mercoledì 9 settembre 2026

Onda nera. La terza offensiva

 

Ieri sera, con un amico, si discuteva di come fermare l’“onda nera”. Alla stessa ora Marco Damilano, nel minispazio Benedetto Croce — ogni epoca di ferro ha i suoi eroi — disquisiva sulla natura non originale del termine, perché saremmo dinanzi a un fenomeno politico nuovo, eccetera, eccetera. Quindi occorrono nuove coordinate, e così via.

Damilano esemplifica molto bene la crisi della sinistra dinanzi a una situazione che, in realtà, così nuova non è.

Diciamola tutta: cambiare il nome alle cose non cambia la sostanza delle cose.

In fondo Trump, che alcuni osservatori considerano, anche giustamente, il fatto nuovo della politica americana, che cos’è? Un presidente che, sul piano politico e simbolico, recupera e porta nel presente un immaginario populista e nazionalista di matrice sudista. E quindi, in molti suoi atteggiamenti, sembra ragionare come se il vecchio Sud fosse tornato sulla scena. Che c’è di nuovo? Nulla o quasi. Cioè, rispetto ai valori della Costituzione americana, Trump è il primo presidente che li mette apertamente in discussione e tenta di sabotarli. Lo dice, lo ripete, lo dichiara persino con soddisfazione.

Tornando a Damilano, che, se non erro, ha un dottorato in storia contemporanea, andrebbe ricordato che stiamo assistendo alla terza grande offensiva storica contro il liberalismo europeo.

La prima risale al periodo della Restaurazione (1815-1848), quando la controrivoluzione tentò di ricacciare indietro le idee liberali e costituzionali emerse dalla Rivoluzione francese. La seconda si sviluppò tra le due guerre mondiali (1918-1939), con la crisi delle democrazie liberali, l’affermazione dei fascismi e il successo dei comunismi rivoluzionari. La terza rimanda al consolidamento dell’aggressiva Russia putiniana e all’ascesa del trumpismo, dal principio del nuovo secolo in poi. Quindi c'è poco da minimizzare.

Quindi, nulla di nuovo sotto il sole. Si potrebbe giocare con i colori: onda rossobruna, onda rossonera. In realtà, che estrema sinistra ed estrema destra possano giocare di conserva contro la società liberale era già noto al tempo di Weimar. Come del resto era noto il plebiscitarismo interclassista di Napoleone III, che amava presentarsi come l’uomo del popolo, al di sopra delle classi e dei partiti.

Ma si pensi soprattutto al meccanismo vandeano, più volte scattato nella storia: l’alleanza tra nobili, preti e popolo. Non si dimentichi mai il contadino sanfedista del 1799: “Chi tène pane e vvino, ‘e sicuro è giacubbino”. Insomma, che vi fosse una cesura culturale tra l’elettore — semplifichiamo — di destra e quello di sinistra era cosa riconosciuta, senza alcuna vergogna, già allora. Anzi, nelle pittoresche bande armate del cardinale Ruffo, l’analfabetismo poteva persino diventare un titolo di merito.

Da allora la destra va a rimorchio di una specie di controrivoluzione dei somari, che si fa bella della propria somaraggine. Il che spiega anche le polemiche di questi giorni, sull’elettore di destra a suo agio solo tra le superstizioni politiche. E anche oggi la destra se ne fa vanto. Diciamo che in tre secoli la destra ha imparato a fare di necessità virtù.

Alla controrivoluzione — perché dal lazzarone napoletano allo scalmanato attivista dell’AfD di questo, storicamente, si deve parlare — vanno opposti i valori rivoluzionari del liberalismo. E senza mezzi termini. Soprattutto, senza recedere di un passo.

 


Perciò, che fare?

1) Parlare di onda nera controrivoluzionaria, soprattuto nella prospettiva storica a tre fasi che qui abbiamo indicato. Non per giocare cone le etichetta suggestive, ma per ricordare che dietro le molte differenze nazionali, linguistiche e ideologiche esiste una costante: la rivolta contro la società aperta, il pluralismo, il costituzionalismo e l’universalismo dei diritti.

2) Evitare di distinguere troppo disinvoltamente tra una destra che si dice moderata e una destra che si dichiara radicale.
Per capirsi: tra Meloni e Vannacci c’è la stessa differenza che intercorre tra chi entra dalla porta principale e chi preferisce quella di servizio. Cambiano il linguaggio, i tempi, il dosaggio. Ma la direzione di marcia può essere la stessa.

3) L’unica politica valida con questa gente è quella del cordone sanitario. Non significa mettere fuori legge qualcuno. Significa non normalizzare ciò che normale non è: non allearsi, non legittimare culturalmente, non fare da stampella, non inseguire sul loro terreno chi mette in discussione i presupposti della società liberale.



E qui veniamo al punto.

La sinistra continua a cercare parole nuove per descrivere fenomeni vecchi. La destra radicale, invece, spesso fa qualcosa di molto più semplice: prende parole vecchie, paure vecchie e risentimenti vecchi e li rimette in circolazione.

Il liberalismo, se vuole tornare ad essere la spina dorsale dell’Occidente, deve finalmente smettere di vergognarsi di essere liberale. Non deve inventarsi una nuova identità. Deve coltivare e difendere l’antica gioia  per l'Albero della Libertà.

E per fare questo ne serve memoria. Perché l’onda nera, in fondo, non è nuova. Nuova è soltanto la nostra smemoratezza

Carlo Gambescia

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