Mettere Ronald Reagan e Donald Trump uno accanto all’altro è diventato quasi un esercizio obbligato. Entrambi repubblicani, entrambi presidenti, entrambi capaci di parlare direttamente a una parte consistente dell’elettorato americano. Ma fermarsi a queste somiglianze significa confondere l’etichetta con il contenuto. Tra i due non c’è soltanto una differenza di temperamento o di stile. C’è una differenza politica e culturale assai più profonda: Reagan appartiene a una tradizione repubblicana riconoscibile; Trump ne mette in discussione una parte decisiva.
La differenza, del resto, ha una storia. Come ricostruisce Blaise Fontanellaz in uno studio sul conservatorismo americano, durante le presidenze di Reagan e George W. Bush il Partito repubblicano aveva raggiunto una sintesi fra correnti diverse: patriottismo, valori familiari, liberalismo economico, libero scambio e interventismo militare. Un equilibrio non privo di contraddizioni, ma capace di tenere insieme liberisti, conservatori religiosi e sostenitori della leadership internazionale americana. Trump rompe proprio quel compromesso: ha idee sociali reazionarie, difende il protezionismo, adotta una linea restrittiva sull’immigrazione e attacca le élite. Non è dunque Reagan portato alle estreme conseguenze. È una diversa destra americana.
Per dirla tutta, come ora vedremo, siamo davanti a due modi diversi di concepire il potere: una destra normale (Reagan) contro una destra anomala (Trump).
Anche le biografie suggeriscono una differenza. Reagan, nato nel 1911 in una famiglia modesta dell’Illinois, attraversò diverse esperienze professionali: annunciatore radiofonico, attore, sindacalista, governatore della California e infine presidente. La sua ascesa, pur non essendo la favola edificante dell’uomo che si fa completamente da sé, appartiene alla tradizione americana della mobilità individuale. Trump, nato nel 1946 in una famiglia benestante di imprenditori immobiliari, disponeva invece di risorse economiche, relazioni e opportunità ereditate dal padre Fred. Non significa che non abbia costruito nulla autonomamente. Significa che partiva da tutt’altra posizione. Reagan rappresentava l’America dell’ascesa individuale; Trump quella del patrimonio familiare trasformato in potere politico. Non è una differenza secondaria: è anche una diversa rappresentazione della società americana.
Per tornare all’aspetto politico, Reagan, pur con una sua impronta personale, si collocava in una genealogia repubblicana riconoscibile. Da Abraham Lincoln a Theodore Roosevelt, fino a Dwight Eisenhower, ritroviamo, in epoche diverse, una tradizione nella quale il patriottismo americano si accompagnava all’idea di una responsabilità nazionale e, soprattutto nel secondo dopoguerra, all’esercizio della leadership internazionale. Reagan si riallacciava a quel filo, aggiornandolo alla sfida sovietica e alla stagione della Guerra fredda. Trump, invece, non trova un vero equivalente nella genealogia presidenziale repubblicana del dopoguerra: può richiamarsi a correnti nazionaliste e isolazioniste più antiche, ma la sua politica rompe il legame che da Eisenhower, attraverso Reagan e i due Bush, aveva associato la destra americana all’Occidente e alle sue alleanze.
Naturalmente Reagan non era un liberista da manuale, né un presidente senza contraddizioni. La sua amministrazione conobbe deficit pubblici considerevoli, interventi dello Stato e misure protezionistiche. Ma la direzione di marcia era chiara: riduzione della pressione fiscale, fiducia nell’iniziativa privata, deregolamentazione, critica all’espansione della spesa pubblica. Il mercato non era un nemico da piegare alla volontà del governo, ma una risorsa da liberare, pur dentro una politica economica che non rinunciava alle scelte strategiche dello Stato.
Trump rovescia questa gerarchia. Il mercato viene subordinato all’interesse nazionale così come lo definisce la Casa Bianca. I dazi diventano uno strumento ordinario di pressione, le relazioni commerciali una partita di forza, le imprese interlocutrici da premiare o punire. Non si tratta di negare che anche le amministrazioni precedenti abbiano fatto ricorso a misure protezionistiche: la storia americana è piena di eccezioni e di contraddizioni. Ma in Trump il protezionismo diventa una bandiera politica, una promessa identitaria, quasi una prova di fedeltà nazionale. Il libero scambio non è più un principio da difendere, ma una concessione da revocare quando non produce il risultato desiderato.
Anche sulla politica estera la distanza è evidente. Reagan considerava gli Stati Uniti il perno di un sistema di alleanze. La NATO non era un’associazione commerciale nella quale ciascuno doveva presentare il conto agli altri, ma il fondamento politico e militare della difesa occidentale. Si poteva discutere sulla ripartizione degli oneri, naturalmente; ma l’alleanza aveva un valore che andava oltre il calcolo immediato. Trump tende invece a trattare gli alleati come clienti, debitori o concorrenti. La protezione americana appare così una prestazione da negoziare, non una responsabilità legata a una comunità politica e strategica. È un cambiamento di linguaggio, ma anche di sostanza.
Anche l’impiego della forza militare rivela una differenza. Reagan non esitò a intervenire: Grenada nel 1983, la Libia nel 1986. Ma la forza si inseriva in una strategia di deterrenza e di confronto con l’Unione Sovietica. Basti ricordare la Strategic Defense Initiative, il cosiddetto «Scudo Stellare», annunciata nel 1983 e accolta da molti con ironia, come un progetto fantascientifico. Mirava a sviluppare una difesa antimissile, anche attraverso tecnologie spaziali. Il programma originario non divenne mai uno scudo operativo e fu progressivamente ridimensionato e trasformato dalle amministrazioni successive. Peccato: oggi una capacità antimissile più avanzata potrebbe rivelarsi preziosa. Resta però una domanda politica: in quali mani finirebbe e secondo quale strategia verrebbe impiegata? Con Trump, la personalizzazione delle decisioni e l’uso strumentale della forza rendono la domanda tutt’altro che oziosa.
C’è poi il rapporto con le istituzioni. Reagan era un presidente dotato di una forte capacità comunicativa e di una visione politica assai personale, ma operava dentro il sistema istituzionale americano e nella tradizione del confronto fra poteri. Naturalmente, anche la sua presidenza conobbe una grave crisi istituzionale: lo scandalo Iran-Contra, che mise in luce responsabilità politiche e gravi carenze nei controlli sull’operato dell’amministrazione. Non è che la storia repubblicana sia stata immune da ombre. Basti pensare a Warren G. Harding, Calvin Coolidge e Herbert Hoover, i tre presidenti degli anni Venti e dell’inizio degli anni Trenta: una stagione repubblicana segnata da scandali e da una politica economica conservatrice, ma non da una concezione del potere presidenziale paragonabile a quella oggi rivendicata da Trump. E c’è naturalmente Richard Nixon, con il precedente gravissimo del Watergate. Ma proprio il confronto chiarisce la specificità di Trump: non un singolo abuso, per quanto grave, bensì una contestazione insistita dei limiti costituzionali, accompagnata dalla pretesa di piegare istituzioni e controlli alla volontà del presidente. Per intensità, continuità e personalizzazione, una simile pressione sull’ordine costituzionale non trova precedenti facilmente comparabili nella storia recente della presidenza repubblicana.
Trump, invece, ha costruito una parte essenziale del proprio consenso sulla contrapposizione con le istituzioni, con i media, con gli apparati amministrativi e con chiunque possa limitarne l’iniziativa. Il conflitto non è più soltanto uno strumento della politica: diventa il suo ambiente permanente.
Naturalmente, una lettura seria di Reagan non può trasformarsi in una santificazione. La sua presidenza ebbe costi, errori e zone d’ombra. Le politiche economiche contribuirono ad accentuare le disuguaglianze; il deficit pubblico crebbe; la vicenda Iran-Contra mise in luce gravi responsabilità. Eppure, proprio riconoscendo queste contraddizioni, possiamo cogliere la differenza. Reagan cercò di guidare una coalizione conservatrice e di consolidare la posizione americana nel mondo. Trump tende invece a identificare il partito, il paese e persino l’interesse nazionale con la propria persona. Non è una semplice accentuazione del presidenzialismo: è un diverso modo di concepire il potere.
Una parte della sinistra, quando parla di Reagan e Trump, preferisce metterli nello stesso sacco, errore in cui incorre anche la destra liberale italiana, che ovviamente attribuisce alla cosa un valore positivo-
In realtà, per tornare alla sinistra, è una scorciatoia polemica: entrambi di destra, entrambi avversari del progressismo, dunque intercambiabili. Ma così si rinuncia a capire la storia politica americana e, soprattutto, si perde la distinzione tra una destra conservatrice inserita nell’ordine occidentale e una destra nazionalista che guarda con sospetto proprio a quell’ordine. Criticare Reagan è legittimo; ridurlo a un Trump ante litteram è un errore storico.
Il punto non è stabilire quale dei due sia stato più abile, più simpatico o più efficace. Il punto è capire che cosa rappresentano. Reagan appartiene alla tradizione repubblicana che, pur con tutte le sue contraddizioni, ha fatto degli Stati Uniti il principale garante dell’ordine occidentale del secondo dopoguerra. Trump ne recupera alcune parole d’ordine, ma ne modifica il significato: il patriottismo diventa nazionalismo economico, la leadership si trasforma in negoziato permanente, l’alleanza in fattura da saldare.
Reagan voleva guidare l’Occidente; Trump pretende che l’Occidente gli presenti il conto, e possibilmente lo paghi. Il primo cercava alleati per difendere una civiltà politica; il secondo rischia di lasciare l’America più sola proprio mentre proclama di renderla più grande. Chiamarlo reaganismo non basta a renderlo tale. Non è un’eredità: è una rottura. E venderla come continuità significa prendere lucciole per lanterne.
Carlo Gambescia
Bibliografia essenziale
B. Fontanellaz, Le conservatisme américain et Donald Trump, GSI Working Paper PhD SPO 2019/03, Global Studies Institute, Université de Genève, 2019: ricostruisce le correnti del conservatorismo americano e la sintesi raggiunta nell’era Reagan, individuando la rottura introdotta da Trump; H. W. Brands, Reagan: The Life, Doubleday, New York, 2015: biografia complessiva della formazione e della presidenza di Reagan; L. Cannon, President Reagan: The Role of a Lifetime, PublicAffairs, New York, 2000: ricostruzione ravvicinata del presidente e dei meccanismi della sua amministrazione; M. Boot, Reagan: His Life and Legend, Liveright, New York, 2024: biografia recente, attenta anche alla distanza tra uomo, mito e memoria politica; J. E. Zelizer (a cura di), The Presidency of Donald J. Trump: A First Historical Assessment, Princeton University Press, Princeton, 2022: bilancio storico interdisciplinare del primo mandato trumpiano; T. Wraight, «From Reagan to Trump: The Origins of US Neoliberal Protectionism», The Political Quarterly, 90, n. 4, 2019, pp. 735-742: rintraccia le radici del protezionismo trumpiano anche nelle politiche commerciali degli anni Ottanta, interpretandolo come una forma estrema di protezionismo neoliberale; E. Baroncelli e A. Santese, «Il protezionismo di Donald Trump e la ridefinizione del sistema economico globale», in A. Quarenghi (a cura di), Trump contro l’ordine internazionale. La politica estera degli Stati Uniti nella transizione contemporanea, Egea, Milano, 2021, pp. 85-109: analizza il nazionalismo economico trumpiano, le sue matrici e le ricadute sul sistema economico globale.































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