Lasciamo perdere, per un momento, la polemica fra Giorgia Meloni e Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica, quando era ministro della Pubblica Istruzione, firmò effettivamente due circolari, nel 1989 e nel 1990, che invitavano a non concentrare nelle stesse classi troppi alunni stranieri. La seconda indicava, per gli alunni dello stesso gruppo linguistico, un limite di cinque per classe (*).
Dunque Meloni non si è inventata il precedente. Ma neppure le circolari di Mattarella possono essere semplicemente sovrapposte al provvedimento che il governo si appresta a varare. Troppo facile. Il che, per inciso, la dice lunga sulla visione pseudoliberale di Giorgia Meloni, che riduce, umiliandolo, il discorso pubblico alla stupida cantilena demagogica del botta e risposta. Come diceva un mio caro amico: al più bravo del Bar Sport.
Insomma, la Meloni dimentica che quelle disposizioni erano inserite in una politica esplicitamente orientata all’integrazione linguistica e alla partecipazione degli alunni stranieri alla vita della classe. Per dirla alla buona, come spiegheremo più avanti: Mattarella rinvia a Sturzo e De Gasperi, Giorgia Meloni a Mussolini & Co. Quindi c'è una bella differenza.
Il tetto del 30 per cento annunciato dal governo non è soltanto una misura organizzativa. È uno spartiacque culturale. Il provvedimento dovrebbe riguardare soprattutto gli studenti stranieri appena arrivati e privi di adeguata conoscenza dell’italiano, con deroghe e misure di sostegno linguistico. Valditara insiste infatti sul fatto che il criterio non sarebbe etnico o razziale, ma linguistico, e che l’obiettivo sarebbe evitare la formazione di scuole-ghetto.
Prendiamo sul serio questa spiegazione.
Proprio per questo, però, dobbiamo chiederci che cosa accade quando lo Stato stabilisce per legge la percentuale massima di alunni stranieri in una classe. L’origine nazionale, o almeno lo status di straniero, diventa una variabile attraverso la quale lo Stato interviene preventivamente nella composizione delle classi. Lo straniero diventa, oltre che una persona da integrare, una variabile da distribuire.
Ed è qui che il riferimento alle leggi razziali del 1938 torna ad avere un senso, purché lo si usi con precisione.
Ovviamente non siamo nel 1938. Il provvedimento del governo Meloni non è una legge razziale e non espelle gli stranieri dalla scuola. Sarebbe storicamente assurdo sostenerlo. Ma nel 1938 il fascismo fece qualcosa di molto preciso: trasformò l’appartenenza a una categoria — la “razza ebraica” — in un criterio giuridico per decidere chi potesse frequentare la scuola. Il regio decreto-legge del 5 settembre stabiliva che “non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica” nelle scuole; quello del novembre istituì poi speciali sezioni scolastiche per i bambini ebrei e altre misure “organizzative” (**).
La differenza è enorme. Ma proprio per questo è istruttiva.
Il problema, infatti, non comincia necessariamente con l’esclusione. Può cominciare prima: quando una differenza umana viene trasformata in una categoria amministrativa e quella categoria diventa il criterio con cui lo Stato organizza le persone. Cioè le persone vengono trattate come cose.
Certo, lo Stato classifica continuamente: per età, reddito, residenza, cittadinanza, titolo di studio. È inevitabile. Ma le classificazioni non sono tutte politicamente innocenti.
E qui entra in gioco anche la filosofia politica.
Fascista Giorgia Meloni? È una definizione troppo generica e, soprattutto, storicamente imprecisa. Allora era fascista anche il ministro Gelmini quando, nel 2010, con una circolare fissò, sia pure di norma, un limite del 30 per cento degli alunni con cittadinanza non italiana per classe. Può essere… Come non può essere… (***)
Però non depone a favore della Meloni la sua appartenenza, mai abiurata, a una tradizione politica che affonda le proprie radici nel MSI e nella destra postfascista. Che fin dal simbolo non ha mai consumato il distacco da Mussolini. Certo, va riconosciuto che la Meloni ha dichiarato più volte di non essere fascista e di considerare le leggi razziali del 1938 una vergogna della storia.Ma una cosa è il fascismo come regime storico; un’altra è la filosofia politica che può sopravvivere, depurata dalla dittatura, nella forma di una concezione fortemente identitaria della comunità nazionale: prima l’appartenenza, poi l’individuo; prima l’omogeneità della comunità, poi la gestione delle differenze.
È precisamente questa grammatica filosofica che torna a galla quando la presenza degli stranieri diventa una “ossessione” politica: scuola, sicurezza, lingua, quartieri, ghetti, cultura nazionale. Non parlo di un’ossessione psicologica, ma della costruzione politica di un problema continuamente riproposto.
E qui sta il punto.
Una democrazia liberale può certamente organizzare la scuola tenendo conto delle difficoltà linguistiche. Può distribuire gli studenti, finanziare l’insegnamento dell’italiano, sostenere le scuole più esposte. Ma sembra restare sempre molto attenta a non trasformare l’appartenenza nazionale in una categoria attraverso la quale amministrare preventivamente le persone.Il problema nasce quando una classificazione, invece di limitarsi a descrivere una necessità concreta, diventa il presupposto per distribuire le persone in base alla loro appartenenza. Perché il passaggio decisivo è proprio questo: prima si classificano le persone, poi si organizzano le classi; e, attraverso l’organizzazione delle classi, si finisce per organizzare anche le differenze.
Il fascismo portò questa logica alle estreme conseguenze, facendone uno strumento di esclusione e di separazione razziale. Quindi attenzione. Una democrazia liberale dovrebbe aver imparato proprio dal 1938 che il confine fra integrazione e separazione non passa soltanto dalle intenzioni dichiarate, bensì anche dalle categorie con cui lo Stato decide di amministrare gli individui.
E allora il sillogismo è semplice.
Se una democrazia liberale nasce per proteggere l’individuo dalle classificazioni arbitrarie del potere; se l’origine diventa una categoria amministrativa per distribuire gli individui; allora ogni volta che l’origine torna a essere criterio di governo, il campanello d’allarme deve suonare.
Non siamo nel 1938.
Ma proprio perché sappiamo che cosa è stato il 1938, non abbiamo il diritto di ignorare il campanello.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.immigrazione.biz/circolare.php?id=585 e qui: https://www.immigrazione.biz/circolare.php?id=593 .
(**) Qui: https://atistoria.ch/risorse/risorse-didattiche/archivio-didattico/497-provvedimenti-legislativi-italiani-antiebraici-1938 .
(***) Qui: https://www.immigrazione.biz/circolare.php?id=383 . Si veda anche un nostro articolo in merito. Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/09/allarme-siam-fascisti.html .






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