domenica 20 settembre 2026

L’AI e la superstizione del "salto cognitivo"

 

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui parliamo oggi dell’intelligenza artificiale. Da una parte c’è chi la presenta come l’alba di una nuova era dell’umanità; dall’altra chi la considera l’anticamera della nostra rovina. In mezzo, ci siamo noi, che dovremmo cercare di capire che cosa stia realmente accadendo.

Anche perché, davanti a una grande innovazione, tendiamo a comportarci in modo sorprendentemente poco razionale: alterniamo entusiasmo e paura, promessa della salvezza e profezia della catastrofe. Insomma, attribuiamo alla tecnologia poteri quasi magici.

Non è una novità. La storia delle innovazioni è anche la storia delle paure che le hanno accompagnate.

Abbiamo trasformato l’anno Mille in una grande vigilia apocalittica, anche se la realtà storica è assai più complessa; abbiamo guardato con sospetto a nuovi alimenti come la patata e abbiamo assistito, con i vaccini, a resistenze nelle quali si mescolavano ragioni religiose, culturali e mediche.

Più tardi, stampa, macchina a vapore, elettricità, telefono, automobile, computer e Internet sono stati accolti anche come minacce all’ordine esistente. Quasi sempre, poi, l’innovazione è diventata semplicemente parte della nostra vita. La superstizione tecnologica, insomma, non è meno antica della tecnologia.

Con l’intelligenza artificiale stiamo ripetendo, almeno in parte, il copione. Si parla di “salto cognitivo”, di “scintilla”, di una misteriosa soglia oltre la quale la macchina diventerebbe qualcosa di radicalmente diverso: quasi un nuovo soggetto della storia.

Questa storia della scintilla convince poco. Ci sembra più fantascienza che sociologia o buona metapolitica. 

Una macchina può diventare enormemente più potente, svolgere compiti che fino a ieri richiedevano competenze umane, riconoscere schemi, produrre testi, immagini e programmi, senza per questo trasformarsi in una persona. Non abbiamo bisogno di attribuirle un’anima per riconoscere che è una tecnologia straordinariamente potente.

E qui incontriamo un’altra innovazione che, a quanto pare, non abbiamo ancora finito di accettare: il capitalismo. Che in fondo, in prospettiva storica (diciamo 5000 anni), ha pochi secoli di vita. E forse proprio per questo, pur vivendo dentro economie fondate sul mercato, sulla proprietà privata, sull’impresa, sul contratto, sull’investimento e sulla concorrenza, continuiamo spesso a raccontare il capitalismo come se fosse un’anomalia storica provvisoria.

Inoltre – qui il punto interessante – a destra come a sinistra non mancano oggi letture dell’AI nelle quali la tecnologia e il capitale sembrano diventare insieme una specie di potenza oscura.

Anche qui, forse, non sarebbe male ricordare Marx. Non perché la sua analisi sia da buttare via: molte delle sue intuizioni sui conflitti generati dall’accumulazione capitalistica conservano interesse. Ma le sue pretese leggi storiche vanno maneggiate con maggiore prudenza.

La famosa “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”, per esempio, è stata sottoposta a una lunga controversia teorica ed empirica, senza che sia emersa quella necessità storica che Marx le attribuiva. E anche la previsione di una progressiva polarizzazione sociale, con un capitalismo destinato a produrre inevitabilmente un impoverimento crescente e una crisi finale, non si è verificata nella forma forte che una lettura profetica del marxismo avrebbe lasciato immaginare.

Eppure c’è chi, di questi tempi, ci invita con aria solenne, a “tornare a Marx”… Il che, per una teoria che voleva spiegare il movimento della storia, è una soluzione piuttosto curiosa.

In realtà, proprio perché il capitalismo cambia continuamente gli equilibri sociali, crea vincitori e perdenti, distrugge rendite e ne crea altre, suscita diffidenza. Figurarsi – sembra quasi di sentirli – se mescolato all’intelligenza artificiale…

Si rifletta: l’intelligenza artificiale non deve diventare cosciente per produrre conseguenze sociali. È sufficiente che sia utile. Se una tecnologia consente di fare in dieci minuti ciò che prima richiedeva due ore, oppure permette a chi possiede competenze limitate di svolgere attività prima riservate a uno specialista, qualcosa cambia. Non perché sia comparsa una nuova specie, ma perché è cambiato il costo di determinate attività.

E il capitalismo, piaccia o meno, vive precisamente di questo: della scoperta di modi nuovi per fare le cose e della possibilità che, abbassando i costi, beni e servizi prima riservati a pochi diventino accessibili a molti. Schumpeter docet.

Si pensi soltanto allo smartphone: un piccolo oggetto che ha concentrato nelle mani di miliardi di persone capacità di comunicazione, informazione, fotografia, navigazione e accesso ai servizi che un tempo richiedevano apparecchi costosi e spesso separati. E, guarda caso, proprio questo genere di tecnologia è oggi guardato con sospetto dai soliti laudatores dei tempi andati, che vorrebbero perfino vietarlo agli adolescenti. Come se il problema fosse la tecnologia, e non piuttosto il modo in cui impariamo a usarla.

Per questo, più che interrogarci sulla fantomatica “scintilla”, dovremmo chiederci come cambieranno il lavoro, la scuola, l’università, le professioni, i mercati e la distribuzione dei guadagni di produttività. Sono domande serie. “Quando la macchina diventerà cosciente?” appartiene, almeno per ora, alla fantascienza.

Non sappiamo dove ci porterà l’intelligenza artificiale. E proprio per questo dovremmo evitare sia la tecnofilia ingenua sia il catastrofismo tecnologico.

Possiamo osservare, sperimentare, correggere. La paura non è un argomento, così come non lo è l’entusiasmo. Forse il problema non sarà l’intelligenza artificiale. Sarà, ancora una volta, la nostra difficoltà ad accettare che la storia continui a cambiare, generando effetti compositivi imprevedibili, senza chiederci il permesso.

Carlo Gambescia

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