sabato 1 agosto 2026

Giorgia Meloni e l'etnodelirio come tecnica di governo

 

Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per descrivere non più la realtà, ma l’immaginazione politica di chi le pronuncia. “Invasione”, “emergenza”, “assedio”, “difesa dei confini”. Da anni il lessico pubblico italiano ruota attorno a questi concetti, anche quando i fatti raccontano una storia assai più complessa.

L’ultima decisione del governo di sospendere temporaneamente il regime di libera circolazione con la Spagna nei collegamenti marittimi e aerei, in seguito agli sbarchi a Ceuta, si inserisce perfettamente in questa dinamica.

Per capirsi: La “sospensione di Schengen” è anzitutto una costruzione linguistica: sul piano giuridico si tratta della temporanea reintroduzione dei controlli alle frontiere interne, non della chiusura dei confini. Ma la forza simbolica dell’espressione contribuisce a trasformare una misura amministrativa in una rappresentazione politica dell’emergenza. 

Naturalmente, nessuno nega che uno Stato abbia il diritto di controllare le proprie frontiere. Né che Schengen preveda, in circostanze eccezionali, la possibilità di reintrodurre controlli temporanei. Il problema è un altro. Ogni limitazione della libertà di circolazione dovrebbe rispondere a un principio elementare del liberalismo: quello della proporzionalità.



Ed è qui che sorgono i dubbi.

Le immagini provenienti da Ceuta mostrano migliaia di persone che tentano di raggiungere l’enclave spagnola. È una situazione seria. Ma è anche vero che molti migranti sono stati rapidamente respinti o ricondotti in territorio marocchino, mentre altri sono stati trasferiti nei centri di accoglienza spagnoli. Dov’è, allora, la minaccia concreta e immediata per l’Italia tale da giustificare una misura che coinvolge i rapporti con uno dei principali partner europei?

La risposta sembra trovarsi meno nella cronaca che nella metapolitica.



Ogni scelta di governo tende a essere giustificata attraverso un sistema di argomenti che la presenta come inevitabile, necessaria, perfino salvifica. È un processo fisiologico di razionalizzazione. Ma quando la giustificazione si allontana eccessivamente dalla realtà empirica, il rischio è quello di costruire una rappresentazione ideologica dei fatti che, a seconda della situazione storica, può assumere i caratteri di un autentico delirio ideologico, nel quale il rapporto con i fatti si spezza e ogni evento viene piegato a confermare una narrazione precostituita.

Detto altrimenti, può assumere i tratti di una sorta di patologia della percezione politica – in senso metaforico non clinico – nella quale il principio di realtà viene progressivamente sostituito dal principio di conferma ideologica. A quel punto i fatti non servono più a comprendere il mondo, ma soltanto a legittimare decisioni già prese. L’enfasi sulla “minaccia” non deriva tanto dalla consistenza empirica dell’evento quanto dalla necessità metapolitica di alimentare la distinzione amico-nemico e di legittimare politiche eccezionali.

È ciò che potremmo chiamare etnodelirio.

Non si tratta semplicemente di xenofobia, né soltanto di nazionalismo. L’etnodelirio consiste nella tendenza a interpretare qualsiasi fenomeno migratorio come una minaccia esistenziale all’identità della comunità nazionale. La sicurezza smette di essere una questione amministrativa e diventa una categoria simbolica. Il migrante non è più una persona che attraversa una frontiera, ma il segno tangibile di una presunta dissoluzione della civiltà.

Come accennavamo è  in questo quadro che anche una misura temporanea assume un significato politico molto più ampio del suo contenuto tecnico.




Per rafforzare la coesione interna è necessario rendere permanente la percezione di una minaccia esterna. Cioè serve un nemico. Non importa tanto la consistenza oggettiva del pericolo. Conta la sua rappresentazione. La politica, da questo punto di vista, produce molta più sicurezza percepita che sicurezza reale.

Torniamo così al punto iniziale. Il linguaggio si fa sempre più drammatico: “difendere i confini”, “proteggere la Nazione”, “fermare i trafficanti”. Espressioni che nessuno contesterebbe in astratto, ma che finiscono per fondere fenomeni profondamente diversi — immigrazione, criminalità organizzata, terrorismo, identità nazionale — in un unico romanzo criminale, emotivamente potente.

Si può parlare di effetto compositivo: una successione di episodi relativamente circoscritti e non legati tra di loro, che, attraverso la loro continua ripetizione comunicativa, costruisce nell’opinione pubblica l’impressione di vivere in uno stato di emergenza permanente.





La cittadinanza tende così a trasformarsi in folla. E, come osservava Gustave Le Bon, la folla non ragiona: reagisce per suggestione, amplifica le emozioni, cerca simboli e capi da acclamare o da demonizzare. E, per riprendere il titolo di un noto libro sulla Germania nazista, finisce per vivere nella condizione in cui “tutti gridavano: Heil! Heil!”: non perché la storia si ripeta, ma perché la psicologia delle masse conserva sorprendenti regolarità.

Così però la politica smette di governare gli eventi e comincia a governare le percezioni emotive della realtà: la folla non ragiona, reagisce; non valuta, si contagia; non cerca la verità, ma conferme alle proprie paure.

 


Il paradosso è che uno dei pilastri della costruzione europea, la libertà di circolazione, viene presentato come un lusso da sospendere non appena l’opinione pubblica manifesta inquietudine. In questo modo il principio liberale si trasforma in una concessione revocabile, subordinata alle oscillazioni del consenso.

È una dinamica che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto. Perché le libertà non vengono quasi mai abolite di colpo. Come ci capita spesso di osservare, vengono gradualmente ridimensionate: ogni volta per una ragione apparentemente convincente; ogni volta, “solo temporaneamente”; ogni volta, “per motivi di sicurezza”.



L’etnodelirio non consiste dunque nel controllare una frontiera. Consiste nel fare della frontiera il centro della politica. Quando l’identità etnica o nazionale diventa il criterio dominante attraverso cui interpretare ogni problema sociale, economico o internazionale, il rischio è quello di sostituire l’analisi con la mobilitazione emotiva.

È una scorciatoia che produce consenso. Ma raramente produce buon governo. E, soprattutto, allontana la politica dalla sua funzione essenziale: affrontare la realtà per quella che è, non per quella che conviene rappresentare.

Carlo Gambescia