La morte di Gennaro Sasso chiude una stagione della cultura italiana che oggi pare remota quasi quanto il Sacro Romano Impero: quella dei professori che non volevano piacere, non volevano intervenire, non volevano “comunicare”. Volevano pensare. E basta. Per capirsi, l’esatto contrario di Massimo Cacciari.
Sasso fu esattamente questo: un grandissimo filosofo italiano e, insieme, il prodotto quasi perfetto di uno stile intellettuale molto preciso — e molto liberale — che potremmo definire snobismo aristocratico della mente. Qui riprendiamo e ampliamo ( e probabilmente forziamo) quel concetto, di snobismo liberale, così brillantemente intuito da Elena Croce (*).
Non il banale snobismo sociale da salotto romano, tipo “andavamo la sera in Via Veneto”.
Qualcosa di più serio e più radicale. L’idea che il pensiero autentico debba tenersi a distanza dalla politica concreta, dalle passioni collettive, dalla sociologia, dalla democrazia di massa, perfino dalla storia in atto. Il filosofo guarda. Comprende. Smonta. Ma non si sporca le mani. La politica è un mondo inferiore: necessario, certo, ma inferiore. Cacciari, per tornare al nostro esempio, è stato invece parlamentare e sindaco di Venezia.
In questo senso Sasso era un uomo quasi ottocentesco: destra storica e dintorni, a livelli altamente glicemici di elevatezza del mondo dello spirito e delle idee (torneremo a breve sul punto). O meglio: crociano senza essere davvero crociano, azionista senza essere davvero politico, liberale senza alcuna fiducia liberale nella società reale.
L’ intervista del 2013 ad Antonio Gnoli è illuminante (**) . Quando Sasso dice che la filosofia è un’assoluta sterilità e che il pensiero filosofico impedisce di entrare in contatto con il mondo, non sta facendo una battuta paradossale: sta confessando un’intera antropologia intellettuale. Il mondo della politica, della sociologia, dell’economia, delle istituzioni, appartiene per lui a un altro piano. Quasi a un’altra specie.
La politica come rumore inferiore
Qui emerge il punto decisivo. Sasso non era antipolitico nel senso populista contemporaneo. Non disprezzava la politica perché corrotta o inefficiente. La considerava semplicemente troppo bassa rispetto alla purezza della speculazione. La politica naviga a vista , diceva evocando Immanuel Kant; la filosofia invece vive nella tirannia dei concetti.
Non sorprende allora che perfino il suo amatissimo Niccolò Machiavelli finisca, nei suoi libri, quasi sterilizzato filosoficamente: più grande oggetto teoretico che interlocutore civile.
Ed è qui che compare, come accennavamo, quel particolare snobismo liberale tipico di una parte dell’intellettualità italiana del Novecento: una cultura raffinatissima, moralmente severa, spesso laicissima, ma incapace di fare davvero i conti con la politica come tecnica del potere e gestione ordinaria degli interessi.
In fondo, lo stesso Partito d’Azione — che Sasso ricordava con affetto e malinconia — fu questo: una concentrazione impressionante di intelligenze superiori e una quasi totale incapacità di comprendere sociologicamente il paese reale. Molta etica pubblica, pochissima antropologia politica.
Si pensi, più in generale, a figure come Carlo Antoni, Guido Calogero, lo stesso Benedetto Croce: grandi coscienze liberali, ma spesso allergiche alla sociologia, percepita come riduzione positivistica, statistica, “materiale” della vita storica e spirituale.
In filigrana, nel pensiero di Sasso, si intravede come accennato, anche una certa nostalgia per la vecchia “destra storica” liberale conosciuta attraverso Federico Chabod: classi dirigenti oligarchiche quanto si vuole, ma dotate di senso dello stato, disciplina intellettuale e consapevolezza tragica del limite.
Non un modello politico da restaurare, bensì uno stile civile perduto. Ed è forse qui che il suo aristocraticismo liberale avrebbe potuto incontrare il realismo metapolitico: l’idea che nella storia ritornino sempre alcune costanti — crisi delle élite, bisogno d’ordine, fragilità della libertà politica — senza che però esse possano mai trasformarsi, alla maniera sociologica, in leggi scientifiche (in senso popperiano però) della società.
Il punto debole di Sasso: le regolarità che non voleva chiamare regolarità
E invece no. Qui il punto è interessante: Sasso aveva una fortissima sensibilità per le regolarità tragiche della storia. I suoi libri sul progresso, sulla decadenza, sul tramonto delle civiltà, sul pessimismo europeo, mostrano un pensatore ossessionato da ciò che ritorna, dalle forme ricorrenti del declino, dalle illusioni periodiche dell’umanità.
Ma attenzione: il suo non era realismo sociologico e neppure realismo metapolitico.
Ed è qui che il confronto diventa interessante e probabilmente per lui irritante.
Perché le regolarità metapolitiche mostrano esattamente ciò che il
liberalismo speculativo di Sasso tendeva a rimuovere: il carattere
permanente, strutturale, quasi antropologico della dinamica politica.
Le sue analisi della decadenza storica, in realtà, sfioravano continuamente alcune di queste permanenze: la persistenza del potere, il ritorno ciclico delle crisi, la divisione inevitabile tra governanti e governati, la tensione continua tra inclusione ed esclusione, tra consenso e dissenso, tra forze centrifughe e centripete.
Solo che Sasso si fermava un passo prima. Vedeva il tragico, ma diffidava della sistematizzazione sociologica del tragico.
Avrebbe probabilmente guardato con sospetto un quadro teorico fondato su “regolarità” quasi permanenti della condizione politica, perché vi avrebbe intravisto il rischio di trasformare la storia in meccanismo e l’uomo in funzione.
L’antico riflesso idealistico riemergeva sempre: la paura che la sociologia riducesse lo spirito a struttura. Non si dimentichi che l’Antoni, giustiziere idealistico italiano della sociologia, alla Sergio Leone (per non parlare di Croce, che pur rispettava Pareto, e dell’ambiente crociano), fu un altro dei suoi maestri.
E tuttavia — ironia notevole — molte delle sue intuizioni finiscono per confermare proprio ciò che
avrebbe voluto evitare.
Pareto senza sociologia
In questo senso Sasso stava più vicino a Vilfredo Pareto di quanto avrebbe probabilmente ammesso. Solo che Pareto trasformava quelle intuizioni in sociologia delle élite; Sasso invece le sublimava in tragedia filosofica shakespeariana.
La differenza è decisiva.
Per il sociologo “metapolitico” le regolarità servono a capire come funziona il potere. Per Sasso, servivano soprattutto a capire perché ogni costruzione storica finisca per incrinarsi.
Il punto, però, è che le società non possono vivere soltanto nella contemplazione tragica del limite. Devono governare il limite. Devono amministrare conflitti, interessi, gerarchie, appartenenze. Devono fare politica. Esiste insomma il problema della decisione politica, che per inciso, non va mai scambiato con il costruttivismo, che invece consiste nell’eccesso di decisionismo politico.
Ed è qui che il suo aristocraticismo liberale mostrava il proprio limite storico. Perché il rifiuto della sociologia e della politica concreta non elimina le regolarità profonde della vita collettiva: semplicemente impedisce di comprenderle operativamente.
La “persistenza del potere”, la dinamica governanti-governati, il ciclo politico, il conflitto amico-nemico, la tensione tra movimento e istituzione: tutte dimensioni, ripetiamo, che Sasso coglieva indirettamente sul piano tragico-filosofico, ma senza volerle trasformare in strumenti di lettura della realtà politica concreta.
Come se capire troppo da vicino il funzionamento reale del potere contaminasse la purezza del pensiero.
La cittadella filosofica
Qui stava la sua grandezza. E il suo limite.
Perché Sasso possedeva una qualità oggi rarissima: la capacità di pensare contro il proprio tempo senza diventare un propagandista. Non inseguiva il presente. Non produceva opinioni in serie. Non scambiava l’attualità per profondità.
Era un professore nel senso quasi sacrale del termine: appartato, malinconico, disciplinato, ostinatamente fedele alla serietà del concetto.
Ma proprio questa separatezza produceva – ripetiamo – anche una forma di aristocraticismo sterile. La filosofia diventava cittadella. La politica “rumore di fondo”. La sociologia quasi una scienza minore. Per non parlare delle metapolitica nell’accezione del nostro Trattato (***).
Il risultato era una cultura altissima ma spesso incapace di comprendere davvero la dinamica concreta delle società di massa contemporanee.
In fondo, Sasso incarnava perfettamente il dramma di una parte del liberalismo italiano: lucidissimo nel criticare le illusioni della politica, assai meno capace di comprendere che la politica, anche quando mediocre, resta l’unico strumento con cui le società cercano di governare le proprie regolarità profonde.
Il che spiega – e dispiace dirlo – perché oggi, dopo ottant’anni di Repubblica, che giustamente festeggiamo, ci ritroviamo al governo chi sostiene che Mussolini fece anche cose buone…
Ed è forse per questo che, rileggendolo oggi, si prova insieme ammirazione e distanza. Ammirazione per l’intelligenza formidabile, il rigore quasi feroce, la vastità della cultura. Distanza perché il suo mondo — il mondo del professore-filosofo che contempla la storia senza volerla abitare fino in fondo — appare ormai definitivamente tramontato.
Come molte delle civiltà, diciamo, di concetti, che lui stesso aveva studiato così bene.
Carlo Gambescia
(*) Elena Croce, Lo snobismo liberale, Adelphi, 1990, 2° edizione.
(**) Qui: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/10/gennaro-sasso.html . Ripresa anche qui: https://www.libertaegiustizia.it/2013/03/12/gennaro-sasso-lesercizio-della-filosofia-e-sterile-ma-non-si-puo-farne-a-meno/ .
(***) Carlo Gambescia, Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 volumi.




































