La prendiamo da lontano. Pitirim A. Sorokin (1889-1968) resta un
mistero sociologico. In che senso? In primo luogo, per ragioni di
definizione. Un padre della sociologia no, perché appartiene a una
generazione successiva a quella dei fondatori. Un classico, forse. Però
le sue opere più significative si collocano, per varie ragioni, dopo
quelle di Durkheim, Tönnies, Simmel, Pareto, Weber. Dialogano con i
classici, ma vengono dopo i grandi sistematizzatori.
In secondo luogo, perché cavalcò cognitivamente positivismo e
idealismo su un fondo di religiosità, con un briciolo di panteismo
legato alle sue origini Komi, popolo seminomadico di origine
ugro-finnica, sfociante nel mistero dell’Aldilà. Di qui il suo metodo
integrale, conciliativo di vari livelli conoscitivi, pur in misteriosa
ma in fondo conciliante opposizione. Però anche qui la definizione resta
problematica, perché sulla parola “integrale” le interpretazioni sono
tuttora molto diverse: si va da De Maistre a Mounier, per rimanere tra i
classici.
In terzo luogo, perché fu l’unico pensatore – perché era anzitutto un
pensatore, nel senso nobile del termine – che in tutta la storia della
sociologia si propose di misurare statisticamente e storicamente le
differenti forme di mentalità culturale, succedutesi nei secoli, sia in
termini statici (come sono fatte), sia dinamici (come evolvono). E anche
in questo caso respinse sia la rigida ciclicità di Spengler sia i
sincretismi ciclo-lineari di Toynbee.

Lo si potrebbe anche definire un pensatore ingombrante, che al tempo
stesso dice troppo e troppo poco. Il che non aiuta. Anche perché lo
sviluppo del suo pensiero, che evocava la catastrofe dell’Occidente
sensista, lo avrebbe reso nemico di Dio e dei nemici di Dio, degli
idealisti puri come dei materialisti convinti. Una tragedia sociologica
di una disciplina che lui, esule russo scampato per miracolo alle
“delizie” della Rivoluzione bolscevica, aveva contribuito a rifondare da
una delle cattedre più prestigiose del mondo, quella di Harvard, alla
quale era stato chiamato all’inizio dei pessimi anni Trenta.
Abbiamo condensato un cammino lungo e complesso. Per dire che cosa? Che Sorokin è inclassificabile.
Proprio per questa ragione ogni tentativo di ridurlo a una sola
dimensione della sua opera rischia di impoverirne la figura
intellettuale. E tuttavia è quanto sembra accadere in una parte
significativa della recente riscoperta di Sorokin, sempre più
concentrata sull’ultimo teorico dell’amore altruistico e sempre meno sul
grande sociologo delle dinamiche storico-culturali. Si tratta di una
tendenza comprensibile: l’altruismo creativo è probabilmente il versante
più attuale e rassicurante della sua riflessione. Però non è il centro
della sua opera. O, almeno, non è il Sorokin che, nel bene e nel male,
ha lasciato un segno nella storia della sociologia.

È alla luce di questa osservazione che abbiamo letto con attenzione,
ma anche con un certo scetticismo, due libri approdati sulla scrivania,
sia pure per nostro colpevole ritardo: Dalla crisi alla rinascita dell’umanità. L’attualità di Pitirim A. Sorokin (FrancoAngeli, 2022), volume collettaneo curato da Emiliana Mangone, vigile studiosa dell’opera sorokiniana, e Un’epistemologia con noi, oltre noi, per gli altri: Pitirim A. Sorokin (FrancoAngeli,
2022) di Costantino Cipolla, capitano di lungo corso della sociologia
italiana. Due lavori diversi per impianto e stile, ma accomunati dalla
scelta di privilegiare il Sorokin dell’altruismo creativo e della
rigenerazione etica dell’umanità.
È vero che negli ultimi due decenni della sua vita, completamente
isolato, Sorokin si lanciò nello studio dell’altruismo creatore. In
quanto sociologo costruttivista, un poco profeta e un poco genio
sociale, voleva cambiare l’uomo. E tutti risero, per citare uno
stralunato film di Peter Bogdanovich. E su questo, per restare in
metafora cinematografica, “buona la prima”: cioè quella di Marletti, che
ebbe il coraggio di cimentarsi, con la tradizione dell’edizione
abridged (si fa per dire, quasi 1000 pagine) di Social and Cultural Dynamics,
e di scrivere, anno di grazia 1975, un’introduzione tuttora memorabile.
Per me fu una frustata cognitiva. E si badi, nel periodo in cui la
sociologia italiana navigava tra la camomilla parsoniana e le casse di
dinamite della lotta di classe.

Quando nei lontani anni Ottanta del secolo scorso cominciammo a
studiarlo sulle carte conservate presso l’Archivio Sorokin della
University of Saskatchewan, in Canada, un professore italiano, come
viatico, ci disse che era un suicidio accademico. Anni dopo un simpatico
amico americano, oggi non più tra noi, ci chiese se ci occupassimo di
fossili.
In realtà Sorokin possiede una qualità che attrae immediatamente ogni
studioso veramente libero: lo spirito d’indipendenza. Un uomo che non
ha mai fatto sconti a nessuno e che, incappato negli anni della Guerra
Fredda nella rete dell’FBI, disse agli agenti che chiedevano
informazioni sui suoi colleghi di Harvard che costoro non potevano
tradire gli Stati Uniti perché della Russia non sapevano assolutamente
nulla. Insomma, per Sorokin il problema, prima ancora che etico, era
cognitivo (1).
Dicevamo: incasellamento. Perché – ripetiamo – dell’intera opera di
Sorokin viene raccolta la sfida dell’altruismo creativo come mezzo per
cambiare l’umanità, sul piano etico (Mangone et alii) ed etico-cognitivo (Cipolla).
I due libri – in particolare il primo – contengono alcuni interventi
pregevoli: tra gli altri ricordiamo quelli di Mangone, Zyuzev, Ghini,
Marletti, Allodi, Raffaele Federici, Cipolla. Aggiungiamo che ci sarebbe
piaciuto leggere anche il parere di Valerio Merlo, autore di un aureo
saggio in argomento (Il miracolo dell’altruismo umano. La sociologia dell’amore di P.A. Sorokin, Armando Editore, Roma 2011).
Che cosa emerge dal tutto? Una concezione della sociologia come
supplemento di dolcezza, come bacio etico di una sorta di welfare state
universale. Anche il dotto volume di Cipolla, al quale non è mai
sfuggito alcun campo disciplinare della sociologia, è ricco di graziosi
arabeschi etici con puntate sul cognitivismo solidarista.
Alla fin fine, una volta letti e chiusi, i due volumi contribuiscono
più alla valorizzazione dell’ultimo Sorokin che alla comprensione
complessiva della sua opera. Dispiace ripeterlo, ma è così. Solo per
fare un esempio, tutto il gran dibattere, da un capo all’altro dei
testi, sull’influenza del pensiero filosofico e religioso russo era cosa
condivisa e riconosciuta dallo stesso Sorokin e ampiamente documentata.
Agli atti diciamo (2).
Infine ci ha colpito una proposta del professor Cipolla: quella della
costruzione di un gruppo di lavoro e di un relativo sito sul tema
dell’amore altruistico. Per carità, sui temi di ricerca siamo per la
massima libertà. Però forse oggi sarebbe più utile una rilettura e, per
certi aspetti, una riscrittura dei quattro volumi di Social and Cultural Dynamics (1937-1941) alla luce delle moderne tecnologie digitali (3). La buttiamo lì: perché non “algoritmizzare” Sorokin?
Non si dimentichi un fatto, spesso ignorato: Sorokin scrive di tre
grandi supersistemi, ma in realtà ne individua, dividendole in
sottoclassi, sette differenti forme di mentalità culturale: ideazionale
ascetica e attiva; sensistica attiva, passiva e cinica;
pseudoideazionale; idealistica (4). Un patrimonio teorico sul quale si
potrebbe ancora lavorare con profitto, dal punto di vista
dell’operazionalizzazione della ricerca.
Anche perché – e qui emerge una forma di curioso anacronismo in
alcune interpretazioni contemporanee – Sorokin non era affatto un nemico
dell’economia liberale. Scorgeva nel mercato e nel contrattualismo
rettamente inteso uno strumento di libertà. Riconosce al sensismo,
soprattutto nelle fasi di sviluppo, il carattere dell’epicità: Sorokin,
severo sociologo della crisi, ma giusto giudice morale nel distribuire
le colpe. E proprio in questa prospettiva andrebbero riletti, in chiave
non semplicemente di cittadino modello, che anche se non capisce si
adegua, i capitoli sul ruolo invasivo dello Stato nei periodi
calamitosi, naturali o umani, contenuti in Hunger as a Factor in Human Affairs (1922), nel terzo volume di Social and Cultural Dynamics (1937), in Man and Society in Calamity (1942) e negli scritti sul totalitarismo degli anni Cinquanta.

Perché proprio qui viene fuori l’umanità sociologica di Sorokin, la
cui sociologia critica resta essenzialmente segnata non dalla
composizione, ma dal conflitto tra olismo e individualismo. Sorokin – e
sul punto andrebbe riletto attentamente Society, Culture and Personality (1947),
il suo sottovalutatissimo manuale – vacilla – semplifichiamo – tra
Durkheim e Weber, tra cittadinanza repubblicana e gabbia d’acciaio, tra
forza propria delle istituzioni e resistenze individuali. Ci mette in
guardia, senza dare risposte assolute. La sua è una filosofia aperta
della storia. Sfida gli dei e gli uomini.
Anche i processi di “altruizzazione” (diciamo così), raccomandati
nell’ultima fase, rinviano alla trasformazione individuale. Sorokin
parte sempre dall’individuo.
Infine, bello il ricordo del professor Gianfranco Morra (C. Cipolla, Un’epistemologia con noi, oltre noi, per gli altri,
cit., pp. 147-170), del quale rammentiamo, in anni ormai lontanissimi, i
biglietti con cui ci incoraggiava a perseverare nelle nostre ricerche
sull’opera di Sorokin.
Forse è proprio questo il punto. Se Sorokin ha ancora qualcosa da
dire al XXI secolo, non è soltanto attraverso la sua sociologia
dell’amore altruistico, certamente importante e meritevole di
attenzione. È soprattutto attraverso quella monumentale sociologia delle
mentalità culturali che attende ancora, a quasi un secolo di distanza,
una verifica sistematica alla luce delle moderne tecnologie digitali. Un
lavoro immenso, certamente. Ma forse più vicino allo spirito di quel
Sorokin inquieto, refrattario a ogni conformismo intellettuale, che per
tutta la vita preferì porre domande scomode piuttosto che offrire
risposte consolatorie.
Carlo Gambescia
(1) Si veda Mike Forrest Keen, Stalking Sociologist. J. Edgar Hoover’s FBI Surveillance of American Sociology, Transaction Publishers, New Brunswick (USA) and London (UK), 2004, 2ª ed., p. 116.
(2) Rinviamo al nostro Invito alla lettura di Sorokin, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2002, pp. 28-29, dove in nota (13) rimandiamo alla documentazione dell’Archivio Sorokin.
(3) Per un’impostazione empirica della questione, seppure datata, si veda Matilda White Riley and Mary E. Moore, Sorokin’s Use of Sociological Measurement, in Philip J. Allen (ed.), Pitirim A. Sorokin in Review,
Duke University Press, Durham (NC), 1963, pp. 206-224, in particolare
pp. 221-222. Per una verifica più contenutistica che metodologica,
anch’essa ormai risalente nel tempo, si veda George A. Hillery, Jr.,
Susan V. Mead and Robert G. Turner, An Empirical Assessment of Sorokin’s Theory of Change, in Joseph B. Ford, Michel P. Richard, Palmer C. Talbutt (eds.), Sorokin and Civilization. A Centennial Assessment, Transaction Publishers, New Brunswick (USA) and London (UK), 1996.
(4) Si veda la nostra Introduzione a Pitirim A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno (BO), 2000, p. 29, nota 25.