sabato 27 ottobre 2018

Uscita  per  Marsilio “ La repubblica dei vinti”   
Ombre rosse

http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3172969/la-repubblica-dei-vinti

Ottima  l’idea di raccogliere in volume i testi di un programma radiofonico, se ricordiamo bene in venti puntate,  “Le voci dei vinti”,  del gennaio-febbraio del  1997, che  fece rumore: per la prima volta  nella storia della Repubblica "antifascista" ( forse  con l’eccezione della zavoliana “Nascita di una Dittatura”) si dava voce ai vinti Salò. 
Il programma curato da  Sergio Tau, assistente di Carlo Lizzani, regista di teatro, cinema e televisione, si avvaleva della partecipazione fissa di Giano Accame e Claudio Pavone:  il primo storico, scrittore, giornalista e giovanissimo “repubblichino” per un giorno, il 25 aprile, l’ultimo della Repubblica sociale; il secondo, partigiano e accademico, autore di una notevole storia della guerra civile.  Insomma, due intellettuali di grande cultura ed equilibrio,  che con le loro osservazioni e commenti, sempre vivaci e interessanti, spesso in contrasto, contribuirono a valorizzare il programma.
Va detto subito che  La repubblica dei Vinti. Storie di italiani a Salò (*),  volume curato dallo stesso Tau,  nel passaggio dalla “parola parlata” alla  “parola scritta”  ha mantenuto intatta la sua freschezza.  Diremmo, in particolare,  lo straordinario  stupore e pudore dei “vinti”, quasi  tutti  più o meno ventenni all’epoca dei fatti,  nel  sentirsi finalmente al centro della scena, per raccontare le cose, come le avevano viste “loro”.  Ma c’è un terzo termine che rende bene i contenuti del programma e del  libro:  beata incoscienza,  quella insita, e  da sempre,  nei giovani. E nei riguardi di cosa?  Della vita e della morte. 
Si sa che le guerre civili,  come quelle tra parenti a colpi di carte da bollo, sono le più accanite, perché ci si conosce meglio, sicché l'odio si fa più profondo. Con la differenza che nella guerra civile le scartoffie sono sostituite dalle pallottole. La triste  antropologia di una guerra civile è  tutta qui.
Sotto questo aspetto  il  racconto dei “vinti” ( e delle "vinte", ausiliarie e crocerossine),  è  una specie di  prolungamento  delle  tempeste d'acciaio jüngeriane:  cannonate,  granate che esplodono, teste che scoppiano, arti che volano, marce, attese, ordini secchi, motori che si accendono, autocarri che partono. Ma all'italiana:  disertori che vanno disertori che tornano, osti, spie, puttane, sfollati, giocatori d'azzardo, ostaggi e partigiani, tedeschi scettici, britannici irrispettosi e soldati neri americani che, nonostante il colore della pelle, muoiono come tutti gli altri. E poi una natura ostile, che non perdona:  avara di  prodotti e cibo, ma prodiga di pioggia, neve, freddo, caldo torrido e insetti. Sicché senza la beata incoscienza  della gioventù -  perché statisticamente  fu una specie di crociata dei fanciulli, ma, attenzione,  non solo  in camicia nera -   quei  ragazzi  non sarebbero andati a morire per Mussolini, né per l’onore della patria. Due ragioni, queste ultime, che nonostante tutto  sono ancora,  e giustamente,  indagate dagli storici.  
Ciò spiega perché nelle testimonianze, alcuni di quei giovani  per evocare l’atmosfera   parlano di  una sorta di anarchia da Far West. E comunque sia, di clima acceso e  picaresco.  Ovviamente -  questa è nostra - gli indiani erano i partigiani (o viceversa?).   Insomma,  a prescindere dai  ruoli, l'atmosfera era quella di “Ombre rosse”.  I giovani italiani, dell'una e dell'altra parte "giocavano" a indiani e cowboys. Ma il regista non era John Ford.  Per contro, i proiettili erano veri. E i caduti, dell'una e dell'altra parte, pure.
Pertanto siamo dinanzi a un libro che ha la  sua forza  nel  riuscire a cogliere e rappresentare lo  spirito di avventura  che distingue l’ultimo fascismo  e che in qualche modo lo redime, ovviamente in parte, piccola parte.  Mentre la sua debolezza è proprio nel surplus ideologico: nella razionalizzazione ex post,  che talvolta affiora nelle pagine e che  vede i “vinti”, però dopo Mussolini, quindi a mente fredda, seppellire il genuino  spirito di avventura  sotto le ragioni pseudo-ideologiche, non sempre convincenti,  della "necessaria" giustificazione storica . Detto altrimenti: benché  i ragazzi di allora, da settantenni  giochino  agli ideologi (non tutti, però), per chi sappia  leggere, cogliendo quella genuinità di cui comunque i racconti sono imperlati,  i fatti si spiegano da soli. Ma gli uomini si sa - notava Pareto -  prima agiscono, poi teorizzano.
Ed è questo il limite, molto serio,  della prefazione di Pietrangelo Buttafuoco,  che non parla dei fatti: di quei giovani amanti dell’avventura, che, nonostante tutto, pensavano a vincere più che a convincere, bensì dell’ideologia giustificativa dei “vinti”,  elaborata a tavolino,  dopo, per auto-convincersi della bontà politica della giovanile mattata. E Buttafuoco, tra l'altro nato nel 1963,  la fa sua, fino ad amplificarla,  nello stile postdatato dell'inviato ideologico  di guerra, zeppo di anafore ed epistrofi. Una prefazione, per metterla sul politico,  di stampo almirantiano,  "turgida" e "callida" al tempo stesso,  in realtà nata morta.  Già, nel caso, vent’anni fa,  figurarsi oggi. Con il ridicolo,  sempre in agguato. Forse, Buttafuoco avrebbe dovuto prima rileggere (o leggere?) le asciutte pagine di un inviato di guerra vero, classe 1920,  un altro di quei ragazzi, Ugo Franzolin,  che, ritroviamo,  solitario, a pagina novantanove.
Di ben altro spessore la densa postfazione di Sergio Tau,  dove si colgono con poche e precise citazioni,  le ragioni e le modalità  antropologiche, prima ancora che generazionali e politiche,  di una guerra civile, dove per bocca di uno dei giovani  protagonisti, si legge che  “ stai a parla’ con la  gente, ce parli, ce magni insieme, ce bevi insieme esci fori e te sparano! Noi due abbiamo risposto. E c’è stato uno di loro che è rimasto ferito”. 
Fratelli, per giunta giovanissimi, che non potevano non  infiammarsi subito.  Insomma,   guerra civile, quindi già di per sé, antropologicamente crudele,  ma anche guerra  intra-generazionale,  fra giovani, dunque  guerra di  “materiali”  combustibili. E non è una citazione jüngeriana.  Perché fu un  incendio, spaventoso e ipnotico, come quello di un gigantesco bosco in fiamme. 
Un’ultima cosa.  Forse avrebbe  giovato all’economia del libro  riprodurre anche i vivaci interventi di Accame e Pavone.  E' perciò nostro auspicio  che una  seconda edizione  possa integrarli.  Del resto, a pagare, morire e citare  c'è sempre tempo.  

Carlo Gambescia


(*) Sergio Tau, La repubblica dei vinti, Storie di italiani a Salò,  prefazione di Pietrangelo Buttafuoco,  postfazione di Sergio Tau, Marsilio, 2018,  pp. 351, euro 18,00.