martedì 3 febbraio 2026

Quando scendere in piazza diventa un crimine

 


La differenza tra dittatura e democrazia si coglie in modo quasi sperimentale osservando che cosa accade quando la gente scende in piazza. In una dittatura la grande manifestazione, specie se potenzialmente conflittuale, non è ammessa: al primo assembramento intervengono le forze dell’ordine e i manifestanti vengono dispersi, imprigionati o eliminati fisicamente. La manifestazione non è un diritto ma un crimine politico: l’assembramento in sé è percepito come una minaccia al potere e viene represso immediatamente, senza mediazioni né scrupoli.

Un esempio immediato è rappresentato dalle proteste nelle piazze iraniane contro il regime teocratico, di cui ci arrivano persino alcune rare foto e video

Ma la lista è lunga.

Nella Germania nazista, dopo il 1933, scioperi e proteste furono cancellati con l’intervento di Gestapo e SS, tra arresti, campi di concentramento ed eliminazioni fisiche; nell’URSS, qualsiasi protesta spontanea era classificata come contro-rivoluzionaria e repressa con l’esercito, come nel massacro di Novočerkassk del 1962 sotto il regime di Chruščëv, con morti occultati come segreti di Stato; nella Cina del 1989, a Piazza Tiananmen, una grande mobilitazione studentesca fu schiacciata dai carri armati e rimossa dalla memoria ufficiale; nel Cile di Pinochet manifestare significava esporsi a carcere, tortura o sparizione forzata. Inutile, parlare della Russia putiniana, che come ai tempi dello Zar, deporta gli oppositori in Siberia (solo che a quei tempi, i deportati, potevano lavorare, addirittura insegnare, e portarsi dietro la famiglia), quando non li avvelena; dell’Italia fascista, con il suo tribunale speciale e la polizia onnipotente; della Spagna sotto Franco, che ancora all’inizio degli anni Settanta fucilava gli oppositori.



Nelle democrazie liberali, al contrario, la piazza è riconosciuta come spazio legittimo di conflitto: si manifesta liberamente e i conflitti violenti vengono, come si dice, “contenuti”. Proprio per questo la morte di un manifestante o di un civile diventa un grosso problema morale, giuridico e d’immagine. Negli Stati Uniti, nel 1970, la Guardia Nazionale uccise quattro studenti alla Kent State University durante le proteste contro la guerra in Vietnam, provocando uno shock nazionale, scioperi di massa e una grave crisi di legittimità; nello stesso anno, alla Jackson State, la polizia uccise due studenti afroamericani, episodio meno ricordato ma discusso come fallimento democratico; nel 2020 la morte di George Floyd, pur non avvenuta durante una manifestazione, innescò la più vasta ondata di proteste dai tempi dei diritti civili, con processi, condanne e un danno d’immagine enorme per le istituzioni. Esistono poi casi-limite, esempi “negativi” che mostrano come anche le democrazie possano avvicinarsi pericolosamente alla logica autoritaria: il Bloody Sunday del 1972 a Derry, con tredici manifestanti uccisi (quattordici in totale per le ferite successive) dall’esercito britannico; la repressione della manifestazione algerina a Parigi nel 1961, con decine di morti; il tormentato Sessantotto in Italia e in Europa, il G8 di Genova del 2001, con la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz e a Bolzaneto. Ma proprio qui sta la differenza decisiva: in tutti questi casi la violenza non è stata normalizzata, bensì seguita da scandali, inchieste, processi, condanne internazionali, scuse ufficiali, memoria conflittuale.



Le democrazie liberali non sono innocenti, ma sono costrette a rendere conto; le dittature non sono più violente, sono semplicemente irresponsabili. Dove la morte in piazza viene rimossa o addirittura celebrata, il potere si rafforza; dove diventa un problema pubblico permanente, il potere si incrina. Ed è in questa incrinatura, non nell’assenza di conflitto, che passa la linea di demarcazione tra dittatura e democrazia.

Per farla breve: il conflitto, talvolta anche violento, è parte integrante della democrazia liberale. Ovviamente, per chiunque abbia radici fasciste, o comunque autoritarie, si tratta di un concetto difficile, se non impossibile, da capire.

Si dirà: ma se poi la violenza di piazza si trasforma in terrorismo, o comunque sembra avere radici terroristiche? E un rischio che le democrazie liberali, se tali, devono correre. Anche perché sono capaci di avere la mano ferma, quando però realmente necessario, come nell’Italia degli Anni di Piombo. E non è certo questo il caso della manifestazione torinese di sabato scorso. Che la destra prova a far passare per terrorismo.

È proprio a partire da quest’ultima osservazione che si può capire ciò che sta accadendo oggi negli Stati Uniti e ciò che rischia di accadere in Italia.



Nell’America di Donald Trump si assiste a una crescente criminalizzazione dell’opposizione che prova a manifestare, a una retorica securitaria che tende a equiparare il dissenso al terrorismo e a una gestione dell’ordine pubblico sempre meno orientata al contenimento e sempre più alla deterrenza politica. Quando gli oppositori vengono delegittimati prima ancora di scendere in piazza, il terreno democratico comincia a cedere.

In Italia, dopo i fatti di Torino, il governo, ha subito parlato di “terrorismo” annunciando nuove misure restrittive sull’ordine pubblico: il rischio non è l’autoritarismo compiuto, ma lo slittamento culturale, l’idea che la piazza sia di per sé sospetta e che il conflitto sociale debba essere prevenuto più che governato. Perché – ecco il succo del discorso – chiunque manifesti è portatore sano del germe terrorista. È sempre così che si comincia: non abolendo la democrazia, ma svuotandola, un provvedimento alla volta, un linguaggio alla volta, una piazza alla volta.



In fondo, la differenza teorica tra dittatura e democrazia è lampante. Nella dittatura la piazza è illegittima per definizione, la violenza è preventiva e totale e i morti non parlano, né oggi né domani: vengono cancellati, rimossi, assorbiti dal silenzio del potere. Nella democrazia, al contrario, la piazza è legittima, la violenza dovrebbe restare un’eccezione e quando avviene produce fratture, scandali, problemi morali, giuridici e mediatici che il potere non può semplicemente archiviare.

È qui che il verbo “contenere” diventa decisivo: contenere il conflitto significa riconoscerlo come parte del gioco democratico, accettare che il dissenso esista e debba essere governato; eliminarlo, invece, significa negare il gioco stesso. Il passaggio più insidioso avviene quando una parte dei cittadini finisce per sostenere misure repressive sempre più dure: non perché il conflitto sia davvero scomparso o perché l’ordine sia in pericolo assoluto, ma perché il consenso viene costruito attraverso la paura, la semplificazione e la criminalizzazione dell’avversario. È in questa manipolazione del consenso, prima ancora che nelle leggi o nei manganelli, che una democrazia comincia a smettere di riconoscersi come tale.



Del resto, cosa ci si può aspettare da un presidente americano come Donald Trump, che considera lo stato di diritto un ostacolo al proprio potere? E da una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni, che non solo non affronta il passato fascista, ma sembra volerlo ignorare del tutto?

Non sorprende quindi che negli Stati Uniti e in Italia la retorica dell’ordine, della minaccia interna e dell’emergenza permanente raccolga consensi crescenti. 

Ciò che sorprende, semmai, è vedere una sinistra – soprattutto in Italia – che, invece di smontare questo meccanismo, spesso lo imita, facendo il verso alla destra sul terreno securitario e contribuendo, forse inconsapevolmente, allo svuotamento culturale della democrazia liberale che afferma di voler difendere.

Carlo Gambescia

 

Bibliografia minima

Katia Pilati, Movimenti sociali e azioni di protesta, Il Mulino, 2018 ( guida abbastanza aggiornata e comunque completa); Ralf Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità. Saggio sulla politica della libertà, Laterza, 1989 (un piccolo classico); Charles Tilly, Conflitto e democrazia in Europa, 1650 - 2000, Bruno Mondadori, 2007 (eccellente cavalcata tra storia comparata e sociologia).

lunedì 2 febbraio 2026

Riflessioni sul Sudan: la lettura di Gianluca Eramo

 



Una precisazione: non l’abbiamo preso di mira. Il fatto è che leggiamo sempre volentieri le analisi di Gianluca Eramo. Studioso che sembra avere una marcia in più. Non solo rispetto agli amministratori dell’ovvio, addirittura in toga accademica, ma anche nei riguardi di una certa produzione geopolitica che si autodefinisce “alta”, ma che troppo spesso scambia l’opinione per analisi. E non mi riferisco soltanto ai social.

Bando alle polemiche. Eramo, oltre a una vasta conoscenza nell’ambito della storia comparata, mostra una buona capacità di escogitare, diciamo così, neologismi e formule mai scontate, di sapore sociologico. Forse è un metapolitico senza saperlo.

Un suo articolo sulla situazione sudanese (*), uscito  un paio di  giorni fa su “L’Europeista”, interessante foglio digitale, ha colpito la nostra attenzione, di metapolitici in servizio permanente effettivo. Cioè di studiosi di quel che può essere una politica analizzata attraverso l’uso di regolarità metapolitiche (**).

L’analisi di Eramo è potente e coglie un punto decisivo: in Sudan non è in gioco la conquista dello Stato, ma il suo svuotamento funzionale a un’economia di enclave.

Tuttavia – qui la mia perplessità di metapolitico – parlerei con cautela di “mutazione ontologica della guerra”.

In effetti quel che osserviamo non è un nuovo paradigma, ma la riemersione — aggiornata tecnologicamente — di uno schema novecentesco ben noto: guerre per procura, signori della guerra come intermediari locali, potenze esterne che non governano ma estraggono.

L’oro, la terra e oggi la connettività non inaugurano una guerra nuova: sostituiscono semplicemente i vecchi vettori del saccheggio. Cambiano gli strumenti, non la logica. Logica che Eramo coglie quando parla (fin dal titolo) di “ nuovo feudalesimo globale”…  Tuttavia a proposito di “nuovo”, parleremmo invece di persistenza delle dinamiche centrifughe-centripete, una precisa regolarità metapolitica.

Il rischio di insistere sulla novità radicale è naturalizzare un processo che invece ha una genealogia precisa e responsabilità politiche identificabili. Il Sudan non anticipa il futuro: mostra cosa succede quando il Novecento, con il suo volto meno benigno del colonialismo — quello della dominazione e dello sfruttamento, pur accanto ad aspetti di modernizzazione culturale e tecnologica — smette di travestirsi da ordine internazionale

Inoltre, prima di parlare di una mutazione ontologica della guerra, è necessario interrogarsi sulla persistenza delle strutture profonde del politico. Se si adotta una prospettiva metapolitica, ciò che emerge nel caso sudanese non è una rottura radicale, ma la riconfigurazione storicamente situata di regolarità che attraversano l’intera modernità politica.



La guerra in Sudan conferma, anziché smentire, almeno sei regolarità di primo grado: la persistenza del potere come processo di conquista, conservazione e perdita; la persistenza della stratificazione politica, per cui il comando si organizza sempre in forme gerarchiche, anche quando lo Stato si disgrega; la persistente tensione tra inclusività ed esclusività politica, che trasforma intere popolazioni in corpi eccedenti e sacrificabili; la dinamica ricorrente, come accennato, tra forze centripete e centrifughe, tra istituzione e movimento, che spinge il potere a frammentarsi quando non riesce più a stabilizzarsi; la polarizzazione amico/nemico come principio ordinatore del conflitto; infine, la costante razionalizzazione ideologica dei comportamenti politici, che giustifica il saccheggio come sicurezza, la guerra come stabilizzazione, l’espropriazione come sviluppo.

Letto attraverso questa griglia, il Sudan non appare come il laboratorio di una guerra ontologicamente nuova, ma come uno spazio in cui tali regolarità operano in forma estrema, potenziate da attori privati, tecnologie digitali e mercati globali. Il cosiddetto Colonialismo 2.0 non abolisce queste dinamiche: le assume, le privatizza e le rende più opache. La novità non risiede dunque nella struttura del conflitto, ma nella sua capacità di occultare, sotto il linguaggio dell’efficienza logistica e della governance informale, regolarità politiche che la modernità – ma diremmo in tutta serenità i cinquemila anni di storia documentata che ci precedono – conosce da tempo e che il Novecento aveva già riportato alla luce nelle guerre per procura e nei sistemi dei signori della guerra.

Mi si potrà rispondere che le regolarità qui ricordate, sono solo una premessa cognitiva, anche molto generale (per non dire scontata…), e che poi è necessario lavorare sui dettagli, cogliere le novità di una certa situazione…



E infatti è proprio sui dettagli che si gioca la partita analitica, non sull’enfasi della “svolta epocale”. Ma i dettagli acquistano senso solo se restano ancorati a una struttura interpretativa solida, capace di distinguere tra ciò che è realmente nuovo e ciò che si ripresenta in forme aggiornate. In questo senso, come detto, il caso sudanese non segnala tanto una mutazione ontologica della guerra, quanto una sua configurazione particolarmente intensa e visibile, resa più opaca – ma non per questo inedita – dall’intreccio tra attori privati, tecnologie e mercati globali.

La discussione aperta da Eramo è dunque preziosa proprio perché invita a interrogarsi su queste trasformazioni, a patto di non perdere di vista la genealogia storica e le regolarità metapolitiche che ne costituiscono lo sfondo. È in questo equilibrio, tra attenzione al nuovo e consapevolezza del già visto, che l’analisi può evitare, per dirla alla buona, sia l’inerzia del “tutto il mondo è paese” sia l’illusione del nuovo per il nuovo.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.leuropeista.it/sudan-feudalesimo-globale-russia-emirati-musk/ .

(**) Per le regolarità metapolitiche rimandiamo al quadro sinottico qui pubblicato, che a sua volta rinvia al nostro Trattato di Metapolitica (2 voll., Edizioni Il Foglio, 2023). Il quadro è opera grafica di Carlo Pompei, amico e collaboratore di lunga data, il cui contributo è sempre stato per me di grande valore.

domenica 1 febbraio 2026

Incidenti di Torino. Difendere l’indifendibile?

 


Incidenti di Torino. Non sono gli “Anni di Piombo”, quando imperversava il feroce terrorismo di destra e di sinistra, ma il governo e la quasi totalità dei giornali e telegiornali (ma anche sui social l’egemonia della destra è forte), cercano di farli passare come tali.

E con una differenza fondamentale, che quattro ragazzi ai quali è stato negato uno spazio pubblico, e che protestano (magari con qualche ingiustificato eccesso),  cosa che invece si permette ai centri  sociali abusivi di destra, sono dipinti, da un governo di radicali di destra, come terroristi.

Per chi non avesse capito, la differenza è che allora al governo c’erano democristiani, socialisti, laici di vario colore politico e persino comunisti (appoggio esterno), oggi c’è la destra radicale di allora che fomentava i giovani di destra, come in un  famoso discorso di Almirante a Firenze.


Da una parte – ieri – i partiti che affondavano le origini nella Resistenza e nel Cln, dall’altra – oggi – i fascisti di allora. E infatti come si è espressa Giorgia Meloni? “Nemici dello Stato”. Con la maiuscola ideologica (tutto dentro lo Stato, nulla fuori dello Stato, vecchia musichetta). Il vocabolario è lo stesso che i fascisti, prima e dopo Mussolini, usavano per distruggere la credibilità di qualsiasi forma di opposizione, da quella con le armi a quella con la parola.

Ci si potrà accusare di difendere l’indifendibile.  Molti non si sono resi conto  – la stessa sinistra tace, teme di essere accostata ai “Nemici dello Stato” di Torino – che l’Italia, per la prima volta dal 1945 – rischia la libertà.





Esageriamo? Un solo piccolo esempio, da ceto urbano colto, riflessivo (già sappiamo come ci liquideranno), quando un giornale come “Il Foglio”, ultima ridotta liberale, tira la volata a Giorgia Meloni, intervistandola, e mette in prima pagina la lettera di auguri per i trent’anni del giornale di un Papa trumpiano, è veramente la fine. Dammi il vino con un po’ di idrolitina clericale e fascista, per citare il Battiato di “Zone depresse”.

Il mondo ormai ha decisamente virato a destra, e non una destra democratica, ma fascista. Che nulla ha dimenticato.

E l’Italia, periferia di un Impero, che una volta era del Bene, ha prima anticipato e poi seguito la marcia trionfale di un più che aspirante criminale fascista come Trump. Non ci si illuda sulla possibilità da farlo cadere con i famigerati “file Epstein”. Trump, come ogni vero dittatore non teme i giudici. Sa di poter contare sulle forze armate, paramilitari, sui servizi segreti su fortissime minoranze armate nel paese.



In una agghiacciante intervista, il governatore democratico del Minnesota Tim Walz dice di temere per l' America,  un “Fort Sumter Moment in Minneapolis”. Per chi ignorasse la storia americana, la Guerra di Secessione  esplose il 12 aprile 1861, con l’attacco confederato a Fort Sumter, nella baia di Charleston. Da lì in poi non fu più una crisi politica: fu guerra vera, lunga e sanguinosa. Il resto — compromessi, retorica, buone intenzioni — saltò in aria con i primi colpi di cannone.

L’impero del Bene per ora non tornerà. L’America ribelle e patriottica, antischiavista, dalla parte della Costituzione e dei diritti, per ora non tornerà. Soprattutto se dovesse all’improvviso,risvegliarsi in quell’aprile del 1861.

 


Siamo retorici. Vediamo fascisti ovunque? Decida il lettore.



Come concludere? In modo poco elegante ma onesto.

Qui non si tratta di “difendere l’indifendibile”, bensì di rifiutare una trappola semantica ben nota: trasformare il conflitto politico in questione penale e l’opposizione in minaccia ontologica. Di tramutare,  insomma, le “martellate”, ovviamente mai giustificate (ci mancherebbe) al poliziotto in “martellate” alla libertà. 

È così che si preparano i salti di regime: non con i carri armati, ma con le parole “giuste” ripetute ossessivamente. E soprattutto con una paura diffusa ad arte verso ogni forma di diversità: dalla coppia gay al militante anarchico, dal migrante in cerca di fortuna all’intellettuale non schierato con il potere.



Quando un governo vuole dire chi è dentro e chi è fuori dallo Stato (sempre con la maiuscola: lo dice pure la grammatica, eh…), chi può parlare e chi no. Quando la categoria di “nemico” torna a circolare con disinvoltura, non siamo davanti a un incidente: siamo davanti a un sintomo. E i sintomi, in politica, vanno presi sul serio prima che diventino diagnosi.

Chi tace oggi, per paura di essere confuso con i “Nemici dello Stato”, domani scoprirà che il silenzio non protegge nessuno. Protegge solo il potere che lo impone. E a quel punto difendere l’indifendibile non sarà più una scelta polemica, ma l’unico modo rimasto per difendere la libertà.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.theatlantic.com/politics/2026/01/tim-walz-fort-sumter-minneapolis-ice/685801/?utm_source=facebook&utm_campaign=the-atlantic&utm_medium=social&utm_content=edit-promo .



sabato 31 gennaio 2026

“Remigrazione”: il nuovo lessico del razzismo





La conferenza stampa per lanciare   una petizione popolare sulla “remigrazione”, prevista alla Camera dei deputati, viene bloccata dopo la protesta delle opposizioni. Pd, M5S e Avs occupano la sala stampa, intonano Bella ciao, l’incontro è  sospeso: “Non ci sono le condizioni”. Dal fronte opposto, il deputato leghista promotore dell’iniziativa, Domenico Furgiuele, deputato della Lega, rilancia: "Ci riprovo? Sì". E giù con il consueto vittimismo: sinistra Ztl, fascismo che non esiste, lui dalla parte del popolo, eccetera.

I soliti luoghi comuni dei fascisti,  per dirla in romanesco, “beccati con il sorcio in bocca”: i conferenzieri sembravano usciti dal manuale guida della squadra politica, non tanto per l’abbigliamento, quanto per l’atteggiamento strafottente, alla “me ne frego”. Che chi conosce la storia dei movimenti fascisti sa che non è solo folclore.



L’episodio però, è altamente simbolico. E proprio per questo merita di essere preso sul serio, senza indulgere né allo scandalo automatico né all’autoassoluzione rituale.

Partiamo da un punto fermo. Il problema non è — o non è solo — che si parli di “remigrazione”. Il problema è dove se ne parla. Il Parlamento non è uno spazio neutro. È una macchina simbolica potente: ciò che entra lì dentro non è semplicemente detto, è riconosciuto come dicibile entro una cornice istituzionale. Aprire le porte della Camera a un convegno di questo tipo non equivale a garantire la libertà di espressione; equivale a legittimare un lessico, un orizzonte di senso, una possibile visione dell’ordine sociale.

Ed è qui che occorre fermarsi sul concetto chiave. Che cos’è davvero la “remigrazione”. Per evitare equivoci, è utile collocare il concetto anche storicamente e politicamente, indicando attori, ambienti e riferimenti teorici che ne hanno favorito la diffusione.



Il termine “remigrazione” (dall’originale francese remigration) non è un termine tecnico neutro, né una variante elegante di “rimpatrio”. È un concetto ideologico con una genealogia precisa. Si afferma a partire dagli anni Novanta negli ambienti dell’estrema destra europea — soprattutto nell’area identitaria francese e tedesca — come risposta all’immigrazione extraeuropea e al multiculturalismo. Non nasce nei documenti delle organizzazioni internazionali, né nel lessico del diritto, ma in contesti militanti che concepiscono il popolo come entità organica e il territorio come spazio naturale di appartenenza. In breve: antiquariato concettuale nazifascista.

La distinzione con il rimpatrio è decisiva. Il rimpatrio è, almeno in linea di principio, una misura giuridico-amministrativa che riguarda persone prive di titolo di soggiorno e si fonda su procedure individuali. La remigrazione, invece, non si basa sullo status legale, ma sull’appartenenza culturale o etnica percepita. Non risponde alla domanda “chi è irregolare?”, ma a una molto più radicale: chi non dovrebbe stare qui.

In questa prospettiva, la remigrazione può riguardare anche cittadini regolari, persone nate nel paese, individui formalmente integrati ma ritenuti “non assimilabili”. Il suo nucleo non è la gestione dei flussi, ma la ridefinizione dell’appartenenza. Quindi non è problema di indennizzi o bonus previsti dalle legge per favorire i ritorni alle terre di origine, ma di principio. Del resto, una volta passata l’ “idea” i bonus si possono pure tagliare, sopprimendo i fondi in bilancio, e così andare  per le spicce.



Il punto centrale è il rovesciamento di un principio cardine dello Stato liberale: l’appartenenza fondata su diritti e cittadinanza. Al suo posto subentra un criterio carnivoro pre-politico: origine, cultura, religione, “compatibilità di civiltà”. Si è inclusi non perché si ha diritto di esserlo, ma finché si è giudicati compatibili.

Ma affondiamo ancora di più il coltello lessicale. Come detto, sul piano storico-politico, la remigrazione emerge come parola d’ordine nei circuiti dell’estrema destra identitaria europea tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila.

Qualche nome. Un riferimento intellettuale ricorrente è lo scrittore francese Renaud Camus, teorico della “sostituzione demografica” (Grand Remplacement), termine che conia esplicitamente nel 2011. Camus, lasciando da parte la sua ipotesi complottista di un perfido disegno segreto delle cattive élite apolidi, sviluppa l’idea che l’immigrazione di massa produca una trasformazione irreversibile del “popolo”, inteso come entità culturale ed etnica. In questo modo fornisce l’impianto concettuale che verrà poi ripreso da movimenti e figure politiche.



Il termine “remigrazione” viene successivamente adottato e normalizzato dai movimenti identitari in Francia (Génération Identitaire), in Austria e Germania (Identitäre Bewegung). In particolare attraverso Martin Sellner, che lo promuove come progetto di lungo periodo, graduale e formalmente “non violento”, volto a ristabilire l’omogeneità culturale delle società europee. Un’ossessione, quella della purezza, travestita da gestione razionale del sociale.

Negli ultimi anni il concetto ha iniziato a circolare anche ai margini di partiti strutturati. In Germania, settori dell’AfD ne hanno discusso apertamente in riferimento non solo ai migranti irregolari, ma anche a cittadini di origine straniera ritenuti “non integrabili”.


In Francia il termine resta ufficialmente marginale nel lessico del Rassemblement National, ma è ampiamente presente nell’ecosistema culturale che circonda il partito. Marion Maréchal, con il suo progetto politico più radicale, ha contribuito a legittimare questo orizzonte discorsivo.

In Italia il concetto compare più tardi, importato direttamente dal lessico francese, attraverso esponenti della destra radicale e dell’area neofascista. Tra i nomi più visibili figurano Roberto Vannacci e Domenico Furgiuele. CasaPound è stata tra le organizzazioni centrali nella creazione del Comitato Remigrazione e Riconquista, promotore di una proposta di legge sostenuta da figure note dell’ultradestra. L’evento alla Camera dei deputati, organizzato proprio da Furgiuele, conferma che il termine non resta più confinato alle frange radicali, ma tenta l’accesso alla rispettabilità istituzionale, seguendo una traiettoria già osservata in Francia, Germania e Austria.

Il precedente storico più istruttivo non è solo il fascismo come regime, ma il passaggio concettuale che negli anni Venti e Trenta conduce alla ricomposizione politica della triade Stato–popolo–territorio. In argomento c’è un’interessante letteratura storica, a partire dalla Tentazione fascista di Tarmo Kunnas, che offre una specie di nomenclatura in materia. In quel contesto l’appartenenza politica viene progressivamente sganciata dalla cittadinanza giuridica e ricondotta a criteri pre-politici di origine, cultura e “compatibilità”.

Il liberalismo aveva spezzato quella triade, distinguendo lo stato dalla comunità etnico-culturale e il territorio dai diritti di sangue; l’aggressiva cultura protofascista del primo Novecento tenta invece di riunificarla, trasformando l’appartenenza in una qualità sostanziale e condizionata. È questo passaggio — più che la sua forma totalitaria — che oggi la remigrazione tenta di riattualizzare, aggiornandolo in un linguaggio apparentemente democratico e gestionale.



Attenzione, la Rivoluzione conservatrice tedesca non fu razzista in senso biologico, ma fu radicalmente anti-universalista e culturalmente escludente. Lasciò in eredità concetti politicamente pericolosi — omogeneità del popolo, appartenenza pre-politica, rifiuto dell’eguaglianza liberale — che oggi riemergono, in forma aggiornata, nelle destre di ascendenza neofascista, anche quando si presentano in tailleur sartoriale. Si noti il silenzio di Giorgia Meloni sui fatti di ieri: né pro né contro. E intanto come il veleno,  la parola “remigrazione” entra in circolo…

Questa traiettoria è significativa e vale la pena ribadirla, perché è decisiva: la remigrazione nasce come parola d’ordine estremista, si consolida come concetto del vocabolario politico “accettabile” e tenta infine l’accesso alla legittimazione istituzionale. Non è una semplice normalizzazione linguistica, ma la costruzione dell’orizzonte delle politiche pensabili.

“Remigrazione” suona tecnica, quasi burocratica; suggerisce ordine, simmetria, buon senso. È proprio questa patina di razionalità che la rende politicamente efficace: prima normalizza il lessico, poi rende pensabili — e infine praticabili — politiche di esclusione che, espresse in altro linguaggio, apparirebbero immediatamente come ciò che sono. In questo senso, il termine opera sull’immaginario sociale: prepara consenso passivo prima ancora che misure coercitive. In realtà è deportazione e in prospettiva – pronti a scommettere – istituzione di un corpo di polizia come l’ICE statunitense (l’America, purtroppo, fa sempre scuola, nel bene il più delle volte, ma anche nel male).

La protesta delle opposizioni appare dunque comprensibile nella sostanza, ma fragile nella forma. Occupare la sala stampa e cantare Bella ciao è un gesto emotivamente potente, ma politicamente debole. Funziona come segnale identitario, produce immagini, scalda la base. Ma non smonta il dispositivo concettuale della remigrazione, non ne esplicita la genealogia, non ne mostra gli effetti. Si limita a dire: questo non si fa.



Il rischio è evidente. Mentre l’opposizione si muove sul terreno della testimonianza morale, la destra lavora sull’egemonia culturale. Introduce parole, le rende dicibili, le fa circolare come opzioni legittime di dibattito. Ogni stop diventa pubblicità, ogni protesta una conferma del proprio status di vittima del "sistema" (la vecchia guardia almirantiana,  a suo modo elegante, parlava di "Lor Signori").  Quando Furgiuele dice "ci riprovo", non sta provocando: sta pianificando.

Il punto va ripetuto, proprio perché è decisivo: il vero conflitto non è per una sala o per un evento – i soliti dispettucci infantili – ma per il vocabolario politico. Trattare la remigrazione come una posizione tra le altre significa accettare implicitamente che l’appartenenza possa diventare condizionale. Ed è una soglia che, una volta superata, difficilmente resterà confinata ai soli migranti.

In definitiva, la scena di oggi dice meno su un ritorno caricaturale del fascismo e molto di più su un mutamento più profondo: la separazione tra politica come costruzione di senso e politica come rituale morale. La prima è oggi saldamente nelle mani della destra. La seconda è spesso l’unico linguaggio rimasto all’opposizione.



La storia insegna che non vince chi canta meglio Bella ciao, ma chi riesce a definire i termini concettuali del conflitto. E oggi la battaglia decisiva non è per occupare uno spazio, ma per impedire che certe parole — una volta entrate nelle istituzioni — diventino il nuovo senso comune. E potrebbe essere già tardi.

Che fare allora? Non basta denunciare. Occorre capire che la remigrazione non è solo un termine, è un’idea politica con effetti concreti,  e in quanto tale, razzista, discriminatoria e potenzialmente perseguibile penalmente. Definirla così è il primo passo per fermarla.

Carlo Gambescia

venerdì 30 gennaio 2026

Blindati e paura: la normalizzazione dell’eccezione

 


Senso di impotenza. Stanno vincendo i cattivi. La storia si ripete e non è detto che la seconda volta si tratti di commedia.

Che pensare di una Giorgia Meloni che celebra in Italia la Giornata della Memoria (*), nel modo ipocrita che sappiamo (il fascismo fu “complice”) e non dice una parola su quello che sta accadendo negli Stati Uniti? Terra di immigrazione che ora combatte l’immigrazione con una ferocia – si rifletta bene sul punto, almeno chi ha ancora un cervello – pari a quella di Hitler con gli ebrei?

Trump, non ha forse dichiarato che l’immigrato, a prescindere dal fatto che sia clandestino, “avvelena il sangue” americano? Roba da Mein Kampf.



Il fastidio ( a destra ) che suscita ogni riferimento a Hitler dice più sul presente che sul passato. La cosiddetta Reductio ad Hitlerum – di cui qualcuno potrebbe accusarci – è diventata una scorciatoia polemica, un conformismo autodifensivo: non serve a confutare un’analogia, ma a evitarla.

Come se il nazismo fosse stato un meteorite irripetibile, e non il prodotto storico di un insieme riconoscibile di dispositivi politici: costruzione del nemico, naturalizzazione della paura, linguaggio biologico applicato alla società, sospensione progressiva delle garanzie in nome dell’emergenza. Quando questi elementi riappaiono, non è la storia a essere abusata: è la memoria a essere rimossa. E di questo doveva parlare Giorgia Meloni, non di “complicità”.





E ora i carri armati Puma, in bella vista alla Stazione Termini e al Colosseo. Si dirà che tre “blindati” non fanno colonnelli. In realtà la percezione della gente è cambiata. Io stesso mi trovavo meno di un mese fa alla stazione, e la polizia fermava la gente chiedendo di mostrare i documenti.

La presenza di mezzi militari nello spazio urbano non è del tutto priva di precedenti nella storia della Repubblica. Negli anni Settanta, durante il terrorismo politico, e nei primi anni Novanta, dopo le stragi mafiose, l’esercito fu impiegato a supporto dell’ordine pubblico, anche con mezzi blindati. Ma si trattava di interventi esplicitamente eccezionali, legati a emergenze riconosciute come tali e delimitate nel tempo. A partire dal 2008, con l’operazione “Strade Sicure”, qualcosa cambia: la presenza dei militari diventa strutturale, ordinaria, sganciata da una minaccia specifica. È questo il vero salto di qualità: non la comparsa dei blindati in sé, ma la loro normalizzazione nello spazio civile, in assenza di un pericolo proporzionato.

Però anche su questo punto va fatta un’osservazione. L’operazione “Strade Sicure”  fu varata da  Berlusconi, che pur con tutti i suoi difetti non proveniva dal Movimento Sociale, mentre Giorgia Meloni sì: e la differenza è netta. Un ridanciano imprenditore playboy da una parte, una rappresentante della tradizione neofascista italiana dall’altra. 



Questa volta siano dinanzi alla normalizzazione dell’eccezione. Non è il numero dei mezzi militari a contare, ma la loro funzione simbolica.

Il potere contemporaneo – soprattutto dopo Trump 2 il ritorno – non governa solo attraverso le leggi, ma attraverso la messa in scena della sicurezza. Blindati, controlli visibili, pattugliamenti spettacolari non servono tanto a prevenire un pericolo reale, quanto a produrre un sentimento collettivo: l’idea che il pericolo sia ovunque. È su questo scarto tra realtà statistica e percezione indotta che prosperano le destre: non creano l’insicurezza, la interpretano politicamente, e poi la amministrano.

Impressionismo sociologico? Le statistiche   ci dicono   che l’Italia è un paese sicuro. Eppure la destra gioca sull’immaginario della gente comune per creare una situazione di angoscia e insicurezza (**).

Dopo quella di dividere e asservire la magistratura, la prossima mossa, soprattutto se le prossime elezioni saranno vinte da una destra capace di imbrogliare le carte elettorali introducendo un corposo premio di maggioranza, sarà di introdurre un corpo speciale di polizia contro i migranti sul tipo dell’ICE americano. È solo questione di tempo.



Parlare di un possibile corpo speciale di polizia contro i migranti non significa fare profezie apocalittiche, ma osservare una traiettoria. Le democrazie non si trasformano in regimi autoritari con un colpo di mano, ma per accumulo di eccezioni: una norma speciale, un’emergenza permanente, una categoria di persone progressivamente sottratta alle garanzie comuni. L’ICE americano non è un’anomalia, ma il risultato coerente di una logica che ricorda da vicino il nazismo. Pensare che l’Italia ne sia immune non è realismo politico: è superstizione istituzionale.



L’America fa scuola nel bene, e purtroppo, come sta accadendo, anche nel male.

Questa disgrazia politica di Trump – che lascia tuttora gli analisti come quei pugili andati a tappeto – sta avendo ripercussioni anche di tipo culturale in tutto il mondo: rafforza il nazionalismo, il razzismo, l’antiliberalismo. E i carri armati alla stazione Termini non sono che il primo passo.

Che brutto sarà quel che verrà. Che malinconia.

Carlo Gambescia

(*) Ne abbiamo scritto qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/01/giorgia-meloni-e-la-shoah-memoria-senza.html

(**) Cfr. Rapporto Univ Censis, “La sicurezza fuori casa”, maggio 2025.  Il 78,8% degli italiani teme situazioni pericolose fuori casa e quasi 4 su 10 rinunciano a uscire di sera; il rapporto evidenzia come la percezione di rischio sia molto alta rispetto ai dati reali sui reati, invitando a leggere la paura con maggiore equilibrio critico. Che con un governo di gente che non ha mai fatto i conti con il fascismo e che simpatizza per Trump è cosa praticamente impossibile.

giovedì 29 gennaio 2026

Oltre Trump: perché il fascismo è una mentalità, non (solo) un’ideologia

 


L’intervista a “la Repubblica” di Anne Applebaum, saggista e giornalista di estrazione liberal, non ha provocato il rumore che meritava, soprattutto da parte della sinistra riformista, che in Italia, nonostante un governo che sostiene che Mussolini abbia fatto “anche” cose buone, teme di usare il termine fascismo nei confronti di Giorgia Meloni, La Russa, Musumeci, Mollicone, Giuli e altri esponenti della stessa famiglia politica.

La destra invece l’ha ignorata. Come chiunque osi criticare Trump (Rai docet). Vedremo nei prossimi giorni. Tra l’altro Autocrazie, un testo di  alta divulgazione storica della Applebaum, tradotto in italiano, è stato insignito del Premio Strega Saggistica Internazionale (*).
 

Insomma, silenzio o quasi. Sembra proprio che in Italia purtroppo non ci sia un idem sentire liberale. Con buona pace dei liberali italiani, largamente gravitanti a destra (vizio storico, purtroppo, inaugurato nel 1922), che si aspettano da Trump, nemico della libertà in patria, la fondazione della liberal-democrazia in Iran e che chiudono un occhio su quel barbaro nazionalista di Netanyahu. Bah…


 

Applebaum ha ragione su un punto fondamentale: mai usare la parola fascismo con leggerezza. Proprio per questo la definisce appropriata per quello che sta accadendo negli Stati Uniti oggi: un’amministrazione che “glorifica la violenza” e opera con disprezzo per la legge e la Costituzione.

Sì, il rischio c’è. E forse si tratta anche più di un’ombra.

Per quel che ci riguarda, da tempo non parliamo del fascismo come fantasma di un passato novecentesco o come etichetta retorica da salotto. Parliamo di dinamiche reali, sociologiche e metapolitiche, che producono scontro sociale e frammentazione, proprio come accadde nella prima metà del Novecento.


 


Esiste un’idea di fondo, pericolosissima: il fascismo ha sempre portato con sé (e porta), inevitabilmente, l’idea di guerra civile latente, pronta a trasformarsi in pratica collettiva: gruppi contrapposti, odio reciproco, legittimazione della forza come strumento politico. Il fascismo è sempre stato preceduto dalla fase della “grande paura” come nella Spagna prima del 1936, la Germania prima del 1933, l’Italia prima del 1922.

Nel caso statunitense non siamo ancora alla fase del colpo su colpo fra bande armate in stile terrorismo urbano — ma i segnali di frizione ci sono. In Minnesota, le operazioni aggressive di polizia federale e dell’ICE e le relative proteste mostrano una popolazione che vive questo scontro come minaccia diretta alla sicurezza quotidiana, non solo come divergenza politica. E se guardiamo ai casi concreti di attentati politici e violenza urbana recente, da Kirk alla Good e Pretti – episodi emblematici – si capisce che il terreno per la tensione sociale è già pronto.

Questa è la posta in gioco: se chi si oppone a Trump e alla sua macchina del potere decidesse di reagire con violenza - non teoria, ma azioni mirate di ritorsione urbana - si innescherebbe velocemente quella spirale di guerra civile che i fascismi del Novecento non solo temevano, ma incitavano. È la paura, più della libertà, che spinge la gente a desiderare un “uomo forte” che ristabilisca ordine e sicurezza. È lì che il fascismo trova il suo spazio.



Da questo punto di vista, l’appello dei leader del Partito democratico alla calma ha due facce: da un lato è positivo perché non spalanca la porta alla violenza di tutti contro tutti, ma dall’altro rischia di favorire la violenza strutturale di una sola parte, legittimata dalla forza dello Stato, creando così un clima di paura e sottomissione crescente. In questo clima, l’uomo medio  - la gente comune, immersa nella quotidianità: bollette, lavoro, figli, barbecue, eccetera -  finisce per dire: “che mi importa della libertà, voglio pace e sicurezza”. Ed è esattamente così che si costruisce consenso per l’uomo forte.

Quanto a Trump, la Applebaum ha ragione nel dire che non è propriamente un ideologo nel senso accademico del termine -  non è uno che scrive dottrine elaborate - ma qui entra in gioco un punto che molti analisti, in particolare liberal o di sinistra, sottovalutano: la presunzione ideologica dell’intellettuale. Troppe analisi continuano a cercare l’ideologo “puro” - il Marx, il Lenin, il Mao - e così sottovalutano il valore reale del nemico. Perché il fascismo storico non è nato da professori di filosofia, ma da rozzi uomini di potere pragmatici, animati da una spaventosa volontà di potenza, che traducevano banalità semisuperiori in consenso di massa.

E qui sta la verità: Trump non è un ideologo in senso classico, ma come Mussolini, Hitler, Franco e gli autori minori dei fascismi degli anni Venti e Trenta – inclusa la “Rivoluzione conservatrice” tedesca (che spiegava la distruzione della ragione al popolo) – ha usato frasi semplici e sensazioni primarie dell’uomo medio per consolidare il proprio potere. Si tratta di un approccio tuttora presente nella pubblicistica di estrema destra, microscopica ma capillare,  che sotto l’ombrello governativo di Giorgia Meloni, non si stanca di riproporre le stesse scellerate analisi di cento anni fa. Se proprio si deve definire ideologia, il fascismo è una  razionalizzazione ex post della violenza.  Omicidi politici in cerca di giustificazione. Dopo però.





Trump sarà pure un “non ideologo”, ma resta  comunque efficace come quelli che l’hanno preceduto. Questo dimostra che l’osservazione di Applebaum non ci mette al sicuro dal fascismo come mentalità. Come fatto metapolitico.

Sempre a questo proposito, le sue tesi richiamano pericolosamente il comportamento dei liberali italiani e dei socialisti riformisti del 1919-22. Ci riferiamo alla sua visione deterministica del liberalismo, che rasenta la fede, unitamente alla convinzione che basterà protestare pacificamente (“fermi, calmi, determinati”) e votare contro Trump per “uscire dall’incubo”, come pure interagire con “i governi democratici globali” chiedendo loro più “determinazione” nei confronti di Trump, guai compiacerlo, come invece sta accadendo.

Quest’ultima osservazione - vedi la Meloni e altri leader europei a tappetino - non è sbagliata. Però anche allora si pensava che il fascismo fosse un fenomeno passeggero, qualcosa che non avrebbe superato la soglia del dibattito democratico. Sappiamo com’è andata: il fascismo non passò da solo. Fu tollerato, minimizzato, normalizzato, fino a diventare potere.

 


Per questo oggi non basteranno i sondaggi negativi, né le invocazioni alla calma, né la fede rituale nelle procedure. Quando la paura diventa più importante della libertà, la democrazia non crolla di colpo: si consegna, lentamente, a chi promette ordine. Ed è sempre così che comincia.

E quando ce ne accorgiamo, di solito, è già troppo tardi.

Carlo Gambescia

(*) Qui l’ intervista: https://www.repubblica.it/esteri/2026/01/28/news/applebaum_intervista_america_incombe_ombra_fascismo-425121909/ .

mercoledì 28 gennaio 2026

Giorgia Meloni e la Shoah. Memoria senza nomi

 


Nel messaggio di Giorgia Meloni per la Giornata della Memoria colpisce meno ciò che viene detto di ciò che viene accuratamente evitato. La Shoah è evocata come “abisso”, “macchina di morte”, “disegno diabolico”. Tutto vero. Ma tutto astratto. Mancano i nomi propri, e quando la memoria rinuncia ai nomi, smette di essere storia e diventa vuota liturgia (*).

Non si parla mai di Germania, né dello Stato tedesco nazionalsocialista come soggetto politico responsabile. Non sia mai, poi proprio ora che i rapporti come Merz sembrano buoni. I media amici del governo Meloni evocano addirittura un nuovo “Asse”. Spudorati.

Il nazismo appare come una forza quasi metafisica, non come un’ideologia razziale, organizzata, dotata di apparati, leggi, funzionari, consenso. Persino la persecuzione degli ebrei viene impropriamente ricondotta alla “religione”, cancellando il cuore del progetto hitleriano: il razzismo biologico.

Ancora più significativa è l’apertura del testo: Auschwitz non viene liberata da qualcuno, ma da un indistinto “mondo”. È una formula elegante e falsa. Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. Soldati in carne e ossa, non un’umanità astratta improvvisamente rinsavita.



Primo Levi lo racconta senza retorica all’inizio de La tregua: quattro soldati a cavallo, imbarazzati davanti ai corpi, incapaci di esultare. Levi dice semplicemente: “Erano russi”. Erano, cioè, soldati sovietici. Molto probabilmente cosacchi, – “sotto i pesanti caschi di pelo” – come osserva lo stesso Levi. E non è escluso che alcuni di loro fossero ucraini, dato che Auschwitz fu liberata dal Primo Fronte Ucraino dell’Armata Rossa (**). Ma questo non cambia il punto decisivo: allora erano parte di un esercito sovietico, magari di stampo imperiale (nel senso di plurinazionale), che combatteva il nazismo, non di una generica entità morale chiamata “mondo”. E dispiace, che oggi, l’autocrate Putin, possa vivere di questa rendita ideologica, per opprimere a sua volta gli ucraini. Però è così.

Nel testo ufficiale il fascismo italiano compare, sì, ma come “complice”, mai come regime pienamente responsabile. e soprattutto senza che venga mai nominato l’antifascismo come risposta storica e politica a quella catastrofe. Che attenzione non spunta all’improvviso dal nulla nel 1943, ma nasce nel 1922 come opposizione al regime nascente, con i suoi trucidati, perseguitati, incarcerati, confinati. Di conseguenza la nostra Repubblica sembra nascere senza genealogia, come se la memoria potesse essere neutra.

L’antifascismo non era un gesto simbolico: era un rifiuto netto del fascismo, pagato a caro prezzo. Nella migliore delle ipotesi – e si fa per dire – significava l’esilio: lasciare la famiglia, il lavoro, la propria terra, e vivere in un altro Paese spesso in condizioni precarie, sotto la costante minaccia di persecuzioni. Alcuni, però, non si limitavano a sopravvivere: rientravano in Italia per svolgere attività politica clandestina, molti dei quali comunisti, rischiando arresto, torture o la morte. Era il prezzo imposto dal regime, non dalla storia.



Qui l’ambigua strategia della Meloni, che al momento, è quella della rimozione. In fondo, senza leggi razziali e guerra il fascismo avrebbe continuato a fare cose buone…

Non si tratta però solo di un salvacondotto per il fascismo. C’è qualcosa di più sottile: la neutralizzazione. Una Shoah senza stati, senza ideologie, senza liberatori nominati, buona per ogni contesto diplomatico e per ogni alleanza del presente. Ma una memoria così non insegna nulla, perché non inchioda nessuno alle proprie responsabilità.

Primo Levi, invece, lo sapeva bene: ricordare significa dire chi, dire dove, dire come. Senza questo, la Giornata della Memoria resta una cerimonia. E le cerimonie, da sole, non impediscono che la storia ricominci a balbettare.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/dichiarazione-del-presidente-meloni-occasione-del-giorno-della-memoria-e-dell81 . Si veda anche il servizio fotografico della cerimonia sulla pagina del Governo: https://www.governo.it/it/media/il-presidente-meloni-alla-celebrazione-del-giorno-della-memoria/30949 . Si segnala che nella galleria fotografica ufficiale non è presente alcuna immagine in cui la senatrice a vita Liliana Segre e Giorgia Meloni compaiono insieme nello stesso scatto, forse perché “di sinistra”? Nella foto di copertina la Meloni e La Russa – noto collezionista di busti mussoliniani – sono insieme a Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane .

(**) Primo Levi, La tregua, Einaudi, 1989, pp- 2-3.