La Bonino ne è stata un’interessante protagonista più sul piano politico, quello concreto, che su quello ideologico, quello idealistico. Potremmo definirla una liberale di governo, ma in senso alto, quasi giolittiano (di qui anche certe critiche malevole, ma sorvoliamo): una politica riformatrice, capace di fare i conti con la realtà senza per questo rinunciare ai principi. Convinta, soprattutto, che indietro non si torna. La modernità è, per così dire, non negoziabile: o si prende l’intero pacchetto, oppure non si prende nulla.
Ed è proprio questo che distingue il liberale dall’uomo di destra, nelle sue varie versioni. Il conservatore può rimpiangere il mondo di ieri e tentare di recuperarne qualche pezzo. Il liberale, invece, sa che la storia non procede a ritroso. Può discutere le forme della modernità, correggerne gli eccessi, difendere gli individui dalle pretese del potere; ma non può pretendere di cancellarla.
Il che ci porta a un aspetto più generale: il liberalismo italiano è franato da un pezzo. Diciamo che l’ultimo grande interprete fu Luigi Einaudi, studioso ma soprattutto uomo pratico, concreto, attento alle istituzioni e agli effetti reali delle decisioni politiche. Ferma restando, naturalmente, la levatura di Benedetto Croce e di quella tradizione liberal-democratica che nel Novecento avrebbe avuto altri protagonisti.Il problema è che il liberalismo italiano, prima ancora di perdere i partiti, ha progressivamente perso il suo ambiente.
Nell’Ottocento era stato, prima ancora che un partito organizzato, un clima politico e culturale: una certa idea dello Stato, dell’individuo, della responsabilità, delle libertà civili. Nel Novecento quel retroterra si è progressivamente assottigliato. Prima è venuto meno il liberalismo come cultura politica largamente condivisa; poi quello come forza organizzata; infine, quasi, quello come dottrina capace di parlare alla società. Il fascismo spezzò violentemente quella continuità, mentre nel dopoguerra il liberalismo rimase schiacciato tra i grandi partiti di massa, finendo per affidarsi prima alla collaborazione con la Democrazia cristiana e poi a una funzione politica sempre più minoritaria. Il risultato fu la progressiva perdita di un vero retroterra sociale e culturale.
Oggi esistono fondazioni, istituti e associazioni che continuano a occuparsi di liberalismo, ma in pratica nessuno le incoraggia, a meno che non sterzino a destra o a sinistra, per ingrossare le fila dei vincitori di turno. Il liberalismo, quando non è ridotto a etichetta, sembra avere perso perfino il diritto a una propria autonomia politica.
Sul piano partitico sappiamo di un partitino che da poco ha ripreso a totalizzare percentuali da prefisso telefonico. Del resto, il liberalismo partitico italiano è morto con Berlusconi. Il Cavaliere con il liberalismo c’entrava come Conte Dracula con la Banca del Sangue. Si è visto e capito, forse troppo tardi.
Berlusconi aveva certamente intuito l’esistenza di una domanda di libertà, soprattutto contro l’invadenza dello Stato e contro un sistema politico ingessato. Ma quella domanda venne rapidamente trasformata in altro: in difesa dell’interesse privato, nella furbesca denuncia degli sprechi e del parassitismo statale, nell’idea che il problema fosse soprattutto quello di farsi i fatti propri. Una cosa rispettabilissima, per carità, ma non ancora una cultura liberale.
Il liberalismo è qualcosa di più esigente: riguarda le istituzioni, il diritto, la responsabilità individuale, il pluralismo, la separazione dei poteri. Non basta avere meno Stato; occorre anche avere uno Stato che sappia stare al proprio posto.
Riassumendo: nel Novecento si è verificato in Italia un fenomeno singolare: la progressiva sparizione del liberalismo, prima come prepartito, come lo definì Croce, cioè come ambiente culturale e politico, poi come forma-partito e infine come dottrina capace di espandersi nella società. Una tragedia politica.
Si è cercato, sul piano dottrinario, di innestare qualche pensatore non italiano. Qui si pensi soprattutto a Hayek, Mises e alla scuola austriaca. Ma anche in questo caso il risultato è stato modesto. Non perché quelle idee fossero prive di valore, tutt’altro, ma perché sono rimaste prevalentemente materia per professori, studiosi e militanti di nicchia, un microcosmo già di per sé litigioso.
Inoltre si trattava di pensatori importati tutt’altro che concordi tra loro. Una cosa è importare una dottrina, altra cosa è trasformarla in cultura politica. Il liberalismo non si costruisce a tavolino: non basta mettere insieme qualche teoria economica, qualche principio di libertà e un po’ di antipatia per lo Stato. Sono cose da laboratorio, un mix di desideri e armonie difficile da raggiungere per decreto.In questo contesto, i radicali di Pannella, Bonino e altri ancora hanno rappresentato l’ultima spiaggia. Un liberalismo di sinistra, per molti aspetti, ma capace di fare i conti con la realtà. E soprattutto capace di tradurre la libertà in battaglie concrete. La loro forza fu proprio questa: non limitarono il liberalismo alla teoria economica, ma lo portarono sul terreno dei diritti civili, della libertà individuale, della laicità dello Stato, dell’obiezione al potere.
In un’Italia che sui diritti civili aveva accumulato ritardi storici, il radicalismo rappresentò qualcosa di molto più serio di una semplice corrente di opinione. Da Cattaneo in poi, la tradizione liberale italiana aveva avuto intuizioni importanti, ma era rimasta spesso priva della forza politica necessaria per trasformarle in senso comune. I radicali riuscirono almeno in parte a colmare quel vuoto.
Il Partito radicale, con tutti i suoi difetti, fu così un piccolo miracolo. Un miracolo che, però, sul piano delle elezioni politiche non si tradusse mai in vittorie eclatanti . Mancava il liberalismo prepartito: quel clima culturale, quella circolazione di idee basiche, quella preparazione dottrinaria che consente a un partito di non essere soltanto una macchina elettorale, ma l’espressione politica di qualcosa che già esiste nella società.Ecco perché la storia dei radicali è anche la storia dei limiti del liberalismo italiano. Pannella e Bonino potevano anticipare la società, ma non potevano crearla dal nulla. Potevano porre questioni, mobilitare minoranze, costringere il Parlamento a occuparsi di temi rimossi. Ma non potevano inventare una cultura liberale dove quella cultura non aveva più un solido retroterra sociale.
Il sostegno nel 2013 alla candidatura di Bonino alla Presidenza della Repubblica fu forse l’ultimo grande tentativo di portare quella cultura al centro delle istituzioni. Ma anche quella vicenda, per quanto significativa, mostrò un problema antico: la difficoltà del liberalismo italiano a sottrarsi alle logiche della partitocrazia.
E ora? Macerie, solo macerie.Non è soltanto morto un partito, né è venuta meno una singola corrente politica. È venuta meno una cultura capace di tenere insieme libertà individuale, responsabilità, istituzioni, mercato, pluralismo e modernità. E quando una cultura politica scompare, il vuoto non rimane vuoto a lungo.
È questo, forse, il dato più inquietante. Non tanto che il liberalismo italiano sia ridotto a sparuta schiera, ma che, mentre quella schiera si assottiglia, altri tornano a promettere ordine, identità, protezione e ritorno al passato.
Il problema, allora, non è soltanto la Bonino. È ciò che viene dopo la Bonino.
Perché le macerie del liberalismo italiano non sono semplicemente i resti di una vecchia cultura politica. Sono lo spazio nel quale possono crescere i nuovi autoritarismi.E questa volta, forse, non avremo nemmeno più i liberali a ricordarci che indietro non si torna.
Carlo Gambescia



















.jpg)










