C’è un momento — ed è sempre meno retorico di quanto sembri — in cui le parole d’ordine smettono di fare scena e cominciano a fare danni. Giorgia Meloni ora ne sa qualcosa. Ma non è di un Presidente del Consiglio, che non ha mai partecipato alla cerimonia annuale delle Fosse Ardeatine, che oggi desideriamo parlare. Ma di altro. Che cosa?
Per dirla con il grande Franco Battiato, “Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire/Le luci fanno ricordare/Le meccaniche celesti/Rumori che fanno sottofondo per le stelle/Lo spazio cosmico si sta ingrandendo/E le galassie si allontanano”.
Forse il Maestro intendeva qualcosa di più profondo, però ci si conceda una piccola licenza metapolitica.
E quali sarebbero le “luci”?
Il voto referendario le ha messe in mostra: parole come “sovranità”, “popolo”, “decisione” scendono dal palco e si mettono giacca e cravatta, diventano norme, procedure, architetture istituzionali. Tradotto: diventano realtà. E lì, improvvisamente, il consenso si fa meno generoso, più selettivo, più sospettoso. In una parola: adulto. Nonostante una campagna urlata. O forse proprio perché urlata.
Il referendum va letto anche così. Non solo come derby tra tifoserie — anche se la politica italiana, si sa, preferisce sempre la curva Sud alla biblioteca — ma come un segnale metapolitico: uno di quelli che non fanno rumore, ma che potrebbero spostare gli equilibri.
Per quattro anni il sovranismo sembra aver funzionato abbastanza bene come linguaggio. Semplice, evocativo, quasi terapeutico: prometteva di rimettere il volante nelle mani “del popolo”, di chiudere con i vincoli esterni, di restituire alla politica il primato perduto. Una retorica potente. Anche in Europa. E che ora con Trump sta spadroneggiando negli Stati Uniti. Che però fa paura e per questo riflettere. Ovviamente in chi abbia la testa per riflettere.
Perciò potrebbe arrivare il conto. Perché nasce il problema, che non è solo quello del “sovranismo realizzato”, ma di ogni progetto di governo quando da linguaggio deve diventare macchina operativa, regole del gioco. Non si è più all’opposizione del mondo: si deve procedere alla sua razionalizzazione governativa. E razionalizzare, trasformare l’ideologia in macchina, per presentare la macchina come razionalizzazione dell’ideologia, è molto più complicato che protestare, perché fa prendere meno voti.
Guardiamo all’estero. La torsione della democrazia americana imposta da Donald Trump e l’emergere di modelli sempre più autoritari in Europa orientale ci mostrano cosa succede quando il paradigma sovranista (o se si preferisce criptofascista) si prende tutto lo spazio che può. Non è più questione di intenzioni, ma di effetti: equilibrio dei poteri, autonomia delle istituzioni, ruolo delle garanzie. Insomma, tutte quelle cose noiose che però impediscono alla democrazia di diventare un monologo. Con buona pace dei sovranisti.
Ed è qui che scatta qualcosa di interessante. Chiamiamolo, senza troppa fantasia ma con una certa precisione, “riflesso liberal democratico”. Una parte dell’elettorato — minoritaria, silenziosa, spesso istruita (sì, esiste ancora) — smette di chiedersi “da che parte sto” e comincia a chiedersi “che succede se questa roba passa davvero?” Nei giorni scorsi abbiamo parlato di 400.000 persone come le uniche in grado di votare con cognizione di causa (1). Ebbene potrebbe essere di più.
Potrebbe essere in atto un cambio di posizione notevole. Meno richiamo identitario, più attenzione alle conseguenze delle decisioni politiche. Meno slogan, più soglie di rischio. Non è eroico, non è epico, ma è terribilmente razionale. Ed è probabilmente questo che abbiamo visto nel voto: non una rivolta, ma un rallentamento. Un “andiamoci piano”.
Il 69% degli elettori ha dichiarato che sulla propria decisione di voto ha pesato di più il giudizio nel merito della riforma, contro il 28% che ha agito con la volontà di dare un segnale politico. Va anche riconosciuto che la componente di voto politico è però più marcata tra chi ha votato No (34%) rispetto agli elettori del Sì (21%). A questo si aggiunga che una larga parte dei giovani — incluso il 61% degli elettori tra i 18 e i 34 anni — ha votato No contro la riforma della magistratura (2).
Ora dare una riposta definitiva se si tratti o meno di voto riflessivo – diciamo liberal-democratico – resta difficile dire.
Però tra il “conservatorismo costituzionale”, puro e semplice, e la “prudenza liberale”, attenta alle rispetto delle regole del gioco, come l’ equilibrio tra i poteri, sembra aprirsi uno spazio che potremmo chiamare di realismo civico-liberale: una zona di prudenza critica in cui l’elettore non segue né l’onda emotiva né l’ideologia di partito, ma valuta le conseguenze istituzionali delle proprie scelte.
In altre parole, non si tratta semplicemente di conservatorismo per inerzia né di attivismo progressista: è un atteggiamento che pesa i rischi di sbilanciare equilibri consolidati, di minare controlli e contrappesi, e agisce come una sorta di assicurazione sul buon funzionamento del sistema liberal-democratico. In questo senso, anche il voto No dei giovani può essere letto non solo come dissenso social, diciamo “post-grillino”, come frettolosamente liquidato oggi da Giuliano Ferrara. Ma come manifestazione di una responsabilità civica “riflessiva”, che privilegia la stabilità e la tutela delle regole rispetto a spinte ideologiche o slogan immediati.
Diciamo pure bicchiere mezzo pieno. Perché sembra comunque emergere qualcosa di più semplice e, se vogliamo, di più nobile: una cautela metapolitica, nel senso di una preoccupazione per il sistema liberal-democratico come fatto sistemico. Ripetiamo: forse qualcosa si muove, forse siamo più di quattrocentomila.
Pertanto il punto non è stabilire chi ha vinto. È capire cosa è successo sotto la superficie. E sotto la superficie si è mosso qualcosa: un elettorato che distingue tra il fascino della parola e il peso delle sue conseguenze, cioè della sua razionalizzazione. Che non si fa incantare facilmente quando la politica passa dalla poesia alla prosa dei governi.
In sintesi: sembra che il sovranismo, o criptofascismo, quando resta
slogan, divida. Quando invece diventa ingegneria istituzionale,
seleziona. E — dettaglio non irrilevante — spesso perde pezzi per
strada.”
Resta la domanda finale, quella che brucia più delle altre: chi intercetta questo elettorato?
La sinistra? Difficile, se continua a parlare una lingua che questo elettore non riconosce più come propria.
Una nuova offerta liberal democratica? Possibile. Ma al momento, più che una forza politica, sembra una categoria dello spirito. E di pochi, per giunta litigiosi.
E qui il paradosso, molto italiano: esiste una domanda senza offerta. Un elettorato senza casa. Che vota più per evitare un esito che per costruirne uno.
Segnali di vita, sì. Ma anche — per restare sobri — segnali di solitudine politica.
Carlo Gambescia
(2) Qui: https://www.youtrend.it/2026/03/23/referendum-giustizia-2026-risultati/ . Per i risultati definitivi: https://elezioni.interno.gov.it/risultati/20260322/referendum/scrutini/italia/01 .





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