martedì 22 settembre 2026

Guareschi, il cattivo ragazzo della modernità

 


Abbiamo guardato la fiction Rai dedicata a Giovannino Guareschi, “Non muoio neanche se mi ammazzano”.

Giuseppe Zeno ci è sembrato bravissimo: fisicità, ironia, misura e quel tanto di ruvido che serviva. Anche gli altri interpreti hanno fatto bene. Insomma, gli attori li salviamo. Il problema è il Guareschi che la fiction ci restituisce.

Quanto agli ascolti, 2.240.000 milioni di spettatori e il 16,00 per cento di share non sono stati né un trionfo né un fiasco (*).

Dicevamo della “non restituzione”. Guareschi era certamente un uomo di destra, monarchico, cattolico e ferocemente anticomunista. Ma era anche molto altro: attaccava la Democrazia Cristiana, polemizzava con De Gasperi, se la prendeva con Einaudi, diffidava degli americani e del capitalismo consumistico. Era, insomma, un corpo estraneo alla cultura politica della Repubblica. Ed è proprio questo che lo rende interessante.

La fiction tende invece a ricomporre le sue contraddizioni in un ritratto piuttosto compiaciuto: l’uomo libero contro il potere, il comunismo e i compromessi. Ma così rischia di perdersi il punto essenziale: Guareschi, in senso estensivo, era anche un corpo estraneo alla modernità.

 

Il “mondo piccolo” non è soltanto un luogo geografico. È un mondo sociale: famiglia, paese, parrocchia, autorità, consuetudini, appartenenze. 
 
Don Camillo e Peppone litigano furiosamente, ma appartengono allo stesso mondo. Sono avversari politici, non nemici antropologici. Il loro buon senso nasce da lì.

E questo buon senso non coincide necessariamente con quello liberale moderno. È il buon senso di una società ancora comunitaria, patriarcale e gerarchica, nella quale i rapporti umani sono immediatamente riconoscibili. La politica, per quanto aspra, viene continuamente riassorbita nella comunità.

La democrazia liberale può dunque apparire, in Guareschi, come una conseguenza non voluta, non come l’approdo di una teoria politica. Guareschi difende l’uomo concreto contro il potere, diffida delle ideologie totalizzanti, non sopporta l’obbedienza cieca e rivendica la propria libertà. Ma questo non significa che ami la società moderna nella quale quella libertà si esercita.



Anzi. Proprio negli anni in cui Guareschi costruisce il suo successo, l’Italia sta diventando altro: si industrializza, si urbanizza, aumenta la mobilità sociale, esplodono i consumi, arriva la televisione, cambia la famiglia, cambiano i costumi. Il piccolo mondo contadino comincia a dissolversi. E Guareschi guarda a questa trasformazione con crescente diffidenza.

Anche il suo anticonsumismo e la sua polemica contro il capitalismo consumistico american vanno letti in questa chiave. L’America non è soltanto un modello economico che non gli piace. È la modernità che avanza: consumi, pubblicità, mobilità, individualizzazione, nuovi stili di vita. È il mondo che sostituisce lentamente quello nel quale Don Camillo e Peppone potevano ancora riconoscersi.


 
Ed è forse ciò che la fiction avrebbe dovuto raccontare meglio: con un bel più sulla modernità avanzante e non un meno.

Perché trasformare Guareschi in un antesignano della destra contemporanea significa addomesticarlo. E qui il riferimento alla destra meloniana non è casuale. La cultura politica di Giorgia Meloni insiste sulla tradizione, sulla memoria, sulla comunità, sulla famiglia, sull’identità nazionale e sull’idea di un uomo concreto contrapposto alle astrazioni ideologiche. La riscoperta delle radici è diventata uno dei suoi elementi distintivi. Però, per ora, resta in bilico tra modernità e antimodernità. Mentre Guareschi era già dall’altra parte…

C’è poi un altro aspetto, diciamo fattuale, che riguarda un episodio non secondario nella vita di Guareschi. Pensiamo alle lettere di De Gasperi. Le due lettere pubblicate da Candido nel 1954, attribuite a De Gasperi e relative alla richiesta di bombardare Roma, sono state ricostruite da Mimmo Franzinelli come false. La ricerca ha ricostruito la genesi degli apocrifi e il ruolo dell’informatore di Guareschi, l’ex repubblichino Enrico De Toma (**).

E qui c’è un particolare che vale la pena ricordare: nel 1944 De Gasperi non lavorava alla Segreteria di Stato vaticana, ma alla Biblioteca Apostolica Vaticana, dove era impiegato dal 1929 al 1944. Non era dunque “fuori dal Vaticano”, come talvolta si può intendere: era nel Vaticano, ma non nell’ufficio che quelle lettere presupponevano.

La vicenda dice molto sulla durezza della polemica guareschiana. Il che ci può anche stare. Però nella fiction si sospende il giudizio, Guareschi va in carcere e si ammala (verissimo), ma non ci si pronuncia sulla falsità delle lettere. E nello spettatore, inevitabilmente, si insinua il dubbio… Del resto facilitato dall’infelice battuta attribuita nella fiction a Guareschi: che nazisti e repubblicani sono la stessa cosa perché odiano al libertà di pensiero. Scherziamo? Come si possono mettere sullo stesso piano Hitler e Himmler, Einaudi e De Gasperi?

Certo, questo ci dice molto sul fatto che Guareschi potesse attaccare non soltanto i comunisti, ma anche De Gasperi, Einaudi, la DC e gli americani. Non era semplicemente l’anticomunista buono per tutte le stagioni. Però non basta. Anche il Brancaleone di Monicelli era contro tutti.

Come detto, Don Camillo e Peppone litigano, si fanno dispetti, si combattono. Ma alla fine si riconoscono. Il comunista Peppone non è soltanto un minus habens: è l’avversario. E proprio perché è l’avversario, non è il nemico assoluto.

Qui sta una parte della fortuna di Don Camillo. Ma non facciamone, retroattivamente, un manifesto liberale. Guareschi non era un teorico della società aperta. Alcune sue intuizioni narrative producono effetti leggibili in senso liberale, mentre il suo mondo ideale apparteneva a un’altra epoca.

La fiction sembra invece voler rendere Guareschi semplicemente attuale. E in senso meloniano… Proprio lui: un cattivo ragazzo della modernità.

Per farla breve: Guareschi non era attuale. Era contemporaneo alla fine del suo mondo.

Ed è proprio questo che lo rende interessante. Non perché avesse anticipato la nostra epoca, ma perché seppe raccontare con ironia e nostalgia il momento in cui una società arcaica veniva investita dalla modernità.

Avremmo preferito vedere questa contraddizione. Un uomo che difendeva la libertà senza amare necessariamente la società moderna che quella libertà contribuiva a costruire. Un uomo capace di combattere il comunismo e, nello stesso tempo, di attaccare i pilastri della Repubblica. Un uomo anticonsumistico e anticomunista, cattolico e insofferente verso il potere cattolico, legato a un mondo patriarcale e tuttavia irriducibile quando si trattava di difendere la propria libertà.

Però attenzione: la libertà degli antichi,  non dei moderni. 

Certo, sarebbe stato un Guareschi più difficile da arruolare. E, proprio per questo, un Guareschi più vero.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.davidemaggio.it/ascolti-tv/ascolti-tv-domenica-20-settembre-2026 .
 

(**) M. Franzinelli, Bombardate Roma! Guareschi contro De Gasperi: uno scandalo della storia repubblicana, Mondadori, Milano 2014.

Nessun commento:

Posta un commento