giovedì 17 settembre 2026

Bollo auto. Da Fernando Tambroni a Giorgia Meloni

 


C’è un problema culturale, prima ancora che politico.Un problema di cultura storica.

L’abolizione del bollo auto per un anno, con la promessa che la misura diventerà strutturale, appartiene a quella vecchia tradizione della politica italiana che ama presentare un vantaggio immediatamente percepibile come grande conquista sociale. Una forma di demagogia fiscale, insomma.

E qui veniamo alla cultura storica, di cui oggi sembrano essere privi molti cronisti e osservatori. Di fronte all’iniziativa del governo Meloni si è subito citato Berlusconi, probabilmente per l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, promessa nel 2006 e realizzata nel 2008. Per non parlare della promessa di cure odontoiatriche gratuite per gli anziani bisognosi, altra celebre promessa elettorale berlusconiana, riproposta nel 2014.

Ma se si vuole cercare un precedente nella storia repubblicana, bisogna tornare molto più indietro: a Fernando Tambroni.
Nel maggio 1960 il governo Tambroni deliberò riduzioni dei prezzi di alcuni beni di largo consumo: benzina, che ad esempio passò da 120 a 100 lire il litro, zucchero, gasolio e banane. Erano provvedimenti destinati ad avere un’immediata ricaduta sulla vita quotidiana degli italiani (*).

Il contesto politico era tutt’altro che tranquillo: era in gioco la svolta a sinistra della Dc. Tambroni, democristiano  di  Ascoli Piceno, guidava un governo monocolore, nato come soluzione provvisoria in una fase di passaggio dal centrismo al centrosinistra. Il governo raccoglieva esponenti delle diverse correnti democristiane, ma si trovò presto a dipendere dai voti del Movimento Sociale Italiano.

Tambroni, che aveva formato il suo governo il 25 marzo 1960, ottenne la fiducia della Camera l’8 aprile grazie ai voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, allora guidato da Arturo Michelini, esponente della linea più favorevole all’inserimento del MSI nel sistema parlamentare e alla collaborazione con la Democrazia cristiana. Il 29 aprile arrivò anche la fiducia del Senato.

Non è necessario sostenere che Tambroni avesse abbassato quei prezzi semplicemente per comprare il consenso del MSI. Il punto storico è un altro: il governo si trovava in una situazione politica estremamente fragile e adottava provvedimenti di immediata presa popolare. Non a caso, proprio discutendo della riduzione del prezzo della benzina, il ministro dell’Industria Emilio Colombo accusò Tambroni di “demagogia”.

Poi arrivò la crisi. Come nella favola dello scorpione e della rana, il MSI non rinunciò alla propria identità politica e decise di tenere il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. La scelta provocò una mobilitazione antifascista. Con Sandro Pertini in prima linea. Seguirono scontri e manifestazioni in diverse città italiane. A Reggio Emilia, il 7 luglio, furono uccisi cinque manifestanti. La crisi politica divenne così irreversibile e Tambroni presentò le dimissioni il 19 luglio.

Il suo governo era durato pochi mesi. Naturalmente, nessuno penserebbe seriamente di identificare il governo Meloni con quello Tambroni. Sono epoche, sistemi politici e contesti completamente diversi.

È però sul terreno della demagogia economica che il precedente torna alla mente. Cambiano i partiti, cambiano le parole, cambiano gli strumenti. Ma resta una tentazione antica: quando il consenso politico deve essere consolidato, offrire al cittadino qualcosa che possa vedere, utilizzare e possibilmente ricordare. Meglio ancora se il beneficio può essere tradotto in una cifra facilmente comprensibile: meno tasse, meno bollo, meno spesa.

È la politica di mettere  denaro nelle tasche degli elettori, che conserva sempre il suo fascino elettorale.  Si chiama anche "politica delle mancette".  Puro populismo. 

E qui la cultura storica dovrebbe servire proprio a questo: non a stabilire che la storia si ripete, perché la storia non si ripete mai esattamente. Serve piuttosto a riconoscere alcune forme ricorrenti della politica, diciamo forme metapolitiche: la ricerca del consenso, l’inclusione e l’esclusione, la conservazione del potere.

La questione, dunque, non è stabilire se Giorgia Meloni sia Fernando Tambroni. Non lo è. La questione è capire perché, nella politica italiana, la demagogia fiscale continui a essere così facilmente scambiata per politica sociale.
 

E forse c’è un’ultima ironia. Nel 1960 la parola antifascismo conservava ancora una forza politica e storica enorme. Oggi, invece, basta spesso pronunciarla perché qualcuno rida, qualcun altro si indigni e quasi nessuno si preoccupi più di ricordare esattamente che cosa accadde.

È questa, forse, la vera differenza tra allora e oggi. Non sono cambiati soltanto i politici. È cambiata anche la memoria degli italiani.

Carlo Gambescia

 

(*) Per una ricostruzione recente della crisi politica del 1960 e del governo Tambroni, si veda F. Amatori e G. Melis (a cura di), Luglio 1960. Le tensioni del cambiamento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023, in particolare la sezione dedicata a Fernando Tambroni, “resistibile ascesa e rovinosa caduta”.





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