mercoledì 11 marzo 2026

Buttafuoco e Giuli: due destre, una stessa tentazione

 


La polemica sulla Biennale di Venezia e le verifiche della Guardia di Finanza sui finanziamenti pubblici al cinema sembrano due vicende distinte. In realtà raccontano la stessa storia: quella del rapporto mai risolto tra destra – quella che non ha mai fatto i conti con il fascismo – cultura e potere.


 

Il primo episodio riguarda il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. La sua apertura alla partecipazione della Russia alla prossima Biennale d’arte, in nome della libertà artistica e del dialogo culturale, ha provocato una reazione durissima: ieri ventidue Paesi europei hanno scritto per protestare contro una scelta considerata inaccettabile, mentre l’aggressione russa all’ Ucraina è ancora in corso. 

Stranamente Buttafuoco, che non ha mai nascosto la sua ammirazione per il nazismo e per vari fondamentalismi, a partire da quello islamico (*), ha difeso la sua posizione con un argomento classico: l’arte non dovrebbe essere subordinata alla politica.

 


Il secondo episodio riguarda invece il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, il "ministro con gli stivali", roba che non si vedeva in giro dal Ventennio. Si dirà scelta estetica. Decida il lettore. Ma il punto è un altro. Proprio mentre prendeva le distanze dall’iniziativa di Buttafuoco, la Guardia di Finanza acquisiva documenti a Cinecittà, nell’ambito di verifiche sui finanziamenti pubblici al cinema. Tra le opere citate nel dibattito mediatico c’è anche la serie "M – Il figlio del secolo", tratta dal romanzo di Antonio Scurati sull’ascesa di Benito
Mussolini, odiatissima dalla destra perché infierisce sul mito del duce.

Naturalmente le indagini riguardano procedure amministrative, non contenuti politici. Tuttavia la coincidenza simbolica è difficile da ignorare: mentre si rivendica la libertà dell’arte nel caso della Biennale, il sistema dei finanziamenti pubblici al cinema viene sottoposto a controlli che toccano anche opere culturalmente sensibili per la destra.

 


Attenzione però: nessun ritorno liberale. Il contrasto tra Buttafuoco e Giuli sembra delineare due stili diversi della destra italiana. Da una parte c’è la destra movimentista, estetica, affascinata dall’idea dell’arte come gesto politico e provocazione culturale. È una destra che ama presentarsi come ribelle, anticonformista, persino rivoluzionaria, fascio-comunista se si vuole. Buttafuoco ne è un interprete coerente.
 

Dall’altra parte c’è la destra di governo, anzi di regime, per dirla con Renzo De Felice, più prudente e istituzionale. È la destra che deve amministrare, gestire risorse pubbliche, rispondere agli equilibri internazionali. Giuli incarna questa versione più salomonica e moderata del potere culturale, in apparenza accomodante come una buona vecchia camomilla. Una destra fascio-tisana.

Ma, dietro la differenza di stile, affiora la velenosa radice comune. Nel primo caso, l’arte viene utilizzata come strumento di diplomazia simbolica, capace di sfidare l’ordine politico dominante, in chiave antiliberale, nonostante le apparenze (Putin di liberale non ha proprio nulla, né gli artisti a lui asserviti). 

 


Nel secondo caso, la politica interviene per regolare i meccanismi economici che rendono possibile la produzione culturale. Il che significa ricorrere all’apertura o chiusura dei rubinetti in base alla fedeltà politica. Tradotto: chiunque, in futuro, osi fare un film contro Mussolini o ostile al governo, non vedrà un euro. Si chiama anche cinema di regime, lo stesso regime che la destra rimproverava alla sinistra di avere creato.

Riassumendo: in entrambi i casi – Buttafuoco a Venezia, Giuli a Roma – la libertà dell’arte resta strettamente legata al potere che la ospita, la finanzia o la protegge. Altro che aria nuova.

La polemica tra Buttafuoco e Giuli finisce così per ricordare una vecchia tensione della storia del fascismo: quella tra il movimento e il regime, tra l’impulso rivoluzionario e l’ordine istituzionale. Due modi diversi di esercitare il potere culturale, ma non necessariamente due visioni incompatibili.

Altro che autonomia dell’arte dalla politica. La verità è più semplice. Quando l’arte dipende dalle grandi manifestazioni e dai finanziamenti pubblici, la sua libertà non è mai assoluta. Si pensi allo  Stato culturale o mecenate, vero assassino di ogni libertà artistica e intellettuale, teorizzato non pochi anni fa da Marc Fumaroli.

 


Non è un caso se oggi le tensioni su Biennale Arte e Cinecittà rivelano dinamiche così familiari. La Biennale preesisteva al fascismo, ma durante il Ventennio venne utilizzata come vetrina internazionale del regime, un modo per mostrare il prestigio culturale dell’Italia all’estero. Cinecittà, invece, nasce nel 1937 come progetto esplicitamente fascista: un avamposto del cinema di regime, pensato per educare, orientare e mobilitare la popolazione attraverso la cultura.

Allora come oggi, che i fascisti mai pentiti sono tornati al governo, la cultura si muoveva tra pseudo-autonomia e controllo politico reale. Cambiano i nomi, cambiano gli stili, ma il filo resta lo stesso: la politica non lascia mai davvero l’arte libera di decidere da sola.

In fondo, il totalitarismo – fascista o di altro segno – ha sempre portato nel proprio DNA questa ambizione: trasformare l’arte in uno strumento del potere. Cambiano le retoriche, cambiano gli interpreti – Ciano, Bottai, Giuli, Buttafuoco… – ma la tentazione resta la stessa.

Anche quando si presenta, paradossalmente, sotto il nome di libertà artistica.

Carlo Gambescia

(*) Si veda qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2023/10/la-cultura-delle-nuove-sintesi.html .

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