sabato 28 febbraio 2026

Da Piombino a Trump: quando l’avversario viene liquidato come un criminale

 


Tutto parte da un episodio che, preso da solo, potrebbe sembrare una boutade, a Piombino, città Medaglia d’oro della Resistenza e piccola-grande patria del mio amico editore Gordiano Lupi, un consigliere comunale di Fratelli d’Italia, sui Social, commentando i fatti di Torino, ha definito l’antifascismo una “mafia”. Parola pesante, non scelta a caso. Non un insulto generico, ma un’accusa precisa: l’antifascismo come potere occulto, intimidatorio, illegittimo e violento.

Non è un incidente isolato. Lo stesso schema discorsivo circola da tempo in gruppi come il Blocco Studentesco, dove l’antifascismo viene descritto come una sorta di apparato repressivo che controlla scuole, università, cultura. La sostanza è sempre la stessa: non più una tradizione politica pluralista e costituzionale, ma una devianza criminale.



Qui il punto non è difendere ogni pratica o ogni soggetto che si richiami all’antifascismo. Il punto è un altro, più profondo e più inquietante: lo slittamento dalla critica politica alla criminalizzazione identitaria.

In sintesi: “Non condivido le tue idee, perché tu sei un mafioso”. “Non ti rispondo, perché tu non sei un legittimo interlocutore”. Discorso chiuso.

Lo stesso meccanismo lo vediamo all’opera sul fronte delle migrazioni. Il migrante non può delinquere: è il delinquente. Spaccia, ruba, violenta, sempre, comunque, per definizione. Così come l’antifascista non è un cittadino impegnato ma un mafioso, il migrante non è una persona ma un problema penale ambulante.

Questo doppio registro produce un effetto micidiale: espelle simbolicamente intere categorie da una cittadinanza morale reinventata. Non sono più “bravi cittadini italiani”. Anzi, sono qualcosa che disturba, che contamina. E qui affiora, neppure troppo sotto traccia, un lessico che pensavamo sepolto: sangue, purezza, “inquinamento” razziale.



Non è un caso se queste ossessioni riemergono anche nella cultura popolare, non solo italiana. Il cinema americano, soprattutto quando è impegnato, ha antenne sensibili. Il film “Una battaglia dopo l’altra”, tratto da un romanzo di Thomas Pynchon, scrittore visionario (ma talvolta a pensar male…), con Leonardo DiCaprio e Sean Penn, racconta un’America in cui certa élite WASP — soprattutto quando occupa posizioni di potere — percepisce il migrante e il militante antifascista come “avvelenatori del sangue americano”. Non avversari, non nemici politici, ma corpi estranei.

Ed è qui che Piombino smette di essere una periferia politica italiana e diventa una tappa di un percorso più ampio. Perché lo stesso schema retorico domina oggi la scena politica statunitense, incarnato in modo brutale da Donald Trump.

Nel suo linguaggio pubblico l’oppositore non sbaglia mai: è criminale, è pazzo, è degenerato. Il dissenso non è un diritto, è una patologia. Non sorprende, allora, che persino un attore come De Niro venga simbolicamente “deportato” a parole (per ora), insultato per il suo presunto basso QI, ridotto a caricatura. Non è una misura di governo, certo. Ma è un segnale culturale potentissimo: chi dissente va umiliato.



Ma ci sono anche le misure di governo. La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti attacca Donald Trump — notizia di oggi — perché la sua offensiva contro lo jus soli puzza di selezione etnica, non di sicurezza. Dietro il linguaggio “legale” sull’immigrazione riemerge la difesa WASP della purezza del sangue, travestita da ordine pubblico. Non è solo uno scontro politico, ma uno strappo simbolico: chi nasce negli Stati Uniti non è più automaticamente “americano” se il sangue non è quello giusto.

C’è però un’osservazione ulteriore da fare: il nuovo autoritarismo non nasce con i carri armati, ma con il vocabolario. Prima si ridefiniscono le parole, poi le persone. Prima si trasforma l’avversario in criminale, poi diventa naturale escluderlo, punirlo, zittirlo.

Si pensi al concetto di antifascismo. Il trucco retorico è semplice (e un po’ vecchiotto): 1)si prende un concetto storico e costituzionale; 2) lo si svuota del contesto; 3) lo si trasforma in un attore occulto che censura, esclude, punisce.

Risultato: non si discute più del fascismo, ma dell’antifascismo come problema. È uno slittamento semantico deliberato.



L’antifascismo può essere pluralista, conflittuale, in alcuni gruppi anche violento — come ogni cultura politica viva — ma chiamarlo “mafia” è un abuso concettuale. La mafia è un’organizzazione criminale segreta; l’antifascismo è una tradizione pubblica, inscritta nella nascita della Repubblica e nella Costituzione. E non nasce nel 1943, come suggerisce certa retorica neofascista, che punta, abusandone, sul mantra complottista dei mafiosi italo-americani sbarcati in Sicilia con gli Alleati, ma già nel 1919, in parallelo con l’ascesa del fascismo, segnata fin dall’inizio da violenze e distruzioni, che spinsero all’esilio non pochi italiani, di estrazione operaia e borghese. Altri invece finirono negli artigli del Tribunale Speciale fascista, altri ancora assassinati. Confondere mafia e antifascismo non chiarisce un bel nulla : serve solo a delegittimare.

I nuovi fascismi — in Europa come negli Stati Uniti — riattivano un copione già visto. Parlano di popolo sano, di nemico interno, di purezza da difendere, di repressione come igiene sociale. La differenza è che oggi tutto questo passa attraverso talk show, social network, consigli comunali. È normalizzato.



Non aiuta una cornice politica che tende a legittimare un discorso pubblico polarizzato, conflittuale e moralizzante, nel quale frasi come “antifascismo = mafia” trovano terreno fertile. Un terreno sul quale Giorgia Meloni, ad esempio, si muove con grande abilità.

Ecco perché l’uscita di Piombino non è folklore locale. È un sintomo grave. È il punto in cui il discorso politico smette di confrontarsi con le idee e comincia a schedare moralmente le persone: antifascista uguale mafioso, migrante uguale criminale, oppositore uguale pazzo.

Quando una democrazia accetta questo slittamento, ha già fatto un passo decisivo verso qualcosa di diverso da sé. Non serve evocare il ritorno del Ventennio. Basta osservare come si ridefinisce il confine tra “noi” e “loro” — e prendere atto, senza illusioni, che certi fantasmi non tornano mai in uniforme. Tornano parlando a nome del popolo, e pretendendo che chi non fa parte del coro venga liquidato come un criminale.



Partire da Piombino, oggi, significa capire molto più dell’Italia. Significa capire dove sta andando l’Occidente. E non è una direzione rassicurante.

Carlo Gambescia

venerdì 27 febbraio 2026

Ci risiamo. Governi e leggi elettorali “su misura”: perché servono regole condivise e liberali

 




La maggioranza guidata da Fratelli d’Italia ha depositato un progetto di riforma della legge elettorale a dir poco irricevibile.

Giornali e agenzie ne riportano i tratti principali (*): un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40%, liste bloccate e la possibilità di un ballottaggio tra coalizioni, sbarramento al 3 %. La legge assegna 70 seggi extra alla Camera su 400 totali e 35 seggi extra al Senato su 200, oltre ai seggi proporzionali già ottenuti (dando per scontato che al Senato, pena l'incostuzionalità, il premo sarà regionalizzato). Comunque sia, con questi numeri, la coalizione vincente con poco più del 40 % dei voti (alle precedenti elezioni era al 44 circa) potrebbe ottenere una quota di seggi ben oltre la maggioranza semplice. In termini pratici, a parità di risultato con il 2022, la maggioranza di governo passerebbe da 241 a circa 311 deputati su 400 e da 120 a circa 155 senatori su 200, rafforzando nettamente il suo controllo parlamentare. La stima è indicativa, ma rende chiaro l’impatto enorme del “regime premiale” sui numeri complessivi.

In questo senso, il fatto che si torni al proporzionale è uno specchietto per allodole: il premio di maggioranza e le liste bloccate continuano a dare alla coalizione vincente un controllo quasi totale, e alle opposizioni un ruolo puramente simbolico, lasciando loro una sorta di diritto di tribuna, senza reale possibilità di incidere sulla governance parlamentare.



La formula non è nuova e la storia è lunga: la vicenda italiana è caratterizzata da leggi elettorali pensate per favorire la maggioranza di turno. Qui il lettore scusi la nostra pedanteria. Però è bene che abbia un quadro, magari semplificato ma chiaro.

Legge Acerbo (1923, “Legge Acerbo”, Regio Decreto-Legge 17 novembre 1923, n. 2263): assegnava 2/3 dei seggi al partito o alla coalizione che otteneva almeno il 25 % dei voti, favorendo l’ascesa del fascismo. Legge-Truffa, così liquidata dalle opposizioni(1953, “Legge elettorale per la Camera dei deputati”, legge 31 gennaio 1953, n. 87): in pieno proporzionale, prevedeva un premio di maggioranza consistente (il 65 % dei seggi) per la coalizione che superava il 50 % dei voti; suscitò forti proteste perché considerata artificiale e manipolativa, e fallì alla prova delle urne. Mattarellum (1993, legge 4 agosto 1993, n. 276, “Legge Mattarella”, attuale Capo dello Stato): introdusse un sistema misto con 75% dei seggi eletti in collegi uninominali e 25% proporzionale, bilanciando rappresentanza e governabilità. Porcellum (2005, legge 4 dicembre 2005, n. 270, “Legge Calderoli”): introdusse liste bloccate e premi di maggioranza, riducendo la libertà di scelta degli elettori e accentuando il controllo dei vertici di partito sui candidati. Italicum (2015, legge 6 maggio 2015, n. 52): prevedeva premio di maggioranza alla Camera e ballottaggio tra liste; fu bocciato dalla Corte Costituzionale e non entrò mai pienamente in vigore.

Oggi si vota con il Rosatellum (2017, legge 3 novembre 2017, n. 165, “Legge Rosato”), un sistema misto proporzionale-maggioritario senza premio di maggioranza automatico, con circa un terzo dei seggi assegnati in collegi uninominali e il resto proporzionalmente, e con maggiore libertà di scelta rispetto alle liste bloccate del Porcellum. In ciascun caso, il tema è sempre lo stesso: governabilità vs rappresentanza, con il rischio di concentrare il potere nelle mani di pochi vertici di partito.



Il nodo non è il premio di maggioranza in sé: la Corte costituzionale non lo ha mai bocciato, ma ha posto vincoli sull’entità del premio e sulla sua proporzione, per evitare che una minoranza di voti controlli artificialmente il Parlamento. Il rischio odierno è evidente: con l’astensionismo alto (alle ultime politiche  ha votato circa il 64 % degli aventi diritto), una minoranza di cittadini può trasformarsi in maggioranza parlamentare, mentre le liste bloccate accentuano la partitocrazia assoluta, conferendo ai vertici di partito un potere di vita e di morte sui candidati, prima e dopo l’elezione.

Qui entra in gioco la prospettiva liberale: regole certe e condivise non schiacciano la minoranza, ma tutelano la dinamica parlamentare. I deputati non rappresentano un partito o una fazione, ma la nazione. Dopo un’attenta discussione, hanno pieno diritto di cambiare opinione e votare come ritengono giusto, sia nella maggioranza sia nell’opposizione. L’idea che chi cambia casacca sia automaticamente un “traditore” o un “venduto” appartiene alla cultura antiparlamentare, nata nel fascismo e purtroppo tuttora presente, in un clima largamente populista e antiliberale. Una visione che applica sospetto e presunzione di colpevolezza a ogni deputato.

Un Parlamento controllato artificialmente ha conseguenze dirette sulle istituzioni: se la maggioranza è garantita da un premio elettorale, il Presidente della Repubblica, che per Costituzione nomina il Presidente del Consiglio e verifica la fiducia delle Camere (art. 92), si trova a dover ratificare un governo già predeterminato. In pratica, la funzione di controllo e bilanciamento del Capo dello Stato viene svuotata di significato, trasformando la fiducia parlamentare in una mera formalità e riducendo il Parlamento a un ingranaggio della maggioranza artificiale.



Per questo motivo, ogni legge elettorale dovrebbe essere scritta in Costituzione, insieme da maggioranza e opposizione. Non si tratta di limitare la politica, ma di salvaguardare la rappresentanza reale, la libertà parlamentare e la legittimità istituzionale, evitando che ogni governo si faccia una legge “su misura”. Così si garantisce un Parlamento in cui ogni deputato può discutere, proporre e votare senza vincoli di fazione, e dove la dinamica tra maggioranza e opposizione resta libera, aperta e legittima, senza ricatti partitocratici.

In questo senso, la legge depositata da Fratelli d’Italia, con premi robusti e liste bloccate, rischia di replicare schemi già visti, trasformando l’elezione del Presidente della Repubblica e la funzione parlamentare in una partita chiusa, con effetti istituzionali e politici pericolosi. Solo un sistema elettorale costituzionalmente ancorato e condiviso può proteggere la democrazia italiana dalla deriva autoritaria, dalla partitocrazia assoluta e dalla riduzione del Parlamento a mera formalità (**).



Il governo migliore è quello che governa di meno. Adam Smith docet. Salvo emergenze straordinarie, come guerre o catastrofi, l’eccesso di governance è pericoloso: trasforma la politica in comando e controllo, soffoca il dibattito e svuota di significato il ruolo dei parlamentari e del Capo dello Stato. La vera libertà democratica non si misura dalla stabilità dei governi, ma dalla capacità dei cittadini e dei loro rappresentanti di discutere, dissentire e correggere la rotta senza paura di ritorsioni partitocratiche.

Una legge elettorale deve servire a garantire pluralismo, dibattito e rappresentanza reale, non a blindare una maggioranza.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/politica/news/2026-02-27/proporzionale-legge-elettorale-scontro-35823382/ .

(**)  Non che la Costituzione  italiana neghi del tutto la questione, ma il controllo è  ex post.  Per gli aspetti tecnici si veda qui: https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/4_2014_Gigliotti.pdf  .



giovedì 26 febbraio 2026

Un Tenco val bene la pace

 


Il mondo dello spettacolo, diciamo dalla nascita di Hollywood in poi, è probabilmente uno dei più competitivi. Una canzone di Morandi, forse presentata a un Sanremo di quarant’anni fa, evoca, a questo proposito: “uno su mille ce la fa”.

Luigi Tenco ce l’aveva fatta, ma non resse psicologicamente lo stress da festival, che voleva vincere; era anarchico solo al cinema. Nel suo biglietto d’addio se la prese, anche giustamente, come tutti i professori giacobini, con il popolo italiano (perché fu escluso dalla giuria popolare), che mandava in finale “Io tu e le rose” e non il suo pezzo, cantato in coppia con Dalida, altra vittima, di lì a qualche anno, della sua fragile natura.



Parliamo di fragilità: quella sensibilità estrema allo stress e alla pressione sociale che alcune persone non riescono a sostenere. Luigi Tenco, come Dalida, pagò questo prezzo, trasformando la propria sofferenza in un gesto estremo e simbolico, un “suicidio altruistico” alla Durkheim, che denuncia un sistema competitivo che premia il talento ma non protegge – si dice – chi lo possiede.

Competitivo. Il punto merita un approfondimento. Nel trattato di un grande sociologo ed economista tedesco, Leopold von Wiese, sono studiate in dettaglio tutte le forme di interazione umana. Dalla sua lettura si intuisce che tra le forme di interazione non cooperative la competizione, in particolare se ricondotta nell’alveo della concorrenza economica, è la meno pericolosa rispetto al conflitto e alla guerra.



Il caso Tenco però ci ricorda come anche una forma di interazione relativamente non distruttiva quale la competizione possa produrre effetti psicologicamente devastanti su soggetti fragili, senza per questo trasformarsi in conflitto aperto.

Ammesso questo, va però nuovamente sottolineato che la competizione, che come visto può essere di ogni tipo, quindi anche canora, con risvolti economici, è una delle forme meno pericolose dell’interazione umana e soprattutto esclude la guerra, che viene ritenuta dagli attori sociali in gioco antieconomica.

Nel 1914 i capitalisti anatemizzati da Lenin temevano la guerra perché avrebbe danneggiato gli affari. Stessa cosa nel 1940, a parte, come nel 1914, i fabbricanti di cannoni, che tuttavia non si sentivano tranquilli, perché la guerra colpiva la diversificazione dei profitti e quindi degli investimenti.



La competizione sul mercato negli ottant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, grazie anche all’intelligenza di molti presidenti americani, ha garantito la pace, nel senso di evitare le due carneficine del 1914 e del 1939.

Quando invece la competizione economica viene delegittimata o compressa in nome di logiche politiche e identitarie, riemerge la tentazione della guerra come strumento di regolazione dei rapporti internazionali.

Con Donald Trump stiamo tornando al 1914. Ma questa è un’altra storia. Una pena al giorno.



Si consideri pure — cosa oggi non sempre sottolineata — che le nostre sono società di massa. E quindi i messaggi sono semplificati. Il che, per tornare a Tenco, potrebbe spiegare la vittoria di “Io tu e le rose” rispetto a un testo più impegnativo come “Ciao amore ciao”. Inoltre il lieto fine – vero cuore delle semplficazione – appaga maggiormente la gente comune. Diciamo il palato grosso.

A tutto questo viene attribuito un valore oppiaceo e demoniaco dai nemici della concorrenza: fascisti, comunisti, anarchici, fondamentalisti di ogni genere, anche di tipo religioso, sempre lì a evocare quel versetto messianico di Isaia secondo cui un giorno “il lupo dimorerà con l’agnello” e “il leopardo si sdraierà accanto al capretto”. Sono le stesse anime belle che, in odio al concetto di competizione, hanno però sposato quello di guerra imperialista e di guerra di classe.

Sappiamo benissimo che quando si parla di competizione e concorrenza economica c’è sempre chi alza la manina per dire: “concorrenza sì, ma leale”. Purtroppo gli uomini sono fallibili, imperfetti, non sempre si può contare sulla loro lealtà. Però una cosa è sicura: il mercato è progresso, la guerra no.



Va anche detto che con troppe regole quella meravigliosa macchina chiamata rivoluzione industriale — che per la prima volta nella storia riuscì in ciò che non erano riuscite le società precedenti, ossia far sì che vi fosse cibo per una popolazione crescente — non vi sarebbe mai stata. E per fortuna, nonostante i nemici della società aperta e i tecnofobici, non ha ancora mollato.

È proprio per questo che la competizione, pur stressante e talvolta crudele sul piano individuale, rimane strutturalmente preferibile alla guerra: seleziona senza distruggere, esclude senza annientare.

Pertanto, ecco il punto: competizione e concorrenza sono sempre preferibili alla guerra.

Un Tenco val ben la pace.

Carlo Gambescia

mercoledì 25 febbraio 2026

Ucraina. Come l’Europa trasforma un conflitto storico in pratica d’ufficio

 


Ieri ho pubblicato  un articolo sull’Ucraina a quattro anni dall’invasione russa (*). Una riflessione sul rischio più concreto che oggi corre l’Europa: l’assuefazione morale alla guerra.

Il punto non era Kiev, ma noi. Non il fronte, ma lo sguardo europeo che si va spegnendo. Anzi, come vedremo, “burocratizzando”.

Oggi, sfogliando le prime pagine dei quotidiani — a partire dal “Corriere della Sera”, passando per “Il Foglio” e alcune testate europee, ad esempio “Le Monde” — emerge una curiosa convergenza: titoli, immagini e commenti insistono tutti su un’idea semplice e potente: l’Ucraina non è più “altrove”. È diventata una questione europea…



Che succede? Contrordine compagni? Come ai tempi del Pci, l’allineamento è immediato, rapido e senza esitazioni? O pura coincidenza? Quest’ultima è la spiegazione più rassicurante. Ma anche la meno interessante.

Le redazioni non hanno improvvisamente “scoperto” la guerra. L’anniversario era noto, la visita dei vertici UE a Kiev era programmata, i materiali pronti. Ciò che mancava fino a ieri era il contesto giusto, nel senso di istituzionale, ingessato, burocratizzato. Non la notizia, ma il senso istituzionale.. Non il fatto, ma la retorica pubblica che lo rende politicamente e moralmente rilevante.

È qui che le cose si toccano.



Il mio articolo di ieri non anticipava le prime pagine di oggi. Sarebbe ridicolo pensarlo. Ma intercettava lo stesso vuoto simbolico che oggi i giornali cercano di colmare, però, se ci si permette la battuta, la toppa è peggiore del buco: la difficoltà crescente dell’Europa a spiegare a se stessa perché questa guerra continui a riguardarla.

E qui va detta una cosa: Negli anni precedenti, la presenza europea a Kiev nel giorno dell’anniversario era stata intermittente: talvolta singoli leader nazionali, talvolta la sola Commissione, talvolta un profilo volutamente basso. Oggi no. Oggi l’Unione Europea si presenta con i suoi vertici, Ursula von der Leyen e António Costa, come in un appuntamento da calendario istituzionale.

Nulla di sorprendente: è la logica inerziale da delle istituzioni. Ma proprio qui sta il punto. L’Unione Europea è riuscita a burocratizzare anche l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, trasformando un trauma storico ancora aperto in una ricorrenza amministrata, con rituali, dichiarazioni previste e posture codificate. Un segno di presenza, certo. Ma anche il rischio evidente che la guerra venga gestita come pratica d’ufficio, da chiudere quanto prima, più che pensata come questione politica e storica radicale.



Si potrebbe parlare – mescolando sacro e profano – di una visione alla Fantozzi della guerra in Ucraina. L’ Europa sembra affrontare la guerra in Ucraina con un rigore fantozziano: protocolli, foto di rito e dichiarazioni preconfezionate, come se bastasse timbrare il “fascicolo del conflitto” e passare oltre, senza mai confrontarsi davvero con il trauma storico ancora aperto — e con il futuro stesso dell’Europa.

Le tremila visualizzazioni di ieri – la media giornaliera del mio blog è sulle millecinquecento, non sono un plebiscito, né una rivelazione mistica. Sono un piccolo indicatore grezzo ma eloquente: esiste una domanda di senso che precede l’offerta mediatica. Quando quella domanda diventa visibile, anche i grandi giornali si riallineano, però il tutto in chiave istituzionale-inerziale. Si verifica quel passaggio sul piano comunicativo, dal movimento all’istituzione (tra l’altro una precisa regolarità metapoltica).



Non c’è nulla di cospirativo in questo. È il normale funzionamento dello spazio pubblico: prima si muovono le inquietudini, poi arrivano le parole ufficiali. Prima l’intuizione diffusa, poi la legittimazione editoriale.

Riassumendo: una stampa inerziale quanto le istituzioni europee. In fondo giornali e politici, di fatto, fanno quel che faTrump:progressivo disimpegno con l’Ucraina.

Certo lo si maschera bene. Però…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/02/ucraina-quattro-anni-dallinvasione.html . In argomento si veda anche il notevole articolo di Giacomo Brotto: https://www.rimbrotto.it/politica/guardatevi-dai-falsi-profeti/ .

martedì 24 febbraio 2026

Ucraina. A quattro anni dall’invasione russa, l’Europa convive con una guerra che fatica a fare notizia

 


Il 24 febbraio 2022 la Russia invadeva l’Ucraina. Un terremoto politico e militare. Era l’inizio della più grande guerra convenzionale in Europa dalla fine della Guerra fredda. Quattro anni dopo, l’anniversario passa quasi sotto silenzio sulle prime pagine dei principali quotidiani europei (*). La guerra continua, ma la memoria collettiva si è assottigliata. Non è una distrazione: è un fatto sociale e politico. Diremmo metapolitico. Spiegarlo è necessario; assolverlo, no.

Le stime delle perdite militari, sebbene controverse per quanto riguarda le fonti che le forniscono, indicano che si tratta di centinaia di migliaia di morti e feriti per entrambe le parti. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha stimato all’inizio del 2026 che la Federazione Russa abbia circa 1,2 milioni di perdite militari (morti, feriti, dispersi), di cui 325.000 decessi, mentre l’Ucraina ha registrato tra i 500.000 e i 600.000 tra morti e feriti, con fino a 100.000-140.000 decessi. Inoltre, al 31 gennaio 2026,  sempre tra gli ucraini, sono stati registrati 15.172 morti civili e 41.378 feriti. Numeri inevitabilmente incompleti, ma sufficienti a ricordare che questa guerra non è una metafora geopolitica: è una distruzione umana di massa nel cuore dell’Europa (**).



Tuttavia per dare una misura storica di questi ordini di grandezza, il confronto con il passato è istruttivo. Nel 1916, nella battaglia di Verdun, Francia e Germania registrarono circa 700 mila tra morti, feriti e dispersi in meno di un anno, in quello che divenne il simbolo della guerra totale europea (***).

Lì la carneficina non fu un effetto collaterale, ma il risultato di una scelta politica consapevole: resistere fino all’esaurimento delle risorse umane perché si riteneva che la posta in gioco fosse assoluta. Oggi, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, si muore in numeri comparabili solo se sommati e diluiti nel tempo, e soprattutto senza ciò che allora, nel bene e nel male, era evidente: la decisione di assumere fino in fondo il costo politico del conflitto.

Le guerre lunghe soffrono di una maledizione precisa: smettono di fare notizia. La ripetizione anestetizza. I bombardamenti diventano aggiornamenti, i morti numeri, le città distrutte uno sfondo ricorrente. I media, strutturalmente dipendenti dalla novità, faticano a raccontare ciò che persiste. 

Così il conflitto arretra non perché sia meno tragico, ma perché è diventato prevedibile. Un pubblico, di “signorini viziati” (Ortega), anestetizzato da un pacifismo nobile quanto si voglia, ma che aspira alla pace universale per i prossimi trenta secoli, sopporta la sofferenza solo a rate, regge poco l’intensità morale: alla lunga, cambia canale. A questo si aggiunge lo spostamento dell’agenda.



Crisi economiche, conflitti concorrenti, elezioni, paure interne: l’attenzione pubblica è una risorsa scarsa. Kiev non è sparita dal mondo reale, è stata retrocessa nella gerarchia simbolica delle notizie; e ciò che perde centralità mediatica perde anche forza politica. C’è poi un passaggio ancora più inquietante: la normalizzazione dell’eccezione. 

Nel 2022 l’invasione fu uno shock: confini violati, sovranità calpestata, guerra d’aggressione in Europa. Oggi quella rottura è diventata uno scenario “stabile”. Non scandalizza più perché è stata incorporata nella normalità. È qui che la spiegazione strutturale arriva al suo limite.

Perché il silenzio sull’anniversario non è solo mediatico. È il riflesso di una responsabilità politica elusa. L’Unione Europea non è stata solo impotente: è stata timorosa. Timorosa del costo economico, della reazione russa, del proprio elettorato. Ha scelto la retorica della fermezza e la pratica del rinvio: armi sì, ma col contagocce; sanzioni sì, ma sempre negoziabili; solidarietà sì, ma mai fino in fondo.

 


Giorgia Meloni è la sintesi politico-umana di questa scaltra ideologia che trasforma la prudenza in convenienza, l’apparenza in azione e l’umanità in calcolo. Dietro la facciata di fermezza, ogni scelta sembra misurata più sul rischio personale che sul dovere morale: un compromesso continuo tra decoro internazionale e quieto vivere interno, dove il prezzo più alto lo pagano sempre gli altri.


Il risultato è una guerra protratta non per necessità strategica, ma per mancanza di coraggio politico. Ed ecco perché ricordare oggi quella data dà fastidio: significherebbe ammettere che si poteva fare di più, e prima. Il silenzio non è distrazione; è imbarazzo.

 


Il quadro si oscura ulteriormente guardando agli Stati Uniti. L’affievolirsi del sostegno a Kiev, quando non il fastidio esplicito, segnala un mutamento profondo. Il ritorno sulla scena di Donald Trump, con il suo liberalismo alla Lucky Luciano, lo rende lampante.


L’idea che, se fosse stato presidente nel 2022, l’Ucraina sarebbe stata rapidamente occupata e Volodymyr Zelensky eliminato politicamente—se non fisicamente—non è una provocazione. È una deduzione coerente con l’ostilità verso la NATO, la riduzione della guerra a questione di “costi” e gli ammiccamenti sistematici a Vladimir Putin. In nome del realismo  - realismo criminogeno -  non una pace giusta, ma una resa rapida. Il fatto che questa visione trovi oggi spazio e consenso spiega bene perché l’anniversario disturbi: ricorda ciò che si è scelto di non difendere.

 


Pertanto, alle luce di questa logica politica degna della Banda della Magliana, non resta che dire, “Biden santo subito”. Perché, nonostante tutto,  fece la scelta giusta.

Il problema, dunque, non è che la guerra continui. 

Il problema è che l’Occidente ha imparato a convivere con la propria rinuncia. Il 24 febbraio 2022 non è solo la data di un’aggressione russa: è l’inizio di una lunga prova morale per Europa e America.

Una prova che, quattro anni dopo, molti preferiscono non ricordare. Perché ricordare obbliga a scegliere. 

 


E scegliere—si vede—fa ancora paura.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://es.kiosko.net/ .

(**) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=7B-_Z7IXVgM .

(***) Sulla battaglia di Verdun rinviamo all’interessante volume di A. Horne, Il prezzo della gloria. Verdun 1916, Rizzoli, 2014. Invece per una verifica in tempo reale: https://www.britannica.com/event/Battle-of-Verdun .

lunedì 23 febbraio 2026

Dazi di Trump: razionalità politica vs razionalità economica

 


I dazi imposti da Donald Trump, sui quali insiste, funzionano un po’ come nei vecchi luna park, quando i mingherlini, o comunque fisicamente disfatti, si facevano fotografare dietro sagome di uomini muscolosi: ciò che conta è l’apparenza di forza, non la realtà. È un po’ come il Mago di Oz: grande e potente dietro il sipario, ma in realtà è solo un uomo ordinario che gestisce un’illusione.

Ufficialmente pensati per “difendere l’industria americana” e riportare lavoro e ricchezza sul suolo nazionale, i dazi stanno invece mostrando chi ne paga il conto.



I consumatori americani hanno visto crescere i prezzi di beni di largo consumo, elettrodomestici, componenti elettroniche e materiali da costruzione. Le piccole e medie imprese, spesso integrate in catene globali di produzione, hanno pagato di più per i componenti importati, riducendo competitività e margini. Agricoltori ed esportatori hanno subito le contromisure di Paesi come Cina e UE, perdendo mercati e necessitando di sussidi federali. In breve, i dazi funzionano come una tassa regressiva: a perdere sono cittadini e imprese americane, mentre i nemici esterni per ora sembrano meno colpiti. Per dirla alla buona: Trump sta inguaiando l’America (*).

Perché Trump si comporta così? Non si può liquidare tutto come ignoranza o stupidità. Sapeva bene, dai report dei suoi economisti e del Congresso, quali sarebbero stati gli effetti dei dazi. Per lui sembra contare la razionalità politica, non quella economica.





Qui ci aiuta Max Weber. Parliamo di razionalità di scopo politico: accrescere il potere a ogni costo. Cambiando lo scopo, cambiano i risultati e le conseguenze. Ciò che è razionale sul piano politico può essere irrazionale su quello economico, che mira alla massimizzazione del benessere collettivo e all’efficienza produttiva.

In altre parole, la razionalità politica non è vincolata alla logica dei mercati: è orientata al potere, alla sua espansione e visibilità. Se l’economia ne soffre, poco importa: ciò che conta è mostrare muscoli, capacità decisionale e controllo sul consenso. L’atto protezionistico diventa simbolo di autorità più che strumento economico.

Il dazio è un gesto visibile, immediato, comprensibile da tutti: “Io colpisco loro, io difendo voi”. Non serve che l’effetto sul Pil sia positivo; serve che crei un nemico chiaro e rafforzi la postura di comando del presidente. Politicamente è razionale: coerente con gli obiettivi di consenso e potere, indipendentemente dalla logica economica.



Ma questa razionalità politica si scontra con la realtà economica. Tassare i beni importati significa tassare i fattori produttivi delle industrie che si vorrebbero proteggere, aumentando costi e riducendo competitività. Contenziosi legali e inefficienze si accumulano, socializzando le perdite e privatizzando il consenso politico.

L’aspetto istituzionale è drammatico. La Corte Suprema ha ricordato che il presidente non può aggirare il Congresso per imporre tariffe generali. Il protezionismo moderno, per funzionare politicamente, richiede di forzare i limiti legali. I dazi diventano simbolo di autorità, atto simbolico più che strumento economico.



È una forma di autorità "spettacolarizzata": efficace per il consenso e la percezione di un leader muscolare, ma catastrofica in termini di benessere reale. I cittadini pagano, l’economia perde, ma la scena politica appare potente. È la logica dell’atto visibile che prevale sul risultato concreto, una pedagogia dell’arbitrio che soddisfa gli occhi del pubblico più che le casse dello Stato.

Un esempio finale? I dazi hanno fatto salire i prezzi e danneggiato imprese e consumatori, scatenando ritorsioni sui prodotti agricoli. Per compensare i danni, lo Stato ha promesso sussidi agli agricoltori: i cittadini americani finiscono per pagare due volte. La presunta “difesa dell’America” si traduce così in un boomerang economico interno.

Carlo Gambescia

(*) Sul punto rinviamo al documentatissimo videoblog di Tony Quattrone: https://www.youtube.com/@tonyq1408 .

domenica 22 febbraio 2026

Del tiranno e del tirannicidio. Come la democrazia liberale può tradire se stessa

 


Per secoli il problema politico fondamentale si è presentato in una forma relativamente semplice: il tiranno era colui che prendeva il potere con la forza e lo esercitava per sé. Diciamo che andava contro le leggi. Da qui una domanda altrettanto semplice, anche se moralmente esplosiva: è lecito eliminarlo?

Dall’antichità fino all’età moderna, la risposta non è stata univoca, ma nemmeno elusiva. Aristotele distingueva il governo orientato al bene comune dalla tirannide come sua degenerazione (Politica); Cicerone arrivava a considerare il tiranno un hostis, un nemico pubblico (De re publica). Di qui le “misure” del caso.

Nel tardo Medioevo cristiano la questione si complica ulteriormente: Tommaso d’Aquino riconosce che il tiranno è un male, ma avverte che la sua eliminazione può produrre un male peggiore, il disordine. Meglio l’ingiustizia del caos, perché il caos distrugge anche la possibilità della giustizia (De Regime principum). E questo elemento dell ordine come risposta a un disordine più percepito che reale tornerà nel Novecento.



Nella prima età moderna, in particolare nell’ultimo trentennio del Cinquecento, i monarcomachi (definizione ex post) giustificarono la resistenza al tiranno — e in casi estremi anche il tirannicidio — non in nome della libertà religiosa in senso moderno, ma della difesa della “vera” religione. Il sovrano che imponeva una confessione ritenuta falsa e perseguitava quella giudicata autentica perdeva, ai loro occhi, la legittimità politica. La possibile repressione delle altre interpretazioni del cristianesimo non veniva rivendicata come principio esplicito, ma risultava come conseguenza implicita di un ordine politico fondato sulla verità religiosa, non sulla tolleranza ( Théodore de Bèze,Traité des droits et devoirs du magistrat; François Hotman, Franco-Gallia; Juan de Mariana, De rege et regis institutione).

Con la modernità il problema cambia forma. In John Locke il tirannicidio individuale lascia il posto al diritto di resistenza collettiva: non è il singolo a giudicare, ma il popolo che revoca un patto violato. Il gesto privato perde legittimità, mentre la ribellione pubblica diventa pensabile (Due trattati sul governo). Il coltello scompare, la rivoluzione prende il suo posto. E qui si pensi all’effetto di Locke sulla Rivoluzione americana e di rimbalzo sulla Rivoluzione francese. Diciamo che il diritto di resistenza ha tuttora una sua grande validità.



Fin qui, diciamo, una storia nota. Ma è nel Novecento che il nodo diventa davvero inquietante, perché il nemico non è più l’usurpatore bensì il tiranno eletto. Colui che arriva al potere in modo formalmente legittimo e poi svuota la legittimità dall’interno. Non nega la democrazia: la utilizza come strumento di concentrazione del potere.

Max Weber aveva colto il pericolo con grande lucidità: il carisma plebiscitario trasforma il consenso in consacrazione. Di qui il pericolo racchiuso nella formula referendaria. Il voto non funziona più come limite, ma come investitura morale. Il leader non governa grazie alla democrazia, ma in quanto incarnazione del popolo. Chi lo critica non è un avversario politico, ma un nemico della volontà collettiva (Economia e società).



Qui si innesta la riflessione di Carl Schmitt, tanto spietata quanto rivelatrice: sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Il tiranno eletto non abolisce la legge, la sospende “temporaneamente” in nome dell’emergenza (La dittatura). Sicurezza, identità, crisi economica, minacce interne o esterne: il repertorio è noto. Però l’emergenza può essere “creata”, lavorando sulla percezione collettiva. Viviamo in società di massa, non immune da nevrastenie collettive, segnate non tanto dalla crisi ma dalla paura della crisi. Sicché, per una falsa percezione della realtà, il temporaneo può diventare permanente, l’eccezione si normalizza, il potere si concentra senza mai dichiararsi assoluto.

Ma il punto decisivo non è solo istituzionale. È sociale. Hannah Arendt ha mostrato come il potere moderno non viva soltanto di repressione, ma di consenso passivo, di stanchezza, di disimpegno. Il tiranno eletto prospera quando la politica appare un peso, la complessità un fastidio, la libertà un lusso inutile. Non serve il terrore immediato: basta semplificare il mondo, moralizzare il conflitto, delegittimare i contropoteri e trasformare ogni critica in tradimento (Le origini del totalitarismo).

Le democrazie costituzionali possono tentare una difesa preventiva. Karl Loewenstein parlava di "democrazia militante": una democrazia deve potersi difendere anche da chi intende abolirla utilizzando le sue stesse regole (Democrazia militante e diritti fondamentali). Ma il rimedio è delicato e pericoloso. Limitare un leader eletto significa entrare in tensione diretta con la volontà popolare che lo ha prodotto. La difesa della libertà rischia di assumere tratti illiberali.



Il tirannicidio classico eliminava un uomo. Il tiranno eletto pone un dilemma infinitamente più lacerante: come fermare un potere che si legittima attraverso il consenso? Non cade per illegittimità, ma solo se perde appoggio o se i contropoteri resistono abbastanza a lungo. Quando una società arriva a chiedersi se un leader sia un tiranno, spesso è già tardi: le regole sono state riscritte, il linguaggio deformato, il conflitto trasformato in guerra morale.

Oggi questo schema non appartiene ai manuali, ma alla cronaca. Leader eletti che concentrano il potere in nome dell’efficienza, governi che trattano i contropoteri come intralci, maggioranze che rivendicano un mandato morale illimitato. Le costituzioni non vengono abolite, ma interpretate creativamente e modificate secondo modalità perfettamente legali ma illegittime dal punto di vista dei valori fondanti la costituzione.



Le emergenze non finiscono, si moltiplicano. Il linguaggio pubblico si riduce a opposizioni binarie, e ogni dissenso viene presentato come ostilità verso il “popolo”. Non servono stivali né colpi di Stato: basta una lunga erosione, come detto, perfettamente legale, accompagnata dall’applauso di chi scambia la protezione con la libertà e la decisione rapida con la decisione giusta. È in questo spazio grigio, ma affollato, che il tiranno eletto non appare come un usurpatore, bensì come una soluzione. Ed è proprio qui che la democrazia liberale corre il suo rischio più grande: non quando viene attaccata, ma quando viene ridotta a strumento di chi ha imparato a usarla contro se stessa.

A questo punto la domanda ritorna, più scomoda di prima: chi decide che uno è tiranno? La prima risposta è che sarà la storia a pronunciarsi, a posteriori: se vinci sei un liberatore, se perdi sei un sovversivo. Detto altrimenti, Churchill vale Hitler, Roosevelt vale Mussolini. L’uno vale l’altro. Si chiama realismo politico criminogeno: la legittimità segue la logica del successo. Di regola, chi propugna questa tesi rischia di spianare la strada a forme autoritarie, perché lega la legittimità al successo piuttosto che a regole o principi.

La seconda risposta è normativa e istituzionale: dovrebbero essere le istituzioni, i parlamenti, i contropoteri a stabilire i limiti del potere, a sancire quando diventa tirannico. In questa prospettiva, il liberalismo non è solo un insieme di norme astratte, ma un patrimonio da difendere: libertà individuali, regole costituzionali, diritti civili, Stato di diritto. Il vantaggio è che non dipende dalla vittoria o dalla sconfitta, ma da regole, procedure e istituzioni solide. Il limite, tuttavia, è evidente: se questi strumenti vengono svuotati o aggirati dall’interno, il tiranno eletto può neutralizzarli senza perdere alcuna legittimità formale, mentre la società resta intrappolata nella facciata di legalità.



In fondo, alla base di qualsiasi teoria sulla tirannide, e di riflesso sul tirannicidio, c’è un principio fondamentale, ben presente nella storia politica del pensiero occidentale. È meglio essere governati da un uomo o dalle leggi?

Il liberalismo, per la prima volta nella storia umana, ha razionalizzato il governo delle leggi, imperfetto, ma governo delle leggi. E qui si pensi allo stato di diritto. Purtroppo gli uomini sembrano invece apprezzare il governo di un uomo, ancora meglio se solo al comando.

Alla fine, il rischio non è che il tiranno esista, ma che la società lo scelga come soluzione. Difendere le regole significa difendere la libertà: tutto il resto è illusionismo o cinismo.

Carlo Gambescia