giovedì 20 settembre 2018

Di Maio  viaggia in economy…
Le promesse-premesse impossibili del populismo  


http://www.adnkronos.com/2018/09/19/viaggio-economy-maio-posta-video-dall-aereo_iwJAzUuvVMbEXVUeeacJDO.html




Che cos’è il populismo?  Negli ultimi anni la letteratura scientifica in argomento è cresciuta a vista d’occhio, senza però giungere a una conclusione definitiva (del resto la scienza è così, se seria, rifugge dalle definizioni apodittiche).
Il principale ostacolo allo studio e comprensione del fenomeno è rappresentato dal fatto che per ora i populisti non governano, o comunque mancano sufficienti dati empirici per valutarne la portata sociologica,  sotto l'aspetto delle politiche pubbliche effettive.  Naturalmente,  le premesse teoriche del populismo -  puntando su una provvisoria sintesi politica -  lo collocano all’estrema destra dell’arco politico: nazionalismo, razzismo, anticapitalismo, antiliberalismo sono i suoi punti di riferimento ideologico.  Alcuni studiosi  vi ravvisano sfumature di sinistra,  probabilmente, crediamo, le stesse che caratterizzano i fascismi storici e i socialismi nazionali a sfondo dittatoriale.
Ma non è tutto.  Un fattore che connota  il populismo è il totale  disprezzo verso le élite dirigenti (politiche, economiche, culturali, sociali). Ovviamente, come provano  il fallimento del socialismo e la michelsiana legge ferrea dell' oligarchia,  non è possibile eliminare la distinzione "tra élite e popolo".  I leader populisti invece sostengono enfaticamente il contrario.  Di qui però, gli atteggiamenti tesi a provare fino al ridicolo,  che il dirigente populista, una volta al potere,  continua a mantenere lo stesso stile di vita del “popolo”.
Sotto questo aspetto il video di Luigi Di Maio,  Vice Presidente del Consiglio,  che mostra   il biglietto  aereo classe economy  per provare che "lui" continua a vivere con un  figlio del popolo ha valore esemplare. Ci spiega perfettamente cosa sia il populismo:  un tentativo di governare, puntando sull’odio per qualsiasi forma di distinzione sociale,  anche quelle   che consentirebbero  ai  Ministri di fruire di  voli speciali per normalissime  ragioni di prestigio e sicurezza.  
E invece, così pontifica Di Maio:   i “Ministri del Popolo” devono viaggiare in classe economy. E  non importa se accompagnati nello stesso aereo  da numerosi collaboratori e collaboratrici (come si evince dalla risatine che fanno da cornice sonora al video) e da un nutrito gruppo di  guardie del corpo.
Attenzione:  non ne facciamo  una questione di soldi  e risparmi.  Di cose da "rinfacciare" in "giornalistese", eccetera, eccetera.  Il vero problema  è che  la società populista che si sta  profilando, qui in Italia,  comincia a   mostrare tristemente il suo volto:  quello ipocrita  di  Luigi Di Maio, che si dice dalla parte del popolo. Ma lo imbroglia.  Perché, comunque sia, sicurezza e prestigio di una carica,  impongono misure particolari e trattamenti diversi. E’ nell’ordine delle cose sociali, da alcune migliaia di anni, a prescindere dal regime politico.  E far credere alla famigerata “gente”  che  non siano necessarie  significa imbrogliarla.
Il populismo, a cominciare in fondo dalle piccole  cose (come un viaggio in aereo), promette ciò che non può  mantenere. E in questa discrasia  è racchiusa la sua  essenza, politicamente autoritaria, se non totalitaria.  
Ci spieghiamo meglio:   man mano che la distanza  tra le promesse/premesse ideali  e le reali politiche pubbliche tende inevitabilmente  ad ampliarsi  (perché la verità, nel caso sociologica, si vendica sempre), nel governo populista  non può non crescere  anche  la tentazione di forzare, dunque del giro di vite autoritario,  persino contro i suoi militanti, elettori, simpatizzanti. 
Sicché, l’ipocrisia cede alla violenza,  la violenza all'autoritarismo, che, a sua volta, si regge sulla violenza.   E la violenza porta con sé,  sempre altra violenza...  

Carlo Gambescia

                                                                     

mercoledì 19 settembre 2018

Da Mussolini a Di Maio e Salvini
Il  duro prezzo dell’arroganza e della falsità  


Leggo, studio, scrivo da tanti anni.  Oltre alla sociologia, mia disciplina elettiva,  amo la storia.  La ritengo importante per capire il presente.  Ma fino a  ieri sera,  a proposito del fascismo, pur avendo letto molti libri,  non ero mai  riuscito -  lo ammetto senza problemi -  a calarmi nella mentalità degli antifascisti. E soprattutto,  a spiegarmi la ferocia  della guerra civile. E il suo terribile esito finale. Parlo di Piazzale Loreto.  
Perché?  Un poco per carattere, un poco perché preferisco argomentare invece di sferrare pugni: si chiama, come i lettori sanno, retorica della transigenza; un poco perché come studioso  cerco sempre  di tenermi al di sopra delle parti,  o almeno tento.  Quindi, ripeto, non capivo la rabbia, accumulata e poi esplosa,  degli antifascisti. 
Ieri sera, finalmente, davanti a "DiMartedì", all’untuosità  del conduttore, che non merita neppure  di essere nominato,  e alle menzogne sfacciate e al linguaggio da  asini  presuntuosi di  Luigi Di Maio e Matteo Salvini  (*),   ho capito quel che devono aver  sofferto gli antifascisti durante il Ventennio.
Quante menzogne... Un’Italia che non è al lumicino, come invece sostengono i due "commissari del popolo".  Una flat tax che non è una vera  flat tax.  Un reddito di cittadinanza  che non è un  vero reddito di cittadinanza, eccetera, eccetera.  Menzogne su menzogne.  Senza alcun  contraddittorio...
Quanta arroganza verso il Ministro dell’economia… Che “deve trovare i soldi”.  O nel parlare di  un progetto di legge costituzionale  per la  riduzione dei parlamentari,  presentato  come fonte di grande risparmio,  100 milioni di euro  all’anno contro un debito pubblico che ha superato da un pezzo i 2000 miliardi…  Ridicolo.  E, come sopra, nessun contraddittorio.  
Quanta rabbia,   dentro di me.  E  Di Maio e Salvini sono   al potere neppure da quattro  mesi. 
Mussolini, capace  anch’egli di monologhi, altrettanto falsi e  arroganti, tenuti per più di  vent'anni. con conseguenze disastrose per l’Italia,   alla fine  venne prelevato e fucilato. E appeso. Senza alcuna pietà.
Ora capisco.       

Carlo Gambescia


  

martedì 18 settembre 2018

Liberali e riformisti divisi davanti al governo giallo-verde
Se anche  Ernesto Galli della Loggia e Giovanni Orsina passano al nemico….





Parliamo di pazienza.  Non sappiamo  quanto gli amici lettori riescano a seguire certe polemiche, che in sé non dicono molto, ma  servono per capire le linee di frattura tra i liberali  italiani.
Di preciso, di che cosa parliamo?  Ad esempio, del  botta risposta con l’amico Teodoro Klitsche de la Grange, che ha visto emergere una profonda divisione  sulla necessità di appoggiare o meno un pericoloso  governo di energumeni e ignoranti presuntuosi.  De la Grange è per un ni, che tende, crediamo,  a   sfumare  in sì.   Invece, chi scrive  è per il no (*). Scelta più volte esplicitata e rappresentata su questo blog.
Proprio oggi Giuliano Ferrara, discute le tesi  di intellettuali liberali  come Giovanni Orsina  e Galli della Loggia,  che però a differenza del fondatore del “Foglio”,  credono, sintetizzando, di poter civilizzate i barbari.  In fondo, si tratta della stessa  tesi sostenuta   anche da altri due   intellettuali: Alessandro Campi, post-fascista pentito e girovago, ma  in cattedra.   E  Marcello Veneziani, fascista mai pentito, cultore del calembour  e spiritosaggini  varie  in stile Bagaglino.  
Pertanto,  Campi e Veneziani, per ragioni di Dna,   non fanno testo, ma Orsina e Galli della Loggia, tra l'altro  autori di libri molto  interessanti, sì.
La prima domanda  da porsi è cosa vi sia in comune, intellettualmente,   tra due professori  e due gruppi politici composti  di analfabeti funzionali.  Nulla.  La distanza non può che  essere incolmabile.
Ma, come spesso, si sottolinea, la politica è  “sangue e  merda”, quindi la cultura  resta  questione secondaria.   Sicché  inutile chiedere la conoscenza delle tabelline e della grammatica a chi vinca le elezioni.  Perfetto.
A dire il vero,  Orsina e Galli della Loggia, non ne fanno una questione di cultura, ma più semplicemente di realismo politico.  Il ragionamento è  il seguente: se questa è la realtà politica, inutile fuggirla, bisogna mettere i barbari alla prova, tentare di addomesticarli, per tirarne  fuori il meglio.
Il ragionamento, dispiace dirlo,  è totalmente sbagliato.  Per quale motivo?  Perché  non tiene conto del fatto che i Salvini, i Di Maio eccetera  hanno  vinto  puntando proprio sulla  “diversità  da tutti gli altri”. Proprio sul loro "essere barbari".   E sanno benissimo che quanto più vengono a patti con “il sistema” tanto più rischiano di perdere consensi. Pertanto,  se tatticamente, possono fare qualche concessione,  dal punto di vista strategico puntano a qualificarsi come duri e puri.  Ripetiamo,  la diversità è la loro forza, ne sono consapevoli, e difficilmente cederanno sulle misure che fanno la differenza.
E non è detto, altra questione importante, che l’incivilimento, suggerito da Orsina e Galli della Loggia,   che in pratica non è altro che il tentativo di dividere, all’interno della maggioranza giallo-verde,  i moderati (pochi) dagli estremisti (tanti), se portato a  effetto,  possa  favorire una ricomposizione liberale e riformista del quadro politico. Perché i fuoriusciti, sarebbero comunque portatori sani  del virus  nazionalista, razzista, protezionista e statalista: idee  diluite,  quanto si voglia,  magari all'interno di nuovi raggruppamenti politici,  ma sempre (come dire?) frutto avvelenato  di uno stramaledetto albero: quello della guerra civile europea.
Ciò che non capiscono, o fingono di non capire,  Galli della Loggia e  Orsina, è che fra la tradizione liberale e riformista che ha fatto grande l’Europa  - e l'Italia -   negli ultimi settant’anni,   e i populisti, che vogliono raderla al suolo,  c’è una differenza di specie,  non di grado.  Come con i fascisti, nazisti e comunisti.  
Il populismo, non è altro  che una prosecuzione ( o ritorno, se si vuole)  del totalitarismo  con altri mezzi (per ora). Altro che trattare…  Bisogna opporsi, con tutte le forze  Che non sono molte. Verissimo. Però  le cose nobili e difficili, vanno affrontate proprio perché nobili e difficili.

Carlo Gambescia


lunedì 17 settembre 2018

Il fascino collettivo del leader
Servono pretoriani liberali...



La prendiamo da lontano. C’è una costante  metapolitica  che attraversa la storia umana. Quale? Il fascino collettivo di essere governati da un uomo e non dalle leggi.  I Romani della Repubblica, per un lungo periodo  furono governati dalle leggi e dalle consuetudini, qualcosa di oggettivo, che, eventualmente si identificava  con  corpi politici (senato e comizi). Per Contro   l’impero, fu la forma più alta di personalizzazione della politica, dunque di soggettivo,  condivisa dai sudditi.  E così via.
Non è facile  evitare il potere personale. La democrazia ateniese, nella sua forma più alta rinvia a Pericle. Le forme di potere, durante il medioevo e l’età moderna, rinviano al potere, ben individualizzato,  di monarchi  e famiglie. Ancora all’inizio del  Novecento,  i contadini siciliani e  russi protestavano per le campagne e città, sfilando, rispettivamente,  con le immagini  del Re  e dello Zar. Inutile, infine,  ricordare il culto della personalità  (e del potere individualizzato)  nelle  moderne  forme totalitarie.
Cosa vogliamo dire?  Che uno dei piatti della bilancia storica (e sociologica), sembra pendere dal lato  della personalizzazione  del potere. Le rivoluzioni moderne, fondate sullo stato di diritto e le istituzioni rappresentative sono, per ora, quasi  un specie di unicum.  Un gigantesco tentativo di razionalizzare il bene oggettivo.   Se vogliano una specie di esperimento politico e sociale.  Ora, però, proprio in Occidente, la sua culla, il mondo della sovranità delle leggi, sembra soffrire il duro assedio, del  populismo.
Il che spiega, perché un personaggio, dai tratti spiccati  dell’uomo forte,  come Salvini,  sia  visto  con favore dagli italiani:   una specie di imperatore militare,  un  pretoriano,  che dovrebbe difenderci dai barbari.  E come?  Ricorrendo a modi spicci,  violando le regole e tradendo i patti sottoscritti liberamente con gli alleati europei.  Comportamenti tipici di  chiunque eserciti un potere assoluto.
Ovviamente, siamo solo all’inizio. La questione è ben più grave. Perché, una  volta contrastato  “il pericolo immigrati”, o comunque creato lo stato di eccezione,  le armi di Salvini  si rivolgeranno contro gli italiani. Verso i quali  non potranno non essere   usati gli stessi modi  violenti  con i quali vengono trattate persone  che non ci invadono con le armi e che sperano solo  nell’  opportunità di condurre una vita migliore.  E non si capisce perché, se Italia ed Europa affrontarono  nel 1945, l'emergenza di  circa 40 milioni di rifugiati, che vagavano allora per il continente,  non riescano, oggi, ad affrontare in modo civile  un'emergenza meno grave (*)  
Salvini, insomma, come  una specie di  imperatore militare. Roma li vide apparire nel III secolo  con i Severi. Quello fu il periodo  delle più dure persecuzioni contro i cristiani.  Dopo di che Roma, con Diocleziano,  si trasformò in una monarchia orientale.   
Il fascino, esercitato in basso,   del potere assoluto,  è  frutto del collegamento psicologico   tra bisogno di protezione  e  necessità di  far dipendere la propria salvezza da un entità personale sovra-ordinata.  Una forza psico-sociale che attraversa, ripetiamo, l’intera storia umana, dando vita alla costante metapolitica, potere delle leggi-potere personale.  
Forse se l’ idea europea, lo stato di diritto e le  istituzioni rappresentative, si incarnassero in un  uomo speciale, la battaglia contro i populismi, potrebbe essere combattuta alla pari. Certo, semplificando,   trovare un pretoriano liberale,   sembra  una contraddizione in termini...
Tuttavia, c'è un precedente moderno.  Nel 1939-1945, emersero, come per incanto,  due  pretoriani  del liberalismo,  incarnati da Roosevelt e Churchill, che però dovettero allearsi, con Stalin, perfetta incarnazione del potere assoluto.   Un atto di realismo politico.  Che comunque portò alla salvezza. E in seguito, grazie ai superiori meriti della società aperta,  alla dissoluzione della società chiusa comunista.  Mai, insomma, smettere di sperare.
E oggi però?  Dove sono i loro eredi? 
Carlo Gambescia 

venerdì 14 settembre 2018

Impressioni di settembre
Governo giallo-verde,
più lo mandi giù, più si tira su!



Impressione sgradevole, comprovata, purtroppo, dai sondaggi: più l’UE  richiama  l’Italia ai patti liberalmente sottoscritti, più si rafforza la posizione del governo giallo-verde. Insomma, per parafrasare una vecchia pubblicità,  più lo mandi giù, più si tira su…
Certo, resta il passaggio, fondamentale, della legge finanziaria, Che però potrebbe essere "usata"  dal governo in carica contro l’Europa. Come?  Nel senso del “metodo Cinque Stelle”, subito recepito da Salvini:  Non è colpa nostra sono loro (i precedenti Governi, l’Europa, la Finanza) che ci impediscono, prima con i loro errori, poi  con i loro attacchi, di contribuire al benessere degli italiani”.
L’argomento demagogico, purtroppo, è fortissimo. Perché, ci si rivolge, e Salvini e Di Maio ne sono consapevoli, come il dottor Goebbels era consapevole della forza della propaganda più volgare e stupida,  a un’Italia devastata, nei cervelli,  dal giustizialismo e dal risentimento e con una percezione totalmente distorta degli ultimi settant'anni di storia repubblicana.  
Su queste basi immaginarie,  resta difficile far ragionare una pubblica opinione fanatizzata e convinta che l’attuale governo moltiplicherà pani e pesci, alla stregua del Cristo dei Vangeli.  Come  portare all’attenzione del credente fino all'assurdo,  argomenti razionali  in difesa dello stato di diritto e dell’economia di mercato? Impossibile.  Nella migliore dell’ipotesi c'è il rischio di sentirsi rispondere che è esattamente quel sta facendo il governo,  nella peggiore  che si è piddini. Ormai,  insulto politico.
La cosa più grave è che manca una  vera e propria opposizione politica e culturale al governo giallo-verde. Dal Partito Democratico a Forza Italia ci si illude di combattere il  populismo -  che (per ora) non è altro  che la prosecuzione  del  fascismo con altri mezzi -  con il  populismo al quadrato. L'incultura con l'incultura, insomma.
Si registra in Italia, non da oggi ovviamente,  la mancanza  di un’opposizione liberale, riformista, europea. Il Politicamente Corretto di Destra (PCD), caratterizzato principalmente dai temi del razzismo e dall’anticapitalismo, ha da tempo conquistato i Social,  i talk televisivi  e  ora sta  straripando  sulla stampa di destra e non. Altro che egemonia  del Politicamente Corretto di Sinistra (PCS)… Adesso,  è il PCD a dirigere l'orchestra.   Si leggano ad esempio, gli editoriali di Sapelli, sul "Messaggero", giornale un tempo moderato. Oppure i retroscena politici,  “un colpo al cerchio, uno alla botte",  sul “Corriere della Sera” e sulla “Stampa”. La battaglia sui diritti degli immigrati di “Repubblica”, “Manifesto”, “Avvenire”, giusta in linea di principio, se  non coniugata a un saldo europeismo, liberale e riformista, rischia di essere irrealistica e controproducente.
Si dirà,  che i voti,  oggi come  oggi,  vengono  “spostati”  più  da un twitt di Salvini e Di Maio  che da un articolo di fondo di Scalfari o Panebianco. Giustissimo. Come pure  si dirà, che  all’ opposizione occorre un leader carismatico.  Altrettanto giusto.  Però, prima di un colpo di twitt e della ricerca di  un capo ispirato, occorre avere le idee chiare, su quello che si vuole. E qui, il buio è totale. Per giunta,  Renzi (o Zingaretti),  Berlusconi, Grasso, Bonino, oltre a essere divisi su tutto (Europa, bilanci, immigrazione),  non si fidano gli uni degli altri.  
Il governo giallo-verde, tra l’altro è  sostenuto all’esterno, dal non così disorganico, soprattutto nel sociale,  mondo neofascista:  gente decisa, violenta, se appoggiata dalle forze dell’ordine, pronta a tutto.  E in particolare, qualora  si arrivasse al muro contro muro con l'UE.
Perciò la vediamo dura.  Gli italiani rischiano  di  accorgersi del guaio in cui si sono cacciati,  solo  quando  non potranno  più accedere ai conti correnti e “ fare Bancomat”.  E questo perché,  la libertà, qui da noi, come fine, e non puro mezzo,  non è mai stata  reputata importante.    

Carlo Gambescia
             

giovedì 13 settembre 2018

Un saggio di Giovanni Barbieri
Guarda chi si rivede!
La plutocrazia demagogica…

https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.aspx?ID=23290

Il termine  “plutocrazia demagogica”,  molto in voga durante il fascismo per ragioni propagandistiche, dunque oggi screditato, non ha  però perduto  la sua valenza sociologica. Purtroppo, gli accademici sembrano  guardare altrove.
Perciò  il lettore,  immagini la nostra sorpresa, quando preparando uno studio, abbiamo scoperto che un sociologo, Giovanni Barbieri, docente presso l’Università di Perugia,  ha  addirittura prodotto un libro in argomento, e appena due anni fa.  Dal  titolo, tra l’altro, piuttosto battagliero: Democrazia e plutocrazia nell’Italia di Berlusconi (Angeli, Milano 2016, pp.  174, euro 23,00).
Di Barbieri, a dire il vero, avevamo già letto qualche anno fa  Pareto e il fascismo  (Angeli, Milano 2003), eccellente ricostruzione di una liaison dangereuse per antonomasia... In realtà, legame assai casto, politicamente parlando, breve e molto platonico, celebrato o demonizzato dalle solite malelingue dell’ideologia fascista e marxista.
Democrazia e plutocrazia,  si divide in due parti: La prima ("Plutocrazia e plutocrazia demagogica"),  analizza in tre densi capitoli, storia e interpretazione del concetto:  dal pensiero antico al moderno, per poi giungere alla riflessione  di Pareto e altri autori, protagonisti “dell’età della catastrofe” (termine, se non erriamo, che Barbieri riprende dallo storico marxista Hobsbawm) e di quella contemporanea. Nell’ultimo capitolo, della prima parte si dà la definizione di plutocrazia demagogica. Barbieri riconduce il concetto di plutocrazia, legandolo alla modernità capitalistica,  nell’alveo “dell’uso politico del capitale, per la commistione che genera fra sfera politica e quella dell’economia, per la posizione di privilegio che essa concede all’imprenditoria tariffata e assistita” (p. 75). Insomma, se ci si passa l'espressione,  quel territorio, neppure ben delimitato, dell' "arraffa arraffa": le zone grigie tra pubblico e privato,  frutto avvelenato  dell’economiste miste, dove, confermiamo (stando anche alle non poche ricerche in argomento),   dirigenti e amministratori, finanzieri e imprenditori,  usano  passare dall’uno all’altro settore,  stringendo amicizie, rapporti pericolosi e trasversali, sia con le famiglie della politica,  sia con quelle dell’economia. Barbieri, giustamente riprende il termine  di “crony capitalism:" un capitalismo clientelare (crony) che al rischio e al gusto della creazione economica  preferisce lucrare sulle facili concessioni pubbliche o sulle compartecipazioni a peso d'oro. 
Il lato demagogico della plutocrazia è invece rappresentato, dal risultato finale. Di che cosa?   Dell’interazione tra “avvento della società di massa”, “sviluppo  dei mezzi di comunicazione” e “ascesa di plutocrati demagogici che mirano all’acquisizione del consenso servendosi dell’adulazione, della manipolazione e della corruzione” (Ibid.).
Nella seconda parte,  Barbieri, si concentra sull’ analisi sociologica, come recita il suo  titolo, della "Plutocrazia demagogica nell'età berlusconiana". Nel primo capitolo, vengono passate in rassegna  le differenti interpretazioni dell'avventurosa vicenda del Cavaliere.  Tra le principali tesi discusse,  ricordiamo quelle di Ginsborg e  Diamond e Plattner (patrimonialismo, il primo, democrazia elettorale, non liberale i secondi),  di Sartori e Viroli (Sultanato e Sistema di corte),  populismo post-moderno e populismo televisivo (Andrews, Taguieff), peronismo soft, democrazia autoritaria (Flores d’Arcais, Gibelli).
Barbieri, sulla scia di Pareto, coniugato euristicamente con gli  studi politologici sulle democrazie in transizione (non è una critica, ma  avremmo prestato più attenzione, non un semplice richiamo, pur ampio, in nota,  all’ottimo lavoro di Orsina),  introduce il concetto di democrazia -  plutocratica o meno -   come un fenomeno  in continua trasformazione, anzi “in continua evoluzione”. Quindi qualcosa,  concettualmente parlando,  di inafferrabile, o se si preferisce di provvisorio: di qui, a suo avviso,   l’utilità del concetto di plutocrazia demagogica, formula giudicata come “la più appropriata” per sintetizzare “adeguatamente i caratteri delle trasformazioni che stanno emergendo sotto i nostri occhi” (p. 104).
Nel secondo capitolo della parte seconda, l’ultimo prima delle conclusioni,  Barbieri  passa ai riscontri di tipo  empirico, analizzando tre casi “cruciali” (nel senso metodologico della verifica determinante ai fini del giudizio complessivo)  del  IV Governo Berlusconi, l'ultimo (2008-2011): il salvataggio dell’Alitalia, l’estensione dei poteri della Protezione  Civile ai grandi eventi,  lo Scudo fiscale.  In tutti e tre i casi emerge, senza alcuna ombra dubbio, il micidiale  intreccio tra captazione  degli interessi clientelari e  presentazione pubblica, a livello retorico,  delle misure come  forme di tutela dell’interesse nazionale, della sicurezza dei cittadini e dell’antifiscalismo.  Si fa abilmente leva, crediamo,  per dirla con Pareto, su due residui:  persistenza degli aggregati (nazionalismo e bisogno di protezione) e  istinto delle combinazioni (individualismo, o egoismo,  fiscale).
Ciò significa che,  se esiste  un plutocrate  demagogo,  esistono anche cittadini non immuni  al fascino della demagogia.  Quindi sotto c’è una questione di sociologia, non tanto delle comunicazioni di massa e degli oligopoli informativi, quanto di  analisi della modalità comportamentali della cultura collettiva. E qui pensiamo all'ambiziosa, per certi aspetti ingenua, ma ineludibile, sociologia della conoscenza sorokiniana. Nonché, a livello, ancora più profondo del mare sociologico, pensiamo  agli strumenti, magari per ora imperfetti,  di un’antropologia sociale delle emozioni umane.  
Un compito certamente difficile, che però crediamo meriti  un  libro.  Un altro libro, ovviamente. Ci auguriamo sia Barbieri a scriverlo.

Carlo Gambescia

                  

mercoledì 12 settembre 2018

  I giudici di Roma cambiano idea   
Mafia che va, 
mafia che viene...



Contrordine (un tempo si sarebbe detto) compagni.  "Mafia Capitale" vive  e lotta insieme a noi.  Torna a vincere (si noti  il termine)  il  teorema del Procuratore capo  Pignatone   sui rapporti - a dire il vero mai provati concretamente -   tra mafia siciliana,  mondo di mezzo  e varia umanità politico-criminale romana.
Cosa  dire?   Intanto si può notare  che, solo in una società aperta ma non liberale, qualsiasi sentenza rischia  la  strumentalizzazione politico-mediatica.  Nel caso di "Mafia Capitale", insieme a Pignatone  tornano a cantare vittoria Cinque Stelle e la  congrega di quel romanzo criminale, che da Portella della Ginestra,  via Pci e azionismo muckraker,  giunge fino alle gesta di Carminati e Buzzi.  Per la serie continuiamo a farci del male, in particolare alle istituzioni, preparando la strada al castigamatti… Ovviamente nel tentativo, così dicono, di salvare lo stato di diritto.  Pura etica dei principi, però al servizio dei mezzi. Politici.
Dicevamo società aperta ma non liberale.  Il lettore non sobbalzi sulla sedia.  Ma come  i due termini non sono sinonimi? In realtà, una società può essere aperta, come quella americana (compri, vendi,  fai quello che vuoi), e  al tempo stesso liberale, perché sono per primi i giornalisti, magistrati e politici  a esercitare responsabilmente i propri diritti. Pura etica dei mezzi, al servizio dei principi. Ecco il vero stato di diritto.  Che significa rispetto di procedure legali  e codici deontologici, realmente interiorizzati. Ovviamente con delle eccezioni. Da ultimo Trump e il suo misterioso e schizoide pianeta verde.  Lo  stesso discorso del  giornalismo responsabile, o quasi, si può estendere a quello britannico. Chiamale se vuoi, tradizioni di libertà.
In sintesi, essere liberali in una società aperta, significa esercitare il diritto di informazione in modo responsabile. Si chiama autodisciplina: significa capire che il “teorema” è una cosa,  l' “informazione”  su un  politico  che ruba un’altra. Tradotto: giustizia non è sinonimo di giustizialismo. In Italia, la distinzione, se mai c’è stata, è sparita da un pezzo. Sicché tutti accusano tutti di mafia, quasi un mestiere (Sciascia, cosa notissima, parlò di  "professionisti dell’antimafia"). E,  cosa più grave ancora, fino al punto che  nessuno  crede più nelle istituzioni preposte a combattere il fenomeno. Semplificando: se tutti sono mafiosi, nessuno è mafioso e viceversa… Con tanti cari  saluti allo stato di diritto.
Si dirà che, con il nostro dire,  stiamo sminuendo lo “sforzo eroico” di un  pugno, di politici, di magistrati e poliziotti,  che da anni lotta, eccetera, eccetera.  A parte, che dietro  questa  accusa  si nasconde  il vecchio argomento retorico della  mozione degli affetti,  qui  va  considerato un fatto che tanto normale non è. Quale?   Che al  solo  avanzare dubbi  sulla macchina giudiziario-mediatica  si rischia la scomunica  e  la rubricazione a mafiosi di complemento.
Non sappiamo ciò che realmente sia accaduto a Roma:  ma  sembra poco o punto  liberale  iscriversi a una delle due tifoserie. Da una parte quelli del “romanzo criminale”,  dall’altra  quelli  che ancora difendono il romanzo  dell’ex giovane povero   Silvio Berlusconi, perseguitato dai magistrati.  A dire il vero, persecuzione ci fu,  ma il Cavaliere, nulla si fece mancare.  Neppure lo stalliere.  Ma questa è un’altra storia.
Il vero  punto allora  qual è?   Che  continuano a volare  palle di  letame,  gli schizzi sporcano tutti, l’aria si è fatta irrespirabile. Rischiamo il castigamatti. E così, buonanotte ai suonatori:  addio società aperta, e pure liberale. 
Carlo Gambescia