martedì 26 giugno 2018

Povertà in Italia?
Ma mi faccia il piacere...





Oggi l’Istat  ha comunicato  facendo la gioia dei populisti  che in Italia povertà relativa e povertà assoluta di famiglie e individui,  rispetto al 2016,   sono cresciute, di poco,  ma cresciute (*).  E tutti giù a strapparsi in capelli e, di nascosto,  cominciando da Di Maio e Salvini,  a suonare la trombetta.  
Quel  che ci interessa segnalare  per evidenziare  i limiti di una statistica che ignora il tenore di vita, e soprattutto il cammino sociale  percorso dall'Italia,  sono le cifre al di sotto delle quale un soggetto è considerato, qui da noi,  povero in senso assoluto. Argomento sul quale la stampa  di solito non si sofferma,  dando per scontato che il nostro mondo sia peggiore dei mondi possibili (**).
Concentriamoci allora sulla povertà in senso assoluto, quella - in teoria -  più grave. Ora, secondo l’Istat, si è poveri in senso assoluto con un valore di spesa per consumi rapportata a un   paniere di  beni e servizi ( affitto, bollette, prodotti alimentari, abbigliamento, spostamenti, svaghi) che,  nel contesto italiano, vengono considerati  essenziali  per conseguire, sul piano della famiglia,   uno standard di vita minimamente accettabile. Si parla di una cifra media, per individuo, di  710,00 euro, 23 euro circa al giorno (per difetto).  Moltiplicabili, con l’uso di correttivi, per i membri occupati della famiglia. 
Ora,  secondo la Banca Mondiale,  il livello di povertà assoluta, ruota nel mondo  intorno a  una cifra media di  2 dollari,  pari a 1,79 euro  per individuo,  60 dollari al  mese,  pari a  circa   54,00  euro mensili.  Altro che bollette,  alimenti, affitto e svaghi…
Povertà in Italia? Di che cosa stiamo parlando?  Forse andrebbero riformulati, non tanto gli attuali panieri di spesa quanto le aspettative dei colleghi sociologi.  I quali  hanno completamente perduto di vista la realtà di un paese ricco,  dove la soglia di povertà, anche quella assoluta,  permette di fruire di beni e servizi, che i poveri,  quelli veri,  in altre nazioni,  neppure sognano. Oppure -  parliamo sempre dei poveri autentici - immaginano, eccome:  il che spiega perché preferiscono, giustamente, vivere da  poveri qui e non dove sono nati.
Andrebbe perciò  introdotto un coefficiente di “buona vita”,  da calcolare, sulle differenze  dei consumi di spesa,  su base annua,  tra il 1945 e il 2005,  anno in  cui l’Istat ha fatto ripartire le serie storiche (apportando alcune modifiche tecniche, se ricordiamo bene, come l’inserimento delle  famiglie con quattro persone, che ovviamente ha aumentato, rispetto al passato,  il numero dei poveri individuali). I poveri, diminuirebbero d'incanto e il quadro d'insieme sarebbe più realistico. 
Le metodologie statistiche ci sono.  I concetti operativi si possono elaborare. Probabilmente,  è  la voglia di tradurli  in corposi report  che manca.  Chissà per quale ragione?  Forse perché la sociologia si è tramutata in scienza ausiliaria del welfare state?  E il povero, che poi non è tale, come abbiamo visto, porta finanziamenti, occupazioni e  cattedre. 
Insomma, dispiace dirlo, pure i sociologi devono vivere.  Meno uno.  Indovinate chi?                    

Carlo Gambescia     


(*)  Per il testo integrale qui:   https://www.istat.it/it/archivio/217650  

Nessun commento:

Posta un commento