quale deve essere il tuo peso forma, quali vaccini fare, quali medicine prendere… In sostanza: diritto alla felicità, ma ti dico io come “devi” essere felice. Ti assisto.

Inoltre, ogni nuova funzione attribuita allo Stato richiede però uffici, personale, controlli, procedure e responsabilità. Non esistono pasti gratis amministrativi.

Non a caso, nel suo intervento davanti agli industriali, Meloni ha rivolto una parte delle proprie critiche verso l’eccesso di regolazione proveniente dall’Europa. È una contestazione che contiene una quota significativa di verità. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha prodotto una quantità crescente di norme, obblighi di rendicontazione, procedure di conformità e adempimenti che gravano sulle imprese e contribuiscono ad accrescere i costi dell’attività economica.

 


Anche il PNRR è un buon esempio del paradosso: si critica la burocrazia europea, ma si accettano senza problemi i suoi strumenti quando portano risorse. Eppure ogni euro di fondi europei significa anche procedure, vincoli, rendicontazioni: in altre parole, meno libertà di scelta amministrativa. È difficile immaginare che Adam Smith, come vedremo più avanti, avrebbe visto con favore questa espansione della macchina regolativa.

Per inciso, il PNRR funziona secondo una logica rigidamente temporale. Le risorse devono essere impegnate e spese entro scadenze prestabilite. Questo ha spesso trasformato la programmazione in una corsa alla spesa, con cantieri accelerati e interventi non sempre selezionati in base alla loro effettiva priorità.

In alcuni casi si è affermata persino una sorta di competizione tra governi e amministrazioni europee sulla capacità di spendere più rapidamente i fondi disponibili. Il rischio, come sta accadendo — si pensi alle cervellotiche diramazioni delle linee della metropolitana a Roma — è che la quantità di spesa prevalga sulla qualità delle scelte.

Sarebbe tuttavia un errore considerare la burocratizzazione un’esclusiva di Bruxelles. L’Unione rappresenta piuttosto una manifestazione particolarmente evidente di una tendenza più generale. Ogni grande struttura politica e amministrativa tende infatti ad ampliare progressivamente il proprio raggio d’azione, generando nuove regole, nuovi controlli e nuove competenze.

 

 


In questo senso Bruxelles non costituisce l’eccezione, ma il caso più avanzato di una dinamica che riguarda anche gli Stati nazionali. Del resto, vi è qualcosa di paradossale nel lamentare la burocrazia europea e, contemporaneamente, chiedere all’Unione di occuparsi di un numero crescente di materie: energia, clima, industria, finanza, tecnologia, sicurezza, immigrazione, salute pubblica. Più competenze vengono trasferite a Bruxelles, più apparati regolatori Bruxelles sarà inevitabilmente chiamata a costruire.

Il problema, insomma, non cambia spostandosi da Roma a Bruxelles. Cambia soltanto il livello istituzionale.

Naturalmente la burocrazia non è una prerogativa dello Stato. Le grandi organizzazioni capitalistiche sono spesso altrettanto burocratiche. Chiunque abbia lavorato in una banca internazionale, in una compagnia assicurativa o in una multinazionale conosce bene il peso di controlli, verifiche e autorizzazioni.

Le organizzazioni complesse tendono spontaneamente a burocratizzarsi. La differenza è che l’impresa privata è sottoposta alla disciplina della concorrenza. Se la sua macchina amministrativa diventa troppo costosa, il mercato la punisce. Lo Stato dispone di meccanismi correttivi assai più deboli.

Per questa ragione la riflessione liberale, da Adam Smith in avanti, non si è concentrata soltanto sull’efficienza dell’amministrazione. Si è interrogata soprattutto sui limiti delle competenze statali.



La domanda decisiva non era come gestire meglio ogni attività, ma quali attività dovessero essere effettivamente gestite dal potere pubblico. Nel libro V de La ricchezza delle nazioni, Smith non immaginava uno Stato assente. Gli attribuiva tre funzioni fondamentali: la difesa dai nemici esterni, l’amministrazione della giustizia e la realizzazione di quelle opere pubbliche che l’iniziativa privata non avrebbe convenienza a realizzare. Il punto, per il padre del liberalismo economico, non era abolire lo Stato, ma limitarlo alle sue funzioni essenziali, impedendone l’espansione indefinita. Due secoli e mezzo dopo, il problema sembra essersi rovesciato: non discutiamo più quali siano i limiti dell’azione pubblica; discutiamo soltanto quali nuove funzioni aggiungervi.

Anche le nuove tecnologie vengono spesso presentate come una soluzione miracolosa. La digitalizzazione prima, l’intelligenza artificiale oggi. Eppure l’esperienza degli ultimi vent’anni suggerisce prudenza. Le procedure sono diventate digitali, ma non necessariamente più semplici. Le file agli sportelli si sono ridotte, mentre sono aumentati moduli, credenziali, verifiche e richieste di dati.



L’intelligenza artificiale probabilmente renderà l’amministrazione più efficiente. Ma non è affatto detto che la renderà più piccola. Se il costo di un controllo diminuisce, aumenta la tentazione di moltiplicare i controlli. Se raccogliere dati diventa più facile, si raccoglieranno più dati. Se una procedura può essere svolta in pochi secondi anziché in qualche giorno, la tendenza non sarà necessariamente quella di ridurre le procedure, bensì di estenderle.

La tecnologia può accelerare il labirinto, non necessariamente ridurne le dimensioni. Per questo la promessa di Meloni contiene una verità e una rimozione.

La verità è che la burocrazia italiana rappresenta un freno alla crescita economica e all’iniziativa individuale autentica, non assistita.

La rimozione è che nessuna semplificazione duratura sarà possibile senza affrontare il tema che la politica evita accuratamente: il perimetro dello Stato.

Finché continueremo a chiedere al potere pubblico di occuparsi di tutto, continueremo inevitabilmente a produrre gli apparati necessari a farlo. E continueremo a lamentarci delle conseguenze.

 


La vera domanda, allora, non è come sconfiggere la burocrazia: è quanto Stato desideriamo davvero.

Su questo terreno, molto più che su quello della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale o delle riforme amministrative, si giocherà una parte importante del futuro della libertà individuale nelle società contemporanee. Che, attenzione, non si confonda mai con l’individualismo protetto, che sta alla burocrazia come la libertà individuale sta alla sua forma amministrata e neutralizzata.

Cioè assistita.

Carlo Gambescia

venerdì 29 maggio 2026

Matteotti, i banchi vuoti e la destra che non riesce a chiudere i conti col passato

 


Alla Camera si commemorava Giacomo Matteotti. Non un personaggio qualsiasi della liturgia repubblicana, ma l’uomo che denunciò in Parlamento violenze e brogli fascisti e che per questo venne assassinato. Una figura che dovrebbe unire senza esitazioni una democrazia liberale matura.

E invece no.

Perché al centro della giornata non sono finite le parole ufficiali, la targa commemorativa o il richiamo ai valori parlamentari, ma i banchi semivuoti della maggioranza, soprattutto quelli di Fratelli d’Italia. È inutile fare finta di nulla: le spiegazioni organizzative contano poco. In politica le immagini precedono le giustificazioni. E l’immagine era pessima.

Il problema non è solo quello di una destra che a fatica ha compiuto una piena legittimazione istituzionale e che, almeno nelle sue componenti di governo, pare aver  preso  le distanze da ogni nostalgia eversiva o  fascista nel senso storico del termine. Il problema è un altro: dopo quattro anni di governo esclusivo (diciamo) e a trent’anni dallo “sdoganamento”, una larga parte della destra italiana continua a mostrare una sorprendente difficoltà simbolica nel rapporto con l’antifascismo democratico, cioè con i valori che fondano una Repubblica che proprio in questi giorni compie ottant’anni.



È come se ogni commemorazione di Matteotti venisse percepita non come un doveroso omaggio istituzionale, ma come una specie di processo genealogico. E in effetti lo è. Perché Matteotti rappresenta il punto in cui il fascismo perde qualunque possibile attenuante storica e si mostra per quello che fu: violenza politica allo stato puro, bestiale, contro la libertà parlamentare.

Qui emerge il limite culturale della destra post-missina italiana.

Se trasformazione politica c’è stata, si tratta di un’integrazione passiva, come partecipazione alle elezioni e alla vita parlamentare e ora di governo. Ma l’integrazione emotiva, simbolica, persino antropologica, è rimasta incompleta. Si accetta la democrazia liberale, naturalmente; molto meno si accetta l’universo morale nato dall’antifascismo repubblicano. Non è questione di essere contro tutti i totalitarismi, cosa che va da sé. Qui in Italia c’era Mussolini. Noi il fascismo l’abbiamo inventato, purtroppo. Abbiamo, per così dire, il copyright. E in qualsiasi momento si può precedere alla ristampa del suo libro nero,  magari con qualche piccola revisione e aggiunta.

E anche quando, sul piano istituzionale, si compiono gesti di segno opposto — come la commemorazione ufficiale di Giacomo Matteotti alla Camera nel centenario della sua morte, nel 2024, con la partecipazione della Presidente del Consiglio e parole nette di condanna dello squadrismo fascista — resta l’impressione che si tratti di atti incapaci di produrre un vero consolidamento simbolico.

Come se il livello istituzionale e quello culturale continuassero a procedere su binari paralleli.



Da qui quella permanente esitazione rituale, quel disagio visibile ogni volta che il calendario civile tocca il fascismo, la Resistenza, le leggi razziali, Matteotti. E non è un caso che anche su alcune delle più solenni ricorrenze della memoria repubblicana, come le Fosse Ardeatine, la presenza diretta della Presidente del Consiglio sia stata limitata o comunque non sistematica, segno di un rapporto che resta più affidato alla rappresentanza istituzionale che alla partecipazione simbolica personale.

La destra parla spesso di “processo permanente” orchestrato dalla sinistra. Ma qui il punto non è la caccia alle streghe ideologica. Nessuno pretende abiure quotidiane. Il problema è che, a centodue anni dal delitto Matteotti, basta ancora una commemorazione parlamentare per produrre assenze, impacci e reticenze. E questo dice qualcosa.

E infatti basta una foto di qualche banco vuoto perché riemerga tutto il fascismo non detto della destra italiana.

Come dicevamo, il paradosso è che proprio una forza politica ormai pienamente istituzionalizzata dovrebbe avere interesse a chiudere definitivamente questa ambiguità storica. Invece continua spesso a subirla, talvolta persino a coltivarla ambiguamente, forse per non irritare una parte della propria base identitaria. Del resto l’ elettore italiano sembra avere la memoria corta, troppo ripiegato sul presente. Però così facendo questa destra resta prigioniera di un doppio linguaggio: governativa nei fatti, esitante nei simboli.



Come accennato, la cosa forse più impressionante è il relativo disinteresse del Paese reale.

Sui social e nei giornali si è gridato alla vergogna — giustamente — ma fuori dalla bolla politico-mediatica la vicenda ha prodotto soprattutto distrazione, stanchezza, scrollate di spalle.

L’Italia del 2026 sembra vivere queste polemiche come un rituale automatico, quasi burocratico. Una parte dell’opinione pubblica le legge dentro una chiave sempre più grezza e materialistica — le bollette, il costo della vita, i servizi che scricchiolano diventano il metro unico di giudizio — come se tutto il resto fosse un lusso simbolico.

Ma questo stesso malessere, al di là delle ovvie eccezioni, è in larga misura più percepito che strutturalmente uniforme, e viene spesso amplificato e strumentalizzato da chi ha interesse a delegittimare la liberal-democrazia, trasformando il disagio diffuso in prova generale di sfiducia sistemica.

Ed è qui che la faccenda diventa davvero seria.

Perché l’indifferenza civile verso simboli come Matteotti non segnala maturità democratica, ma semmai impoverimento della memoria pubblica. Una democrazia che non riesce più a indignarsi davvero per l’assenza imbarazzata davanti al nome di Matteotti è una democrazia che lentamente perde il senso storico delle proprie origini.

E del resto, che fare? Non si può delegittimare una destra che governa sulla base del consenso democratico. Ma non si può neppure fingere di non vedere che, strappo dopo strappo, imbarazzo dopo imbarazzo, reticenza dopo reticenza, il paesaggio morale della Repubblica italiana sta cambiando. E forse il dato più inquietante è proprio questo: ci stiamo abituando.

Nel quadro politico si muove anche un progetto di legge elettorale da approvare prima dell’estate, pensato per ridisegnare gli equilibri e consolidare la leadership di Giorgia Meloni nel prossimo ciclo politico. Ma anche questo, a ben vedere, si iscrive nello stesso clima di progressiva assuefazione.



Così, nella stessa giornata, si sono viste due fragilità intrecciate: quella di una destra che continua a faticare a guardare senza ambiguità il proprio passato remoto, e quella di un Paese che quel passato sembra sempre meno disposto a guardare.

E quando memoria e responsabilità civica si indeboliscono insieme, non è mai un buon segno. È il segnale che la democrazia non smette di funzionare, almeno subito, ma inizia a funzionare con meno vigilanza su  di sé.

Carlo Gambescia 


giovedì 28 maggio 2026

Gennaro Sasso o dello snobismo liberale

 


La morte di Gennaro Sasso chiude una stagione della cultura italiana che oggi pare remota quasi quanto il Sacro Romano Impero: quella dei professori che non volevano piacere, non volevano intervenire, non volevano “comunicare”. Volevano pensare. E basta. Per capirsi, l’esatto contrario di Massimo Cacciari.

Sasso fu esattamente questo: un grandissimo filosofo italiano e, insieme, il prodotto quasi perfetto di uno stile intellettuale molto preciso — e molto liberale — che potremmo definire snobismo aristocratico della mente. Qui riprendiamo e ampliamo ( e probabilmente forziamo) quel concetto, di snobismo liberale, così brillantemente intuito da Elena Croce (*).

Non il banale snobismo sociale da salotto romano, tipo “andavamo la sera in Via Veneto”.





Qualcosa di più serio e più radicale. L’idea che il pensiero autentico debba tenersi a distanza dalla politica concreta, dalle passioni collettive, dalla sociologia, dalla democrazia di massa, perfino dalla storia in atto. Il filosofo guarda. Comprende. Smonta. Ma non si sporca le mani. La politica è un mondo inferiore: necessario, certo, ma inferiore. Cacciari, per tornare al nostro esempio, è stato invece parlamentare e sindaco di Venezia.

In questo senso Sasso era un uomo quasi ottocentesco: destra storica e dintorni, a livelli altamente glicemici di elevatezza del mondo dello spirito e delle idee (torneremo a breve sul punto). O meglio: crociano senza essere davvero crociano, azionista senza essere davvero politico, liberale senza alcuna fiducia liberale nella società reale.

L’ intervista del 2013 ad Antonio Gnoli è illuminante (**) . Quando Sasso dice che la filosofia è un’assoluta sterilità e che il pensiero filosofico impedisce di entrare in contatto con il mondo, non sta facendo una battuta paradossale: sta confessando un’intera antropologia intellettuale. Il mondo della politica, della sociologia, dell’economia, delle istituzioni, appartiene per lui a un altro piano. Quasi a un’altra specie.

La politica come rumore inferiore

Qui emerge il punto decisivo. Sasso non era antipolitico nel senso populista contemporaneo. Non disprezzava la politica perché corrotta o inefficiente. La considerava semplicemente troppo bassa rispetto alla purezza della speculazione. La politica naviga a vista , diceva evocando Immanuel Kant; la filosofia invece vive nella tirannia dei concetti.



Non sorprende allora che perfino il suo amatissimo Niccolò Machiavelli finisca, nei suoi libri, quasi sterilizzato filosoficamente: più grande oggetto teoretico che interlocutore civile.

Ed è qui che compare, come accennavamo, quel particolare snobismo liberale tipico di una parte dell’intellettualità italiana del Novecento: una cultura raffinatissima, moralmente severa, spesso laicissima, ma incapace di fare davvero i conti con la politica come tecnica del potere e gestione ordinaria degli interessi.

In fondo, lo stesso Partito d’Azione — che Sasso ricordava con affetto e malinconia — fu questo: una concentrazione impressionante di intelligenze superiori e una quasi totale incapacità di comprendere sociologicamente il paese reale. Molta etica pubblica, pochissima antropologia politica.

Si pensi, più in generale, a figure come Carlo Antoni, Guido Calogero, lo stesso Benedetto Croce: grandi coscienze liberali, ma spesso allergiche alla sociologia, percepita come riduzione positivistica, statistica, “materiale” della vita storica e spirituale.

In filigrana, nel pensiero di Sasso, si intravede come accennato, anche una certa nostalgia per la vecchia “destra storica” liberale conosciuta attraverso Federico Chabod: classi dirigenti oligarchiche quanto si vuole, ma dotate di senso dello stato, disciplina intellettuale e consapevolezza tragica del limite.

 



Non un modello politico da restaurare, bensì uno stile civile perduto. Ed è forse qui che il suo aristocraticismo liberale avrebbe potuto incontrare il realismo metapolitico: l’idea che nella storia ritornino sempre alcune costanti — crisi delle élite, bisogno d’ordine, fragilità della libertà politica — senza che però esse possano mai trasformarsi, alla maniera sociologica, in leggi scientifiche (in senso popperiano però) della società.


Il punto debole di Sasso: le regolarità che non voleva chiamare regolarità

E invece no. Qui il punto è interessante: Sasso aveva una fortissima sensibilità per le regolarità tragiche della storia. I suoi libri sul progresso, sulla decadenza, sul tramonto delle civiltà, sul pessimismo europeo, mostrano un pensatore ossessionato da ciò che ritorna, dalle forme ricorrenti del declino, dalle illusioni periodiche dell’umanità.

Ma attenzione: il suo non era realismo sociologico e neppure realismo metapolitico.

Ed è qui che il confronto diventa interessante e probabilmente per lui irritante.
Perché le regolarità metapolitiche mostrano esattamente ciò che il liberalismo speculativo di Sasso tendeva a rimuovere: il carattere permanente, strutturale, quasi antropologico della dinamica politica.

Le sue analisi della decadenza storica, in realtà, sfioravano continuamente alcune di queste permanenze: la persistenza del potere, il ritorno ciclico delle crisi, la divisione inevitabile tra governanti e governati, la tensione continua tra inclusione ed esclusione, tra consenso e dissenso, tra forze centrifughe e centripete.




Solo che Sasso si fermava un passo prima. Vedeva il tragico, ma diffidava della sistematizzazione sociologica del tragico.

Avrebbe probabilmente guardato con sospetto un quadro teorico fondato su “regolarità” quasi permanenti della condizione politica, perché vi avrebbe intravisto il rischio di trasformare la storia in meccanismo e l’uomo in funzione.

L’antico riflesso idealistico riemergeva sempre: la paura che la sociologia riducesse lo spirito a struttura. Non si dimentichi che l’Antoni, giustiziere idealistico italiano della sociologia, alla Sergio Leone (per non parlare di Croce, che pur rispettava Pareto, e dell’ambiente crociano), fu un altro dei suoi maestri.


E tuttavia — ironia notevole — molte delle sue intuizioni finiscono per confermare proprio ciò che
avrebbe voluto evitare.

Pareto senza sociologia

In questo senso Sasso stava più vicino a Vilfredo Pareto di quanto avrebbe probabilmente ammesso. Solo che Pareto trasformava quelle intuizioni in sociologia delle élite; Sasso invece le sublimava in tragedia filosofica shakespeariana.

La differenza è decisiva.

Per il sociologo “metapolitico” le regolarità servono a capire come funziona il potere. Per Sasso, servivano soprattutto a capire perché ogni costruzione storica finisca per incrinarsi.

 



Il punto, però, è che le società non possono vivere soltanto nella contemplazione tragica del limite. Devono governare il limite. Devono amministrare conflitti, interessi, gerarchie, appartenenze. Devono fare politica. Esiste insomma il problema della decisione politica, che per inciso, non va mai scambiato con il costruttivismo, che invece consiste nell’eccesso di decisionismo politico.

Ed è qui che il suo aristocraticismo liberale mostrava il proprio limite storico. Perché il rifiuto della sociologia e della politica concreta non elimina le regolarità profonde della vita collettiva: semplicemente impedisce di comprenderle operativamente.

La “persistenza del potere”, la dinamica governanti-governati, il ciclo politico, il conflitto amico-nemico, la tensione tra movimento e istituzione: tutte dimensioni, ripetiamo, che Sasso coglieva indirettamente sul piano tragico-filosofico, ma senza volerle trasformare in strumenti di lettura della realtà politica concreta.



Come se capire troppo da vicino il funzionamento reale del potere contaminasse la purezza del pensiero.

 

 

La cittadella filosofica

Qui stava la sua grandezza. E il suo limite.

Perché Sasso possedeva una qualità oggi rarissima: la capacità di pensare contro il proprio tempo senza diventare un propagandista. Non inseguiva il presente. Non produceva opinioni in serie. Non scambiava l’attualità per profondità.

Era un professore nel senso quasi sacrale del termine: appartato, malinconico, disciplinato, ostinatamente fedele alla serietà del concetto.

Ma proprio questa separatezza produceva – ripetiamo – anche una forma di aristocraticismo sterile. La filosofia diventava cittadella. La politica “rumore di fondo”. La sociologia quasi una scienza minore. Per non parlare delle metapolitica nell’accezione del nostro Trattato (***).

Il risultato era una cultura altissima ma spesso incapace di comprendere davvero la dinamica concreta delle società di massa contemporanee.





In fondo, Sasso incarnava perfettamente il dramma di una parte del liberalismo italiano: lucidissimo nel criticare le illusioni della politica, assai meno capace di comprendere che la politica, anche quando mediocre, resta l’unico strumento con cui le società cercano di governare le proprie regolarità profonde.

Il che spiega – e dispiace dirlo – perché oggi, dopo ottant’anni di Repubblica, che giustamente festeggiamo, ci ritroviamo al governo chi sostiene che Mussolini fece anche cose buone…

Ed è forse per questo che, rileggendolo oggi, si prova insieme ammirazione e distanza. Ammirazione per l’intelligenza formidabile, il rigore quasi feroce, la vastità della cultura. Distanza perché il suo mondo — il mondo del professore-filosofo che contempla la storia senza volerla abitare fino in fondo — appare ormai definitivamente tramontato.

Come molte delle civiltà, diciamo, di concetti, che lui stesso aveva studiato così bene.

Carlo Gambescia

 

(*) Elena Croce, Lo snobismo liberale, Adelphi, 1990, 2° edizione.

(**) Qui: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/10/gennaro-sasso.html . Ripresa anche qui: https://www.libertaegiustizia.it/2013/03/12/gennaro-sasso-lesercizio-della-filosofia-e-sterile-ma-non-si-puo-farne-a-meno/ .

(***) Carlo Gambescia, Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 volumi.

mercoledì 27 maggio 2026

Comunali 2026. Voglia di destra?

 


Dopo le comunali del 24-25 maggio si è affacciata una lettura quasi automatica: la conferma di una “voglia di destra” nel Paese. È una formula comoda, giornalistica al punto giusto, ma rischia di semplificare più di quanto spieghi.

Le elezioni locali, infatti, raramente restituiscono un messaggio politico univoco. Contano i candidati, le amministrazioni uscenti, le coalizioni civiche, l’astensione differenziale (nel senso che alcuni elettori si rechino alle urne più degli altri). È un terreno in cui il “clima nazionale” incide, ma non domina. Eppure, se la destra ottiene risultati diffusi e coerenti su più territori, un segnale politico di fondo esiste: non tanto un’ondata emotiva, quanto una stabilizzazione della destra nel suo ruolo di forza di governo.  Che va al di là del voto stesso ( e della disputa sul chi abbia vinto)  e rimanda, come detto, a un processo  di legittimazione politico-sociale. 

Più che di “voglia di destra”, si potrebbe parlare di una sua normalizzazione: una forza politica che non appare più come alternativa eccezionale, ma come opzione ordinaria dentro il sistema democratico. Una presenza pienamente interna alle istituzioni, capace di adattarsi ai vincoli dell’amministrazione e del governo delle cose, e insieme di influenzarne il baricentro.



Ma qui il punto diventa più interessante e meno rassicurante per le categorie consuete. Non siamo di fronte a una destra “classica” nel senso europeo del termine, quella conservatrice e istituzionale, né a una semplice declinazione del liberalismo politico.

Si tratta piuttosto di una destra più identitaria, leaderistica, con un rapporto diretto e personalizzato con il consenso e con una forte inclinazione a reinterpretare in senso maggioritario gli equilibri tra poteri. Nel caso italiano, inoltre, la sua genealogia politica si intreccia con la storia della destra post-fascista, elemento che continua a pesare nel dibattito pubblico e nella percezione politica.

Apparentemente, questa destra, non è una forza esterna allo stato di diritto, né un corpo estraneo alla democrazia liberale. Tuttavia, si può osservare come alcune proposte di riforma istituzionale e della legge elettorale — in particolare quelle che modificano le condizioni di accesso al premio di maggioranza — tendano a spostare l’asse del sistema politico verso una maggiore centralizzazione del potere. Il punto non è l’eccezione, ma la trasformazione graduale degli equilibri.



Detto altrimenti: il sistema politico italiano appare attraversato da una dinamica più profonda, quella  della  crescente concentrazione del potere nell’esecutivo, che sembra andare oltre la normale fisiologia politica.

Una tendenza che si riflette nel rapporto tra governo, apparati dello Stato e contropoteri istituzionali, come magistratura e autorità indipendenti, che restano elementi fisiologici ma sempre più al centro del conflitto politico. Si pensi, da ultimo, ai toni da guerre stellari assunti dal referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Senza dimenticare lo sproporzionato interesse – diremmo quasi ossessivo  – mostrato dal governo verso le forze di polizia.

E la sinistra? Qui il discorso si fa speculare ma non simmetrico. Una parte significativa del campo progressista appare oscillante tra due poli: da un lato una gestione prevalentemente tecnocratica e amministrativa del consenso, in chiave welfarista; dall’altro la tentazione di inseguire il linguaggio emotivo e semplificato del populismo avversario. Nel primo caso si perde radicamento sociale, puntando sull’assistenzialismo, nel secondo si finisce per legittimare il terreno competitivo dell’avversario, favorendo i colpi bassi mediatici e un clima da ultimi giorni dell’umanità, che non giova alla credibilità delle istituzioni liberali.

Il risultato, per dirla politologicamente, rinvia alla difficoltà strutturale della sinistra di costruire un profilo chiaramente riconoscibile: non solo elettorale, ma culturale e politico. In altre parole, la difficoltà non è soltanto nel “perdere”, ma nel definire con chiarezza su quale idea di democrazia e di liberalismo politico si intenda competere. Il che spiega, come sembra, anche la sconfitta alle comunali.

 


Su questo sfondo, più che una “voglia di destra” in senso emotivo, emerge un bisogno trasversale di stabilità e prevedibilità. Una sorta di rifugio nello status quo, una domanda di normalità che spesso si traduce nel desiderio che le cose funzionino, più che nel sostegno convinto a un progetto politico.

Questa tendenza si accompagna, come segnalano diversi indicatori demoscopici — in particolare i rapporti Censis sulla situazione sociale del Paese (*) — a una forte disaffezione verso le istituzioni politiche: circa sette italiani su dieci dichiarano infatti di nutrire scarsa fiducia nei confronti di partiti e Parlamento.

Questa situazione può favorire attori politici diversi, ma tende a premiare coloro che appaiono in grado di garantire ordine e coerenza nell’azione di governo. O comunque percepiti come tali: ma, attenzione, contro partiti e parlamento.

Inoltre l’area conservatrice dispone oggi di un ventaglio di figure e sensibilità per tutti gusti, per così dire. Che gli osservatori più malevoli dipingono come una specie di “Famiglia Addams”: un orizzonte politico che va dalla “pragmatica” Giorgia Meloni al politicamente inquietante generale Vannacci, il quale ha peraltro raccolto un consenso non trascurabile a Vigevano, unico collegio in cui si era candidato Futuro Nazionale.

È qui che il problema diventa propriamente liberale. Se la competizione politica si riduce a una rincorsa reciproca sul terreno della semplificazione e della polarizzazione, il rischio non è solo l’alternanza tra schieramenti, ma l’erosione progressiva delle mediazioni che reggono lo stato di diritto: equilibrio tra poteri, qualità del Parlamento, autonomia delle istituzioni.



In questo senso, la questione non è se esista una “voglia di destra” o una “voglia di sinistra”, ma se esista ancora una domanda politica capace di sostenere una democrazia liberale non ridotta a competizione permanente tra leadership evocanti paure, emergenze e nemici, reali o immaginari.

Carlo Gambescia

 

(*) Per una rapida sintesi giornalistica si veda qui: https://www.lapresse.it/politica/2025/12/05/censis-rapporto-2025-italiani-non-credono-piu-a-partiti-e-non-comprano-piu-giornali/ .