venerdì 6 febbraio 2026

Sicurezza uguale libertà: la scorciatoia autoritaria del “Secolo d’Italia”

 


Mentre iniziamo a scrivere, sentiamo l’inutilità di questo articolo. Ormai si legge sempre meno, e poi, politica… “Signora mia, so’ tutti uguali”. Oppure: “Eh, però ‘sta Meloni, signora mia, non governa male”… “Da quando c’è lei, mi ritrovo più soldi in busta paga”…

Noi invece sfidiamo il lettore: provi a trovare, anche nei prossimi giorni, su giornali, social o dovunque, qualcuno che si prenda la briga di criticare la prima pagina del “Secolo d’Italia”, quotidiano con radici storiche nella destra missina e oggi editato dalla Fondazione Alleanza Nazionale, che lo colloca ben vicino a Fratelli d’Italia.

Eppure oggi c’è una frase che spicca: “Sicurezza è libertà”.

Non è solo uno slogan infelice. È qualcosa di peggio: una falsificazione concettuale che cancella, con un tratto di penna, tre secoli di dibattito politico liberale: da Locke a Constant, da Mill a Berlin – buttati nel cestino con un titolo da cartellone elettorale. Però lo stesso giornale qualche giorno fa rivendicava i diritti di proprietà della destra su Tolkien, scrittore sopravvalutato, proprio lui, il cantore di un tradizionalismo da calendario dell’Avvento.



Nella tradizione liberale – quella vera, non quella evocata a uso ornamentale, tipo Forza Italia a direzione Tajani – sicurezza e libertà non coincidono mai. Stanno in tensione. Si limitano a vicenda. Ed è proprio questa tensione a rendere la politica un terreno tragico, complesso, discutibile. Dove c’è identità perfetta tra le due, non c’è liberalismo: c’è obbedienza al capo, al partito unico, eccetera, eccetera.

Dire che “la sicurezza è libertà” significa abolire il problema invece di affrontarlo. È la scorciatoia autoritaria per eccellenza.

Il sottotitolo – puro melonismo manipolatorio – chiarisce il quadro: “Tuteliamo i cittadini e difendiamo chi ci difende”. Qui la semantica è già tutta politica. I “cittadini” non sono un insieme plurale di soggetti portatori di diritti, ma un corpo indistinto da proteggere. “Chi ci difende” non è sottoposto al controllo democratico, bensì elevato a figura sacrale, sottratta al conflitto.



È la classica retorica dell’assedio: dentro l’ordine, fuori il caos. Tuttavia quando lo stato si dipinge come fortezza, il diritto diventa una opzione e la libertà una concessione.

L’editoriale insiste: non sono misure spot, ma un tassello coerente di una strategia. Ed è vero. Proprio per questo preoccupano. Non siamo davanti a un’emergenza, ma a una normalizzazione dell’eccezione. Ieri il governo ha varato un pacchetto sicurezza che amplia i poteri repressivi sulle manifestazioni, ordine pubblico e immigrazione. In parallelo torna l’ipotesi del “blocco navale” nel Mediterraneo: respingimenti, esternalizzazione, chiusura preventiva delle rotte. La sicurezza diventa così non una tutela dei diritti, ma una tecnica di esclusione,  con tanto di “kit antieccessi” per la polizia, nel caso qualche poliziotto si dimentichi di essere gentile. 

 


La destra, oggi al governo, opera in modo più sobrio ed efficace: non sospende la Costituzione, la svuota per accumulo. Non grida, non marcia, non proclama. Decreta. E proprio per questo pericolo di svuotamento si deve votare NO al prossimo referendum sulla divisione della carriere (*).  

Questa destra normalizza l’eccezione, trasforma misure straordinarie in prassi ordinaria.

Qui il lascito politico-culturale che discende dalla cultura dei fascisti dopo Mussolini: non un regime nel senso classico del termine, ma una tecnica di governo. Chiamarlo in altro modo serve solo a tranquillizzare le coscienze.


Del resto anche le immagini parlano. La leader isolata, decisionista. I ministri in posa istituzionale, la bandiera alle spalle. In basso, le piazze, le opposizioni, liquidate come “chiacchiere”.

La gerarchia simbolica è evidente: lo stato governa, la società disturba; l’ordine decide, il dissenso rumoreggia. 

 


È una visione profondamente illiberale, che riduce il conflitto politico a fastidio e il pluralismo a intralcio.

 

Qui non c’è il sospetto verso il potere, che è il cuore del liberalismo. Non c’è il principio di proporzionalità. Non c’è la tutela delle minoranze. Non c’è l’idea che la libertà valga anche per chi sbaglia, disturba, protesta. C’è solo un messaggio netto: la libertà è il premio per coloro che si comportano bene. Chi non rientra nello schema viene rieducato, represso o escluso.

Chiamarlo realismo è un insulto all’intelligenza. È opportunismo autoritario travestito da buonsenso.

Voto finale: zero in liberalismo.

Carlo Gambescia

 

(*) Ne abbiamo già parlato qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/la-svizzera-sotto-accusa-e-la-giustizia.html

giovedì 5 febbraio 2026

Il tritacarne Epstein

 


Il nome di Jeffrey Epstein non indica più solo un uomo. Funziona come dispositivo politico: un tritacarne simbolico che macina nomi, relazioni e mezze frasi, producendo un effetto chiaro: delegittimare indistintamente le élite.

Il meccanismo è noto. Non serve un’accusa formale, non serve una prova, talvolta non serve nemmeno un fatto. Basta la prossimità: aver incontrato, conosciuto, frequentato. I cosiddetti files infiniti — continuamente evocati, mai davvero chiusi — tengono aperta una sospensione permanente del giudizio. Tutti potenzialmente colpevoli, nessuno realmente giudicato (*).

Non è giustizia: è clima politico.

Questa atmosfera velenosa alimenta un odio che non si ferma alla “classe dirigente” in senso sociologico, ma si estende al sistema liberal-democratico nel suo complesso, percepito come corrotto, autoreferenziale, irriformabile. Ed è qui che destra e sinistra populista, pur partendo da concezioni diverse, finiscono per convergere, dando il peggio di se stesse. Questi sono i tempi, brutti tempi all’insegna dell’autolesionismo.



La destra usa Epstein per dire: il sistema è marcio, serve l’uomo forte che faccia pulizia, senza mediazioni né garanzie. La sinistra populista lo usa per dire: il denaro è il male in sé, va colpito come principio ordinatore, redistribuito, punito.

Due soluzioni diverse, un’identica emozione politica: il risentimento. Si chiama anche “democrazia emotiva”. O meglio ancora “democrazia rabbiosa”.

A questo punto vale la pena porsi una domanda volutamente provocatoria, ma non peregrina: non si farebbe prima a fare i nomi di chi non c’è? Ammesso e non concesso che il solo aver conosciuto Epstein costituisca un capo d’imputazione — cosa che in uno stato di diritto non è — perché non chiedersi chi, pur essendo potente, ricco, influente, non compare in questa velenosa sagra della caccia a chi ha sfruttato minorenni? Qui non si tratta di ipotetici comportamenti da adulti consenzienti, ma di vittime effettivamente minorenni, documentate nei procedimenti giudiziari.



Colpisce, per esempio, che figure regolarmente additate come simboli del potere globale, quindi a priori corrottissime (secondo il populismo trasversale) — da George Soros ad Angela Merkel, da Mario Draghi a Barack Obama, fino a George W. Bush, Al Gore, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen — non risultano nei flight logs ufficiali né avere alcun legame noto con Jeffrey Epstein, per quanto emerge dalle informazioni pubblicamente disponibili (**). Non si vuole assolvere nessuno, ma mostrare come l’accusa selettiva funziona: spesso ciò che cattura l’indignazione non è ciò che accade realmente, ma ciò che il sentimento pubblico sceglie di attaccare.

Il punto, infatti, non è Epstein. Il punto è ciò che attraverso Epstein si vuole colpire: il denaro come criterio di merito delle società moderne.

Per capire meglio,  facciamo un passo indietro. Metapolitico.

Nelle società premoderne la legittimazione si fondava sul valore militare, in quelle moderne sul valore economico. Entrambi comportano costi enormi: la ferocia per il primo, la corruzione per il secondo. Non esiste un mondo senza prezzo: demonizzare il denaro senza considerare il principio che sostiene la società significa ignorare il costo reale del cambiamento, aprendo la porta a ordini alternativi basati sulla forza e sull’obbedienza.



Demonizzare il denaro come tale — non le sue degenerazioni, ma il suo ruolo strutturale, evocando un mondo perfetto, magari basato sul baratto, come nelle società arcaiche — non significa abolire il merito: significa sostituirlo. 

E storicamente, quando il merito economico viene delegittimato senza alternative istituzionali credibili, se non l’età della pietra, torna quello fondato sulla forza, sull’obbedienza, sulla capacità di imporsi. Una società neandertaliana

Questo non è un elogio o biasimo di questo o quel principio di merito. È una constatazione sgradevole, come tale di  fatto:  ogni ordine sociale ha un prezzo, e fingere il contrario è il primo passo verso forme di violenza politica più esplicite.



Il paradosso finale è dunque questo: quanto più Epstein viene usato come clava simbolica contro il denaro e le élite, tanto più si prepara il terreno per una politica fondata non sulla trasparenza, ma sulla punizione; non sul diritto, ma sulla forza. Il tritacarne non produce giustizia. Produce solo appetito per la ferocia successiva.

Carlo Gambescia

(*) Il Dipartimento di Giustizia USA ha reso pubblici milioni di pagine di documenti sul caso Epstein/Maxwell, con oltre 3–3,5 milioni già disponibili e fino a 5–6 milioni identificati ( https://www.justice.gov/opa/media/1426091/dl ).

(**) Per chiarire: i cosiddetti flight logs di Epstein, ossia i registri di volo dei suoi aeromobili privati, sono acquisiti come prove ufficiali nel procedimento USA v. Ghislaine Maxwell (imprenditrice e figura pubblica britannica, condannata per aver aiutato Jeffrey Epstein nel traffico sessuale di minorenni) e indicano contatti operativi effettivi verificabili. Basta fare una ricerca selettiva per nominativo (qui: https://www.justice.gov/epstein). Ovviamente si impongono pazienza, capacità di lavoro e buona fede: Cioè va sempre distinta la citazione di un nome importante in un discorso (si pensi a due appassionati di calcio che discutono di giocatori che non conoscono, ma che entrano nel discorso) da un contatto reale. Per capirsi: nelle versioni ufficiali dei registri che sono state diffuse compaiono alcuni nomi noti — ad esempio Bill Clinton, Donald Trump, Alan Dershowitz, il principe Andrew, Itzhak Perlman o Chris Tucker — ma molti dei nomi che circolano su social o liste “virali” non corrispondono ai flight logs originali. Solo i flight logs costituiscono materiale giudiziario concreto; tutto il resto rimane aleatorio, utile più a creare spettacolo che a chiarire responsabilità.

mercoledì 4 febbraio 2026

Vannacci non è una folcloristica deviazione. È un punto di arrivo

 


La scissione di Roberto Vannacci, il carismatico generale, non segnala una frattura improvvisa nella destra italiana. Al contrario, ne rende finalmente visibile la traiettoria.

Vannacci non arriva dal nulla: è l’espressione più esplicita di un processo lungo trent’anni, che dal 1994 a oggi ha spostato progressivamente l’asse della destra italiana verso posizioni più radicali, sul piano simbolico, culturale e politico.

Se si osserva la sequenza nel suo insieme, badando ai leader effettivi — Berlusconi (1994-2011), Bossi e la Lega Nord (1989-2013), Fini (Alleanza Nazionale, 1995-2009), Lega per Salvini (2017-2019) e Meloni (2012-2026) — emerge una continuità fatta di slittamenti successivi, non una serie di rotture. Una dinamica che scorge in Vannacci (2023-2026) una specie di punto di arrivo. Ogni leader normalizza un lessico, un’immagine del potere e una cultura politica che il precedente aveva preparato.



Gianfranco Fini appare come un corpo estraneo, non come un anello mancante. Il suo tentativo di “democratizzare” la destra — tardivo e incompleto — si colloca controcorrente rispetto al movimento reale del campo politico.

Fini prova a portare la destra dentro un orizzonte liberal-democratico quando le condizioni politiche e culturali vanno già in direzione opposta. Viene così schiacciato dal processo che cerca di correggere: l’uomo sbagliato nel momento giusto, o forse il momento sbagliato per l’uomo giusto.

La malinconica parabola di Futuro e Libertà per l’Italia (2010-2015) non interrompe la deriva della destra italiana; ne conferma piuttosto la forza.



Berlusconi inaugura il ciclo presentandosi come campione della libertà e del mercato. Ma nella pratica il berlusconismo governa attraverso uno statalismo selettivo: lo Stato non arretra, cambia destinatari. Non un capitalismo concorrenziale, bensì un uso proprietario del potere pubblico. Le istituzioni restano in piedi, ma diventano strumenti di protezione normativa e rendita. Il liberalismo è più linguaggio che ethos, lessico di legittimazione più che cultura della libertà responsabile.

Questa origine segna tutto ciò che segue. Una destra democratica nasce quando accetta regole che possono danneggiarla, riconosce il conflitto come istituzionale e l’avversario come legittimo. La destra italiana post-1994 nasce invece contro lo stato liberale: il potere è da difendere, la legge è percepita come ostacolo personale o di parte. Da qui, la progressiva delegittimazione delle istituzioni e dell’interesse pubblico.



Differenziare Bossi da Salvini è cruciale. Mentre il leader storico della Lega manteneva un profilo relativamente moderato e politico ( comunque tentava), Salvini radicalizza azione e linguaggio, trasformando l’identità nazionale in arma di pressione e polarizzazione. Con lui la destra abbandona l’impianto fintoliberal-populista e assume apertamente tratti nazionalisti e sovranisti.

Il governo gialloverde (2018-2019) rappresenta lo spartiacque: non tanto per le singole politiche, quanto per ciò che diventa legittimo dire e pensare: confini come ossessione identitaria, nemico interno come collante politico, sicurezza come valore centrale, stato di diritto come variabile negoziabile. Lo stato non è più solo favore selettivo: diventa strumento politico diretto.

Con Giorgia Meloni questa cultura politica entra stabilmente nelle istituzioni. Non più rottura, ma normalizzazione: governo responsabile, disciplinato, sobrio nel linguaggio, ma con un orizzonte chiaro: nazione, ordine, autorità, tradizione. L’estremismo non è più spettacolare, ma amministrativo e quindi più pervasivo.





In questo contesto diventa possibile il “fenomeno” Vannacci, emerso nell’estate del 2023. Qui le spinte più radicali della destra si mostrano in forma visibile: rivendicative, rumorose, e orientate all’identità come gerarchia sociale. La sua uscita dalla Lega non rompe la traiettoria, la chiarisce: in queste ore l’estremismo viene provvosoriamente collocato ai margini per rendere il finto centro più presentabile. Probabilmente la destra lo attaccherà, ma lingua e finalità sono identiche.

Un precedente storico “vannacciano”, seppure di origime missina, si intravede già nel 1995 con Pino Rauti e la Fiamma Tricolore, nati dalla scissione interna al Movimento Sociale Italiano contro la “svolta di Fiuggi” di Fini. Rauti rappresentava una destra identitaria prematura rispetto al processo in corso, rivendicando identità e gerarchie, anticipando dinamiche oggi pienamente visibili.

 


Discorso che può essere esteso alle microformazioni politiche a destra di Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. In questa prospettiva, può essere utile ricorrere alla distinzione concettuale tra fascismo come regime e fascismo come movimento. Che permette di leggere la tensione tra regimisti e movimentisti, anche dopo il 1994, come una sorta di deriva dei continenti: masse ideali che si spostano, si avvicinano o si fratturano nel tempo, generando, o comunque muovendosi all’interno di quello che potremmo definire un “fascismo 2.0”, come punto di arrivo della dinamica involutiva qui descritta da Berlusconi a Vannacci.

Come recita una specie di Ecclesiaste politico: c’è un tempo per ogni cosa, e un tempo per ogni attività sotto il cielo. Ora potrebbe essere il tempo del generale Vannacci: l’uomo giusto nel momento giusto.
 

Il giudizio su Vannacci va collocato in questa dinamica più ampia, prescindendo dai possibili risultati elettorali. La sua rilevanza sta nel ruolo di indicatore politico: prova fino a che punto il discorso pubblico e istituzionale si è spostato su posizioni sempre più radicali.

Letta così, la parabola Berlusconi-Vannacci è coerente: in Italia non si è mai consolidata una destra pienamente democratica, capace di interiorizzare liberalismo, stato di diritto, alternanza e regole istituzionali. Il consenso ha sempre contato più delle norme.

 


La scissione di Vannacci non segnala una crisi della destra italiana, ma la sua “maturazione” interna. Dopo trent’anni, il percorso è completo: dal populismo proprietario al nazionalismo identitario, dal mercato come slogan allo Stato come strumento di comando, dal consenso al disciplinamento. Con Vannacci, si ritorna a una pericolosa logica di appartenenza definita dai tratti somatici: “Gli italiani sono di pelle bianca e hanno tratti tipicamente caucasici; chi ha i tratti del Centrafrica e la pelle nera non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani" (*). 


Non una radicalizzazione improvvisa, ma una involuzione coerente. Verso, ripetiamo, una specie di fascismo 2.0. Perché, cosa che non va mai dimenticata, l’Italia ha per così dire il triste primato di aver inventato il fascismo. E sono cose che in termini di continuità storica possono pesare nella cultura politica di un paese, soprattutto quando cultura di massa.

Esageriamo? Valuti il lettore.

Comunque sia, Vannacci non è un incidente di percorso: ma il portato di un processo che risale al 1994 e che difficilmente si fermerà qui.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.la7.it/intanto/video/roberto-vannacci-torna-a-parlare-di-tratti-somatici-la-mia-frase-non-e-offensiva-e-dirlo-non-e-reato-16-08-2024-554985 .

martedì 3 febbraio 2026

Quando scendere in piazza diventa un crimine

 


La differenza tra dittatura e democrazia si coglie in modo quasi sperimentale osservando che cosa accade quando la gente scende in piazza. In una dittatura la grande manifestazione, specie se potenzialmente conflittuale, non è ammessa: al primo assembramento intervengono le forze dell’ordine e i manifestanti vengono dispersi, imprigionati o eliminati fisicamente. La manifestazione non è un diritto ma un crimine politico: l’assembramento in sé è percepito come una minaccia al potere e viene represso immediatamente, senza mediazioni né scrupoli.

Un esempio immediato è rappresentato dalle proteste nelle piazze iraniane contro il regime teocratico, di cui ci arrivano persino alcune rare foto e video

Ma la lista è lunga.

Nella Germania nazista, dopo il 1933, scioperi e proteste furono cancellati con l’intervento di Gestapo e SS, tra arresti, campi di concentramento ed eliminazioni fisiche; nell’URSS, qualsiasi protesta spontanea era classificata come contro-rivoluzionaria e repressa con l’esercito, come nel massacro di Novočerkassk del 1962 sotto il regime di Chruščëv, con morti occultati come segreti di Stato; nella Cina del 1989, a Piazza Tiananmen, una grande mobilitazione studentesca fu schiacciata dai carri armati e rimossa dalla memoria ufficiale; nel Cile di Pinochet manifestare significava esporsi a carcere, tortura o sparizione forzata. Inutile, parlare della Russia putiniana, che come ai tempi dello Zar, deporta gli oppositori in Siberia (solo che a quei tempi, i deportati, potevano lavorare, addirittura insegnare, e portarsi dietro la famiglia), quando non li avvelena; dell’Italia fascista, con il suo tribunale speciale e la polizia onnipotente; della Spagna sotto Franco, che ancora all’inizio degli anni Settanta fucilava gli oppositori.



Nelle democrazie liberali, al contrario, la piazza è riconosciuta come spazio legittimo di conflitto: si manifesta liberamente e i conflitti violenti vengono, come si dice, “contenuti”. Proprio per questo la morte di un manifestante o di un civile diventa un grosso problema morale, giuridico e d’immagine. Negli Stati Uniti, nel 1970, la Guardia Nazionale uccise quattro studenti alla Kent State University durante le proteste contro la guerra in Vietnam, provocando uno shock nazionale, scioperi di massa e una grave crisi di legittimità; nello stesso anno, alla Jackson State, la polizia uccise due studenti afroamericani, episodio meno ricordato ma discusso come fallimento democratico; nel 2020 la morte di George Floyd, pur non avvenuta durante una manifestazione, innescò la più vasta ondata di proteste dai tempi dei diritti civili, con processi, condanne e un danno d’immagine enorme per le istituzioni. Esistono poi casi-limite, esempi “negativi” che mostrano come anche le democrazie possano avvicinarsi pericolosamente alla logica autoritaria: il Bloody Sunday del 1972 a Derry, con tredici manifestanti uccisi (quattordici in totale per le ferite successive) dall’esercito britannico; la repressione della manifestazione algerina a Parigi nel 1961, con decine di morti; il tormentato Sessantotto in Italia e in Europa, il G8 di Genova del 2001, con la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz e a Bolzaneto. Ma proprio qui sta la differenza decisiva: in tutti questi casi la violenza non è stata normalizzata, bensì seguita da scandali, inchieste, processi, condanne internazionali, scuse ufficiali, memoria conflittuale.



Le democrazie liberali non sono innocenti, ma sono costrette a rendere conto; le dittature non sono più violente, sono semplicemente irresponsabili. Dove la morte in piazza viene rimossa o addirittura celebrata, il potere si rafforza; dove diventa un problema pubblico permanente, il potere si incrina. Ed è in questa incrinatura, non nell’assenza di conflitto, che passa la linea di demarcazione tra dittatura e democrazia.

Per farla breve: il conflitto, talvolta anche violento, è parte integrante della democrazia liberale. Ovviamente, per chiunque abbia radici fasciste, o comunque autoritarie, si tratta di un concetto difficile, se non impossibile, da capire.

Si dirà: ma se poi la violenza di piazza si trasforma in terrorismo, o comunque sembra avere radici terroristiche? E un rischio che le democrazie liberali, se tali, devono correre. Anche perché sono capaci di avere la mano ferma, quando però realmente necessario, come nell’Italia degli Anni di Piombo. E non è certo questo il caso della manifestazione torinese di sabato scorso. Che la destra prova a far passare per terrorismo.

È proprio a partire da quest’ultima osservazione che si può capire ciò che sta accadendo oggi negli Stati Uniti e ciò che rischia di accadere in Italia.



Nell’America di Donald Trump si assiste a una crescente criminalizzazione dell’opposizione che prova a manifestare, a una retorica securitaria che tende a equiparare il dissenso al terrorismo e a una gestione dell’ordine pubblico sempre meno orientata al contenimento e sempre più alla deterrenza politica. Quando gli oppositori vengono delegittimati prima ancora di scendere in piazza, il terreno democratico comincia a cedere.

In Italia, dopo i fatti di Torino, il governo, ha subito parlato di “terrorismo” annunciando nuove misure restrittive sull’ordine pubblico: il rischio non è l’autoritarismo compiuto, ma lo slittamento culturale, l’idea che la piazza sia di per sé sospetta e che il conflitto sociale debba essere prevenuto più che governato. Perché – ecco il succo del discorso – chiunque manifesti è portatore sano del germe terrorista. È sempre così che si comincia: non abolendo la democrazia, ma svuotandola, un provvedimento alla volta, un linguaggio alla volta, una piazza alla volta.



In fondo, la differenza teorica tra dittatura e democrazia è lampante. Nella dittatura la piazza è illegittima per definizione, la violenza è preventiva e totale e i morti non parlano, né oggi né domani: vengono cancellati, rimossi, assorbiti dal silenzio del potere. Nella democrazia, al contrario, la piazza è legittima, la violenza dovrebbe restare un’eccezione e quando avviene produce fratture, scandali, problemi morali, giuridici e mediatici che il potere non può semplicemente archiviare.

È qui che il verbo “contenere” diventa decisivo: contenere il conflitto significa riconoscerlo come parte del gioco democratico, accettare che il dissenso esista e debba essere governato; eliminarlo, invece, significa negare il gioco stesso. Il passaggio più insidioso avviene quando una parte dei cittadini finisce per sostenere misure repressive sempre più dure: non perché il conflitto sia davvero scomparso o perché l’ordine sia in pericolo assoluto, ma perché il consenso viene costruito attraverso la paura, la semplificazione e la criminalizzazione dell’avversario. È in questa manipolazione del consenso, prima ancora che nelle leggi o nei manganelli, che una democrazia comincia a smettere di riconoscersi come tale.



Del resto, cosa ci si può aspettare da un presidente americano come Donald Trump, che considera lo stato di diritto un ostacolo al proprio potere? E da una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni, che non solo non affronta il passato fascista, ma sembra volerlo ignorare del tutto?

Non sorprende quindi che negli Stati Uniti e in Italia la retorica dell’ordine, della minaccia interna e dell’emergenza permanente raccolga consensi crescenti. 

Ciò che sorprende, semmai, è vedere una sinistra – soprattutto in Italia – che, invece di smontare questo meccanismo, spesso lo imita, facendo il verso alla destra sul terreno securitario e contribuendo, forse inconsapevolmente, allo svuotamento culturale della democrazia liberale che afferma di voler difendere.

Carlo Gambescia

 

Bibliografia minima

Katia Pilati, Movimenti sociali e azioni di protesta, Il Mulino, 2018 ( guida abbastanza aggiornata e comunque completa); Ralf Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità. Saggio sulla politica della libertà, Laterza, 1989 (un piccolo classico); Charles Tilly, Conflitto e democrazia in Europa, 1650 - 2000, Bruno Mondadori, 2007 (eccellente cavalcata tra storia comparata e sociologia).

lunedì 2 febbraio 2026

Riflessioni sul Sudan: la lettura di Gianluca Eramo

 



Una precisazione: non l’abbiamo preso di mira. Il fatto è che leggiamo sempre volentieri le analisi di Gianluca Eramo. Studioso che sembra avere una marcia in più. Non solo rispetto agli amministratori dell’ovvio, addirittura in toga accademica, ma anche nei riguardi di una certa produzione geopolitica che si autodefinisce “alta”, ma che troppo spesso scambia l’opinione per analisi. E non mi riferisco soltanto ai social.

Bando alle polemiche. Eramo, oltre a una vasta conoscenza nell’ambito della storia comparata, mostra una buona capacità di escogitare, diciamo così, neologismi e formule mai scontate, di sapore sociologico. Forse è un metapolitico senza saperlo.

Un suo articolo sulla situazione sudanese (*), uscito  un paio di  giorni fa su “L’Europeista”, interessante foglio digitale, ha colpito la nostra attenzione, di metapolitici in servizio permanente effettivo. Cioè di studiosi di quel che può essere una politica analizzata attraverso l’uso di regolarità metapolitiche (**).

L’analisi di Eramo è potente e coglie un punto decisivo: in Sudan non è in gioco la conquista dello Stato, ma il suo svuotamento funzionale a un’economia di enclave.

Tuttavia – qui la mia perplessità di metapolitico – parlerei con cautela di “mutazione ontologica della guerra”.

In effetti quel che osserviamo non è un nuovo paradigma, ma la riemersione — aggiornata tecnologicamente — di uno schema novecentesco ben noto: guerre per procura, signori della guerra come intermediari locali, potenze esterne che non governano ma estraggono.

L’oro, la terra e oggi la connettività non inaugurano una guerra nuova: sostituiscono semplicemente i vecchi vettori del saccheggio. Cambiano gli strumenti, non la logica. Logica che Eramo coglie quando parla (fin dal titolo) di “ nuovo feudalesimo globale”…  Tuttavia a proposito di “nuovo”, parleremmo invece di persistenza delle dinamiche centrifughe-centripete, una precisa regolarità metapolitica.

Il rischio di insistere sulla novità radicale è naturalizzare un processo che invece ha una genealogia precisa e responsabilità politiche identificabili. Il Sudan non anticipa il futuro: mostra cosa succede quando il Novecento, con il suo volto meno benigno del colonialismo — quello della dominazione e dello sfruttamento, pur accanto ad aspetti di modernizzazione culturale e tecnologica — smette di travestirsi da ordine internazionale

Inoltre, prima di parlare di una mutazione ontologica della guerra, è necessario interrogarsi sulla persistenza delle strutture profonde del politico. Se si adotta una prospettiva metapolitica, ciò che emerge nel caso sudanese non è una rottura radicale, ma la riconfigurazione storicamente situata di regolarità che attraversano l’intera modernità politica.



La guerra in Sudan conferma, anziché smentire, almeno sei regolarità di primo grado: la persistenza del potere come processo di conquista, conservazione e perdita; la persistenza della stratificazione politica, per cui il comando si organizza sempre in forme gerarchiche, anche quando lo Stato si disgrega; la persistente tensione tra inclusività ed esclusività politica, che trasforma intere popolazioni in corpi eccedenti e sacrificabili; la dinamica ricorrente, come accennato, tra forze centripete e centrifughe, tra istituzione e movimento, che spinge il potere a frammentarsi quando non riesce più a stabilizzarsi; la polarizzazione amico/nemico come principio ordinatore del conflitto; infine, la costante razionalizzazione ideologica dei comportamenti politici, che giustifica il saccheggio come sicurezza, la guerra come stabilizzazione, l’espropriazione come sviluppo.

Letto attraverso questa griglia, il Sudan non appare come il laboratorio di una guerra ontologicamente nuova, ma come uno spazio in cui tali regolarità operano in forma estrema, potenziate da attori privati, tecnologie digitali e mercati globali. Il cosiddetto Colonialismo 2.0 non abolisce queste dinamiche: le assume, le privatizza e le rende più opache. La novità non risiede dunque nella struttura del conflitto, ma nella sua capacità di occultare, sotto il linguaggio dell’efficienza logistica e della governance informale, regolarità politiche che la modernità – ma diremmo in tutta serenità i cinquemila anni di storia documentata che ci precedono – conosce da tempo e che il Novecento aveva già riportato alla luce nelle guerre per procura e nei sistemi dei signori della guerra.

Mi si potrà rispondere che le regolarità qui ricordate, sono solo una premessa cognitiva, anche molto generale (per non dire scontata…), e che poi è necessario lavorare sui dettagli, cogliere le novità di una certa situazione…



E infatti è proprio sui dettagli che si gioca la partita analitica, non sull’enfasi della “svolta epocale”. Ma i dettagli acquistano senso solo se restano ancorati a una struttura interpretativa solida, capace di distinguere tra ciò che è realmente nuovo e ciò che si ripresenta in forme aggiornate. In questo senso, come detto, il caso sudanese non segnala tanto una mutazione ontologica della guerra, quanto una sua configurazione particolarmente intensa e visibile, resa più opaca – ma non per questo inedita – dall’intreccio tra attori privati, tecnologie e mercati globali.

La discussione aperta da Eramo è dunque preziosa proprio perché invita a interrogarsi su queste trasformazioni, a patto di non perdere di vista la genealogia storica e le regolarità metapolitiche che ne costituiscono lo sfondo. È in questo equilibrio, tra attenzione al nuovo e consapevolezza del già visto, che l’analisi può evitare, per dirla alla buona, sia l’inerzia del “tutto il mondo è paese” sia l’illusione del nuovo per il nuovo.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.leuropeista.it/sudan-feudalesimo-globale-russia-emirati-musk/ .

(**) Per le regolarità metapolitiche rimandiamo al quadro sinottico qui pubblicato, che a sua volta rinvia al nostro Trattato di Metapolitica (2 voll., Edizioni Il Foglio, 2023). Il quadro è opera grafica di Carlo Pompei, amico e collaboratore di lunga data, il cui contributo è sempre stato per me di grande valore.

domenica 1 febbraio 2026

Incidenti di Torino. Difendere l’indifendibile?

 


Incidenti di Torino. Non sono gli “Anni di Piombo”, quando imperversava il feroce terrorismo di destra e di sinistra, ma il governo e la quasi totalità dei giornali e telegiornali (ma anche sui social l’egemonia della destra è forte), cercano di farli passare come tali.

E con una differenza fondamentale, che quattro ragazzi ai quali è stato negato uno spazio pubblico, e che protestano (magari con qualche ingiustificato eccesso),  cosa che invece si permette ai centri  sociali abusivi di destra, sono dipinti, da un governo di radicali di destra, come terroristi.

Per chi non avesse capito, la differenza è che allora al governo c’erano democristiani, socialisti, laici di vario colore politico e persino comunisti (appoggio esterno), oggi c’è la destra radicale di allora che fomentava i giovani di destra, come in un  famoso discorso di Almirante a Firenze.


Da una parte – ieri – i partiti che affondavano le origini nella Resistenza e nel Cln, dall’altra – oggi – i fascisti di allora. E infatti come si è espressa Giorgia Meloni? “Nemici dello Stato”. Con la maiuscola ideologica (tutto dentro lo Stato, nulla fuori dello Stato, vecchia musichetta). Il vocabolario è lo stesso che i fascisti, prima e dopo Mussolini, usavano per distruggere la credibilità di qualsiasi forma di opposizione, da quella con le armi a quella con la parola.

Ci si potrà accusare di difendere l’indifendibile.  Molti non si sono resi conto  – la stessa sinistra tace, teme di essere accostata ai “Nemici dello Stato” di Torino – che l’Italia, per la prima volta dal 1945 – rischia la libertà.





Esageriamo? Un solo piccolo esempio, da ceto urbano colto, riflessivo (già sappiamo come ci liquideranno), quando un giornale come “Il Foglio”, ultima ridotta liberale, tira la volata a Giorgia Meloni, intervistandola, e mette in prima pagina la lettera di auguri per i trent’anni del giornale di un Papa trumpiano, è veramente la fine. Dammi il vino con un po’ di idrolitina clericale e fascista, per citare il Battiato di “Zone depresse”.

Il mondo ormai ha decisamente virato a destra, e non una destra democratica, ma fascista. Che nulla ha dimenticato.

E l’Italia, periferia di un Impero, che una volta era del Bene, ha prima anticipato e poi seguito la marcia trionfale di un più che aspirante criminale fascista come Trump. Non ci si illuda sulla possibilità da farlo cadere con i famigerati “file Epstein”. Trump, come ogni vero dittatore non teme i giudici. Sa di poter contare sulle forze armate, paramilitari, sui servizi segreti su fortissime minoranze armate nel paese.



In una agghiacciante intervista, il governatore democratico del Minnesota Tim Walz dice di temere per l' America,  un “Fort Sumter Moment in Minneapolis”. Per chi ignorasse la storia americana, la Guerra di Secessione  esplose il 12 aprile 1861, con l’attacco confederato a Fort Sumter, nella baia di Charleston. Da lì in poi non fu più una crisi politica: fu guerra vera, lunga e sanguinosa. Il resto — compromessi, retorica, buone intenzioni — saltò in aria con i primi colpi di cannone.

L’impero del Bene per ora non tornerà. L’America ribelle e patriottica, antischiavista, dalla parte della Costituzione e dei diritti, per ora non tornerà. Soprattutto se dovesse all’improvviso,risvegliarsi in quell’aprile del 1861.

 


Siamo retorici. Vediamo fascisti ovunque? Decida il lettore.



Come concludere? In modo poco elegante ma onesto.

Qui non si tratta di “difendere l’indifendibile”, bensì di rifiutare una trappola semantica ben nota: trasformare il conflitto politico in questione penale e l’opposizione in minaccia ontologica. Di tramutare,  insomma, le “martellate”, ovviamente mai giustificate (ci mancherebbe) al poliziotto in “martellate” alla libertà. 

È così che si preparano i salti di regime: non con i carri armati, ma con le parole “giuste” ripetute ossessivamente. E soprattutto con una paura diffusa ad arte verso ogni forma di diversità: dalla coppia gay al militante anarchico, dal migrante in cerca di fortuna all’intellettuale non schierato con il potere.



Quando un governo vuole dire chi è dentro e chi è fuori dallo Stato (sempre con la maiuscola: lo dice pure la grammatica, eh…), chi può parlare e chi no. Quando la categoria di “nemico” torna a circolare con disinvoltura, non siamo davanti a un incidente: siamo davanti a un sintomo. E i sintomi, in politica, vanno presi sul serio prima che diventino diagnosi.

Chi tace oggi, per paura di essere confuso con i “Nemici dello Stato”, domani scoprirà che il silenzio non protegge nessuno. Protegge solo il potere che lo impone. E a quel punto difendere l’indifendibile non sarà più una scelta polemica, ma l’unico modo rimasto per difendere la libertà.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.theatlantic.com/politics/2026/01/tim-walz-fort-sumter-minneapolis-ice/685801/?utm_source=facebook&utm_campaign=the-atlantic&utm_medium=social&utm_content=edit-promo .



sabato 31 gennaio 2026

“Remigrazione”: il nuovo lessico del razzismo





La conferenza stampa per lanciare   una petizione popolare sulla “remigrazione”, prevista alla Camera dei deputati, viene bloccata dopo la protesta delle opposizioni. Pd, M5S e Avs occupano la sala stampa, intonano Bella ciao, l’incontro è  sospeso: “Non ci sono le condizioni”. Dal fronte opposto, il deputato leghista promotore dell’iniziativa, Domenico Furgiuele, deputato della Lega, rilancia: "Ci riprovo? Sì". E giù con il consueto vittimismo: sinistra Ztl, fascismo che non esiste, lui dalla parte del popolo, eccetera.

I soliti luoghi comuni dei fascisti,  per dirla in romanesco, “beccati con il sorcio in bocca”: i conferenzieri sembravano usciti dal manuale guida della squadra politica, non tanto per l’abbigliamento, quanto per l’atteggiamento strafottente, alla “me ne frego”. Che chi conosce la storia dei movimenti fascisti sa che non è solo folclore.



L’episodio però, è altamente simbolico. E proprio per questo merita di essere preso sul serio, senza indulgere né allo scandalo automatico né all’autoassoluzione rituale.

Partiamo da un punto fermo. Il problema non è — o non è solo — che si parli di “remigrazione”. Il problema è dove se ne parla. Il Parlamento non è uno spazio neutro. È una macchina simbolica potente: ciò che entra lì dentro non è semplicemente detto, è riconosciuto come dicibile entro una cornice istituzionale. Aprire le porte della Camera a un convegno di questo tipo non equivale a garantire la libertà di espressione; equivale a legittimare un lessico, un orizzonte di senso, una possibile visione dell’ordine sociale.

Ed è qui che occorre fermarsi sul concetto chiave. Che cos’è davvero la “remigrazione”. Per evitare equivoci, è utile collocare il concetto anche storicamente e politicamente, indicando attori, ambienti e riferimenti teorici che ne hanno favorito la diffusione.



Il termine “remigrazione” (dall’originale francese remigration) non è un termine tecnico neutro, né una variante elegante di “rimpatrio”. È un concetto ideologico con una genealogia precisa. Si afferma a partire dagli anni Novanta negli ambienti dell’estrema destra europea — soprattutto nell’area identitaria francese e tedesca — come risposta all’immigrazione extraeuropea e al multiculturalismo. Non nasce nei documenti delle organizzazioni internazionali, né nel lessico del diritto, ma in contesti militanti che concepiscono il popolo come entità organica e il territorio come spazio naturale di appartenenza. In breve: antiquariato concettuale nazifascista.

La distinzione con il rimpatrio è decisiva. Il rimpatrio è, almeno in linea di principio, una misura giuridico-amministrativa che riguarda persone prive di titolo di soggiorno e si fonda su procedure individuali. La remigrazione, invece, non si basa sullo status legale, ma sull’appartenenza culturale o etnica percepita. Non risponde alla domanda “chi è irregolare?”, ma a una molto più radicale: chi non dovrebbe stare qui.

In questa prospettiva, la remigrazione può riguardare anche cittadini regolari, persone nate nel paese, individui formalmente integrati ma ritenuti “non assimilabili”. Il suo nucleo non è la gestione dei flussi, ma la ridefinizione dell’appartenenza. Quindi non è problema di indennizzi o bonus previsti dalle legge per favorire i ritorni alle terre di origine, ma di principio. Del resto, una volta passata l’ “idea” i bonus si possono pure tagliare, sopprimendo i fondi in bilancio, e così andare  per le spicce.



Il punto centrale è il rovesciamento di un principio cardine dello Stato liberale: l’appartenenza fondata su diritti e cittadinanza. Al suo posto subentra un criterio carnivoro pre-politico: origine, cultura, religione, “compatibilità di civiltà”. Si è inclusi non perché si ha diritto di esserlo, ma finché si è giudicati compatibili.

Ma affondiamo ancora di più il coltello lessicale. Come detto, sul piano storico-politico, la remigrazione emerge come parola d’ordine nei circuiti dell’estrema destra identitaria europea tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila.

Qualche nome. Un riferimento intellettuale ricorrente è lo scrittore francese Renaud Camus, teorico della “sostituzione demografica” (Grand Remplacement), termine che conia esplicitamente nel 2011. Camus, lasciando da parte la sua ipotesi complottista di un perfido disegno segreto delle cattive élite apolidi, sviluppa l’idea che l’immigrazione di massa produca una trasformazione irreversibile del “popolo”, inteso come entità culturale ed etnica. In questo modo fornisce l’impianto concettuale che verrà poi ripreso da movimenti e figure politiche.



Il termine “remigrazione” viene successivamente adottato e normalizzato dai movimenti identitari in Francia (Génération Identitaire), in Austria e Germania (Identitäre Bewegung). In particolare attraverso Martin Sellner, che lo promuove come progetto di lungo periodo, graduale e formalmente “non violento”, volto a ristabilire l’omogeneità culturale delle società europee. Un’ossessione, quella della purezza, travestita da gestione razionale del sociale.

Negli ultimi anni il concetto ha iniziato a circolare anche ai margini di partiti strutturati. In Germania, settori dell’AfD ne hanno discusso apertamente in riferimento non solo ai migranti irregolari, ma anche a cittadini di origine straniera ritenuti “non integrabili”.


In Francia il termine resta ufficialmente marginale nel lessico del Rassemblement National, ma è ampiamente presente nell’ecosistema culturale che circonda il partito. Marion Maréchal, con il suo progetto politico più radicale, ha contribuito a legittimare questo orizzonte discorsivo.

In Italia il concetto compare più tardi, importato direttamente dal lessico francese, attraverso esponenti della destra radicale e dell’area neofascista. Tra i nomi più visibili figurano Roberto Vannacci e Domenico Furgiuele. CasaPound è stata tra le organizzazioni centrali nella creazione del Comitato Remigrazione e Riconquista, promotore di una proposta di legge sostenuta da figure note dell’ultradestra. L’evento alla Camera dei deputati, organizzato proprio da Furgiuele, conferma che il termine non resta più confinato alle frange radicali, ma tenta l’accesso alla rispettabilità istituzionale, seguendo una traiettoria già osservata in Francia, Germania e Austria.

Il precedente storico più istruttivo non è solo il fascismo come regime, ma il passaggio concettuale che negli anni Venti e Trenta conduce alla ricomposizione politica della triade Stato–popolo–territorio. In argomento c’è un’interessante letteratura storica, a partire dalla Tentazione fascista di Tarmo Kunnas, che offre una specie di nomenclatura in materia. In quel contesto l’appartenenza politica viene progressivamente sganciata dalla cittadinanza giuridica e ricondotta a criteri pre-politici di origine, cultura e “compatibilità”.

Il liberalismo aveva spezzato quella triade, distinguendo lo stato dalla comunità etnico-culturale e il territorio dai diritti di sangue; l’aggressiva cultura protofascista del primo Novecento tenta invece di riunificarla, trasformando l’appartenenza in una qualità sostanziale e condizionata. È questo passaggio — più che la sua forma totalitaria — che oggi la remigrazione tenta di riattualizzare, aggiornandolo in un linguaggio apparentemente democratico e gestionale.



Attenzione, la Rivoluzione conservatrice tedesca non fu razzista in senso biologico, ma fu radicalmente anti-universalista e culturalmente escludente. Lasciò in eredità concetti politicamente pericolosi — omogeneità del popolo, appartenenza pre-politica, rifiuto dell’eguaglianza liberale — che oggi riemergono, in forma aggiornata, nelle destre di ascendenza neofascista, anche quando si presentano in tailleur sartoriale. Si noti il silenzio di Giorgia Meloni sui fatti di ieri: né pro né contro. E intanto come il veleno,  la parola “remigrazione” entra in circolo…

Questa traiettoria è significativa e vale la pena ribadirla, perché è decisiva: la remigrazione nasce come parola d’ordine estremista, si consolida come concetto del vocabolario politico “accettabile” e tenta infine l’accesso alla legittimazione istituzionale. Non è una semplice normalizzazione linguistica, ma la costruzione dell’orizzonte delle politiche pensabili.

“Remigrazione” suona tecnica, quasi burocratica; suggerisce ordine, simmetria, buon senso. È proprio questa patina di razionalità che la rende politicamente efficace: prima normalizza il lessico, poi rende pensabili — e infine praticabili — politiche di esclusione che, espresse in altro linguaggio, apparirebbero immediatamente come ciò che sono. In questo senso, il termine opera sull’immaginario sociale: prepara consenso passivo prima ancora che misure coercitive. In realtà è deportazione e in prospettiva – pronti a scommettere – istituzione di un corpo di polizia come l’ICE statunitense (l’America, purtroppo, fa sempre scuola, nel bene il più delle volte, ma anche nel male).

La protesta delle opposizioni appare dunque comprensibile nella sostanza, ma fragile nella forma. Occupare la sala stampa e cantare Bella ciao è un gesto emotivamente potente, ma politicamente debole. Funziona come segnale identitario, produce immagini, scalda la base. Ma non smonta il dispositivo concettuale della remigrazione, non ne esplicita la genealogia, non ne mostra gli effetti. Si limita a dire: questo non si fa.



Il rischio è evidente. Mentre l’opposizione si muove sul terreno della testimonianza morale, la destra lavora sull’egemonia culturale. Introduce parole, le rende dicibili, le fa circolare come opzioni legittime di dibattito. Ogni stop diventa pubblicità, ogni protesta una conferma del proprio status di vittima del "sistema" (la vecchia guardia almirantiana,  a suo modo elegante, parlava di "Lor Signori").  Quando Furgiuele dice "ci riprovo", non sta provocando: sta pianificando.

Il punto va ripetuto, proprio perché è decisivo: il vero conflitto non è per una sala o per un evento – i soliti dispettucci infantili – ma per il vocabolario politico. Trattare la remigrazione come una posizione tra le altre significa accettare implicitamente che l’appartenenza possa diventare condizionale. Ed è una soglia che, una volta superata, difficilmente resterà confinata ai soli migranti.

In definitiva, la scena di oggi dice meno su un ritorno caricaturale del fascismo e molto di più su un mutamento più profondo: la separazione tra politica come costruzione di senso e politica come rituale morale. La prima è oggi saldamente nelle mani della destra. La seconda è spesso l’unico linguaggio rimasto all’opposizione.



La storia insegna che non vince chi canta meglio Bella ciao, ma chi riesce a definire i termini concettuali del conflitto. E oggi la battaglia decisiva non è per occupare uno spazio, ma per impedire che certe parole — una volta entrate nelle istituzioni — diventino il nuovo senso comune. E potrebbe essere già tardi.

Che fare allora? Non basta denunciare. Occorre capire che la remigrazione non è solo un termine, è un’idea politica con effetti concreti,  e in quanto tale, razzista, discriminatoria e potenzialmente perseguibile penalmente. Definirla così è il primo passo per fermarla.

Carlo Gambescia