Se al Quirinale ci fosse stato Ignazio La Russa, anziché Sergio Mattarella, probabilmente oggi parleremmo di un decreto sicurezza ancora più duro. E magari dei poteri speciali ai militari, compresi quelli di polizia giudiziaria, che qualcuno aveva pensato di attribuire loro prima che il Quirinale sollevasse obiezioni. Naturalmente non possiamo sapere come si sarebbe comportato La Russa. Ma possiamo osservare che, con Mattarella al Colle, almeno quel progetto è stato accantonato. E chiederci che cosa potrebbe accadere se, dopo le prossime elezioni, anche il Quirinale finisse nelle manone artigliate della destra. Il fascismo eterno, per riprendere una formula di Umberto Eco, non è necessariamente dietro l’angolo; ma, per prudenza, sarebbe meglio non apparecchiare la tavola.
Il nuovo decreto sicurezza, approvato dal governo il 20 ottobre, nasce dopo le violenze e i saccheggi di Milano. Prevede, fra l’altro, un nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, con pene fino a cinque anni di reclusione e multe fino a 20.000 euro; l’inasprimento delle conseguenze per determinate condotte violente; l’estensione dell’arresto in flagranza differita (cioè quando la polizia arriva tardi, ma il diritto penale recupera con calma, davanti alla moviola); nuove misure preventive nei confronti dei minori, sanzioni a carico dei genitori e l’invio di altri cinquecento militari a Milano. Il pacchetto interviene anche sulla responsabilità penale dei minori che hanno compiuto quattordici anni, introducendo una presunzione della loro capacità di intendere e di volere.Per capirsi: gli under 14 non sono penalmente imputabili, ma i genitori possono essere sanzionati; dai 14 anni la capacità di intendere e di volere si presume, salvo prova contraria; dai 16 può scattare anche il fermo preventivo.
Sono misure diverse, da valutare una per una. Ma il loro significato politico è abbastanza chiaro: allargare il perimetro della repressione e della prevenzione, presentando la stretta come una risposta obbligata all’emergenza (*).
Il problema è che l’Italia non era il Far West. Il codice penale puniva già le lesioni personali, la violenza privata, la resistenza a pubblico ufficiale, il danneggiamento e, nei casi più gravi, la devastazione e il saccheggio. Il codice di procedura penale disciplinava già arresti, misure cautelari e strumenti investigativi. E il codice civile, all’articolo 2043, stabiliva che chi cagiona ad altri un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo. L’articolo 2048 prevedeva inoltre, a determinate condizioni, la responsabilità dei genitori per i danni causati dai figli minori conviventi, salvo la prova di non aver potuto impedire il fatto. Insomma, non occorreva inventare oggi il principio secondo cui chi rompe paga, anche se poi, naturalmente, bisogna individuare il responsabile e ottenere davvero il risarcimento.Che cosa cambia, allora? Alcune nuove fattispecie, aggravamenti di pena e misure preventive possono ampliare gli strumenti disponibili. Ma è proprio qui che il governo dovrebbe fornire una dimostrazione, non uno slogan: quali vuoti normativi esistevano? Perché le norme già in vigore non erano sufficienti? Quali risultati concreti produrranno le nuove disposizioni? Dal decreto anti-rave del 2022 al decreto Caivano del 2023, dal decreto sicurezza del 2025 a quello del febbraio 2026, il governo ha già inanellato una serie di strette penali e preventive. Ora ne aggiunge un’altra. Possibile che, a ogni problema di ordine pubblico, la risposta sia sempre la stessa: un nuovo reato, una pena più severa, un potere in più? La sicurezza non si misura a colpi di decreti. E il decreto sicurezza rischia di diventare una serie televisiva: cambia la puntata, ma la libertà continua a fare la parte della vittima.
C’è poi, come detto, la questione dei minorenni. Qui la generalizzazione è particolarmente odiosa. Una minoranza di giovani ha devastato, rubato e aggredito; moltissimi altri sono rimasti a casa, hanno studiato, lavorato o trascorso la serata con gli amici. Non si può trasformare un’intera generazione in una categoria sospetta perché alcuni suoi membri hanno commesso reati.
La responsabilità è individuale: un principio giuridico, certo, ma anche un principio liberale. Le persone non sono colpevoli per appartenenza anagrafica, sociale o culturale. Sono responsabili delle proprie azioni. Per chi non avesse ancora capito: Si passa così, per i quattordicenni, dalla non imputabilità assoluta a una presunzione di capacità di intendere e di volere: una soglia anagrafica non è, di per sé, una prova di maturità.
La politica della destra, invece, prospera sulla confusione tra il colpevole e il sospetto, tra la violenza effettiva e quella percepita, tra il diritto di manifestare e l’aggressione. Attenzione: la violenza esiste e non va minimizzata. Ma una cosa è perseguire chi aggredisce un agente o saccheggia un negozio; un’altra è utilizzare episodi gravissimi per far credere che siamo costantemente sull’orlo del caos e che soltanto un potere sempre più forte possa salvarci.
William Sheridan Allen, nel suo celebre studio Come si diventa nazisti, ricostruisce anche il disgusto che una parte della popolazione tedesca nutriva per le interminabili lotte fra i partiti parlamentari e il desiderio di una guida energica, capace di decidere senza esitazioni. Non è il caso di sovrapporre la Germania di Weimar all’Italia di oggi: le analogie storiche, se usate senza misura, diventano caricature. Ma la lezione resta attuale. Quando il pluralismo viene scambiato per impotenza e il conflitto democratico per disordine, l’uomo forte può apparire come la soluzione. È così che le libertà rischiano di essere considerate un lusso, anziché una garanzia per tutti.
E la sinistra? Spesso si esercita in raffinate analisi sociologiche sulle cause del disagio giovanile, della marginalità e della violenza. Tutte cose utili, naturalmente. Ma intanto rischia di perdere di vista il punto politico essenziale: mentre spiega la società, trascura lo smantellamento delle garanzie dello Stato di diritto. Le cause sociali possono spiegare un comportamento, ma non cancellano le responsabilità individuali. E soprattutto non ci esentano dal giudicare i limiti del potere. Se la destra invoca l’ordine, la sinistra non può limitarsi a spiegare il disordine: deve anche difendere la libertà.
È così che si logora lo Stato di diritto: non necessariamente con un colpo di Stato, ma anche con una successione di provvedimenti che, presi uno per uno, vengono presentati come ragionevoli e indispensabili. Il problema emerge quando li consideriamo nel loro insieme: più poteri preventivi, più reati, più pene, più sospetti. E meno fiducia nella capacità delle istituzioni ordinarie di garantire la sicurezza senza sacrificare le libertà.La democrazia liberale non consiste nel lasciare impuniti i violenti. Consiste nel punirli rispettando le regole, distinguendo le responsabilità e impedendo che l’emergenza diventi una condizione permanente. Uno Stato forte non è quello che può fare tutto, ma quello che sa anche fermarsi.
Ecco perché il decreto è pure un campanello d’allarme elettorale. Se la destra dovesse vincere ancora, e se un giorno al Quirinale, come dicevamo, ci fosse un presidente più vicino alle sue posizioni, quali limiti resterebbero a questa deriva securitaria? Non è una previsione, ma una domanda legittima. E proprio per questo non va liquidata con una risata.
La sicurezza è un bene pubblico. La libertà, però, non è una concessione del governo. È il limite che ogni governo deve rispettare.Quando si comincia a dimenticarlo, non sono soltanto i manifestanti a rischiare: siamo tutti noi.
Carlo Gambescia
(**) W. S. Allen, Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935, introduzione di L. Gallino, Einaudi, Torino, 1994, p. 77.


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