Alla Camera si commemorava Giacomo Matteotti. Non un personaggio qualsiasi della liturgia repubblicana, ma l’uomo che denunciò in Parlamento violenze e brogli fascisti e che per questo venne assassinato. Una figura che dovrebbe unire senza esitazioni una democrazia liberale matura.
E invece no.
Perché al centro della giornata non sono finite le parole ufficiali, la targa commemorativa o il richiamo ai valori parlamentari, ma i banchi semivuoti della maggioranza, soprattutto quelli di Fratelli d’Italia. È inutile fare finta di nulla: le spiegazioni organizzative contano poco. In politica le immagini precedono le giustificazioni. E l’immagine era pessima.
Il problema non è solo quello di una destra che a fatica ha compiuto una piena legittimazione istituzionale e che, almeno nelle sue componenti di governo, pare aver preso le distanze da ogni nostalgia eversiva o fascista nel senso storico del termine. Il problema è un altro: dopo quattro anni di governo esclusivo (diciamo) e a trent’anni dallo “sdoganamento”, una larga parte della destra italiana continua a mostrare una sorprendente difficoltà simbolica nel rapporto con l’antifascismo democratico, cioè con i valori che fondano una Repubblica che proprio in questi giorni compie ottant’anni.
È come se ogni commemorazione di Matteotti venisse percepita non come un doveroso omaggio istituzionale, ma come una specie di processo genealogico. E in effetti lo è. Perché Matteotti rappresenta il punto in cui il fascismo perde qualunque possibile attenuante storica e si mostra per quello che fu: violenza politica allo stato puro, bestiale, contro la libertà parlamentare.
Qui emerge il limite culturale della destra post-missina italiana.
Se trasformazione politica c’è stata, si tratta di un’integrazione passiva, come partecipazione alle elezioni e alla vita parlamentare e ora di governo. Ma l’integrazione emotiva, simbolica, persino antropologica, è rimasta incompleta. Si accetta la democrazia liberale, naturalmente; molto meno si accetta l’universo morale nato dall’antifascismo repubblicano. Non è questione di essere contro tutti i totalitarismi, cosa che va da sé. Qui in Italia c’era Mussolini. Noi il fascismo l’abbiamo inventato, purtroppo. Abbiamo, per così dire, il copyright. E in qualsiasi momento si può precedere alla ristampa del suo libro nero, magari con qualche piccola revisione e aggiunta.
E anche quando, sul piano istituzionale, si compiono gesti di segno opposto — come la commemorazione ufficiale di Giacomo Matteotti alla Camera nel centenario della sua morte, nel 2024, con la partecipazione della Presidente del Consiglio e parole nette di condanna dello squadrismo fascista — resta l’impressione che si tratti di atti incapaci di produrre un vero consolidamento simbolico.
Come se il livello istituzionale e quello culturale continuassero a procedere su binari paralleli.
Da qui quella permanente esitazione rituale, quel disagio visibile ogni volta che il calendario civile tocca il fascismo, la Resistenza, le leggi razziali, Matteotti. E non è un caso che anche su alcune delle più solenni ricorrenze della memoria repubblicana, come le Fosse Ardeatine, la presenza diretta della Presidente del Consiglio sia stata limitata o comunque non sistematica, segno di un rapporto che resta più affidato alla rappresentanza istituzionale che alla partecipazione simbolica personale.
La destra parla spesso di “processo permanente” orchestrato dalla sinistra. Ma qui il punto non è la caccia alle streghe ideologica. Nessuno pretende abiure quotidiane. Il problema è che, a centodue anni dal delitto Matteotti, basta ancora una commemorazione parlamentare per produrre assenze, impacci e reticenze. E questo dice qualcosa.
E infatti basta una foto di qualche banco vuoto perché riemerga tutto il fascismo non detto della destra italiana.
Come dicevamo, il paradosso è che proprio una forza politica ormai pienamente istituzionalizzata dovrebbe avere interesse a chiudere definitivamente questa ambiguità storica. Invece continua spesso a subirla, talvolta persino a coltivarla ambiguamente, forse per non irritare una parte della propria base identitaria. Del resto l’ elettore italiano sembra avere la memoria corta, troppo ripiegato sul presente. Però così facendo questa destra resta prigioniera di un doppio linguaggio: governativa nei fatti, esitante nei simboli.
Come accennato, la cosa forse più impressionante è il relativo disinteresse del Paese reale.
Sui social e nei giornali si è gridato alla vergogna — giustamente — ma fuori dalla bolla politico-mediatica la vicenda ha prodotto soprattutto distrazione, stanchezza, scrollate di spalle.
L’Italia del 2026 sembra vivere queste polemiche come un rituale automatico, quasi burocratico. Una parte dell’opinione pubblica le legge dentro una chiave sempre più grezza e materialistica — le bollette, il costo della vita, i servizi che scricchiolano diventano il metro unico di giudizio — come se tutto il resto fosse un lusso simbolico.
Ma questo stesso malessere, al di là delle ovvie eccezioni, è in larga misura più percepito che strutturalmente uniforme, e viene spesso amplificato e strumentalizzato da chi ha interesse a delegittimare la liberal-democrazia, trasformando il disagio diffuso in prova generale di sfiducia sistemica.
Ed è qui che la faccenda diventa davvero seria.
Perché l’indifferenza civile verso simboli come Matteotti non segnala maturità democratica, ma semmai impoverimento della memoria pubblica. Una democrazia che non riesce più a indignarsi davvero per l’assenza imbarazzata davanti al nome di Matteotti è una democrazia che lentamente perde il senso storico delle proprie origini.
E del resto, che fare? Non si può delegittimare una destra che governa sulla base del consenso democratico. Ma non si può neppure fingere di non vedere che, strappo dopo strappo, imbarazzo dopo imbarazzo, reticenza dopo reticenza, il paesaggio morale della Repubblica italiana sta cambiando. E forse il dato più inquietante è proprio questo: ci stiamo abituando.
Nel quadro politico si muove anche un progetto di legge elettorale da approvare prima dell’estate, pensato per ridisegnare gli equilibri e consolidare la leadership di Giorgia Meloni nel prossimo ciclo politico. Ma anche questo, a ben vedere, si iscrive nello stesso clima di progressiva assuefazione.
Così, nella stessa giornata, si sono viste due fragilità intrecciate: quella di una destra che continua a faticare a guardare senza ambiguità il proprio passato remoto, e quella di un Paese che quel passato sembra sempre meno disposto a guardare.
E quando memoria e responsabilità civica si indeboliscono insieme, non è mai un buon segno. È il segnale che la democrazia non smette di funzionare, almeno subito, ma inizia a funzionare con meno vigilanza su di sé.
Carlo Gambescia




































