venerdì 11 settembre 2026

11 settembre, 25 anni dopo…

 

Sfogliavamo ieri sera alcuni manuali di storia contemporanea. Quasi tutti indicano nell’11 settembre 2001 una linea spartiacque tra il prima e il dopo.

Purtroppo, non tutti gli storici sono d’accordo sui contenuti di quel prima e di quel dopo. A grandi linee, esistono due grandi interpretazioni politiche e culturali. La prima vede nell’attentato alle Torri Gemelle un proditorio attacco agli Stati Uniti, punta di diamante dell’Occidente liberale. La seconda scorge nell’attacco al World Trade Center, simbolo del capitalismo secolarizzante, la giusta punizione per l’arroganza occidentale. Due letture opposte, che rimandano a due modi radicalmente diversi di intendere l’Occidente e la sua storia.

Va poi ricordata una terza posizione, minoritaria ma rumorosa, impregnata di complottismo, secondo la quale dietro l’attentato vi sarebbero stati servizi segreti americani, israeliani e altri apparati pronti a sfruttare l’indignazione mondiale per invadere e guerreggiare in Medio Oriente, fino ai confini dell’India. Una ricostruzione che, più che spiegare l’11 settembre, dice molto sul bisogno di trovare sempre un grande burattinaio dietro la storia.

Il fatto è che da allora il mondo è cambiato. Negli ultimi venticinque anni si sono rafforzati i radicalismi, dentro e fuori l’Occidente. E la pace, invocata ipocritamente da tutti i contendenti, sembra sempre più lontana.

L’11 settembre, comunque lo si interpreti, rappresenta però il momento simbolico del passaggio da un mondo nel quale l’Occidente liberale sembrava aver sconfitto, con il totalitarismo sovietico, il suo principale nemico, a un mondo nel quale i nemici del liberalismo sono tornati numerosi, diversi e spesso ferocemente determinati. L’illusione, maturata dopo il 1989, che la vittoria sul comunismo avesse chiuso la grande partita storica si è rivelata per quello che era: un’illusione.

L’11 settembre non ha creato questo nuovo mondo. Lo ha reso visibile.

E forse è proprio questo il punto che ancora oggi si fatica a comprendere. Il liberalismo non è soltanto un insieme di istituzioni, di libertà economiche e di garanzie individuali. È anche un modo di contenere il conflitto: attraverso il diritto, il limite del potere, il riconoscimento dell’avversario, la possibilità stessa di una convivenza tra uomini che continuano a pensarla diversamente.

 

Quando questi codici vengono rifiutati, dentro o fuori l’Occidente, il conflitto tende invece a radicalizzarsi. L’avversario torna a essere nemico, il nemico diventa assoluto e l’assoluto, prima o poi, chiede di essere combattuto.

Il liberalismo non ha abolito la guerra. Ha fatto qualcosa di più modesto e, proprio per questo, più prezioso: ha cercato di limitarla, privilegiando l’avversario al nemico.

Dal canto suo, l’11 settembre non ha abolito la pace. Ha mostrato quanto sia fragile quando l’avversario torna a essere nemico e il conflitto viene sottratto alla politica, al diritto e al limite.

Forse, dopo venticinque anni, è proprio questo che ancora non abbiamo imparato.

Carlo Gambescia

Nessun commento:

Posta un commento