giovedì 24 settembre 2026

Droni russi. Cara Europa sei avvisata

 


Un’inchiesta di “El Mundo”, quotidiano di centrodestra, lancia un allarme che sarebbe imprudente liquidare come l’ennesimo scenario da guerra fredda: secondo informazioni raccolte dall’intelligence americana e condivise con alcune cancellerie europee, Mosca starebbe valutando la possibilità di impiegare droni lanciati dal mare contro Paesi come Spagna, Francia o Italia.

Al di là della fondatezza di ogni singolo dettaglio — che naturalmente spetta alle autorità verificare — la questione è seria. Non soltanto per ciò che riguarda la sicurezza materiale, ma per il possibile effetto politico: colpire la retrovia europea, seminare paura, mettere alla prova le difese, alimentare divisioni e soprattutto indebolire il sostegno a Kiev. È precisamente questo il terreno sul quale la guerra può trasformarsi in pressione politica.

Da liberale e da studioso di metapolitica, direi che è proprio questo l’aspetto da non perdere di vista. Le guerre non si combattono soltanto sul campo di battaglia. Si combattono anche nella percezione del rischio, nella capacità di una società di resistere alla paura e nella tenuta delle sue istituzioni.

Cara Europa, sei avvisata.

Certo, uomo avvisato mezzo salvato...  Ma, come insegna la vecchia saggezza, dipende sempre dalla qualità dell’uomo. E anche dalla sua memoria.

Carlo Gambescia

 

*** 



 

La CIA mette in guardia da un attacco russo con droni contro Spagna, Francia o Italia (*)


Le cancellerie europee dispongono di un rapporto dettagliato dopo la visita del direttore dell’Agenzia a Mosca. Secondo quanto ha appreso il governo lituano, la Russia lancerebbe dalle navi i temibili Gerbera, con un’autonomia di 600 km.

La Russia prepara nuovi attacchi con droni in Europa, ma questa volta contro i Paesi mediterranei. I servizi di intelligence degli Stati Uniti hanno raccolto informazioni sui piani di escalation del Cremlino e le hanno condivise con diversi governi europei. “Utilizzeranno droni lanciati dal mare, nascosti nel container di una nave; non è affatto difficile”, spiega una fonte anonima vicina al Ministero della Difesa della Lituania.

La giustificazione di una simile escalation è sul tavolo da tempo. Mosca ha insistito più volte sul fatto che la fornitura di armamenti, informazioni di intelligence e consiglieri militari all’ Ucraina trasforma i Paesi occidentali in partecipanti alla guerra e in obiettivi legittimi. Finora ha agito al di sotto di quella che gli esperti definiscono “soglia bellica”, evitando così azioni che potrebbero provocare una risposta coordinata della NATO, ma ha comunque avviato una crescente campagna di sabotaggio contro obiettivi nei Paesi che sostengono l’Ucraina, oltre a incidenti isolati apparentemente destinati a sondare i limiti e a testare la reazione. Una prima escalation si è verificata quando, un anno fa, 19 droni, privi di munizioni, hanno deviato verso lo spazio aereo polacco. Il principale punto di svolta è stato il recente incidente con droni armati all’ aeroporto di Lipsia, che le autorità tedesche attribuiscono ai servizi di intelligence russi.

Ora le autorità lituane conoscono persino il tipo di drone che i russi potrebbero utilizzare contro Spagna, Francia o Italia. Si tratterebbe di un Gerbera, lungo circa due metri, con un’apertura alare di 2,5 metri, un peso fino a 18 chilogrammi, una velocità di circa 160 chilometri orari e un’autonomia massima dichiarata di 600 chilometri, sempre in funzione del carico esplosivo trasportato o di altre variabili, come il vento. Una nave mercantile può trasportare diversi apparecchi, che possono essere lanciati con molta meno difficoltà rispetto a uno Shahed o a un Geran, di dimensioni considerevolmente maggiori.

Da 200 o 300 chilometri dalla costa, il volo durerebbe approssimativamente tra un’ora e un quarto e due ore, a seconda della velocità effettiva. Il suo piccolo carico non è sufficiente a distruggere una grande installazione, ma può provocare un incendio, danneggiare apparecchiature esposte o chiudere temporaneamente un porto o un aeroporto. L’effetto ricercato potrebbe essere politico ed economico, oltre che materiale.



La Lituania — come altri Paesi — gestisce queste informazioni da poco dopo il misterioso viaggio del direttore della CIA, John Ratcliffe, a Mosca il 25 agosto. Ratcliffe è arrivato a bordo di un aereo militare statunitense che aveva fatto scalo a Riga, nel pieno del fianco baltico della NATO. Non risulta pubblicamente che abbia tenuto riunioni in Lettonia, anche se fonti diplomatiche di un Paese baltico confermano che erano state informate in anticipo del viaggio e che successivamente erano state messe al corrente del suo contenuto. “The Wall Street Journal” e “Politico” hanno affermato che Ratcliffe si era recato a Mosca per mettere in guardia la Russia da qualsiasi attacco o provocazione contro la NATO.

Secondo fonti a conoscenza dell’allerta, anche i governi di Spagna, Francia e Italia sono stati informati che la Russia stava preparando una possibile operazione con droni contro uno di questi Paesi. E questo avvertimento coincide con l’improvvisa reazione di Emmanuel Macron, dopo aver riunito il 16 settembre il Consiglio di difesa, due giorni più tardi ha convocato all’Eliseo i leader di tutti i partiti e i candidati alle presidenziali del 2027. Diversi analisti della difesa consultati hanno confermato di essere a conoscenza dell’esistenza di un rapporto della CIA circolato tra le cancellerie europee, molto preciso nel descrivere l’attacco e al quale i francesi hanno attribuito grande credibilità.

Perché un attacco in Spagna, Francia o Italia? I tre Paesi avranno campagne elettorali ed elezioni nel 2027 e dispongono di forze radicali capaci di sfruttare la paura e la stanchezza nei confronti dell’Ucraina. Soprattutto in Francia e in Italia esistono collegamenti o posizioni chiaramente vicine agli interessi del Cremlino. Proprio ieri il candidato della sinistra Jean-Luc Mélenchon ha attribuito agli “attacchi a lungo raggio” dell’Ucraina sul territorio russo l’intensificazione della minaccia russa in Europa.

Keir Giles, analista britannico specializzato nella strategia militare russa, che ha lavorato per l’Accademia della Difesa del Regno Unito, avverte che la distanza della Spagna dal confine russo non garantisce la sua sicurezza. “Non saranno necessariamente i Paesi in prima linea a essere presi di mira. L’obiettivo sarà là dove si trova il punto più debole dell’Europa”, sostiene. Tra i possibili punti vulnerabili cita “Paesi come il Regno Unito o la Spagna, che non hanno investito in sistemi integrati di difesa aerea e antimissile adeguati alla minaccia russa”.

L’obiettivo principale di un’azione condotta con Gerbera lanciati da una nave mercantile non dovrebbe necessariamente essere quello di provocare una grande distruzione. Con un carico esplosivo di circa quattro o cinque chili, l’apparecchio risulta più utile per chiudere un aeroporto, provocare un incendio, sorvolare un’installazione militare o dimostrare che la Russia è in grado di raggiungere la retrovia europea. “La Russia osserva dove qualsiasi azione potrebbe avere il maggiore impatto, a causa della mancanza di resilienza, della difesa civile e della fragilità politica”, afferma Giles. La scelta dell’obiettivo, spiega, risponde a “un’equazione che cambia continuamente”: Mosca calcola dove può ottenere il risultato maggiore in rapporto ai rischi e alle risorse che è disposta ad assumere.



L’idea del lancio navale contro la NATO era già stata avanzata un anno fa dal media ucraino “Defense Express”: Gerbera trasportati su petroliere della cosiddetta flotta fantasma e lanciati mediante catapulte da acque internazionali. “La Federazione Russa aveva già sperimentato il lancio di veicoli aerei senza pilota da navi. Per esempio, nel 2020, ZALA (un’azienda russa produttrice di droni, legata al consorzio di armamenti Kalashnikov) effettuò lanci dimostrativi, lanciando droni da un’imbarcazione in movimento”.

Nell’ottobre 2024, ha ripreso questi esperimenti da una piattaforma marittima praticamente stazionaria. Al di là delle esercitazioni, c’è già stato uno spavento nel Baltico: a febbraio, un’unità navale svedese ha rilevato un drone decollare dalla nave russa per l’intelligence elettronica Zhigulevsk, nello stretto di Øresund. La Svezia ha disturbato il segnale dell’apparecchio e ha definito il volo una violazione del proprio spazio aereo. Proprio in quei giorni la portaerei francese Charles de Gaulle si trovava a Malmö: il drone è rimasto a più di 10 chilometri e non è stato identificato. E lo scorso 14 settembre una nave da guerra russa ha lanciato due razzi di segnalazione d’emergenza contro un elicottero militare danese che stava svolgendo attività di sorveglianza di routine in acque internazionali del Mar Baltico.

Negli ambienti russi vicini a quello militare il fianco meridionale del Mediterraneo viene già presentato come una via attraverso la quale minacciare la Francia, e viene persino diffuso un elenco di possibili obiettivi. Il 19 settembre, appena un giorno dopo la riunione convocata da Macron, l’influente canale Telegram Rybar ha pubblicato una mappa del Mediterraneo con il titolo “La medicina russa contro l’arroganza francese”. Il testo ipotizzava la fornitura di droni Geran-5 all’Algeria e indicava che questi potrebbero raggiungere industrie aeronautiche, basi militari, centrali nucleari e complessi petrolchimici della Francia meridionale.

“L’impressione che i russi vogliono suscitare è quella della loro Spider Web”, spiega la fonte lituana, riferendosi alla spettacolare operazione con cui l’Ucraina ha nascosto droni all’interno di container trasportati da camion attraverso la Russia, all’insaputa degli autisti, per poi liberarli nei pressi degli aeroporti russi e distruggere una serie di aerei. Fonti di intelligence dei Paesi baltici collegano la maggiore aggressività russa ai danni che gli attacchi ucraini stanno provocando al settore energetico russo.

La recente intensificazione delle attività di sabotaggio russe risponde a diversi obiettivi: ridurre il sostegno all’Ucraina, provocare divisioni nella NATO e allarmare la popolazione europea. Anche la Polonia dispone di informazioni analoghe. Il primo ministro Donald Tusk ha messo in guardia da possibili attacchi russi con droni o missili contro i Paesi che aiutano l’Ucraina e ha sottolineato che i Paesi hanno già dimostrato di essere in grado di fermare questo tipo di operazioni o di identificarne gli autori e i mandanti. Il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, avverte: “La Russia non si nasconderà. Dobbiamo semplicemente evitare le conseguenze”.



Le dimensioni del Gerbera sono leggermente superiori alla larghezza interna abituale di un container. Potrebbe essere trasportato con le ali smontate, ripiegato oppure disposto diagonalmente e preparato sul ponte. Ha già attraversato i cieli dell’UE: il Gerbera-2 (una variante di questo drone russo) recuperato recentemente al largo della costa polacca trasportava una testata a frammentazione con detonatore e circa quattro chili di esplosivo. Ma quell’incidente non è stato un lancio navale: probabilmente era arrivato da Kaliningrad attraversando la Lituania.

Il metodo non è esclusivo della Russia: anche l’Ucraina lancia già droni aerei da piattaforme in mare. Alcuni analisti ritengono che potrebbe trattarsi di una risposta. In un articolo di Bloomberg, una persona vicina al Cremlino ha avvertito dell’intenzione di punire l’Europa per il sostegno a Kiev.

Xavier Colás Vilna
Vilnius
(traduzione di Carlo Gambescia©)

(*) Qui: https://www.elmundo.es/internacional/2026/09/23/6ab411e9fdddff35028b4598.html .

mercoledì 23 settembre 2026

Giorgia Meloni, Il “tetto” e la tentazione della razza

 

Lasciamo perdere, per un momento, la polemica fra Giorgia Meloni e Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica, quando era ministro della Pubblica Istruzione, firmò effettivamente due circolari, nel 1989 e nel 1990, che invitavano a non concentrare nelle stesse classi troppi alunni stranieri. La seconda indicava, per gli alunni dello stesso gruppo linguistico, un limite di cinque per classe (*).

Dunque Meloni non si è inventata il precedente. Ma neppure le circolari di Mattarella possono essere semplicemente sovrapposte al provvedimento che il governo si appresta a varare. Troppo facile. Il che, per inciso, la dice lunga sulla visione pseudoliberale di Giorgia Meloni, che riduce, umiliandolo, il discorso pubblico alla stupida cantilena demagogica del botta e risposta. Come diceva un mio caro amico: al più bravo del Bar Sport.

Insomma, la Meloni dimentica che quelle disposizioni erano inserite in una politica esplicitamente orientata all’integrazione linguistica e alla partecipazione degli alunni stranieri alla vita della classe. Per dirla alla buona, come spiegheremo più avanti:  Mattarella rinvia a Sturzo e De Gasperi, Giorgia Meloni a Mussolini & Co. Quindi c'è una bella differenza.

Ma lasciamo stare. In realtà la domanda interessante non è se Mattarella sia stato più o meno coerente con se stesso. È un’altra. Che cosa sta cambiando nella nostra idea dell’integrazione?

Il tetto del 30 per cento annunciato dal governo non è soltanto una misura organizzativa. È uno spartiacque culturale. Il provvedimento dovrebbe riguardare soprattutto gli studenti stranieri appena arrivati e privi di adeguata conoscenza dell’italiano, con deroghe e misure di sostegno linguistico. Valditara insiste infatti sul fatto che il criterio non sarebbe etnico o razziale, ma linguistico, e che l’obiettivo sarebbe evitare la formazione di scuole-ghetto.

Prendiamo sul serio questa spiegazione.

Proprio per questo, però, dobbiamo chiederci che cosa accade quando lo Stato stabilisce per legge la percentuale massima di alunni stranieri in una classe. L’origine nazionale, o almeno lo status di straniero, diventa una variabile attraverso la quale lo Stato interviene preventivamente nella composizione delle classi. Lo straniero diventa, oltre che una persona da integrare, una variabile da distribuire.
Ed è qui che il riferimento alle leggi razziali del 1938 torna ad avere un senso, purché lo si usi con precisione.



Ovviamente non siamo nel 1938. Il provvedimento del governo Meloni non è una legge razziale e non espelle gli stranieri dalla scuola. Sarebbe storicamente assurdo sostenerlo. Ma nel 1938 il fascismo fece qualcosa di molto preciso: trasformò l’appartenenza a una categoria — la “razza ebraica” — in un criterio giuridico per decidere chi potesse frequentare la scuola. Il regio decreto-legge del 5 settembre stabiliva che “non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica” nelle scuole; quello del novembre istituì poi speciali sezioni scolastiche per i bambini ebrei e altre misure “organizzative” (**).

La differenza è enorme. Ma proprio per questo è istruttiva.

Il problema, infatti, non comincia necessariamente con l’esclusione. Può cominciare prima: quando una differenza umana viene trasformata in una categoria amministrativa e quella categoria diventa il criterio con cui lo Stato organizza le persone. Cioè le persone  vengono trattate come  cose.

Certo, lo Stato classifica continuamente: per età, reddito, residenza, cittadinanza, titolo di studio. È inevitabile. Ma le classificazioni non sono tutte politicamente innocenti.

E qui entra in gioco anche la filosofia politica.

Fascista Giorgia Meloni? È una definizione troppo generica e, soprattutto, storicamente imprecisa. Allora era fascista anche il ministro Gelmini quando, nel 2010, con una circolare fissò, sia pure di norma, un limite del 30 per cento degli alunni con cittadinanza non italiana per classe. Può essere… Come non può essere… (***)

Però non depone a favore della Meloni la sua appartenenza, mai abiurata, a una tradizione politica che affonda le proprie radici nel MSI e nella destra postfascista. Che fin dal simbolo non ha mai consumato il distacco da Mussolini. Certo, va riconosciuto che la Meloni ha dichiarato più volte di non essere fascista e di considerare le leggi razziali del 1938 una vergogna della storia.

Ma una cosa è il fascismo come regime storico; un’altra è la filosofia politica che può sopravvivere, depurata dalla dittatura, nella forma di una concezione fortemente identitaria della comunità nazionale: prima l’appartenenza, poi l’individuo; prima l’omogeneità della comunità, poi la gestione delle differenze.

È precisamente questa grammatica filosofica che torna a galla quando la presenza degli stranieri diventa una “ossessione” politica: scuola, sicurezza, lingua, quartieri, ghetti, cultura nazionale. Non parlo di un’ossessione psicologica, ma della costruzione politica di un problema continuamente riproposto.

E qui sta il punto.

Una democrazia liberale può certamente organizzare la scuola tenendo conto delle difficoltà linguistiche. Può distribuire gli studenti, finanziare l’insegnamento dell’italiano, sostenere le scuole più esposte. Ma sembra restare sempre molto attenta a non trasformare l’appartenenza nazionale in una categoria attraverso la quale amministrare preventivamente le persone.

Il problema nasce quando una classificazione, invece di limitarsi a descrivere una necessità concreta, diventa il presupposto per distribuire le persone in base alla loro appartenenza. Perché il passaggio decisivo è proprio questo: prima si classificano le persone, poi si organizzano le classi; e, attraverso l’organizzazione delle classi, si finisce per organizzare anche le differenze.

Il fascismo portò questa logica alle estreme conseguenze, facendone uno strumento di esclusione e di separazione razziale. Quindi attenzione. Una democrazia liberale dovrebbe aver imparato proprio dal 1938 che il confine fra integrazione e separazione non passa soltanto dalle intenzioni dichiarate, bensì anche dalle categorie con cui lo Stato decide di amministrare gli individui.



E allora il sillogismo è semplice.

Se una democrazia liberale nasce per proteggere l’individuo dalle classificazioni arbitrarie del potere; se l’origine diventa una categoria amministrativa per distribuire gli individui; allora ogni volta che l’origine torna a essere criterio di governo, il campanello d’allarme deve suonare.

Non siamo nel 1938.

Ma proprio perché sappiamo che cosa è stato il 1938, non abbiamo il diritto di ignorare il campanello.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.immigrazione.biz/circolare.php?id=585 e qui: https://www.immigrazione.biz/circolare.php?id=593 .
(**) Qui: https://atistoria.ch/risorse/risorse-didattiche/archivio-didattico/497-provvedimenti-legislativi-italiani-antiebraici-1938 .
(***) Qui: https://www.immigrazione.biz/circolare.php?id=383 . Si veda anche un nostro articolo in merito. Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/09/allarme-siam-fascisti.html .

martedì 22 settembre 2026

Guareschi, il cattivo ragazzo della modernità

 


Abbiamo guardato la fiction Rai dedicata a Giovannino Guareschi, “Non muoio neanche se mi ammazzano”.

Giuseppe Zeno ci è sembrato bravissimo: fisicità, ironia, misura e quel tanto di ruvido che serviva. Anche gli altri interpreti hanno fatto bene. Insomma, gli attori li salviamo. Il problema è il Guareschi che la fiction ci restituisce.

Quanto agli ascolti, 2.240.000 milioni di spettatori e il 16,00 per cento di share non sono stati né un trionfo né un fiasco (*).

Dicevamo della “non restituzione”. Guareschi era certamente un uomo di destra, monarchico, cattolico e ferocemente anticomunista. Ma era anche molto altro: attaccava la Democrazia Cristiana, polemizzava con De Gasperi, se la prendeva con Einaudi, diffidava degli americani e del capitalismo consumistico. Era, insomma, un corpo estraneo alla cultura politica della Repubblica. Ed è proprio questo che lo rende interessante.

La fiction tende invece a ricomporre le sue contraddizioni in un ritratto piuttosto compiaciuto: l’uomo libero contro il potere, il comunismo e i compromessi. Ma così rischia di perdersi il punto essenziale: Guareschi, in senso estensivo, era anche un corpo estraneo alla modernità.

 

Il “mondo piccolo” non è soltanto un luogo geografico. È un mondo sociale: famiglia, paese, parrocchia, autorità, consuetudini, appartenenze. 
 
Don Camillo e Peppone litigano furiosamente, ma appartengono allo stesso mondo. Sono avversari politici, non nemici antropologici. Il loro buon senso nasce da lì.

E questo buon senso non coincide necessariamente con quello liberale moderno. È il buon senso di una società ancora comunitaria, patriarcale e gerarchica, nella quale i rapporti umani sono immediatamente riconoscibili. La politica, per quanto aspra, viene continuamente riassorbita nella comunità.

La democrazia liberale può dunque apparire, in Guareschi, come una conseguenza non voluta, non come l’approdo di una teoria politica. Guareschi difende l’uomo concreto contro il potere, diffida delle ideologie totalizzanti, non sopporta l’obbedienza cieca e rivendica la propria libertà. Ma questo non significa che ami la società moderna nella quale quella libertà si esercita.



Anzi. Proprio negli anni in cui Guareschi costruisce il suo successo, l’Italia sta diventando altro: si industrializza, si urbanizza, aumenta la mobilità sociale, esplodono i consumi, arriva la televisione, cambia la famiglia, cambiano i costumi. Il piccolo mondo contadino comincia a dissolversi. E Guareschi guarda a questa trasformazione con crescente diffidenza.

Anche il suo anticonsumismo e la sua polemica contro il capitalismo consumistico american vanno letti in questa chiave. L’America non è soltanto un modello economico che non gli piace. È la modernità che avanza: consumi, pubblicità, mobilità, individualizzazione, nuovi stili di vita. È il mondo che sostituisce lentamente quello nel quale Don Camillo e Peppone potevano ancora riconoscersi.


 
Ed è forse ciò che la fiction avrebbe dovuto raccontare meglio: con un bel più sulla modernità avanzante e non un meno.

Perché trasformare Guareschi in un antesignano della destra contemporanea significa addomesticarlo. E qui il riferimento alla destra meloniana non è casuale. La cultura politica di Giorgia Meloni insiste sulla tradizione, sulla memoria, sulla comunità, sulla famiglia, sull’identità nazionale e sull’idea di un uomo concreto contrapposto alle astrazioni ideologiche. La riscoperta delle radici è diventata uno dei suoi elementi distintivi. Però, per ora, resta in bilico tra modernità e antimodernità. Mentre Guareschi era già dall’altra parte…

C’è poi un altro aspetto, diciamo fattuale, che riguarda un episodio non secondario nella vita di Guareschi. Pensiamo alle lettere di De Gasperi. Le due lettere pubblicate da Candido nel 1954, attribuite a De Gasperi e relative alla richiesta di bombardare Roma, sono state ricostruite da Mimmo Franzinelli come false. La ricerca ha ricostruito la genesi degli apocrifi e il ruolo dell’informatore di Guareschi, l’ex repubblichino Enrico De Toma (**).

E qui c’è un particolare che vale la pena ricordare: nel 1944 De Gasperi non lavorava alla Segreteria di Stato vaticana, ma alla Biblioteca Apostolica Vaticana, dove era impiegato dal 1929 al 1944. Non era dunque “fuori dal Vaticano”, come talvolta si può intendere: era nel Vaticano, ma non nell’ufficio che quelle lettere presupponevano.

La vicenda dice molto sulla durezza della polemica guareschiana. Il che ci può anche stare. Però nella fiction si sospende il giudizio, Guareschi va in carcere e si ammala (verissimo), ma non ci si pronuncia sulla falsità delle lettere. E nello spettatore, inevitabilmente, si insinua il dubbio… Del resto facilitato dall’infelice battuta attribuita nella fiction a Guareschi: che nazisti e repubblicani sono la stessa cosa perché odiano al libertà di pensiero. Scherziamo? Come si possono mettere sullo stesso piano Hitler e Himmler, Einaudi e De Gasperi?

Certo, questo ci dice molto sul fatto che Guareschi potesse attaccare non soltanto i comunisti, ma anche De Gasperi, Einaudi, la DC e gli americani. Non era semplicemente l’anticomunista buono per tutte le stagioni. Però non basta. Anche il Brancaleone di Monicelli era contro tutti.

Come detto, Don Camillo e Peppone litigano, si fanno dispetti, si combattono. Ma alla fine si riconoscono. Il comunista Peppone non è soltanto un minus habens: è l’avversario. E proprio perché è l’avversario, non è il nemico assoluto.

Qui sta una parte della fortuna di Don Camillo. Ma non facciamone, retroattivamente, un manifesto liberale. Guareschi non era un teorico della società aperta. Alcune sue intuizioni narrative producono effetti leggibili in senso liberale, mentre il suo mondo ideale apparteneva a un’altra epoca.

La fiction sembra invece voler rendere Guareschi semplicemente attuale. E in senso meloniano… Proprio lui: un cattivo ragazzo della modernità.

Per farla breve: Guareschi non era attuale. Era contemporaneo alla fine del suo mondo.

Ed è proprio questo che lo rende interessante. Non perché avesse anticipato la nostra epoca, ma perché seppe raccontare con ironia e nostalgia il momento in cui una società arcaica veniva investita dalla modernità.

Avremmo preferito vedere questa contraddizione. Un uomo che difendeva la libertà senza amare necessariamente la società moderna che quella libertà contribuiva a costruire. Un uomo capace di combattere il comunismo e, nello stesso tempo, di attaccare i pilastri della Repubblica. Un uomo anticonsumistico e anticomunista, cattolico e insofferente verso il potere cattolico, legato a un mondo patriarcale e tuttavia irriducibile quando si trattava di difendere la propria libertà.

Però attenzione: la libertà degli antichi,  non dei moderni. 

Certo, sarebbe stato un Guareschi più difficile da arruolare. E, proprio per questo, un Guareschi più vero.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.davidemaggio.it/ascolti-tv/ascolti-tv-domenica-20-settembre-2026 .
 

(**) M. Franzinelli, Bombardate Roma! Guareschi contro De Gasperi: uno scandalo della storia repubblicana, Mondadori, Milano 2014.

lunedì 21 settembre 2026

Allarme, siam fascisti!

 

C’è qualcosa di più importante del tetto agli studenti stranieri annunciato da Giorgia Meloni. Ed è la frase con cui la presidente del Consiglio ha spiegato perché quel tetto dovrebbe essere necessario: “Non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare”.

 L’ha detto ieri, davanti ai ragazzi di Gioventù Nazionale, annunciando insieme al tetto per gli studenti stranieri anche l’obbligo per i genitori degli alunni con gravi problemi di inserimento scolastico di imparare l’italiano e il divieto di burqa e hijab a scuola. Il provvedimento dovrebbe arrivare prossimamente in Consiglio dei ministri. L’ANSA parla di “stretta”. Noi parleremmo piuttosto di una questione di filosofia politica. Perché la parola decisiva, nella frase di Meloni, non è “scuola”. È “minoranza” (*).


E non è soltanto ciò che dice a colpire. È anche il modo in cui lo dice. Chi guarda il video può osservare un tono concitato, quasi aggressivo, accompagnato dalla ripetizione “non esiste, non esiste”, come se l’eventualità che i bambini italiani possano diventare minoranza costituisse di per sé qualcosa di intollerabile (**). Non abbiamo bisogno di attribuirle stati d’animo o intenzioni: ci basta osservare il piglio oratorio. Ed è proprio quel piglio, più ancora della misura annunciata, a rendere interessante il discorso.

Se il problema fosse semplicemente scolastico, la questione sarebbe relativamente semplice. Ci sono bambini che non conoscono bene l’italiano? Aiutiamoli a impararlo. Ci sono classi nelle quali la concentrazione di alunni che necessitano di sostegno linguistico rende più difficile il lavoro degli insegnanti? Distribuiamo diversamente gli studenti, potenziamo gli organici, organizziamo corsi di lingua.

Sono problemi concreti, ai quali possiamo dare risposte concrete. Ma quando il problema viene formulato dicendo che i bambini italiani non devono diventare una minoranza, cambia qualcosa di essenziale. La scuola non è più soltanto il luogo nel quale bambini diversi imparano insieme una lingua, delle conoscenze e delle regole comuni: diventa anche il luogo nel quale deve essere garantita una determinata composizione nazionale.

E qui conviene ricordare una cosa. Il limite agli studenti stranieri non nasce oggi. Un limite ordinario del 30 per cento esiste infatti dal 2010, quando al governo c’era Silvio Berlusconi e ministro dell’Istruzione era Mariastella Gelmini. La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010 indicava come criterio ordinario una soglia del 30 per cento per gli alunni con cittadinanza non italiana, prevedendo però deroghe e insistendo sulla distribuzione equilibrata degli studenti e sulle loro competenze linguistiche (***).

Non si trattava, dunque, di un tetto legislativo, ma di un criterio amministrativo e organizzativo. Oggi la differenza è che Meloni annuncia l’introduzione per legge di un numero massimo di studenti stranieri per classe. Quale sarà esattamente lo strumento normativo lo sapremo quando il provvedimento arriverà in Consiglio dei ministri. Dunque non stiamo scoprendo oggi il problema della concentrazione degli alunni stranieri. La novità è piuttosto nel modo in cui il problema viene raccontato. Allora si parlava di integrazione scolastica. Oggi sentiamo dire che gli italiani non devono diventare una minoranza. E non è la stessa cosa.

Perché, a questo punto, dobbiamo porci una domanda molto semplice: chi è il bambino italiano? Un bambino nato a Roma da genitori stranieri è straniero? Un ragazzo con cittadinanza italiana e genitori stranieri appartiene alla maggioranza o alla minoranza? E soprattutto: in una classe italiana il criterio decisivo deve essere la cittadinanza dei bambini oppure la loro effettiva capacità di partecipare alla vita scolastica comune? Non sono questioni oziose.

La scuola può e deve essere organizzata in modo da favorire l’apprendimento e l’integrazione. Ma una cosa è distribuire gli studenti per evitare difficoltà didattiche; un’altra è assumere come obiettivo politico che gli italiani non possano trovarsi in minoranza. Nel primo caso organizziamo una scuola. Nel secondo cominciamo a organizzare la composizione nazionale della scuola.



È qui che entra in gioco la lezione del 1945. La cultura liberale dei diritti dell’uomo non è caduta dal cielo. È stata costruita anche attraverso il terribile tributo di sangue pagato dalle democrazie nella Seconda guerra mondiale.

Dopo Auschwitz, dopo le persecuzioni razziali e dopo la guerra contro il nazifascismo, una delle lezioni fondamentali è stata che i diritti della persona non possono dipendere dalla sua appartenenza a una maggioranza nazionale, etnica o religiosa. Nella cultura liberale dei diritti, l’individuo viene prima della comunità politica. La democrazia può stabilire chi governa; non può trasformare la condizione di maggioranza in una tirannia permanente sulla minoranza.

Per questo dovremmo guardare con attenzione a una frase come “gli italiani non possono diventare minoranza”. Non perché ogni distinzione amministrativa fra cittadini e stranieri sia automaticamente razzista, e neppure perché un limite alla concentrazione degli alunni stranieri equivalga alle leggi razziali. Sarebbe storicamente assurdo.

Il problema è la filosofia politica con cui una misura viene giustificata: quando cominciamo a considerare la presenza dell’altro come un problema perché rischia di modificare la presunta composizione etnica della comunità nazionale, ci allontaniamo dall’universalismo liberale dei diritti.

Ed è qui che la storia della destra italiana torna inevitabilmente a galla. Il Movimento sociale italiano nacque nel dopoguerra raccogliendo una parte importante dell’eredità politica del fascismo. Poi vennero la trasformazione di Alleanza Nazionale, l’ accettazione del gioco democratico e, più tardi, Fratelli d’Italia.

Giorgia Meloni proviene da quella storia politica. Non significa, naturalmente, che sia fascista nel senso storico del termine. Significa però che possiamo legittimamente domandarci quanto della cultura politica della destra postfascista sia realmente scomparso e quanto sopravviva nella concezione della nazione, dell’identità e della comunità politica. Perché sembra riaffacciarsi l’idea della nazione come serbatoio etnico. In una parola: la “razza”.

Ed è proprio per questo che l’assoluta convinzione, come se fosse la cosa più naturale del mondo, con cui Meloni pronuncia quella frase ci dovrebbe far riflettere. Non perché contenga una teoria razziale esplicita: non la contiene. Ma perché dà quasi per scontato che sia compito dello Stato impedire agli italiani di diventare minoranza.

Qui la parola “segregazione” può essere usata soltanto con cautela, perché ancora non conosciamo il testo della norma. Ma la domanda è legittima: fino a che punto lo Stato può organizzare la distribuzione delle persone sulla base della loro origine o cittadinanza? E quando questa distribuzione entra nella scuola, luogo per eccellenza della formazione di una cittadinanza comune, il problema diventa ancora più delicato.

Perciò, come anticipato, più che parlare di una semplice “stretta”, noi dovremmo discutere della svolta culturale che quelle parole sembrano esprimere. La democrazia liberale non nasce per assicurare che la maggioranza rimanga sempre maggioranza. Nasce anche per proteggere l’individuo dalla maggioranza. È una differenza enorme.

E allora sì, viene da rovesciare ironicamente il titolo di un vecchio canto fascista: “Allarme, siam fascisti!” Non come un grido isterico davanti a ogni provvedimento della destra, e nemmeno per trasformare un tetto scolastico nelle nuove leggi razziali. Piuttosto come una domanda: che cosa succede quando una destra che si dice democratica torna a parlare della nazione come di una comunità che deve essere protetta dalla possibilità di diventare minoranza? 

La lezione del 1945 dovrebbe essere esattamente opposta. Lo Stato non deve garantire che gli italiani siano sempre maggioranza. 

Deve garantire che italiani, stranieri, maggioranze e minoranze siano tutti sottoposti alla legge e titolari dei diritti che la Costituzione riconosce alla persona. Nel  nostro caso l'articolo 34. 

 

Perché una democrazia liberale non si misura soltanto da come la maggioranza governa. Si misura soprattutto da come tratta chi maggioranza non è.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/09/20/meloni-in-classe-numero-massimo-di-stranieri-e-divieto-di-burqa-norma-in-arrivo_eee88fcc-7ab4-4a71-864f-6699535148f3.html .
(**) Qui (1:57): https://www.youtube.com/watch?v=l297uMg37v8&t=149s .
(***) Qui: ile:///C:/Users/Utente/Downloads/Circolare_Ministeriale_2_dell_8_gennaio_2010_Integrazione_alunni_con_cittadinanza_non_italiana.pdf .


domenica 20 settembre 2026

L’AI e la superstizione del "salto cognitivo"

 

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui parliamo oggi dell’intelligenza artificiale. Da una parte c’è chi la presenta come l’alba di una nuova era dell’umanità; dall’altra chi la considera l’anticamera della nostra rovina. In mezzo, ci siamo noi, che dovremmo cercare di capire che cosa stia realmente accadendo.

Anche perché, davanti a una grande innovazione, tendiamo a comportarci in modo sorprendentemente poco razionale: alterniamo entusiasmo e paura, promessa della salvezza e profezia della catastrofe. Insomma, attribuiamo alla tecnologia poteri quasi magici.

Non è una novità. La storia delle innovazioni è anche la storia delle paure che le hanno accompagnate.

Abbiamo trasformato l’anno Mille in una grande vigilia apocalittica, anche se la realtà storica è assai più complessa; abbiamo guardato con sospetto a nuovi alimenti come la patata e abbiamo assistito, con i vaccini, a resistenze nelle quali si mescolavano ragioni religiose, culturali e mediche.

Più tardi, stampa, macchina a vapore, elettricità, telefono, automobile, computer e Internet sono stati accolti anche come minacce all’ordine esistente. Quasi sempre, poi, l’innovazione è diventata semplicemente parte della nostra vita. La superstizione tecnologica, insomma, non è meno antica della tecnologia.

Con l’intelligenza artificiale stiamo ripetendo, almeno in parte, il copione. Si parla di “salto cognitivo”, di “scintilla”, di una misteriosa soglia oltre la quale la macchina diventerebbe qualcosa di radicalmente diverso: quasi un nuovo soggetto della storia.

Questa storia della scintilla convince poco. Ci sembra più fantascienza che sociologia o buona metapolitica. 

Una macchina può diventare enormemente più potente, svolgere compiti che fino a ieri richiedevano competenze umane, riconoscere schemi, produrre testi, immagini e programmi, senza per questo trasformarsi in una persona. Non abbiamo bisogno di attribuirle un’anima per riconoscere che è una tecnologia straordinariamente potente.

E qui incontriamo un’altra innovazione che, a quanto pare, non abbiamo ancora finito di accettare: il capitalismo. Che in fondo, in prospettiva storica (diciamo 5000 anni), ha pochi secoli di vita. E forse proprio per questo, pur vivendo dentro economie fondate sul mercato, sulla proprietà privata, sull’impresa, sul contratto, sull’investimento e sulla concorrenza, continuiamo spesso a raccontare il capitalismo come se fosse un’anomalia storica provvisoria.

Inoltre – qui il punto interessante – a destra come a sinistra non mancano oggi letture dell’AI nelle quali la tecnologia e il capitale sembrano diventare insieme una specie di potenza oscura.

Anche qui, forse, non sarebbe male ricordare Marx. Non perché la sua analisi sia da buttare via: molte delle sue intuizioni sui conflitti generati dall’accumulazione capitalistica conservano interesse. Ma le sue pretese leggi storiche vanno maneggiate con maggiore prudenza.

La famosa “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”, per esempio, è stata sottoposta a una lunga controversia teorica ed empirica, senza che sia emersa quella necessità storica che Marx le attribuiva. E anche la previsione di una progressiva polarizzazione sociale, con un capitalismo destinato a produrre inevitabilmente un impoverimento crescente e una crisi finale, non si è verificata nella forma forte che una lettura profetica del marxismo avrebbe lasciato immaginare.

Eppure c’è chi, di questi tempi, ci invita con aria solenne, a “tornare a Marx”… Il che, per una teoria che voleva spiegare il movimento della storia, è una soluzione piuttosto curiosa.

In realtà, proprio perché il capitalismo cambia continuamente gli equilibri sociali, crea vincitori e perdenti, distrugge rendite e ne crea altre, suscita diffidenza. Figurarsi – sembra quasi di sentirli – se mescolato all’intelligenza artificiale…

Si rifletta: l’intelligenza artificiale non deve diventare cosciente per produrre conseguenze sociali. È sufficiente che sia utile. Se una tecnologia consente di fare in dieci minuti ciò che prima richiedeva due ore, oppure permette a chi possiede competenze limitate di svolgere attività prima riservate a uno specialista, qualcosa cambia. Non perché sia comparsa una nuova specie, ma perché è cambiato il costo di determinate attività.

E il capitalismo, piaccia o meno, vive precisamente di questo: della scoperta di modi nuovi per fare le cose e della possibilità che, abbassando i costi, beni e servizi prima riservati a pochi diventino accessibili a molti. Schumpeter docet.

Si pensi soltanto allo smartphone: un piccolo oggetto che ha concentrato nelle mani di miliardi di persone capacità di comunicazione, informazione, fotografia, navigazione e accesso ai servizi che un tempo richiedevano apparecchi costosi e spesso separati. E, guarda caso, proprio questo genere di tecnologia è oggi guardato con sospetto dai soliti laudatores dei tempi andati, che vorrebbero perfino vietarlo agli adolescenti. Come se il problema fosse la tecnologia, e non piuttosto il modo in cui impariamo a usarla.

Per questo, più che interrogarci sulla fantomatica “scintilla”, dovremmo chiederci come cambieranno il lavoro, la scuola, l’università, le professioni, i mercati e la distribuzione dei guadagni di produttività. Sono domande serie. “Quando la macchina diventerà cosciente?” appartiene, almeno per ora, alla fantascienza.

Non sappiamo dove ci porterà l’intelligenza artificiale. E proprio per questo dovremmo evitare sia la tecnofilia ingenua sia il catastrofismo tecnologico.

Possiamo osservare, sperimentare, correggere. La paura non è un argomento, così come non lo è l’entusiasmo. Forse il problema non sarà l’intelligenza artificiale. Sarà, ancora una volta, la nostra difficoltà ad accettare che la storia continui a cambiare, generando effetti compositivi imprevedibili, senza chiederci il permesso.

Carlo Gambescia

sabato 19 settembre 2026

Ricordo intimo di Sandro Mazzola

 

Sono laziale,  ma da bambino tifavo per  la Grande Inter. E, a pensarci bene, soprattutto tifavo Sandro Mazzola.

In famiglia non si seguiva il calcio. Avevo però uno zio e un cugino, mio coetaneo, entrambi laziali. Furono loro a trasmettermi il “morbo” biancoceleste. Poi però arrivò il grande Chinaglia, anno di grazia 1969, e la scelta diventò definitiva. La “malattia” si tramutò in cronica. Perciò eccomi qui, tra la folla tumultuosa della presa della Bastiglia Lotitiana. Per inciso sono sempre i migliori che se ne vanno…

Ma prima c’era stata la Grande Inter.

A quell’età non esistono ancora le appartenenze calcistiche come le conosciamo da adulti. Esistono i giocatori. E alcuni sembrano fatti apposta per essere ammirati da un bambino.

Mazzola era uno di questi. Lo ricordo per quella maniera nervosa e potente di stare in campo. Quando prendeva la palla sembrava sempre voler andare verso la porta. Era rapido, verticale, capace di inserirsi e di concludere. Non aveva bisogno di spiegazioni tattiche: lo capivi guardandolo.

La Grande Inter di Helenio Herrera (e di Moratti), simpatico picaro, era una macchina tattica straordinaria (questo l’ho capito dopo, ovviamente), fondata sulla difesa, sul contropiede e sulla disciplina quasi militare. Mazzola era però qualcosa di più di un ingranaggio: era uno dei giocatori che trasformavano quella macchina in spettacolo.

E poi c’era Rivera. La contrapposizione fra i due appartiene alla storia del calcio italiano. Ma non credo abbia molto senso chiedersi oggi chi fosse il più grande. Erano diversi. Rivera era il giocatore della pausa, del palleggio, dell’assist, dell’intuizione. Mazzola era più verticale, più aggressivo, più vicino alla porta.

Rivera sembrava avere bisogno di un istante per pensare. Mazzola sembrava averne uno in meno.

La famosa staffetta del Mondiale messicano del 1970 nacque anche da questa diversità. Mazzola e Rivera erano due modi differenti di interpretare il calcio. E forse proprio per questo quella rivalità continua ancora oggi a interessare. 

Ma Mazzola aveva anche un’altra storia sulle spalle: era il figlio di Valentino.

Aveva meno di sette anni quando il padre morì a Superga. Crescere con quel cognome significava portare con sé una leggenda già formata. Eppure Sandro riuscì nell’impresa più difficile: diventare Mazzola senza essere soltanto il figlio di Valentino.

I due gol nella finale di Coppa dei Campioni del 1964 contro il Real Madrid rappresentarono, forse, il momento simbolico di quella definitiva emancipazione. Da allora non fu più soltanto il figlio di una leggenda. Era diventato una leggenda anche lui.

E proprio allora, avevo dieci anni, iniziai a tifare la Grande Inter.

Poi, anno di grazia 1969, diventai laziale. Ricordo che comprai subito dal giornalaio sotto casa, per lire mille, la Storia della Lazio di Mario Pennacchia. Dovevo documentarmi per essere un laziale perfetto. Per inciso in copertina spiccava, in stile pop-art, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, cannoniere e capitano della Lazio. Un passaggio di testimone, diciamo così.

A casa mi tuffai nella lettura. Mia madre che credeva studiassi, orgogliosa, mi preparò una bella tazza di cioccolato. Salvo poi accorgersi, sbirciando la copertina, che il mio improvviso zelo per lo studio aveva poco a che fare con la scuola. Diciamo che avevo scelto una materia a modo mio. La cioccolata, però, ormai era servita.

Eppure, per dirla con Battiato, avevo già la Luna e Urano nel Leone. A quindici anni avevo già cominciato a fare lo studioso.

La prima squadra che ama un bambino, però, non si dimentica completamente. Rimane da qualche parte, anche quando la vita porta altrove.

Per questo oggi, davanti alla morte di Sandro Mazzola, mi accorgo che non sto ricordando soltanto un grande calciatore. Sto ricordando una parte della mia infanzia.

E forse è proprio questo che succede quando muoiono i campioni che abbiamo visto da bambini: non muore soltanto un pezzo della storia del calcio. Muore un piccolo pezzo del tempo in cui noi eravamo bambini.

Buon viaggio, Sandro. Non so verso dove, né mi pronuncio. So però che, nella memoria di chi ti ha visto giocare da bambino, e di chi è venuto dopo, resterai per sempre in campo. Perché una leggenda, quando lo è davvero, non esce mai dal campo.


Carlo Gambescia

venerdì 18 settembre 2026

Se ci fosse stato un Democratico a Washington, saremmo a questo punto?



Se ci fosse stato Biden o un altro Democratico, saremmo a questo punto? Il Canada avrebbe chiesto aiuto all’Europa?

Naturalmente non possiamo saperlo. Possiamo però porci una domanda più interessante: quanto conta il singolo uomo politico quando una società è attraversata da una trasformazione profonda?

Insomma, proviamo a volare alto.

Punto primo. È difficile negare che in Occidente sia in corso un cambiamento culturale e politico. La destra, anche nelle sue componenti più radicali, ha conquistato nuovo spazio politico in diversi Paesi occidentali, intercettando paure, risentimenti e domande sociali che non sono nate con Donald Trump. Il magnate americano le ha interpretate e radicalizzate, ma non le ha inventate.

Punto secondo. Qui torna il vecchio problema del rapporto fra individuo e struttura. Il leader conta, ma non agisce nel vuoto. Può accelerare un processo, rallentarlo, modificarne la direzione. Difficilmente può però inventare dal nulla una società nuova.

Punto terzo. È quella che potremmo chiamare la mano invisibile del sociale: milioni di comportamenti individuali, nessuno dei quali obbedisce necessariamente a un disegno comune, producono effetti compositivi che finiscono per modificare il campo nel quale altri individui, compresi gli statisti, dovranno poi agire.

Ma vale anche il contrario. Gli statisti possono intervenire su quel campo e produrre a loro volta nuovi effetti compositivi.

La vicenda dell’ “asse” Canada-Europa è interessante proprio per questo.

Il primo ministro Mark Carney ha appena proposto al Parlamento europeo una relazione strategica molto più stretta fra Canada e Unione europea, dalla difesa ai minerali critici, dall’energia all’intelligenza artificiale. Ursula von der Leyen ha persino evocato una possibile futura forma di “associate membership” del Canada nell’UE. Si tratta ancora di un progetto da definire, non di una nuova istituzione già esistente. Ma il segnale politico è evidente: se Washington cambia, Ottawa guarda a Bruxelles.

 

È soltanto una conseguenza diretta della politica di Trump? Probabilmente no. O comunque non del tutto. Anche qui agiscono tendenze strutturali: la ridefinizione dei rapporti di forza, l’incertezza sull’ordine occidentale, la necessità europea di rafforzare la propria sicurezza.

Ma conta anche il singolo. Conta Carney, così come conta Trump.

La domanda, allora, non è se Canada ed Europa possano “fermare” la svolta a destra dell’Occidente. È piuttosto se possano offrire una diversa risposta politica alle trasformazioni che la stanno alimentando.

Forse è questo il significato più interessante di una relazione più stretta fra Europa e Canada: non la nascita di un nuovo “asse” contrapposto agli Stati Uniti, ma il tentativo di costruire un Occidente più plurale, liberale, nel quale l’idea di Occidente non dipenda necessariamente da una sola capitale, Washington ad esempio.

La mano invisibile del sociale continua a lavorare. Ma, dentro i suoi vincoli, gli uomini continuano a scegliere.
E talvolta le scelte di un uomo possono cambiare il corso degli eventi.

Allora: se ci fosse stato Biden o un altro candidato democratico, saremmo a questo punto? La risposta ai lettori.

Carlo Gambescia