domenica 15 marzo 2026

Thiel a Roma. Il miliardario, l’Anticristo e la tentazione illiberale

 


Il viaggio romano di Peter Andreas Thiel - cattolico, tedesco naturalizzato americano, imprenditore della Silicon Valley, cofondatore di PayPal e finanziatore di Palantir Technologies -  ha suscitato grande interesse negli ambienti politici e religiosi. Non è comune vedere un miliardario del mondo tech approdare nella città dei papi per discutere dell’Anticristo davanti a un pubblico selezionato. Ciò che potrebbe sembrare curioso rivela, in realtà, un fenomeno più profondo: l’incontro tra una parte del cattolicesimo tradizionalista, com ampie chiusure reazionarie, e nuovi capitali provenienti dall’innovazione tecnologica americana.

Sul piano materiale la questione è semplice. L’arcaismo cattolico – che per anni hanno avuto molte idee e pochi mezzi – sta trovando finanziatori. Tra questi figura appunto Thiel, imprenditore miliardario, politicamente vicino a Donald Trump e influente in diversi ambienti intellettuali conservatori e reazionari statunitensi. Che lo faccia per convinzione religiosa, per interesse culturale o per calcolo politico è secondario. Il punto è che il denaro può aiutare a cambiare il peso delle idee. Come disse Anna Magnani al giovane e allampanato Federico Fellini: “Anche tu sei il solito intellettuale moro di fame in cerca di fortuna a Roma. E questo è il momento dei cattolici felliniani (nel senso della Magnani).

Insomma, correnti marginali possono improvvisamente dotarsi di reti, riviste, conferenze e piattaforme intellettuali.



Sul piano intellettuale, Thiel non è tanto un autore sistematico quanto un imprenditore-pensatore che interviene soprattutto con saggi, conferenze e interviste. Il suo libro più noto, Zero to One, scritto con Blake Masters (*), è dedicato alle startup e all’innovazione e difende l’idea dell’imprenditore capace di creare qualcosa di radicalmente nuovo. Il che è idea sanissima.

Però, già da studente, aveva mostrato un orientamento polemico e fortemente conservatore con The Diversity Myth, un attacco al multiculturalismo nelle università americane (**). Alcune delle sue affermazioni più discusse si trovano però in saggi e interventi pubblici: in uno scritto del 2009 dichiarò di non ritenere più compatibili libertà e democrazia, segnalando una diffidenza radicale verso la democrazia di massa. Diffidenza che può anche essere condivisa, però non nel senso di un ritorno alla ruota quadrata.

Diciamo che si riconosce in una versione reazionaria del pensiero di Leo Strauss, importante filosofo conservatore, più citato che letto. E che alcuni interpretano, tra i quali - sembra - Thiel  come nemico della democrazia liberale, cosa non del tutto vera (***). Strauss è uno di quei pensatori abissali. Ma non per finta, come il nostro Cacciari. Vi si trova di tutto. Di qui le varie interpretazioni.

Tuttavia non si contrasta il conformismo di massa ritornando all’antica idea della religione come forma di controllo sociale, magari con l’aiutino dell’algoritimo.



Anche perché sul piano teorico, Thiel si richiama spesso ad alcuni autori molto diversi tra loro. Il primo è René Girard, teorico del desiderio mimetico, ma in chiave antilacaniana, o antiScuola di Francoforte, da cui Thiel ricava una visione della politica come dinamica di rivalità e capri espiatori a fronte di masse sottomesse. Un altro riferimento è Carl Schmitt, giurista della decisione sovrana e critico radicale del liberalismo parlamentare, ipnotizzato dalla marcia del Leviatano nazista. Non mancano poi suggestioni provenienti da autori della modernità scientifica come Francesco Bacone (Francis Bacon), celebrato come teorico del potere della conoscenza e della tecnica. Il risultato è una miscela intellettuale singolare: teologia del conflitto, critica della democrazia liberale e fiducia nella potenza trasformativa della tecnologia, come prolungamento di un sacro digitalizzato esteso al contro sociale di masse instupidite dai consumi.

Idea, come dicevamo, antica quanto Machiavelli e il Gorgia platonico, che Thiel digitalizza in chiave Vecchio Testamento, tornando all’attacco, come un Donoso rapstar, del liberalismo.

Perciò il nodo non è soltanto economico. È anche dottrinale e politico.

Una parte del cattolicesimo tradizionalista oppone alla gerarchia impersonale dello Stato sociale un’altra gerarchia: quella degli uomini investiti di valori sacri. E sia detto, neppure mica tanto per inciso, il vero liberalismo deve tenersi alla larga da entrambi. Le masse sono quel che sono, ma non possono essere ammanettate per altri quattromilacinquecento anni. In pratica Thiel, a proposito di gestione delle masse dall’alto, oppone all’individualismo protetto del welfare state un individualismo protetto da una gerarchia sacralizzata e guidata dall’élite, influenzata da valori tradizionalisti.



La società, in questa visione, non è una rete di individui uguali davanti alla legge, ma un ordine morale, sacralizzato, fondato su verità superiori e incarnato da élite legittimate dalla tradizione e dalla religione. E qui, come dice giustamente l’amico, Aldo La Fata, quando il tradizionalismo si trasforma in programma politico, addirittura di governo, non è più tale.

Ne deriva una svalutazione dell’individuo come unità politica autonoma. Il liberalismo ha costruito il suo edificio sull’idea opposta: che la società sia composta da individui titolari di diritti, e che il potere politico debba essere limitato proprio per proteggere questa pluralità. Il cattolicesimo reazionario, invece, tende a liquidare questa centralità dell’individuo. Ciò che conta non è la libertà personale, ma l’ordine morale-sacrale della comunità.

In questo quadro entra in scena la tecnologia. Per gli imprenditori della Silicon Valley essa è, naturalmente, un mezzo per produrre ricchezza. Ma, come dicevamo, per alcune correnti politiche e culturali può diventare anche qualcos’altro: uno strumento di controllo sociale. Non è un caso che Thiel abbia investito in aziende come Palantir Technologies, specializzate nell’analisi di grandi masse di dati e utilizzate da governi e apparati di sicurezza. Tecnologie di questo tipo possono essere presentate come strumenti di efficienza amministrativa, ma portano con sé una domanda inevitabile: chi controlla chi?

Il risultato è una combinazione singolare. Da un lato un pensiero politico che diffida dell’individualismo liberale e rivaluta la gerarchia. Dall’altro strumenti tecnologici che rendono sempre più penetrante la capacità di osservazione e di intervento delle istituzioni. La miscela non è priva di implicazioni.



Sul piano ecclesiale, questa convergenza potrebbe produrre effetti inattesi. I tradizionalisti cattolici sono spesso descritti come generali senza truppe: molto rumorosi sul piano intellettuale, ma socialmente minoritari. Tuttavia il sostegno di reti finanziarie e culturali potrebbe cambiare il quadro. Non è impossibile che una parte di questi ambienti, rafforzata da nuovi alleati e nuovi mezzi, imbocchi una strada di progressiva separazione dal cattolicesimo ufficiale. In altre parole, da minoranza marginale potrebbero trasformarsi in una piccola ma organizzata contro-élite religiosa.

In questo contesto, Leone XIV rappresenta la linea di equilibrio della Chiesa, che cerca di contenere e dialogare con i tradizionalisti senza cedere a estremismi; eppure, la convergenza tra miliardari come Thiel, tecnologia e correnti cattoliche reazionarie potrebbe creare uno spazio parallelo, un laboratorio di influenza culturale e politica che rischia di sfuggere al controllo diretto di un papa fin troppo compassato.

Si dice infine che Thiel sia un libertario. Può darsi. Ma il libertarismo, quando radicalizza l’idea di libertà individuale fino a farne un assoluto, rischia di diventare politicamente impolitico. Non costruisce istituzioni: le usa. E quando si tratta di costruire un ordine sociale concreto può finire per allearsi con qualunque forza disponibile. In questo senso il libertarismo può diventare occasionalista: disposto a vendere l’anima al diavolo pur di vedere realizzato un progetto. Diciamo  pure che l'Anticristo evocato da Thiel rischia di tornare al mittente.

La vicinanza politica di Thiel a Donald Trump suggerisce proprio questa contraddizione. Un libertarismo che proclama la sovranità dell’individuo ma si ritrova a sostenere leadership politiche fortemente personalistiche. È una libertà che ricorda più l’individualismo anarchico di un boss come Lucky Luciano che la libertà civile pensata da teorici del liberalismo come Alexis de Tocqueville, Raymond Aron o Isaiah Berlin, solo per fare tre nomi.



Naturalmente non siamo di fronte a un nuovo sistema politico già formato. Piuttosto a un crocevia di idee, capitali e ambizioni. Un miliardario della tecnologia che discute di Anticristo a Roma e annuncia la fine della democrazia liberale. E che, in questo senso, segnala qualcosa di interessante: l’emergere di una convergenza tra critica religiosa alla modernità, potere tecnologico e crescente disincanto verso il liberalismo.

Un’ultima cosa. E’ morto Habermas. I mass media lo definiscono filosofo liberale. Grave errore Habermas era un difensore dell’individualismo protetto. Un socialista liberale. Habermas e Thiel, pur agli antipodi, condividono un destino comune: entrambi sfidano il liberalismo, l’uno difendendo l’individuo attraverso regole collettive e dialogo pubblico, l’altro plasmando il potere privato con logiche tecnologiche e religiose. Nemici speculari di un stesso mondo liberale.

Carlo Gambescia

(*) P. Thiel e B. Masters, Da zero a uno. I segreti delle startup, ovvero come si costruisce il futuro, Rizzoli, 2023.

(**) P. A. Thiel, D. O. Sacks, The Diversity Myth Multiculturalism and Political Intolerance on Campus, Indipendent Institute 1995.

(***) Sul punto si legga. P. A. Thiel, Il momento straussiano, a cura di A. Venanzoni, Liberilibri, 2025.

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