lunedì 13 aprile 2026

Da Budapest a Islamabad: il sovranismo non è ancora morto, è presto per dirlo

 


A dare retta ai giornali di oggi, ma anche i social non scherzano, la destra mondiale, non solo legge e ordine, sarebbe entrata nella sua crisi finale, dal momento che il sovranismo realizzato mostrerebbe le sue profonde crepe.

Due gli argomenti a favore della tesi: la sconfitta di Orbán e quella di Trump, che a Islamabad non avrebbe trovato l’Iran in ginocchio, pronto a cedere su tutto.

Le cose stanno proprio così? Diciamo che dietro il bicchiere mezzo pieno c’è la grande voglia, tipica della sinistra europea – ma diremmo mondiale, mettendoci anche i democratici americani – che le cose vadano a posto da sole, e che il sole del liberal-socialismo torni a brillare su pensioni, vacanze, bonus, incentivi e tutte le altre costose diavolerie welfariste.



Un orizzonte di pace che vede i cattivi in prigione, diciamo così, e i buoni trionfare senza fare troppo sforzo. In realtà ci si dimentica di Putin, di Xi e soprattutto di un movimento internazionale di opinione, ma anche politico, che ha eletto a suoi padrini Trump e l’ideologia Maga: un nuovo politicamente corretto, di tipo autoritario, che le nuove destre – evitando accuratamente di parlare di fascismo – vogliono imporre dove vincono.

A questo proposito, Magyar, il quarantenne che ha battuto Orbán, è un conservatore, democratico, anche – sembra – pro Ue, così dicono gli ottimisti, che però dimenticano l’alto tasso di nazionalismo che, almeno dall’Ottocento, anima gli ungheresi: sempre pronti a rivendicare per sé la libertà e a comprimere quella degli altri, specie delle minoranze linguistiche e religiose. Quindi, piano con le illusioni, probabilmente la reazione verso il migrante continuerà a scattare in automatico.

Il che significa che è presto per cantare vittoria. Si dovrà vedere Magyar all’opera. Certo, si dirà, sempre meglio di un sodale di Putin. O che comunque va bene anche un ex sodale. E questo è vero. Però non è il caso di restare a braccia conserte perché “dalla parte giusta della storia”.




Se nel 1939-1941 si fosse ragionato così, oggi invece della sconfitta di Orbán l’Europa celebrerebbe ancora ogni anno le vittorie di Hitler e Mussolini.

Quanto a Trump sconfitto, saremmo più cauti. Il “sovranista” americano (oggi siamo indulgenti) sa benissimo ciò che vuole: accrescere la sua potenza personale e quella degli Stati Uniti; se poi non dovessero coincidere, peggio per la seconda.

Inoltre ha tutti i mezzi per battere l’Iran: quale altra potenza è in grado di trasferire navi, aerei e soldati in breve tempo da un lato all’altro del mondo? Infine Trump guarda alla politica estera come diversivo rispetto alla politica interna, come del resto tutti i dittatori, o aspiranti tali (anche la Meloni in questo è maestra), e per lui la pace non è un bene primario.

A ciò si unisca, proprio sul piano interno, un controllo molto esteso, dal suo partito ai mass media e su ampie fasce del potere giudiziario. Gli americani (quantomeno uno zoccolo duro) sono molto divisi. Non sarà facile farlo fuori elettoralmente.



Insomma, il sovranismo realizzato può anche non piacere, ma, a cominciare dagli Stati Uniti, è una brutta gatta da pelare. Ci si doveva pensare prima.

La cosa più antipatica è l’atteggiamento della sinistra e di non pochi liberali, che, approfittando di questi passi falsi, si appellano alle virtù della democrazia, che non si sa bene per quali ragioni di scienza infusa dell’elettorato avrebbe sempre ragione sui suoi nemici. Pertanto, si dice, si tratta solo di questione di tempo: basta attendere e restare fermi sui principi.


Quando però si vanno a esaminare i programmi degli oppositori del sovranismo realizzato ci si accorge che si tratta di una ricetta altrettanto populista: al welfarismo nazionalista delle destre si oppone un welfarismo internazionalista a sfondo ecologista. Per dirla alla buona, se non è zuppa è pan bagnato.

 


Concludendo, Orbán sembra morto, Trump non si sente tanto bene (o almeno così pare), ma la strada per uscire dal sovranismo realizzato è ancora molto lunga.

Più che morto, il sovranismo aspetta che i suoi avversari si illudano abbastanza da lasciargli campo libero.

Carlo Gambescia

domenica 12 aprile 2026

Caso Cingolani. Il clamore degli imbecilli

 


I limiti prospettici, tra i tanti, del dibattito pubblico italiano sulla politica estera sono evidenti. Parleremmo addirittura, per dirla con Monnerot, di limiti dell'intelligenza politica, ciò di sapere cogliere l'essenza dei fatti e di agire di conseguenza. 

Il caso Cingolani — amministratore delegato di Leonardo — è esemplare: è finito al centro di polemiche, si dice, anche per il progetto di scudo antimissile, non ben visto  a Washington. Da qui, l’interpretazione immediata: il sovranismo è servo degli Stati Uniti.

E la destra? Silenzio. O qualcosa di indistinto, che non incide.

Il punto, però, è un altro, e più scomodo. Gli Stati Uniti di Trump (ed è decisivo sottolinearlo) non puntano a rafforzare l’Europa, ma a dividerla, separando i paesi gli uni dagli altri. In questo quadro, il sovranismo può diventare un utile grimaldello: non per emanciparsi dall’ombrello americano, ma per rendere impossibile, all’origine, qualsiasi progetto europeo autonomo.



Da questo punto di vista, la sinistra coglie un aspetto reale. Ma solo un aspetto.
Perché qui si apre la vera domanda: che cosa significa, oggi, essere europeisti? E fino a che punto si vuole — davvero — un’Europa militarmente indipendente dagli Stati Uniti?

Esiste un progetto concreto, a breve termine, di integrazione militare europea? No.

Esiste una strategia credibile di difesa comune? No.

Esiste, semmai, un atteggiamento che potremmo chiamare “modello Sánchez”: prendere le distanze dall’alleato americano, evocare un ombrello internazionale che non esiste, e confidare che gli equilibri globali si ricompongano da soli. Non il dio degli eserciti, ma quello — assai più consolante — della pace.

 


Il risultato è una doppia illusione. A destra, un sovranismo che rischia di rafforzare proprio quella dipendenza che dice di voler combattere.A sinistra, un europeismo senza strumenti, che scambia i desideri per strategia.

E così il vero problema emerge con chiarezza: non la subalternità dell’una o dell’altra parte, ma la passività europea, condivisa. Una passività che diventa, col tempo, incapacità di pensarsi come soggetto politico. E soprattutto, come scriviamo da sempre, di “pensare la guerra”.

Un esempio di questa radicalizzazione dell’impotenza? O se si preferisce di stupidità politica?

 

 

Come spesso accade, l’Italia fa da apripista. L’idea di evocare il nome di Silvia Salis, sindaco di Genova, come possibile figura da proiettare a Palazzo Chigi alle politiche del 2027 — qualcuno, a sinistra, l’avrà pur tirata fuori dal cilindro — appartiene alla stessa logica simbolica.  

In realtà, per alcuni, la Salis è  più chic che radical, però si diceva la stessa cosa della Schlein... Presto tramutatasi in capopopolo.   Si comincia pompieri si  finisce piromani.

Per capirsi: è come se, dall’altra parte, si proponesse il nome di Vannacci, magari ripulito un po'.  Si chiama anche radicalizzazione oggettiva della lotta politica. Tradotto: avversario trasformato in nemico assoluto. Fine della liberal-democrazia. Come del resto mostra, sul fronte opposto, la presidenza Trump.

 Non politica, ma segnalazione identitaria. Non governo, ma gesto. Non argomentazioni, ma cori da stadio.


Una boutade politica? Probabile. Ma anche solo pensarla — e la legge, certo, non lo vieta — rivela qualcosa di più serio: la deriva di una sinistra che, invece di costruire politica, torna a rifugiarsi nel frontismo e nelle scorciatoie simboliche.

 




Che dire? Come era il titolo di un vecchio film di successo, “Il silenzio degli innocenti”?

Ecco: qui abbiamo “Il clamore degli imbecilli”.

E la domanda resta, ostinata: si può andare avanti così?

Carlo Gambescia

sabato 11 aprile 2026

Due Occidenti? No, Sansonetti: uno solo. E pieno di contraddizioni

 


Che c’è di più facile di una visione del genere: un Occidente che somiglia a un Vangelo civile — egualitario, solidale, attraversato da una vocazione morale che affonda le radici nel cristianesimo — e un altro, cinico e armato, dominato dal profitto, pronto a piegare anche la religione a strumento di potere.

Così Piero Sansonetti, oggi su “l’Unità”, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che il fascismo chiuse in carcere. Il problema è che entrambi questi Occidenti esistono soprattutto nella testa di chi li romanzeggia.

Nel suo editoriale, Sansonetti costruisce una contrapposizione netta: da una parte un Occidente “cristiano” coerente con il messaggio evangelico; dall’altra quello incarnato da Donald Trump, visto come una deviazione aggressiva e materialista, sostanzialmente anticristiana.

È una lettura suggestiva, anche efficace, ma troppo chiara per essere vera.



Il primo problema è l’Occidente “buono”. L’idea di una civiltà naturalmente egualitaria, quasi spontaneamente evangelica, è più una costruzione retrospettiva che un dato storico: si chiamano razionalizzazioni.

L’Occidente, fin dalle sue origini greche, romane e cristiane, è stato anche gerarchia, dominio, conflitto, esclusione. Non è mai stato un blocco morale coerente, ma un campo di tensioni in cui principi universalistici e pratiche di potere hanno convissuto, spesso in modo contraddittorio.

La semplificazione più evidente riguarda però l’altro polo: l’Occidente “cattivo”, ipercapitalistico e guerresco. Anche qui Sansonetti prende elementi reali — il peso del mercato, il ruolo dell’industria militare, il linguaggio della forza — e li trasforma in una totalità compatta. Classica fallacia logica: scambiare una parte per il tutto.
Si dirà che a un editoriale non si può chiedere troppo. Ma quell’Occidente monolitico non esiste.



Esistono democrazie pluraliste, sistemi di welfare, culture politiche divergenti — tra cui anche quella di Gramsci e Sansonetti — e conflitti interni profondi. Esistono, insomma, più Occidenti dentro lo stesso Occidente. Ed è proprio questa pluralità che la cultura liberale ha valorizzato. Ridurre tutto a profitto e armi significa cancellare questa complessità. È una scorciatoia polemica, non un’analisi.

Il liberalismo, a differenza delle ideologie totalizzanti — fascismo, nazismo, comunismo — è attraversato da contraddizioni e tensioni. Ed è proprio questa la sua forza. E secondo alcuni anche la sua debolezza. Perché le contraddizioni fanno il gioco del nemico esterno.

E tuttavia liquidare Sansonetti sarebbe troppo semplice.

Perché nel suo ragionamento c’è un’intuizione che merita attenzione: il conflitto che attraversa oggi l’Occidente non è solo politico o economico, ma anche simbolico e culturale. Riguarda, in modo specifico, il modo in cui il cristianesimo viene interpretato e utilizzato.

Una parte del mondo legato a Trump — e a figure come J. D. Vance — tende a leggere il cristianesimo in chiave identitaria: come marcatore di appartenenza, strumento di definizione di un “noi” contrapposto a un “loro”. È un cristianesimo meno universalistico e più politico, meno morale e più culturale, che guarda alla fissità dei costumi  e gerarchie.

 


Qui la tensione con una visione più sociale e inclusiva della tradizione cristiana è reale. Ma non si tratta di uno scontro tra cristiani e anticristiani, come suggerisce Sansonetti. Piuttosto, è uno scontro tra diverse interpretazioni del cristianesimo stesso.

Ed è proprio questo il punto che il suo schema finisce per oscurare.

Trasformare una frattura interna, quella che potenzialmente può essere un tensione interna, in un conflitto assoluto tra bene e male, quindi qualcosa d esterno all’universo liberale, può essere rassicurante, ma semplifica la realtà. Non aiuta a capire: aiuta a schierarsi. In un conflitto in atto che nessuno nega

Però l’Occidente reale è meno lineare e meno consolante. Non è diviso, da sempre, in due blocchi morali contrapposti. È lo stesso spazio che produce universalismo e interessi, solidarietà e competizione, diritti e potere. Questo spazio si chiama liberalismo.

Qui però nasce un problema. E’vero che Donald Trump e il mondo Maga rivendicano una loro idea di Occidente. Contraria ma complementare a quella di Sansonetti. Ma proprio per questo motivo è una visione che guarda altrove — alla forza, all’obbedienza, al primato del comando — e che fatica a riconoscersi nelle regole del costituzionalismo liberale. Non è un caso che mostri più di una simpatia per regimi poco interessati a diritti e pluralismo. Si potrebbe parlare di “AntiOccidente”.

 


C’è un punto interessante – qui Piero Sansonetti non ha tutti i torti — l’idea di piegare anche l’autorità religiosa al potere politico non è affatto nuova. Persino J. D. Vance – e, sia chiaro, anche se la notizia non fosse vera resterebbe comunque un buon esempio – ha evocato polemicamente la “cattività avignonese” (1309–1377), quando i papi risiedevano ad Avignone sotto la forte influenza della monarchia francese. Ma si tratta ancora di un mondo pre-moderno, in cui la distinzione tra potere spirituale e temporale non ha la forma che conosciamo oggi.

Più tardi, la modernità politica produce figure ambigue: Napoleone Bonaparte, che arriva a sottomettere il papato al potere imperiale e deportare Pio VII, è già dentro la grammatica della Rivoluzione e dell’ordine moderno, non fuori da essa. Diverso è il caso dei totalitarismi del Novecento — da Adolf Hitler ai regimi comunisti — che non si limitano a condizionare la Chiesa, ma tendono a neutralizzarne l’autonomia quando non a sopprimerla.



Da qui nasce l’obiezione: anche la modernità liberale avrebbe perseguitato i papi o limitato la Chiesa. È vero, ma è proprio qui il punto: il liberalismo non è mai stato un sistema di purezza morale, bensì un assetto istituzionale che nasce per contenere e regolare conflitti tra sfere di potere. La sua forza non sta nell’assenza di contraddizioni, ma nella loro gestione pubblica e reversibile, senza annullare la pluralità degli attori.

In questo senso, il liberalismo non elimina il potere: impedisce che diventi assoluto. Cosa che un fascista o un comunista, ubriachi di potere, non potranno mai comprendere. Odiano la lentezza delle procedure, vanno per le spicce, seminando morti per il mondo.

Ed è proprio nel rapporto con questi vincoli che si misura la differenza tra chi accetta la politica come gestione del limite e chi, invece, la interpreta come scorciatoia dell’eccezione permanente. Una dinamica che, in forme e contesti molto diversi, si ritrova anche in figure come Benjamin Netanyahu, dove la logica della sicurezza tende a comprimere lo spazio delle mediazioni istituzionali.

La questione, allora, non è scegliere tra un Occidente buono e uno cattivo, perché quell’alternativa è un’invenzione polemica e anche se ora risponde a una logica di schieramento amico-nemico in atto.  Quindi non più tra semplici avversari.

 


Il punto è riconoscere che l’Occidente reale è conflitto, tensione, contraddizione permanente. È proprio questa instabilità — non la sua presunta purezza — ad aver prodotto libertà, diritti, pluralismo. Anche Sansonetti, assolutizzando il conflitto, fuoriesce dal liberalismo. Proprio come Trump.

Per questo Donald Trump non rappresenta “un altro Occidente”, né una sua degenerazione interna. È qualcosa di diverso: come dicevamo l'”AntiOccidente”, un nemico che si nutre delle contraddizioni dell’Occidente liberale per rovesciarne le regole. Non sta dentro quel perimetro, lo usa.

Ed è proprio per questo  motivo che Trump va preso sul serio: non è un pagliaccio o un demente. Trump rinvia a una sfida politica e culturale che viene da fuori e che proprio per questo trova, dentro, terreno fertile.

Per farla breve: Trump è un fascista.

Carlo Gambescia

venerdì 10 aprile 2026

Il problema non è che il governo non fa: è quello che sta facendo

 




Il passaggio alla Camera e al Senato, attraverso l’ennesima informativa del governo, ha confermato una dinamica ormai consolidata: l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non arretra e, soprattutto, non è davvero incalzato.

Le informative consentono il dibattito parlamentare, ma non prevedono un voto vincolante: ne deriva uno spazio di intervento che, pur formalmente rilevante, finisce spesso per tradursi in una funzione più espositivo-retorica che incisiva. Più che mettere alla prova il governo, l’opposizione esercita un diritto di tribuna: qualche punto retorico, poche conseguenze politiche.

Dire che il governo “non fa nulla” è una critica sterile. Per capirsi la solita retorica giustizialista sulle bollette, che tra l’altro, è molto usata anche dalla destra (inciso: perchè votare sinistra, se poi le bollette, si veda il demagogico taglio alle accise, te le paga la destra?).

Il punto è opposto: questo governo fa, e lo fa lungo una direttrice riconoscibile. Sicurezza, immigrazione, centralità dello Stato, enfasi sull’interesse nazionale: non siamo davanti a un vuoto, ma a un progetto. Anche misure apparentemente marginali — come l’introduzione, in alcuni contesti locali, di criteri preferenziali per categorie come le forze dell’ordine nelle graduatorie dell’edilizia pubblica — segnalano una gerarchia di priorità. Non dettagli: indizi.



In linea generale, il progetto non rompe formalmente con i pilastri dell’Occidente — Unione Europea e NATO restano riferimenti — ma ne propone una rilettura più selettiva e meno universalista. Non una rottura, dunque, ma uno spostamento. E gli spostamenti, in politica, producono effetti.

Il riferimento al fascismo, agitato spesso come clava polemica, merita maggiore precisione. Più che evocare ritorni, è utile interrogarsi su alcune affinità di mentalità politica: la valorizzazione dell’unità nazionale rispetto al conflitto pluralistico; una certa diffidenza verso il libero mercato; quel luogo comune — sempreverde — sull’intellettuale con il cuore a sinistra e il portafogli a destra; la tendenza a concepire lo stato come principio ordinatore più che come arbitro, o persino guardiano notturno. Presi singolarmente, questi elementi non rompono il quadro democratico; combinati, possono inclinarlo.

È qui che l’opposizione sbaglia bersaglio. Non si tratta di denunciare l’inerzia, o di descrivere un Paese al collasso (che però non collassa mai), ma di mettere in discussione la direzione di marcia. Continuare a ripetere “non fanno nulla” mentre il governo ridefinisce priorità e linguaggi è, nel migliore dei casi, un errore di analisi; nel peggiore, una forma di autoassoluzione.



In questo quadro, una eventuale riforma elettorale con un forte premio di maggioranza rischierebbe di amplificare una vittoria relativa fino a trasformarla in una egemonia parlamentare. Nulla di automaticamente illiberale, sia chiaro. Ma in presenza di un’opposizione debole e di un esecutivo compatto, l’equilibrio tra rappresentanza e decisione tende a sbilanciarsi.

Un recente passaggio referendario, letto da alcuni come uno “sganassone” al governo, sembra essere stato riassorbito senza effetti strutturali. Anche questo è un dato politico: segnala una capacità di adattamento e un pragmatismo che, al netto dei giudizi di merito, rafforzano la tenuta dell’esecutivo.

Ma c’è un aspetto meno osservato, e proprio per questo rivelatore: il calcio.

Dopo le mancate qualificazioni alla Coppa del Mondo, si è rapidamente riattivato un discorso che va ben oltre lo sport: rilancio mitologico dei vivai, centralità istituzionale dei settori giovanili, valorizzazione, a livelli da difesa della razza, del “talento nazionale”, fino a ipotesi — più o meno esplicite — di soppressione della presenza straniera. Insomma protezionismo, e di quello più rozzo. Non è soltanto una politica sportiva: è una grammatica culturale e, insieme, un’idea di nazione che si riaffaccia.



Puntuale, qualcuno ha evocato anche i mondiali vinti in epoca fascista, con la solita formula da memoria selettiva: “Quando c’era Lui…”. Una retorica nostalgico-identitaria che trasforma il passato in mito rassicurante, più utile a semplificare il presente che a comprenderlo.

Il punto interessante è che questa grammatica è coerente con quella politica. Di fronte alla crisi, la risposta tende a essere la stessa: più selezione, più controllo, più radicamento nazionale. Una logica semplice, intuitiva — e proprio per questo efficace. “Prima gli italiani”, tradotto in linguaggio calcistico.

La vera questione non è stabilire se queste misure funzioneranno. Il punto è riconoscere che siamo di fronte a una visione che attraversa ambiti diversi — dalla politica economica allo sport — e che proprio per questo entra in sintonia con una parte significativa del Paese. Qui si apre un nodo sociologico: perché una domanda di protezione e identità risulta oggi più convincente di un’offerta politica fondata su apertura e universalismo?



È qui che si gioca la partita decisiva, quella vera non di calcio. 

Non tra chi “fa” e chi “non fa”, ma tra modelli alternativi di società: uno più orientato alla protezione e alla coesione interna, l’altro più aperto e universalista, di matrice liberale.
 

Ridurre questo confronto a una sequenza di slogan significa, ancora una volta, lasciare campo libero al primo.

Qualcuno dovrebbe spiegarlo alle opposizioni. Il plurale è d’obbligo: dentro quel campo convive un po’ di tutto: identità politiche esauste, moralismi intermittenti, improvvise conversioni liberali. Una pluralità che, invece di tradursi in ricchezza, finisce spesso per produrre paralisi.

Nel frattempo, dall’altra parte, si governa. E si continua a farlo seguendo una linea precisa.

Carlo Gambescia

giovedì 9 aprile 2026

Iran, la guerra sospesa: un’analisi metapolitica

 


A tutt’oggi, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non è finita. Ma non è neppure in corso, almeno non nel senso classico del termine. È sospesa. Congelata. Tenuta in vita, paradossalmente, proprio dalla sua interruzione.

La tregua di due settimane non rappresenta un punto di arrivo. È, piuttosto, un passaggio: un’intercapedine tra due possibilità, la ripresa dell’escalation o la sua trasformazione in qualcosa di più ambiguo e duraturo. Non siamo di fronte a una pace mancata, ma a una guerra che cambia forma.

Il cuore della questione non è militare. È metapolitico. Tutto ruota attorno a un nodo strategico: lo Stretto di Hormuz. Da qui la domanda metapolitica decisiva: chi ne assumerà il controllo? Finché non emergerà un vincitore, un potere “ricostituito” diciamo, il problema della sua apertura o chiusura resterà sul tavolo. E se si chiude, anche solo parzialmente, il conflitto riprende automaticamente. Non è una decisione politica: è una conseguenza metapolitica che rinvia al ciclo (meta-)politico della conquista, conservazione e perdita del potere.



Su questo punto il mercato globale — energia, trasporti, assicurazioni — esercita una pressione costante per la stabilità. Ha bisogno di certezze istituzionali di fondo, ciò che i protezionisti del potere, come Trump ad esempio, poco attenti agli effetti esterni delle decisioni politiche, tendono a sottovalutare. In termini semplici: il mercato vuole un vincitore, una qualche forma di ordine attorno a Hormuz, purché sia. Per capirsi:  al mercato andrebbero bene anche gli iraniani. Non tanto per ragioni di denaro, ma di stabilità politica che porta “anche” denaro.

Intorno a questo nodo si muovono attori diversi, ciascuno con una propria razionalità. Benjamin Netanyahu utilizza la pressione esterna come leva interna: il conflitto compatta e rafforza i processi centripeti interni. Donald Trump pratica una strategia di avvicinamento al limite, salvo poi arretrare all’ultimo momento: una dinamica che produce instabilità calcolata, ma anche rischio di errore. L’Iran, dal canto suo, non può permettersi di apparire cedevole: la deterrenza esterna è condizione della tenuta interna: la dinamica centrifuga esterna favorisce la dinamica centripeta interna.



Nessuno di questi attori vuole davvero una guerra totale. Ma nessuno può permettersi una pace piena. Ne deriva un equilibrio instabile, fatto di spinte centrifughe in attesa — sempre rinviata — di una ricomposizione del potere.
 

È qui che il quadro si allarga.

La Cina ha un interesse chiaro: stabilità senza egemonia americana. Dipende dalle rotte energetiche del Golfo, ma sfrutta ogni crisi per accreditarsi come mediatore alternativo. Non vuole l’escalation, ma neppure una soluzione che rafforzi troppo Washington. Il suo obiettivo è una tensione bassa e gestita, funzionale alla propria ascesa. Un specie di punto di incontro tra dinamiche centrifughe e centripete.

La Russia gioca una partita più spregiudicata. Una crisi in Medio Oriente distrae l’Occidente, alza i prezzi dell’energia e amplia i margini geopolitici. Mosca non ha interesse a un’esplosione incontrollata, ma beneficia di un disordine prolungato.



In termini più generali, Cina e Russia sono i principali beneficiari di una dinamica centrifuga. Che Trump e Netanyahu, da protezionisti del potere, aiutano. Il che suggerisce una conclusione scomoda: un mondo multipolare (da non confondere con il multilateralismo come metodo spesso soddisfacente) non è necessariamente più pacifico. L’equilibrio tra potenze richiede un senso del limite fondato su valori condivisi – da cui ovviamente discendono interessi — come nel Settecento del dispotismo illuminato o nell’Ottocento liberale: condizioni oggi assenti. Sotto questo aspetto Trump non è un despota illuminato né un liberale.

E poi c’è l’Unione Europea, attore debole in un contesto esterno che premia la decisione. Ha molto da perdere e poco da guadagnare: dipende dall’energia, teme l’instabilità, subisce le ricadute economiche e migratorie. Ma resta divisa, priva di una politica estera unitaria. Oscilla tra allineamento e irrilevanza. In termini metapolitici, intuisce la necessità di un potere politico europeo, ma non ha la coesione per costruirlo.

Il paradosso iniziale si rafforza.

La guerra, nella sua forma estrema, è un costo per tutti. Ma la tensione centrifuga — controllata, intermittente, mai del tutto risolta — è una risorsa per molti: complessi militari-industriali, leadership sotto pressione, attori regionali, mercati energetici, potenze globali. L’instabilità cronica diventa un equilibrio funzionale. Il che però significa  un  panorama non illuminato, ma dettato dalla forza delle cose. Diciamo pure che l’UE è centripeta solo a parole…

 


A fronte di ciò la tregua, allora, non è un’eccezione. È il meccanismo attraverso cui il conflitto si riproduce senza esplodere definitivamente.

A rendere il quadro ancora più fragile è il fattore errore. Le intenzioni dichiarate di pace non bastano: le decisioni producono spesso effetti imprevisti. La storia lo dimostra, basti pensare alla crisi del 1914, dove una catena di scelte “razionali” portò alla guerra generale. Anche oggi, in contesti ad alta tensione, l’imprevisto si annida nell’incidente: un attacco mal calibrato, un attore per procura fuori controllo, una reazione sproporzionata. In un sistema saturo, l’errore non è un’eccezione. È una componente strutturale.

Si delineano così tre scenari: 1) una tregua che regge senza evolvere; 2)un’escalation limitata e intermittente; 3) una guerra aperta, innescata da un evento critico,  con ogni probabilità legato proprio a Hormuz. Il secondo scenario è, al momento, il più plausibile. Non perché sia desiderato, ma perché è il più compatibile con gli interessi in gioco.

Il problema, tuttavia, è più profondo: riguarda il riassetto del potere in un’intera area — il Medio Oriente — che, dopo la fine dell’ordine coloniale, non ha trovato una stabilità duratura.

In questo senso, la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran non è destinata a risolversi, ma a ripetersi. È l’espressione di un problema irrisolto: chi comanda, e su quali basi? Un problema che riemerge ciclicamente, secondo una logica metapolitica costante fatta di competizione per il potere, spinte centrifughe e tentativi centripeti di ricomposizione.

 


La conclusione, per quanto scomoda, è semplice: la pace è un bene collettivo, ma la tensione può essere, per quanto pericoloso, un vantaggio distribuito.

Ed è proprio questa asimmetria metapolitica — amplificata dal gioco delle potenze globali — a rendere la guerra, oggi, così difficile da chiudere e così facile da riaprire.

Carlo Gambescia

mercoledì 8 aprile 2026

Trump, l’indicibile

 


Diciamo pure che il mondo non è ancora pronto per Trump. Noi stessi, a volte, ci troviamo a ragionare con i se e con i ma: se Trump non avesse vinto le elezioni per la seconda volta, se quel proiettile, se al suo posto ora ci fosse ancora Biden, eccetera, eccetera.

Purtroppo, con i se e con i ma le cose non si cambiano. E ora il mondo è diviso — anche qui commettendo un errore di valutazione — tra il Trump buffone e il Trump sociopatico. Senza dimenticare le minimizzazioni-assoluzione della destra.

In realtà, Trump è l’indicibile, che si è riaffacciato ottant’anni dopo la caduta nella polvere dei fascismi. Rappresenta l’improvviso seguito di ciò di cui non si vorrebbe neppure pronunciare il nome.

 


La spietatezza fatta politica. Il frutto velenoso di un realismo criminogeno che vede negli uomini puri mezzi per fini di potenza.

A parte qualche scalcinato leader terzomondista, neppure la classe dirigente sovietica, tra il 1945 e il 1991, ha saputo dare il peggio di sé in chiave trumpiana, e in pochi anni. Per non parlare dell’intera tradizione politica americana, giustamente orgogliosa di quella Costituzione, che Trump invece calpesta. Qui la sua diversità assoluta.

A prescindere da come si risolverà la crisi iraniana — e non escludiamo il peggio — realismo criminogeno e forza militare sono un pessimo biglietto da visita per un personaggio come Trump. Il ricco magnate americano è la classica mina vagante. E da qui al 2028 può accadere di tutto.

E qui torniamo al concetto di indicibilità. Il solo pensare a una guerra atomica rientra in questo concetto: è un brutto pensiero che si vuole allontanare, come per autodifesa. Di qui l’accusa — che fa il paio con quella di indicibilità — di inconcepibilità, cioè l’idea che la guerra risulti ormai inconcepibile per generazioni politiche e di gente comune, e possa essere auspicata solo da un malato mentale o da un pagliaccio. Trump, per l’appunto.

 


Di qui l’approccio, per così dire, buonista: non si crede che Trump sia capace di arrivare fino in fondo; si pensa che le prossime elezioni le vinceranno i democratici e che su Trump si chiuderanno le acque della democrazia, e tutto tornerà come prima.

 

A conferma della sua spregiudicatezza, basta osservare il comportamento che gli analisti hanno battezzato TACO — Trump Always  Chickens Out (Trump fa sempre un passo indietro/si tira indietro): anche nei momenti più critici, quando tutti attorno a lui sussurrano avvertimenti e critiche, Trump non mostra il minimo scrupolo: va avanti o, al limite, fa un passo indietro all’ultimo minuto, senza che questo ne smentisca l’audacia né la capacità di destabilizzare. È un gesto che, paradossalmente, rafforza la sua immagine di individuo che si muove al di sopra delle convenzioni, immune al giudizio altrui.

 

In realtà, l’indicibile, come i Cavalieri dell’Apocalisse, una volta riapparso è difficile da scacciare. Per farla breve, Trump è al tempo stesso il prodotto di un ambiente culturale — quello dell’estrema destra con fortissime propensioni fasciste — che egli stesso ha contribuito a rilanciare. Quindi, per usare un linguaggio che riporta ai tempi del terrorismo italiano, esiste un’“acqua” in cui nuota Trump.


E sbarazzarsi di questa cultura politica — una sorta di anti-1945 come lezione di libertà — che ha rialzato la testa in tutto l’Occidente non è affatto semplice. È quella cultura che, in estrema sintesi, afferma che i fascismi fecero anche cose buone e che, se accontentati per tempo nelle loro “giuste” richieste territoriali, la guerra non ci sarebbe stata.

Anche qui riaffiora il piano dell’indicibilità. Non lo si può minimizzare ricorrendo alla versione che colpevolizza la sinistra — ed è anche questa una versione di comodo, in odore di destra — accusandola di non aver voluto storicizzare il fascismo per poi riporlo nell’armadio, come se una tempesta capace di travolgere l’intera modernità liberale fosse frutto di un’opinione come un’altra.



Il lettore ricordi — e lo diciamo da non simpatizzanti di sinistra — che ogni tentativo di rappresentare i fascismi (in particolare quelli di Hitler e Mussolini) come fenomeni storici superati, roba da museo, rischia di aprire le porte a chiunque sia in cerca di rivincite.

Il fatto che in Occidente la sconfitta dei fascismi si sia imposta attraverso una guerra mondiale, mentre il comunismo si sia dissolto da solo, la dice lunga sulla diversa pericolosità di due fenomeni comunque storici. Il che, si badi, non significa attenuare gli orrori dei socialismi reali.


Però, ripetiamo, anche lo stesso concetto di indicibilità di un Trump — e di gente come lui — la dice lunga sulla superiore pericolosità, diciamo così, dei fascismi.

Indicibilità che blocca qualsiasi reazione e provoca la riduzione, di quella che rappresenta la prima vera minaccia per la civiltà occidentale dal 1945, alla follia o ai tratti buffoneschi di un personaggio come Trump.
Non si tratta, beninteso, di una riproposizione meccanica dei fascismi storici, legati a contesti, istituzioni e forme di mobilitazione oggi in parte mutate.

Il punto è un altro, ed è più sottile: quando la politica, nel cuore stesso della civiltà liberale, torna a ridursi sistematicamente a forza, a decisione sganciata da limiti, a delegittimazione radicale dell’avversario, ciò che spesso viene liquidato come semplice stile comunicativo rivela invece una trasformazione sostanziale.

 


In questo senso, la distinzione tra stile e contenuto si fa fragile, perché il linguaggio non si limita a descrivere la realtà politica ma la plasma, la orienta, la restringe. È qui che l’indicibile prende forma: non come ritorno identico del passato, ma come riemersione di quelle condizioni culturali e morali che storicamente hanno reso possibile il fascismo. È su questo terreno che il fenomeno Trump deve essere giudicato.

In un certo senso, rovesciamo qui la celebre lezione di Ludwig Wittgenstein: l’indicibile non è ciò di cui non si può parlare, ma ciò che non si vuole più dire. O che comunque la linea di confine tra “può” e “vuole” sia sempre molto labile. In fondo, non mancano le parole: manca la volontà di usarle.

E lo diciamo senza particolare devozione per Wittgenstein: basti ricordare il celebre alterco con Karl Popper, quando come si racconta, il filosofo dell’indicibile, brandì contro Popper un molto “dicibile” attizzatoio.

 


Come opporsi a tutto questo? Due pensatori, assai lontani, come Confucio e Gramsci, hanno sostenuto più o meno la stessa cosa: al nome deve corrispondere la cosa (Confucio) e, in questo senso, la verità è rivoluzionaria (Gramsci).

Quindi all’indicibile deve sostituirsi il dicibile. Trump è un fascista. Inutile girarci intorno.

Solo da questa consapevolezza si potrà ripartire. Detto alla buona: decidere il da farsi.

Carlo Gambescia

martedì 7 aprile 2026

Aprile 2026. Milei, un primo bilancio (liberale)

 


Javier Milei è entrato da qualche mese nel suo terzo anno alla guida dell’Argentina, perciò un primo bilancio è possibile. Ed è, come spesso accade nei momenti di svolta, ambivalente. Soprattutto quando si leggono certi commenti italiani che vanno dalla celebrazione alla denigrazione.

Il personaggio, di cui parleremo più avanti, può destare perplessità, soprattutto per coloro, come chi scrive, che non accettano una visione schematica del liberalismo, da stadio, da cori calcistici, per capirsi, osannante alla Nicola Porro o luciferina scuola Santoro. Abbiamo seguito le sue mosse fin dall'inizio  con attenzione liberale, cercando di valutare i risultati senza pregiudizi né entusiasmi facili. La figura di Milei resta complessa e le sue scelte, anche quando radicali, richiedono una lettura attenta: non è semplice, da liberale a liberale, distinguere tra liberalismo e liberismo, tra ordine contabile e stabilità istituzionale (*).

L’idea guida di questa rassegna è che Milei incarna, in modo emblematico, i paradossi del liberalismo contemporaneo.

Partiamo dall’economia

I conti pubblici sono stati rimessi in ordine (o quasi). Il deficit è diventato surplus, l’inflazione — pur restando elevata — ha rallentato, e il debito in rapporto al PIL è diminuito drasticamente. Un risultato tutt’altro che scontato in una terra storicamente segnata da instabilità cronica, crisi ricorrenti e indisciplina fiscale.
E tuttavia, a questa ritrovata stabilità contabile non corrisponde, almeno per ora, una piena stabilità economica e sociale. La crescita resta incerta, il mercato del lavoro fragile, e soprattutto la tenuta complessiva del sistema appare ancora dipendente dalla fiducia internazionale e dal sostegno esterno. In altre parole: ordine nei conti, ma non ancora ordine di sistema, per parlare difficile: nel senso che permane il rischio di una ricaduta nel ciclo politico del populismo economico, come alternanza di cicli pro o contro l’economia di mercato (**).
È qui che il caso argentino smette di essere un semplice esperimento economico e diventa una questione più ampia, propriamente liberale.

Libertà economica e libertà politica

Le riforme di Milei hanno ampliato significativamente gli spazi della libertà economica: liberalizzazioni, riduzione dell’intervento statale, apertura ai capitali, flessibilizzazione del mercato del lavoro. Tutto questo ha inciso profondamente sulla struttura economica del Paese.
Ma la domanda decisiva, per un osservatore liberale, è un’altra: questa espansione della libertà economica si accompagna anche a un rafforzamento delle libertà politiche e delle garanzie istituzionali?
La questione non è retorica. Il liberalismo non coincide con il mercato, ma con il limite al potere. E il potere può concentrarsi non solo nello Stato, ma anche nei processi economici e nelle leadership politiche.
La libertà economica è condizione necessaria del liberalismo, ma non sufficiente. Senza di essa non esiste autonomia reale; ma senza una cornice giuridica e istituzionale solida, che ovviamente non scivoli nel welfarismo iperprotettivo, essa può tradursi in nuove forme di dipendenza o in squilibri difficilmente governabili.
Il punto, dunque, non è contrapporre liberalismo e liberismo, ma comprendere se e come la libertà economica venga istituzionalmente incanalata e resa compatibile con l’equilibrio dei poteri.

Governo stabile ma fragile

Il governo di Javier Milei non è debole nel senso classico del termine: ha consenso, ha agenda e, dopo le elezioni di metà mandato, anche una maggiore capacità di incidere. Ma resta strutturalmente fragile, perché privo di una maggioranza piena e inserito in una società ancora attraversata da forti tensioni.
A ciò si aggiunge un elemento decisivo, spesso sottovalutato: il tempo. Con poco meno di due anni alla fine del mandato — che si concluderà alla fine del 2027 — la fase dell’urto è ormai alle spalle. Si apre ora quella, più difficile, della stabilizzazione.
È in questa fase che gli esperimenti di riforma radicale vengono realmente messi alla prova. Governare contro un sistema è possibile nel breve periodo; trasformarlo richiede invece capacità di consolidamento istituzionale, costruzione di alleanze durature e, soprattutto, una certa misura nel conflitto politico e sociale.
Da questo punto di vista, il rischio è duplice. Da un lato, che le riforme restino sospese, producendo effetti economici senza tradursi in un nuovo equilibrio stabile. Dall’altro, che l’assenza di una piena integrazione politica e sociale renda reversibili i risultati ottenuti, esponendoli a possibili inversioni nel medio periodo.
In altre parole: il successo iniziale non garantisce la durata. Ed è proprio nel passaggio dalla rottura alla stabilizzazione che si decide il destino di esperienze politiche come quella argentina.

Il nodo della politica estera

A questa ambivalenza interna, unitamente al mix di stabilità e fragilità, si aggiunge un altro elemento, meno discusso ma non meno rilevante: la politica estera.
L’allineamento dell’Argentina appare oggi molto marcato. Non tanto — o non solo — verso gli Stati Uniti in quanto tali, ma verso una specifica declinazione della leadership americana, quella incarnata da Donald Trump, che rappresenta una specie di volto selvaggio della destra internazionale, sempre più reazionaria e violenta.
Ora, un orientamento atlantista è perfettamente compatibile con una visione liberale. Ma quando l’allineamento assume tratti personalistici, sia in chi lo favorisce, Milei, sia in chi ne beneficia, Trump, il rischio è quello di una politica estera meno ancorata a istituzioni e più esposta a dinamiche contingenti.
Un liberalismo coerente, anche sul piano internazionale, dovrebbe privilegiare relazioni stabili, istituzionali, prevedibili, non legate alla figura di un singolo leader, soprattutto quando si tratti di una mina vagante come Trump.


Relazioni internazionali e influenza regionale

Sul piano internazionale, l’Argentina di Javier Milei mostra, come anticipato, un forte allineamento con gli Stati Uniti e l’Israele di Netanyahu seguendo in gran parte la linea trumpiana e appoggiando le scelte occidentali in Medio Oriente e in Ucraina, anche però in termini di ripensamento. In America Latina, Milei rompe in parte con la tradizione pragmatica, avvicinandosi a governi conservatori o populisti di destra e criticando blocchi regionali tradizionali, pur mantenendo aperture verso economie emergenti.
In un mondo segnato da una guerra con l’Iran, dal conflitto in Israele e in Ucraina, e dall’accerchiamento politico economico di Cuba, la politica estera di Milei, come visto, privilegia schieramenti netti e rapporti personali tra leader, più che strategie multilaterali stabili. Questa scelta si riflette sia nelle dichiarazioni ufficiali che nelle azioni diplomatiche, come la designazione della Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terrorista — una misura che allinea esplicitamente Buenos Aires con Washington e Tel Aviv (o Gerusalemme) e indebolisce invece spazi di mediazione autonoma nelle crisi regionali.
In questo senso, la libertà economica e l’autonomia interna si intrecciano a vincoli esterni, riducendo la manovra politica nazionale di fronte ai grandi scenari globali.
Da un punto di vista liberale, un approccio coerente richiederebbe relazioni internazionali fondate su regole condivise e istituzioni multilaterali, difesa dei diritti umani e sovranità nazionale, e gestione delle crisi – fin quando possibile – tramite dialogo e cooperazione, evitando che l’allineamento diventi un riflesso delle alleanze dei leader del momento.

Diritti tra carta e realtà

Nel caso argentino, almeno finora, non si assiste a una sistematica abrogazione legislativa dei diritti civili: norme rilevanti, dall’interruzione di gravidanza ai diritti delle minoranze, restano in larga parte in vigore.
Tuttavia, alcune scelte di politica pubblica — tagli, riorganizzazioni, soppressione o ridimensionamento di strutture — incidono sulle condizioni concrete di accesso a tali diritti. Si pensi all’interruzione di gravidanza, formalmente legale ma resa più diseguale nella pratica, o alla soppressione del Ministero delle Donne, che riduce strumenti pubblici deputati alla promozione dei diritti di genere. Analogamente, l’assenza di vincoli diretti alla libertà di stampa si accompagna a condizioni economiche e professionali più incerte per chi la esercita.
Diritti sindacali e del lavoro, già messi alla prova da deregolazione e ridefinizione dei rapporti tra Stato, imprese e rappresentanza collettiva, mostrano quanto l’effettività possa divergere dal riconoscimento giuridico. A ciò si aggiunge un approccio più marcatamente securitario, che si è già tradotto in una gestione più rigida dell’ordine pubblico e delle proteste, con un rafforzamento del ruolo delle forze di polizia.
Più che di restrizione esplicita, si tratta dunque di una possibile divaricazione tra diritti sulla carta e capacità effettiva di esercitarli. Per un’analisi liberale, è un terreno delicato: da un lato, la riduzione dell’intervento pubblico può restituire neutralità allo Stato; dall’altro, senza condizioni minime di esercizio, i diritti rischiano di rimanere incompleti.
Osservare empiricamente come e quanto questa distanza tenda ad ampliarsi è più utile che affidarsi a formule generiche. È su questo terreno concreto, più che sulle definizioni, che si misura la qualità liberale di un ordinamento.

Precedenti storici e illusioni di breve periodo

Il caso argentino si presta inevitabilmente al confronto con altri momenti di liberalizzazione radicale.
Il thatcherismo nel Regno Unito ha mostrato come riforme profonde possano produrre crescita e trasformazioni durature, ma al prezzo di tensioni sociali significative. Diversa invece, e meno significativa, l’esperienza reaganiana negli Stati Uniti, che oggi hanno addirittura rilanciato il protezionismo.
La Russia degli anni Novanta rappresenta invece l’esempio opposto: liberalizzazione senza solide istituzioni, con esiti caotici e concentrazione del potere, che ha condotto a una reazione autocratica.
Più indietro nel tempo, le grandi stagioni liberali dell’Ottocento — tra il 1850 e il 1870 — insegnano che le trasformazioni realmente durature sono lente, graduali, istituzionali.
Questi confronti suggeriscono una cautela elementare: rivoluzioni di questo tipo non si misurano in anni, ma in decenni. Da questo punto di vista, il dibattito attuale appare spesso viziato da un eccesso di immediatezza: c’è chi canta vittoria e chi annuncia il fallimento. Entrambi sbagliano. Semplicemente, è troppo presto.

Un leader fuori schema

Resta infine la figura di Milei stesso, difficilmente classificabile. Probabilmente un “leader agitatore”, per dirla con Lasswell. Milei si definisce anarco-libertario, un’etichetta che combina l’idea di massima autonomia individuale con un forte liberalismo economico. In pratica, significa riduzione dello Stato al minimo (liberalismo micro-archico), se non alla sua cancellazione (liberalismo an-archico), libertà economica quasi assoluta e difesa rigorosa della proprietà privata (***). Tuttavia, nel contesto argentino, il termine assume più una valenza retorica e politica che una reale proposta di abolizione dello Stato: è una versione radicale e personalizzata del liberalismo, che mescola libertà individuale e mercato senza sempre chiarire i limiti istituzionali.
Leader carismatico, outsider e portatore di una visione radicale: queste caratteristiche potrebbero far pensare a figure della storia politica, passata o contemporanea. Tuttavia, c’è una differenza cruciale: il suo esplicito richiamo al liberalismo si concentra su un’interpretazione fortemente economicista. Su questo fronte, Milei non è né Gladstone né la Thatcher. Qui emerge una questione di portata e respiro
Inoltre non è facile stabilire un confronto diretto con altre figure storiche del liberalismo argentino. L’esperienza di Javier Milei (1970) si colloca in un contesto contemporaneo molto diverso: personalizzazione del potere, pressioni internazionali e sfide economiche immediate. Tuttavia, se guardiamo alla storia, possiamo intravedere alcuni punti di riferimento: dal liberalismo ispirato a Guizot di fine Ottocento con Carlos Pellegrini (1846–1906), attento a stabilità economica e istituzioni ma con partecipazione politica limitata; al liberalismo più sociale e politico di Hipólito Yrigoyen (1852–1933), che ampliò diritti e democrazia; fino a Arturo Frondizi (1908–1995), che cercò un equilibrio pragmatico tra libertà economica, sviluppo e stabilità istituzionale. Milei, in modo radicale e personale, si concentra invece sulla libertà economica, con minor attenzione al consolidamento istituzionale e alle garanzie civili.
Il punto, ancora una volta, non è psicologico ma politico. Milei è l’interprete di una fase in cui il liberalismo tende a essere identificato con il suo versante economico, perdendo — o rischiando di perdere — la complessità della propria tradizione. Questione che va ben oltre la stessa Argentina.

Il vero problema

Il caso Milei, in definitiva, mette in luce una tensione che attraversa il liberalismo contemporaneo. Qui il nostro parlare di paradossi: come tenere insieme libertà economica, garanzie istituzionali e equilibrio dei poteri.
Ridurre il liberalismo al solo mercato è un errore. Ma lo è altrettanto dimenticare che senza mercato non esiste libertà concreta. Tra queste due semplificazioni si gioca una partita decisiva, che implica anche una critica severa del welfare state iperprotettivo.
Milei, con la sua “terapia d’urto”, ha dimostrato che è possibile rimettere ordine nei conti anche in un contesto storicamente instabile. Ma resta aperta la questione più difficile: se a questo ordine contabile corrisponderà, nel tempo, un ordine propriamente liberale. Un vero liberale, infatti, non può limitarsi a seguire o approvare figure come Donald Trump, perché la libertà politica, le istituzioni solide e i contrappesi al potere costituiscono la sostanza del liberalismo, non solo l’alleanza con leader carismatici o populisti. Non dimentichiamo che Donald Trump sta distruggendo la Costituzione americana: la più antica al mondo. La prima scritta.
È su questo terreno — non su quello delle tifoserie — che l’ esperimento di Milei andrà giudicato.

Carlo Gambescia

(*) Non è la prima volta che ci occupiamo di Javier Milei. Qui il link dei nostri precedenti articoli: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=Milei&updated-max=2024-01-25T09:49:00%2B01:00&max-results=20&start=14&by-date=false .

(**) Qui per una disamina tecnica, né pro né contro: https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/largentina-milei-due-anni-dopo-conti-ordine-poca . Su ciclo del populismo economico in America latina si veda il nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, vol. II, pp. 34-35.

(***) Su queste classificazione rinviamo al nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio, 212.