Ci siamo riusciti? Decideranno i posteri. Tanto per usare una frase fatta e concederci un’“ombra” di immortalità: anche le formiche, nel loro piccolo…
Eppure dobbiamo ammettere una cosa che ci capita tuttora: anche studiando a fondo la dinamica dei popoli e delle civiltà, ci si trova spesso davanti a una disposizione dello spirito che gli antichi, e poi la tradizione cristiana, hanno espresso con il cupio dissolvi: il desiderio di essere sciolti dalla vita terrena. San Paolo lo riferisce al desiderio di essere con Cristo; ma, una volta separata dal suo significato religioso, quella formula ha finito per indicare qualcosa di più generale: la tentazione della dissoluzione, il desiderio di sottrarsi alla fatica del vivere e, nei casi estremi, perfino una sorta di tossica attrazione per la propria fine.
È questo secondo significato che qui ci interessa.
E forse è proprio la storia a mostrare quanto sia pericolosa questa disposizione. Non perché le civiltà siano destinate necessariamente a cadere, ma perché gli uomini, quando cominciano a percepire la propria epoca come terminale, possono trasformare la percezione della decadenza in una profezia che si autoavvera.
È accaduto più volte. Roma tardoantica conobbe, accanto a grandi capacità di adattamento, una letteratura sempre più ossessionata dalla perdita dell’antica grandezza. Nella Francia dell’Ancien Régime, alla vigilia della Rivoluzione, il sentimento della corruzione delle istituzioni e dell’esaurimento di un mondo contribuì a rendere plausibile l’idea che occorresse rifare tutto dalle fondamenta. E nella Germania del primo Novecento il mito del tramonto dell’Occidente trasformò la crisi della modernità in una vera e propria visione del destino.
Naturalmente, contesti, cause e conseguenze erano diversissimi. Non è questo il punto. Il punto è la ricorrenza di una disposizione mentale: quando una società si convince che il proprio declino sia ormai inevitabile, può smettere di considerare la crisi come un problema da affrontare e cominciare a viverla come un destino da assecondare.
Il problema è che, quasi sempre, ci troviamo davanti a un fenomeno soggettivo: la percezione individuale o collettiva di un certo fenomeno storico, come può essere la decadenza e la caduta di una civiltà. Fenomeni che, nella realtà, tendono a svilupparsi nel corso dei secoli e che non sono necessariamente decisi fin dall’inizio.
Sarà poi compito dello storico stabilirne durata, fasi e conseguenze.
Eppure gli uomini, appena si increspano le acque, sembrano ricadere ogni volta nel feticismo della decadenza. Non parleremmo di fatalismo della decadenza, quanto di feticismo della decadenza: la tendenza a trasformare il declino in un valore, quasi che ciò che tramonta acquisti, proprio per questo, un fascino superiore. La decadenza non viene più semplicemente subita: viene contemplata, celebrata e persino desiderata. Il che romanda a una forma di disfattismo che non facilita la coesione interna: quella stessa coesione che costituisce la materia prima per resistere alla dissoluzione.
Ed è qui che si trova il paradosso.
La dissoluzione storica non è necessariamente un evento improvviso. In genere è un passaggio di testimone, un lento trasferimento di uomini, idee, istituzioni e culture. Ma la convinzione di essere già decaduti può diventare essa stessa una forza dissolutiva.In altre parole: non è soltanto la decadenza a produrre il feticismo. Talvolta è il feticismo della decadenza a preparare la decadenza.
Noi, Europa e Occidente, stiamo vivendo un periodo storico immerso nel feticismo della decadenza. Il che non significa che la situazione sia rosea. Significa più semplicemente che una parte crescente del nostro immaginario politico e culturale sembra attendere che le acque si richiudano su di noi.
È una differenza importante.
Una civiltà può essere in difficoltà e tuttavia reagire. Può attraversare una crisi profonda e conservare la volontà di sopravvivere. Oppure può convincersi che la crisi sia già una sentenza. Nel secondo caso, la crisi diventa destino.
E il destino, quando viene assunto come inevitabile, finisce spesso per diventare una comoda giustificazione dell’inerzia.
Questo meccanismo non si manifesta soltanto nelle grandi dinamiche storiche. Può emergere anche nei piccoli segnali, nei gesti simbolici attraverso i quali una società rappresenta se stessa.
A volte si tratta di dettagli. Che possono anche muovere al riso il lettore.
Ad esempio, era proprio il caso di invitare a Cernobbio Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale? E di mettergli accanto Mario
Monti come ultimo difensore dello Stato liberale? Il confronto, naturalmente, c’è stato davvero: Vannacci ha attaccato frontalmente l’attuale modello di integrazione europea, difendendo la centralità della sovranità nazionale e chiedendo un radicale ripensamento dell’Unione; Monti ha contestato duramente le sue posizioni e ha dichiarato di voler combattere fino all’ultima energia il tentativo di ricostruzione della retorica fascista.
Monti non ha sbagliato una virgola. Ma, nella rappresentazione scenica dello scontro, ha finito per ricordare il saccente Francesco Saverio Nitti; Vannacci, invece, il manovriero Benito Mussolini.
Esageriamo?
Forse. Ma certe cose si accettano quando intorno a sé si avverte l’odore di una fuga di gas alla quale, però, non si presta l’attenzione che meriterebbe.
Il gas, si sa, intontisce.
E nel clima da ultimi giorni di Pompei anche un Vannacci, che è il problema, può essere scambiato per la soluzione.
È questo il punto che ci interessa. Non il fatto, abbastanza banale, che Vannacci abbia una platea e che una parte dell’opinione pubblica sia attratta dalla sua retorica.
Il fatto significativo è che una figura politica che propone una visione fortemente nazionalista, identitaria e polemica verso l’integrazione europea possa ormai entrare senza particolari difficoltà in uno dei luoghi simbolici dell’establishment economico, politico e culturale italiano.
Il problema, dunque, non è soltanto Vannacci. Il problema è il clima nel quale Vannacci diventa possibile.E Giorgia Meloni? Fascismo allo stato gassoso.
Oppure, se si preferisce, è lei che ha contribuito a preparare il clima nel quale certe parole, certe immagini e certi atteggiamenti possono progressivamente perdere la loro carica di allarme e diventare materia ordinaria della competizione politica.
Non stiamo parlando del ritorno del fascismo storico. Come speso ripetiamo non siamo nel 1922 e non c’è alcuna marcia su Roma alle porte.
Stiamo parlando di qualcosa di più sfuggente: della progressiva normalizzazione di una cultura politica nella quale il conflitto tra “noi” e “loro”, la superiorità identitaria, il disprezzo per le mediazioni e la nostalgia per una politica più muscolare possono tornare a essere presentati come rimedi alla crisi.
È precisamente qui che il feticismo della decadenza incontra la politica.
Quando una società si convince di essere ormai sul bordo del precipizio, può cominciare a cercare non la soluzione dei propri problemi, ma qualcuno che interpreti il desiderio di precipitare.
Il cupio dissolvi, insomma, può diventare collettivo.
E allora il gas non è più soltanto nell’aria. Lo si respira. E a poco a poco ci si avvelena. Lentamente, quasi dolcemente.
Si muore con il sorriso sulle labbra.
Carlo Gambescia





































