martedì 29 settembre 2026

Reggio Calabria. Vannacci c’è

 

Se si dà un’occhiata alle prime pagine, da destra a sinistra, è tutta una corsa al ridimensionamento di Vannacci (*) Troppo tardi. Vannacci c’è. E, purtroppo, può dare fastidio.

Intendiamoci subito. A Reggio Calabria il centrodestra ha vinto, e anche largamente. Fabio Roscioli ha ottenuto il 51,02 per cento, contro il 36,59 di Frank Benedetto, candidato del campo largo. Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, si è fermato al 10,94 per cento, con 8.226 voti. L’affluenza, poi, è stata bassissima: 22,34 per cento, contro il 49,40 delle politiche del 2022 (**).

Dunque, nessuna vittoria di Vannacci, nonostante il generale canti vittoria.
Ma neppure, attenzione, nessuna sua irrilevanza. Si rifletta.

Primo. L’affluenza. È talmente bassa che sarebbe azzardato sostenere che il 10,94 per cento rappresenti la consistenza elettorale nazionale di Futuro Nazionale. Ma sarebbe altrettanto azzardato sostenere il contrario, ossia che un’affluenza più elevata avrebbe necessariamente ridotto o aumentato il suo risultato. Non lo sappiamo. Sappiamo però una cosa: in una consultazione alla quale ha partecipato poco più di un elettore su cinque degli aventi diritto, Vannacci è riuscito a portare alle urne, direttamente o indirettamente attraverso il proprio candidato, oltre ottomila elettori. E il suo partito, alla prima prova elettorale con il proprio simbolo, ha superato il dieci per cento.

Secondo. La città. Reggio Calabria non è precisamente un territorio nel quale la destra partisse da zero. Il centrodestra ha conservato il seggio con oltre il 51 per cento e ha mostrato una notevole capacità di mobilitazione. Ma proprio per questo il 10,94 per cento di Futuro Nazionale merita attenzione. Giannetta, infatti, non era un candidato estraneo alla destra: era stato capogruppo regionale di Forza Italia ed è passato a Futuro Nazionale. Il problema, dunque, non è soltanto quanto Vannacci possa prendere. È quanto possa togliere.

Terzo. Spazio politico. Il dato di Reggio Calabria non va trasformato in un risultato nazionale che non è. Ed è questo il punto che sembra sfuggire alla fretta con cui, da una parte e dall’altra, si cerca di archiviare il risultato reggino. Una formazione collocata alla destra della destra di governo, in un collegio fortemente caratterizzato dalla presenza del centrodestra, ha raccolto più di un voto valido su dieci. Non ha conquistato il seggio. Ma ha dimostrato di poter contendere consensi proprio nello spazio politico nel quale Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega dovrebbero sentirsi più al sicuro.

Quarto. Legge elettorale. A Reggio ha funzionato la logica dell’uninominale: chi arriva primo prende il seggio, gli altri restano a mani vuote. Così, l’11 per cento di Futuro Nazionale non si è trasformato in alcuna rappresentanza. In un sistema proporzionale, invece, una percentuale di questo ordine, se confermata su scala nazionale e superata l’eventuale soglia di accesso, si tradurrebbe in seggi. Non è dunque corretto dire che il proporzionale “favorirebbe Vannacci”: semplicemente, trasformerebbe più fedelmente i voti in rappresentanza. L’uninominale, al contrario, costringe una forza come la sua a fare qualcosa di assai più difficile: arrivare prima. E questo, a Reggio Calabria, non è accaduto. Il dato politico, tuttavia, rimane: l’11 per cento non ha prodotto un deputato, ma ha prodotto un elettorato.


Vannacci, del resto, non ha mai nascosto l’ambizione. Prima del voto aveva definito Reggio Calabria “la nostra Sassonia”, dichiarando di voler fare meglio dell’AfD in Sassonia. E pochi mesi prima, entrando nel gruppo europeo ESN, fondato dall’AfD, aveva dichiarato: “Mi riconosco totalmente nei principi e negli ideali di questo gruppo”.Non è un dettaglio.

L’AfD è oggi una delle principali formazioni dell’estrema destra europea; in Germania è stata oggetto di classificazioni come partito di destra estremista da parte degli apparati di sicurezza di alcuni Länder. Ma, al di là delle definizioni, per noi conta soprattutto ciò che Vannacci dice di sé: non una vaga simpatia, ma una dichiarata convergenza politica e ideale.

E qui Reggio Calabria introduce una questione ancora più antica.


C’è qualcosa, nella storia politica italiana, che rende periodicamente disponibile uno spazio per la destra radicale. Non è una tara antropologica degli italiani, naturalmente. E non esiste una linea retta che conduca dal fascismo a Vannacci. Sarebbe una sciocchezza storica prima ancora che sociologica.

 

Ma una persistenza c’è. Almeno dal 1922, con la Marcia su Roma e la conseguente presa del potere da parte di Mussolini; e poi, soprattutto, nel 1924, quando gli italiani votarono in massa per la Lista Nazionale guidata dai fascisti. E qui va ricordato un dato spesso trascurato: il Listone ottenne il 64,9 per cento dei voti, ben oltre il 25 per cento richiesto dalla legge Acerbo per far scattare il premio di maggioranza. Il premio trasformò quella maggioranza elettorale in una schiacciante maggioranza parlamentare, ma non fu esso a produrre il consenso elettorale fascista. Le elezioni, naturalmente, si svolsero in un clima di violenza e intimidazione squadrista. L'Italia però  premio l'estremismo.

Inoltre, mai dimenticare che nel 1970, proprio a Reggio Calabria, una protesta nata da una questione territoriale concreta — la scelta di Catanzaro come capoluogo regionale — si trasformò in una rivolta durata mesi, con barricate, scontri, attentati, morti e feriti. La rivolta non nacque come movimento neofascista: alle sue origini c’erano ragioni locali e sociali assai più complesse. Ma l’estrema destra seppe rapidamente cavalcarla. Il MSI, inizialmente contrario ai moti, finì per sostenerli apertamente; Ciccio Franco, sindacalista della CISNAL, ne diventò uno dei principali leader al grido di “Boia chi molla”.

Alle elezioni del 1972 Franco sarebbe stato eletto senatore del MSI proprio nel collegio di Reggio Calabria. La rivolta, dunque, non fu soltanto una pagina di ordine pubblico: diventò una straordinaria occasione di insediamento politico per la destra neofascista. Un estremismo tuttora vivo. Perfino “monumentalizzato”.

Cinquantasei anni dopo non siamo naturalmente nel 1970. E Vannacci non è Ciccio Franco. La storia non si ripete mai in fotocopia. Ma sarebbe curioso sostenere che non esista alcuna relazione tra una società nella quale periodicamente emergono domande di ordine, identità, appartenenza, autorità e contrapposizione al nemico e la capacità di una destra radicale di intercettarle.

Forse è questa la vera “tara” italiana: la ricorrente disponibilità di una parte dell’elettorato a cercare nella destra radicale una risposta a ciò che le forze politiche tradizionali non riescono, o non vogliono, rappresentare.

E qui torniamo a Vannacci. Perché il suo discorso non è soltanto quello dell’uomo che vuole raccogliere voti alla destra della destra. È un discorso che mette insieme identità nazionale, immigrazione, ordine, famiglia tradizionale, rifiuto del Green Deal, ostilità verso le politiche di genere, stop agli aiuti militari a Kiev e una concezione fortemente conflittuale del rapporto fra identità politiche. Sono temi che il suo stesso partito rivendica apertamente.

Il punto, allora, non è stabilire se Vannacci abbia “sfondato” a Reggio Calabria. Non lo ha fatto.

Il punto è che c’è. Esiste elettoralmente.

E la sinistra? Grazie, domanda di riserva.

Carlo Gambescia

 

(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/09/28/suppletive-vince-roscioli-il-centrodestra-mantiene-le-posizioni-a-reggio-calabria_a63e6693-4c61-4c65-82d4-be0b74ae1210.html

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