Il durissimo attacco di Donald Trump al Papa — non alla Chiesa, si badi bene — ha già prodotto la solita reazione pavloviana: c’è chi parla di scisma, di rottura epocale, di ritorno dell’anticlericalismo.
Francamente, non hanno capito nulla.
Qui non siamo davanti a una ribellione religiosa, né a una
contestazione della Chiesa in quanto tale. Siamo davanti a qualcosa di
più interessante e, se vogliamo, più antico: un nuovo capitolo della
lotta per le investiture.
Tredici anni fa, in un articolo che oggi torna utile rileggere, il professor Dalmacio Negro descriveva una dinamica classica: l’attacco alla Chiesa come tratto tipico della modernità politica, soprattutto nella sua versione progressista e anticlericale. Era, che piaccia o meno, una lettura storicamente solida (*).
Ma proprio per questo, oggi, colpisce per contrasto. Perché ciò che vediamo non rientra più in quello schema.
Il riferimento alla lotta per le investiture non è una metafora ornamentale. Nel grande conflitto medievale tra Enrico IV e Gregorio VII, il nodo non era la fede, né la dottrina. Era il potere di legittimazione: chi ha il diritto di investire i vescovi, e dunque di conferire autorità? Chi, in ultima istanza, dà senso al potere?
Mutatis mutandis, è esattamente ciò che ora sta accadendo.
Trump non attacca la religione. Non gli interessa smontarla, come facevano i liberali dell’Ottocento. Al contrario: tende ad appropriarsene, a utilizzarne linguaggio e simboli.
Il problema nasce quando quella stessa autorità religiosa — il Papa — non si lascia ridurre a funzione di supporto. Quando parla con una voce propria, su temi che eccedono la politica nazionale: pace, migrazioni, giustizia.
A quel punto, lo scontro è inevitabile.
Ma attenzione: non è uno scontro tra politica e religione. È uno scontro sul terreno della legittimazione simbolica.
Ed è qui che la figura di Trump mostra la sua specificità. Non siamo davanti a un anticlericalismo classico, ma a qualcosa di più ambiguo: una politica che, mentre attacca un’autorità religiosa concreta, tende al tempo stesso a rioccupare lo spazio del sacro.
Non è solo questione di parole. È una questione di rappresentazione. In certe immagini e posture pubbliche, il leader non si limita a governare: si presenta come figura centrale, carismatica, quasi salvifica. Non contesta il sacro — lo incorpora.
Il risultato è una tensione strutturale: da un lato, una Chiesa che rivendica autonomia morale; dall’altro, una politica che non tollera concorrenti su quel terreno.
Detta brutalmente: non siamo davanti a un anticlericalismo, ma a una forma di clericalismo senza Papa.
E qui il discorso di Negro torna, ma per rovesciamento. Quando, da profondo studioso di cose politiche, descriveva un conflitto tra Chiesa e forze che volevano emanciparsene, oggi assistiamo a qualcosa di diverso: una competizione per l’investitura, per il controllo dell’autorità simbolica. Che, come vedremo, rischia addirittura di andare oltre la stessa lotta per le investiture.
In questo quadro, colpisce anche la difesa offerta da Giorgia Meloni: una difesa che resta sul piano formale, quasi notarile, come se il problema fosse riducibile ai toni o all’etichetta istituzionale. Ma qui non è in gioco il galateo del potere. È in gioco la sua natura. Limitarsi a richiamare le buone maniere significa, di fatto, evitare il punto decisivo.
Se questo è il quadro, parlare di scisma è fuorviante.
Come detto, la posta in gioco è un’altra: chi detiene oggi il potere di investitura simbolica.
Ed è proprio qui che il discorso si fa più inquietante. Perché quando la politica non si limita a esercitare il potere, ma tende a rivestirsi di una funzione salvifica, quando il leader non governa soltanto ma pretende di incarnare il senso stesso dell’ordine, allora il salto è già compiuto.
Non siamo più nel conflitto medievale tra due autorità distinte. Siamo oltre. Siamo in una dinamica in cui una sola pretende di assorbirle entrambe.
Ed è esattamente da questa pretesa — non dal conflitto, ma dalla sua cancellazione — che nascono le forme del nuovo totalitarismo del XX secolo. Fenomeno sconosciuto al Medioevo, non perché mancasse la costrizione, ma perché mancava l’unità del comando simbolico: si poteva anche non sottrarsi al cristianesimo come orizzonte comune, ma non esisteva un potere capace di identificarsi integralmente con esso.
Qui non c’entra Benedetto Croce e il suo “non possiamo non dirci cristiani”, cioè un cristianesimo interiorizzato, postumo, quasi culturale. Qui accade l’opposto: non è la società che si riconosce in un’eredità religiosa, è il potere che tenta di incarnarla.
E quando il potere non si limita a governare ma si presenta come fonte ultima di senso, quando non chiede obbedienza ma adesione, quando non amministra ma redime, allora il passaggio è compiuto.
Non è più politica. È teologia politica senza trascendenza.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2013/02/larticolo-del-professor-dalmacio-negro.html#comment-form .La foto di copertina è stata realizzata con l’ausilio di ChatGPT.








































