Non diciamo nulla di nuovo. Però.
C’è un piccolo esperimento che chiunque può fare, su una qualsiasi home page di un’agenzia o di un quotidiano. Basta osservare come sono disposte le notizie.
Questa mattina, sulla home page dell’ANSA, una grande fotografia mostra Donald Trump in apertura internazionale. Il titolo riguarda il rinvio della firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran e le tensioni sullo Stretto di Hormuz. Notizia importante, senza dubbio: posizione centrale, massima evidenza.
Poco più in basso compare un’altra notizia che riguarda ancora Trump, ma su un piano diverso: non la geopolitica, bensì la libertà di stampa. Il titolo richiama l’appello del direttore del “New York Times” a resistere agli attacchi del presidente americano.
La notizia c’è. Nessuno l’ha censurata. Nessuno l’ha nascosta. Eppure la differenza è evidente.
Una occupa lo sguardo del lettore. L’altra rischia di restare sullo sfondo. Una è “da apertura”. L’altra è “da scorrimento”.
Qualcuno potrebbe obiettare: semplici questioni di valutazione giornalistica della rilevanza. Ed è vero: ogni redazione costruisce quotidianamente una gerarchia. Non tutte le notizie possono stare in prima fila.
Ma proprio qui emerge il punto.
Se la libertà di stampa è uno dei valori fondativi delle democrazie liberali, perché uno scontro tra il presidente degli Stati Uniti e uno dei principali quotidiani americani non viene considerato una notizia di primo livello?
La questione non riguarda soltanto l’ANSA. Riguarda il funzionamento complessivo dell’informazione contemporanea.
Siamo abituati a pensare alla censura come a un divieto esplicito. Ma nelle democrazie avanzate il meccanismo è più sottile: le notizie vengono pubblicate quasi tutte. Il punto decisivo diventa un altro: quali vengono valorizzate, quali restano in primo piano e quali finiscono ai margini.
Il problema, in altre parole, non è solo ciò che si pubblica, ma la costruzione dell’agenda delle priorità.
Donald Trump non è soltanto il presidente degli Stati Uniti. È anche un interprete di una cultura politica che mostra crescente insofferenza verso alcuni principi del liberalismo costituzionale: autonomia delle istituzioni, limiti del potere esecutivo, pluralismo dell’informazione, ruolo dei corpi intermedi. In questo contesto, diversi osservatori hanno parlato di derive illiberali o autoritarie. Non pochi addirittura di incipiente pericolo di un nuovo fascismo.
Proprio per questo colpisce la relativa debolezza con cui una parte dell’informazione occidentale tende a trattare questi aspetti.
Non si tratta di condividere o meno le posizioni di Trump. Si tratta di riconoscere che, quando un leader politico entra in tensione con l’autonomia della stampa, la questione difficilmente può essere relegata a fatto secondario.
Sia chiaro: questa non è la critica tradizionale della sinistra radicale, che interpreta Trump soprattutto come espressione dell’oligarchia economica o del grande capitale globale. La nostra è un’altra prospettiva: riguarda il rapporto tra potere e libertà. È una critica liberale, non anticapitalista; costituzionale, non identitaria o classista.
Non tutti i ricchi sono oligarchi, così come non tutti gli imprenditori sono nemici della società aperta. La storia occidentale è piena di figure economiche che hanno sostenuto università, ricerca, pluralismo e libertà civili. Si pensi, in Italia, alla figura di Adriano Olivetti. Oppure, negli Stati Uniti, a diversi imprenditori e finanziatori che hanno preso posizione contro derive illiberali.
Lo stesso George Soros, spesso trasformato in bersaglio politico, rappresenta un esempio controverso ma significativo: al di là delle valutazioni di merito, ha destinato risorse ingenti alla promozione di società aperte e istituzioni democratiche.
La distinzione decisiva non passa dal patrimonio, ma dal rapporto con il potere. L’oligarca non è semplicemente il ricco: è colui che utilizza la propria forza economica per indebolire i contrappesi istituzionali o ridurre gli spazi del dissenso.
Per questo, al vero liberale, non preoccupa la ricchezza in sé, ma il suo possibile uso politico contro le garanzie della società aperta.
La libertà non si difende attaccando il liberalismo, ma rafforzandone le istituzioni.
E questo vale anche per l’informazione. Per un’agenzia come l’ANSA, che rappresenta uno dei cardini del sistema informativo italiano, la gerarchia delle notizie non è un dettaglio tecnico: è una forma di responsabilità pubblica. Diremmo addirittura di responsabilità liberale.
Eppure si percepisce una certa cautela. Come se la critica alle tensioni tra politica e stampa, quando riguarda leader popolari, magari democraticamente eletti ma prepotenti, fosse diventata più difficile o meno centrale rispetto al passato.
Non è solo un problema americano. È un problema che riguarda l’Occidente e il suo rapporto con i propri principi.
Per decenni le democrazie liberali hanno indicato la libertà di stampa come uno dei loro tratti distintivi. Oggi, però, sembra emergere una certa esitazione nel difenderla con la stessa nettezza quando viene messa in discussione dall’interno.
È una dinamica che merita attenzione. Perché la libertà di stampa non si indebolisce soltanto quando viene repressa. Può erodersi anche quando smette di essere considerata una priorità.
E quando questo accade, la gerarchia delle notizie non è più soltanto una scelta editoriale. Diventa un indicatore più ampio. Talvolta - oggi sempre più spesso - anticipa la gerarchia dei valori. E quando i valori liberali finiscono in fondo alla pagina non è solo una notizia. Perché è in gioco il loro stesso ruolo pubblico come principio e pratica della libertà.
Carlo Gambescia
































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