Dunque, il governo Meloni ha deciso: nelle classi delle scuole italiane non potranno esserci più del 30 per cento di alunni stranieri, secondo criteri e condizioni stabiliti dal nuovo provvedimento (*). La motivazione ufficiale è quella dell’integrazione. Più precisamente, dell’integrazione linguistica. Evitare le cosiddette «classi-ghetto» (parola magica che tanto piace a una destra che si finge compassionevole), favorire l’apprendimento dell’italiano, impedire che la concentrazione degli alunni stranieri renda più difficile il lavoro degli insegnanti.
Tutto ragionevole, almeno a prima vista. Ma è proprio a questo punto che cominciano le domande. Se il problema è la lingua, perché il criterio è la cittadinanza? E soprattutto: come si impara una lingua? Parlandola. Con chi? Con gli altri. Dove? Anche e soprattutto a scuola. Il paradosso è dunque abbastanza evidente: per favorire l’integrazione linguistica si introduce un limite alla concentrazione dei bambini stranieri, cioè proprio di quei bambini che dovrebbero integrarsi attraverso la quotidiana relazione con i loro coetanei italiani nel luogo dove trascorrono la maggior parte della giornata: la scuola.
Naturalmente si può obiettare che una concentrazione eccessiva di bambini con scarsa conoscenza dell’italiano può creare problemi didattici. È un’obiezione seria e non va ignorata. Ma allora il problema è la conoscenza dell’italiano, non la presenza dello straniero in quanto tale.E qui arriva il dettaglio che cambia il significato politico dell’intera faccenda. Giorgia Meloni, parlando della misura, ha evocato anche il rischio che i bambini italiani «si sentano minoranza» nelle loro classi. Ecco il punto.
Perché se siamo partiti dalla lingua, siamo finiti nella maggioranza e nella minoranza. Siamo partiti dall’integrazione scolastica e siamo arrivati alla composizione etnica percepita della società. Ma che cosa c’entra, esattamente, l’essere maggioranza o minoranza con l’apprendimento dell’italiano?
Un bambino straniero può parlare perfettamente italiano, mentre un altro può avere difficoltà a esprimersi nella nostra lingua. Il fatto di essere straniero, dunque, non dice nulla, di per sé, sulla conoscenza dell’italiano. E la lingua non si eredita: si impara vivendo e parlando con gli altri.
La storia, del resto, dovrebbe renderci prudenti quando si pretende di utilizzare la lingua come foglia di fico di distinzioni che sono in realtà di altra natura. Gli ebrei tedeschi, per esempio, parlavano tedesco. Molti erano perfettamente integrati nella cultura tedesca, spesso da generazioni. Non fu la lingua a salvarli dalle persecuzioni naziste. Perché il razzismo, quando diventa ideologia politica, trova sempre un criterio ulteriore per distinguere “noi” da “loro”.
Naturalmente non sto dicendo che il governo Meloni sia il regime nazista. Sarebbe una sciocchezza storica prima ancora che politica. Sto dicendo un’altra cosa: la storia del XX secolo insegna che la discriminazione non comincia necessariamente negando la lingua dell’altro. Può cominciare molto più banalmente dalla costruzione di una distinzione tra una maggioranza che deve essere protetta e una minoranza che deve essere amministrata. Ed è precisamente questa trasformazione che dovrebbe preoccuparci. Perché una cosa è dire: “Dobbiamo evitare che bambini con gravi difficoltà linguistiche vengano concentrati nella stessa classe, per aiutarli a imparare meglio l’italiano”. Altra cosa è dire: “Dobbiamo evitare che i bambini italiani si sentano minoranza”. Nel primo caso siamo nella pedagogia. Nel secondo siamo già nella politica identitaria.
E qui, diciamolo senza troppi giri di parole, emerge il problema di una certa destra contemporanea: la difficoltà di considerare la diversità come un fatto normale della società aperta e non come una questione da contenere, distribuire, controllare.
Lo straniero diventa così un ossessionante problema di quantità. Prima ancora di essere un bambino, diventa una percentuale. Trenta per cento. Non trentuno. Non trentadue. Una bella cifra rotonda, amministrativamente rassicurante. Peccato che i bambini non siano percentuali. Di più, che la “persona” non sia una “cosa”.
E l'aspetto curioso è che l’integrazione funziona esattamente al contrario. Un bambino impara la lingua entrando in relazione con altri bambini; impara le regole della convivenza frequentando altri bambini; impara che l’altro non è “l’altro” vivendo quotidianamente con lui. La scuola, da questo punto di vista, non è soltanto il luogo dove si trasmettono conoscenze. È uno dei principali laboratori della convivenza civile.
Certo, nessuno pretende classi nelle quali l’insegnante debba dedicare quasi tutto il proprio tempo a insegnare l’italiano di base. Servono strumenti, insegnanti, risorse, corsi di sostegno linguistico. Se necessario, anche una diversa distribuzione degli alunni. Ma se questo è il problema, si affronti il problema. Non lo si trasformi nell’ossessionante questione di una maggioranza italiana da difendere a tutti i costi. Perché a quel punto la lingua diventa soltanto la foglia di fico.
Sotto, rimane un’idea assai più semplice: ci sono quelli che appartengono e quelli che arrivano. Quelli che sono “noi” e quelli che sono “loro”. E quando i “loro” diventano troppi, bisogna mettere un tetto. È questa, più che la percentuale, la questione sulla quale sarebbe il caso di discutere.
Una società libera non si misura soltanto dalla capacità di accogliere la diversità quando è piccola e invisibile. Si misura dalla capacità di convivere con la diversità quando diventa visibile, quotidiana, perfino maggioritaria in qualche quartiere o in qualche scuola. Altrimenti si corre il rischio di confondere l’integrazione con l’assimilazione e la convivenza con il controllo delle proporzioni.E allora una domanda, alla fine, rimane. Se davvero il problema è insegnare l’italiano ai bambini stranieri, perché preoccuparsi tanto che i bambini italiani possano sentirsi minoranza? La lingua si insegna. La convivenza si impara. La diversità, invece, non si può mettere in una percentuale.
Carlo Gambescia
(*) Qui un’esposizione ragionata del decreto: https://www.orizzontescuola.it/decreto-scuola-non-solo-tetto-agli-alunni-stranieri-in-classe-alle-1630-il-consiglio-dei-ministri/ .





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