mercoledì 16 gennaio 2019

Salvini, Battisti e l’insostenibile pesantezza del costruttivismo
Solo calci in culo




Che tristezza.  In  quanti siamo  rimasti in Italia a usare la testa?  Oddio, non è che in passato… Parlo delle teste pensanti, di noi intellettuali, di coloro che   in qualche misura, dovrebbero  partire da fatti, per andare oltre i fatti, ricercando modelli, costanti, insomma strumenti che consentano, nei limiti del possibile, di offrire analisi originali e approfondite. Diciamo di lunga durata. Per inciso, la metapolitica, serve  proprio a questo.
Si prenda come esempio la vicenda del ritorno in manette  di Battisti. Destra e sinistra, in particolare i giornali,  si scagliano in faccia accuse controaccuse, del tipo:  “Salvini   uguale  Battisti”,  “Battisti uguale Battisti”, "Salvini uguale Salvini", "Battisti uguale Salvini". In realtà, delle omonimie politiche esistono,  però non nel senso, superficiale,  del  fascista contro il comunista e viceversa, degli esagitati disposti a menare  le mani.  Un' uguaglianza di cazzotti. Una specie gara a  chi, dei due, meni  più forte. Diciamola tutta,  siamo davanti a una  deprimente povertà di concetti e di  linguaggio.
Invito gli amici lettori  a trovare sui giornali, per non parlare dei Social, un’analisi approfondita della omonimia politica  Salvini-Battisti. Che pure c’è,  ma -  attenzione -  non  basata sul chi, dei due, spari prima.
Esiste una questione di fondo. In Italia la cultura liberale, o meglio un’ analisi sociale di tipo liberale ha sempre avuto  vita dura. Il perché  della  marginalità,  resta legato al predominio di una cultura di tipo costruttivistico:  basata sull’idea che la realtà sociale sia modificabile a piacimento e dall’alto,  se necessario con l’uso della forza.  
Di conseguenza,  nelle università, nella pubblicistica, nella vita intellettuale in generale, l’idea che la realtà  sociale e politica dipenda invece  dallo spontaneo agire degli uomini, non ha mai riscosso successo. Per fare un esempio colto: pensatori liberali di tutto rispetto  come Popper e Hayek  sono stati tradotti tardissimo, perché  reputati come pericolosi  nemici  di una visione  statalista, tipicamente italiana,  naturale pendant del costruttivismo. Che in Italia, ripetiamo,  ha lunga vita,  perché abbraccia, perfino alcune correnti liberali (molto a sinistra), come l’azionismo, oltre al fascismo, al comunismo e alla cosiddetta dottrina sociale della Chiesa, mescolata però con forti dosi di veleno socialista e sindacalista,  come nella versione del progressismo democristiano.  Un disastro. Plasticamente racchiuso, in quel “Dov’è lo Stato?”, tuttora evocato, persino  dagli italiani bloccati in ascensore.     
Ora, se esiste  un trait d’union tra fascismo e comunismo, esso è rappresentato dal comune impegno costruttivista. Semplificando, dalla pretesa di cambiare a calci in culo la testa della gente. Di conseguenza, se c’è qualcosa che unisce Salvini e  Battisti, non è l’uso diretto o indiretto della violenza, ma il finalizzarla a un progetto sociale di modificazione della mentalità  puntando sulla costrizione.
Si dirà, che Salvini a differenza di Battisti (che mai ha rinnegato l’idea comunista), non si professa fascista. In realtà, come  abbiamo più volte scritto, il nazionalismo, il protezionismo, il welfarismo, non sono che la  prosecuzione del costruttivismo fascista, diciamo,  con altri mezzi. Per ora, meno cruenti. Almeno in  apparenza.
Di questo si dovrebbe parlare. Non dei trascorsi cazzotti rossi o neri.  Andrebbero accesi  i riflettori della cultura politica sulla natura costruttivista di populismo, fascismo e comunismo. Perché è qui, come dicevano i nonni, che "casca" l'asino.

Carlo Gambescia