domenica 8 luglio 2018

Populismi. Quando si tocca il fondo 
Schiaffoni, non guardaroba e rolex




Prima il fatto, per così  dire…

«Sui social Salvini attacca il giornalista Gad Lerner che si fa fotografare vestito di rosso. “Maglietta rossa e rolex, fantastico”, tuona Salvini. “Tranquillo, costa sicuramente meno dei suoi numerosi cambi d’abito quotidiani - rassicura Lerner -. Il mio è un vecchio Rolex d’acciaio comprato nel 1992 grazie ai primi guadagni televisivi.» 


Ecco  a cosa  è ridotto il discorso pubblico in Italia. Difendi gli immigrati? Venditi il rolex e ospitali a casa tua.  Non li difendi? Li vuoi buttare a mare?   E allora  indossa la maglietta rossa che le mamme dei barconi  mettono ai bambini per renderli visibili ai soccorritori. Tipo campagna Benetton.
Sia come sia,  questo, ormai,  è il livello standard  delle polemiche politiche, a destra e sinistra.  Si chiama populismo. Secondo  la vulgata, diffusa non solo sui i Social, i politici devono vivere in capanne, nutrirsi di bacche, imboccare poveri e  malati. 
È ovvio che in una società complessa, ricca, libera, concorrenziale,  tutto ciò sia impossibile. Però, ecco la grande menzogna populista, si deve  credere che tutto ciò sia ammissibile e praticabile.  
Naturalmente,  si tratta di una rappresentazione, alla quale in realtà non crede nessuno, soprattutto  gli stessi Social, dove invece, a destra come a sinistra,  la cultura del "difendere gli ultimi" è di gran moda.   Però,  la  si usa  come un’arma appuntita  per  colpire l’avversario: c'è sempre qualcuno che è più povero di te; c'è chi difende gli italiani, chi i clandestini, chi va a Porta Pia, chi ama la zia, chi prende il Sessanta, e così via...  
Del resto un orologio e  un abito  di lusso sono qualcosa di intuitivo,  giungono a tutti, non c’è bisogno di applicarsi:  siamo al livello zero della contraddizione, infantile: “Tu hai una trombetta, io no”, “Tu hai due orsacchiotti io ne ho uno”, e così via. Dunque sul piano propagandistico si tratta di un mezzo efficacissimo, il tasso di comprensione  è quello di un bambino di sei anni.
Purtroppo, sembra non esserci  rimedio.  Il populismo è una forma di infantilismo politico.  Si dirà,  l’infanzia è una fase della vita, si cresce, si matura, quindi si può cambiare. Giusto. Se non che  tra la politica e l’età dell’uomo le somiglianze non sono di tipo evolutivo, ma strutturale,  nel senso che l’infantilismo, è una costante metapolitica.  Insomma,  non qualcosa che  ci si lascia dietro le spalle come potrebbe essere l’infanzia, ma che  si riaffaccia ciclicamente, in genere nelle fasi di crisi, quando le classi dirigenti, fanno un passo indietro, rifiutando le proprie responsabilità, per caricarle, vigliaccamente,  sulle spalle di un   popolo, che in realtà,  oltre il puro e semplice voto -  se si vuole , un sì o un no -  non è in grado andare. Si chiama demagogia politica.         
Nel disorientamento generale, finiscono così per prevalere le risposte più facili, per l’appunto infantili, demagogiche.  Quindi per contrastare il populismo  serve una classe politica dirigente (non solo politica, dunque), composta di uomini maturi  (per restare in metafora), in grado di opporsi, in primo luogo,  alla semplificazione del messaggio e, in secondo luogo,  capaci di prendere quelle decisioni che un popolo bambino non è assolutamente in grado di prendere, soprattutto se viziato dai maestri della demagogia.
Si dirà,  ma come, il liberalismo moderno si è sviluppato intorno alla critica del “padre politico”, per esaltare quella del figlio maturo che va per la propria strada? E ora ci si dice, che i padri, devono tenere in pugno i figli? Come la peggiore forma di tradizionalismo sociale?
Touché.  Però se si vuole salvare il liberalismo, come impongono le leggi della metapolitica, a partire da quelle amico-nemico, leggi o costanti che vanno oltre le ideologie e le forme di regime, l’infantilismo politico populista va schiacciato.   E con ogni mezzo, prima che sia troppo tardi.
Nell’antica Roma, nelle fasi critiche, soprattutto di grave pericolo esterno ( e cosa c’è di più  lontano dal liberalismo aristocratico, della demagogia populista?), veniva nominato un dittatore che restava in carica sei mesi. Per poi ritornare tutti, una volta superato il pericolo, alla  normalità. Roma repubblicana, non era una liberal-democrazia, però, come spiegano gli storici, a cominciare da Polibio, era un sistema misto, come le moderne costituzioni liberali,  che in qualche modo  si reggeva sui  pesi e contrappesi  del senato aristocratico, delle assemblee popolari,  e del potere a rotazione dei consoli e in caso di necessità sui poteri assoluti  di un dittatore pro tempore.  Carica che, con Cesare, ma dopo un lungo periodo (secolare) di sommovimenti e disastri politico-sociali, si trasformerà  in carica perpetua.  Ma si tratta di un’altra storia. 
Il problema di fondo è quello di anticipare il nemico politico, schiacciarlo prima che divenga troppo forte. E che, come capita,  si diventi come lui.  
Probabilmente, siamo già in quest’ultima fase.  Quindi potrebbe essere difficilissimo intervenire: trovare un dittatore liberale.  Come dicevamo,  destra e sinistra sono  ormai così assuefatte al discorso pubblico populista, che discutere di orologi e abiti sembra essere la cosa più normale del mondo, pur sapendo il populista  in cuor suo,  che al posto di  Salvini  e  Gad Lerner si comporterebbe nello stesso modo.  Ecco il lato menzognero del populismo, corrotto da invidie infantili. 
Insomma, il populista, come ogni  bambino egoista, decide lui chi far giocare con il proprio pallone. Salvo che  un padre cosciente dei propri doveri, finalmente,  non decida  di  prenderlo  a schiaffoni, ordinando di far giocare tutti.   Schiaffoni,  non  guardaroba, rolex e altre leziosaggini  infantili...    

Carlo Gambescia