mercoledì 29 gennaio 2020

Antisemitismo e  modernità

Chiunque conosca la storia europea, e ovviamente  sia  intellettualmente onesto, sa bene che l’antisemitismo ha radici profonde. Per secoli  le  comunità ebraiche  sono state discriminate dalla Chiesa cattolica e da una cultura, anche quando apparentemente  laica,  che culturalmente  risentiva della  condanna religiosa.
Del resto stabilire storicamente quando l’antisemitismo si sia laicizzato non è facile. Probabilmente, la legislazione post Rivoluzione francese, che favorì l’integrazione degli ebrei, provocò la reazione dei nemici della società aperta (per dirla con Popper) di destra e di sinistra, che vedevano nell’ebreo un pericoloso  portatore  dello spaventoso  germe  del  modernità.
Sotto questo profilo  l’antisemitismo  catalizza  tuttora quei movimenti politici  che alla società liberale e aperta,  vogliono sostituirne una autoritaria e chiusa.  E qui si pensi al nesso politico profondissimo tra  razzismo e antisemitismo,  il cui trait d’union  novecentesco   è caratterizzato dal tremendo effetto di ricaduta istituzionale della dottrina nazionalsocialista. 
La Shoah, nasce all’interno di una “operazione” ben congegnata (si fa per dire) dal modernismo reazionario. Ossia da un’ideologia contraddistinta  dall' uso  di mezzi moderni rivolti però a fini reazionari. In sintesi:  Camere a gas  +  Società chiusa. 
Modernismo reazionario che ancora oggi affascina  a  livello di massa. Si pensi ad esempio  alla nostalgica vulgata ecologista,  ossia  all’idea  assai diffusa   che la modernità sia pericolosa.  Idea che, nella sua genuinità, risale al tratto bucolico (trasversale sia al cristianesimo delle origini che al paganesimo) del pensiero controrivoluzionario. L’ecologismo, non solo nelle sue correnti estreme, ritiene  di poter cancellare la modernità  utilizzando i suoi stessi mezzi.  Semplificando:  Bicicletta  + Società chiusa.  Ovviamente le due ruote, o le quattro di un'automobile elettrica,  non sono paragonabili alle camere a gas.  Però la forma mentis  è la stessa.  Il che perciò  non esclude, almeno in linea di principio,   che un bel giorno anche i "portatori" del germe capitalistico  possano, secondo gli auspici di una medicina purificatrice dell'ambiente e della razza,  essere messi sui treni...
Parliamo insomma di sentimenti collettivi, segnati da quella ciclica motilità ricondotta  da Geiger nell'alveo del concetto di una pericolosa "democrazia emotiva".  E ciò vale a maggior ragione per l’antisemitismo, vero sedimento emotivo che cova sotto la cenere delle nostre società.  Il che  spiega  perché si teme  giustamente  che  esso   possa  di nuovo  diffondersi. 
Per farla breve, poiché l’antimodernismo è piuttosto diffuso a livello collettivo, nulla esclude che l’antisemitismo, come sua importante componente,  possa un giorno, come per l’ecologismo nostalgico,   fare di nuovo il suo ingresso nell’agenda politica.  
Si pensi all’ impazzimento collettivo in atto sulla “crisi climatica”, recepito però  dai politici  per paura di perdere consensi.  La stessa cosa potrebbe accadere con un fenomeno,   emotivamente coivolgente,  che  viene da ancora più lontano,  come l’antisemitismo.     
Di qui la necessità  di  invigilare, cominciando da se stessi, per dirla con Croce,   per contrastare la velenosa diffusione collettiva  della  menzogna antisemita.   
A tale proposito, quel che  va assolutamente evitato,  soprattutto da chiunque conosca bene la letteratura storica e sociologica in argomento,   è   minimizzare il pericolo  antisemita,   soffermandosi fin troppo sui rischi della  strumentalizzazione politica.
Rischi che ovviamente esistono, ma sono qualcosa che viene dopo: fanno parte della "cosa" ma non sono la cosa".  E qui pensiamo all’intervista di Alessandro Campi in argomento (*).  Dove si parla sì, di complessità della storia,  senza però chiarire in cosa consiste,  per poi attaccare subito  la sinistra, trovando il tempo  di  chiedere persino  monografie critiche su Almirante…  Certo,  queste sono le cose importanti... 
Siamo davanti a un professore, che pur non essendo antisemita, invece di offrire elementi di riflessione, inquadrando  la questione dell’antisemitismo in un contesto più “complesso”,  si presta con leggerezza  all' inutile chiacchiericcio politico.  

Carlo Gambescia                


martedì 28 gennaio 2020

L’ignoranza politica della sinistra
Non solo flussi elettorali…

L’andamento  dei  flussi elettorali spiega qualcosa ma non tutto.  E sicuramente l'approfondimento dei dati  non è aiutato dal  grossolano uso che ne  fanno  partiti, mass media e social.   
Tutto ciò  indica l’enorme distanza tra una politica colta, fondata sulla  mediazione intelligente e una politica urlata, ignorante, che vuole vincere a ogni costo puntando  su slogan irriflessivi.
Un esempio? Appena  l’Istituto Cattaneo -  attendibilissimo, per carità  -  ha osservato  che in Emilia il voto di  due elettori su tre di Cinque Stelle  è  andato  al  Partito democratico,  Prodi, che pure appartiene per età alla vecchia scuola della politica,  ha subito parlato  sconsideratamente  di Alleanze di centro-sinistra e di nuovo Ulivo… 
Ora,  il  blocco  riproposto da Prodi,  vent’anni dopo (come nel romanzo di Dumas),  non è  assolutamente   di centro-sinistra  ma di sinistra sinistra-centro.   E per una semplice ragione: per recepire i desiderata dell’elettore di Cinque stelle, statalista e giustizialista al cento per cento  - cosa che tra l’altro sta già accadendo - il Pd  non potrà non  spostarsi a sinistra, e di molto.  Sicché  le  forze di  centro (tra l'altro al momento ridotte a poca cosa),  rischiano, una volta imbarcate a sinistra, di  fare solo sì con la testa, come quei  cagnolini finti, un tempo in bella vista sui lunotti delle auto.
Esiste pure la questione della legge elettorale che, al di là della caccia al voto grillino,  riguarda in particolare la governabilità.  Una legge maggioritaria (anche mista) punirebbe il Movimento Cinque Stelle oggi in caduta libera, trasformandolo in socio, seppure aggressivo, di minoranza. Se proporzionale, invece lo premierebbe, tramutandolo in partitino rissoso e arrogante, trasformando  così l’auspicato governo di sinistra in  una gabbia di matti.

Al fondo della questione  - il problema dei problemi -   resta però  l’ introvabile  identità riformista del Partito Democratico.  Cosa vuole fare da grande?  Tenere conto responsabilmente delle regole dell’economia di mercato?  Oppure, continuare a puntare  sull’assistenzialismo  spendaccione?
Certo, un partito di sinistra, in economia,  non può dire cose di destra, figurarsi in Italia, dove addirittura la destra, pur di non perdere elettori, dice  - sempre in economia -  cose di sinistra.   
Qui però si   tratta di sciogliere un nodo importante  che la sinistra in particolare  si è sempre guardata bene  dall’ affrontare:  il rifiuto storico dell’economia di mercato  che risale ai tempi del socialismo rivoluzionario e poi del frontismo social-comunista  e persino del primo centrosinistra, quello degli anni Sessanta.   
Si tratta del rfiuto, per dirla ancora più precisamente con l’economista  Giuseppe Palomba,  dell’espansione capitalistica e soprattutto delle sue regole, in particolare di una regola, fondamentale: che lo stato, per un elementare principio di bilancio, matematico-economico diciamo,  non può e non deve socializzare le perdite e privatizzare i profitti.
Qualche esempio? I casi Alitalia, i cui dipendenti ormai sono stipendiati  con decreti governativi; dell’ Ilva, dove si è veramente  fatto il peggio per far  scappare la cordata privata guidata da imprenditori indiani.  E da ultimo,  la buffonata, che però potrebbe costare cara ai contribuenti, del passaggio allo stato, via Cassa Depositi e Prestiti,  della gestione della rete autostradale.
Su questi punti una sinistra occidentale, socialdemocratica, non pseudo-riformista,  dovrebbe dire la sua.  Chiarire insomma che senza espansione, come diceva Turati ai comunisti di Gramsci abbacinati dal leninismo, si rischia di  dividere solo la triplice fame e la triplice miseria.   
Lo strabiliante  progresso italiano degli anni Cinquanta  fu favorito  dagli alti tassi di sviluppo e  dall’apertura dei mercati, meravigliosamente seguita alla tremenda autarchia fascista. Insomma, la torta “collettiva” (al netto dei tributi, ma questa è un’altra brutta storia…), se proprio ci si tiene, deve crescere, deve essere sempre più grande,  altrimenti gli utili sociali da redistribuire  si riducono a loro volta.


Zingaretti su questo tace,  addirittura si atteggia a ecologista presentando  la  “transizione ecologica”  -  ammesso e non concesso  che il parolone  abbia un senso scientifico  -  come  qualcosa di  indolore  per il  contribuente, una cosetta così insomma…   
Qual è il lato tragico ( e per alcuni anche comico) della questione?  Che Zingaretti, che  ha il diploma di odontotecnico, e Prodi, che invece è accademico, dicono la stessa cosa.  
Si chiama, come dicevano all’inizio,  ignoranza politica.  Che prescinde dagli studi.   

Carlo Gambescia            

lunedì 27 gennaio 2020

Elezioni regionali 2020
Muro rosso?  No,  muro welfarista

La  sinistra esulta, Salvini ha perso.  Il  “muro rosso” come ha  scritto  “ Il Tempo” di Roma, ha retto.  
In realtà, il vero "muro" italiano che ha vinto è quello rappresentato da un blocco sociale, assistenzialista e parassitario che attraversa il Paese  da Nord   a Sud, diviso, e grettamente, sulla decisione di estendere  o meno il welfare agli immigrati. La vera lotta è sulla spartizione del  bottino welfarista. 
Certo, esistono anche ragioni ideali, l’Europa, l’antisemitismo, l’antifascismo, ma in realtà  sulla  “ciccia”  assistenzialista destra e sinistra non divergono mai.
Esageriamo?. Come ha vinto  la destra in Calabria? Con un programma tipicamente  welfarista: “Vi aiuteremo, vi staremo vicini, eccetera, eccetera”.  Il che significa finanziamenti pubblici a gogò.  Come ha vinto la sinistra in Emilia Romagna?  Sardine o meno, ha battuto la destra, rivendicando  i meriti  di quel regime welfarista che è al potere da sempre nella “Regione rossa”,  addirittura in tanti comuni  fin dai tempi di Giolitti.
Certo, Salvini, ora  dovrà darsi una regolata sulla richiesta di elezioni; i Cinque stelle dovranno  prendere definitivamente atto che l’elettorato  assistenzialista, alla sbiadita  copia  preferisce l’originale, ossia il Partito democratico.  
Certo,  tutto questo può essere interessante  per la salute del governo, della legislatura, insomma per la tattica politica di corto respiro che oggi, tra l’altro riempie le pagine dei giornali.  Ma i calcoli  con  il  bilancino elettorale, sganciato dai  veri contenuti,  non possono assolutamente incidere sulle strategie di lungo respiro. Dal momento che il dato elettorale, deve essere letto nei termini di una nuova vittoria  al Nord come al Sud  di un blocco sociale parassitario che vede schierati  statali e parapubblici,  pensionati e aspiranti tali, nonché  imprenditori e  dipendenti di imprese assistite.
Un blocco sociale - questo sì,   né di destra né di sinistra -  che rappresenta il vero muro trasversale o meglio la palla al piede dell’economia italiana. E che destra e sinistra, invece di rivendicare la propria originalità politica ( in particolare la destra, che pure qualche tradizione liberale avrebbe),  a ogni elezione unitamente coccolano, promettendo, pur con accenti diversi,  pensioni più alte e meno tasse...
Il problema non è solo italiano. Si pensi in Francia alle proteste corporative sulle pensioni, davanti alle quali Macron ha dovuto alzare le braccia, ma anche al  paternalismo  di  Orbán e  al rozzo welfarismo  di Sánchez.
Esiste purtroppo  un tacito  patto sociale corporativo tra destra e  sinistra  -  la grande coalizione tedesca ne è un esempio classico -  per non perdere i voti di un elettorato cresciuto a dosi massicce di assistenzialismo.
Un elettorato, socialmente  conservatore,  che non vuole cambiare, disposto a votare persino il diavolo pur di  mantenere  i costosi privilegi welfaristi.  Anzi, che aspira  addirittura a  moltiplicarli.  Una vita in vacanza, insomma.
E come? Con una crescita del Pil vicina allo zero?   Ecco il  vero  muro. 

Carlo Gambescia                     

                     

domenica 26 gennaio 2020

Sociologia e  questione del male nel mondo
Uno scambio di idee tra Carlo Pompei, Aldo La Fata e Carlo Gambescia





Carlo Carlo,  
a proposito del tuo articolo (*), cosa dire?  Che si gioca tutto su attacco e difesa e se la miglior difesa sia l'attacco, ma ciò è in funzioneanche delle intenzioni del nemico, reale o presunto.
Non può non essere un approccio relativistico, data la variabilità di attori e, appunto, delle relative motivazioni.
Insomma, la "non belligeranza" potrebbe non bastare, come non bastò nello scriteriato approccio tentennante di Mussolini nei confronti dei desiderata di Hitler, per fare nomi non contemporanei.
Un caro saluto,
Carlo  Pompei (**)


***

Caro Carlo,
Ho letto (*).
Esistono problemi che fuoriescono dalla competenza della sociologia: il problema del male ad esempio è uno di questi. Perché mai un sociologo dovrebbe preoccuparsi di definire il male o di definire il bene? Nel suo lessico tali parole o concetti dovrebbero proprio essere banditi. Quindi, chiedere ad un sociologo cosa sia per lui il male nel mondo non mi sembra avere molto senso. Ma comprendo che è tipico di chi ha una visione totalitaria della realtà cercare di trascinarvi dentro, magari senza tanti riguardi per la logica e per il pensiero coerente, tutto lo scibile umano. Ugualmente credo che non abbia molto senso accusare il sociologo di “relativismo” se accettiamo il fatto acquisito che tutte le scienza particolari sono “relativiste” per definizione. Ma perché mai occuparsi e preoccuparsi del relativismo delle scienze? Probabilmente perché molti scienziati hanno la tendenza a fare delle loro scienze particolari degli assoluti e a mettersi su un terreno di competizione e di scontro con altri assoluti magari ideologici o religiosi. E possono nascerne duelli all’ultimo sangue o all’ultimo concetto. Personalmente non ho mai capito perché  la Religione dovrebbe mettersi a dialogare con la Scienza e viceversa. Sono dialoghi infruttuosi, che non portano a nulla e che anzi generano solo confusione. Meglio tenere i due ambiti ben distinti e separati, se non altro per evitare sciocchezze del tipo “la particella di Dio” e simili.
Sto divagando, chiedo scusa. Il vero problema, caro Carlo, è che la Scienza oggi ha preso il posto della Religione e che il suo linguaggio si è fatto linguaggio prevalente. C’è da temere la sociologia quando scade nel sociologismo, come c’è da temere la scienza quando scade nello scientismo. Accetto che il “male” venga definito da un sociologo una “di-sfunzione”, ma non accetto né l’intercambiabilità dei termini, né l’integrazione dell’uno nell’altro, né la prevaricazione dell’uno sull’altro. Ma ovviamente non è il tuo caso. 
Un grande abbraccio,
Aldo La Fata

(*) http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2020/01/la-sociologia-e-la-questione-del.html
(**) Ricercatore di storia delle idee, studioso del pensiero tradizionalista, direttore della rivista "Metapolitica". 
   

***


Cari amici,  Cosa aggiungere?   Che avete  ragione  tutti e due.
Il neutralismo affettivo, o se si vuole il relativismo, se gioca un ruolo importante sul piano analitico, su quello politico, inevitabilmente rischia di condurre alla paralisi.  La “non belligeranza”,  come tu, caro Carlo, asserisci  giustamente, non esiste. O comunque resta legata, quanto all’effettività politica,  alle dimensioni degli attori.  Più sono ridotte, più l’influenza si riduce. Serve dunque realismo e capacità di saper affrontare il male inevitabile  che può provenire dalle decisione. Prudenza politica consiglia di soppesare sempre male minore e maggiore.
Sotto questo aspetto,  come tu, caro Aldo,  altrettanto  giustamente, sottolinei, il sociologo non può, anzi  non deve pronunciarsi moralmente sulla natura del bene e del male, ma può,  sembra di capire, parlare correttamente di disfunzionalità sistemiche. Sarà poi compito dell’interlocutore fare le valutazioni del  caso,  morali, religiose, culturali, eccetera.  E comunque sia  - anche su questo  punto concordo -   mai  mettere in imbarazzo sociologo,  ponendo  domande  che egli  non può (e non deve) dare.
Quanto alle valutazioni del teologo, del moralista, eccetera,  esse, come impone norma prudenziale, non possono eludere soprattutto sul piano organizzativo, le costanti della politica, anzi della metapolitica.  Se non a rischio   - attenzione -  di sprofondare  in  pericolose utopie.
So benissimo che per voi cari amici  esistono forze superiori  -  dal disegno imperscrutabile  (la sulfurea dinamica  delle volontà umane  per Carlo; il  misterioso governo divino per Aldo) -   al puro e semplice piano sociologico  o meglio ancora,  metapolitico delle regolarità (per intendersi),
Ne prendo atto, laicamente. Anche perché, per parte mia,   non sono assolutamente nella condizione,  in primis come sociologo, in secundis come uomo, di formulare alcuna  teoria definitiva  sulla storia e sulla società. 
Vi abbraccio,
Carlo Gambescia 




sabato 25 gennaio 2020

Guaidó, Sánchez, Sassoli e il riflesso condizionato della sinistra

Juan Guaidó, il presidente eletto dall’opposizione democratica,  rischia la vita.  Il suo rientro in patria, dopo il breve viaggio europeo potrebbe essere molto rischioso.  
Che dire?  In Europa si scende in piazza per andare in pensione a sessant’anni,  mentre in Venezuela  chi osa protestare,  muore per mano degli squadroni della morte  di Nicólas Maduro, il dittatore  nazional-comunista.
Semplifichiamo? Diciamo che a semplificare per prima  è la sinistra europea.  In particolare quella  populista e radicale che  in modo più o meno aperto sta dalla parte di Maduro. 
Esemplare il caso spagnolo, dove Pedro Sánchez, a capo di un governo neofrontista e per un quarto repubblicano (la Spagna è una monarchia), non  ha voluto ricevere Guaidó, riconosciuto da sessanta paesi,  delegando all’incontro il Ministro degli esteri.
Stesso discorso per il Parlamento europeo. Guaidó si è incontrato con il precedente Presidente Antonio Tajani ma non con quello  attuale, David Sassoli.   
Parliamo di un ex  giornalista di “Telekabul” (soprannome del famigerato telegiornale pubblico di osservanza comunista), oggi  uomo di punta del Partito democratico in Europa. Tra l’altro a differenza della stampa spagnola, meno servile verso la sinistra,  quella italiana ha ignorato l'imboscamento di Sassoli.   

Si rifletta, però più in generale, su questo atteggiamento politico della sinistra europea, tipicamente illiberale, sempre  indulgente con i dittatori correligionari. E che - quando si dice il caso -   mostra di non  stimare un  politico liberale come Macron,  che invece ha ricevuto con tutti gli onori Guaidó.
Purtroppo, e non è questione di semplificazioni o meno, larga parte della sinistra, soprattutto quella postcomunista (in realtà, criptocomunista, neppure tanto cripto, quanto a statalismo), continua ad applicare due pesi due misure come durante la Guerra Fredda.  Vecchie etichette che non sembrano morire mai:  Guaidó è un mostro perché di destra e filoamericano, Maduro, un santo, perché socialista  e antiamericano.  
Sánchez e Sassoli, punte di iceberg di un retro pensiero politico diffuso, riconoscono ai dittatori di sinistra un surplus di innocenza e idealismo:  se “sbagliano”, sbagliano a fin di bene, perché "difendono" presuntivamente  l'uguaglianza.  Mentre un dittatore di destra è  presuntivamente colpevole, perché  nemico dei "lavoratori", senza alcuna attenuante.
In realtà, nell’Occidente liberale  tutti i dittatori,  rossi o neri,  non dovrebbero  godere di alcun passaporto di rispettabilità politica. E invece perdura un brutale doppio registro politico, come ai tempi di Stalin. 
Anzi oggi  le cose  vanno  addirittura peggio. Perché  ciò che è più grave  è che il comportamento di Sánchez e Sassoli  non è neppure dettato dalla realpolitik che caratterizzava il vecchio "Koba" (soprannome di Stalin). Ma come sottolineato, è il portato storico di quell’accozzaglia  di  relitti ideologici  rappresentata dal comunismo.   
O meglio ancora:  portato riflessologico.  Perché siamo dinanzi a un specie di riflesso condizionato Come il famoso cane dell'esperimento pavloviano,  appena si accende il lumicino  del comunismo,  Sánchez e Sassoli cominciano a  salivare…  E non c'è più ragionamento che tenga.  Purtroppo. 

Carlo Gambescia 

venerdì 24 gennaio 2020

La sociologia e la questione del male nel mondo
Chiamale se vuoi disfunzionalità…

La sociologia non mette voti
Ogni tanto capita che durante un incontro tra amici, ma talvolta anche pubblico, ultimamente nel corso di un confronto con alcuni religiosi, di sentirmi chiedere  che cosa sia il male nel mondo per un sociologo. 
Domanda a dir poco imbarazzante, perché la sociologia, nonostante le avventurose e romantiche origini storiche ( De Maistre, De Bonald, Comte e Sansimoniani),  non è assolutamente una scienza morale,  non mette voti  ai comportamenti sociali.  Può però valutare la disfunzionalità di un sistema sociale dal punto di vista dei suoi valori prescrittivi:  di ciò che si deve fare perché un sistema sia coerente con le sue scelte e motivazioni socialmente approvate.

Il male disfunzionale
Ad esempio, un sistema liberale non può mettere in prigione le persone per le loro idee. La  punizione della libertà di parola e pensiero è disfunzionale rispetto ai valori prescritti.  Il che però vale in linea principio, perché  esistono correnti  di pensiero contrarie alla libertà di parola, che, qualora  diventassero dominanti,  snaturerebbero, proscrivendoli, i valori della società aperta.  Pertanto i nemici della libertà di parola e pensiero sono disfunzionali alla società liberale.  Rappresentano il male, male disfunzionale, ovviamente. Insomma, anche  la società liberale non può non difendersi dai suoi nemici, pena la sua stessa esistenza.
Dal punto di vista sociologico  vale però anche  il contrario:  in un sistema sociale  dominato, semplificando, da valori illiberali,  il fattore disfunzionale  - il male, se si vuole -  è rappresentato dalla diffusione di valori liberali. Di qui, la necessaria attività difensiva della società chiusa verso tutto ciò che può metterla in pericolo.  

 La questione del relativismo
Ripeto, si tratta naturalmente di una interpretazione sistemica del male, che non guarda ai suoi contenuti assoluti, ma agli aspetti funzionali e disfunzionali.
Può essere sufficiente? Di solito  i miei interlocutori, una volta ascoltate queste  tesi, mi accusano di relativismo. E in effetti è così. Ragionare di disfunzionalità, ammesso e non concesso  che tutti i comportamenti sociali siano improntati alla funzionalità sistemica, recide alle origini qualsiasi opzione valoriale, cioè  di un valore superiore a tutti gli  altri.  


La moralità come un lusso…
Il punto è che la società, nella sua concretezza, resta  un coacervo di valori e interessi, spesso opposti, valori e interessi che gli individui perseguono liberamente, senza porsi troppi problemi di coerenza prescrittiva rispetto ai valori dominanti.
Soprattutto le questioni morali per la maggioranza delle persone sono un lusso,  o comunque qualcosa, che se non condensato nel diritto positivo, penale e civile, si trasforma in quello che una volta era l’abito buono da indossare nelle grandi occasioni.  Sicché il male e il bene a livello microsociale non sono  meno afferrabili del male e bene  a livello macrosociale, se non, come sottolineato, quale fattore disfunzionale sistemico, entro certi limiti microsociologici, come appena ricordato.

Macro,  micro e  guerra
C’è però un aspetto del male, che a livello micro e macrosociologico, se  aiutato dal giudizio storico,  può essere preso in considerazione.  Quello del rapporto tra decisioni politiche e mutamento storico.  
Esistono, storicamente parlando, personaggi (monarchi, uomini di stato, condottieri e generali) che assumendo macrodecisioni  hanno inciso sulle microdecisioni di milioni di individui, generando un semplice mutamento di  contesto,  come ad esempio il passaggio dalla pace alla guerra.
Cambiare, e in peggio, anche temporaneamente,  la vita delle persone,  ad esempio dichiarando guerra,  può essere giudicato un male. Che gli uomini di solito temperano con la promessa di una vita migliore dopo la guerra. Il che  rinvia alla prudente logica del male minore: “Facciamo questa guerra, per impedire un male maggiore, poi però staremo tutti meglio”.

La filosofia della guerra
In realtà, la differenza tra il male minore e maggiore  è rappresentata dalla filosofia di fondo che si cela dietro la decisione di fare la guerra. Se sullo sfondo c’è una dichiarata filosofia bellicista, che punta a costruire le proprie fortune sulla conquista militare, siamo in presenza del male. Come dire? Del male strutturato.
Certo, storicamente parlando, non è facile  attribuire una filosofia militarista, quindi una “struttura” del (e al) male:  la storia è un groviglio di guerre difensive, preventive, aggressive. Alcune unità politiche però, per tradizioni interne, sono più predisposte di altre. Potrei fare dei nomi. Preferisco però  siano i lettori a pronunciarsi.

L’ipotesi conflittualista
Resta infine  l'ipotesi, formulata  dalla scuola sociologica conflittualista,  che  alla  base di ogni ordinamento  politico  e in particolare dello stato, vi sia  la conquista militare e l’assoggettamento dei vinti. Pertanto il male  sarebbe alle origini di ogni società politica. 
Insomma,  come si può capire, il male nel mondo esiste,  tocca aspetti macro e soprattutto micro sociologici, ma è difficile individuare, soprattutto dal punto di vista delle colpe  morali.  i suoi  agenti sociali. Ho accennato al fattore bellicista.  Ma, come detto,  preferisco  non fare nomi… Per oggi.

Carlo Gambescia      
                     

giovedì 23 gennaio 2020

Il pattuglione di Salvini
I funerali dello stato di diritto


La notizia più importante  di oggi  non è il passo indietro dell’ineffabile Di Maio o l’isteria protezionista di Trump,  due  politici  mediocri che hanno afferrato il potere sull’onda di un sordo risentimento sociale, bensì  i funerali dello stato di diritto,  ben condensato in due principi, tra l'altro costituzionalizzati: l'inviolabilità del domicilio e la  presunzione di innocenza. 
Principi che devono valere per tutti. Altrimenti, che uguaglianza dinanzi alla legge è? Si ritorna al longobardico diritto personale, o peggio ancora al diritto razziale.
Principi proditoriamente violati.  E da chi? Dal pattuglione di  benpensanti (si fa per dire) capeggiato da  Matteo Salvini.  Cosa è successo? Che tutti insieme appassionamente sono andati  a suonare in favore di telecamere  il campanello di un presunto "spacciatore tunisino"…  
Non si può ridere di Salvini, né buttarla sul cabaret televisivo.  Una risata non lo sconfiggerà. La letteratura satirica degli anni Venti e Trenta non impedì l’ascesa di Hitler, ridicolizzato dalla stampa umoristica tedesca.  Anzi, non "li" sconfiggerà.  
Purtroppo  si fa leva  -  media e politici -   sul fatto che la  stragrande maggioranza della gente  sembra non mostrare  sufficiente  autonomia di pensiero per capire la Costituzione, il diritto, l’importanza della tolleranza:  tutti principi violati da Salvini, che, tra l'altro,  come politico dovrebbe conoscerli.   
Si tratta di una questione di fondo che in Italia  ha assunto, almeno dai primi anni Novanta, le dimensioni di una pericolosa deriva. Già di per sé, le persone comuni, e quel che  è peggio anche con  titoli accademici,  tendono sempre, in ultima istanza,  alle soluzioni spicce: un cazzotto e via. E chi si oppone, come nel caso, si sente subito accusare  " di stare dalla parte degli spacciatori".  La prima manichea scemenza, in bianco e nero,  facile facile, che passa per la testa...  
Pertanto il turpe richiamo al  Cesare che "raddrizzerà tutti i torti"  è sempre pericolosamente dietro l’angolo.  L’uomo alla libertà preferirà sempre la sicurezza; al capire il credere;  al ragionamento, in ultima istanza, il pugno. Purtroppo, piaccia o meno,  personaggi come Salvini, sempre pronti a eccitare il "popolo sovrano" ( ma non dei propri istinti gregari e violenti),  sono sempre in agguato tra le quinte della storia.

Che fare allora?  Senza un patto tacito  tra i politici  sulla prudente  necessità di non violare le regole dello stato di diritto e del discorso pubblico, patto  imperniato  sul rifiuto di comportamenti estremi come quelli che costituiscono  il normale agire politico di Salvini, si rischia veramente un’involuzione autoritaria, se  non di peggio.
Il pericolo principale  è rappresentato da una retromarcia popolar-poliziesca che in prospettiva può  andare a colpire tutti, non solo il presunto "spacciatore tunisino”.  E quel che peggio, tra gli applausi della gente comune.
Come dicevamo,  in Italia  - la stessa Italia ipocrita che oggi vuole fare di Craxi un eroe -  gli argini dello stato di diritto furono infranti negli anni di Tangentopoli.  Emerse allora una cultura giustizialista, populista  parafascista (anche se Almirante mai avrebbe suonato campanelli: troppo, e giustamente, borghese), veicolata da quasi tutti partiti, dalla destra alla sinistra.  Poi coagulatasi, per manifesta incapacità di Berlusconi e Prodi,  intorno al Movimento Cinque Stelle e alla Lega.  

Sicché, oggi, Salvini da vero squadrista mediatico -  altro che il Cavaliere… -  va a dare la caccia all’immigrato con telecamere al seguito. Salvo poi, a danno fatto, scusarsi, per poi  reiterare alla prima occasione. E così via.
Ripetiamo ( anche  se  il cittadino del cazzotto continuerà a  non capire...):  il punto  non è la colpevolezza  o meno, del “signore” disturbato al citofono, ma il concetto di giustizia popolare che mostra il suo brutto e pericoloso grugno dietro il pattuglione salviniano.
Riassumendo, una volta su questa strada,   basterà la denuncia di un cittadino, “presuntivamente onesto”,  per mettere alla gogna, non solo "un tunisino" ma chiunque, a prescindere dalla nazionalità, sia ritenuto socialmente a rischio  e quindi  “presuntivamente colpevole”. 
Altro che presunzione di innocenza…  Che dice  Salvini nel video? “Circolano spiacevoli  voci su di lei signore, vuole smentire?”.  Capito?  Voce di popolo, voce di dio… A che serve lo stato di diritto?

Carlo Gambescia