Può un vero liberale riconoscersi in Trump, Netanyahu, Meloni, Le Pen, Orbán, e in tutta la corte dei miracoli della destra internazionale che calpesta le regole? Può un vero liberale riconoscersi, pur con tutti i distinguo del caso, in una sinistra che in larga parte simpatizza con i dittatori?
Si dirà: dove sono i veri liberali? Giusta domanda.
Si prenda il caso italiano: quattro professori che litigano su tutto, pure sulle virgole; politici, da destra a sinistra, quindi presunti liberali inclusi, che celebrano lo statalismo; elettori indubbiamente spaventati da Trump, che temono il cosiddetto “sovranismo realizzato”, ma che implorano più sicurezza che libertà.
Il vero punto in realtà è l’ascesa del sovranismo realizzato. Che cos’è? Non più una rivendicazione polemica di sovranità contro vincoli esterni, ma la sua traduzione pratica in governo senza limiti effettivi. Un modello in cui il potere esecutivo tende a concentrarsi, i contrappesi vengono aggirati o delegittimati, e il consenso elettorale diventa una sorta di autorizzazione generale a decidere senza vincoli.
Non è l’uscita formale dalle regole, ma il loro svuotamento dall’interno: restano le procedure, si indeboliscono le garanzie; restano le elezioni, si restringono gli spazi di controllo; resta il linguaggio della democrazia, ma cambia la sostanza del potere. Si potrebbe anche parlare di anticamera del fascismo. Del resto, se continuerà così, i confini tra sovranismo realizzato e fascismo si faranno sempre più labili.
Tutto questo si svolge sotto i nostri occhi attraverso un susseguirsi di conflitti e aggressioni che attraversano trasversalmente gli schieramenti: dalla Russia all’Ucraina, dagli Stati Uniti e Israele verso l’Iran, da Israele al Libano e a ciò che viene definito terrorismo secondo il metro di Netanyahu. Su quest’ultimo punto, chi avrebbe mai pensato che il cardinale Pizzaballa fosse un terrorista?
Di fronte a questo scenario, la gente comune evoca — spesso belando — la pace. Un atteggiamento che una parte della sinistra favorisce, e che la destra contrasta in nome di un’idea di Occidente che ha ben poco a che fare con la tradizione liberale.
Risultato: non ci si prepara né a combattere né a trattare. E qui pensiamo soprattutto all’Europa e all’Italia. Su tutto prevale la forza: quella di Trump, di Israele e dei loro alleati, diretti e indiretti. Tra questi ultimi, la Russia e probabilmente anche la Cina, che nella politica aggressiva degli Stati Uniti intravede una giustificazione per regolare, prima o poi, i conti con Taiwan e con chiunque metta in discussione la sua sfera geopolitica, che guarda al Pacifico e giunge fino ai confini dell’India.
Se questo è il quadro, la verità è meno elegante delle categorie con cui amiamo raccontarcelo: il liberalismo non è semplicemente in crisi, è politicamente irrilevante. Non perché manchino i principi, ma perché manca il coraggio di pagarne il prezzo.
E qui conviene essere chiari: il liberalismo, quello vero, non è un generico amore per la libertà, ma una pratica esigente fatta di stato di diritto, limiti al potere, tutela delle minoranze, separazione dei poteri e responsabilità individuale. Tutte cose che funzionano soprattutto quando danno fastidio.
Un vero liberale dovrebbe difendere lo stato di diritto anche quando è scomodo, la libertà anche quando fa paura, e l’equilibrio dei poteri anche quando rallenta l’azione. Oggi accade l’opposto: si invoca la libertà contro gli avversari e la si sacrifica appena diventa un ostacolo ai propri obiettivi. È così che il liberalismo smette di essere una tradizione e diventa una retorica.
Si rifletta. L’etica della responsabilità disgiunta dall’etica dei principi si riduce a esercizio della forza pura e semplice: nel godimento di schiacciare chiunque si frapponga. È lì che la politica smette di essere governo dei limiti e diventa dominio senza regole. Ecco l’essenza del sovranismo realizzato, una specie di realismo criminogeno.
Lo stesso che caratterizzò i fascismi tra le due guerre mondiali del Novecento.
Nel frattempo, il mondo non aspetta. Le autocrazie avanzano senza complessi, le democrazie si muovono in ordine sparso, e l’Occidente — non quello mitologico agitato nei comizi, ma quello fondato su regole e limiti al potere — appare diviso, incerto, talvolta persino complice delle dinamiche che dice di voler contrastare. Non c’è nulla di liberale nella legge del più forte, anche quando a esercitarla sono governi eletti.
Il punto, allora, non è scegliere tra destra e sinistra, tra sicurezza e libertà, tra guerra e pace evocata come una formula magica. Il punto è decidere se il liberalismo debba tornare a essere una pratica esigente o restare una parola di conforto per tempi difficili.
Perché, diciamolo chiaramente: se il liberalismo serve solo quando conviene, non serve più a nulla. E a quel punto, a vincere non sarà né la libertà né la democrazia, ma semplicemente chi ha più forza, meno scrupoli e maggiore capacità di imporre la propria verità.
Cioè il sovranismo realizzato.
Carlo Gambescia





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