domenica 1 novembre 2026

La “fine dell’età contemporanea” e il ritorno della tentazione rivoluzionaria

 


“On met fin à l’époque contemporaine”: mettiamo fine all’età contemporanea. È lo slogan comparso sui cartelli dei giovani manifestanti francesi. Non pochi, ma non tutti.  

Una formula singolare, persino paradossale. Perché l’età contemporanea, nella periodizzazione storica convenzionale, comincia con la Rivoluzione francese del 1789. I ragazzi che ne annunciano la fine sembrano dunque voler chiudere un ciclo durato oltre due secoli. Non è una semplice protesta. O almeno, non è soltanto questo.

La formula è circolata nelle mobilitazioni francesi, accompagnata da un’altra parola d’ordine,  “Faire du 17 octobre un octobre 17”, trasformare il 17 ottobre in un Ottobre 17, con un esplicito richiamo alla rivoluzione bolscevica del 1917. Le proteste, inizialmente legate anche alle condizioni delle scuole e alle difficoltà delle giovani generazioni, si sono intrecciate con le manifestazioni contro il carovita e le politiche governative. Il repertorio della protesta francese è poi arrivato in altri paesi europei, Italia compresa. Alcuni slogan sono stati ripresi anche nelle manifestazioni di Bologna e Milano. Non abbiamo invece una documentazione altrettanto sicura della ripresa italiana della formula sulla fine dell’età contemporanea.  Comunque sia, sull’Italia stendiamo un velo pietoso,  concentriamoci sulla lezione francese (1)

La reazione di Emmanuel Macron è stata inizialmente prudente, forse tardiva. Il presidente ha riconosciuto le ragioni del disagio giovanile, condannando però le violenze e distinguendo le rivendicazioni sociali dalle azioni dei gruppi estremisti. Ha cercato, insomma, di tenere insieme dialogo e fermezza. Ma proprio questa oscillazione segnala lo sconcerto del liberalismo democratico davanti al ritorno di un immaginario rivoluzionario che sembrava consegnato alla storia.

Lo sconcerto riguarda anche una parte della sinistra democratica, spesso esitante nel prendere le distanze da un immaginario rivoluzionario che riemerge nel proprio campo culturale e politico. Il vecchio riflesso di considerare la violenza di sinistra, se non giustificabile, almeno comprensibile, è un lusso che una cultura democratica non dovrebbe più permettersi. La democrazia si difende anche quando il suo avversario veste i colori della propria famiglia politica.

Ora, lasciamo per un momento la cronaca e veniamo al significato politico della faccenda. Che cosa vuol dire voler mettere fine all’età contemporanea? E soprattutto: che cosa si vorrebbe mettere al suo posto?

Il problema, dal  punto di vista liberale, non consiste nel contestare il diritto dei giovani di manifestare, protestare, criticare le istituzioni e persino immaginare un ordinamento sociale diverso. La libertà di manifestazione è una conquista fondamentale della società aperta. Non siamo tra coloro che considerano ogni contestazione un attentato all’ordine pubblico.  Una democrazia liberale deve saper convivere anche con il dissenso radicale. Altrimenti, tanto varrebbe ammettere che la libertà è concessa soltanto a chi la pensa come noi.

Il problema comincia quando la libertà di contestare viene considerata non un valore da preservare, ma un mezzo per abbattere le condizioni che la rendono possibile. Quando, cioè, la società aperta viene utilizzata strumentalmente per preparare la propria negazione. Si può invocare la libertà per sopprimere la libertà degli altri? È una domanda meno astratta di quanto sembri. La storia europea offre parecchie risposte, e non tutte rassicuranti.

A questo proposito, il richiamo all’Ottobre 1917 merita una riflessione particolare. Perché significa evocare una delle cesure più importanti, e più controverse, della storia contemporanea senza distinguere adeguatamente le due rivoluzioni russe di quell’anno.

La rivoluzione di febbraio, marzo secondo il calendario gregoriano, abbatté l’autocrazia zarista e aprì una fase politica nuova. Il governo provvisorio, composto da liberali e socialisti, tentò di avviare un’esperienza di pluralismo politico, per quanto travagliata e indebolita dalla guerra, dalla crisi economica e dalla competizione con i soviet. Non fu una democrazia compiuta, né una transizione pacifica e lineare. Ma rappresentò la possibilità di uscire dall’autocrazia senza consegnare necessariamente il potere a un nuovo partito unico.

La rivoluzione d’ottobre, novembre secondo il calendario gregoriano, fu invece l’insurrezione armata con cui i bolscevichi di Lenin rovesciarono il governo provvisorio e conquistarono il potere. Non fu semplicemente una seconda tappa, più radicale, della rivoluzione democratica di febbraio. Fu un colpo di Stato organizzato da un partito rivoluzionario che non intendeva riconoscere il pluralismo politico come principio permanente dell’ordinamento. La successiva costruzione del regime sovietico, con la soppressione delle opposizioni e la subordinazione delle istituzioni al partito, avrebbe chiarito la direzione di quella conquista. (2)

 

Ecco perché il richiamo all’Ottobre non è innocente. Se si vuole evocare una rivoluzione come momento di emancipazione, bisogna almeno sapere quale rivoluzione si sta evocando. Febbraio e ottobre non sono due date intercambiabili, né due varianti dello stesso progetto politico. La prima abbatté un’autocrazia; la seconda portò al potere un nuovo gruppo dirigente che avrebbe costruito un’altra forma di dominio. Chi oggi celebra l’Ottobre come simbolo di liberazione dovrebbe spiegare da quale libertà, precisamente, intenda ripartire.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: la violenza come strumento di rigenerazione politica. Non è una prerogativa di una sola famiglia ideologica. Nella storia europea il suo impiego ha attraversato culture rivoluzionarie differenti, talvolta persino contrapposte. Da Lenin a Mussolini, passando per il sindacalismo rivoluzionario di Georges Sorel, troviamo, con differenze profonde, la convinzione che il conflitto e la forza possano svolgere una funzione creatrice, distruggendo l’ordine esistente e preparando una nuova società.

Sorel, con le sue Riflessioni sulla violenza del 1908, attribuiva al mito dello sciopero generale una funzione mobilitante e rigeneratrice. La violenza proletaria avrebbe dovuto spezzare il compromesso parlamentare e la passività delle organizzazioni socialiste. Il suo pensiero esercitò un’influenza documentabile sul primo Mussolini, allora ancora socialista rivoluzionario, e fu oggetto di interesse anche in ambienti bolscevichi. Non si tratta di costruire una genealogia diretta e indistinta fra Sorel, Lenin, Mussolini e Hitler. Si tratta piuttosto di riconoscere una trasversalità: l’idea che la violenza possa diventare una risorsa politica, un mezzo di mobilitazione e uno strumento per abbattere l’ordine liberale (3).

Il fascismo e il nazismo avrebbero sviluppato questa logica in forme proprie, combinando propaganda, organizzazione, intimidazione e violenza di strada. Qui sarebbe bene rileggere un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi si occupa di politica: Come si diventa nazisti, dello storico americano William Sheridan Allen (4).

Allen ricostruisce la conquista nazista di una cittadina tedesca, Northeim, mostrando come il movimento di Hitler riuscì a penetrare progressivamente nella vita pubblica e sociale. Non ci fu soltanto la propaganda, per quanto martellante e di una trivialità assoluta, né soltanto il successo elettorale. Ci fu un lavoro sistematico di intimidazione, di aggressione degli avversari, di occupazione degli spazi associativi e istituzionali. La violenza non era un incidente di percorso: contribuiva a modificare i rapporti di forza, a scoraggiare gli oppositori, a rendere sempre più costoso il dissenso. In questo  modo l’amarezza  provata dalla gente comune – né di qua né di là –  si trasformò in risentimento e in voto per i nazisti.

Detto altrimenti: la violenza politica non colpisce soltanto i suoi bersagli immediati. Produce paura, disorientamento, desiderio di protezione. La gente comune, che non ha alcuna vocazione per la militanza rivoluzionaria, finisce per chiedere ordine e sicurezza e affidarsi all’Uomo della Provvidenza.

Particolarmente istruttiva è la campagna contro la socialdemocrazia tedesca. I nazisti la dipingevano come il nemico marxista da abbattere, trasformando un avversario politico democratico in un nemico esistenziale. La SPD non era affatto un partito innocuo: disponeva di una grande organizzazione, di una forte presenza sindacale e di un’importante rappresentanza parlamentare. Ma proprio per questo costituiva un ostacolo da delegittimare e intimidire. La propaganda non aveva bisogno di essere coerente: bastava che alimentasse sospetto, disprezzo e paura.

La lezione di Allen è importante anche oggi, senza indulgere a paragoni storici automatici. Un partito democratico può essere dipinto come un nemico da eliminare anche quando esercita semplicemente il proprio ruolo di opposizione. Si pensi, per tornare un attimo sulle cose italiane,  al Partito democratico, spesso rappresentato dalla  propaganda politica, e dallo stesso governo Meloni,  non come un avversario con cui confrontarsi, ma come un corpo estraneo alla nazione. Non si tratta di equiparare situazioni storiche diverse, ma di riconoscere il meccanismo della delegittimazione dell’avversario.

 




Torniamo dunque alla domanda iniziale. Se l’età contemporanea deve finire, che cosa dovrebbe cominciare? Una nuova società socialista? Una democrazia diretta senza mediazioni? Una comunità liberata dal mercato, dallo Stato, dalle disuguaglianze? Oppure, più semplicemente, una generica stagione rivoluzionaria nella quale la distruzione dell’esistente viene scambiata per un progetto di futuro?

Per ora, almeno nelle parole d’ordine che abbiamo potuto esaminare, la risposta appare piuttosto vaga. Sappiamo che cosa si vuole abbattere, molto meno che cosa si vorrebbe costruire. Ma il rivoluzionarismo, quando si limita a proclamare la fine di un mondo, non è ancora una politica. È un desiderio di rottura. E la rottura, da sola, non garantisce alcuna emancipazione.

La storia contemporanea,  con tutte le sue contraddizioni, ha prodotto anche conquiste che non dovremmo liquidare con leggerezza: libertà individuali, pluralismo, rappresentanza, separazione dei poteri, limiti giuridici all’autorità, possibilità di cambiare governo senza ricorrere alla forza. Non tutto ciò che è nato dopo il 1789 merita di essere conservato. Ma non tutto ciò che si è costruito può essere sacrificato sull’altare di una promessa rivoluzionaria.

Il liberalismo non è la difesa dell’esistente. È, al contrario, la possibilità di modificarlo senza consegnare a qualcuno il potere di decidere una volta per tutte come debba essere la società. È la difesa del conflitto regolato, della responsabilità individuale, del diritto di dissentire e della possibilità di correggere gli errori senza dover abbattere ogni volta l’intero edificio.

Non abbiamo paura di chi vuole cambiare il mondo. Abbiamo qualche ragione di preoccuparci di chi, per cambiarlo, ritiene necessario distruggere la libertà degli altri. La storia europea dovrebbe averci insegnato qualcosa.

Carlo Gambescia

(1) Sulla nascita e la circolazione dello slogan francese “On met fin à l’époque contemporaine” e sui richiami alla rivoluzione dell’Ottobre 1917: https://historianspeaks.org/blog/france-october-17-day-of-action-preview. Per la circolazione internazionale degli slogan, compresa quella italiana: https://fr.euronews.com/2026/10/19/bismillah-cest-les-tenebres-que-veut-dire-ce-slogan-des-lyceens-francais e https://www.publicsenat.fr/actualites/politique/les-crises-sociales-en-europe-sont-elles-nees-dans-le-sillage-des-manifestations-francaises.

(2)  Una eccellente ricostruzione è  quella di O. Figes, La tragedia di un popolo. La Rivoluzione russa 1891-1924, parte terza, pp. 381-663.

(3) Per la classica opera di Gorges Sorel  si veda  qui (Ed. Rivière): https://classiques.uqam.ca/classiques/sorel_georges/reflexions_violence/Sorel_Reflexions_violence.pdf  . E qui (ed. Laterza): https://liberliber.eu/mediateca/libri/s/sorel/considerazioni_sulla_violenza/pdf/sorel_considerazioni_sulla_violenza.pdf .

(4)   W.S. Allen, Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935, intr. di  L. Gallino,  Einaudi, Torino 1994, in particolare p. 138.