Diciamolo subito: qui Donald Trump c’entra poco. O meglio, c’entra quanto basta per offrirci un punto di partenza. Di fronte ai timori per uno sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, il presidente americano ha detto di non preoccuparsene troppo e ha paragonato l’AI alla Rivoluzione industriale. Al di là della posizione di Trump, che qui ci interessa relativamente, il paragone offre uno spunto interessante: ogni grande innovazione tende a suscitare, insieme alle speranze, anche la paura (*).
Perché? La domanda è meno tecnologica di quanto sembri. Riguarda l’uomo. Abbiamo già affrontato l’argomento in chiave impressionistica (**). Oggi andiamo più a fondo.
Nel Trattato di metapolitica abbiamo individuato tre universali della condizione umana: l’universale delle passioni persistenti e dei problemi ricorrenti, quello del pluralismo antropologico-culturale e quello dei processi di associazione e dissociazione. Non si tratta di tre regole che prescrivono agli uomini come comportarsi, ma di condizioni di fondo entro le quali le azioni individuali e collettive possono assumere forme diverse (***).
La paura del nuovo appartiene precisamente a questo terreno. Ma occorre fare una precisazione, per evitare un equivoco. Il rapporto tra vecchio e nuovo non è un quarto universale della condizione umana. Se lo fosse, dovremmo aggiungerlo allo schema del Trattato. È piuttosto una figura compositiva, cioè una configurazione ricorrente che emerge dall’interazione dei tre universali.
Le passioni persistenti e i problemi ricorrenti ci espongono all’incertezza; il pluralismo antropologico-culturale fa sì che gli uomini non reagiscano tutti nello stesso modo di fronte a essa; i processi di associazione e dissociazione producono infine aggregazioni, contrapposizioni e orientamenti diversi. È dalla loro combinazione che può emergere, in determinate circostanze storiche, la contrapposizione fra ciò che conosciamo e ciò che ancora non conosciamo: fra il vecchio e il nuovo.
Ed ecco comparire il misoneismo, cioè la diffidenza verso ciò che è nuovo e non familiare. Ma, accanto al misoneismo, troviamo il suo contrario: l’attrazione per l’innovazione, propria di coloro che vedono nella novità non soltanto una minaccia, ma una possibilità.
Non siamo dunque davanti a uomini semplicemente razionali contrapposti a uomini irrazionali. Siamo davanti a una polarizzazione. Gli stessi esseri umani possono avere paura di alcune innovazioni e desiderarne altre. E, soprattutto, una parte degli uomini può vedere nella novità ciò che la maggioranza ancora non vede. E come la storia mostra spesso gli essere umani alla libertà preferiscono la sicurezza.
È proprio qui che la storia dell’innovazione diventa interessante.
Pensiamo alla Prima rivoluzione industriale. Se ogni innovazione fosse stata sottoposta preventivamente a una quantità di regole e regolette concepite per proteggere l’ordine esistente, quella grande trasformazione difficilmente avrebbe potuto svilupparsi nella forma che conosciamo. Le macchine, le fabbriche, le nuove forme del lavoro e della produzione suscitarono paure, resistenze e conflitti. Eppure quella trasformazione finì per cambiare la società molto più profondamente di quanto i suoi contemporanei potessero immaginare.
La storia ci mostra infatti un altro fenomeno curioso: la minoranza che inizialmente ama il nuovo può diventare la maggioranza di domani. Ciò che appariva strano diventa normale; ciò che sembrava rischioso diventa familiare; ciò che sembrava superfluo diventa indispensabile.
È accaduto con l’elettricità, con l’automobile, con il telefono, con la televisione, con il computer, con Internet. Prima arriva la novità, poi la diffidenza, quindi l’abitudine. Infine, quasi senza accorgercene, ci chiediamo come potessimo vivere senza quella novità.
Ma proprio quando una innovazione è stata assorbita dalla società, il meccanismo ricomincia. Compare qualcosa di nuovo e ricompare la paura.
È qui che il caso dell’intelligenza artificiale diventa interessante per chi si occupa dell’uomo, prima ancora che della tecnologia. L’AI può essere straordinariamente utile oppure produrre rischi seri: questo dovrà essere verificato caso per caso. Ma la reazione che suscita appartiene a una storia molto più antica della tecnologia digitale.
Questo è anche il motivo per cui non abbiamo bisogno di trasformare il vecchio e il nuovo in un nuovo universale. Il vecchio e il nuovo sono una delle possibili figure attraverso cui gli universali della condizione umana si combinano storicamente. Domani la stessa struttura potrebbe assumere un’altra forma, attorno a un’altra innovazione, a un’altra paura, a un altro conflitto.
E forse proprio qui sta il punto.
La controversia sull’intelligenza artificiale, dunque, non riguarda soltanto l’intelligenza artificiale. Riguarda anche noi.
Siamo animali prudenti, ma anche animali innovatori. Amiamo la sicurezza delle cose conosciute e, nello stesso tempo, siamo capaci di costruire cose che non sono mai esistite prima. Temiamo il cambiamento e poi ci adattiamo al cambiamento. Ci lamentiamo della velocità della trasformazione e, una volta che la trasformazione è compiuta, spesso non vorremmo più tornare indietro.
Qualcuno potrebbe obiettare che l’intelligenza artificiale rappresenti qualcosa di radicalmente nuovo nella storia umana e che, proprio per questo, i precedenti storici non siano più utilizzabili. Ma confondere la novità dell’innovazione con la novità delle reazioni umane sarebbe un errore. L’uomo è antico. Può cambiare radicalmente ciò con cui abbiamo a che fare, senza per questo cambiare necessariamente il modo in cui gli esseri umani reagiscono all’incertezza, al rischio e alla novità. È precisamente questa distinzione fra il contenuto storico, che può essere nuovo, e la configurazione antropologica, che può ripresentarsi, a rendere possibile il confronto con il passato.
Concludendo il vecchio contro il nuovo non è un quarto universale della condizione umana. È una delle figure ricorrenti che la condizione umana può produrre.
E forse è proprio per questo che continua a ripresentarsi. Il vecchio rassicura perché lo conosciamo. Il nuovo inquieta perché non sappiamo ancora che cosa diventerà. Poi, lentamente, il nuovo diventa vecchio. E ricominciamo ad avere paura di qualcos’altro.
Carlo Gambescia
(***) C. Gambescia, Trattato di Metapolitica, Il Foglio, 2023, 2 voll.






































