giovedì 15 novembre 2018

  Luca Telese scomunica l'opposizione pariolina
L’Edipo di piazzale  Don Minzoni



Incrociai  una volta Luca Telese, forse nel 2007,  nell’ufficio di un editore di destra. Con uno sguardo mi fece capire che ero di troppo.  Capii subito, che non lo avevo sufficientemente omaggiato.  Girai i tacchi, e tornai in cucina tra la servitù. Chissà cosa  dovevano dirsi con il “capo”.   Misteri da Chiarelettere…
All’epoca, i neofascisti  consideravano Telese  una mosca bianca  perché  aveva scritto - con il tatto di Alfonso Signorini -   dei “camerati caduti durante gli Anni di Piombo”. Però i fasci  lo guatavano  con curiosità e sospetto,  perché, come si mormorava, veniva da sinistra  e  “lavorava per quel plutocrate di Berlusconi”.  L’immaginario neofascista  è sempre andato  veloce. Troppo, forse. Colpa della fame. Di potere.
L’aspetto, se si vuole la fisiognomica di Telese, seppure scorta per un attimo, era  quella  dell’intellettuale volpino, ansioso, incazzoso con gli inferiori, servile con i superiori (o verso chiunque al momento comandi).
Mi fece subito pensare al  collabò  idealtipico,  che dopo aver tanto dato (e preso), scappa al seguito dei nazisti, per passare  da un  castello all’altro.  Ma che all’improvviso,  gli si apre il valigione,  da cui fuoriescono, ruzzolando,  salami, mutande rotte, dollari, copie malridotte di giornali e libri… Sicché viene riconosciuto e giustiziato. Chiamala se vuoi sfortuna. Ma anche segno che dio esiste.    
Certo,  l’abito non fa il monaco.  Magari,  il serpente a sonagli… Difficile dire.  Si potrebbe chiedere ai compagni di sventura di  “Pubblico”, che chiuse dopo tre mesi: un vero record.  Telese,  si era messo in testa di fare il direttore.  Chiamale se vuoi illusioni.    
Ora, invece,  vuole farla finita con la borghesia italiana. In un editoriale  senza capo né coda  (*), attacca le signore con le borse di coccodrillo vs Raggi.   Per far vedere che ha letto Gramsci,  tira  fuori l’asso nella  manica:  il concetto di “sovversivismo delle classi dirigenti”.  Dimenticando, che Gramsci si riferiva  a un fenomeno che attraversava  longitudinalmente (per buttarla sul sociologhese) la società italiana, fino a comprendere  i non casti connubi  tra borghesia, piccola piccola,  e fascismo rampante e inelegante. Chiamali se vuoi, con De Felice, anni del consenso.
Che c’entra l'attivo spendersi delle arti liberali al femminile per il  referendum anti-Atac  con i passivi borghesi piccoli piccoli che intonavano “Giovinezza” e giubilavano per la visita di Hitler a Roma? (“Anvedi che alleato s’è scelto il Duce, e chi c'ammazza”, citaz. da “Una giornata particolare“).   
Diciamo che le  signore dei  Parioli, che Telese  attacca,  non lo hanno mai accettato. Chiamalo se vuoi, un materno vaffanculo.
E lui, povero Edipo  antiborghese, sfanculato,  continua a vagare per  piazzale Don Minzoni. Maledicendole.  Adda venì Salvini!  E pure Di Maio…    

Carlo Gambescia  

P.S. Per i non romani: piazzale Don Minzoni è in zona Parioli...                        


                  

mercoledì 14 novembre 2018

Politica e menzogna
I buffoni di Palazzo Chigi

Della  lettera  all'UE  del Ministro Tria,  stupisce l’idea di ridurre il rapporto debito-pil puntando sulle privatizzazioni. Capito? Pri-va-tiz-za-zio-ni...  Si legga qui:

«Il governo ha deciso di innalzare all'1% del Pil per il 2019 l'obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico. Gli incassi costituiscono un margine di sicurezza" e consentiranno di raggiungere una discesa del rapporto debito-pil "più marcata e pari a 0,3 punti quest'anno, 1,7 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,4 nel 2021 portando il rapporto dal 131,2%del 2017 al 126,0 del 2021" » .

Insomma, il governo più statalista della Prima, Seconda e Terza Repubblica,  messe insieme,  promette di privatizzare. Incredibile. Roba da Crozza. Ma, come vedremo, occorre senso dell'umorismo.  
Attenzione però. La parola magica è "patrimonio pubblico". E che cos’è patrimonio pubblico?  Alitalia, che torna alle Ferrovie?. Il Ponte Morandi che torna all’Anas? La rete idrica che  deve restare saldamente pubblica?  
Cioè, siamo veramente, all’uso  sistematico della menzogna . Si promette qualcosa che non esiste. La famigerata isola che non c’è.  Oggi si chiamano  anche fake  news.  Arte, in cui eccelle il governo giallo-verde. Solo che  Salvini e Di Maio questa volta potrebbero aver fatto male i conti,  perché  davanti a loro non ci sono quei mammoni degli italiani, che sognano la vita in vacanza a spese dello stato, ma la Commissione Europea  che si spera  dia  finalmente un calcio in culo (pardon) a questi due buffoni.  
Altri esempi?
Il sussidio alla disoccupazione  è diventato un pomposo "Reddito di cittadinanza". Gli incauti e avidi  investitori sono diventati  ”truffati dalle Banche” e oggetto di  corposi aiuti.  Si va in pensione prima, “azzerando la Fornero”, ma come meno soldi di prima.  E così via, a colpi, di spazza di qua, dignità di là, eccetera, eccetera. 
Una pagliacciata. Ci sarebbe da ridere a crepapelle, se non fosse  che  l’uso sistematico  della menzogna è talmente esteso  che   neppure il governo giallo-verde sembra più accorgersi  delle stupidaggini che dice.  Probabilmente,   o Salvini e Di Maio  hanno perso qualsiasi contatto con la realtà,  o  credono veramente in ciò che dicono.  O, infine, tutte e due le cose insieme.  Del resto   si parlano  addosso, come da un balcone,  e gli italiani, sotto,  applaudono i  buffoni di Palazzo Chigi. Da manuale, tecnicamente si chiama circuito collettivo dell'autoinganno.
Probabilmente, come per ogni logica autoritaria, se non totalitaria, vale il principio, anche per i due (vice) Presidenti del Consiglio, del  se i fatti indicano il contrario, tanto peggio per i fatti.   E Tria, come nel caso della Lettera a Bruxelles,  benché per mestiere i fatti dovrebbe conoscerli,  esegue disciplinatamente. Quindi siamo davanti a un velenoso mix di autoritarismo, menzogne e autocensure.
Il che è pericolosissimo, dal momento che  la commedia, o se si preferisce il cinepanettone politico, potrebbe finire in tragedia. I buffoni trasformarsi in carnefici.  Ma tant'è.  Chi scrive,  prova tutti i giorni a spiegarlo (a proposito,  grazie per gli insulti antisemiti in privato, di ieri...),  ma gli  italiani sembrano  comportarsi come  Pinocchio e Lucignolo,  felici di aver scoperto il Paese dei Balocchi…  E quindi credono alle  fake news di Salvini e Di Maio: probabilmente, la credulità, priva di qualsiasi senso dell’umorismo, fa parte del Dna storico e culturale  degli italiani.
Non per dire sempre le stesse cose:  possibile, che, all’epoca,  nessuno scoppiasse a ridere davanti a certi atteggiamenti buffoneschi di Mussolini  quando parlava da Palazzo Venezia,  facendo versi da operetta,  come mostrano  i cinegiornali dell’epoca?
No. Incredibile.  Il che però,  probabilmente,  spiega perché  ci stiamo cadendo di nuovo.


Carlo Gambescia 

martedì 13 novembre 2018

Salvini  e la difesa della razza
I tagli di Eichmann...





Qualcuno   potrebbe  chiedersi  quale  relazione  vi sia  tra la legislazione razzista e antisemita varata dal fascismo  nel 1938 e i micro-tagli, soprattutto di natura economica ai servizi sociali che si occupano dell’accoglienza degli immigrati.   Anche perché,  in realtà, come si legge, le misure caldeggiate da Salvini  non sarebbero devastanti.  

 «Cosa cambia nella sostanza per i 144mila migranti oggi nel circuito dell'accoglienza? Il direttore del Dipartimento immigrazione e libertà civili del ministero, Gerarda Pantalone sostiene che "nulla viene tolto" e ai migranti vengono garantiti "tutti i servizi previsti dalle direttive europee per garantire la dignità della persona umana", vale a dire "il servizio di assistenza alla persona" (mediatore culturale, informazione su diritti e doveri, assistenza sociale) ma anche "assistenza sanitaria, preparazione pasti, lavanderia, igiene ambientale, kit di ingresso, pocket money e scheda telefonica (5 euro)". Ma è lei stessa ad ammettere che saltano "i servizi di integrazione e inserimento nel tessuto territoriale, perché questi vengono riservati ai titolari di protezione internazionale" e "dunque verranno destinati in un secondo momento". »

Messa così,  se ci si passa l'espressione,  saremmo  davanti  ai  conti della serva.  Niente di pericoloso e neppure di  disdicevole.   Semplificando, che succede, in fondo?   Il  costo  per emigrante individuale passa da 32 a 21 euro, perché d'ora in avanti  avranno diritto ai “servizi di integrazione  e inserimento” solo i titolari della protezione internazionale.  Mentre in precedenza  bastava presentare la domanda d’asilo. Che, ovviamente, richiedeva tempi lunghi per essere  valutata.   Di qui, ciò che Salvini ha sempre bollato  come "spreco di risorse", eccetera, eccetera.
Dalla rivista  "Difesa della Razza" 

Pertanto saremmo ben lontani dalla ferocia delle leggi razziali del 1938,  rivolte a colpire in particolare gli italiani di religione ebraica, per allinearsi a Hitler.  In realtà, dietro l’apparente logica ragionieristica del risparmio, si annida, ieri come oggi  la stessa forma mentis.   Quale? Quella del “Prima  gli Italiani”, da sempre rivendicata, dalle correnti nazionaliste e fasciste:  le stesse che   oggi si  autodefiniscono sovraniste. Esageriamo? Si segua il nostro ragionamento. 
L'argomentazione  di  Salvini si fonda sull’enunciato del suprematismo  italiano, da cui egli  inferisce  che ogni euro dato  agli immigrati  è tolto agli italiani. Di qui, il giro di vite, per ora economico. 
Il fascismo argomentava usando lo stesso metro,  dal momento che inibì agli ebrei l’esercizio delle attività economiche, perché, così pontificava,   avrebbero potuto   danneggiare il lavoro italiano.  Ogni lira guadagnata da un ebreo era una lira  sottratta a un italiano.
Come si può capire, sotto l'argomentazione, la gabbia cognitiva è identica. Come è noto,  l’inibizione fascista  dei diritti economici degli ebrei  fu   il primo  gradino  di un escalation di misure che portò , durante l’occupazione nazista,  alla deportazione e sterminio. Salvini,  per dirla tutta,  argomenta  come l’ Eichmann, di  prima della guerra, che  si poneva, il problema di come allontanare gli ebrei dalla Germania,  evitando i costi piuttosto elevati per lo stato dell’eliminazione fisica.  E non si rassegnò mai. Durante il processo di Gerusalemme, addusse come prova  della sua buona fede -  di povero ma disciplinato militare costretto a ubbidire agli ordini -  proprio  questo suo tentativo di evitare, perché antieconomica,  la "soluzione finale".  La grandissima Hannah Arendt, come è noto, parla (anche a questo proposito) di banalità del male.
Adolf Eichmann a Gerusalemme
   
Salvini, ovviamente non è Eichmann. E d'altra parte  il contesto storico può apparire diverso. Però ripetiamo la gabbia cognitiva  rinvia alla partita doppia del bilancio pubblico.   Eichmann si preoccupava delle condizioni economiche dei tedeschi, Salvini, come spesso ripete,  "delle tasche degli italiani". In entrambi  i casi, le voci di bilancio  "da tagliare" sono   costituite da esseri umani,  "colpevoli" di  non essere italiani e  tedeschi. 
Qualcuno penserà: che male  c'è  nell’ occuparsi  degli italiani, prima di tutti gli altri?  Diciamo, allora,  che la storia insegna che si comincia sempre così.  

Carlo Gambescia 

                                

lunedì 12 novembre 2018

Botta e risposta tra  Roberto Buffagni e Carlo Gambescia
L’Europa e la questione del costruttivismo




Caro Carlo,  
Rispondo con piacere alla tua  acuta critica [1] al mio recente commento a un discorso di Massimo Cacciari sull’idea di Europa[2]. La tua critica   è brevissima e chiarissima, e dunque non la riassumo, pregandovi di leggerla con attenzione prima della mia replica.
Cerco d’essere altrettanto breve e chiaro. Concordo volentieri con te sulla sua obiezione principale, e cioè che  “la politica…è sì, fondata sulla relazione amico-nemico, quindi  sullo status, dettato dalla spada,  ma…anche [sul] contratto, ossia  le procedure, per evitare la spada puntando sulla civilizzazione del nemico,  attraverso una proceduralizzazione (il contratto),  capace di trasformare il nemico  in  avversario.” Verissimo. Il problema dell’attuale situazione europea e occidentale, però, è che il “contratto” capace di trasformare il nemico in avversario non è un’obbligazione sinallagmatica privata, per la quale bastano legge positiva e amministrazione capace di applicarne il comando. Il contratto capace di trasformare il nemico in avversario è il contratto, o meglio patto politico, il foedus (lo auspica anche M. Cacciari nell’intervento che ho commentato).
Un foedus presenta due aspetti: uno, analogo al contratto privato, e cioè la composizione degli interessi in un compromesso accettabile e vitale; e un altro, che dal contratto privato lo differenzia qualificandolo, e cioè la condivisione un progetto politico-culturale e di un’etica. Ora, a mio avviso questo secondo aspetto, che differenzia il foedus  politico dal contratto privato, nell’Europa e nell’Occidente odierno non si dà e non si può dare.
Non si dà né si può dare condivisione di un progetto politico-culturale e di un’etica, perché l’Unione Europea, la forma che l’odierna Europa tenta di darsi, ha ripreso in toto la pretesa illuministico-liberale di innalzare la ragione umana individuale a legislatrice assoluta, a unica determinante della condotta personale e collettiva. La società stessa, in questa prospettiva, diviene il teatro in cui le singole volontà individuali vengono a incontrarsi, ciascuna col proprio insieme di insindacabili preferenze e atteggiamenti. Risultato: il  mondo diventa “l’arena dove combattere per il raggiungimento dei propri scopi personali”, per dirla con Alasdair MacIntyre[3]. Di conseguenza, all’interrogazione riguardante i fini, personali e sociali, si sostituisce la razionalità burocratica, che weberianamente consiste nell’adeguare i mezzi agli scopi in maniera economica ed efficace.
Il dibattito intorno ai fini, infatti, è sempre anche dibattito intorno ai valori. E non appena si dibatte intorno ai valori, la razionalità weberianamente intesa non può far altro che tacere. Non solo. Quando la razionalità weberianamente intesa  si insedia al posto di comando politico, non appena si apre il dibattito intorno ai valori essa non può far altro che far tacere le voci che dissentono dal suo presupposto: essere i valori frutto di decisioni soggettive; così rovesciandosi in dispotismo, conforme l’eterogenesi dei fini vichiana. Secondo il presupposto della razionalità weberiana, infatti, ogni scelta individuale è buona: sciolte da ogni vincolo oggettivo nella comunità, nella struttura metafisica del reale o nella trascendenza, tutte le fedi e le valutazioni sono ugualmente irrazionali, perché puramente soggettive. Detto per inciso, è per questo che la coscienza moderna è soggettivista, relativista ed emotivista: nella formulazione teologica di Amerio, in breve illustrata nel mio precedente scritto, la coscienza moderna mette l’amore al posto del Logos, la volontà prima dell’intelletto, la libertà in luogo della legge, il sentimento sopra la ragione.
Questa, a mio avviso, l’origine ideale del conflitto di crescente asprezza tra legittimazione popolare e legittimazione razional-burocratica dell’Unione Europea. Conflitto insolubile, perché la crisalide di Stato europeo difetta della forza sufficiente a imporre dispoticamente il principio ordinatore razional-burocratico: ci prova, ma invano, perché non può revocare la democrazia rappresentativa a suffragio universale, che resta la “formula politica” [4] (Mosca) degli Stati che la compongono, anche se non conviene all’entità politica in fieri dell’UE; mentre la legittimazione popolare, rispecchiando i divergenti interessi, culture, persuasioni etiche di popoli, nazioni e ceti europei, affermandosi non può far altro che disarticolare il progetto razionalista di (ri)costruzione della Torre di Babele 2.0 europea, che si profila destinata a far la fine della Torre biblica 1.0.
Sul piano ideale, sarebbe possibile uscire da questo vicolo cieco, riconducendo la costruzione europea alle sue “radici cristiane”. Sottolineo “radici” piuttosto che “cristiane”, perché nelle radici cristiane c’è anche la filosofia classica greca, anzitutto platonica e aristotelica, che afferma con vigore e perspicuità il concetto di “natura umana” e della sua intrinseca socialità; e la rappresenta in una forma altamente differenziata che consentirebbe di conservare insieme sia la legittimazione dell’universalismo spirituale perenne (eguale dignità di tutti gli esseri umani) sia la legittimazione delle comunità particolari transeunti (eguale dignità nella differenza di culture, nazioni, popoli europei). Sempre sul piano ideale, su queste basi sarebbe possibile quella condivisione di un progetto politico-culturale e di un’etica che costituisce la condizione necessaria, benché non sufficiente, per il foedus politico europeo (scrivo “non sufficiente”, perché a questa condivisione di valori dovrebbe congiungersi il difficile compromesso tra gli interessi e il precipitato delle vicende storiche di nazioni, popoli e ceti europei).
Il cristianesimo che potrebbe farsi promotore di questo “ritorno alle radici europee”, dunque, non sarebbe il  cattolicesimo reazionario, “maistriano” e seccamente negatore della modernità e dell’illuminismo, ma un cattolicesimo che in mancanza di altro termine definirò “tradizionista”, piuttosto che “tradizionalista”; perché non pretenderebbe il ritorno all’endiadi Trono/Altare, né l’adesione confessionale degli Stati e dei cittadini: non vivo su Marte né sono coetaneo di S. Tommaso, e mi ci troverei molto a disagio io stesso; ma il ritorno, o meglio il ritrovamento, di quel modo di intendere l’uomo e le sue comunità politiche e sociali con il quale il cristianesimo si confrontò al suo affermarsi, e poi riprese e parzialmente integrò ispirando e costruendo la civiltà europea. E’ questa, la base etica e filosofica che costituisce la “legge naturale” che, se per i cristiani coincide con i “preambula fidei”, per tutti gli europei potrebbe (sottolineo potrebbe) coincidere con la tavola dei valori comune: comune perché fondativa della civiltà europea.
Probabilmente, è  con questa speranza che papa Benedetto XV incentrò la sua riflessione teologica intorno a una ripresa e a un aggiornamento della filosofia aristotelica, come base di dialogo con i non credenti e con le istituzioni politiche occidentali. E’ senz’altro in questa prospettiva che un gruppo di studiosi conservatori di chiara fama, tra i quali d’altronde alcuni amici personali di papa Ratzinger, ha elaborato la “Dichiarazione di Parigi”[5], che per quel che vale la mia adesione (poco) volentieri sottoscrivo nella sostanza.
L’11 febbraio 2013[6] s’è visto quali concrete possibilità di affermazione ha questo progetto (per ora non tante, diciamo).
E’ un serio problema, e non perché io, papa Ratzinger o i firmatari della Dichiarazione di Parigi ne siamo delusi. 
E’ un serio problema perché osservando la logica del conflitto in corso, in Europa e in Occidente, è probabile avvenga quanto segue. Radicalizzazione e polarizzazione crescenti tra un campo che ha per minimo comun denominatore universalismo politico, mondialismo, razionalismo, scientismo, soggettività individuale dei valori; e un campo che ha per minimo comun denominatore identitarismo, nazionalismo, nei casi peggiori anche tribalismo e/o razzismo; e che con il campo nemico condivide il peggio, cioè razionalismo, scientismo e soggettività dei valori: perché sostituisce, come fonte della scelta volontaristica e arbitraria dei valori, all’individuo liberale-illuminista la comunità nazionale, o addirittura tribale e/o razziale; motiva la preferenza per il noi identitario rispetto all’ io illuminista-liberale con l’identico scientismo (superiorità genetica di una razza sull’altra, leggi etologiche del comportamento animale, etc.); e come il campo avverso persegue il suo fine - inevitabilmente, di potenza e supremazia - con il criterio della razionalità weberiana. In buona sostanza, due campi così configurati sarebbero l’uno il positivo, l’altro il negativo fotografico dell’impasse culturale e politico non dell’Unione Europea, ma dell’Europa e dell’ intera civiltà occidentale; che confliggendo al calor bianco la sprofonderebbero nel cimitero della storia, lasciandone per giunta un pessimo ricordo che magari ci meriteremmo noi, ma certo non i nostri padri.
Deus avertat. Per fortuna, probabile non vuol dire certo. L’uomo resta libero, e dunque tutto resta possibile. Meglio darsi da fare, però: aiutati che il Ciel t’aiuta.
Un abbraccio,
Roberto Buffagni

***



Caro Roberto, 
Io ti ho inviato una cartolina, tu mi hai risposto con una enciclica. Quindi mi perdonerai, se  rispondo, come mio stile,  con un’altra cartolina.
Non entro nel merito della  tua  argomentazione,  che comunque conferma il rigetto della modernità, quanto meno così com’è.  E qui però vengo al punto che  mi interessa: il tuo costruttivismo.
Vedi Roberto, dal punto vista storico - della storia come flusso di eventi - nessuno ha costruito a tavolino i concetti di impero romano,  feudalesimo,  mercato,  liberalismo, modernità, solo per fare alcuni esempi. 
Prima, si è avuta la realizzazione dei fenomeni storici ricordati, poi la loro teorizzazione: realizzazione che è frutto -   mai dimenticarlo -  di meccanismi sociali selettivi che sono il  portato di una  mano invisibile, che condensa le scelte  di milioni e milioni di uomini, che, perseguendo individualmente i propri interessi, non sanno, nel preciso momento in cui agiscono, che cosa stiano realizzando collettivamente.  
Per contro, un  classico esempio di costruttivismo, cioè di teoria che precede la realtà, e pretende di piegarla,  è rappresentato proprio dal comunismo.   E i tristi  risultati  sono ancora  sotto gli occhi di tutti. Come vedi non sei in buona compagnia...  Lo stesso concetto si può estendere al nazionalsocialismo e al  fascismo,  frutto di un comune humus teorico, se vuoi culturale, che si proponeva, sempre   a tavolino,  la costruzione di  forme alternative di postmodernità o antimodernità, ottenendo, in quest'ultimo caso,  il beneplacito, come per il  fascismo italiano, delle gerarchie cattoliche  più retrive ed estranee o nemiche della modernità.   
Sicché  quando tu dici, appellandoti all’autorità di questo o quel dotto pensatore, potremmo fare questo, potremmo fare quello, ti comporti da perfetto costruttivista.  Vuoi cambiare una realtà  che non ti piace, costruendone un’altra a tavolino.  E mettendo dentro di essa,  quel che più ti aggrada o conforta la tua tesi.   Anch'io potrei fare la stessa cosa,  ma, a differenza di te, so, da sociologo,  che la mano invisibile,  che regola i fenomeni sociali, finisce sempre per vendicarsi degli ingegneri delle anime. Pertanto, in qualche misura, se mi perdoni l'inciso,  tra noi due,  l'individualista accanito sei tu, pur professando l'esatto contrario. 
Certo   -  sarebbe inutile  negarlo -    anche l’unificazione europea è un fenomeno costruttivista, con una differenza  - direi, fondamentale -   rispetto al comunismo e alle altre  forme di costruttivismo totalitario.  Quale?  Non prevede l’uso della violenza, ma si appella al contratto.  Qui la sua forza e al tempo stesso la sua debolezza.  In questo senso, però,  siamo davanti, e per la prima volta nella storia, a una “formula politica”,  o per meglio dire a un esperimento politico e sociale, che si propone di unificare l’Europa in modo pacifico, dove altri invece  hanno fallito, usando la pura forza, se non la violenza  più atroce.  
Cosa c’è di male in  tutto questo?
Ricambio l'abbraccio,
Carlo Gambescia    


[6] https://youtu.be/tuuUcIrd2AU





13 novembre 2018

A conclusione  del nostro scambio di opinioni,  ricevo e pubblico volentieri questo "telegramma" di Roberto Buffagni:


Telegramma a Carlo Gambescia

Caro Carlo,
tu mi hai mandato due cartoline, io un’enciclica. Per pareggiare ti invio un telegramma:

SE LA UE E’ UN CONTRATTO E’ UN PESSIMO CONTRATTO, RIVEDERE STOP
ANTICA PERO’ QUESTA MODERNITA’ CHE VA RATIFICATA IN BLOCCO MI RICORDA IL SALTO DELLA FEDE STOP
INDIVIDUALISTA LO SONO ECCOME INFATTI SOPPORTO LE IMPOSIZIONI “PER IL MIO BENE” [SIC] SOLO SE AUTORIZZATE DA UN DIO IN CUI CREDO ANCHE IO STOP
Riabbraccio affettuoso, Tuo Roberto 


Al quale rispondo con  un mio telegramma : 


Telegramma a Roberto Buffagni 


CONCORDO SUL RIVEDERE CONTRATTO STOP 
SENZA PISTOLE ALLA MANO STOP
TRATTASI DI ESPERIMENTO STOP 
ASTENERSI FIDEISTI  STOP 
Un abbraccio di cuore, Tuo Carlo  
   
                  

domenica 11 novembre 2018

Torino e Roma
 Contro i  segnali di fumo

Prima qualche fatterello  sul guaio in cui l’Italia si è cacciata.   Per così dire,  sui   minacciosi  segnali di fumo che incombono su di noi.   
Ad esempio, il problema non è l’assoluzione della  “sindaca” Raggi, più o meno fondata,  ma un fatto ben più preoccupante. Quale?  La magistratura sembra  aver  fiutato il cambiamento di vento politico. L'assoluzione della Raggi  potrebbe essere solo l'anello, neppure l'ultimo, di un rovesciamento delle alleanze politico-giudiziarie.
Si osservino, inoltre, due fatti: l’atteggiamento benevolo  della Procura di Catania nei riguardi di Salvini e la "rateizzazione"  concessa alla Lega a proposito della condanna  per  finanziamento illecito.  Per non parlare di inchieste persecutorie, come quella verso il  sindaco di Riace:  un'indagine gravida di minacce  per  chiunque, politico o meno, desiderasse  seguirne le orme. 
Qualche giorno fa,  in Puglia, se ricordiamo bene, i carabinieri, si sono presentati alla proiezione del film su  Cucchi, per richiedere l’elenco dei presenti.  È normale tutto ciò?  C’è ancora un  giudice a Berlino?  
Il secondo obiettivo, dopo  il tentativo di   normalizzazione (o meglio auto-normalizzazione) della magistratura, potrebbe essere  rappresentato dalla stampa. Che un Vicepresidente del Consiglio - parliamo di Luigi Di Maio  - insulti i  giornalisti, rei di avere fatto il proprio dovere,  è di una gravità politica assoluta. Ma c'è di più: la melliflua promessa  di Vito Crimi,  sottosegretario all'editoria, intervistato da "Report",  di diluire o scansionare l’abolizione dei contributi, diretti e indiretti,  ai  giornali, indica che i tempi potrebbero essere più lunghi per quei quotidiani benevoli verso il Governo.  E’ normale tutto ciò?   Fino  a quando  ci sarà libertà di stampa in Italia?
Che fare dinanzi a questi minacciosi  segnali di fumo?   Oggi a  Roma, si vota.  Per dirla francamente,  i due  quesiti referendari  sulla cara vecchia Atac,  sono una buffonata. Non si privatizza niente. Addirittura i dipendenti,  tra i più sgarbati e sfaticati d’Italia,  verranno riassunti  dalle imprese che prenderanno in gestione (concessione?)  due tronconi del servizio:  trasporto pubblico  e manutenzione degli automezzi. Le tariffe resteranno pubbliche e controllate da un’agenzia rigorosamente pubblica. Insomma, modestissime liberalizzazioni. Roba quasi da ridere. Però i Cinque Stelle sono comunque contrari, perché l'Atac deve restare pubblica. E' un imperativo categorico.  Certo,   funziona così bene...  
Quindi bisogna andare a votare. Due Sì, naturalmente.  Anche ieri a Torino si è manifestato, e con successo, in favore della Tav. Ottimo.  Ovviamente, non si tratta di imbracciare il fucile come Tex Willer,  ma la scheda elettorale.   Ballots, per carità, non bullets.  Ma possono fare male lo stesso. 

Carlo  Gambescia                    

sabato 10 novembre 2018

Una replica all' interessante articolo di Roberto Buffagni
Da Tiglatpileser a Hitler


Partendo da una serrata  critica alle  riflessioni pseudo-teologiche di  Massimo  Cacciari,  Roberto Buffagni  spiega perché questa Europa, quella dell’UE per intendersi, non gli piace (*) .
Il suo ragionamento  ruota intorno a due  principi:  quello politico dell’amico-nemico e quello religioso di un cattolicesimo controrivoluzionario, più o meno fermo alla condanna del 1789. Buffagni combatte, ideologicamente, l’UE, puntando su due cavalli di razza:  Carl Schmitt e  Joseph de Maistre.  Ovviamente, cito, andando oltre l'articolo,  solo due nomi  presi  "a caso", ma  idealmente emblematici,   dalle sue  sterminate  letture. 
In buona sostanza, sfrondando il pur agguerrito  esercito di argomentazioni  filosofico-teologiche schierato da Buffagni,  l’UE è da lui considerata l’ultima reincarnazione di uno spirito moderno, molle e decadente che  sta portando alla rovina l’Europa  ( e ovviamente l'Occidente).
A dire il vero,  la posizione di Buffagni  è più  intellettualmente onesta  di quella di Cacciari,  che invece usa  il cristianesimo contro il cristianesimo, come Lenin usava la democrazia contro la democrazia. Evidentemente,  comunisti si  muore, ci si chiami Lenin o Cacciari. Ma questa è un’altra storia.  
Scorgo però nel  discorso di Buffagni  una contraddizione cognitiva. Egli sostiene,  sulla scia di Carl  Schmitt, che in politica, senza un nemico, non si può fare politica. Il che è vero, solo però se si  intende  quest’ultima, come pura e semplice  continuazione della guerra con altri mezzi. Ciò, ovviamente,   è coerente con la  visione antimoderna di Buffagni  -  e qui spunta Joseph de Maistre -  che respinge il contratto  in quanto  prolungamento della modernità.   Ma non è coerente, dispiace dirlo, con la  visione scientifica della politica ( o meglio metapolitica)  che è sì, fondata sulla relazione amico-nemico, quindi  sullo status, dettato dalla spada,  ma che  include anche il contratto, ossia  le procedure, per evitare la spada puntando sulla civilizzazione del nemico,  attraverso una proceduralizzazione (il contratto),  capace di trasformare il nemico  in  avversario. Ovviamente, il contratto non esclude la spada, e viceversa:  i sociologi, sulla scia di Simmel (e prima ancora di Kant, ma si potrebbe andare ancora più indietro), parlano di  socialità insociale. Senza l'una (la spada) non c'è l'altro( il contratto). 
In realtà, e qui storia e scienza si congiungono,  la storia  della Chiesa, o se si preferisce del cristianesimo o cattolicesimo  sociologicamente applicato,   è   la storia del sapiente e secolare  uso di status e contratto,  come del resto prova  la storia degli  imperi più longevi.  Dal momento che gli imperi  che sono durati di meno -  parlo della pratica,  non dell'idea  - sono proprio gli imperi, o comunque le macro-forme politiche,  fondate solo sulla spada: dai feroci Assiri,  agli imperi romano-barbarici (con vari pendant narrativo-evocativi medievali); da Tamerlano a  Napoleone e Hitler, che aspirava addirittura a fondare un Reich millenario. 

Di più: Roma, la Chiesa cattolica e le moderne, e ancora giovani, democrazie liberal-parlamentari sono un buon esempio, anche prescindendo dalla forma di regime politico, di come fare saggio uso dello status e del contratto. E le prime due lo sono anche di vecchiaia.
Il  gracile  Occidente liberale ha  battuto la Germania di   Hitler sul campo di battaglia e l’Unione sovietica su quello economico.  Come dire?  Ha sconfitto due muscolosi colossi  politici, sul terreno dello  status e su quello del  contratto. Perché sottovalutare tutto ciò, privilegiando una visione univoca  della dicotomia amico-nemico? Asserendo - parliamo del succo del discorso di Buffagni,  esposto anche altrove -  che  sul piano cognitivo esiste solo il nemico, incarnato, su quello filosofico-politico - quando si dice il caso - dalla cattiva modernità?    
Probabilmente perché, come appena accennato, nel pensiero di Buffagni,  condanna del mondo moderno e visione univoca del politico   sono la stessa cosa. Sicché l’UE, essendo il portato di un mondo impolitico e corrotto,  non può non incorrere nella  sua  "scomunica", che, forse proprio perché tale, si regge argomentativamente, come per i suoi due  maestri ideali, sul solo  concetto di status. Altrimenti detto, solo sulla spada.   Di qui, il peccato cognitivo di unilateralità.      
Di conseguenza, secondo Buffagni, questa Europa, per salvarsi, dovrebbe rinnegare il contratto e puntare sullo status.  Insomma, sulla spada.  Ma per andare dove?  A  fare compagnia a Tiglatpileser, fondatore del caduco impero Assiro?   

Carlo Gambescia



venerdì 9 novembre 2018

La guerra della Lega  agli immigrati
L’Italia degli infami



La parola infame, stando ai vocabolari,  ha due significati: 1) indica chi sia “atrocemente contrario alla dignità della persona umana";  2) l' agire  “che denota  o ricorda una perversa volontà di nuocere".
Pertanto la politica sugli immigrati della Lega, complici gli alleati di governo pentastellati, può essere definita infame.  Dalla chiusura dei porti  alle restrizioni mirate  per la concessione dell’asilo politico fino  a quelle cervellotiche per  l’ accesso ai servizi sociali.   Da ultimo -  è di ieri  -  la Lega, propone di introdurre  un’ imposta dell’1,5 per cento che andrà a colpire tutti i trasferimenti di denaro, per ragioni non commerciali,  superiori ai 10 euro, verso paesi extra Ue.  E’ evidente che si vogliono colpire le stesse rimesse degli emigranti, che hanno favorito, quando eravamo noi a “partire”,  la bilancia con l' estero dell’Italia.  Non si dimentichi mai:  furono  le cosiddette partite invisibili  che in qualche misura  cambiarono,  e in meglio, l'Italia.  Cara vecchia mano invisibile del mercato.  Altro che la mano visibile dello stato...     
Non si chieda  però a un infame come  Salvini,  abituato  a  vincolare la dignità della persona alla nazionalità di provenienza,  di fare ragionamenti del genere, né  ai cosiddetti "sovranisti"  che lo votano di documentarsi meglio.  Si vota con la pancia. E’ la democrazia bellezza. Vince chiunque la spari più grossa. E  indichi  il capro espiatorio più ghiotto e facile da capire  e ricordare. Ovviamente - non sia mai - nel rispetto della legge. 
Come se un voto, per giunta di fiducia,  potesse "aggiustare" moralmente  leggi infami,  contrarie alla dignità della persona, come da vocabolario,  frutto, tra l'altro, di un lavorìo politico,  meschino e sordo,  un' autentica volontà di nuocere, sempre da vocabolario:  si  taglia qui,  si vieta  lì. Misure ben riassunte dal Decreto Sicurezza che moltiplicherà solo il numero dei clandestini alla deriva per le città italiane con una specie di  “foglio di via”  tra le mani. Dal momento che non esiste  alcun accordo sul rimpatrio con i paesi di provenienza,  né abbondano i  denari, perché  i fondi per i servizi sociali per gli immigrati sono stati  tagliati o ridotti.  Certo, "la pacchia doveva finire"... Il diritto alla  Cadillac, che veniva consegnata chiavi in mano nei porti italiani  di arrivo,  andava  cassato.   
Decreto-Infame andrebbe denominato.  Ci sarebbero le ragioni per molti prefetti -  che in questi giorni stanno ricevendo circolari  -   di dare le dimissioni.  Per non essere complici di una legge infame, varata da un pugno di infami, nel silenzio o plauso di un Paese di infami.  
Perché  lo stesso  atteggiamento  passivo,  non riguarda la  sola classe eletta di governo,  bensì molti  italiani  che   fanno finta di niente,  chiusi in un  egoismo, da “solennità domenicali”. Proprio come nel 1938.  
Italia degli  infami. Qualcuno prima o poi  presenterà il conto.  E' già successo.  
Carlo Gambescia