La scena è sempre la stessa: quando si tratta di negoziare con Putin, Donald Trump sembra dimenticare ogni principio, mentre quando si tratta di trattare con Zelensky ritrova improvvisamente tutta la sua durezza. Il presidente ucraino, che guida un Paese aggredito da anni dalla Russia, deve subire pressioni e ultimatum; Putin, che quell’aggressione l’ha ordinata, può invece contare sulla disponibilità americana a riaprire spiragli economici e ad allentare la pressione delle sanzioni. È il mondo alla rovescia (altro che Il mondo al contrario del generale Vannacci…). E non occorre essere diplomatici di professione per capire chi, in questa vicenda, finisca per avvantaggiarsi.
I lettori sanno che ci piace riproporre una domanda: con Biden o con un altro presidente democratico saremmo a questo punto? La nostra risposta è no. Non perché le amministrazioni democratiche siano immuni da errori, ambiguità e calcoli di potenza, ma perché una differenza di fondo rimane. È difficile immaginare un presidente democratico disposto a trattare con altrettanta disinvoltura il sostegno all’Ucraina e la pressione sulla Russia, mettendo in discussione, nello stesso tempo, la credibilità degli Stati Uniti come alleato. Il problema, insomma, non è soltanto quale politica americana sia più conveniente. È quale idea dell’America e del suo posto nel mondo stia guidando la Casa Bianca.
Trump rappresenta infatti qualcosa di anomalo persino rispetto alle due grandi tradizioni della politica estera statunitense: quella isolazionista e quella interventista. La prima, con tutte le sue varianti, si richiamava alla sovranità nazionale, all’indipendenza della repubblica, alla diffidenza verso gli impegni permanenti e alla necessità di non sacrificare le libertà americane nelle avventure altrui. La seconda, soprattutto nella sua versione liberale, giustificava l’impegno internazionale con la difesa degli alleati, la sicurezza collettiva, l’equilibrio fra le potenze e la salvaguardia delle istituzioni rappresentative. Naturalmente, interessi e valori si mescolavano, non sempre in proporzioni edificanti. Ma esisteva una visione politica con la quale quegli interessi venivano giustificati, discussi e, almeno in linea di principio, delimitati.
Invece Trump sopprime le libertà americane e se ne infischia della sicurezza collettiva.
Per scendere nei particolari. Con Trump la politica estera tende a ridursi a una contrattazione permanente. Quanto si guadagna? Quanto si può ottenere? Chi deve piegarsi? E soprattutto: quale vantaggio immediato può ricavarne il presidente, in termini di denaro, prestigio e potenza personale? La sicurezza degli alleati diventa una voce da mettere a bilancio, la guerra una transazione da chiudere, la pace un affare da esibire. Non è l’isolazionismo tradizionale, perché Trump vuole intervenire, imporre, minacciare e ridisegnare i rapporti di forza. Non è neppure l’interventismo classico, perché non sembra disposto a riconoscere un valore autonomo alla difesa di un ordine internazionale. È un personalismo mercantile: Nietzsche, trasfigurato dai nazisti, con in più un passato da palazzinaro. Una concezione che pretende di sostituire una visione politica con il tornaconto personale del capo. Un comportamento da Lucky Luciano, come abbiamo più volte scritto.
Ecco perché la vicenda ucraina è così rivelatrice. Se si sospendono o si rinviano le sanzioni contro Mosca mentre Kiev continua a essere colpita, se si condiziona il sostegno all’aggredito senza esercitare una pressione equivalente sull’aggressore, non si sta semplicemente cambiando tattica diplomatica. Si rischia di comunicare che la parola data agli alleati vale soltanto finché non diventa costosa e che la sovranità di un Paese aggredito pesa meno delle convenienze economiche del momento. È un messaggio che non riguarda soltanto l’Ucraina: riguarda tutti coloro che affidano una parte della propria sicurezza alla credibilità americana.
Lo stesso approccio si ritrova nel rapporto con Netanyahu: anche qui, al di là delle dichiarazioni e delle convenienze del momento, Trump sembra privilegiare il rapporto personale e il calcolo del vantaggio immediato rispetto a una strategia coerente di difesa dell'ordine occidentale. Ma non apriamo il capitolo Netanyahu: ci porterebbe lontano dal punto essenziale.
Spesso ci si dice che l’Occidente non esiste. O, cosa peggiore, che non è mai esistito: sarebbe stato soltanto una decorazione ideologica, una cortina fumogena dietro la quale la NATO avrebbe mascherato interessi e rapporti di potere. Può darsi che l’Occidente reale sia stato molto meno coerente dei suoi apologeti. Le alleanze si fondano anche – si badi, anche – sugli interessi. Ma da questo non discende che i valori siano una finzione, né che un’alleanza possa essere compresa soltanto attraverso il calcolo dei vantaggi materiali.
A questo proposito ci piace rinviare a un vecchio lavoro di Vittorio De Caprariis, intellettuale liberale e convinto sostenitore dell’alleanza atlantica. Già nel 1958, in Storia di un’alleanza. Genesi e significato del Patto Atlantico, De Caprariis, pensando al rapporto fra Stati Uniti ed Europa, scriveva,
“che occorreva che ognuno si ponesse innanzi a scelte necessarie e decisive con la stessa convinzione dell’irrinunciabilità della civiltà liberale e la medesima risoluta energia che si era avuta prima” (*).
Insomma, non si trattava di negare gli interessi nazionali, ma di riconoscere che un’alleanza acquista un significato politico più alto quando i suoi membri condividono qualcosa che va oltre la convenienza del momento: valori e interessi vitali, maturati nella storia. Come nella lotta contro il nazifascismo prima e contro il comunismo poi. Anche se, in quest’ultimo caso, alla fine bastò schierare frigoriferi e televisori: la superiorità materiale dell’Occidente parlava da sé. Oggi, con Putin, dopo la sverniciatura comunista, quel vecchio argomento non basterebbe più. Sul 1945 torneremo presto.
L’Occidente – va riconosciuto – non è mai stato del tutto liberale. Le sue contraddizioni sono numerose, le sue incoerenze documentate, le sue politiche talvolta tutt’altro che esemplari. Ma il fatto che non sia stato sempre all’altezza dei propri principi non dimostra che quei principi non esistessero. Al contrario, è proprio la loro esistenza a permetterci di giudicare le contraddizioni, denunciare le incoerenze e distinguere una politica discutibile da un tradimento. Se tutto si riduce agli interessi, non rimane più alcun criterio per stabilire quando una potenza abbia ragione di agire e quando, invece, abusi della propria forza.Qui possiamo richiamare, con tutte le cautele del caso, anche Carl Schmitt, avversario della civiltà liberale. La sua riflessione ci ricorda, sia pure da una prospettiva radicalmente diversa, che i valori politici non si affermano da soli e che ogni ordine deve misurarsi con la possibilità della propria difesa. Ma proprio qui si apre la differenza decisiva. Una civiltà liberale deve saper difendere i propri principi senza rinunciare ai limiti del potere, al diritto e alla libertà individuale. Non può trasformare la forza nell’unico criterio di legittimità, né fare del rapporto amico-nemico la misura esclusiva della politica.
E che cosa ci ha insegnato, in questo senso, per tornare sul punto, la sconfitta del nazifascismo nel 1945? Che la potenza, da sola, non basta a fondare un ordine politico legittimo; che il potere deve incontrare dei limiti; che la libertà non può essere subordinata alla volontà di un capo. Non è una lezione da custodire come una reliquia, buona per le celebrazioni ufficiali e inutile quando si tratta di decidere. È una lezione che va riaffermata proprio quando diventa scomoda, quando difendere un alleato costa, quando resistere a un aggressore comporta sacrifici, quando il calcolo immediato suggerisce di lasciar perdere.
Qui rinviamo alla distinzione tra il realismo politico spicciolo, di breve periodo (a quo), e il realismo politico di largo respiro (ad quem) (**).
Trump sembra sordo a tutto questo. La sua politica non si limita a contestare singole scelte dell’ordine liberale: tende a mettere in discussione l’idea stessa che esistano obblighi politici e principi capaci di vincolare chi detiene il potere. L’alleato diventa un debitore, l’avversario un possibile socio, il diritto un ostacolo negoziabile. È qui che il suo modo di governare mostra affinità con una concezione autoritaria della politica: la personalizzazione del potere, il primato della forza, l’insofferenza verso i limiti e la subordinazione dei principi alla volontà del capo. Non occorre sostenere che il trumpismo coincida in tutto e per tutto con il fascismo storico per riconoscere la gravità di questa convergenza.
Ecco perché Trump è un traditore dell’Occidente liberale. Non perché gli Stati Uniti debbano essere sempre generosi, né perché la loro politica estera sia stata storicamente disinteressata. Ma perché una cosa è perseguire i propri interessi entro una visione politica, riconoscendo obblighi e limiti; un’altra è ridurre ogni rapporto internazionale a un affare personale, nel quale denaro e potenza diventano gli unici criteri di giudizio. La prima è una tradizione politica, con tutte le sue imperfezioni. La seconda rischia di distruggerne le fondamenta.
Il paradosso è che Trump pretende di incarnare l’Occidente mentre ne svuota i principi. Si presenta come difensore della forza americana, ma mette in dubbio la credibilità delle alleanze; invoca la grandezza nazionale, ma tratta la fiducia degli alleati come una merce; promette di ristabilire la pace, ma rischia di indebolire proprio quell’ordine politico che, con tutti i suoi difetti, ha reso possibile la cooperazione fra le democrazie occidentali.La potenza può imporre condizioni. Può strappare concessioni. Può persino ottenere, nel breve periodo, qualche vantaggio economico. Ma non basta a costruire un’alleanza credibile, né a difendere una civiltà. Trump può disporre della potenza americana. Non per questo ha il diritto di presentarsi come l’interprete dei valori dell’Occidente. Di cui invece, ripetiamo, è il traditore.
Carlo Gambescia
(*) Per approfondire questa tassonomia si veda C. Gambescia, Il grattacielo e il formichiere. Sociologia del realismo politico, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI), 2019, pp. 23-39.
(**) V. De Caprariis, Storia di un’alleanza. Genesi e significato del Patto Atlantico, Opere Nuove, Roma, 1958, p. 161.



















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