martedì 8 settembre 2026

Lettera a Massimo Wertmüller

 


Caro Massimo Wertmüller,

non ce l’ho con te, ci mancherebbe. Sei uno di quegli attori, talvolta relegati in parti di secondo piano, ma che si fanno sentire, lasciano il segno. Per la serie: non esistono piccole parti, e altre banalità del genere. Nel tuo caso però banalità superiore.

Quel che ho scoperto seguendoti sulla pagina Fb, oltre alla tua cultura e capacità di immedesimarti negli altri a larghissimo raggio, dal clochard al timido bastardino “scaricato” sull’autostrada, è il tuo impegno politico, a sinistra.

Non i pannicelli caldi di un Carlo Verdone, ma, come si diceva un tempo, “riforme di struttura” e “fuoriuscita dal capitalismo”. Crediamo che, politicamente parlando, Massimo Wertmüller sia idealmente a metà strada tra il Movimento Cinque Stelle e AVS. Con il Pd c’è invece un rapporto da amante deluso e, per questo, credo, stia sul chi va là.

Di qui, la tua scelta per un campo largo, non banalmente riformista, ma rivoluzionario, unica formula politica per battere questa destra che rischia di impadronirsi dell’Europa e di farne quello spezzatino politico che tanto piace all’autocrazia trumpiana e putiniana.

E tu ne sei così convinto da proporre una specie di vademecum per un futuro governo di sinistra, capace di vincere le elezioni e governare l’Italia. Lo riportiamo sotto (in corsivo):

 

Provo eh…. dunque:
1) pace e confronto, trattativa e mai armi, come dice il Papa sempre, anche nella sua Magnifica humanitas.
2) rispetto per la Natura e per tutte le vite di tutti gli animali su questa terra, come dice San Francesco nel suo Cantico.
3) tornare a Marx, come dice Cacciari.
4) fare delle guerre un tabù, tipo l’incesto per esempio, come diceva Umberto Eco.
5) dare a tutti, da qualsiasi origine si provenga, la possibilità di affermarsi, di realizzare i propri sogni, tassare i plusvalori per ridistribuirli alla comunità e alle sue necessità, come diceva Marx.
6) istituire il salario minimo come dice la civiltà, come dicono i Paesi Bassi e come dice Conte.
7) cambiare sistema economico, abbattere questo capitalismo delle banche e dei titoli di borsa assassino, modificare il profitto come valore alto, condannare il mercato come sistema di vita, vietare il soldo come fine e non come mezzo, come dice il buonsenso e la realtà dei fatti.
Ecco, questo potrebbe essere un umile vademecum, tanto per cominciare eh, per un programma politico vero di sinistra, credo.

Diciamo subito che non sono cose fuori dal mondo. Wertmüller, che ha alle spalle una formazione universitaria in Storia, riassume quello spirito pacifista e anticapitalista che però sembra guardare a una sinistra ottocentesca, come si evince dal “torniamo a Marx”, con innesti post-moderni (Eco), pre-moderni (il Papa) e di cucina politica attuale (Conte).

Lasceremmo da parte Cacciari, che quando parla di ritorno a Marx non spiega mai bene a cosa si riferisca: alla sua interessante teoria del conflitto sociale? Alla critica del capitalismo come rapporto sociale? Alla critica dell’alienazione? Oppure alla concezione della storia come processo orientato dalle sue contraddizioni verso una trasformazione radicale dei rapporti sociali? Perché tra il tavolo con i sindacati e la trasformazione dei rapporti di produzione c’è una bella differenza.

A dire il vero, il punto è come conciliare lo spirito pacifista con l’abbattimento del capitalismo. Io credo che la strada giusta sia quella seguita dalle socialdemocrazie dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra: spesa pubblica e tassazione progressiva. Scelta che, ovviamente, da liberale non condivido, ma considero più realistica, perché non vuole strangolare la gallina dalle uova d’oro.

 



Il problema è che la socialdemocrazia del secondo dopoguerra non ha abbattuto il capitalismo: lo ha riformato, regolato e tassato, cercando di redistribuirne una parte dei frutti. È precisamente questa la differenza tra riformismo e anticapitalismo. Quindi riforma -  ancora meglio sarebbe autoriforma -  e non distruzione del capitalismo.

Ecco, su questo punto ti chiedo dei chiarimenti. Credo necessari.

Un’ultima cosa: “fare delle guerre un tabù, tipo l’incesto per esempio, come diceva Umberto Eco”.

Il semiologo ha contribuito moltissimo allo svecchiamento della cultura italiana. Però – c’è sempre un però – la trasformazione in romanziere ne ha deviato il percorso intellettuale, in particolare negli ultimi anni della sua vita, verso un sapere sconfinante nel tuttologico. Diciamola tutta: si chiama anche faciloneria. Dei professori quando, cognitivamente sazi,  ritengono  di non dover chiedere più nulla alla vita.
 

Ad esempio, a qualsiasi antropologo chiamato a occuparsi dell’origine e della funzione del tabù dell’incesto tremerebbero le vene dei polsi: perché non esiste una teoria univoca, ma una pluralità di interpretazioni antropologiche. Figurarsi, perciò, la trasposizione del tabù dell’incesto a una teoria della guerra.

 


Eco, naturalmente, aveva il diritto di proporre quell’analogia. Ma proprio qui sta il problema: trasferire una categoria antropologica, nata per descrivere una specifica struttura normativa delle società umane, alla guerra richiede una dimostrazione che l’analogia, da sola, non offre.

Un amichevole saluto,

Carlo Gambescia



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