Guerra. Il liberalismo ha sempre ricevuto due accuse. I fascisti imputavano al liberalismo di non saper fare la guerra, perché i capitalisti - difesi dai liberali - non ne sarebbero stati capaci: sempre pronti a vendersi pur di evitare le tempeste d’acciaio. I marxisti, al contrario, accusavano di muovere guerra solo per difendere gli sporchi interessi dei capitalisti e per impadronirsi di nuove colonie, schiavizzando popoli che invece aspiravano al socialismo.
E i liberali che cosa dicevano di se stessi? Che la guerra porta solo rovine e che è sempre meglio farne a meno. Quanto alle accuse di imperialismo, come provano i dibattiti parlamentari di fine Ottocento, molti liberali avrebbero fatto volentieri a meno di conquiste militari all’estero. Più che di colonie messe a ferro e fuoco, si ragionava in termini di protettorati, o - se si preferisce - di egemonia economica. Valgano per tutti, come prova, gli scritti di Pareto e di altri liberali europei.
Sono posizioni, soprattutto quelle critiche, ancora vive oggi, quando si parla di guerre per il petrolio (a sinistra) o di guerre troppo blande e condotte di malavoglia (a destra). Quanto ai liberali, sono praticamente allo sbando, come mostra la posizione europea, dove ancora si scorgono tracce di liberalismo, prima di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, ora a quella statunitense-israeliana all’Iran.
Si chiama anche passività politica. Non c’entra il laissez-faire, che è una dottrina dell’azione limitata; qui siamo davanti a qualcosa di diverso: l’inerzia travestita da prudenza. Da una parte l’Europa liberale vorrebbe tirarsi fuori, restare a guardare; dall’altra vorrebbe intervenire, ma senza pagare il prezzo delle decisioni, senza perdite e senza rischi. Nell’attesa di decidere - e per di più in ordine sparso - pratica ciò che sa fare meglio: rinviare. Confida che Donald Trump e Benjamin Netanyahu mettano fine al più presto alla guerra. E che le cose, insomma, si sistemino da sole.
Si dirà: meglio così, l’Europa ha altro di cui occuparsi: pensioni, sanità, transizioni ecologiche… tutti problemi fondamentali… Diciamo allora la verità: il liberalismo, se si esclude la fase ottocentesca delle rivoluzioni nazional-liberali (i vari Risorgimenti), non ha mai mostrato una particolare propensione per la guerra. Le due guerre mondiali furono, la prima, un tragico deragliamento dell’equilibrio europeo; la seconda, una scelta obbligata di sopravvivenza.
Il liberalismo ama i commerci, la scienza, il buon vivere, la cultura, i viaggi. Tutte cose che, per durare, vanno però difese. E difese prima che qualcuno si proponga di farne man bassa.
Ciò non significa che la guerra all’Iran sia una guerra giusta o giustificata. Significa piuttosto che solo un’Europa armata fino ai denti avrebbe potuto incidere davvero sugli eventi, se non impedirli. Un’Europa unita e militarmente temuta avrebbe avuto maggior voce in capitolo nelle trattative, nei processi di secolarizzazione sociale e politica, lungo vie diplomatiche che richiedono bastone e carota, evitando - se non necessarie - soluzioni radicali. Ma così non è stato.
Da questo punto di vista, i giretti di cortile di Giorgia Meloni sono un esempio lampante della passività europea. Non essere né pro né contro Trump e Netanyahu significa, in concreto, lasciare loro la strada libera.
Quanto alla postura, non è liberale. È attendista in senso classico: aspettare che il vincitore si chiarisca per schierarsi al momento opportuno. Una logica che in Italia conosciamo bene e che evoca, più che il liberalismo, il realismo muscolare di Benito Mussolini quando fiutava l’aria prima di decidere. Non un’aquila, dunque: piuttosto un calcolo da retrobottega geopolitico.
Chiamala, se vuoi, avvoltoio.
Carlo Gambescia





Nessun commento:
Posta un commento