La morte in diretta. Non è il titolo di un film dell’orrore, ma il progetto dell’amministrazione Trump di trasmettere in streaming l’esecuzione di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood del 2009. Pete Hegseth, segretario alla Guerra, ha annunciato che il pubblico potrà assistervi, perché comprenda che certi crimini hanno conseguenze. Quanto a Donald Trump, la sua posizione è stata riportata in modo contraddittorio: il Washington Post riferisce che, interpellato direttamente sull’autorizzazione dello streaming, ha risposto “Absolutely”; Reuters ha invece riferito che il presidente non aveva ancora preso una decisione definitiva sulla trasmissione. La vicenda, insomma, è ancora in evoluzione. Ma il problema politico è già evidente.
Di Trump ormai si sa tutto. Ma Pete Hegseth, chi è?
Quarantasei anni, laureato in scienze politiche a Princeton, ex ufficiale della Guardia nazionale, con esperienze a Guantánamo, in Iraq e in Afghanistan, già commentatore di Fox News. Nel gennaio 2025, Donald Trump lo ha nominato segretario alla Difesa, carica che dal settembre 2025 viene indicata dall’amministrazione anche con la denominazione di segretario alla Guerra. Il suo curriculum intellettuale è altrettanto eloquente di quello militare: American Crusade (2020), Battle for the American Mind (2022), The War on Warriors (2024). Tre titoli, una sola musica: l’America come fortezza assediata, la politica come crociata, la cultura come campo di battaglia. Nel suo universo ideologico, nazionalismo, fondamentalismo cristiano e culto del guerriero si saldano in una miscela di bellicismo e reazione. I tatuaggi con simboli crociati completano il quadro: più che al capo del Pentagono, si potrebbe pensare a un reduce delle Crociate finito fuori tempo massimo. Per capirsi, è come se in Italia mettessimo Vannacci alla Difesa: con la differenza che Hegseth, oltre a indossare l’uniforme, sembra voler vestire anche l’armatura.

Perciò non si commetta l’errore di liquidarlo come un pazzo. Il punto non è la sua psicologia, ma la coerenza di una visione politica. Sa quello che vuole. Ciò che gli Stati Uniti non hanno mai conosciuto, secondo una linea interpretativa che va da Tocqueville a Louis Hartz: l’esperienza storica della società feudale europea, con tutto quel che ne consegue per la distruzione sistematica del liberalismo americano. Una specie di passo del gambero.
L’ONU ha contestato il progetto: le esecuzioni pubbliche, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, costituiscono una forma di trattamento o punizione crudele, inumana o degradante. Ma per un personaggio come Hegseth, l’ONU rischia di essere ciò che l’Internazionale comunista era per il senatore McCarthy: un consesso di nemici, non una sede di confronto. E in una versione portata all’ennesima potenza.
Attenzione, dunque, a non confondere la nostra critica con l’antiamericanismo di maniera . Gli Stati Uniti hanno una storia che merita ammirazione, nonostante le sue ombre: una tradizione costituzionale, il pluralismo, la libertà individuale, la capacità di correggere i propri errori. È proprio alla luce di questa tradizione che Hegseth pone un problema. Perché la guerra contro tutti, dagli oppositori interni ai nemici esterni, rischia di diventare un’identità politica permanente; la divisione tra amici e nemici, una concezione della società; la forza, un surrogato del diritto.
Un personaggio del genere, alla Difesa — pardon, alla Guerra — non è semplicemente un altro capitolo della storia militare americana. È il segnale di una possibile mutazione della sua cultura politica. E denunciarla non significa unirsi al coro di fascisti, comunisti e fasciocomunisti che hanno sempre avuto l’America sul banco degli imputati. Significa, al contrario, prendere sul serio ciò che l’America ha rappresentato e può ancora rappresentare.

Qui c’è qualcosa di politicamente più profondo. Non parliamo soltanto della pena, ma della sua trasformazione in una dimostrazione di potenza: il potere che mette in scena la morte per educare il pubblico, impartire una lezione, esibire la propria forza. Non più soltanto la legge che punisce, dunque, ma il potere che si mette in mostra. E pretende che i cittadini guardino. Trump e Hegseth, vestiti di pelli, da sotto un fico, amministrano gli Stati Uniti.
Parliamo degli Stati Uniti. Non della Romania di Ceaușescu, dell’Iran degli ayatollah o di una delle tante autocrazie nelle quali il potere ha fatto della paura uno strumento di governo. Parliamo degli Stati Uniti, la repubblica della Costituzione scritta del 1787, la più antica tra le costituzioni nazionali moderne tuttora in vigore; della separazione dei poteri, dei controlli sul governo, della diffidenza verso il potere personale. Un Paese che, con tutte le contraddizioni della propria storia, ha dato un contributo fondamentale alla tradizione costituzionale liberale.
È proprio qui che la vicenda di Pete Hegseth assume un significato che va oltre la sua persona. Il segretario alla Guerra diventa il simbolo di una possibile mutazione: la forza che tende a emanciparsi dai limiti del diritto, la politica che si organizza intorno alla contrapposizione tra amici e nemici, la violenza che da strumento eccezionale diventa messaggio pubblico.
Non siamo ancora alla conclusione di un processo, e sarebbe imprudente fingere che lo fossimo. Ma i segnali meritano attenzione. È da questo rovesciamento che occorre partire per comprendere la triplice svolta americana.
La prima è politica. Trump non è semplicemente un presidente conservatore che vuole attuare un programma di destra. È il protagonista di una concezione del potere che tende a identificare la volontà del capo con quella del popolo, riducendo il valore delle mediazioni, dei contrappesi e delle autonomie istituzionali. Il mandato elettorale diventa una cambiale in bianco. Ma vincere le elezioni non significa diventare proprietari dello Stato.
La terza svolta è culturale. È il mutamento del rapporto fra governanti e governati. Il leader si presenta come il padre benevolo, il protettore, l’uomo che risolve tutto purché gli si lasci mano libera. Il re, come dicevamo, vestito di pelli, che rende giustizia all’ombra di un fico. Come dire? Tutto per il popolo, nulla attraverso il popolo. È il paternalismo politico che pretende di sostituirsi all’autonomia dei cittadini. Marc Bloch, studiando i re taumaturghi, ci ha mostrato quanto possa essere potente la credenza nelle virtù straordinarie del sovrano. Oggi non occorrono guarigioni miracolose: basta promettere di guarire la nazione dai suoi nemici.
Ecco perché usiamo la parola Reazione, non semplicemente populismo, autoritarismo o conservatorismo. La Reazione è l’opposizione ai principi delle rivoluzioni democratiche americana e francese, per riprendere la grande interpretazione storica di R. R. Palmer: l’eguaglianza politica, la sovranità dei cittadini, il potere sottoposto alla legge. Ed è anche il rovesciamento di quella che Samuel E. Finer considera una delle grandi acquisizioni del costituzionalismo moderno: il governo non è al di sopra dell’ordinamento, ma dentro l’ordinamento.
La reazione contemporanea non deve restaurare il trono e l’altare. Può servirsi delle urne, dei social network, della mobilitazione popolare. È moderna nei mezzi, ma regressiva nella concezione del potere. La sua ambizione è recuperare la verticalità del comando, liberandola, per quanto possibile, dai limiti che la democrazia costituzionale ha costruito.
La morte in diretta si inserisce in questo quadro. Non dimostra da sola una svolta di regime, ma ne può diventare un simbolo: il potere che non si accontenta di punire, vuole esibire la punizione; non gli basta affermare la legge, vuole mostrare chi comanda. Il condannato diventa il protagonista involontario di una lezione collettiva. E il pubblico, da cittadino, viene ridotto a spettatore.
Sia chiaro: la responsabilità di Hasan per una strage spaventosa non è in discussione. Fu condannato nel 2013 per tredici omicidi premeditati e trentadue tentati omicidi. Ma proprio lo Stato, quando punisce il colpevole, dovrebbe dimostrare di non essere prigioniero delle passioni che il crimine suscita. Altrimenti la giustizia rischia di diventare il teatro della vendetta.
Un’ultima cosa. Il giornalismo italiano di destra ha dedicato alla notizia poco spazio, quando non l’ha del tutto ignorata. Ed è grave. Qui non è in discussione soltanto la pena di morte, ma anche la «morte in diretta»: l’esecuzione trasformata in spettacolo, consegnata allo streaming e al consumo del pubblico. Nel Paese di Cesare Beccaria, del codice Zanardelli e della Costituzione repubblicana, una simile regressione dovrebbe stare al centro della scena, non ai suoi margini.. Ma quando il boia è politicamente dalla propria parte, anche l’indignazione sembra andare in onda a corrente alternata. Che malinconia.
La nostra preoccupazione, al punto in cui siamo, è fondata: sotto il profilo della svolta reazionaria, le cose sembrano andare sempre peggio. Perché il progressivo logoramento dei limiti al potere, la personalizzazione del comando e la riabilitazione politica della forza sembrano convergere. E perché i contrappesi istituzionali, per quanto ancora operanti, non possono essere dati per eterni.
La Costituzione non è un talismano. È un insieme di regole che vive soltanto se chi governa accetta di rispettarle anche quando gli sono scomode. E la democrazia non consiste nel consegnare il potere al vincitore perché ne faccia ciò che vuole. Consiste nel consentire ai cittadini di scegliere chi governa, senza rinunciare al diritto di limitarlo, controllarlo e sostituirlo.
La Reazione comincia quando il potere pretende di essere giudice di se stesso. Trionfa quando i cittadini rinunciano a giudicarlo. Allora il boia non ha più bisogno di nascondersi, il capo non deve più giustificarsi, la forza non deve più rispondere al diritto. Basta accendere una telecamera. E aspettare gli applausi. È così che una democrazia può cominciare a morire: non quando il potere spegne le luci, ma quando le accende sulla morte e i cittadini restano a guardare.
Carlo Gambescia
NOTA
Quanto alla foto di copertina si tratta un’ allegoria della spettacolarizzazione mediatica: la tragica realtà storica del ‘3 maggio 1808’ di Goya irrompe sotto forma di ‘breaking news’ nell’indifferenza di un moderno locale pubblico. Ideazione e focus concettuale di Carlo Gambescia , elaborazione grafica digitale a cura di Nano 2.






































