lunedì 1 giugno 2026

Se ottant’anni vi sembran pochi: il paradosso della Repubblica italiana (e delle Repubbliche)

 


Domani è il 2 giugno, Festa della Repubblica. Ottant’anni di vita.

Tuttavia ogni generazione italiana sembra convinta di vivere la crisi definitiva della Repubblica. È successo negli anni del terrorismo, durante Tangentopoli, nella crisi finanziaria del 2011, perfino durante la pandemia e oggi, nell’epoca della polarizzazione aggressiva e permanente. Eppure una domanda storica merita di essere posta: quanto durano realmente le moderne repubbliche?

L’interrogativo è meno banale di quanto sembri. L’opinione comune sembra abituata a considerare la repubblica come una forma politica naturale e stabile. La storia moderna, diciamo postcostituzionale, suggerisce invece il contrario. Se osserviamo gli ultimi due secoli, scopriamo che la regola è la fragilità; la durata rappresenta l’eccezione.

La Francia costituisce forse il laboratorio più istruttivo. Dalla Rivoluzione del 1789 a oggi ha conosciuto cinque repubbliche, due imperi, restaurazioni monarchiche e regimi autoritari. La Prima Repubblica, nata nel 1792, sopravvisse appena fino al 1804, quando Napoleone si proclamò imperatore. La Seconda Repubblica durò soltanto quattro anni, dal 1848 al 1852. La Terza Repubblica riuscì invece a resistere per settant’anni, fino alla sconfitta militare del 1940. La Quarta Repubblica ebbe vita assai più breve, dal 1946 al 1958, logorata dall’instabilità politica e dalle guerre coloniali. Solo la Quinta Repubblica, fondata da Charles de Gaulle nel 1958, ha garantito una continuità istituzionale che dura ancora oggi.



Anche la storia spagnola appare significativa. La Prima Repubblica sopravvisse meno di un anno, tra il 1873 e il 1874. La Seconda Repubblica, proclamata nel 1931, si concluse nel 1939 con la vittoria franchista nella guerra civile. Dopodiché si dovette attendere la morte di Franco e gli anni della transizione democratica: le prime libere elezioni si ebbero nel 1977, la nuova Costituzione nel 1978.

Il Portogallo offre una vicenda non meno istruttiva. La Prima Repubblica, nata nel 1910, si presentò come un grande progetto di modernizzazione liberale e laica. Tuttavia non riuscì a consolidarsi e nel 1926 cedette il passo alla dittatura militare dalla quale sarebbe poi emerso il lungo regime di Salazar. Soltanto con la Rivoluzione dei Garofani del 1974 il Paese sarebbe tornato alla democrazia.

Nell’Europa centrale il destino delle repubbliche fu spesso ancora più accidentato. La Prima Repubblica austriaca, nata nel 1918 sulle ceneri dell’Impero asburgico, crollò negli anni Trenta sotto il peso della radicalizzazione politica e dell’autoritarismo. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Austria diede vita alla Seconda Repubblica (dal 1945), costruita su basi costituzionali stabili e su un sistema di democrazia consensuale che, pur attraversando conflitti sociali e politici, ha garantito una notevole continuità istituzionale fino a oggi.

In Germania la Repubblica di Weimar, considerata da molti una delle costituzioni più avanzate del suo tempo, non sopravvisse alla combinazione di crisi economica, polarizzazione ideologica e delegittimazione reciproca delle forze politiche. Nel 1933 il regime hitleriano pose fine all’esperimento repubblicano.
 

Neppure la caduta delle autocrazie garantisce necessariamente il successo della forma repubblicana.

La Russia del 1917 ne è una dimostrazione. Il crollo dello zarismo sembrò aprire la strada a una repubblica democratica, ma il nuovo ordine politico non riuscì a consolidarsi e fu travolto nel giro di pochi mesi dalla rivoluzione bolscevica. Dopo il 1991, la Federazione Russa ha assunto formalmente una struttura repubblicana, ma nel corso della fase post-sovietica il sistema politico si è progressivamente concentrato attorno al potere esecutivo, fino a configurare, sotto la leadership di Vladimir Putin, una forma di repubblica solo parzialmente competitiva, con forti limiti al pluralismo effettivo.

Se allarghiamo lo sguardo all’Europa orientale e all’America Latina, il quadro diventa ancora più eloquente. Colpi di Stato, dittature, guerre civili, occupazioni straniere e rotture dell’ordine costituzionale hanno accompagnato la storia di molte repubbliche. La continuità istituzionale che oggi tendiamo a dare per scontata è stata, in realtà, una conquista rara e spesso precaria.

Persino gli Stati Uniti, il più longevo esperimento repubblicano della modernità, non sembrano immuni da tensioni profonde. Dopo oltre due secoli e mezzo di vita costituzionale, la crescente polarizzazione politica, la contestazione delle procedure elettorali e la difficoltà di riconoscere piena legittimità all’avversario hanno spinto molti studiosi a interrogarsi sullo stato di salute della democrazia americana sotto Donald Trump. La longevità, da sola, non garantisce la stabilità.

Vista da questa prospettiva, la Repubblica italiana appare sotto una luce diversa.



Dal referendum del 1946 sono trascorsi ottant’anni. In questo periodo l’Italia ha conosciuto il terrorismo politico, la strategia della tensione, il tentato golpe Borghese, crisi economiche, Tangentopoli, il collasso dei partiti che avevano governato il dopoguerra, la nascita di nuove forze politiche, l’ondata populista e una pandemia globale. Eppure il quadro costituzionale è rimasto in piedi. Nessun colpo di Stato riuscito. Nessuna sospensione delle libertà fondamentali. Nessuna interruzione dell’ordine democratico.

Naturalmente non mancano i problemi. La partecipazione politica diminuisce. La fiducia nelle istituzioni resta fragile. La frammentazione del sistema politico continua a produrre instabilità. Le acque, anche oggi, sono tutt’altro che tranquille.

Ma proprio qui emerge il paradosso italiano.

Per decenni abbiamo descritto la nostra Repubblica come fragile, incompiuta, precaria. La metapolitica suggerisce invece una conclusione diversa: l’Italia è stata molto più stabile di quanto gli italiani amino raccontare.

Perché?

Una prima risposta riguarda la Costituzione del 1948. Frutto dell’incontro tra culture politiche differenti, essa fu progettata non per massimizzare l’efficienza decisionale, ma per impedire la concentrazione del potere. La sua complessa architettura di pesi e contrappesi ha spesso rallentato l’azione politica, ma ha anche reso estremamente difficile qualsiasi rottura dell’ordine democratico.

Una seconda risposta riguarda il pluralismo della società italiana. Partiti, sindacati, autonomie locali, associazioni, magistratura, Presidenza della Repubblica, organizzazioni economiche e società civile hanno costituito una fitta rete di mediazioni capace di assorbire conflitti che altrove avrebbero potuto assumere forme più distruttive.



C’è però una spiegazione ancora più profonda, che rinvia al paradosso delle repubbliche.

Nel nostro Trattato di metapolitica abbiamo definito “persistenza della dinamica tra inclusività ed esclusività politica” una delle regolarità fondamentali della vita associata. Ogni società distingue tra chi appartiene e chi non appartiene, tra gruppi inclusi e gruppi esclusi. Nessuna comunità politica può sottrarsi a questa dinamica. Ciò che cambia è il modo in cui essa viene gestita.

Qui si apre una distinzione decisiva, spesso trascurata: quella tra repubblica e democrazia liberale. Non tutte le repubbliche sono liberali. Esistono repubbliche che mantengono forme elettive ma limitano pluralismo e alternanza reale del potere. In tali casi la forma repubblicana sopravvive come struttura, mentre il contenuto liberale si svuota, dando luogo a sistemi di democrazia controllata o a regimi fortemente esecutivo-centrici.

In Occidente questa ambiguità si è già manifestata in forme diverse: la Francia del Direttorio, la Seconda Repubblica nella sua fase finale, la Prima Repubblica portoghese e la Quarta Repubblica francese mostrano come una repubblica possa restare formalmente tale mentre perde capacità di mediazione del conflitto politico, scivolando verso instabilità cronica e delegittimazione reciproca. 

 Un fenomeno del genere si sta oggi estendendo all’Europa populista che sembra privilegiare il nazionalismo rispetto al liberalismo. In sintesi: inclusione senza libertà,  inclusione del simile rispetto al diverso. Lo sciovinismo welfarista ne è un chiaro esempio.

 


Accanto a questi casi vanno distinti gli scenari di collasso della forma repubblicana in condizioni eccezionali. La Repubblica Sociale Italiana e il regime di Vichy non rappresentano infatti repubbliche “degenerate” in senso proprio, ma esiti della disintegrazione statale in contesto bellico: strutture prive di piena sovranità, subordinate a potenze occupanti, nelle quali la forma istituzionale sopravvive più come etichetta che come realtà politica autonoma. Lo sciovinismo welfarista è un chiaro esempio.

Le repubbliche raramente muoiono per un singolo evento. Cadono quando una parte significativa della società smette di riconoscersi nelle regole comuni. Quando il conflitto politico travolge la fedeltà alle istituzioni. Quando gli avversari cessano di essere avversari e tornano a essere nemici.

Come accennato nemmeno quella americana, che a lungo abbiamo considerato il paradigma della stabilità istituzionale. La crescente polarizzazione politica, la delegittimazione reciproca tra schieramenti, la trasformazione dell’avversario in una figura quasi esistenziale più che politica, sono segnali che indicano una fragilità più profonda: quella della tenuta delle regole condivise.

Il punto non è evocare scenari di crollo imminente, ma riconoscere un fatto più sottile e insieme più inquietante: le democrazie liberali occidentali non sono minacciate solo dall’esterno, ma da un logoramento interno della fiducia reciproca che rende possibile la convivenza politica. Quando questa fiducia si indebolisce, la repubblica non crolla all’improvviso: si svuota lentamente, perdendo capacità di trasformare il conflitto in competizione regolata.

 


In fondo, aveva ragione Tocqueville, e prima di lui Montesquieu, quando osservava che la stabilità delle istituzioni dipende meno dalle leggi che dai costumi e dalle abitudini civiche dei cittadini. Le costituzioni possono essere scritte in pochi mesi; le culture politiche richiedono generazioni e generazioni.

E da questo punto di vista ottant’anni possono essere pochi…

Carlo Gambescia