sabato 16 febbraio 2019

Un'intervista di Piero Visani
"Guerra sola  igiene del mondo"?

La “guerra sola igiene del mondo”. Scoraggiante, cognitivamente scoraggiante.  Non trovo altro aggettivo, dopo aver finito di leggere l’intervista  dell’ amico Piero Visani (nella foto). Che pure ha alle spalle studi accademici solidi, e da ultimo, un notevole  volume sulla storia della guerra, che si ferma agli albori del Novecento (*).
Qualche malevolo potrebbe dire rieccoli. Chi? I fascisti. Io invece, almeno per oggi,  preferisco sospendere il giudizio. Tuttavia,  e Visani spero non se ne abbia a male, inizio a nutrire  qualche timore  sul taglio interpretativo del secondo volume, che si concentrerà sui secoli  XX-XXI.  Comunque sia, un tomo su due,  resta sempre un bel colpo.
Queste le  testuali  parole di Visani.  Se si vuole, il "succo" dell'intervista.

Le relativamente rare volte in cui parlo in pubblico, a me piace molto “épater le bourgeois”. Questo perché viviamo un’esistenza talmente narcotizzata e conformistica che l’unica cosa che un (presunto) intellettuale può fare di positivo è introdurre elementi di stimolo, evitando di nascondersi dietro la “banalità del Bene”, tanto comoda e utile per parlare molto senza dire niente. Ideologicamente sì, probabilmente sono futurista e davvero penso che la guerra sia non la sola igiene del mondo, ma una delle poche ancora possibili, uno di quei ambiti esistenziali in cui si pratica un confronto virile e guerriero, non la comoda e vigliacca sodomia tipica di questi tempi saturi di menzogna e viltà. Quel che è certo è che la guerra è un terribile acceleratore di situazioni e, pur se impone costi umani e materiali terribili, talvolta riesce a cambiare qualcosa. Del resto, non è che nelle società pacifiste contemporanee non si muoia. Si muore tantissimo e molto dolorosamente, anche se l’arma scelta in genere per procurare tali morti è l’asfissia, la violenza sottile, lo strangolamento progressivo, la perdita della speranza, la deprivazione del futuro. Molte persone, nel mondo occidentale, sono ormai puri zombies, cioè morti viventi e, nell’eventualità in cui venga loro desiderio di ribellarsi, come nel caso dei gilet gialli  in Francia, il trattamento loro riservato è durissimo, per nulla pacifico e tanto meno pacifista. Si spara loro contro ad altezza d’uomo, perché ritornino in gregge il più presto possibile. Anche quella è una forma di guerra. Partendo da questa premessa, mi affianco a Edward Luttwak, invece che a John Lennon, nel dire: “Give war a chance”… Facendo cadere un velo e un tabù, a volte anche i più distratti capiscono… (**)


Ora, che la guerra sia una costante del comportamento sociale dell’uomo, come lascia intendere  Visani,  non c’è alcun dubbio.  Ma lo è anche la pace. La storia umana, sul piano delle regolarità metapolitiche  è attraversata dal conflitto come dalla cooperazione. Regolarità che a loro volta si scompongono in altre forme e sotto-forme: da un lato concorrenza, competizione, opposizione, dall'altro associazione, concorso, partecipazione (per citarne solo tre per "parte"; per l'elenco completo rinvio a Simmel e Wiese). Talvolta il conflitto è in funzione  della cooperazione, talaltra no.  E talaltra ancora, la cooperazione, indotta o meno da un rapporto egemonico o di equilibrio, si regge sulle proprie forze.  
Il dato incontestabile, dallo storico come dal sociologo,  è rappresentato dall’alternarsi  di guerra e pace, come mostrano i lavori sociometrici  di Sorokin, Wright e altri. Di conseguenza sono fuorvianti gli approcci esclusivamente  conflittualisti e cooperativisti, o se si preferisce, più volgarmente,  bellicisti e pacifisti. Pertanto privilegiare la guerra come “sola igiene del mondo”, rinvia alla visione conflittualista. Che è “una”, non “la” visione, come invece sembra ritenere Visani, pur distinguendo tra le "poche ancora possibili" e inserendo qui e là dei "talvolta" e dei "qualcosa". Tra l'altro, la questione igienico-demografica fu sviluppata, in chiave sistemica (quindi sganciata dalle scelte individuali) dal Bouthoul, studioso geniale, che pur definendo la guerra "infanticidio differito" ( ma ignorando gli effetti culturali del moderno controllo delle nascite), non riuscì mai a conferire congrue basi statistiche alle sue ipotesi (***). 

Quanto al rapporto tra "cambiamento" e guerra,  la sociologia  insegna che la guerra, fin dagli antichi,  provoca, nell’ordine:  1) una crescente diminuzione della libertà; 2) una spiccata gerarchizzazione dei rapporti  sociali;  3) un progressivo accentramento del potere politico, economico e sociale. Altrimenti detto: la guerra determina  l' irreggimentazione della società. Ovviamente il grado di irreggimentazione dipende dalla cultura storica ( e della libertà) dominante e dal controllo e quantità delle risorse disponibili. Ma la logica sociologica  di fondo è quella dei punti 1), 2), 3).
Ecco  i tipi di “cambiamento” che la guerra, come "chance" o meno,  può produrre.  E non sembrano propriamente positivi.  A meno che,  la guerra, come del resto per i pacifisti (ma con segno contrario), non vada a integrare, come nel caso della cultura della "tentazione fascista",  una visione del mondo giudicata, dagli stessi che la condividono, dunque soggettivamente,  coraggiosa ed eroica.
Quanto al progresso scientifico, si tratta di questione tipicamente moderna, sconosciuta  in passato, soprattutto, como noto,  per la ridotta, o comunque lentissima ricaduta collettiva delle scoperte nel mondo pre-moderno.
Vediamo i fatti allora.
La Prima Rivoluzione Industriale (1750-1850) determinò il trasferimento  di  conquiste civili  in ambito militare nella seconda metà dell’Ottocento.  Dopo di che tra scienza civile e utilizzazione militare del progresso tecnologico si stabilì  una collaborazione  di fatto, ora cauta, ora arrischiata, che giunge fino ai giorni nostri (1850-…), con ovvie ricadute  nei due ambiti.  
Tuttavia,  il primo impulso fu civile. In principio era il carrello delle miniere britanniche... Il che significa che tra  guerra e ricadute civili  non c’è relazione di causa ed effetto.  Probabilmente, ma solo per gli sviluppi novecenteschi, c'è influenza reciproca, se si vuole interdipendenza.  Di qui, in ogni caso, l’inutilità di presentare la guerra, anche per ricaduta,  come  assoluto  strumento di progresso civile, magari  per coonestare  l'idea che  "senza guerre non esista progresso"...  Anche perché, prudenza euristica, come Visani sa bene,  imporrebbe  di evitare conclusioni sia in chiave cooperativista,  sia in senso conflittualista.   O no?      

Carlo Gambescia
                    

(*) Qui la mia recensione: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2018/07/guerra-una-storia-ricordavo-piero.html .

(**) Qui l'intervista completa:   https://www.lintellettualedissidente.it/letteratura-2/guerra-passato-futuro-costante-umana/ .

(***)  Su Bouthoul si veda il  bellissimo  volume di  di  Jerónimo Molina Cano, Gaston Bouthoul, inventor de la polemología, premio  Luis del Corral 2017, per i tipi prestigiosi  del Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, Madrid  2019.