lunedì 23 marzo 2026

Quel 46 per cento… Vince chi urla di più: il vero esito del referendum

 


Non c’è da gioire sul dato di ieri sull’affluenza: un 46 per cento. E per una ragione molto semplice: è una classica vittoria di Pirro.

Perché, cari lettori, qual è il vero obiettivo di questo referendum? Certo, una grande affluenza. Ma in che senso? Misurare la capacità di mobilitazione delle masse elettorali. Una battaglia brutale, a colpi dei più volgari slogan, per spingere l’elettore a uscire di casa e andare a votare. Mai come in passato, questo è lo scopo, neppure troppo nascosto, di una destra e di una sinistra sempre meno liberali e sempre più inclini a una torsione plebiscitaria.

Il fatto nuovo, soprattutto degli ultimi trent’anni, è che questo voto sembra premiare non idee o ragioni, ma soltanto chi sa farsi sentire di più. La campagna elettorale ha raggiunto livelli non comparabili con quelli del passato. Siamo davanti a un unicum. E questo non è un segnale di vitalità democratica: è il rumore che copre la sostanza. Siamo davanti a una vera svolta. Ovviamente negativa.







Va anticipato che l’istituto del referendum — ammesso e non concesso che sia pienamente compatibile con la democrazia liberale — si presta facilmente a deformazioni plebiscitarie, soprattutto in contesti poveri di informazione e ricchi di propaganda. Più che uno strumento di decisione razionale, diventa così un amplificatore dello scontro ideologico: una vera e propria democrazia degli urlatori.

Tanto più se, come mostrano i nostri calcoli (*), solo una quota estremamente ridotta dell’elettorato dispone davvero degli strumenti culturali e informativi per orientarsi consapevolmente: nell’ordine di più o meno 400 mila individui su circa 50 milioni di aventi diritto. In queste condizioni, la qualità della decisione non può che cedere alla forza della mobilitazione.

I partiti lo sanno benissimo e forzano la mano. Giocano sporco. Di qui il ricorso sistematico agli insulti, alle scene madri, all’appello ai riflessi più bassi dell’elettorato.



Si chiama democrazia emotiva.E non è un incidente. È il riflesso di un clima più generale.

La nostra società — al di là delle retoriche sulla “cura” e sul “siate bravi” — resta profondamente permeata da una estetica della violenza: una violenza innanzitutto simbolica, diffusa, normalizzata, resa quasi invisibile dalla sua continua esposizione.

Basta guardare alla produzione culturale di massa. Anche opere nate sotto il segno dell’ambiguità e del chiaroscuro vengono piegate a una logica di intensificazione emotiva e spettacolare. Il recente adattamento televisivo di un romanzo di Tobino ne è un esempio: non più introspezione, ma deformazione, fino a lambire il registro horror. Non è un dettaglio: è il segno di un immaginario che, per catturare attenzione, deve alzare costantemente la soglia della tensione.



È la stessa logica che ritroviamo nella politica.

Una violenza diffusa, molecolare, che attraversa i rapporti quotidiani — spesso proprio nei contesti più fragili — e che contribuisce a creare un clima pubblico vulcanico. Ma con una particolarità: è una violenza senza rischio.

Ed è qui che il discorso si allarga. Perché gli stessi leader che, sul piano interno, alimentano un linguaggio da guerra civile simbolica, sul piano internazionale mostrano spesso un atteggiamento opposto. Il registro cambia: dalla spavalderia si passa alla cautela, quando non al silenzio.

Non è un caso isolato, ma una dinamica ricorrente: la retorica aggressiva funziona soprattutto dove non costa nulla.
 

In questo senso, è esemplare il caso della leader giapponese rimasta sostanzialmente silente di fronte alla pesante ironia di Trump sull’attacco a Pearl Harbor — un po’ come fare una battuta sull’11 settembre a un americano seduto accanto.
Episodi analoghi hanno riguardato anche altri leader europei.



Detto alla buona: forti con i deboli, deboli con i forti. Una dinamica che si riflette, amplificata, anche nella politica interna: si urla contro il vicino e si tace davanti al potente. Una violenza senza rischio, che compensa con l’eccesso verbale la propria irrilevanza.

Limiti della liberal-democrazia?

Più semplicemente, limiti umani. L’uomo è antico. E non è una scoperta recente che, quando il popolo decide senza filtri, la linea di confine tra democrazia e demagogia tende a dissolversi rapidamente. Il liberalismo, semmai, è stato il tentativo moderno — sempre fragile — di contenerne gli effetti.



Quel 46 per cento di affluenza registrato ieri sera — elevato rispetto a consultazioni referendarie recenti e significativo anche se confrontato con le ultime politiche — indica già un vincitore implicito: la logica della mobilitazione urlata.

Per questo, al di là dell’esito tecnico del referendum, il vero risultato è già scritto: non conterà chi ha ragione, ma chi ha gridato di più.

E ogni volta che accade, la democrazia liberale perde un pezzo, senza che quasi nessuno se ne accorga.


 


Perché il passaggio non è improvviso, ma graduale: prima si alza la voce, poi si abbassa il livello, infine si smette di distinguere.

E a quel punto, non resta più molto da difendere.

 

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/03/quanti-elettori-avranno-davvero-letto.html .

domenica 22 marzo 2026

Sotto il cielo di Roma

 


Ci si può commuovere per una strada? Forse è l’età. Ma l’altro giorno, davanti all’ennesimo cantiere della metropolitana — alberi abbattuti, marciapiedi sventrati, pezzi di città cancellati — ci siamo accorti che si può.

Via Barletta, per chi la conosce. Una delle tante, ma prospiciente alla fermata Ottaviano: ogni giorno rovescia tonnellate di turisti diretti a San Pietro. Una strada qualsiasi, per chi non è di Roma. Anche bruttarella diciamo. Ma di quella bruttezza che ha un perché nella foto in bianco e nero di un bambino mascherato da Zorro, anno di grazia 1963. Per chi scrive una via dell’anima.

Però in realtà non è una strada speciale. Ed è esattamente questo che oggi si sta perdendo: la normalità urbana, quella che non fa notizia ma rende una città abitabile.

Roma di barbari ne ha visti tanti. Ma almeno quelli non si presentavano come pianificatori.

Sì, oggi parliamo di Roma: città bellissima, stratificata, irripetibile. E tuttavia sempre più devastata da lavori pubblici invasivi, spesso inutili — come vedremo a proposito della metropolitana — alimentati anche dai fondi del PNRR. Una versione aggiornata del vecchio panem et circenses: grandi opere, cantieri permanenti, spettacolo politico. Ma non a uso dei cittadini. E della loro libertà.

L’ultima diramazione prevista Clodio-Mazzini, meno di due chilometri – una miseria – è, più che un’opera, un sintomo. Un segno quasi didascalico di come si sia smarrito il senso della pianificazione urbana. Si scava, si devia, si prolunga, si complica. Sempre più nel sottosuolo. Sempre meno nella città reale.



Il dibattito pubblico si è concentrato – giustamente – sugli effetti collaterali: alberi abbattuti, contesti archeologici compromessi, cantieri interminabili. Ma fermarsi qui significa restare in superficie. Il problema vero è più profondo: riguarda l’idea stessa di città e il modo in cui la si progetta.

Non si tratta di una posizione eccentrica. La grande tradizione dell’urbanistica europea insiste da decenni su un principio elementare: la chiarezza delle reti, quindi per ricaduta, di una rete a X: Kevin Lynch parlava di “leggibilità” come condizione essenziale dello spazio urbano; Jane Jacobs metteva in guardia contro le grandi soluzioni astratte che ignorano la vita concreta delle strade; Vittorio Gregotti richiamava la necessità di un rapporto organico tra infrastruttura e forma della città; Jan Gehl ha insistito su un punto tanto semplice quanto trascurato: la città si misura a scala umana, non a scala di cantiere.

Chi scrive, come il sottoscritto, si applica, studia. Ecco perché, per andare più sul concreto, possiamo tranquillamente dire che al primo anno di architettura o urbanistica si insegna ancora un principio fondamentale, come sottolineano testi di riferimento nel campo della pianificazione dei trasporti (*): una rete metropolitana funziona meglio se è semplice, leggibile e ben strutturata. 

Un modello spesso citato come esempio è quello a X: due assi principali che si incrociano e gestiscono i flussi maggiori, mentre la capillarità, i collegamenti minuti e la prossimità restano affidati alla rete di superficie — tram, autobus, mobilità leggera. 

A nostro avviso, è in questa integrazione che si costruisce una città davvero vissuta e liberale, dove ci si può muovere liberamente, anche con l’automobile, tra un asse e l’altro. Non la cultura “pseudo cinese” della bicicletta… firmata. Ma questa, appunto, è   un' opinione personale.



Roma, invece, ha imboccato un’altra strada. Diramazioni, prolungamenti, duplicazioni. Una logica additiva che produce una rete sempre più intricata e sempre meno efficiente. Jonio, Rebibbia, Clodio-Mazzini, fino alla duplicazione San Giovanni–Montecompatri/Pantano: ogni intervento sembra rispondere a esigenze locali, contingenti, spesso legittime. Ma nel loro insieme disegnano un sistema incoerente, costoso, difficile da gestire.

E soprattutto rivelano un errore di fondo: si usa l’infrastruttura pesante per risolvere problemi che appartengono a un altro livello. Il sottosuolo diventa la soluzione universale, mentre la superficie – cioè la città concreta – resta marginale, trascurata, inefficiente.

Qui entra in gioco la politica. E, in particolare, una certa cultura amministrativa che si riconosce nella sinistra urbana contemporanea. Una pedagogia, più che cultura, che ama le grandi trasformazioni, le opere simboliche, i segni visibili (o invisibili, come nel caso delle metropolitane) del cambiamento. Ma che spesso perde di vista la vita quotidiana dei cittadini e soprattutto penalizza la loro libertà.



Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui. Perché quando si tratta di grandi opere, l’entusiasmo trasversale cancella rapidamente le differenze. La destra italiana, erede anche di una tradizione interventista e spesso distruttiva – si pensi agli sventramenti del periodo di Benito Mussolini, il “picconatore” – non ha mai smesso di vedere nell’opera monumentale un simbolo di potenza e decisione.

La tradizione che ispira queste scelte – spesso senza dirlo – è una tradizione dirigista, quando non apertamente costruttivista: la città come prodotto di una volontà politica, di un disegno complessivo, di un’intenzione ordinatrice: della mano visibile del potere, e non di quella invisibile sei cittadini. Cambiano i linguaggi, si aggiornano le retoriche, ma l’impianto resta quello.
 

E così, su questo terreno, destra e sinistra finiscono per somigliarsi più di quanto ammettano: stessa retorica del “fare”, stesso culto del cantiere, stessa indifferenza per la qualità minuta e liberale della vita urbana.

Ci spieghiamo. Non c’è alternativa reale tra un’automobile che si vieta di prendere e una città paralizzata da lavori pubblici permanenti. Tra collegamenti che non funzionano e cantieri aperti che sembrano eterni. Una città così non è fatta per chi la abita.
 

Destra e sinistra: due culture diverse, certo. Ma ugualmente analfabete quando si tratta di capire come funziona davvero una città.
 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città sempre più difficile da abitare e sempre più facile da consumare — nel senso più povero del termine, quello del mordi e fuggi. Il B&B è la metafora perfetta della Roma di oggi: rotazione continua, permanenza minima, relazione nulla.



Centro storico svuotato, servizi compressi, mobilità ordinaria sacrificata e spesso paralizzata. Una Roma che rischia di diventare una città “morta” per chi la vive ogni giorno, e “viva” solo per chi la attraversa da turista.

Sia chiaro: qui non c’è alcuna concessione alla solita retorica anticapitalista sull’overtourism. I turisti sono, e restano, una risorsa. Il punto è un altro: una città non può ridursi a puro dispositivo di consumo, a scenografia temporanea, a una sorta di paese dei balocchi.

Una città funziona quando è abitata, non quando è solo attraversata. Quando produce, e da sé, vita sociale stabile, non solo flussi. Il problema non è il mercato, ma la sua caricatura: breve termine, rendita immediata, nessun investimento nella qualità urbana.

In questo quadro, la proliferazione delle diramazioni non è solo un errore tecnico. È una scelta politica. Perché privilegia interventi costosi, lunghi, complessi – e dunque altamente “visibili” sul piano decisionale – rispetto a soluzioni più semplici, diffuse, meno spettacolari ma più efficaci.

E c’è un ulteriore elemento, di cui si parla poco ma che pesa molto. Le grandi opere sotterranee hanno una caratteristica: si prestano a continue varianti, revisioni, estensioni. Sono, per loro natura, cantieri aperti. E i cantieri aperti, si sa, non sono mai solo un fatto tecnico.



Non serve indulgere in dietrologie per cogliere il punto. Basta osservare come certe scelte si ripetano, come certi modelli si impongano, come la complessità diventi un valore in sé. In altri contesti si parlerebbe di inefficienza. Qui sembra quasi diventare un criterio di sistema.

Ripetiamo: il paradosso è evidente: mentre si investe nel sottosuolo, la superficie si impoverisce. Meno autobus, meno tram, meno manutenzione, meno attenzione alla mobilità quotidiana. E così la città reale si svuota, mentre quella progettata si complica.

Il punto non è semplicemente distinguere una buona pianificazione da una cattiva. Il problema è più radicale: l’idea stessa di città come oggetto da controllare dall’alto, da modellare, da regolare, piuttosto che come spazio da vivere.

Occorre un cambiamento di prospettiva: meno gesti monumentali e più interventi puntuali, meno sottosuolo e più superficie, meno pianificazione imposta e più ordine spontaneo. L’infrastruttura diventa supporto della vita urbana, non strumento di trasformazione totale.


 


Così Roma potrebbe tornare a essere città vissuta, liberale, dove la qualità quotidiana prevale sul mito del grande cantiere, e dove l’eccezione resta eccezione, non regola. 

Solo così il sottosuolo smetterà di divorare la città reale, restituendo respiro, libertà e senso alla città così com’è realmente.

Sotto il cielo di Roma.

Carlo Gambescia

 

(*) Ad esempio, V. R. Vuchic, Urban Transit: Operations, Planning, and Economics, Wiley & Sons, 2005; J. Walker, Human Transit, Island Press, 2024 (2°ed.) Di Walker si veda il blog: https://humantransit.org/book/table-of-contents (qui il sommario ragionato del suo testo)

sabato 21 marzo 2026

Era proprio il caso di rispolverare Orlando? E che c’entra Cacciari?

 


Primo quesito: era davvero il caso di rispolverare Vittorio Emanuele Orlando? Forse serve più a offrire una mano tesa ai critici della democrazia europea – da Trump a Putin – che a illuminare i lettori odierni.

Secondo quesito: che c’entra Orlando con Cacciari, che oggi ne parla sulla “Stampa”? Nulla, una specie di teologo politico (un Mancuso, prima di Mancuso), se non come tuttologo sempre pronto a dispensare giudizi universali, con la stessa disinvoltura con cui si ordina un caffè al bar.

Natalino Irti, che insieme a Cacciari dirige la collana in cui è pubblicato il libro di Orlando (probabilmente motivo del lancio sulla “Stampa”), è un giurista di grande profondità: osserva, analizza e resta al suo posto, con la lucidità e il rigore tipici di un autentico professore universitario. Vale sempre la pena leggerlo con attenzione. Si può non condividere, ma è impossibile non riconoscerne la competenza.



Il libro in questione, Vittorio Emanuele Orlando, La rivoluzione mondiale e il diritto (La nave di Teseo) (*), il “Presidente della Vittoria, anno di grazia 1918, illumina forse per la sua icasticità, il pensiero di Orlando, un liberale transigente, veramente troppo, soprattutto con la realtà. Si potrebbe parlare di senso per l’opportunità politica. Di realismo politico a quo, incentrato sul presente. Per capirsi, si pensi  all’ appeseament di Chamberlain contro il realismo di lunga gittata,  ad quem, di Churchill, che invece guardava al futuro,  alla terribile ipotesi di una vittoria di Hitler (**)

Per dirla dottamente in Orlando c’è una tensione costante tra diritto e realtà politica, anche la più brutale. Detta invece alla buona: dalla crisi di fine secolo, quella della cannonate contro la folla di Bava Beccaris, il politico ha la meglio sul professore di diritto pubblico e amministrativo.

 


La sua carriera politica è segnata da scelte che oscillano tra pragmatismo e contraddizione: prima sostegno al reazionario Pelloux, in seguito ministro con il riformista Giolitti, poi appoggio a Mussolini, nonché alla mafia (in un famigerato discorso del 1925, quando i fascisti nonostante il suo apporto alla legge Acerbo); la figuraccia a Parigi, proprio come “Presidente della Vittoria” a rimorchio di Sonnino; la pensione nel 1931 per non giurare come professore universitario, ma nel 1935 la lettera a Mussolini, “ pronto a mettersi al servizio della patria” sull’onda della  canagliata all’Etiopia. Nel dopoguerra, oltre ad aver mediato nel 1943 tra il re e Badoglio – un merito non da poco – ignorò però la responsabilità storica della Monarchia, mentre rimase sempre antiamericano, prima contro Wilson poi contro il trattato di pace dopo la Seconda guerra mondiale.

Un momento emblema della sua logica politica è il proclama di Badoglio dell’8 settembre, di cui sembra sia sua infelice espressione “la guerra continua”: una frase che sintetizza il realismo di Orlando, la sua capacità di leggere le carte e agire secondo la realtà del momento, più che secondo ideali astratti. Un realismo, però, ripetiamo schiacciato sul presente.

 


La rivoluzione mondiale e il diritto mostra come la visione di Orlando di una comunità mondiale servisse soprattutto a indebolire il potere degli Stati Uniti: l’ONU come cavallo di Troia, prospettiva da autentico realista politico, pre-BRICS, più attento al bilancio di potere che ai principi morali universali. All’epoca, questo equilibrio si giocava con l’Unione Sovietica alle porte e la Cina in cammino. E non c'era Trump-Lucky Luciano al potere.

Sicuramente non filo-americano dal 1919, non sorprende, quindi, che Orlando si distinguesse per la strenua opposizione alla ratifica del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, per l’astensione al voto di adesione al Patto Atlantico e per le critiche alla proposta della Comunità europea di difesa (CED). Morì nel 1955, nato nel 1860, lasciando un segno indelebile di realismo politico concentrato sul presente e sui rapporti di forza più che sugli ideali universali.

Che dire? A un personaggio del genere si può mettere in bocca tutto. Di conseguenza, in questo contesto, Cacciari si muove da tuttologo, dispensando teorie e commenti con un entusiasmo contagioso, ma con il rischio di far sembrare la politica un gioco di parole; Irti, al contrario, mantiene la distanza accademica: osserva i rapporti tra diritto e realismo politico, con accenti schmittiani, senza però scendere in piazza, lasciando trasparire la profondità del giudizio, da autentico professore universitario.

 


Orlando resta così una figura di realismo politico incentrato sul presente, capace di muoversi tra diritto, opportunità e potere, ma senza slancio senza futuro, come mostra questo volume.

La rivoluzione mondiale e il diritto lo restituisce con tutte le sfumature necessarie per comprendere il suo ruolo nella storia italiana e internazionale, mentre Irti e Cacciari ci offrono due prospettive opposte: uno elegante e distaccato, l’altro entusiasta e affollato di digressioni. Da un lato Schmitt, che civettò con Hitler dall’altro un magliaro del pensiero, che vuole vendere un Heidegger uscito da capannoni dei conciari. E sulla “Stampa”, mica sulla “Gazzetta di Voghera”.

E in mezzo? Al centro… Orlando, maestro nel leggere le carte e agire secondo il presente, con tutto il suo pragmatismo e le sue contraddizioni. Come Facta e Salandra, meno fortunati e forse meno bravi e con una vita più breve.

 


Si chiama anche liberalismo di destra. Lo stesso che oggi sta dalla parte di Giorgia Meloni. Come dopo la Marcia su Roma si mise a disposizione di Mussolini.

Carlo Gambescia

 

 

(*) Prolusione del 1947, tenuta in occasione del ritorno di Orlando in cattedra e poi pubblicata in La rivoluzione mondiale e il diritto, in Id., Scritti giuridici varii (1941–1952), Giuffrè. Milano 1955, pp. 373-435. Ora qui: https://lanavediteseo.eu/portfolio/la-rivoluzione-mondiale-e-il-diritto/ .

(**) Su queste definzioni rinviamo al nostro Il grattacieleo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edziooni Il Foglio, Piombino (LI) 2019, pp. 23-31.

venerdì 20 marzo 2026

La scomparsa del padre della Lega: Bossi, l’ inizio di tutto

 


Con la morte di Umberto Bossi è scattato il rito stanco e prevedibile della santificazione: l’uomo, il padre, il combattente politico. Il copione è noto: si levigano gli spigoli, si attenuano le responsabilità, si trasforma una figura divisiva in un pezzo di memoria condivisa. Ma qui il punto non è la memoria. È la rimozione.

Perché Bossi non è stato solo un protagonista della Seconda Repubblica: è stato uno dei principali agenti, probabilmente il primo, di trasformazione del linguaggio politico italiano. Ha reso dicibile ciò che prima non lo era. Ha legittimato un pessimo registro politico che non è più mutato.

E quando il linguaggio cambia, prima o poi cambia anche la politica.


Bossi è stato qualcosa di più, e di meno: il prodotto e al tempo stesso il motore di un risveglio populista che ha segnato una cesura nello stile della politica italiana: il passaggio dalla retorica della transigenza alla retorica dell’intransigenza. Forma che poi si rivelata essere sostanza populista. Come detto, Bossi non unico responsabile, ma primo grande sdoganatore.

 


La sua cifra non era solo politica, ma culturale e morale: un populismo che legittimava la semplificazione brutale, la delegittimazione dell’avversario, la riduzione del conflitto a scontro identitario. I suoi non erano semplici slogan: erano maleodoranti “palle di merda”, così mi disse un caro amico giornalista, all’epoca pronto a imbracciare il fucile contro il leghismo “antiunitario” .

Perciò non è solo ciò che Umberto Bossi ha detto, ma come lo ha detto: un lessico che mescola insulto, minaccia e identità, e che ha finito per ridefinire i confini stessi del discorso politico.

Basti pensare a espressioni come “Roma ladrona”, vero marchio di fabbrica e costruzione di un nemico morale e territoriale, all’invenzione dell’idea forza della “Padania” e al richiamo costante alla “secessione” o alla “Padania libera”, più come leva di mobilitazione che come progetto politico concreto; fino alle iperboli più aggressive — “abbiamo il cappio pronto”, “fucili pronti” — che evocano un immaginario di giustizia sommaria e di conflitto quasi militare, passando per l’uso divisivo di termini come “terroni” e per il celebre “ce l’ho duro”, emblema di un vero e proprio “celodurismo” elevato a stile politico; il tutto dentro uno schema martellante, quello del “Nord che produce” contrapposto al “Sud che spreca”, che trasforma una questione economica complessa in una semplificazione morale e identitaria di grande efficacia comunicativa.



A lungo, inoltre, il fenomeno Bossi è stato frainteso — quando non sottovalutato — anche da chi avrebbe dovuto coglierne per primo la portata.

Una parte consistente della sinistra, già attraversata da proprie pulsioni populiste, non ha visto — o non ha voluto vedere — il veleno che si stava inoculando nel discorso pubblico: la riduzione della politica a invettiva, l’erosione della legittimità dell’avversario, la trasformazione del conflitto in delegittimazione morale.  Del resto si tratta di un populismo che tuttora marchia larga parte della sinistra.

Quanto ai liberali italiani, il loro errore è stato diverso ma non meno grave: troppo spesso schiacciati su posizioni di destra e animati da una certa presunzione elitaria, hanno creduto di poter governare o incanalare il fenomeno.



La parabola di Gianfranco Miglio, per un periodo ideologo della Lega Nord, resta esemplare di questa illusione, come poi ammise lo stesso professore.

Così come la scelta di alcuni intellettuali liberali di sostenere Silvio Berlusconi, convinti di poter dare forma “razionale” a un’onda che, in realtà, sfuggiva per sua natura a ogni razionalizzazione. Tra questi, figure come Giuliano Urbani, Marcello Pera, Antonio Martino: nomi diversi, storie diverse, ma accomunati dall’idea — rivelatasi fallace — che il populismo potesse essere addomesticato dall’interno.

In questo senso, Umberto Bossi ha socchiuso una porta. Silvio Berlusconi l’ha aperta, trasformando la politica in narrazione permanente e personalizzata. Beppe Grillo l’ha spalancata, portando a compimento la radicalizzazione anti-istituzionale del discorso pubblico. Con lui rinasce – perché già il fascismo ne fece largo uso – l’intransigente retorica contro lo stato di diritto, il parla mento, le regole della democrazie liberale.

 


Come accennato un episodio simbolico resta quello della corda agitata in Parlamento da un deputato leghista negli anni Novanta: un gesto che evocava la forca per i “traditori”. Non fu una semplice provocazione folkloristica, ma un segnale preciso di sdoganamento della violenza simbolica. E Bossi non lo condannò mai davvero. Anche questo fa parte della sua eredità.

Il risultato di queste tre ondate non è stato tanto l’episodico rafforzamento della Lega di Matteo Salvini,  tuttora  buon maestro nel dire l'indicibile, quanto l’emersione di una forza capace di capitalizzarne gli effetti: Fratelli d’Italia e la leadership di Giorgia Meloni.



Qui sta il salto qualitativo. Non siamo più nella logica togliattiana del “partito di lotta e di governo”, ma in una dinamica più ambigua e, per certi versi, più insidiosa: una politica che si presenta simultaneamente come forza d’ordine e come interprete del disordine.

È una strategia che ha precedenti storici ben noti: la capacità, già sperimentata nel ciclo 1919-1926, di parlare a entrambe le pulsioni — quella anti-sistemica e quella securitaria — tenendole insieme in una sintesi apparentemente stabile.

Rispetto a Bossi, Berlusconi e Grillo, Giorgia Meloni aggiunge un elemento decisivo: la disciplina del linguaggio e la gestione accorta dell’ambiguità. Dove Bossi urlava, lei calibra. Dove Grillo rompeva, lei ricompone, almeno in superficie. Ma la logica di fondo resta: spostare progressivamente i confini del discorso pubblico, rendendo normale ciò che prima era impensabile.

 

Se un nuovo fascismo, un giorno, dovesse affacciarsi, non sarà fatto di clamore o urla, ma di silenzi e di consensi assuefatti: una trasformazione lenta, quasi invisibile, che affonda le radici in un clima di assuefazione politica inaugurato più di quarant’anni fa.
Ecco perché la santificazione postuma di Bossi non è solo indulgente: è politicamente miope. 

Non si tratta di giudicare un uomo, ma di capire un processo. Umberto Bossi ha aperto una frattura nel discorso pubblico che altri hanno allargato, raffinato, reso sistema.

Oggi ne vediamo gli effetti nella forma più compiuta: una politica capace di alimentare il conflitto mentre si presenta come sua soluzione, di evocare il disordine mentre promette ordine.

In questo quadro, vale la pena ricordare che i post-fascisti oggi al governo non furono affatto estranei, all’epoca di Tangentopoli, a quel clima di radicalizzazione: molti missini – a partire da Fini e dai sui colonnelli – si trovarono immersi, insieme a settori della sinistra populista, in una piazza trasversale e giustizialista, il cui simbolo resta il lancio delle monetine contro Bettino Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael.



Sembra che tra quella folla eterogenea, difficilmente riconducibile a un solo colore politico, non mancassero presenze provenienti anche dall’area missina, a conferma di un passaggio in cui indignazione, giustizia e pulsione plebiscitaria finirono per sovrapporsi.

Anche questo fu Tangentopoli: non solo un momento di necessario repulisti, ma anche l’emersione di una forma di populismo giudiziario, in cui la piazza anticipava — e talvolta sostituiva — il giudizio politico.



In questo senso, l’eredità di Bossi non è un ricordo. È un percioloso dispositivo ancora attivo.

Ignorarlo — o peggio, edulcorarlo — non è un errore di memoria. È un errore di analisi. E, come spesso accade, gli errori di analisi si pagano.

Carlo Gambescia

giovedì 19 marzo 2026

Referendum 22-23 marzo: parlare ai sordi

 


Domenica e lunedì si vota sulla separazione delle carriere nella magistratura. E, puntuale, il dibattito si è incanalato nei soliti binari: da un lato le tifoserie politiche, dall’altro i tecnicismi giuridici. Non se ne può più. Meglio, allora, essere stringati (o quasi).

Siamo refrattari sia alla tesi dei “riformisti” sui treni che passano una volta sola, sia a quella dei custodi dell’esistente, per i quali ogni mutamento coincide immancabilmente con una minaccia. .



Peccato che il punto decisivo sia altrove. Si discute infatti come se il nodo fosse esclusivamente quello della terzietà del giudice, garantita dalla separazione tra magistratura requirente e giudicante. Ma è davvero questa la questione centrale? In realtà, la distinzione tecnica esiste ed è chiara, ma non risolve il problema principale: assicurare che la magistratura eserciti il proprio potere con reale autonomia e senza pressioni esterne.

A ben vedere, la questione decisiva non è interna alla magistratura, bensì riguarda il suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. Non è un problema tecnico, ma sociologico — se si vuole, metapolitico.

Un corpo unitario, dotato di una dinamica centripeta, è strutturalmente più forte di un corpo diviso, attraversato da logiche centrifughe. Dividere la magistratura significa inevitabilmente ridurne la capacità di resistenza nei confronti degli altri due poteri, il legislativo e soprattutto l’esecutivo.



E qui sta il nodo che spesso sfugge: un giudice può essere davvero “terzo” rispetto al giudicando solo se, prima ancora, è in grado di essere terzo rispetto agli altri poteri dello Stato. Se questa condizione viene meno, la terzietà processuale rischia di diventare una formula vuota.

Possibile che non si colga questo nesso? Sembra di parlare ai sordi.

Il punto, allora, non è schierarsi nelle consuete contrapposizioni. La destra, in questa partita, sembra perseguire — più o meno esplicitamente — un obiettivo di riequilibrio dei poteri attraverso forme di controllo sulla magistratura, che finiscono per tradursi in un suo progressivo indebolimento. La sinistra, dal canto suo, tende a opporsi evocando garanzie e principi, ma raramente mette a fuoco fino in fondo la dimensione strutturale del problema: il rapporto di forza tra poteri.



Per queste ragioni – diciamo metapolitiche e di realistica sociologia liberale – chi scrive voterà no.

Non per adesione alle ragioni del partito per il no, ma per una considerazione elementare: nella storia dei poteri, ogni intervento sulla loro struttura produce conseguenze concrete. Dividere un organo che oggi opera con relativa autonomia può avere l’effetto, inatteso o non voluto, di comprometterne l’efficienza senza garantire necessariamente maggiore indipendenza o controllo.

Il resto — le nobili intenzioni, le dispute tecniche, le dichiarazioni di principio — appartiene al repertorio delle giustificazioni, che spesso arrivano dopo, quando gli effetti nefasti  sono già visibili.

Carlo Gambescia

mercoledì 18 marzo 2026

Trump e limiti interpretativi della politologia contemporanea

 


Uno dei limiti della politologia contemporanea, di cui Gianfranco Pasquino è un tipico rappresentante, è la tendenza a voler interpretare l’irrazionale esclusivamente con le categorie del razionale. Semplificando: la guerra è irrazionale, la pace razionale.

Ci spieghiamo meglio.

Nell’editoriale su “Domani”, pur di colpire, anche giustamente per carità, la destra trumpiana, Pasquino sottolinea il seguente punto:

“Si continua a non capire quale sia l’obiettivo della guerra contro l’Iran, non il regime change, non la distruzione degli impianti nucleari e nemmeno la decapitazione della leadership degli ayatollah. E se il fine era la costruzione di un nuovo ordine mondiale, ora sembra piuttosto che siamo solo alla sua disarticolazione” (*) .



A parte che l’Iran potrebbe avere i giorni contati, data la sproporzione di forze — tale da lasciare a Teheran margini molto ridotti, come la Polonia nel 1939 — il vero punto è un altro: una certa politologia di impianto kantiano (e sia detto con il massimo rispetto per un grandissimo filosofo come Immanuel Kant) tende a leggere la guerra — cioè l’irruzione dell’irrazionale — attraverso le categorie della pace, cioè del razionale.

Ora, ammesso e non concesso che la guerra sia necessaria ( questa la tesi di Pasquino), essa dovrebbe comunque avere uno scopo — la costruzione di un ordine, se non pacifico, almeno stabilizzato. E, da come si comporta Donald Trump , non si individua alcun metodo, nel senso di uno schema mezzi-fini di razionalità rispetto allo scopo o al valore, per dirla con Max Weber.

Da qui l’implicita conclusione: rovesciando Shakespeare Trump sarebbe un folle senza metodo.



Ma è proprio questo il punto problematico.

In realtà, la razionalità analitica — comparativa, storica, concettuale — può descrivere e interpretare anche ciò che, nella sua origine, non è razionale. In altre parole: si può comprendere razionalmente l’irrazionale, senza per questo ridurlo a razionalità.

E qui la domanda è: davvero le grandi guerre della storia sono sempre state guidate da scopi chiari e coerenti? Cioè c’era sempre un metodo nella follia dei grandi della storia?

Napoleone Bonaparte, quando partì per l’Egitto, aveva un disegno strategico compiuto? E quando invase la Russia? Adolf Hitler, nel cancellare la Polonia o nel dichiarare guerra agli Stati Uniti dopo Pearl Harbor, seguiva una razionalità mezzi-fini coerente, oppure una dinamica che finiva per travolgere anche i suoi stessi calcoli? E che dire di Benito Mussolini che subito si accodò?



C’è una categoria che aiuta a leggere questi processi: la volontà di potenza.

Un concetto che rinvia, certo, a Friedrich Nietzsche, ma che qui può essere intesa in senso storico-politico: come impulso all’espansione, alla sopraffazione, alla distruzione degli ostacoli. Un impulso che, una volta dispiegato, non segue necessariamente un piano razionale, ma può produrre — ex post — effetti anche strutturati: imperi, equilibri, nuovi ordini.

Dall’Impero assiro a quello romano, fino al Reich hitleriano, la storia mostra come la potenza, una volta messa in moto, tenda a eccedere gli scopi iniziali ( ammesso e non concesso che sempre vi siano).

Si dirà che tra Assiri e Romani esistono differenze “culturali” enormi. Certo. Ma le guerre puniche mostrano come anche Roma — popolo non di marinai, costretto a costruire una flotta ex novo — sia entrata in una dinamica di escalation che ha portato alla distruzione totale di Cartagine. Un esito difficilmente riducibile a un semplice calcolo razionale iniziale.

In questo senso, la volontà di potenza non è caos puro, ma una logica propria: una logica espansiva, cumulativa, che può produrre ordine solo dopo aver generato distruzione. Qui la razionalità-volontà di potenza, diciamo così, che invece sfugge a Pasquino.

Metodologicamente, restiamo dentro la cornice schumpeteriana della “distruzione creatrice”. Solo che, in questo caso, la dinamica non passa per la concorrenza economica — versione civilizzata del conflitto — ma per la sua forma più nuda: la guerra. Si potrebbe chiamare in causa anche certo realismo politico in forma estrema, o, se si vuole, criminogeno.



Alla luce di ciò, le dichiarazioni brutali e periodiche di Trump possono apparire “folli” solo se giudicate esclusivamente con il metro di una razionalità kantiano-weberiana, basata, in particolare nel caso del grande filosofo, sulla distinzione guerra (irrazionale)/ pace (razionale).

Un metodo, in realtà, c’è. Ed è quello di rimuovere — progressivamente e senza troppi vincoli — gli ostacoli che si frappongono lungo il cammino.

“Fanno il deserto e lo chiamano pace”, per dirla con Tacito.

Come fermare un attore che non risponde pienamente alla logica della razionalità kantiano-weberiana, basata sull’di pace, ma che ha comunque una sua razionalità, esplicitata dalla guerra-volontà di potenza?



Le opzioni, storicamente, sono due: o si arresta da sé, per esaurimento o errore; oppure viene fermato da una forza superiore, altrettanto determinata.

Per ora, il mondo — e l’Europa in particolare — sembra confidare nella prima ipotesi.

 

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/una-guerra-senza-prospettive-non-ce-metodo-nella-follia-di-trump-iaenss5y .

martedì 17 marzo 2026

Non solo lottizzazione: il fascista intelligente e il mito rurale di Linea Verde

 


Fascisti intelligenti? Suona come un ossimoro, eppure qualcuno c’è. Ma il lettore dovrà avere pazienza: partiamo da un casus belli.

Quando si guarda Linea Verde, nell’edizione domenicale e nei suoi format derivati, sembra di assistere a un Paese che non esiste più — e forse non è mai esistito. Un’Italia perfetta, solare, morigerata, ferma nell’autosufficienza delle proprie tradizioni: madonne, processioni, sagre, microaziende familiari, e campi di grano così curati che neanche un set cinematografico.

Un’Italia che non sbaglia mai un colpo perché, semplicemente, non si muove. Nulla contro il folklore: è bello, è identità, è patrimonio. Il problema non è il racconto della tradizione: è la sua trasformazione in paradigma. 

 


Un’estetica monocromatica che ripete, puntuale, tutte le domeniche, lo stesso messaggio: autosussistenza, radici, ritorno alla terra, moralità rurale. Una sorta di catechismo identitario servito ogni domenica mattina, dove il mondo moderno è un ospite raro e quasi indesiderato. Del tipo Saperi e Sapori, cavallo di battaglia culturale, dell’ultimo Pino Rauti, ormai leone spelacchiato.

Con un piccolo paradosso, che già rivela l’intelligenza di un “manovratore” ( di cui a breve parleremo), che a nostro avviso si scorge sopra o tra gli autori del programma: quando “Linea Verde“ osa affacciarsi sul globale, lo fa scegliendo proprio ciò che la destra denuncia come “radical chic”. Niente filiere produttive internazionali, niente logistica, niente scienza agronomica: solo prodotti di nicchia, spezie gourmet, eccellenze da bistrot. Destra chic, alle orecchiette gourmet? Probabile.



In ogni caso, una globalizzazione anestetizzata, digeribile. Quella che non sporca le mani e non incrina il mito dell’autosufficienza. L’esotico sì, ma purché resti una decorazione: un cucchiaino di curcuma, non un mondo.

E qui entra in scena la sociologia delle comunicazione ( e della cultura). Perché questa narrazione non nasce oggi. Non è neutra, non è spontanea. Ha una genealogia precisa: ruralismo identitario, comunità armoniosa, culto della terra e dell’autarchia. Tasselli già visti nel Novecento, dalle riviste di Strapaese alla “battaglia del grano”.

Attenzione, non stiamo dicendo che Linea Verde sia un programma fascista, sarebbe grottesco. Stiamo dicendo che attinge a quegli immaginari, li ripulisce, li addolcisce, li serve in versione domenicale: a milioni di italiani affetti da una pericolosa nostalgia canaglia.



La sostanza, però, resta: l’idea che il futuro possa essere raccontato come un ritorno all’origine. E qui conviene ricordarlo chiaramente: Linea Verde non  sempre è stata così.

Chi ha qualche anno di memoria televisiva sa bene che il programma — nelle diverse edizioni, dai tempi di Federico Fazzuoli fino alle stagioni condotte da Patrizio Roversi — non proponeva un’Italia immobile, musealizzata, patriarcale. Raccontava territori, sì, ma li attraversava con un’idea di modernità diffusa: innovazione agricola, trasformazioni delle filiere, rapporto fra locale e globale, l’Italia che produceva e sperimentava.

Quello di oggi non è un “DNA originario” del format: è una svolta culturale precisa, un cambio di registro. E come tutti i cambi di registro, va analizzato, discusso, contestualizzato.

A questo punto, più che cercare un responsabile diretto, conviene guardare al clima culturale in cui queste scelte maturano. Le trasformazioni dei linguaggi televisivi raramente nascono dal nulla: riflettono orientamenti, sensibilità, visioni del Paese che circolano — spesso in modo discreto — tra chi progetta e indirizza il servizio pubblico. Figure ibride, a metà tra dirigente e intellettuale, capaci di muoversi tra amministrazione e immaginario, contano più di quanto appaia. Non sempre firmano i programmi, ma contribuiscono a definirne il tono, l’orizzonte e i limiti impliciti, indicando — se non imponendo — i conduttori giusti: simpatici, buffi e fedeli come carlini.



In questo senso, il nome di Angelo Mellone, scrittore, giornalista e tante altre cose, di cui nessuno nega la brillantezza, è stato spesso associato, nel dibattito pubblico, a una certa idea di racconto nazionale: sobrio, identitario, apparentemente neutro e proprio per questo efficace. Non è questione di attribuire paternità dirette — operazione spesso fuorviante — quanto di cogliere una consonanza.

Attualmente, Angelo Mellone è Direttore dell’Intrattenimento Day Time della RAI, con responsabilità sulla programmazione quotidiana e sui principali contenitori diurni. Più che firmare singoli programmi, incide sulla linea editoriale e sul clima culturale dei palinsesti. Non è un dettaglio che questa traiettoria trovi anche ulteriori riconoscimenti istituzionali, come la nomina a consigliere dell’Istituto Centrale per la Grafica da parte del ministro Alessandro Giuli. Ciò segnala come questo tipo di sensibilità non resti confinato nei palinsesti, ma tenda a diventare criterio più generale di indirizzo culturale.

In questo senso, più che ai propagandisti urlanti, viene in mente una figura come Alessandro Pavolini, uomo di grande cultura e fondatore delle Brigate Nere — non per i contenuti espliciti, sarebbe un paragone fuori scala — ma per il ruolo culturale: quello di chi lavora sull’immaginario, sulla narrazione, sul clima simbolico. Non comanda direttamente: prepara il terreno. Quando una visione è chiara, non ha bisogno di imporsi. Le basta circolare. 



Qualcuno potrebbe obiettare, con un’alzata di spalle ironica: “E va bene, adesso tocca alla destra, che male c’è?”. Forse. 

Oppure, come fa la sinistra, si grida alla lottizzazione, dopo averla a lungo praticata?  Ipocriti.

Ma è anche la dimostrazione che il programma non è neutro: la sensibilità culturale cambia a seconda di chi tiene in mano la macchina del racconto. Il servizio pubblico, così, rischia di ridursi a un’alternanza di narrazioni, più che a uno spazio realmente plurale (ammesso e non concesso che una mutazione del genere sia possibile. Ma questa è un’altra storia…).

Del resto non è neppure un fenomeno solo italiano. In tutta Europa, il conservatorismo culturale si traveste sempre più spesso da nostalgia rurale: radici, comunità, autenticità, prodotti del territorio. È un linguaggio che funziona, tranquillizza, promette stabilità mentre la modernità corre.

Eppure, se oggi abbiamo risolto — per la prima volta nella storia — il problema dell’alimentazione di una popolazione crescente, non è grazie ai borghi “autentici”. È merito della modernità: tecnologia, scienza, mercati globali, divisione del lavoro. In una parola: apertura. 



E allora si torna alla domanda cruciale: perché un programma del servizio pubblico propone una sola narrazione dell’agricoltura? Dov’è la modernità? Dov’è il racconto dell’Italia che innova, sperimenta, esporta, importa, e si muove dentro reti globali? Per quale ragione  la RAI sembra convinta che il futuro del Paese sia sempre e comunque una foto in seppia?

La riposta può non piacere. Ma come abbiamo visto esistono — pochi ma influenti — quelli che potremmo chiamare fascisti intelligenti: abili nel plasmare cultura e immagine con una freddezza che lascia senza fiato.

Carlo Gambescia