Il prossimo anno si voterà anche in Spagna, Francia, Italia e Polonia. E queste destre, che nulla hanno appreso e nulla hanno dimenticato, si apprestano a fare un solo boccone di quella alleanza antifascista — per dirla senza tanti giri di parole — social-liberale e cristiana che, grosso modo, ha governato l’Europa negli ultimi ottant’anni.
Pertanto, pur ammettendo l’enfatizzazione mediatica, il pericolo c’è. E quel che è più grave è che la Germania — di cui la buonanima di Andreotti temeva persino la riunificazione — fa da battistrada elettorale. Perché, al di là dell’oltre 40 per cento dei voti ottenuti ieri in Sassonia-Anhalt, parliamo ormai della principale forza di opposizione tedesca e, a livello federale, del secondo partito del Paese.
Il dato sconcertante è che, come sta accadendo un po’ ovunque in Europa — ma anche i successi di Trump insegnano — siamo dinanzi a un mix di motivazioni, da parte di eletti ed elettori, che vede l’elettore che sogna una vita tranquilla affidarsi a eletti che tranquilli non sono.Per capirsi: come cento anni fa una parte degli italiani e dei tedeschi finì per affidarsi a uomini che promettevano ordine, grandezza e benessere.
Ciò che è più grave è che l’estremismo, in particolare quando si rivolge contro le diversità di ogni tipo, viene giudicato da non pochi osservatori come frutto di puro e semplice buon senso.
Detto altrimenti: siamo davanti a un catastrofico rovesciamento di valori. Gli antifascisti direbbero le solite ovvietà, mentre gli estremisti — semplifichiamo — sembrano dispensare perle di saggezza, per giunta vicine all’anima del popolo. Chi ha voglia faccia un giro sui Social, dove l’estrema destra è attivissima, e ne leggerà delle belle.
E che questo avvenga proprio in Germania, il paese da cui partì la “soluzione finale”, rende il fenomeno particolarmente inquietante. Che fare?
La prima soluzione è quella del cordone sanitario. Anche se in Germania esistono gli strumenti giuridici, non sarebbe proprio uno scherzo fare fuori un partito certamente incompatibile, per molte sue posizioni, con i principi costituzionali democratici, ma che prende una valanga di voti. E soprattutto il cordone sanitario può isolare un partito, ma non necessariamente il suo elettorato.
La seconda è quella di anticipare le mosse della destra, anche se potrebbe essere tardi, sposandone alcune politiche sul piano dell’ordine pubblico e del trattamento dei migranti.
Nel primo caso saremmo davanti alla logica dell’aut-aut, nel secondo dell’et-et.
Ma qui si apre il vero problema: italianamente potremmo definirla la “questione Meloni”. Cioè: quanto si può adottare delle politiche dell’estrema destra senza finire per legittimarne anche il quadro culturale? E quanto, al contrario, si può difendere il pluralismo senza lasciare scoperti proprio quei problemi — sicurezza, ordine, immigrazione — sui quali la destra radicale costruisce la propria fortuna?
La Meloni dice e non dice. Da una parte ha scelto una linea di governo che, soprattutto sul piano internazionale, l’ha portata dentro il campo occidentale ed europeo; dall’altra, sul piano simbolico e culturale, continua a dialogare con la propria storia politica. E la celebrazione di Almirante ne è un esempio tutt’altro che secondario. Vedremo.
Certo, tornando alle élites di Bruxelles, si può sempre prendere tempo. Vivacchiare. Sperando che le cose si mettano a posto da sole. Ma fino a quando? Con Trump e Putin che premono, in modi diversi, ai confini dell’Europa? E che, soprattutto, contribuiscono a mettere in discussione, ciascuno a modo proprio, l’assetto politico e strategico europeo? Ad esempio Putin guarda con interesse alle forze interne, in particolare i partiti che possono contribuire alla sua disgregazione. Insomma, il classico divide et impera.
Una strada che si potrebbe tentare, nell’ambito della strategia del cordone sanitario, sarebbe quella di accertare e rendere pubblici i rapporti, politici, finanziari e organizzativi, tra Mosca e le forze dell’estrema destra europea, quando tali rapporti esistano e siano documentabili.
Anche se non c’è peggior sordo di colui che non vuole sentire. Ad esempio, leggevamo questa mattina di molti, simpatizzanti e non, che non riescono a capire la figuraccia di Vannacci con Monti. Ma come, Vannacci, un così bravo oratore?
Questo si ripete sui Social e fa il paio con l’altro, ormai consunto, mitologema: quello secondo cui Putin non avrebbe voluto impegnarsi a fondo con l’Ucraina, altrimenti…
Però, per fare tutto questo, all’Europa serve fegato. E il “fegato” rinvia alla qualità delle élites.
Qui sta il problema più grosso.
Carlo Gambescia
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