Fascisti intelligenti? Suona come un ossimoro, eppure qualcuno c’è.
Ma il lettore dovrà avere pazienza: partiamo da un casus belli.
Quando si guarda Linea Verde, nell’edizione domenicale e nei suoi
format derivati, sembra di assistere a un Paese che non esiste più — e
forse non è mai esistito. Un’Italia perfetta, solare, morigerata, ferma
nell’autosufficienza delle proprie tradizioni: madonne, processioni,
sagre, microaziende familiari, e campi di grano così curati che neanche
un set cinematografico.
Un’Italia che non sbaglia mai un colpo perché, semplicemente, non si
muove. Nulla contro il folklore: è bello, è identità, è patrimonio. Il
problema non è il racconto della tradizione: è la sua trasformazione in
paradigma.
Un’estetica monocromatica che ripete, puntuale, tutte le
domeniche, lo stesso messaggio: autosussistenza, radici, ritorno alla
terra, moralità rurale. Una sorta di catechismo identitario servito ogni
domenica mattina, dove il mondo moderno è un ospite raro e quasi
indesiderato. Del tipo Saperi e Sapori, cavallo di battaglia
culturale, dell’ultimo Pino Rauti, ormai leone spelacchiato.
Con un piccolo paradosso, che già rivela l’intelligenza di un
“manovratore” ( di cui a breve parleremo), che a nostro avviso si scorge
sopra o tra gli autori del programma: quando “Linea Verde“ osa
affacciarsi sul globale, lo fa scegliendo proprio ciò che la destra
denuncia come “radical chic”. Niente filiere produttive internazionali,
niente logistica, niente scienza agronomica: solo prodotti di nicchia,
spezie gourmet, eccellenze da bistrot. Destra chic, alle orecchiette
gourmet? Probabile.
In ogni caso, una globalizzazione anestetizzata, digeribile. Quella
che non sporca le mani e non incrina il mito dell’autosufficienza.
L’esotico sì, ma purché resti una decorazione: un cucchiaino di curcuma,
non un mondo.
E qui entra in scena la sociologia delle comunicazione ( e della
cultura). Perché questa narrazione non nasce oggi. Non è neutra, non è
spontanea. Ha una genealogia precisa: ruralismo identitario, comunità
armoniosa, culto della terra e dell’autarchia. Tasselli già visti nel
Novecento, dalle riviste di Strapaese alla “battaglia del grano”.
Attenzione, non stiamo dicendo che Linea Verde sia un programma
fascista, sarebbe grottesco. Stiamo dicendo che attinge a quegli
immaginari, li ripulisce, li addolcisce, li serve in versione
domenicale: a milioni di italiani affetti da una pericolosa nostalgia
canaglia.
La sostanza, però, resta: l’idea che il futuro possa essere
raccontato come un ritorno all’origine. E qui conviene ricordarlo
chiaramente: Linea Verde non sempre è stata così.
Chi ha qualche anno di memoria televisiva sa bene che il programma —
nelle diverse edizioni, dai tempi di Federico Fazzuoli fino alle
stagioni condotte da Patrizio Roversi — non proponeva un’Italia
immobile, musealizzata, patriarcale. Raccontava territori, sì, ma li
attraversava con un’idea di modernità diffusa: innovazione agricola,
trasformazioni delle filiere, rapporto fra locale e globale, l’Italia
che produceva e sperimentava.
Quello di oggi non è un “DNA originario” del format: è una svolta
culturale precisa, un cambio di registro. E come tutti i cambi di
registro, va analizzato, discusso, contestualizzato.
A questo punto, più che cercare un responsabile diretto, conviene
guardare al clima culturale in cui queste scelte maturano. Le
trasformazioni dei linguaggi televisivi raramente nascono dal nulla:
riflettono orientamenti, sensibilità, visioni del Paese che circolano —
spesso in modo discreto — tra chi progetta e indirizza il servizio
pubblico. Figure ibride, a metà tra dirigente e intellettuale, capaci di
muoversi tra amministrazione e immaginario, contano più di quanto
appaia. Non sempre firmano i programmi, ma contribuiscono a definirne il tono, l’orizzonte e i limiti impliciti, indicando — se non imponendo — i conduttori giusti: simpatici, buffi e fedeli come carlini.

In questo senso, il nome di Angelo Mellone, scrittore, giornalista e
tante altre cose, di cui nessuno nega la brillantezza, è stato spesso
associato, nel dibattito pubblico, a una certa idea di racconto
nazionale: sobrio, identitario, apparentemente neutro e proprio per
questo efficace. Non è questione di attribuire paternità dirette —
operazione spesso fuorviante — quanto di cogliere una consonanza.
Attualmente, Angelo Mellone è Direttore dell’Intrattenimento Day Time della RAI, con responsabilità sulla programmazione quotidiana e sui principali contenitori diurni. Più che firmare singoli programmi, incide sulla linea editoriale e sul clima culturale dei palinsesti. Non è un dettaglio che questa traiettoria trovi anche ulteriori riconoscimenti istituzionali, come la nomina a consigliere dell’Istituto Centrale per la Grafica da parte del ministro Alessandro Giuli. Ciò segnala come questo tipo di sensibilità non resti confinato nei palinsesti, ma tenda a diventare criterio più generale di indirizzo culturale.
In questo senso, più che ai propagandisti urlanti, viene in mente una
figura come Alessandro Pavolini, uomo di grande cultura e fondatore
delle Brigate Nere — non per i contenuti espliciti, sarebbe un paragone
fuori scala — ma per il ruolo culturale: quello di chi lavora
sull’immaginario, sulla narrazione, sul clima simbolico. Non comanda
direttamente: prepara il terreno. Quando una visione è chiara, non ha
bisogno di imporsi. Le basta circolare.
Qualcuno potrebbe obiettare, con un’alzata di spalle ironica: “E va bene, adesso tocca alla destra, che male c’è?”. Forse.
Oppure, come fa la sinistra, si grida alla lottizzazione, dopo averla a lungo praticata? Ipocriti.
Ma è anche la dimostrazione che il programma non è neutro: la
sensibilità culturale cambia a seconda di chi tiene in mano la macchina
del racconto. Il servizio pubblico, così, rischia di ridursi a
un’alternanza di narrazioni, più che a uno spazio realmente plurale
(ammesso e non concesso che una mutazione del genere sia possibile. Ma
questa è un’altra storia…).
Del resto non è neppure un fenomeno solo italiano. In tutta Europa,
il conservatorismo culturale si traveste sempre più spesso da nostalgia
rurale: radici, comunità, autenticità, prodotti del territorio. È un
linguaggio che funziona, tranquillizza, promette stabilità mentre la
modernità corre.
Eppure, se oggi abbiamo risolto — per la prima volta nella storia —
il problema dell’alimentazione di una popolazione crescente, non è
grazie ai borghi “autentici”. È merito della modernità: tecnologia,
scienza, mercati globali, divisione del lavoro. In una parola: apertura.
E allora si torna alla domanda cruciale: perché un programma del
servizio pubblico propone una sola narrazione dell’agricoltura? Dov’è la
modernità? Dov’è il racconto dell’Italia che innova, sperimenta,
esporta, importa, e si muove dentro reti globali? Per quale ragione la RAI sembra
convinta che il futuro del Paese sia sempre e comunque una foto in
seppia?
La riposta può non piacere. Ma come abbiamo visto esistono — pochi ma influenti — quelli che potremmo chiamare fascisti intelligenti: abili nel plasmare cultura e immagine con una freddezza che lascia senza fiato.
Carlo Gambescia