La versione ufficiale parla di una scelta autonoma di Eni, motivata dalla crisi geopolitica, dalla riduzione dell’offerta internazionale di prodotti raffinati e dalla situazione delle raffinerie europee. Tutto rispettabile. Ma, alla luce della coincidenza temporale, qualche sospetto viene. Proprio mentre il governo riduce drasticamente lo sconto sulle accise sul gasolio, passando da 12,2 a 6,1 centesimi al litro, arriva il tetto Eni.
Insomma, più che un gesto spontaneo di solidarietà, viene da pensare a un’intesa Eni-governo. Un accordo sottobanco? Non abbiamo le prove per dirlo. Ma la tempistica è abbastanza eloquente da autorizzare almeno una domanda. E quando – ripetiamo – di mezzo c’è una società nella quale lo Stato, attraverso Cassa depositi e prestiti e il Tesoro, mantiene una partecipazione rilevante, la domanda non è peregrina.
Anzi, se il prezzo Eni sarà sensibilmente inferiore a quello dei concorrenti, gli automobilisti avranno un incentivo a spostarsi verso le stazioni Enilive. Nulla di scandaloso: è precisamente ciò che dovrebbe accadere in un mercato concorrenziale. Il paradosso è che una scelta commerciale perfettamente legittima rischia di essere trasformata in una specie di politica pubblica dei prezzi.
Ed eccoci alla questione liberale. Se il governo vuole davvero aiutare gli automobilisti, perché non intervenire direttamente dove ha il potere di farlo, cioè sulla fiscalità? Meno accise, meno oneri, più concorrenza nella distribuzione, meno ostacoli alla produzione e alla raffinazione. Non si chiede alle imprese di vendere a un prezzo politicamente gradito: si fa in modo che possano competere e che il consumatore possa scegliere.
In altre parole, un governo liberale non dovrebbe chiedere al mercato di comportarsi come lo Stato. Dovrebbe togliere allo Stato tutto ciò che impedisce al mercato di funzionare.
È questa la differenza tra una politica liberale e il dirigismo, anche quando il dirigismo arriva – così si declama – con buone intenzioni e con il logo del cane a sei zampe.
Perché il punto non è stabilire se 1,99 euro siano tanti o pochi. Il punto è molto più semplice: chi deve decidere il prezzo, il mercato o il Palazzo? Una domanda, diciamo così, pasoliniana
Carlo Gambescia



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