Si torna a parlare di stagflazione. Ma oggi, sulla prima pagina del “Sole 24 Ore”, la notizia è quasi relegata in un angolo. Eppure non è un allarme da prendere alla leggera.
I dati diffusi dall’Istat il 30 ottobre mostrano, per ottobre, un’inflazione preliminare al 5,4% su base annua, mentre il Pil nel terzo trimestre è rimasto fermo rispetto al trimestre precedente. Su base annua cresce ancora dello 0,8%, ma la fotografia congiunturale è tutt’altro che rassicurante. Siamo già in stagflazione? Sarebbe prematuro dirlo: occorre verificare se la combinazione di prezzi in aumento e crescita stagnante si consoliderà. Ma il rischio c’è, e merita attenzione.
Non siamo economisti di professione. Ma da studiosi di sociologia e metapolitica possiamo dirlo senza tanti giri di parole: la stagflazione è una brutta bestia.
Alla stagnazione economica si accompagna l’aumento dei prezzi: le famiglie perdono potere d’acquisto, il valore reale dei risparmi si assottiglia, le imprese vedono crescere i costi e diventano più prudenti negli investimenti. Chi vive di redditi fissi è particolarmente esposto. Chi ha meno risorse non può proteggersi dall’inflazione come chi possiede immobili, attività finanziarie o altre forme di ricchezza. E quando l’incertezza si prolunga, anche le decisioni quotidiane – consumare, risparmiare, assumere, investire – diventano più difficili. Il disagio economico può così trasformarsi in tensione sociale e alimentare la domanda di soluzioni politiche semplici, spesso illusorie.
Non siamo davanti a una novità nella storia economica. Negli anni Settanta del secolo scorso gli shock petroliferi contribuirono a produrre una combinazione di inflazione elevata e rallentamento della crescita in molte economie occidentali. Naturalmente il contesto di oggi è diverso: non si possono trasferire meccanicamente le ricette di allora. Ma la lezione resta: quando l’aumento dei prezzi nasce anche da difficoltà dal lato dell’offerta, cioè dai costi e dalle condizioni in cui le imprese producono, intervenire soltanto sulla domanda o sulla distribuzione del reddito non basta. E può persino aggravare le difficoltà.È qui che entra in gioco la politica fiscale. Il disegno di legge di bilancio per il 2027 chiede un contributo consistente al settore finanziario: secondo la relazione tecnica, le misure previste – aumento di tre punti percentuali dell’aliquota dell’addizionale Ires, modifiche all’Irap, interventi sul trattamento delle imposte differite attive e raddoppio della Tobin Tax – dovrebbero assicurare 5,8 miliardi nel 2027. Quest’ultima misura, va precisato, riguarda le transazioni finanziarie e non soltanto banche e assicurazioni. Anche le società energetiche saranno interessate da un aumento dell’Irap di cinque punti percentuali per due anni. Non si tratta dunque di un’unica imposta, né di un prelievo indistinto. Ma il principio politico è chiaro: individuare alcuni settori e chiedere loro un contributo aggiuntivo alle coperture della manovra.
Il punto non è sostenere che banche, assicurazioni ed energia debbano essere esentate dal fisco. Nessuno lo ha mai chiesto. Il problema è domandarsi quali conseguenze possano produrre questi interventi. Un’imposta aggiuntiva può essere assorbita dalle imprese, ma può anche incidere sulle loro scelte: investimenti, credito, remunerazione del capitale, prezzi e tariffe. Non è automatico che il maggior prelievo venga trasferito sui clienti o sui consumatori; altrettanto poco serio sarebbe escludere che possa accadere. Bisogna guardare agli effetti, non fermarsi alle intenzioni dichiarate.
Il problema italiano, del resto, è più profondo. Da decenni la produttività del lavoro cresce poco: in sostanza, produciamo poco di più per ogni ora lavorata. L’Ocse ha richiamato ancora una volta il peso della frammentazione produttiva, la ridotta dimensione di molte imprese e la difficoltà di trasformare le aziende più dinamiche in realtà più grandi e innovative. Non è una condanna della piccola impresa, che costituisce una componente importante della nostra economia. È la constatazione che il peso delle aziende piccole e micro, mediamente meno produttive e con minore capacità d’investimento, frena la crescita complessiva. A questo si aggiungono ritardi amministrativi, ostacoli regolatori, insufficienza degli investimenti e debolezze nella formazione (*).
La crescita, insomma, non si decreta. E soprattutto non si produce aumentando o spostando le imposte. Servono concorrenza, innovazione, capitali, infrastrutture, giustizia civile efficiente, regole semplici e un’amministrazione pubblica che non trasformi ogni iniziativa economica in una corsa a ostacoli. Il fisco può finanziare servizi e redistribuire risorse; non può sostituirsi alle condizioni che rendono possibile la produzione di ricchezza.A questo proposito, una breve digressione storica non è inutile. Il fascismo non abolì il capitalismo, ma cercò di ricondurlo a un ordinamento corporativo e a una concezione interventista dello Stato. Si pensi, per capirsi, alla Cina di oggi.
Il Movimento Sociale Italiano, al suo interno tutt’altro che omogeneo, conservò in alcune sue componenti una diffidenza verso il liberalismo economico, la finanza e il mercato. Fratelli d’Italia è oggi un partito che opera nel quadro della democrazia rappresentativa e dell’economia di mercato: sarebbe assurdo sovrapporlo al regime fascista. Ma non è irragionevole interrogarsi sulla persistenza, in una parte della cultura della destra italiana, di un nazionalismo economico e di una concezione dello Stato come tutore e regolatore privilegiato degli interessi nazionali. Una sensibilità che, per altre strade e con altre motivazioni, può incontrarsi con l’interventismo di una parte della sinistra. Cambiano le giustificazioni, talvolta si somigliano le ricette.
Il mio approccio metapolitico invita a guardare anche attraverso i millenni, non perché la storia si ripeta identica, ma perché alcune regolarità dell’azione politica persistono sotto istituzioni e ideologie differenti. Nel caso in esame ne richiamerei soltanto due. La prima è la persistenza del potere: anche quando cambiano governi e sistemi politici, permane la tendenza a conservarne gli strumenti e, ove possibile, ad ampliare la capacità d’intervento. La seconda è la persistenza della razionalizzazione, ossia della giustificazione ideologica dei fenomeni politici a livello comportamentale. Le decisioni del potere non si limitano a essere assunte: vengono anche giustificate, presentate come necessarie e ricondotte a un sistema di ragioni che ne rende accettabile l’applicazione. Anche il ricorso a nuovi prelievi fiscali può essere letto attraverso questa lente.
Ma c’è un terzo elemento da considerare: gli effetti compositivi. Le azioni individuali, comprese quelle dei governanti e degli operatori economici, producono conseguenze che, aggregandosi, possono risultare imprevedibili. Così, politiche fiscali magari concepite con le migliori intenzioni – ammesso e non concesso che siano davvero tali – potrebbero generare effetti diversi da quelli desiderati: frenare investimenti, modificare le scelte delle imprese, incidere sul credito e ostacolare proprio quella crescita che dovrebbero favorire. Come abbiamo visto, le buone intenzioni, in economia come in politica, non garantiscono i risultati.
Del resto, la tentazione di controllare amministrativamente i fenomeni economici è antica. Nel 301 dopo Cristo Diocleziano emanò un editto che fissava prezzi massimi per una vasta gamma di beni e servizi, nel tentativo di frenare il rincaro dei prezzi e gli abusi speculativi. Il provvedimento non riuscì a stabilizzare durevolmente i prezzi e la sua applicazione incontrò seri limiti. Non è un paragone diretto con le politiche fiscali odierne, naturalmente. È però un promemoria: il potere può intervenire sui sintomi, ma non per questo riesce a governare le cause.
Di fronte al rischio stagflazione, dunque, il governo dovrebbe guardarsi dai riflessi condizionati. Anche da quelli che, pur senza essere dichiarati apertamente, sembrano risentire della vecchia polemica mussoliniana contro la “plutocrazia”. Basta che compaia la testa di una banca o di un’impresa petrolifera perché scatti il riflesso del cane di Pavlov: tassare. E possibilmente subito.
Tassare alcuni settori può apparire una soluzione rapida e politicamente conveniente; molto più difficile è rimuovere gli ostacoli che frenano la produttività e la crescita. Ma è proprio lì che si misura la qualità di una politica economica e, diciamolo pure, di una classe politica degna di questo nome. Non nel numero di categorie chiamate a contribuire, né nella capacità di presentare ogni nuovo prelievo come un atto di equità.
Il vero riflesso condizionato del fisco consiste nel credere che, quando la ricchezza non cresce abbastanza, basti decidere diversamente come distribuirla.
O, peggio, trovare qualcuno contro cui abbaiare e a cui presentare il conto. Ma la ricchezza, prima di essere distribuita, deve essere prodotta.
E per produrla non basta battere cassa: occorrono investimenti, concorrenza e produttività.
Carlo Gambescia
(*) Si veda qui: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/Pittaluga_RapportoCompetitivita_2025.pdf .









































