mercoledì 28 agosto 2019

Luoghi comuni contro la democrazia rappresentativa
La metafisica delle poltrone


La destra oggi si sbizzarrisce. Si dia  un'occhiata  ai titoli  per capire come sia tuttora difficile interiorizzare che la democrazia rappresentativa è tale perché fondata  sul compromesso e sugli interessi. Insomma  sulle famose poltrone.

L’antiparlamentarismo nacque con il moderno parlamentarismo. Già ai tempi della rivoluzione francese si criticavano i deputati dell’Assemblea Nazionale perché, si diceva,  "attaccati alle  poltrone".  E a criticarli  erano  i simpatizzanti della controrivoluzione e della rivoluzione sociale.  Nulla di nuovo sotto il sole. Per così dire, luoghi comuni che hanno più o meno due secoli di vita.  
Quel che invece è grave è che non si  sia capito, nonostante la sanguinosa lezione del Novecento quando gli antiparlamentaristi presero il potere in Europa, che la democrazia parlamentare è la sostituzione dell'antidemocrazia del fucile con democrazia degli interessi. In altre parole, la conservazione dell'avversario prende il posto  dell' eliminazione fisica nemico.
Ecco che cos’è il  parlamento:  una specie di camera di decantazione e superamento dei conflitti armati.  E’ perciò  ovvio, dal momento che le risorse politiche, soprattutto di coalizione,  sono  i “ministeri”, che nasca intorno ad essi, un conflitto,  sempre preferibile allo scontro armato, eccetera, eccetera.  
Per quale motivo  si critica così ferocemente la democrazia parlamentare?  Antropologico.   Perché agli uomini piace mostrarsi altruisti  e  nascondere gli interessi dietro i valori.
Sicché le persone comuni, si pensi ai titoli di oggi,  sono bombardate con critiche gradite  a livello medio,  ma  ad alto potenziale etico-esplosivo.  Perché  tese a distruggere, volenti o nolenti,   in nome dell' etica dei principi, un   sistema, quello della democrazia rappresentativa,  che invece si regge, proprio per istituto, sull’etica della responsabilità.
Ci spieghiamo meglio. La contrapposizione tra  fini (etica dei principi: la purezza democratica) e mezzi (etica della responsabilità: le cosiddette poltrone)  serve soltanto a  diffondere  il disgusto  per tutto ciò che sia  frutto di compromessi. Insomma, i titoloni di oggi  vanno a recidere  le radici stesse della democrazia rappresentativa.
Come uscirne? Non esistono ricette miracolose. Serve senso della realtà. Politici e giornalisti (la Rete ormai è fuori controllo) dovrebbero  evitare, proprio per il bene comune della democrazia rappresentativa, di fomentare inutili campagne d’odio in nome di una  metafisica della democrazia da opporre alla metafisica delle poltrone.

Si tratta di una pseudo-dialettica molto pericolosa, che, come detto,  viene da lontano, almeno dal 1789,  e che favorisce oggettivamente  le forze storicamente nemiche della democrazia parlamentare. Un processo in qualche misura  autodistruttivo, di cui la gente comune neppure si rende conto. Del resto per il cittadino medio  parlare di valori quando non si hanno competenze specifiche né buona cultura generale  è la cosa facile di questo mondo, soprattutto se non si hanno incarichi di responsabilità.  Salire sul pulpito e atteggiarsi a grandi predicatori non costa nulla. Anzi ci si sente importanti.  Il tutto, ripetiamo, a costo zero:  senza studi, impegno,  sacrifici, eccetera.  
Si rifletta su un punto: la metafora  più usata  nella vita quotidiana della società dello smartphone è quella arcaica dello stato e della politica da  gestire con i criteri del buon padre. Per scoprirlo basta fare  un giretto sulla Rete.  Proprio gli stessi  criteri condannati da Locke nel capolavoro del pensiero liberale moderno: i Due Trattati sul Governo, dove al paternalismo si oppone il contratto. Gli interessi, se si vuole.  
La denigrazione  della democrazia rappresentativa  crea  insofferenza  e   moltiplica  la disaffezione. E dal disgusto, come già avvenuto, può nascere la dittatura.  Certo, paterna, molto paterna.

Carlo Gambescia