Domani, 15 ottobre, ricorre il centenario della nascita di Michel Foucault. Non ci stupiremmo se una certa cultura di destra cogliesse l’occasione per recuperarlo in chiave reazionaria. Del resto, i filosofi hanno questo inconveniente: non possono impedire ai posteri di arruolarli in eserciti nei quali, da vivi, avrebbero forse preferito non militare. La sorte di Rousseau , probabilmente non del tutto immeritata, come padre putativo del giacobinismo totalitario è esemplare.
Perciò non sarebbe neppure una novità. Nel 1992, sulla rivista americana “October”, Diedrich Diederichsen, saggista attento ai rapporti tra cultura, ideologia e politica, pubblicò un saggio dal titolo Spiritual Reactionaries after German Reunification: Syberberg, Foucault, and Others. Il problema era quello di una critica della modernità che poteva incontrarsi con la ricerca di un’identità nazionale autentica, contrapposta all’universalismo illuminista e alla cultura cosmopolita. Al centro dell’analisi c’erano soprattutto il regista Hans-Jürgen Syberberg e alcuni ambienti intellettuali tedeschi. Non si trattava di dimostrare che Foucault fosse un reazionario, ma di mettere in guardia dalla possibilità che certi strumenti della sua critica venissero riutilizzati in direzioni politiche assai lontane dalle sue intenzioni (1).

Diederichsen aveva visto giusto, almeno sul rischio. Non diremo che avesse previsto l’AfD, né che esista un rapporto causale dimostrato fra quelle discussioni intellettuali e il successo elettorale della destra radicale tedesca. Però si faccia attenzione: la destra radicale ha cercato legittimazione non soltanto nella nostalgia nazionalista, ma anche nella critica della modernità, delle élite, dell’universalismo e delle istituzioni liberali.
Il fenomeno, del resto, non riguarda soltanto la Germania. Negli Stati Uniti, alcuni intellettuali conservatori hanno cominciato a guardare a Foucault con interesse, soprattutto per la sua critica della biopolitica e del rapporto fra sapere scientifico e potere. Michael C. Behrent ha esaminato questa rivalutazione in un saggio del 2021, The True Foucault. Il contesto era quello di una destra che, anche durante la pandemia, poteva usare il lessico foucaultiano per contestare l’autorità degli esperti e le politiche sanitarie. Non significa che Foucault sia diventato il filosofo ufficiale del trumpismo. Significa, più semplicemente, che il suo pensiero è disponibile a usi politici diversi e persino contraddittori (2).
E qui veniamo al nostro punto. Foucault ha avuto il merito di mostrare che il potere non si esercita soltanto attraverso lo Stato, la polizia e le leggi. Agisce anche nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle classificazioni scientifiche e nelle pratiche quotidiane. Sorvegliare e punire resta un contributo importante alla comprensione delle istituzioni disciplinari. Sarebbe sciocco negarlo. Non inferiore a quelli di Goffman e altri studiosi.
Ma un conto è riconoscere che il potere è diffuso nella società; un altro è fare di questa constatazione una chiave interpretativa che finisce per rendere sospetto quasi tutto: le istituzioni, le norme, i saperi riconosciuti, le pretese di verità. Se ogni autorità è da ricondurre a un rapporto di potere e ogni verità va interrogata in base alle condizioni storiche nelle quali si afferma, come distinguiamo il dominio dalla libertà? E in nome di che cosa condanniamo un potere arbitrario?
Il lettore consideri una battuta, ma soltanto fino a un certo punto: la “scuola del sospetto” — Marx, Nietzsche e Freud, secondo la celebre formula di Paul Ricœur, che però si dimenticò delle “derivazioni” di Pareto — continua a vivere e a lottare. E non soltanto a sinistra: certe sue armi possono servire anche alla destra, quando si tratta di smontare l’universalismo liberale senza preoccuparsi troppo di ciò che dovrebbe sostituirlo. Se il liberalismo è innazitutto analisi individuale della coscienza – che in fondo è un conoscere, anche se stessi, per deliberare, la scuola del sospetto mette in discussione la trasparenza della coscienza: dietro le idee dichiarate e le rappresentazioni consapevoli si cercano motivazioni e significati nascosti, legati rispettivamente all’economia e ai rapporti di classe, alla volontà di potenza e all’inconscio.
Da un punto di vista liberale, qui emerge il limite maggiore di Foucault: un pensiero debole sul piano dei criteri normativi. Forte nella denuncia, assai meno persuasivo quando si tratta di stabilire quali principi debbano consentirci di giudicare il potere e limitarlo. È il rischio insito in una certa eredità nietzschiana, alla quale Foucault è profondamente debitore e rispetto alla quale il rapporto con Freud è più controverso. La genealogia può ricostruire la nascita di una norma, gli interessi che l’hanno accompagnata e gli effetti che ha prodotto. Ma non basta, da sola, a dimostrare che quella norma sia ingiusta.

La storia, del resto, insegna quanto un’eredità filosofica possa essere selezionata, deformata e messa al servizio di progetti politici che non le appartengono necessariamente. Lo dimostra anche la vicenda della ricezione di Nietzsche da parte del nazionalsocialismo: non una filiazione lineare, ma un’appropriazione ideologica nella quale la critica della modernità e dell’universalismo poteva essere piegata a un disegno antiliberale. Il problema, insomma, non è soltanto chi abbia ragione nel demolire le certezze altrui. È anche chi, dopo la demolizione, si arroga il diritto di comandare.
Insistiamo sul punto, perché altrimenti dovremmo concludere che anche la libertà individuale, l’eguaglianza davanti alla legge e la separazione dei poteri siano soltanto prodotti contingenti di determinate circostanze storiche.
Il liberalismo, invece, non promette una società senza potere. Sarebbe una promessa ridicola. Si propone qualcosa di più modesto e politicamente più concreto: sottoporre il potere a regole, controlli e limiti, impedendo che qualcuno possa esercitarlo arbitrariamente. La legge non è soltanto uno strumento di dominio; può essere anche la barriera che protegge il cittadino da chi vorrebbe dominarlo. La libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, il diritto di difesa e la tutela delle minoranze non sono necessariamente maschere del potere: sono anche conquiste attraverso le quali gli individui possono difendersi.
Il problema si vede bene quando dalla critica del potere passiamo alla questione dell’identità. Contestare le identità imposte può essere emancipatorio: nessuno dovrebbe essere prigioniero della propria origine, della religione, della classe sociale o della cultura nella quale è nato. Ma la ricerca di un’identità autentica può rovesciare il discorso. Non più liberare l’individuo dalle appartenenze obbligatorie, bensì ricondurlo a una comunità, spesso di tipo archetipico (che certo pensiero reazionario chiama, impropriamente, Tradizione) che pretende di custodire valori originari da restaurare. È il passaggio dalla liberazione alla restaurazione.
E se ci si permette un inciso: non è affatto detto che chi lo compie si presenti solo con le insegne della destra tradizionale. Sul punto anche Augusto Del Noce, altro pensatore strumentalizzato dalla destra, aveva visto lungo, quando asseriva in ogni rivoluzionario c’è un reazionario e in ogni reazionario un rivoluzionario (3). Il che spiega l’antiliberalismo fasciocomunista (per usare un termine giornalistico).
Naturalmente, non possiamo attribuire a Foucault le idee di Syberberg o dei nazionalisti tedeschi, né sostenere che il suo pensiero conduca inevitabilmente alla reazione. Sarebbe una scorciatoia polemica. La questione è più seria: una teoria che denuncia il potere senza offrire criteri normativi sufficientemente chiari rischia di lasciare la strada aperta a chiunque sappia presentare il proprio progetto di dominio come una liberazione. Anche la destra radicale può proclamarsi ribelle, nemica delle élite e oppositrice del conformismo. La rivolta, però, non è sinonimo di libertà; la trasgressione non è sinonimo di liberalismo. E qui rinviamo ai nostri articoli su un fantasmagorico “fascismo libertario”
Il centenario di Foucault dovrebbe dunque essere un’occasione per discutere, non per santificare. E neppure per trasformarlo in un nuovo santo laico della destra antimoderna.

Non ci interessa stabilire se fosse di destra o di sinistra. Ci interessa capire quali strumenti il suo pensiero ci offra per distinguere il potere legittimo dal dominio arbitrario. Perché, se il potere è dappertutto, la libertà non può consistere soltanto nella resistenza. Occorre anche sapere che cosa difendere, quali limiti imporre e quali istituzioni preservare.
Altrimenti l’ armamentario concettuale foucaultiano resta una magnifica macchina per smontare il mondo, senza un criterio sicuro per distinguere ciò che merita di essere abbattuto da ciò che merita di essere difeso. E, una volta terminata la demolizione, qualcuno deve pur decidere chi avrà le chiavi della casa. O no?
Carlo Gambescia
(1) Diedrich Diederichsen, Spiritual Reactionaries after German Reunification: Syberberg, Foucault, and Others, October, n. 62, autunno 1992, pp. 65–83. L’articolo apparve in inglese con Peter Chametzky come traduttore. Qui : https://it.scribd.com/document/337858756/Spiritual-Reactionaries-After-German-Reunification-Syberberg-Foucault-And-Others .
(2) Michael C. Behrent, The True Foucault, “Dissent”, 30 settembre 2021. Behrent, storico e studioso del pensiero politico, ricostruisce le diverse appropriazioni contemporanee di Foucault, comprese quelle di alcuni ambienti conservatori. Il suo saggio è un’interpretazione critica, non la prova che la destra americana abbia adottato Foucault come propria guida ideologica. Qui l’articolo: https://dissentmagazine.org/online_articles/the-true-foucault/ .
(3) Cfr. . A. Del Noce, I caratteri generali del politico contemporaneo. I. Lezioni sul marxismo, Giuffrè, Milano 1972, pp. 17-31.
(4) Qui (raccolta di articoli in argomento) : https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=fascismo+libertario .





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