Abbiamo visto l’ intervista di Roberto Vannacci a Otto e Mezzo. Al di
là delle opinioni che ciascuno può nutrire nei confronti del generale,
una cosa dovrebbe essere ormai chiara: continuare a considerarlo un
semplice fenomeno mediatico significa non capire ciò che sta accadendo.
Vannacci non è più soltanto l’autore di un libro controverso. Non è
più soltanto un personaggio televisivo. È un leader politico in
formazione. E come tale andrebbe studiato.
La prima cosa che colpisce è la sua capacità argomentativa. Si può –
e si deve – dissentire da ogni sua posizione, ma non lo si può
liquidare come un improvvisatore. Conosce i dossier, si documenta,
padroneggia dati e statistiche, costruisce ragionamenti coerenti. Dietro
l’immagine del militare schietto si intravede una preparazione politica
e comunicativa che molti suoi avversari continuano a sottovalutare.
La seconda qualità è la padronanza della retorica dell’intransigenza.
Quando, durante la trasmissione, ha definito i parlamentari che lo
hanno seguito la sua “sporca dozzina”, non ha semplicemente fatto una
battuta. Ha lanciato un messaggio politico.
Coloro che studiano seriamente la destra sanno che in quella
formula c’è tutto un universo simbolico: l’idea dell’avanguardia, del
piccolo gruppo di fedelissimi, della minoranza combattente che sfida il
sistema. Non importa essere pochi. Importa essere i migliori, i più
coraggiosi, i più determinati. È una retorica antica, ma sempre
efficace. E soprattutto è una retorica che porta voti. Vannacci può
scalare l’intera destra. Con Tajani, Lupi, Salvini e una Meloni
esaurita psichicamente (nonostante le solide strutture di partito), non
c’è partita. E con le seconde e terze file neppure a parlarne. Si
pensi a un nevrastenico come Gasparri, a un mandarino come Fazzolari, un
bronconicciano come Mollicone.

Proprio per questo il problema non è Vannacci. Il problema sono i
suoi avversari. Anche durante l’intervista è emersa la difficoltà di una
parte della sinistra nel confrontarsi con lui. Si insiste sulle
provocazioni, sulle contraddizioni, sulle dichiarazioni passate. Si
cerca di coglierlo in fallo. Ma raramente si affrontano le questioni
strutturali.
Ad esempio: quale modello economico propone? Quale ruolo attribuisce
allo Stato? Quale politica fiscale immagina? Quali costi sociali
comporterebbero le sue ricette? Quale visione dei rapporti tra mercato e
autorità pubblica sostiene realmente?
Sono interrogativi decisivi. Eppure finiscono spesso in secondo piano.
Così facendo si lascia a Vannacci il monopolio dei temi identitari,
che costituiscono il suo terreno ideale. Il risultato è che egli appare
come colui che pone problemi concreti, mentre gli avversari sembrano
limitarsi a contestarne il linguaggio.
Ma la questione più importante è un’altra.
Vannacci parla continuamente di differenze. Le differenze tra popoli,
culture, orientamenti, modi di vivere. Tuttavia il suo non è un elogio
del pluralismo. Al contrario.
Nella sua visione le differenze esistono, ma non tutte godono dello
stesso riconoscimento simbolico. Alcune rappresentano la norma, altre la
deviazione dalla norma. Alcune incarnano il modello, altre l’eccezione.
Per capirsi dalla classica triade da lui sempre evocata: dio, patria e
famiglia.
È qui che emerge il tratto più caratteristico del personaggio
politico. Vannacci è un uomo dell’uniforme. E tende a immaginare la
società a immagine dell’uniforme.
Non è una scoperta recente. Già in passato avevo osservato come il
generale sembrasse trasferire nella vita civile categorie maturate nella
sua esperienza professionale. Non si tratta di una colpa né di
un’anomalia. Ogni individuo tende a leggere il mondo attraverso le lenti
della propria formazione. E quella militare è, per definizione, una
formazione fondata sulla disciplina, sulla gerarchia, sul comando e
sulla coesione del gruppo.
Naturalmente un esercito non può essere organizzato come un’assemblea
permanente. Deve decidere rapidamente, obbedire, coordinare uomini e
mezzi. L’efficienza operativa richiede una struttura verticale. È quindi
comprensibile che chi abbia trascorso una vita all’interno di quel
contesto finisca per considerare l’ordine, l’omogeneità e la compattezza
come valori particolarmente importanti.
Il problema nasce quando queste categorie vengono estese all’intera società.
Una società liberal-democratica non è una caserma. Vive di
pluralismo, conflitto, differenziazione sociale, molteplicità di stili
di vita. La sua forza non deriva dall’uniformità ma dalla capacità di
tenere insieme individui, gruppi e visioni del mondo differenti.
Trasferire integralmente nella sfera civile valori pensati per
l’organizzazione militare significa correre il rischio di trasformare la
diversità in una minaccia anziché in una risorsa.
Da questo punto di vista, il generale appare come il portatore di una
concezione della società fondata sull’omogeneità culturale e morale.
Non vuole necessariamente eliminare le differenze. Vuole però
ricondurle entro una gerarchia di valori che stabilisce quali identità
meritino pieno riconoscimento e quali debbano occupare una posizione
subordinata.
Paradossalmente, la difficoltà della sinistra contemporanea non
consiste nell’essere troppo liberale. Consiste nell’esserlo troppo poco.
Di fronte a figure come Vannacci, una parte della sinistra sembra
aver smarrito il linguaggio classico del liberalismo politico, quello
fondato sulla distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, tra
cittadinanza e identità, tra diritti individuali e appartenenze
collettive.
Si finisce così per accettare il terreno scelto dall’avversario: quello della diversità.
Vannacci parla continuamente di differenze. Differenze etniche,
culturali, religiose, sessuali, nazionali. E i suoi oppositori, anziché
mettere in discussione la centralità stessa di questa ossessione
classificatoria, si limitano spesso a rovesciarne il segno morale. Dove
lui vede un problema, essi vedono una risorsa. Ma il paradigma resta lo
stesso.
Il liberalismo segue invece una strada diversa.
Non nega le differenze. Semplicemente rifiuta di trasformarle nel principio organizzatore della vita pubblica.
In una società libera, gli individui vengono giudicati innanzitutto
come cittadini, non come membri di categorie identitarie. Lo Stato non
deve stabilire quali differenze siano normali e quali no. Deve garantire
a ciascuno il diritto di vivere secondo le proprie convinzioni, purché
compatibili con la libertà altrui.
Da questo punto di vista, il problema di Vannacci non è la sua
insistenza sulle differenze. Le differenze esistono e negarlo sarebbe
ridicolo. Il problema è il ruolo politico che egli attribuisce ad esse.
Nella sua visione, la diversità tende a diventare un criterio per
definire gerarchie simboliche, appartenenze privilegiate, identità più
legittime di altre.
È qui che riemerge l’uomo dell’uniforme.
Ricapitolando: l’uniforme svolge una funzione essenziale nelle
organizzazioni militari: riduce le differenze, rafforza la coesione,
favorisce la disciplina. Ma una società liberale vive di una logica
opposta. Non chiede agli individui di somigliarsi. Chiede loro di
convivere pacificamente pur essendo diversi.
Per questa ragione il vero antidoto a Vannacci non è un’altra
ideologia identitaria. Non è nemmeno una contro-mobilitazione emotiva.
È il recupero di una cultura politica liberale capace di difendere
contemporaneamente l’uguaglianza giuridica, la libertà individuale e il
pluralismo sociale.
Una cultura politica che non abbia paura delle differenze ma che, al
tempo stesso, si rifiuti di farne il centro della vita pubblica.
La caserma funziona perché riduce le differenze. La società libera
funziona perché le tollera. Confondere le due logiche significa esporre
la libertà al rischio permanente della disciplina. Militare.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/08/vannacci-il-generale-non-dorme-in-piedi.html .