La conferenza stampa per lanciare una petizione popolare sulla “remigrazione”, prevista alla Camera dei deputati, viene bloccata dopo la protesta delle opposizioni. Pd, M5S e Avs
occupano la sala stampa, intonano Bella ciao, l’incontro è sospeso:
“Non ci sono le condizioni”. Dal fronte opposto, il deputato leghista
promotore dell’iniziativa, Domenico Furgiuele, deputato della Lega,
rilancia: "Ci riprovo? Sì". E giù con il consueto vittimismo: sinistra
Ztl, fascismo che non esiste, lui dalla parte del popolo, eccetera.
I soliti luoghi comuni dei fascisti, per dirla in romanesco,
“beccati con il sorcio in bocca”: i conferenzieri sembravano usciti dal
manuale guida della squadra politica, non tanto per l’abbigliamento,
quanto per l’atteggiamento strafottente, alla “me ne frego”. Che chi
conosce la storia dei movimenti fascisti sa che non è solo folclore.
L’episodio però, è altamente simbolico. E proprio per questo merita
di essere preso sul serio, senza indulgere né allo scandalo automatico
né all’autoassoluzione rituale.
Partiamo da un punto fermo. Il problema non è — o non è solo — che si
parli di “remigrazione”. Il problema è dove se ne parla. Il Parlamento
non è uno spazio neutro. È una macchina simbolica potente: ciò che entra
lì dentro non è semplicemente detto, è riconosciuto come dicibile entro
una cornice istituzionale. Aprire le porte della Camera a un convegno
di questo tipo non equivale a garantire la libertà di espressione;
equivale a legittimare un lessico, un orizzonte di senso, una possibile
visione dell’ordine sociale.
Ed è qui che occorre fermarsi sul concetto chiave. Che cos’è davvero
la “remigrazione”. Per evitare equivoci, è utile collocare il concetto
anche storicamente e politicamente, indicando attori, ambienti e
riferimenti teorici che ne hanno favorito la diffusione.
Il termine “remigrazione” (dall’originale francese remigration) non è
un termine tecnico neutro, né una variante elegante di “rimpatrio”. È
un concetto ideologico con una genealogia precisa. Si afferma a partire
dagli anni Novanta negli ambienti dell’estrema destra europea —
soprattutto nell’area identitaria francese e tedesca — come risposta
all’immigrazione extraeuropea e al multiculturalismo. Non nasce nei
documenti delle organizzazioni internazionali, né nel lessico del
diritto, ma in contesti militanti che concepiscono il popolo come entità
organica e il territorio come spazio naturale di appartenenza. In
breve: antiquariato concettuale nazifascista.
La distinzione con il rimpatrio è decisiva. Il rimpatrio è, almeno in
linea di principio, una misura giuridico-amministrativa che riguarda
persone prive di titolo di soggiorno e si fonda su procedure
individuali. La remigrazione, invece, non si basa sullo status legale,
ma sull’appartenenza culturale o etnica percepita. Non risponde alla
domanda “chi è irregolare?”, ma a una molto più radicale: chi non
dovrebbe stare qui.
In questa prospettiva, la remigrazione può riguardare anche cittadini
regolari, persone nate nel paese, individui formalmente integrati ma
ritenuti “non assimilabili”. Il suo nucleo non è la gestione dei flussi,
ma la ridefinizione dell’appartenenza. Quindi non è problema di
indennizzi o bonus previsti dalle legge per favorire i ritorni alle
terre di origine, ma di principio. Del resto, una volta passata l’
“idea” i bonus si possono pure tagliare, sopprimendo i fondi in
bilancio, e così andare per le spicce.
Il punto centrale è il rovesciamento di un principio cardine dello
Stato liberale: l’appartenenza fondata su diritti e cittadinanza. Al suo
posto subentra un criterio carnivoro pre-politico: origine, cultura,
religione, “compatibilità di civiltà”. Si è inclusi non perché si ha
diritto di esserlo, ma finché si è giudicati compatibili.
Ma affondiamo ancora di più il coltello lessicale. Come detto, sul
piano storico-politico, la remigrazione emerge come parola d’ordine nei
circuiti dell’estrema destra identitaria europea tra la fine degli anni
Novanta e i primi Duemila.
Qualche nome. Un riferimento intellettuale ricorrente è lo scrittore
francese Renaud Camus, teorico della “sostituzione demografica” (Grand Remplacement),
termine che conia esplicitamente nel 2011. Camus, lasciando da parte
la sua ipotesi complottista di un perfido disegno segreto delle cattive élite
apolidi, sviluppa l’idea che l’immigrazione di massa produca una
trasformazione irreversibile del “popolo”, inteso come entità culturale
ed etnica. In questo modo fornisce l’impianto concettuale che verrà poi
ripreso da movimenti e figure politiche.

Il termine “remigrazione” viene successivamente adottato e
normalizzato dai movimenti identitari in Francia (Génération
Identitaire), in Austria e Germania (Identitäre Bewegung). In
particolare attraverso Martin Sellner, che lo promuove come progetto di
lungo periodo, graduale e formalmente “non violento”, volto a
ristabilire l’omogeneità culturale delle società europee. Un’ossessione,
quella della purezza, travestita da gestione razionale del sociale.
Negli ultimi anni il concetto ha iniziato a circolare anche ai
margini di partiti strutturati. In Germania, settori dell’AfD ne hanno
discusso apertamente in riferimento non solo ai migranti irregolari, ma
anche a cittadini di origine straniera ritenuti “non integrabili”.
In Francia il termine resta ufficialmente marginale nel lessico del
Rassemblement National, ma è ampiamente presente nell’ecosistema
culturale che circonda il partito. Marion Maréchal, con il suo progetto
politico più radicale, ha contribuito a legittimare questo orizzonte
discorsivo.
In Italia il concetto compare più tardi, importato direttamente dal
lessico francese, attraverso esponenti della destra radicale e dell’area
neofascista. Tra i nomi più visibili figurano Roberto Vannacci e
Domenico Furgiuele. CasaPound è stata tra le organizzazioni centrali
nella creazione del Comitato Remigrazione e Riconquista, promotore di
una proposta di legge sostenuta da figure note dell’ultradestra.
L’evento alla Camera dei deputati, organizzato proprio da Furgiuele,
conferma che il termine non resta più confinato alle frange radicali, ma
tenta l’accesso alla rispettabilità istituzionale, seguendo una
traiettoria già osservata in Francia, Germania e Austria.
Il precedente storico più istruttivo non è solo il fascismo come
regime, ma il passaggio concettuale che negli anni Venti e Trenta
conduce alla ricomposizione politica della triade
Stato–popolo–territorio. In argomento c’è un’interessante letteratura
storica, a partire dalla Tentazione fascista di Tarmo Kunnas,
che offre una specie di nomenclatura in materia. In quel contesto
l’appartenenza politica viene progressivamente sganciata dalla
cittadinanza giuridica e ricondotta a criteri pre-politici di origine,
cultura e “compatibilità”.
Il liberalismo aveva spezzato quella triade, distinguendo lo stato
dalla comunità etnico-culturale e il territorio dai diritti di sangue;
l’aggressiva cultura protofascista del primo Novecento tenta invece di
riunificarla, trasformando l’appartenenza in una qualità sostanziale e
condizionata. È questo passaggio — più che la sua forma totalitaria —
che oggi la remigrazione tenta di riattualizzare, aggiornandolo in un
linguaggio apparentemente democratico e gestionale.

Attenzione, la Rivoluzione conservatrice tedesca non fu razzista in
senso biologico, ma fu radicalmente anti-universalista e culturalmente
escludente. Lasciò in eredità concetti politicamente pericolosi —
omogeneità del popolo, appartenenza pre-politica, rifiuto
dell’eguaglianza liberale — che oggi riemergono, in forma aggiornata,
nelle destre di ascendenza neofascista, anche quando si presentano in
tailleur sartoriale. Si noti il silenzio di Giorgia Meloni sui fatti di
ieri: né pro né contro. E intanto come il veleno, la parola
“remigrazione” entra in circolo…
Questa traiettoria è significativa e vale la pena ribadirla, perché è
decisiva: la remigrazione nasce come parola d’ordine estremista, si
consolida come concetto del vocabolario politico “accettabile” e tenta
infine l’accesso alla legittimazione istituzionale. Non è una semplice
normalizzazione linguistica, ma la costruzione dell’orizzonte delle
politiche pensabili.
“Remigrazione” suona tecnica, quasi burocratica; suggerisce ordine,
simmetria, buon senso. È proprio questa patina di razionalità che la
rende politicamente efficace: prima normalizza il lessico, poi rende
pensabili — e infine praticabili — politiche di esclusione che, espresse
in altro linguaggio, apparirebbero immediatamente come ciò che sono. In
questo senso, il termine opera sull’immaginario sociale: prepara
consenso passivo prima ancora che misure coercitive. In realtà è
deportazione e in prospettiva – pronti a scommettere – istituzione
di un corpo di polizia come l’ICE statunitense (l’America, purtroppo,
fa sempre scuola, nel bene il più delle volte, ma anche nel male).
La protesta delle opposizioni appare dunque comprensibile nella
sostanza, ma fragile nella forma. Occupare la sala stampa e cantare
Bella ciao è un gesto emotivamente potente, ma politicamente debole.
Funziona come segnale identitario, produce immagini, scalda la base. Ma
non smonta il dispositivo concettuale della remigrazione, non ne
esplicita la genealogia, non ne mostra gli effetti. Si limita a dire:
questo non si fa.
Il rischio è evidente. Mentre l’opposizione si muove sul terreno
della testimonianza morale, la destra lavora sull’egemonia culturale.
Introduce parole, le rende dicibili, le fa circolare come opzioni
legittime di dibattito. Ogni stop diventa pubblicità, ogni protesta una
conferma del proprio status di vittima del "sistema" (la vecchia guardia almirantiana, a suo modo elegante, parlava di "Lor Signori"). Quando Furgiuele
dice "ci riprovo", non sta provocando: sta pianificando.
Il punto va ripetuto, proprio perché è decisivo: il vero conflitto
non è per una sala o per un evento – i soliti dispettucci infantili –
ma per il vocabolario politico. Trattare la remigrazione come una
posizione tra le altre significa accettare implicitamente che
l’appartenenza possa diventare condizionale. Ed è una soglia che, una
volta superata, difficilmente resterà confinata ai soli migranti.
In definitiva, la scena di oggi dice meno su un ritorno caricaturale
del fascismo e molto di più su un mutamento più profondo: la separazione
tra politica come costruzione di senso e politica come rituale morale.
La prima è oggi saldamente nelle mani della destra. La seconda è spesso
l’unico linguaggio rimasto all’opposizione.
La storia insegna che non vince chi canta meglio Bella ciao, ma chi
riesce a definire i termini concettuali del conflitto. E oggi la
battaglia decisiva non è per occupare uno spazio, ma per impedire che
certe parole — una volta entrate nelle istituzioni — diventino il nuovo
senso comune. E potrebbe essere già tardi.
Che fare allora? Non basta denunciare. Occorre capire che la
remigrazione non è solo un termine, è un’idea politica con effetti
concreti, e in quanto tale, razzista, discriminatoria e potenzialmente
perseguibile penalmente. Definirla così è il primo passo per fermarla.
Carlo Gambescia