sabato 19 settembre 2026

Ricordo intimo di Sandro Mazzola

 

Sono laziale,  ma da bambino tifavo per  la Grande Inter. E, a pensarci bene, soprattutto tifavo Sandro Mazzola.

In famiglia non si seguiva il calcio. Avevo però uno zio e un cugino, mio coetaneo, entrambi laziali. Furono loro a trasmettermi il “morbo” biancoceleste. Poi però arrivò il grande Chinaglia, anno di grazia 1969, e la scelta diventò definitiva. La “malattia” si tramutò in cronica. Perciò eccomi qui, tra la folla tumultuosa della presa della Bastiglia Lotitiana. Per inciso sono sempre i migliori che se ne vanno…

Ma prima c’era stata la Grande Inter.

A quell’età non esistono ancora le appartenenze calcistiche come le conosciamo da adulti. Esistono i giocatori. E alcuni sembrano fatti apposta per essere ammirati da un bambino.

Mazzola era uno di questi. Lo ricordo per quella maniera nervosa e potente di stare in campo. Quando prendeva la palla sembrava sempre voler andare verso la porta. Era rapido, verticale, capace di inserirsi e di concludere. Non aveva bisogno di spiegazioni tattiche: lo capivi guardandolo.

La Grande Inter di Helenio Herrera (e di Moratti), simpatico picaro, era una macchina tattica straordinaria (questo l’ho capito dopo, ovviamente), fondata sulla difesa, sul contropiede e sulla disciplina quasi militare. Mazzola era però qualcosa di più di un ingranaggio: era uno dei giocatori che trasformavano quella macchina in spettacolo.

E poi c’era Rivera. La contrapposizione fra i due appartiene alla storia del calcio italiano. Ma non credo abbia molto senso chiedersi oggi chi fosse il più grande. Erano diversi. Rivera era il giocatore della pausa, del palleggio, dell’assist, dell’intuizione. Mazzola era più verticale, più aggressivo, più vicino alla porta.

Rivera sembrava avere bisogno di un istante per pensare. Mazzola sembrava averne uno in meno.

La famosa staffetta del Mondiale messicano del 1970 nacque anche da questa diversità. Mazzola e Rivera erano due modi differenti di interpretare il calcio. E forse proprio per questo quella rivalità continua ancora oggi a interessare. 

Ma Mazzola aveva anche un’altra storia sulle spalle: era il figlio di Valentino.

Aveva meno di sette anni quando il padre morì a Superga. Crescere con quel cognome significava portare con sé una leggenda già formata. Eppure Sandro riuscì nell’impresa più difficile: diventare Mazzola senza essere soltanto il figlio di Valentino.

I due gol nella finale di Coppa dei Campioni del 1964 contro il Real Madrid rappresentarono, forse, il momento simbolico di quella definitiva emancipazione. Da allora non fu più soltanto il figlio di una leggenda. Era diventato una leggenda anche lui.

E proprio allora, avevo dieci anni, iniziai a tifare la Grande Inter.

Poi, anno di grazia 1969, diventai laziale. Ricordo che comprai subito dal giornalaio sotto casa, per lire mille, la Storia della Lazio di Mario Pennacchia. Dovevo documentarmi per essere un laziale perfetto. Per inciso in copertina spiccava, in stile pop-art, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, cannoniere e capitano della Lazio. Un passaggio di testimone, diciamo così.

A casa mi tuffai nella lettura. Mia madre che credeva studiassi, orgogliosa, mi preparò una bella tazza di cioccolato. Salvo poi accorgersi, sbirciando la copertina, che il mio improvviso zelo per lo studio aveva poco a che fare con la scuola. Diciamo che avevo scelto una materia a modo mio. La cioccolata, però, ormai era servita.

Eppure, per dirla con Battiato, avevo già la Luna e Urano nel Leone. A quindici anni avevo già cominciato a fare lo studioso.

La prima squadra che ama un bambino, però, non si dimentica completamente. Rimane da qualche parte, anche quando la vita porta altrove.

Per questo oggi, davanti alla morte di Sandro Mazzola, mi accorgo che non sto ricordando soltanto un grande calciatore. Sto ricordando una parte della mia infanzia.

E forse è proprio questo che succede quando muoiono i campioni che abbiamo visto da bambini: non muore soltanto un pezzo della storia del calcio. Muore un piccolo pezzo del tempo in cui noi eravamo bambini.

Buon viaggio, Sandro. Non so verso dove, né mi pronuncio. So però che, nella memoria di chi ti ha visto giocare da bambino, e di chi è venuto dopo, resterai per sempre in campo. Perché una leggenda, quando lo è davvero, non esce mai dal campo.


Carlo Gambescia

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