La scissione di Roberto Vannacci, il carismatico generale, non segnala una frattura improvvisa nella destra italiana. Al contrario, ne rende finalmente visibile la traiettoria.
Vannacci non arriva dal nulla: è l’espressione più esplicita di un processo lungo trent’anni, che dal 1994 a oggi ha spostato progressivamente l’asse della destra italiana verso posizioni più radicali, sul piano simbolico, culturale e politico.
Se si osserva la sequenza nel suo insieme, badando ai leader effettivi — Berlusconi (1994-2011), Bossi e la Lega Nord (1989-2013), Fini (Alleanza Nazionale, 1995-2009), Lega per Salvini (2017-2019) e Meloni (2012-2026) — emerge una continuità fatta di slittamenti successivi, non una serie di rotture. Una dinamica che scorge in Vannacci (2023-2026) una specie di punto di arrivo. Ogni leader normalizza un lessico, un’immagine del potere e una cultura politica che il precedente aveva preparato.
Gianfranco Fini appare come un corpo estraneo, non come un anello mancante. Il suo tentativo di “democratizzare” la destra — tardivo e incompleto — si colloca controcorrente rispetto al movimento reale del campo politico.
Fini prova a portare la destra dentro un orizzonte liberal-democratico quando le condizioni politiche e culturali vanno già in direzione opposta. Viene così schiacciato dal processo che cerca di correggere: l’uomo sbagliato nel momento giusto, o forse il momento sbagliato per l’uomo giusto.
La malinconica parabola di Futuro e Libertà per l’Italia (2010-2015) non interrompe la deriva della destra italiana; ne conferma piuttosto la forza.
Berlusconi inaugura il ciclo presentandosi come campione della libertà e del mercato. Ma nella pratica il berlusconismo governa attraverso uno statalismo selettivo: lo Stato non arretra, cambia destinatari. Non un capitalismo concorrenziale, bensì un uso proprietario del potere pubblico. Le istituzioni restano in piedi, ma diventano strumenti di protezione normativa e rendita. Il liberalismo è più linguaggio che ethos, lessico di legittimazione più che cultura della libertà responsabile.
Questa origine segna tutto ciò che segue. Una destra democratica nasce quando accetta regole che possono danneggiarla, riconosce il conflitto come istituzionale e l’avversario come legittimo. La destra italiana post-1994 nasce invece contro lo stato liberale: il potere è da difendere, la legge è percepita come ostacolo personale o di parte. Da qui, la progressiva delegittimazione delle istituzioni e dell’interesse pubblico.
Differenziare Bossi da Salvini è cruciale. Mentre il leader storico della Lega manteneva un profilo relativamente moderato e politico ( comunque tentava), Salvini radicalizza azione e linguaggio, trasformando l’identità nazionale in arma di pressione e polarizzazione. Con lui la destra abbandona l’impianto fintoliberal-populista e assume apertamente tratti nazionalisti e sovranisti.
Il governo gialloverde (2018-2019) rappresenta lo spartiacque: non tanto per le singole politiche, quanto per ciò che diventa legittimo dire e pensare: confini come ossessione identitaria, nemico interno come collante politico, sicurezza come valore centrale, stato di diritto come variabile negoziabile. Lo stato non è più solo favore selettivo: diventa strumento politico diretto.
Con Giorgia Meloni questa cultura politica entra stabilmente nelle istituzioni. Non più rottura, ma normalizzazione: governo responsabile, disciplinato, sobrio nel linguaggio, ma con un orizzonte chiaro: nazione, ordine, autorità, tradizione. L’estremismo non è più spettacolare, ma amministrativo e quindi più pervasivo.
In questo contesto diventa possibile il “fenomeno” Vannacci, emerso nell’estate del 2023. Qui le spinte più radicali della destra si mostrano in forma visibile: rivendicative, rumorose, e orientate all’identità come gerarchia sociale. La sua uscita dalla Lega non rompe la traiettoria, la chiarisce: in queste ore l’estremismo viene provvosoriamente collocato ai margini per rendere il finto centro più presentabile. Probabilmente la destra lo attaccherà, ma lingua e finalità sono identiche.
Un precedente storico “vannacciano”, seppure di origime missina, si intravede già nel 1995 con Pino Rauti e la Fiamma Tricolore, nati dalla scissione interna al Movimento Sociale Italiano contro la “svolta di Fiuggi” di Fini. Rauti rappresentava una destra identitaria prematura rispetto al processo in corso, rivendicando identità e gerarchie, anticipando dinamiche oggi pienamente visibili.
Discorso che può essere esteso alle microformazioni politiche a destra di Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. In questa prospettiva, può essere utile ricorrere alla distinzione concettuale tra fascismo come regime e fascismo come movimento. Che permette di leggere la tensione tra regimisti e movimentisti, anche dopo il 1994, come una sorta di deriva dei continenti: masse ideali che si spostano, si avvicinano o si fratturano nel tempo, generando, o comunque muovendosi all’interno di quello che potremmo definire un “fascismo 2.0”, come punto di arrivo della dinamica involutiva qui descritta da Berlusconi a Vannacci.
Come recita una specie di Ecclesiaste politico: c’è un tempo
per ogni cosa, e un tempo per ogni attività sotto il cielo. Ora
potrebbe essere il tempo del generale Vannacci: l’uomo giusto nel
momento giusto.
Il giudizio su Vannacci va collocato in questa dinamica più ampia, prescindendo dai possibili risultati elettorali. La sua rilevanza sta nel ruolo di indicatore politico: prova fino a che punto il discorso pubblico e istituzionale si è spostato su posizioni sempre più radicali.
Letta così, la parabola Berlusconi-Vannacci è coerente: in Italia non si è mai consolidata una destra pienamente democratica, capace di interiorizzare liberalismo, stato di diritto, alternanza e regole istituzionali. Il consenso ha sempre contato più delle norme.
La scissione di Vannacci non segnala una crisi della destra italiana, ma la sua “maturazione” interna. Dopo trent’anni, il percorso è completo: dal populismo proprietario al nazionalismo identitario, dal mercato come slogan allo Stato come strumento di comando, dal consenso al disciplinamento. Con Vannacci, si ritorna a una pericolosa logica di appartenenza definita dai tratti somatici: “Gli italiani sono di pelle bianca e hanno tratti tipicamente caucasici; chi ha i tratti del Centrafrica e la pelle nera non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani" (*).
Esageriamo? Valuti il lettore.
Comunque sia, Vannacci non è un incidente di percorso: ma il portato di un processo che risale al 1994 e che difficilmente si fermerà qui.
Carlo Gambescia






























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