Il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute dell’Università di Göteborg non è un testo destinato a suscitare grandi discussioni fuori dagli ambienti accademici (*) .
Eppure dovrebbe interessare chiunque abbia a cuore la sorte delle istituzioni liberali. Il rapporto segnala che nel 2025 le autocrazie (92) hanno superato numericamente le democrazie (87) e che circa il 72% della popolazione mondiale vive oggi sotto regimi autoritari. Ancora più significativo è il dato storico: il livello medio della democrazia nel mondo è tornato ai valori della fine degli anni Settanta. Non si tratta di un semplice arretramento statistico, ma dell’indicazione di una tendenza di lungo periodo.
Certo, ogni ricerca comparativa può essere discussa. Si possono criticare gli indicatori, le definizioni, perfino la concezione di democrazia adottata dagli autori. Sarebbe però un errore fermarsi qui. Perché il rapporto non fotografa soltanto una situazione: ripetiamo descrive una tendenza, non molto simpatica, per usare un eufemismo.
Gli studiosi distinguono quattro forme di regime politico. La democrazia liberale, nella quale il voto si accompagna allo Stato di diritto, alla separazione dei poteri, all'indipendenza della magistratura, alla libertà di stampa e alla tutela dei diritti individuali. La democrazia elettorale, dove le elezioni rimangono libere, ma i contrappesi istituzionali iniziano a perdere forza. L'autocrazia elettorale, che conserva il rito delle urne ma restringe progressivamente la competizione attraverso il controllo dell'informazione, la pressione sull'opposizione e l'indebolimento delle garanzie. Infine l'autocrazia chiusa, nella quale il pluralismo politico viene sostanzialmente eliminato.
Naturalmente si tratta di tipi ideali: come si evince dalle figure 4 e 1 (sotto), nella realtà esistono ampie zone grigie, nelle quali i sistemi politici presentano caratteri intermedi e possono spostarsi progressivamente da una categoria all'altra. È proprio questa mobilità che il rapporto invita a osservare.
La buona notizia è che oltre quaranta Paesi sono ancora classificati come democrazie liberali. Quella meno rassicurante è che aumenta il numero delle democrazie elettorali, cioè dei sistemi nei quali si continua a votare ma si indeboliscono progressivamente i contrappesi istituzionali.
Più che la classificazione, colpisce il processo che il rapporto definisce autocratizzazione. Le democrazie, sostengono gli autori, raramente vengono abbattute da un colpo di Stato. Molto più spesso si trasformano lentamente. Continuano a votare, continuano a chiamarsi democrazie, ma vedono restringersi, quasi impercettibilmente, quello spazio di libertà e di controllo che rende effettiva la competizione politica.
È difficile non vedere, dietro questa analisi, una regolarità della politica. Il potere, quale che sia il regime nel quale opera, tende naturalmente ad ampliare il proprio raggio d’azione. Non è una condanna della politica, né un giudizio morale sui governanti. È una costante che la storia sembra riproporre con sorprendente continuità. Proprio per questo il costituzionalismo liberale ha costruito, nel corso dei secoli, un sistema di limiti, controlli e contrappesi. Non perché diffidi di un governo in particolare, ma perché conosce la natura espansiva del potere.
Vi è poi una seconda regolarità, altrettanto importante. Ogni democrazia vive dell’equilibrio tra consenso e dissenso. Il consenso rende possibile governare; il dissenso impedisce che il governo si identifichi con lo Stato. Quando il dissenso viene considerato non più una componente fisiologica della vita democratica, ma un ostacolo da neutralizzare, un intralcio da delegittimare o una minaccia da isolare, il sistema politico inizia lentamente a cambiare fisionomia.
Questo processo, naturalmente, non dipende quasi mai da un’unica decisione. Al contrario, è il risultato di una successione di provvedimenti, ciascuno dei quali appare spesso giustificato da esigenze concrete: più sicurezza, maggiore efficienza, tutela dell’ordine pubblico, difesa dell’interesse nazionale. Osservati separatamente, questi interventi possono sembrare perfino ragionevoli. È il loro effetto complessivo, o meglio ancora compositivo, che, con il passare del tempo, modifica l’equilibrio tra libertà e potere.
Il messaggio del Democracy Report 2026 non va sottovalutato.. Non annuncia un imminente ritorno delle dittature del Novecento, anche se la situazione è molto fluida, probabilmente più fluida di quella degli anni tra le due. E per questo forse più pericolosa. Di qui l'invito a osservare con attenzione quei cambiamenti graduali che rischiano di svuotare dall’interno le democrazie liberali, lasciandone intatte le forme ma alterandone progressivamente la sostanza.
Ovviamente, ogni Paese, riprende e somatizza secondo le proprie tradizioni culturale. E sul punto specifico, mai dimenticare che l’Italia ha “inventato” il fascismo. Subito seguita dalla Germania.
Insomma i precedenti sono proprio brutti.
In ogni caso è una lezione che merita di essere ascoltata. Perché la storia insegna che la libertà raramente scompare in un solo giorno. Più spesso arretra poco alla volta, mentre tutti continuano a chiamarla con lo stesso nome.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://v-dem.net/documents/75/V-Dem_Institute_Democracy_Report_2026_lowres.pdf .

























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