Quanti elettori avranno davvero letto Lo spirito delle leggi di Montesquieu o The Federalist Papers di Hamilton, Jay e Madison? Testi fondamentali per capire le origini della democrazia liberale? La stessa che Trump sta distruggendo?
E ovviamente la Costituzione Italiana. Qui però si parla di radici. Qualcosa tipo da dove veniamo, dove andiamo, eccetera.
In Italia su cinquanta milioni di aventi diritto al voto, forse alcune centinaia di migliaia.
Facendo i conti della serva, i professori di scienze sociali e politiche (inclusi sociologi) sono circa 4. 000, i giornalisti e pubblicisti circa 100. 000, i docenti di storia e filosofia alle scuole superiori circa 10. 000, i magistrati circa 9. 000, deputati e senatori in totale 600 e gli avvocati circa 230. 000. Arrotondando per eccesso - magari includendo 50. 000 autodidatti - arriviamo a circa 400. 000 persone che potrebbero votare con cognizione di causa su questioni complesse come la separazione delle carriere. E questo, sempre assumendo che tutti abbiano davvero letto i testi fondamentali di cui sopra (*).
Per inciso, Montesquieu, pur elaborando una teoria sulla separazione dei poteri che influenzò il dibattito costituzionale americano, si riferiva in realtà ai parlamenti francesi dell’epoca, istituzioni che fungevano soprattutto da corti di giustizia e da camere di registrazione dei decreti reali.
Se applichiamo i dati ufficiali sulla lettura in Italia, la quota di cittadini che legge più di 12 libri l’anno è stimata attorno al 6–7 %. Anche prendendo per buono questo dato, il numero di cittadini che può votare con cognizione di causa su temi complessi scende drasticamente: stiamo parlando di alcune decine di migliaia, rispetto ai 50 milioni di elettori potenziali.
Il grande Luigi Einaudi diceva: “Conoscere per deliberare”. Qui siamo
ben lontani da questo ideale: molti votano, ma pochi conoscono davvero.
Stiamo forse dicendo cose reazionarie? No. La sovranità popolare resta
un valore fondante. Ma quando i toni della campagna referendaria scadono
in slogan e insulti, è lecito interrogarsi sulla deriva della
democrazia diretta.
Il punto vero: solo poche decine di migliaia sarebbero in grado di votare con cognizione di causa su questioni complesse. Il resto si affida a semplificazioni, pregiudizi e percezioni distorte: “i magistrati sono amici degli stupratori e comunisti” o all’opposto “tutti fascisti e nemici di classe”. Detto altrimenti: democrazia liberale in mano agli urlatori.
Classi politiche e dirigenti scadenti peggiorano la situazione. Quando i leader riducono il dibattito pubblico a insulti reciproci, chi ci perde è la qualità stessa della democrazia liberale.
La democrazia rappresentativa, con i suoi limiti, nasce proprio per evitare queste derive: affidare decisioni complesse a chi, in teoria, dispone di più strumenti analitici. Proprio per evitare campagne referendarie inutili, costose e che contribuiscono all’abbrutimento politico dell’elettore medio, quello che se legge un libro all’anno si può considerare fortunato.
Discorso elitario? Da liberale con la lobbia? Forse anche un poco giacobino? Sì, abbiamo lu pane, il vino e - se siamo fortunati - pure il libro. Cose che ci siamo sudati. E visto che l’abbrutimento funziona a doppio senso - progredire è difficile, regredire un attimo - vedere certi leader e magistrati scambiarsi insulti resta semplicemente avvilente. La democrazia liberale meriterebbe uno spettacolo migliore.
Carlo Gambescia





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