Il discorso di Giorgia Meloni appartiene a quella categoria di interventi politici che finiscono per aumentare la distanza tra istituzioni e opinione pubblica. Più istituzionale al Senato, molto meno alla Camera, il suo intervento ha oscillato tra prudenza diplomatica e ambiguità politica, lasciando nell’ascoltatore una domanda semplice: con chi sta davvero l’Italia? Insomma, il peggior politichese, quello che fa dire alla gente il classico: “Ma questa che ha detto?”.
Un linguaggio che finisce per alimentare antipatia, se non vero e proprio disprezzo, verso la democrazia parlamentare. Probabilmente la Meloni sa che cadrà comunque in piedi. Da critica del Parlamento, della stampa libera e del pluralismo, sa benissimo che, quando la recita sarà finita – magari dopo decisive riforme volte a rafforzare il potere dell’esecutivo – potrà godere di un potere molto più ampio e infischiarsene dei dibattiti parlamentari. Il suo è un doppio gioco.
Ma c’è anche un’altra questione, non meno interessante. Ieri ha cercato di tenere insieme tre obiettivi: ribadire l’appartenenza dell’Italia al campo occidentale, evitare il coinvolgimento diretto del Paese nel conflitto e neutralizzare le polemiche interne sull’uso delle basi militari americane. Una linea apparentemente prudente e, per molti versi, coerente con la tradizione della politica estera italiana degli ultimi trent’anni, se non di epoca democristiana.
Per decenni, la politica estera italiana si è basata su un equilibrio relativamente stabile. L’Italia restava saldamente dentro l’alleanza occidentale – dentro la NATO e nel rapporto strategico con Washington – ma cercava allo stesso tempo di limitare il proprio coinvolgimento diretto nelle operazioni militari più controverse. In altre parole: lealtà atlantica, prudenza operativa. Quel modello presupponeva però una condizione fondamentale: che gli Stati Uniti restassero una potenza relativamente prevedibile e inserita in un sistema di regole condivise. È esattamente questa condizione che oggi viene meno.
Il problema è che oggi, dall’altra parte dell’Atlantico, non c’è un presidente americano “normale”. C’è Donald Trump. Diversi studi sulla politica estera americana sottolineano come l’approccio di Trump sia caratterizzato da una forte imprevedibilità e da una concezione delle alleanze che mette in discussione il ruolo tradizionale dei partner europei. Detto altrimenti, Trump tratta i suoi interlocutori come domestici.
Nel passaggio più delicato del suo intervento, Giorgia Meloni definisce l’azione militare di Stati Uniti e Israele un intervento unilaterale “fuori dal perimetro del diritto internazionale”, salvo subito dopo richiamare la minaccia rappresentata dal programma nucleare iraniano. Una bomba atomica che ricorda la famosa “Isola che non c’è” di Bennato. È qui che emerge la tensione del discorso: difesa formale delle regole internazionali e, insieme, comprensione delle ragioni di “sicurezza” degli alleati.
Il risultato è una posizione di apparente equilibrio: critica dell’unilateralismo, ma senza mettere davvero in discussione le scelte di Washington, di Donald Trump o del governo di Benjamin Netanyahu. Una formula diplomatica che riflette l’imbarazzo europeo – causa di divisioni interne, che Giorgia Meloni vede di buon occhio – davanti a un ordine internazionale sempre più dominato dalla politica di potenza. Del resto, l’attacco americano contro l’Iran – condotto insieme a Israele – sembra confermare questa tendenza: un uso della forza deciso unilateralmente che, secondo diversi analisti, rischia di normalizzare interventi militari al di fuori del tradizionale quadro del diritto internazionale.
È qui che emerge il limite del discorso della premier. La Meloni costruisce la sua posizione come se il rapporto transatlantico fosse ancora quello del passato: un sistema relativamente stabile, dentro il quale l’Italia può permettersi una posizione intermedia, cioè sostenere gli alleati senza partecipare direttamente alle operazioni militari. Ma Trump tende a leggere le alleanze in modo diverso. Nella sua visione, come detto, gli alleati sono domestici che devono dimostrare concretamente la loro utilità strategica e contribuire di più – militarmente, economicamente e politicamente – agli obiettivi americani.
Gli Stati Uniti non si sono mai comportati in questo modo con gli alleati europei. Che anzi spesso hanno remato contro, non capendo l’importanza di un’America liberale e democratica.
Da questo punto di vista, la sinistra non distingue tra le due Americhe – fino a Trump e dopo Trump – e continua con i suoi esercizi di stupido pacifismo e anti-americanismo, un pacifismo autolesionistico, come l’inutile polemica sulle basi statunitensi in Italia, che trasforma ogni critica a Trump in un’apologia inconsapevole dei suoi eccessi. O comunque, se accettabile contro Trump, parte da una condanna degli Stati Uniti in blocco, dipinti con gli stessi colori del Satana evocato dagli ajatollah.
Per capirsi: Trump non cerca il petrolio, vuole la potenza. Ragiona come Napoleone, come Hitler. Siamo su un altro piano. Questa volontà di potenza, degna di un boss criminale come Lucky Luciano, per usare una metafora terra terra, cambia radicalmente il quadro. In un contesto del genere, che è quello di una media potenza uscita ridimensionata dalla catastrofe mussoliniana, la tradizionale ambiguità della politica estera italiana – stare nel campo occidentale ma limitare l’impegno militare diretto – diventa molto più difficile da sostenere, a meno che non si voglia restare isolati, visto che i rapporti con l’Europa liberale e democratica sono quel che sono, oppure finire nell’orbita russa o cinese.
Il punto non è dunque se il discorso di Meloni sia diplomaticamente ben costruito. Può anche esserlo. Il mondo occidentale sembra aver svoltato a destra, e il fatto è strutturale: ci si potrà liberare di Trump, ma non del trumpismo. Finché la politica americana continuerà a muoversi nella direzione impressa da Donald Trump – una politica di potenza che chiede agli alleati allineamento e fedeltà – quella ambiguità diventerà sempre più difficile da sostenere.
A quel punto, il doppio gioco non sarà più possibile. A meno che non si punti a un isolamento tipo vecchia Albania comunista, o alla dipendenza dalla sfera russa e cinese, la scelta trumpiana resta la più papabile, anche per una comunanza ideologica fondata su nazionalismo assertivo, centralità del leader, approccio muscolare alla politica internazionale e scetticismo verso vincoli multilaterali. Sarebbe una specie di abbraccio tra regimi autoritari, dannoso per l’intero sistema democratico italiano.
Si dice: Trump, prima o poi, cadrà, torneranno i democratici, eccetera. Ma l’influenza del trumpismo rimane, e fa rima con fascismo, come ammoniscono non pochi analisti.
Ripetiamo: il mondo occidentale, purtroppo, sembra aver svoltato a destra.
Qui vero il problema
Carlo Gambescia





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