mercoledì 15 luglio 2026

La sconfitta di Giorgia Meloni e il Parlamento che c'è ancora

 


Per un voto. Tanto è bastato perché Giorgia Meloni incassasse la prima vera sconfitta parlamentare della legislatura su una questione che aveva personalmente rivendicato: il ritorno delle preferenze. In realtà, più che un ritorno, si trattava di una loro versione ridotta, poiché la maggioranza dei parlamentari avrebbe continuato a essere selezionata dai vertici dei partiti.

La premier ha commentato amaramente: “Ha vinto la palude”. Le opposizioni, al contrario, hanno festeggiato come se fosse caduto il governo, arrivando perfino a chiederne le dimissioni.

Entrambe le reazioni colgono solo una parte del problema. La vicenda racconta infatti qualcosa di più interessante della semplice conta parlamentare.

 


Anzitutto, il voto segreto ha ricordato una verità che negli ultimi anni sembrava dimenticata: il Parlamento esiste ancora. I franchi tiratori sono un’antica figura della politica italiana, quasi scomparsa nell’epoca dei leader carismatici, dei partiti verticali e della comunicazione social. Eppure sono riapparsi proprio quando la disciplina di partito sembrava assoluta.

È quasi un paradosso. Mentre il governo proponeva di restituire agli elettori una parte della scelta attraverso le preferenze, alcuni parlamentari hanno esercitato la propria libertà contro il governo.

Non si deve però storcere la bocca ed evocare paludi. Le istituzioni conservano sempre un margine di imprevedibilità. Ed è proprio questa imprevedibilità che distingue una democrazia parlamentare da un sistema plebiscitario.

Del resto, il parlamentare non è un delegato del partito né un semplice alzatore di mano. Rappresenta la Nazione, come ricorda l’articolo 67 della Costituzione. Nessun vincolo di mandato, per giunta imperativo. Può quindi cambiare idea, dissentire e perfino votare contro il proprio governo. È il prezzo – e insieme la ricchezza – della democrazia rappresentativa. Il franco tiratore non è sempre un traditore: talvolta è l’ultimo erede di una tradizione parlamentare liberale che riconosce al rappresentante il diritto – e la responsabilità – di votare secondo coscienza.



Ma sarebbe un errore fermarsi qui.

Le preferenze (tra l’altro, come detto, introdotte in misura limitata) non sono il vero cuore della riforma elettorale. Possono piacere oppure no. Possono rafforzare il rapporto tra eletti ed elettori, ma possono anche riaprire la competizione clientelare e territoriale all’interno dei partiti. È un dibattito antico e legittimo.

Il vero nodo è un altro.La proposta del governo concentra l’attenzione sulle preferenze, ma gli aspetti decisivi riguardano il premio di maggioranza e il quorum necessario per ottenerlo.

Se una coalizione può conquistare una larga maggioranza parlamentare senza raggiungere la maggioranza assoluta dei voti, il rapporto tra consenso popolare e rappresentanza si altera inevitabilmente. La governabilità aumenta, ma il pluralismo diminuisce.

Naturalmente nessuna legge elettorale modifica formalmente i poteri del Parlamento. Le Camere restano quelle previste dalla Costituzione.



Ciò che cambia è la loro funzione politica.Un premio di maggioranza molto ampio rischia infatti di trasformare progressivamente il Parlamento da luogo della rappresentanza e della mediazione in organo prevalentemente destinato a sostenere l’esecutivo. Il problema, dunque, non è giuridico. È istituzionale.

Ed è qui, come accennato, che emerge il paradosso della riforma.

Da una parte si amplia, almeno in teoria, la libertà dell’elettore di scegliere il proprio parlamentare. Dall’altra si rafforza ulteriormente il potere del governo nei confronti del Parlamento.

Più scelta nella selezione delle persone. Meno peso politico dell’assemblea nel suo complesso. È una contraddizione che meriterebbe un dibattito molto più approfondito delle polemiche di queste ore.

Ma anche le opposizioni sembrano guardare nella direzione sbagliata.

Esultare per una sconfitta parlamentare della maggioranza è comprensibile. Molto meno comprensibile è trasformare ogni incidente d’Aula nella prova che il governo sarebbe ormai al capolinea.



Le elezioni non si vincono sperando nei franchi tiratori. Si vincono costruendo un’alternativa credibile.

Ed è proprio qui che la sinistra continua a mostrare le sue maggiori difficoltà. Invece di interrogarsi su quale idea di stato, di mercato, di libertà economica e di cittadinanza voglia proporre all’Italia, preferisce spesso rifugiarsi nella logica dell’anti-melonismo.

Non basta evocare nuove patrimoniali o un maggiore intervento pubblico per costruire un programma riformatore. Al contrario, il rischio è confermare l’immagine di una sinistra ancora prigioniera di una cultura statalista che fatica a parlare ai ceti produttivi, ai professionisti e persino a una parte consistente del lavoro dipendente.



La vera sfida non consiste nel far cadere il governo durante la legislatura. Consiste nel convincere gli italiani che esiste una proposta di governo migliore.

Finora, da entrambe le parti, questa discussione resta sullo sfondo. E forse è proprio questa la vera palude della politica italiana.

Carlo Gambescia

 

martedì 14 luglio 2026

Quando la Bastiglia fa ancora paura

 


C’è un meme satirico di Osho (al secolo Federico Palmaroli) pubblicato da “Il Tempo” che merita più attenzione di quanta sembri.

Il presidente francese Emmanuel Macron festeggia il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia. La battuta è affidata alla moglie Brigitte: "Che hai fatto all’occhio?". E Macron risponde: "M’ha menato ‘n moje quando l’ho chiesto se ha partecipato alla presa della Bastiglia".

L’intento è far sorridere. Ma i meme, come gli aforismi, hanno una caratteristica particolare: condensano in poche parole un intero immaginario. Non sono semplici battute. Sono proiettili della guerra culturale.

Il bersaglio immediato è Macron. Ma il bersaglio simbolico è un altro: la Rivoluzione francese.



Infatti nel titolo (probabilmente redazionale) che rinvia a un articolo che demolisce la Rivoluzione francese, la Bastiglia viene evocata non come il luogo da cui prende avvio la stagione dei diritti, della cittadinanza moderna e dell’uguaglianza civile, ma come l’anticamera del Terrore. In altre parole, il 1789 viene assorbito dal 1793. Nel meme, la Bastiglia non è il simbolo della libertà moderna, ma il prologo della ghigliottina. Osho deride, e un tale Ferrero (non Guglielmo...) inanella,  tipo percorso fin troppo guidato,  citazioni contro la Rivoluzione.  È questa sostituzione simbolica che merita attenzione. 

Naturalmente nessuno storico serio nega gli orrori del Terrore giacobino. Sarebbe assurdo. Ma identificare l’intera Rivoluzione francese con Robespierre significa cancellare tutto il resto: la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, l’abolizione dei privilegi feudali, l’idea moderna della sovranità popolare, il principio dell’uguaglianza davanti alla legge.



È come raccontare il Risorgimento attraverso il solo brigantaggio o la Resistenza attraverso le vendette del dopoguerra. Si prende una parte, la più drammatica, e la si trasforma nell’essenza del tutto.

È qui che il meme acquista un significato ideologico.

Non è un caso isolato. Da tempo una parte della destra non si limita a criticare gli esiti della modernità. Tende piuttosto a delegittimare il momento storico che ne rappresenta l’origine simbolica: il 1789. La Rivoluzione francese non è più interpretata come un evento complesso, ricco di conquiste e di tragedie, ma come il peccato originale dell’Occidente contemporaneo. Ritorna, insomma, la leggenda nera della Rivoluzione.

Questa lettura si inserisce nella grande tradizione controrivoluzionaria europea: da Joseph de Maistre e Donoso Cortés, passando per i fascismi novecenteschi, fino a molte correnti del conservatorismo identitario contemporaneo. Una tradizione interpretativa che oggi sembra riaffiorare in forme nuove e ancora più maligne.

 


La novità, infatti, non riguarda il contenuto, bensì il linguaggio.

Quella visione del mondo non viene più trasmessa attraverso ponderosi trattati di filosofia politica. Circola nei meme, nelle immagini virali, nelle battute di poche righe. La cultura digitale diventa il veicolo di una precisa interpretazione della storia. E di cui la destra si è praticamente impadronita.

C’è poi un dettaglio significativo.

Il meme ironizza anche sull’età di Brigitte Macron, facendo leva sulla differenza anagrafica tra i coniugi. Una scelta di gusto discutibile, che poco aggiunge alla satira politica. Del resto, ci si può chiedere se la stessa ironia verrebbe riservata all’altezza di Giorgia Meloni o ad altri tratti fisici di leader politicamente più vicini al giornale. La satira è libera, ma raramente è neutrale: anche le sue irriverenze seguono una geografia politica.

Naturalmente “Il Tempo” è libero di pubblicare il meme che preferisce, così come Osho è libero di prendere di mira chi vuole. Non è questo il punto.



Il punto è un altro: i meme non fanno soltanto ridere. Costruiscono memoria, selezionano simboli, suggeriscono interpretazioni della storia. E quando un quotidiano nazionale sceglie di rappresentare la Bastiglia quasi esclusivamente attraverso il Terrore, ci dice qualcosa che va ben oltre Macron.

Ci dice che, a più di due secoli di distanza, per una parte della destra italiana il 14 luglio continua a rappresentare non l’inizio della libertà moderna, ma il peccato originale dell’Occidente.

Carlo Gambescia

lunedì 13 luglio 2026

L’anti-Antifa. Trump e la “fabbrica” del nuovo nemico

 


Il titolo de “il Giornale” ha natura simbolica: “La sinistra difende i terroristi rossi”.

Non è soltanto un titolo. È una dichiarazione ideologica. Segnala che qualcosa è cambiato nel modo in cui una parte della destra interpreta il conflitto politico.

L’occasione è il vertice internazionale convocato dall’amministrazione Trump contro la violenza attribuita alle reti Antifa, al quale parteciperà anche l’Italia, non sappiamo ancora a quale livello. Ma al di là di questo aspetto si tratta di una scelta prevedibile ma non per questo priva di precise implicazioni politiche e culturali. Come del resto sono scontate le critiche della sinistra. Che va detto, almeno in questa occasione, vede lungo.

Sia chiaro. Nessun liberale può provare simpatia per la violenza politica. Se gruppi che si richiamano ad Antifa commettono aggressioni, devastazioni o intimidazioni, devono essere perseguiti come qualsiasi altra organizzazione violenta. La legge non conosce colori politici.

Il problema nasce quando la repressione dei reati lascia il posto alla costruzione di una categoria politica.

“Antifa” non è un’organizzazione internazionale unitaria come lo furono le Brigate Rosse o la RAF. Qui i giustificati rilievi della sinistra. Siamo davanti a una galassia composita, spesso informale, che comprende realtà molto diverse tra loro. Trasformarla nel nuovo grande nemico dell’Occidente significa compiere un’operazione che è prima di tutto simbolica.



Ed è qui che il titolo de “il Giornale” diventa interessante.

Dire che “la sinistra difende i terroristi rossi” non significa descrivere una posizione politica. Significa attribuire all’avversario una complicità morale con il terrorismo. È un salto logico che cancella ogni distinzione tra chi critica un’iniziativa governativa e chi giustifica la violenza.

È una tecnica retorica ben nota. Si prende una parte per il tutto e, subito dopo, si ricorre alla colpevolezza per estensione. Così alcuni gruppi violenti finiscono per rappresentare l’intero universo Antifa e chiunque critichi il vertice viene sospinto, almeno sul piano simbolico, nel campo dei “terroristi rossi”. La discussione sulle idee lascia il posto alla delegittimazione morale dell’avversario.

Si tratta di una sequenza di fallacie argomentative molto efficace sul piano della razionalizzazione (o giustificazione) politica. Perché, nel quadro di una democrazia emotiva, si preferisce parlare alla pancia dell’elettore e non alla sua ragione. Quindi, per dirla alla buona, tutto fa brodo.



Naturalmente il paragone con il maccartismo va usato con prudenza. Gli Stati Uniti del 2026 non sono quelli degli anni Cinquanta, segnati da una Guerra Fredda in atto. Inoltre, per ora nessuno viene trascinato davanti a una commissione parlamentare perché sospettato di simpatie comuniste.

Eppure una somiglianza esiste.

Anche allora il problema non era soltanto la presenza di un pericolo reale. Il problema era la tendenza a dilatare quel pericolo fino a trasformarlo in una categoria politica sempre più ampia, capace di inglobare dissenso, critica e non conformismo.

Oggi il rischio è analogo. Ma qui occorre evitare una falsa simmetria.

L’antifascismo non nasce come un’ideologia qualsiasi. Nasce dalla sconfitta di regimi che avevano abolito le libertà, distrutto lo Stato di diritto e precipitato il mondo nella guerra. È figlio della vittoria delle democrazie liberali nel 1945. Che poi, soprattutto in Europa, una parte della sinistra se ne sia appropriata fino a trasformarlo talvolta in una rendita morale permanente è un’altra questione. Le sue radici storiche restano profondamente liberali.

L’Antifa è invece una galassia diversa. Spesso confusa, talvolta settaria, non di rado violenta. Ma sarebbe un errore liquidarla come semplice criminalità politica.



Vi è anche una componente di inquietudine, perfino di disagio, diremmo disperazione. Una parte di quei giovani è convinta che alcune destre contemporanee rappresentino una minaccia crescente per il costituzionalismo liberale, per l’equilibrio dei poteri, per il pluralismo democratico. La loro risposta è frequentemente sbagliata. Talvolta è persino controproducente. Ma ciò non significa che la domanda da cui nasce sia priva di fondamento.

L’errore dell’Antifa non consiste necessariamente nell’aver inventato un problema. Consiste piuttosto nel credere che lo si possa affrontare sostituendo la forza del diritto con il diritto della forza.

È qui che il vertice promosso da Trump assume un significato che va oltre la sicurezza.

Non si tratta soltanto di coordinare il contrasto alla violenza politica. Si cerca anche di costruire un nuovo linguaggio morale dell’Occidente, nel quale l’anti-Antifa diventi il cemento simbolico delle destre che intendono riscrivere la memoria politica del dopoguerra, così come per decenni l’antifascismo è stato giustamente uno dei riferimenti morali delle democrazie liberali europee.

Ma le due cose non stanno sullo stesso piano.

L’antifascismo nasce dalla sconfitta di un regime criminale. L’anti-Antifa rischia invece di trasformarsi in una categoria elastica, capace di delegittimare non soltanto chi pratica la violenza, ma anche chi denuncia derive autoritarie, chi teme il rafforzamento di movimenti illiberali, chi continua a considerare il fascismo non un’opinione tra le altre, bensì una negazione della democrazia.

Per un liberale il punto resta sempre lo stesso.

La violenza politica va combattuta senza esitazioni, da qualunque parte provenga. E nessuna società liberale può essere tollerante con chi usa la violenza per distruggere le libertà che quella stessa società garantisce.

Ma proprio per questo occorre distinguere. Una democrazia liberale non si difende costruendo nemici assoluti, né trasformando fenomeni complessi in categorie morali destinate a dividere il campo liberale tra amici e nemici. Si difende applicando la legge ai comportamenti, non criminalizzando le identità politiche.

Il paradosso del nostro tempo è che coloro che oggi si proclamano difensori dell’Occidente rischiano talvolta di indebolire proprio ciò che dicono di voler proteggere: il pluralismo, il dissenso, la separazione dei poteri, il principio che nessun governo possiede il monopolio della virtù.

Gli Antifa violenti rappresentano un problema reale quando scelgono la strada dell’intimidazione e della forza. Ma l’anti-Antifa, quando diventa una categoria politica permanente, può rivelarsi un pericolo ancora maggiore: perché non combatte soltanto chi infrange la legge, ma tende a definire come nemico chiunque metta in discussione il suo romanzo criminale sull’Antifa.

Qui sta il vero punto della questione.

Carlo Gambescia

domenica 12 luglio 2026

I Mondiali di calcio e la lezione dell’inclusione

 


Le semifinali dei Mondiali consegnano un’immagine che merita qualche riflessione sociologica e metapolitica. Tre delle quattro squadre rimaste in corsa – Spagna, Francia e Inghilterra – sono europee. L’unica eccezione è l’Argentina.

Fin qui, nulla di sorprendente. Più interessante è un altro dato: tutte e tre le nazionali europee schierano numerosi giocatori figli dell’immigrazione o appartenenti a minoranze etniche. Un particolare che molti osservano, ma sul quale pochi sembrano disposti a trarre le conseguenze.

Naturalmente il calcio non è la società. Sarebbe ingenuo sostenere che il successo sportivo dimostri, da solo, il pieno successo dell’integrazione. Restano problemi, tensioni, discriminazioni e periferie difficili. Tuttavia il calcio costituisce uno straordinario laboratorio sociale, perché sottopone gli individui a una selezione rigidamente meritocratica. Sul campo non giocano le ideologie. Giocano i migliori.



È proprio qui che il ragionamento diventa interessante. Se tre delle quattro semifinaliste sono nazionali nelle quali convivono, senza particolari conflitti, atleti di origini diverse, significa che almeno una parte del processo di integrazione ha funzionato. Quei calciatori sono cresciuti nelle scuole europee, hanno imparato la lingua del Paese, hanno frequentato le società sportive, hanno interiorizzato regole, disciplina e senso di appartenenza. Quando indossano la maglia della nazionale non rappresentano una comunità separata: rappresentano la nazione.

È un fatto che mette in difficoltà una certa retorica identitaria. Da anni populisti e nostalgici del nazionalismo e del fascismo ripetono che l’immigrazione renderebbe impossibile la coesione nazionale. Eppure, proprio nel luogo simbolicamente più sensibile – la nazionale di calcio – assistiamo al fenomeno opposto. La nazione non scompare. Si trasforma. Rimane una comunità politica capace di integrare individui provenienti da storie familiari differenti. Ecco il dato metapolitico: di includere non di escludere.



Il calcio offre, da questo punto di vista, una lezione profondamente liberale. L’appartenenza non nasce dal sangue, ma dalla partecipazione. Non dall’etnia, ma dalla cittadinanza vissuta. L’allenatore non sceglie un centravanti perché bianco, nero o meticcio. Lo sceglie perché è il migliore. La meritocrazia, quando funziona, rende irrilevanti caratteristiche che la politica continua spesso a esasperare.

Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato leggere questi Mondiali come la prova che ogni politica migratoria sia stata un successo. L’integrazione non è il prodotto meccanico del welfare, né di programmi educativi concepiti a tavolino.

È anzitutto un processo spontaneo di adattamento reciproco, alimentato dalla libertà, dalla competizione e dall’accettazione di regole comuni. Il calcio ne offre una dimostrazione esemplare. Sul campo non esistono quote etniche, né corsie preferenziali: esiste soltanto il merito. E quando il merito prevale, l’origine perde progressivamente rilevanza sociale. Non perché venga negata, ma perché viene superata da un’appartenenza più forte: quella costruita attraverso l’impegno e la condivisione di uno stesso futuro collettivo.



Forse è questa la lezione più importante dei Mondiali. I fascismi pensavano e pensano la nazione come una comunità biologica. Alcuni populismi contemporanei continuano, sia pure in forme più attenuate, a coltivare la stessa nostalgia. Il calcio racconta invece un’altra storia. La forza di una nazione non dipende dalla purezza delle origini, ma dalla capacità di trasformare differenze individuali in appartenenza comune.

Quando un ragazzo nato a Madrid da genitori africani, o a Parigi da una famiglia del Mali, o a Londra da immigrati caraibici segna il gol decisivo, milioni di connazionali esultano senza chiedersi il colore della sua pelle. In quel momento conta una sola identità: quella della maglia.



L’integrazione perfetta probabilmente non esiste. Esiste però qualcosa di molto più concreto: la capacità di una società aperta di trasformare differenze di origine in appartenenza condivisa. Le semifinali di questi Mondiali, forse, raccontano proprio questa storia.

I populismi continuano a pensare che l’inclusione indebolisca la nazione. Il calcio suggerisce il contrario: quando l’inclusione passa attraverso il merito e l’appartenenza, può renderla persino più forte. Non è una lezione di buonismo. È una lezione di realismo.

Carlo Gambescia

sabato 11 luglio 2026

Ranucci e la politica della reputazione

 


 Il caso Ranucci sta assumendo contorni che vanno ben oltre la vicenda giudiziaria. Naturalmente sarà la magistratura ad accertare fatti, responsabilità e moventi. Ma, come spesso accade nelle democrazie mediatizzate ed emotive, il processo alla reputazione corre molto più veloce di quello penale.

Ed è proprio questo il punto interessante.

Nelle società contemporanee la reputazione non è soltanto un bene morale. È un’importante risorsa politica. Un vero e proprio capitale morale. Per alcuni vale quanto il consenso elettorale, per altri quanto il prestigio professionale. Politici, magistrati, giornalisti, imprenditori, influencer: tutti vivono anche della fiducia che riescono a suscitare nell’opinione pubblica.

Nell’epoca dei social questo processo funziona come una sorta di moltiplicatore keynesiano: ogni giudizio genera altri giudizi, amplificando rapidamente consenso o discredito.



Per costruire una reputazione servono anni. Per incrinarla possono bastare pochi giorni. È quanto sta accadendo a Sigfrido Ranucci.

Paradossalmente, il giornalista che ha subito un attentato si trova oggi al centro di un dibattito che sembra concentrarsi meno sull’attentato che sulla sua persona. Si discute dei suoi rapporti con il “faccendiere” Valter Lavitola, delle loro frequentazioni, della loro amicizia. Si analizzano fotografie, incontri, telefonate. Tutto legittimo, naturalmente. Ma il baricentro della discussione pubblica si è già spostato.

La domanda non è più soltanto: “Chi ha cercato di colpire Ranucci e perché?”. Diventa sempre più spesso: “Chi è davvero Ranucci?”.



Il punto non è più il movente, ma la persona morale. È uno slittamento che merita attenzione.

La reputazione, infatti, obbedisce a una logica diversa da quella della giustizia. La giustizia richiede prove. La reputazione vive invece di percezioni, associazioni, suggestioni, “romanzi”. Non occorre dimostrare che una persona abbia commesso qualcosa. È sufficiente renderla controversa. Da quel momento, il dubbio diventa esso stesso un fatto politico.

Difficile affermare che l’indagine abbia finalità politiche. Ma risulta altrettanto evidente che ogni grande vicenda giudiziaria produce effetti politici, spesso indipendentemente dalle intenzioni di chi la conduce. E gli effetti, in questo caso, sembrano difficili da ignorare.



Da anni Ranucci rappresenta, per una parte della sinistra e del giornalismo italiano, il simbolo dell’inchiesta televisiva. Una sorta di totem. Per una parte della destra è invece il volto di un giornalismo ritenuto militante e selettivo. Era inevitabile che una vicenda come questa diventasse immediatamente terreno di scontro politico.

Ad esempio, la sospensione cautelativa delle repliche di “Report” da parte della Rai è stata letta da molti come un segnale che va oltre la normale prudenza aziendale. Al netto della motivazione l’effetto è stato quello di alimentare ulteriormente il danno alla reputazione di Ranucci.

La tesi è semplice.

Nelle società democratiche contemporanee il potere non passa più soltanto attraverso il controllo delle istituzioni o dell’economia. Passa anche attraverso la gestione della reputazione pubblica. Chi perde credibilità perde capacità di influenza. Talvolta prima ancora che un giudice abbia pronunciato una sentenza.



Per questo il caso Ranucci riguarda tutti, anche chi non ne condivide il giornalismo. Oppure chi a destra ora gode delle sue “disgrazie”. Perché oggi è lui. Domani potrebbe essere un politico, un magistrato, un imprenditore, un accademico o qualsiasi altro protagonista della vita pubblica.

Le sentenze arrivano dopo anni. La reputazione, invece, può essere demolita nel tempo di un titolo di giornale o di una discussione televisiva.

È questa, forse, la vera lezione sociologica del caso Ranucci. E diremmo anche metapolitica.

Carlo Gambescia

 

venerdì 10 luglio 2026

Il comunismo è morto. Lo statalismo no

 


Ogni tanto Donald Trump torna a evocare il comunismo come il nemico assoluto. Una “trumpata”, diranno i suoi avversari. E probabilmente, conoscendo il personaggio, c’è anche una buona dose di propaganda. Del resto, la sinistra ribatte che il comunismo è da sempre il fantasma agitato dai ricchi per difendere privilegi e patrimoni.

La polemica, tuttavia, sfiora appena il problema. Perché il vero avversario della società libera non è il comunismo come regime storico. Quello, almeno in Occidente, appartiene ormai ai libri di storia. Il vero pericolo è una mentalità che il comunismo ha certamente incarnato, ma che non gli appartiene in esclusiva: lo statalismo.

Comunismo e fascismo sono stati esperienze diverse, persino nemiche. Eppure hanno condiviso un presupposto fondamentale: la convinzione che lo Stato possa e debba modellare la società, correggere gli individui, indirizzarne i comportamenti, decidere quali fini siano degni di essere perseguiti. Cambiano i miti, cambiano le bandiere, ma resta identica la fede nello Stato come artefice della felicità collettiva.



Questa mentalità si fonda su un’idea di uguaglianza che non riguarda i punti di partenza, bensì quelli di arrivo. Non basta garantire a tutti le stesse regole: bisogna assicurare risultati il più possibile simili. E poiché gli uomini sono diversi per capacità, aspirazioni, fortuna e impegno, qualcuno dovrà inevitabilmente intervenire per correggere tali differenze. Quel qualcuno è lo Stato.

Dalle imposte alla regolazione, dai sussidi ai divieti, fino alle sanzioni più severe, lo Stato viene progressivamente investito del compito di redistribuire non soltanto il reddito, ma anche le opportunità, i comportamenti e perfino le aspettative individuali. È un processo che nasce spesso con le migliori intenzioni, ma che tende naturalmente ad allargarsi. Ogni problema sociale diventa un problema pubblico; ogni difficoltà individuale richiede una nuova legge, un nuovo ufficio, una nuova tassa.



Naturalmente esiste un compromesso storico che si chiama Stato sociale. Esso rappresenta uno dei grandi risultati della civiltà liberale, purché rimanga compatibile con una società capace di produrre ricchezza. Il problema nasce quando il welfare cresce più rapidamente dell’economia che dovrebbe sostenerlo. Se la pressione fiscale e la regolazione diventano eccessive, finiscono per scoraggiare proprio quella produzione di ricchezza dalla quale dipendono le politiche sociali. Seguono crisi fiscali, riforme, correzioni, tagli e nuovi aumenti d’imposta, in un equilibrio sempre più precario che lascia scontenti quasi tutti.

Lo statalismo, dunque, non è una dottrina confinata alla sinistra. Può assumere forme socialiste, nazionaliste, populiste, tecnocratiche o persino ambientaliste. Cambiano le motivazioni, non il meccanismo: attribuire allo Stato responsabilità sempre più vaste e sottrarre progressivamente spazio alla responsabilità individuale e alla società civile.

In fondo, lo statalismo è una tentazione antropologica prima ancora che politica. Gli uomini cercano sicurezza molto più spesso di quanto cerchino libertà. Delegare è più semplice che decidere; obbedire è meno faticoso che assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Per questo ogni epoca inventa nuove ragioni per ampliare il potere dello Stato e fare della libertà una semplice scimmia del potere.



L’esperimento liberale, tra l’altro senza ritenersi tale, nato spontaneamente in Occidente tra Sei e Settecento, rappresenta forse il più audace tentativo di invertire questa tendenza. Non promette uomini migliori né una società perfetta. Si limita a una scommessa, tanto semplice quanto rivoluzionaria: che individui liberi, sottoposti a regole generali e uguali per tutti, siano in grado di costruire un ordine sociale più prospero e più giusto di quello progettato dall’alto.

È una scommessa difficile, perché chiede responsabilità invece di protezione, autonomia invece di dipendenza, rischio invece di tutela permanente. Ma è anche l’unica che, finora, abbia consentito di conciliare libertà politica, benessere economico e pluralismo sociale. E si badi, la teorizzazione liberale vera e propria è venuta dopo, non prima. E sulla base dei risultati.



Certo, una società libera non può esistere senza uno Stato capace di garantire la difesa esterna, la sicurezza interna e il rispetto delle regole comuni. Il problema nasce quando lo Stato smette di essere arbitro e pretende di diventare il protagonista della vita sociale. Quando non si limita più a proteggere la libertà, ma vuole organizzarla, distribuirla e perfino sostituirsi ad essa.

È in quel momento che lo Stato si trasforma, poco alla volta, in Stato padrone. E lo statalismo, qualunque sia il colore politico con cui si presenta, diventa il vero nemico della libertà.

Carlo Gambescia

giovedì 9 luglio 2026

Ranucci e le contraddizioni del giornalismo investigativo

 


Il caso Ranucci pone interrogativi che vanno oltre la vicenda giudiziaria. C’è naturalmente il versante processuale, sul quale è doveroso attendere che sia la magistratura a fare piena luce. Ma c’è anche un aspetto meno discusso, che riguarda il mestiere stesso del giornalista investigativo.

Il danno alla reputazione di Sigfrido Ranucci è, in una certa misura, già nei fatti. Lo stesso giornalista ha raccontato di aver considerato Valter Lavitola un amico. Una circostanza che induce a ritenere che non immaginasse ciò che oggi gli viene contestato. Tuttavia, agli occhi dell’opinione pubblica, quella relazione personale è destinata a pesare, indipendentemente dagli sviluppi processuali. Per non parlare della stampa di destra, ben felice di poter demolire il “mito” Ranucci, cavaliere senza macchia e senza paura.



Il punto, però, è un altro. Il giornalismo investigativo vive di una contraddizione che raramente viene messa in evidenza.

Per ottenere informazioni, il giornalista deve frequentare ambienti opachi, costruire rapporti di fiducia con persone discutibili, ascoltare faccendieri, intermediari, uomini d’affari, politici, talvolta persino criminali o ex criminali. È così che nascono molte inchieste.

Si pensi a Lavitola. Figure come la sua sono il prodotto di una particolare grammatica nascosta del potere. Non governano direttamente, ma operano ai margini dei centri decisionali: fanno da tramite, aprono porte, trasmettono messaggi, costruiscono relazioni. È proprio in questa posizione intermedia che accumulano un patrimonio di conoscenze spesso superiore a quello di molti protagonisti ufficiali della politica.

Non è un caso che un personaggio del genere si muovesse anche in luoghi simbolici delle élite romane. Il suo ristorante a Monteverde Vecchio, in via dei Quattro Venti, si trovava in un quartiere tradizionalmente associato alla borghesia progressista e ai suoi circuiti di relazioni. Un dettaglio apparentemente marginale, ma rivelatore di quella zona grigia dove politica, giornalismo, affari e mondanità spesso finiscono per incontrarsi.



Pertanto, chi pretendesse un giornalista sempre distante e immacolato finirebbe per pretendere un giornalista incapace di scoprire alcunché.

Ma questa è anche la debolezza strutturale del giornalismo investigativo. È questa, appunto, la sua contraddizione.

La vicinanza alle fonti, indispensabile per lavorare, può trasformarsi in prossimità personale. Il rapporto professionale può evolvere in amicizia, simpatia, consuetudine. E quando questo accade il rischio non è soltanto reputazionale. È anche quello di perdere, magari inconsapevolmente, una parte del necessario distacco critico.

Per questa ragione il giornalismo investigativo non dovrebbe essere mitizzato. Svolge una funzione essenziale in una società libera, ma non è depositario di una speciale superiorità morale. Osservato in prospettiva metapolitica, anch’esso è un’istituzione sociale, con i suoi vincoli, i suoi interessi, le sue reti relazionali e le sue inevitabili ambiguità.


Il caso Ranucci lo ricorda con forza. Non perché dimostri errori o responsabilità del giornalista, cosa che oggi nessuno può affermare, ma perché mostra quanto sottile sia il confine tra la necessità professionale di coltivare una fonte e il rischio di esserne, almeno sul piano dell’immagine, inevitabilmente coinvolti.

In fondo, il giornalismo investigativo paga il prezzo del suo stesso metodo. Per conoscere il lato oscuro del potere deve avvicinarsi ad esso. E chi si avvicina troppo al fuoco, anche senza bruciarsi, finisce quasi sempre per portarne addosso l’odore.

Carlo Gambescia