sabato 24 ottobre 2026

Gli anti-italiani. Una parola che viene da lontano...

 


La prima pagina del "Secolo d’Italia" di oggi offre un piccolo documento di cultura politica. A caratteri cubitali leggiamo: "UN SABATO ANTI-ITALIANO". Sotto, il giornale denuncia manuali di guerriglia, chiamate ai «maranza» e organizzazione di blitz contro polizia e negozi.

Sui violenti non abbiamo dubbi. Chi aggredisce gli agenti, devasta i negozi o mette a repentaglio l’incolumità altrui deve essere identificato e perseguito. La libertà di manifestare non comprende quella di spaccare la testa al prossimo. Ma perché definire anti-italiana una (possibile) giornata di disordini, anziché condannare direttamente i responsabili? La scelta delle parole non è innocente. E questa, in particolare, ha una storia che merita di essere ricostruita.

La parola «anti-italiano» non è un’invenzione fascista. Era già in uso nel Settecento, anche nella polemica contro gli stranieri accusati di denigrare la cultura italiana. E nella prima parte dell’Ottocento verso (semplifico) gli austriacanti. Nei tardi anni dell’Italia liberale, sanno i nazionalisti e gli interventisti a bollare i loro avversari come anti-italiani  (Tomasin; Aliberti)

Il fascismo, tuttavia, ne reinventa il significato politico, inserendola in una concezione della nazione che pretende di coincidere con il regime. L’avversario non è più soltanto qualcuno che sbaglia o che sostiene idee diverse: rischia di diventare un nemico della patria.

Un primo terreno sul quale osservare questa contrapposizione è la polemica del 1925 fra i due manifesti degli intellettuali. Il 21 aprile viene pubblicato quello fascista, redatto da Giovanni Gentile; il 1° maggio esce la risposta antifascista di Benedetto Croce. Non si tratta soltanto di una disputa fra intellettuali. Si confrontano due concezioni della cultura, della libertà e del rapporto fra politica e nazione. Il fascismo rivendica una particolare identificazione con la storia italiana; Croce contesta la pretesa di subordinare la cultura a un’ideologia e a un regime (Papa).

Non attribuiamo ai manifesti, senza un riscontro testuale preciso, l’uso letterale dell’epiteto «anti-italiani». Il loro significato storico è però essenziale per comprendere il clima nel quale il fascismo pretendeva di rappresentare la vera Italia e relegava gli avversari fuori dalla comunità nazionale. La distinzione fra opposizione politica e slealtà patriottica era funzionale a questa operazione.

La documentazione sull’antifascismo permette di seguire il meccanismo negli anni successivi. Paolo Alatri, nella sua antologia L’antifascismo italiano, raccoglie materiali che aiutano a ricostruire la persecuzione degli oppositori e il linguaggio impiegato per delegittimarli.  Furono soprattutto i militanti  di Giustizia e Libertà  a essere oggetto degli strali fascisti: li si accusava di  ostilità verso l’Italia, intrecciandola con pregiudizi antisemiti (Alatri). Neppure i cattolici furono risparmiati. Oltre alle polemiche, dopo il Concordato, con conseguenti passaggi dalle parole ai fatti,  tra fascisti e  movimenti giovanili cattolici, a pagarne il conto fu nel 1940 -1941,  Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI,  accusato da Roberto Farinacci, di  atteggiamento anti-italiano e di connivenza con gli inglesi (G. Adornato).

Il meccanismo è riconoscibile: il regime si appropria della patria e pretende di stabilire chi abbia titolo per rappresentarla. Il dissenso diventa slealtà, l’avversario politico un corpo estraneo. Non basta essere italiani: bisogna dimostrare di esserlo nel modo prescritto da chi detiene il potere. La reinvenzione fascista dell’anti-italianità consiste precisamente in questo: non nell’invenzione della parola, ma nella sua trasformazione in uno strumento di delegittimazione politica.

Veniamo al "Secolo d’Italia". Fondato nel 1952, il quotidiano divenne organo ufficiale del Movimento Sociale Italiano e successivamente di Alleanza Nazionale. La sua storia appartiene dunque alla genealogia della destra postfascista. Il titolo di oggi non dimostra, da solo, che Fratelli d’Italia sia un partito fascista. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il significato politico di un linguaggio che ripropone la contrapposizione fra italiani autentici e nemici interni. La continuità culturale non si dimostra con una singola parola; si indaga attraverso la persistenza di categorie, immagini e modi di concepire il rapporto fra potere e avversari.

Il problema, inoltre, non riguarda soltanto i "rossi", bersaglio tradizionale della destra radicale. Riguarda anche gli immigrati, gli islamici e chiunque possa essere presentato come estraneo all’identità nazionale. Si mettono insieme gruppi diversissimi, si suggerisce che costituiscano una minaccia e si lascia che la contrapposizione faccia il resto. Una fava, due piccioni: si delegittima l’avversario politico e, contemporaneamente, si alimenta il sospetto verso intere categorie sociali e religiose. Naturalmente, non tutti i manifestanti sono delinquenti, non tutti gli immigrati sono violenti e non tutti gli islamici sono estremisti. Sono distinzioni elementari, ma proprio per questo indispensabili quando la propaganda cerca di cancellarle.

 

Il passaggio decisivo è quello dalle parole alle leggi. In Italia esistevano già prima del Governo Meloni,  strumenti per perseguire aggressioni, danneggiamenti e violenze. Chi commette reati deve risponderne. Il problema nasce quando l’emergenza diventa un argomento permanente per restringere le libertà, moltiplicare divieti e indebolire le garanzie dello Stato di diritto. Non c’è bisogno di essere indulgenti verso i violenti per essere rigorosi verso il potere.

La sicurezza è un bene pubblico, ma lo sono anche la libertà personale, il diritto di manifestare, la libertà di espressione e le garanzie processuali. Una democrazia liberale deve essere abbastanza forte da perseguire chi commette reati e abbastanza sicura di sé da non aver bisogno di trasformare il dissenso in slealtà nazionale.

 

Qui torna utile Gaetano Mosca e la sua nozione di "formula politica": l’insieme di principi e credenze attraverso cui una classe dirigente giustifica il proprio potere. La formula politica di una democrazia liberale non può consistere nella pretesa che la maggioranza coincida con la nazione e che chi la contesta ne sia, per ciò stesso, nemico. La maggioranza governa, ma non possiede il Paese. Vince le elezioni, ma non diventa proprietaria dei diritti altrui.

Chi aggredisce un poliziotto risponde della propria condotta; chi manifesta contro il governo esercita un diritto. Confondere le due cose significa minare le fondamenta della convivenza liberale.

Ecco perché il titolo del “Secolo d’Italia” merita attenzione. Non è una prova conclusiva del fascismo di Fratelli d’Italia, ma un indizio culturale da interpretare alla luce della storia della destra italiana. 

 

Quando riaffiora un linguaggio che contrappone gli italiani autentici agli anti-italiani, dobbiamo domandarci quale idea di cittadinanza e di Stato esso contribuisca a legittimare.  Nessuna. Perché gli oppositori sono trattati come sudditi.

Il punto non è stabilire chi sia abbastanza italiano da meritare i propri diritti. È impedire che qualcuno possa arrogarsi il potere di deciderlo. La patria non è proprietà di un partito, la maggioranza non è la nazione e l’avversario politico non è un nemico dell’Italia. È da queste distinzioni, tutt’altro che accademiche, che comincia la difesa dello Stato di diritto.

Carlo Gambescia

 

Riferimenti essenziali

Lorenzo Tomasin, Italiano. Storia di una parola, Carocci, Roma, 2011.

Giovanni Alberti,  Carattere nazionale e identità italiana, Nuova Cultura, Roma 2008.

  1. R. Papa, Storia di due manifesti. Il fascismo e la cultura italiana, Feltrinelli, Milano, 1958.

Paolo Alatri (a cura di), L’antifascismo italiano, 2 voll., Editori Riuniti, Roma 1973.

Gisella Adornaro, L’antifascismo del giovane Montini, “Avvenire”, 23/10/2023. Consultabile qui:  https://www.avvenire.it/chiesa/chiesa-italiana/lantifascismo-del-giovane-montini-che-vide-subito-i-pericoli-del-regime_6911 .

Gaetano Mosca, Elementi di scienza politica, in Id., Scritti politici, a cura di G. Sola,  Utet, Torino 1982, vol. II, pp. 633-635, 732.  Concetto sviluppato anche nella precedente  Teorica dei governi e governi parlamentare, in Scritti politici, cit., vol. I, pp. 226-230.

Quanto al “Secolo d’Italia” riviamo all’archivio digitale (dal quale provengono le copertine pubblicate), ad voces (anti-italiano, anti-italiani):  https://shop.secoloditalia.it/categoria/giornale-storico/ . Se ne scoprono di belle…

venerdì 23 ottobre 2026

Gorgia Meloni si fa le extension? La domanda è frivola. Il potere, un po’ meno...

 



Cominciamo con una domanda da parrucchiere. Giorgia Meloni si fa le extension? Guardando le fotografie pubblicate oggi, 23 ottobre, dal Secolo d’Italia, il dubbio viene. La chioma della premier appare più lunga e folta. Sarà merito della piega, della crescita naturale o di qualche artificio del mestiere? Non lo sappiamo. E non abbiamo intenzione di convocare una commissione parlamentare d’inchiesta tricologica. Per il momento, almeno.

La domanda, tuttavia, non è del tutto insensata. Non per i capelli, naturalmente, ma per quello che la cura dell’immagine può raccontarci del rapporto fra individuo e potere. Una cosa è curare il proprio aspetto, diritto elementare di chiunque; un’altra è fare della propria persona il centro permanente della rappresentazione politica. Soprattutto quando si ama presentarsi come una donna interamente assorbita dalla missione di servire l’Italia. Qui la curiosità del parrucchiere lascia il posto a quella del sociologo e del metapolitico.

Prendiamo Angela Merkel. Per anni l’ex cancelliera tedesca ha mantenuto uno stile riconoscibile, senza trasformare il guardaroba nel protagonista della scena. Anche Ursula von der Leyen ha costruito una propria immagine, relativamente stabile. Non proponiamo modelli da santificare. Lungi da noi l’idea fascio comunista (semplifichiamo) di istituire un ministero della sobrietà, magari con un censore ufficiale dei consumi: una specie di protezione civile del trucco e parrucco. Ci interessa altro: la capacità di non fare della propria persona il centro permanente della rappresentazione politica.

La sobrietà non consiste nel vestirsi di grigio o nel presentarsi con l’aria di chi ha appena perso una discussione con lo specchio. Consiste nel non aver bisogno di occupare ogni centimetro della scena per ricordare agli altri che esistiamo. Naturalmente anche la discrezione può diventare una strategia d’immagine. In politica persino la modestia si vende bene, purché sia confezionata con cura. Ma c’è una differenza fra servirsi della propria immagine e diventare servi della propria immagine.

La politica contemporanea, del resto, non aiuta. Il leader deve governare, comunicare, apparire, replicare, occupare lo schermo e alimentare il racconto della propria persona. Non basta prendere decisioni: bisogna mostrare continuamente di prenderle. Non basta stare al governo: bisogna apparire come se si fosse sempre in campagna elettorale. Il protagonista rischia così di dimenticare che il pubblico non è stato convocato per ammirarlo, ma per giudicarlo. E l’applauso, spiace dirlo, non è un certificato di buona amministrazione. Come una bella fotografia non è una politica pubblica.

Non è una questione di vanità femminile. Gli uomini politici sanno essere altrettanto vanitosi, narcisisti e ossessionati dalla propria immagine. Talvolta riescono persino a trasformare una cravatta in una dichiarazione di guerra. Il problema è il rapporto con la propria rappresentazione: quando la cura dell’immagine diventa una necessità permanente, possiamo domandarci se non risponda anche a un bisogno di conferma, alla difficoltà di tollerare il confronto o alla necessità di dimostrare continuamente la propria superiorità.

Qui entra in gioco Alfred Adler, con le sue riflessioni sul sentimento d’inferiorità e sui tentativi di compensazione. La vulgata ha poi consegnato alla storia il cosiddetto complesso di Napoleone, simbolo di chi cercherebbe nella grandezza una rivincita sulle proprie presunte insufficienze. Peccato che la statura dell’imperatore sia stata a lungo deformata dalla propaganda britannica e dalle differenze fra i sistemi di misura. Anche la leggenda, insomma, ha bisogno di qualche centimetro supplementare.

 

Non sosteniamo che ogni ambizione sia una compensazione, né che ogni persona insicura sia destinata a diventare un tiranno domestico. Sarebbe una spiegazione da psicologia spicciola. Possiamo però osservare un tipo umano tutt’altro che raro: quello per cui la competizione non è più un mezzo, ma un fine. Non basta vincere: occorre che gli altri perdano. Non basta comandare: occorre che tutti sappiano chi comanda. Non basta avere ragione: occorre che nessuno osi sostenere il contrario. Insomma, bisogna avere sempre un nemico. Senza nemici, che gusto c’è a sentirsi superiori?


Il punto non è la statura del corpo, ma quella dell’ambizione. La compensazione non ha bisogno di tacchi, spalline imbottite o extension. Può servirsi del prestigio, della ricchezza, del controllo, della fedeltà pretesa e dell’umiliazione dell’avversario. E soprattutto di quella sicurezza che deve essere confermata ogni giorno, perché non riesce a reggersi da sola.

Ecco perché certi capi frequentano volentieri persone che non siano in grado di contraddirli. Non servono necessariamente degli stupidi: bastano subordinati prudenti, dipendenti o intimiditi, capaci di capire quando tacere, quando applaudire e quando ridere alla battuta del capo. Il vantaggio è evidente: nessuna sorpresa. Lo svantaggio è che non si impara nulla. Chi ha bisogno di sentirsi superiore preferisce spesso un consenso mediocre a un dissenso intelligente. Il primo gratifica, il secondo costringe a pensare. E pensare, in certe corti, è già una forma di insubordinazione. Il Cavaliere docet.

Così tutti invocano il merito, purché il meritevole non sia troppo indipendente; tutti proclamano la lealtà, purché non venga confusa con la franchezza; tutti vogliono collaboratori capaci, purché non siano tanto capaci da mettere in discussione il capo. È la sindrome del sovrano circondato da cortigiani, aggiornata alle esigenze della comunicazione contemporanea. Cambiano i costumi, non le abitudini. E il re, naturalmente, è sempre nudo. Solo che oggi dispone di un ufficio stampa.

 

Non possiamo attribuire a Giorgia Meloni un complesso d’inferiorità sulla base di una fotografia o di un’acconciatura. Non disponiamo degli elementi per formulare una diagnosi, e non è questo il mestiere della sociologia, tanto meno della metapolitica. Possiamo però osservare il gusto della competizione, la tendenza a trasformare il confronto in una prova di forza e il modo in cui viene rappresentata l’autorità. Quanto spazio resta, in questa concezione, per il rispetto di chi dissente?

Il rispetto degli altri è meno spettacolare della conquista del consenso. Richiede di accettare che gli altri non siano una nostra appendice, che possano avere ragione e che non siano obbligati a riconoscerci superiori. Chi concepisce la politica come una competizione senza fine rischia invece di scambiare il consenso per ammirazione, il dissenso per slealtà e il compromesso per debolezza. Si pensi a Trump, animato da una volontà di potenza che non sembra dipendere da una statura fisica particolarmente modesta. Il problema, evidentemente, non si misura in centimetri. Si proclama di lavorare per tutti, ma si finisce per chiedere a tutti di riconoscere la centralità di uno solo.

Torniamo allora ai capelli. Il parrucchiere della premier ha parlato di schiariture, onde più strutturate e crescita dei capelli. Non sappiamo se Meloni ricorra alle extension, e sarebbe scorretto trasformare un sospetto fotografico in una certezza. Resta però una domanda meno frivola: quanto conta la costruzione dell’immagine nella vita di chi governa?

 

Un presidente del Consiglio ha responsabilità gravose, appuntamenti istituzionali, viaggi, dossier da studiare e decisioni da prendere. Non chiediamo certo che si presenti in pubblico come se avesse trascorso la notte in un archivio ministeriale. Non siamo moralisti da sagrestia, né sostenitori di una nuova austerità tricologica. Curare il proprio aspetto non significa trascurare il lavoro. Ma quando una leader ama rappresentarsi come una persona che vive soltanto per l’Italia, possiamo interrogarci sul rapporto fra il lavoro per il Paese e la continua rappresentazione di sé come persona che lavora per il Paese.

Sono due cose differenti. La prima riguarda ciò che si fa; la seconda, ciò che si vuole che gli altri vedano. E la politica dello spettacolo prospera proprio quando la seconda finisce per sostituire la prima.

Alla fine, dunque, la domanda iniziale rimane senza risposta. Giorgia Meloni si fa le extension? Non lo sappiamo. Ma siamo partiti dai capelli per arrivare al potere: non alla presunta vanità di una donna, bensì al bisogno di rappresentarsi continuamente; non alla lunghezza di una chioma, ma alla difficoltà di accettare i propri limiti; non a un’acconciatura, ma a un modo di concepire l’autorità come competizione permanente.

 

Governare un Paese non significa dimostrare ogni giorno di essere più forti, più determinati e più indispensabili degli altri. Significa assumersi responsabilità, accettare controlli e riconoscere il dissenso. Nessuno governa per diritto di superiorità personale. Il potere democratico, a differenza di quello dei cortigiani, dovrebbe saper vivere senza specchi deformanti.

E se proprio vogliamo concludere con una domanda da parrucchiere, eccola: quanto tempo dedica Giorgia Meloni a costruire l’immagine della propria importanza e quanto a fare qualcosa che renda davvero importante la sua azione di governo?

Perché lo specchio può anche restituirci l’immagine di una statista. Ma non basta atteggiarsi a statista per entrare nella storia. A volte, si finisce soltanto nella cronaca. Nera.

Carlo Gambescia

giovedì 22 ottobre 2026

Sciopero dei camionisti. Crispi, Bava Beccaris, Mussolini, Meloni: e oggi dov’è un Giolitti?

 


Non sappiamo ancora come finirà la vertenza dei camionisti, ma una cosa è già chiara: il governo Meloni sembra intenzionato a rispondere con il pugno di ferro. Le persone identificate sarebbero oltre 1.300; alcune sono state denunciate, altre sanzionate. Si parla inoltre di scortare i camionisti che vogliono continuare a lavorare o riprendere il lavoro. Il governo sostiene di voler garantire la circolazione delle merci e impedire che i blocchi paralizzino il Paese. Obiettivo legittimo, naturalmente. Ma è proprio qui che comincia il problema.

Nessuno può pretendere che il diritto di sciopero si trasformi nel diritto di impedire agli altri di lavorare. Né si può chiedere a chi deve rifornire un supermercato, trasportare medicinali o consegnare merci di rinunciare alla propria libertà per solidarietà con una vertenza sindacale. Lo Stato ha il dovere di tutelare la libertà di circolazione e di intervenire contro le violenze e le intimidazioni. Ma una cosa è far rispettare la legge, un’altra è trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da risolvere con una dimostrazione di forza. È questa distinzione che ci interessa.

 

Nel frattempo, una parte della sinistra sembra concentrarsi soprattutto sugli scaffali vuoti, sui rifornimenti che non arrivano, sui disagi che si producono nel Mezzogiorno. Disagi reali, almeno in alcune località e per determinati prodotti, soprattutto alimentari. Sarebbe sciocco negarli. Ma è altrettanto sciocco fermarsi alla fotografia del supermercato, come se bastasse mostrare un banco della frutta semivuoto per aver esaurito la questione. Il problema è più grande: riguarda il rapporto fra autorità pubblica e libertà di protesta, fra la tutela dell’ordine e la tentazione di eliminare tutto ciò che disturba il normale funzionamento dell’economia.

E qui, come spesso accade quando la politica italiana perde la memoria, conviene riaprire qualche vecchio libro di storia.

 

Nell’Italia postunitaria, soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento, il conflitto sociale fu spesso affrontato come una questione di ordine pubblico. I lavoratori che scioperavano non erano soltanto interlocutori con cui trattare: diventavano un ostacolo da rimuovere, talvolta con l’impiego dell’esercito. La repressione dei Fasci siciliani sotto Crispi, nel 1893-94, e la strage di Milano del maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris fece ricorso all’artiglieria contro la folla, appartengono ai capitoli più cupi di quella storia. Episodi diversi, governi diversi, ma una medesima inclinazione: considerare la protesta sociale soprattutto come una minaccia alla tranquillità pubblica.

C’è poi un episodio meno noto, ma particolarmente istruttivo. Nel 1884, durante le agitazioni agrarie della "boje" (*),  come  nel Polesine, governava Depretis. Anche la sua politica non era immune da pratiche repressive, sebbene il contesto fosse diverso da quello della successiva stagione crispina. In quell’occasione, i militari furono impiegati per sostituire i mietitori in sciopero. Non era un caso isolato. Nell’agosto 1900, a Molinella, nel Bolognese, i soldati vennero mandati a mietere il riso mentre i lavoratori rivendicavano il rispetto degli accordi salariali. Nel maggio 1901, durante una nuova vertenza nella stessa zona, centinaia di militari furono nuovamente impiegati nei lavori agricoli.

La logica era semplice: se i lavoratori si astenevano dal lavoro, lo Stato provvedeva a farlo eseguire da altri. Il raccolto doveva essere salvato, gli agrari non dovevano subire le conseguenze economiche dello sciopero, la produzione doveva continuare. Tutto il resto passava in secondo piano.

Ma nel 1900 intervenne Luigi Einaudi, con un articolo pubblicato sulla Stampa il 28 agosto, intitolato Il ritiro dei soldati da Molinella. Einaudi contestava proprio l’impiego dell’esercito a vantaggio dei proprietari. Lo Stato, sosteneva, non doveva trasformare la forza pubblica in uno strumento di una classe sociale contro un’altra. Una cosa era impedire che gli scioperanti costringessero altri a non lavorare; un’altra era sostituire gli scioperanti, consentendo ai proprietari di sottrarsi alle conseguenze economiche della vertenza.

Einaudi  (nella foto sotto a sinistra) scriveva sotto il governo Saracco, succeduto a quello del generale Pelloux e precedente al governo Zanardelli, nel quale Giolitti avrebbe assunto il ministero dell’Interno nel maggio 1901. La distinzione è importante. La riflessione di Einaudi precedeva l’avvio della politica giolittiana di neutralità nei conflitti fra capitale e lavoro e ne anticipava alcuni principi fondamentali.

Quanto a Giolitti, che fu presidente del Consiglio dal 1903 al 1905, dal 1906 al 1909 e dal 1911 al marzo 1914, si può dire che non fu un liberale senza contraddizioni. La sua politica non impedì che si verificassero interventi repressivi. Tuttavia, se si leggono le sue Memorie, si comprende che per Giolitti l’ordine pubblico non poteva coincidere con la tranquillità degli agrari o degli industriali. Il conflitto sociale faceva parte della società moderna. Lo Stato non doveva sopprimerlo per principio, bensì impedire che degenerasse in violenza, lasciando che le parti si confrontassero. Era una scelta politica liberale, non una concessione sentimentale al socialismo.

 

Con il fascismo, la direzione fu opposta. Le squadre fasciste si presentarono anche come forze capaci di ristabilire la normalità durante gli scioperi, sostituendosi ai lavoratori e assicurando la continuità di servizi e attività produttive. Si vantavano di far funzionare i trasporti, di spazzare le strade, di rimettere in moto ciò che le agitazioni operaie avevano fermato, di distruggere il potere socialista nelle campagne. Come mostra la classica ricostruzione di Angelo Tasca sul fascismo delle origini, la propaganda era trasparente: mentre i lavoratori scioperavano, i fascisti lavoravano, oppure costringevano, pistola alla mano, ferrovieri e braccianti a far circolare i treni e a mietere il grano. Ferrovieri e lavoratori agricoli avrebbero rappresentato il disordine; i fascisti, i difensori dell’efficienza e della disciplina.

Era una rappresentazione funzionale alla strategia squadrista: screditare le organizzazioni operaie, spezzarne la capacità di mobilitazione e presentare la violenza contro di esse come una necessaria opera di restaurazione dell’ordine. Poi arrivò la soppressione della libertà sindacale. Con la legge del 3 aprile 1926 e i successivi provvedimenti dell’ordinamento corporativo, il regime impose un sistema sindacale controllato dallo Stato fascista e rese penalmente perseguibili sciopero e serrata.

 

La sequenza merita di essere ricordata: prima si delegittima il conflitto, poi lo si presenta come un danno arrecato alla collettività, infine si elimina la libertà che permette di esprimerlo. Naturalmente, nessuno sostiene che l’Italia di oggi sia quella di Mussolini. Ma la storia serve proprio a riconoscere le tentazioni ricorrenti, non a dichiarare identici regimi profondamente diversi.

Ed eccoci a Meloni. Fratelli d’Italia ha radici nella tradizione missina e postfascista: è un dato storico, non un’accusa da agitare come un talismano. Non basta, naturalmente, la genealogia di un partito a dimostrare che ogni sua decisione riproduca il passato. Occorre guardare alle politiche concrete, alle misure adottate, al modo in cui vengono giustificate. Ma quando la risposta a un conflitto sociale diventa soprattutto una prova di forza, quando il problema viene raccontato come una questione di sicurezza prima ancora che come una vertenza economica, qualche domanda è inevitabile.

 


Il governo ha il diritto, anzi il dovere, di impedire blocchi illegali, violenze e intimidazioni. Ma deve farlo sulla base di condotte accertate, con misure proporzionate e nel rispetto delle garanzie. Scortare un camionista che vuole lavorare non è di per sé una violazione della libertà di sciopero. Può essere una misura legittima per garantire la libertà di circolazione. Il problema nasce se l’intervento viene accompagnato da una concezione generale secondo cui chi protesta è, in quanto tale, un nemico della collettività.

Perché oggi si tratta di camionisti. Domani potrebbe trattarsi di ferrovieri, dipendenti pubblici, lavoratori industriali o altre categorie, magari dei servizi, che decidano di fermarsi per difendere le proprie condizioni economiche. Una volta accettato il principio che la protesta è legittima soltanto finché non disturba il normale funzionamento delle attività produttive, dove si stabilisce il limite? E chi lo stabilisce?

Si faccia attenzione: la libertà di sciopero non garantisce che uno sciopero riesca, né che le sue rivendicazioni siano giuste. Garantisce che i lavoratori possano organizzarsi e astenersi dal lavoro senza che lo Stato intervenga sistematicamente per neutralizzare gli effetti della loro scelta. La libertà di lavorare, a sua volta, non autorizza nessuno a costringere altri a lavorare. Il compito dello Stato liberale è tutelare entrambe, non sacrificare l’una sull’altare dell’altra.

Ecco perché sarebbe utile, anche a sinistra, andare oltre la denuncia dei disagi nei supermercati. Se i rifornimenti mancano, bisogna accertare dove, in quale misura e per quali ragioni. Se ci sono infiltrazioni criminali, si indaghi e si proceda sulla base delle prove. Ma non si può gettare un sospetto generalizzato sui camionisti, soprattutto su quelli del Sud, evocando possibili connivenze mafiose come se bastasse un’insinuazione per delegittimare un’intera categoria. Le responsabilità sono individuali: un principio che vale per i manifestanti come per chi li accusa.

 


E allora la domanda del titolo non è una provocazione fine a se stessa. Crispi (a sinistra nella foto, a destra Giolitti), Bava Beccaris, Mussolini, Meloni: e oggi dov’è un Giolitti? 

Non cerchiamo un uomo provvidenziale, né intendiamo equiparare la repressione di fine Ottocento, la dittatura fascista e l’azione di un governo democraticamente eletto. Cerchiamo una politica liberale capace di distinguere fra l’ordine pubblico e gli interessi di chi pretende che nulla disturbi il normale funzionamento delle cose.  Perché uno Stato liberale non deve impedire il conflitto sociale: deve impedire che diventi violenza, senza trasformare la protesta in una colpa.

Carlo Gambescia

(*)  "Bolle": la protesta sta per traboccare, come una pentola piena d'acqua sul fuoco del camino.

 

Volumi consultati

L. Einaudi, Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I (1893-1902), Einaudi, Torino, 1960, pp. 216-218. Si può consultare qui: https://www.luigieinaudi.it/doc/il-ritiro-dei-soldati-da-molinella/

G. Giolitti, Memorie della mia vita, Garzanti, Milano, 1992, pp. 119-123.  Si può consultare qui: https://archive.org/details/memoriedellamiav01giol/page/n5/mode/2up  (edizione 1922)

V. Tomasin (a cura di), La boje in Polesine. Documenti 1884-’85, Amministrazione provinciale di Rovigo, Rovigo, 1985.

L. Preti,  Le lotte agrarie nella Valle Padana, Einaudi, Torino, 1955.

M. Cuzzi, L’esercito e l’ordine pubblico: il caso di Milano (1898) , in R. H. Rainero e P. Alberini (a cura di), Le forze armate e la nazione italiana (1861-1914), Stabilimento grafico militare, Roma, 2003, pp. 141-165. Si può consultare qui: https://musei.difesa.it/allegati/Atti%202002%20-%20le%20forze%20armate%20e%20la%20nazione%20italiana%201861-1914/files/downloads/Atti%202002%20-%20le%20forze%20armate%20e%20la%20nazione%20italiana%201861-1914.pdf. 

A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922,  Editori Laterza, Bari 1974, 2 voll.

mercoledì 21 ottobre 2026

Sicurezza, il campanello d’allarme suona sempre più forte

 


Se al Quirinale ci fosse stato Ignazio La Russa, anziché Sergio Mattarella, probabilmente oggi parleremmo di un decreto sicurezza ancora più duro. E magari dei poteri speciali ai militari, compresi quelli di polizia giudiziaria, che qualcuno aveva pensato di attribuire loro prima che il Quirinale sollevasse obiezioni. Naturalmente non possiamo sapere come si sarebbe comportato La Russa. Ma possiamo osservare che, con Mattarella al Colle, almeno quel progetto è stato accantonato. E chiederci che cosa potrebbe accadere se, dopo le prossime elezioni, anche il Quirinale finisse nelle manone artigliate della destra. Il fascismo eterno, per riprendere una formula di Umberto Eco, non è necessariamente dietro l’angolo; ma, per prudenza, sarebbe meglio non apparecchiare la tavola.

Il nuovo decreto sicurezza, approvato dal governo il 20 ottobre, nasce dopo le violenze e i saccheggi di Milano. Prevede, fra l’altro, un nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, con pene fino a cinque anni di reclusione e multe fino a 20.000 euro; l’inasprimento delle conseguenze per determinate condotte violente; l’estensione dell’arresto in flagranza differita (cioè quando la polizia arriva tardi, ma il diritto penale recupera con calma, davanti alla moviola); nuove misure preventive nei confronti dei minori, sanzioni a carico dei genitori e l’invio di altri cinquecento militari a Milano. Il pacchetto interviene anche sulla responsabilità penale dei minori che hanno compiuto quattordici anni, introducendo una presunzione della loro capacità di intendere e di volere.

Per capirsi: gli under 14 non sono penalmente imputabili, ma i genitori possono essere sanzionati; dai 14 anni la capacità di intendere e di volere si presume, salvo prova contraria; dai 16 può scattare anche il fermo preventivo.

Sono misure diverse, da valutare una per una. Ma il loro significato politico è abbastanza chiaro: allargare il perimetro della repressione e della prevenzione, presentando la stretta come una risposta obbligata all’emergenza (*).

Il problema è che l’Italia non era il Far West. Il codice penale puniva già le lesioni personali, la violenza privata, la resistenza a pubblico ufficiale, il danneggiamento e, nei casi più gravi, la devastazione e il saccheggio. Il codice di procedura penale disciplinava già arresti, misure cautelari e strumenti investigativi. E il codice civile, all’articolo 2043, stabiliva che chi cagiona ad altri un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo. L’articolo 2048 prevedeva inoltre, a determinate condizioni, la responsabilità dei genitori per i danni causati dai figli minori conviventi, salvo la prova di non aver potuto impedire il fatto. Insomma, non occorreva inventare oggi il principio secondo cui chi rompe paga, anche se poi, naturalmente, bisogna individuare il responsabile e ottenere davvero il risarcimento.

Che cosa cambia, allora? Alcune nuove fattispecie, aggravamenti di pena e misure preventive possono ampliare gli strumenti disponibili. Ma è proprio qui che il governo dovrebbe fornire una dimostrazione, non uno slogan: quali vuoti normativi esistevano? Perché le norme già in vigore non erano sufficienti? Quali risultati concreti produrranno le nuove disposizioni? Dal decreto anti-rave del 2022 al decreto Caivano del 2023, dal decreto sicurezza del 2025 a quello del febbraio 2026, il governo ha già inanellato una serie di strette penali e preventive. Ora ne aggiunge un’altra. Possibile che, a ogni problema di ordine pubblico, la risposta sia sempre la stessa: un nuovo reato, una pena più severa, un potere in più? La sicurezza non si misura a colpi di decreti. E il decreto sicurezza rischia di diventare una serie televisiva: cambia la puntata, ma la libertà continua a fare la parte della vittima.

C’è poi, come detto,  la questione dei minorenni. Qui la generalizzazione è particolarmente odiosa. Una minoranza di giovani ha devastato, rubato e aggredito; moltissimi altri sono rimasti a casa, hanno studiato, lavorato o trascorso la serata con gli amici. Non si può trasformare un’intera generazione in una categoria sospetta perché alcuni suoi membri hanno commesso reati.



La responsabilità è individuale: un principio giuridico, certo, ma anche un principio liberale. Le persone non sono colpevoli per appartenenza anagrafica, sociale o culturale. Sono responsabili delle proprie azioni. Per chi non avesse ancora capito: Si passa così, per i quattordicenni, dalla non imputabilità assoluta  a una presunzione di capacità di intendere e di volere: una soglia anagrafica non è, di per sé, una prova di maturità.

La politica della destra, invece, prospera sulla confusione tra il colpevole e il sospetto, tra la violenza effettiva e quella percepita, tra il diritto di manifestare e l’aggressione. Attenzione: la violenza esiste e non va minimizzata. Ma una cosa è perseguire chi aggredisce un agente o saccheggia un negozio; un’altra è utilizzare episodi gravissimi per far credere che siamo costantemente sull’orlo del caos e che soltanto un potere sempre più forte possa salvarci.



William Sheridan Allen, nel suo celebre studio Come si diventa nazisti, ricostruisce anche il disgusto che una parte della popolazione tedesca nutriva per le interminabili lotte fra i partiti parlamentari e il desiderio di una guida energica, capace di decidere senza esitazioni. Non è il caso di sovrapporre la Germania di Weimar all’Italia di oggi: le analogie storiche, se usate senza misura, diventano caricature. Ma la lezione resta attuale. Quando il pluralismo viene scambiato per impotenza e il conflitto democratico per disordine, l’uomo forte può apparire come la soluzione. È così che le libertà rischiano di essere considerate un lusso, anziché una garanzia per tutti.

E la sinistra? Spesso si esercita in raffinate analisi sociologiche sulle cause del disagio giovanile, della marginalità e della violenza. Tutte cose utili, naturalmente. Ma intanto rischia di perdere di vista il punto politico essenziale: mentre spiega la società, trascura lo smantellamento delle garanzie dello Stato di diritto. Le cause sociali possono spiegare un comportamento, ma non cancellano le responsabilità individuali. E soprattutto non ci esentano dal giudicare i limiti del potere. Se la destra invoca l’ordine, la sinistra non può limitarsi a spiegare il disordine: deve anche difendere la libertà.             

È così che si logora lo Stato di diritto: non necessariamente con un colpo di Stato, ma anche con una successione di provvedimenti che, presi uno per uno, vengono presentati come ragionevoli e indispensabili. Il problema emerge quando li consideriamo nel loro insieme: più poteri preventivi, più reati, più pene, più sospetti. E meno fiducia nella capacità delle istituzioni ordinarie di garantire la sicurezza senza sacrificare le libertà.

La democrazia liberale non consiste nel lasciare impuniti i violenti. Consiste nel punirli rispettando le regole, distinguendo le responsabilità e impedendo che l’emergenza diventi una condizione permanente. Uno Stato forte non è quello che può fare tutto, ma quello che sa anche fermarsi.

Ecco perché il decreto è pure un campanello d’allarme elettorale. Se la destra dovesse vincere ancora, e se un giorno al Quirinale, come dicevamo,  ci fosse un presidente più vicino alle sue posizioni, quali limiti resterebbero a questa deriva securitaria? Non è una previsione, ma una domanda legittima. E proprio per questo non va liquidata con una risata.

La sicurezza è un bene pubblico. La libertà, però, non è una concessione del governo. È il limite che ogni governo deve rispettare. 

Quando si comincia a dimenticarlo, non sono soltanto i manifestanti a rischiare: siamo tutti noi.

Carlo Gambescia


(*) Qui per una sintesi delle misure: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/10/20/via-libera-al-decreto-sicurezza-nasce-il-reato-di-partecipazione-violenta-a-una-manifestazione._b5702cd2-a73e-4734-8495-07184704c255.html  . Qui il lo schema di decreto-legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”, approvato dal Consiglio dei Ministri:  https://ageei.eu/dl-sicurezza-ok-dal-cdm-ecco-il-testo/ .

(**) W. S. Allen, Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935, introduzione di L. Gallino, Einaudi, Torino, 1994, p. 77.

martedì 20 ottobre 2026

Il governo, i 500 soldati e il diritto di dissentire

 

Alcuni amici, in privato, hanno giudicato troppo morbido il mio articolo di ieri, Giovani traditi o viziati?  (*). Forse si aspettavano una condanna più netta. Ma il punto non è alzare la voce. È capire dove stiamo andando.

Che cosa dobbiamo pensare di quei giovani che devastano le strade, aggrediscono le persone, saccheggiano i negozi? Che rispondano delle loro azioni, naturalmente. La responsabilità è individuale e non può essere cancellata né dall’età né dal disagio sociale. Sono persone, homines sui iuris: soggetti responsabili, non semplici prodotti dell’ambiente. Ma proprio per questo non possiamo trasformare le colpe di alcuni in una condanna collettiva, né usare la violenza di pochi per restringere le libertà di tutti.

Il problema, insomma, non è scegliere tra l’indulgenza e la repressione. È distinguere tra il necessario esercizio della forza pubblica, entro i limiti della legge, e la tentazione di trattare ogni conflitto come una minaccia all’ordine costituito.

La democrazia pluralista, del resto, non è una società senza conflitti. È una società che li riconosce, li rende visibili e cerca di governarli attraverso regole e istituzioni. Ralf Dahrendorf, in Classi e conflitto di classe nella società industriale (Laterza 1974) ha mostrato quanto il conflitto sia connaturato alla struttura delle società moderne. Charles Tilly, in Conflitto e democrazia in Europa, 1650-2000 ((Bruno Mondadori, 2007) ne ha ricostruito i rapporti con l’evoluzione delle istituzioni democratiche. Naturalmente non tutti i conflitti sono democratici, e la violenza non diventa legittima solo perché si presenta in strada. Ma una democrazia che pretende di eliminare il conflitto anziché regolarlo finisce per mettere sotto tutela anche il dissenso pacifico.

E qui veniamo al governo. La risposta annunciata alle tensioni di questi giorni consiste anche nell’invio di altri 500 militari a Milano. Si prospetta inoltre un nuovo intervento legislativo in materia di sicurezza. Al momento in cui scriviamo, si tratta di misure annunciate, non di provvedimenti definitivi di cui sia possibile valutare il testo e gli effetti concreti (**). Possiamo però discutere l’indirizzo politico, che si inserisce in una sequenza di interventi già adottati dal governo Meloni.

Una domanda sorge spontanea: davvero l’ordinamento italiano è privo degli strumenti necessari per perseguire chi aggredisce, devasta o saccheggia? Il codice penale non è stato abrogato. Le forze dell’ordine non sono disarmate sul piano giuridico. E il governo ha già varato misure che hanno ampliato gli strumenti repressivi in nome della sicurezza. Anche troppo a dire il vero. Prima di aggiungere nuovi divieti e nuove facoltà di intervento, sarebbe ragionevole dimostrare che quelli esistenti siano insufficienti e spiegare con precisione perché.

La sicurezza è un bene pubblico. Ma non è una parola magica, capace di rendere automaticamente ragionevole qualsiasi misura venga presentata in suo nome. Il punto liberale è proprio questo: anche il potere che agisce per proteggere i cittadini deve essere limitato dalla legge, sottoposto a controlli e chiamato a giustificare le proprie decisioni. Altrimenti la sicurezza, da condizione della libertà, rischia di diventare il suo avversario.

L’immagine di altri 500 militari nelle strade di Milano evoca inevitabilmente una pagina tragica della nostra storia: il maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris fece sparare con i cannoni sulla folla che protestava contro il rincaro del pane. Non confondiamo epoche e circostanze: oggi non siamo nel 1898 e l’invio di militari non equivale, di per sé, a sparare sui manifestanti. Ma proprio la memoria storica dovrebbe suggerirci prudenza. Quando il conflitto sociale viene rappresentato soprattutto come un problema di ordine militare, si rischia di smarrire la distinzione tra chi commette reati e chi esercita un diritto.

 

È questa distinzione che una parte della destra sembra voler rendere sempre più sfumata. Si prendono episodi di violenza, si insiste sui particolari più pruriginosi — perfino sulle giacche firmate sottratte nei saccheggi — e si costruisce una narrazione nella quale la protesta appare, in quanto tale, sospetta. Il criminale e il manifestante, il teppista e il cittadino che contesta una decisione pubblica finiscono così nello stesso quadro.

La confusione non è innocente: permette di presentare nuove restrizioni come una risposta ovvia a un’emergenza, senza discutere abbastanza il prezzo che pagheranno le libertà di tutti.

Non è una novità. La destra italiana di governo mostra spesso una marcata inclinazione a identificare l’ordine con l’autorità e l’autorità con la capacità di proibire. Se si esclude la Destra storica, che con i briganti non scherzò — ma c’era anche da consolidare un’Italia appena unita —, i suoi precedenti più inquietanti si ritrovano nella repressione di Bava Beccaris e, su tutt’altra scala, nel fascismo, che fagocitò ogni libertà. Giorgia Meloni, per dirla con una battuta, ha illustri padrini simbolici: un generale repressore e un dittatore fascista.

In realtà, uno Stato liberale non si misura dalla quantità di divieti che riesce a introdurre, né dal numero di uniformi che può schierare. Si misura dalla capacità di garantire la sicurezza senza trasformare il cittadino in un suddito e il dissenso in un sospetto. Ma che cosa ne sa Meloni dello Stato di diritto?  Sembra Pinocchio in mezzo a due carabinieri: Bava Beccaris e Mussolini. E qui, per dirla con Mourinho, siamo a zero tituli.



La sinistra, dal canto suo, non sembra offrire un contributo molto più utile. Una parte del dibattito ha liquidato l’iniziativa governativa come un diversivo rispetto allo sciopero degli autotrasportatori e alle difficoltà economiche. Può darsi che il calcolo politico esista, e sarebbe ingenuo escluderlo. Ma ridurre tutto a una manovra di distrazione significa evitare la questione più importante: quali limiti si vogliono porre all’esercizio del potere? Non basta smascherare una possibile convenienza elettorale. Bisogna discutere il merito delle misure, i loro effetti e la loro compatibilità con le libertà costituzionali.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha condannato le violenze e richiamato l’esigenza di un’analisi intelligente e approfondita. È un richiamo condivisibile. Non sarebbe corretto attribuirgli, sulla base di queste parole, un’approvazione preventiva delle misure annunciate. La questione si porrà quando il provvedimento sarà definito e arriverà nelle sedi istituzionali competenti. Sarà allora importante che le garanzie costituzionali non vengano considerate un intralcio alla sicurezza, ma una parte essenziale della sicurezza stessa.

Non siamo ingenui. Sappiamo che le manifestazioni possono degenerare, che le forze dell’ordine devono poter intervenire e che chi commette reati deve essere perseguito. Ma proprio perché prendiamo sul serio questi problemi rifiutiamo la scorciatoia autoritaria: quella che sfrutta le violenze per far passare l’idea che più potere al governo significhi automaticamente più sicurezza per tutti.

Uno Stato di diritto non promette l’assenza del conflitto. Garantisce che il conflitto possa esprimersi senza che la legge diventi un’arma nelle mani di chi governa. Punire chi devasta è doveroso; intimidire chi protesta pacificamente è un’altra cosa. Confondere le due situazioni non rafforza la democrazia: la indebolisce.

Cinquecento soldati (senza dimenticare ulteriori misure repressive) possono forse rendere più visibile la presenza dello Stato. Non possono sostituire una politica capace di affrontare le cause dei problemi, né cancellare le tensioni di una società pluralista. E soprattutto non possono rispondere alla domanda decisiva: quanto spazio resterà al cittadino per contestare il potere, quando il potere avrà imparato a chiamare ogni dissenso un problema di sicurezza?

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/10/giovani-traditi-o-viziati.html .

(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/19/mattarella-a-milano-violenze-inaccettabili-serve-unanalisi-approfondita_397d8359-98ac-4ba2-840f-a55dcb988745.html  .

lunedì 19 ottobre 2026

Giovani, traditi o viziati?

 


I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse di destra – “La Verità”, “il Giornale”, “Il Tempo” e “Libero” – sparano a zero sui giovanissimi protagonisti degli scontri di questi giorni. A Milano, secondo ANSA, circa l’80 per cento dei fermati sarebbe minorenne (*). La sinistra, invece, sembra dividersi: almeno a giudicare da alcune testate, come “Domani” e il “Fatto Quotidiano”, più caute nel mettere al centro la responsabilità individuale; mentre “Repubblica”, la “Stampa” e il più moderato “Corriere della Sera” sembrano preferire una distribuzione delle responsabilità fra giovani e contesto sociale.

Insomma, giovani traditi o viziati? Le vetrine sfasciate e le macchine incendiate sono danni collaterali di una causa giusta, oppure siamo davanti a piccoli criminali che crescono? Il contesto politico è troppo radicalizzato perché i giudizi siano sereni. Da una parte, una certa opinione pubblica, anche colta e non necessariamente di sinistra, pratica da anni l’innocenza preventiva: “Sono giovani, bisogna comprenderli, possono sbagliare”. Dall’altra, una destra intellettualmente sbrigativa oppone la colpevolezza preventiva: “Sono giovani, devono stare al loro posto, imparare a obbedire e, possibilmente, smettere di fare domande”.



Così è. Sono due pedagogie speculari: la prima libertaria, nella sua versione indulgente; la seconda securitaria, nella sua versione autoritaria. Ma che cosa ci dicono i rapporti sulla violenza giovanile? E soprattutto, che cosa sappiamo davvero dei giovani italiani?

Sappiamo di appesantire il discorso (e di annoiare il lettore), ma non possiamo non partire da alcuni dati, perché le impressioni sono una cosa e i numeri un’altra. Il rapporto di Save the Children “(Dis)armati”, pubblicato nel marzo 2026, restituisce un quadro meno rassicurante di quello suggerito da certe assoluzioni di principio, ma anche meno apocalittico di quello evocato dalla destra. L’Italia rimane fra i Paesi europei con livelli relativamente contenuti di criminalità minorile. Eppure, fra il 2014 e il 2024, il numero dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni denunciati o arrestati per rapina è passato a 3.968, più del doppio; quello relativo alle lesioni personali è arrivato a 4.653, quasi il doppio; le segnalazioni per rissa sono salite da 433 a 1.021. Anche i minorenni segnalati per porto abusivo di armi o di oggetti atti a offendere sono aumentati: da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024 (**).

 

Non sono numeri da liquidare come propaganda. Ma non autorizzano neppure a parlare di una generazione perduta. Il medesimo rapporto segnala che i minorenni e i giovani adulti segnalati agli Uffici di servizio sociale per i minorenni dall’autorità giudiziaria sono diminuiti di oltre un terzo nell’arco di vent’anni, passando da circa 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Attenzione, però: si tratta di indicatori diversi, che non si possono sovrapporre. Le denunce e gli arresti non sono condanne definitive e, da soli, non consentono di misurare tutta la violenza effettivamente commessa. L’aumento dei casi registrati per alcuni reati è un dato importante, ma non basta, da solo, a spiegarne le cause.

Insomma, non siamo autorizzati né a minimizzare né a generalizzare. Alcuni comportamenti violenti sono aumentati, mentre il quadro complessivo è più articolato di quanto suggeriscano le cronache: il problema esiste, ma non coincide con la caricatura di un’intera generazione di delinquenti in erba.

Un’altra indagine di Save the Children, “Stavo solo scherzando”, pubblicata nel febbraio 2026, documenta la diffusione di comportamenti aggressivi e di controllo nelle relazioni tra adolescenti. Un adolescente su quattro dichiara di aver subito violenza fisica in una relazione; il 28 per cento riferisce che proprie immagini intime sono state condivise senza il suo consenso e il 29 per cento dichiara di essersi sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati (***). Si tratta di dichiarazioni degli adolescenti intervistati, non di dati amministrativi relativi a episodi accertati giudiziariamente. Un quadro più ampio dei comportamenti e delle esperienze dei giovanissimi emerge anche da una pubblicazione Istat dello stesso anno. Non parliamo più di vetrine e cassonetti, ma di rapporti interpersonali. Eppure il filo che lega i fenomeni merita attenzione: la difficoltà a riconoscere nell’altro una persona titolare di diritti, non un oggetto da usare, intimidire o sottomettere.

Naturalmente, nessuna di queste ricerche dimostra che la causa della violenza sia una presunta pedagogia di sinistra. Sarebbe una conclusione troppo comoda. Ma è altrettanto comodo invocare genericamente il disagio sociale, come se le condizioni di vita cancellassero la responsabilità individuale. Le cause sociali vanno indagate; le responsabilità personali, quando accertate, vanno riconosciute. Non c’è contraddizione.

Il punto è proprio questo. La sinistra che assolve preventivamente rischia di trasformare il giovane in una vittima permanente, incapace di rispondere delle proprie azioni. La destra che condanna preventivamente lo riduce invece a un soggetto da sorvegliare e punire. Nel primo caso, il ragazzo non sarebbe responsabile perché condizionato dall’ambiente; nel secondo, dovrebbe essere responsabile soltanto nel senso di obbedire all’autorità. Due strade diverse per arrivare allo stesso risultato: non prendere sul serio la persona.

Qui occorre distinguere il libertarismo dal liberalismo. Una pedagogia libertaria intesa come indulgenza, come sospensione dei giudizi e dei limiti, non aiuta. La libertà non consiste nel poter fare tutto, tanto meno nel poter danneggiare gli altri senza conseguenze. Ma neppure la disciplina, quando diventa un fine in sé, educa alla libertà. Può produrre obbedienza, conformismo, risentimento. Non necessariamente cittadini.

Il liberalismo, dal punto di vista pedagogico, parte da un presupposto diverso: l’individuo è una persona libera, responsabile e titolare di diritti, ma proprio per questo deve rispondere delle proprie scelte. La libertà di ciascuno incontra il limite dei diritti altrui e della legge. Non è un privilegio concesso dall’autorità, né una licenza che ci attribuiamo da soli. È un ordine di convivenza, spesso spontaneo, fondato sul rispetto reciproco, sull’apprendimento delle regole e sulla responsabilità, nel quale nessuno, giovane o adulto, può pretendere di essere sottratto alle regole comuni.

Da questo punto di vista, la questione non si risolve invocando più repressione o più comprensione. Servono famiglie capaci di educare, scuole capaci di insegnare, istituzioni capaci di prevenire e, quando necessario, sanzionare. Servono anche politiche sociali che offrano opportunità concrete, senza trasformare l’assistenza in una giustificazione permanente di ogni comportamento. E serve soprattutto uno Stato che faccia rispettare la legge senza scambiare la sicurezza con il controllo indiscriminato delle persone. Insomma, occorre più liberalismo, diremmo in quantità industriale, meno buonismo a sinistra e meno cattivismo a destra.

Non crediamo, insomma, che i giovani siano tutti traditi, né che siano tutti viziati. Sono persone – si badi: personae, soggetti di diritto, non oggetti di pedagogia – in formazione, immerse in un mondo che gli adulti hanno contribuito a costruire e del quale non possono essere considerate le uniche responsabili. Ma proprio perché sono persone, e non semplici prodotti dell’ambiente, sono titolari di diritti e, al tempo stesso, chiamate a rispondere delle proprie azioni. Per sdottoreggiare in latino: homo sui iuris, l’individuo che non è proprietà altrui, ma titolare della propria autonomia. Non una creatura da plasmare a piacimento, né una vittima da assolvere per principio. Comprendere non significa assolvere; sanzionare non significa educare.

Fra la pedagogia dell’indulgenza e quella dell’obbedienza, noi scegliamo la libertà. Non una libertà senza limiti, ma una libertà regolata dal diritto, dal rispetto reciproco e dalla responsabilità personale. È qui che il libertario, se non vuole fermarsi alla protesta contro ogni autorità, deve incontrare il liberale: nel riconoscimento che il potere va limitato, ma che anche l’individuo deve conoscere i limiti della propria azione.

Perché il fine dell’educazione non è produrre ragazzi docili, che non disturbino il manovratore, né eterni minorenni ai quali tutto viene perdonato. È formare adulti capaci di pensare, scegliere e rispondere delle proprie scelte. Cittadini, insomma, non sudditi. E nemmeno vandali con una (presunta) buona causa in tasca.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/18/a-milano-ancora-scontri-meloni-convoca-il-vertice-sulla-sicurezza_7945d5b5-a8b2-4eed-96ae-375261367822.html .

(**) Rapporto integrale consultabile e scaricabile dal Resource Centre di Save the Children: https://resourcecentre.savethechildren.net/document/disarmati-unindagine-sulla-diffusione-della-violenza-giovanile-tra-percezione-e-realta-italy-2026/ . Sintesi e dati: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/disarmati-lindagine-sulla-violenza-giovanile-tra-fragilita-e-vuoti-educativi .

(***) Save the Children, “Stavo solo scherzando”: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/stavo-solo-scherzando . PDF integrale: https://s3-www.savethechildren.it/public/allegati/stavo-solo-scherzando.pdf . Istat, “Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi”: https://www.istat.it/produzione-editoriale/relazioni-opinioni-e-comportamenti-dei-giovanissimi/ .