Ieri abbiamo parlato del viaggio romano di Peter Thiel, il miliardario della Silicon Valley che ha scelto la città dei papi per tenere una conferenza sull’Anticristo (*). Oggi vale la pena tornare sull’argomento, per approfondire proprio questo punto. Non tanto per discutere di teologia, quanto per capire che cosa rivela, sul piano politico e culturale, questa nuova retorica apocalittica.
Nella sua conferenza romana, Thiel ha sostenuto che l’Anticristo potrebbe presentarsi non come un tiranno brutale, ma come un leader capace di promettere pace e sicurezza globale. Un potere che, in nome della lotta contro le grandi paure contemporanee — guerra nucleare, crisi climatiche, tecnologie fuori controllo — riuscirebbe a imporre un ordine mondiale totalitario. In questa prospettiva, il pericolo non sarebbe il caos, ma un potere troppo forte che, in nome della salvezza dell’umanità, finirebbe per sopprimere la libertà (**).
Quella del potere mondiale è una ricorrente ossessione del pensiero politico occidentale. Anche il liberalismo diffida di un’autorità universale troppo forte, perché teme la concentrazione del potere e la fine dei contrappesi. La differenza è che, mentre i liberali vedono in questo rischio un problema istituzionale da limitare con regole e pluralismo, le correnti apocalittiche — cui si richiama anche Peter Thiel — lo interpretano in chiave teologica: il governo mondiale non sarebbe solo pericoloso, ma il possibile segno dell’avvento dell’Anticristo. E così facendo moltiplicano le paure che dichiarono di combattere. Quando si dice il caso...
Però il punto interessante non è tanto la tesi teologica ma il clima culturale che la rende plausibile.
A questo punto emerge un fenomeno sociologicamente interessante: i fondamentalismi non nascono mai isolati. Tendono a rafforzarsi reciprocamente. Il radicalismo islamico alimenta la paura identitaria in Occidente; la risposta occidentale assume a sua volta forme sempre più religiose e apocalittiche.
Il risultato è una sorta di specchio ideologico: mondi che si dichiarano nemici finiscono per parlare lo stesso linguaggio politico, fatto di destino, scontro finale e verità assolute. Così il fondamentalismo islamico e quello occidentale finiscono per diventare alleati involontari nello stesso clima di radicalizzazione globale: dagli ambienti apocalittici vicini a figure come Peter Thiel fino ai populismi politici incarnati da leader come Donald Trump o alle visioni religiose del potere promosse da figure come Ali Khamenei, guida del fondamentalismo sciita, e da leader sunniti del jihadismo globale come Osama bin Laden. Oggi scomparsi.
Ma proprio qui conviene fare un passo indietro
Se vogliamo parlare seriamente di Bene e Male nella storia, conviene liberarsi delle metafore apocalittiche.
Il male non è un simbolo teologico. È un fatto concreto. Fare del male significa cambiare la vita delle persone in peggio. Fare del bene significa cambiarla in meglio. Bene e male, nella storia, sono realtà molto più semplici di quanto suggeriscano le narrazioni apocalittiche.
Adolf Hitler ha cambiato in peggio la vita di centinaia di milioni di persone. Le sue decisioni politiche hanno prodotto guerra, persecuzione, genocidio e distruzione. Il male storico si manifesta così: attraverso azioni che devastano la vita degli esseri umani.
Allo stesso modo il bene si manifesta in modo altrettanto concreto. Scienziati, inventori, imprenditori e riformatori che hanno migliorato la condizione umana — da Louis Pasteur a Thomas Edison — hanno cambiato la vita delle persone in meglio, allungando la vita, riducendo la sofferenza e ampliando le possibilità individuali.
In questo senso anche il capitalismo moderno, con tutti i suoi difetti, ha rappresentato uno dei più potenti strumenti storici di miglioramento delle condizioni di vita. Ha creato innovazione, mobilità sociale e opportunità individuali su una scala senza precedenti.
Questo ci porta a un’altra questione: quella delle élite.
Nel dibattito pubblico si tende a contrapporre due caricature. Da un lato l’elitismo progressista, spesso accusato di vivere in una bolla culturale: l’elitismo “al caviale”. Dall’altro l’elitismo identitario e tradizionalista che riscopre religione e gerarchia: l’elitismo “al rosario”.
Entrambi hanno un problema comune: tendono a guardare con sospetto la società aperta e la complessità della democrazia liberale.Ma esiste un terzo tipo di elitismo, molto più importante nella storia della modernità: l’elitismo liberale.L’elitismo liberale non è una casta chiusa che rivendica privilegi. È
il risultato della libertà sociale, del lasciar fare, lasciar passare.
In una società aperta emergono inevitabilmente persone più capaci, più
inventive, più intraprendenti. Non perché appartengano a una classe
superiore, ma perché la libertà permette al talento di emergere.
È l’elitismo della competenza, dell’innovazione, dell’iniziativa individuale: nessun potere mondiale, solo il potere della libertà e dell’intelligenza, poteri che spesso, senza che gli stessi individui lo sappiano (si scopre sempre dopo), fruttifica in un mondo migliore.
E, ripetiamo, è proprio questo tipo di élite che ha alimentato lo sviluppo della modernità: scienziati, imprenditori, ingegneri, riformatori politici, innovatori culturali.
Il linguaggio apocalittico produce invece l’effetto opposto. Trasforma la politica in una battaglia metafisica tra Bene e Male, in cui ogni avversario diventa un nemico assoluto.
Quando accade questo, la politica smette di essere razionale. E quando ciò accade la libertà diventa la prima vittima. Di qui il proliferare di paure, dittature, guerre.
Forse il vero pericolo non è l’Anticristo evocato nelle conferenze dei miliardari. Il pericolo è quando la politica torna a parlare il linguaggio delle crociate.
Carlo Gambescia
(**) Qui una sintesi giornalistica: https://www.globalbankingandfinance.com/thiels-secretive-rome-conference-draws-church-attention/ .






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