L’ha detto ieri, davanti ai ragazzi di Gioventù Nazionale, annunciando insieme al tetto per gli studenti stranieri anche l’obbligo per i genitori degli alunni con gravi problemi di inserimento scolastico di imparare l’italiano e il divieto di burqa e hijab a scuola. Il provvedimento dovrebbe arrivare prossimamente in Consiglio dei ministri. L’ANSA parla di “stretta”. Noi parleremmo piuttosto di una questione di filosofia politica. Perché la parola decisiva, nella frase di Meloni, non è “scuola”. È “minoranza” (*).
Sono problemi concreti, ai quali possiamo dare risposte concrete. Ma quando il problema viene formulato dicendo che i bambini italiani non devono diventare una minoranza, cambia qualcosa di essenziale. La scuola non è più soltanto il luogo nel quale bambini diversi imparano insieme una lingua, delle conoscenze e delle regole comuni: diventa anche il luogo nel quale deve essere garantita una determinata composizione nazionale.
E qui conviene ricordare una cosa. Il limite agli studenti stranieri non nasce oggi. Un limite ordinario del 30 per cento esiste infatti dal 2010, quando al governo c’era Silvio Berlusconi e ministro dell’Istruzione era Mariastella Gelmini. La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010 indicava come criterio ordinario una soglia del 30 per cento per gli alunni con cittadinanza non italiana, prevedendo però deroghe e insistendo sulla distribuzione equilibrata degli studenti e sulle loro competenze linguistiche (***).
Perché, a questo punto, dobbiamo porci una domanda molto semplice: chi è il bambino italiano? Un bambino nato a Roma da genitori stranieri è straniero? Un ragazzo con cittadinanza italiana e genitori stranieri appartiene alla maggioranza o alla minoranza? E soprattutto: in una classe italiana il criterio decisivo deve essere la cittadinanza dei bambini oppure la loro effettiva capacità di partecipare alla vita scolastica comune? Non sono questioni oziose.
La scuola può e deve essere organizzata in modo da favorire l’apprendimento e l’integrazione. Ma una cosa è distribuire gli studenti per evitare difficoltà didattiche; un’altra è assumere come obiettivo politico che gli italiani non possano trovarsi in minoranza. Nel primo caso organizziamo una scuola. Nel secondo cominciamo a organizzare la composizione nazionale della scuola.
È qui che entra in gioco la lezione del 1945. La cultura liberale dei diritti dell’uomo non è caduta dal cielo. È stata costruita anche attraverso il terribile tributo di sangue pagato dalle democrazie nella Seconda guerra mondiale.
Dopo Auschwitz, dopo le persecuzioni razziali e dopo la guerra contro il nazifascismo, una delle lezioni fondamentali è stata che i diritti della persona non possono dipendere dalla sua appartenenza a una maggioranza nazionale, etnica o religiosa. Nella cultura liberale dei diritti, l’individuo viene prima della comunità politica. La democrazia può stabilire chi governa; non può trasformare la condizione di maggioranza in una tirannia permanente sulla minoranza.
Per questo dovremmo guardare con attenzione a una frase come “gli italiani non possono diventare minoranza”. Non perché ogni distinzione amministrativa fra cittadini e stranieri sia automaticamente razzista, e neppure perché un limite alla concentrazione degli alunni stranieri equivalga alle leggi razziali. Sarebbe storicamente assurdo.
Il problema è la filosofia politica con cui una misura viene giustificata: quando cominciamo a considerare la presenza dell’altro come un problema perché rischia di modificare la presunta composizione etnica della comunità nazionale, ci allontaniamo dall’universalismo liberale dei diritti.
Giorgia Meloni proviene da quella storia politica. Non significa, naturalmente, che sia fascista nel senso storico del termine. Significa però che possiamo legittimamente domandarci quanto della cultura politica della destra postfascista sia realmente scomparso e quanto sopravviva nella concezione della nazione, dell’identità e della comunità politica. Perché sembra riaffacciarsi l’idea della nazione come serbatoio etnico. In una parola: la “razza”.
Ed è proprio per questo che l’assoluta convinzione, come se fosse la cosa più naturale del mondo, con cui Meloni pronuncia quella frase ci dovrebbe far riflettere. Non perché contenga una teoria razziale esplicita: non la contiene. Ma perché dà quasi per scontato che sia compito dello Stato impedire agli italiani di diventare minoranza.
Qui la parola “segregazione” può essere usata soltanto con cautela, perché ancora non conosciamo il testo della norma. Ma la domanda è legittima: fino a che punto lo Stato può organizzare la distribuzione delle persone sulla base della loro origine o cittadinanza? E quando questa distribuzione entra nella scuola, luogo per eccellenza della formazione di una cittadinanza comune, il problema diventa ancora più delicato.
Perciò, come anticipato, più che parlare di una semplice “stretta”, noi dovremmo discutere della svolta culturale che quelle parole sembrano esprimere. La democrazia liberale non nasce per assicurare che la maggioranza rimanga sempre maggioranza. Nasce anche per proteggere l’individuo dalla maggioranza. È una differenza enorme.
La lezione del 1945 dovrebbe essere esattamente opposta. Lo Stato non deve garantire che gli italiani siano sempre maggioranza.
Deve garantire che italiani, stranieri, maggioranze e minoranze siano tutti sottoposti alla legge e titolari dei diritti che la Costituzione riconosce alla persona. Nel nostro caso l'articolo 34.
Perché una democrazia liberale non si misura soltanto da come la maggioranza governa. Si misura soprattutto da come tratta chi maggioranza non è.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/09/20/meloni-in-classe-numero-massimo-di-stranieri-e-divieto-di-burqa-norma-in-arrivo_eee88fcc-7ab4-4a71-864f-6699535148f3.html .
(**) Qui (1:57): https://www.youtube.com/watch?v=l297uMg37v8&t=149s .
(***) Qui: ile:///C:/Users/Utente/Downloads/Circolare_Ministeriale_2_dell_8_gennaio_2010_Integrazione_alunni_con_cittadinanza_non_italiana.pdf .








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