Se guardiamo Sánchez da questa angolazione, ci sembra difficile definirlo un puro agitatore. È piuttosto un amministratore del potere con forti tratti dell’agitatore. La sua qualità politica principale non è infatti quella di elaborare una grande dottrina socialista, bensì quella di conquistare, ricostruire e conservare maggioranze parlamentari spesso fragilissime. Sánchez è un uomo della sopravvivenza politica. Sa cambiare alleanze, linguaggio, priorità e perfino posizione tattica quando il quadro politico lo richiede. Ma sa anche costruire una narrazione fortemente conflittuale, nella quale da una parte stanno il “progresso”, la protezione sociale e i diritti, dall’altra le “élites”, la destra e, sempre più spesso, la destra radicale.
Per capire quanto sia cambiato il socialismo spagnolo, però, dobbiamo tornare alla Seconda Repubblica.
Nel 1931 il PSOE è già una grande organizzazione socialista, con una storia alle spalle e una cultura politica tutt’altro che uniforme. Al suo interno convivono orientamenti diversi. Indalecio Prieto rappresenta la componente più riformista e parlamentare; Francisco Largo Caballero, soprannominato “il Lenin spagnolo”, soprattutto nella seconda metà degli anni Trenta, assume posizioni sempre più radicali e mobilitanti; Juan Negrín, socialista anch’egli, diventa durante la guerra civile il dirigente della centralizzazione dello Stato e della disciplina dello sforzo bellico, governando dal maggio 1937 al marzo 1939 in stretta collaborazione con i comunisti, ma senza essere comunista.
Se volessimo applicare la griglia di Lasswell, potremmo dire che Prieto è più vicino all’amministratore politico, Largo Caballero all’agitatore, mentre Negrín rappresenta soprattutto il dirigente amministrativo e centralizzatore imposto dalla situazione di guerra e dalla crescente dipendenza della Repubblica dall’aiuto sovietico, in un contesto segnato dalla politica di non intervento delle democrazie europee. Non sono etichette assolute, naturalmente. Ma proprio per questo sono utili: ci aiutano a vedere che il socialismo spagnolo non è mai stato una cosa sola.
La sconfitta repubblicana e il franchismo congelano per decenni questa storia. Il PSOE sopravvive nell’esilio e nella clandestinità, mentre il Partito comunista diventa progressivamente una delle principali forze dell’opposizione antifranchista. La svolta socialista arriva nel 1974, a Suresnes, con il passaggio generazionale e la leadership di Felipe González. Da quel momento il problema non è più soltanto come sopravvivere alla dittatura, ma come trasformare il socialismo in una forza capace di governare una democrazia occidentale.
Qui avviene il passaggio decisivo.
Nel 1979 González porta il PSOE a una scelta che possiamo considerare, senza forzare troppo il paragone, la “Bad Godesberg spagnola”. Al congresso di maggio la sua proposta di abbandonare il marxismo viene respinta e González si dimette; pochi mesi dopo, al congresso straordinario di settembre, il PSOE rinuncia al marxismo come ideologia ufficiale, pur continuando ad assumerlo come strumento teorico, critico e non dogmatico. La nuova direzione guidata da González ottiene più dell’ottanta per cento dei voti. Il paragone con Bad Godesberg era esplicito nel dibattito politico dell’epoca e indicava la volontà di trasformare il PSOE in un partito socialista democratico capace di governare una società pluralista.
È qui che noi, da liberali, dobbiamo fare una distinzione importante. Il socialismo di González non è il “socialismo liberale” di Carlo Rosselli. Rosselli parte dal liberalismo e cerca di socializzarne le conseguenze economiche e sociali; González parte dal socialismo e accetta progressivamente il pluralismo liberale, l’economia di mercato, la proprietà privata e l’impresa come elementi permanenti della società moderna. È dunque più corretto parlare di una socialdemocrazia liberale.
Quando González governa, dal 1982 al 1996, il PSOE diventa così una grande macchina riformatrice e modernizzatrice. Non abbandona il welfare, ma non pretende più di abolire il capitalismo. Non rinuncia alla redistribuzione, ma accetta il mercato. Non rinnega il conflitto sociale, ma lo porta dentro le istituzioni democratiche. È, sotto questo profilo, il contrario dell’agitatore puro: González è soprattutto un amministratore politico, un costruttore di istituzioni e di consenso.
Con José Luis Rodríguez Zapatero il socialismo spagnolo cambia ancora. La modernizzazione economica lascia progressivamente il posto a una modernizzazione soprattutto civile e culturale: diritti individuali, laicità, nuove forme di famiglia, uguaglianza di genere. È un socialismo più attento alla trasformazione dei costumi e dei diritti che alla trasformazione della struttura economica. Anche qui l’elemento agitatorio cresce, soprattutto sul terreno simbolico (**), mentre quello amministrativo resta indispensabile al governo.
E arriviamo a Pedro Sánchez.
Sánchez non torna al marxismo. Non c’è nessuna restaurazione ideologica del socialismo rivoluzionario. Ma neppure sembra voler continuare semplicemente sulla strada di González. Il suo socialismo è piuttosto un socialismo interventista, sempre più incline ad assumere una forma populista, nel quale la funzione dello Stato come protezione sociale assume un peso crescente.
La questione della casa lo mostra bene.
Il 2 ottobre il Congresso ha respinto due decreti del governo in materia abitativa. Le misure riguardavano, fra l’altro, la protezione dagli sfratti, gli affitti e gli alloggi, e Sánchez ha difeso in aula l’intervento pubblico come risposta a una situazione che considera ormai socialmente insostenibile. Tre giorni dopo, il 5 ottobre, ha annunciato elezioni anticipate per il 29 novembre.
Qui dobbiamo evitare due caricature contrapposte. Non è corretto trasformare Sánchez nel socialista che vuole semplicemente “espropriare le case”. La vicenda dello sfratto di un’anziana madrilena, divenuta il simbolo della protesta, è stata utilizzata politicamente anche da Sumar. In realtà, i decreti del governo avevano un contenuto assai più ampio. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che non vi sia una crescente propensione del socialismo di Sánchez a usare lo Stato per correggere direttamente il mercato immobiliare. È precisamente questo il punto politico interessante.
Gli scandali e le vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti o persone vicine al PSOE hanno certamente indebolito il governo, insieme alla fragilità della sua maggioranza parlamentare. Ma non sono questi episodi a spiegare, da soli, la natura del “socialismo sanchista”. Servono piuttosto a ricordarci che Sánchez è prima di tutto un politico del potere: sa resistere, negoziare, cambiare posizione e utilizzare le crisi per ricostruire una legittimazione politica. Anche la scelta delle elezioni anticipate nasce da questa logica.
E qui torniamo alla questione del tipo di leader.
Sánchez ci appare più amministratore che agitatore, ma con una componente agitatoria molto più forte di quella di González. Il suo amministrare non è infatti soltanto gestione: è gestione attraverso la mobilitazione. Non cerca semplicemente il compromesso; cerca spesso di costruire il campo politico nel quale il compromesso diventi necessario. È una forma di leadership diversa da quella di González, più adattiva, più comunicativa, più polarizzata.
Ma questo cambiamento ha anche un significato per il socialismo.
Quando il socialismo si allontana da quella lezione che, nel solco di Bad Godesberg, aveva consentito di conciliare socialismo, mercato e libertà individuale, finisce per promettere soprattutto protezione. E quando la politica diventa soprattutto protezione, il rischio è che il socialismo perda progressivamente proprio quella componente liberale che aveva consentito a González di portarlo dentro la modernità liberale e democratica.
Qui possiamo introdurre una categoria che, da liberali, ci sembra particolarmente utile: l’individualismo protetto.
L’individualismo protetto nasce quando l’individuo continua formalmente a essere il titolare di diritti, libertà e scelte personali, ma sempre più spesso viene considerato incapace di sostenere da solo il peso delle conseguenze delle proprie scelte. Lo Stato interviene allora non soltanto per garantire le regole del gioco, ma per proteggere l’individuo dagli effetti del gioco stesso: dal mercato, dal rischio, dalla concorrenza, dall’aumento dei prezzi, dalla perdita del lavoro, dall’affitto troppo alto, dalle disuguaglianze di partenza.
Non è ancora socialismo classico. E non è neppure liberalismo. È qualcosa di più ambiguo: un individualismo che conserva l’autonomia personale sul piano dei diritti, ma la integra con una crescente domanda di protezione pubblica sul piano materiale. E qui possiamo guardare a un esempio che non è affatto casuale. Sánchez ha incontrato nel settembre scorso Zohran Mamdani, il sindaco socialista democratico di New York, e ne ha rivendicato apertamente le politiche progressiste. È difficile trovare un esempio più chiaro di questo nuovo socialismo: non la rivoluzione, ma la protezione; non l’abolizione del mercato, ma la sua regolazione in nome dell’accessibilità, della sicurezza economica e della riduzione delle disuguaglianze.
Non un ritorno a Marx. Ma un socialismo che non promette più di cambiare la società nel suo insieme e promette invece di proteggere l’individuo dentro una società che considera troppo rischiosa, troppo diseguale o troppo esposta alle dinamiche del mercato. Non più la rivoluzione, dunque, ma la protezione; non più la società nuova, ma il popolo da proteggere. È qui che il socialismo può incontrare il populismo.
E forse è proprio questo il punto sul quale il socialismo spagnolo, da González a Sánchez, ha compiuto il suo percorso più interessante. Prima ha imparato ad accettare il mercato e la libertà individuale. Oggi rischia di voler proteggere troppo l’individuo dagli effetti della libertà economica.
Questa è la vera linea di confine. Perché l’individuo liberale non è semplicemente un individuo che possiede diritti; è un individuo che dispone anche di una quota di responsabilità, di rischio e di autonomia. Se la protezione pubblica cresce senza misura, la libertà rischia di diventare una libertà sotto tutela.
Da liberali, non abbiamo bisogno di rimpiangere il socialismo di ieri per vedere il problema del socialismo di oggi. Ci basta porre una domanda molto semplice: quanto deve proteggere lo Stato e quanto deve ancora lasciare all’individuo?
È una domanda antica. Ma, a giudicare dalla Spagna di Sánchez, è tornata sorprendentemente moderna. Purtroppo.
Carlo Gambescia
(*) Si veda H.D. Lasswell e A.Kaplan, Potere e società, intr. di M. Stoppino, Etas Universale, Milano 1979, pp. 168-171. Va precisato che Lasswell non si riferisce a questa due grandi categoria, ne introduce altre più circoscritte, cfr. H.D. Lasswell, Potere, politica e personalità, a cura di M. Stoppino, Utet, Torino 1975, pp.443-468.
(**) Anche sulla memoria del franchismo la distanza fra González e il socialismo successivo merita attenzione. Nei primi anni della democrazia González fu assai prudente: la priorità era consolidare una democrazia appena nata e superare le fratture della guerra e della dittatura. Da Zapatero in poi la memoria storica ha assunto invece un rilievo politico crescente. Da un punto di vista liberale, il problema non è dimenticare il franchismo, ma evitare che la memoria del passato diventi nuovamente uno strumento di polarizzazione politica.























