lunedì 18 febbraio 2019

Caso Diciotti

Salvini a processo?  Yeeesss!




Caso Diciotti e processo a Salvini.  La mia  riposta politica è che se il governo dovesse cadere,  in seguito al  voto favorevole  della Piattaforma Robespierre (Rousseau per gli amici, Casaleggio per i parenti), e conseguente svolta parlamentare,  non  mi strapperei i capelli.

Ma il punto purtroppo  non è questo.   In gioco c’ è ben altro, e di più importante.   Per  capire occorre prenderla da lontano, partendo dal rapporto tra diritto e politica,  tra sovranità delle leggi e sovranità del potere.  

Semplificando al massimo.

La sovranità del potere imporrebbe un voto favorevole a Salvini, sia sulla Piattaforma, sia in Parlamento. La sovranità delle leggi, un voto sfavorevole. 

La sovranità del potere rinvia all’etica della responsabilità, che risponde alle seguenti domande: ci conviene far cadere il governo?  perdere il potere?  tornare a votare?  La risposta ovviamene è no, perché quel che conta, dal punto di vista dell’etica della responsabilità, è la continuità del potere, non della legge.

La sovranità delle leggi rimanda  invece all’etica dei principi che tratta la questione dal punto di vista morale, dei valori assoluti. Quindi la caduta del governo, la perdita del voto, sono obiettivi secondari rispetto a quello di garantire la continuità del principio dell’uguaglianza davanti alla legge.

Come si può osservare, in linea teorica,   la distanza tra etica della responsabilità ed etica dei principi è notevole. In linea pratica, invece si tenta sempre di trovare l' aggiustamento politico, capace di accontentare gli uni senza scontentare gli altri. È un segno di prudenza politica, madre di ogni buon realismo politico.  Pertanto, di regola,  la continuità del potere viene presentata come nell’interesse dei cittadini.

Infatti,  nel quesito posto agli iscritti di Cinque Stelle si attribuisce a Salvini  il “perseguimento di un  preminente interesse pubblico  nell’esercizio di una funzione di governo”. Si parla addirittura di “un interesse dello stato costituzionalmente rilevante”. Quindi, come si lascia intendere,  nessun reato compiuto per tornaconto personale.  E a dire il vero,  la sfera di competenza, come del resto si evince dalla natura del procedimento giudiziario, rinvia non all’articolo 68 della Costituzione, ma al 96. Per farla breve, nel quesito posto agli iscritti pentastellati, si evoca, se non la ragion di stato, un suo derivato:  la ragion pubblica. Che però coincide con le idee professate da un razzista come Salvini.

Il razzismo  introduce un’ ulteriore distinzione. E per due ragioni. Sul piano generale, perché il razzismo, è contrario alla Costituzione (art. 3), sul piano particolare, delle scelte politiche di Salvini Ministro dell’Interno,  perché il caso Diciotti, ideologicamente è il frutto avvelenato di una visione razzista dei fenomeni migratori, purtroppo pervenuta al  governo del Paese.

Sul punto non è perciò possibile nessuna mediazione. Etica dei principi, dunque? Sì.  Però, c’è etica ed etica…  Salvini deve andare a processo, non per un principio astratto di uguaglianza davanti alla legge, impregnato di giustizialismo  del tipo Tangentopoli forever, come predicano i grillini estremisti, né perché avrebbe tutelato presunti interessi pubblici, come sostengono i grillini, per così dire, realisti, ma  perché   è un razzista,  come comprova il suo comportamento politico. E il razzismo non è un “preminente interesse pubblico, né “un interesse dello stato costituzionalmente rilevante”.   

Qui però  - attenzione -  entra in gioco anche l’  etica della responsabilità.  Perché Salvini  è pericoloso,  costituzionalmente pericoloso, e deve essere esemplarmente  punito.  Affinché -   ecco il punto pratico -   l’esempio, sia di monito e favorisca  nei cittadini  comportamenti  responsabili. 

In caso di  processo e  condanna, Salvini si atteggerà a vittima? Probabilmente sì. Ma, esempi per esempi,  il suo  ammaestramento  razzista  quotidiano  giustifica   i peggiori istinti  dei suoi elettori. Sicché,  risulta  assai  più rischioso e pericoloso  "vezzeggiarlo" che  "spegnerlo", per dirla con Machiavelli.    

Carlo Gambescia

                                                                                                                    

domenica 17 febbraio 2019

Le  offese antisemite dei gilet gialli  a Finkielkraut

 Basta il cognome e scatta  la violenza…

 

 

L’aggressione, per ora verbale,  subita ieri  a  Parigi da  Alain Finkielkraut, intellettuale francese,  da parte dei  gilet gialli deve far riflettere (*) .

Finkielkraut, politicamente parlando, è un intellettuale di destra, destra democratica e liberale,  avversario  implacabile  di quella che in  Italia si definisce sinistra al caviale. Ma a quanto pare, malvisto anche dalla destra populista. Per quale ragione?  Perché è un ebreo.

L’ebraicità come discriminante politica riconduce direttamente alle mai sopite grandi correnti dell’antisemitismo europeo.  Che cosa vogliamo dire?   Ad esempio Finkielkraut,  non  si era  mostrato contrario al movimento dei gilet gialli. Eppure -  ecco il punto -   l'  ebraicità,   per i dimostranti, consustanziale al suo cognome di figlio di ebrei polacchi,  lo squalifica e discrimina.  Sicché al  filosofo e accademico viene vietato di parlare e  farsi vedere in pubblico.  “Vattene  a Tel Aviv sporco sionista”  gli hanno  gridano con ferocia,  energumeni che non hanno mai aperto un  suo libro o letto un suo articolo. Ma che al  massimo  lo hanno  intravisto  in televisione, e ne ricordano il cognome. Quel cognome...



L'uso del termine "sionista" è un semplice ammodernamento tattico-linguistico di un male antico, di natura strategica. Quasi un gioco di parole: si è sionisti perché si è ebrei, ed ebrei perché sionisti. Siamo dinanzi a un purissimo esempio di antisemitismo. Non si guardi al nome della cosa (ebreo o sionista) ma alla logica sociale che vi è dietro: non conta ciò che si dice (cose a favore dei gilet gialli) e neppure ciò che si è (un intellettuale, un professore, eccetera), conta solo il cognome: Finkielkraut.

Ecco, come la pensa  la  gente  omaggiata da Di Maio e Di Battista.

Cognome. Il lettore potrebbe giudicare  eccessivo quanto andiamo scrivendo.  Non è così. 

Si prenda  l’edizione italiana de I  ‘protocolli’ dei ‘Savi anziani” di Sion, prefata da Julius Evola, filosofo brillante ma anche  truce  teorico del razzismo italiano, pubblicata in 5° edizione  nel 1938, l’ anno disgraziatissimo delle leggi razziali, per i tipi de La Vita Italiana di Giovanni Preziosi,  attivissimo editore e giornalista  antisemita. In  appendice (pp. 245-254),  c’è un elenco di cognomi ebraici: si va da Anticoli a Zamorani.   Per favorire sospetti e  denunce. Scelta a dir poco ignobile, ma che la dice lunga sulla ingiusta e terribile forza evocativa  di un  cognome ebraico. Dunque sulla (perversa) logica sociale che anima l'antisemitismo...  Altro che antisionismo. Si tratta della  stessa logica che ieri ha condotto al tentativo di aggressione nei riguardi di  Finkielkraut.

Poiché la copia de I 'protocolli" in mio possesso è di seconda mano, alcuni cognomi sono sottolineati a matita.  Quando l’ho scoperto mi sono venute le lacrime agli occhi.

La bestia immonda dell’antisemitismo  va fermata.  A ogni costo.

 

Carlo Gambescia  

           

(*)  Qui la notizia: 

http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2019/02/16/01016-20190216ARTFIG00186-emmanuel-macron-denonce-les-injures-antisemites-a-l-encontre-d-alain-finkielkraut.php  (francese); http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2019/02/16/-gilet-gialli-scontri-a-parigi-evacuata-invalides_66eab50c-3c4c-4006-8e10-c1197b7dba40.html  (italiano).

sabato 16 febbraio 2019

Un'intervista di Piero Visani
"Guerra sola  igiene del mondo"?

La “guerra sola igiene del mondo”. Scoraggiante, cognitivamente scoraggiante.  Non trovo altro aggettivo, dopo aver finito di leggere l’intervista  dell’ amico Piero Visani (nella foto). Che pure ha alle spalle studi accademici solidi, e da ultimo, un notevole  volume sulla storia della guerra, che si ferma agli albori del Novecento (*).
Qualche malevolo potrebbe dire rieccoli. Chi? I fascisti. Io invece, almeno per oggi,  preferisco sospendere il giudizio. Tuttavia,  e Visani spero non se ne abbia a male, inizio a nutrire  qualche timore  sul taglio interpretativo del secondo volume, che si concentrerà sui secoli  XX-XXI.  Comunque sia, un tomo su due,  resta sempre un bel colpo.
Queste le  testuali  parole di Visani.  Se si vuole, il "succo" dell'intervista.

Le relativamente rare volte in cui parlo in pubblico, a me piace molto “épater le bourgeois”. Questo perché viviamo un’esistenza talmente narcotizzata e conformistica che l’unica cosa che un (presunto) intellettuale può fare di positivo è introdurre elementi di stimolo, evitando di nascondersi dietro la “banalità del Bene”, tanto comoda e utile per parlare molto senza dire niente. Ideologicamente sì, probabilmente sono futurista e davvero penso che la guerra sia non la sola igiene del mondo, ma una delle poche ancora possibili, uno di quei ambiti esistenziali in cui si pratica un confronto virile e guerriero, non la comoda e vigliacca sodomia tipica di questi tempi saturi di menzogna e viltà. Quel che è certo è che la guerra è un terribile acceleratore di situazioni e, pur se impone costi umani e materiali terribili, talvolta riesce a cambiare qualcosa. Del resto, non è che nelle società pacifiste contemporanee non si muoia. Si muore tantissimo e molto dolorosamente, anche se l’arma scelta in genere per procurare tali morti è l’asfissia, la violenza sottile, lo strangolamento progressivo, la perdita della speranza, la deprivazione del futuro. Molte persone, nel mondo occidentale, sono ormai puri zombies, cioè morti viventi e, nell’eventualità in cui venga loro desiderio di ribellarsi, come nel caso dei gilet gialli  in Francia, il trattamento loro riservato è durissimo, per nulla pacifico e tanto meno pacifista. Si spara loro contro ad altezza d’uomo, perché ritornino in gregge il più presto possibile. Anche quella è una forma di guerra. Partendo da questa premessa, mi affianco a Edward Luttwak, invece che a John Lennon, nel dire: “Give war a chance”… Facendo cadere un velo e un tabù, a volte anche i più distratti capiscono… (**)


Ora, che la guerra sia una costante del comportamento sociale dell’uomo, come lascia intendere  Visani,  non c’è alcun dubbio.  Ma lo è anche la pace. La storia umana, sul piano delle regolarità metapolitiche  è attraversata dal conflitto come dalla cooperazione. Regolarità che a loro volta si scompongono in altre forme e sotto-forme: da un lato concorrenza, competizione, opposizione, dall'altro associazione, concorso, partecipazione (per citarne solo tre per "parte"; per l'elenco completo rinvio a Simmel e Wiese). Talvolta il conflitto è in funzione  della cooperazione, talaltra no.  E talaltra ancora, la cooperazione, indotta o meno da un rapporto egemonico o di equilibrio, si regge sulle proprie forze.  
Il dato incontestabile, dallo storico come dal sociologo,  è rappresentato dall’alternarsi  di guerra e pace, come mostrano i lavori sociometrici  di Sorokin, Wright e altri. Di conseguenza sono fuorvianti gli approcci esclusivamente  conflittualisti e cooperativisti, o se si preferisce, più volgarmente,  bellicisti e pacifisti. Pertanto privilegiare la guerra come “sola igiene del mondo”, rinvia alla visione conflittualista. Che è “una”, non “la” visione, come invece sembra ritenere Visani, pur distinguendo tra le "poche ancora possibili" e inserendo qui e là dei "talvolta" e dei "qualcosa". Tra l'altro, la questione igienico-demografica fu sviluppata, in chiave sistemica (quindi sganciata dalle scelte individuali) dal Bouthoul, studioso geniale, che pur definendo la guerra "infanticidio differito" ( ma ignorando gli effetti culturali del moderno controllo delle nascite), non riuscì mai a conferire congrue basi statistiche alle sue ipotesi (***). 

Quanto al rapporto tra "cambiamento" e guerra,  la sociologia  insegna che la guerra, fin dagli antichi,  provoca, nell’ordine:  1) una crescente diminuzione della libertà; 2) una spiccata gerarchizzazione dei rapporti  sociali;  3) un progressivo accentramento del potere politico, economico e sociale. Altrimenti detto: la guerra determina  l' irreggimentazione della società. Ovviamente il grado di irreggimentazione dipende dalla cultura storica ( e della libertà) dominante e dal controllo e quantità delle risorse disponibili. Ma la logica sociologica  di fondo è quella dei punti 1), 2), 3).
Ecco  i tipi di “cambiamento” che la guerra, come "chance" o meno,  può produrre.  E non sembrano propriamente positivi.  A meno che,  la guerra, come del resto per i pacifisti (ma con segno contrario), non vada a integrare, come nel caso della cultura della "tentazione fascista",  una visione del mondo giudicata, dagli stessi che la condividono, dunque soggettivamente,  coraggiosa ed eroica.
Quanto al progresso scientifico, si tratta di questione tipicamente moderna, sconosciuta  in passato, soprattutto, como noto,  per la ridotta, o comunque lentissima ricaduta collettiva delle scoperte nel mondo pre-moderno.
Vediamo i fatti allora.
La Prima Rivoluzione Industriale (1750-1850) determinò il trasferimento  di  conquiste civili  in ambito militare nella seconda metà dell’Ottocento.  Dopo di che tra scienza civile e utilizzazione militare del progresso tecnologico si stabilì  una collaborazione  di fatto, ora cauta, ora arrischiata, che giunge fino ai giorni nostri (1850-…), con ovvie ricadute  nei due ambiti.  
Tuttavia,  il primo impulso fu civile. In principio era il carrello delle miniere britanniche... Il che significa che tra  guerra e ricadute civili  non c’è relazione di causa ed effetto.  Probabilmente, ma solo per gli sviluppi novecenteschi, c'è influenza reciproca, se si vuole interdipendenza.  Di qui, in ogni caso, l’inutilità di presentare la guerra, anche per ricaduta,  come  assoluto  strumento di progresso civile, magari  per coonestare  l'idea che  "senza guerre non esista progresso"...  Anche perché, prudenza euristica, come Visani sa bene,  imporrebbe  di evitare conclusioni sia in chiave cooperativista,  sia in senso conflittualista.   O no?      

Carlo Gambescia
                    

(*) Qui la mia recensione: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2018/07/guerra-una-storia-ricordavo-piero.html .

(**) Qui l'intervista completa:   https://www.lintellettualedissidente.it/letteratura-2/guerra-passato-futuro-costante-umana/ .

(***)  Su Bouthoul si veda il  bellissimo  volume di  di  Jerónimo Molina Cano, Gaston Bouthoul, inventor de la polemología, premio  Luis del Corral 2017, per i tipi prestigiosi  del Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, Madrid  2019.

venerdì 15 febbraio 2019

Morte del dibattito pubblico in Italia
La politica fecale di Marco Travaglio


Perché  meravigliarsi della carta igienica con il volto di Renzi, in  bella mostra, durante il collegamento in diretta  con  Marco Travaglio, ospite del  programma “Tagadà” sulla  “Sette”? Piuttosto ci si dovrebbe chiedere quando è scattato  il meccanismo gogna, di cui il direttore del “Fatto” è un  grande specialista (*).
In realtà,  i toni  del dibattito pubblico  sono scesi così in basso  che  resta  difficile attribuire torti e ragioni.  Probabilmente, al di là delle questioni storiche e politiche,  i Social, hanno contribuito a quel che definirei il nuovo stile libero della comunicazione,  fondato sulla denigrazione dell’interlocutore con tutti i mezzi a disposizione, dalle parole alle immagini.

Non si argomenta più. Si tira, per l'appunto, quella che un tempo si chiamava catena... Del resto, l’argomentazione rinvia a un rapporto tra pari, il denigrare implica invece la degradazione, come avvilimento morale dell'interlocutore. Significa considerarlo indegno di un rapporto paritario, fondato sul civile scambio di argomentazioni: un fuori casta, dopo  aver magari inveito per anni contro le caste... 
Ora,  che  le persone comuni  non   badino  più di tanto all’argomentazione,  è un fisiologico problema di scarse risorse cognitive.  Ma che  ai piani alti dell'intelligenza, come nel caso di Travaglio, direttore di un giornale,  ci si comporti, come il  fruitore medio di Facebook è un fatto  grave, che  indica che ormai l’argomentazione è solo un lontano ricordo. Forse un brutto ricordo. 
Qualcuno potrà accusarmi di usare nei miei articoli a proposito di Salvini e Di Maio,  termini come giostraio e  bibitaro, e quindi tutto sommato di non essere da meno. Touché. Però, a mia discolpa, posso dire che  cerco sempre di argomentare.  Le mie  definizioni  di   Salvini come  Giostraio Mancato e di Luigi  Di Maio come Trascorso Bibitaro allo Stadio,  non sono gratuite.  Di Maio, ha effettivamente esercitato… Salvini, nei modi, ricorda un bigliettaio dell’autoscontro, che magari  nel tempo libero arrotondi…  

Un amico  mi ha ricordato, con aria di rimprovero,  che Pertini, esule in Francia faceva il muratore. E che tutti mestieri sono degni. Certo, se si resta muratori però…  Pertini, lo era per necessità politiche. Inoltre  accostarlo  a Salvini e Di Maio è cosa a dir poco spericolata. Comunque sia, lascio il giudizio ai lettori.
Per tornare a Travaglio, come è noto,  la sua tecnica di scrittura è imperniata  sulla degradazione a essere sub-umano dell’interlocutore (epiteti, battute, storpiature dei nomi ).  Dall’alto del suo rigido moralismo  giudica e condanna senza possibilità di appello. Esistono solo due posizioni la sua e la sua.   Dopo di che tira la catena.  
La carta igienica con il volto stampato di Renzi, ricorda, seppure con la mediazione di certo storico pulcinellismo tipicamente italiano, la propaganda nazista e comunista che rappresentava ebrei e capitalisti come esseri  storpi,  grassi, sordidi e repellenti.  Il volto   di Renzi, da quel che si scorge non ha subito ritocchi. Ma l’accostamento alla carta igienica, non lascia dubbi sull’attribuzione all’ex premier di allogenicità  fecale, quindi di  una  "riduzione" a  scarto, rifiuto, qualcosa che merita di sparire, di insozzato,  nei vortici d'acqua del  water.
Il vero problema è come  fermare il degrado.   O comunque,  come  rianimare un   discorso pubblico che appare morto.   Magari bastasse  tirare la catena…

Carlo Gambescia     

                         

giovedì 14 febbraio 2019

A proposito di San Valentino
La forma dell’acqua



Innanzitutto,  auguri a tutti gli innamorati. Se gli amici lettori  perdonano il consiglio, suggerisco  come dono  intelligente, e probabilmente gradito,  il famoso libro di Francesco Alberoni, Innamoramento e amore. Dove si spiega la differenza e contraddizione (non sociale ma individuale), tra amore e matrimonio:   tra innamoramento, come fenomeno  circoscritto nel  tempo (anche se privo di  scadenza precisa), e matrimonio, come  istituzione, che regola giuridicamente i risvolti sociali dell’innamoramento (e che quindi va oltre, socialmente parlando, il termine delle  vite individuali). Gli individui passano, le forme istituzionali restano.  Di qui discendono i  contrasti -  che quindi   non riguardano solo i sentimenti amorosi -    tra individuo e società, tra ciò che  fugace e ciò che è stabile.   

Francesco Alberoni  prima di scrivere Innamoramento e amore, lavorò duramente per lunghi anni, producendo libri e saggi ancora oggi utilissimi, sul rapporto tra movimento e istituzione. Detto altrimenti:  tra i fenomeni sociali, l’acqua che fluisce liberamente e ininterrottamente, e le istituzioni sociali,  come tentativo di dare forma istituzionale all’acqua (per rubare il titolo al Montalbano di Camilleri). Una forma sociale,  che di volta in volta, non può che essere quella dei suoi contenitori.  Dunque, una forma  sempre diversa e temporanea. E in fondo fragile, come un bel calice di cristallo.
Per inciso, il rapporto tra  movimento e istituzione è una precisa regolarità  metapolitica, che rimanda al rapporto tra potere costituente e potere costituito. Di regola, il primo si trasforma nel secondo e così via, seguendo modalità talvolta, per così dire assai brusche e imprevedibili.
Dal punto di vista, della teoria dell’amore come forma dell’acqua che cosa rappresenta San Valentino?  Un tentativo di dare forma alla liquidità dell'  amore, che è lì da sempre (con buona di pace di Bauman), come attesta il folclore popolare di tutti i tempi e di tutti i paesi. E in che modo? Attraverso la fondazione-rifondazione di  una micro-istituzione, ovviamente secondo una ritualità moderna:  un invito a cena, una smart box, un bouquet  di fiori,  eccetera, eccetera.  Il punto è che bisogna crederci in due.  E non sempre è così…  Dai fiori al matrimonio, dal micro al macro.  Semplificando, la sclerosi sociale è sempre in agguato: le istituzioni, per vivere, hanno bisogno di credenze, le credenze rinviano agli esseri umani, e se gli essere umani non credono, non c’è più istituzione che tenga…  Ripetiamo, dai fiori al matrimonio.

Un altro grande sociologo, Pitirim A. Sorokin (un russo naturalizzato americano) si propose addirittura di  studiare l’amore come forma di trasformazione sociale, per finirla con le guerre, di ogni genere, persino all’interno delle famiglie.   Si veda, tra l’altro tradotto in italiano, The Ways and Power of Love.  Types, Factors, and Techniques of Moral Transformation.  Un grosso manuale alla cui base però, resta un errore di fondo:  quello di non distinguere, tra innamoramento e amore. Tra l’acqua e la sua forma. Sorokin, si illuse di poter svuotare con la mano l’acqua del mare e di travasarla, nella sua interezza, in calici, otri e giare di natura sociale.               
Detto altrimenti,  il nesso tra  innamoramento e amore, come quello tra movimento e istituzione, risente della ciclicità dei fenomeni sociali, ciclicità  che rinvia  a una  fila  di curve a campana, di tipo collettivo e individuale, dunque con tempi di durata differenti. Che possono intersecarsi, oppure no.
Sicché, di base,  la discrasia tra vite individuali (più brevi) e vita delle istituzioni sociale (più lunga), consente che un innamoramento, trasformatosi in amore, possa durare addirittura  tutta la vita, ma anche pochi anni, mesi, giorni: l’acqua dell’innamoramento, per alcuni individui fortunati, può assumere la forma di un matrimonio o relazione lunga e felice, addirittura "eterna" nel senso della durata di una  vita individuale.  Per altri no.
Come riteneva  Machiavelli, la fortuna governa per un cinquanta per cento le vicende umane. Per l’altra metà sta a noi darci da fare.  Certo,  si deve  incontrare la persona  giusta.  E qui si tratta di fortuna.  Ma anche riconoscerla  e impegnarsi. Insomma,  la fortuna da sola  non basta. Talvolta l'amore passa, per un attimo ci  stringe la mano,  sfiora la nostra fronte con un bacio.  Sta a noi intuire. E ricambiare.  Magari per sempre. Le vie del sociale sono infinite.
Di nuovo buon San Valentino a tutti.
Carlo Gambescia


mercoledì 13 febbraio 2019

Era ora. L’ Europa si è accorta che Conte è un burattino
Viva l’Italia, ma senza fili...



I giornali di oggi, a parte  “Stampa” e  “Repubblica”( ci pare) oscurano o minimizzano la figuraccia di Conte a Strasburgo.  In realtà, come non definire  sacrosanta l'accusa, rivolta al Presidente del Consiglio,  di essere il  “burattino di Salvini e Di Maio”?  Davanti all’ennesimo discorso all’insegna della purissima  aria fritta? E attenzione, l'irritazione  verso  Conte, a dir poco dilatorio e superficiale, diremmo,  "come da contratto", sembra  condivisa perfino dalle guide alle visite turistiche alla Cattedrale di Strasburgo. Altro che socialisti e liberali. E' l'intero Parlamento europeo a non poterne più. Ovviamente, per Salvini e Di Maio sono "euroburocrati"  anche i parlamentari europei. Il fatto che siano liberamente eletti per loro è un semplice   dettaglio. 
Certo, può  non  far piacere, perché  di epiteto si tratta. Così si offende anche l’Italia.   Ma, piaccia o meno,  descrive in modo fotografico  la situazione di isolamento in cui  è finito il nostro Paese.   Probabilmente, in Europa, non si definiva un leader italiano in modo così dispregiativo  dai tempi della Repubblica di Salò, una della pagine più buie dell’intera storia dell’Italia unita, quando Mussolini veniva liquidato dalla propaganda alleata come “burattino di Hitler”. Ed era la verità.  
Ma  nelle pagine della  “Stampa” e della   “Repubblica”  il lettore non troverà alcun  accenno al parallelo storico ricordato.  Anche chi critica il Governo giallo-verde non sembra rendersi conto, probabilmente a causa del riflesso condizionato di un malinteso patriottismo,  della gravità, diremmo quasi unicità, della situazione: un Presidente del Consiglio (fino a otto mesi perfetto sconosciuto), privo di qualsiasi autorità,  comandato a bacchetta da un Giostraio Mancato e da un Trascorso Bibitaro allo stadio.  Tre nullità che stanno distruggendo l’ Italia.  Mussolini, politicamente parlando,  al confronto era un genio, malefico, ma un genio.
La stampa italiana dovrebbe perciò cominciare a fare il proprio lavoro e  attaccare regolarmente, ogni santo giorno, un governo di incapaci che rischia di condurre l’Italia alla rovina.   E invece si cincischia. O si corre dietro alle bufale  dei Social.
L’Italia è stata offesa, si legge. Ma come  può preso sul serio un Paese,  dove  a proposito della Tav, un simbolo della modernità, si parla  di passo indietro?  O addirittura di indire  un referendum per la serie votiamo se la Terra è piatta o meno?  
Ed è perciò scontato che un Presidente del Consiglio, i cui fili sono mossi da due Vice Presidenti, venga considerato e liquidato pubblicamente come un burattino. Piaccia o meno, ma la verità si vendica sempre. 
Viva l’Italia, ma senza fili.


Carlo Gambescia                    

martedì 12 febbraio 2019

Il voto in Abruzzo


A nostro modesto avviso il voto in Abruzzo non cambia di una virgola il quadro politico-culturale della situazione italiana, che non è proprio dei migliori (per usare un eufemismo).  Salvini è un populista (concetto che ingloba il sovranismo), è ha “populistizzato” il  centrodestra italiano. Berlusconi e la Meloni non dicono cose liberali e moderate, ma cose populiste. Tajani, pur   con il pedigree da Commissario europeo,  sulle   Foibe, ha detto cose degne dell’estrema destra  nazionalista; altro che liberale e moderato.   Se si sfogliano giornali, riviste e rivistine della  destra post-aennina, quella che in qualche modo ha governato (con e contro Berlusconi),  si leggono, su Francia, immigrati, interventismo statale,   cose tremende: più a destra di  Luigi Di Maio, roba da cultura della  tentazione fascista. Del resto, Marco  Marsilio, il trionfatore degli Abruzzi, proviene dalla destra missina e post-missina, con conseguente cursus honorum. Un Alemanno, più alto. Per inciso, anche Marsilio è un  docente della Link Campus University.
Cosa vogliamo dire?  Che culturalmente l’Italia è divisa tra populisti di sinistra e populisti di destra. L'arretramento del  M5S è una spinta verso la radicalizzazione e la tenuta del PD un calcione al riformismo.  Perciò  l’attesa taumaturgica delle elezioni europee è un viaggio verso il nulla.  Perché, una replica del risultato abruzzese, rafforzerebbe il populismo di Salvini, e di rimbalzo il populismo del Pd e del M5S.  Quindi anche se si dovesse arrivare a un governo di centrodestra, sarebbe Salvini a monopolizzarlo: uno, perché la sua leadership è in sintonia con  il mainstream culturale populista; due, perché Salvini  avrebbe i numeri per condizionare politicamente gli alleati, tra l’altro, come nel caso di Fratelli d’Italia,  ancora  più a destra di Salvini.
Il che significa una cosa:  che i moderati italiani continueranno ad essere  privi di  rappresentanza.   
Ma quando si parla di moderati a quali ceti  ci si riferisce?  Indagini ci dicono, che il moderato, cioè colui, che si pone al centro dello schieramento politico,  teme Salvini, teme Di Maio, teme la Meloni, persino Zingaretti e, dopo  il ruzzolone, addirittura Renzi.  Non disdegna, per educazione, l'Ue.   Attualmente è senza partito. Quanto al reddito si colloca nella fascia intermedia,  sui trentamila euro. Parliamo forse  di  quattro-cinque milioni di voti nel cassetto.  Un ceto che si compone di artigiani, insegnanti, impiegati, liberi professionisti, piccoli imprenditori, di età elevata, dai quarantacinque in su. Era, ed è per eredità psicologica,  il vecchio elettorato centrista della Dc, del partito socialdemocratico e liberale, che  stancatosi del fiscalismo democristiano e della rapacità politica socialista,  si è spostato, tra il 1994 e 2006, verso   Forza Italia, per approdare infine, deluso, al non voto.
Il moderato, non si occupa di politica, ma di famiglia, lavoro, consumi.  E teme gli eccessi.  In Abruzzo si è sicuramente astenuto. Ripetiamo,  come riportare al voto (non alla politica, alla quale il moderato è refrattario)  i moderati italiani? Il vero punto è come invertire il trend culturale populista, frutto di un percezione Social e sociale,  catastrofista.  Il che non è facile.  Perché, quanto  a guide intellettuali,   l’Italia è piena di liberali e borghesi vergognosi. Che temono di compromettersi con la politica. Altri invece  sono  liberali senza saperlo.
Insomma,  la potenziale base elettorale dei moderati italiani, resta tale, priva di guide intellettuali e politiche vaga solitaria da un centro commerciale all'altro, magari nutrendo sensi di colpa. Perché non sa che il consumo è un atto politico che  rinvia a una scelta di libertà.  Libertà che va difesa con il voto. Però nessuno dà loro spiegazioni al riguardo.  Sicché i moderati, in ultima istanza,  si vergognano dei loro consumi e non votano per difenderli. Un circolo vizioso.
E intanto in Abruzzo Salvini…

Carlo Gambescia