giovedì 1 ottobre 2026

Briscola, letto e figli: la grande sociologia di “Libero”

 




Perfetto. Abbiamo finalmente trovato la causa della crisi demografica italiana: lo smartphone. Una volta si giocava a briscola, ci si annoiava e, finita la partita, si tornava a casa dalla moglie. Bastava spegnere la radio, poi il televisore, e il gioco era fatto. 

Oggi, invece, ci portiamo il cellulare sotto le lenzuola e, “scrollando scrollando”, ci addormentiamo. Lo sostiene Lucia Esposito, responsabile delle pagine culturali di “Libero”, in corsivo che, naturalmente, va preso anche per quello che è: un pezzo d’umore, una provocazione, una strizzata d’occhio al lettore. Benissimo. 

Ma un corsivo è un corsivo, naturalmente: può scherzare, semplificare, perfino esagerare. Ma proprio per questo è interessante vedere quali idee si nascondono dietro l’ironia o presunta tale.

La teoria, comunque, ha il pregio della semplicità, anzi del semplicismo: meno briscola, meno noia, meno figli.

Peccato che non sia sociologia. È nostalgia con il mazzo di carte in mano.

Quella società nella quale gli uomini giocavano a briscola e le donne aspettavano a casa non era soltanto più “relazionale”. Era una società di ruoli molto più rigidi, di minore autonomia femminile, di matrimonio come norma sociale e di sessualità fortemente incanalata dentro il matrimonio.


E per chi cercava un’alternativa non è che ci fosse esattamente un paradiso della libertà: c’erano anche le case chiuse, dove le donne che vi lavoravano vivevano una condizione di subordinazione e sfruttamento. Insomma, non proprio il modello antropologico da rimpiangere.

Ma c’è un problema ancora più grosso. Perché mai la “crisi demografica” dovrebbe avere come risposta automatica: fate più figli?

 Che l’Italia stia invecchiando e che nascano pochi bambini è un fatto demografico. Che questo debba necessariamente essere considerato una catastrofe nazionale è invece un giudizio. E non è affatto un assioma liberale. Può essere una preoccupazione legittima; non è una legge della natura.

Soprattutto, non possiamo far finta di non vedere che in una parte della destra la preoccupazione demografica si accompagna alla paura della cosiddetta “sostituzione”. Cioè all’idea che, se gli italiani fanno meno figli e arrivano più immigrati, non ci si limiti a cambiare composizione della popolazione: si perda addirittura la propria civiltà. 

 


Ma questa è una vecchia idea, e anche piuttosto pericolosa: confonde una popolazione con una cultura, il sangue con la civiltà, la demografia con l’identità. La cultura, per fortuna, è molto più mobile della genealogia biologica ( o forse è più opportuno parlare di pedigree…).

Alla domanda che prima o poi arriva sempre — “Ma allora ci estinguiamo?” — si può rispondere con molta semplicità: fisicamente, può darsi. Culturalmente, non è affatto detto. 

Perché le culture non si trasmettono soltanto attraverso la riproduzione biologica ( a proposito come si chiamava quel tale con i baffetti, in divisa fissato con la purezza razziale? Adenoid Hynkel, sì è lui, quello che aveva come amico Bonito Napoloni…).

 

Le culture passano attraverso libri, scuole, lingue, istituzioni, opere, idee, traduzioni, persone. Le vie della cultura sono infinite e spesso imprevedibili. Una parte decisiva della cultura greca arrivò all’Occidente latino anche attraverso il mondo arabo-islamico medievale, che tradusse, studiò e trasmise opere della filosofia e della scienza greche. La cultura, insomma, non chiede il certificato di nascita a chi la eredita.

E allora forse sarebbe il caso di smetterla con la “teoria della sostituzione”, vecchio arnese del pensiero identitario, e tornare a una concezione più liberale della società.

I figli sono una scelta, non un servizio patriottico.

 

Una società libera può aiutare chi desidera avere figli, rimuovere ostacoli economici e sociali, favorire la formazione di famiglie. Ma non può trasformare la natalità in un dovere verso la nazione, né la diminuzione della popolazione in una minaccia esistenziale.

Quanto alla briscola, lasciamola dov’è. È probabilmente più divertente della teoria demografica che dovrebbe salvare l’Italia.

E, soprattutto, non scambiamo la sopravvivenza biologica di una popolazione per la sopravvivenza di una civiltà. Una civiltà muore quando smette di generare idee, non semplicemente quando genera meno figli.

Carlo Gambescia