venerdì 4 settembre 2026

Meloni, il Governo più lungo della Repubblica. Ma è cambiata la mentalità


 
Siamo sinceri: se non fosse per l’impronta mentale, il Governo Meloni sarebbe uno dei tanti governi repubblicani: il più lungo, ma comunque un governicchio. La durata, insomma, non è di per sé una prova di qualità politica.

 Il problema vero di questo governo è altrove. È nello sguardo ossessivamente rivolto alla sicurezza, in tutti gli ambiti: dalla criminalità ai migranti, dal degrado urbano all’ordine pubblico. Una sicurezza che tende a essere perseguita attraverso l’estensione dei controlli, delle interdizioni, delle espulsioni, delle nuove fattispecie di reato. E, soprattutto, con una crescente insofferenza verso quello che viene percepito come il “paracadute” della magistratura, cioè verso i limiti che lo Stato di diritto pone all’azione del potere.

Non è un’impressione campata in aria. Le cosiddette “zone rosse”, introdotte e progressivamente estese dal ministro Piantedosi, consentono di vietare la presenza in determinate aree urbane a soggetti ritenuti pericolosi sulla base dei loro precedenti e dei loro comportamenti. E, più in generale, tra decreti-legge, leggi e altri interventi normativi, da ultimo nell’aprile di quest’anno, il Governo Meloni ha progressivamente ampliato gli strumenti di controllo e repressione: dalle norme sulle occupazioni ai blocchi stradali, dalle nuove fattispecie di reato agli interventi sugli istituti penitenziari, fino alle disposizioni sulla sicurezza delle strutture per migranti.

Presi uno per uno, questi provvedimenti possono naturalmente essere discussi anche se non proprio condivisibili. Presi nel loro insieme, delineano però una precisa idea della politica: la sicurezza come risposta privilegiata alla complessità sociale.

Ed è qui che, sulla sicurezza, affiora l’iceberg della mentalità fascista di questo governo. Perché non semplicemente autoritaria?

In primo luogo, perché l’Italia ha inventato il fascismo, e certe eredità politiche sono dure da superare. In secondo luogo, perché l’idea di sicurezza che anima questa destra rinvia a un’antropologia negativa dell’uomo: l’uomo visto anzitutto come potenziale minaccia, come soggetto da controllare, da sorvegliare, da contenere. Alla quale si somma una sorta di psicopatologia del diverso: dello straniero, del migrante, del marginale, del soggetto che non rientra nell’immagine rassicurante della comunità.

In secondo luogo — ed è forse il punto più grave — perché la diffusione di questa cultura securitaria è favorita, mai come oggi, da un immaginario collettivo nel quale tornano parole d’ordine e categorie che appartengono alla tradizione fascista, ma che vengono riproposte senza necessariamente richiamarla direttamente.

È precisamente qui che la politica diventa metapolitica: razionalizzazione ex post dell’immaginario.

Si rifletta. L’attacco della destra alla woke culture — pur considerando gli eccessi, talvolta ridicoli, della stessa — rinvia anche a questo terzo fattore: si gioca sulla “dimenticanza”. Ma quale restare svegli? Il fascismo è roba di un secolo fa, eccetera, eccetera.

Si vuole smantellare la cattiva memoria storica del fascismo, o comunque quel poco che ancora ne resta. Un partigiano, e non solo in Italia, viene presentato come un reperto preistorico, possibilmente riconducibile al paleocomunismo, e così via. Dalla tragedia si vuole passare all’operetta, e dall’operetta all’avanspettacolo.

Chi parla di antifascismo viene ridicolizzato. L’antifascista è diventato una specie di macchietta: il nonno mezzo rimbambito di una volta, quello che la sparava grossa, non riconosceva i nipoti e viveva ormai fuori dal tempo.

Qui sta il vero pericolo.

Non nel ritorno del fascismo storico, naturalmente. Nessuno sta preparando una marcia su Roma. Il problema è più sottile: è cambiata la mentalità. Si è indebolita la soglia culturale che impediva a certe parole, certe rappresentazioni dell’uomo e certe idee del potere di tornare pienamente rispettabili.

Il virus fascista, insomma, non è tornato come regime. È tornato come possibilità mentale.

Pertanto, suona veramente ridicolo — e questa volta sul serio — magnificare il fatto che il Governo Meloni abbia creato, secondo i dati ufficiali, oltre un milione di posti

di lavoro. 

Ammesso e non concesso che il dato basti da solo a misurare la qualità di un governo, anche le dittature hanno saputo esibire grandi risultati occupazionali. 

Hitler, per esempio, ridusse drasticamente la disoccupazione. Ma lo fece anche attraverso il riarmo, la militarizzazione dell’economia, il lavoro coatto e la distruzione delle libertà sindacali. Il numero dei posti di lavoro, da solo, non dice dunque nulla sulla qualità politica di un regime. E nemmeno di un governo.  

 Carlo Gambescia

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