venerdì 24 giugno 2022

L’Ucraina, l’Europa e il “Generale Tempo”

 


Che Ucraina e Moldavia abbiano incassato il sì del Consiglio Europeo allo status di  nazioni “candidate” all’Ue è comunque un fatto positivo. Che L’Unione dipinga la cosa come un fatto storico, addirittura epocale, rientra nella guerra delle parole in corso con la Russia per propagandare l’ immagine dell’Ue come unita, compatta e quant’altro.

Va però detto che Mosca aveva già fatto trapelare da giorni, mettendo le mani avanti, che non scorgeva alcun pericolo nell’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea.

In realtà, Mosca ne è infastidita. Però, dal momento che serviranno alcuni anni per l’incorporazione (come osservava malignamente sul “Messaggero” il furiere Prodi: il “Capitano Doppio Bollo”, dell’Unione Europea, non proprio impopolare in Russia), non si può parlare di svolta storica, come invece pretende Ursula von der Leyen.

In realtà, il problema fondamentale è rappresentato dalle armi. Quanto più l’Ucraina si arma, tanto più per la Russia le cose rischiano di complicarsi.

Tuttavia – ecco il punto fondamentale – non si riesce ancora capire se l’Ucraina riceva ciò che chiede e con continuità. Probabilmente, la Russia scatenerà un’offensiva estiva nella parte orientale del paese, e solo in quel momento si scoprirà se i rifornimenti di armi all’Ucraina sono stati accurati e costanti. Sul punto siamo piuttosto pessimisti.

Un passo indietro. Si è parlato di una Russia con il “freno tirato”. Per alcuni osservatori, in genere filorussi, si tratta di una scelta voluta per non “vincere troppo” e così evitare di allargare la guerra. Insomma, buon senso russo o semplice spirito pratico.

Per altri osservatori, alcuni neutrali, altri filo-occidentali, la Russia mostra invece di non essere all’altezza di una guerra di aggressione, per ragioni storico-organizzative legate al secolare scollamento tra Russia legale e reale. Che spiega la diffidenza, con conseguenze negative sul campo, che regna sovrana tra élite politiche e stato maggiore, tra stato maggiore e quadri intermedi, e tra ufficiali e truppa.

Chi ha ragione? Difficile dire.

Come umili sociologi, non esperti di strategia militare, riteniamo però che se offensiva estiva vi sarà, sarà decisiva per la durata delle guerra. “Durata”,  il lettore prenda nota della parola.

Se i russi non riusciranno a “sfondare”, in modo definitivo, quanto meno nelle regioni che reclamano, la guerra rischia di prolungarsi “almeno” fino alla primavera del 2023.

Va perciò ammesso che il sì alla candidatura Ue può “fare morale” tra i soldati ucraini. Però non può bastare. Perché servono armi, armi, armi, per resistere, resistere, resistere. Insomma, non crediamo bastino i quattro lanciarazzi Himars americani inviati a ridosso di una possibile offensiva russa.

Mai come in questo momento si tocca con mano la mediocre strategia della lumaca dell’Occidente euro-americano cui abbiamo più volte accennato (*).

Detto in altri termini: con l’invio di armi adeguate l’Ucraina potrebbe riprendere addirittura l’iniziativa e costringere la Russia a fare un passo indietro.

O meglio, l’Ucraina “avrebbe potuto”… Perché l’Occidente cincischia, fin dall’inizio dell’invasione russa, nascondendosi dietro il rischio di una guerra atomica, che nessuno nega per carità.

Perciò dal punto di vista militare, di un’offensiva ucraina, potrebbe essere già tardi. Infatti, “per evitare l’apocalisse”, come si ripete a Bruxelles e Washington, si è lasciata l’iniziativa ai russi, rischiando così, come dicevamo, che la guerra si prolunghi. A quale prezzo però ?

In realtà, il rischio atomico attiene più alla retorica politica, in particolare pacifista, che alla realtà politica. Nessuno nega che pericolo non vi sia. Però, ogni giorno di guerra che trascorre la situazione economica si complica, il dissenso dei partiti filorussi europei cresce, senza che la spesa pubblica possa fermarlo. Mentre la Russia che non ha problemi di opposizione interna può tirare il fiato e riorganizzarsi, come sta accadendo.

Insomma, bisogna distinguere tra rischio atomico come risorsa politica all’interno della normale dinamica tra minaccia, decisione, scambio, e rischio atomico come concetto millenarista, che pretende di non fare conti con la normale dinamica politica di cui sopra. Per capirsi: il pacifista è un pessimo giocatore di poker.

Il succo del nostro discorso è che la Russia, pur con i suoi problemi di “scollamento” storico, gode di maggiore coesione, seppure in chiave coattiva, dello schieramento occidentale. Ma al tempo stesso, per tornare alla metafora del poker, a causa sempre dello “scollamento storico”, non può andare oltre la coppia, al massimo la doppia coppia…

Quindi il quadro reale della situazione crediamo sia questo: il “Generale Tempo”, cioè il fattore tempo, soprattutto se l’Occidente non invierà armi a sufficienza, rischia di giocare a favore della Russia. Con gravi ripercussioni sul fronte interno, ucraino ma anche europeo.

Infatti, la crisi economica crescente, rischia di spostare l’equilibrio politico interno dei paesi Ue dalla parte dei partiti filorussi. Ciò però significa pure, per tornare alla metafora pokeristica, che si dovrebbe andare a scoprire le carte: allo showdown.

Tradotto: servirebbe una forte offensiva ucraina in grado di respingere i russi se non ai confini, molto indietro. O comunque sia, per metterli alla prova. Quindi occorrono armi (saremmo quasi tentati di dire, occorrevano…). E invece che si fa? Si mandano quattro lanciarazzi, permettendo che i russi preparino la loro.

Idioti.

Carlo Gambescia

(*) Qui ad esempio: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/ucraina-loccidente-e-la-strategia-della-lumaca/

giovedì 23 giugno 2022

Mosca e la guerra delle valute

 


Sarebbe interessante sondare la preparazione dei consiglieri economici di Putin.

Per una semplice ragione. Quale? Che l’idea di creare una nuova valuta di riserva internazionale,  basata sulle monete dei paesi membri del gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), in aperta funzione  antidollaro  e antieuro, è ridicola.

Che Mosca punti su un’idea del genere trova conferma nel messaggio inviato da Vladimir Putin ai partecipanti al forum economico dei cinque paesi, che si aprirà domani (*).

L’insipienza del “pensiero economico” russo sconfina nel ridicolo: perché, a parte lo yuan, le altre valute che dovrebbero far parte del “paniere alternativo” sono altamente volatili, rublo per primo. Quindi la guerra economica al dollaro e all’euro sarebbe destinata al fallimento, anche ammessa e non concessa la capacità della Russia di convincere i suoi partner a sposare una causa persa in partenza. Perché in economia l’unione della debolezza economica non fa la forza. Insomma, la sommatoria dell’instabilità monetaria mai darà la stabilità monetaria. Perciò gli economisti che consigliano Putin non conoscono neppure l’ ABC della scienza economica.

Ovviamente, quel che è ridicolo, non significa che non sia pericoloso. In primis, per i popoli dei Brics, in secundis per la pace mondiale. La guerra delle valute, per i russi, è una anticipazione della guerra vera e propria. Un tentativo, di stremare l’Occidente, per poi aggredirlo militarmente.

Si dirà, ma allora le sanzioni dell’Occidente? Una cosa è ragionare di sanzioni per prevenire la guerra, perché si crede nei valori della pace, della libertà economica e politica. Un’altra, puntare sulla guerra economica, come in Russia, quando si è imbevuti di valori militaristi, nazionalisti e tradizionalisti.

Si rifletta sul seguente punto. La Russia, dopo il 1991, ha perso un’occasione d’oro per trasformarsi in paese moderno, liberale, aperto, capace di far crescere il tenore di vita della sua popolazione. Detto altrimenti: di vendere frigoriferi, automobili e personal computer russi, non solo ai russi, ma anche agli occidentali.

Parliamo di un paese ricchissimo, che potrebbe tuttora competere pacificamente, e che invece continua a mostrarsi privo di quello spirito capitalistico che ha trasformato, e in meglio, l’umanità.

Uno spirito sposato invece, tra l’altro liberamente, dai paesi dell’Europa orientale, dominati in passato dalla Russia. La crisi ucraina non è altro che il portato finale o quasi di un conflitto che ha le sue radici nel rifiuto russo, per scelta e/o incapacità, della moderna società liberale.

Ciò significa che la “guerra delle valute” non è altro che un disperato tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità ed errori dopo il 1991. In che modo? Puntando sul nazionalismo armato ed economico, o peggio ancora sull’autarchia di un aggressivo bellicismo pseudo imperiale.

Una scelta autolesionista (come del resto le decisioni di invadere l’Ucraina e tenere sotto minaccia i paesi dell’ex Patto di Varsavia) che allontana ancora di più la possibilità del popolo russo di migliorare le proprie condizioni sociali.

Se ci si perdona la brutta metafora, le mancate nozze con lo spirito capitalistico e liberale hanno provocato la riaffermazione di un nazionalismo rozzo e brutale che in questi mesi sta dando il peggio di se stesso.

Ovviamente, in Occidente, il bellicismo russo, è portato sugli altari dagli eredi degli sconfitti del 1945, come pure dai populismi e dai neocomunismi antiliberali, anticapitalisti e antiamericani. Sicché l’idea di creare una nuova valuta di riserva internazionale, basata  sulle monete dei paesi membri del gruppo Brics,  in  funzione antidollaro e antieuro, è da costoro giudicata in modo entusiastico: il capolavoro di una scienza economica “nazionale”, anzi addirittura “imperiale”, come si diceva ai tempi del Terzo Reich.

Per inciso, e per usare un termine giornalistico, il fasciocomunista, in particolare europeo, pur di uscire dall’odiato sistema liberal-capitalista, porrebbe subito l’euro al servizio del rublo. Pertanto ogni vittoria elettorale delle destre europee contigue ai circoli politici russi costituisce un’ autentica minaccia sistemica.Perciò attenzione.

La Russia, così come ora si autorappresenta, è un pericolo reale per la pace mondiale. Probabilmente lo è più oggi che in passato, quando a Mosca comandavamo i comunisti. Allora esistevano i veli dell’internazionalismo a sfondo pacifista (molto a sfondo…) e del pragmatismo di stampo leninista.

Invece, una volta caduto il comunismo, per parafrasare Marx, è tornata a galla tutta la merda tradizionalista, nazionalista e militarista. E ora sono guai per tutti.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/putin-pensa-a-moneta-comune-anti-dollaro_3O4rTMDi7p7ep8Dv2M778K .

mercoledì 22 giugno 2022

Mario Draghi e la sindrome di Antonio Ferrer

 


Che delusione Draghi… La storia del tetto europeo sul gas (*), ossia che sopra agli 80 euro per Mwh non si potrà comprare (prezzo attuale 127), riporta direttamente all’Editto di Diocleziano sul calmiere dei prezzi.

L’imperatore romano, in barba alla legge della domanda e dell’offerta, volle fissare per ogni bene un prezzo politico. Il risultato fu la penuria di beni e il rialzo dei prezzi, che penalizzò traffici e consumi. Citofonare famiglia Gibbon.

Sugli effetti negativi del calmiere si possono leggere pagine memorabili, anche in un’opera oggi quasi dimenticata: I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

“Il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo […] vide, e chi non l’avrebbe veduto, che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile e pensò,e qui fu lo sbaglio, che a un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la meta ( così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili) fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto se il grano si fosse comunemente venduto trentatré lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta: fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovanire alterando la sua fede di battesimo” (*).

Il pane sparì dal mercato. Si fu costretti a prendere, scrive Manzoni, un’ inevitabile “deliberazione”: che “non c’era da far altro che rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo si imbestialì”.

I prezzi controllati, e ciò valga per gli amici della Giustizia Sociale (con le iniziali maiuscole), producono la sparizione dei beni sottoposti a calmiere, sparizione che, per ironia, colpisce proprio i meno fortunati, come li si chiama oggi.

Per capirsi, a 80 euro, nessuno avrà interesse a commercializzare il gas in Europa, sicché si avrà una flessione dell’offerta a parità di domanda. Offerta che inevitabilmente si rivolgerà verso altre aree del mercato mondiale, più rimunerative. Di conseguenza, in Europa si dovrà intervenire anche sulla domanda, cosa ancora più preoccupante ma inevitabile quando si introduce il calmiere. Come? Puntando sul razionamento.

Ricapitolando, calmiere uguale penuria, penuria uguale razionamento, razionamento uguale crollo del tenore di vita. Perciò i meno fortunati, saranno ancora meno fortunati di prima.

Cosa fare allora? Nulla. Lasciare che il prezzo fluttui e che la Russia anneghi nel suo gas invenduto. Si avrà così un calo della domanda globale che inevitabilmente influirà sull’offerta globale. Quindi i prezzi scenderanno.

Ovviamente esistono anche componenti oligopolistiche. Tuttavia quando un prezzo è fuori mercato, verso l’alto o verso il basso, è comunque fuori mercato. Sicché, inevitabilmente il mercato si vendicherà, dando così ragione al consumatore. Serve solo pazienza. Il populismo non paga: mai sostituire all’ oligopolio economico l’ oligopolio politico.

Ciò che va assolutamente evitato è la sindrome di Antonio Ferrer: fissare il prezzo del  gas a 80 quando viene venduto a 127.

Sono cose che Draghi, addottoratosi al Mit, dovrebbe sapere. E invece fa il vago. Cerca, come Ferrer, di rendersi amico il popolo, fissando il prezzo del “grano” a 80 euro il “moggio”…

Prezzo, piaccia o meno fuori mercato, che prima o poi dovrà essere aumentato, provocando l’ ira dell’ “amato” popolo che invece si desiderava difendere. Un capolavoro di insipienza economica.

Certo, lasciandolo fluttuare, il prezzo del gas potrebbe crescere, superando anche quota 127, con ripercussioni sui consumi e sul tenore di vita. Però sarebbe una situazione momentanea, non strutturale, perché, come detto, il calo della domanda agisce sul ribasso sui prezzi. Per contro, l’introduzione del calmiere, provocherebbe mutamenti strutturali, alterando la legge della domanda e dell’offerta. Tornare alla normalità sarebbe perciò ancora più complicato.

Sono cose che si studiano al primo anno di economia. Perché Draghi si comporta peggio di una matricola ignorante?

Che delusione.

Carlo Gambescia

(*) Qui la notizia: https://www.adnkronos.com/gas-dalla-russia-a-cosa-serve-un-tetto-ue-al-prezzo_5tsPCTEeKJ6j5Fh6OEWaH0?refresh_ce 
(**) A. Manzoni, I promessi sposi, Palumbo, Firenze 1969, p. 255.

 

martedì 21 giugno 2022

Morire per Danzica? Pardon Kaliningrad?

 


Per i russi l’invio di beni e merci “sanzionati” a Kaliningrad è da Russia a Russia, per la Lituania, passa invece sul territorio lituano, quindi Ue, di qui l’applicazione delle sanzioni economiche. I russi, parlano di violazione di un precedente trattato, i lituani invece asseriscono di attenersi ai deliberati Ue.

Come si può capire di materia per un scontro non solo politico, se ne può trovare a sufficienza. Anche perché la Russia, senza perdere tempo, con la sua tradizionale prepotenza, minaccia immediate contromisure militari. Del resto Kaliningrad, già Königsberg, ex Prussia, patria di Kant, autore di un trattato sulla pace perpetua, oggi è una ridente città russa armata fino ai denti con testate nucleari che possono raggiungere Berlino.

Non crediamo che l’Ue, in sede di Consiglio dei Ministri degli Esteri, si spingerà fino in fondo nell’appoggio alla Lituania. Si troverà qualche scappatoia per accontentare Mosca, anche a costo di umiliare Vilnius. Del resto, cosa comica e tragica al tempo stesso, come ha risposto di primo acchito l’Ue alla minacce militari russe sulla Lituania? Approfondiremo gli aspetti legali… Puro militarismo…

Al di là delle chiacchiere si ha grande timore della Russia, soprattutto, cosa che non si dice, del suo essere capace di tutto: di mentire, di uccidere, di affamare. Parliamo di un paese in cui gli oppositori e i nemici vengono sistematicamente avvelenati o assassinati, come accaduto a non pochi giornalisti.

Sui mass media occidentali si evita, per non irritare i russi, di parlarne: ma le popolazioni civili ucraine del Donbass se vogliono mangiare e seppellire i propri morti, devono chiedere la cittadinanza russa (*).

Non è prudenza, quella Europea, ma pura e semplice vigliaccheria. Quindi il comportamento di Vilnius rappresenta una nota stonata, come Zelensky in maglietta verde militare…

La Russia è perfettamente consapevole di essere temuta e ne approfitta umiliando quotidianamente gli europei, con minacce e insulti. Inoltre la Russia può contare su una quinta colonna in Occidente rappresentata da quelle forze politiche, a destra come a sinistra, che evocando i principi del pacifismo favoriscono la sfacciataggine russa.

A chi scrive Macron non piace, però Marine Le Pen è filorussa e Mélenchon pacifista. Non c’è di che essere allegri. Anche in Italia non si scherza: il pacifismo del Movimento Cinque Stelle, contrario all’invio di armi, rende più facile la vittoria russa. Per non parlare di Salvini, su posizioni apertamente filorusse. Come del resto non convince l’atteggiamento di Giorgia Meloni, che in tre mesi è passata dalle dure critiche agli Stati Uniti all’ Atlantismo più smaccato.

Sembra incredibile, basterebbe dare un’occhiata alla carta geografica, eppure, tesi abbastanza condivisa quanto meno presentata come degna di essere presa in considerazione, si parla, nei circoli pacifisti europei,  di un’ aggressione Nato alla Russia, che ne avrebbe provocato la giustificata reazione.

Insomma, da un lato c’è il paese dagli undici fusi orari, la Russia, un dinosauro ideologico armatissimo, dall’altra l’Ucraina, una specie di Topo Gigio, assetata di libertà e coccole di benessere, che fa quel che può sul campo, eppure si tende a mettere sullo stesso piano la piccola Ucraina e la grande Russia.

L’appoggio dell’ Occidente, minimo sul piano militare, però ovviamente amplificato per ragioni propagandistiche dai russi, finora ha consentito all’Ucraina di non crollare. Tutto qui.

Si noti anche il silenzio o quasi di Biden nelle ultime due settimane. Silenzio che ha lasciato campo libero alla disinformazione russa. Tra l’altro, le repliche euro-americane alle menzogne russe sono sempre tardive e in ordine sparso. Manca, una vera e propria macchina contro-propagandistica dell’Occidente. Si noti, come si sono abbassati i toni sugli eccidi russi durante la ritirata da Kiev. Non si sa mai. Meglio “non umiliare” la Russia… Per inciso, la nobile necessità di non umiliare il nemico, riguarda il nemico sconfitto, e in ginocchio, non il nemico in piedi e per giunta vittorioso o quasi.

Si spera che la Russia – ecco la pseudo strategia degli Stati Uniti condivisa anche dall’Europa – si accontenti del Donbass. E che di conseguenza, una volta raggiunto l’obiettivo, tutto torni come prima.

In realtà, più la Russia si rende consapevole dell’ enorme capacità di intimorire l’Occidente, più Mosca sposta verso l’alto l’asticella della sfida e della posta in gioco. Per lo spirito russo di conquista  e dominazione, il crescente timore dell’Occidente euro-americano di battersi, rappresenta una specie di assegno in bianco.

Da notare infine, come la propaganda pacifista europea presenti l’Ucraina alla stregua di una scheggia impazzita che vuole attentare alla pace. Capito? Per dirla alla buona, l’Ucraina si deve far derubare senza neppure aprire la bocca e gridare al ladro. Lo stesso metro ora viene esteso alla Lituania, che osa sfidare la Russia. Sulla stampa pacifista e filorussa europea si parla di ” falchi” lituani. Capito? I falchi di San Marino… Che vergogna.

Del resto – corsi e ricorsi – perché Europa e Stati Uniti dovrebbero morire per Danzica, pardon Kaliningrad?

Carlo Gambescia

(*) “Solo chi rinuncia al passaporto ucraino e prende quello russo ha diritto a qualche miglioramento della sua misera condizione”. Così a Mariuopol. Cfr. V. Sabadin, Colera e brodo di piccione così si vive a Mariupol dopo la caduta dell’Azovstal, “Il Messaggero” 19/6/2022, p. 5.

lunedì 20 giugno 2022

Porro e la zuppa di Hayek


Nicola Porro si dice liberale ma in realtà è qualcosa di totalmente altro. Si prenda l’editoriale uscito oggi (*). Roba da manuale del perfetto liberal-fascista. Anzi liberal-putiniano…

Si parte da Hayek e dalla sua teoria degli effetti imprevisti delle azioni sociali per proiettare una qualche luce positiva su Putin. Perché tagliandoci il gas avrebbe messo in crisi il modello ecologista e il modello immigrazionista.

La guerra – ecco la tesi di Porro – ci costringerà a usare tutte le forme di energia, anche quelle condannate dagli ecologisti alla Greta Thunberg. Oltre al fatto – si evidenzia – di aver già provato, che accogliendo le famiglie ucraine in fuga dalla guerra, noi accogliamo i profughi veri, non quelli patrocinati dalle Ong alla Carole Rackete. Insomma, che dire? Grazie Putin.

Porro ricollega il comportamento di Putin alla teoria degli effetti imprevisti delle decisioni politiche: Putin (decisione dall’alto, quindi pianificata) con l’invasione dell’Ucraina voleva sfidare e indebolire l’Europa, invece (effetto imprevisto) l’ha rafforzata sul fronte antiecologista e nobilitata su quello dell’immigrazione vera. Distinzione quest’ultima – quella tra immigrazione vera e falsa – che rimanda ai circoli di Fratelli d’Italia e delle Lega, infatti pieni zeppi di lettori di Hayek.

Porro è liberale come quei liberal-fascisti che nell’ottobre del 1922 appoggiarono Mussolini, convinti che la decisione del futuro “duce” del fascismo di marciare su Roma avrebbe ripristinato l’ordine costituzionale e la libertà politica. Porro oggi appoggia Putin, nascondendosi dietro una specie di zuppa di Hayek. Perché probabilmente più orecchiato che letto.

In realtà, la teoria hayekiana, che rinvia a padri nobili come Smith e Hume, si riferisce alla graduale evoluzione delle istituzioni, che hanno ritmi propri legati a milioni di decisioni individuali, che tutte insieme ma disorganicamente, attraverso processi selettivi, scelgono le istituzioni che funzionano meglio. Quindi nessuna macro-decisione in alto, ma solo micro-decisioni in basso.

Ad esempio, nessuno ha inventato a tavolino il capitalismo: le istituzioni di mercato hanno avuto la meglio perché più funzionali rispetto alle istituzioni autarchiche, nel senso di contrastare, per la prima volta nella storia, le economie accentrate intorno allo stato e nemiche del commercio.

L’autarchia ha governato per millenni gli uomini. Poi all’improvviso e quasi per caso si è sviluppato in Occidente il capitalismo. Che è stato chiamato così, solo dopo, non prima, e da un suo nemico tra l’altro (Marx). Insomma, per capirsi, piccoli capitalisti crescevamo ma nessuno capiva cosa stava accadendo.

Per contro, le istituzioni autarchiche, antimercato per capirsi, tendono a riaffacciarsi durante le guerre e le grandi crisi sociali (durate il Covid, ad esempio si è fatto il pieno di statalismo). Quindi se proprio, si deve individuare un effetto indotto, se si vuole imprevisto della decisione di Putin di invadere l’Ucraina, lo si può designare nel prossimo venturo accentramento statale delle attività economiche. Non si parla già di razionamento energetico? Grazie Putin, allora? Ma di che cosa?

Attenzione, chi scrive non vuole mettere voti né conferire patenti di liberalismo a nessuno.

Però Porro, francamente, del liberale non ha proprio nulla. Per dirla fuori dai denti tenta di piegare Hayek, agli interessi di bottega delle destre razziste e putiniane.

Effetto sociale voluto o imprevisto? Frutto di una scelta consapevole, prevista? Oppure effetto imprevisto di un’ ignoranza abissale ?

La decisione ai lettori.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/prima-pagina-il-giornale/ .

 

domenica 19 giugno 2022

Contro lo stato educatore

 


La destra parla di campagne d’odio contro i suoi leader, Meloni e Salvini, ma, rovesciamo il quesito: cosa ha fatto la destra finora per farsi amare? Soprattutto dai liberali.

Si prenda ad esempio una questione come la cultura di genere. Siamo davanti a una filosofia, o se si preferisce un’antropologia culturale. O ancora meglio una visione del mondo, tra le tante, che dice certe cose, che possono essere condivise o meno.

Ora, che fa la destra? Dice altre cose, contrarie.

Però il vero punto qual è? Che sia la sinistra, che propugna la cultura di genere, sia la destra, che vi si oppone, difendono la comune e pericolosa idea, che l’uomo debba essere educato ad essere libero.

In che modo? Puntando sulla visione “etica” dello stato educatore capace di vedere e provvedere alla bisogna, attraverso, leggi, norme, regolamenti, burocrazie, eccetera. Si chiama anche statalismo .

Ora, per capirsi, che la sinistra, ad esempio, in nome della cultura di genere, difenda una certa idea di famiglia e la destra, che invece è contraria, si batta per un’altra, non significa assolutamente nulla. Perché destra e sinistra, difendono la stessa idea di stato etico, interventista ed educatore. Qui è il problema.

Ripetiamo cosa ha fatto la destra per farsi amare? Nulla, perché, resta allineata, come la sinistra, su posizioni illiberali e stataliste. Come può un vero liberale amare chiunque propugni una sola concezione del mondo e voglia imporla attraverso la macchina statale con la scusa di educare il cittadino ad essere libero…

Attenzione però, lo stesso discorso vale per la sinistra, che vuole imporre, un’altra concezione del mondo, opposta a quella della destra, sempre attraverso la macchina statale. Come li si può amare? Diciamo pure che si odiano a vicenda, e per una causa sbagliata.

Pertanto, ogni vero liberale, sulla cultura di genere (sinistra) come sulla non cultura di genere (destra) non deve schierarsi né con gli uni né con gli altri, perché il vero problema non è essere pro o contro, per poi usare lo stato, una volta al potere, come una mazza ferrata per difendere e praticare la propria concezione del mondo: promulgando leggi su leggi al solo scopo, si ripete, di educare i cittadini a un’idea di libertà che comunque rifletterà un’ idea di libertà secondo la visione di una parte politica.

In realtà, i cittadini si educano da soli. Magari, sbagliando, facendo confusione, eccetera. Ma da soli. Senza l’aiuto di nessuno. Perciò si deve essere, a priori, contro lo stato educatore.

Si tratta perciò di delegificare. Oppure, se e quando necessario, depenalizzare. Insomma, di lasciare i cittadini liberi di scegliere, individualmente, che tipo di famiglia farsi o non farsi.

Si deve insomma fuoriuscire dall’ idea dello stato etico, interventista, educatore, progressista o conservatrice che sia.

Ecco, la destra potrebbe farsi amare, non tanto dalla sinistra statalista, ma dai veri liberali, solo fuoriuscendo dal circolo vizioso dello stato educatore che viola la vita privata dei cittadini.

Già sembra di sentire le proteste della destra (“I bambini, i bambini…”) e della sinistra ( “Le comunità arcobaleno, le comunità arcobaleno…”).

Che noia questo mantra dei soliti babbei del “Dov’è lo Stato?”.

Lo stato (rigorosamente con la minuscola) non deve occuparsi di queste cose. Si lascino le famiglie libere di organizzarsi o meno come meglio credono. Che, finalmente, sia permesso tutto quello che non è vietato dalla legge. Ciò significa che meno leggi si fanno più si è liberi. Come pure si diventa più liberi depenalizzando, quando necessario, le leggi esistenti.

Ma per delegificare e depenalizzare, innanzitutto, si deve essere d’accordo, non tanto sul contenuto delle leggi, quanto sulla necessità di cancellare l’idea stessa di stato etico ed educatore.

Accordo che per ora non c’è. Di qui, le cosiddette campagne d’odio, la solita manfrina statalista, eccetera, eccetera. Che noia.

Carlo Gambescia

sabato 18 giugno 2022

L’umiltà cognitiva di Aldo La Fata


Una raccolta di recensioni  può essere  buona o cattiva opera. Dal momento che la resa finale dipende dalle capacità e dalla cultura del recensore.

Sotto questo aspetto da  Aldo La Fata, principale animatore e organizzatore del pensiero metapolitico italiano,  non ci si poteva aspettare di meglio. Per dirla alla buona, Aldo –   che chiamiamo una tantum  per nome  perché è un amico –  resta  una certezza. Un macinatore implacabile di  letture su letture.

Inoltre, cosa che lo distingue dalle mezze tacche del copia e incolla,  La Fata è uno studioso che non fa mai pesare la sua erudizione sull’interlocutore: un uomo colto e  tranquillo. Probabilmente perché sorretto da una grande fede in Dio. Sicché, si può permettere, e con ragione (almeno dal suo punto di vista), di contemplare i secoli dall’alto.  Ma non è neppure sprovvisto, come vedremo più avanti,  di una altrettanto grande umiltà cognitiva.

Nella luce dei libri. Percorsi di lettura di un “cavaliere errante” (Solfanelli *) quindi  non delude. Di più: siamo al cospetto di  un testo che dispiace chiudere, una volta  giunti, e in un soffio, all’ultima pagina.

Si tratta, come dicevamo, di  una raccolta di scritti, in particolare recensioni  a  volumi  che   ruotano  intorno a grandi questioni.  Ad esempio, solo per fare un breve elenco: il  rapporto tra  metafisica e  metapolitica; la  relazione  tra conoscenza e religione;  l’interazione tra  fede e filosofia della storia; i  legami tra  simbolismo e  realismo cognitivo.  Testi  usciti tra il 1999 e il 2021 sulla rivista “Metapolitica” e sul sito web, “Il Corriere metapolitico”, che ora dà  il nome anche  a una notevole  rivista quadrimestrale, diretta sempre da Aldo La Fata.

Quel che subito colpisce è la capacità di giudizio: quell’andare subito al nocciolo della questione, dopo un preliminare quanto sempre giustificato approfondimento bibliografico. Sotto questo aspetto informativo le recensioni di La Fata  sono una miniera d’oro.

La Fata scava nelle profondità storiche,  senza però mai  trascurare le coordinate. Che nel suo  caso rimandano  alla  verticalizzazione del pensiero:  dio esiste.  E prima ancora all’ esame di coscienza del letterato (per dirla con un grande critico, morto  giovanissimo in guerra, la Prima,  oggi dimenticato): esiste  però anche l’uomo.

In sintesi,  trascendente e  immanente comunicano sempre, e in modo naturale.  Qualche esempio:

[Mircea Eliade:] “Un uomo di genio, e tale fu Mircea Eliade, è sempre qualcosa di più di quello ch’egli sa di se stesso o di quello che gli altri ne  pensano. È vero che Egli scelse l’avventura e il mare aperto piuttosto che gli approdi definitivi e che preferì la tensione spirituale  e la ricerca costante  piuttosto che la stabilità di una fede. Ma è anche vero  che si riconobbe naufrago e con un bisogno a volte lancinante di tornare a casa” (p.19).

[Benedetto Croce] “Quella Chiesa  che aveva coraggiosamente e per ispirazione saputo far suoi, adattandoli e rinnovandoli dal di dentro, tradizioni, culture e principi a lei lontanissimi, ora sembrava a Croce languire in una sorta di rigor mortis”.

Nonostante ciò, non  mancava a Croce, in particolare nei suoi ultimi anni,

“la coscienza finalmente acquisita che la civiltà per essere tale non può fare a meno, come scriveva nel 1942,  da Sorrento ‘ di un riferimento continuo a quello che ci supera e che è eterno’ ” (p.23).

Sono solo due esempi di un cristianesimo verticale e orizzontale al tempo stesso,  che secondo  La Fata, connota  ogni   anima  “naturaliter Christiana”.  Un cristianesimo che guarda verso l’alto,  senza trascurare le sue radici  in basso. Un cristianesimo  frutto  di   un’introspezione che  eleva e unisce, non dimentico delle limitatezze ironiche della natura umana. Una visione totale, non totalitaria  che si fa metafisica e metapolitica.

Il lettore non si spaventi per la natura ardua dei temi trattati: l’approccio di  Aldo  La Fata, non  è  mai esegetico nel senso specialistico e restrittivo  del termine.  Inoltre lo stile espositivo è sempre brillante (altro suo dono).

Però, ecco il punto, in ultima istanza, piaccia o meno,   tra un approccio storicistico, se si vuole materialistico-orizzontale,   e un approccio di tipo spirituale-verticale, egli privilegia quest’ultimo. Insomma tra alto e basso c’è comunicazione, però l’ultima parola rinvia  all’Assoluto, con l’iniziale maiuscola.  Si legga quanto egli  scrive, in chiave dirimente,  nella notevole  recensione a un  libro di G.G. Stroumsa. Vi si affronta la questione del rapporto tra esoterismo giudaico e cristianesimo delle origini.

“ Ci permettiamo di far osservare allo studioso israeliano che l’origine di certe idee e dottrine si trova nell’esperienza spirituale stessa. La vera matrice  è trascendente e non storica.  Inoltre, non possiamo accettare l’idea che l’esoterismo sia semplicemente il risultato di una giustapposizione di vari  elementi di diversa provenienza combinati insieme (pertanto né più né meno  che un sincretismo culturale).  È un’idea, quest’ultima,  che va sempre più imponendosi, ma che dovrebbe ripugnare a ogni autentico spirito religioso, giacché  si tratta di un modo come un altro per oltraggiare la Verità che quando è tale scaturisce sempre dalle profondità dell’anima e non da processi mentali  e culturali (pp. 51-52, corsivo nel testo).

Insomma, come La Fata scrive più avanti, a proposito del messianesimo politico,

“la storia non può generare metastoria e (…) la metastoria non può dissolversi nelle leggi della storia” (80).

Di qui il necessario  compito di destoricizzare  la realtà, imponendo l’importanza di un  Assoluto,  che però  non  va  mai  confuso con improbabili età dell’oro situate nel passato o prossime venture utopie,  articolate   in chiave secolare. Detto altrimenti:  materialismo storico e antropologico come vicolo cieco di un realismo però necessario, che può trovare la sua salvezza solo  rivolgendo  gli occhi al cielo. Attenzione, rivolgere nel senso di orientare, di guardare in una direzione. Senza però ignorare tutto il resto. Perché, sebbene nella certezza dell’impegno spirituale,  la corda cognitiva  di La Fata resta sospesa tra la storia e  metafisica, tra politica e metapolitica:  un equilibrio difficile ma coraggioso tra Terra e Cielo.

Fermo restando che il Cielo resta il Cielo… Insomma, che non è un travestimento, per quanto abile, dell’immanente. Convinzione di cui La Fata non fa mai mistero. Come si può leggere.

“La nostra metapolitica che ereditiamo da Silvano Panunzio è ‘all’insegna dell’oltre”, mentre la metapolitica di Carlo Gambescia è all’ insegna dell’ hic et nunc e cioè del  “qui ed ora’. I linguaggi, i valori disciplinari,  dottrinari e teorici dei due punti di vista sono assai diversi anche se entrambi motivati da una sincera ricerca della verità e del bene comune. Per noi la politica non si risana con un’analisi sociologica orizzontale, ma offrendo ad essa unsupplemento di senso verticale. E questo supplemento di senso non richiede una nuova disciplina o un nuovo approccio epistemologico, ma una conversione del suo significato in senso metafisico e spirituale” (p.118, corsivi nel testo).

Ne prendiamo atto.   Anche se, come in seguito ammette lo stesso La Fata, quasi  ammonendoci, la strada della metapolitica  è irta di ostacoli,    soprattutto quando si rinuncia  a ogni tipo di  teodicea: di spiegazione del rapporto tra la giustizia divina e l’ingiustizia del mondo. Scrive La Fata:

“ Su questo punto la metapolitica di Silvano Panunzio che crede, per così dire  in un ‘Dio interventista” si discosta  notevolmente  dalla metapolitica di Carlo Gambescia che occupandosi delle sole ‘regolarità sociali’ lascia  Dio alla teologia o alla metafisica, riducendolo  sostanzialmente ad un ‘inoperante’ almeno sul piano storico” (pp. 154-155).

Giusto. Però, forse,   un canale di trasmissione, comunicazione, collegamento, tra le due linee (verticale  e orizzontale)  della metapolitica,  può  essere rappresentato  da quella  “Metafisica del paradosso”, sviluppata in due volumi  da Bruno Bérard, alla quale La Fata dedica pagine interessantissime.  Ascoltiamolo.

“ Il secondo volume mette a tema  la metafisica  del paradosso’ precisando cosa si debba intendere  per ragione, intelligenza e conoscenza e quali rapporti intercorrano tra credere, sapere, conoscere. In seguito si entra nel  merito  di quella che l’autore definisce ‘conoscenza paradossale’ che sconfina nell’intuizione sovrarazionale  e nell’esperienza mistica. Bérard dimostra che in tutti i campi del sapere nessuno escluso, non abbiamo altro  che una lunga serie di conoscenze e conclusioni paradossali, sofismi, paralogismi, idiosincrasie, contraddizioni, petizioni di principio, ragionamenti imperfetti, dimostrano da una parte, l’impossibilità umana di pervenire a una conoscenza certa, e dall’altra, l’inanità del pensiero sistematico autoreferenziale” (pp. 159-160).

Non si può non concordare.  Siamo nell’ambito dell’eterogenesi  dei fini sociali.  Detto altrimenti, che cosa c’è di più  paradossale, di ironico se si vuole,  del perseguire il bene sul piano delle intenzioni, per conseguire il male su quello dei fatti?   La  buona  metapolitica non può fare a meno di ammettere il ruolo degli effetti imprevisti di ricaduta sociale delle scelte degli uomini. Insomma nell’agire sociale, le buone intenzioni non sono sufficienti. Verità sgradevole, ma verità.

Dietro tale accettazione  non può che esservi  una grande  umiltà cognitiva, come necessario punto  di raccordo, per chi vi creda,   tra le linee  verticali e orizzontali della metapolitica.  Un’ umiltà capace di nascere  dalla coscienza, naturaliter della cose. Si chiama, ripetiamo,  umiltà cognitiva. E crediamo che Aldo La Fata, anima Christiana, non ne sia privo. Anzi.

Certo,  un’umiltà che   per il credente rinvia all’opera di  Dio,  mentre per il non credente, si possono usare i versi di Montale:

La storia non è poi/ la devastante ruspa che si dice./ Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli./ C’è chi sopravvive.” (“La storia”, Satura I).

Si dirà che sopravvivere non è vivere. Certamente.  Però l’umiltà cognitiva, semplicemente naturaliter, per scoprire i  pertugi della storia e della sociologia così ben versificati da Montale,  è già qualcosa.

Il  fatto che il punto di intersezione tra le due linee della metafisica e della fisica (verticale e orizzontale)  sia opera o meno  di Dio  resta un mistero. Sul punto La Fata, probabilmente concorderà.

Insomma, siamo dinanzi  a un misterioso agire che  almeno a nostro avviso rinvia, come credenza sociale,  alla sfera  della fede,  del trascendente e,  un  gradino sotto, del sacro.

Fede  che vi può essere come non  vi può  essere.  Resta invece importante l’umiltà cognitiva, come consapevolezza, sul piano profano (due o tre gradini sotto il sacro…), del paradosso storico e sociologico.

Del resto  nel  Vangelo di   Matteo, non si legge forse, tra gli insegnamenti del Cristo, quel “Beati gli umili, perché a loro appartiene il Regno dei Cieli”?

Carlo Gambescia

(*) Aldo La Fata, Nella luce dei libri. Percorsi di lettura di un “Cavaliere errante”, Solfanelli, Chieti 2022, pp. 192, euro 14,00 (https://www.edizionisolfanelli.it/nellalucedeilibri.htm ).