martedì 1 settembre 2026

Lo spirito di rassegnazione dei russi. Una microstoria del potere

 

Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso impazzavano gli studi sulla vita quotidiana. Sulla scia della  École  des Annales — Bloch, Febvre, Braudel, eccetera — nacquero studi e microstorie sulle non sempre previste incrostazioni secolari di cui si nutriva la vita quotidiana di uomini e donne.

La microstoria è passata di moda da un pezzo e oggi se ne parla molto meno. Peccato. Perché, ad esempio, potrebbe aiutarci a capire qualcosa del sostegno dei russi a Putin, così come prima del sostegno al potere sovietico, dopo quasi settant’anni di comunismo. E, andando ancora più indietro, dei tre secoli di potere dei Romanov.

Che cosa ci insegna, in fondo, lo studio della vita quotidiana? Che i comportamenti umani fondamentali sono fondati sull’invenzione, ma anche sulla ripetizione e sulla mimesi. Le società sono profondamente conservatrici. Anche i comportamenti innovativi, che non sempre vengono percepiti come tali, ma possono essere semplicemente il perseguimento di interessi e passioni umane, hanno bisogno di molto tempo per sedimentarsi ed essere accettati, dopo la conferma dei fatti, come una sorta di migliore dei mondi possibili.

Ora, da questo punto di vista, qual è il lato strutturale profondo della vita politica russa? Quello di una familiarità con la sottomissione al potere politico e sociale, alla quale corrisponde una certa rassegnazione.
Non si tratta, naturalmente, di una caratteristica antropologica eterna del popolo russo. Sarebbe una spiegazione tanto facile quanto sbagliata. Si tratta piuttosto di un’abitudine politica e sociale prodotta dalla lunga ripetizione di determinate forme di potere imbevute di arcaicità, quasi animale.

Per capirsi: dall’istituzionalizzazione della dinastia Romanov fino al 1917 si possono individuare almeno cinque grandi rotture dell’ordine politico: la rivolta di Stenka Razin nel Seicento, quella di Pugačëv nel Settecento, il movimento decabrista del 1825, la rivoluzione del 1905 e infine la crisi rivoluzionaria del 1917, culminata nella presa del potere bolscevica dell’ottobre.



Cinque grandi fratture in quasi tre secoli non significano, naturalmente, assenza di conflitti, rivolte, sommosse e resistenze. Significano però che la struttura politica fondamentale — il potere verticale, concentrato e autoritario — mostrò una straordinaria capacità di riprodursi.

Poi arrivò il Novecento sovietico. Una nuova ideologia, un nuovo regime, una nuova classe dirigente. Ma anche una continuità sorprendente: il monopolio politico, la concentrazione del potere, la subordinazione dell’individuo allo Stato.

La vera grande crisi arrivò tra il 1989 e il 1991, quando entrò in crisi l’intero sistema sovietico e l’Unione Sovietica cessò di esistere.

Ma tra il 1999 e il 2000 accadde qualcosa di altrettanto significativo, anche se di segno opposto: dopo il disordine e la debolezza dello Stato degli anni Novanta, cominciò la ricostruzione di un centro politico forte. Elzin lasciò il potere e Putin ne prese il posto.

Non fu una rivoluzione. Fu, semmai, la ricostruzione dell’autorità verticale.

E qui arriviamo al punto.



Putin, a sua volta, potrebbe anche essere fatto fuori, politicamente o fisicamente. I regimi personali, prima o poi, finiscono. Ma la struttura monopolistica del potere, che si alimenta anche della rassegnazione dei cittadini, potrebbe sopravvivergli.

È questo il punto che, forse, sfugge a molta analisi occidentale della Russia. Ci si concentra sulla personalità di Putin, sulla sua ideologia, sulle sue decisioni, sui suoi apparati. Tutto giusto. Ma si dimentica la sedimentazione storica delle abitudini politiche.

Non significa che i russi siano “naturalmente” autoritari o rassegnati. Significa che una società nella quale per secoli si sono succedute forme di potere fortemente verticali può sviluppare una diversa familiarità con l’autorità rispetto a una società nella quale, per secoli, il potere è stato più frequentemente limitato, contestato e bilanciato.

Banalità? Forse. Ma le banalità della storia, quando durano secoli, cessano di essere banali.
 

 

Ecco perché questo aspetto della lunga durata — non in senso strettamente braudeliano — dovrebbe essere tenuto in considerazione da chiunque cerchi di trattare con la Russia.

Perché un uomo può cadere. Un regime può trasformarsi. Un’ideologia può scomparire.

Ma le abitudini politiche, quando sono sedimentate nella vita quotidiana, possono durare molto più a lungo.

La rassegnazione civile e politica può fare miracoli. Purtroppo.

Carlo Gambescia

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